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        <title>Teogonie clericali</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <bibl>Murri, R., La politica clericale e la democrazia, I, ne I problemi dell’Italia contemporanea, Ascoli Piceno-Roma, Giuseppe Cesari–Società Naz. di Cultura, 1908, 108-137. <date when="1908">1908</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="108" />{{109}}CAP. V</p>
      <p>TEOGONIE CLERICALI</p>
      <p>Quando, con l'avvento di Pio X al potere, vi fu, nella politica della Santa Sede per riguardo all'Italia, una mutazione sostanziale, non fu difficile, a chi conoscesse le idee ed i precedenti politici del nuovo Pontefice, prevedere a qual termine sarebbero state gradualmente condotte le cose in Italia; ad un accordo politico e parlamentare fra cattolici e moderati e ad una partecipazione dei cattolici alla vita pubblica <hi rend="italic">limitata dalle esigenze di questo accordo.</hi> Di questa politica; che è una delle parecchie che il Vaticano avrebbe potuto fare, che è opposta a quella del Papa di ieri, come può essere, ed assai probabilmente sarà opposta quella del Papa di domani, noi abbiamo, solo come cittadini italiani, il diritto di parlare, discutendola e criticandola; ma, per il rispetto che abbiamo verso la Santa Sede, ci regoleremo verso questa alla stessa maniera che usano sudditi leali verso la monarchia; la considereremo, cioè, come non responsabile; e poiché mancano degli uomini designati da essa ad assumere questa responsabilità, noi dobbiamo addossarla a coloro che sono in parte esecutori, ma in parte anche artefici liberi e cooperatori, più o meno volonterosi, di questa politica; cioè non ai vescovi, che sitrovano in condizioni di non responsabilità simili a quelle della Santa Sede, o possono esser riguardati come semplici esecutori della volontà di questa, ì quali quindi farebbero domani una <pb n="110" />politica opposta, se opposto fosse il comando, ma ai cattolici laici di azione. Così solo, con una finzione giuridica e quasi costituzionale, che ha i suoi inconvenienti, ma ha vantaggi maggiori di questi, noi possiamo combinare la libertà di critica in materia politica — alla quale non rinunzieremo — con il rispetto dovuto alla Santa Sede, nell'esame oggettivo di una politica della quale dissentiamo radicalmente. Ciò, del resto, è tanto più facile, in quanto non intendiamo qui esaminare i motivi od i precedenti che possono ispirare questa condotta <hi rend="italic">politica</hi> ad autorità <hi rend="italic">ecclesiastiche,</hi> ma solo il valore politico ed i probabili risultati, politici e religiosi, di essa: come il lettore vedrà, nel seguito.</p>
      <p>Lo studio che intendiamo fare non ha, poi, degli intenti pratici diretti; esso è l'esame di un gruppo di fatti e di condizioni sociali d'indole prevalentemente politica, condotto con criterii scientifici e con preoccupazioni d'indole prevalentemente intellettuale; noi non vogliamo, cioè, con questo studio, avviare o difendere una politica opposta — sappiamo che ciò sarebbe perfettamente inutile — ma esercitare i nostri lettori, e più specialmente i giovani, nell'esame intellettuale delle condizioni del mondo politico, nel quale vivono e incominciano ad agire: in questo intento di educazione intellettuale è riassorbito tutto lo scopo pratico che queste ricerche possono avere. Ma c'è un gruppo di giovani, il quale ha tutte le nostre simpatie, che ispira la sua condotta politica appunto ai criteri ed alle direzioni che i lettori vedranno risultare da questo studio; ed esso ha espresso le sue idee in un manifesto pubblicato già nella settimanale <hi rend="italic">Azione democratica,</hi> e che riportiamo, in fine, fra i documenti; manifesto al quale noi aderiremmo completamente, se fosse opportuno parlare di adesione, a uno studioso che intende conservare la sua piena libertà di giudizio. In queste stesse pagine, parlando di rapporti fra il cattolicismo e la politica, esamineremo <pb n="111" />alcuni criteri di metodo, con i quali questioni di simil genere vanno affrontate; alni facciamo un esame d'indole prevalentemente storica. Né il lettore si meravigli — ultima osservazione preliminare — della vivacità delle nostri critiche; esse sono puramente oggettive, ed impersonali; come non abbiamo propositi di azione — dal campo dell'azione ci siamo ritirati da parecchio tempo — così non abbiamo ambizioni deluse da vendicare; c'è una libertà intellettuale che non si accorda con intenti pratici di riuscita immediata: noi abbiamo consapevolmente e senza rimpianti sacrificato questi a quella: l'atteggiamento politico più conforme ad essa ed alle nostre attitudini di critica e di opposizione è l'esser soli: noi faremmo della politica pratica solo quando essa potesse essere alimentata da una grande e possente idealità che della politica purificasse le mende ed i vizi; ma d'una politica satura d'idealità, oggi, con questa povertà di spirito e volgarità di intenti e di mezzi che contraddistingue tutta, senza eccezione, la vita politica italiana, non è il caso di parlare.</p>
      <p>I fatti, prima. Quando Pio X soppresse l'Opera dei Congressi, fu una grande lamentela nelle file di quelli che avevano fatto assegnamento su di essa per promuovere l'azione sociale e politica dei cattolici. Politica, anche, poiché è assurdo, specialmente in Italia, pensare a qualsiasi attività pubblica positiva, che non metta capo per sé e non <hi rend="italic">debba</hi> metter capo, nel pensiero di promotori intelligenti ed interessati, alla politica parlamentare. Ma si disse allora che Pio X aveva un suo piano; e i cattolici d'azione tacquero ed aspettarono. Si andò così fino alle elezioni del novembre <pb n="112" />1904; alla vigilia di queste si seppe che la Santa Sede permetteva ai cattolici di prender parte alle elezioni politiche, quando si trattasse di combattere candidati dei partiti sovversivi, e quindi, anticostituzionali; se c'era il candidato costituzionale, si votasse per questo; se non c'era, si presentasse anche un cattolico, ma di tinta media, moderato il più possibile. Allora e dopo i cattolici hanno quindi occupato qualche posticino lasciato vuoto da moderati; ma non importa; il piano dei cattolici d'azione era formato; gettarsi per la sola via aperta, proporsi di arrivare lentamente ma sicuramente alle elezioni politiche, adattandosi a farlo nel modo che piacesse alla Santa Sede, rassicurando questa sull'ortodossia e sul carattere conservatore dei loro propositi, accettando le condizioni che ad essa piacesse porre; prima fra queste il distacco netto da...quei giovani i quali dichiaravano necessaria una certa autonomia del movimento politico. Da allora, quei cattolici laici di azione hanno lavorato <hi rend="italic">nell'ombra</hi>, e talora con timide manifestazioni, per raggiungere il loro intento; hanno complottato con il governo — con tutti i governi — alla Camera, per mezzo dell'on. Cornaggia: hanno rinsaldato le alleanze amministrative con i moderati; hanno fondato giornali a scopo puramente elettorale, come il <hi rend="italic">Corriere d'Italia</hi>, hanno ridestato le passioni clericali sopite; hanno combattuto la <hi rend="italic">Lega democratica nazionale</hi>, che aveva il coraggio di dichiarare che la politica non è religione, e viceversa. In premio di tutto questo, essi sono oramai giunti ad ottenere il loro intento. La politica internazionale della Santa Sede non fa più ostacolo, poiché anch'essa si è, in questo breve periodo di tempo, sostanzialmente trasformata: quelli che in Vaticano combattevano ogni concessione allo Stato italiano sono in parte soddisfatti del carattere conservatore e profondamente clericale della nuova politica. Un partito politico clericale si viene così <pb n="113" />formando per mezzo di elettori organizzati ufficialmente e con candidati i quali debbono avere una almeno tacita investitura dalle mani dell'autorità. ecclesiastica. Negar questo è ipocrisia di cattivo genere ed i giornali clericali ne usano ancora spesso.</p>
      <p>8</p>
      <p>Il primo carattere di questo nuovo partito è il difetto assoluto di sincerità. Gli uomini del centro ed i pochi democratici tipo Toniolo hanno tutti rinunciato a qualche cosa del loro programma, del loro passato, delle loro convinzioni, non già per accordarsi in un programma comune, che non c'è, ma semplicemente per passare. Prima ancora di nascere, essi si sono assunti la responsabilità dell'appoggio a un governo volgare, insincero, incapace, addormentatore, come fu quello dell'on. Fortis e come è ora quello dell'on. Giolitti. Il movimento sociale l'hanno quasi intieramente sacrificato. Se il prof. Toniolo non vivesse tutto nei suoi pensieri e nei suoi fantasmi, noi vorremmo chiedergli con quale sincerità egli dice, o lascia credere, di ritenere che la politica di oggi ha qualche cosa di affine con quella che egli bandiva ai quattro venti sotto Leone XIII, quando proclamava la decadenza delle classi alte e della borghesia capitalistica dal dominio politico male esercitato, e l'alleanza definitiva della Chiesa con le classi popolari, le quali avrebbero ormai dovuto essere far tutto. La politica che prevale è <hi rend="italic">precisamente</hi> l'opposto di questa concezione devotamente rivoluzionaria; e pure il Toniolo è uno dei fattori di questa nuova politica e sta organizzando, col denaro dell'episcopato italiano e del clero l'«Unione popolare». Nella sua azione,oggettivamente considerata, non c'è sincerità.</p>
      <p>L'avv. Filippo Meda, direttore dell'<hi rend="italic">Unione</hi> di Milano, futuro deputato di Rho, capo od ispiratore dell'azione clericale della provincia milanese, quando non era ancora proprietario dell'<hi rend="italic">Osservatore Cattolico</hi> ed iniziava la sua carrie¬<pb n="114" />ra, fece ammirare al piccolo gruppo dei suoi amici O' Connell e Windthorst. Egli non sapeva nulla allora, come non sa nulla adesso, dei problemi interni del cattolicismo, ma sapeva che la politica clerico-papale, negativa e conservatrice, addossata direttamente all'episcopato ed al clero, come la faceva l'Opera dei Congressi, era una politica radicalmente sbagliata. Egli, anche, non ha mai avuto una giusta visione del movimento sociale e democratico; le sue vedute ci sembrano essersi arrestate al punto in cui erano fra il ‘90 ed il ‘98; dopo la quale epoca i giornali e la professione gli hanno impedito di studiare. Comunque, egli aveva capito che un serio movimento sociale veramente democratico e popolare era necessario per rinvigorire il cattolicismo politico italiano; anche oggi, non sapendo con molta precisione quello che egli vuole, perché non ha mai affrontato i problemi fondamentali della azione democratica, egli proclama questo bisogno. Ora si rende egli conto esattamente del carattere della politica alla quale ha acceduto? Sa che essa è, nelle sue linee generali, precisamente l'opposto della politica le cui linee principali potevano essere tratte da ciò che egli ha detto e scritto sino al 1908? Sa che essa è la continuazione diretta di quei vizii del programma albertariano che pur s'era proposto, entrando nell'O. <hi rend="italic">C.,</hi> di correggere e di eliminare, lentamente e cautamente? Ma in ciò egli è stato vinto, e lo sa. Era appena divenuto proprietario del giornale quando la crisi interna del cattolicismo, da lui non preveduta, gli impose di staccarsi dai movimenti giovanili di democrazia e di cultura, per tenersi alle masse clericali <hi rend="italic">ed alle autorità ecclesiastiche che le hanno in mano</hi>. Così egli ha dovuto rinunziare, per il successo immediato, alla parte più sana e più fresca del suo programma.</p>
      <p>Non parliamo poi del suo giornale: la veste è molta religiosa, come conviene ad un giornale di curia, ma i princi<pb n="115" />pali collaboratori del Meda scrivono, evidentemente, senza una profonda e verace convinzione: assai spesso nei loro scritti e nella loro «tattica» fa capolino un amabile scetticismo, di chi sa di scrivere per solo spirito di opportunità. E l'azione dell'<hi rend="italic">Osservatore cattolico</hi> ebbe una influenza nefasta sui giovani (ci importa meno sapere che cosa ne pensassero i prevosti lombardi) appunto perché si esercitava a snervare ogni entusiasmo, ogni convinzione audace, ogni sincerità di carattere. E Vercesi si guarda bene dall'occuparsi di questioni religiose; queste sono abbandonate ai gesuiti di San Stanislao ed ai teologi della «Scuola cattolica»; solo due volte l'anno si vede in fondo a qualche articolo, con sorpresa, il nome del P. Semeria, grande intelletto di studioso e grande cuore, che rifugge dal considerare quel che c'è dì triste e di vile sotto gli accomodamenti politici.</p>
      <p>Ora poi l'Os<hi rend="italic">servatore cattolico</hi> e la <hi rend="italic">Lega Lombarda</hi> si sono fuse. Le esigenze della lotta giornalistica per la vita e le opportunità elettorali hanno così avuto ragione delle profonde differenze antiche, ed i non molti superstiti adoratori di D. Albertario hanno dovuto riconoscere questo; che il giornale del <hi rend="italic">Maestro,</hi> progredendo con i tempi, finiva nella <hi rend="italic">Lega Lombarda.</hi></p>
      <p>Don Luigi Sturzo è certo uno dei migliori del «centro», perché è di quelli che i giovani avevano maggior diritto di reclamare per sé. Egli fa molto bene a Caltagirone; ma che cosa rappresenti nell'azione clericale del continente non si capisce. Egli traversa l'Italia per essere alle riunioni dell'<hi rend="italic">Unione economica</hi> a Bergamo. Ha egli fiducia in questa Unione Economica? Non ci par possibile. Approva ed accetta l'indirizzo politico pel quale si vanno mettendo i clerico-moderati? Ciò ripugnerebbe a tutto il suo passato. Dunque? Dunque c'è qualche profonda forza corruttrice, dissolvitrice di programmi e di caratteri, c'è un cattivo ge¬<pb n="116" />nio dell'azione nostra — è la medaglietta? è altro? — al quale anche i migliori non sanno sottrarsi.</p>
      <p>Il conte Giovanni Grisoli, quando salì alla presidenza dell'Opera dei congressi, raccolse in sé i voti del Centro e dei giovani. Oggi egli è col Centro, ma si è, nell'azione almeno, se non nella simpatia, staccato dai giovani. Per volontà sua, in tutta la provincia di Ferrara non c'è una sezione della <hi rend="italic">Lega</hi>,benché i giovani di questa abbiano avuto una parte decisiva nella nota elezione di Portomaggiore. Il <hi rend="italic">Giornale d'Italia</hi> scriveva tempo fa che uomini del Centro e <hi rend="italic">nazionalisti</hi> si agitano insieme perché Grosoli torni ora ad avere la parte che gli spetta nell'azione dei cattolici laici. La notizia è inesatta. I <hi rend="italic">nazionalisti</hi> pensano che se ciò avvenisse, a parte altre questioni le quali non ci riguardano, il conte Grosoli non farebbe che sciuparsi. Sono di fronte due politiche inconciliabili, la clericale e la democratica, e conviene…decidersi fra le due.</p>
      <p>Di altri non parliamo. Abbiamo accennato ai migliori, a quelli che, almeno personalmente, sono ancora i più sinceri e subiscono la non sincerità dell'ambiente; gli altri, per la massima parte, tripudiano nell'insincerità come nel loro elemento.</p>
      <p>Ma non basta. Questo partito clericale che si va facendo sarà un partito amorale, almeno quanto qualunque altro partito politico; esso avrà cioè nel suo seno uomini onesti ed uomini disonesti; forse di onesti ne avrà, in proporzione, un numero maggiore che qualunque altro partito; ma la somma di disonestà politiche, di opportunismo, di viltà morali delle quali esso si va rendendo e, secondo quel che è possibile prevedere, si renderà colpevole, non sarà di molto minore a quella degli altri partiti; ed è in complesso amoralità più penosa a vedere e più nefasta, perché viene da cattolici.</p>
      <p>
        <pb n="117" />Del mezzogiorno non vale la pena di occuparsi; i clericali furono palizzoliani a Palermo, sono nasiani a Trapani, e dappertutto, da Napoli a Siracusa, né migliori né peggiori degli altri. C'era un principio di risveglio; dove esso ha avuto tempo di svolgersi e dare i suoi frutti prima della reazione recente vive ancora, benché costretto ad accomodamenti e piccole viltà, come a Caltagirone e a Girgenti; dove era ancora agli inizii è stato od è soffocato con ogni sforzo. Il mezzogiorno deve rimanere nell'immoralità e nel paganesimo: divieto è fatto dagli uomini a Dio di suscitarvi energie nuove e rinnovatrici.</p>
      <p>Ma e nel resto d'Italia? Bergamo è la cittadella del clericalismo. Ma il clericalismo bergamasco è quel che nessuno si cura di sapere che sia. Tale uomo che rappresenta l'azione sociale ufficiale dei cattolici italiani, e che é in casa Lorin, a Parigi, e nella redazione dell'<hi rend="italic">Osservatore cattolico,</hi> ha i patti colonici più arretrati e gravosi della provincia. Istituti industriali retti da clericali militanti vi esercitano lo sfruttamento capitalistico, anche di minorenni, in modo che non cede a quello che possa esercitare un capitalista privo di scrupoli religiosi. Né in ciò sono poi troppo rei; il «dividendo» s'impone. Recentemente quei clericali si sono opposti a uno sciopero di miserabili lavoratori che avevano salari di fame; ed i giovani d. c. hanno trovato nella evidente giustizia della causa di questa povera gente il coraggio necessario per agire contro quei pochi che hanno monopolizzato per sé tutta l'azione cattolica del bergamasco e credono di monopolizzarla per diritto divino. Se l'azione vera dei clericali bergamaschi nel terreno economico e sociale fosse meglio nota, il nome che si son fatti, di cattolici modello, parrebbe assai più un'offesa al cattolicismo sociale che un vanto per essi.</p>
      <p>Del resto il clericalismo amministrativo si equivale dap¬<pb n="118" />pertutto, senza quasi eccezioni. Nei comuni dove i clericali sono al potere d'accordo con i moderati, essi hanno costituito delle piccole clientele chiuse, commerciano voti e coscienze, corrompono col denaro, tengono lontano il pubblico degli elettori da ogni possibile controllo.</p>
      <p>Quel che avviene a Roma è caratteristico. Negli anni 1901-1902 alcuni giovani volonterosi misero mano all'organizzazione professionale dei lavoratori. Se il clericalismo romano fosse stato meno cieco e meno grettamente chiuso nei suoi interessi avrebbe capito quale enorme vantaggio poteva venire da quell'iniziativa. Ma bisognava riscattarsi moralmente ed accostare uomini nuovi. Si preferì contare sui vecchi sistemi e sulla corruzione, anche. Essi, i clericali, hanno prestato denaro anche ad iniziative prettamente socialiste, si intende bene a quale scopo. Ma ciò non li ha salvati da una caduta disastrosa. Essi erano interessati in tutte le speculazioni sui servizi pubblici; ogni ricerca sulla vita privata o sulle opinioni religiose dei capi del gruppo era rigorosamente vietata, perché c'è fra essi chi si professa ateo e non osserva certo tutti i comandamenti della Chiesa. Questo gruppo ha ora dato denaro ad un giornale il cui scopo è quello di preparare otto o dieci collegi politici nei quali si installeranno questi uomini, nemici implacabili di ogni controllo sulla loro azione. Qualche giovane, uscito dalle nostre fila, dal quale si sperò che si facesse in Campidoglio interprete del nuovo programma, finì presto con l'essere alle dipendenze del Banco di Rocca. Chi non entrava nel gruppo era inesorabilmente condannato a sparire. Un padre gesuita, uno dei due o tre che in tutta Italia abbiano serenità di giudizio e una certa modernità di idee, che osò attaccare questa gente nella <hi rend="italic">Civiltà cattolica,</hi> due mesi dopo aveva passato i mari.</p>
      <p>Roma, naturalmente, come è il centro della cristianità, <pb n="119" />così è il centro del clerico-moderatume italiano; e questo vi ha avuto una disfatta che speriamo esemplare.</p>
      <p>Molte altre cose, su luoghi e persone, potremmo dire. Ci riserbiamo di dirle se e quando gioverà. Bastino ora pochi altri cenni.</p>
      <p>In un grande seminario dell'Alta Italia, dove il modernismo è vigorosamente combattuto, nelle ultime elezioni furono messe a disposizione dei chierici elettori schede di chierici assenti, perché essi andassero a votare due volte, come fecero. La cosa è, del resto, spiegabilissima, perché s'intende che, in virtù di santa obbedienza, i superiori potevano disporre dei voti di questi preti, senza neppure interpellarli.</p>
      <p>Fra i direttori dei giornali del centro ce ne è uno la cui condotta, in un processo recente, ha dato luogo ad una questione di delicatezza professionale, nel risolver la quale i cattolici hanno mostrato di avere una coscienza meno morale che i non cattolici.</p>
      <p>I corrispondenti di questi giornali a Roma sono persone cui l'opinione quotidiana viene somministrata appunto giorno per giorno; persone dalle quali ogni uomo di carattere deve preferire di esser combattuto, apertamente od insidiosamente. La più esigua delle loro lodi, data a noi, ci metterebbe in sospetto e ci obbligherebbe subito ad un diligente esame di coscienza. A mutazioni radicali di programma i romani si sono accomodati con disinvoltura meravigliosa. Ieri gridavano: viva il papa-re, oggi gridano: viva Roma intangibile. Ieri erano democratici-cristiani, oggi sono <hi rend="italic">bancoromani.</hi> Ieri maledicevano all'Italia, oggi si occupano con ostentazione, nelle prime pagine dei loro giornali e sui manifesti al pubblico, dell'integrità, e della prosperità della patria. I giornali esteri, che in casa loro fanno professione di indipendenza politica anche di fronte al Vaticano, mandano a Roma i più adatti ad acclimatarsi all'ambien¬<pb n="120" />te ed a sopportare la «febbre romana» dalla quale saranno subito presi.</p>
      <p>Adesso si è aperta, avanti a tutti questi uomini, la carriera politica. Questa nuova ambizione ha finito di rovinare gli ultimi resti di sincerità e di carattere che il partito aveva. La maniera di entrare in parlamento, <hi rend="italic">nell'ombra e senza far rumore,</hi> è la più degna, veramente, della coscienza morale di questo partito, che vi si è accomodato meravigliosamente.</p>
      <p>Su questo fatto, del modo di entrare dei cattolici nella vita pubblica del loro paese, noi vorremmo specialmente insistere, ed alla considerazione di esso abbiamo cercato di aprirci la via. Poiché ci sembra che poche volte si offra nella storia l'opportunità di assistere al formarsi quasi visibile esteriormente dell'avvenire nei fatti presenti ed insieme al rapido precipitare di eventi preparati da un lungo e lente lavorio occulto di influenze economiche, di passioni politiche, di ideologie.</p>
      <p>Si pensi agli ultimi anni di storia di Italia; le speranze guelfe del ‘46 e ‘47, dopo l'avvento di Pio IX al potere, la delusione rapida ed i profondi malintesi fra Chiesa e liberalismo dal ‘48 al '70, poi la divisione profonda, nella vita italiana, per l'astensione dei cattolici, sognanti ancora il dominio temporale dei papi, dall'attività politica del loro paese, poi anche la crisi prodottasi nel seno del cattolicismo militante fra il ‘98 e il 1902, il determinarsi via via del cattolicismo ufficiale contro le tendenze e le agitazioni giovanili e, quando questo atteggiamento dell'autorità, ha dato tutti i suoi frutti, l'entrata dei cattolici, come la vediamo avvenire, nella vita politica. E tutto questo rapido avvicendarsi di cose avvenuto per incoercibile forza degli eventi, per mano — quasi sempre — d'uomini che erano istrumenti, non padroni e fattori, della storia, senza alcuna <pb n="121" />luce di genialità o forza di volontà eroica, senza alcuna visibile corrispondenza, anzi spesso con uno stridente contrasto, fra ideologie invecchiate e realtà nuove incomprese; avvenuto, che è peggio, per opera di virtù donchisciottesche e di vizi macchiavellici, in mezzo a viltà innumerevoli, fra i fumi d'una adulazione all'autorità della quale la storia non ha mai veduto l'eguale; altro che al tempo dell'onnipotenza dei cesari, quando, anche, ad essi venivano tributati onori divini.</p>
      <p>Ed occorre poi anche considerare — basta far l'analisi psicologica di un numero qualunque di un giornale clericale d'oggi — il singolare pervertimento, consapevolmente operato, dell'idea cristiana e della società. cattolica, perché esse potessero adattarsi a questa povera viltà di animi che un triste realismo economico e politico domina e trascina, facendoli suoi zimbelli, e presentando ad essi l'appoggio politico dato ad atei, a massoni ed a moderati come il miglior omaggio reso al Dio del nuovo testamento, come il miglior modo di far fruttificare in Italia, fra le anime, il sangue redentore del Cristo! Poiché essi giustificano con motivi religiosi la loro opera politica.</p>
      <p>Qualcuno ci ha rimproverato di esserci fatti prendere, dinanzi a questo spettacolo, da collera e da nausea; ma, Dio, questa che noi sentiamo è, forse, non l'ira di poveri uomini i quali nulla temono e nulla sperano né dai moderati né dai radicali, ma si lo sdegno e l'ira, lungamente represse, di quante anime cattoliche dal principio del secolo scorso ad oggi opposero alle miserie ed agli errori della politica clericale un vivo ed alto senso della missione del cristianesimo nel mondo ed una intensa, e spesso inutile, rea¬ <pb n="122" />zione spirituale; lo sdegno e l'ira di tutta una generazione di giovani i quali dal 1898 a questi ultimi anni sono stati vittime dolenti e non comprese di una tenace illusione, l'illusione del credere che ad essi riescirebbe staccare il cattolicismo da tanto passato per lanciarlo incontro a tanto avvenire; dei quali non pochi — sia detto ad onor loro — mai si son lasciati adescare né consolare dalle molte promesse e dalle lusinghe del padrone dell'ora o della carriera politica, ma hanno continuato ad opporre il loro proposito giovanile alla massa montante che tanti altri ha travolto e trascinato con sé.</p>
      <p>Comunque, non questo importa, ma il valore oggettivo delle cose che noi diciamo. Ed è stupido pensare che una rivista di studio, come la nostra,<note n="1">Questo scritto fu pubblicato in due puntate, nella Rivista di Cultura.</note> debba usare sempre il linguaggio che è buono per la relazione di un esame microscopico; se il calore, la forma della parola non aggiungono nulla al contenuto reale ed oggettivo di essa, conservano tuttavia e trasmettono la luce della reazione spirituale al lume della quale quel contenuto si rivelò una prima volta a chi scrive e potrà ancora rivelarsi agli altri.</p>
      <p>Due fatti recenti hanno rivelato meravigliosamente, confermando tutto quello che noi eravamo venuti dicendo in queste pagine e altrove, i caratteri della nuova politica clericale; le elezioni politiche nei collegi di Schio e di Girgenti.</p>
      <p>Nel primo, contro una candidatura socialista, ne sorgono due, moderata, l'una, e atta ad essere accettissima ai cattolici del luogo, moderata e nettamente clericale l'altra; <pb n="123" />e fra queste due si determina il conflitto. Siccome dal punto di vista politico, tanto l'una che l'altra candidatura convenivano egregiamente agli interessi ed agli scopi dell'accordo clerico-moderato, e mancava quindi la pressione spontanea di questi interessi e di questi scopi sull'una o l'altra, l'elezione si prestò assai bene a mettere in luce, isolato, l'uno dei caratteri della politica clericale: l'intervento diretto e preciso della autorità ecclesiastica nelle elezioni politiche; anzi la designazione del candidato politico da parte della stessa autorità ecclesiastica. Poiché non solo in nome di questa agì sempre la direzione diocesana, che è del resto statutariamente soggetta all'ordinario della diocesi, ma la stessa autorità intervenne senza alcuna riserva con dichiarazioni e telegrammi che diedero poi luogo a penose polemiche. Era dunque un metodo che si rivelava e si scuopriva, tanto più chiaramente quanto meno era giustificato dal principio che si adduce sempre a difesa di esso: la necessità di far argine ai candidati sovversivi.</p>
      <p>Poco appresso, l'elezione di Girgenti venne a mettere in luce, con la stessa evidenza, un altro lato di questa politica: l'assenza quasi assoluta di un programma e di una coscienza di parte che eccedano le piccole opportunità mediate e quotidiane della lotta politica ed economica; la dedizione ad uomini di altre tendenze o di altri partiti, ad uomini nei quali l'ostilità al cattolicismo è appena velata dal senso di utilità pratiche meschine; lo stato di animo d'uomini che per pagare un piccolo debito fastidioso impegnano tutto un enorme capitale.</p>
      <p>Noi non conosciamo il figlio del defunto on. Niccolò Gallo: ma abbiamo imparato che egli fu il candidato ufficiale dell'autorità ecclesiastica, non senza qualche riluttanza e timore, ed opposto al «divorzista» Scaduto; che un sacerdote capo delle associazioni economiche della diocesi di Girgenti <pb n="124" />lo dichiarò «uno dei nostri - ; che la vittoria del «figlio» de11'on Gallo è dovuta agli 800 e più voti di cattolici; e che, a elezioni avvenute, essendo la redazione della <hi rend="italic">Tribuna</hi> di Roma montata in collera contro quella che pareva una defezione «figlio» dai principii liberali del padre, ed .avendo chieste spiegazioni, il neo eletto non è più «dei nostri», ma dichiara puramente di non dovere la sua elezione a nessun partito, di avere il preciso programma di «papà» e di essere riuscito grazie alle simpatie dei concittadini per questo.</p>
      <p>I cattolici di Girgenti tacquero; essi si preparavano a riportare negli scudi il <hi rend="italic">loro</hi> candidato nelle ripetute elezioni necessarie per non avere egli ancora raggiunto l'età di trent'anni<note n="2">"Notevole fu anche l'elezione di Firenze del 14 aprile 1907; sul nome dell'on. Farina, che l'Avanti! qualificava «ateo» si è fatto l'accordo dei moderati e clericali; aderente persino l'Unita Cattolica, che ha per l'occasione gettate in Arno tutte le sue povere tradizioni di intransigenza papale (e ciò mostra come certe affinità di carattere e di attitudini morali sono più forti delle più irreducibili differenzi di principi) e dissenziente invece, con franca sincerità, il Nuovo Giornale, radicaleggiante. Il compito parve facile; si trattava di conservare un collegio che i monarchici avevano, nelle ultime elezioni, riguadagnato dai socialisti; benché senza l'appoggio aperto dei clericali. Ed invece l'on. Pescetti, socialista, ha battuto il candidato dei clerico-moderati. Noi non sappiamo quanto abbiamo influito nelle elezioni del III collegio di Firenze, dal novembre" 1904 ad oggi, circostanze locali; ma crediamo che questa elezione sarà un ammonimento per gli alleati, i quali non debbono avventurarsi alla conquista di collegi che nelle campagne, nelle quali sia viva ancora la tradizione feudale; nelle città e nelle borgate industriali una reazione potrebbe aversi prima di quel che si pensi.</note>
  </p>
      <p>Ma significante, fra tutti, e decisivo, in qualche modo, fu il fatto dell'elezione di Bergamo nel maggio 1907.</p>
      <p>
        <pb n="125" />I clericali avevano da tempo preparata la candidatura politica dell'avv. Bonomi, da sostituire al Piccinellli, eletto d'accordo con i moderati, che si ritirava per malattia; e il Bonomi si dimise, per evitare l'incompatibilità, da presidente della deputazione provinciale. Sicuri dell'esito, alla vigilia delle elezioni vollero fare di quella del Bonomi una candidatura clericale; e questi accettò un loro programma il cui primo articolo era il seguente:</p>
      <p>«1° Riconoscere nella religione cattolica il fattore più vigoroso e più efficace per la integrità della famiglia, per la grandezza morale, civile e politica della nazione, e agevolare la sua missione di libertà e di civiltà, liberando gli organismi dello Stato dalle inframmettenze e dalle influenze massoniche»<note n="3">"Su questo programma, la Rivista di Cultura osserva nel n. 16 maggio" Non si intende bene se si tratta qui di una professione di fede religiosa che si chiegga al candidato o di un punto di programma di governo. La differenza è grande: poiché, ad es., elettori socialisti chiederanno al loro deputato di dichiarare che la proprietà privata dei mezzi di produzione deve essere abolita, chiedendogli con ciò stesso di lottare contro i governi borghesi, tutori di quella proprietà: mentre: nel caso nostro, possiamo avere contemporaneamente due mandati che sembrano contraddittorii: professare certi principii e sostenere maggioranze e governi i quali riposano sulla negazione di quei principii. Il Bonomi, riuscendo con quel programma, avrebbe dovuto, per coerenza, esser sempre deputato di opposizione in uno Stato che si professa laico.</note>.</p>
      <p>Questo programma. fu fatale al Bonomi. I liberali e moderati bergamaschi, non ostante la lunga e felice alleanza con i clericali, e la stretta solidarietà di interessi, anche elettorali, con questi, si allarmarono e si impennarono; ed opposero al Bonomi un loto candidato. La sorpresa e lo sdegno fra i clericali di tutta Italia furono enormi: si gridò all'intolleranza settaria, alle inframmettenze massoniche, alla slealtà, al tradimento, e si ventilarono propositi di rappressaglie. Ma ciò non migliorò la loro posizione; e quando, dopo una prima votazione, fu proclamato il ballottaggio fra i due moderati, il Bonomi, forse seccato anche della veste che i clericali avevano voluto dargli, si ritirò dalla lotta <note n="4"> Si vegga l'illustrazione di questo incidente nei numeri maggio e giugno 1907 della Rivista di Cultura.</note>.</p>
      <p>
        <pb n="126" />Ora questi non sono errori contigenti e locali, nel qual caso non ci interesserebbero, ma sono i frutti ovvii della politica elettorale clerico-moderata, come è facile mostrare indagando le illusioni e gli errori che caratterizzano tale politica.</p>
      <p>Il primo di questi errori sta nel pensare che il cattolicismo possa e debba essere sostenuto con mezzi politici e parlamentari.</p>
      <p>Questo modo di intendere e di fare gli interessi del cattolicismo con piccoli mezzucci di azione parlamentare è stato illustrato stranamente dal <hi rend="italic">dossier</hi> Montagnini; il rappresentante del Vaticano in Francia trascurava, denunziava, irritava, intimidiva l'episcopato, ma era in conversazioni continue con dame politicanti e con deputati; e 1'effetto fu quello che abbiamo visto.</p>
      <p>Né deve far meraviglia. Questo protendersi ed appoggiarsi al di fuori, sui fragili sostegni della politica, oltre che risponde troppo all'antico concetto dell'attività ecclesiastica, è causato da un istintivo bisogno di non rientrare in sé, di non affrontare le difficoltà penose di un severo esame di coscienza, di togliere anzi 1'occhio dalle difficoltà interiori; cerca di ritardare la crisi e insieme la preannunzia e la affretta; né è dovuto a proposito di uomini, ma è lo spontaneo sforzo di conservazione di un istituto gigantesco che troppe cose ritardano dall'adattarsi ed aggiustarsi alle condizioni sociali diverse, venute mutando rapidamente </p>
      <p>
        <pb n="127" />quando appunto esso si chiudeva nel suo passato e lo custodiva gelosamente da ogni penetrazione esteriore.</p>
      <p>E ciò anche spiega l'altro carattere di questa politica: l'avversione istintiva, per la cultura e per la democrazia. Pretesto e movente psicologico dell'alleanza è il timore dei partiti sovversivi; ma, se questo timore è logico e spiegabile là dove si tratta di difendere degli interessi economici e politici minacciati dal vigoreggiare dell'organizzazione e della resistenza proletaria, negli uomini di chiesa, ed, in genere, in quelli che dicono di avere in vista, innanzi tutto, interessi religiosi, questa. preoccupazioni: antisocialista si risolve in una grossa illusione. Il socialismo è l'effetto combinato di una data situazione economica e sociale e di certe passioni collettive, composte in unità di partito da una speciale rappresentazione ideologica (materialismo storico) della società e della vita. Se i cattolici combattono in blocco il socialismo, senza fare distinzione fra questi vari elementi, essi 1º prendono posizione con certi interessi economici contro certi altri; 2° provocano contro di sé, passioni e tendenze emozionali collettive che costituiscono anche lo sforzo di una gran parte della società verso una più reale e più larga giustizia; 3° ingombrano e ritardano la soluzione più razionale, e più conforme alle esigenze presenti, dei conflitti economici, e divengono, quindi, elemento di perturbazione e di profondo malessere sociale.</p>
      <p>Quale dovrebbe essere adunque la condotta della società religiosa, come tale, e di coloro che ispirano ad essa la loro azione politica, di fronte al socialismo? Non è difficile dirlo. Combattere quella speciale rappresentazione materialistica della vita e del mondo; disinteressarsi, in quanto clero o cattolici, intieramente di tutto quello che è conflitto economico, contrasto di classe, opposizione politica dei partiti; non affrontare le passioni, le collere, le speranze delle masse, <pb n="128" />a vantaggio di altre passioni, più cupide, forse più ree, ma affaticarsi a discernere, in esse, come conviene ad una grande educatrice delle coscienze, quella, che è sete di cose giuste e di elevazione da quella che è cupidigia volgare di godimento e di dominio. Questo è l'unico atteggiamento di credenti di fronte al socialismo, rispondente alla natura ed allo spirito della fede: questo è anche il solo atteggiamento che possa dare dei risultati, e che ne diede là dove esso è stato già preso da cattolici intelligenti ed attivi. Combattere il socialismo come si fa oggi in Italia, senza distinguere, prendendo parte per i moderati o per i padroni, ostacolando o spezzando l'organizzazione proletaria, combattendo sempre e per partito preso i così detti sovversivi, fra i quali sono pure parecchi che potrebbero meglio essere chiamati <hi rend="italic">ricostruttici</hi>, èun errore del quale i moderati che lo commettono non tarderanno ad avvedersi; è una politica dalle corte vedute, che si limita a  numero delle posizioni guadagnate o perdute, senza preoccuparsi punto del futuro andamento della lotta: è un logorare le proprie riserve, lasciando agli altri il vantaggio di rafforzarsi di sempre nuove reclute per gli scontri di domani: è, in una parola, un accettare, nella lotta, la posizione della grassa e gaudente borghesia capitalistica, invece di prendere la posizione più adatta all'indole ed alle condizioni delle forze e delle energie delle quali dispone la Chiesa.</p>
      <p>Ora anche questo si spiega non difficilmente. Se il cattolicismo, che dovrebbe essere estraneo a conflitti i quali non lo riguardano, e vedere, anzi, con simpatia lo sforzo degli umili verso una più equa. condizione di vita, prende posizione per l'uno dei contendenti, ciò non può essere se non perché esso vede nei progressi e nella possibile vittoria dell'altro un danno e un pericolo per sé. Quale è il pericolo che può venire al cattolicismo dal prevalere delle <pb n="129" />correnti e delle forze democratiche? La questione, naturalissima, non è stata mai affrontata direttamente. La democrazia, per il suo sviluppo, ha bisogno di coltivare l'intelligenza degli umili, di abituarli a guardare, senza più puerili illusioni e leggende, nella natura e nel meccanismo della società, di chiedere alla sua propria attività e previdenza quello che spesso si chiedeva ieri ad imaginati interventi occulti, di svolgere le forze di iniziativa e di operosità; e quindi vuole ampliate ed accresciute quelle libertà (facoltà di agire) contro le quali talora il mondo clericale ha elevato la fragile barriera delle sue ripugnanze. Una più «religiosa» concezione della vita religiosa, una più netta distinzione fra quel che è ecclesiastico e quello che è civile, una condotta del clero diversa dalla presente, e una sua assai più larga cultura, la liberazione da quello che di fanciullesco e di stantio hanno ancora le nostre abitudini umane, tutto questo i progressi della democrazia sembra debbano suggerire alle società religiose. Ma alcuni <hi rend="italic">temono</hi> tali trasformazioni. Ciò solo spiega la diffidenza per la democrazia, la quale è nel fondo della presente alleanza clerico-moderata. La politica clericale persegue dunque a suo modo, nella presente condotta, degli scopi religiosi, <hi rend="italic">come era da attendersi</hi>; ma questi scopi religiosi, o, per meglio dire, ecclesiastici, sappiamo ora quali sieno.</p>
      <p>E questo ci spiega anche un ultimo carattere della condotta di molti cattolici in tale alleanza; l'amoralità della politica che ne segue; o meglio, la scarsa coscienza morale che rende possibili le basse transazioni ed i volgari accomodamenti, e i poco degni mezzi di offesa e di difesa dei quali sovente gli alleati si servono.</p>
      <p>Gli interessi estranei, introdottisi da lunga data nel cattolicismo ed alleatisi alle passioni ed alle preoccupazioni di coloro che, nel seno di questo, oppongono resistenza alle <pb n="130" />nuove energie religiose, obbediscono ad impulsi nativi, o economici o politici, che determinano abitualmente e naturalmente l'opera di simili interessi; ma tuttavia, per l'innaturale associazione che li spinge a travestirsi in fatti e tendenze religiose, essi danno luogo a quello stato d'animo od abitudine di infingimenti così comune oggi, che è appunto l'ipocrisia. La quale ipocrisia è caratteristica di uomini religiosi che, perduto o diminuito grandemente (come nel caso nostro) l'intimo spirito animatore, e rimanendo tuttavia stretti in enormi aggregati di anime che sono ottimi strumenti di potenza e di dominio in coloro che riescono ad impadronirsene, sono penetrati e più o meno asserviti da forze e da interessi estranei; donde poi il dissidio fra la esteriorità religiosa e l'intimo occulto movente politico od economico. E questa ipocrisia è una quarta caratteristica della politica clericale. </p>
      <p>Dopo un lungo periodo di astensione, i cattolici italiani hanno incominciato, nelle elezioni del novembre 1904, ad entrare nella vita pubblica italiana, prendendo parte, come elettori e come candidati, alle elezioni politiche. Nella primavera dello stesso anno era stata sciolta repentinamente l'Opera dei congressi, la loro massima organizzazione nazionale, la quale, se fosse vissuta, quasi certamente avrebbe ritardato ancora per qualche tempo l'ingresso dei cattolici al parlamento, per meglio prepararlo: caduta essa, questi si trovarono dispersi ed incerti innanzi alle elezioni generali, e la direzione della loro condotta politica fu assunta direttamente dal clero.</p>
      <p>Presi alla sprovvista, e gettatisi nel conflitto politico spensieratamente, essi non ebbero né tempo né voglia di formulare un loro programma politico; di dire, cioè, al pubblico, con quali idee e con quali propositi entrassero a partecipare all'attività legislativa e si preparassero a premere sul governo del paese.</p>
      <p>
        <pb n="131" />Ma la Santa Sede ha, essa, un suo programma politico, fissato in una lunga serie di atti e di dichiarazioni dottrinali dal 1848 a questi ultimi tempi; programma che è frutto di una lunga elaborazione storica, che non manca di chiarezza o di precisione, e che non è stato mai ritrattato.</p>
      <p>Esso può essere, in base al Sillabo ed agli altri documenti pontificii, alcuni dei quali — come la lettera di protesta contro la visita del presidente della repubblica francese a Roma., e l'enciclica Vehementer — recentissimi, riassunto nelle seguenti linee principali:</p>
      <p>1° La Chiesa condanna vivamente lo Stato laico, che sia cioè neutrale in materia di religione, e vuole che lo Stato accetti invece la religione cattolica come sua religione, ed accetti quindi anche le vedute e le esigenze della stessa Chiesa cattolica in fatto di proprietà ed immunità ecclesiastiche, di semplice «tolleranza» di altre opinioni, di educazione confessionale, di culto pubblico, ecc.</p>
      <p>2° La Chiesa condanna le libertà costituzionali su cui riposa l'attività pubblica degli Stati moderni; libertà di coscienza, libertà di stampa, libertà di associazione e di culto.</p>
      <p>3° La Chiesa vieta ai cattolici di discutere se il potere temporale della Santa Sede sia compatibile con la missione spirituale di questa: essa vuole si ritenga che, non solo le due cose sono compatibili, ma che un minimo di potere temporale, da fissarsi dalla Santa Sede medesima, è indispensabile a questa pel retto compimento del suo ufficio.</p>
      <p>4° Quindi, la Santa Sede non ha rinunziato ai suoi diritti su Roma, e dichiara di non poter rinunziare ad essi, e queste sue esplicite riserve e rivendicazioni sono ancora la base, si può dire, dei suoi rapporti diplomatici con gli Stati cattolici; mentre, d'altra parte, dinanzi all'evidente impossibilità di riottenere oggi un qualsiasi potere territoriale, <pb n="132" />tenta di ricostituirsi per altre vie un nuovo demanio politico, come vedremo più innanzi.</p>
      <p>5° In tutto ciò essa non si limita ad esigere un astratto riconoscimento di principii teorici; vuol che questo si converta nella domanda positiva di appoggio alle istituzioni pubbliche, politiche od amministrative, nella lotta contro quegli elementi di sviluppo civile i quali sembrino involgere una qualche minaccia per lo spirito od il culto religioso; e mentre nelle file dei cattolici avversa le frazioni giovanili più democratiche; offre alla sua volta appoggio ed aiuto allo Stato, quando questo mostri di voler mettersi per una via di più severo controllo e di limitazione di quelle libertà pubbliche alle quali, come abbiamo veduto, la Chiesa stessa è opposta per principio.</p>
      <p>6° Infine, la Santa Sede ritiene che, essendo l'Italia un paese nella sua grande maggioranza ancora cattolico, ed inoltre essendo essa in particolar modo associata e quasi legata alla Chiesa cattolica ed a Roma papale, tutte queste sue esigenze e rivendicazioni abbiano massimamente luogo e ragione di affermarsi in Italia; cosicché i cattolici italiani hanno uno speciale dovere di combattere, anche politicamente, lo Stato <hi rend="italic">laico</hi> edi volere che questo accetti e faccia suo il programma politico della Santa Sede.</p>
      <p>E l'azione di questa è stata sempre, infatti, coerente a questi principii. In vero essa:</p>
      <p>1° Impose ai cattolici italiani l'astensione dalle urne politiche, vincolando così alla sua causa l'esercizio di un diritto politico fondamentale di molti cittadini e sottraendo l'opera di questi alla vita pubblica.</p>
      <p>2° Volle che le organizzazioni laiche di cattolici, anche aventi scopi economici o sociali, prendessero e conservassero un carattere nettamente confessionale, e fossero strette da speciali vincoli di dipendenza diretta dall'autorità ecclesiastica, <pb n="133" />3° Conservò sempre uno speciale e diretto controllo sulla attività civile dei cattolici laici, e quando questi tentarono, comunque, di costituirsi in partito politico, intervenne ad impedirlo.</p>
      <p>4° Ha impedito al movimento democratico-cristiano, sorto così vigoroso negli anni 1898 - 1902, di costituirsi in organizzazione autonoma, ed ha sempre combattuto col massimo vigore la sua ricostituzione, sino a vedere nel fatto di una organizzazione politica con scopi essenzialmente politici un caso di ribellione alla Santa Sede, anche quando i promotori dichiaravano di rimettersi all'autorità ecclesiastica per tutte quelle cose che riguardassero la coscienza e la religione cattolica.</p>
      <p>5° Ha dispensato recentemente i cattolici dal <hi rend="italic">non expedit</hi> solo in alcuni collegii ed in circostanze speciali, riservandosi di designare essa il candidato politico sul quale dovessero raccogliersi, in tal caso, i voti dei cattolici.</p>
      <p>6° Ha protestato contro la visita del capo di uno Stato cattolico, il presidente Loubet, alla monarchia di Savoia in Roma, riaffermando l'illegalità dell'occupazione di questa, ed affrontando le conseguenze gravissime di tale atto, il quale condusse alla rottura delle relazioni diplomatiche con la Francia e conseguentemente alla separazione; e pone anche oggi il <hi rend="italic">veto</hi> alla visita di sovrani cattolici o di loro rappresentanti ufficiali al capo dello Stato italiano in Roma.</p>
      <p>7° Non manca di riaffermare, quando l'occasione se ne  sua condanna per lo Stato laico e le esigenze delle quali sopra abbiamo detto.</p>
      <p>Dall'altra parte lo Stato italiano è sorto e si é affermato con principii <hi rend="italic">nettamente</hi> opposti. Giova ricordare brevemente anche questi:</p>
      <p>1° Dinanzi al potere temporale della Santa Sede, esso ha dichiarato di ritenerlo non solo non necessario ma anzi noci¬<pb n="134" />vo agli interessi del governo spirituale delle anime, così che nessun diritto religioso potesse essere elevato contro il diritto dell'Italia ricostituita a Roma, come a sua capitale.</p>
      <p>2° Ha fissato e seguito il criterio della piena libertà di coscienza, di stampa, di culto, togliendo così alla maggioranza cattolica ogni diritto di farsi valere, come tale, e di esigere dallo Stato speciali facoltà e favori per sé e la restrizione dei diritti altrui.</p>
      <p>3° Ha affermato la laicità dello Stato, e il suo potere sovrano di legiferare, anche in materia di proprietà ecclesiastica e di associazioni religiose, senza sentire la Chiesa, l'autonomia piena dei suoi fini dai fini e dalle norme della società religiosa, la libertà e quindi la <hi rend="italic">aconfessionalità</hi> (la quale non va poi confusa con la <hi rend="italic">areligiosità</hi>)dell'insegnamento in tutti i gradi di questo.</p>
      <p>4° Si è costituito solidamente in Roma, dando alla occupazione della città il carattere di una vera rivoluzione religiosa, d'una affermazione, nel fatto stesso, piena ed irreformabile dei diritti dello Stato laico e della decadenza della Chiesa da ogni potere civile e miscela negli uffici civili degli Stati.</p>
      <p>Quale è ora, fra questi due opposti programmi, la posizione dei cattolici italiani? Che cosa pensano essi della incompatibilità di così opposti principii?</p>
      <p>La loro condotta è quello che di più strano si possa immaginare. Poiché dall'una parte essi dichiarano di essere in ogni cosa ossequenti alla Santa Sede, ed a questa chieggono la facoltà di andare alle urne, riconoscendo con ciò esplicitamente le riserve e le restrizioni che essa pone, in nome della sua politica, all'esercizio del loro diritto di voto; e protestano contro coloro i quali hanno osato affermare la loro autonomia politica, tornando con ciò a ripetere che essi non vogliono, in alcun modo, scindere le loro responsabi<pb n="135" />lità politiche dallo spirito e dal programma dell'azione politica del Vaticano per rispetto all'Italia.</p>
      <p>Dall'altra parte, poi, essi dichiarano di accettare pienamente la costituzione italiana e l'orientamento dato allo Stato italiano da una possente e non interrotta tradizione, e l'unità d'Italia così come essa è ora costituita, cioè con Roma capitale; <note n="5">"Nell'agosto 1907, poco dopo la lotta di Bergamo, l'on. Cameroni, al consiglio comunale di Treviglio, esclamava" Viva Roma capitale d'Italia. E l'Osservatore romano ne lo rimproverò aspramente.</note> e con ciò si sbrigano assai leggermente e del <hi rend="italic">Sillabo</hi> e delle rivendicazioni non abbandonate su Roma e della enciclica <hi rend="italic">Vehementer</hi> e di tutta l'attività politica della Santa Sede; e fanno, nella realtà, come l'on. Cornaggia fa anche a parole, tenendo lunghi discorsi politici senza neppur mostrare di ricordarsi che a Roma, oltre il Quirinale, c'è anche il Vaticano. Infatti i cattolici italiani che partecipano senza restrizioni alla vita pubblica del loro paese sopprimono ed annullano, senza forse addarsene, tutta l'attività politica della Santa Sede, dal 29 aprile 1848 ad oggi.</p>
      <p>Coerente, quindi, ed assai logica è, anche in questo caso, la condotta della Santa Sede; la quale conserva il <hi rend="italic">non expedit,</hi> concedendo solo di ritirarlo volta per volta quando intervenga il principio, quasi pregiudiziale, della conservazione delle società religiosa e civile insieme, dinanzi ad un comune accanito nemico, che è il socialismo; e tale permesso è dato non a favore del candidato cattolico, in quanto tale, ché anzi la presentazione di candidati cattolici sembra essere ritenuta inopportuna, ma solo a favore del candidato antisovversivo; così che in ciò si ha solo il caso di due avversarii che si riconciliano momentaneamente innanzi a un comune avversario forte e pericoloso, e rimettono a più tardi la ripresa delle loro reciproche querele e delle armi; e nes¬<pb n="136" />suna offesa è fatta con ciò dalla Curia Romana ai suoi principii.</p>
      <p>Avviene dunque, appunto come è avvenuto a Bergamo, che sinché i cattolici stanno alle spalle dei moderati o si limitano ad entrare in parlamento <hi rend="italic">faute de mieux,</hi> come fu nel caso di Cameroni e di Mauri, le cose vanno liscie: ma quando essi si attentano a presentarsi come cattolici, e cercano, comunque, di formulare un loro programma che possa non essere sconfessato dal Vaticano, la incompatibilità, della quale abbiamo detto sopra, apparisce invincibile e stridente; e alleanze decennali, che parevano solidissime, si rompono, e la coscienza dell'interno dissidio finisce opera dell'improvvisa opposizione esteriore, snervando e spezzando il corpo elettorale cattolico; e il candidato di questo trova di non poter far di meglio che ritirarsi.</p>
      <p>E l'indole di questo conflitto interno e profondo della coscienza politica dei cattolici è illustrata, in maniera paradossale e unica, nel caso di Bergamo, del quale abbiamo già parlato, dal fatto che il candidato dei cattolici era un…moderato puro, il quale accettava il programma cattolico, come una formalità poco piacevole, e poi ne diveniva pietosamente vittima; e il candidato dei liberali era un ottimo cattolico che per nulla al mondo perderebbe la messa della domenica, se nonforse per un collegio politico; e una alleanza stretta contro i sovversivi si risolve improvvisamente in una alleanza dei moderati e sovversivi contro gli ex alleati dei primi, che si ritirano dalla lotta, per farsi perdonare dai moderati il loro cattolicismo e rinfoderarlo.</p>
      <p>Per questo il critico il quale osservi serenamente e dal di fuori troverà che innanzi ai cattolici italiani non sono aperte che due vie; o superare con un lavorio interno di critica e di sintesi nuove quel che i due programmi hanno di opposto e di inconciliabile, in modo da salvare sia le <pb n="137" />esigenze essenziali del cattolicismo sia le esigenze pratiche e presenti della nostra vita pubblica, o nascondersi dietro ai moderati e fare con essi, non già una alleanza, ma una società in accomandita, rimettendo a più tardi il loro ingresso aperto nella vita pubblica, e confidando nelle profonde e inavvertite elaborazione di idee che vanno avvenendo nella loro coscienza politica...subliminare.</p>
      <p>Nell'un caso o nell'altro, coerenti sono assai più i moderati da una parte e, dell'altra, i sostenitori aperti e tenaci della tradizionale politica pontificia, come la <hi rend="italic">Difesa</hi>, l'<hi rend="italic">Italia reale</hi>, l'<hi rend="italic">Unita Cattolica;</hi> incoerenti ed insinceri sono invece tutti quelli che risolvono le incompatibilità di cui sopra, cuoprendosi gli occhi con le mani e dichiarando che non le veggono; mentre logico e serio sarebbe affrontare e risolvere tali problemi prima di avventurarsi nel terreno pratico; come fa la <hi rend="italic">Lega democratica nazionale.</hi></p>
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  </text>
</TEI>