Vocabolario dinamico dell'Italiano Moderno

UNIOR

Risultati per: adatti

Numero di risultati: 29 in 1 pagine

  • Pagina 1 di 1

Parlamento e politica

388113
Luigi Sturzo 3 occorrenze

È una politica: farla o non farla; con serietà, con antiveggenza, creando una storia, uomini adatti, mezzi congrui. La politica estera è la più difficile per noi, per la posizione stessa della nostra patria, per il gioco degli interessi delle nazioni egemoniche, per la tradizione stessa della nostra politica e per la povertà economica che ci fa forzatamente tributari all’estero. In questo punto debole della nostra posizione nazionale, debbono convergere gli sforzi degli studiosi e degli uomini politici, su¬perando quella indifferenza ai problemi di politica estera, che per gran tempo ha segnato la caratteristica della nostra educazione nella vita pubblica.

Giolitti, entrato nel ministero, divenne alto come l’ombra di un salvatore: vecchio nocchiero parlamentare, inchiodò per un mese e mezzo i deputati ad approvare le leggi finanziarie ed economiche che nel loro semplicismo dovevano servire a fare impressione sulla pubblica opinione; ma si trovò all’inizio del movimento di aggiramento con l’occupazione delle fabbriche, con l’occupazione delle terre, con la svalutazione di ogni autorità statale; non aveva organi adatti, uomini pronti, parlamentari sicuri. Evitò con la commissione paritetica la soluzione tragica dell’occupazione delle fabbriche; col decreto Micheli cercò di fare argine all’occupazione delle terre; ed ebbe abile diversivo allo stato incombente di incertezze e di torbidi con le elezioni amministrative, nelle quali la borghesia si fece coraggio e tentò riprendere con i blocchi la sua posizione nelle grandi città. È il terzo elemento che entra in azione. La occupazione delle fabbriche aveva avuto episodi tragici e felini; la bestia umana riprende i suoi perversi istinti, quando cessano improvvisamente di operare i freni inibitori della società. Le bombe di Bologna e di Ferrara dànno il segnale ad una energica azione di resistenza sul terreno difficile e scabroso dell’esercizio del coraggio collettivo, di fronte alla violenza armata. Non era la lotta sul campo economico tra la borghesia e il proletariato, che aveva avuto bagliori di sangue, ma l’impostazione era data da un movimento di liberazione da un dominio, il dominio rosso, che dal semplice campo economico era trasportato a quello sociale e politico, e doveva preparare il crollo dell’attuale regime, auspice la Russia. Il fascismo può essere giudicato sotto diversi punti di vista: quello morale, quello economico e quello politico; non è e non può essere un partito, nel senso che possa avere una sottostruttura programmatica, che attinga ad una vita propria autonoma. È invece un fenomeno di difesa e di reazione, che attinge la forza nello spirito di conservazione delle condizioni e delle ragioni dell’ordinamento avito nazionale, contro coloro che ne¬gano la patria per l’internazionale, che negano il diritto degli altri per il monopolio di una classe. In questo spirito avrebbero consenzienti nelle provincie tutti coloro che non sono socialisti; ma quando arrivano a creare una organizzazione, a darsi un programma, ad assegnarsi una tattica, mancando il terreno positivo, restano alla superficie del fenomeno, non pervadono le fibre sociali, e si appoggiano in ogni regione d’Italia a tutte le frazioni democratiche e liberali che da anni sono gli esponenti della vita pubblica italiana. La balda giovinezza, che e stata attratta dal movimento con ardore e impeto e anche con le esagerazioni che sono naturali in simile azione, non si deve confondere con tutti quelli che fanno uso della violenza, e che al turbamento della nostra vita politica hanno aggiunto le dolorose esperienze della lotta fratricida e i tristi bagliori dell’incendio. Molti si sono domandati se, data la mancanza di senso di autorità da parte dello stato verso il prepotere socialista e comunista, era possibile ai cittadini riavere la loro libertà, il loro diritto di vivere, la loro posizione legale, in alcune provincie italiane, senza questo spirito di reazione coraggiosa e violenta insieme. La domanda non può avere una risposta adeguata, perché, mentre non è teoria morale quella del fine che giustifica i mezzi, non è teoria sociale quella che inverte i poteri pubblici, e passa ai semplici cittadini ciò che spetta agli organi punitivi e repressivi dello stato; né può confondersi lo stato anarcoide di alcune provincie con lo spirito e l’organismo della vita nazionale. La debolezza degli organi statali, specialmente nelle provincie rosse, faceva parte di un quadro di politica interna che non è solo colpa di un uomo, ma che è la risultante di cause molteplici e complesse. I partiti costituzionali che non seppero nel marzo 1920 unirsi con i popolari quando, dopo gli scioperi rossi, uscirono dal ministero Nitti e segnarono come primo dei nove punti famosi: «politica interna di rispetto alla libertà individuale e collettiva e di salda resistenza agli elementi di disgregazione anarchica della compagine sociale», debbono confessare di non avere aiutato sufficientemente i poteri pubblici, né creato una pubblica opinione e una coscienza antirivoluzionaria, non quando disertarono le urne, né quando resero inerte il parlamento ad affrontare e risolvere i problemi economici più impellenti, primo quello agrario, che avrebbe impedito tante dolorose agitazioni e tristi esperienze nel campo economico e sociale. La reazione non può essere un semplice fenomeno di forza bruta, né solo un esercizio di coraggio, né può tramutarsi in guerra civile. Per questo le elezioni generali oggi sono un punto di partenza e non un punto di arrivo. E il punto di partenza, come epilogo delle tormentose ore della XXV legislatura, è e deve essere questo: il ripristino della legalità, il ritorno all’autorità civile e politica dello stato, la eguaglianza di tutti i citta¬dini e la libertà per tutti. Questo deve essere riconosciuto nell’esperimento delle presenti elezioni generali, perché la XXVI legislatura non venga fuori originalmente viziata; la XXV legislatura fu figlia della paura e del disinteresse di una parte della borghesia assenteista, e diede quindi buon gioco ai socialisti a credersi essi i dominatori e a preparare il loro avvento anche violento; non deve la XXVI legislatura essere la figlia della violenza, sì che il responso delle urne prepari una reazione torbida e cieca nel cozzo di passioni più che nel legittimo contrasto di idee e di interessi. Per potere ottenere ciò, non basta il buon volere dei capi dei partiti, non sempre né dappertutto responsabili dell’andamento della lotta; né è sufficiente, benché sia notevole, l’ambientazione data dalla propaganda di coloro, che a masse eccitate in momenti passionali ricordino il celebre motto: sunt certi denique fines; vi è un limite! Le passioni elettorali tanto più soverchiano, quanto meno vivo è il senso della legge, quanto meno sensibili sono i freni morali e legali alle azioni umane, quanto più forte spingono gli interessi al prevalere e al prepotere delle fazioni. Occorre quindi l’autorità del governo e un ambiente {{176}}civile che la imponga; si deve arrivare a rettificare lo spirito pubblico e a orientarlo verso il senso civile della lotta e verso termini programmatici e sostanziali ai quali ispirare l’azione dei partiti. E noi popolari dobbiamo non solo augurare che sia così, ma cooperare a che la impostazione della nostra battaglia venga fatta su questo terreno, con metodi, con intendimenti, con azione essenzialmente civili.

Certo non basta un solo partito ad imporre un orientamento alla vita pubblica collettiva, né ad imporne la soluzione; però basta a creare stati d’animo adatti, punti di partenza e di riferimento, elementi di prova, ragioni di consensi; sì che la maturazione politica (dovuta spesso a forze imprevedute che balzano dai fatti della vita vissuta) arrivi fino alla soluzione dei grandi problemi. Sono rimasti, a saldo segno, i famosi nove punti che il gruppo parlamentare popolare affermò come base di collaborazione col secondo ministero Nitti e i patti di alleanza con i quali partecipò ai governi. E sono nostre le battaglie programmatiche combattute per la libertà della scuola, per la proporzionale amministrativa e politica, per la libertà dei sindacati e per la riforma agraria, e per il decentramento amministrativo. Non sono idee isolate; appartengono come fondo a molti partiti; gli studiosi attorno a tali problemi cercano soluzioni o illustrano questioni; nei congressi si discute e si battaglia. Però, perché un’idea dal campo speculativo passi a quello pratico e divenga ragion politica, occorre questo immenso lavorio dei partiti; fra i quali il nostro assume una vera posizione di battaglia in quella larga collaborazione parlamen¬tare che è ancora necessaria perché un parlamento come il nostro viva ed abbia la sua maggioranza. È questo un dovere dei partiti oggi in lotta: creare una salda maggioranza parlamentare. I blocchi, dove sono stati possibili, assolvono il cómpito di dare all’elettore un senso di unità e di resistenza; non dànno però una base programmatica: altrimenti non sarebbero blocchi. La unione negativa di difesa non basta all’opera. Le differenze create dalle altre liste più o meno ministeriali valgono quanto i blocchi stessi. Non si può dire che esista realmente una opposizione costituzionale e ciò è un male, non solo per la chiarificazione delle posizioni, ma anche per la saldezza della stessa maggioranza, alla quale certo non potranno partecipare coloro che credono di appoggiare blocchi e fasci e unioni per una politica di pura conservazione economica e di tutela capitalistica, perché falserebbero, fin dall’inizio, il significato della lotta e comprometterebbero le sorti della camera futura. Occorre avere un programma positivo, base della maggioranza, non nella confusione dei partiti ma nella specificazione di criteri, di metodi e di finalità, quando si tratta di salvare il paese. Questo noi abbiamo fatto nella XXV legislatura, cooperando al funzionamento del parlamento, alla costituzione della maggioranza e alla combinazione dei governi, quando era ben difficile superare ostacoli di diverso genere anche nel contatto con gli altri partiti; e, se sarà necessario, per il bene del paese e per la vitalità del parlamento, questo faremo domani, sulla base del nostro programma. Senza presumere e senza volerci imporre, noi crediamo che nella difficoltà di manovra dei partiti liberali e democratici ancora una volta il nostro dovrà essere il centro, il cemento, il fulcro, la forza di polarizzazione. Adempirà così ancora ad un suo cómpito, quello di concorrere con le sue forze verso un nuovo orientamento della vita politica del paese, verso una chiarificazione delle tendenze politiche, attorno ad un problema fondamentale di libertà e di elevazione dei valori morali della coscienza collettiva, attorno ai problemi del lavoro non agitati dall’odio di classe né sostenuti da una ragione politica sovver-siva, ma basati sui criteri di giustizia sociale. E nel momento che vengono a noi i fratelli delle terre redente e portano insieme alla esperienza politica l’attività intensa nel campo dell’organizzazione cristiana operaia e il geloso affetto alle loro autonomie, noi riaffermiamo, con loro, il programma veramente italiano del nostro partito, che trae il suo fondamento nella nostra storia guelfa, nella nostra civiltà latina, nel nostro fondo della coscienza religiosa e cattolica, che ha saputo nei secoli unire la genialità individualista della nostra razza con la vitalità degli organamenti locali e la concezione razionale del diritto di cui Roma è madre. Ora che la unità territoriale è compiuta con tanti sacrifici e con tante vittime; ora che abbiamo scossa la soggezione intellettuale ad una civiltà teutonica, che incombeva come elemento culturale delle nostre scuole e come concezione laica panteista del nostro stato, oggi dobbiamo tornare a rivivere un pensiero latino, dobbiamo lavorare per una civiltà latina, ritrovare nell’aspro cammino l’anima italiana, che riaffermiamo come valore della nostra civiltà, ragione della nostra bandiera, ove sta se¬gnata la croce dei comuni medievali e la parola «libertas» come la sintesi delle nostre battaglie. Avrà eco la nostra parola dal paese alla camera? Troverà ancora le tenaci resistenze di vecchie coalizioni di nuove preoccupazioni? Noi siamo sereni realizzatori, calmi lottatori, sicuri del nostro cammino, e perciò non tormentati da improvvisazioni né turbati dalle lotte. Noi speriamo che la nuova camera possa affrontare i problemi lasciati insoluti dalla vecchia, problemi di realtà e di vita. Noi vi coopereremo con tutta la nostra attività; faremo appello all’anima del popolo che ci segue; diremo la nostra parola a coloro che debbono operare nel parlamento e nel governo; perché vogliamo così contribuire alla salvezza della patria nostra, non solo come difesa da un pericolo interno, ma come rinnovamento delle sue forze economiche e come risveglio delle sue virtù morali, sulle quali fondiamo la nostra vita politica. Ed il 15 maggio, giorno assegnato per l’appello al paese, e per il partito popolare italiano un giorno sacro: è il giorno della democrazia cristiana, il ricordo trentennale dell’enciclica del papa degli operai sulla questione operaia. Dopo sei lustri torna come in visione quell’uomo diafano e quella parola solenne che era di salvezza morale e sociale; e tale è oggi quando alle masse scristianizzate e materializzate si è voluta imporre dalla Russia bolscevica la parola di Lenin, come parola di distruzione. Noi ai nostri fratelli, operai e lavoratori cristiani, ripetiamo quella che è parola di vita, nella fiducia che il lavoratore, rifatto cristiano, non sarà il nemico della patria nostra, ma colui che nelle invocate libertà tornerà col lavoro a riedificare le fortune della nostra Italia.

Trattato di economia sociale: introduzione all’economia sociale

391158
Toniolo, Giuseppe 2 occorrenze
  • 1906
  • Opera omnia di Giuseppe Toniolo, serie II. Economia e statistica, Città del Vaticano, Comitato Opera omnia di G. Toniolo, voll. I-II 1949
  • Economia
  • UNIOR
  • w
  • Scarica XML

Donde l'ordine sociale, pur risultando dal concorso armonico delle classi superiori e inferiori, non solo converge al bene comune cioè alla tutela e soccorso di tutti, ma riesce a beneficio prevalente dei meno adatti, dei deboli, dei poveri, che sono i più numerosi. Così la legge etica rivolge le stesse varietà individuali umane, germe di scissura e contrasto, a comporre invece e a rinsaldare la unità sociale.

Pagina 1.296

Dopo tanti dibattiti fra i cultori della preistoria, l'economista riscontra soltanto che la tecnica stessa primitiva segue le esigenze della ragione, la quale sotto lo stimolo dei molteplici bisogni riflette ed inventa (preziosa virtù dell'invenzione, propria dell'uomo soltanto) metodi e mezzi sempre più adatti ad appagare i bisogni stessi, ma però con varietà e successioni storiche differenti,a seconda delle condizioni territoriali, p. e. la presenza di praterie, del bosco, del suolo minerario, di certi animali; ovvero di quelle demografico-sociali, p. e. di popolazioni rade o dense, nomadi o sedentarie, guerriere o pacifiche. Ciò che rimane costante nella storia è solamente la tendenza razionale all'utile, la quale svolgesi (fra quelle svariatissime occasioni dell'ambiente) in proporzione delle osservazioni ed esperienze del singolo e di quelle accumulate delle generazioni, — determinando così per millenni una tecnica empirica e tradizionale («routine»); — la quale poi, in condizioni eccezionali o di maturità, viene e ad essere illuminata e guidata da rigorose e complete giustificazioni teoretiche (di dottrine fisico-matematiche), assumendo qualità e pregio di tecnica scientifica,ciò che accadde soltanto nel secolo XIX. È la prima distinzione storica, che va qui fermata.

Pagina 2.12

Trattato di economia sociale: La produzione della ricchezza

394797
Toniolo, Giuseppe 8 occorrenze
  • 1909
  • Opera omnia di Giuseppe Toniolo, serie II. Economia e statistica, Città del Vaticano, Comitato Opera omnia di G. Toniolo, vol. III 1951
  • Economia
  • UNIOR
  • w
  • Scarica XML

Ridotte semplici le operazioni e affidate ciascuna ad operai più adatti (per la scelta) e più esperti (per la ripetizione degli atti), si risparmia: — tempo,evitando un lungo e dispendioso tirocinio e le sospensioni nel passaggio dall'una all'altra operazione; — le materie prime,riducendo al minimo lo sciupio di esse derivante dalla imperizia; — il capitale stromentale,diminuendone la quantità e tenendolo di continuo in opera. Veggasi: — l'apprendimento dell'arte compiuta del fabbricatore, p. e. del panno, quando lo stesso maestro lo elaborava per intero da solo, era cosa ardua e lenta; invece il tirocinio della scardassatura o dell'apparecchio («apprêture») si impara da tutti in poche settimane. — Lo sciupio della materia prima è talora decisivo. Guai sbagliare il taglio di una veste, il valore della stoffa è perduto; invece in una grande sartoria speciali tagliatori,tutto il giorno occupati in questa operazione, acquistano una perfetta sicurezza di mano e l'arte di fruire dei minimi ritagli. Il buon successo economico di una miniera di carbon fossile dipende spesso dalla abilità speciale degli operai di far balzare con colpi assestati il materiale in grossi blocchi, mentre la quantità dei detriti rimane quasi senza valore sul mercato. — Rispetto al capitale, se per un prodotto occorrono cinque operazioni effettuate e ciascuna con uno speciale stromento, in una officina di cinque operai a sistema di lavoro riunito (in ogni persona), occorrono 25 stromenti; a sistema di lavoro diviso, basteranno cinque soltanto, uno per persona; e inoltre quattro quinti di quegli stromenti nel primo caso sarebbero alternamente in riposo, nel secondo caso tutto il capitale stromentale sarebbe costantemente in atto e quindi fruttuoso. Si applichi questo criterio alle immense industrie moderne colla loro ricca suppellettile stromentale, e si argomenti l'importanza di tale economia del capitale.

Pagina 203

Numerosi e adatti i veicoli di trasporto, gli edifizi di custodia, i presidi di prima lavorazione delle derrate, i depositi di sementi. Gli animali minuti e quelli grossi da lavoro, da macello, moltiplicati in numero, migliorati nelle razze e nel rendimento.

Pagina 360

Ma la funzione economica di essi non si fa palese e decisiva che nell'intreccio di queste condizioni: — che i grandi e medi proprietari-coltivatori dominino su territori particolarmente adatti alle conquiste fondiarie ed agricole del progresso scientifico (terreni di recente dissodamento, di bonifiche, di irrigazioni, colture pratensi, granarie, coloniali ecc.); — che siano muniti di copioso capitale, di scienza, di esperienza, di abitudini agrarie; — e che perciò stesso soggiornino stabilmente e attivamente in seno ai rispettivi patrimoni, assumendone personalmente la gestione tecnico-amministrativa o affidandola ad ufficiali direttori sotto la propria immediata responsabilità, caratteristica più frequente quella della media, questa della grande proprietà coltivatrice.

Pagina 385

Nel rispetto del commercio: ― il mercante non immobilizza un forte capitale fisso nei vasti stabilimenti e negli stromenti (che all'origine appartengono agli artigiani), né rischia soverchiamente quello circolante, potendo espandere, restringere ed anche sospendere le commissioni agli artigiani a seconda della oscillazione del mercato; e mentre si avvantaggia del traffico all'ingrosso, esso, fornendo da sé (pratica prevalsa più tardi) materie, modelli e stromenti al piccolo industriale, può assicurarsi prodotti più adatti alla vendita ed al consumo generale.

Pagina 454

— Infine per la invenzione di meccanismi complessi, meno adatti ai piccoli ambienti della casa o bottega, soprattutto di poderosi motori intorno ai quali diviene necessaria l'agglomerazione delle macchine e degli operai. — Tutto ciò, accoppiato alle esigenze di possente unità di iniziativa commerciale per conquistare i mercati internazionali, assicurò il predominio del sistema di fabbrica nella produzione moderna.

Pagina 457

Ma indirettamente col benessere diffuso dalla grande industria si suscita e accresce la richiesta di prodotti adatti alla piccola. Fra popoli progredienti in ricchezza i costumi si fanno più raffinati e comodi. — Ne guadagnano l'arti voluttuarie e di cultura. Crescono così e si perfezionano le industrie che hanno carattere di servizi personali, quelle di barbiere, parrucchiere («coiffeur»), di lavanderia, di stiratura, di abbigliamento e di moda; i cuochi, i pasticceri e confetturieri; sorgono imprese per impianti elettrici o a gas, per riscaldamento; ed arti decorative e ornamentali per le case; si moltiplicano le piccole tipografie fin nelle borgate, e copisti, e dattilografi, disegnatori dovunque. — Non vi ha classe che non ceda al gusto del bello. L'arte estetica della grande scultura e pittura ripullula così democraticamente con un arte secondaria commerciale,cioè accessibile alle borse dei più, coi quadri di genere, colle incisioni, litografie, fotografie di ogni specie, sculture in legno, immagini e statuine da chiese, da parete, da tavolo. Le antiche arti suntuarie delle oreficerie e gioiellerie, delle porcellane, dei musaici, dei vetri artistici, si ampliano colle imitazioni a buon mercato e colle minute chincaglierie. Vi si aggiunge con nome nuovo un'arte industriale (o industrie artistiche), cioè la produzione di oggetti d'uso ordinario nella vita, abbelliti di qualche spunto artistico. Se la rinata arte dei pizzi di Bruxelles e dei merletti di Venezia adornano la guardaroba della donna borghese, i corredi delle stesse spose popolane ormai si ricamano; e

Pagina 489

Lo stesso capitale (per valore complessivo) tornerà più o meno proficuo a misura che meglio si accomoderà alle esigenze del lavoro; p. e. con stromenti complessi e squisiti piuttosto che grossolani, o con specifici tecnici, adatti ad ogni operazione distinta (filare, scardassare, pettinare, tessere) dell'industria, o con varie qualità di concimi, confacenti alla diversa composizione dei terreni. Per questo rispetto la tendenza del capitale moderno è quella di assumere sempre migliori forme tecniche di suppellettile industriale.

Pagina 70

Iddio conduce misteriosamente le genti in determinate sedi del globo; ma poi a lungo andare ciascun popolo rimaneggia il proprio suolo, in modo che esso meglio cooperi ai suoi fini e si adatti al suo genio (Roscher). Così il territorio di una nazione da un fatto naturale all'origine si trasforma storicamente in un fatto artificiale,per cui migliore divenga la corrispondenza di esso col fattore lavoro e il teatro aperto all'operosità umana meglio armonizzi col tipo dell'attore. Che se il lavoro non riesca infine ad addomesticare una natura nemica e invincibile, le generazioni umane operose non si acconciano come le specie animali inferiori a perire, ma esse se ne emancipano colle emigrazioni,trasferendo il lavoro da sedi ove questo rinviene resistenza ed esaurimento, a quelle più favorevoli ove incontra incitamenti ed esaltazione e così l'energia sua si mantiene costante e diffusiva fra i popoli.

Pagina 83

Giornalismo ed educazione nei seminari

398389
Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1902
  • Scritti inediti, vol. i. 1890-1924, a cura di Francesco Piva, pref. di Gabriele De Rosa, Roma, Cinque Lune-Ist. Luigi Sturzo, 1974, pp. 217-233.
  • Politica
  • UNIOR
  • ws
  • Scarica XML

E il seminario, che è il semenzaio dei sacerdoti, che debbono nella multiforme attività delle diocesi, nella diversità dei bisogni e delle opere sacerdotali, edificare il regno di Dio nelle anime, deve saper destare e coltivare nei chierici i diversi desideri e le attitudini disparate, perché possa formarsi una specializzazione adatta ai bisogni, e perché non solo non si sciupino tante potenzialità in posti ed uffici, non adatti alle inclinazioni speciali, ma si destino nuove e potenti energie di attività e di zelo.

Pagina 225

Rivoluzione e ricostruzione

398772
Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1922
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 264-308.
  • Politica
  • UNIOR
  • ws
  • Scarica XML

Certo il valore degli uomini ha una grande efficacia anche a rianimare forme superate e a destare energie sopite; anzi gli istituti anche perfetti poco valgono senza veri uomini di governo; mentre questi hanno maggiore e più duratura efficacia di azione con mezzi o strumenti adatti anziché con quelli disadatti.

Pagina 284

Crisi economica e crisi politica

399331
Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1920
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 132-161.
  • Politica
  • UNIOR
  • ws
  • Scarica XML

Così non arriva più a regolare il nuovo, per mancanza di organi adatti, e il vecchio per eliminazione di funzioni e di attività; creando alla periferia reazione e sfiducia; e fornendo il mezzo agli elementi invadenti e procaccianti di prendere dallo stato tutti quei favori tangibili con i quali si creano monopoli e diritti propri di una nuova anarchia di stato.

Pagina 149

La vita religiosa nel cristianesimo. Discorsi

400678
Murri, Romolo 1 occorrenze
  • 1907
  • Murri, La vita religiosa nel cristianesimo. Discorsi, Roma, Società Nazionale di Cultura, 1907, 1-297.
  • Politica
  • UNIOR
  • ws
  • Scarica XML

Ed in esso lo Spirito Santo ci apparisce come l'immanente assistenza di Dio, la mente e l'anima unica e comune dei fedeli, che viene distribuita ai singoli in varia misura, e che nella misura in cui essa viene distribuita fa di questi singoli soci strumenti più o meno adatti ed efficaci della vocazione comune: l'avvento del regno di Dio sulla terra.

Pagina 196

Il Mezzogiorno e la politica italiana

401429
Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1923
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 309-353.
  • Politica
  • UNIOR
  • ws
  • Scarica XML

La nostra capacità ed i limiti del nostro risparmio non sono adatti a simili imprese; i nostri banchi, i nostri istituti di risparmio non possono affrontare l'immobilizzo del denaro; ma basta che i nostri capitali mostrino di non rifuggire da tali imprese, per orientarvi fiducioso il capitale del nord e quell'altro straniero, che ha bisogno di sfogo e di utile impiego.

Pagina 341

I problemi del dopoguerra

401645
Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1918
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 32-58.
  • Politica
  • UNIOR
  • ws
  • Scarica XML

E saranno adatti gli organi elettivi attuali a tradurlo in atto o almeno a iniziarne l'attuazione nel complesso dei provvedimenti che oggi impone il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace?

Pagina 54

Crisi e rinnovamento dello Stato

401912
Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1922
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 232-263.
  • Politica
  • UNIOR
  • ws
  • Scarica XML

Noi però non neghiamo le classi, neppure quella oggi dirigente; per noi è crisi morale (di orientamento e di volontà) quella che ha colpito la classe dirigente, ed è crisi organica (di mezzi adatti all'azione) quella che ha colpito il normale ordinamento statale. Prova tipica ne sono due fatti di notevole portanza: l'impotenza del parlamento, del governo e dei partiti a risolvere il problema agrario e il problema della burocrazia. Noto questi due come i più salienti e visibili; ne potrei citare altri. Per il primo, sono già passati tre anni dall'armistizio e, nonostante tutte le affermazioni dei partiti di ogni colore, tutte le promesse dei vari governi che si sono succeduti, tutti gli sforzi di elaborazione di progetti sulle camere di agricoltura, sul latifondo e la colonizzazione interna, sui patti agrari, il parlamento è fermo, impassibile, impotente nella paralisi legislativa che lo ha colpito. L'altra riforma, deliberata come una legge di pieni poteri, è stata limitata ad una riforma di organici; l'elefantiasi burocratica resta, perché restano tutte le mansioni statali; la riforma si risolverà in un lieve ritocco formale, forse in un coordinamento meno irragionevole di funzioni e di organi; mancherà la linea di una riforma sostanziale. Che meraviglia se noi vogliamo arrivare alla radice e trasformare l'organismo statale?

Pagina 254

Parlamento e politica

401995
Luigi Sturzo 3 occorrenze

È una politica: farla o non farla; con serietà, con antiveggenza, creando una storia, uomini adatti, mezzi congrui. La politica estera è la più difficile per noi, per la posizione stessa della nostra patria, per il gioco degli interessi delle nazioni egemoniche, per la tradizione stessa della nostra politica e per la povertà economica che ci fa forzatamente tributari all’estero. In questo punto debole della nostra posizione nazionale, debbono convergere gli sforzi degli studiosi e degli uomini politici, su¬perando quella indifferenza ai problemi di politica estera, che per gran tempo ha segnato la caratteristica della nostra educazione nella vita pubblica.

Certo non basta un solo partito ad imporre un orientamento alla vita pubblica collettiva, né ad imporne la soluzione; però basta a creare stati d’animo adatti, punti di partenza e di riferimento, elementi di prova, ragioni di consensi; sì che la maturazione politica (dovuta spesso a forze imprevedute che balzano dai fatti della vita vissuta) arrivi fino alla soluzione dei grandi problemi. Sono rimasti, a saldo segno, i famosi nove punti che il gruppo parlamentare popolare affermò come base di collaborazione col secondo ministero Nitti e i patti di alleanza con i quali partecipò ai governi. E sono nostre le battaglie programmatiche combattute per la libertà della scuola, per la proporzionale amministrativa e politica, per la libertà dei sindacati e per la riforma agraria, e per il decentramento amministrativo. Non sono idee isolate; appartengono come fondo a molti partiti; gli studiosi attorno a tali problemi cercano soluzioni o illustrano questioni; nei congressi si discute e si battaglia. Però, perché un’idea dal campo speculativo passi a quello pratico e divenga ragion politica, occorre questo immenso lavorio dei partiti; fra i quali il nostro assume una vera posizione di battaglia in quella larga collaborazione parlamen¬tare che è ancora necessaria perché un parlamento come il nostro viva ed abbia la sua maggioranza. È questo un dovere dei partiti oggi in lotta: creare una salda maggioranza parlamentare. I blocchi, dove sono stati possibili, assolvono il cómpito di dare all’elettore un senso di unità e di resistenza; non dànno però una base programmatica: altrimenti non sarebbero blocchi. La unione negativa di difesa non basta all’opera. Le differenze create dalle altre liste più o meno ministeriali valgono quanto i blocchi stessi. Non si può dire che esista realmente una opposizione costituzionale e ciò è un male, non solo per la chiarificazione delle posizioni, ma anche per la saldezza della stessa maggioranza, alla quale certo non potranno partecipare coloro che credono di appoggiare blocchi e fasci e unioni per una politica di pura conservazione economica e di tutela capitalistica, perché falserebbero, fin dall’inizio, il significato della lotta e comprometterebbero le sorti della camera futura. Occorre avere un programma positivo, base della maggioranza, non nella confusione dei partiti ma nella specificazione di criteri, di metodi e di finalità, quando si tratta di salvare il paese. Questo noi abbiamo fatto nella XXV legislatura, cooperando al funzionamento del parlamento, alla costituzione della maggioranza e alla combinazione dei governi, quando era ben difficile superare ostacoli di diverso genere anche nel contatto con gli altri partiti; e, se sarà necessario, per il bene del paese e per la vitalità del parlamento, questo faremo domani, sulla base del nostro programma. Senza presumere e senza volerci imporre, noi crediamo che nella difficoltà di manovra dei partiti liberali e democratici ancora una volta il nostro dovrà essere il centro, il cemento, il fulcro, la forza di polarizzazione. Adempirà così ancora ad un suo cómpito, quello di concorrere con le sue forze verso un nuovo orientamento della vita politica del paese, verso una chiarificazione delle tendenze politiche, attorno ad un problema fondamentale di libertà e di elevazione dei valori morali della coscienza collettiva, attorno ai problemi del lavoro non agitati dall’odio di classe né sostenuti da una ragione politica sovver-siva, ma basati sui criteri di giustizia sociale. E nel momento che vengono a noi i fratelli delle terre redente e portano insieme alla esperienza politica l’attività intensa nel campo dell’organizzazione cristiana operaia e il geloso affetto alle loro autonomie, noi riaffermiamo, con loro, il programma veramente italiano del nostro partito, che trae il suo fondamento nella nostra storia guelfa, nella nostra civiltà latina, nel nostro fondo della coscienza religiosa e cattolica, che ha saputo nei secoli unire la genialità individualista della nostra razza con la vitalità degli organamenti locali e la concezione razionale del diritto di cui Roma è madre. Ora che la unità territoriale è compiuta con tanti sacrifici e con tante vittime; ora che abbiamo scossa la soggezione intellettuale ad una civiltà teutonica, che incombeva come elemento culturale delle nostre scuole e come concezione laica panteista del nostro stato, oggi dobbiamo tornare a rivivere un pensiero latino, dobbiamo lavorare per una civiltà latina, ritrovare nell’aspro cammino l’anima italiana, che riaffermiamo come valore della nostra civiltà, ragione della nostra bandiera, ove sta se¬gnata la croce dei comuni medievali e la parola «libertas» come la sintesi delle nostre battaglie. Avrà eco la nostra parola dal paese alla camera? Troverà ancora le tenaci resistenze di vecchie coalizioni di nuove preoccupazioni? Noi siamo sereni realizzatori, calmi lottatori, sicuri del nostro cammino, e perciò non tormentati da improvvisazioni né turbati dalle lotte. Noi speriamo che la nuova camera possa affrontare i problemi lasciati insoluti dalla vecchia, problemi di realtà e di vita. Noi vi coopereremo con tutta la nostra attività; faremo appello all’anima del popolo che ci segue; diremo la nostra parola a coloro che debbono operare nel parlamento e nel governo; perché vogliamo così contribuire alla salvezza della patria nostra, non solo come difesa da un pericolo interno, ma come rinnovamento delle sue forze economiche e come risveglio delle sue virtù morali, sulle quali fondiamo la nostra vita politica. Ed il 15 maggio, giorno assegnato per l’appello al paese, e per il partito popolare italiano un giorno sacro: è il giorno della democrazia cristiana, il ricordo trentennale dell’enciclica del papa degli operai sulla questione operaia. Dopo sei lustri torna come in visione quell’uomo diafano e quella parola solenne che era di salvezza morale e sociale; e tale è oggi quando alle masse scristianizzate e materializzate si è voluta imporre dalla Russia bolscevica la parola di Lenin, come parola di distruzione. Noi ai nostri fratelli, operai e lavoratori cristiani, ripetiamo quella che è parola di vita, nella fiducia che il lavoratore, rifatto cristiano, non sarà il nemico della patria nostra, ma colui che nelle invocate libertà tornerà col lavoro a riedificare le fortune della nostra Italia.

Giolitti, entrato nel ministero, divenne alto come l’ombra di un salvatore: vecchio nocchiero parlamentare, inchiodò per un mese e mezzo i deputati ad approvare le leggi finanziarie ed economiche che nel loro semplicismo dovevano servire a fare impressione sulla pubblica opinione; ma si trovò all’inizio del movimento di aggiramento con l’occupazione delle fabbriche, con l’occupazione delle terre, con la svalutazione di ogni autorità statale; non aveva organi adatti, uomini pronti, parlamentari sicuri. Evitò con la commissione paritetica la soluzione tragica dell’occupazione delle fabbriche; col decreto Micheli cercò di fare argine all’occupazione delle terre; ed ebbe abile diversivo allo stato incombente di incertezze e di torbidi con le elezioni amministrative, nelle quali la borghesia si fece coraggio e tentò riprendere con i blocchi la sua posizione nelle grandi città. È il terzo elemento che entra in azione. La occupazione delle fabbriche aveva avuto episodi tragici e felini; la bestia umana riprende i suoi perversi istinti, quando cessano improvvisamente di operare i freni inibitori della società. Le bombe di Bologna e di Ferrara dànno il segnale ad una energica azione di resistenza sul terreno difficile e scabroso dell’esercizio del coraggio collettivo, di fronte alla violenza armata. Non era la lotta sul campo economico tra la borghesia e il proletariato, che aveva avuto bagliori di sangue, ma l’impostazione era data da un movimento di liberazione da un dominio, il dominio rosso, che dal semplice campo economico era trasportato a quello sociale e politico, e doveva preparare il crollo dell’attuale regime, auspice la Russia. Il fascismo può essere giudicato sotto diversi punti di vista: quello morale, quello economico e quello politico; non è e non può essere un partito, nel senso che possa avere una sottostruttura programmatica, che attinga ad una vita propria autonoma. È invece un fenomeno di difesa e di reazione, che attinge la forza nello spirito di conservazione delle condizioni e delle ragioni dell’ordinamento avito nazionale, contro coloro che ne¬gano la patria per l’internazionale, che negano il diritto degli altri per il monopolio di una classe. In questo spirito avrebbero consenzienti nelle provincie tutti coloro che non sono socialisti; ma quando arrivano a creare una organizzazione, a darsi un programma, ad assegnarsi una tattica, mancando il terreno positivo, restano alla superficie del fenomeno, non pervadono le fibre sociali, e si appoggiano in ogni regione d’Italia a tutte le frazioni democratiche e liberali che da anni sono gli esponenti della vita pubblica italiana. La balda giovinezza, che e stata attratta dal movimento con ardore e impeto e anche con le esagerazioni che sono naturali in simile azione, non si deve confondere con tutti quelli che fanno uso della violenza, e che al turbamento della nostra vita politica hanno aggiunto le dolorose esperienze della lotta fratricida e i tristi bagliori dell’incendio. Molti si sono domandati se, data la mancanza di senso di autorità da parte dello stato verso il prepotere socialista e comunista, era possibile ai cittadini riavere la loro libertà, il loro diritto di vivere, la loro posizione legale, in alcune provincie italiane, senza questo spirito di reazione coraggiosa e violenta insieme. La domanda non può avere una risposta adeguata, perché, mentre non è teoria morale quella del fine che giustifica i mezzi, non è teoria sociale quella che inverte i poteri pubblici, e passa ai semplici cittadini ciò che spetta agli organi punitivi e repressivi dello stato; né può confondersi lo stato anarcoide di alcune provincie con lo spirito e l’organismo della vita nazionale. La debolezza degli organi statali, specialmente nelle provincie rosse, faceva parte di un quadro di politica interna che non è solo colpa di un uomo, ma che è la risultante di cause molteplici e complesse. I partiti costituzionali che non seppero nel marzo 1920 unirsi con i popolari quando, dopo gli scioperi rossi, uscirono dal ministero Nitti e segnarono come primo dei nove punti famosi: «politica interna di rispetto alla libertà individuale e collettiva e di salda resistenza agli elementi di disgregazione anarchica della compagine sociale», debbono confessare di non avere aiutato sufficientemente i poteri pubblici, né creato una pubblica opinione e una coscienza antirivoluzionaria, non quando disertarono le urne, né quando resero inerte il parlamento ad affrontare e risolvere i problemi economici più impellenti, primo quello agrario, che avrebbe impedito tante dolorose agitazioni e tristi esperienze nel campo economico e sociale. La reazione non può essere un semplice fenomeno di forza bruta, né solo un esercizio di coraggio, né può tramutarsi in guerra civile. Per questo le elezioni generali oggi sono un punto di partenza e non un punto di arrivo. E il punto di partenza, come epilogo delle tormentose ore della XXV legislatura, è e deve essere questo: il ripristino della legalità, il ritorno all’autorità civile e politica dello stato, la eguaglianza di tutti i citta¬dini e la libertà per tutti. Questo deve essere riconosciuto nell’esperimento delle presenti elezioni generali, perché la XXVI legislatura non venga fuori originalmente viziata; la XXV legislatura fu figlia della paura e del disinteresse di una parte della borghesia assenteista, e diede quindi buon gioco ai socialisti a credersi essi i dominatori e a preparare il loro avvento anche violento; non deve la XXVI legislatura essere la figlia della violenza, sì che il responso delle urne prepari una reazione torbida e cieca nel cozzo di passioni più che nel legittimo contrasto di idee e di interessi. Per potere ottenere ciò, non basta il buon volere dei capi dei partiti, non sempre né dappertutto responsabili dell’andamento della lotta; né è sufficiente, benché sia notevole, l’ambientazione data dalla propaganda di coloro, che a masse eccitate in momenti passionali ricordino il celebre motto: sunt certi denique fines; vi è un limite! Le passioni elettorali tanto più soverchiano, quanto meno vivo è il senso della legge, quanto meno sensibili sono i freni morali e legali alle azioni umane, quanto più forte spingono gli interessi al prevalere e al prepotere delle fazioni. Occorre quindi l’autorità del governo e un ambiente {{176}}civile che la imponga; si deve arrivare a rettificare lo spirito pubblico e a orientarlo verso il senso civile della lotta e verso termini programmatici e sostanziali ai quali ispirare l’azione dei partiti. E noi popolari dobbiamo non solo augurare che sia così, ma cooperare a che la impostazione della nostra battaglia venga fatta su questo terreno, con metodi, con intendimenti, con azione essenzialmente civili.

La stampa quotidiana e la cultura generale

402025
Averri, Paolo 1 occorrenze
  • 1900
  • Averri, La stampa quotidiana e la cultura generale, Roma, Società Italiana Cattolica di Cultura, 1900, IV-70.
  • Politica
  • UNIOR
  • w
  • Scarica XML

Ai giorni nostri l'intensità della vita civile, la crescente coscienza che delle sue cause e de'suoi fenomeni collettivi andiamo acquistando, il rapido e continuo introdursi e apparire di elementi nuovi, adatti al crescente sviluppo delle facoltà superiori dell'uomo e de' suoi rapporti sociali, rendono sempre più complesso e difficile il problema dell'analisi storica e filosofica della società umana.

Pagina 2

I cattolici e la questione politica in Italia

403257
Averri, Paolo 1 occorrenze
  • 1897
  • Averri, I cattolici e la questione politica in Italia, Torino-Roma, Giacinto Marietti, 1897, 4-31.
  • Politica
  • UNIOR
  • w
  • Scarica XML

far propria la causa della cultura popolare, della cooperazione, delle riforme agrarie e di innovamenti industriali adatti a' luoghi; promuovendo dovunque e con ogni maniera possibile la stampa, lo studio che solo può renderla vitalmente operosa, il sollevamento del livello della cultura generale, fra i laici come nel clero giovane, e la formazione di uomini di partito e di governo, specialmente fra i giovani studiosi;

Pagina 30

Introduzione alla sez. "Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922)

403509
Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1923
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 101-131.
  • Politica
  • UNIOR
  • w
  • Scarica XML

. - Il regime costituzionale rappresentativo, le libertà civili e politiche entrano quindi nel sistema del «popolarismo» come elementi necessari, sia come istituti giuridico-politici, sia come istituti storici, cioè in quanto adatti alla civiltà presente e alle necessità della vita nazionale.

Pagina 111

Teogonie clericali

403846
Murri, Romolo 1 occorrenze
  • 1908
  • Murri, R., La politica clericale e la democrazia, I, ne I problemi dell’Italia contemporanea, Ascoli Piceno-Roma, Giuseppe Cesari–Società Naz. di Cultura, 1908, 108-137.
  • Politica
  • UNIOR
  • w
  • Scarica XML

I giornali esteri, che in casa loro fanno professione di indipendenza politica anche di fronte al Vaticano, mandano a Roma i più adatti ad acclimatarsi all'ambien¬te ed a sopportare la «febbre romana» dalla quale saranno subito presi.

Pagina 119

La crisi religiosa in Francia (Lettere al "Corriere della Sera")

404134
Murri, Romolo 2 occorrenze
  • 1908
  • Murri, R., La politica clericale e la democrazia, I, ne I problemi dell’Italia contemporanea, Ascoli Piceno-Roma, Giuseppe Cesari–Società Naz. di Cultura, 1908, 207-245.
  • Politica
  • UNIOR
  • w
  • Scarica XML

Gli ultimi rappresentanti della Santa Sede a Parigi non erano preparati né adatti a portare nello stadio e nel governo delle cose ecclesiastiche francesi una visione chiara dello stato degli animi e degli interessi veri della società religiosa sulla fine del secolo XIX. Essi erano, per educazione o per principio, estranei od ostili alla democrazia. L'aristocrazia francese che spalancava a quei figli del popolo, modesti di idee e di ambizioni, vestiti di un abito meravigliosamente decorativo, i suoi saloni, acquistava immediatamente su di essi un ascendente insensibile ma profondo ed efficace. Nelle contese intellettuali interne del clero, la loro parte era subito scelta, con quelli che ostentassero maggiore il rispetto alla tradizione e all'ortodossia. La guerra mossa alla Chiesa si impiccoliva, ai loro occhi, in una congiura settaria di pochi; e le parole di qualche Ministro abile facevano presto a rassicurarli. Tutto, nella tradizione del loro ufficio e nelle conversazioni dei cattolici che frequentavano, li induceva a credere che la lotta religiosa fosse un affare politico, da risolvere con mezzi politici. Ma poi i mezzi politici che essi mettevano in uso erano radicalmente viziati del sospetto che investiva la Chiesa ed i suoi rappresentanti, di tendenze e di amori anticostituzionali. Essi si fecero eco, presso il Vaticano, delle animosità, dei rancori, delle passioni che si accompagnavano alla ricerca degli onori e degli alti ufficii, tentazione così forte per ogni cuore francese; contribuirono così a rassodare l'autorità gelosa e sospettosa dei capi, a spargere il sospetto intorno ai migliori, a diminuire a questi — se alcuno riescì ad occupare alti posti, fu piuttosto per effetto dell'ingerenza governativa — il terreno di azione.

Pagina 241

Essi infine, raccogliendo le speranze e le illusioni di una classe che, come avviene a tutte le classi in decadenza, si nutriva di illusioni, alimentarono nella Santa Sede, su di uomini e movimenti politici, speranze che 1'evento doveva sempre ed inesorabilmente smentire, rendendo così o assai più difficile o meno pronta l'adozione di giusti ed adatti provvedimenti. Un incidente, che illumina bene tutto questo stato di cose, è la parte avuta da uomini politici come il deputato Grousseau e il sig. Piou, che avevano la piena fiducia del Card. Richard e di Mons. Montagnini, nelle ultime decisive deliberazioni della Santa Sede.

Pagina 243