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        <title>Introduzione alla sez. "Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922)</title>
        <author>Sturzo, Luigi</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 101-131. <date when="1923">1923</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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      <p>1. - Ho dato il titolo di «Riforma statale e indirizzi politici» a questa raccolta di discorsi tenuti dal 1° ottobre 1920 al 18 gennaio 1923(*),<note n="1"> (*) L'introduzione porta la data del 1° febbraio 1923, ma fu scritta nel dicembre 1922, come tra novembre e dicembre dello stesso anno fu composto il discorso pronunziato a Napoli il 18 gennaio 1923. Questi due studi, insieme al discorso di Torino del 20 dicembre 1922, furono scritti sotto le vive impressioni dell'avvento del fascismo e della costituzione del primo governo Mussolini con la partecipazione dei liberali, dei democratici radicali e dei popolari. Costoro vi parteciparono a titolo personale, sotto l'insegna della «normalizzazione»; la mia opposizione politica e spirituale al nuovo regime si espresse sostenendo la propria e autonoma personalità dei partiti nelle libertà politiche e sul piano delle più urgenti riforme statali. Le formule attenuate e qualche volta criptiche usate in questi tre scritti erano allora chiare a chi voleva capire e per chi conosceva la mia volontà di dare battaglia al momento opportuno. Il momento arrivò col congresso di Torino; il discorso pronunziato fu inserito in «Popolarismo e fascismo», che insieme a «Pensiero antifascista» farà seguito al presente volume. (N.d.A.) </note> che rispecchiando, in tentativi di sintesi, lo stato d'animo politico del momento e il punto di vista del partito del quale esprimevo il pensiero, hanno tutti un unico piano programmatico di <hi rend="italic">riforma statale</hi>,nella sua concezione <hi rend="italic">organica</hi> e nel dinamismo della <hi rend="italic">libertà,</hi> ed hanno un particolare sviluppo <hi rend="italic">di indirizzi politici</hi>,che si imperniano in quella forma democratica e spirituale che è la ragione d'essere del <hi rend="italic">popolarismo</hi>.</p>
      <p>Veramente la parola «popolarismo» non ha il corso che ha quella di socialismo, di liberalismo e di nazionalismo, cioè di un sistema o di una concezione teorico-pratica che crea un <pb n="102" />partito; ai popolari è toccata la strana avventura di essere contemporaneamente presi per clericali o demagoghi, due termini che non stanno insieme; mentre, nel fatto, i popolari non sono stati e non sono né gli uni né gli altri. E mentre essi nel presentarsi alla opinione pubblica potevano offrire un programma organico e completo e illustrarlo con un appello chiaro e sintetico — cosa che poteva avvenire prevalentemente per la lunga esperienza acquistata dai cattolici nel periodo dell'astensionismo e per la elaborazione intellettuale fatta durante l'episodio della democrazia cristiana; — nella valutazione politica non ebbero un completo apprezzamento programmatico, una fisionomia per sé stante e interamente autonoma.</p>
      <p>2. - Il fatto ha molte spiegazioni: il partito popolare italiano servì mirabilmente a fare entrare i cattolici nella vita politica senza pregiudiziali antiunitarie e antinazionali, che avevano reso impotente la lunga protesta religiosa, che li allontanava dalla vita attiva nello stato liberale del risorgimento. Questo fatto nazionale di notevole importanza non fu colto dalla stampa come un vero atto di autonomia politica; e parecchi, anche a fini polemici, intravidero un travestimento del vecchio clericalismo e una permanente influenza del Vaticano nella politica militante del nostro paese. Ma poiché il partito popolare italiano, nell'acre atmosfera postbellica, prese vivaci posizioni di carattere sociale, e dal campo delle semplici affermazioni teoriche o dall'attuazione puramente economica (come aveva fatto fin allora la scuola cristiano-sociale con a capo Giuseppe Toniolo) passò ad operare sul terreno politico e sindacale delle lotte del lavoro; a molti parve che qui si esaurisse il suo compito, nei contrasti e nei contatti con i socialisti, in una lotta fatta (dicevano) di concorrenza, e in una preparazione parlamentare per un più deciso orientamento di sinistra. Nel visibile contrasto delle due posizioni derivate da aspetti fenomenici e da episodi polemici, non fu visto il fermento teorico e l'azione programmatica che veniva ad innestarsi nel corpo politico del paese; per cui fu più volte creduto (anche senza <pb n="103" />scopi polemici) che il partito popolare italiano — che aveva ricongiunti in uno sforzo nazionale e sociale molti cattolici d'Italia nel difficile travaglio del dopoguerra — avesse perduto la sua funzione momentanea; e le due tendenze originarie, con ideologie e interessi contrastanti, dovessero convogliarsi, come in Francia, verso forme politiche più realistiche, gli uni verso destra con i movimenti conservatori e nazionali, gli altri verso sinistra con i movimenti democratici, radicali e socialisti.</p>
      <p>3. - La marcata divergenza fra i popolari per la tattica intransigente, che prevalse nelle elezioni amministrative dell'autunno del 1920 e che ha avuto notevoli attenuazioni nel 1922; la non perfetta convergenza di alcuni del gruppo parlamentare su varie battaglie prevalentemente sociali, come quelle per la proporzionale amministrativa (1920), per i contratti agrari (1921), per il latifondo (1922); le oscillazioni parlamentari dalla crisi Nitti (maggio ʼ20) alla soluzione prima con Nitti e poi con Giolitti (maggio-giugno ʼ20); dal veto a Giolitti (febbraio ʼ22) alle crisi Facta (luglio-ottobre ʼ22); dall'urto con i socialisti (gennaio-febbraio ʼ20) ai tentativi collaborazionisti (maggio-luglio ʼ22); manifestano il travaglio di un possibilismo politico in rispondenza alle condizioni generali del paese, e anche la diversità di apprezzamenti particolari e contingenti. Ma la stampa, che crea le facili correnti della pubblica opinione, ebbe agio a insistere sul cosiddetto fenomeno esteriore e di carattere prevalentemente parlamentare del partito popolare, al quale perciò la vita politica provocava (essa diceva) un intimo logorio di forze, appena unite da ragioni extrapolitiche e mal connesse in una sintesi forzata, che invano uomini autorevoli e congressi nazionali cercavano di cementare con prudente vigore disciplinare.</p>
      <p>Con queste premesse, oggi l'avvento del fascismo fa affermare a molti, facili a impressionarsi, che il partito popolare, come espressione politica di cattolici, non ha più ragion d'essere, date le affermazioni cattoliche e le tendenze spiritualiste del partito al governo; che oramai il movimento sociale non ha un'efficiente prevalenza, e deve confondersi nel nuovo corporativismo nazionale. Anche in questa concezione semplicista, <pb n="104" />l'equivoco e il pregiudizio mantengono il loro dominio e danno vivaci spunti ai giornali quotidiani.</p>
      <p>La sostanza realistica del partito popolare italiano non è coercibile in quei due termini antitetici e polemici di <hi rend="italic">clericalismo</hi> e di <hi rend="italic">demagogia</hi>,dai quali rifugge per intima struttura di pensiero e di finalità; essa ha una base autonoma e realistica, che si suole esprimere con le parole storiche di <hi rend="italic">democrazia cristiana</hi>,ene deriva un programma organico nel campo costituzionale, economico, sociale e politico, con fisionomia e vitalità propria. E se molti punti del programma sono gli stessi di quelli di altri partiti formatisi prima o dopo del popolare, o rispondono ad affermazioni politiche e al pensiero comune di varie correnti liberali, nazionali e democratiche, ciò nulla toglie alle ragioni del programma popolare; spesso il principio dal quale si parte o il termine a cui si vuole arrivare sono ben diversi da quelli dei partiti che accolgono e sostengono il medesimo postulato.</p>
      <p>4. - Esiste pertanto una dottrina politica che si chiama «popolarismo» e dalla quale il partito, come concretizzazione organizzativa, trae la sua ragion d'essere, la sua ispirazione e lasua finalità? La domanda non può tendere a dimostrare che prima sorge la teoria e poi il partito, perché nel fatto vi è un flusso reciproco fra pensiero e azione, nel divenire sociale così pieno di dinamismo. La domanda serve a precisare i contorni e i presupposti teorici del movimento politico popolare. Senza voler cercare in Italia e fuori una filiazione spirituale e filosofica, che non può essere dimostrata come fatto storico influente, il partito popolare italiano ha nel campo della economia la sua base teorica nella scuola cristiano-sociale, come scuola contrapposta all'atomismo liberale e al collettivismo socialista, e divergente, sempre nel campo economico, dalla corrente puramente conservatrice. La lunga elaborazione di questo pensiero in Germania, in Austria, in Francia, nel Belgio, in Olanda, nella Svizzera, in Spagna, in Italia, con vivi focolai nelle altre nazioni e anche in America, non ha avuto solo un termine etico di giustizia e di carità, quale risplende nell'Enciclica «Rerum Novarum» di Leone XIII, né solo uno sforzo <pb n="105" />preservativo delle masse da infatuazioni anarcoidi e comuniste, ma anche una costruzione positiva nel campo economico-sociale, in una concezione organica della società e dei rapporti fra le varie classi e lo stato.</p>
      <p>5. - Il fondo economico della concezione cristiano-sociale e democratico-cristiana potrebbe sembrare contrario alla grande industria, in quanto questa allenta i vincoli domestici, attenua, anzi annulla i rapporti intimi e morali fra lavoratore e datore di lavoro, si sovrappone alla organizzazione statale e la domina, disintegra il sindacato e provoca motivi di continuo contrasto alla lotta di classe. Se così fosse, la nostra sarebbe una concezione economica arretrata di due secoli; la verità si è che mentre il socialismo, specialmente tedesco, ha teorizzato il movimento proletario della grande industria, ed è stato un prodotto naturale del rivolgimento economico creato dal dominio e dall'accentramento delle potenti forze economiche, e perciò il partito politico socialista ne è stato l'interprete e l'esponente; così il movimento cristiano-sociale ha spesso rappresentato, teorizzandone e valorizzandone gli elementi costitutivi, il complesso economico dell'agricoltura, dell'artigianato, della piccola industria, svolgentisi entro i limiti dello stato o delle regioni, nel maggior contatto con la vita domestica e la vita nazionale, e con una interferenza dei ceti medi, professionisti, urbani, che hanno interessi e mentalità simili a quelli dei piccoli produttori e cultura prevalentemente giuridica. La posizione dei cristiano-sociali, antitetica al socialismo materialista o idealista, marxista o sorelliano, non deriva da una visione parziale dell'economia moderna, ma da una valutazione generale dei fenomeni e dei principi economici e politici.</p>
      <p>Note fondamentali e specifiche di tale scuola sono la forma organica, come base economica e politica della società, che porta al riconoscimento giuridico della classe; e la finalità pratica, che mira a sopprimere la lotta di classe come diritto sociale, pur ammettendola come fenomeno transeunte, da superare ed eliminare, in quanto possibile, nella dinamica interclassista dell'organizzazione statale.</p>
      <p>6. <pb n="106" />- Fin oggi i tentativi teorici di questa scuola si sono fermati, direi, alla soglia del problema statale, nella interferenza economica con la classe, in quanto questa, disorganizzata e avulsa dal ritmo politico, si era irrigidita nel sindacato: espressione di pura concentrazione materialista e di semplici rapporti economici, posizione critica più che costruttiva, analitica più che sintetica, storica più che logica.</p>
      <p>La questione dell'intervento statale nell'economia privata, e delle funzioni economiche dello stato (o dei corpi locali) in quanto assuntore (monopolista o concorrente) di servizi pubblici o semi-pubblici, veniva anch'essa trattata come per sé stante, nei rapporti economici, non mai come problema di politica e di amministrazione pubblica. La tendenza favorevole a simili soluzioni di socializzazione di beni da godersi o di servizi da prestarsi alla collettività, rispecchiava motivi etici e tendenze sociali, spesso al di fuori di valutazioni economiche o finanziarie e di teorie etiche e politiche.</p>
      <p>Lo sforzo di sintesi di tutto questo materiale, elaborato dalla scuola cristiano-sociale, non poteva venire che dall'esperienza viva che i partiti politici potevano acquisire per lo sviluppo del pensiero teorico, nella pratica della pubblica amministrazione e nel contrasto delle aspirazioni con la realtà.</p>
      <p>Questo grande esperimento potevano fare simili partiti dove erano arrivati al potere, dove si eran potuti assumere le responsabilità pubbliche e potevano rivalutare la loro concezione teorica nell'attrito dei fatti. Ciò fecero prima della guerra i cattolici del Belgio, i cristiano-sociali d'Austria-Ungheria e il centro in Germania. Però, solo nel Belgio l'esperimento può dirsi completo come fatto autonomo, benché ivi le due ali dei cattolici rappresentassero insieme, nella maggioranza e nel governo, tanto i conservatori quanto i democratici cristiani. La loro esperienza è stata assai preziosa, tanto più che si trattava di uno stato la cui religione dominante è la cattolica.</p>
      <p>* * *</p>
      <p>- La questione centrale, quella dell'organamento dello stato, dei suoi diritti, dei suoi limiti, dei suoi rapporti con la chiesa, delle sue conquiste costituzionali, si presentava formidabile nel passaggio dalla teoria tradizionale cattolica, al fatto <pb n="107" />dell'attuazione sul terreno prettamente liberale. La letteratura politica del risorgimento in Francia, nel Belgio e in Italia, vide sul terreno dell'organizzazione statale i cattolici divisi in due campi: i tradizionalisti puri e i cosiddetti liberaleggianti; fra questi ultimi, l'Italia ebbe tre sommi: Gioberti, Rosmini, Ventura.</p>
      <p>Il tormento della coscienza cattolica, trasportato nella filosofia politica, era quello di conciliare le istituzioni liberali con la teoria tradizionale dello stato, dell'autorità e della libertà; allo stesso modo che in altro campo, lo sforzo e la lotta furono tormentosi per conciliare i diritti della scienza con quelli della fede. Oggi, dopo un secolo di lotte, nessuno scienziato ammette un'antitesi teorica fra scienza e fede; come nessun politico crede ad un'antitesi pratica fra stato moderno e coscienza religiosa.</p>
      <p>I vecchi termini di contrasti fra stato e chiesa — dei quali abbiamo le prime tracce politiche all'inizio dello stato di tolleranza proclamato da Costantino Magno — si sono spostati nello spazio e nel tempo per quasi due millenni, ma non sono scomparsi, per una fondamentale ragione di lotta fra lo spirito e il corpo in ciascuno di noi, nel dualismo della concezione cristiana, per la quale i valori morali sono trasportati ad un piano più elevato (sovrannaturale) con una finalità al di là della terra e della vita. La coordinazione dei fini, in quanto è atto personale subiettivo, produce la perfezione cristiana fino alla santità; in quanto è atto collettivo e oggettivo, dovrebbe produrre uno stato di perfezione sociale, il che nel fatto è impossibile, nemmeno con una disciplina che arrivi alla coercizione non solo civile, ma anche religiosa.</p>
      <p>La storia di due millenni di cristianesimo ci ha dato la prova del contrasto etico e politico permanente — sia allo stato latente, sia aperto e violento —, che ha avuto le sue conclusioni parziali con le paci dopo le persecuzioni, con i concordati dopo le lotte giurisdizionaliste, con le tregue dopo gli scismi; i nomi tragici e grandi di tali lotte sono nomi della più grande storia, da Canossa a Fontainebleau.</p>
      <p>8. - Lo stato «moderno», nella sua concezione teorica, è il prodotto naturale di uno scisma spirituale operatosi nella coscienza <pb n="108" />umana, per effetto del razionalismo. Per esso, i rapporti con la Chiesa (sia cattolica, protestante od ortodossa) sono puramente formali ed esteriori, lo stato organo <hi rend="italic">totale</hi> tratta la chiesa come un'entità <hi rend="italic">particolare</hi>; e con essa ha solo rapporti di tolleranza o di concordati, con precisi limiti di diritto codificato e con elementi di influenza giurisdizionalista. Nello stato moderno i termini di contrasto con la chiesa cattolica si sono ristretti a tre principali e fondamentali: la libertà religiosa della gerarchia nel culto e nell'apostolato, la libertà scolastica, e l'unità della famiglia. Altre questioni particolari, economiche e giuridiche degli enti pii e degli enti ecclesiastici, hanno più o meno connessione o importanza, secondo i luoghi, le relative storie, la sopravvivenza di legislazioni particolari; ma le prime sono le questioni centrali che hanno formato nel secolo XIX l'elemento di lotta fra stato e chiesa, specialmente in Francia, in Italia e in Germania, anche negli stati anglo-sassoni, e nell'America del Sud.</p>
      <p>E come la filosofia razionalista, pur nel variare di metodi edi sistemi, cerca di ridurre il fenomeno religioso a proporzioni individuali, subiettive e subintellettuali; così la politica razionalista tende a fermare la ragione sociale della religione a un fatto di tolleranza e di subordinazione allo stato, e quindi ad elevare lo stato al di sopra delle proprie funzioni giuridiche, politiche ed economiche, a funzioni, anzi a struttura etica autonoma, della quale la religione può essere un mezzo utile e di educazione e di dominio.</p>
      <p>9. - La concezione dello stato <hi rend="italic">etico</hi> (nel senso di <hi rend="italic">assoluto morale</hi> o <hi rend="italic">primo etico</hi> della società) ha naturale rapporto con la concezione dello stato <hi rend="italic">panteista</hi>; cioè son due facce della medesima concezione teorica.</p>
      <p>Tutto il processo del secolo XIX, fino allo scoppio della guerra, è in funzione di una iper-valorizzazione statale, come sintesi assoluta di tutte le energie, anche economiche, e come un ferreo dominio di ogni attività umana, assorbita e costretta nella cerchia dell'organismo statale; le forme di libertà, conquistate contro l'organizzazione economica e politica dei governi assoluti ricostituiti dopo l'impero napoleonico, sono oggi divenute forme esterne, quasi prive di contenuto morale, a tutela dei monopoli di fatto, politici ed economici.</p>
      <p>
        <pb n="109" />Il clima politico ha ora accentuato ora limitato simile concezione totalitaria dello stato; nel fatto, l'accentramento statale ha pervaso tutte le energie etiche, culturali ed economiche, dandovi un aspetto quasi religioso verso una nuova deità. Solo la chiesa cattolica, nella sua struttura superiore e internazionale, nella sua posizione di antitesi, pur nell'opportuno adattamento concreto, non ha subìto questa costrizione, ed è rimasta fuori del ritmo dello stato <hi rend="italic">panteista</hi>, nonostante i tentativi e le insidie, durante e dopo la guerra.</p>
      <p>Il socialismo accetta lo stato quando diviene stato socialista, trasformandolo in una sintesi economica pel dominio della classe unica operaia: l'ultimo passo nel tormento della lotta di classe, che dovrebbe tendere ad una stabilizzazione comunista. Qui mancano i termini di riferimento per una concezione logica, non essendo possibile precisare i termini di una non-realtà. Così il movimento socialista rimane una tendenza del divenire sociale, espressione negativa, mai costruzione positiva. L'influenza socialista sulla società borghese è servita a rifare tutta una concezione economica di fronte al più sfrenato liberismo, non mai a creare una teoria politico-statale. Mentre per il liberalismo razionalista, il primo politico (stato) diviene primo etico; per il socialismo, il primo economico (stato proletario) diviene primo etico; nell'un caso e nell'altro, lo stato è sostanzialmente il <hi rend="italic">tutto</hi> (ragione panteista).</p>
      <p>10. - L'esperienza pratica dei cristiano-sociali o dei cattolico-sociali, e oggi dei popolari, direttamente e indirettamente al governo, partecipanti e viventi nello stato moderno, è servita a sgombrare molti pregiudizi attorno alla loro concezione statale, a far loro valutare nella realtà i presupposti teorici e a formare una corrente intermedia della concezione statale, che oggi ha l'adesione pratica di quanti rifuggono dal monismo liberale e da quello socialista, portati alle loro estreme conseguenze.</p>
      <p>Essi, anzitutto, si sono posti sul terreno pratico dell' <pb n="110" />organamento dello stato costituzionale, non solo come forma di governo legittimo (la chiesa come tale è indifferente verso ogni organizzazione statale ed ogni forma di governo), ma come regime accettato, voluto e difeso, perché rispondente alle ragioni di fatto e al progressivo divenire della società civile; e anche perché lascia margine e dà i mezzi alle necessarie modifiche e agli sviluppi che sono richiesti da una organizzazione popolare o democratica dello stato, in quanto il <hi rend="italic">popolo</hi> (<hi rend="italic">demos</hi>) possa partecipare più intensamente al regime del proprio paese.</p>
      <p>Questa posizione mentale — assai diversa da quella di un secolo o di mezzo secolo fa quando non pochi fra i cattolici non accettavano il regime costituzionale democratico come diritto di popolo —, è anche diversa da quella di coloro che, pur ammettendola come stato di fatto e non come teoria, partecipano alla vita amministrativa e politica a puro scopo difensivo di principi religiosi ed etici e di interessi legittimi, senza per questo idealmente aderirvi, temendo che ciò fosse lo stesso che dare l'adesione alla teoria liberale, che essi escludono.</p>
      <p>I popolari invece (con questo nome comprendo anche le altre denominazioni a carattere politico-costituzionale dei cattolici come cristiano-sociali, democratici-cristiani, popolari-sociali e simili) sostengono il regime costituzionale democratico, in quanto rappresentanza politica del popolo e partecipazione diretta alla vita amministrativa statale; senza che per questo riconoscano e accettino la concezione razionalista dello stato moderno, detto anche stato liberale. La nostra concezione statale, si rifà alla tradizione del pensiero scolastico; per noi, lo stato è l'organizzazione politica della società umana, ai fini naturali della convivenza, e presuppone i limiti del diritto di natura. Ha quindi funzioni etiche (non vi è diritto senza morale), ma non è un <hi rend="italic">primo-etico-sociale</hi>;ed ha fini collettivi, ma non è un <hi rend="italic">assoluto-collettivo</hi>.</p>
      <p>11. - Il regime democratico ha la sua base nella concezione delle libertà fondamentali; queste furono precisate, nel periodo costituzionale, in libertà di pensiero, di riunione, di stampa, di voto, di culti.</p>
      <p>Nessuna libertà è senza limiti perché diverrebbe licenza; ma <pb n="111" />la oggettività e la precisione dei limiti evita l'arbitrio. Entro queste colonne d'Ercole, nessuno può disconoscere che le libertà civili van tutelate e invocate; e noi popolari ne siamo ardenti difensori anche contro i regimi monopolistici che derivano dallo stato panteista. E non solo perché, nella maggior parte del casi, noi rappresentiamo una minoranza che vuole tutelare una somma di diritti e di interessi spirituali e materiali, che solo il regime di libertà può favorire; ma anche perché la libertà è un bene dinamico della vita sociale, che con tutte le conseguenze negative, è da preferire ad ogni altro regime di coercizione; e infine perché le libertà politiche rispondono ad uno stato di evoluzione della società civile, e il sopprimerle creerebbe maggiori mali e forniti a maggiori turbamenti. Se in regimi assoluti, nel clima storico che li rende necessari o utili, possono, per normalizzare la vita sociale, operare freni coercitivi esterni; in regimi costituzionali operano altri freni, meno giuridici e più morali; e nella dinamica della libertà agiscono energie ristoratrici del male sociale.</p>
      <p>Questa concezione non è fondata su criteri di semplice relativismo storico, cioè di un adattamento degli istituti ai fatti, senza una valutazione del fondamento etico e giuridico degli istituti stessi; ma è fondata sopra i due fattori, l'etico-giuridico e lo storico, in una convergenza sintetica.</p>
      <p>Coloro che temono che la libertà divenga licenza, sia nel campo etico che in quello politico, e quindi spesso (anche senza negarla) hanno paura della stessa libertà, confondono purtroppo l'essenza della libertà con l'abuso che se ne fa (come di tutte le facoltà umane) senza che l'opera dell'autorità o quella delle altre forze morali arrivino ad arginarne l'eccesso. Se ciò avviene in forma collettiva e duratura, determina le reazioni, che possono arrivare a ristabilire un certo equilibrio. Lo stesso è a dirsi se si abusa dell'autorità; questo è un fenomeno più pernicioso, perché più ordinato, più intelligente e più efficace, e le reazioni sono più gravi e piene di pericoli. La storia ha indici indubbi che l'abuso dell'autorità arriva a maggiori eccessi che l'abuso della libertà.</p>
      <p>In ciò la dottrina cattolica non contraddice al pragmatismo politico; l'esperienza del fatto vissuto e concreto ha dato alla concezione teorica una riprova che non è di semplice relativismo storico.</p>
      <p>
        <pb n="112" />12. - Il regime costituzionale rappresentativo, le libertà civili e politiche entrano quindi nel sistema del «popolarismo» come elementi necessari, sia come istituti giuridico-politici, sia come istituti storici, cioè in quanto adatti alla civiltà presente e alle necessità della vita nazionale.</p>
      <p>La differenza e il contrasto con la concezione liberale democratica quindi non sta nella sostanza realistica dell'istituto; sta invece nella valutazione teorica e nelle conseguenze logiche di tale valutazione.</p>
      <p>I liberali adeguano la società con lo stato, lo stato con il regime; quindi parlano di stato liberale come un <hi rend="italic">quid</hi> assoluto, etico, giuridico, economico e politico; e per poggiare sopra un saldo fondamento, che non faccia traballare l'<hi rend="italic">assoluto</hi> (il <hi rend="italic">pan</hi>), ricorrono alla sovranità popolare, come coscienza dinamica e forza immanente dello stato. Anche sulla teoria della <hi rend="italic">sovranità popolare</hi> occorre fare una discriminazione fra noi e i liberali; noi ammettiamo che il popolo, partecipando all'atto formativo del regime e costitutivo dell'organo legislativo, eserciti un atto di sovranità, pari a quello che esercita il capo dello stato quando nomina il governo popolare, e quindi in questo senso si può parlare di sovranità popolare in regime costituzionale. Noi non ammettiamo che il popolo sia fonte assoluta di autorità e di sovranità quale principio etico-giuridico; allo stesso modo che non ammettiamo che lo sia il monarca o l'imperatore; sono mezzi l'uno el'altro perché l'autorità si esprima e si concretizzi in una società organizzata (quale è lo stato) con le leggi tradizionali storiche ed evolutive della propria organizzazione. Il consenso, tacito o espresso, del popolo, è la partecipazione morale alla forma di regime e alla sua efficacia storica; il dissenso, legittimo o rivoluzionario, esprime un momento dinamico; nell'un caso e nell'altro, il diritto e il fatto possono confondersi o possono stare in contrasto. Nessuna ragione assoluta — come ha creduto il liberalismo — risiede nel popolo, come unica fonte del diritto e come principio etico dello stato.</p>
      <p>Perciò, per noi, lo stato, in quanto società organizzata politicamente, è diverso dalla società e non si confonde col regime; non vi è quindi uno stato liberale o uno stato fascista o simili; vi è uno stato a regime liberale, a regime democratico, o a <pb n="113" />regime assoluto e così via; ma lo stato esiste con qualsiasi regime; e nella sua natura fondamentale e nelle suefacoltà naturali, con qualsiasi regime è sempre lo stesso.</p>
      <p>I popolari quindi nel senso suesposto ammettono la sovranità popolare (frase storica) come partecipazione popolare, diretta alla formazione del regime e all'esercizio costituzionale (suffragio-petizione-referendum e simili) e come adeguazione più intima della coscienza popolare alla vita politica del paese.</p>
      <p>13. - Questa lanotevole differenza teorica fra noi e i liberali-democratici; differenza che ci pone nettamente contro le conseguenze pratiche della loro concezione nella vita statale. Essi sono arrivati all'accentramento statale, sia come difesa dell'autorità dalle iniziative libere, sia come spirito di dominio, sia come credo nell'assoluto statale. Noi popolari, conseguentemente alla nostra concezione statale, combattiamo ogni forma di accentramento, sia perché crediamo che nella società vi sono diritti individuali e sociali, da riconoscersi e da garantirsi da parte dello stato, e anche da regolarsi per quanto riguarda la loro incidenza politica, ma da non potersi né violare, né sopprimere; sia perché il gioco delle libertà e delle autonomie sprigiona forze vitali ed energie sempre nuove, che nel rapporto con lo stato (cioè con un'organizzazione preordinata e ordinata) sono l'elemento dinamico di fronte all'elemento statico. Noi oggi combattiamo per l'autonomia della famiglia, della scuola, della chiesa, degli enti locali, dell'economia — contro i tentativi di accentramenti o di subordinazioni giurisdizionaliste — la battaglia della libertà.</p>
      <p>Così a spiegare i termini che uso nei miei discorsi come popolare mi proclamo <hi rend="italic">democratico</hi>, anzi<hi rend="italic"> democratico-cristiano</hi>, eciò risponde alle premesse teoriche già esposte; e per le stesse premesse combatto lo stato <hi rend="italic">democratico-panteista</hi>; accetto, anzi sostengo la libertà, ne esalto il motto di combattimento «libertas» preso dal partito popolare italiano, inserito nello scudo crociato, e combatto la concezione liberale individuale antiorganica, atomistica, che si fonda sulla sovranità popolare come fonte assoluta di diritto.</p>
      <p>La concezione statale popolare — messa in antitesi con la <pb n="114" />concezione teorica e con la pratica realistica in Italia, specialmente nel periodo del governo della democrazia — ha fatto affermare il partito popolare italiano al suo sorgere, in una posizione centrale fra destra e sinistra politica, nella dinamica della lotta iniziatasi nel dopoguerra, quale fu prevista nel mio discorso del 17 novembre 1918 tenuto a Milano: con il quale si precludeva al primo appello del partito «ai liberi e forti» e quale risulta dallo spirito e dagli indirizzi di questi sei discorsi che sono qui raccolti, come studio della realtà ed insieme come motivi di battaglie politiche.</p>
      <p>14. - Ci si accusa di volere, con la nostra teoria, disintegrare lo stato, svuotandolo di contenuto etico, e quindi di autorità nazionale. L'errore sta nell'equivoco fondamentale suesposto, che trae origine dalla diversa comprensione della parola stato. Questa non può indicare altro che l'organizzazione politica della società in un determinato territorio, che oggi si concepisce in atto o anche in potenza, come nucleo o famiglia nazionale. In quanto tale, mentre comprende tutta la società unificata nella nazione; non ne esprime direttamente tutte le ragioni sociali: solo o li rappresenta o li tutela o li dirige o li integra o li garantisce o li lascia al libero svolgimento delle diverse attività individuali od associate.</p>
      <p>Lo stato e la società non si identificano; ma lo stato in tanto è più perfetto in quanto rappresenta ed esprime gli elementi vari e diversi costituenti la società, e ne aiuta a sviluppare le insite energie in un continuo sforzo progressivo. Che sia così, la storia ce ne dà la più larga riprova, dimostra che lo stato primitivo limitava le sue funzioni ad assommare le forze di difesa armata, mentre per il resto si confondeva con la famiglia o con il sacerdozio, che avevano forze giuridica, etica ed economica prevalenti ed assorbenti; mentre, nel progresso di elaborazione millenaria, con la stabilizzazione locale in città e <pb n="115" />provincie, con la regolamentazione economica, con la formazione di caste e di classi, con la concretizzazione della legge scritta, la risultante politica e organizzativa dello stato assume figura, rapporti, ragioni più precise e complesse. Ma guai se tutte le forze sociali fossero comprese e assommate nello stato, spesso mezzo di dominio tirannico e personale, espressione di caste e di interessi; guai, se tutti gli strumenti di vita sociale fossero in mano dei detentori del potere politico, a danno di quegli altri organismi viventi (famiglia, comune, scuole, università, chiese, enti pii, per usare una fraseologia moderna, ma che in ogni epoca e presso ogni popolo hanno termini correlativi a esprimere organismi e forze vive sociali); il progresso sociale e la civiltà umana avrebbero avuto e avrebbero un arresto formidabile, come di fatti è avvenuto in periodi di intollerabile tirannide e di soffocamento di popoli oppressi.</p>
      <p>Le lotte medievali contro imperatori e contro papi (come autorità civili) per i privilegi e le autonomie di università e di comuni; le lotte fra re e baroni per la conservazione di diritti tradizionali e di preminente feudali — dato il periodo storico e la incertezza politica di organismi e di autorità — erano mezzi naturali per la difesa di quelle elementari libertà, che, nel circoscritto vivere civile e nell'ambiente allora assai limitato delle attività umane, garantivano lo svolgersi della civiltà del tempo. Nessuno vorrà sostenere che lo stato, come organismo collettivo, sia sorto dopo la rivoluzione francese; del resto si potrebbe rifare la questione nei rapporti con lo stato napoleonico in Francia, o con gli stati e staterelli prima dell'unità italiana, e con lo stato degli Asburgo o degli Hohenzollern o dello Czar delle Russie.</p>
      <p>15. - Parliamo dello stato moderno: forse, perché è costituzionale e liberale, si identifica con la società, mentre prima, storicamente, non vi si identificava? Ma quale causa avrebbe prodotto ciò? Forse la volontà collettiva espressa in un voto politico? Questo voto è di una minoranza; l'Italia solo nel 1913 ha attuato il suffragio universale maschile e non ha ancora il suffragio universale femminile; una volontà adunque simbolica la costituzionale; ma questa è legge positiva, convenzione, <pb n="116" />regime modificabile; non sarebbe mai l'atto creativo (è bene dire così) dello stato primo-etico, ragione assoluta! Se oggi i fascisti credono di sostituire il regime liberale (lo chiamano stato liberale) per inaugurare, non sappiamo esattamente ancora su quali principi, altro regime, che essi chiamano «stato fascista», ciò non può rappresentare altro che un processo storico e una evoluzione o involuzione di istituti (secondo i punti di vista) o un metodo di governo o una diversa posizione degli elementi sociali, per tendere ad un equilibrio di forze o ad una sovrapposizione di alcune forze su altre; non può mai toccare la sostanza, le ragioni, i limiti dello stato, che, nel variare di organizzazione, sono fondamentali e posti da natura al disopra delle volubili volontà umane, delle lotte e delle passioni civili.</p>
      <p>È vero, questi limiti naturali sono spesso soverchiati; tutta la storia della schiavitù, anche presso popoli civili, anche regolata da leggi, è una prova delle enormi deviazioni etiche permanenti dello spirito umano, individuale e collettivo. Le leggi dello stato dei Soviets in Russia sul regime familiare valgono quanto le aberrazioni etiche della rivoluzione francese. Si dirà che le rivoluzioni segnano periodi di turbamento, che nel trasformare istituti pubblici esse arrivano ad eccessi, che prima legalizzano e poi modificano. Però, coloro che affermano l'assoluto etico dello stato non possono logicamente distinguere fra la potenza e l'atto, fra la norma e la risultante, fra la teoria e la pratica, perché logicamente l'assoluto è sempre in atto e l'idea è sempre realtà. Infatti in quale momento lo stato non è stato? L'assoluto non è assoluto? Il primo etico non è primo etico? Se vi è questo momento, sia nella barbarie della schiavitù, sia nella fucina della rivoluzione, sia nel traviamento dell'assolutismo, non c'è più lo stato primo assoluto e lo stato primo etico; c'è solo la storia umana che si evolve nel relativismo di causa ed effetto, nel realismo della potenza divenuta atto, nel dualismo dell'etica naturale in contrasto con l'egoismo umano.</p>
      <p>16. - Lo stato partecipa, è organo attivo, il primo organo sociale naturale in questo svolgersi dinamico della società umana attraverso lo spazio e il tempo, in questo perpetuo realizzarsi della vita associata degli uomini. Come tale, è anch'esso un organo <pb n="117" />etico, o meglio ha funzioni etiche, come tutti gli organi sociali naturali, in primo luogo la famiglia. Perché lo stato, in quanto è l'organizzazione politica della società, non può non basarsi sopra elementi morali, che formano il substrato del diritto. Questo è elaborato dalla dura esperienza dei popoli, come una legge costante di rapporti, adattabile e perfettibile, ma che scaturisce dalla natura. Come non si nega la legge fisica dei corpi, legge assoluta e relativa insieme, legge costante e nella specificazione e trasformazione dei corpi (fatta per cause naturali o per arte e scienza con sempre nuovi rapporti di causalità); così non si può negare che dalla legge fondamentale e naturale dell'uomo, conservazione dell'individuo e della specie (vita individuale e vita collettiva), sorga la ragione sostanziale dei rapporti naturali, dai più elementari ai più complessi, che si compendiano nella espressione di S. Paolo: <hi rend="italic">ut sobrie</hi> (verso sé) <hi rend="italic">et juste</hi> (verso gli altri) <hi rend="italic">et pie</hi> (verso Dio) <hi rend="italic">vivamus in hoc seculo</hi>.Svolgendo questa legge naturale, nella sua dinamica, si arriva all'organizzazione più complessa e completa della vita sociale. Il fondamento dei rapporti umani è nella giustizia e nell'amore del prossimo, etica è giure insieme, e l'organizzazione si basa sull'equilibrio fra autorità e libertà.</p>
      <p>Questi non sono schemi ideali, ma valori reali e permanenti. Quale che sia il grado di sviluppo di un nucleo sociale, la sua cultura, lo svolgimento economico e l'importanza politica e militare; quali che siano le forme di regime, rispondenti alle condizioni della civiltà in atto e in evoluzione, in ciascuno stato non possono mancare i presupposti etici della sua costituzione giuridica, perché derivano dalla legge di natura che è insita nell'uomo come animale ragionevole e politico e sociale (che in questo caso è lo stesso); e in tanto questi presupposti etici saranno resi realtà vissuta, in quanto lo stato meglio adempie alle sue funzioni, principale quella giuridica per la tutela e garanzia dei rapporti privati e pubblici e per il miglioramento del costume. Siffatta funzione etica dello stato non è che una naturale derivazione della sua ragion d'essere e degli scopi che in una ordinata società possono raggiungersi; non in quanto lo stato crea il diritto e la morale, ma in quanto ne concretizza il fatto nel campo politico.</p>
      <p>
        <pb n="118" />Tale concretizzazione risponde a quel complesso di cultura, credenza, usi, tradizioni, valutazioni, interessi, ambiente, clima morale, che la storia di un popolo accumula non solo nella coscienza collettiva, ma che fa inconsciamente vivere nella stessa struttura plico-fisica di ciascuna razza e di ciascun individuo. E quanto più sviluppata è tale coscienza collettiva e più vivo il senso di solidarietà, quanto più estesa è la cultura, più partecipe è il popolo al governo pubblico, e più riconosciuti sono i valori etici, tanto più progredita è la nazione, meglio organizzato lo stato e più rispondente ai bisogni generali.</p>
      <p>17. Sotto questo aspetto storico, falsano la coscienza generale dell'epoca presente coloro che la vogliono avulsa e in contrasto con la civiltà greco-romano-cristiana, che è la grande tradizione di tutti i popoli civili. E se da più di un secolo tale civiltà si è sviluppata nel clima razionalista, ha fatto sempre sentir l'influenza di quanto tre millenni hanno accumulato in noi: il nostro diritto civile e penale si è evoluto, ma non tradisce le sue origini; l'etica naturale, anche nell'attenuazione di certi valori morali, è espressa dalla tradizione; lo svolgimento costituzionale degli istituti liberali presuppone una virtù etica che si innesta nel cristianesimo; nel viver politico molte forze sono quelle che la civiltà cristiana, e il cattolicesimo specialmente, hanno impresso del loro suggello. La chiesa — come tradizione di cultura, di arte, di influenza sugli istituti e sull'economia — vive anche là donde è stata cacciata. Tutto ciò è una forza morale e sociale perché è storia e realtà.</p>
      <p>La rivoluzione razionalista voleva creare un nuovo ordine, annullando il precedente; credeva poter fare <hi rend="italic">tabula rasa</hi> per il nuovo edificio statale; ma le tradizioni della nostra civiltà sono ripullulate dalle macerie delle cose distrutte; e mentre il nuovo si è innestato all'antico, secondo il ritmo dei bisogni e delle esigenze di una vita sociale e politica che ha allargato la sua cerchia d'azione; gli elementi di civiltà si sono ricongiunti in un nesso storico insolubile, mentre le energie perenni di vita vanno operando nel corpo sociale indipendentemente o anche contro lo stato. Perché questo, come organizzazione in atto, può essere più o meno espressione della civiltà di un popolo; può, in <pb n="119" />conseguenza, modificare i suoi organi e sviluppare le sue leggi, per arrivare sempre meglio ad una maggiore adeguazione col ritmo della civiltà e ad una più completa assimilazione delle energie sociali.</p>
      <p>In questo crogiolo storico i valori etici possono essere, più o meno bene, espressi e regolati nella loro incidenza politica; l'istinto collettivo e la perfettibilità umana impongono che lo sforzo per una migliore adeguazione sia perenne e costante, arrivi alle più lontane plaghe dove esistano nuclei di popolazioni e pulsi una vita. In questo sforzo sociale ogni energia spontanea o riflessa, individuale od organica, piglia il suo posto e assume il suo valore. Lo stato, in quanto è la più alta espressione organizzativa naturale della società umana, esprime, valorizza, coordina, regola queste energie, non nella loro ragione autonoma o personale (libertà), ma in quanto divengono espressione di rapporti pubblici o privati, che una regola (legge) limita e garantisce.</p>
      <p>***</p>
      <p>18. - Precisata così la funzione etica dello stato, la risposta a coloro che ne temono la disintegrazione e l'indebolimento è implicita e insieme chiara: non vi è disintegrazione dove non vi è scompaginamento e sottrazione dei fattori sostanziali; il resto è stato aggiunto ovvero è stato usurpato dalla prevalenza di quell'organo che può tradurre in legge il volere, e può trasformare la legge in espressione di forza. Perciò oggi la lotta dei popolari è contro lo stato accentratore, monopolista, burocratizzato, assoluto. Non per disintegrarlo, ma per ridurlo nei termini di equazione con la società nazionale, che dopo aver acquistata la sua unità sente il disagio, l'impaccio, la paralisi dell'organizzazione centralista, e vuole sviluppare meglio le sue energie individuali, locali e spirituali, in rispondenza al loro interno dinamismo.</p>
      <p>Le correnti politiche rappresentano questo flusso e riflusso di energie, nel perpetuo divenire e realizzarsi della società umana. Anzi, perché il ritmo della società venga normalizzato, occorre uno sforzo più sensibile, e qualche volta eccezionale dei partiti, fino a forme rivoluzionarie (il dopo guerra ha portato un clima di violenza); ma le idee generali <pb n="120" />prevengono o sintetizzano i fatti, come moventi e come regolatrici.</p>
      <p>Nel mio discorso di Firenze (gennaio 1922) accennavo alle tre correnti antistatali: il socialismo, il popolarismo, il fascismo. Quest'ultimo è prevalso come metodo e come governo; la sua caratteristica (come quella dei nazionalisti) è di essere un partito anti-democratico. Deriva ciò dal modo e intensità della reazione, ovvero dalla negazione dei principî costituzionali e potenzialmente democratici acquisiti in Italia insieme alla nostra unità nazionale?</p>
      <p>L'opera di disincaglio dello stato da tutte le superfetazioni create dal parlamentarismo democratico, spesso demagogico, sotto la pressione socialista, giova — è vero — a sgombrare il terreno da inutili inciampi; ma la non perfetta percezione della crisi, il timore di indebolire lo stato e forse anche la sopravvalutazione del potere politico, li fa tendere non solo ad un più forte accentramento amministrativo, ma anche a tentativi di riforme istituzionali in senso anti-liberale.</p>
      <p>Che questa sia la concezione dello <hi rend="italic">stato fascista</hi>,non può ancora affermarsi con sicurezza, perché il fascismo più che sistema è metodo; però nel rapporto del metodo con l'oggetto dell'azione si sente l'istinto del dominio che vuole assommare o accentrare per infondere alla vita politica il proprio ritmo, e ciò è conseguenza logica; che questa arrivi alla limitazione delle libertà, come forma pratica più che teorica, può essere spiegabile nel periodo del rivolgimento; che si voglia poi variare la forma del regime costituzionale, non sembra ancora acquisito dalla pubblica opinione. Certo, non si può affermare che il fascismo rappresenti una classe e una economia nuova, che faccia una politica propria e che crei quindi una filosofia che la valorizzi in nuovi istituti.</p>
      <p>Una delle ragioni fondamentali degli ordinamenti statali è lo stadio della struttura e dello sviluppo economico della società. La grande industria e la rapidità dei commerci han reso necessari i grandi stati, ed han contribuito ad elevare le masse popolari a un tenore di vita e di cultura, che li fa partecipi necessari della vita nazionale.</p>
      <p>Il regime assoluto della Russia degli Czar, a parte i tentativi di attenuazione, non poteva essere trasportato in Europa. Oggi le economie in crisi negli stati vinti o fanno <pb n="121" />precipitare nell'anarchia o rendono instabili i governi; sì che sono possibili i tentativi detti di restaurazione, che possono anche tendere verso forme più o meno larvate di dittatura e di assolutismo. Il periodo napoleonico va studiato sotto questo aspetto, come conseguente alla rivoluzione francese. Però, quando un popolo ha una vera forma morale (che è la sintesi di tutte le forze attive dentro e ai margini dello stato) le affermazioni ideali, le conquiste di pensiero, le ragioni storiche e gli interessi economici collettivi, reagiscono; o inserendosi nelle nuove forme politiche o soverchiandole, nella lotta per ulteriori trasformazioni.</p>
      <p>Oggi l'Italia — se attraversa una propria crisi economica, morale e istituzionale — non per questo ha variato la sua struttura economica, né ha mutato gli elementi interiori del suo divenire, né ha perduto la ragion d'essere della sua costituzione: la democrazia intesa come regime di popolo. È l'orientamento statale che deve modificarsi, è l'eccesso e la degenerazione della funzionalità dello stato che deve correggersi e rinnovarsi, insieme al costume politico del paese; perché i valori spirituali, economici e politici siano meglio utilizzati e rispondano più intimamente alle esigenze vitali del nostro popolo.</p>
      <p>La battaglia che il partito popolare ha iniziato quattro anni fa per la riforma statale — che fermenta nel travaglio del dopo guerra e che ha le sue espressioni nella crisi economica e nella crisi politica, battaglia fatta sopra un programma organico e con precisi obiettivi — ha incontrato gli ostacoli di un dopo guerra bolscevizzato e della conseguente reazione fascista; ostacoli in gran parte su terreno economico, mentre la lotta era e non poteva essere che politica e morale insieme.</p>
      <p>Il fascismo, arrivato al potere, va abbandonando (almeno al centro) il metodo violento che lo ha reso efficiente, e cerca opportunamente consensi all'agire governativo per poter esser di fatto una forza morale riformatrice e rinnovatrice.</p>
      <p>La crisi nostra è più profonda di ogni atteggiamento e posizione di partiti; e non può essere risoluta che con intenso e diuturno lavoro, con impegno volitivo e sforzo collettivo, imposti dall'istinto di salvezza. Nessuno può presumere di avere <pb n="122" />un monopolio di questa attività autogenetica, nessuno può identificarsi col principio vitale: tanto la cooperazione delle forze, quanto la lotta dei contrasti vale ai fini della rigenerazione; la voce delle minoranze spesso è più operativa del plauso delle maggioranze. Occorre la <hi rend="italic">reductio ad unum</hi> per vitalità organica, occorre la <hi rend="italic">coesistentia plurium</hi> per valore di libertà.</p>
      <p>- Più volte, nella critica fatta ai miei discorsi, si assume che io pretenda che la rigenerazione del nostro paese venga dalla riforma schematica ed esteriore degli organi istituzionali statali o decentrati, e che la mia riforma sia di carattere formalistico, non interiore e perciò non rigenerativo. Chi, scevro da preconcetti, leggerà questo libro, noterà lo sforzo di unire insieme sostanza e forma, valore intimo ed esterno involucro, principio dinamico e stabilizzazione organica. La riforma statale parte dal basso come consenso, lotta, dinamismo; scende dall'alto come attuazione; viene dall'intimo come tendenza spirituale espressa e sintetizzata; è tradotta e adattata nel contingente dell'azione politica direttiva.</p>
      <p>Non si può assolutamente prescindere dalla forma, cioè dall'organamento istituzionale centrale e periferico e dalla espressione esteriore, ordinata e gerarchica degli istituti sociali; ed è stoltezza pensare che possa attuarsi una riforma semplicemente morale ed intima, senza che tocchi la natura, i limiti e le forme costitutive degli enti pubblici. D'altra parte è pur vero che deve modificarsi l'orientamento spirituale e il contenuto etico e sociale dell'attività nazionale. Ed è in questo campo che l'azione popolare si è esplicata e si esplica con maggiore intensità; i miei discorsi ne chiariscono gli indirizzi teorici e pratici.</p>
      <p>Nel suesposto duplice senso della riforma statale si inserisce oggi un esperimento audace cui non mancano consensi; però manca la convinzione dell'intelletto, per il dubbio non tanto sugli uomini o sul metodo, quanto sulle idee direttive. Ci ripugna credere che si tenda all'assolutismo larvato o all'oligarchia dominatrice o al conservatorismo economico.</p>
      <p>- Una nota costante nel fascismo è quella della valorizzazione nazionale: se ciò indica la migliore adeguazione della <pb n="123" />società nei suoi valori interni, si confonde con la valorizzazione statale: se ciò indica la lotta agli clementi di disgregazione, quali sono i partiti anarcoidi, ciò ricade nella posizione politica dei partiti in confronto alla legge comune (nessuno pensa a leggi di eccezione tranne nel caso che lo stato o l'ordine siano in pericolo); se ciò si riferisce ai rapporti con altri stati, ciò coincide con gli indirizzi di politica estera.</p>
      <p>Sotto questo triplice aspetto, certo è che nel valore storico di un popolo, nella sua stessa tradizione, nella concezione della propria autonomia e indipendenza, nella coscienza della propria missione e nella ragione di civiltà, si identifica lo sforzo nazionale a conservare istituti tradizionali, posizioni morali e politiche tanto all'interno che all'estero. Il miglioramento morale culturale ed economico, lo svolgimento di libere istituzioni, la stessa struttura fisica della popolazione vanno curati con tutti i mezzi; in tanto un popolo è cosciente della sua forza, in quanto meglio partecipa alla vita collettiva, se di fatto tale vita è comunicata da ogni parte ad ogni parte.</p>
      <p>Prima erano i regni; le nazioni come unità politiche sono un prodotto della democrazia, cioè del governo popolare. Sotto questo aspetto, il nazionalismo dovrebbe negare l'imperialismo; perché ammesso che ogni nazione civile, cioè arrivata al suo grado di civiltà e di autonomia, ha diritto a governarsi e valorizzarsi; per ciò stesso non può non riconoscere il medesimo diritto ad altra nazione che si trovi o che arrivi a tale grado, e che si sviluppi nello stesso senso. L'imperialismo, come dominio su popoli civili o meglio che hanno coscienza di sé, è la soppressione del nazionalismo altrui. La civiltà progredita può dividere la Svezia dalla Norvegia, l'Irlanda dall'Inghilterra, può far ritornare a vita la Polonia e la Boemia, non ammette che la Francia disintegri la Germania e tenti larvate annessioni, o che la Russia miri a riprendersi la Polonia.</p>
      <p>Però il fascismo, con l'unirsi e quasi confondersi col nazionalismo, può compromettere la riforma statale, per quello spirito <hi rend="italic">panico</hi> che dallo stato democratico panteista passa alla nazione deificata, come espressione di tutte le forze non solo esteriori e formali, ma interiori e spirituali. Anche la politica estera, guardata attraverso l'esasperazione nazionalista, può <pb n="124" />essere compromessa nelle avventure di alleanze militari o di sfruttamenti capitalistici.</p>
      <p>* * *</p>
      <p>- Oggi, per gli eccessi di un internazionalismo che nega la patria, perché la identifica con la società borghese o capitalista, molti tendono a svalutare e a combattere qualsiasi movimento internazionale. Ora, per il fatto che lo stato non è tutta la società, non può affatto negarsi, che entro i limiti dei fini morali, sociali, economici, politici della società, possa ammettersi una comunione fra persone e organismi di diversi stati (si esclude, s'intende, il caso di stati belligeranti, ai fini della difesa). Così non può negarsi oggi un contatto, non dico nel campo religioso, intellettuale ed economico, ma anche nel campo politico.</p>
      <p>Vi sono dei pericoli; certo, in ogni fatto umano interno o esterno vi sono pericoli o deficienze, perfino nelle intese economiche; un <hi rend="italic">trust</hi> di olii o di petroli, una banca internazionale possono in un determinato momento non rispondere agli interessi generali. Però il bene sociale in queste interferenze e contatti umani è immenso. Altrimenti il cristianesimo non sarebbe mai uscito dalla Giudea; la scienza non sarebbe divenuta universale; l'economia sarebbe cristallizzata entro le barriere statali. Perfino il nostro risorgimento non avrebbe avuto mezzi e contatti possibili ai fini unitari e nazionali. Oggi si combattono le internazionali operaie; e in quel che esse contengono di antistatale, cioè di contrario alle leggi e all'ordine pubblico, possono dar luogo ad azione specifica; ma il contatto della famiglia operaia non può essere negato, come non è negato l'internazionalismo industriale o agrario.</p>
      <p>- Le forze umane tendono all'infinito; e come nel tempo si protendono verso il futuro con il nesso indissolubile di cause ed effetti, come se mai venisse meno la vita degli individui, che si perpetuano nelle generazioni; così nello spazio, tendono ad estendersi con il maggior numero di relazioni e di contatti, in una reciproca rifrazione di pensiero e di attività, come se mai <pb n="125" />vi fossero limiti. Ma limiti vi sono: lingua, razza, interessi, religione, cultura, politica; l'istinto impone che i limiti siano non soppressi né violati, ma superati nella possibilità di maggiore comunione.</p>
      <p>La tendenza internazionale moderna trae la sua origine e la sua forza da una maggiore democratizzazione delle nazioni: l'ufficio centrale del lavoro a Ginevra è un tentativo di normalizzazione internazionale delle correnti operaie; la società delle nazioni, pur priva di autorità e di sanzioni autonome, è lo sviluppo di un processo storico e ideale di una certa importanza.</p>
      <p>Però, pur concedendo molto all'idealismo pacifista e alle correnti democratiche, bisogna convenire che la società delle nazioni non ha ancora una salda base nella coscienza collettiva tale da conferirle autorità; perché mentre rimane un tentativo permanente di far vagliare da un corpo rappresentativo e diplomatico, di studiosi e di interessati, i problemi dei rapporti inter-statali, non supera però il valore degli elementi costitutivi, e quindi non ne diventa un organo di sintesi che abbia carattere autonomo e responsabile.</p>
      <p>Le forze internazionali storicamente reali o possibili, sono la <hi rend="italic">chiesa</hi>,forza religioso-morale, l'<hi rend="italic">impero</hi>,forza politico-militare. Il <hi rend="italic">popolo</hi>,come forza politica valorizzata dalla evoluzione democratica, non passa ancora i confini della nazione e non si traduce nel gioco internazionale nella <hi rend="italic">reductio ad unum</hi>,cioè nella valutazione specifica di un organismo superiore. Lo sarà in seguito e i posteri vedranno un medio evo di popolo, ove ci sia una forza pari a quella del pastorale e della spada?</p>
      <p>Quando la riforma spezzò l'unità di coscienza e di pensiero dcl popolo europeo, tolse ogni possibilità di unione internazionale politica e creò il governo assoluto e le monarchie; quando la rivoluzione francese sanzionò lo scisma razionalista, tolse ogni possibilità di intesa internazionale morale, e diede luogo ai governi nazionali. Oggi la grande guerra ha spezzato anche la solidarietà economica fra i popoli: invano si cerca una pace internazionale sul terreno democratico. Si rifarà il cammino per una unità non formale dei popoli civili?</p>
      <p>La storia ha le sue soluzioni e i suoi spostamenti. Si dice che la civiltà europea emigri in America, perché ivi si sono <pb n="126" />accumulate le ricchezze del mondo; si dice che l'America divenga il centro di irradiazione di quella grande civiltà storica (che coincide e che è satura di cristianesimo) la quale ha avuto per base l'Europa e come centro l'Italia, sede del papato; e che polarizzi il vecchio mondo asiatico e quello nuovo australiano. Si dice che, come le grandi civiltà asiatiche, egiziana, greca, cedettero all'Europa romana e cristiana; così questa ormai si esaurisce e cede all'America. Forse nel campo della economia potrà il rivolgimento avverarsi; ma la civiltà europea è sostanzialmente cattolica, e questa forza di rinnovamento etico, culturale, spirituale ha la sede centrale a Roma, mantiene ancora la sua unificazione e la polarizzazione, è e resterà fonte di vita, quando anche la catastrofe economica farà sentire i suoi effetti di imbarbarimento. La <hi rend="italic">reductio ad unum</hi> religiosa rimane nelle ore tragiche dell'Europa, quando anche verrà spezzata ogni solidarietà economica e civile.</p>
      <p>Il torto dell'Italia unificata fu quello di voler staccare il nostro paese dalla vitalità cattolica, come pensiero vissuto e come indirizzo politico; fu perfino appoggiato indirettamente il tentativo di protestantizzazione tedesca o anglo-sassone. L'anticlericalismo massonico fu per parecchio tempo quasi espressione del nuovo stato, non certo del paese. Il periodo è superato, benché la questione giuridica fra stato e chiesa non sia risolta.</p>
      <p>Altro errore sarebbe quello di tentare di fare della religione uno strumento di governo o di tentare di attenuare l'autonomia pratica della chiesa, e fornire così il pretesto per farla credere alleata di determinate classi dominanti.</p>
      <p>La chiesa, al di fuori di ogni lotta politica e di ogni forma di governo, per la sua funzione come centro spirituale del mondo cattolico (che nello spirito evangelico vuol dire tutto il mondo), rende all'Italia un servizio immenso; la rende quasi partecipe indirettamente sul piano morale della sua stessa influenza e ne sviluppa una convergenza di pensiero e di attitudini culturali, artistiche e spirituali, che vivono senza tramonto.</p>
      <p>Quando la storia potrà riunire insieme le forze internazionali dei popoli civili, cioè cristiani?</p>
      <p>
        <pb n="127" />23. - Il <hi rend="italic">popolarismo</hi> in genere, anche al di fuori di una concreta azione di parte, vuol essere una traduzione pratica nelle contingenze politiche del paese di questa concezione statale, come teoria e come storia, in Europa e specialmente in Italia.</p>
      <p>Il <hi rend="italic">popolarizzo</hi> italianoha avuto il clima del dopo guerra; ed ha perciò specificato, nella lotta contro il socialismo e contro la democrazia liberale, la sua riforma statale e i suoi indirizzi politici. Gli atti più espressivi del pensiero collettivo del partito sono gli «appelli» riportati in appendice (*)<note n="2"> (*) Qui si omettono, tranne quelli inseriti nella prima parte.</note>: essi vanno dalla prima affermazione, chiara e sintetica, della posizione presa contro lo stato accentratore, alle manifestazioni più concrete di queste idee programmatiche nello svolgersi della lotta politica.</p>
      <p>A questue direttive ho tentato di dare una interpretazione storica e polemica con i miei discorsi.</p>
      <p>Il primo, «<hi rend="italic">Crisi economica e crisi politica</hi>»,fu pronunziato a Milano nell'ottobre del ʼ20, appena dopo l'occupazione delle fabbriche e il più duro esperimento bolscevico, quando Giolitti aveva tentato domare le sinistre neutraliste con l'inchiesta sulla guerra e i provvedimenti finanziari. È l'analisi delle condizioni generali del paese nel dopo-guerra, quando si tentavano i primi esperimenti delle nostre attività. Segnavo chiaramente la posizione politica del partito popolare italiano di fronte al socialismo invadente e nei rapporti con lo stato ipertrofico e indebolito, nella doppia crisi economica e politica.</p>
      <p>Il secondo, «<hi rend="italic">Parlamento e politica</hi>»,in occasione della lotta elettorale politica del maggio ʼ21, precisa la funzione del parlamento e il programma da svolgere; è il più polemico, e concretizza ancora più la posizione autonoma del partito popolare italiano e la suaazione per la riforma dello stato sulla base delle <hi rend="italic">libertà</hi> economica, organica e morale.</p>
      <p>Il terzo, «<hi rend="italic">La regione e le autonomie locali</hi>», èla relazione fatta al terzo congresso nazionale del partito tenuto a Venezia nell'ottobre ʼ21. In esso, le idee esposte negli altri discorsi come <pb n="128" />in iscorcio o come presupposto — riguardo la natura e la funzione della regione e degli altri enti locali — sono prospettate nel complesso di una riforma, che i popolari sostengono contro il pensiero prevalente del centralismo statale.</p>
      <p>Il quarto, «<hi rend="italic">Crisi e rinnovamento dello stato</hi>»,tenuto a Firenze nel gennaio ʼ22, riesamina il medesimo problema della crisi statale nei suoi fattori intellettuali, morali e storici; e in confronto ai movimenti concreti del socialismo, del fascismo e del popolarismo, prospetta in sintesi il pensiero popolare, non solo formale ma sostanziale, e nel nesso che vi è fra politica ed economia. Questo discorso voleva essere una presa di posizione, nel precipitare degli avvenimenti. Il discorso di Torino del passato dicembre, «<hi rend="italic">Rivoluzione e ricostruzione</hi>»,può dirsi una continuazione del precedente, sotto l'aspetto nuovo della conquista del potere fatta dal fascismo e delle cause del fatto rivoluzionario, dal punto di vista storico e politico; il programma di ricostruzione popolare si impernia sulla riforma dello stato, il risanamento finanziario, le pubbliche libertà, la valorizzazione politica e l'unificazione spirituale.</p>
      <p>Ho aggiunto infine un discorso che potrebbe sembrare di carattere particolare, «<hi rend="italic">Il mezzogiorno e la politica italiana</hi>»,tenuto in questi giorni a Napoli; ma è di fatto un discorso di politica generale, sia dal punto di vista dell'organamento statale (nel riferimento pratico degli indirizzi generali sostenuti dai popolari), sia dal punto di vista della realtà politica italiana (il problema del mezzogiorno è un problema nazionale), sia per l'orientamento generale della politica estera.</p>
      <p>Il tentativo di sintesi politiche, fatte in riferimento ad avvenimenti notevoli o per situazioni determinate, non può dare mai la completa valutazione di un periodo storico, né un sistematico sviluppo di un programma concreto e di riforme, come se fosse una trattazione teoretica. Ma invece dà lo scorcio della vita vissuta, del pensiero elaborato, della visione, come, nel fermento della lotta e nella passione del travaglio politico, può essere valutata e prospettata anche con le finalità pratiche del momento.</p>
      <p>Però, la linea programmatica unica, il sottinteso teorico identico, la visione realistica non equivoca, la finalità <pb n="129" />predeterminata — quali ne siano le difficoltà e le oscillazioni — sono visibili in tutte le pagine di questi discorsi, che vogliono essere il tentativo di una esposizione del «popolarismo» come teoria e come vita.</p>
      <p>24. - Quanto resta di quel che è il contenuto politico e polemico di questi discorsi dopo l'avvento del fascismo? È la domanda più usata oggi da quelli che sentono i fenomeni politici, ma non ne conoscono le cause profonde e gli impensati effetti.</p>
      <p>L'istinto collettivo è così fatto che appena intravede una forma risolutiva, si afferra ad essa come se la vita fosse statica e non dinamica, e grida <hi rend="italic">hic manebimus optime</hi>!Una <hi rend="italic">soluzione</hi> (anche larga e mai completa) porta ad una nuova <hi rend="italic">posizione</hi>,che avrà altra soluzione e così via; nessun elemento si perde, che non si riduca a nuovo fermento di vita; nessuna forza si esaurisce senza che, consciamente o inconsciamente, sia utilizzata. La domanda è un'altra: il popolarismo risponde a determinati punti della realtà politica? Ha forza logica risolutiva? Possono queste idee essere tradotte in realtà? L'idea, se è idea forza, vive la sua vita, anche quando una determinata organizzazione politica che la esprime, subisce le alterne vicende delle lotte e la forza degli avvenimenti. L'idea (se è tale) non muore; penetra in altri sistemi, gioca con altre forze, produce ulteriore specificazione, si rifrange in altre idee prevalenti e immediate, si confonde con sentimenti, si traduce in motivi di lotta, ha la sua traiettoria, scompare, ritorna, ritrova il momento del suo trionfo.</p>
      <p>Per quanto il popolarismo, come sintesi politica abbia in Italia solo quattro anni di vita; e come concezione democratica cristiana sia apparso, nella forma di un tentativo democratico cristiano, nel 1896; pure come movimento cristiano-sociale in Europa ha più di cinquant'anni; e come tradizione guelfa ha la sua origine nel pensiero dei cattolici del risorgimento. Il partito popolare italiano, come espressione e realizzazione di questo pensiero, è agli inizi; gli avvenimenti politici non si svolgeranno più al di fuori di questa concezione e di questa forza. È vero, ieri ed oggi è solo la voce di una minoranza; il fascismo trionfante non potrà né sopprimere, né negare la voce delle minoranze, che hanno una funzione naturale nella vita collettiva. Ma v'ha di <pb n="130" />più; il fascismo, nel tentativo di realizzazione, per quanto affrettata e tumultuaria, non essendo un sistema, ma un metodo, riassume parte dell'esperienza politica, che proietta secondo il proprio modo di sentire e di sintetizzare. Così alcuni degli indirizzi politici dei popolari oggi sono inclusi nel febbrile lavorìo fascista, anche quando ieri erano implicitamente o esplicitamente negati dagli stessi esponenti fascisti. Cito l'esame di stato e la libertà della scuola; la fine della lotta anticlericale alla chiesa e al suo insegnamento; il riconoscimento delle associazioni sindacali, i consigli superiori tecnici, la circoscrizione regionale scolastica, la libertà economica, l'abolizione degli enti fittizi e simili.</p>
      <p>Lo spirito, il criterio di attuazione, la ragione del metodo, sono diversi; ma le convergenze o le divergenze del programma popolare, sostenuto ieri contro l'opinione pubblica prevalente (bisogna riportarci al 1919) e riaffermato in mille modi, oggi sono evidenti. Vuol dire (senza bisogno di creare cause ed effetti) che le condizioni generali e reali del paese e i movimenti di opposizione alle vecchie situazioni liberali-democratiche, han determinato stati d'animo e aspirazioni similari, e che gli uomini che ne sostenevano le soluzioni, avevano avuto delle posizioni parzialmente non antitetiche.</p>
      <p>25. - È necessità riconoscere che ciascuna corrente vitale ha la sua sintesi ideale, che, se tradotta nella vita pratica e nell'agone politico, ha la specifica sua attività di partito. La figura e la funzione di questo dipendono da molti fattori, ma la sua autonomia è tanto più evidente, quanto più specifica è la differenziazione programmatica, quanto maggiore è l'equazione fra pensiero e azione.</p>
      <p>Questo è il caso del partito popolare italiano, il quale e nella sua ideazione programmatica e nella sua azione pratica non può confondersi oggi col fascismo o col nazionalismo, come ieri non si confuse mai con la democrazia liberale, non ostante i punti di convergenza cogli uni e con gli altri.</p>
      <p>Né importa che oggi il fascismo sia il trionfatore, e assorba molte altre energie; perché la funzione di un partito e la sua azione di propaganda non è in rapporto alla estensione ma alla <pb n="131" />intensità. Ieri, quando sembravano tutti dover accettare il verbo socialista, la nostra minoranza resistette e fermò per un tratto la democrazia liberale che si piegava. Anche il fascismo era minoranza, e credo lo sia ancora oggi, ed è arrivato a dominare, sia pure sotto l'aspetto di fazione armata, perché aveva i consensi dell'idealità nazionalista e della reazione conservatrice. Oggi esso si sforza di essere governo di tutti, per quanto sia ancora impregnato dello spirito di parte, e cerca di attenuare la posizione di fazione armata fino a confonderla con lo stato, e di disimpegnarsi dalla reazione conservatrice, tentando di mettersi al disopra dei contrasti economici.</p>
      <p>A questo tentativo il partito popolare italiano può rispondere largamente ed efficacemente anche per quella funzione morale, che è insita nella sua ispirazione cristiana. Ma quale possa essere nel decorso del tempo e dello svolgersi degli eventi la posizione pratica e politica del partito popolare italiano, fino a che esso rappresenta la sintesi programmatica e la teoria del «popolarismo» che gli ha dato anima e vita, compierà di sicuro un'alta e reale funzione nella vita del paese. Questa nostra nazione che come stato unitario ha tradizioni non ancora radicate e non tutte grandi; e che ha pochi elementi intellettuali direttivi di vita politica, che traggono origini alle sorgenti cavouriana, giobertiana e mazziniana del risorgimento; questa nostra nazione, che ha attraversato e attraversa una formidabile crisi economica e politica; questa Italia, che ha compiti internazionali di primo ordine, ma la cui inferiorità economica e l'incertezza politica ne ha attenuato l'importanza reale e decisiva che potrebbe e dovrebbe avere; attraverso lo sforzo politico, che è sintesi e rappresenta tutto il complesso di energie spirituali e materiali, deve arrivare alla sua completa valorizzazione. A questo sforzo solo i partiti che hanno una coscienza ideale, la fermezza delle convinzioni e la saldezza delle opere, possono oggi efficacemente concorrere.</p>
      <p>Il partito popolare italiano è al suo posto di combattimento.</p>
      <p>Roma, 1° febbraio 1923.</p>
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