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        <title>La vita religiosa nel cristianesimo. Discorsi</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Murri, La vita religiosa nel cristianesimo. Discorsi, Roma, Società Nazionale di Cultura, 1907, 1-297. <date when="1907">1907</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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      <p>
        <pb n="1" />I.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Il programma.</hi>
      </p>
      <p>Signori! </p>
      <p>Durante un mese io dovrò intrattenervi di verità religiose: rivolgermi alla vostra coscienza per eccitarla, con 1'esposizione adatta di queste verità religiose, alla purificazione morale, a uno sforzo più intenso nella ricerca e nel compimento del bene, di tutto il bene. È giusto che prima di incominciare io vi esponga i criteri con i quali ho assunto questo delicato o difficile ufficio.</p>
      <p>I. Io non vorrei offendervi pensando che ci possono essere fra voi alcuni venuti solo per curiosità umana e malsana: anime frivole e vane, che forse ha chiamato il nome d'un agitatore noto di idee, o che hanno la consuetudine di cercare nell'oratore di chiesa la presenza, il gesto, la posa, l'imagine; di trovarvi, permettete la parola poco degna, 1'istrione. Io penso e spero che questi, se vi sono, rimarranno delusi. Io non reciterò né declamerò, ma parlerò semplicemente, familiarmente; e crederei far torto all'importanza di tutto quel che riguarda la vita religiosa ed il cristianesimo, ed alla sincerità di convincimento con il quale io aderisco con tutta l'anima alla verità cristiana, se ricorressi, nel parlarvene, a qualsiasi artificio rettorico di pensiero o di esposizione.<note n="1">Ho già detto altrove che io non ho molta fiducia nell'apologetica fatta in Chiesa"  io penso che l'ufficio del sacerdote sia di esporre autorevolmente la verità divina che egli ha avuto in consegna, per avvivare o ridestare nelle anime la vita spirituale nel Cristo, rivolgendosi, assai più che all'intelligenza, a quel desiderio ed aspettazione del bene che è in fondo ad ogni anima: con esso, e con l'intelletto, la verità cristiana ha come una segreta e profonda simpatia che le nostre loquaci costruzioni rivelano assai meno bene di un semplice e fedele commento. La dialettica ingegnosa, se non conquista e trascina con la virtuosità della forma e dell'immagine, lasciando dietro sé una emozione superficiale e fugace, richiede sottigliezze di ragionamento e di analisi logiche che né il luogo permette né una folla è atta a ricevere, appunto pel difetto di riflessione calma che è carattere d'ogni psicologia di folla, anche religiosa. È poi inutile aggiungere che molti si illudono grossamente o sul valore incerto delle loro dimostrazioni o sulla possibilità di spostare e modificare durevolmente tutto un sistema, già stabilito per lunga abitudine, di vedute generali e di associazioni di idee che costituisce la mentalità del non credente.</note><pb n="2" />II. Io so tuttavia di non parlare a soli cattolici praticanti; alcuni, forse parecchi, di voi hanno per le questioni religiose una curiosità puramente intellettuale; e vi prendono l'interesse che si prende a questioni largamente ed animosamente dibattute, anche quando esse non ci riguardino da vicino; oggi; in special modo, che l'indifferenza ostentata da molti per tali questioni nella seconda metà del secolo scorso va disparendo e l'attenzione degli spiriti colti ed equanimi su di esse si va facendo più larga ed intensa. Io non intendo davvero che questa curiosità debba rimanere delusa. Esaminate da un punto di vista teorico e disputativo, o da un punto di vista pratico, le questioni che la predicazione cristiana agita sono pur sempre, in fondo, le stesse; e voi potrete, osservando nel loro insieme le dottrine, le vedute, le rappresentazioni intellettuali che dirigono la vita religiosa nel cristianesimo e studiandone 1'efficacia spirituale e il valore morale, avere elementi preziosi e sicuri per giudicare delle verità di esse.</p>
      <p>Ed anche questa sarà, a suo modo, un'apologia del cristianesimo. Se, percorrendo con me in questo mese verità cristiane che forse vi sono familiari, voi troverete in esse, le cui formule usuali vi parvero stantie e vuote di significato, un senso vivo, fresco e nuovo per voi; se nelle aspirazioni, meglio conosciute, della vita cristiana voi giungerete talora a riconoscere le più nobili delle vostre aspirazioni, i più intimi e più puri desideri vostri, <pb n="3" />quelli che l'illusione e l'errore della vita esteriore e mondana ha potuto talora sopraffare e cuoprire, ma non spegnere intieramente; se il cristianesimo, nelle direzioni che imprime allo spirito, nelle virtù che comanda, nei sacramenti, noi riti, vi apparirà come una mirabile scuola di bene, di elevazione spirituale, di dignità umana, di grazia soave, di forza divina e di amore, voi potrete esser tratti a giudicarlo più giustamente ed innamorarvene: e riconoscerete che 1'uomo cerca pur sempre il cristianesimo quando cerca la luce e la forza del bene, cerca pur sempre Dio quando cerca la vita vera o piena.</p>
      <p>III. Forse, anzi, noi toccheremo con ciò il fondo dell'errore che ha allontanato e va allontanando molte anime dal cristianesimo. Si è detto, ed è vero talora, che il desiderio di abbandonarsi alle proprie passioni ed il cruccio per le severità della morale cristiana conducano gli uomini a coltivare in sé i pregiudizi intellettuali contro il cristianesimo: ma sarebbe ingiusto e falso pensare che questo sia sempre il caso, per chi è lontano da esso, e che, anche perduta o trascurata la fede, non rimanga in molte anime il desiderio del bene, il senso vivo e pungente del male, la nostalgia profonda di pace spirituale, di certezza di dissetamento dell'anima a fonti divine e perenni di vita.<note n="2">"Vedremo più innanzi come molte anime hanno un senso religioso della vita e dell'universo, le quali tuttavia, per pregiudizi intellettuali o morali, si tengono lontane dalla religione positiva. Se Dio, come principio della vita religiosa, si manifesta direttamente, benché in maniere diversissime, alle anime, il cattolicismo — e a più forte ragione qualsiasi altra religione positiva — quale esso è visibile nel suo involucro storico ad un osservatore disattento o mal prevenuto, non ha tale evidenza esteriore di verità religiosa da fumare il consenso e l'adesione ad esso. Ai segni di religiosità converrebbe quindi incominciare a dare maggiore importanza, quando essi ci appariscono in anime che il nostro gretto modo di vedere ci farebbe ritenere estranee alla vita religiosa"  essi sono tanto più sinceri quanto più sono personali e spontanei.</note>
  </p>
      <p>Ora è in molti la persuasione che il cristianesimo non risponda, o almeno non risponda più, al desiderio del bene o dell' ideale perfezione umana: che i suoi dommi sieno cappe del pensiero, che le sue virtù sieno grette ed esclusive, che le sue pratiche sieno piccine e feminee, <pb n="4" />che esso tarpi le ali all'animo anelante verso la bellezza e la libertà, che coloro i quali ne seguono i precetti sieno piccoli, tristi, viziosi, capaci di godere, di odiare, di dimenticarsi conio tuttiglialtri uomini. E per questo la società, o tanta parte di essa, cerca oggi faticosamente di sbarazzarsi della Chiesa e del Cristo: e chiede alla scienza una religione, una morale, una società nuova.</p>
      <p>Nulla di più evidente e nulla anche di più doloroso di questo sforzo che la società nostra fa, per tanto vie, di liberarsi dal cristianesimo: tentativo che noi dobbiamo certo combattere con tutte le nostre forze, ma, forse, in maniere diverse da quel che molti credano ed usino; i quali scambiando le dottrine e le istituzioni astrattamente prese con le anime umane, sogliono dividere la società in due parti ed attribuire alla causa ed alla parte cui hanno pigramente aderito tutto il bene, rigettando nel campo dell'altra tutto il male. E spesso taleopposizione cieca e sommaria ad agitazioni che hanno pure un fondo di buono e di giusto e che solo un giudizio errato fa divenire ostili al cristianesimo, è fra le più gravi cause della diminuzione della fede nel mondo.</p>
      <p>Se una migliore intelligenza del cristianesimo ed una più cordiale adesione ad esso facesse le anime nostre più sitibonde di giustizia e di bene, e quindi anche più capaci di discernere e di apprezzare la giustizia ed il bene dovunque esso ci si riveli, noi non vedremmo oggi sottratte alla religione, per colpa dell'intolleranza e dell'esclusivismo nostro, tante forze vive che o da essa, per vie nascoste, procedono o con essa potrebbero benissimo trovarsi d'accordo: che vi troverebbero anzi, assai sovente, una garanzia di più sicura direzione e di successo.</p>
      <p>Su tutto ciò che il cristianesimo nettamente prescrive o proscrive noi non dobbiamo patire che nascano o si diffondano incertezze; se molte animo illuse o dominate dalle passioni odieranno e fuggiranno, nel cristianesimo, ciò che esso realmente è ed esige, noi le vedremo con dolore allontanarsi, ma non potremo porvi rimedio. Ma assai sovente non è questo il caso: e molti vi sono, e ve <pb n="5" />ne sono certamente anche fra voi, i quali dubitano e diffidano del cristianesimo, e cercano altrove; perché è in essi 1'opinione che o la dottrina o il rito cristiano o la società dei credenti nella Chiesa cattolica non permettono oggi più all'anima umana di muoversi liberamente aspirando a ciò che la nostra coscienza sente essere, in qualsiasi campo, nobile e degno.</p>
      <p>Ora io so che tutto ciò non è vero e vorrei mostrarvelo, presentandovi il cristianesimo nella sua vera luce: e mostrandovi nel fatto come ciò che voi disapprovate non in esso, ma nel costume di molti di coloro che lo professano, abbia il diritto od il dovere di disapprovarlo anche io nel nome stesso del Cristo: il quale è assai più vicino alla coscienza moderna di quello che da molti si creda.</p>
      <p>IV. Di questi cristiani, la cui vita non rende una soddisfacente testimonianza al valore morale della religione da essi professata, ve ne saranno certamente parecchi fra voi; cristiani i quali hanno della loro religione una conoscenza monca e superficiale; i quali dubitano, talora anche senza confessarselo apertamente, della verità o della bontà di questa o quella dottrina religiosa, di questo o quel precetto morale; che, pur professando di esser cristiani e compiendo degli atti religiosi in date circostanze della vita, negano poi alla religione l'assenso pieno della loro anima, il quale consiste nel v<hi rend="italic">iverla</hi> pienamente, nell'agire sempre ed in ogni cosa secondo lo spirito di essa e le direzioni da essa suggerite alla volontà.</p>
      <p>Di tali cristiani è grande oggi il numero; poiché molti hanno ricevuto esteriormente la fede dalla scuola dalla famiglia dalla vita sociale circostante, come si ricevono, passivamente e per lenta e spontanea abitudine, giudizii vedute costumanze sociali, ma non hanno poi cercato di riceverla per ciò che essa è, di assimilarsela, di farne consapevolmente 1'esperienza, di conquistarla, in una parola, con lo sforzo personale e consapevole del loro spirito. Essi hanno anzi, assai spesso, favoriti in ciò dallo stesso costume circostante, volto ad una via opposta lo <pb n="6" />sforzo del loro animo; ad adattare cioè la loro fede ad una coscienza morale, cresciuta in gran parte fuori dell'influenza di essa, ad abitudini già fatte, talora anche ripugnanti ad uno spirito vivo di religione. Sicché molti si dicono oggi e si credono cattolici ai quali forse manca persino ciò che in ogni vita religiosa è elementare, vale a dire la religiosità: 1'attitudine, spontanea o formata, a considerare le cose della vita ed il mondo, gli atti e le finalità umane, da un punto di vista religioso. Esaminate ciò che essi amano, desiderano e temono, ciò che essi cercano nella vita, studiate i moventi della loro condotta, l'indole dei loro rapporti con Dio e col prossimo, e voi vedrete nessun vivente principio religioso manifestarsi in ciò: la religione apparisce, al più, quando c'è il mistero da scrutare temerariamente, un giudizio pubblico da affrontare, un piccolo o grande favore terreno da ottenere, un pericolo da scongiurare con mezzi superstiziosi e talora magici. Di tale forma di cristianesimo, così diffusa oggi e così nociva allo sviluppo ed all'influenza della vita cristiana, nel mondo, noi faremo liberamente la critica nei nostri discorsi.</p>
      <p>V. Vi sono infine, e ve ne saranno, spero, molte fra voi, animo sincere, le quali aderiscono cordialmente al cristianesimo, fanno il bene e fuggono il male secondo i precetti di esso, pensano con affetto a Dio o desiderano di vivere in Lui: e ad esse gioverà l'esaminare più da vicino o il percorrere insieme i precetti, i riti, gli scopi della vita cristiana. La nostra vita interiore è uno sforzo continuo di penetrazione di assimilazione di unificazione, e lo sforzo si attenua o si arresta se ad esso manchi sempre nuovo alimento.<note n="3">"Vedi, nel volumetto" Sostene Gelli, Psicologia della religione (Società Nazionale di Cultura), in fondo, l'interessantissimo scritto del barone Von Hügel.</note>
  </p>
      <p>Di queste anime il numero è oggi, inoltre, assai diminuito fra voi: esse sono deboli e pavide per l'ombra che il paganesimo, avanzate a grandi passi, proietta sempre più lunga e densa sulla società dei cristiani. un'ora addietro in una delle vie della vostra città, io ho visto sfilare il corteo <pb n="7" />funebre dell'operaio che ieri, nel vostro porto, moriva d'una disgrazia sul lavoro. Una folla interminabile d'uomini, tutta Ancona operaia, seguiva quel feretro. Non v'era prete, non segno religioso.</p>
      <p>Io osservai attentamente quei volti che mi passavano innanzi: non potei notare in alcuno, fra le linee visibili e le traccie delle più varie passioni umane, i segni certi di una interna commozione religiosa; non uno mi parve atteggiato a preghiera, non uno compreso del mistero d'una vita nuova ed eterna che aveva strappato via per sé, nell'improvvisa sventura, il compagno. In tutto quel popolo di operai il pensiero della morte appariva divelto — anche esso! — da ogni sentimento religioso.</p>
      <p>VI. C'è poi un difetto introdottosi largamente nella vita cristiana d'oggi, che noi esamineremo con maggiore attenzione: quello che ci nasconde o ci fa trascurare il valore e il carattere <hi rend="italic">sociale</hi> della vita cristiana, dei suoi precetti più fondamentali, dei suoi riti, del suo sviluppo. Le anime cristiane, anche le migliori, si sono assai spesso, in questi ultimi tempi, irrigidite o chiuse in sé: o di qui in gran parte 1'impoverimento della nostra vita religiosa, 1'essere essa divenuta gretta, fiacca, incerta, inerte. Non vuole il bene nel cristianesimo chi lo cerca solo por sé, non odia il male chi lo fugge solo in sé; non lotta, non opera, non ama con Cristo chi non si sente solidale con le anime vicine e sorelle, chi non diffonde intorno a sé luce e calore di bene, chi passa in una società divenuta così poco cristiana, rimanendo freddo ed indifferente al male che vede compiersi intorno a sé, alla voce di tante anime povere e affrante, alle quali il soccorso buono d'una parola e di un aiuto fraterno aprirebbe la via alla redenzione morale ed al bene, indifferente al grido di quelle pochissime anime generose che, vedendo enorme il bene da fare e poverissime le loro forze, chieggono anime sorelle che si associno ad esse nel vivere e nel praticare insieme il precetto d'amore del Cristo.</p>
      <p>
        <pb n="8" />II.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Religiosità</hi> e <hi rend="italic">religione.</hi></p>
      <p>I. Noi emergiamo oggi a pena da un lungo periodo storico, che dalla metà del secolo XVIII va a tutto il XIX, nel quale trascurare o disprezzare la <hi rend="italic">religione</hi> parve pregio di menti elevato o di caratteri forti: trascuranza e disprezzo che discendendo lentamente negli strati sociali sono giunti oggi ad esser vanto degli speziali di villaggio o dei maestri elementari, mentre nelle più alte sfere del pensiero si riaccende un vivo interesse per tutto quello che sa di religione.</p>
      <p>Quel disprezzo nacque — in paesi latini e cattolici — soprattutto da ciò: che mentre la dottrina vera e il rito cattolico non possono giammai essere spregevoli, la grettezza di vedute, 1'intolleranza, il difetto di sincerità, la non corrispondenza della vita con la morale professata fanno spregevoli coloro che professano il cattolicismo. Questi difetti, che noi chiamiamo oggi ipocrisia religiosa, ipocrisia la quale può anche talora non essere accompagnata dalla mala fede, ma procedere o da viziosa educazione o da animo molle e piccino, erano largamente diffusi nel secolo XVII. La religione cattolica si era quasi, permettetemi la parola, stereotipata in certe formule apprese a memoria, in certe consuetudini religiose; si era, negli istituti esteriori ed, anche, negli usi della società del settecento, così fariseizzata, per un processo di esteriorizza <pb n="9" />zione superstiziosa e di esposizione accademica, che la veste esterna concreta dell'intimo senso religioso nascondeva e come soffocava questo senso medesimo, agli occhi dell'osservatore, anche là dove esso fosse ancora vivo. <note n="4"> Vedi, Le Battaglie d'oggi, 2.° vol., (Società Nazionale di Cultura) dove è largamente esposto questo processo di evoluzione regressiva della vita cattolica ne' popoli latini.</note></p>
      <p>Così, mentre gliuni facevano consistere la religione nelle formule e nei dettagli del rito, gli altri credevano, combattendo questo esteriorismo ipocrita e la superficialità pedante e accademica che lo accompagnava, di combattere il cattolicismo, anzi esso stesso il sentimento religioso. Si aggiunse poi che, mentre il pensiero e il costume religioso di molti dei nostri erano così impacciati, questi non seppero prendere una parte larga e viva alle preoccupazioni ed agitazioni nazionali prima, sociali poi, che tennero gli animi nella seconda metà del secolo scorso: e così, di nuovo, la lentezza e pigrizia di molti cattolici trasse la religione ad essere in odio a molti.</p>
      <p>A noi oggi è necessario quindi far questo sforzo, scendere a considerare gli stessi intimi principii della religiosità nell'anima umana; e non vi sorprenderà se per questi primi giorni, ritardando l'esame di dottrine e riti concreti, noi esamineremo solo dei principii e vedute generali: cercheremo la sostanza più riposta, senza preoccuparci molto, per ora, della forma che pure le è necessaria.</p>
      <p>II. Ma un altro equivoco ha addensato sull'argomento la scienza recentissima; scienza che è tutta, come Vi è noto, di analisi minuziosa dei fatti e di critica storica e sperimentale: dominata poi anche per giunta dal pregiudizio metafisico d'un determinismo assoluto che la portava a ricercare nell'antecedente storico tutto il conseguente, mentre la storia dello spirito umano è storia di arricchimento e di crescenza spirituale continua. Ma questa, a chi guardi solo l'esteriore delle cose e prescinda dallo spirito imponderabile ed invisibile che penetra sempre meglio l'essere delle cose e, nella coscienza umana, lo <pb n="10" />rivela a sè stesso, apparisce come una creazione dal niente e quindi un assurdo; e perciò i metafisici del materialismo si sforzano di sostituire a questo crescente arricchimento dello spirito <hi rend="italic">ab intus</hi> una semplice complicazione di rapporti esterni di materia e di fenomeni.</p>
      <p>Così s'è fatto per la religione; e spiegandone le forme più evolute e perfette come trasformazioni delle meno perfette e come funzioni di elementi economici e politici, s'è voluto cercare la sostanza del fatto religioso nelle più ruvide e semplici manifestazioni della vita dei popoli primitivi, le quali ci appariscano come religiose: e così chi cercava il senso della religione non si è trovato più fra mano che 1'eco d'una folgore, 1'ombra d'un sogno, un amuleto e un feticcio. Noi non faremo, né questa sera né in seguito, di tali vani tentativi: la coscienza nostra umana sta dinanzi a noi e, interrogata, ci dirà di sé stessa, delle sue ansie, delle segrete origini dei suoi sentimenti più riposti assai più che non possano dirci le tombe micenee o i viaggiatori dell'Africa equatoriale.</p>
      <p>Alcuni filosofi contemporanei hanno bene notato l'assurda pretesa di spiegare i più complessi e ricchi momenti della vita dello spirito tornando alle manifestazioni rudimentali di esso. Ciò sarebbe come rifiutarsi di studiar l'organismo umano altro che nelle cellule dell'embrione.</p>
      <p>III. La religiosità apparisce appena la coscienza allarga i limiti della vita e dei commerci spirituali oltre la sfera dell'individualità concreta e delle cose esteriori con le quali essa è in rapporto. Vi sono delle anime, che si direbbero nate pagane, che il senso delle cose materiali e presenti empie ed occupa tutte: l'intuizione dell'universo nel suo insieme, la riflessione interiore giacciono come attitudini sopite nel profondo inconscio della psiche, senza che le voci comuni della vita abbiano forza di destarle. Anime religiose, invece, sono quelle che la finitezza delle cose visibili non empie di sé e che, riflettendo sull'universo e sul flusso della loro vita, si pongono gli oscuri problemi della ragione, dell'origine, del fine ultimo delle cose: quelle che bene giudicando delle miserie e degli errori di <pb n="11" />questa povera vita terrena, sentono il valore della coscienza che trascende il male e lo nega, portando di là dal mondo sensibile il pernio sia del governo delle cose umane sia delle proprie aspirazioni interiori.</p>
      <p>Molti hanno detto che questo senso del mistero e del divino è in noi l'eredità spirituale dei secoli, lontani e vicini, nei quali l'ignoranza della natura e l'ingenua fiducia nell'imaginazione creatrice diedero alle vicende naturali una interpretazione antropomorfica. E certo la religione fu <hi rend="italic">anche</hi> questo; fu cioè, assai spesso, una spiegazione diremmo quasi provvisoria ed antropomorfica della natura.</p>
      <p>Ma non è qui la sostanza di essa: più e prima che dei fatti della natura essa è una interpretazione dei fatti dello spirito, di quelli che si svolgono nell'interno della coscienza, è una <hi rend="italic">posizione</hi> del nostro essere interiore; che la natura esterna sia più o meno vasta, che i suoi fenomeni ci siano più o meno nascosti, la coscienza che vive interiormente ha uguali il senso della finitezza, della mutevolezza, dell'esteriorità di essa ed il senso dell'impossibilità di contentarsene e goderne, senso tanto più vivo quanto più operosa è quella vita interiore dello spirito.</p>
      <p>Noi possiamo quindi prescindere, senza perderci in confutazioni che non otterrebbero risultato, sia dall'indifferenza pagana sia dalla assoluta negazione critica. Il nostro punto di partenza è il senso di mistero e di divino che accompagna i processi della vita interiore e spirituale, appena essi abbiano raggiunto un certo grado di autonomia e di intensità. Questo primo istinto religioso è quasi un iniziale commercio fra noi e il divino, ed esso fa che una coscienza umana, quali che siano d'altra parte la sua fede e il suo rito, sia una coscienza religiosa: a chi non l'ha, inutilmente tenteremmo di ispirarlo. Anche la voce di Gesù e di Paolo non giungeva già all'animo di tutti, ma solo di quelli che il Padre chiamava; di quelli, cioè, la cui coscienza era già vigile ad una prima, remota, confusa voce di Dio, saliente a tratti dal profondo della coscienza.</p>
      <p>IV. In numerosi modi si è tentato di definire la reli<pb n="12" />giosità; le differenze minute non c'interessano molto; a tutti essa è parsa varie cose che forse, nella povertà del nostre linguaggio umano, ne dicono una sola: la presenza divina in noi. Senso dell'insufficienza del mondo esteriore che ci attrae e tenta assorbirci; coscienza del nostro non dipendere interiormente dalla natura e dalle cose vissute; intuizione mentale che i dati dei sensi integra col concetto di realtà invisibili, o in particolar modo d'una realtà misteriosa possente che è causa e fine di tutto: senso di ansie, di dolcezze, di speranze intime, che ci giunge all'animo, veracemente, come 1'eco di un mondo più ricco di essere e di vita, invisibile ma presente: desiderio irrequieto di bene che al trionfo visibile della violenza e della forza nel mondo oppone un trionfo del bene in un mondo invisibile, senza del quale trionfo quel desiderio di bene, di purezza, pace, vita, amore, sarebbe vano, e ci mancherebbe quindi la più intima ragione del vivere e dello sforzarci interiormente verso il meglio. E quindi il risalire dalla natura visibile ad esseri occulti e il cercar di entrare in relazione con questi o di propiziarseli e di dar gioia ad essi; quindi la fede nella sopravvivenza dei morti, nella solidarietà delle generazioni, nella vita futura; quindi le dottrine sulle origini del mondo, sull'essere nascosto delle cose, sulle divinità, sulla purgazione delle anime e sulla felicità; quindi, infine, i riti ed un culto: tentativi varii, che tutti dicono una cosa sola, il protendersi dell'anima oltre i limiti dalle cose visibili, verso il mistero, popolato di Dio, e il cercarvi forze per divenire migliorie.</p>
      <p>IV. Ma poi tali nozioni vaghe si chiariscono: le divinità, concepite a modo umano, si spogliano dei loro difetti, le incertezze delle loro varie individualità fantastiche vengono a cedere il posto al Dio unico, inconcepibile, onnipossente, del quale ci parlano con sì alta enfasi i profeti ed i salmi; l'io personale umano afferma la sua indipendenza dal fragile viluppo di carni che lo intrica e si proclama immortale; la coscienza distingue nettamente il bene dal male, la colpa e il peccato dalla legge, e comincia lo <pb n="13" />sforzo faticoso della redenzione dal male e della custodia vigile dei sensi; le religioni danno il loro fiore fresco e bellissimo, e questo fiore è la coscienza umana del Cristo, doppia, in una persona, della coscienza stessa divina. Questo è quindi oggi il concetto primo e fondamentale della religione, il punto di partenza della vita religiosa nel cristianesimo: riconoscimento dell'insufficienza dell'essere visibile ed esteriore, della nostra vita fenomenica, del processo causale delle forze naturali, a spiegare sé stesse: tali cose, nella loro concretezza visibile, rimangono quel che sono, oggetto di scienza la quale non può essere che una per i credenti e per i non credenti: ma i credenti ne veggono come la deficienza dell'essere, le penetrano e le empiono d'una realtà occulta, invisibile, manifestantesi nelle vesti sensibili, e d'una ancora più profonda realtà, che è una in tutte le cose e per tutte principio e ragione di esistenza. La vita che noi abbiamo è quindi <hi rend="italic">accettata</hi> dal credente come provenientegli da un Volere superiore, divino, non fatale né insito nelle cose, ma personale, pienamente consapevole, Volere divino al quale il credente aderisce con umile fiducia, per il raggiungimento degli scopi da Esso proposti alle cose.</p>
      <p>Ma come l'uomo andrà verso questo Volere divino, come si uniformerà ad esso e si metterà in rapporto diretto e personale con esso? Innanzi a tutto il resto, una cosa apparisce certa ed un'altra necessaria; certa la manifestazione alla nostra coscienza di una legge etica la quale ci impone di fare ciò che è bene e di fuggire ciò che è male, della quale il nostro sforzo consapevole può chiarire ed ottenebrare la visione, far più debole o più forte la voce nell'anima; necessaria l'obbedienza a questa legge, l'accettazione umile di essa come del volere stesso di Dio in noi; e quindi la lenta e graduale educazione di tutto il nostro essere, e dell'essere di coloro che dividono con noi le cure dell'esistenza terrena, al governo sereno e stabile di questa veduta religiosa del mondo e della vita sulla nostra attività interiore ed esterna, al trasferimento del nostro volere nel Volere divino, alla unificazione <pb n="14" />della coscienza individuale nella ricerca del bene, e delle coscienze tutte nell'identità del volere buono.</p>
      <p>Questo, o signori, per rivolgere ed esaminare che facciate la sostanza del nostro atto religioso, il valore e il significato dalla religione. Non in tutti gli atti religiosi veri, quelli cioè che sono animati da un intimo spirito religioso e non appariscono solo esteriormente tali o derivati ed affini, ciò che li fa veramente tali è questa identificazione del bene col divino, questa ricerca di Dio vita dell'anima: le varie condizioni della cultura o del costume umano hanno improntato dei loro difetti e dei loro errori la vita religiosa dell'umanità, hanno talora convertito la religione esteriore e ufficiale in una impostora o in una vana coreografia; ma sempre, dove un senso vivo e puro dell'anima ha dato importanza vera ad un atto o ad un rito religioso, quivi l'invisibile Dio ha fatto fremere quest'anima e le ha ispirato un sentimento e un desiderio di verità, di bellezza, di bene.</p>
      <p>VI. Né importa ora ricercare se la religione sia rappresentazione intellettuale o sentimento o volere: noi avremo largo campo di vedere come queste varie cose v'entrino e vi influiscano: al presente ci basta sapere che essa è un atteggiamento dell'anima, di tutta 1'anima, dinanzi al divino, alla vita, al reale: o che, se ogni anima emerge più o meno dall'illusione dell'esteriorità che la circonda e del fenomeno che fugge, ed è quindi più o meno religiosa, non ve ne è forse alcuna, che abbia il normale possesso di sé stessa, cui questa <hi rend="italic">valutazione</hi> religiosa dell'essere e dell'universo, e questa <hi rend="italic">direzione</hi> della propria vita interiore non sia apparsa, in un qualche momento, come la più piena e luminosa spiegazione del mistero dell'universo e come la più intima e sicura ragione di vivere.<note n="5">"È pensiero di molti, oggi, che la religiosità sia come una speciale attitudine sentimentale della psiche, la quale si ha o non si ha, e che quindi ci sieno degli uomini religiosi e degli uomini non religiosi, come ci sono uomini che hanno l'orecchio musicale ed uomini stonati. Certo, come tutta la nostra vita morale, così anche la vita religiosa è in stretta relazione con le condizioni psico-fisiche di ciascuno di noi, ed i pensieri, i sentimenti e gli atti religiosi non sono che un aspetto e un momento dell'indivisibile processo interiore che è la nostra vita spirituale" ma la religiosità non apparisce in nessun modo come una speciale facoltà dello spirito, né teoretica né pratica, si come un complesso di idee ispirateci dalla visione della vita e delle cose, e di aspirazioni morali corrispondenti.</note><pb n="15" />VII. Ed ora una prima conclusione pratica di qualche importanza; ed è questa: che dall'essere il cattolicismo una particolare religione, anzi la più perfetta e, diremmo quasi, 1'assoluto delle religioni, non segue che essa non debba essere per noi <hi rend="italic">una</hi> religione: anzi segue piuttosto che questa maggiore perfezione di dottrine, di gerarchia, di riti, le quali cose sono pur sempre mezzi esterni, rivolti ad alimentare la vita interiore, deve tanto maggiormente spronarci a cercare in esso ciò che è la sostanza e il nocciuolo della religione, e d'ogni religione la quale possa aspirare a questo nome; così che non avvenga di noi come avviene di molti i quali, essendo cattolici, non potrebbero tuttavia esser detti animi veramente ed intimamente religiosi.</p>
      <p>La nostra vita cristiana deve quindi verificare in sé, le condizioni ed i principii da noi esposti della religiosità e dell'attività religiosa. Se ci guardiamo intorno ed esaminiamo la vita di molti cristiani, noi la vediamo procedere con una tal quale spontaneità inconsapevole, dominata tutta dagli impulsi naturali, dalla suggestione delle cose esteriori e dalle preoccupazioni immediate dell'essere. Il senso vivo del mistero e dell'infinito, la reazione vivace al male che ci circonda e che è in noi, il tentativo di mettere la nostra povera e labile vita terrena in armonia con le esigenze perenni del vero e del buono e con le finalità ultime dell'universo, il tendere dell'anima al divino, tali furono sempre e sono i segni della vera religiosità: od in molti cattolici essi mancano o sono così deboli da divenir quasi impercettibili.</p>
      <p>E pure, senza questo sentimento vivo, che costituisce in noi il desiderio d'una vita interiore più elevata, il quale desiderio è poi alla sua volta la misura della partecipazione largitaci di questa vita e delle forze per svolgerla in noi, tutto il resto, quelle concretezza ed esteriorità della reli <pb n="16" />gione che occupano tante volte la nostra attenzione, non giovano: non solo non giovano, ma possono essere e sono di fatto assai spesso convertite dall'uso all'abuso. Cercare gli déi per l'utilità propria, per un senso di stretto egoismo alimentato dall'illusione, cui si abbandona lo spirito, delle cose visibili, fu definito come il carattere delle religioni naturalistiche: ora anche ciò non era che un pervertire quella debole ma viva luce religiosa cha pure i pagani ebbero. Il cristianesimo, se non è da noi accettato come conviene, non ci salva da tale degenerazione: ed anche oggi molti cercano Dio, la Madonna, i Santi per la loro utilità egoistica e per i fini immediati della loro esistenza terrena: paiono cattolici e non sono neanche religiosi. Esaminate la vostra coscienza e vedete se in essa, o nei più intimi e segreti moventi della vostra attività interiore, voi riscontrate i segni d'una religiosità viva e sincera.</p>
      <p>VIII. Un'altra conclusione noi possiamo anche trarre dal detto sin qui, ed è questa: che come per lo studioso lo studio delle religioni inferiori, sia che esse abbiano preceduto il cristianesimo, sia che coesistano a questo, così per ogni cristiano l'esame dei difetti che egli può notare nella vita religiosa intorno a lui può e deve aiutarlo a vedere quel che c'è di inferiore nella sua stessa religione. È noto come la vita di ciascun individuo ripete e riassume in qualche modo la vita della specie: così la nostra coscienza religiosa individuale riassume e ripete, in qualche modo, l'esperienza religiosa dell'umanità. Di molte tendenze e illusioni che hanno viziato o deviato la vita religiosa di questa noi possiamo trovare il germe e lo spunto in noi stessi: e l'errore altrui dovrebbe servirci per correggere in tempo le nostre inclinazioni. Come la vita religiosa è progredita nell'umanità per opera dell'attesa prima e poi della rivelazione del Cristo, così facciamo che essa progredisca in ciascuno di noi, per virtù del Cristo medesimo: molto più che le anime nostre sono, non già, come quelle di molti nostri fratelli, nelle tenebre dell'attesa, ma nella luce del Verbo venuto in questo mondo.</p>
      <p> C'è l'abitudine, nei discorsi del mese mariano, di suggerire ogni giorno un <pb n="17" /> fioretto in onore di Maria SS. Si potrebbe suggerire sin dal principio di scegliere, in una delle ore più quiete della giornata, qualche minuto per dedicarlo a riflettere sulle cose udite la sera innanzi, a prendere appunti e ad esaminare la propria vita religiosa per vedere se essa risponde alle considerazioni svolte o merita le critiche fatte. Conviene poi anche spingere i nostri cristiani a delle letture spirituali sane e nutrienti, atte a educare il senso religioso e ad elevare, non ad impicciolire, la pratica della vita religiosa. Delle pubblicazioni di questi ultimi secoli poche ve ne sono che noi suggeriremmo, molte che disapproveremmo vivacemente. A molti è difficile risalire più indietro, dal quattrocento in su, per le differenze di cultura e di stile: poche sono le buone traduzioni italiane di libri antichi ma perennemente giovani, come le confessioni di S. Agostino. Fra le pubblicazioni italiane più recenti, raccomandiamo vivamente le <hi rend="italic">Pagine religiose</hi> dei tre anni 1902, 1903, 1904. Sull'argomento trattato in questo secondo discorso si vegga l'aureo opuscoletto: Sostene GELLI:<hi rend="italic"> Psicologia della religione</hi> (Roma, Società Naz. di Cultura). </p>
      <p>
        <pb n="18" />III.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Il primo precetto religioso.</hi>
      </p>
      <p>Facciamo ora un secondo passo nell'esame della nostra esperienza religiosa nel cristianesimo: e vediamo che cosa importi innanzi tutto per la nostra coscienza e per la vita morale che procede da essa questa accettazione del nostro essere da un potere divino e centrale, dal quale esso, come tutto ciò che cade sotto la nostra conoscenza, ha origine; e non è dubbio che questa prima e più importante <hi rend="italic">posizione</hi> della religiosità in atto nella nostra coscienza debba essere, se coglieremo nel vero, il primo e più universale e più evidente insegnamento del Vangelo, l'<hi rend="italic">essenza</hi> stessa di questo.</p>
      <p>Entrando in argomento, io debbo pregarvi di far molta allusione: ci è necessario scendere nel nostro spirito e ricercare fra le più riposte origini della sua attività morale, per poter poi più facilmente giudicare le direzioni di questa e vedere dove la religione si inserisca, diremmo quasi, in essa e prenda il suo posto fra i motivi del nostro operare.</p>
      <p>Nella vita della natura, la più intima radice della nostra attività è l'insufficienza di ciò che costituisce inizialmente il nostro io, di ciò che siamo in noi medesimi, e il bisogno fisico, fisiologico, psichico che ci spinge a cercare fuori di noi, intorno a noi, le cose delle quali abbiamo bisogno <pb n="19" />per trasfonderle nel nostro essere, impossessarcene, assimilarle ed arricchirne così la nostra esistenza. Prima ancora che incominci la serie delle nostre impressioni dal mondo esterno, prima che abbiamo qualsiasi notizia di ciò che è non-noi, fuori di noi, il nostro piccolo essere irrequieto anela e si volge, per un senso intimo di bisogni varii, a chi od a ciò che da fuori deve venire in noi per appagarci e divenire noi stessi. </p>
      <p>Questa necessità intima e perenne della nostra vita vegetativa e sensitiva si insinua anche nella vita psichica e volontaria, che vive anche essa di acquisizioni del di fuori, e diviene quel che si dice genericamente egoismo: in certe condizioni di deficiente sviluppo mentale o morale, l'uomo è portato a considerare le cose che cadono sotto la sua esperienza, e quelle anche delle quali egli ha un più o meno vago sentore, come un circolo del quale egli sia il centro, come strumenti od oggetti che hanno valore, per lui, solo in quanto egli può subordinarli a sé medesimo, appropriarseli e convertirli in un suo stato di benessere fisico o psichico.</p>
      <p>Ora, signori, se noi supponiamo che questa tendenza cresca e si espanda illimitatamente nell'uomo, e consideriamo poi i tristi effetti di tale veduta egoarchica od egocentrica nella vita, specialmente nei rapporti dell' uomo con gli altri uomini, noi ne vedremo subito un primo effetto spaventoso: che, cioè, ponendo essa l'uomo accanto all'uomo non come due soggetti di uguale valore, aventi dritto al rispetto l'uno dell'altro, ma come due nemici dei quali l'uno debba sopraffare l'altro, per mangiarlo o farlo suo schiavo o suo servo o suo salariato, ed appropriarsi quella parte dei frutti del lavoro di lui che non è a questo strettamente necessaria a vivere, noi feriamo alle radici la vita civile, che sarebbe in breve resa impossibile.</p>
      <p>III. E quindi, benché molta parte degli atti umani, e tanto maggiormente quanto più ci avviciniamo alle origini selvagge e ferine della nostra preistoria, debba essere attribuita a tali tendenze, sin nello stesso istituto della famiglia, nel quale anche oggi, presso molti popoli, la <pb n="20" />donna e il bambino ci appariscono come una cosa dell'uomo, pure il fatto stesso che l'umanità sia esistita e progredisca civilmente ci mostra come delle reazioni contro tale forza, che diviene, oltre certi limiti, selvaggia e distruggitrice, esistono. Alcuni ci hanno parlato di egoismo di razza, un egoismo più fine di quello individuale, e che racchiude nel suo ambito una società prima assai stretta, la famiglia, poi più vasta, il clan, la tribù, il popolo, ecc. La stessa insufficienza dell'uomo a viver da solo, la simpatia sessuale, che diviene amore, l'unità di sangue e di vita, principio della fraternità, la colleganza nella lotta contro i nemici fisici o umani associano l'uomo nella vita di famiglia ed in una società rudimentale. Vero: ma noi siamo pur sempre nel regno del determinismo naturale e del subumano: la socialità coincide con la sfera di interessi e di rapporti che allacciano la nostra vita a quella della famiglia o della tribù o della città, e non va più oltre; ed essa regge solo sinché questo equilibrio d'interessi conformi non è rotto da prevalenti interessi od impulsi strettamente individuali. L'egoismo, affinato, conserva, come norma etica, lo stesso valore o non valore, appena si esce dalla cerchia di chi, o di ciò che, ci giovi, e si incontri l'affermazione di un dritto eguale al nostro, dinanzi al quale la nostra pretesa debba cedere.</p>
      <p>Basta una elementare riflessione interiore perché l'uomo, entrando in comunione, per via delle rappresentazioni del mondo esterno nella sua anima e delle numerose e varie parvenze di bene che provocano la sua attività, con altri esseri distinti da lui acquista conoscenza d'un vasto ordine di cose del quale egli non è, nel tempo e nello spazio, che una piccola parte. E negli uomini, via via che la coscienza umana supera le differenze individuali per elevarsi al comune concetto dell'uomo, egli si abitua gradualmente a trovare degli eguali suoi, l'azione dei quali, come la sua propria, egli reputa sottomessa poi ad una norma comune; e nell'osservanza di questa ripone il bene e la giustizia, facendosi solidale con gli altri nel punire le infrazioni. <pb n="21" /> Ma questo progresso non è spontaneo e graduale. L'illusione individualistica non cede il posto se, dall'interno, una forza sempre più viva ed operosa non la domina e non la affina. E questa forza non è la ragione od, almeno, la sola ragione: poiché la ragione per sé non è una forza, ma è solo luce che rischiara la via alle forze operanti. Se l'egoismo prevale, essa foggia per i vantaggi di questo le ingegnose teorie utilitarie ed eudemonistiche che sono in voga oggi: se un principio di vita religiosa agisce nell'anima, questa assorge ad una più giusta ed oggettiva visione del posto e dell'ufficio di ogni singolo uomo nella vita; e l'uomo sente che per esser degno di vivere, per sostituire la consapevolezza all'istinto, la bontà all'egoismo, egli deve traversare un processo di negazione di sé, rompere spiritualmente la corteccia del proprio io individuale, sentirsi prima<hi rend="italic"> uno fra molti,</hi> soggetti tutti a una stessa legge dall'alto, e poi anche uno<hi rend="italic"> con molti,</hi> chiamato a vivere con unità di intenti, di mezzi, di animi — più specialmente — con questi molti; e il bene finisce con l'apparirgli qualche cosa che è, sì, per lui, ma che non ha il suo esser bene dall'esser per lui, ma piuttosto, appunto perché è bene indipendentemente dal giudizio e dal senso particolare di lui, debba essere voluto e cercato; e del quale bene egli poi fermamente creda che possa essere raggiunto; poiché nulla ci farebbe accettare la necessità di cercare e volere ciò che sappiamo esser fuori del nostro sforzo.</p>
      <p>IV. Posta così, chiaramente, spero, la questione, noi possiamo affermare queste tre cose, per trattenerci solo nell'ultima di esse che c'interessa maggiormente:</p>
      <p>La nostra coscienza interiore, spontaneamente ed invincibilmente, ci porta ad associare l'idea e il senso vivo di bene con gli atti di altruismo; con quegli atti cioè che l'uomo pone a vantaggio di altri; e tanto maggiore è la virtù dell'atto e l'eroismo, quanto più sparisce in chi lo compie la considerazione di sé stesso, per dar luogo al sacrificio sin dalla propria esistenza. La vita morale ci si rivela, nel suo complesso, come un porre la <pb n="22" />nostra attività interiore ed esterna in armonia con un precetto oggettivo e, nella sfera della nostra esperienza, universale ed assoluto, la cui portata ci apparisce essere la fusione della nostra vita in un circolo più vasto di esistenze spirituali avvicinate a noi, in questa nostre trasformazioni spirituali, mediante l'amore.</p>
      <p>Questo mondo delle anime e dei valori morali altra cosa dall'altro, visibile e tangibile a tutti, in cui si esercita la nostra esperienza diretta ed il controllo scientifico: indi giungiamo a sapere più o meno di un divino, d'una legge morale, e delle altre cose riguardanti i nostri rapporti spirituali e religiosi con altre anime; ed a siffatte nozioni generali della natura e delle esigenze della nostra realtà e vita spirituale noi giungiamo o per mezzo di una speculazione filosofica, astratta, che è fuori della possibilità di molti uomini, o per mezzo di una credenza o fede morale e religiosa postulata ed impostaci dalla nostra coscienza e divenuta, nelle religioni positive, come una scuola di tradizione e di autorità alla quale la coscienza stessa si viene formando.</p>
      <p>Tuttavia l'uomo prova molta difficoltà sia a convincersi di queste dottrine morali, sia ad averlo sempre presenti nell'operare; e dato anche che egli le conosca, assai difficile gli riesce vincere gli impulsi del proprio desiderio egoistico di felicità e di benessere, dove essi sieno in opposizione col dovere, ed educare sé stesso, con uno sforzo faticoso, ad astenersi, non ostante le provocazioni esteriori o l'impeto delle proprie passioni, da tutto ciò che sia, nei rapporti con altri, o sconveniente o nocivo.</p>
      <p>Un breve e rapido esame della storia e della vita intorno a noi ci mostra che l'immenso cumulo di mali dai quali è ancora travagliata l'umanità ha origine appunto da questo dissenso che è tra gli uomini, dal loro non sapersi sopportare, aiutare, amare, da quell'orribile cosa che è il sacrificare ad un proprio gusto o capriccio, anche vile e momentaneo, la pace, la felicità e talora sin anche l'esistenza tutta quanta d'una o di più creature simili a <pb n="23" />noi. E se all'attitudine, che è in ciascuno di noi, ad una degna e umana vita di pensiero, di giustizia, di operosità fraterna, di bene e di amore, così poco risponde e più spesso ancora così stranamente contraddice l'effetto, dove dobbiamo cercarne le cause se non in questa forza impellente e quasi cieca con la quale noi vogliamo noi stessi, senza discernimento e senza misura, nel falso concetto che abbiamo di ciò che ci conviene e ci giova veracemente o nella debolezza per la quale la volontà nostra, accogliendo o subendo impulsi e determinazioni inferiori, diviene cattiva?</p>
      <p>Noi possiamo dunque argomentare che, nella nostra coscienza e vita interiore, là dove la spontaneità inconsapevole diviene coscienza, dove la contingenza dell'atto particolare comincia a essere superata dalla universalità del principio etico che lo informa; dove, per dirlo in parole più comuni, l'egoismo rude o basso cede il posto a un senso nuovo di eguaglianza umana o di dovere, e al desiderio d'un bene che non è solo nostro, individualmente, ma deve essere da noi conquistato o goduto in comunione degli altri e comunicandolo a questi, non già spogliandone alcuno, là sia la soglia della religione; e che da questa proceda ed intorno a questa si raccolga l'educazione dell'uomo o della civiltà umana ad un concetto elevato o spirituale — e quindi altruistico — della vita, ed alla società dei voleri.</p>
      <p>Ma questa speculazione e questa credenza soggettiva ci si presentano, fuori d'una religione positiva, come soggetto a molteplici disputazioni ed errori: mentre nell'anima nostra permane il peso greve della nostra materialità, il principio dell'azione egoistica, in opposizione a questa tendenza a negare noi stessi per entrare, spogliati della nostra corteccia individualistica, in una più vasta circolazione di vita morale e religiosa.</p>
      <p>V. Ebbene, nel cristianesimo, questo risalire con la coscienza ai nostri atti più intimi, questa negazione di noi stessi come di norma autonoma della nostra condotta morale e centro delle aspirazioni nostre e del mondo visibile <pb n="24" />circostante ci è imposta, in una maniera evidente, quale principio di ogni vita religiosa e dovere fondamentale della nostra coscienza. Noi esamineremo più a lungo in appresso la legge della carità, opposta al principio egoarchico, nel vangelo, come massimo e primo mandato: ricordiamo ora brevemente l'essenza del vangelo e del primo insegnamento cristiano a questo proposito.</p>
      <p>1. Noi non siamo, c'insegna il Vangelo, soli o sperduti sulla terra; la nostra origine, la nostra esistenza, ad ogni suo momento, la ricerca di quelle che è lo scopo vero del nostro vivere ci pone in relazione con Dio, e questo Dio è <hi rend="italic">padre</hi> per noi: egli ci chiede quindi di spogliarci di noi stessi, aprirci con piena fiducia a Lui, di fare la sua volontà, di guardare a Lui, di gettare in Lui ogni nostra preoccupazione, di rivolgerci a Lui direttamente in spirito e verità, di divenire una cosa sola con Lui. <note n="6">"Crediamo inutile citare i brani del Vangelo, notissimi a tutti, i quali corrispondono a queste nostre affermazioni. In un libro celebre, e degno della sua celebrità, l'Essenza del cristianesimo di A. Harnack, questo carattere fondamentale dell'insegnamento evangelico ci viene dimostrato con una competenza rara. Noi possiamo certamente profittare della bella dimostrazione dell'Harnack, benché poi non conveniamo con lui nelle limitazioni che egli pone a quell'insegnamento. Altro è dire" il vangelo insegna innanzi tutto questo, altro dire: il vangelo insegna solo questo. Ciò non hanno inteso alcuni i quali si scandolezzarono già delle lodi da noi tributate altrove al libro dell'Harnack. Ci si permetta, intanto, di cogliere questa occasione per raccomandare ai nostri lettori lo studio diretto ed assiduo del Vangelo, facilitato oggi dalle edizioni popolarissime della Società di S. Gerolamo. E, se non tutti possono farlo con quella preparazione di sussidi critici che le condizioni presenti delle scienze esegetiche felicemente permettono, tutti possono almeno leggerlo con l'animo vigile e fedele, ed accoglierlo come parola semplice, diretta, possente del divino rivelatore.</note>
  </p>
      <p>Questo insegnamento non avrebbe valore se riferito alle condizioni ed all'esperienza sensibile e terrena della vita, in cui così spesso il male trionfa intorno a noi e sopra di noi. Ma Gesù ci insegna inoltre eloquentemente il valore assoluto dell'anima umana, di ciascuna anima umana, il regno di Dio in noi, l'esistenza di beni enormemente superiori ai terreni, che nessuno può toglierci, la minima porzione dei quali val più di tutte le cose della terra. L'insegnamento escatologico di Gesù è anche esso pieno di questa divina promessa. <pb n="25" /></p>
      <p> La vita nuova, la beatitudine, ci è presentata, con parole aperte e con espressioni fortissime, come la negazione del senso egoistico della vita, l'uccisione di noi stessi, la protesta contro tutto ciò che il mondo cerca e vuole, in opposizione ai seguaci del Cristo ed ai figli di Dio. E la vita stessa e la morte di Gesù acquistano questo significato, normativo per ogni cristiano, di dedizione piena e volonterosa di sé stesso pel bene di molti, secondo la volontà del Padre.</p>
      <p>La religione ci è indicata come una vera società di fratelli in cui il Padre, e l'amore di Lui, diviene vincolo che tolga gradualmente ogni asprezza di cupidigie e di dissensi fraterni, associ le anime nell'unità del volere e nella solidarietà dello sforzo verso il regno di Dio. Questa unità dei seguaci del Cristo in Lui, e per Lui nel Padre è, nel Vangelo giovanneo, la suprema e più intensa preghiera del Cristo stesso.</p>
      <p>Così nel cristianesimo il centro stesso della nostra vita religiosa e morale è spostato: dalle cose sensibili e visibili è trasferito nelle invisibili, dell'esterno nell'interno, da noi stessi in Dio; e questo passaggio o trasferimento, che si compie con rinuncia e con dolore, è il momento della nostra rinascita spirituale. La nostra personalità, la nostra vita rimane, anzi è fatta sacra e più intensa; ma essa oramai riceve norma o scopo da qualche cosa che è fuori di sé, al disopra, e si svolge o si arricchisce nella comunione delle anime e nell'amore di Dio. Il graduale annullamento del nostro egoismo naturalistico e cieco segna i progressi della vita non soltanto individuale ma collettiva.</p>
      <p>E la Chiesa stessa, e la vita cristiana nei suoi riti e mezzi esterni ci si rivela come una mirabile propedeutica che tende a far di noi, miseri esseri chiusi in noi stessi e soggetti all'illusione dei godimenti che la nostra natura inferiore desidera e nei quali perde il senso della vita vera, a fare, dico, di noi dei figli di Dio e dei fratelli nei nostri vicendevoli rapporti. L'eucarestia, centro della vita cristiana nella Chiesa, è appunto il divin simbolo e mezzo operativo di comunione con Dio e tra fratelli. <pb n="26" />Nessuna incertezza, quindi, su questo carattere davvero fondamentale del cristianesimo: l'unità di origine, di speranze, di famiglia, di amore vi è opposta all'egoismo come principio specifico di vita nel cristianesimo: e fra amore ed egoismo conviene decidersi, poiché — aggiungo il Vangelo — non si può appartenere a due padroni.</p>
      <p>VI. Io facevo appello, da principio, alla vostra esperienza religiosa nel cristianesimo. Ora dovrei chiedervi se essa veramente vi risponde aver voi superato, secondo il precetto del Cristo, l'egoismo spontaneo ed invadente della vostra natura, per aprire l'anima ad una vita di rinunzia e di tendenza a un bene spirituale che è fuori di voi e sopra di voi, che potrete raggiungere solo a patto di riconoscerne il valore assoluto e supremo nella vostra condotta morale. Io non ho forse bisogno di ricordarvi, mentre vi prego di rivolgere questa domanda alla vostra coscienza, i sottili infingimenti dell'egoismo che spesso si nasconde e si cela anche nella parvenza d'una vita spirituale elevata: basta che voi vi chiediate dove è il vostro cuore, a quale segreto movente son ispirati i vostri atti, che cosa ha valore pratico per voi, a giudicare non da professioni astratte di fede, ma dalla vostra condotta, dalla direzione pratica dei vostri sforzi interiori. Che cosa è che vi par bene, e cioè desiderabile, che cosa male, e quindi da fuggire? Che cosa vi piace, in voi o negli altri, e che cosa, invece, vi ripugna? Siete voi dei cercatori di pane, di ricchezza, di voluttà, di distrazioni, ovvero dei cercatori di Dio?</p>
      <p>Ma il ricordo stesso dei precetti evangelici da me indicativi è come un incalzare di domande. Se quei precetti non hanno avuto il vostro consenso pratico, se giudicate infelici quelli che Gesù chiamava beati, se nell'intimo della vostra coscienza Dio non ha il culto devoto che vi si chiede pel Padre buono e presente, se la volontà di Lui non è la vostra norma e voi non cercate di farla in terra, come essa è fatta in cielo, se non vi sentite veramente fratelli agli uomini, a tutti gli uomini, e questa fratellanza non apparisce nel fatto dei vostri rapporti <pb n="27" />pratici con coloro che vi avvicinano, voi non siete cristiani, perché la vostra vita morale <hi rend="italic">non è</hi> secondo il cristianesimo.</p>
      <p>L'esame è tanto più necessario in quanto, come abbiamo veduto, il cristianesimo per molte anime ha preso consistenza in una serie di credenze astratte, cui la vita non rende testimonianza, e di riti esterni, sì che poi la sostanza vera di esso ci sfugge: e la nostra illusione giunge a tal segno che spesso crediamo di essere religiosi quando ai riti cristiani veniamo a chiedere, con preoccupazioni interamente naturalistiche e pagane, qualche cosa male desiderata, o per l'oggetto stesso o per il disordine che è nel nostro desiderio, a chiedere in somma e cercare noi stessi. </p>
      <p>
        <pb n="28" />IV.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La carità.</hi>
      </p>
      <p>I. Nulla è più ovvio e più naturale, nella vita religiosa, che applicare alla divinità concetti e forme di intendimento desunte dalla conoscenza di noi medesimi e del nostro modo interiore di procedere nell'azione. L'esistenza di essa ci apparisce come la conclusione chiara e spontanea dei nostri giudizii sulle cause ultime dell'essere che ci circonda e della vita morale che si svolge in noi: ma, affermata, o come intuizione dell'essere primo negli esseri finiti o come postulato della nostra vita morale, l'esistenza di Dio, incomincia in noi un lavorio mentale diretto a rappresentarcelo, od assegnargli nel mondo della natura e delle volontà quella sfera e quei processi di azione i quali rispondono al nostro concetto del divino, a mettere l'anima nostra in relazione con lui. Col progresso della cultura e dei criterii morali, noi veniamo poi sempre togliendo dalla nostra idea di Dio e dai nostri rapporti con lui ciò che ci apparisce come più grossolanamente umano, per affinare quell'idea o quei rapporti <note n="7">"Alcuni hanno chiamato processo di disantropomorfizzazione questo purificarsi dell'idea di Dio di ciò che avevano di grossolano e di antropomorfico le prime rappresentazioni della divinità. Il Loisy, nel suo studio sulla Religion d'israel, descrive luminosamente i lenti e graduali progressi dell'idea di Dio nella storia del popolo ebreo" l'applicazione fatta da lui di questa evoluzione storica ai libri biblici, o meglio l'uso di passi biblici per dimostrarla ha però sollevato contro l'autore molte difficoltà.</note>: e la nozione di Dio è giunta, nella Chiesa e pres<pb n="29" />so i teologi, ad una tale elevatezza di rappresentazioni concettuali da non potersi forse, in linea teorica, desiderare di meglio<note n="8">"Molti si riferiscono ancora di preferenza, quando parlano dell'esistenza di Dio, a un processo di proposizioni disposte in ordine sillogistico e sollevano difficoltà; noi parleremmo più volentieri di analisi e penetrazione di alcuni concetti fondamentali, quali sono" essere, atto e potenza, contingenza, esistenza, operazione, ecc. L'analisi di questi concetti è stata fatta dai classici della scolastica in maniera forse insuperabile.</note>. Ma non tutti sono teologi; e non in tutti i teologi alla concezione astratta o filosofica risponde l'idea vivente di Dio, quella che è norma ai rapporti pratici della vita e viene, come vedremo, alimentata da questi.</p>
      <p>Ora, quando si parla di amore di Dio, noi ci rappresentiamo facilmente l'oggetto di questo amore come una persona umana, con la quale regolarci come siam soliti fare con coloro che amiamo: dirlo, cioè, delle cose gradevoli, porre atti che le piacciano, offrirle doni, averne presente la memoria, evitare tutto ciò che possa recarle noia o dispiacere. Secondo che queste cose sono riguardate da uno o da un altro punto di vista, esse costituiscono l'essenza d'ogni amore o rappresentano, quando si tratta di Dio, gli eccessi e le degradazioni di questo amore. Noi abbiamo detto esser Dio un essere od una volontà personale, nel senso che egli non è il mondo o l'anima del mondo o un essere inconscio ed indefinito, ma è invece pienezza di conoscenza e di volere: ma quando, per intenderne meglio la natura o per avvicinarla a noi, gli si danno attributi e modi di agire e di pensare umani, desiderii, compiacenze, avversioni, scopi antropomorfici, il nostro amore verso di Lui si impiccolisce e si abbassa, sicché si giunge quasi a misurarlo dagli atti esterni, dalle offerte, dal corso delle ore impiegate nel conversare direttamente con Lui, dal fervore dell'immaginazione che ce lo dipinge e ne scolpisce caratteri fantastici, dal numero dello giaculatorie rivoltegli durante il giorno.</p>
      <p>II. Questo concetto esiguo e piccino dell'amore di Dio ha impiccolito nella vita, e nel <hi rend="italic">concetto</hi> di molti, la religione cristiana, ed ha privato il meraviglioso precetto <pb n="30" />dell'amore divino d'una gran parte della sua efficacia. Per intender Dio, noi dobbiamo metterci per un'altra via. Noi non conosciamo direttamente Dio. Il pallido ed oscuro concetto che abbiamo di Lui ci traluce dalle cose terrene e si accende nella profondità del nostro spirito all'esame di ciò che è in noi e di ciò che ci circonda. Le idee metafisiche che noi associamo all'affermazione del suo essere sono quelle di potere occulto e primo, origine e sostegno di tutte le cose, di sapienza, di governo cui nulla sfugge. Quando le cause naturali di molti fatti ci erano ignote, e le conoscenze sperimentali, ancora fanciulle, erano piene delle illusioni del nostro spirito, noi eravamo portati ad immischiare l'attività divina ai processi della natura, ad attribuire direttamente a Dio alcuni fatti naturali o più desiderati o più temuti o più meravigliosi, a rivolgerci a Lui come ad agente superiore bensì alla natura, ma la cui efficacia si immischiava ai processi di questa, deviandoli o modificandoli a piacimento secondo che noi chiedessimo ed Egli fosse disposto a concederci. Così desiderii umani ed egoistici, sete del meraviglioso, forme di culto superstiziose si insinuavano talora nel nostro costume. <note n="9"> Mille idee ed immaginazioni intorno al modo di agire di Dio non erano e non sono anche oggi che anticipazioni dell'esperienza, secondo la nota frase di Bacone. nella religione del volgo esse hanno ancora, spesso, una parte preponderante.</note> Conosciute meglio le successioni dei fatti della natura, noi abbiamo come liberato il nostro concetto di Dio da queste ingerenze ovvie ed arbitrarie nel corso di essi e pensato più altamente dei suoi rapporti con questi; e le nozioni le quali oggi ci giovano ad avvicinarci a Lui sono per la massima parte (essendo quelle d'una causalità metafisica accessibili a pochi) d'ordine morale. Se nelle religioni rudimentali gli uomini considerarono negli Dei solo la potenza, o la forza che ossi avevano di rendere dei servigi o di procurare dei danni, oggi e per noi l'idea di Dio è intimamente associata a quelle di bontà, di pietà, di giustizia, di paternità, di amore; e ciò che ci muove verso Lui è lo sforzo della nostra coscienza verso la pu<pb n="31" />rificazione morale, verso il bene e la pienezza della vita. Non ingiustamente, sebbene forse con qualche esclusivismo, si è detto consistere l'essenza dell'insegnamento evangelico in questo concetto della paternità di Dio e nell' atteggiamento filiale che esso provoca da parte nostra verso Lui, e che Gesù Cristo ci raccomanda insistentemente con così toccanti parole. Nel Vangelo e nelle lettere giovannee questa unione del concetto di bontà amorevole e di Dio diviene identità:<hi rend="italic"> Dio è amore e chi è nell'amore è in Dio.</hi> Così il processo di avvicinamento a Dio ci è presentato come un processo di redenzione dell'anima nostra dal male — da ogni forma del male morale ⸺ e di elevazione interiore. Tutto ciò adunque che è alto, nobile, santo, puro, che ci apparisce degno d'esser cercato e voluto non da noi soli ma da tutti gli uomini, a cominciare da quelli stessi che più amiamo; tutto ciò che eleva, nobilita, affina l'anima e la convivenza umana, in che sentiamo arricchirsi e come metter più salde e più profonde radici la nostra vita interiore, tutto ciò noi sentiamo essere, se non Dio stesso, ciò che ha più del divino ed è, in altre parole, più atto a rappresentarci e rivelarci Dio, a farci conoscere ciò che Egli insieme dà e chiede.</p>
      <p>III. Tralasciando di servirci, nella operosa meditazione dell'anima, di questi concetti e dei più alti esempi umani di bontà di pietà di amore per giungere spiritualmente a Dio, sforzandoci di definire le persone di Lui a maniera quasi umana, a dargli modi di pensare e di agire simili ai nostri, la figura di Lui impallidisce e la vita religiosa si abbassa. Una delle figurazioni che ebbero più voga in un periodo di servitù spirituale e di decadenza fu quello che di Dio faceva un grande sovrano, con la sua corte, i suoi favori e favoriti, le sue collere, il suo ceremoniale: molti libri di pietà sono ancora pieni di queste goffe similitudini; e si cercava l'esempio del perfetto cristiano negli usi del perfetto cortigiano. <note n="10">"L'uso non muta ancora" ed anche libri di pietà recentissimi sono pieni di questo frasario cortigiano: i loro autori non sanno ancora che il re, oggi, regna e non governa; frase ingenua e sciocca, anche essa, ma che ci fa intendere il potere regale come espressione di esigenze collettive ed ufficio governato e misurato da queste, il quale deve esser quindi in armonia con gli altri organi della vita collettiva. </note> Eppure Gesù aveva <pb n="32" />così apertamente opposto nel Vangelo il concetto del suo regno a quello dei re delle genti ⸺ <hi rend="italic">Vos autem non sic</hi> ⸺ il servigio buono e fraterno al dominio, l'umiltà pia e l'abbandono confidente alla cupidigia astuta, la sobria o severa penitenza al molle vestire d'azzurro, di porpora e d'oro: e l'autorità nella chiesa apparve<hi rend="italic"> servizio</hi> ai fedeli del Cristo. L'umanità sa che essa non potrà mai, nella sua vita di quaggiù, raccogliere un giusto concetto di Dio nelle povere forme del suo intendimento astratto e meno ancora nelle fantastiche creazioni dello spirito, vestite d'un tenue velo di senso: ma essa ha collocato quel concetto al culmine delle sue più alte aspirazioni morali, ha proiettato in esso la parte più pura e più alta di sé, ha identificato con la religione, con il servizio divino, lo sforzo più intenso e più difficile che va compiendo per la propria liberazione dal male; e, illuminata dalle meravigliose parole del Cristo, si è fissata nel pensiero di Dio come in quello del Padre comune che nel male e nel dolore affina qui tutto le sue creature, per elevarle a sé, alla pienezza della visione e del possesso di un bene tutto spirituale. Lo sforzo primo di ogni anima cristiana deve essere quello di collocare e di reggere il concetto che essa si fa di Dio a questa altezza, al vertice dell'anima anelante verità e giustizia; se esso si abbassa, tutto l'equilibrio della vita interiore rimane scosso, poiché la luce vera non poteva venirci che dalle vette, e l'ideale religioso discende al livello di altri ideali terreni o passeggeri, se non anche, talora, più basso.</p>
      <p>IV. Un altro carattere del nostro antropomorfismo è quello di attingere Dio, nei nostri rapporti di amore con Lui, con le povere forme dell'amore sensuale. Sostituita all'immensurabile essere divino una parvenza di persona quasi umana, noi facciamo di questa l'oggetto di dim<pb n="33" />ostrazioni di affetto simili a quello che si è soliti usare verso le persone care di quaggiù, e che, volte ad indicare simpatia, comunità di memorie o di vita, desiderio sensuale, espansione e consonanza di sentimenti fra due povero cose finite, sono assai poco atte ad indicare i rapporti del nostro essere col tutto, del nostro volere con la volontà prima ed assoluta. La contemplazione estetica, il colloquio amoroso, l'espansione sentimentale, se usate nei modi debiti, sviluppano, ma il più spesso, abusate, nascondono quello che è il carattere fondamentale dei rapporti con Dio:<hi rend="italic"> uniformità di volere.</hi> Vivere come sappiamo essere nel volere e nel piano divino che noi viviamo, amare cercare conquistare e diffondere intorno a noi quello che Dio ama e vuole, avere insomma, a proposito delle cose e degli uomini, come norma del nostro volere, quello che noi supponiamo essere il volere divino, tale è il concetto fondamentale dell'amore di Dio, spogliato dalle spontanee ed ingegnose forme di antropomorfismo delle quali noi lo rivestiamo, opprimendolo spesso e quasi soffocandolo. La personificazione in forme sensibili del volere divino non ci dice nulla di più sulle direzioni e sugli scopi di questo volere: gli oggetti di esso noi dobbiamo cercare, nel pensiero stesso che abbiamo di Dio, o nell'esempio di coloro che ci è noto avere maggiormente conformato la volontà loro alla sua, per voler noi questi medesimi oggetti: e solo quando noi vorremo <hi rend="italic">come Dio</hi> potremo dire di <hi rend="italic">volere Dio</hi> e cioè di amarlo. Il che significa: quando il male ci ripugnerà, in noi ed intorno a noi, in tutte le sue forme, e coloro che ne sono vittime e schiavi ci muoveranno a pietà: quando vorremo o cercheremo effettualmente il bene per noi, per quelli che sono intorno a noi, per tutti, senza eccezione o limitazione; quando rinnegheremo, nella pratica della nostra vita, la cupidigia, l'egoismo, la violenza, per accogliere la povertà in ispirito, la mitezza, la fame e sete di giustizia che la predicazione evangelica ci ha insegnate, allora noi potremo dire di essere nella carità e, quindi, in Dio.</p>
      <p>V. La preghiera nella quale ci viene insegnato l'atteg<pb n="34" />giamento più conforme dell'animo nostro verso Dio, secondo che il Cristo stesso l'intendeva, è il <hi rend="italic">Pater noster</hi>: preghiera veramente ammirabile nella semplicità sua e il cui profondo contenuto morale l'umanità è lungi dall'avere esaurito. Ora in essa noi non diciamo a Dio, espressamente, che egli è l'oggetto del nostro amore; affermata, chiamandolo Padre, la sua volontà buona e provvida verso noi, non chiediamo poi che di uniformarci a questa volontà: chiediamo che egli, il Padre, sia riconosciuto dai suoi figli così che il nome di Lui divenga simbolo santo di unità e di bene; che il regno del Padre, lento e faticoso progresso delle anime nostre nella verità e nella giustizia, avvenga; che la volontà di Lui, come è compiuta nel cielo, così sia da noi eseguita sopra la terra. Le preoccupazioni della vita riguardano solo il momento che corre e che è in nostro potere, il pane d'oggi, e questo anche noi riconosciamo da Dio: ed il debito contratto verso Dio — quando abbiamo, avaramente, negato noi stessi, le ore della nostra vita, le nostre forze, al bene che reclamava l'opera e l'essere nostro — ci sarà rimesso solo perché noi rimettiamo ai fratelli tutto il debito che essi hanno potuto contrarre verso di noi e, per lo stesso titolo, verso Dio: sinché il rimetter noi il debito è in realtà la stessa cosa che l'essere esso rimesso da Dio, poiché uno è il debito ed uno è il creditore vero, Dio. Noi chiediamo infine di essere liberati dalla tentazione e dal male; e il chiedere è volere e il volere è fare, ma volere e fare insieme con Dio.</p>
      <p>VI. Signori, chi non tenesse conto che di ciò che intorno alla natura di Dio ed ai nostri doveri verso Lui è contenuto nella nostra rivelazione o nell'insegnamento teologico delle scuole e dei catechismi potrebbe pensare, venendo a dir simili cose ad un pubblico di cristiani, di indugiarsi inutilmente nei concetti più elementari: da tanti secoli l'umanità cristiana recita il <hi rend="italic">Pater</hi> ed in tante aule e da tanti pulpiti esso viene ogni giorno illustrato e commentato, e può parere utile tornare a ripeterne il semplice e caro insegnamento? Eppure, solo uno sguardo alla pra<pb n="35" />tica della nostra vita cristiana ci mostra che noi recitiamo sì il <hi rend="italic">Pater,</hi> ci ripetiamo sì, da molto tempo, che il primo precetto del cristianesimo è l'amore di Dio, ma la vita e l'anima nostra rimangono estranee a quell'insegnamento, a quella preghiera.</p>
      <p>Per molti di noi, l'amore di Dio, se si può parlare, a proposito di Dio, d'un sentimento al quale convenga in qualche vero modo il nome di amore, è un affetto che a volte galleggia sull'ondeggiare irrequieto del nostro desiderio, e che il più spesso scorre parallelo ad altri affetti diversi od estranei, lambendo qualche oscuro seno della nostra coscienza, confondendosi talora con le acque limacciose di desiderii umani e profani, rimanendo talora distinto da qualche vena di aspirazioni più nobili e generose che zampilla dal fondo del nostro essere spirituale.</p>
      <p>E se poi esaminiamo più da vicino i motivi intimi e riposti di questo che noi chiamiamo, nell'intrico dei nostri sentimenti, amore di Dio, Dio è colui che ci minaccia l'inferno se pecchiamo, che può toglierci la salute e mandarci la morte; egli è che può compiere qualche nostro desiderio profondo, dar la salute ad alcuno per la cui vita trepidiamo, restituirci l'amore d'alcuno che ci è caro, provvedere all'una od all'altra delle nostre più gravi necessità. Ma amarlo per sé, e quando anche nelle vicende della vita terrena non ce ne venisse che male, amarlo perché egli è il Bene, la bontà, la giustizia, la Vita vera, amare anzi in Lui tutte queste cose e cercarle o volerle e quindi tradurlo nella pratica della nostra vita: ma accettare questa vita da Dio, e trarla con uno sforzo consapevole là dove egli vuole che essa approdi un giorno, o sforzarsi di giudicare uomini e cose come Dio le giudica, tutto questo è assai spesso intieramente estraneo a quel sentimento, tenue o languido, che nella nostra vita interiore si avvicina più d'ogni altro a ciò che può essere chiamato amore di Dio. Che cosa è Dio per voi, o cristiani? E quale posto occupa egli nella vostra vita? Quali affetti vi desta e vi alimenta? Quali opere si ispirano a questo amore e lo traducono nei fatti? <pb n="36" />VII. Io vi ho ricordato il<hi rend="italic"> Pater noster</hi>. Ognuno di noi forse recita od almeno ha recitato assai spesso nella vita questa preghiera. In essa è quel versetto: sia fatta la volontà tua in terra, come essa è fatta nel cielo. Esprimere a Dio il voto che la volontà di Lui sia fatta sulla terra senza che poi noi facciamo quel che ci è possibile per compierla noi stessi, è menzogna; con questo di peggio, e di sciocco, che è menzogna inutile, poiché Dio vede i cuori.</p>
      <p>Ora, guardatevi nella vostra coscienza: essa, questa vostra coscienza, con le idee che attualmente vi regnano, con le passioni che la agitano, con i desiderii che la muovono, essa è ciò che voi fate; poiché quale essa sia è per la vostra azione, anzi è la vostra azione interiore medesima. Ebbene, può questa vostra coscienza dire, rimanendo ciò che essa è: Padre nostro, sia compiuto il tuo volere? È il volere di Dio che essa compie?</p>
      <p>E guardatevi anche intorno. Quanti dolori procurati da voi, quante miserie nei vostri atti esterni, quanto egoismo nei vostri rapporti col prossimo! Tutto ciò non è certamente il volere che voi chiedete si compia. E la società che vi circonda, nella quale si esercita ogni giorno il vostro volere e la vostra azione, è quale la vuole Dio, o meglio, la volete quale essa è, con i suoi vizii presenti, o la volete diversa, quale <hi rend="italic">dovrebbe essere</hi>,per, rispondere al Volere divino?</p>
      <p>Le miserie più gravi di tante anime, e le ingiustizie compiute intorno a voi, e le folle di bambini di donne d'uomini, ai quali la società nega ciò che è necessario per vivere e che essa condanna all'abbiezione del crescere nella miseria, del tremare al pensiero del domani, del soffrire la fame, tutti questi dolori che vi sono indifferenti, sono forse anche indifferenti al Padre vostro che è nei cieli?</p>
      <p>Molti uomini, oggi, vogliono sinceramente più libertà, più giustizia, più benessere per tutti nella vita, ed essi compiono comunque un apostolato per tali beni senza tuttavia associare il nome di Dio alle loro opere, ma per <pb n="37" />un semplice sentimento umano. Ora il volere di Dio, che voi dite nel<hi rend="italic"> Pater</hi> essere il vostro volere, sarebbe mai più debole, più fiacco, più imbelle che il volere di questi uomini generosi? O forse essi senza conoscere Dio, forse anche rinnegandolo, hanno nell'animo loro qualche cosa che all'amore di Dio somiglia più che non somigli quel vostro egoismo mascherato di religione?</p>
      <p>
        <pb n="38" />V.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La vita nella carità.</hi>
      </p>
      <p>I. Nel discorso precedente alcuno di voi avrà forse notato come noi, parlando dell'idea che i cristiani si fanno di Dio, abbiamo assai poco tenuto conto del concetto teologico che essi hanno appreso dal loro catechismo e che è quindi nella Chiesa cattolica sostanzialmente eguale per tutti: e ci siamo invece riferiti a rappresentazioni e figurazioni delle divinità le quali variano nel tempo e nello spazio, così da esser quasi diverse da uomo a uomo, e presiedono effettivamente alla nostra vita religiosa, ossia alla pratica del compimento del bene ed ai nostri rapporti con Dio. Quelle prime nozioni infatti hanno certamente la loro importanza, ma solo in quanto devono entrare come elemento vivo e operare nei processi del nostro spirito: poiché esse non sono in fondo che mezzi logici o schemi intellettuali <note n="11"> Supposto che coloro i quali apprendono le frasi e i periodi nei quali gli attributi divini sono espressi riescano a formarsene un concetto comunque approssimativo; ma assai spesso, date le condizioni presenti dell'insegnamento catechistico, essi non ritengono che le frasi, vuote di significato od associate a chi sa quali imagini grossolane</note> offertici dalla Chiesa perché le idee che noi dobbiamo poi farci nel nostro spirito non deviino traendoci all'errore; ma assai spesso, male apprese dall'intelletto, esse rimangono sterili ed inattive, dimenticate in un angolo oscuro della memoria, donde <pb n="39" />non risorgono che assai raramente o solo per qualche recitazione verbale da cui lo spirito è assente.</p>
      <p>Ora è da notarsi un altro fatto, di non poca importanza: che cioè l'idea pratica che noi ci facciamo di Dio, della vita religiosa, dei doveri essenziali imposti dal cristianesimo saprebbe assai rare volte esser da noi chiaramente formulata ed espressa: essa giace nel nostro spirito, implicita nelle altre rappresentazioni e volizioni che lo occupano di mano in mano, si svolge e si modifica essa stessa in vario senso, secondo che porta il corso dei nostri pensieri e dei nostri atti. Per rendercene conto esattamente noi dovremmo fare un lavoro di riflessione, di esame di noi stessi, di meditazione interiore; al quale purtroppo — benché esso ci sia così insistentemente raccomandato dalla Chiesa — pochissime anime cristiane sarebbero adatte: e questo è difetto grave, il quale entra per molto nella degenerazione lamentata della nostra vita cristiana.</p>
      <p>II. Un esame di questo genere, anche se sommariamente tentato, ci porterebbe innanzi tutto ad una constatazione di parecchia importanza; che cioè questa idea di Dio, della vita religiosa, del dovere cristiano è in noi il frutto non tanto di speculazioni intellettuali, quanto della nostra attività pratica, delle opere buone o cattive che noi andiamo compiendo. Le verità religiose, i sacramenti e gli altri sussidii della vita cristiana pongono in noi dei germi di vita che la nostra attività deve poi svolgere, e che solo in questa possono trovare un terreno adatto al loro incremento. L'anima nostra, nella sua vita interiore e di affetti, ha la singolare facoltà di raccogliere tutta la sua attenzione su ciò che la muove o la agita a un dato momento; per la povertà iniziale di essa, ogni nostra conoscenza dipende da molte altre, e tutte più o meno incerte o imperfette; ogni desiderio richiama certe particolari rappresentazioni conformi ad esso, e queste certi pensieri affini, dai quali poi rampollano altri pensieri e desiderii: e come noi non possediamo la verità ma ne intravediamo parzialmente o faticosamente alcuni aspetti <pb n="40" />deficienti ed esigui, così avviene che le idee, le opinioni, i giudizii nostri sono assai spesso dipendenti da desiderii e da atti del volere; noi riusciamo facilmente a persuaderci esser vero quello che vorremmo fosse vero, a raffigurarci le cose come porta il nostro affetto ed a credere poi vere quelle raffigurazioni, dimenticando l'origine loro contingente e soggettiva; di quello che amiamo, siano persone o cose o idee, noi riconosciamo ed aumentiamo i pregi con la stessa facilità con cui scuopriamo ed esageriamo i difetti di ciò che non ci piace: o quindi noi ci irretiamo in una quantità di creazioni arbitrarie del nostro spirito, di finzioni e di illusioni che poi l'animo nostro tratta come equivalenti autentici e veridici della realtà. Questo errore è specialmente facile nelle verità religiose; perché esse dall'una parte son più elevate e difficili a intendersi, e dall'altra hanno il più stretto rapporto che possa immaginarsi con tutta la nostra vita di volere: sicché può dirsi che non c'è quasi atto o pensiero, di quelli dei quali si alimenta la nostra vita morale, che non abbia le sue ripercussioni immediate ed importanti nelle nostre idee religiose, le quali si assommano tutte nel concetto che ci facciamo di Dio, dei suoi modi di agire e dei nostri rapporti con Lui.</p>
      <p>Queste idee fondamentali sui processi della vita interiore non sono, come alcuni potrebbero credere, frutto d'una psicologia recente, ed estranee ai documenti della rivelazione cristiana. Dopo che questa fu elaborata o sistemata in una teologia filosofica, la veste astratta e fissa che le fu data poté farci talora dimenticare le leggi della sua vita nelle anime: ma nelle fonti prime del cristianesimo, quando questo era presentato non come sistema di dottrine ma come legge di vita, il richiamo a questa necessità di prenderlo come cosa vivente e di<hi rend="italic"> viverlo</hi> è chiarissimo. Due passi, in particolar modo, del nuovo testamento ci mostrano questo carattere pratico e vivente delle nostre conoscenze religiose, ed essi vi sono certamente noti. L'uno è quello che dichiara <hi rend="italic">morta</hi> la fede senza lo opere: ora la fede è appunto conoscenza; ed <pb n="41" />una conoscenza è morta quando essa rimane come una semplice concezione od affermazione astratta senza valore pratico nella vita, come uno strumento di attività spirituale messo da parte ed abbandonato. L'altro passo, di profondo significato, ci dice che noi dobbiamo<hi rend="italic"> fare</hi> la verità, per andare alla vita: non specularla, non apprenderla a memoria, non curarne i concatenamenti ideali, ma farla: e cioè cercarla nel bene, raccogliere su di essa lo sforzo di tutta quanta la nostra attività interiore, per tradurla in volizioni buone, e così sentirla via via crescere, divenire più intensa, rampollar misteriosamente dalle più profonde radici del nostro essere spirituale, avvalorate dalla grazia, e così vedere il suo raggio estendersi ed illuminare sempre più chiaramente le vie della nostra vita.</p>
      <p>III. Così, signori, la carità, il volere buono, vi apparisce come il punto centrale della nostra vita religiosa nel cristianesimo e come la molla segreta della vera ed utile attività religiosa. Se noi potessimo rappresentare il processo di questa descrivendone il punto di partenza ed il punto di arrivo, dovremmo mettere al principio la vita spontanea inconsapevole egoistica di uomini dominati tutti dalla illusione delle cose esteriori, dalle preoccupazioni della nostra esistenza terrena e delle cose che passano con essa: ed al termine dell'evoluzione religiosa dovremmo mettere un'anima nella quale oramai questi modi naturali di vedere e di volere la vita e le cose sono stati dominati trasformati elisi da una concezione religiosa di queste, ed il punto di vista dell'assoluto, di Dio, è divenuto per identità il punto medesimo di vista dell'anima religiosa. Questa lenta e graduale trasformazione è opera del principio di vita religiosa che noi chiamiamo la carità. Per essa Dio, il quale è così il termine di tutto il nostro essere interiore in moto, è anche al principio di questo moto religioso medesimo; Egli, presente al nostro spirito, ed operando con la sua azione invisibile nel più profondo di questo, si associa alla nostra attività ed, ottenuto che abbia il consenso di questa, necessario appunto perché la nostra vita spirituale è tutta vita di <hi rend="italic">vo</hi><pb n="42" /><hi rend="italic">lontà</hi>, va compiendo quel processo di coincidenza ed uniformità di volere nel quale abbiamo detto consistere il nostro amore con Dio.</p>
      <p>IV. Così la carità, l'amore di Dio, ci apparisce come un processo di trasformazione spirituale. Il punto di partenza è, come abbiamo detto, rinnegare noi stessi, <hi rend="italic">perdere la nostra anima.</hi> La frase è forte e può trarci in errore. Noi dobbiamo, propriamente, rinnegare non già noi stessi, ma ciò che è in noi dalla natura esterna, dalle illusioni ingannatrici del senso, dalle passioni inferiori; ciò che, elemento necessario della nostra vita nel tempo, tende a sopraffarci, ad occupare tutta la nostra coscienza, e ad impoverire così il nostro essere spirituale, soffocando ed arrestando lo sviluppo di ciò che è più veramente e propriamente nostro ed umano, la libertà, la personalità, la volontà. Il punto di arrivo è Dio, cioè, in qualche modo, la divinificazione del nostro essere, del nostro volere, l'arricchimento spirituale della nostra vita interiore nel compimento e nel possesso del bene. Il cammino, la vita nella carità, è, secondo le leggi generali della vita, un lento e forte processo di lotta, di appropriazione, di assimilazione degli elementi utili e repulsione dei nocivi, di crescenza, di integrazione. Noi dobbiamo vincere o rimuovere ciò che è difforme dalla nostra veduta religiosa e ripugna ad essa, vigilare contro le tentazioni, l'insorgere delle passioni, il penetrare delle illusioni traverso ai sensi; nutrirci di pensieri utili, esercitarci nella volontà del bene, appropriarci gli elementi di vita spirituale che vediamo intorno a noi, rafforzarci nella simpatia e nella solidarietà con le altre volontà buone, sforzarci sempre verso più vita, più bellezza, più amore, più bene. In questa lotta ed attività viva l'anima ed il volere debbono essere sempre vigili; le stanchezze, le trascuratezze, il difetto di olio nella nostra lampada minacciano la fiamma divina, e la conducono a languire ed a spegnersi. Per la carità il regno di Dio è in noi, e noi, trasferendoci in Dio, diveniamo in qualche modo, come fu detto con frase forte ma espressiva, Dio stesso.</p>
      <p>
        <pb n="43" />V. Questo processo interiore impegna tutta la nostra attività; la carità diviene criterio di tutta la vita del nostro spirito nelle sue multiformi effusioni e manifestazioni. I varii atti dell'uomo sono regolati dai proprii fini: secondo la differenza di questi e la natura dei mezzi atti a raggiungere quei fini nella maniera che esiga minore dispendio di forze, si hanno per ciascun ordine o ramo dell'attività umana, politica, economia, arte, igiene, sport, ecc. delle norme e leggi speciali, pratiche o tecniche, secondo le quali debbono essere ordinati gli atti relativi. Ma la volontà umana non si esercita intorno a questi varii e molteplici fini e mezzi particolari se non perché essa, trascendendoli tutti, cerca qualche cosa di più elevato e profondo, a cui tutti conferiscono un poco ma che nessuno di essi dà pienamente, e cerca certi suoi fini ultimi, non riducibili cioè ad altri, e proporzionati al valore che essa volontà dà alla vita ed alle esistenze in genere, al concetto di felicità e di bene il quale la guida e la ispira, alla concezione generale del mondo e dello cose che è come la sua particolare filosofia. Questo voler qualche cosa, più o meno consapevolmente, come il più e il meglio che la vita possa dare o promettere, come il termine della nostra irrequieta attività interiore ed esterna, questo nostro dirigere la vita verso un qualche cosa di lontano e di ultimo che è come la ragione di tutto il resto, imprime alla vita di ciascuno di noi il suo speciale orientamento etico o religioso. Ora è appunto il nostro rapporto con questi fini ultimi e supremi della nostra vita, con questo più e meglio che essa può darci, con la visione generale delle ragioni e del valore dell'essere, che la carità regola, e per essa e con essa regola la religione; la quale, lasciando ad ogni atto che procede dalla nostra interiore attività consapevole l'indole che gli viene dal suo fine particolare e dalle norme che dirigono il raggiungimento di questo, regola poi il volere irrefrenabile e trascendente che pone quell'atto, ma ponendolo lo travalica, per chiedere a un bene particolare ottenuto {{44}}un altro più vasto e più lontano bene del quale è sitibondo <note n="12"> Che la politica, l'economia, la letteratura ecc. siano regolate da leggi e norme proprie, e che la religione non debba immischiarsi di esse in quanto tali, è comunemente accettato. Anche il diritto è distinto dalla religione; poiché esso regola rapporti di fatto, esistenti fra gli uomini non per sole ragioni ideali ma per il corso delle determinazioni empiriche dell'attività umana individuale e sociale. Della morale si chiede se essa possa essere identificata con la religione. Ma rapporti morali sorgono fra gli uomini anche indipendentemente dagli scopi religiosi della vita ed è quindi concepibile una morale, prescindendo da Dio e dai nostri doveri verso Lui. La religione, tuttavia, una volta riconosciuta ed accettata, pervade e domina tutti gli altri atti e rapporti, e più particolarmente gli atti morali, in quanto per essi la coscienza e la volontà umana si pongono in un atteggiamento più o meno favorevole od opposto al raggiungimento del fine ultimo ed adeguato di ogni particolare volizione, che è appunto il bene assoluto; il quale è l'oggetto proprio della vita religiosa.</note>.</p>
      <p>VI. Noi vedremo più innanzi — lo scopo pratico di questi discorsi ci dispensa dal seguire l'ordine che forse sarebbe stato più logico — per quali vie e con quali mezzi il cristianesimo ponga a regola somma di tutta la nostra attività spirituale Dio e l'amore di Lui: e come esso riesca a darci quella certezza salda, capace d'esser suggellata col sacrificio di tutto il nostro essere, la quale è necessaria perché l'azione ne sgorghi spontanea, irrefrenabile e trionfatrice. Ma questo oramai ci apparisce certo: che esso fissa e salda la nostra vita in un termine sommo e centrale delle volontà e del bene che è il divino: fuori e sopra di noi, di là dai confini del mondo visibile, di là dalle rive del tempo, nella perenne ed assoluta pienezza dell'essere e della vita spirituale noi gettiamo, nel cristianesimo, l'ancora del nostro desiderio irrequieto: e perché questo scopo lontano sia insieme vicino e presente quanto è necessario affinché esso eserciti in noi la sua efficacia, ci si impone di raccogliere nel pensiero religioso che contiene per noi e applica a noi la forza misteriosa di questo invisibile termine tutto quello che noi sappiamo concepire di più puro ed elevato, di rimuoverne tutto quello che sentiamo debole ed imperfetto, di convergere ad esso tutte le voci che dal profondo della coscienza ci ispirano l'amarezza del male presente, il desiderio di libertà di elevazione di verità di luce di bene. <pb n="45" />E noi sappiamo oramai che, illuminati di tale luce il mondo e la vita, il cristianesimo ci impone con un precetto formale e solenne di tendere a questo termine divino con tutte le forze delle quali l'anima nostra è capace, di misurare e criticare con questo desiderio ardente di una perfezione ideale e infinita tutti, sino ai più umili pensieri ed ai più spontanei moti del cuore, gli atti ed i passi della nostra vita. Dimenticate, signori, formule piccole e grette che talora ingombrano, in vece di illuminarlo, il nostro spirito, dimenticate anche il dubbio che sulla realtà oggettiva di ciò che noi possiamo concepire o volere può essersi insinuato nell'animo vostro, e confessate che il problema della vita sociale e delle sue direzioni è posto dal cristianesimo in modo che non si può desiderare più nobile né più perfetto.</p>
      <p>VII. Voi potete ora, signori, dopo quel che vi ho detto, giudicare facilmente quale sia il valore della religione il cui precetto primo e fondamentale è l'amore di Dio, e quale posto le convenga nella nostra vita. E potete anche chiedervi se il posto che questa religione e questo precetto di amore occupano nell'attività consapevole di molti cristiani risponda a tali norme. Dolorosamente, nelle consuetudini di questi la religione e Dio sono venuti perdendo importanza a tal segno che oggi è assai difficile trovare un cristiano di cui si possa dire: il pensiero più assiduo della sua mente, la preoccupazione più forte della sua vita è quella di essere in pace col suo Dio, di meditarne gli insegnamenti, di compierne i precetti. Per quanti uomini, anche professanti il cristianesimo, il denaro, il desiderio di onori e di potere non occupano nell'animo un posto maggiore di quello che vi occupa Dio? E nell'animo di quante donne le ore e i pensieri non sono contesi a Dio sin dallo specchio, dalle vesti, dalle trine?</p>
      <p>L'uso di non preoccuparsi di Dio se non in certi luoghi, in certe circostanze, di fronte a determinati pericoli e in determinate contingenze, è così frequente e diffuso che per poco l'invito alla riflessione, allo studio della vostra coscienza, alla meditazione delle cose dello spirito, non <pb n="46" />vi parrà quasi una strana pretesa di prete importuno e che non conosce il mondo e la vita.</p>
      <p>Ma dunque che religione è questa vostra, della quale tante cose hanno maggiore importanza, alla quale tante preoccupazioni sottraggono l'anima, per cui non restano che ritagli di tempo e di attenzione?</p>
      <p>Eppure, se essa ha una ragione di essere e può avanzare delle pretese e reclamare qualche parte di voi, gli è appunto perché essa vi insegna che la vita esteriore da voi vissuta è vita di fugaci illusioni, la quale vi fa servi della natura e dei sensi e vi preclude la via alle ricchezze vere e non labili dello spirito, all'incremento della vostra forza spirituale: perché vi mostra che nelle più profonde pieghe del vostro spirito dorme un desiderio irrequieto di beni più alti; che di là da quello che voi cercate, in fondo ad esso, di contro ad esso, è il termine vero della vostra vita; <hi rend="italic">che non vi varrebbe nulla guadagnare il mondo universo se l'anima vostra debba patirne danno.</hi> Questa religione vuol così rivelare voi a voi stessi, richiamarvi all'esame dell'errore del male dell'illusione che è in voi e tutto intorno a voi, spingere ed aiutare la vostra coscienza a ribellarsi alle suggestioni esteriori o trovare in sé, nel più profondo, dove essa è quasi in contatto con Dio, la forza di agire consapevolmente, di divenire padrona e guida delle rappresentazioni e degli affetti che la muovono, padrona dei suoi destini. Accettare una religione, professarla, e continuare poi in tutta la pratica della vita a cercare quel che essa nega, a negare quel che essa cerca, è una contraddizione strana, ma pure frequentissima.</p>
      <p>Alcuni di voi non hanno forse sinceramente aderito né al cristianesimo né ad alcuna altra religione. Ma con ciò essi non sono riusciti a sopprimere i problemi dei quali appunto la religione si occupa e che sono pure i più vasti e fondamentali problemi nei quali urti la nostra coscienza della vita o dell'essere. Chiedere adunque ad essi che portino nell'esame dei problemi religiosi un animo più attento, che acquistino l'abitudine di seguire la <pb n="47" />vita del loro spirito, di scrutarne le ragioni e il valore morale, di sottrarsi al male ed educarsi al bene, all'esercizio della libertà, al dominio di sé, chiedere che essi divengano gli artefici della loro anima, come amano essere gli artefici delle loro fortune, non è chieder cosa irragionevole e inutile.</p>
      <p>Che se voi aderiste al cristianesimo e lo professate, un dovere vi corre: quello di sapere che cosa esso significa e che cosa vi impone, di liberarvi dalla più triste e più dolorosa di tutte le menzogne, la menzogna religiosa, di mettere i moti del vostro animo e gli affetti d'accordo con questa religione da voi professata. È dovere di sincerità verso la coscienza vostra e verso lo Spirito del quale vi dichiaraste figli: mentire al quale è la più grave delle colpe, che non verrà rimessa giammai, perché converte in ingombro e strumento di rovina ciò che era dato a salute. </p>
      <p>
        <pb n="48" />VI.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">L'amore del prossimo.</hi>
      </p>
      <p>Interrogato un giorno Gesù quale fosse nella legge il primo e supremo comandamento rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua mente — rispose — il cuore e l'anima tua;<hi rend="italic"> ed il secondo, simile a questo, è: amerai il prossimo tuo come te stesso:</hi> in questi due precetti sta tutta la legge e tutta la profezia».</p>
      <p>La<hi rend="italic"> sostanza</hi> della legge è lo <hi rend="italic">spirito</hi> dell'insegnamento profetico; poiché anche la buona novella, annunziata da Cristo agli uomini, che doveva appunto darci la pienezza della legge e del profetismo, sta in quei due precetti, che ricorrono, con una ricchezza meravigliosa di espressioni e di figurazioni sempre nuove, in tutte le pagine del Vangelo, che ebbero la conferma suprema, dichiarata dal Cristo medesimo, che disse di porre l'anima sua per noi, nel sacrificio della croce, ed un simbolo vivente, di inimitabile efficacia, nel rito centrale e supremo del cristianesimo, l'eucarestia.</p>
      <p>I. Abbiamo veduto come il cristianesimo trasferisca gli scopi della vita dalla cerchia delle cose visibili e fugaci nel campo delle realtà spirituali, dei valori morali e dell'assoluto. Con ciò, esso dà all'uomo un valore nuovo e fondamentale, dovuto non a ciò che egli è o fa o può in questo medesimo campo dell'esperienza e delle determinazioni naturali, ma ad. un principio interiore di vita <pb n="49" />che egli possiede, alla coscienza, sede prima e vera della vita e quindi del bene e del male, all'<hi rend="italic">anima.</hi> Questo valore dell'anima umana, e per essa di ogni uomo, che è fatto con ciò responsabile delle sue sorti e padrone dei suoi atti, dei quali deve rispondere non agli uomini ma e Dio medesimo, valore riconosciuto solennemente dal vangelo, ha avuto nella storia della civiltà un effetto immenso e ne ha radicalmente trasformate le direzioni. Nella civiltà antica, pagana, che il materialismo moderno tende a rinnovare, l'uomo non era considerato se non per ciò che egli era esteriormente: la sua sorte era abbandonata senza riparo al corso delle cause naturali e sociali od al capriccio dei più forti; i suoi dritti gli venivano, non da quest'anima medesima e dalla destinazione di essa, ma dalla società cui apparteneva, dal possesso dei mezzi di imporsi, dalle conquiste, dalle violenze; sicché alcuni avevano tutti i diritti, incluso quello di disporre a loro capriccio delle esistenze di altri esseri umani, altri non ne avevano nessuno. Ed appena il concetto cristiano del valore dell'anima umana sparisce, le stesse tendenze tornano a riapparire. La schiavitù, fu detto, si è trasformata ma non è sparita ancora dalla terra: poco meno che schiavi furono da Leone XIII dichiarati i lavoratori nell'economia capitalistica; innumerevoli sono, come forse vedremo più innanzi, le violazioni dei principii d'umanità e di giustizia compiute a danno del debole. E ai fatti si associano le dottrine e fatti peggiori preparano. Ai programmi di violenza formulati in nome del numero rispondono oramai programmi di violenza formulati in nome dell'individuo più forte. È recente ancora in Europa, e va raccogliendo anche oggi discepoli numerosi ed entusiasti, la voce la quale malediceva al cristianesimo, per aver esso consacrato il diritto degli umili dei deboli degli oppressi, e proclamava di nuovo il dritto della forza e della conquista. E non era, quella, la voce geniale ma strana di un pazzo, ma sì l'interpretazione ovvia e logica di una dottrina scientifica la quale, riassumendo tutto l'essere umano nel determinismo della materia, non riconosce in ciascuno di noi che <hi rend="italic">un gruppo di fe</hi><pb n="50" /><hi rend="italic">nomeni,</hi> ed annulla con ciò stesso, insieme con la realtà del nostro essere spirituale, ogni appello a un dritto assoluto e perenne di ciascuna coscienza ed anima umana. </p>
      <p>II. Nel cristianesimo, e per i principii che esso ha bandito, ogni uomo è costituito figlio di Dio, e gli è riconosciuta una vita interiore che nessuna forza può sottomettere o violare: <hi rend="italic">animam autem non possunt occidere,</hi> e che a Dio solo ed alla propria coscienza risponde dei suoi atti; sicché invertiti i giudizii del mondo antico, <hi rend="italic">darsi</hi> val meglio che <hi rend="italic">conquistare,</hi> amare val meglio che sottomettere al proprio capriccio, perdonare meglio che odiare, <hi rend="italic">essere uccisi</hi> meglio che <hi rend="italic">uccidere.</hi> Uomo o donna, fanciullo o adulto, schiavo o padrone, servo della gleba o signore feudale, proletario o capitalista, l'uomo non vale già più per questo titolo, ma per la sua anima immortale, pel suo dritto alla conquista del bene e della virtù, per la coscienza che egli racchiude in sé stesso, e che è capace di sottrarsi alle contingenze della natura e della storia, di possedere l'assoluto e il divino, di insorgere contro l'ingiustizia ed il male, lasciandosi schiacciare ma non sopraffare. Con ciò, o signori, i principii della civiltà cristiana sono posti: l'eguaglianza, la libertà, la fraternità acquistano la loro base solida ed inviolabile. L'economia, la politica, il dritto stesso non possono che constatare o ribadire differenze ed opposizioni fra gli uomini; solo la veduta religiosa o cristiana della vita supera e trascende tutte le differenze, e pone ogni uomo in condizioni uguali dinanzi a Dio, padre comune, e dinanzi ai proprii comuni destini; ed ai programmi di lotta, di odio, di guerra, i quali nascevano da quelle differenze constatate e sentite, oppone un programma più alto di amore fraterno, di solidarietà nella vita, di pace. Al lume del cristianesimo ogni uomo ci apparisce non più come <hi rend="italic">mezzo</hi> ma come <hi rend="italic">fine</hi>: ridurlo in servitù, sfruttarlo, togliergli parte o tutto di ciò che gli spetta, sottrargli i mezzi di compiere le sue sorti, sacrificarlo al nostro vantaggio, commettere comunque ingiustizia contro di lui è misconoscere il valore ed il dritto della natura umana, fare offesa, nell'uo<pb n="51" />mo, alle norme assolute del giusto e del bene, a Dio stesso.</p>
      <p>III. Non basta. Il principio della vita religiosa nel cristianesimo, la carità, ci apparisce come essenzialmente unificatore. La volontà divina è volontà non già, direttamente e per sé, del nostro bene <hi rend="italic">particolare,</hi> ma del bene stesso in tutta la sua ampiezza e quindi del bene di ogni uomo: essa vuole la salute <hi rend="italic">mia,</hi> dell'uno o dell'altro, non già perché essa è particolarmente <hi rend="italic">mia</hi> o dell'uno o dell'altro, ma perché in me od in altri la salute è conquista e possesso di bene. Quindi avviene che uniformando la mia alla volontà divina, come abbiamo detto avvenire nella carità, io supero e nego queste restrizioni individuali, spezzo i confini dell'egoismo, cerco il mio bene nel bene di ciascuno, in ciò che è bene in sé medesimo, e quindi per tutti gli uomini egualmente; e cosi le volontà individuali, uniformandosi al volere primo ed universale, perdono le asprezze delle opposizioni ed esclusioni concrete, divengono realmente <hi rend="italic">una volontà</hi>; e dall'unione delle anime e dei voleri scaturisce poi naturale e spontanea la solidarietà delle opere e della vita. Quindi voi vedete perché il precetto dell'amore del prossimo sia<hi rend="italic"> simile</hi> a quello dell'amore di Dio, e l'uno e l'altro indissolubilmente uniti nella buona novella e nel cristianesimo. Amare Dio vuol dire amare ciò che è bene in sé, universalmente e perennemente, amare le leggi e le norme che questo volere assoluto pone nel mondo morale, e quindi amare ogni uomo come me stesso: perché ogni uomo è, come io sono, per lo stesso motivo e nella stessa misura, oggetto di questo amore perenne ed universale del bene. Non fu quindi per una figura retorica che Gesù dichiarò che nel giudizio ultimo quello che gli uomini avessero fatto all'infimo dei loro simili sarebbe stato contato come fatto a lui; poiché in ciascun uomo, fosse pure l'infimo, noi dobbiamo vedere le ragioni ed il dritto di tutta l'umanità; e questa, dal giorno che la manifestazione del divino l'ebbe come investita e consacrata, nelle carni e nel sacrificio del Cristo medesimo, alla vita religiosa della qua<pb n="52" />le questi è il centro e l'esempio, assumeva come un carattere sacro e religioso, che la carità traduce negli atti d'un rapporto fraterno, e la trascuranza o il disprezzo viola ed offende.</p>
      <p>IV. Di questo amore fraterno, elevato dal Cristo a precetto fondamentale della sua religione, oggetto non è più il greco o l'ebreo o il romano, il signore od il libero, il bianco od il negro, oggetto è ogni uomo, pel solo fatto che egli è uomo, ad onta di qualsiasi tirannia della società o dei fati, ad onta anche di qualsiasi suo demerito positivo. Al concetto dell'universale uguaglianza degli uomini la filosofia poteva salire, e forse anche seguirla assai di lontano il diritto; ma l'averne proclamato come il primo dovere dell'uomo verso l'uomo il riconoscimento, l'averla opposta a tutta la civiltà antica, al diritto e all'imperatore romano, l'averne fatta la base d'una nuova società religiosa, è merito innegabile del cristianesimo. E il principio fecondo, anche se solo parzialmente e difettosamente praticato nella civiltà cristiana, fermenta e solleva la vita. L'esser tornati ad esso, spezzando il privilegio che aveva empito e soffocato la civiltà medioevale, parve, sulla fine del secolo scorso, ad onta degli errori che in nome suo si commisero, il cominciare di una <hi rend="italic">novella istoria.</hi> Oggi alcuni, che a quel principio credono di essere giunti per altra via, ne falsano poi subito lo spirito, proclamando la conquista dell'amore per mezzo dell'odio e abolite nel nome di quel principio la famiglia e la patria. Ed è vana menzogna: perché il precetto di amare, e sinceramente, e praticamente, l'ultimo degli abitanti la Polinesia o l'Africa centrale come noi stessi, è, di sua natura, tale che non scioglie ma rinsalda tutti i vincoli di amore che esso trova tessuti ed annodati nella vita umana; e quanti sono strumenti di fraternità e di solidarietà d'anime, foggiati dalla storia e dall'opera umana, esso accoglie come sussidiai preziosi, trasformandone in meglio lo spirito e dirigendone lo sforzo ad un più universale risultato di amore. Ogni solidarietà d'uomini che, varcando i confini della giusta difesa, miri alla conquista e alla lotta, ogni <hi rend="italic">chauvi</hi><pb n="53" /><hi rend="italic">nisme</hi> ed imperialismo è condannato dal cristianesimo, non per quel che dice e chiede di solidarietà, ma perché esclude da sé e rinnega altri uomini ed altri gruppi sociali; l'egoismo, la cupidigia, la violenza non cessano pel cristianesimo di essere ciò che sono, se trasferite da un individuo ad una nazione. Fate che questo egoismo di gruppo cessi, e il più intenso amore di famiglia e di patria non avrà più nulla che non sia sano e fecondo di bene, degno dei fedeli di Cristo.</p>
      <p>V. Ogni forma di amore, ogni unione di anime è comunione di beni: non si può <hi rend="italic">volere insieme</hi> e allo stesso modo un oggetto, senza che questo si intenda avere, come un desiderio solo rivolto a sé, così una sola fruizione. La famiglia, la città, la patria esprimono un patrimonio di idee di cose di valori morali comune, uno sforzo comune, un incremento che è piacere comune, come sarebbe dolore comune il danno e la perdita. Più profondamente di tali vincoli associa l'uomo la religione: ciò che per essa è comune sono appunto le supreme direzioni del volere, i supremi beni della vita. Essa non nega con ciò le società particolari ed i loro particolari oggetti, con la conseguente esclusione dei non socii dal possesso di quelli. Alcuni mistici, antichi e moderni, pervertendo, quel senso di sano realismo che è nella visione cristiana della vita e della società umana, hanno pensato che, per negare radicalmente l'egoismo e stabilire il culto dell'amore fraterno e del bene, fosse necessario ad ogni uomo cedere tutto il suo, superare e rinnegare non soltanto l'ingiustizia e la violenza, ma anche il diritto, forma difettosa e contingente di giustizia; ed hanno proclamato la cessazione dell'autorità sociale ed insieme la non resistenza al male, e così instaurata idealmente una specie di <hi rend="italic">anarchia</hi> mistica. Il nome e gli scritti di un grande russo l'hanno illustrata e diffusa e fatta celebre in questi ultimi tempi, ed essa serpeggia oggi largarmente nel neo-misticismo contemporaneo. E 1'anarchia, strano fato delle parole o strana logica di idee! dice così, insieme, e le più orrende forme di violenza e i più ingenui idillii di non re<pb n="54" />sistenza che il pensiero umano abbia mai fantasticato. Noi cattolici ammiriamo coloro i quali di questa rinuncia a tutto e non resistenza al male, della dedizione piena ed assoluta di sé agli altri, hanno fatto la legge della loro vita, e riconosciamo con la Chiesa che essi, quando abbiano fatto ciò per sola forza di amore, sono i più vicini al Cristo e al suo spirito e meritano il nostro culto. Ma la vita sociale è troppo ricca di multiformi elementi e complessa; l'essersi alcuni sottratti con un sacrificio eroico a talune delle norme che ne regolano lo svolgimento e l'attività non vuol dire né che queste norme abbiamo cessato di esistere, né che esse sieno divenute ingiuste, anche se sono ancora troppo lontane da una più alta giustizia. Il precetto dell'amore è rinnovazione che procede dall'interno, non rivoluzione: esso dichiarò, in S. Paolo, fratelli lo schiavo e il padrone, ma lasciò sussistere il rapporto <hi rend="italic">giuridico</hi> che li legava: e molti altri rapporti simili esso lascia sussistere, almeno sinché lo spirito dall'interno non abbia spezzato le vecchie forme giuridiche, quando le nuove sono mature. Nelle società cristiane, levatrice del diritto nuovo non è la forza, ma la carità. Noi vedremo più innanzi come il precetto religioso dell'amore moderi e limiti queste società particolari, il cui oggetto sono beni esistenti in quantità finita e non capaci d'essere comunemente posseduti da molti: la Chiesa, di suoi, ha altri beni, e questi son tali che il possesso non li esaurisce ma li moltiplica, beni dei quali l'umanità ha bisogno assai più che non degli altri, e di cui manca tanto più quanto più giacciono inerti, senza che alcuno li cerchi. Il rispetto reciproco, la pietà provvida, la simpatia amorevole e buona, la cultura, l'educazione morale, la solidarietà tradotta nella pratica della vita sempre più largamente, tali sono i beni dell'amore fraterno: e di essi specialmente la società nostra manca ed abbisogna. Perché dir tanto male del cristianesimo, se ciò che esso ci impone come il supremo dei nostri doveri è appunto ciò che nella vita civile caratterizza l'opera e i progressi della civiltà, della cultura, della pace?</p>
      <p>
        <pb n="55" />VI. Sennonché, dove è, o signori, questo cristianesimo?</p>
      <p>Dove sono questi cristiani? Nel quarto Vangelo, Gesù Cristo dice: <hi rend="italic">in questo gli uomini riconosceranno che voi siete miei discepoli, che vi amerete l'uno l'altro come fratelli.</hi> Che bei squarci di eloquenza non ispirano anche oggi a molti miei colleghi in sacerdozio alcune forme di carità create dalla Chiesa, alcuni eroi della carità, come il singolarissimo Vincenzo di Paolo, le suore di carità, gli apostoli dei lebbrosi! Ciò mostra che dei seguaci del Cristo vi sono anche oggi: e ve ne sono, anche non ricorrendo a queste più alte ed eroiche manifestazioni di amore fraterno, dei più umili in mezzo a noi: molti di voi ne avranno certo alcuni fra le loro conoscenze. Ma sono solo essi i cristiani? E tutti gli altri? E tutti questi uomini e queste donne battezzate, frequentanti le nostre chiese, che sanno così bene disinteressarsi di ogni persona che non li riguardi da vicino, ignorare coloro che soffrono ed invocano aiuto sotto i loro occhi stessi, che sanno anche con sì mirabile disinvoltura odiarsi, rendersi male per male, nuocersi, fosse anche solo con la lingua, in mille piccole ingegnose maniere, sacrificare il beneficio, la pace spirituale, la dignità, la vita anche degli altri ai loro gusti e capricci? Essi non hanno la tessera dei seguaci del Cristo, le cui parole suonano anche: in questo gli uomini riconosceranno che voi <hi rend="italic">non</hi> siete miei discepoli che <hi rend="italic">non</hi> vi amate gli uni gli altri come fratelli. Essi, questi cristiani, hanno degli affetti naturali: amano i congiunti, i figli, gli amici. Ma che mercede avranno per ciò? Anche gli ebrei, i pagani, i selvaggi sanno amare a quel modo. <note n="13"> Matteo, V, 46.</note> Ma appena si esce dalla cerchia di questi affetti naturali, una simpatia sterile e fredda ne occupa il luogo: e quando sorge contrasto di interessi, di vanità gelose ed offese, di rivalità pel potere, un dispetto sordo e tenace prende il posto anche di quella sterile simpatia, e il cristiano, colui che poi verrà qui innanzi agli altari del Cristo a fare professioni vocali di </p>
      <p>
        <pb n="56" />fede ed a chiedere favori, diviene nemico al fratello, lupo in cerca di agnelli.</p>
      <p>Se le parole, che vi ho detto, di Gesù sono vere, e se sono false tutto il suo insegnamento è falso, poiché esse lo riassumono tutto, noi dobbiamo concludere che i cristiani, almeno nelle classi colte e cittadine, sono assai pochi, che il costume, la vita, la società nostra non sono cristiani, perché non seguono Cristo.</p>
      <p>VII. Alcune voci tuttavia hanno proclamato anche oggi questa legge di amore. A voi sono noti i nomi di due grandi poeti<note n="14">G. Leopardi e G. Pascoli, dai versi dei quali sono tolte alcune frasi di questa pagina. Ma il programma del Leopardi è programma di lotta e guerra disperata, mentre nel Pascoli è uno spirito di amore fraterno, senza fede, forse, ma senza ribellioni. Sì veggano, del Leopardi, i magnifici versi del canto"  La ginestra. Detto della natura, che dei mortali «è madre in parto ed in voler madrigna» egli prosegue:incontra a questaCongiunta esser pensandoSiccome è il vero, ed ordinata in priaL'umana compagnia, Tutti fra sé confederati estima Gli uomini, e tutti abbraccia Con vero amor, porgendo Valida e pronta ed aspettando aita Negli alterni perigli e nelle angoscieDella lotta comune.</note> l'uno della prima metà del secolo scorso, l'altro vivente, i quali hanno ricordato agli uomini questo loro dovere di troncar le lotte fraterne, di stringersi in un grande fascio solo di volontà concordi. E quella voce di poeti è la voce di molte anime che nelle lotte dure della vita se la vanno ripetendo con maggiore o minore passione ed eloquenza. Ma essi non parlano con il Vangelo. Essi hanno detto, invece: la natura è madrigna all'uomo; la vita è un fato doloroso cui ci condanna il capriccio, la necessità di leggi misteriose, alle quali l'irrequieto desiderio di felicità che tormenta gli uomini è indifferente, come la sorte delle ginestre che fioriscono la schiena del Vesuvio o delle formiche che popolano un ciocco condannato alle fiamme; perché a questa guerra della natura aggiungere la nostra guerra fra<pb n="57" />terna? Perché lanciare nei cieli vuoti e silenziosi questo grido d'angoscia col quale chiediamo di vivere e di esser felici, e non affidarlo invece ad altri cuori d'uomini che possano accoglierlo e maturarlo in opere di pietà e di assistenza fraterna? Perché, se siamo orfani nella casa buia e nel freddo, esser poi anche cattivi fratelli? Confederiamoci tutti contro il comune fato, raccogliamo nelle nostre anime questo grido di angoscia che facemmo echeggiare nel vuoto, e siamo fratelli, nel breve tragitto della vita. Ed alcuno maledisse e maledice alle fole che hanno richiamato altrove il desiderio e lo sforzo dell'uomo, distraendolo da questa suprema necessità di lotta concorde contro il fato e il dolore.</p>
      <p>La lezione è dura per noi cristiani. Se il Vangelo non sapesse dare frutti migliori di quelli che esso dà nella vita di tanti di noi, se il Padre nostro celeste avesse sempre dei figli così immemori e cattivi, l'umanità finirebbe col dimenticare l'uno e l'altro e col credere che, per empire la terra di opere di amore, è forse più utile proclamare vuoto il cielo ed orfani gli uomini: dolorosa illusione, della quale noi avremmo la colpa.</p>
      <p>
        <pb n="58" />VII.</p>
      <p>La Giustizia.</p>
      <p>I. Primo effetto di quella nuova disposizione di animo che Cristo esigeva nei rapporti fra i suoi discepoli doveva essere, evidentemente, l'instaurare in questi la giustizia, nella pienezza del suo dritto; la quale non poteva già esser data dalla tarda, lenta e parziale conquista del dritto civile, benché esso si andasse avvicinando in Roma alla relativa perfezione che noi sappiamo. Il dritto civile, pur svolgendo lentamente fra gli uomini i principii ideali del giusto e del dovere nella umana convivenza, nei limiti storici che lo costringevano manifestava con evidenza l'origine violenta e lo scopo di dominio dai quali la maggior parte dei diritti sulle cose e sulle persone vennero sorgendo: e un grande spazio dei rapporti fra uomo e uomo rimaneva libero all'arbitrio ed a forme più o meno gravi dì imposizione e di sfruttamento.</p>
      <p>I difetti fondamentali del diritto civile, nella vita che esso ha indipendente dal cristianesimo, possono forse ridursi a due precipui; primo, quel suo dovere per necessità limitasi a regolare i soli atti dell'uomo che sono capaci di pena o di sanzione giuridica, postulando perciò il concorso d'altri sentimenti e norme di azione che regolino l'atto interiore umano, in quanto tale, e preparino la via, con l'addolcimento dei costumi, alla costituzione di rapporti strettamente giuridici, e giungano là dove questi <pb n="59" />non possomo giungere. Secondo difetto, un cotale realismo, insito in esso, pel quale ebbe bisogno sempre di appoggiare i suoi progressi ad un rigido concetto dell'individuo dall'una parte e dalla collettività politica dall'altra, così che la sua tendenza fu sempre di opporre rigidamente l'individuo ai suoi simili e la collettività ai singoli; e gli sfuggì quella più alta considerazione la quale supera ed integra i diritti dei singoli col concetto d'un intimo e fondamentale dovere comune e d'una solidarietà in cui l'individuo diviene parte d'un organismo spirituale vivente, che assomma ed unifica i diritti e le azioni dei singoli nel raggiungimento d'un grande scopo comune, il quale è poi il contenuto pieno ed ideale della civiltà: l'incremento della cultura e della vita dello spirito. Così il diritto civile non conosce che le due forme di giustizia: commutativa e distributiva; misura della prima è l'individuo nella pienezza della affermazione egoistica rivendicante per sé le proprie facoltà e le cose possedute, ad esclusione di ogni altro e con potere di uso e di abuso; misura della seconda è lo Stato, nell'affermazione della sua forza, che circonda ed assorbe ed ordina burocraticamente, con tendenza all'accentramento ed al dispotismo, le attività dei singoli. Così che questo dritto si risolve quasi naturalmente nella forza che lo crea e lo sancisce e che pur tuttavia è insieme la negazione del diritto; donde quei due aforismi notissimi, pieni di verità e di ironia, che son come la critica del diritto stesso: <hi rend="italic">la force prime le droit,</hi> e <hi rend="italic">summum jus summa infuria.</hi></p>
      <p>II. In tale condizione di cose, mirabile fu il mutamento operato dal cristianesimo. Innanzi tutto esso, con una grande singolare inversione, trasse ad essere misura d'un dritto più liberale ed umano quello stesso principio di egoismo che si era venuto svolgendo, come abbiamo visto, in un dritto rigidamente individualistico ed esclusivo; 1'uomo nella sua comune ed universale natura, al di fuori di tutte le contingenze della storia, è fatto misura del dritto: e in fondo all'uomo, e sopra all'uomo, e a fianco di ogni uomo, <hi rend="italic">senza accezione di persone,</hi> ispiratore, so<pb n="60" />stegno e vindice, Dio. Stabilito, con l'origine comune degli uomini da un Padre comune, l'eguale ed insopprimibile dritto di ogni e ciascuna anima umana, e quindi, insieme con il dovere per questa di raggiungere gli scopi etici e spirituali della propria esistenza, il dritto fondamentale ed insopprimibile a quei mezzi di esistenza e di sviluppo senza dei quali quegli scopi divengono irraggiungibili, il principio del dritto si trovò retrocesso e spostato; e dall'occupazione e dal possesso rigidamente esclusivi, quanto alle cose, e dall'affermazione individualistica della propria persona fu fatto risalire, originariamente, al diritto universalmente umano alla vita, pel compimento dei doveri di questa; dritto il quale per ciò stesso afferma il valore dell'individuo in un principio che è insieme la consacrazione di ogni individualità, e giustifica il possesso delle cose solo in quanto esso è necessario ad una destinazione di queste che ha anche essa valore universalmente umano. Così nel nuovo principio il dritto trova insieme la sua affermazione ed il suo limite; perché ogni dritto individuale cade e svanisce appena esso includa la violazione del dritto egualmente sacro di un'altra persona umana; e il possesso delle cose, giustificato dall'uso di queste pel raggiungimento dei fini spirituati dell'esistenza, diventa ingiusto e riprovevole appena esse, o per la eccessiva accumulazione o per l'abuso, cessano di avere quella giustificazione, ed appaiono così sottratte abusivamente, al dritto di altri uomini, pei quali la ricchezza di alcuni è privazione e miseria.</p>
      <p>E l'egoismo stesso, io vi diceva, che è nell'uomo lo stimolo acuto all'affermazione del proprio dritto ed alla tolleranza di quelle restrizioni collettive senza le quali la vita individuale apparisce storicamente impossibile, diviene, ravvicinato alla sua norma etica, la misura del dovere, vale a dire del dritto degli altri; poiché il Vangelo ha stabilito: <hi rend="italic">non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.</hi> Se esso avesse detto: non fare agli altri quello che le leggi vietano, un'immenso numero di rapporti umani si sarebbe sottratto a quella nuova legge, la qua <pb n="61" />le invece mirava a raggiungere il principio stesso dell'azione umana, a creare, prima che l'atto giusto, la volontà buona e fraterna; se avesse ancora detto: non fare agli altri quello che sai essere ingiusto, avrebbe lasciato aperto il campo alle innumerevoli illusioni che un'interesse prevalente, dirigendo e deviando l'attività del pensiero, tende a introdurre nei nostri giudizi pratici; esso dice quindi: non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te applica cioè agli altri, come a fratelli tuoi, uguali a te nel dovere e nei dritti, quel senso acuto e vigile di giustizia che tu sei solito applicare alla tua persona ed alle tue cose: tratta gli altri come questo stesso desiderio del tuo benessere personale ti dice che gli altri dovrebbero trattare te: riconosciti, insomma, uguale agli altri e soggetto ad una stessa legge di giustizia e di solidarietà fraterna.</p>
      <p>III. Con ciò stesso una atmosfera di anime è creata e un criterio più propriamente sociale, che la giustizia o commutativa o distributiva non dice, è introdotto nel dritto e vi si svolge poi lentamente, sotto l'azione fecondatrice del cristianesimo. Dare ad altri quel che strettamente e legalmente gli spetta è ben lungi oramai dall'esaurire il campo della giustizia nei rapporti umani; facendo così, voi sarete in regola con la legge civile e penale, ma molto potrebbe ancora mancarvi perché foste in regola con la vostra coscienza cristiana. Ogni atto il quale rechi offesa a quei doveri di rispetto e di amore che voi dovete al prossimo vostro, anche se viene da questo tollerato o voluto, è ingiusto; ogni atto il quale minaccia direttamente le esigenze della vita spirituale di lui, e tale che, compiuto da altri verso voi, avreste trovato cattivo, vi è vietato; più ancora, la vostra coscienza cristiana vi proibisce di rimanere, di fronte agli altri, nell'atteggiamento freddo e indifferente di un estraneo, di vederli, senza commuovervi, cadere vittime del male che è in essi, ed intorno ad essi, di assistere alle lotte che sostengono per la libertà e per il bene senza sentirvi solidali con essi e, per quanto vi è possibile, appoggiarli almeno con il conforto della simpatia e della benevolenza fraterna. Il co<pb n="62" />mandamento del Cristo va inteso nella pienezza del suo significato: non negare agli altri, fa ad essi quello che vorresti fosse fatto a te stesso. Ed anche così inteso esso non esprime ancora tutta la pienezza del comando divino e dell'esempio del Cristo, che diede l'anima sua pei fratelli.</p>
      <p>Là dove il giure o lo Stato non veggono che due <hi rend="italic">persone giuridiche,</hi> entità pur sempre fittizie ed astratte, il cristianesimo vede due coscienze umane viventi; dove i primi distinguono rigidamente il mio e il tuo, la legge del Cristo vede il dono del Padre fatto comunemente a tutti i fratelli ed affidato alla bontà di essi perché se lo dividano, così che ne risulti la maggior possibile somma di utilità e di vantaggi: dove gli uni colgono dissociazioni ed antitesi, l'altra introduce un principio vivente e fecondo di unificazione dei voleri e degli animi.</p>
      <p>Così l'enorme spazio vuoto fra ciò che è legalmente giusto e ciò che la legge vieta espressamente, così la distanza fra l'individuo e lo Stato si va restringendo; nel primo caso, pel concetto fecondo di <hi rend="italic">giustizia sociale;</hi> nell'altro, per la libertà delle anime e la forza del dovere affermata anche contro le ingiustizie e la violenza dello Stato, per il valore rivendicato dell'individuo, pel sorgere di quelle forme spontanee e intermedie di organizzazione pubblica e di collaborazione nelle quali l'unione degli animi prepara alle identità ed ai contrasti di interessi forme di equilibrio più facili o di opposizioni meno acerbe e violente, e l'associazione diminuisce gli attriti e le dispersioni d'energia fisica e morale procurate dall'individualismo, e moltiplica nell'accordo le forze dei singoli.</p>
      <p>La prima, la <hi rend="italic">giustizia sociale</hi>, deducendo dritti e doveri da una visione unificatrice degli sforzi umani, la quale di là dai limiti delle cose visibili, che sono l'oggetto delle affermazioni e contestazioni giuridiche, scorge un bene più vasto e più elevato, base del cui possesso è, non già l'esclusione, ma una comunione sempre più intima di godimenti, sta nel fondo della coscienza civile cristiana come germe perenne di progressi e di rinnovamenti, <pb n="63" />crea il costume giusto e fraterno che le leggi sanciranno più tardi, afferma ed acuisce il senso della giustizia.</p>
      <p>La parola del Cristo dichiarò beati quelli che avessero <hi rend="italic">fame e sete di giustizia</hi>: e così, mentre la civiltà pagana ci ha dato uomini che nella giustizia cercavano la libertà personale e i progressi della città e dello Stato, il cristianesimo ci ha dato uomini nei quali la sete della giustizia è divenuta non solo una protesta vivente e perenne e spesso eroica, nella potenza dell'affermazione e del sacrificio, contro ogni forma di ingiustizia e di violenza umana, ma insieme un principio di azione rinnovatrice, la quale portasse nelle anime degli oppressi e degli oppressori il balsamo lene della rinunzia e del perdono, ed alle lotte dell'egoismo sostituisse gradualmente i vantaggi dell'associazione e l'identità degli animi e degli sforzi: prima per far sparire il male dalla società umana, poi per rendere più facile a questa la conquista del bene.</p>
      <p>IV. Per tal modo non solo la carità integra e supera i rapporti del dritto, affretta e feconda l'attività sociale creatrice del dritto nuovo ed empie gli spazii che sfuggono al controllo della legge: ma la giustizia, l'osservanza rigorosa e fedele delle leggi del giusto e dell'equo, diviene la prima delle esigenze della carità. Un amore del prossimo, come quello domandatoci dal Cristo, il quale lasciasse sussistere, nei rapporti fra i singoli, quelle varie forme di violenza, di abuso, di cupidigia personale che la giustizia proibisce, sarebbe un amore irrisorio. Se non è seguace del Cristo chi non è al simile suo ciò che è un fratello al fratello, molto meno sarà chi nel simile vede non già un fratello né un uguale, ma una vittima da sfruttare per la propria cupidigia, un debole del quale profittare, un nemico da vincere e da umiliare. Nella scala dei doveri che la carità ci impone, i primi, evidentemente, sono quelli che la legge stessa, la quale esprime il senso di giustizia e di dovere che è comune, in un dato momento, alle coscienze de' socii non guasti di una aggregazione politica, accoglie sotto la sua tutela: chi non osservi questi potrà star certo di non essere nello spirito del <pb n="64" />Cristo, anche se egli si concede l'illusione di ristabilire l'equilibrio con forme di <hi rend="italic">carità</hi> e di <hi rend="italic">beneficenza.</hi> A queste l'egoismo e la cupidigia lasciano sempre un piccolo margine; talora non sono, anzi, se non un calcolo raffinato di egoismo e di cupidigia, esse stesse.</p>
      <p>Con ciò noi abbiamo anche una misura certa per giudicare dell'efficacia dello spirito del cristianesimo in un individuo od in una società; la misura cioè nella quale le varie forme di attività e di rapporti sociali, e l'attività collettiva, formatrice del dritto nuovo, si ispirano al precetto di solidarietà e di eguaglianza umana lasciatoci dal Cristo, ed escludono da sé le varie maniere di abuso e di sfruttamento cui il dritto codificato lasciò in ogni tempo un amplissimo margine; il quale solo con grande fatica, e solo sotto la pressione viva ed operosa d'un possente desiderio di giustizia, si va restringendo. Con l'applicazione di questo criterio noi verremmo forse a modificare profondamente parecchi nostri giudizii sia su persone sia su fatti storici; e discerneremmo spesso l'uomo vecchio sotto le forme ipocrite e sottili della religiosità esteriore, e distingueremmo nella filantropia quello che è cristianesimo inconscio e larvato da quel che è sentimentalismo vago od occasione e pretesto di vanità; e infine giudicheremmo molto diversamente delle vie segrete e profonde del cristianesimo nella storia e nel governo dei costumi dei popoli cristiani. Vi fu chi osservò che la costituzione americana, con il suo profondo senso di libertà e di dritto umano, è un magnifico fiore della coscienza cristiana degli esuli religiosi, cattolici o protestanti, che primi popolarono e colonizzarono gli Stati dell'Unione del Nord: e chi nella rivoluzione francese, più profondo di tutti i traviamenti della filosofia del secolo XVIII e gli eccessi delle passioni scatenatesi sulla Francia e sull'Europa, poté discernere lo spirito vivo di fratellanza e di solidarietà cristiana del quale il motto della rivoluzione rinvigoriva l'eco, affievolita dai secoli.</p>
      <p>V. Se applichiamo questo criterio alla società contem<pb n="65" />poranea, noi rimarremo meravigliati dell'enorme estensione che vi ha l'ingiustizia e della fiacca protesta che levano contro di essa le coscienze religiose. A molte di queste forme di ingiustizia parve anzi che la società cristiana si fosse talmente abituata da crederle quasi un effetto spontaneo ed irrefrenabile della convivenza umana; ed è argomento di umiliazione per le anime cristiane il vedere che assai spesso la protesta è sorta da gruppi e scuole le quali, lungi dall'attingere la loro aspirazione al cristianesimo, rimproveravano questo di avere, con lunga e supina acquiescenza, lasciato crescere e consolidarsi sotto i suoi occhi tali e sì palesi violazioni del dritto e del giusto. Ed oggi la critica riguardante il cumulo delle ingiustizie che la società accoglie nel suo seno è assai spesso fatta da partiti e da scuole avverse al cristianesimo ed agli ordinamenti sociali che la Chiesa è parsa voler clamorosamente prendere sotto la sua protezione.</p>
      <p>Primo colpevole è quello la cui essenza parrebbe dover riporsi nell'essere l'organizzazione stessa del dritto, lo Stato. Molte ingiustizie hanno forma e sanzione legale. La finanza pubblica, se non è più alle infamie degli ultimi tempi dell'<hi rend="italic">ancien régime,</hi> fa gravare il maggior peso delle sue imposte sui poveri e sui consumi di primissima necessità, il pane, il sale, il petrolio, mentre poi i ricchi sentono assai più che i poveri il vantaggio della maggior parte delle spese pubbliche: flagrante ingiustizia, dalla quale innumerevoli sono i colpiti, tanto più gravemente quanto meno mezzi hanno di provvedere a sé medesimi. I nostri ufficii pubblici, per difetto, tuttavia, meno di leggi che di costume, sono facilmente accessibili alle ambizioni ed alle cupidigie dei ricchi, i quali assai spesso se ne fanno poi un mezzo di giovarsi a propria utilità di numerose opere pubbliche ed ottenere per altre vie numerosi vantaggi per sé e per i gruppi ai quali si appoggiano. La giustizia è assai spesso inaccessibile al povero: sul quale poi anche grava più severa la vendetta di essa, quando gli occorra di incorrervi. La corruzione politica in tutte le sue forme è a danno dei poveri e delle classi <pb n="66" />inferiori: ed essa infierisce in Italia e particolarmente nel mezzogiorno.</p>
      <p>Ed intanto avviene, pur troppo assai spesso, un fatto strano: che coloro dalla condotta dei quali noi dobbiamo misurare l'efficacia dello spirito vivo del cristianesimo nella vita sociale, i sacerdoti, si immischiano — mentre non dovrebbero — nella lotta dei partiti locali o si fanno clienti e fautori degli uni o degli altri, usando spesso dell'influenza che viene ad essi dal loro ufficio sacerdotale a vantaggio di interessi privati; mentre invece trascurano di occuparsi, come dovrebbero, della giustizia violata a danno dei poveri nella cosa pubblica e della corruzione morale che spinge i ricchi a trattare gli uffici pubblici come terre di conquista, e dell'ignoranza che rende il popolo facile preda di illusioni e di soprusi. La Chiesa ed il clero non devono, certo, occuparsi di questioni politiche e prender parte nelle competizioni per la conquista del potere; ma dovunque è una ingiustizia evidente da riparare ed il senso del dovere cristiano viene offeso e calpestato, quivi non possono tacere, senza mostrare di non aver quella fame e sete di giustizia che Cristo predicò ai suoi seguaci. Ed essi debbono, pur senza entrare nei dettagli e nelle libere competizioni della politica, concorrere, con quei mezzi efficaci di vita e di educazione spirituale che così spesso giacciono inerti nelle loro mani, ad elevare il senso collettivo e l'osservanza della giustizia nella società, ispirando a tutti quel senso vivo e operoso di bontà fraterna che spiana la via alla legge giusta e al costume veramente civile.</p>
      <p>VI. Più vasto è il campo dominato dall'ingiustizia che le leggi veggono compiersi senza protestare e che l'individuo commette impunemente. Non c'è passione umana che non abbia sempre avuto e non abbia anche oggi le sue vittime umane. Il démone della voluttà non si sazia di ciò che gli offre di carni venali o perverse il suo mondo: esso raccoglie le sue vittime fra le minorenni, usa l'inganno e la frode, moltiplica il numero delle madri senza mariti e dei figli di nessuno, votati alla miseria <pb n="67" />ed all'ignominia; dovunque esso passa, la pace, la serenità, le virtù domestiche e sociali non fioriranno mai più. L'avarizia, favorita dalle lacune delle quali la rivoluzione francese sparse la compagine sociale, tenne schiavi ⸺ schiavi dell'orario eccessivo, delle sale malsane, dei salarii bassi, del regolamento intimano — un numero enorme d'uomini, considerati come semplici strumenti di lavoro, dei quali, per giunta, non si paga l'ammortizzamento. I rapporti fra le classi sono dominati anche essi dall'egoismo. Il proprietario di terre, vampiro talora enorme che succhia senza render nulla e consuma a Palermo o a Roma o a Parigi il lavoro di folle di agricoltori dell'infelice agro romano o del centro della Sicilia, assottiglia nei patti colonici il compenso degli agricoltori, che si rifanno, dove possono, sottraendo; le nostre padrone trattano la servitù come cose venali, la umiliano in mille modi, ne trascurano interamente la vita interiore.</p>
      <p>Potrei continuare, e per molto; ma sarebbe forse fuori di luogo. Da quando le solenni invettive contro i rapaci i seduttori i violenti furono prima dette da Cristo in Giudea, i seguaci veri di lui, se non sono sorti essi stessi nel mondo a ripeterle, hanno saputo quale fosse il loro dovere e cercato di compierlo. Oggi, se il senso della giustizia è meno vivo fra i cattolici, se son tornati a diffondersi in mezzo ad essi costumi sociali degni in tutto d'una società pagana, ciò mostra che l'intensità della vita religiosa è assai diminuita ed il senso cristiano dei rapporti fra uomo e uomo va dileguando dall'anima di molti. Noi abbiamo un bel gridare contro la morale laica e mettere a nudo le miserie morali dei nostri avversarii politici; vediamo prima quale è nel fatto la nostra morale e come avviene che ingiustizie antiche e flagranti, contro le quali l'anima dei contemporanei si leva, possan essere state imputate a colpa a noi stessi. E ricordiamoci che sopra la morale laica e la nostra, distinzioni teoriche, e non sempre né in tutto giuste, c'è la morale storica, quella che il popolo vive, nel suo insieme, e nella quale va ricercata 1'efficacia di tanti secoli di cattolicismo.</p>
      <p>
        <pb n="68" />Chiediamoci perché così spesso il male ci passò inosservato innanzi agli occhi, perché la protesta, formulata timida nel fondo del cuore, quando il male era troppo grande per non essere veduto, vi si spense senza eco, perché ci accomodammo così facilmente a una società che ignorava lo spirito del Vangelo. E cerchiamo anche, per non esser tratti in inganno, come ci venne fatto di attutire, con una compiacente casuistica, la protesta della coscienza cristiana.</p>
      <p>Noi abbiamo anche un bel meravigliarci del rapido allontanarsi del popolo dal Vangelo e dalla Chiesa: sinché la vita cristiana non renderà a questo popolo i servigii che essa è chiamata a rendergli, anche nel campo della giustizia e della dignità umana, e sinché la religione potrà essere ad esso presentata con qualche successo come una rete tesa agli ingenui per legarne le mani ed i piedi, la defezione continuerà; ed il mondo parrà allontanarsi dal Cristo, per tornargli invece più vicino quando il precetto di lui gli sarà rivelato, da altri cristiani, in tutta la sua pienezza.</p>
      <p>
        <pb n="69" />VIII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La solidarietà.</hi>
      </p>
      <p>Nel precedente discorso, parlando della giustizia, noi concludevamo facilmente che la carità comandataci dal Cristo non può essere senza l'osservanza di quella: ci resta ora da vedere come, osservata la giustizia, il precetto della carità non sia ancora interamente compiuto. Noi vedemmo infatti quali limitazioni includa il concetto di giustizia: rapporto di uguaglianza nel contrasto di interessi, essa dice appunto l'opposizione che è fra gli uomini, per la conquista ed il possesso delle cose terrene e per l'affermazione vigorosa del proprio essere individuale: limita e modera questo duello d'interessi, questi freddi rapporti antitetici di mio e di tuo, ma nello stesso tempo li suppone, e non potrebbe sopprimerli senza annullare sé stessa. La carità invece, pel suo principio, supera queste divisioni e opposizioni; essa è, come vedemmo, unione, anzi unità, non solo di intenti di propositi di speranze, ma unità vera e soprannaturale di anime, partecipanti tutte, mediante la grazia, dello stesso essere divino, il quale è <hi rend="italic">carità.</hi></p>
      <p>E quindi nel precetto del Signore, e nelle comunicazioni divine che danno al nostro essere spirituale la forza di compierlo, noi troviamo il principio d'una nuova e diversa e più alta vita sociale dei seguaci del Cristo, caratterizzata da questa fusione delle anime, dalla fraternità, <pb n="70" />da quella che fu detta, con frase espressiva, la <hi rend="italic">vita commune.</hi> Questo principio di solidarietà (la parola, almeno nel suo uso più frequente, è moderna; da noi essa deve essere riferita al concetto più pieno e profondo di carità, del quale più o meno partecipa) è in lotta, nella vita e nella storia, col principio perpetuamente giovane e vigoroso dell'egoismo o inconsapevole o triste; ma vinto appena questo e create, o in un'anima od in una società, condizioni favorevoli allo sviluppo della carità e delle sue native tendenze, queste si manifestano subitamente.</p>
      <p>Già, esempio memorabile, nel principio del cristianesimo, investiti appena dello Spirito, i primi discepoli del Cristo avevano sentito di non poter pienamente vivere secondo questo spirito del loro divin Maestro se non raccogliendosi in piena comunità di fratelli, spogliandosi ciascuno del proprio e facendo tutti tutto comune, dividendosi, come famiglia vera, uffici e lavoro. La comunione intera dei beni, questo eterno sogno di tanti o generosi od ingenui, fu veramente, in quei primi tempi, a Gerusalemme: fu, non voluta direttamente e per sé, ma come effetto spontaneo d'una piena e vera comunione di anime nel Cristo, e solo da questa comunione di anime resa, per qualche tempo, possibile.</p>
      <p>II. Il fatto, così significante, merita ancora qualche breve riflessione. L'ideale dell'anarchia, nelle varie sue forme, la soppressione dell'oggetto stesso della legge e della giustizia, mettendo in comune tutti quei beni particolari dei quali esse regolano il possesso e l'uso, la creazione <hi rend="italic">ex novo</hi> di una società in cui, soppresse tutte le istituzioni che il fatto concreto e il processo stesso della vita sociale crearono, ogni individuo non sia che sé stesso, senza questa armatura di dritti acquisiti che, sorreggendolo, ingombra agli altri il terreno; questo ideale, appunto perché esso è la negazione più radicale dell'ingiustizia e della violenza umana, fermenta perennemente in fondo alla coscienza della società umana; è il grido, talora poetico, talora selvaggio, che lanciano contro la società le anime più profondamente ferite dall'ingiustizia che <pb n="71" />questa raccoglie; è il sogno generoso che, disgustato della triste e pesante realtà, si crea gli elementi ideali di un mondo nuovo, esistente solo di là dallo spazio e dal tempo, per uomini ugualmente ideali.</p>
      <p>Voi vedete così, o signori, il pregio e il difetto di questo sogno. Se esso procede da un desiderio intimo e profondo di bene e ricerca le radici della violenza e della forza nella cupidigia che è in fondo all'anima umana e, quindi, mira a raggiungere la sua società ideale mediante il rinnovamento degli individui, la redenzione di essi dall'egoismo, principio e legge del male, e l'inserzione in una società di anime in cui un divino principio di volere concorde è vincolo e centro di unione, allora questo ideale è così lungi dall'essere utopico che se poche anime le quali ne abbiano ugualmente il senso vivo e profondo si trovano insieme, esse passano subito ad applicarlo; e il tentativo — spesso, dentro certi limiti, felice, — si rinnuova nella Chiesa direi quasi di anno in anno, e dà opere e istituti che divengono, per un tempo più o meno breve, sinché cioè dura lo spirito primo, focolari di luce e di amore e di bene nel mondo. Ma colui che solo nel Cristo ha trovato il germe e il principio di una società in cui la giustizia e il dritto e la forza dell'autorità e il mio e il tuo cedano il luogo ad un'alta unione di anime, sa i limiti del suo nobile sogno; sa che a questa società ideale occorrono uomini redenti dal male e rinnovati, e il suo sforzo, generoso, non solo, ma sempre in qualche misura praticamente efficace, si rivolge a redimere, quanto può e sa, gli uomini dal male.</p>
      <p>Chi invece, arrestandosi a considerare gli effetti e gli aspetti sociali dell'ingiustizia umana, e quella che nella società nostra potrebbe esser chiamata l'organizzazione della violenza e del male, non ricerca poi nel fondo stesso delle anime le origini di questa violenza, e crede che basti distruggere ed annullare la società perché il regno della violenza e della forza sparisca, quegli rimane nella aerea regione del sogno; e guai se egli passa all'atto; poiché per combattere la cupidigia e la violenza non sa<pb n="72" />prà che organizzare le più cupide e violente passioni di coloro che la società odiano non per ciò che essa dà o garantisce agli altri, ma per quel che essi non ne hanno; e volendo combattere la violenza s'appiglia alle più tristi e dolorose forme di violenza che l'umanità conosca.</p>
      <p>Ed un altro effetto ugualmente dannoso noi vediamo procedere da questa forma d'anarchia; mentre nella prima comunità cristiana ed in quante nel corso dei secoli ne hanno imitato l'esempio, colui che avesse voluto abbandonare il padre la madre i fratelli le sorelle, vendere tutto ciò che aveva e seguir Cristo, uccidendo in sé l' uomo vecchio e vestendo il nuovo, infrenando le passioni ed il senso, non solo consacrava nella sua vita di purezza e di rinunzia tutti i progressi dalla società umana faticosamente compiuti verso il bene e verso una più alta umanità, ma si sforzava efficacemente verso nuove conquiste morali; coloro invece che sognano una società di uguali prescindendo dalla riforma e redenzione dei singoli dal male, tendono apertamente ad instaurare il regno delle più violente passioni e ad annullare insieme e quanto nell'organizzazione sociale resta di barbaro e di ingiusto e quanto essa ha faticosamente guadagnato di umano e di bene; giungendo sino all'abolizione del matrimonio e della famiglia.</p>
      <p>III. Questo spirito spontaneo ed irrefrenabile di associazione che erompe dall'anima stessa della carità cristiana ha avuto nella storia del cristianesimo manifestazioni così varie e numerose e ricche d'intima vita e rinnovantisi, a dispetto anche di ogni persecuzione od insidia, con tale frequenza, che l'esame storico ci conferma quel che lo studio della parola evangelica ci aveva detto, essere la carità, e l'unione delle anime che essa crea, la legge e la base fondamentale del cristianesimo.</p>
      <p>Da principio furono povere comunità d'uomini che avevano abbandonato tutto e fuggivano nel deserto, più che l'odio dei persecutori, le seduzioni della vita pagana; poi furono monaci, legatisi a vita comune nel seno della società stessa, e pei quali il monastero fu scuola chiesa <pb n="73" />patria, e contenne in germe e svolse e propagò la cultura l'arte la civiltà di un mondo nuovo sorto dalle società barbariche. Più tardi, quando quel mondo cominciava a disciogliersi e la corruzione del clero e la sete di dominio e le passioni di parte selvagge e violente minacciavano la cultura e la civiltà latina, furono torme di umili fraticelli lanciate pel mondo a dare esempio di povertà e di rinunzia, predicare agli uomini la semplicità, le gioie pure della vita, le gioie divine della pace, del perdono, dell'amor fraterno. E poi ancora, in questa stessa società medioevale, con una fecondità meravigliosa, il cristianesimo e la Chiesa sono stimolo motivo segnacolo presidio ad ogni forma di associazione economica o politica o più largamente umana e sociale; la Chiesa, sinché non le sorga accanto la casa del popolo, ricopre della sua ombra e assemblee civili, municipio, tribunale, parlamento; e nelle campagne, quando la tirannide del signore feudale infuria e quando poi essa rallenta, attorno alla pieve e al convento la piccola comunità politica si costituisce e sorge il villaggio.</p>
      <p>E poi ancora, quando la vita politica si va penetrando, sotto le pressioni delle cose, di tendenze laiche ed illiberali, e i comuni si mutano in signorie e il potere centrale diviene rapace ed accentratore, il cattolicismo, respinto dalla vita pubblica, oppresso dal peso delle ricchezze terrene e del privilegio accumulato dai suoi, manifesta tuttavia, in più umili e forse anche più generose famiglie di eroi della carità e dell'abnegazione cristiana, l'interna vitalità del suo spirito; e noi vediamo, dal secolo XIII al nostro, accanto all'asceta che chiude ed isola i conventi e accanto alle spurie misture di semplicità cristiana e di dominazione pagana, sorgere frequenti istituti mirabili di vita comune e, più, di azione sociale comune, adeguarsi a tutte le necessità, raggiungere tutte le miserie, organizzare i più svariati servigii spirituali. E anche oggi, sotto i nostri occhi, in società le quali sembrano divenute così inette a tutto quello che sappia di sacrificio o rinunzia cristiana, noi vediamo meravigliati aumentare il numero <pb n="74" />di coloro ai quali, come già ad Antonio, giunse la voce del Cristo che invita ad uscire dalla casa paterna, a lasciar tutto ciò che si possiede, a rinunziare alla propria volontà ed entrare <hi rend="italic">in vita comune,</hi> dedicandosi a questo elevato ufficio di salute e di redenzione spirituale degli uomini.</p>
      <p>IV. E come viva e significante è ancora quella parola del Cristo: dove sieno due o tre associati in nome mio, quivi io sono in mezzo ad essi! Associati per qualunque scopo, da qualunque legge o statuto, purché nel nome, cioè nello spirito e nella vita del Cristo; e quivi, in mezzo ad essi, quivi — aria che essi respirano e che ossigena le correnti della loro vita spirituale ⸺ è, nel Cristo, Dio.</p>
      <p>E il cristianesimo anche ci ha dato nel sacerdote l'uomo “sociale” per eccellenza; l'uomo cioè il quale, staccatosi da tutto ciò che è terreno, non vive più a sé né per sé, ma diviene mente ed anima unica di una comunità cristiana, fa sue le miserie le necessità le aspirazioni di tutti, si fa anzi <hi rend="italic">tutto a tutti,</hi> secondo la mirabile frase di S. Paolo. E la Chiesa, essa stessa, ha realizzato sulla terra il più mirabile esempio di società umana che possa imaginarsi; così pieghevole nelle sue varie membra, così forte nel difetto di mezzi coercitivi e violenti, così salda nella sua compagine, così una di riti di pensiero di costume, anche dopo tanti secoli di vita, anche per tanta differenza di paesi e di abitudini sociali.</p>
      <p>Noi vedremo nel seguito come questa vita sociale che il cristianesimo stringe, mirabile nei suoi caratteri ideali e nelle formazioni storiche le quali circondano ed avvolgono e dirigono anche oggi la nostra vita religiosa, debba essere tuttavia da noi, e nel nostro fiacco e decaduto costume, ricondotta alla purezza delle sue aspirazioni ed all'efficacia del suo spirito vero; ora tuttavia noi dobbiamo, al disopra di questi che sono difetti d'uomini e di luoghi speciali, rendere testimonianza a questo spirito di associazione di menti di anime di vita collettiva che la religione cristiana ha suscitato ed alimentato nel mondo.</p>
      <p>
        <pb n="75" />V. E questo spirito resta, nelle forme che mutano col mutare dei tempi. Colui che ha sterilizzato in sé i germi della vita religiosa e ripone questa nelle osservanze esteriori e tradizionali e, nel difetto di una propria attività interiore, si attacca più tenacemente a quelle apparenze nelle quali sole egli trova, quasi concreta e materiata, la religiosità comune, vede dintorno mutarsi i tempi, impicciolirsi e staccarsi dalla grande vita quelle sue forme di pensiero e di azione, e le anime, pressate dalle esigenze d'una lotta nella quale mutano sempre e i mezzi e la tecnica e gli scopi immediati, ripetere in parole nuove le dottrine antiche e allo spirito animatore cercar vesti ed organi e istituti nuovi: ma l'antico, del quale gli sfugge la sostanza, egli non riconosce nel nuovo, e disdegna questo, come una deviazione, ed impreca ad esso, come a nemico.</p>
      <p>Chi oggi non sa discernere, nella virtù che ha la vita religiosa nel cristianesimo di avvicinare le anime ed affinare le asprezze individuali ed associare i voleri e gli sforzi, le forme che questo spirito vivo di associazione ha assunto nei secoli scorsi, rimane sorpreso a vedere per tanti segni nuovi manifestarsi quella stessa virtù; e mentre essa parve cacciata già dal terreno economico e politico e sociale per restringersi alle chiese ed alle opere di beneficenza, tornare oggi a penetrar da per tutto; e dal cristianesimo cercare il nome e lo spirito: casse rurali, società agricole, cooperative, corpi professionali, istituti di credito e di assicurazione, leghe e camere di lavoro, scuole professionali, opere per giardini e case operaie, ed innumerevoli altre.</p>
      <p>Un esame dettagliato di queste numerose forme nuove di associazione, le quali, nel tumulto di tutto un mondo sociale che si rinnova, cercano nel cristianesimo appoggio ed ispirazione, eccede i limiti del nostro scopo presente; ci limiteremo ad un giudizio che le cose da noi dette sui caratteri veri della vita cristiana giustificherà, crediamo, pienamente.</p>
      <p>Vi sono, è vero, parecchie cose non lodevoli nell'esplicarsi concreto di questa attività: sicché alcuni furono <pb n="76" />condotti a pensare che in tutto questo agitarsi di nuove associazioni economiche e sociali, il cristianesimo, quando v'entra, v'entra come residuo di antiche concezioni, in cui fede e società civile erano assai più strettamente unite che oggi non sieno, o come pretesto di ambizioni e di cupidigie politiche, o come tentativo inconscio di anime che cercano, senza averla ancora raggiunta, una distinzione più netta fra ciò che è religione e ciò che è economia o politica, fra il temporale e lo spirituale. Ma le confusioni e i difetti, ovvio portato di un processo storico che non crea le forme nuove dal nulla, non tolgono che nella sostanza questo movimento ci si offra come esplicazione genuina e spontanea dello spirito intimo e vero del cristianesimo; e in qualunque forma debba più tardi stabilirsi il rapporto esterno e diremmo quasi costituzionale dell'autorità e dell'organizzazione religiosa con questi liberi e fiorenti organismi di interessi e di attività economiche e sociali, noi dobbiamo benedire quella che fu chiamata <hi rend="italic">l'azione sociale</hi> dei cattolici come un ritorno alle origini ed allo spirito <hi rend="italic">sociale</hi> del cristianesimo, e partecipar quindi ad essa con animo alacre e lieto, ed incoraggiarla e promuoverla di tutte le nostre forze.</p>
      <p>VI. Infatti il Vangelo ed il cristianesimo vogliono gli uomini fratelli non nel nome o solo in alcuni riti esteriori, come sarebbe il banchetto eucaristico, ma nell'intimo del cuore e nella verità delle opere. Vi sono delle maniere di mostrare questa fraternità — alcune ne abbiano viste ed altre ne vedremo domani — che ci vengono rigorosamente imposte: altre, quelle che, o per la materia o per la speciale natura del vincolo che creano, riguardano il diritto pubblico e l'attività economica, non possono venire imposte dal cristianesimo, che trascende i tempi; e quindi le varietà storiche dell'economia, del dritto e delle costituzioni civili. Ma c'è — notate — per riguardo ad esse, un atteggiamento, una disposizione d'animo la quale è imposta ai credenti o, meglio, prodotta in essi dalla loro fede religiosa. Dato che alcune forme sono ed appaiono evidentemente, a seconda delle condi<pb n="77" />zioni dei tempi e dei luoghi, utili a sviluppare negli uomini questo amore fraterno, e creare fra di essi maniere di solidarietà pratiche ed attuose, buoni strumenti di remozione di qualunque forma di <hi rend="italic">male</hi> e di conquista del benessere, il cristiano non può trascurare od avversare queste nuove forme di associazione e di azione sociale, senza venir meno al suo spirito; e se egli non intende e non sa, è segno che questo spirito vivo gli manca, o giace in lui, oppresso e come sepolto dalla grave mora dei pregiudizi e delle cupidigie particolari.</p>
      <p>Voi potete ora facilmente applicare questo principio ad un caso concreto, del quale molto si occupa la società contemporanea. La storia del proletariato, di coloro che, non avendo per vivere altro che il proprio lavoro, sono esposti a tutte le variazioni e le vicende del capriccio dei ricchi, delle fortune dei campi, dei contrasti di classi e di nazioni, chiude miserie e dolori senza nome, anime innumerevoli votate all'incertezza continua e pungente del domani, alla depravazione, all'abbrutimento. Se fra questi umili corre una parola di redenzione, se essi cercano il modo di aiutarsi a vicenda, di rimuovere da sé tante miserie profonde, di far più largo e più certo il loro posticino al sole, di educarsi a un più savio impiego di ciò che solo hanno, la forza di lavorare, non è degno di un barbaro, assai più che di cristiano, combatterne o solo vederne male gli sforzi? Voi potrete seguir cautamente lo svegliarsi di questi addormentati da lungo tempo, l'esplodere di queste forze per lungo abbandono selvaggie, e discutere sulle forme nelle quali esse debbono spiegarsi, sulla parte che convenga fare al popolo dei lavoratori nella vita pubblica, per l'interesse comune e pel loro stesso; ma il desiderio che il popolo rimanga nella sua abiezione antica, che esso non sappia e che serva, di qualunque pretesto si ammanti, è desiderio incivile e che chiunque abbia inteso le parole del Cristo deve condannare.</p>
      <p>A questi uomini che vi circondano e dal cui lavoro voi ritraete il sostentamento e i molti piaceri che la società mette a portata della vostra mano, il cristianesimo <pb n="78" />impone di esser fratelli, di amarsi, di aiutarsi scambievolmente; al Padre loro, che è anche il Padre vostro, essi si volgono forse ogni dì chiedendo di essere liberati dal male e di avere il loro pane quotidiano. Ciò che essi debbono fare per essere veramente fratelli, per compiere quel precetto del Cristo, ha una storia ed, in ogni epoca di questa, un nome; oggi questo nome è: camere di lavoro, corporazioni di mestiere o sindacati, cooperative, società di mutuo soccorso e via dicendo; economista, uomo di scienza o di governo, discutete le leggi tecniche di tali associazioni, le norme che esse devono seguire nel loro sviluppo, il dritto nuovo che accompagni e sancisca questi progressi dall'inconscio al consapevole nella vita collettiva: cristiano, appoggiateli con tutto il vigore della fede religiosa. Poiché lo stesso precetto di amore crea anche per voi un dovere verso questi vostri fratelli che lottano contro il male e per il bene; e questo dovere oggi è espresso dalle parole: democrazia, apostolato sociale, università popolari, segretariati del popolo, scuole professionali e via dicendo; nomi varii, che all'orecchio cristiano rendono un suono solo, intimo e caro, quello che esso ascoltò prima, meravigliato e commosso, sulle sponde d'un lago della Galilea. Lo spirito del Vangelo, se è in voi, riconosca la sua via ed esulti nel prepararsi a percorrerla.</p>
      <p>Il lettore avrà notato che la parte critica e pratica ha, in questi discorsi, uno sviluppo assai limitato; parlando, converrebbe sacrificare alquanto della parte espositiva e dimostrativa alla critica del costume e della vita. </p>
      <p>
        <pb n="79" />IX.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Beneficenza cristiana.</hi>
      </p>
      <p>I. L'osservanza della giustizia e le varie forme di solidarietà e di associazione non esauriscono il divino precetto dell'amor fraterno. Vedemmo i limiti della prima; anche la seconda nella storia non ci si manifesta che in lenti e difficili progressi, seguiti spesso da ritorni od involuzioni. Così la carità deve il più spesso penetrare e investire un complesso di rapporti di fatto pieni di lotte di contrasti di disuguaglianze stridenti; e dove né la legge può o sa introdurre un'equa valutazione del dovere reciproco né la solidarietà trova animi sufficientemente preparati, all'amore fraterno cristiano resta un ufficio grave e delicatissimo; sì che all'esercizio di esso in questo più lungo e più difficile campo è stato riserbato sovente il nome di carità.</p>
      <p>Ma noi dobbiamo qui rivendicare ad essa ed alla beneficenza il valore ed il pregio morale che fu spesso trascurato e dimenticato, così che oggi un senso quasi di disprezzo e di commiserazione si è attaccato a queste parole, come se la beneficenza umiliasse colui che la riceve e facesse temere in chi la dà, più che l'animo largo e generoso, una transazione della coscienza riparante al mal tolto o al mal conservato, o un sottile stimolo di vanità e di orgoglio.</p>
      <p>
        <pb n="80" />La carità cristiana della quale parliamo oggi è la stessa della quale dicemmo: la disposizione di animo fraterna verso il proprio simile; oggetto di essa è ogni uomo; e se l'atto muta, col mutare delle condizioni dell'uomo verso il quale, qui ed ora, ci è imposto di agire come fratelli, l'animo è pur sempre lo stesso, l'animo di chi vede in ogni uomo un figlio del Padre comune che è nei cieli, una vita da redimere dal male e da assicurare ai suoi spirituali destini, un eguale e solidale con noi nell'opera della salute. Questo atteggiamento è la volontà benefica che il Signore ci impone.</p>
      <p>E benefica verso tutti. Godere del bene altrui è così ovvio a questo sentimento religioso, educato e consapevole, come commiserare alle miserie del pezzente: ogni forma di dolore, di povertà spirituale o morale o economica, ogni errore ed ogni colpa è oggetto non soltanto della sua pietà, ma di una protesta e reazione della volontà, la quale rifugge praticamente ed effettualmente dal male, in chiunque e comunque esso apparisca, e tende perciò a rimuoverlo. Non sempre alla volontà benefica del cristiano può seguir l'atto, evidentemente; ma ciò è solo quando lo sforzo, mancando i mezzi e le opportunità esterne, sarebbe vano ed irrito. Chiunque, anche non avendo commesso ingiustizia verso alcuno, anche non nutrendo in cuor suo odio od avversione od invidia per chicchessia, trascura di rimuovere un male che egli potrebbe rimuovere, di rendere ad altri un vantaggio che egli potrebbe, di far del bene, in qualsiasi contingenza e momento della vita, e ciò per solo difetto della sua volontà, quegli mostra di non <hi rend="italic">amare,</hi> di non essere nello spirito del cristianesimo.</p>
      <p>II. Questo dovere di esser buoni sempre e con tutti, di passare nella vita facendo bene, è il dovere stesso fondamentale del cristianesimo ne' rapporti che esso crea fra uomo e uomo; e come d'altra parte esso è evidentemente il meno osservato, e molti ritengono sé essere buoni cristiani che non hanno avuto mai cura di rendersene conto e di osservarlo, così importa esaminare le illusioni <pb n="81" />e gli inganni i quali hanno permesso questo affievolimento singolare del senso religioso fra i cristiani.</p>
      <p>Il primo motivo, sicuramente, è la eccessiva importanza data a ciò che nella religione è esteriore o formale.</p>
      <p>Quanto più si fa assegnamento sui digiuni, sulle preghiere, sulle benedizioni, sul numero dei sacramenti, tanto più si trascura ciò che è difficile a cogliere con l'attenzione, divenuta grossolana e tendente a esteriorizzare: le intime e profonde disposizioni dell'animo verso Dio, come norma e principio di vita interiore, e quindi anche verso il prossimo. Ogni forma di farisaismo è quindi unita — e la parola di Gesù scolpisce meravigliosamente questa associazione — con il disprezzo del prossimo, con l'orgoglio e l'egoismo spirituale; la religione materializzata diviene oggetto di peso e misura; e chi ha accumulato digiuni, rosari, indulgenze disprezza colui che ne è povero, con un sentimento simile a quello di chi ha il granaio pieno per il povero che compra il grano da settimana a settimana.</p>
      <p>E questa considerazione ne conduce seco un'altra: il difetto e l'errore di <hi rend="italic">valutazione</hi> religiosa che accompagna un simile farisaismo, anche nelle sue forme più larvate, così comuni. Il fariseo, ed in genere l'uomo pel quale la religione non è innanzi tutto questo amore vivo e pratico del bene, non <hi rend="italic">sente,</hi> in realtà, religiosamente: nella migliore delle ipotesi, i suoi sistemi teologici portandolo a ritenere certa l'esistenza del mondo di là, egli vuole accaparrarvisi un buon posto e cerca di ingraziarsi il padrone; del quale quindi egli si fa un concetto assai falso, immaginando — appunto come i profeti dicevano del popolo ebreo — che egli ami ed apprezzi non l'animo semplice e buono, ma le veglie gli inchini le offerte i digiuni le giaculatorie; e che sia avido di queste, indifferente al resto; che ci premii, un giorno, di ciò che abbiamo fatto, non di ciò che facendo siamo spiritualmente <hi rend="italic">divenuti</hi> in Lui. Spesso poi in questa religione gretta ed esteriore si insinuano sentimenti diversi: orgoglio di razza, come nell'ebreo, o di sangue, come nelle <pb n="82" />nobili vecchie aristocratiche dei <hi rend="italic">faubourgs</hi> signorili di Parigi, o interesse politico, o gli altri interessi che sono il sustrato del «professionalismo» di tanti del clero, e del «dilettantismo» religioso di parecchi signori, e via dicendo.</p>
      <p>III. E questo è effetto, in parte, e insieme causa dell'ottundimento naturale che porta con sé il possesso dei beni terreni. Le anime semplici, i poveri, intendono e — secondo che possono — compiono assai meglio questo precetto della carità. Il dolore e le privazioni hanno l'occhio più esperto nel vedere e nell'intendere il male altrui; l'impossibilità di mutar condizione rende praticamente inefficaci la cupidigia e l'egoismo conquistatore che pur sono nel fondo di ogni uomo; e così l'animo è meglio disposto a compatire ed aiutare, e l'aiuto, all'occasione, è più spontaneo e sincero. Invece noi dobbiamo ripetere senza attenuazioni le gravi parole di Gesù che alcuni, piuttosto che farsene eco, sembra vogliano quasi fargli perdonare col silenzio o con interpretazioni pietose: è più facile a un elefante passar per la cruna di un ago che a un ricco entrare nel regno dei cieli. Il ricco attacca l'anima alle ricchezze; o per lo sforzo del conquistarle o per lo spirito di reazione spontanea contro coloro che le agognano e le insidiano, come possono, o pel gusto acre ed acuto dei piaceri e delle <hi rend="italic">distrazioni</hi> che esse gli procurano, l'animo si investe, insensibilmente, delle ricchezze, e diviene gretto, esclusivo, chiuso, come sarebbe, se la avessero, l'anima delle cose che non possono darsi senza essere consumate ed annullate nell'atto del godimento.</p>
      <p>Ora per entrare nel regno dei cieli conviene, in un senso che è vero per tutti, lasciare le ricchezze ed i beni della terra, dividersi da essi, farsi poveri in ispirito, per effetto di quel profondo invertimento nel giudizio dei valori e delle realtà che noi abbiamo già esaminato e che costituisce la base stessa del cristianesimo. C'è dunque un equivalente psicologico delle ricchezze esteriori possedute, <hi rend="italic">una ricchezza in ispirito,</hi> con la quale non si entra nel regno dei cieli, vale a dire nella vita religiosa; e che rende difficilissimo l'ingresso in questa a <pb n="83" />coloro che sono realmente ricchi. Frenare le passioni, privarsi dei piaceri carnali quando un alto scopo spirituale non li nobiliti, nel matrimonio religiosamente inteso e praticato, sottoporre l' uso delle proprie facoltà e dei proprii beni ad una giusta misura che indichi sempre presente il riferimento di essi a beni ulteriori e spirituali è il contrario dell'amare le soddisfazioni organiche e le ricchezze per sé medesime, sotto l'impulso della cupidigia cieca ed esclusiva dell'uomo animale. Per questo io vi dissi già da principio che tale rinnegamento dell'egoismo individualistico era il punto di partenza della vita religiosa; e non vi sorprenderà quindi il vedere come ora, a proposito dell'osservanza della legge cristiana nella sua pienezza, che è appunto questa legge dell'amore intesa nel suo significato più intimo e comprensivo, noi abbiamo veduto come proprio in questa osservanza è il rinnegamento pratico ed effettivo dell'egoismo. E se alcuno esaminasse studiosamente la storia comparata delle religioni verrebbe, crediamo, alla conclusione che mentre la giustizia, una certa solidarietà, l'ossequio e l'amore del Dio sono cose comuni ad altre religioni ed anime religiose, proprio del cristianesimo è l'aver posto così alto questo precetto dell'amor fraterno, come fonte di obbligazioni positive verso tutti gli uomini: sicché gli apparirebbe meravigliosamente esatta la parola di Gesù Cristo: in questo riconosceranno gli uomini che voi siete miei discepoli, che vi amerete gli uni gli altri come fratelli.</p>
      <p>IV. Un altro grave difetto nel nostro modo d'intendere la carità è l'averla insensibilmente limitata alla largizione dei beni terreni, alle opere di misericordia <hi rend="italic">corporali.</hi> Questa difettosa valutazione, la quale ci fa apparire come degni della nostra pietà solo coloro che soffrono fisicamente e, questi, appunto perché soffrono fisicamente, è in diretto rapporto con l'esiguo intendimento delle realtà spirituali e dei beni che la vita interiore deve procurarci. Le sofferenze fisiche, la fame la sete la nudità la malattia la morte provocano spontaneamente in noi, se non siamo chiusi ad ogni pietà, un senso di ripugnanza <pb n="84" />e di ribrezzo al quale segue un certo tentativo di reazione e di riparazione; tentativo che talora, se l'emozione che lo ha suscitato e ne costituisce l'intensità è vinta da altri sentimenti più forti, rimane come semplice atto di desiderio inefficace. Ma questa pietà noi diamo ugualmente agli uomini ed alle bestie, e a queste tanto più quanto più avvicinano l'uomo; essa è come una estensione agli altri del senso del nostro proprio organismo, sul quale i mali fisici appresi producono un'impressione di pena, sinché questa non sia vinta dall'egoismo o dall'abitudine. E qui anche voi potete vedere perché l'aiuto ispiratoci da tale pietà <hi rend="italic">umilia</hi> colui che lo riceve: poiché questi sente che le sue miserie non sono soccorse come sue proprie, pel rispetto dovuto a lui e pel dritto che in nome della comune umanità egli ha sui beni della vita e sulla fraternità altrui, ma sono soccorse come per una spontanea estensione dell'egoismo di chi vede e vuole allontanare non tanto le pene altrui quanto l'impressione penosa ricevutane.</p>
      <p>La pietà veramente cristiana incomincia quando in colui che soffre essa vede l'uomo e il fratello; e quindi non si arresta ai dolori fisici ma va direttamente a quella povertà ed umiliazione spirituale che questi, specialmente quando son più gravi e più lunghi, portano con sé. Essa porta a veder l'uomo soffrire, non come corpo fisico, ma come uomo; a dolersi dello stato d'animo (abbattimento, umiliazione, ansia dei beni fisici, desiderio di distrazioni violente e colpevoli, abbrutimento graduale) che accompagna la miseria e trae l'uomo al bruto, quasi soffocando le mirabili facoltà di elevazione spirituale e di vita morale che pur sono in ogni uomo; ad andare con l'aiuto più oltre del male fisico presente, raggiunger l'animo del sofferente e risvegliarvi le sopite energie spirituali. La povertà non angusta, serena, confidente, che ha quanto è necessario per la nettezza dell'umile casa, pel vestito decente e pel vitto, non è male nel cristianesimo: molti, anzi, al lume di questo hanno imparato ad amarla e se la son procurata volontariamente. Io ho pietà del marito <pb n="85" />che ha un salario insufficiente, perché percuoterà la sua donna, trascurerà i figli e passerà le sere all'osteria; ho pietà della fanciulla di genitori miseri, perché so che essa è quasi sicuramente votata al disonore ed all'infermità; ho pietà del bambino che cresce abbandonato sulla via, perché so che egli sarà un pessimo uomo; ed ho pietà del cencioso, dell'affamato, del derelitto, perché so che in tali stati alla miseria esterna si accompagna la depressione dello spirito e quindi l'abbrutimento. La pietà cristiana non può arrestarsi a lenire i mali fisici; per essere realmente pietà cristiana essa deve sempre mirare alla rigenerazione morale e spirituale del beneficato; l'elemosina gettata passando a un ignoto è solo scusabile quando altre e più adatte forme di beneficenza non appariscano possibili. Con ciò essa mostrerà anche di vedere nel beneficato un uguale, un essere che essa aiuta a riconquistare il <hi rend="italic">suo posto</hi> nella società, e farà grato il dono che, altrimenti, provocherebbe dispetto ed odio.</p>
      <p>V. Con ciò stesso, attraversando i dolori fisici, noi entriamo nel campo delle miserie spirituali. E qui oggetto della pietà cristiana non è più l'infelice degli ultimi strati sociali o quegli che soffre nel suo organismo fisico; ma ogni pena interiore, la miseria spirituale, il male morale innanzi tutto si offre all'opera di essa, consolatrice e ravvivatrice. Ogni grado sociale, ed ogni anima anche, ha di queste pene e debolezze e miserie interiori che aspettano il conforto di un'anima ed una voce amica; diverse di natura ed intensità, miste di maggiore o minore colpa personale, ostentate spesso impudicamente e talora velate con orgoglioso riserbo o con timidezza, esse offrono all'attività di chi ama il bene e lotta contro il male un campo immenso. Mentre lenire i dolori fisici e sollevar le miserie è dato a pochi, qui le opportunità si offrono frequenti ad ognuno: qui anzi solo i poveri non danno, e non dando divengono più poveri; mentre i ricchi di vita interiore non possono non effondere intorno a sé la bontà che possiedono, nella parola, nel gesto, nell'atto buono, discreto e fraterno; e dando guadagnano sempre. Que<pb n="86" />sta ricchezza interiore è, lo abbiamo veduto, amore; ora l' amore è volontà e la volontà azione.</p>
      <p>Così, poi, il bene fatto e compiuto intorno a sé divien quasi la misura della vita che le anime raggiungono nel Cristo e conseguono per mezzo di lui. Passò facendo bene, fu detto di Cristo; e può essere ugualmente detto di ognuno dei suoi servi. Le bontà sterili e chiuse nel cristianesimo non s'intendono; <hi rend="italic">il modo</hi> di volere e di fare il bene altrui può essere qualche volta o parerci imperfetto od inefficace; ma sin delle monache più rinserrate nella loro clausura e che seppero amare e seguir Gesù Cristo con animo sincero ed ardente leggiamo che avrebbero dato la vita per salvare un'anima o per impedire un peccato. E noi pensiamo sarebbe utile che anche quest'intima forza di bene fosse con maniere più pratiche ed ingegnose applicata al reale sollievo delle anime che il male occupa e tien prigioniere.</p>
      <p>Da ciò apparisce quale debba essere lo spirito della carità e come questa debba manifestarsi nel fare il bene ai fratelli per ogni maniera: di queste particolari opere di bene, specialmente quando si tratti d'un lavoro positivo di educazione ed elevazione umana, sarebbe assai lungo dire: alcune delle più importanti di esse richiameranno forse la nostra attenzione in seguito.</p>
      <p>VI. Poiché la vita nostra corre nella società del prossimo e le anime vivono delle impressioni ricevute e raccolte dal mondo circostante e di imitazione, a nessuno di noi è possibile chiudersi in sé e limitare alla sua sola coscienza la responsabilità delle proprie azioni. Ciò che noi siamo, buoni o cattivi, deboli o forti, affettuosi o schivi, non lo siamo solo per noi, ma sì insieme per tutti coloro che ci avvicinano; la nostra bontà li farà un poco migliori, come il male compiuto da noi avrà in essi delle ripercussioni e delle imitazioni; essi cadranno per la nostra debolezza, saranno forti della nostra forza, saranno portati o per simpatia o per reazione ad agire in seguito ed in rispondenza alle azioni nostre. Molte anime più specialmente, o per età o per abitudine più facili all'imitazione, <pb n="87" />saranno, in parte almeno, ciò che avranno imparato da noi ad essere, ciò che noi con la parola con la condotta con l'esempio le avremo fatte.</p>
      <p>Ora ogni anima cristiana, obbligandosi a compiere il bene, si obbliga poi anche a questa spontanea e calorosa diffusione di bene intorno a sé e si assume le responsabilità di molte anime. Il fare del bene, quanto più e quanto meglio è possibile, non è comandato a pochi od a molti cristiani, ma è comandato a tutti, poiché fare del bene significa esser buoni, volere il bene. Ecco quindi per ciascuno di noi l'oggetto di un severo esame di coscienza; potremmo trascurarlo, ma senza impedire che un giorno esso sia fatto, estendendosi agli atti anche più lontani e più intimi della nostra vita. Noi dobbiamo domandarci oggi, perché non ci sia chiesto un giorno, quando il ciclo delle nostre responsabilità sarà chiuso: che cosa siamo noi per coloro che ci avvicinano e specialmente per le anime che ci sono affidate? Si diffonde dal nostro essere nei circostanti l'irrequietezza, il desiderio torbido del male, la passione che, crescendo, farà rovine, il disgusto del prossimo, la cupidigia? O siamo per gli altri fonte di pace, di riposo interiore, di desiderii e di affetti buoni? Le parole che noi diciamo, gli stati d'animo nostri che riveliamo all'aspetto ed alla condotta, l'esempio del nostro operare, i nostri rapporti col prossimo che effetto hanno nelle anime altrui? lasciano una breve o lunga traccia di luce o una traccia d'ombra? arricchiscono od impoveriscono le anime di coloro che ci avvicinano?</p>
      <p>Io temo, permettetemi di dirlo con sincerità, temo che per molti di noi questo esame, fatto coscienziosamente, darebbe risultati mortificanti; troppo rare sono oggi queste anime calde e luminose accanto alle quali si prova un senso di sollievo e di riposo spirituale, dalla conversazione con le quali si torna migliori; troppi di noi non sono, consapevolmente o inconsapevolmente, che degli artefici di male, e lasciano vampe di passioni perverse e di odio, ombre di irrequietezza e di mendacio, debolezze e sconforti spirituali sul loro passaggio.</p>
      <p>
        <pb n="88" />Oh, anche in questo, i fiacchi e infedeli ed indegni seguaci del Cristo che noi siamo!</p>
      <p>VII. Ma io non potrei lasciare qui, signori, questo argomento del dovere della beneficenza senza ricordarvi, benché assai brevemente, le miserie che intorno a voi, nella società nella quale voi vivete, invocano l'aiuto vostro. Noi siamo soliti guardare a chi è o ci sembra essere più alto di noi, nella distribuzione dei beni della fortuna; più in basso, e specialmente a coloro che sono al fondo della scala, ci ripugna guardare. Se incontriamo delle miserie sulla nostra via, se alcuno giunge, il più spesso di sorpresa, ad occuparci un momento delle sue sofferenze e dei suoi mali, il nostro moto istintivo è di dispetto e di ripugnanza. A guardare più in alto od intorno ci spingono la cupidigia e la gelosia, a guardare più in basso dovrebbe stringerci il dovere cristiano. E forse, anche da un punto di vista puramente umano, e direi quasi fisiologico, l'abitudine delle sofferenze altrui ci farebbe più lieti del possesso di quello che a noi non fu negato, meno accessibili alle lotte vane ed agli struggimenti d'una cupidigia impotente. Oh, queste miserie umane, miserie di fratelli, miserie nostre, poiché innanzi al Cristo noi siamo un corpo solo di fratelli, quante e quanto gravi sono! Io accennai, ieri, ai dolori ed alle rivendicazioni delle classi operaie. Ma vi sono esseri anche più infelici di questi lavoratori, poveri esseri umani nati nella povertà e nell'abbandono, cresciuti nel vizio o scivolativi in qualche crisi di dolore e di fame e poi divenuti incapaci di risalire, che non chiedono neanche più soccorso, che si familiarizzano col delitto, che trafficano, per vivere, la propria carne o l'altrui: e questi infelicissimi si accumulano, specialmente nelle grandi città, miserevoli detriti viventi dei nostri organismi sociali, in luoghi umidi e malsani e ristretti e vagolano la notte per le vie, con l'odio per la società e con la voluttà della colpa nel cuore.</p>
      <p>L'arte e la pietà sono scesi talora a trovarli nelle suburre: ma come poco se ne occupano i nostri cristiani!</p>
      <p>
        <pb n="89" />E quanto bene essi potrebbero fare, e non fanno, se non talora per moda o per vanità, in istituti di assistenza e di redenzione che pure nascono qua e là, non rarissimi, ed invocano appoggio!</p>
      <p>
        <pb n="90" />X.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La fede.</hi>
      </p>
      <p>Abbiamo veduto a grandi tratti, nei giorni scorsi, principii fondamentali della vita morale nel cristianesimo e le direzioni che questo tende ad imprimere alla coscienza e quindi all'attività interiore ed esterna dell'uomo.</p>
      <p>Il cristianesimo, noi già sappiamo, stabilisce all'attività morale dell'uomo una norma di bene cui la coscienza di lui debba gradualmente aprirsi ed adattarsi; e questo bene identifica col <hi rend="italic">divino,</hi> con ciò che è da Dio e che a Lui torna, a Lui il quale è anche la ragione ultima e la causa prima dell'essere e di ogni forma di esso; capace quindi e di introdurre, come fa, nella coscienza umana l'idea del bene, e di avvalorare della sua immanente e vivificante presenza l'attività buona, e di assicurare a questa il compimento, la <hi rend="italic">realizzazione —</hi> permettetemi la parola — di ciò che essa contiene ed anticipa. Sappiamo anche questa legge di bene essere legge di amore — unità delle coscienze con il loro comune centro e fra di esse — e la vita religiosa nel cristianesimo consistere innanzi tutto in questo amore profondo ed irrefrenabile del bene, di Dio, senza del quale nulla giova, religiosamente, ed il quale dà valore ad ogni opera buona.</p>
      <p>Poiché, qualunque dottrina si voglia tenere sulla società umana e sulla sua natura, è evidente che la sede prima ed ovvia di questo precetto e di questo spirito re<pb n="91" />ligioso non può essere che la coscienza umana individuale, noi dobbiamo ora vedere in che modo il precetto religioso divenga vita ed attività religiosa: quali sieno i principii e le maniere d'agire dell'uomo individuo, alla luce e sotto l'influenza del cristianesimo sinceramente accettato.</p>
      <p>I. Secondo il proposito da me stabilito, e dichiaratovi al principio di questi discorsi, io non vi farò qui l'apologia della fede, mostrandovi che il credere è per l'uomo una necessità morale o un dovere, ed i titoli per i quali la fede cristiana si raccomanda all'adesione di lui. L'argomento tenterebbe, in particolar modo oggi, mentre un ritorno alla filosofia platonica, per la via del kantismo, e la maggiore attenzione che il criticismo gnoseologico ha richiamato sui problemi morali hanno rimesso a nuovo le discussioni sulla fede, e mentre ingegni e anime vigorose, inbevute sin nel più intimo della loro coscienza dell'agnosticismo filosofico contemporaneo, si aprono faticosamente, attraversando il dommatismo cattolico, un varco verso le sorgenti cristiane della vita morale. Ma noi rimarremo fedeli al nostro assunto, contentandoci di esporre fatti e di analizzare la nostra coscienza cristiana. E, in questo discorso almeno, noi prenderemo la fede in senso molto largo e tuttavia anche esso rigorosamente teologico. Per intenderci, converrà osservare che gli antichi, ed anche filosofi recenti, hanno distinto, all'infuori delle credenze e delle religioni, un doppio campo della conoscenza umana: l'uno che riguarda l'esperienza, l'oggetto <hi rend="italic">sentito</hi> e quindi sperimentabile e controllabile di essa, l'altro che riguarda, non più le cose nella loro rappresentazione concreta, ma le idee o le cose stesse attraverso queste idee, in quanto cioè, elaborate dal nostro spirito, divengono forme spirituali, e di riflessi di particolari concreti forme tipiche di modi d'essere, astrazioni ed universali. L'uno e l'altro campo della conoscenza sono, secondo la tradizionale dottrina cattolica, in relazione con la fede: il primo, perché nell'ordine dei fenomeni, oggetti di <hi rend="italic">storia</hi> e capaci di esperimento e di prova sperimentale, sono certi particolari fatti <pb n="92" />— profezie e miracoli — i quali hanno come l'ufficio di farci cogliere il divino in manifestazioni sensibili che ci sieno garanti dell'esistenza di esso: il secondo, perché, dal semplice esame fatto senza prevenzioni ostili dell'oggetto, intellettualmente appreso, della conoscenza umana noi argomentiamo l'esistenza ed in qualche modo la natura di realtà spirituali, prendendo le idee che riusciamo a formarcene come oggettive rappresentazioni, benché analogiche e difettose, del reale in sé e dell'assoluto.</p>
      <p>Noi tuttavia non percorreremo né l'una via né l'altra, appunto perché l'una e l'altra sono le vie degli apologisti; e prenderemo della fede non l'elemento intellettualistico e rappresentativo, ma l'elemento morale; quell'assentire cioè ad essa, quella accettazione di certe dottrine e di certi fatti creduti come di norme della vita, quell'abbandono per cui appunto la fede è “sostanza di cose sperate”, ossia principio di speranza e di volere religioso.</p>
      <p>II. Esaminate brevemente la vostra coscienza. Le imagini del mondo esterno affluiscono ad essa da tutte le parti. Per regolarvi in tutto ciò che interessa la vostra vita, nel mangiare, nel vestire, nel camminare, nell'operare, voi avete una quantità di nozioni, accumulate da secoli e crescenti sempre: è la conoscenza del vostro organismo e del mondo reale, ordinata, divisa, catalogata, applicata; è la tecnica della vita e dell'attività umana; è la scienza. Questa scienza va dagli elettroni agli astri, dalla plastidula ai delicatissimi organi di vita che sono i nostri nervi. Essa dirige l'azione umana. Ma quale azione? Per conservare o riacquistare la salute io studio la medicina; per arricchire il codice commerciale, l'economia politica, la tecnica delle produzioni singole; per fare opera d'arte gli esempi e gli scritti dei classici; l'empirismo, che dominava tante provincie della vita umana, si va convertendo in azione meditata e consaputa. Ma non crediate che questa scienza vi dica qualche cosa dei vostri problemi spirituali: per definizione, essa si è imposta di non occuparsi che di ciò che è oggetto di constatazione e di controllo; ciò che non può essere né pesato né misurato né colpito a <pb n="93" />volo da uno strumento è fuori del suo campo, le sfugge intieramente. Pretendere che essa dimostri con i suoi mezzi, facendone registrare la presenza dalla punta degli istrumenti d'un gabinetto di psicologia o da lastre fotografiche, comunque <hi rend="italic">sensibilizzate,</hi> le realtà spirituali, il pensiero, la coscienza, l'assoluto, è assurdo; ma ugualmente assurdo è dire che essa dimostri che queste realtà spirituali non sono; come sarebbe assurdo il ciabattino il quale, perché ha dedicato la sua attività alle scarpe, pretendesse che la scarpa è l'essere e che al mondo non vi sono che scarpe. Non solo la scienza non sa di Dio, dell'anima; essa non sa della più umile frazione di pianta e di minerale ciò che essi sieno, non sa perché dal più povero e semplice fatto ne segua un altro; essa non coglie che manifestazioni sensibili e l'ordine di esse nello spazio e nel tempo; ed ancora queste manifestazioni sensibili non le coglie e non le ordina senza metterci qualche cosa di sé medesima, sieno categorie dell'intendimento o ipotesi o assunzioni varie. La scienza, è vero, ha fugato degli empirismi, ha cacciato i fauni dalle selve e le superstizioni dai cuori degli uomini; e tuttavia essa non può non lasciare all'arte i fauni e al pensiero l'essere delle cose e del pensiero medesimo e alla coscienza umana il suo Dio. E noi sorridiamo oggi quando sentiamo parlare di contrasti fra la scienza e la fede: sorridiamo tristemente, pensando all'ingenuità degli uni e al ciarlatanismo degli altri, di coloro che han voluto creare una religione della scienza.</p>
      <p>III. La filosofia? Superato un primo periodo di ingenue costruzioni e di conseguente sofistica, essa si occupò con alacre e sicura fiducia della natura delle cose. Oggi è stata richiamata da queste alla natura del pensiero stesso, dall'magine allo specchio; e cerca ancora faticosamente se l'imagine non sia che lo specchio e le cose una serie di imagini sullo specchio o uno specchio perennemente imaginoso. Se il progresso umano ascende a spirale, noi possiamo pensare che la storia ci ha ricondotto, ma più alto, al punto al quale il pensiero indaga<pb n="94" />tore dell'uomo era giunto alla vigilia del dialogo socratico e che, come oggi si accenna a trascorrere dal criticismo all'idealismo, domani torneremo da questo al realismo, per poi travalicarlo ancora.</p>
      <p>Fedeli al buon senso tradizionale, noi pensiamo che il criticismo, corrodendo sé stesso, non corroderà né la conoscenza né il lucido oggetto di essa, la visione breve ma sicura del mondo e del nostro posto nel mondo. Non vi pare tuttavia singolarmente significativo questo dubbio che ha così sottilmente da un secolo penetrato gli spiriti, e vi ha fatto tanto cammino, intorno al valore di ciò che noi sappiamo? Ogni certezza, vi dicono oggi i filosofi — che la vostra sicurezza intorno a ciò che del mondo o di voi stesso credete di sapere farebbe sorridere — è relativa: il vero per noi esiste, ma solo approssimativo, in una certa misura, e proporzionato sempre a quel momento della cultura e del pensiero umano nel quale appunto ci apparisce vero: relativo quindi a noi ed ai nostri stati psicologici o trasmessici dalla società o acquisiti da noi, relativo ad alcuni punti di partenza accettati senza dimostrazione ma per comodità, relativo a mille altri piccoli veri, correlativi ad esso, i quali si comunicano a vicenda la forza e la debolezza loro. Anche le matematiche, che parevano il tipo ideale della certezza, han mostrato recentemente alcuni sottili critici, son vere sì, ma posti certi assiomi accettati per opportunità e per una tal quale approssimazione, che permette di erigere su di essi delle dimostrazioni utili all'esperienza e quindi controprovate in qualche modo da questa. Ma quei punti di partenza sono supposti veri, non provati. E ponete anche superata questa crisi e stabilita alla conoscenza umana una qualche attitudine a discernere con sicurezza, nella rappresentazione del mondo sensibile, il reale in sé e l'assoluto: il campo cioè delle realtà spirituali e del divino. La critica, che la vostra indagine filosofica ha superato, torna a voi dal terreno della storia. Supponiamo che voi, avendo poco da lavorare per la vita, riusciate a farvi una filosofia. Quando il vostro sistema sarà fatto, od uno qualunque <pb n="95" />dei sistemi esistenti avrà avuto la vostra preferenza e sarà stato da voi accomodato al vostro proprio pensiero, guardate di non fidarvene molto: poiché la storia vi mostra che mille altri uomini hanno avuto la stessa certezza in sistemi tutti diversi, hanno confutato quelle che vi parevano ragioni, hanno ceduto innanzi a quelli che vi paiono sofismi. Avanti, avanti, tornate a studiare, ad esaminare, a confrontare. La verità non è certamente discesa dal cielo proprio per voi e voi portate in voi stessi, nella inconsapevole costituzione organica del vostro pensiero, le cause dell'errore che vi lusinga. Una tale filosofia, così incerta di sé, non ha certo delle difficoltà temibili da muovere contro la fede. Anche la fede, del resto, ha avuto ed ha la sua filosofia: né sarebbe difficile mostrarvi che essa riposa sui dati perenni, spontanei e tradizionali, della coscienza umana, e si rivela, luminosa e sicura di sé, a chi interroghi questa serenamente.</p>
      <p>IV. E poi, o signori? dimenticate anche e superate questi dubbi. Supponete di poter aderire a quello che vi par vero con la certezza d'un teologo e d'un inquisitore. Forse la verità che voi pensate di aver conquistato con la forza delle vostre conoscenze non vi servirà a nulla. Voi potrete avere un magnifico sistema teologico nella mente, e poi rinnegarlo nella pratica quotidiana della vostra vita; e, non ostante la più tenace adesione dello spirito ad alcune dottrine, negare ad esse la sola prova vera e grande di certezza interiore: il vivere cioè secondo che quelle dottrine esigono e portano.</p>
      <p>E ciò avviene appunto perché questa certezza intellettuale, scientifica e filosofica, è una specie di contemplazione astratta, recisa dal flusso ordinario della vita del vostro pensiero e dei vostri affetti, rappresentante nell'attività dello spirito un sistema di idee chiuso e isolato: di altre rappresentazioni, di altre anticipazioni del reale, di altri, forse ignorati, convincimenti, si nutre la vita del vostro spirito. Accanto a quello che forse credete essere una <hi rend="italic">fede</hi> ed è un sistema filosofico, c'è nell'animo vostro un'altra credenza, un'altra <hi rend="italic">fede.</hi></p>
      <p>
        <pb n="96" />Adunque e la scienza non può dirci in nessun modo, e la metafisica professionale — muta per l'immensa maggioranza del genere umano — non dice che a pochi, e questi soggetti a molte illusioni e capaci di riposarsi su dottrine diverse e contradditorie, il mistero e il segreto della vita, la parola che la coscienza chiede per operare.</p>
      <p>V. E la vita, intanto, come procederà? Appena io incomincio a discernere nella attività interiore del mio spirito il principio dell'attività esterna, a vedere che a me è possibile fare od essere in qualche modo ciò che io voglio, e che la volontà crea le conoscenze e le attitudini che le servono al suo scopo, io ho bisogno pure d'una norma che mi guidi nella scelta alla quale ogni momento il mio spirito è chiamato. Chi sono? di dove vengo? che cosa mi si chiede nella vita e da chi? Che valore ha per me questa esistenza e come debbo servirmene? in che modo regolarmi nell'uso delle cose esteriori? in che modo con gli uomini che mi circondano, sia che mi chiedano simpatia ed amore, sia che pretendano di comandarmi in nome d'una autorità che sarebbe in essi? Che cosa volere fra tanti oggetti del mio desiderio, e perché? Fra tante volontà diverse e discordi, con quali stringere lega e amicizia e da quali rifuggire?</p>
      <p>Per agire, l'uomo, il più umile degli uomini come il filosofo che dopo decennii di studi sta per raggiungere la verità, ha bisogno di <hi rend="italic">aver risposto</hi> a queste domande: l'azione le suppone risolte; il dubbio intorno ad esse uccide l'azione e crea Amleto. L'uomo che voi vedete correre dietro alla ricchezza o alla donna o all'arte, che vedete faticare duramente in un mestiere o affrettarsi dietro un suo ideale, ha risposto, siatene sicuri, a tutte quelle domande od almeno alle più importanti; egli stesso non lo sa e non lo saprebbe spiegare; eppure ogni suo atto ed ogni suo passo suppone un sì od un no opposto a ciascuno di quegli eterni problemi. Egli ha visto sé, e il mondo intorno a sé, e desiderii irrequieti dentro di sé, e gli uomini e le cose passare e morire, e <pb n="97" />le stelle eterne alte e silenziose sul nostro capo, e si è detto tacitamente, in cuor suo, che cosa era la vita e come valeva la pena di viverla, si è fatto una <hi rend="italic">intuizione generale</hi> del mondo e dell'essere. Ed eccolo all'opera; pieno di quella sua certezza, egli agisce. Come si chiama questa conoscenza, che affronta così audacemente i più ardui problemi, risponde ad essi ed ha la certezza della bontà della sua risposta, tanto che su quella certezza impegna la vita? Essa non è scienza, non è filosofia; è una <hi rend="italic">credenza,</hi> una <hi rend="italic">fede.</hi></p>
      <p>Quando lo scienziato vi dice che egli con la sua scienza ha trovato una risposta agli enigmi del mondo, ridetegli in viso; la sua scienza è una cosa assai più modesta e piccina; egli vi ha mascherato dentro e nascosto una fede; se ignaro, è un ingenuo; se consapevole, un ciarlatano, si chiami col nome più illustre che vi piaccia.</p>
      <p>E quando lo studioso delle cose dello spirito, il filosofo, vi dice che anche egli si è fatto, studiando, le sue convinzioni e che oramai ha l'evidenza delle soluzioni date agli ardui problemi della vita, sorridete, ma che non se ne avvegga. Egli sapeva prima di cercare, ed ha frugato diretto da un desiderio che nascondeva già l'adesione della sua anima ad una risposta piuttosto che all'altra; ed anche oggi che dice di sapere, negli effetti e nei casi della vita lo guida una certezza alla quale la sua filosofia obbedisce e si piega.</p>
      <p>Chiamatela certezza <hi rend="italic">morale,</hi> se vi piace, poiché serve alla vita ed ha la riprova dell'azione: essa è adesione dell'animo ad alcune affermazioni teoriche riconosciute come <hi rend="italic">vere,</hi> mentre il loro opposto è dichiarato falso: è conoscenza, per sé e innanzi tutto, ma una conoscenza operativa, che impegna tutta l'anima.</p>
      <p>VI. Cercate ora di dove questa fede vi è venuta; voi dovreste rifare il processo di tutta quanta la vostra vita. Dalle prime parole il cui significato cominciaste a discernere fanciullo, sino all'ultimo numero, che avete letto questa mattina, del vostro giornale, tutto quello che è passato avanti all'animo vostro e vi si è fissato un <pb n="98" />momento, riguardasse i problemi filosofici o i religiosi o i morali, ha agito su questa vostra fede, ve l'ha insensibilmente insinuata nell'animo, l'ha rinsaldata o scossa o modificata o avviata a lente modificazioni; voi ne avete ricevuto qualche cosa dalle persone che fecero l'educazione vostra in casa o nella scuola, dai vostri compagni ed amici, dalla società e dalle leggi, dai romanzi letti, dal teatro, dall'arte, dai giornali; avete, il più spesso inconsapevolmente, accettato, riflettuto, avvicinato, vagliato in voi stessi; avete discusso con gli amici, subito l'influenza dei vostri cari, più ancora, quella dei vostri desiderii e delle vostre passioni.</p>
      <p>Comunque, voi — qualunque sia la vostra professione — avete una fede. Se dite che Dio non c'è e l'anima non c'è, non è già che voi ne sappiate qualche cosa più di me: <hi rend="italic">credete</hi> che sia così e difficilmente sapreste voi stesso dirmene il perché: spesso quelle che vi sembrano le ragioni della vostra convinzione <hi rend="italic">o le avete cercate dopo o non convincono neanche voi;</hi> i giudizii esistenziali sorsero forse in voi come giudizii di valore, poiché quelle esistenze nelle quali voi credete hanno un effetto decisivo sulla vostra vita morale, e, secondo che questo effetto vi piace o vi ripugna, voi accettate o meno quelle realtà. Se dite che non val la pena di preoccuparsi di un avvenire ignoto, e non ve ne preoccupate, voi <hi rend="italic">credete</hi> che le cose visibili e sensibili e gustabili hanno maggiore realtà delle supposte o intravvedute realtà spirituali, e sono più adatte a voi e più desiderabili; lo <hi rend="italic">credete,</hi> non vi siete mai preoccupato di dimostrarvelo, ma agite secondo quella fede; fosse essa anche la fede nella bellezza della donna e nella vostra, nel denaro, nella salute, nelle stoffe di seta, nei brillanti, in un paio di cavalli. Voi riponete la verità e l'essere in questi vostri effimeri ideali, vi affidate ad essi; credete in essi, ed infatti domandate loro di empire la vostra vita interiore, di dar consistenza al vostro essere, che da sé non l'ha, di farvi felici.</p>
      <p>Ora, fede per fede, noi cristiani ci teniamo la nostra; le realtà che essa ci presenta, se meno tangibili, son più <pb n="99" />elevate e più pure, danno più pace interiore; per esse la vita diviene più nobile, più intima, più intensa, più ricca; non sono effimere come i beni esteriori, come i vostri poderi o i vostri gioielli, non sono torbide come la vostra gloria, la vostra carriera politica, le soddisfazioni del vostro salotto; non spargono male e sconforto intorno a sé, non fanno piangere, non sacrificano, non uccidono: la gioia pura ed alta che dà, anzi, questa nostra fede si diffonde intorno illuminando le anime e facendo sorridere e sperare; e i beni che noi cerchiamo sono a portata di ogni uomo, e il ricordo di averli una volta gustati è sempre dolce, e il desiderio di riacquistarli è luminoso come una cara speranza: fede per fede, noi vogliamo essere e rimanere e dichiararci cristiani.</p>
      <p>E se ci opponete che questa fede è, come la vostra, cieca ed irrazionale, noi potremo rispondervi che, al più, essa è irrazionale solo perché ha nello spirito origini più profonde della ragione stessa, perché attinge frontiere dell'essere contese alla pura e fredda ragione. Essa ha le sue basi non negli strati superficiali della coscienza, nelle passioni che offuscano e passano, ma più profondo, nelle più lucide rivelazioni della conoscenza del mondo e delle cose applicata sinceramente alla vita; noi siamo pronti a discuterla ed a ragionarne, ma con animi liberatisi dalle illusioni e dalle suggestioni dalla colpa e del male.</p>
      <p>VII. Se così sono le cose, voi potete ora gittare uno sguardo più addentro nella crisi della fede che travaglia oggi tante anime e forse anche la vostra. Osservate le vie dell'incredulità e vedrete forse facilmente che strana e fatale leggerezza è di coloro i quali oggi così facilmente deridono il cattolicismo e la fede religiosa, lasciandosi persuadere dal primo capitato che essa è cosa vecchia ed inutile, e che l'uomo deve oramai regolarsi secondo la propria ragione.</p>
      <p>Costoro ignorano interamente il profondo mistero dell'anima umana: né sanno quanta parte dell'attività di questa rimanga nascosta a noi medesimi, in quei densi e pro<pb n="100" />fondi strati del <hi rend="italic">subcosciente</hi>, di memorie cioè, di desiderii, di abitudini, di rappresentazioni, di affetti, dei quali noi non sappiamo attualmente nulla, ma che pure costituiscono l'intima trama del nostro sapere e del nostro volere; non sanno di quest'anima nostra ignota e profonda, dalla quale sorgono, o potenti come turbini improvvisi o insinuanti come piccola vena d'acqua in un terreno friabile, le volizioni che trascinano la nostra vita. Ed essi non sanno anche come questa più profonda anima viva di fede, e solo di fede; e come questa fede non noi ce la siamo data un giorno bella e fatta, ma altri la siano venuta plasmando a nostra insaputa, e vi abbiano messo le <hi rend="italic">loro</hi> idee, le <hi rend="italic">loro</hi> abitudini, le <hi rend="italic">loro</hi> passioni, le quali oggi fanno parte del nostro essere spirituale ed influiscono su tutta la nostra azione. Essi, questi cristiani e queste cristiane, fanno facile getto di una fede che, almeno, ha per sé il consentimento di milioni di uomini e di tanti secoli, che è forse la fede di coloro che essi amano ed apprezzano di più nella vita; ma forse con ciò si liberano da ogni fede?</p>
      <p>No, vi ho già detto; solo, alla fede nel Cristo e nella società universale e perenne dei cattolici essi ne sostituiscono un'altra; la <hi rend="italic">fede</hi> nelle opinioni degli amici e delle amiche delle quali temono il biasimo e l'opinione sfavorevole; la <hi rend="italic">fede</hi> nel maestro, che, a sua volta, ebbe fede in qualche fanatico sacerdote della scienza, nel giornale il quale traffica opinioni e coscienze, nell'osceno libello settimanale; <hi rend="italic">fede</hi> nell'agitatore politico cui l'ambizione di potere e di ricchezza solleva il petto e snoda la lingua; <hi rend="italic">fede</hi> forse nell'ultimo in cui si imbatterono nell'angolo d'un salotto o di una via o di una taverna; ma ad ogni modo fede, e solo fede, e spontanea e irriflessa, poiché di altro non si alimenta la loro vita morale; e rendersi conto di una di quelle affermazioni che sono accettate con tanta facilità esigerebbe anni di studii e di meditazione, e tanti sussidii di ricerca coscienziosa quanti appena ne hanno le università meglio fornite.</p>
      <p>Voi vedete adunque come, posto in tal modo il pro<pb n="101" />blema della nostra vita interiore, le condizioni di esso appariscono assai più vantaggiose alla nostra fede cattolica. Ognuno di noi, dal bambino che non sa al vecchio che ha consumato i suoi anni pensando al mistero delle cose, sente ch'egli non può possedere la sua vita, che il suo pensiero individuale non può fare la luce sui misteri e sui problemi dell'esistenza, e quindi attacca la sua vita mediante la fede a qualche uomo, difettoso e bisognoso come lui, o a qualche gruppo di amici, si chiami esso classe o scuola o partito, o a Dio, se egli ebbe la fortuna di discernere la voce di lui e cercarlo sinceramente.</p>
      <p>Se la differenza fosse fra <hi rend="italic">credere</hi> e <hi rend="italic">sapere,</hi> molti, forse, sceglierebbero questa seconda parte; la differenza sta fra credere e credere; credere, ripeto, nell'oro, nel potere, nei gioielli, e nell'opinione pubblica che rende pregiate e care simili cose, credere nei maestri e nei ciarlatani, che pullulano sui trivii, o credere nella coscienza propria, serenamente interrogata, nella meravigliosa società di anime e di vita morale che è la Chiesa cattolica, in Cristo Gesù crocifisso, in Dio. Noi ripetiamo serenamente il nostro antico credo. <note n="15"> Sul carattere o sulla natura dell'atto della fede, e delle credenze in genere, sono vivissime, fra i teologi ed i filosofi, le discussioni; e queste riflettono sempre le teorie delle diverse scuole sulla critica della conoscenza. Noi ci limitiamo a dire che la fede, e la credenza in genere, è un complicato processo dello spirito il quale, oltre ad un elemento conoscitivo, ne include altri volontarii od affettivi, e riguarda, non le sensazioni e la loro materia, ma il reale in sé, oggetto di intuizione intellettuale o di astrazione.</note></p>
      <p>
        <pb n="102" />XI.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La fede e la vita.</hi>
      </p>
      <p>I. Quale sia l'oggetto della fede cristiana in parte abbiamo veduto già, ed in parte vedremo nel seguito di questi discorsi. Ma voi potete sin da ora — e più specialmente dopo quel che io vi ho detto ieri — giudicare del valore di quello in che molti fanno consistere la loro fede. La Chiesa cattolica ci presenta una lunga serie di dottrine — o di dommi — i quali rappresentano la verità rivelata a noi per condurre le anime nostre nella loro vita interiore attraverso a un lavoro, durato dai primi secoli fino ad oggi, di riflessione del pensiero cristiano su quella verità. Anime le quali, possedendo questa, filosofavano su di essa, ne studiavano i rapporti con le altre conoscenze del loro tempo, con le varie filosofie umane: uomini di chiesa o studiosi cristiani i quali si alzavano a difendere quella verità cristiana dagli attacchi degli avversarii, e per meglio difenderla ne cercavano, servendosi del linguaggio filosofico del loro tempo — poiché non ne avevano altro ⸺, la migliore espressione: padri e concilii e sommi pontefici i quali, in conclusione di questo lavoro apologetico, accettavano alcune espressioni e le fissavano come veste ufficiale e riconosciuta della verità religiosa: per questa via noi siamo giunti dalla fede semplice ed in molte cose implicita dei primi cristiani a quel complesso di verità nettamente formulate che, dopo il <pb n="103" />concilio Vaticano, l'ultimo tenutosi, fanno parte della professione di fede cattolica romana, e che si svolgeranno e aumenteranno ancora col tempo. Né tutto è qui. I dommi sono affermazioni staccate; ognuna di esse suppone certe altre affermazioni ed apre la via a certe altre; questi gruppi di affermazioni, avvicinati gli uni agli altri, creano o rivelano nuovi rapporti e nuove conseguenze: e da tali varii elementi uniti insieme alcuni professionisti in speculazioni teologiche traggono un sistema complesso, nel quale ciascuna di quelle affermazioni ha il suo posto e i suoi antecedenti e la sua ragione teologica: e dai teologi poi attingono, per il governo delle cose della Chiesa e delle anime, coloro i quali organizzano il culto, i confessori, i predicatori, gli insegnanti, i catechisti, l'autorità e le congregazioni romane; così che intorno al domma, il quale è già esso stesso, nel suo stato attuale, l'effetto d'una lunga evoluzione storica della verità primitiva, si va formando una specie di atmosfera di dottrine, di ipotesi, di conclusioni probabili, di opinioni teologiche, della quale la Chiesa si serve per quello che potremmo dire il consumo intellettuale dei suoi aggregati. Voi vedete come tutto ciò aggiunge all'ispirazione e rivelazione divina, mediante la quale le anime furono chiamate e condotte a sentire in Dio e vivere in lui, un lungo e complicato lavoro umano, i cui varii elementi non godono tutti della medesima sicurezza, e che manifesta in molti suoi particolari l'opera del tempo, il quale aggiunge, toglie, modifica, abbellisce, completa. Noi cattolici riconosciamo che, sostanzialmente, la fede è pur sempre la stessa che ai primi giorni, per quanti progressi il nostro pensiero abbia fatto in essa; ma ciò non può in nessun modo condurci a negare la storia di questi dommi o di queste dottrine, la quale oggi, per opera di cattolici e di protestanti, si è arricchita di una luce vivissima, ed a trascurare gli insegnamenti che possono venirci dall'esame della vita seguita da questo svolgimento del pensiero cattolico e dalle leggi che lo hanno regolato e diretto.</p>
      <p>II. Ora, quanti hanno portato la loro attenzione su <pb n="104" />questa crisi di anime la quale ha sollevato tante difficoltà intorno al cattolicismo e gittato il dubbio in molti che prima lo professavano fiduciosamente, sa che questo complesso di dottrine e di definizioni suscita nelle anime difficoltà e lotte fortissime. Il numero di quelli i quali aderiscono ad esso con fede ferma e sincera diminuisce pur troppo tutti i giorni; e siccome quel numero risulta specialmente di anime le quali meno potrebbero con un lavoro personale esaminare e riflettere per conto loro, e non sono quindi capaci che o d'una fede cieca o d'una incredulità egualmente cieca, così non può dirsi che questa fede fiduciosa e sicura di molti giovi qualcosa agli altri i quali dubitano e soffrono.</p>
      <p>E questi dubbi ed incertezze le quali vanno rapidamente diffondendosi — e noi dobbiamo preferire grandemente le anime che dubitano e soffrono a quelle, ancora tanto più numerose, che fanno, con spensierata leggerezza, facile getto della fede antica — mostrano che l'atteggiamento dell'anima moderna dinanzi alla religione è mutato. Dall'una parte fu facile osservare che molti di coloro i quali accettano, non solo i dommi e le definizioni della Chiesa, ma tutta in blocco la teologia delle scuole cattoliche e aderiscono ad essa con la certezza degli antichi inquisitori, sono poi non raramente, nella vita pratica, disonesti, egoisti, invidiosi, cattivi col prossimo, avari; che la loro vita è immensamente lontana dalla semplicità e dalla bontà del precetto evangelico, e che anche la religione è stata assai spesso da essi trasformata in strumento di agi economici, di potere politico, di ambizioni, di dominio e di asservimento delle anime. Dall'altra parte molti, i quali hanno un senso vivo di malessere morale ed un desiderio ardente di purificazione e di arricchimento interiore, sentono che tanti particolari minuti, tante formule concrete costituiscono come un imbarazzo per la loro fede e per i movimenti interiori dell'anima loro; e ripugnano a rientrare nel cattolicismo ed a rimanervi, come se tutti quei particolari fossero impacci e non mezzi di elevazione spirituale. Inoltre essi hanno ac<pb n="105" />quistato nelle scuole e nella vita sociale delle idee che trovano molto difficile metter d'accordo con i dommi della Chiesa od almeno con la teologia dalla quale quei dommi sono presentati e difesi.</p>
      <p>III. Studiando fisica essi hanno appreso che, in questo immenso sistema della natura, le così dette leggi son poco o nulla, ma <hi rend="italic">una successione invariabile</hi> da certi antecedenti a certi conseguenti è la forma nella quale ci apparisce al pensiero la vita della natura, e che, se molti antecedenti ci sono ignoti, l'affermazione di fenomeni i quali abbiano una causa che è fuori della natura sembra ripugnare alla vita di questa e annullarla. In filosofia hanno imparato a sospettare che, se i nostri sensi ci mettono in contatto con un mondo esterno, il complesso delle nostre rappresentazioni e delle idee e dei sistemi che vi costruiamo sopra è poi un mondo soggettivo nostro, che lo spirito crea dalle cose e da sé stesso insieme; esso è bensì in un certo rapporto col mondo esterno, ma non sappiamo quale, né quanto fedele o difettoso. Dagli studi storici e critici hanno portato con sé la convinzione che tutto nel mondo non sia che un immane divenire, e che questo nostro stesso pensiero, queste idee, questi sistemi nei quali confidiamo tanto, come se toccassero il fondo delle cose, soggetti anche essi alla relatività di formazioni e di sviluppi, fluttuano labili sul corso della cultura e della vita, non riferendo, in sostanza, che un riflesso delle cose in noi, determinato, nella ampiezza e nei colori suoi, dagli elementi “chimici” del nostro pensiero e dei nostri affetti. La sicurezza minuziosa dei teologi, l'assolutezza delle loro formule, l'intellettualismo dei loro sistemi, l'astrazione dei loro precetti e giudizi morali urtano ed irritano singolarmente queste anime. Il concetto di autorità, come lo veggono applicato nella Chiesa, sembra loro indegno d'una età democratica come la nostra; molti di quei mezzi con i quali crediamo di metterci in rapporto col “divino” e di derivarne la Virtù nel corso della nostra vita sembrano ad essi indegni di questo “divino” medesimo od almeno del concetto che se ne sono for<pb n="106" />mato. Essi sono quindi non difficilmente indotti a credere che il cattolicismo è oramai un ciclo chiuso e superato nella storia spirituale dell'umanità; e che, se anche contiene, come già ne conteneva l'ebraismo, elementi preziosi di vita spirituale e morale, questi debbono essere divisi dalla corteccia che ingombra, e l'umanità non potrà profittarne senza che il cattolicismo, come già fece l'ebraismo, si dissolva quasi, per cedere il posto ad un più puro ed elevato cristianesimo, che si trovi in accordo con le idee e le aspirazioni del tempo, di tanto mutate dagli anni nei quali Paolo adattò al mondo romano le dottrine di Gesù.</p>
      <p>E se tali uomini, agitati da tali pensieri, si avvicinano per consiglio ad un sacerdote od aprono i libri e ascoltano la parola dei nostri consueti apologisti, non si può negare che vanno assai spesso incontro ad una dolorosa sorpresa: dal primo sentiranno dirsi che egli non li intende, non sa rispondere; nei secondi, i quali hanno il grande vantaggio di non rispondere a delle domande precise ma di far dei monologhi, troveranno concezioni realmente superate, <hi rend="italic">residui</hi> di cultura e di esperienza sociale i quali li persuaderanno che realmente il cattolicismo esso stesso è <hi rend="italic">superato.</hi></p>
      <p>IV. Ora non è difficile vedere e stabilire da che proceda l'errore e l'infedeltà degli uni e l'incertezza degli altri. Si chiede alla fede cattolica quello che essa non è per natura e destinazione sua; quello che o non potrà mai essere od è sì, talora ed in qualche modo, ma solo occasionalmente od in via accessoria e subordinata. Il cattolicismo, lo abbiamo veduto, non deve sostituire o surrogare la scienza: se la scienza giunge a delle conclusioni <hi rend="italic">certe</hi> che ci sembrano contrarie a qualche cosa che pensammo sinora di dover ritenere per fede, certo è che <hi rend="italic">noi c'ingannammo:</hi> e confessar l'errore non ci costerà nulla, poiché noi sappiamo, d'altra parte, che la scienza sarà eternamente muta su quei problemi di capitale importanza per la vita del nostro spirito, sui quali noi chiediamo ansiosamente una risposta alla fede ed alla religione. Così è per la storia e per le scienze particolari dello spirito <pb n="107" />e dell'attività umana in genere. Anche esse, queste scienze, non hanno penne per travalicare i fatti e le apparenze e le manifestazioni concrete delle cose; e vanno sempre più restringendosi all'esame di queste. Le conclusioni certe alle quali esse giungono in questo campo della loro ricerca debbono essere accettate da noi: ciò che era criticamente o storicamente falso poté anche giovare alla nostra fede sino a che essa, ritenendolo vero, se ne servì per rappresentarsi più facilmente e comodamente certe verità religiose; scoperto l'errore, noi troviamo che questo è di indole puramente letteraria e storica, ma in nessun modo di indole teologica: poiché alle realtà spirituali nelle quali noi crediamo rimane, nella storia della rivelazione cristiana e nelle fonti autentiche di questa, quanto è necessario per presentarle ai nostri spiriti e permetterci di intenderle ed appropriarcele. La nostra fede cristiana implica l'azione illuminatrice e riparatrice di Dio nella storia e, quindi, una serie di affermazioni e constatazioni storiche senza le quali noi vedremmo quella fede sfumare nei campi del soggettivismo. Ma questo pensiero non può sottrarre alla critica l'esame di ciascun dettaglio in particolare di quei fatti storici, senza una implicita confessione di sfiducia in sé stesso. Ed infatti, se dall'una parte noi vediamo che su certe conclusioni della critica non può esservi più dubbio, anche se esse spaventano delle anime semplici, questa critica stessa, ben lungi dal distruggere tutto, molte cose ha sottratto alla discussione e molte ne ha ricostruite. Faccia dunque essa liberamente; noi siamo certi della sua buona testimonianza: come la lancia della leggenda, essa piaga e risana.</p>
      <p>Rimangono le opposizioni della filosofia, la quale volendo giungere alla sistemazione definitiva razionale delle conoscenze umane, patisce scandalo dalla fede, ed indaga anche essa, ma cercando l'evidenza e la certezza, le ragioni ultime delle cose e le realtà oggettive e invisibili con le quali la fede ci mette in comunicazione. Ma nessuno è che si preoccupi oggi di un serio contrasto fra la filosofia e la fede, di coloro i quali non facciano della <pb n="108" />filosofia la religione della scienza e non la convertano quindi in una fede, come vedemmo. La filosofia vera e più seria, non esclusa la nostra filosofia teologica, si dibatte oggi in una crisi profonda, e non molti son quelli che le riconoscono il dritto di indagare realtà spirituali e di occuparsene; sicché metafisica e fede sono oggi, piuttosto che avverse, solidali in una medesima crisi; ed è infatti singolarmente notevole che l'ultima più recente moda in filosofia, il <hi rend="italic">prammatismo,</hi> abbia ridotto questa scienza a non esser quasi più altro che una filosofia delle credenze e della fede. <note n="16"> Noi non pensiamo certo di aver rimosso, con queste brevi osservazioni, le difficoltà filosofiche più gravi contro la fede religiosa. Sappiamo che l'idealismo critico contemporaneo, una larghissima e vigorosa corrente filosofica che ha, diremmo quasi, raccolto ed incanalato tutte le acque vive della critica della conoscenza compiuta nei tre ultimi secoli, sostiene non esser la fede se non una conoscenza imperfetta e provvisoria, per miti e per leggende.Ma non essendo nostra intenzione entrar qui in dispute filosofiche, ci pare che la conclusione dell'impossibilità della filosofia a risolvere i problemi dei quali si occupa la fede 1. risulti da quel che siamo venuti dicendo, per chi dall'una parte conceda all'idealismo critico che la filosofia è la sintesi e la sistemazione dell'esperienza positiva e, dall'altra, ammetta la profonda distanza che separa la vita dello spirito dalla realtà fenomenica; 2. possa essere argomentata anche dalla enorme importanza che il prammatismo, nelle sue varie forme, è venuto acquistando negli ultimi tempi e della quantità enorme di difficoltà e di oscurità della vita di coscienza e dell'attività storica umana sulle quali esso va facendo la luce; una luce che si sarebbe invano sperata dall'indirizzo monistico e positivista.E possiamo anche aggiungere che le più importanti conclusioni morali che noi ci preoccupiamo di trarre qui dalle credenze cristiane non hanno in sé nulla che l'idealismo critico non possa o non debba accettare od almeno trovare altamente umane e meravigliosamente feconde di bene. Anche se la fede fosse solo — e non è — una virtù od energia spirituale atta a tradurre nella pratica della vita le più elevate conclusioni morali della speculazione filosofica, essa meriterebbe tutto il rispetto di idealisti sereni e positivi. E dobbiamo aggiungere che questo rispetto essa va oggi rapidamente conquistando.</note></p>
      <p>V. E questo stesso aver l'uomo piegato la filosofia, la scienza stessa delle astrazioni e degli universali, a non essere che l'umile presentatrice di credenze, delle quali le esigenze della vita morale e la coscienza umana giudichino in ultima istanza, ci richiama, chiusa la breve parentesi, a stabilire con maggior precisione l'ufficio della fede nella vita, e con ciò la ragione d'essere di essa. Se l'uomo potesse far tacere nell'interno della sua coscienza</p>
      <p>
        <pb n="109" />la voce la quale gli impone una condotta morale, regolata cioè da alcune concezioni trascendenti ed assolute, dinanzi alle quali si pieghi e ceda l'interesse particolare e la suggestione del momento, egli non si occuperebbe di quei più alti problemi dell'essere che io vi commentai ieri, se non forse per sola curiosità intellettuale, e le religioni sparirebbero rapidamente dalla storia dell'umanità civile. Ma egli, solo che non si abbandoni ciecamente agli impulsi ed agli eccessi delle passioni, dimenticando nelle voluttà di queste sé medesimo, sente e sa che le dottrine scientifiche e storiche non gli bastano per regolarsi nella vita; che, se egli deve dominare e purificare sé stesso, seguire il dovere, compiere per esso dei sacrifici, essere nella vita e nella storia oscuro e paziente milite del bene contro l'errore e la violenza e la corruzione degli altri, gli è necessario sapere da chi e perché questa soggezione del suo essere ad una norma superiore gli è imposta: e poiché la vita, come egli bene sente, non ha valore, se assorbita tutta nel rapido flusso delle cose esteriori, sapere in che modo questa sete inestinguibile dell'infinito e del divino può darle un valore.</p>
      <p>Ebbene, l'essere misterioso e infinito che dal fondo delle cose vigibili e dal fondo della coscienza umana risponde a questa voce ansiosa invocante luce e calore sulla via della vita, Iddio, deposto in noi questo desiderio profondo e inestinguibile, ci viene quasi incontro nella vita individuale e nella storia, ci comunica, nella fede, tanto di queste realtà spirituali che valga a farcele apprendere ed a moverei verso di esse. Gesù, il rivelatore, ha voluto essere per noi la via e la vita. Egli ci ha detto meravigliosamente poco del Padre suo, del mondo di là, delle cose invisibili; ma pur tanto che, seguendo la sua parola, in nessuna contingenza della vita noi possiamo essere incerti sul da fare; tanto, che quella sua voce accolta nell'anima vi serpeggia e vi echeggia misteriosamente, rivelandoci intimità e profondità sconosciute; e quei suoi precetti, divenuti la norma della nostra vita interiore, ci danno un senso di liberazione, di <pb n="110" />pace, di ricchezza spirituale che colui che l'ha provato non dimenticherà più. Le parole della vita, che la fede ci trasmette, sono state nascoste ai prudenti ed ai sapienti e rivelate ai parvoli; sono stoltezza per la sapienza del mondo, la quale alla sua volta è stoltezza innanzi a Dio. Gesù disprezzò ed attaccò violentemente i saccenti studiosi della legge che avevano costruito sulla tradizione primitiva le loro tradizioni umane; e con ogni suo sforzo richiamò le anime che volessero accettare lui e il suo messaggio a vivere, con semplicità e sincerità, le sue parole di vita, promettendo che in tal modo queste sarebbero divenute per essi il segreto d'una crescente abbondanza di ricchezza spirituale. La fede vera non germoglia che nell'animo umile e sincero.</p>
      <p>Anche qui l'insegnamento di Gesù è stato dimenticato troppo sovente. Noi abbiamo anche oggi una fede minuziosa, speculatrice, avida di istruzioni teoriche e di deduzioni, capziosa; una filosofia della fede la quale traduce e ritraduce nei termini della cultura umana i dati di questa, indaga i misteri e vi costruisce attorno sapienti ma labili impalcature di concetti filosofici e scientifici. Questa è industria umana, signori, curiosità celebrale, compiacimento di esteti o di professionisti, sapienza messa insieme studiando Aristotele o il Maestro delle sentenze o i naturalisti contemporanei; scienza che può essere anche in coscienze tristi, che non sostituisce la fede e spesso anche non la favorisce.</p>
      <p>Ma c'è poi la fede delle anime desiderose del bene, che accettano silenziosamente nel loro cuore la parola di Gesù e, diffidando di sé medesime, vogliono vivere in unità di credenza e di intenti con tutte le anime che il cattolicismo associa in una sola vita spirituale; fede buona e vivente, schiva di questioni inutili, che trasferisce colui che lo segue dal mondo delle apparenze sensibili nel mondo delle realtà spirituali e gli fa come prendere radice sul terreno di queste e lo associa veracemente in vincolo di carità cristiana ai fratelli e gli fa sentir Dio nell'anima; fede che è appunto “sostanza di cose spera<pb n="111" />te ed argomento delle non parventi” per l'anima la quale si abbandona ad essa e vive. Iddio dà alla coscienza nostra la luce della fede, non perché essa si affissi curiosamente su questa, ma perché si metta in cammino e vada; andando noi, la luce cresce; guardandola, essa ci confonde la vista. Il cattolicismo è una vita, e solo chi lo vive l'intende appieno e la vita e lo sviluppo di essa è il criterio, riflesso e mediato, ma sicuro, della bontà delle faticose costruzioni mentali della nostra filosofia della fede; non sono gli acuti di mente ma i puri di cuore ai quali è promessa, nel Vangelo, la visione di Dio.</p>
      <p>VI. Ora, credenti o dubbiosi, esaminate, signori, l'atteggiamento del vostro animo dinanzi alla dottrina cattolica; e vedrete certo come la massima parte delle difficoltà che sorgono oggi contro la fede proviene appunto dal chiedere ad essa quel che non dà; sistemi filosofici, soddisfazioni intellettualistiche, responsi piacevoli alla curiosità pungente dei misteri del di là. Coloro che hanno troppo cercato ciò nella fede, l'han troppo legata a filosofie passeggere e compromessa agli occhi degli uomini d'oggi; e coloro che, oggi, resistono al desiderio vivo di credere e di amare nella religione del Cristo, accumulando difficoltà contro questo e quel punto della dottrina ecclesiastica, obbediscono ad un uguale pregiudizio: essi vogliono giungere alla Chiesa col procedimento di chi si iscrive a una scuola o aderisce ad un sistema filosofico: ed invece noi dobbiamo cercare in essa la vita, la vita interiore e morale. Sotto quale diversa luce la verità cristiana ci appare, se cercata a questo modo! Quante anime, che credono senza operare, sentirebbero la vanità di questa loro fede sterile e morta che non illumina e non riscalda, e si spiegherebbero perché, non avendola in sé, essi non sono capaci di trasmettere questa fede viva nei loro cari, che disertano quindi, con dolorose conseguenze morali, il cattolicismo! Quanti, che dei dubbii teorici trattengono lontano dal cattolicismo, avrebbero invece premura di informarsi del valore morale delle dottrine di questo e di aderire ad esso, riconosciuto che ne avessero <pb n="112" />la superiorità, con anima semplice e fedele, certi di veder dileguar per via i loro dubbi! Poiché di questo complesso di dommi di riti di dottrine nel quale è venuta come concretandosi la fede noi non diciamo certamente che sia storicamente non necessario; ma diciamo che, come per i singoli, così anche per la Chiesa e per l'umanità, tutti questi particolari, nella cui storia apparisce in vario modo l'opera industriosa dell'uomo, in tanto valgono in quanto giovano all'opera salvatrice della vita cristiana; se e in quanto essi sono lo sviluppo logico della verità deposta dal principio nel seno della chiesa, chiunque accetti questa verità ne potrà rivivere in sé medesimo lo sviluppo, e sentirà, più che non possa spiegarsi, la rispondenza della forma esterna all'interiore contenuto divino; se ed in quanto formule e sistemi e opinioni sono opera d'uomo, buona ad altri e per altri tempi, ma estranea per sé alla divina sostanza della verità rivelata, l'anima che si nutre di questa, come ha la forza di assimilare a sé ciò che è buono, così avrà quella di lasciare ciò che non giova più e di progredire, o assimilando o segregando, nella fede e nel cristianesimo. E questa esperienza individuale delle anime è controllata e diretta dall'esperienza collettiva della società dei fedeli; la quale, e l'autorità che la rappresenta, è garante a noi dell'assistenza dello Spirito.</p>
      <p>Questa fede vissuta, sostanza della nostra sostanza spirituale, guida e norma della nostra attività interiore, a noi è necessaria oggi; questa cerchiamo; e se anche tante larve di fede si dissolveranno, a questa analisi del valore della fede nella vita, né la chiesa né le anime, che non vivono di larve, perderanno alla prova.</p>
      <p>
        <pb n="113" />XII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">L'educazione della fede.</hi>
      </p>
      <p>Ogni uomo, lo abbiamo veduto nei giorni scorsi, ha bisogno, per la sua attività morale, di una risposta ai problemi ultimi dell'essere e del valore della vita e delle cose: tali risposte non ci vengono date dalla scienza né da qualsiasi ramo del sapere positivo; e la stessa infinita varietà di soluzioni pratiche da individuo a individuo mostra che intervengono in esse ragioni ed elementi soggettivi, immensurabili: una intuizione delle cose e del mondo, spesso inconsapevole, una valutazione morale rispondente agli stati interni di ciascuna coscienza, un giudizio appoggiato sull'autorità, riconosciuta o subita, di affermazioni altrui, sono i precedenti di tali risposte; ed esse, cioè <hi rend="italic">le credenze le quali dirigono l'azione morale di ciascuno di noi,</hi> costituiscono la nostra fede.</p>
      <p>Ora c'è fra tutte queste credenze, ridotte alla loro più semplice espressione ed al loro valore sostanziale, una credenza la quale e per l'antichità sua nella storia religiosa dell'umanità e per il numero di anime che l'hanno accettata e seguita e per le esperienze collettive che ne hanno provato l'efficacia storica, e per l'elevatezza insuperata dei precetti morali nei quali si traduce e per la intensa vita interiore che essa ha saputo destare ed alimentare nelle anime che la accettarono sinceramente, si impone in particolar modo all'attenzione nostra. Essa è, <pb n="114" />inoltre, la fede nella quale siamo nati, che noi professiamo e che in noi e nella società nostra ha lasciato tracce meravigliose e non facilmente cancellabili del suo passaggio.</p>
      <p>Questa fede si è, dalle origine sue, organizzata in una Chiesa; nel corso dei secoli essa è divenuta ed è stata anche una filosofia, un immenso istituto politico internazionale, un corpo sociale privilegiato, un organismo di cultura e di potere; per sé essa è più che tutte queste cose, è una vita religiosa in Dio mediante il Cristo, una società di anime viventi nella comunità di mezzi e di sforzi spirituali, per il bene proprio e l'altrui, nel nome e per il servizio del Padre celeste. Ogni volta che il processo storico, l'inerzia degli elementi umani ai quali essa è affidata e il corrompimento naturale di tutto ciò che è formazione concreta di elementi terreni l'hanno allontanata dalle sue origini, le anime religiose hanno sofferto di una crisi profonda, manifestatasi talora in secessioni e in dissensi profondi; ogni volta che le anime dall'esterno e dall'accessorio son risalite alle intime origini ed alle fonti evangeliche, la vita cristiana si è rinnovata. L'orgoglio spirituale, l'intellettualismo, è fra i maggiori nemici di questa fede, il cui pieno intendimento fu promesso agli umili, ai semplici, ai miti di cuore: e noi possiamo dire che la passione del sistema nei teologi ha fatto almeno tanto danno alla chiesa ed alle anime quanto la passione della bellezza nell'umanismo e la passione dell'autonomia e della scienza presso i moderni.</p>
      <p>Messi in guardia contro questo pericolo, noi possiamo avanzarci e cercare in quali modi educar noi stessi alla fede, alla nostra fede cristiana, in qual modo profittarne per la vita interiore.</p>
      <p>II. Carattere fondamentale della fede cristiana nella vita delle anime è l'accettazione volontaria d'una parola autorevole, d'una norma morale elevata e severa alle quali subordinare, con la coscienza, tutta la nostra vita. Dinanzi ad una tale quasi abdicazione volontaria del nostro essere è ovvio che la coscienza resista e trovi in sé diffidenze e <pb n="115" />reazioni. Spesso l'accettazione d'un complesso di verità e di riti religiosi già fissati nei loro più minuti particolari esige delle sottigliezze di ragionamento od uno sforzo di volontà di cui molti, oggi specialmente, non sono capaci. E se molti di noi ebbero per autorità, nell'educazione ricevuta, le loro credenze e pratiche religiose, viene poi spesso nella vita un periodo nel quale le energie interiori, male assoggettate e male adattate a quelle credenze, si sollevano e si ribellano, od almeno non offrono che una sottomissione parziale e difettosa. Tale è assai spesso il risultato della presente educazione religiosa, nei nostri collegi e nelle famiglie cattoliche, dei cui pochissimi effetti molti ignari si lamentano; la fede e la religione, non assimilate e non comprese, han l'aria di un giogo che si è impazienti di scuotere o che si porta di mala voglia.</p>
      <p>Il punto di partenza dovrebbe essere un altro. Per giungere a possedere veramente tutta la fede, nelle sue complesse manifestazioni vitali, conviene incominciare dal sentire il bisogno di una fede, rudimentale forse anche ma sinceramente accettata, e dall'adattar questa alla vita. Il progresso della nostra vita psichica è nel divenir di inconscia consapevole, nell'acquistar notizia piena dei suoi atti, dello scopo pel quale son posti e di tutti i probabili risultati di essi, nel fare che le azioni nostre sieno sempre più intimamente nostre, procedano cioè con avvertenza piena dal nostro io interiore, e che la scelta, la quale siamo chiamati a fare ad ogni momento della vita, avvenga con serena riflessione e con fermo e virile volere. Così, e non già assoggettandolo ad un meccanismo esteriore di atti e di riti, si crea l'uomo nell'uomo e si accende il lume della coscienza morale. <note n="17"> Sorprende, a rifletterci, il pochissimo uso che si fa, nell'educazione dei fanciulli, di concetti filosofici fondamentali, che pure sarebbe assai facile far penetrare in essi; ad es., dei concetti della limitatezza del nostro fragile e fugace essere terreno e della secondaria e subordinata importanza delle cose esteriori per rapporto alla vita interiore. Una maggior conoscenza della psicologia infantile mostrerebbe che spesso, per educare il senso religioso, basta secondare alcune spontanee curiosità del fanciullo.</note></p>
      <p>L'educazione deve rivelare alle anime questo bisogno <pb n="116" />d'una nonna morale, abituarle a discernerla nell'interno fulgorio dello spirito, a seguirla, a raccogliere su di essa l'attenzione, a piegare le rappresentazioni confuse, gli impulsi, i processi della vita interiore a questa norma. L'educazione <hi rend="italic">cristiana</hi> deve, <hi rend="italic">creato prima questo senso morale,</hi> abituar la coscienza a cercare ed a trovare nella parola viva del Vangelo e negli insegnamenti della Chiesa questa luce interna che, seguita, diviene anche forza e calore.</p>
      <p>E quindi, della fede, prima ciò che è sostanziale e più facilmente assimilabile, poi i precetti minori e le formule complesse delle dottrine; prima l'umile e profondo precetto della rinuncia all'egoismo, del bene da compiere, dell'amore, poi le osservanze dettagliate del rito, le ingegnosità dei mezzi di educazione e di elevazione spirituale. Il dovere morale, almeno in alcune sue forme elementari, è o può essere sentito da ogni uomo sano e normale; la bellezza e la santità della legge evangelica, nelle sue più pure e profonde espressioni, non è chi non possa essere indotto ad apprezzare: da queste umili ma divine origini deve prender le mosse ogni savia e prudente educazione cristiana.</p>
      <p>III. Ma pervertono il valore della fede nella cultura dell'anima quelli che la prendono, in maniera intellettualistica, come una serie di concezioni e di formule da fare apprendere e intendere. Nella vita dello spirito noi distinguiamo, solo per comodità di espressione e di analisi, le idee dai sentimenti e questi dagli atti del volere: in verità, la realtà interiore è unica, e rappresentazioni e sentimenti e affetti e voleri si intrecciano in un unico processo, in cui tutta l'anima e tutta la coscienza morale sono impegnate. Quel sentimento che insorge contro un presente giudizio di valore morale da noi formulato è esso stesso una serie di rappresentazioni e di giudizi concretatisi in un affetto ed in una direzione del volere; la volontà non è che l'efficacia, sullo spirito e sulle sue direzioni etiche, di rappresentazioni o di idee che si trattennero a lungo nella superficie delle nostre coscienze e di <pb n="117" />decisioni prese o di direzioni seguite in casi corrispondenti, la cui traccia è rimasta negli strati profondi ed inconsapevoli del nostro essere spirituale. Il senso di piacere o di pena, di desiderio o di repulsione, che accompagna gli atti del conoscere, le rappresentazioni interiori e le idee, determina l'attenzione che noi prestiamo ad esse, il permanere loro più o meno a lungo nel foco centrale della nostra coscienza, e quindi il loro imprimere di sé, come un oggetto la lastra per una posa più o meno lunga, il nostro spirito, nelle perenni modificazioni che sono la sua vita.</p>
      <p>La fede deve essere per noi insieme un complesso di affermazioni teoretiche, di idee e di direzioni morali; ed abbiam visto come queste due cose sono fra di sé in intima relazione, e tanto più la fede si illumina di luce interiore quanto più essa si accompagna ai processi affettivi e volontarii del nostro spirito. Essa è, perdonatemi l'espressione melodrammatica, fiore che non si apre se non all'alito caldo dell'amore. Quindi, per educare la fede in noi, non basta introdurre nell'intelligenza e nella memoria, strati superficiali e labili del nostro spirito, alcuni concetti od idee, quelle, per es., della Trinità di Dio o della presenza reale: conviene associare ad esse sentimenti di piacere e di pace interiore, affetti buoni, direzioni pratiche dello spirito; metterle, insomma, in rapporto con tutta la nostra vita morale e trarre da esse il costrutto di buoni risultati su questa: allora l'anima assorbe più profondamente quelle idee, le fa vita della sua vita e si trasforma, in esse e per esse, <hi rend="italic">di chiarezza in chiarezza.</hi></p>
      <p>IV. Così la nostra vita religiosa nel cristianesimo si svolge e si arricchisce dall'interno, ed acquista gradualmente il dominio della attività interiore e della coscienza; il quale dominio è poi la misura dell'efficacia delle credenze cristiane nell'anima, e quindi della loro vita. Noi abbiamo già esaminato quel processo di impoverimento della vita spirituale per cui la religione, in luogo di essere l'ispiratrice di tutta la nostra vita spirituale, si restringe e ritira in alcuni riti e pratiche speciali, abbandonando ai <pb n="118" />capricci ed alle illusioni dell'egoismo il resto di quella; e quei riti, destinati ad alimentare la sorgente di questa vita morale, si isteriliscono ed assumono all'occhio del credente una significazione falsa e quasi un potere meccanico o magico. Il giusto vive di fede, diceva S. Paolo; il che vuol dire che in lui e per lui i vari atti e riti sacri, la preghiera, i sacramenti, gli esercizii pii hanno valore ed efficacia pratica ed immediata dal pensiero operoso che li riferisce all'origine ed all'istituto loro, prepara l'anima a riceverli, ne fa un vincolo d'unione presente fra la divina virtù che ci si comunica per essi e lo spirito alacre e pronto a riceverla. Quanto, agli occhi nostri sonnolenti, i riti sacri della Chiesa hanno perduto di bellezza e di significato! Lo smarrirsi, negli atti e riti di culto, della loro fondamentale ispirazione, li isterilisce quasi e ne fa delle inutili esteriorità.</p>
      <p>Come spesso l'anima nostra si avvicina e partecipa ad essi distratta ed inconsapevole e non ne diviene in nulla migliore! E quanta parte della nostra vita scorre anche dominata dal male e dalle illusioni del senso e delle cose esteriori, smentendo praticamente, di ora in ora, quelle credenze che pure diciamo di professare! Un breve esame delle condizioni interiori del nostro spirito, e del posto che vi occupano quelle credenze, ci mostrerebbe assai presto le cause dell'apparente contraddizione. Tali credenze, io vi diceva, sono fatte per la vita; esse non sono assimilate e possedute se non dallo spirito che le vive, che raccoglie su di esse la sua attenzione, che fa convergere verso quelle il flusso delle sue interne rappresentazioni, che ne fa le ispiratrici degli affetti e della volontà. Se cessa questo sforzo assiduo dell'animo nel vivere la sua fede, altre credenze subentrano; destato da queste l'interesse dello spirito, richiamata ad esse l'attenzione, le prime credenze illanguidiscono e muoiono e solo, assai spesso, si sopravvivono nell'apparenza, o, sepolte nel profondo, si ravvivano al ridestarsi di certi più profondi strati della coscienza, per es., a un grande dolore o all'avvicinarsi della morte.</p>
      <p>
        <pb n="119" />V. Recise e separate dall'azione, e dal principio vivo dell'azione cristiana che è la carità, le credenze, adunque, non sono più che l'ombra di sé medesime; unite a quella, invece, esse vigoreggiano rapidamente nello spirito e ne derivano energie fresche e possenti. Nella società nostra, questa dissociazione dell'idea religiosa dall'attività pratica dello spirito ha assunto delle forme gravissime; nulla, forse, di più miserevole, che vedere a quanti nobili affetti ed entusiasmi, a quanti progressi umani, a quanta sete di libertà di dignità di miglioramenti spirituali sia rimasto, esteriormente, estraneo il cattolicismo nei nostri paesi latini. Il popolo sul quale un grande ideale è passato, come una vampata di entusiasmo, senza che la fede religiosa di esso consentisse; l'animo che nella sua fede cristiana non ha sentito un incoraggiamento ogni volta che possenti stimoli di bene lo muovevano all'azione e forse all'eroismo, incomincia a dubitare della bontà del cristianesimo.</p>
      <p>La Chiesa, nella società e nella storia, e lo sforzo personale assiduo nella nostra coscienza debbono condurci a raggiungere l'armonia della vita interiore, l'unificazione e quasi la polarizzazione delle nostre coscienze negli e verso gli ideali divini che la fede ci presenta. Noi siamo gli artefici della nostra vita interiore; e la credenza deve esser per noi ciò che la rappresentazione poetica, luminosa già nell'animo dell'artista, è per l'opera d'arte esteriore che egli va facendo. Poveri, deboli, cattivi, ma capaci d'una indefinita elevazione spirituale, soggetti doppiamente, e come anime singole e come parti d'un grande insieme sociale, alla assidua opera dello spirito che dal caos confuso delle azioni e delle aspirazioni umane va svolgendo un suo piano divino di riduzione all'unità ed alla pienezza della vita, noi abbiamo nei nostri ideali religiosi — ed essi sono appunto la nostra fede — la luce che ci precede nel cammino; essi ci presentano un bene infinito, ma che è alla portata della nostra mano, un noi, ad ogni istante, migliore di noi, ma che è in facoltà nostra di divenire, facendoci, appunto, migliori. Intuizione <pb n="120" />dell'universo e della vita nel loro più universale e profondo significato, responso alle più intime ed angoscianti domande delle nostre coscienze, presentazione di Dio a noi, la nostra fede è chiamata ad assidersi nel centro stesso della coscienza e della vita, per metter queste in armonia con l'universo e col cielo, per trasmutarsi in <hi rend="italic">speranza,</hi> anticipazione dei beni invisibili ai quali dirigiamo le nostre esistenze, ed in <hi rend="italic">carità,</hi> universale abbraccio delle creature e di Dio nell'ara ardente del nostro cuore.</p>
      <p>Forse un senso di sgomento vi prende, o signori, alla visione di questa opera grande e divina che deve affinare il vostro essere e fare della vostra vita un'altra cosa, nobile e salda e quasi infinita. E pure la fede è questa: devozioni ardenti come il fervore del martire, pazienza vigile e lunga come quella dell'anacoreta, purezza di fanciulle che pur l'ombra del male non abbia sfiorato, entusiasmo di apostoli che affrontano come Paolo tutti i dolori e tutti i pericoli, santità di vite consumatesi silenziosamente nel compimento del dovere e nel sacrificio di sé: il cielo nell'anima dell'uomo, o, meglio, la conquista lenta faticosa gelosa del cielo e di Dio.</p>
      <p>VI. La crisi della fede nella società nostra si ricongiunge direttamente alla crisi dell'educazione cristiana. Le rovine che l'anticlericalismo diffuso, gli odii politici ed il paganesimo rinascente producono nella società nostra sono sproporzionate alle futili ragioni che essi adducono a pretesto nel combattere il cattolicismo: e tante defezioni di anime non potrebbero in nessun modo spiegarsi se presso di noi non fosse quasi intieramente perduta l'arte di far dei cristiani.</p>
      <p>Nelle famiglie di tepidi e pigri cristiani i figli non bevono più col latte materno, come diceva l'antica frase, i rudimenti della fede: le preoccupazioni esteriori, le lotte economiche, le gare di vanità, le passioni politiche hanno invaso gli animi dei genitori, i quali danno una parte sempre minore delle loro cure alla formazione spirituale e morale dei loro fanciulli. Le madri, la cui pietà sincera <pb n="121" />e solida, così spontaneamente comunicantesi, vestita di soavi leggende e composta in pii atteggiamenti, rimase per tanti cristiani, anche nei traviamenti dell'età matura, il più soave ed intimo ricordo dell'infanzia, non trasmettono più ai piccini una pietà che non hanno o che hanno solo artificiosa ed esteriore. Come spesso ci avviene di ascoltare fanciulle a dieci anni parlare con gravità quasi matronale di vesti e di abbigliamenti o esercitare la lingua già saputa e pungente sulle compagne, che poi non sanno chi fosse Maria e non hanno per essa un pensiero affettuoso! e di vedere i nostri fanciulli, alla stessa età, bere avidi nella scuola e fra i compagni i primi motti contro la Chiesa ed i preti e le prime allusioni oscene, che poi a stento saprebbero dire sensatamente il Pater noster!</p>
      <p>Ed ugualmente grave è la crisi dell'educazione cristiana nella scuola. La scuola dello Stato, dalle elementari alle università, è, per i nove decimi, un grande potere ostile al cattolicismo ed alla Chiesa, e coloro che vi entrano sono dal clero e dai cattolici abbandonati quasi senza riparo al loro triste destino. Mentre i giovani figli d'Italia si precipitano verso i nostri istituti di educazione secondaria numerosissimi, scuole di religione — ed esse fiacche e svogliate e legate a vecchi sistemi di esposizione e di apologetica — accolgono a pena l'uno per cento di questi cristiani e cittadini di domani: nelle università ⸺ quando pure contano parecchie migliaia di alunni ⸺ poche decine forse si raccolgono in un circolo dove la religione sia oggetto di studio elevato e sereno; se pure quei pochi non pensino anche essi a bicchierate ed a feste.</p>
      <p>Un certo sforzo è stato fatto dai cattolici italiani per i collegii e convitti maschili, per gli educandati femminili. Ma quanto pochi e meschini risultati se ne sono ottenuti! Il più spesso un anno di università e di vita libera nelle grandi città basta per far perdere agli alunni di collegii cattolici tutto il frutto della lunga educazione. Nei casi migliori l'insegnamento superiore, l'esperienza della vita, i contrasti spirituali del tempo mettono quelle giovani <pb n="122" />anime in una crisi dalla quale non si riavranno forse giammai. E le famiglie che furono già liete di scaricare su dei religiosi e dei preti la cura che il matrimonio cristiano aveva affidato ad esse, non ottengono che di ritardare di qualche anno la rovina. E nei collegii femminili la segregazione assoluta, l'ambiente chiuso e piccino, l'esteriorità di molte formule religiose e la molteplicità di queste, il difetto di cultura seria e moderna nelle insegnanti, e metodi di educazione simili a quelli degli istituti maschili, i quali abituano le anime all'infingimento od alla timidezza in luogo di educarle alla libertà ed all'azione, fissarono e guastarono per tutta la vita molti caratteri di donne cristiane.</p>
      <p>Compie poi l'opera, per gli uni e per le altre, la società; dove le passioni terrene ingrossano ogni giorno di quanto diminuiscono le preoccupazioni religiose; dove ciò che occupa gli animi ad ogni momento sono le fugaci vanità della vita; di dove nelle giovani anime entrano per mille vie la concupiscenza, l'ambizione, le sollecitudini del presente, accompagnate al disgusto, se non al disprezzo, d'ogni cosa spirituale e religiosa.</p>
      <p>Sicché è facile prevedere che la nuova generazione sarà assai più ostile od estranea al cattolicismo che non sia la nostra; e che un miglioramento non si avrà se non quando — accumulate ancora molte rovine — il cristianesimo tornerà ad essere veramente e sinceramente praticato da anime ardenti, le quali ricomporranno i primi nuclei d'una nuova società cristiana. </p>
      <p>
        <pb n="123" />XIII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La coscienza.</hi>
      </p>
      <p>I. L'analisi della parte che le credenze hanno nella nostra vita morale e della loro origine psicologica ci ha condotto al cospetto della coscienza, questa sede oscura della nostra attività interiore; e mentre nei discorsi precedenti avevamo considerato il valore morale di alcune norme e principii di azione spirituale oggettivamente presi, noi dobbiamo ora trattenerci alquanto ad esaminare l'intimo meccanismo della attività di questo io che raccoglie dal mondo esterno le imagini e le voci degli uomini edelle cose, se ne forma come un suo mondo di rappresentazioni nel quale si muove, agitato e chiamato e spinto per diverse vie.</p>
      <p>Io non vi parlo, o signori, di entità metafisiche: il mio punto di partenza non è l'universale che i filosofi chiamano <hi rend="italic">anima,</hi> una essenza pura, senza contenuto di forme e di affetti concreti: né io intendo qui ed ora riportarvi all'antico dualismo ed opporre al corpo quest'anima, e alla natura la grazia, come regni diversi ed antitetici fra i quali vi convenga scegliere. Ognuno di voi ha l'esperienza di ciò che egli è interiormente; per variar di opinioni filosofiche, l'esperienza che noi abbiamo di noi stessi non muta, l'esperienza di essere ciò che siamo interiormente, null'altro che volontà, <hi rend="italic">nihil aliud quam voluntates,</hi> e di agire come agiamo, vale a dire <hi rend="italic">cono</hi><pb n="124" /><hi rend="italic">scendo</hi> l'oggetto della nostra azione ed il risultato che vogliamo ottenere con questa, <hi rend="italic">scegliendo</hi> fra le diverse forme di attività, <hi rend="italic">deliberando,</hi> anche, spesso fra l'agire ed il non agire; capaci di abbandonarci ad azioni spontanee o, come dicono, riflesse, provocate cioè da stimoli esterni ai quali i sensi reagiscono senza nostra deliberazione, ma anche capaci di inibire i nostri nervi motori, di dirigere il corso delle nostre emozioni, di accumulare energie per riversarle consapevolmente, quando l'ora ci parrà giunta, sull'atto rivolto ad un certo segno.</p>
      <p>Ora questa attività nostra ha caratteristiche ed un aspetto speciale che non è difficile discernere e che tanto più si manifestano quanto maggiore è l'opera dell'educazione in noi e con essa l'attività intima dello spirito. Fra le più notevoli sono — ed ognuno di voi ne ha avuto la facile esperienza — il carattere di <hi rend="italic">interiorità</hi> o di <hi rend="italic">spontaneità consapevole</hi> che hanno alcune nostre azioni, giudizi di <hi rend="italic">valore —</hi> bene e male, lecito e vietato, umano e animale — con i quali noi le rischiariamo, ed infine la possibilità sperimentata di trasformare gradualmente i nostri stati di coscienza e la nostra attività interna secondo un tipo o modello che ci rifulge dinanzi agli occhi dell'anima e verso il quale, irraggiungibile forse nella pienezza sua ma pur sempre presente e forse sempre meno lontano, tendiamo l'animo e l'opera. «L'ho fatto, perché ho voluto: oggi sono stato cattivo; voglio divenire quel che sono A, B, C;» a chi non occorre ogni giorno di pronunziare entro sé giudizii uguali a questi o simili?</p>
      <p>II. Avvicinandoci ora a studiare questo processo di attività consapevole, noi incontriamo dapprima degli stati di coscienza o delle forme di azione nelle quali l'uomo, mentre questa forza direttiva interiore rimane dormente o sospesa, opera quasi passivamente, per ripetizione ed imitazione, ricevendo e seguendo senza sforzo personale impulsi ed emozioni dal di fuori. Tale è la vita dei bambini, tale fu forse alle origini, e per lunghi anni, la vita dell'uomo preistorico. Quando andiamo divenendo adulti, dai vicini e dalla società riceviamo, senza avvedercene, <pb n="125" />direzioni pratiche e divieti che divengono in noi abitudine e che determinano quindi, insieme col nostro essere morale, le ulteriori forme di azione; ma, benché l'importanza di esse sia sempre notevole, noi vediamo tuttavia come, nella vita di molti uomini ed in molta parte della nostra, tali direzioni rappresentano un lavoro sociale compiuto da altri, e lente conquiste della civiltà, ma non si associano ad un nostro sforzo personale, il quale ci liberi da una dipendenza quasi passiva da stimoli esteriori. Noi viviamo, il più spesso, immersi nelle cose esteriori: lo spirito, quasi occupato per intiero da esse, ne accompagna o ne segue il flusso, con sensi interni di simpatia, di repulsione, di amore, di odio, di desiderio, di lotta che sorgono spontanei alla coscienza e determinano spontaneamente la nostra azione. In tali casi, se l'atto nostro è pur sempre dall'interno, e preceduto da rappresentazioni che lo fanno consapevole del suo termine, e taluni effetti di esso possono esserci imputati a merito o a colpa, sta pure nel fatto che la nostra persona morale, quasi indifferente ed assente, non agisce con deliberazione e quindi con una piena libertà; e noi siamo in qualche modo uno specchio od un'eco delle cose esteriori, viviamo <hi rend="italic">in funzione</hi> di esse, trascinati senza resistenza dal abile corso degli eventi, <hi rend="italic">vissuti</hi> quasi da questi, più che ricchi di una nostra vita interiore. Questo stato di infanzia, di sonno dell'anima, di servile dipendenza dalle cose esteriori è purtroppo, per la massima parte degli uomini, la condizione di tutta la vita; vita poco umana, ancora, e poco civile.</p>
      <p>III. Ma non sempre l'anima può correr dietro a tutte le voci che le giungono dal difuori. Assai presto essa incomincia a discernerne alcune come nocive, o per educazione o per esperienza. Essa vede poi anche che alcune ne escludono altre. I beni esteriori della vita sono limitati, concreti, né é permesso tendere contemporaneamente a molti di essi. Una scelta nelle azioni da compiere e nelle cose da volere diviene spesso necessaria. E questa molteplicità di desiderii e di tendenze diviene quindi fa<pb n="126" />cilmente contrasto; accettare uno scopo vuol dire escluderne un altro. Arricchire col lavoro paziente e godere spensieratamente, essere buon artista o scrittore o amministratore e distrarsi in occupazioni estranee, darsi tutto alla casa e ai figli e brillar per le vie o nelle conversazioni sono scopi contradittorii; conviene <hi rend="italic">scegliere;</hi> conviene <hi rend="italic">agire,</hi> nel più pieno e profondo significato della parola. E col dovere di agire, come norma nella scelta, si affaccia alla coscienza un criterio morale, che ci porta a distinguere il bene dal male, ciò che moralmente <hi rend="italic">conviene</hi> da ciò che moralmente <hi rend="italic">ripugna;</hi> criterio inevitabile in ogni uomo che abbia salito anche solo di pochi gradini il piano nel quale si svolge la vita puramente animale. Voi potete ribellarvi ad alcune esigenze morali che vi paiono ingiustificate o eccessive, potete scegliere fra varie morali, dichiararvi anche un <hi rend="italic">amoralista</hi>:ma, solo che ci riflettiate, potrete certo indicarmi numerose categorie di atti che non vorreste compiere, o non sapreste compiere senza disapprovare voi stesso, senza sentirvi umiliato e spiritualmente più <hi rend="italic">povero</hi> di quel che foste prima; e nella vostra vita passata vi sono assai probabilmente degli atti sui quali il pensiero torna con un senso di restringimento del flusso della vita e di rammarico, degli altri ai quali pensate volentieri, sentendo quasi rifluirne il ricordo nel moto più intenso della vita.</p>
      <p>Se voi ponete ora questa interna esigenza in relazione con quel che abbiamo detto sopra, dei fini ultimi ed universali della vita, voi vedrete come questi giudizii e preoccupazioni morali nascono nella coscienza umana dal rivelarlesi di questi fini, che noi dobbiamo accettare o subire con la vita, e che ci si presentano, più o meno luminosamente, come imperativi. L'uomo ha potuto dubitare qualche volta se le cose del mondo avessero uno scopo, e ritenere che esse facessero sé stesse, così per fatalità o per giuoco, senza venire da alcuna parte, senza esser dirette ad alcuna parte. Ma la mia vita io l'ho in mano: come organismo morale non meno che come organismo fisico, essa chiede di essere adoperata con certi <pb n="127" />riguardi, con certe precauzioni; la sua attività interiore non ha di per sé un termine, poiché può averne molti e diversi ed opposti; ed io sono così costituito, spiritualmente, da non poter porre un atto personale e consapevole senza vederne innanzi le più vaste e remote ripercussioni, che io debbo quindi abbracciare in uno stesso atto di volere. Si trattasse solo di accordar la mia vita con l'universo esterno e con l'insieme degli uomini, io ho bisogno di farmene padrone, di dominarne l'interno motore, di dirigerlo consapevolmente ad un fine. Io posso anche sottrarmi ad una così elevata responsabilità ed alla vita morale, abbrutendomi; ma uno scopo mancato non è uno scopo soppresso e un profondo disagio morale mi avvertirà che sono oramai un <hi rend="italic">fuor di luogo.</hi></p>
      <p>Con ciò il problema della vostra <hi rend="italic">vita morale</hi> è posto dinnanzi a voi; ed insieme il problema della vostra personalità. Pel secondo, voi sentite di essere <hi rend="italic">qualcuno</hi> nel mondo, in opposizione a tutti gli altri e a tutto il resto, di essere in qualche modo un mondo a voi, con le vostre opinioni ed i vostri gusti, e di amare d'esser quel che siete o di divenire quel che vi proponete di essere in seguito: voi vi collocate di fronte al mondo ed alla società riflettendo queste cose in voi, ordinandole ai vostri fini, rielaborandole nelle vostre rappresentazioni interiori, per costituirvi come centro dell'attività che vi si svolge intorno. Ma insieme vi apparisce che in questo mondo interiore l'ago della bussola è volto a un punto stabile quasi senza il vostro consenso; l'universo, che tentate di appropriarvi, vi apparisce come un complesso di rapporti e di fini, non stabilito da voi, che voi non potete spezzare, ed al quale anzi dovete adattarvi, per trarne profitto. Voi sentite che quel che è male vi rattiene, vi sottrae parte della vostra vita, vi devia; mentre ciò che è bene, perfezionando l'armonia del vostro essere con le cose, fa questo più intenso vita, ne facilita il corso verso gli scopi ultimi, fa convergere una più potente massa di luce e di calore dall'esterno verso il centro della vostra coscienza. Le soluzioni di questo problema della <hi rend="italic">propria</hi><pb n="128" />personalità e vita morale possono variare all'infinito; ma porselo e risolverlo in qualche modo è, direbbe un filosofo, una categoria <hi rend="italic">a priori</hi> dello spirito, è, diremo noi, la forma stessa e il modo sostanziale della vita della coscienza, l'aspetto e il momento <hi rend="italic">religioso</hi> di essa.</p>
      <p>IV. La coscienza contemporanea non è sfuggita in nessun modo alle strette lancinanti di questo problema morale; essa anzi lo ha reso più acuto — e di ciò, non ostante la sua sete sfrenata di libertà, dobbiamo esserle grati — appunto educando e pungendo l'animo umano ad una più piena autonomia, ad una più intensa vita interiore. Il diffondersi della cultura, la quale non è se non mezzi varii di attività spirituale, il maggior valore delle persone individue nella società politica contemporanea, la soppressione dei costumi feudali, la maggior diffusione della ricchezza hanno concorso ad accrescere enormemente il numero delle anime che vivono interiormente, che <hi rend="italic">sanno,</hi> che sono chiamate ad esercitare la loro scelta su di una cerchia sempre più vasta di oggetti. Ma la cultura moderna, che ha acuito con ciò stesso in tante anime il problema morale, non ha saputo, con ha potuto, non sa né può risolverlo; essa è ed ha sussidii, non direzioni, mezzi, non scopi. E fra le varie espressioni letterarie della coscienza contemporanea una più particolarmente, il romanzo, espone questa crisi morale di anime che sono travagliate dal problema del bene e della forza, che manca ad esse, di compierlo. All'uomo riesce facile compiere il male, ma quando egli sa dimenticare sé stesso, sa smarrirsi e godere con spensierata gaiezza, come gli uomini e le donne della lasciva novella di Boccaccio: le coscienze d'oggi sanno e riflettono troppo per poter compiacersi nel male: ne subiscono gli allettamenti, ma ne sentono anche il tristo, il vuoto, il dannoso effetto nella vita; indietro non è possibile andare, poiché, oltre che alla religione, converrebbe rinunziare alla civiltà ed alla cultura; avanti, sì, si può andare, ma a costo di subordinare la vita e la volontà ad una norma superiore di bene, a un essere più vasto che il nostro, infinito, eterno, nel quale <pb n="129" />è il sapore del bene senza colpa e della felicità senza ombre.</p>
      <p>Ora la coscienza che accetta questo Volere divino, questa unità dei voleri umani in esso, questo orientamento del proprio essere verso un termine esterno ma più alto al quale essa debba rivolgersi tutta, è coscienza religiosa; la crisi morale delle anime si dibatte adunque inesorabilmente fra due termini, l'uno dei quali è la inciviltà, da cui uscimmo, l'altro la religiosità, che tanti paventano.</p>
      <p>V. Osservate ora, con l'animo pieno di tali preoccupazioni morali, il cristianesimo, e voi vi troverete forse, poiché esso la possiede, una rivelazione pratica, di meravigliosa elevatezza ed efficacia, di questo che abbiamo detto essere il problema della nostra coscienza morale ed insieme del senso e del valore della vita. Prescindete, pel momento, da molti particolari e cercate in esso il valore di sussidio, di norma, di scopo in questa elevazione morale. Uscite col pensiero dalla contingenza degli uomini e delle cose, che così spesso e così stranamente vi illude sul valore vero del cristianesimo, e mettetevi — soli e silenziosi — innanzi al rivelatore e alla sua parola. 1. Nessuna religione ha più vigorosamente richiamato l'uomo alla sua vita interiore, alla sua coscienza, a sé stesso. Gesù ci ha detto: la salute è in te, tu sei in rapporto immediato con il tuo Dio, che adorerai in spirito e verità; da lui ti viene la volontà buona con la quale devi tu fare la tua anima, e della quale solo, di ciò che esce dal tuo cuore, ti sarà chiesto conto. Cerca di divenire perfetto come il Padre tuo che é nei cieli, temi lui, che vede nel nascosto, e non temere coloro che l'anima non possono uccidere. 2. Il cristianesimo ha poi distinto nettamente ed autorevolmente il bene ed il male. Per tutte le cose del mondo il cristiano non deve porre il menomo atto che la coscienza sua giudichi cattivo. E in tutti i momenti sostanziali della condotta umana la legge morale cristiana è netta e categorica. La coscienza è costituita arbitra nell'applicazione e nell'interpretazione; ma quando essa, bene interrogata, ha parlato, la sua voce diviene la voce stessa <pb n="130" />del Bene, di Dio. 3. Il cristianesimo ha avvicinato l'ideale morale a ciascuna vita, ha dato alle anime più semplici e rozze la possibilità di giungere ad una purezza meravigliosa; ed ha costituito nei suoi sacramenti una serie di sussidii morali, i quali sono alla portata di ognuno e dei quali vedremo più innanzi il prezioso valore. Esso ha predicato il raccoglimento e la preghiera, ha aperto agli uomini le vie della vita interiore, ha sprigionato dalle anime torrenti meravigliosi di energia e di attività spirituale, come certo nessuna altra religione al mondo ha mai fatto.</p>
      <p>Ma perché nelle anime nostre il cristianesimo giunga a risultati simili conviene appunto accettarlo innanzi tutto come norma di condotta e di vita morale e come sussidio alle deboli forze della coscienza; come una propedeutica dell'anima aspirante alla consapevolezza ed al possesso di sé. A questa scuola di anime che è, nello spirito del Cristo, la Chiesa, alcuni si abbandonano semplici e confidenti come fanciulli, contenti di obbedire e di fare docilmente e semplicemente il bene: noi, anime moderne agitate da tanto inquieto desiderio di vita, dobbiamo essere discepoli più curiosi e più acutamente indagatori, ma pur docili sempre allo Spirito; tener vive e deste in noi le voci della coscienza, non come risposte che ci vengano da noi stessi ai nostri dubbii, che sarebbe il camminar di un cieco, ma come interrogazioni rivolte all'occulto e presente volere misterioso che ha, ed è pronto a dirci, il segreto del Bene e della Vita, interrogazioni umili di figli che cercano la sapienza liberatrice, quella che fiorisce nelle opere e che discende attraverso alla coscienza in tutti i rami dell'attività umana per assommarla nel possesso pieno di sé.</p>
      <p>VI. Se non fosse noto a quale processo di <hi rend="italic">involuzione regressiva</hi> o di <hi rend="italic">degradazione</hi> ècondannato, nello spirito e nella vita di molti, ogni istituto sorto con grandi ed eroiche idealità, noi dovremmo meravigliarci del singolare invertimento di scopi che si è venuto compiendo nella pratica del cristianesimo. Esso che, per la sua nativa vo<pb n="131" />cazione, doveva essere strumento di educazione della vita interiore, luce e guida della coscienza nel laborioso cammino verso il bene, è stato richiamato dall'interno della coscienza al difuori, verso una serie di scopi e mezzi speciali, con i quali l'anima cerca di impossessarsi della divinità per gli usi ovvii della vita di natura; e l'animo cristiano, con le dottrine i sacramenti i riti liturgici, i quali hanno tutti l'intima natura di sussidii per la vita e per l'attività interiore dello spirito, apparisce simile ad un ben fornito gabinetto chimico, ricco dei più delicati istrumenti, in cui, venuto meno lo scienziato, un volgare spacciatore di qualche polvere commerciale avesse impiantato il suo laboratorio, pel “meraviglioso specifico”. Io non intendo certo richiamarvi a quel totale concentramento dell'anima in sé il quale non è adatto che per spiriti elevatissimi e rischia spesso di finire in una specie di solipsismo, popolato di scrupoli, di fantasmi vani; ma da ciò alla spensieratezza strana del maggior numero di cristiani quanto spazio corre! Lessi di un uso degli educatori inglesi, secondo il quale i bambini d'una certa età sono obbligati a passare ogni giorno dieci minuti seduti, senza attendere ad alcuna speciale occupazione, immobili; come per abituarli al potere di inibizione su sé medesimi, alla calma che introduca un ritmo normale nei moti della vita, alla posatezza, alla riflessione. Ogni anima cristiana che voglia essere veramente tale ha bisogno, ogni giorno, di questi momenti di calma, di silenzio interiore, di attenzione alle voci che sorgono dalla coscienza; questa povera coscienza, la quale così spesso, essendo sopraffatta dai rumori del mondo esterno ogni volta che vuol dirci qualche cosa, finisce per abituarsi, con una specie di suicidio, a tacere.</p>
      <p>È necessario avere il cuore dove è il nostro tesoro; interrompere di quando in quando l'esteriorità e la spontaneità della nostra vita; ritirarci in noi stessi, gittare gli occhi nell'intricato groviglio dei nostri stati di coscienza, vedere che cosa ci è venuto dal mondo esterno, che cosa è spuntato nelle umide penombre della nostra coscienza, misurare il cammino percorso e la distanza dai nostri <pb n="132" />ideali, dagli scopi voluti raggiungere e forse ancora lontani, vedere, insomma, quale è il nostro posto nel mondo delle anime e delle coscienze, sia per riguardo a Dio sia per riguardo a coloro che amiamo e verso i quali abbiamo dei doveri. Colui al quale la coscienza è quasi un estraneo non ha il diritto di chiamarsi cristiano; poiché il primo atto che il cristianesimo ci chiede è appunto la formazione di quest'uomo nuovo, interiore, spirituale, vivente di fede e di carità; la formazione cioè di una coscienza nostra, luminosa e alacre in Cristo.</p>
      <p>Noi verremo quindi, in queste ore di silenziosa conversazione con la coscienza e col Cristo, che vi risiede, coltivando ed educando la nostra personalità morale ed acquistando il senso vivo della libertà e responsabilità dei nostri atti, e potremo dirigere consapevolmente la vita agli scopi prefissile. Ed il lavoro, in questi rapidi momenti di vita interna, non ci mancherà certo: il nostro volere vivrà in essi la vita d'un lungo spazio, plasmando l'anima e sé, discernendo il male o commesso o vicino e reagendo contro di esso, regolando le partite del nostro dare ed avere col mondo esterno, rinvigorendo certi affetti, ridestando certe emozioni, richiamando alla superficie dello spirito idee ed imagini che vi si andavano come perdendo e profondando nel passato. E, più particolarmente, le anime pie debbono fare in quegli istanti il bilancio della loro vita religiosa, della pietà, dell'uso dei sacramenti, dei doveri morali compiuti o da compiere, delle responsabilità trascurate o dimenticate.</p>
      <p>Il cattolicismo non ha vita in sé e fuori delle anime: esso è in queste e non può rifiorire e progredire se non nello sforzo di anime che vogliano sinceramente e vigorosamente aprirsi al suo spirito, seguire le sue direzioni. Questa lotta per la conquista di beni spirituali si svolge nel tacito santuario delle coscienze interiori. Ravvivate la fiammella languente, o anime cristiane, raccendete, o stolti, la lampada spenta, e tendete l'orecchio al passo dello sposo che giunge.</p>
      <p></p>
      <p>
        <pb n="133" />XIV.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La vita morale.</hi>
      </p>
      <p>I. A tutti voi é noto — lo apprendeste fanciulli — linguaggio della Chiesa, la quale vi insegna la presenza ai vostri fianchi di due angeli, l'uno buono e l'altro cattivo, che vi accompagnano nella via e quasi si disputano ad ogni momento l'attenzione e la volontà vostra. Questo poetico linguaggio non simboleggia soltanto i vostri rapporti misteriosi con gli abitatori di un mondo invisibile, diviso più nettamente che il nostro fra coloro che sono nella luce e coloro che sono nelle tenebre; esso è anche pieno di profonda verità psicologica: e ci rappresenta la lotta che è nella nostra coscienza fra opposte direzioni e quasi fra due diverse anime, l'una delle quali tende a purificarsi e salire, l'altra ad immergersi sempre più nella materia: né l'una delle due è mai vinta e soppressa intieramente. Questa eredità del male, questo trovarlo insediato, per l'opera o per l'inerzia di tanti nostri predecessori, nelle più intime fibre del nostro essere, questo, che sentiamo in noi, genio cattivo il quale alberga nei profondi strati del nostro <hi rend="italic">subconscio</hi> ed appare ed insorge talora a persuadere il male, ad insinuare lo scetticismo nei più puri entusiasmi, a ridere, d'un sottile riso mefistofelico, sino del bene che si sta compiendo, noi sappiamo che discende dalle oscure origini della preistoria umana introdottasi insidiosamente a turbare i piani d'un divino <pb n="134" />volere che chiamava l'uomo alla gloria della vita piena; mentre il bene, la liberazione, il possesso intiero della nostra anima nella verità e nell'amore ci appariscono proiettati quasi nella fine dei tempi, come il regno di Dio che deve venire, come il trionfo finale del Cristo, come il paradiso. E la vita morale ci si converte allora in una assidua milizia. Questa molteplicità e quasi disintegrazione della coscienza, l'impossibilità di introdurre negli stati di essa e nelle voci interiori l'armonia e la calma nella quali sembrano essere riposte le nostre pure gioie spirituali, questo cercare faticosamente in noi, come lo scultore nel blocco di marmo, la forma pura e perfetta che ci arride alla coscienza e che ci sembra dover essere come il fiore unico e bellissimo della nostra vita, è la sorte e la vocazione della coscienza interiore; la ricerca affannosa sarebbe certamente rimasta sempre un vano conato, se l'anima in essa non si aggirasse che nel campo vuoto delle sue illusioni, e non prendesse invece contatto, seguendo le voci del bene, con una realtà profonda, misteriosa, divina, con un volere supremo e possente il quale le comunica la forza di <hi rend="italic">cercarsi</hi> e di <hi rend="italic">trovarsi</hi> cercando <hi rend="italic">Lui</hi> e <hi rend="italic">trovando Lui.</hi> La dottrina, la ricerca, la conquista di tale realtà e di tale volere è la missione divina e perenne del cristianesimo.</p>
      <p>II. Io vi dissi già come l'anima nostra non è per sé stessa e all'origine che una quasi indefinibile <hi rend="italic">attitudine</hi> a certe operazioni spirituali: essa si viene poi <hi rend="italic">attuando,</hi> arricchendo e quasi intierando nel processo delle sue operazioni spirituali, sentire, sapere, volere; e ad ogni momento della vita essa è quella attitudine originaria plasmata, impinguata e direi quasi riempita di tutto questo corso dell'attività, passata bensì, nel tempo, ma qualitativamente, o spiritualmente accumulatasi e determinante e dirigente in certi sensi quelle originarie attitudini. Per tutto questo che divenimmo acquistando dal mondo esterno e specialmente dalla società degli uomini, ognuno di noi è veramente il compendio di una società umana, di intiere epoche storiche: e la psicologia di ciò che uno ha <pb n="135" />ed è interiormente è anche la psicologia della società, poiché quest'ultima non è che individui, e rapporti spirituali di individui.</p>
      <p>Il domma del peccato originale è ricco d'una meravigliosa verità sociologica; esso ci conduce a pensare a questa lunga trasmissione ed eredità spirituale, risaliente sino alle remotissime oscure origini dell'umanità, non illuminate da raggio di storia, e che nel fondo del nostro essere spirituale, su cui fluttua, luce mobile la quale illumina solo alcune parti del piano superiore, la coscienza, ha deposto tante <hi rend="italic">forze</hi> e <hi rend="italic">tendenze</hi> di male: antica servitù dello spirito alle cose esteriori, egoismi infecondi, concezioni e rapporti di dominio e di violenza, false visioni degli interessi veri nostri e dei nostri simili, fittizii bisogni ed avidità dell'organismo, illusioni varie, sensualità, intimi orgogli: e tutta questa comune eredità d'un passato di miserie e di colpe, le cui prime origini risalgono, come io vi diceva, ai primi uomini che la luce divina del vero e la divina vocazione al bene separano dai vicini antropoidi, costituisce la nostra dolorosa solidarietà nel male con tutte le generazioni passate. Ad essa si aggiunge il male che ci viene di riflesso dalle altre coscienze in mezzo alle quali viviamo, parallelemente alle quali si svolge la nostra coscienza. Questo, signori, è il peccato che Paolo sentiva; peccato che è in noi, nelle nostre membra, nelle fibre più riposte del nostro essere, peccato di origine e personale insieme, perché il male antico trasmesso e insidente nel profondo della coscienza diventa, per l'accettazione di questa e pel seguirne essa lo stimolo, male o peccato personale; peccato, l'uno e l'altro insieme, il cui dominio ferreo ci angustia, ci opprime e non cessa intieramente giammai in questa vita terrena, perché la continuità del nostro spirito non si può spezzare, e il male rinnegato, e quindi oramai incolpevole, rimarrà pur sempre nel nostro essere stesso, non più come colpa, ma come attitudine e tendenza alla colpa, più o meno remota e latente.</p>
      <p>III. E quindi la vita spirituale ci si presenta innanzi tutto come liberazione dal male; ed essa si inizia in <pb n="136" />noi con la rigenerazione spirituale, con quel <hi rend="italic">nasci denuo</hi> del quale parlava Gesù a Nicodemo, e che è appunto il negar noi quella parte di noi stessi che è in noi male e peccato, l'opporle una volontà ferma e superiore di bene, un proposito saldo di attaccare le trame della nostra vita futura a questa luce ed a questi propositi di bene che sentiamo venirci <hi rend="italic">da fuori,</hi> penetrar nel nostro essere pel contatto vivo di un volere invisibile e benefico, il quale contatto è appunto <hi rend="italic">la grazia.</hi> Voi ricordate altre parole assai gravi di Gesù: chi non odia il padre la madre i figli i fratelli le sorelle ed anche l'anima sua non può essere mio discepolo. Che cosa è quest'odio, il quale sembra a prima vista ripugnare così stranamente a quel precetto di amore che diviene per Gesù la legge fondamentale della vita umana? Esso è il rinnegamento <hi rend="italic">della solidarietà nei male:</hi> solidarietà che purtroppo assai spesso è negli stessi nostri affetti familiari, dai quali ci sentiamo legati a un comune desiderio di beni terreni, di affetti sensuali, di felicità passeggere. Quale cosa più buona dell'amore d'una madre al figlio? E pure, anche esso è in parte non raramente una solidarietà nel male; e molte madri son forse le prime colpevoli dell'egoismo, della grettezza di ideali, delle pusillanimità che esse hanno ispirato ai loro figli per assicurarne a sé, per assicurare ad essi, questo miserabile vantaggio che è la pace e la prosperità terrena. Ma talora anche gli affetti domestici — ricordate il mirabile esempio di Monica e Agostino — sono una piena solidarietà nel bene. In tali casi, se al seguace di Cristo non accade di odiare la madre o le sorelle, accade pur sempre di odiare l'anima propria: rinnegare cioè ciò che egli ha e sente in sé del male dell'umanità precedente, del male dei proprii simili, del male suo passato: affrontare, o meglio rivelare apertamente a sé stesso e in esso prendere nettamente posizione per l'una parte contro l'altra, il conflitto fra il bene ed il male, fra il volere buono, imitazione del volere paterno divino, e il volere cattivo, sintesi vivente di tanto male passato e vicino, conflitto che si combatte nell'interno della coscienza.</p>
      <p>
        <pb n="137" />IV. Ma, aggiunge la parola di Gesù, odiare, perdere l'anima propria, per <hi rend="italic">possederla.</hi> Come il male abbia nell'anima nostra questo carattere di cosa estranea, di <hi rend="italic">altrui,</hi> di servitù, mentre il bene è cosa nostra, è il dominio e il possesso di quest'anima medesima, voi potete già intenderlo, dopo quel che io vi ho detto. Io vi ho detto già che la personalità apparisce in noi insieme con la coscienza morale; insieme, cioè, con la consapevolezza d'un nostro proprio essere, distinto dalle cose e dal mondo esterno, autonomo nell'azione sua, capace di scelta, padrone dei suoi atti e quindi anche dei suoi fini e del suo essere, diremo così, definitivo. Ma questa autonomia dello spirito il cui senso dà alla nostra psiche il sigillo della personalità, o d'una certa maniera di avere il proprio essere che dice distinzione da tutti gli altri esseri, va intesa con prudenza: poiché fu moda lungamente esagerarne il significato e la portata. Questo essere spirituale che è nostro, e carattere della cui azione è la conoscenza del fine e, fra i varii fini, la scelta, non ci apparisce come sciolto da ogni solidarietà con l'universo e con l'essere universale: il rapporto rimane, ma di necessario e determinato si converte in rapporto di fini e di volontà, cioè in rapporto etico. Quindi possedere il nostro essere, l'anima nostra, vuol dire porre l'azione volontaria e libera che affermi e cerchi consapevolmente, insieme con il proprio essere, i fini e i rapporti nei quali deve svolgersi ed arricchirsi e trovare la sua definitiva posizione.</p>
      <p>Questo possesso dell'anima propria non va quindi confuso con il possesso dei proprii atti. Il lussurioso, l'avaro, l'ambizioso sanno i loro scopi e dispongono anche molto ingegnosamente i mezzi per giungere ai piaceri desiderati; spesso attraverso pericoli e difficoltà varie; ma essi non possiedono la loro anima, non sono padroni e signori di sé; par anzi che la loro coscienza debba subire come un processo di soffocamento e di esteriorizzazione, e che questi poveri esseri debbano attaccarsi a qualche cosa di estraneo a sé, di volgare, di vile, e la loro vita comporsi al ritmo del fruscio d'una sottana di <pb n="138" />seta, del suono dell'oro, del bollettino delle promozioni: ed essi si immergono sempre più profondamente nella solidarietà del male, da cui invece emergono le anime redente: e se un giorno venga a mancare ad essi la donna o il denaro o il potere, rimangono corpi vuoti di anime, o anime vuote di sé, superstiti d'una vita mancata. Giustamente un nostro poeta fa che l'anima d'una etéra e d'un giovane che era morto d'amore di lei si incontrino, di là, ma non si riconoscano; e soggiunge: <hi rend="italic">esse non si erano mai viste.</hi><note n="18"> Pascoli, Poemi conviviali. «L'etèra»</note> In quanti rapporti fra uomo e uomo le anime non si veggono! e quanti uomini sono, i quali non veggono e non conoscono l'anima propria, servi, o per miseria di sorte o per propria colpa, delle fallaci parvenze della vita esteriore! La religione, e assai più che ogni altra religione il cristianesimo, è dunque la ricerca, la conquista, il possesso di sé medesimi, della propria coscienza; la consapevolezza sostituita all'istinto, i fini ultimi sostituiti ai fini immediati; l'unità dell'essere infinito sostituita alla molteplicità delle piccole cose finite, l'amore sostituito all'odio, l'essere al parere, la pienezza della vita vera a questo lento e continuo morire che è la vita dei sensi.</p>
      <p>V. Così voi vedete come la vita cristiana interiore è anche un processo di sintesi e di unificazione del proprio spirito. Uno scopo prevalente e fortemente voluto dà alla vita una certa unità di indirizzo; ma, secondo che quello scopo è più o meno alto od intimo, lascia fuori della sua traccia una quantità di atti di tendenze di volizioni in cui rimane l'incertezza od il <hi rend="italic">caos.</hi> Solo uno scopo che sia capace di prendere per sé tutta una vita, solo un volere al quale non sfugga nessuno sin dei più intimi e riposti atti della coscienza può introdurre nei nostri spiriti una vera unità.</p>
      <p>Come è penoso, per chi ha un poco acquistato coscienza di sé medesimo, questo dover assai spesso assistere, quasi impotenti, quando non si è capaci di forte<pb n="139" />mente volere, al fluttuar delle passioni e di futili e vane attenzioni ed emozioni e volontà nel nostro spirito! Com'è penoso sentire che ad ogni istante o si va un poco più oltre di quel che si sarebbe voluto o non si sa giungere sin dove si sarebbe voluto, che certi impulsi acquistano improvvisamente troppa forza su di noi, che certe oscure debolezze e viltà rimangono e riappaiono, che lo sforzo del nostro animo non è quasi mai intenso quanto vorremmo nelle direzioni che vorremmo, nel fare e nel cercare il bene! Il rimorso non è solo il dolore acuto del male grave commesso, non riparato e in qualche modo irreparabile; esso è anche un dolore tenue ma diffuso, un cruccio lungo, una frequente puntura che pone in noi il senso dell'eccessiva molteplicità dei nostri stati di coscienza, della loro varia e spesso opposta direzione morale, del ribellarcisi e sfuggirci che fanno tanti lati e tante mosse del nostro spirito. Ma la grazia, il desiderio permanente di elevazione, avvalorato ed impresso della forza e della soavità della presenza divina, è in noi e ci aiuta: ci aiuta a snodare lentamente questo groviglio di tendenze e di abitudini, a discernere un noi più profondo, e quanto più profondo tanto più puro, nelle acque mutevoli del nostro spirito, ad imprimere al corso di questo una direzione costante.</p>
      <p>Questa unificazione interiore non va tuttavia confusa con l'assurdo psicologico della permanenza di uno stato di coscienza sempre uguale; talora, nella storia della mistica cristiana, si è commesso un poco l'errore di credere che la conquista dell'anima dovesse essere quasi la soppressione degli stimoli e della visione del mondo esterno, il soffocamento dei moti ed impulsi dell'animo verso le cose terrene, il concentramento dello spirito nella contemplazione d'una sola visione interiore, nel desiderio di un solo termine supremo. Il flusso continuo di conoscenze e di appetiti nel mondo nostro interno è legge della vita dello spirito, sinché questo è legato al flusso della vita fisiologica: sinché lo spirito è psiche, cioè lato ed aspetto interno di una unità organica così potentemente legata <pb n="140" />col mondo esterno. Questo sforzo di attenzione, se eccessivo e prolungato, può condurre a delle forme patologiche di allucinazioni o di fissazioni che guastano e sconvolgono profondamente la vita dello spirito. Ma non è questo, evidentemente, il pensiero della Chiesa né l'esempio dei santi; nei quali appunto è caratteristica non l'estasi mistica o altre forme minori di uniformità degli stati psichici o di intensità di intuizione contemplativa, ma sì <hi rend="italic">l'armonia morale,</hi> l'unità puramente etica, la direzione fissa sempre ed indeclinabilmente verso l'alto, nelle mutevoli condizioni e rapporti della vita esteriore. Questa armonia etica, spirituale, è possibile a ogni uomo; essa introduce in noi la più alta delle unità, quella che procede dall'altezza suprema di uno scopo che tutto il nostro essere cerca, e dall'eccellenza di un volere di bene cui tutte le varie attitudini e tendenze dello spirito rimangono subordinate. E questa unità nella coscienza cristiana è anche unità fra le coscienze cristiane, è l'<hi rend="italic">unum esse</hi> di fratelli in Cristo ed in Dio del quale parla il quarto evangelo, come vedremo altra volta.</p>
      <p>VI. L'incertezza, il tormento, l'ansia occulta di anime o di coscienze non integre, accoglienti ed elaboranti in sé elementi disparati e inassimilabili di vita morale, distratte e disperse da voci varie ed opposte, incapaci di dominare dall'alto di una sicura visione delle cose e con un saldo proposito normativo le forze e le tendenze aspiranti a trarre ed a conquistare la vita e l'azione, si riflette anche nella vita collettiva; poiché la società, abbiamo detto, è una famiglia di anime in intima e perenne comunione vicendevole di influenze e di reazioni. Ora questa incertezza è forse appunto la caratteristica dell'età e delle generazioni nostre; le quali, liberatesi da difficoltà minori ma più urgenti, ed essendosi date una costituzione civile che permette lo sviluppo delle energie individuali ed associate che la cultura e la storia elaborarono ed affinarono, dai problemi dell'azione esteriore tornano con affanno ai più intimi e più gravi problemi di coscienze. E quello che fa tale crisi più dolorosa è il di<pb n="141" />fetto di anime che siano come centri di luce e di attrazione, che esercitino più o meno visibilmente ma sicuramente l'ufficio di guide spirituali dei loro fratelli. Queste anime, liberate dall'egoismo, purificate nella virtù, affinate ed elevate all'intelligenza delle ombre e dei dolori che sono nelle anime sorelle, dovrebbe darcele ⸺ voi l'intendete bene ora — la vita religiosa; e noi ci chiediamo con dolore come avviene che il cattolicismo non ce le dà; poiché purtroppo non ne vediamo intorno a noi e non ne riconosciamo alla virtù misteriosa e potente del gesto e della parola. Ora di tutte le forze che possono conservare e diffondere la vita religiosa, nessuna più efficace e necessaria del calore vivo di persuasione di anime veramente cristiane. Le dottrine astratte e i precetti sono sterili di efficacia sulle anime quando non sieno essi stessi espressione della fede viva e calda di chi li dà, e quando questa fede non sia, manifestamente, il segreto la forza di tutta una vita. Né ciò che debba essere la religiosità sincera e fervente nella vita può intendersi da molti quando essi non lo veggano nell'esperienza vivente di qualche persona. E così noi non dobbiamo meravigliarci che la religione declini rapidamente sull'orizzonte di tante anime; esse non hanno mai veduto con i loro occhi né sentito con i loro orecchi; <hi rend="italic">nessuno fu mandato</hi> loro, perché i pronti ad andare non c'erano; e quando, nei momenti di incertezza interiore, chiedevano consiglio intorno a sé, la loro coscienza non è stata improvvisamente rischiarata dal ricordo, almeno, della parola e dell'esempio d'un santo che <hi rend="italic">avrebbe certamente consigliato o fatto così</hi>;mai dal contatto con un santo si è sprigionata nelle loro anime l'energia salvatrice del convincimento e del volere religioso.</p>
      <p>E così noi vediamo con ispavento i vincoli del male farsi sempre più frequenti e più stretti fra le anime: e il peccato in ciascuno di noi è reso tanto più facile e più frequente dal peccato di coloro che ci circondano: ed ai giovani, nel periodo in cui il più spesso si decide tutta la loro vita avvenire, riesce sempre meno facile trovar <pb n="142" />sulla via, dalla casa alla università, qualche persona la cui vita e la cui parola rimanga nell'anima come un monito soave a non disprezzare e non trascurare la fede ed a ricordarne il precetto puro e buono quando saranno nel tumulto delle passioni o degli errori.</p>
      <p>Io mi rivolgo questa sera a voi che avete ancora saldo e vivo il convincimento religioso nell'animo e che preoccupa la sorte spirituale dei vostri cari, o mariti o fratelli o figli. L'incredulità è quasi più castigo della debolezza dei buoni che delle colpe dei tristi. Scuotete dall'animo l'incertezza, prendete animosamente posizione per la fede contro lo scetticismo morale, per il bene contro il male, e quando la vostra anima sarà piena e vibrante di fede voi riacquisterete sulle anime di coloro che vi avvicinano una forza di persuasione, una dolce autorità che oggi vi manca e diverrete senza sforzo centri di calda e luminosa irradiazione spirituale; ed in voi, e nelle anime che si raccoglieranno intorno a voi e si scalderanno al calore vivo della vostra anima in una cristiana comunione di bene, si andrà rinnovando lentamente nel cristianesimo la vita sociale.</p>
      <p></p>
      <p>
        <pb n="143" />XV.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La continenza. Natura</hi> e <hi rend="italic">grazia.</hi></p>
      <p>I. Una difficoltà, dopo quanto io esposi ieri a sera intorno a la vita morale nel cristianesimo, vi è forse rimasta nell'animo: se cioè il dissidio che la coscienza religiosa rivela alle anime e che essa ci propone di risolvere non sia, nel fondo, insolubile, o se, anche, esso non venga appunto reso tale dalla religione.</p>
      <p>Quando io vi parlava, voi sarete facilmente corsi col pensiero a certe vite religiose rigide, chiuse, disdegnanti la bellezza ed i varii innocenti ed umani piaceri della vita, ad un ascetismo in veste di rigido tormentatore; ed avrete ripensato all'antitesi così nettamente posta fra la natura e la grazia, fra il mondo e Cristo, fra la carne e l'anima; e forse l'ideale della vita religiosa vi sarà parso irraggiungibile, appunto perché sentite in voi, senza che la voce della coscienza ve le rimproveri troppo, inclinazioni ed abitudini dalle quali vi pare impossibile liberarvi.</p>
      <p>E in verità, signori, in non vorrei troppo facilmente disingannarvi: almeno, mi sarebbe necessario sapere che cosa sieno per voi e quale parte rappresentino nella vostra vita morale queste varie cose che è noto essere in contraddizione con la vita religiosa. Accettato il senso che alla vita ed all'essere umano dà la religione, io penso, e ve l'ho detto, che non convenga arrestarlo a mezza via, venire a comode transazioni, dare alla religione una stan<pb n="144" />za, magari un appartamento, nella coscienza, pregandola poi di non voler troppo curiosamente scrutare che cosa avvenga nelle altre stanze della vostra casa spirituale. La religione non è per noi un sistema di dottrine o una sequela di riti; essa non può essere che una vita piena e sincera di anime alle quali dottrine e riti servano, come abbiamo detto, per dirigersi, per conoscere sé stesse, per vincere il male ed unificare la propria coscienza. E la norma del bene che noi proponiamo è indeclinabile; essa vince tutte le contingenze di tempo e di luogo e non può piegare dinnanzi a nessuna difficoltà: odiare e perdere l'anima propria per riacquistarla in Cristo può voler significare qualche volta perdere ricchezze e pane, rinunziare a cose lungamente amate, imporsi delle privazioni gravissime, subir anche dolori corporali e la morte: meno non chiede questo adattamento di povere esistenze fragili e bisognose di tanti varii sussidii della vita, in un mondo triste e nemico del bene, a un precetto eterno e assoluto di bene.</p>
      <p>II. La religione esige innanzi tutto da noi quella che S. Paolo chiamava sobrietà. Quando il bene spirituale diviene norma e misura degli atti della vita, conviene rintuzzare le passioni, educarsi con un severo metodo al compimento del dovere, prendere con parsimonia i piaceri anche più leciti del senso. Tutto ciò può anche divenir leggero e caro col tempo, quando lo sforzo s'è convertito in abitudine, e quando i piaceri dello spirito e le gioie dell'amore puro sono più saporose; ma da principio, specialmente nella giovinezza, è grave e costa fatica; tanto più grave quando conviene per giunta difendersi, oltre che dalle proprie inclinazioni, dalle suggestioni del mondo circostante.</p>
      <p>E nei rapporti col prossimo e con la società la severa norma di bene che abbiamo detto esige anche abnegazione sincera e costante: la vita civile è ancora un campo aperto di competizioni, di lotte, di cupidigie quasi feroci nelle quali molti, purtroppo, si armano delle più violente e insidiose maniere di nuocere e di vincere, sba<pb n="145" />razzandosi di ogni ostacolo; e lo spirito evangelico, specie quando esso comanda di resistere e di agir contro, non può parere, come non parve a D. Abbondio, il miglior mezzo per far la sua via fra i violenti e gli astuti, od anche solo per vivere in pace.</p>
      <p>Il precetto religioso è dunque, per molti versi, grave e severo; e noi dobbiamo, piuttosto che attenuarlo, dolerci molto dello sforzo fatto lungamente da tanti, a forza di casuistica e di interpretazioni benigne, per rendere più tenue e meno pesante l'insegnamento del Cristo, per favorire le transazioni di coscienze timide col male; poiché crediamo che da esso, per il vano scopo politico ed interessato di conservare esteriormente al cattolicismo molte anime malate, sia venuto a questo un grandissimo danno, infiacchendosi le coscienze e perdendo il senso vivo e vero del cristianesimo. Noi non possiamo neanche contentarci di stendere innanzi alle coscienze un certo numero di atti, di peccati mortali, da evitare; noi chiediamo invece che il precetto evangelico sia vissuto nella sua pienezza e sincerità, con tutte le obbligazioni positive che esso crea, nello spirito rinnovatore che esso possiede; anche quando venga, come venne Cristo, a portare la guerra e non la pace.</p>
      <p>III. C'è un punto, in particolar modo, di questa dottrina, nel quale il precetto cristiano fu affermato con una nettezza e precisione che non permise giammai nella vita della Chiesa incertezze e rilassamenti, benché il contenuto sia od almeno sia parso sino ad oggi il più difficile ad accettare per la nostra fragile natura. Intendo dire della continenza; per la quale solo nel matrimonio indissolubile — ed anche in esso con la delicatezza che impone ad ogni cristiano il rispetto del proprio corpo, santificato dal sacramento — è permesso il rapporto sessuale; fuori di lì il divieto è assoluto e severissimo. La passione infuria violenta nella vita individuale e sociale, essa ha spesso apertamente contaminato anche gli uomini del santuario; ma nessuno su questo punto ha mai potuto ingannarsi, anche nei momenti di maggior decadenza. E, come a tu<pb n="146" />tela ed esempio della continenza imposta a tutti i fedeli, la società cristiana esige dai suoi ministri il celibato, e consiglia, come perfetta imitazione di Cristo, la verginità. Né questo rigore è per rallentarsi, mentre nella società contemporanea tante cause hanno così paurosamente acuito il vizio dell'incontinenza e fatto complici di essa il teatro, la letteratura, l'arte, sin nelle loro forme più popolari; e mentre in nessun altro ramo della vita morale si è manifestato più evidente l'indirizzo naturalista delle scienze mediche e della filosofia della vita, tanto facile giudice quanto pessimo consigliere.</p>
      <p>Sì, il precetto è duro, ma è troppo evidentemente fondamentale nel cristianesimo; e — permettetemi di aggiungere, ad onore di questo — troppo evidentemente e strettamente connesso con l'elevazione della vita morale umana. Il rispetto della persona umana, il soave fiore della giovinezza, la dignità del nostro essere, le pure sorgenti della vita spirituale, le dolcezze della famiglia, i doveri del matrimonio e dell'educazione dei figli, tutto quanto c'è nella vita umana di puro e di soave, di vivace e di forte, sembra ed è indissolubilmente connesso con l'osservanza della purità cristiana. E nessuna colpa forse vizia più profondamente e più inguaribilmente la nostra vita morale che l'incontinenza. Il male ha, certo, altre radici nell'uomo; ma l'egoismo gretto, il disgusto della vita dello spirito, l'indebolimento della volontà, l'annebbiamento della pura visione intellettuale, la cupidigia del godere, la violenza e la crudeltà verso gli altri, la corruttela politica, l'infiacchimento dei caratteri hanno un intimo rapporto, nelle coscienze malate, con questa più tristemente feconda delle colpe.</p>
      <p>E io penso — e spero di avervi consenzienti in questa mia opinione — che, agli occhi di chi giudichi serenamente, questa severità del precetto cristiano quanto alla continenza appare come salvaguardia inevitabile d'ogni ulteriore elevazione dell'uomo e della società umana; e che nella lotta che tutti coloro i quali pensano altamente dell'umanità e della civiltà sentono di dover oramai muo<pb n="147" />vere più vigorosa all'impudicizia, la quale rapisce alle nostre giovani generazioni tanta vita e possanza e gioia spirituale, il concorso della religione debba essere accettato e cercato con infinita gratitudine.</p>
      <p>IV. Ma questa severità del cristianesimo è stata spesso mal giudicata da molti i quali vi hanno veduto una <hi rend="italic">eteronomia,</hi> una serie di imposizioni e di restrizioni arbitrarie, non rispondenti all'intima costituzione organica e psicologica dell'uomo, la sovrapposizione di un ideale, nobile forse anche ma disorganico e fantastico, ad un altro ideale più modesto ed umano. Se questo fosse, e realmente l'ideale morale presentato ed imposto dal cristianesimo introducesse nell'uomo un dissidio irriducibile fra esigenze ed aspirazioni naturali e il desiderio vano d'una perfezione difforme e disumana, il cristianesimo non potrebbe nella pratica imporsi all'umanità ed averne il consenso. Questo che io dico non vi parrà strano, dopo che abbiamo veduto come la più alta forma di vita della coscienza è l'unità e l'armonia di tutto l'essere umano, posseduto nella piena consapevolezza delle attitudini e dei fini suoi e nella ricerca, la quale è insieme parziale raggiungimento, di un termine che sia come la perfetta espansione dell'essere stesso nel bene.</p>
      <p>Per intendere questo noi non dobbiamo fidarci troppo facilmente delle oscillazioni e delle vicende della <hi rend="italic">filosofia della vita</hi> nel cristianesimo; in esse, insieme con l'interpretazione, più o meno fedele e felice, del senso dato dal cristianesimo alla vita, noi possiamo trovare alcune esagerazioni in un senso o nell'altro, dovute alla storia delle idee filosofiche e della cultura. Chi disse al Cristo</p>
      <p>cruciato martire, tu cruci gli uomini,</p>
      <p> tu di tristizia l'aer contamini</p>
      <p>e del triste spettacolo dei flagellanti fece come l'espressione dell'atteggiamento del cristiano dinanzi alle bellezze della natura ed alle pure gioie della vita umana <note n="19"> G. Carducci, specialmente nella celebre ode alle fonti del Clitumno.</note> si lasciò ingannare da certi aspetti esteriori e da certi trattati <pb n="148" />e manuali ed esempii della mistica medioevale; rivolte al Gesù del Vangelo, quelle parole non hanno senso.</p>
      <p>L'inversione dei valori morali operata dal sermone della montagna e da tutto il precetto cristiano, la profonda visione della vita che dava un significato e uno scopo al dolore alla povertà al sacrificio, quando fossero segno e presidio della vita della coscienza, ribellione del bene, che non sa la violenza e la cupidigia, contro il male, elevazione dell'anima libera verso l'assoluto bene, condussero ad una reazione psicologica, per la quale il dolore la povertà il sacrificio parvero belli quasi per sé stessi, e desiderabili anche quando essi non emergevan sopontanei dai contrasti e dalle lotte nelle quali la coscienza cristiana si eleva al dominio del mondo e di sé. La rigida ascetica medioevale fu una reazione alla mollezza del paganesimo, prima, e, poi, all'esuberante giovinezza fisica di popoli nuovi, come il lassismo del secolo XVII fu una reazione al medioevo.</p>
      <p>V. La teologia stessa ha forse inconsapevolmente favorito, nei secoli della decadenza, alcune maniere poco felici di porre il problema del contrasto fra la natura e la grazia, per un processo logico di <hi rend="italic">realizzazione delle astrazioni</hi> al quale abbiamo già altrove accennato.</p>
      <p>L'uomo è fisiologicamente una unità organica ben costituita; ma psicologicamente e moralmente è, diremmo, una unità in via di formazione. Le parole anima e corpo, spirito e senso, natura e grazia, non esprimono realtà diverse, aggregate quasi meccanicamente, ma l'unica realtà umana e cristiana da punti di vista diversi, le varie e talora, nelle loro esigenze immediate, opposte attitudini di essa, valori spirituali diversi e talora antitetici, accumulati dalla storia dall'educazione dalla volontà libera in questo essere in moto che è la nostra coscienza. Leggete le pagine mirabili che l'aureo libretto sull'imitazione di Cristo consacra allo studio dei caratteri della natura e di quelli della grazia, e vi troverete descritti diversi ed opposti moventi e stati di coscienza, i quali con vario sviluppo ed in varia misura coesistono nelle nostre coscienze cri<pb n="149" />stiane e nella lotta fra i quali, con crescente prevalenza dei moventi e delle rappresentazioni migliori, consiste il progresso della vita cristiana.</p>
      <p>Ma l'uso continuo delle astrazioni direttamente espresse nei nomi di natura e grazia, anima e corpo, ha condotto lentamente a convertire le astrazioni in realtà concrete e separate, ed a concepire l'opposizione dei fugaci momenti della coscienza, e delle correnti che li portano alla superficie di questa, come lotta fra due principii; i quali non rappresentano invece che l'unico essere umano, di cui l'uno o l'altro sono egualmente necessarii alla costituzione, o — meglio — a intendere la costituzione. La lotta, come abbiamo veduto, esiste realmente; ma non è lotta fra l'uomo costituito nella pienezza delle sue facoltà naturali, dall'una parte, ed un elemento estraneo di vita, dall'altra; è la molteplicità procedente dall'unità viva della coscienza, che riflette in sé la vita ed il mondo, e tendente ad una più alta unità, è il contrasto delle varie determinazioni ed applicazioni d'una energia spirituale che non si possiede ancora tutta e non sa dirigere con sicurezza il suo corso. In questa lotta, la scelta fra opposti beni è solo apparente; sempre ciò che dalla coscienza morale cristiana è giudicato male si converte in una perdita netta di essere spirituale e di vita, e sempre ciò che è bene si converte in una conquista, in un incremento netto di energia spirituale e di gioia.</p>
      <p>VI. Mortificazione della carne, ricerca del dolore, spirito di sacrificio, ubbidienza passiva, desiderio supplice di essere abbietti, e quante altre simili cose sono rimproverate all'ascetismo cristiano, significano di per sé assai poco, se altri elementi positivi non ci aiutano ad intenderne il valore e la direzione morale. L'anima che ha raggiunto la coscienza della sua vita vera, che teme di esser dai piaceri fugaci del senso distratta dalle alte contemplazioni e dai tenaci affetti dello spirito, che vuol tentare nelle prove più ardue la tenacia del suo volere, trascendente il tempo e lo spazio per fissarsi nel bene assoluto, cerca il dolore ed il sacrificio; non il dolore né il sacrificio, ma il senso <pb n="150" />vivo della forza spirituale contro il dolore, ma l'affermazione alta e feconda del bene che è nel sacrificio. La mortificazione della carne non è morale, se non è preparazione allo slancio dello spirito verso il bene: una mortificazione la quale impigrisse lo spirito, creasse disturbi cerebrali e nervosi, non avrebbe senso, neanche pel cristiano; per lui, anzi, meno che per ogni altro. L'obbedienza non significa passività di animo: essa non ha senso se non significa rinvigorimento della volontà individuale in una volontà sociale concorde di bene. La dipendenza di una banda di assassini dal capo può essere perfetta, come obbedienza, il che la farebbe oggi accetta a molti; ma ciò non toglie nulla alla sua ripugnanza; il metodo è buono, ma l'intento perverso. E così è del sacrificio: che un uomo il quale ha votato la sua esistenza ad una casa di bene si faccia uccidere dalle febbri per una notte passata insonne all'aperto, per sé non ci dice nulla; forse l'ammireremo, forse cercheremo solo di scusarlo. Ma che egli affronti il male senza temere la morte, che la sua esistenza si spezzi in un grande sforzo per una grande causa che lo aveva assorbito tutto, che il sacerdote della sua religione ed il reggitore del suo popolo gli dieno insidie ingiurie condanne e la morte, questo è sacrifizio prezioso, perché è la lotta epica di un uomo per il bene contro il male, riflessa in mille coscienze che ne divengono più forti, elevata a simbolo ed insegna di simili lotte per tutto, talora, un periodo storico, o, come avvenne nel Cristo, per tutti i tempi e per tutta l'umanità.</p>
      <p>VII. Ma, e di qui noi possiamo togliere un insegnamento morale, utilissimo oggi, la religione non ci chiede se non ciò che è necessario, dato che noi siamo quel che siamo, alla nostra vita e perfezione morale; ed essa ce lo chiede appunto perché è necessario. Togliete il precetto della continenza, o quello dell'obbedienza, o quello del non cedere al male e non accoglierlo in sé anche a costo di qualsiasi dolore o sacrificio, lasciate che il vuoto morale prodotto dalla soppressione dell'uno o dell'altro precetto produca tutti i suoi frutti logici e normali e voi <pb n="151" />sarete dinanzi ad un regresso morale spaventevole, vedrete compromessa, con la religione, tutta l'opera di civiltà e di cultura faticosamente compiuta sino ad oggi. La via spesso è lunga e varia, ma il termine è certo. Togliete ai giovani il precetto della continenza, ed esaurirete le energie spirituali delle generazioni crescenti, preparerete l'uccisione di un popolo; togliete al matrimonio l'indissolubilità, e tutti i vincoli morali fra gli uomini si rallentano, a vantaggio d'un minaccioso individualismo: togliete il dovere rigido e severo della verità e della giustizia, togliete il calore dell'apostolato fatto di sacrificii, e la vita spirituale dei popoli si abbassa e si attenua, si dissolve nella voluttà e nel dominio brutale dei forti.</p>
      <p>In tutte le accuse contro la morale cristiana solo una cosa è vera; ed è che né la scienza né il dritto né la pratica della vita possono elevarsi ad una visione intiera e sommaria delle esigenze della vita e dell'attività umana, come fa la religione. Esse non veggono né così lontano né così profondo. La bellezza, la sanità, le soddisfazioni varie del senso e dello spirito hanno una funzione utile nella vita, hanno la loro parte nel tradurre in atto le attitudini umane al bene, ma non possono trasformarsi in ideali separati: chi cerca l'una cosa o l'altra più intensamente perde di vista l'armonia dell'insieme, ma chi spinge l'occhio più lontano le incontra nella sua via e le adatta ai suoi scopi; e gode della sanità e della natura circostante e dell'arte e dei progressi del benessere umano, gode del bene dovunque, d'ogni minima traccia di gloria del Padre diffusa nelle creature, come Gesù ne godeva nella Galilea.</p>
      <p>Ma chi troverà la misura perfetta in queste gioie del senso e della vita terrena? E quando tanti fanno di esse quasi il loro scopo ultimo e soffocano nella vita del senso lo spirito, chi oserà essere severo con quelli i quali, gelosi dei tesori di questo, hanno trattato sé stessi più aspramente che forse non bisognasse, hanno inveito contro la carne ed il mondo a un segno che a noi è parso rompere il giusto equilibrio di tutte le nostre attitudini nel <pb n="152" />bene? Essi hanno scelto la parte migliore e se la sono assicurata; né noi siamo chiamati a ripeterne gli atti con una imitazione servile, ma ad amare e volere quel che essi hanno amato e voluto.</p>
      <p>E forse, se il dissidio fra il bene ed il male che si combatte nella nostra coscienza morale ci sembra anche oggi troppo acuto, e le insidie che la bellezza e il piacere terreno racchiudono ci paiono ancora troppo forti, e troppo grave e quasi disumano il rinunziare a quella bellezza ed a quel piacere, noi possiamo almeno in parte consolarci pel fatto che le lente e faticose conquiste dei santi, di coloro che seguono fedelmente il Cristo, giovano, non ad essi soltanto, ma anche a quelli i quali ne ricevono nell'anima l'esempio e lo spirito; ed un poco alla volta crescendo il dominio dello spirito sulle cose, certe asprezze ci parranno forse meno necessarie, e noi potremo attingere gioia con mano più sicura da quei beni fugaci ma cari che oggi sono troppo pericolosi per la nostra non robusta virtù.</p>
      <p>
        <pb n="153" />XVI.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Gesù Cristo.</hi>
      </p>
      <p>I. Io vi ho parlato sino ad oggi, signori, d'un ideale religioso che non è né mio né nuovo; lo avrò difettosamente inteso e male espresso; ma studiandolo lungamente, e sforzandomi di praticarlo prima di parlarne, ho cercato di attingerlo alle parole ed all'esempio d'<hi rend="italic">uno</hi> che è vissuto molti secoli addietro e dal quale la civiltà occidentale l'ha ricevuto, da Gesù Cristo.</p>
      <p>Dell'esistenza storica di lui, delle linee e dei tratti fondamentali della sua fisionomia morale, dell'autenticità dell'insegnamento che noi ripetiamo da lui non è possibile dubitare; se ve ne fosse stato bisogno, la critica storica più minuta e più accurata avrebbe finito col dissipare ogni dubbio serio ed onesto. Dicono alcuni che il Vangelo dell'infanzia e i dommi principali della mariologia sono sorti più tardi, in quel vivace fermento di idealizzazione fantastica al quale si abbandonarono spontaneamente le coscienze di quelle prime generazioni di fedeli che riconobbero in Gesù il loro salvatore, e lui come salvatore presentarono ai gentili. Altri osservano che il quarto evangelo, sorto più tardi degli altri, in un ambiente intellettuale in cui il precetto di vita era stato già tradotto in una teologia, più che alla precisione storica dei fatti, mira all'esposizione acconcia della vita e delle dottrine del Verbo fatto carne, dando ad esse quel co<pb n="154" />lore di autorità e di aperta rivelazione che parve meglio adattarsi al Dio uomo; ma anche se alcuno poté essere indotto, da una critica troppo fiduciosa di sé per essere riverente quanto conviene dell'opera divina, a dubitare sull'uno o sull'altro punto, sta, nella pienezza del suo significato storico, l'affermazione complessiva dei tre primi evangeli; stanno il soave sermone della montagna, le parabole piene di sapienza della vita e di dolcezza, la critica risolutiva del mosaismo degenere, la morte atroce del Calvario. E la figura storica di Gesù è stata ed è oggetto di studii infiniti: e tutta una società che, se non fosse opera divina, sarebbe senza dubbio la più meravigliosa creazione dello spirito sociale dell'uomo, dichiara di non avere altro scopo che quello di essere intermediaria fra Cristo e l'umanità tutta quanta; e nessuno è il quale, se abbia considerato da vicino il Cristo, non dichiari che a lui è necessario assegnare un posto speciale nella storia dell'umanità, troppo lontani da lui sembrando anche quelli la cui anima grande parve avere una più larga impronta del divino.</p>
      <p>II. E Gesù non giunge improvviso nella storia. Per quanto ardua sia la discussione sull'origine dei varii libri dell'antico testamento e sui testi che furono dai cristiani, sin dalla prima redazione dei vangeli, riferiti espressamente a Gesù, il profetismo ebraico e l'aspettazione messianica hanno un carattere di evidenza storica che nessuno può rifiutare. Contentiamoci qui d'un minimo che sia facilmente accettabile intorno all'indole di questa aspettazione messianica: essa non apparisce per ciò meno meravigliosa.</p>
      <p>In un popolo immigrato dall'Africa mediterranea, e fortemente stabilitosi nei paesi della Palestina, in mezzo ad altri popoli i quali, pur avendo raggiunto nella cultura e nell'organizzazione politica un grado più elevato, accoglievano un politeismo grossolano e fluttuante, la certezza che lo speciale disegno di un Dio spirituale, più forte di tutti gli altri, e che voleva essere gelosamente solo nel cuore di Israele e non avere imagini e rappre <pb n="155" />sentazioni sensibili, avesse vegliato sui suoi destini e gli confidasse una singolare missione storica, diviene, nei profeti, base di una vigorosa reazione contro il penetrare e il diffondersi dell'idolatria e del mal costume; ed alla predicazione del Dio unico si accompagna quella di un dovere di religiosità spirituale e di giustizia, in accenti che anche oggi, dopo tanti secoli, ci commuovono per la loro meravigliosa elevatezza; e questa fede nel Dio unico, nel dovere di servirlo spiritualmente e seguendo giustizia, si associa più strettamente alla fede in una grande missione religiosa del popolo ebraico e in un suo universale primato sulla civiltà e sulla storia, mediante una nuova e più visibile alleanza per la quale Uno sarà mandato che sia più grande di tutti i profeti.</p>
      <p>E per parecchi secoli, in mezzo alle sventure e alla dispersione del popolo, questa speranza gonfia il cuore di molti e gli occhi e le anime di un popolo si appuntano nell'avvenire, verso l'Atteso.</p>
      <p>E Gesù viene alla luce appunto in questa atmosfera di intensa aspettazione religiosa; egli cresce in un umile alloggio di quel popolo che da tanti secoli, conscio d'un suo speciale rapporto con Dio, ne investigava diligentemente la legge e lo metteva a parte di ogni atto della sua vita; cresce accanto ad una di quelle sinagoghe nelle quali così intenso era il fervore delle dispute religiose, assorbe con raccolto lavoro interiore tutta questa religiosità diffusa ed accumulata nel suo popolo, riassume in sé l'anima antica di esso; e quando poi egli parla alle turbe dice: colui che <hi rend="italic">doveva venire,</hi> ecco è in mezzo a voi; o, se egli non lo dice, gli ascoltatori commossi si levano a chiedergli: sei tu colui che doveva venire o dobbiamo aspettare un altro?</p>
      <p>III. Raccogliete ora brevemente nel pensiero l'insegnamento di lui, religioso e morale, ed avvicinatelo a tutto il lavoro che l'umanità ha fatto e prima e dopo di lui per spiegarsi il mistero dell'essere e per aprire alla propria coscienza una via sicura nella vita; e vedrete che quell'insegnamento eccelle fra tutti e non è stato ancora <pb n="156" />sorpassato; non solo a nessuno che lo accettasse nella sostanza è mai venuto in pensiero di correggerlo e di completarlo, ma, dopo tanti secoli e dopo tanto sforzo, noi dobbiamo dichiarare che è ancora così fresco e opportuno da dover noi tornare ad esso con nuovo e più intenso amore, così presente da spiegare e sorreggere tutto il nostro sforzo verso il divino, e pur così alto e lontano da parere quasi ancora irraggiungibile. Tre cose specialmente ci sorprendono in esso: la sicurezza, la lucida profondità, la intima rispondenza alle più vivaci esigenze dello spirito religioso. Alcuni hanno preteso di trovare nel pensiero e nel ministero di Gesù una evoluzione; questa, se mai, riguarda solo le vicende esteriori del suo apostolato, che dai pescatori galilei va ai sacerdoti ed ai dottori di Gerusalemme; la buona novella ci apparisce, sin dalle prime parole di Gesù, nella pienezza della sua perfezione interiore.</p>
      <p>E come alta e definitiva! Il mosaimo era un complicatissimo intreccio di atti e di riti esterni, e Gesù, d'un tratto, richiama la religione all'osservanza interiore, all'adorazione in spirito e verità; esso era un miscuglio intricatissimo di reggimento civile e di governo religioso, e Gesù con una parola divide <hi rend="italic">quae sunt Caesaris e quae sunt Dei</hi> e chiude la teocrazia; la religione pareva piuttosto fatta per frapporre fra il lontano ed occulto infinito e l'uomo una serie di gradi che permettessero di avvicinar quello alla vita senza tragittare l'enorme distanza, e Gesù d'un tratto ravvicina la coscienza a Dio padre, e la fissa in lui così così strettamente che nulla oramai varrà più a scuoterla e staccamela.</p>
      <p>Ed il precetto evangelico è insieme, io vi diceva, d'una semplicità e profondità meravigliose. La paternità divina, la coscienza umana, l'avvento del regno, la responsabilità inevitabile del bene e del male compiuto, la vita perenne, l'unità finale delle volontà buone in Dio, ecco alcuni concetti di una lucidezza inarrivabile, che hanno fissato per sempre il senso della vita e l'orientamento religioso delle anime E queste si trovano tutte in essi; di là del <pb n="157" />caos e del vuoto dello spazio e del tempo, di là della fugace traccia del nostro essere sul loro piano, tutte le vie della realtà spirituale affermata e cercata conducono al Cristo; l'uomo rinnova perennemente il tentativo di fare a meno di lui, ma ad ogni angolo di via se lo ritrova innanzi più vicino, ad ogni caduta lo sente più necessario, ad ogni sforzo morale più intenso torna a sentire la nostalgia di quella insuperabile parola divina.</p>
      <p>IV. E quindi è che l'insegnamento di Gesù è fuori delle contingenze della storia; è per tutti i popoli, per tutti i gradi della cultura, per tutte le costituzioni civili. Nulla sfugge a Gesù, ma tutto agli occhi di lui acquista il suo significato definitivo ed essenziale; negli uomini egli non vede che anime, nei rapporti giuridici o politici o economici non vede che volontà fraterne od ostili, cupide o larghe, buone o perverse: negli sforzi dei popoli non vede che la maggiore o minore lontananza da quell'avvento finale e definitivo del regno di Dio che è al confine dei tempi e che par così vicino, quasi immediato, quando l'occhio trascorre sulle particolarità minute e fugaci che non hanno valore, perché non hanno valore assoluto e perenne. La religione di Gesù non può confondersi con determinate forme di convivenza politica e sociale, di diritto, di economia, di costituzione civile; essa le penetra e le pervade tutte, perché muta radicalmente l'atteggiamento degli animi nei quali tutte queste varie cose hanno essere concreto e reale, ma insieme le abbandona al loro sviluppo storico, in quanto i particolari di questo sono frutto di contingenze concrete che ne regolano il fenomenismo. Solo nel campo della vita morale e religiosa essa, la parola di G. Cristo, pone termine netto ad una evoluzione la quale sia ricerca dei principii e delle forme sostanziali dei rapporti fra le coscienze e con Dio; l'evoluzione continua, ma non è oramai che il tentativo di tradurre in atto, di incarnare nelle cose un ideale le cui linee precise ci sono note, con mezzi già precedentemente fissati, di penetrare la ricchezza inesauribile di un programma che è insieme un istituto vivo e operante, e <pb n="158" />farsene sempre più capaci e più degni; il tentativo di dilatare le pupille perché la luce, che splende solo per chi la cerca, rischiari le vie della vita e si faccia sempre più intensa.</p>
      <p>E questa è forse la più meravigliosa impronta di divinità nell'opera di G. Cristo: che in essa la coscienza e l'anima umana senta di essere al termine ultimo del suo sforzo, mentre in tutto il resto l'evoluzione è su di un piano indefinito l'umanità può avanzare in questo piano per secoli di secoli, ma quando si volge dentro di sé ed in alto, verso la realtà che non muta, essa tocca e raggiunge d'uno slancio il vertice sommo ed il termine. Mentre le nostre sorti terrene e civili sono strettamente solidali con quelle di tanti che ci hanno preceduto e ci seguiranno, qui ogni uomo può farsi solo padrone del suo destino; con Cristo e nel Cristo, egli esce dalla traccia della storia, prende posto nell'assoluto e nell'eternità, si impossessa di Dio e della realtà che non gli verrà meno mai più.</p>
      <p>V. La breve missione di Gesù fu seguita dalla morte. Nella società in cui un normale equilibrio delle forze di imitazione e di ripetizione, sulle quali è fondata la permanenza degli istituti sociali, con le forze di iniziativa e di rinnovamento, che impediscono il degenerare dei primi istituti pel lento insediarvisi degli egoismi del più forte, non assicura i graduali progressi della vita collettiva, è fatale che i novatori, sorgendo forti dell'intima aspettazione che è nella coscienza dei deboli e dei sacrificati, sembrino dei rivoluzionarii, e che sopra ad essi si addensi la collera di tutti gli interessati a conservare l'antico ordine di cose.</p>
      <p>Il primo torto di Gesù fu quello di avere rovesciato, riassumendo in quel suo mirabile programma religioso l'antico insegnamento spirituale profetico, tanti piani e tante vecchie e false idee dei sacerdoti dei maestri dei politicanti del suo popolo. Questa collera di orgogli feriti, di interessi minacciati, di supremazie pericolanti l'avrebbe forse raggiunto dovunque; Egli volle, <pb n="159" /><hi rend="italic">imprudentemente,</hi> dice un suo celebre ed indegno biografo, affrontarla là dove essa aveva la sua sede e tutte le sue forze, a Gerusalemme; e alcune pagine dei sinottici esprimono meravigliosamente l'ira intensa con la quale Egli riprovò i falsarii della parola profetica e i mistificatori del suo popolo. E questi si vendicarono e lo fecero morire. Il dramma della vita e della morte di Gesù ci si presenta come il portato ovvio di tutta una situazione storica lentamente creatasi; ed esso diviene insieme la rappresentazione tipica, — e il simbolo è a un tempo valore spirituale e forza fattiva, — di tutto il dramma della storia umana, che dalle tenebre dell'errore e del male si eleva gradualmente, per via di lenti processi e di crisi intense, alla luce della verità e del bene. Gesù volle vincere ogni opposizione solo col sostenerne gli effetti estremi. La sua vita fu tutta intiera una missione, Egli la impiegò tutta secondo la volontà del Padre, morendo volonterosamente ed attestando col sacrificio di tutto sé stesso il Vangelo di perdono e di amore annunziato: e il morire, vittima della persecuzione e del male, lui che era la più pura ed alta espressione di bene, fu veramente la suprema vittoria dell'amore sull'odio, della mitezza sulla violenza, la vittoria delle vie di Dio sulle vie degli uomini.</p>
      <p>Il valore universalmente rappresentativo della morte di Gesù, unito all'efficacia viva e presente di quella nuova forza spirituale e divina, fonte viva e perenne della coscienza umana rinnovata e rifusa in Dio di cui tale morte segnò l'ingresso definitivo e riparatore nel mondo, ha fatto veramente di essa un sacrificio espiatorio delle colpe degli uomini: e Gesù crocifisso è per le anime cristiane il punto di partenza nella pratica ed efficace rinnegazione del male, ed il punto di arrivo, la piena e vittoriosa affermazione del bene spirituale e di Dio, ed il punto di convergenza e di incontro delle anime cristiane, unite e dedicate alla divina e riparatrice virtù dell'amore e del sacrificio.</p>
      <p>E così Gesù è divenuto il centro spirituale della storia <pb n="160" />dell'umanità; in lui i due elementi che vi si affaticano perennemente, senso e coscienza, materia e spirito, molteplicità degli egoismi ed unità dei voleri, bene e male, o comunque altrimenti vi piaccia indicarli, si incontrano e si misurano in un urto ed in un saggio definitivi; e con Gesù il male, nella storia del mondo, è oramai superato, benché molte anime debbano ancora lungamente affaticarsi, e la storia si affatichi per decennii di secoli, solo per giungere al punto nel quale la perfetta unione col Cristo faccia anche <hi rend="italic">nostra</hi> quella che fu la sua vittoria.</p>
      <p>VI. Come io vi dissi già che la morale cristiana non è una eteronomia, la quale abbia bisogno quasi di giustificarsi dinanzi alla coscienza, così il piano provvidenziale, che si incentra e compendia in Cristo, non è nella storia una eteronomia. Alcuni vollero faticosamente ricostruire lo svolgersi parallelo delle due città e tracciare il piano della storia universale, muovendo dal Cristo e collocandosi quasi nel punto di vista di Dio; tentativi geniali, ma difettosi, perché la storia non potrà essere abbracciata d'uno sguardo, nel suo interno processo e nell'ampia lentezza del suo svolgimento, che alla fine, quando i decennii di migliaia di anni che precedettero l'avvento di Gesù non saranno che un lontano preambolo della storia umana, e la parola evangelica, profondatasi lentamente nella coscienza umana, l'avrà tutta penetrata e riplasmata. I nostri schemi difettosi non riflettono che in piccola parte la realtà della storia e la vita delle anime, e poco vi discerne chi vuole curiosamente ficcar lo viso a fondo.</p>
      <p>Molti prestano a Dio disegni antropomorfici e tracciano filosofie della storia nelle quali uomini e popoli sono mossi come marionette; e interpretano l'azione divina come una efficienza arbitraria, sopraggiunta alle altre, per scompigliarle o sostituirle; altri ricalcitrano innanzi a ogni manifestazione del divino e si chiudono ansiosamente in una piccola sfera di conoscenze grette, nelle quali l'ipotesi di Dio non serva là donde hanno rimosso il mistero dell'essere senza risolverlo.</p>
      <p>
        <pb n="161" />Più alta e più profonda è la verità. Attività della natura, attività dell'uomo, attività di Dio si svolgono come su tre piani diversi, all'apparenza; ma ogni piano più profondo pervade e penetra il precedente, di cui è come il significato nascosto, l'aspetto interno e misterioso. In Cristo i misteriosi confini dell'umano e del divino si penetrano e confondono in uno. La provvidenza divina è Dio stesso, nella storia dell'umanità; mettete all'origine queste grandi forze operanti insieme, Dio, la coscienza umana, la natura esteriore, e tutto il resto viene da sé come in forza d'una logica che è il segreto della verità piena; togliete l'una o l'altra forza, o confondetele insieme, e, mentre vi parrà di aver soppresso questa o quella particolare difficoltà, tutta la storia vi diverrà inesplicabile.</p>
      <p>VII. La storia di Gesù non può essere intesa, se staccata dalla storia del suo popolo e della religione di Davide e dei profeti. La evoluzione regressiva del giudaismo nei tempi che seguirono la codificazione della legge, il sorgere e consolidarsi di un messianismo spurio e grettamente civile, la decadenza dell'istituto sacerdotale precedono e preparano lo sbocciare del cristianesimo dalla coscienza di Gesù e la morte di lui. E questa preparazione storica del Vangelo e lo studio delle varie cause del dramma finale da cui sorse la religione nostra sono tanto più istruttive per noi in quanto anche oggi l'opera vivente di Gesù nelle anime è intimamente legata alla storia d'una società religiosa nelle cui vicende si riflettono e in qualche modo parzialmente si rinnovano quelle della sinagoga. La decadenza del giudaismo fu dovuta principalmente:</p>
      <p> all'abbassamento dell'ideale religioso, così divinamente fulgido nei profeti. Gli ebrei avevano associato troppo strettamente la felicità terrena all'osservanza religiosa, nel loro concetto: L'egoismo, alimentato anche da un esagerato senso patriottico, unito all'orgoglio intellettuale dei capi del popolo, aveva condotto il culto religioso ad essere un calcolo sapiente per assicurarsi certi van<pb n="162" />taggi: Jahvé era divenuto il simbolo d'una razza, l'esponente collettivo di essa. L'ideale cristiano deve essere spirituale, direi quasi <hi rend="italic">intensive</hi> non <hi rend="italic">estensivo;</hi> il concetto della felicità non può né deve venir disgiunto da quella del bene, e del possesso pieno di questo nella propria coscienza.</p>
      <p>alla compressione dell'iniziativa religiosa. Gerusalemme era il luogo classico del tempio di Dio, ma era anche la tragica tomba dei profeti. La tradizione voleva regnare sola in Gerusalemme; e regnando diveniva sempre più gretta ed esclusiva e crudele. Qualche cosa di simile abbiamo visto avvenire in certe epoche ed in certi luoghi anche nella Chiesa cattolica, e la tradizione umana, necrosata, affaticarsi a comprimere la continuità vivente e rinnovatrice dell'opera divina nelle anime. Nel cattolicismo, tuttavia, l'iniziativa religiosa acquista dall'esempio e dallo spirito di Cristo una forza che è più difficile combattere e soffocare.</p>
      <p>all'estrinsecismo della dottrina e dell'educazione religiosa. Il simbolo, il precetto, la lettera della legge, che gli ebrei amavano perfino portare scritta indosso, pendente in fasce ed amuleti, avevano indebolita l'interiore attività assimilatrice della coscienza religiosa. Così accanto alla superstizione gretta noi troviamo la perversità interiore; e, frutto di questa ibrida unione, l'ipocrisia, contro la quale tanto inveì il Maestro. E che singolari esempi di ipocrisia religiosa non vediamo noi oggi con sorpresa e dolore fiorenti e venerati sotto i nostri occhi!</p>
      <p>e, infine, alla formalizzazione degli atti e dei riti religiosi, ridotti ad esteriorità minuziose ma vuote di spirito religioso sincero e vivente. E di questo difetto, che spesso apparisce criticato nel Vangelo, io vi ho già parlato più volte.</p>
      <p></p>
      <p>
        <pb n="163" />XVII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Il Cristo vivente.</hi>
      </p>
      <p>I. Una conclusione che io ho tratto nel discorso precedente dall'esame dell'universale significato del dramma del Cristo nella storia dell'umanità avrà forse lasciato perplessi alcuni di voi. Io vi dissi che la morte di Gesù era la vittoria definitiva del bene, con le sue proprie anni, sul male, l'affermazione suprema dei diritti e della vita dell'anima. Ma questa affermazione ne implica un'altra: la morte di Gesù può anche essere, da un opposto punto di veduta, la più clamorosa sconfitta della bontà e della generosità umana; mai anzi una più mirabile affermazione di bene ebbe una più povera fine che in quest'uomo morto nell'indifferenza del popolo, fra due ladri, d'un supplizio umiliante, nella dispersione dei suoi fedeli.</p>
      <p>Perché quella morte sia la vittoria del divino sul terreno, della vita perenne sulle fugaci contingenze della storia, dell'amore sull'odio attraverso la morte, conviene che essa sia stata seguita da un possesso più alto e definitivo della vita, che essa sia immediatamente unita, come principio vivo e fecondo, a tutta l'opera seguente di redenzione cristiana; solo la resurrezione può dare un senso lieto e trionfale al Calvario. Se Gesù non è risorto, diceva S. Paolo, vana è dunque la nostra fede, vana è la predicazione nostra; e noi che nei dolori della virtù e dell'apostolato siamo confitti con Cristo sulla croce, siamo i <pb n="164" />più miserabili degli uomini, noi che lasciamo le cose per l'ombra, che andiamo quasi cercando di sommergerci e di sparire nella tempesta di collere e di odii che costò la vita al Maestro.</p>
      <p>Ma i vangeli ci parlano della resurrezione di Gesù: fatto unico nella storia, quest'uomo del quale il racconto pietoso e fedele della vita breve e della morte è seguito dal racconto della resurrezione; né il racconto è leggenda, poiché prima lo ha accolto chi lo narra; poté alcuno dubitare della sufficienza della narrazione evangelica della resurrezione ad esser presa come documento storico certo e diretto del fatto della resurrezione: ma solo un cieco fanatismo irreligioso ha potuto affermare sventatamente che il racconto fosse un trucco: quest'altro fatto storico — che è la fede degli evangelisti e degli apostoli, la fede di Pietro e di Paolo nella resurrezione di Gesù Cristo ⸺ è così evidentemente certo e provato che nessun altro fatto storico lo è più: e noi possiamo dire con tutta verità che questi primi apostoli e seguaci del Cristo hanno parlato con lui risorto, si sono raccolti intorno a lui, hanno inteso seguir lui, agire nel suo nome, cercarlo e raggiungerlo, anche essi, attraverso la morte; la fede nel Cristo risorto è evidentemente all'inizio, anzi è essa l'inizio medesimo del cristianesimo e della Chiesa.</p>
      <p>II. Chiedetevi ora se Gesù è in realtà vivo e presente nella Chiesa, o provatevi di dubitarne. Come non potete dubitare della fede degli apostoli in Lui, così non potete dubitare di quella di tanti fedeli; voi la trovate viva e operosa in innumerevoli coscienze, in tutta la storia della nostra civiltà occidentale; quanto di questa proceda da quell'umile galileo che predicò fra povera gente ed ebbe brighe con i sacerdoti del suo popolo è difficile dire: più difficile ancora è dire quante anime, quante coscienze sieno anche oggi quasi impastate e nutrite di questa fede.</p>
      <p>Gesù eccita in mezzo a noi amori ferventi, dirige il pensiero e il desiderio di numerosi uomini, alimenta desiderii umili e virtù nascoste e pudiche, suscita rinunzie eroiche, sacrificii, apostolati epici. Molti possono ripetere <pb n="165" />in verità di aver tutto sacrificato per lui, di non vivere che per lui, di essere intieramente suoi. Molti morti hanno venerazione e ricordo, ma con questo morto noi conversiamo ogni giorno, gli facciamo domande e promesse; egli è adorato, cercato, servito, amato come un sovrano vivente e presente. Supponete che questa fede sparisca per poco dalle anime e voi vedrete crollare all'istante la più meravigliosa <hi rend="italic">idea-forza</hi> che l'analisi storica e l'analisi psicologica possano rivelarci, sparire la più tenace e la più vasta delle società umane, fondata solo sul libero consentimento delle anime, svanire quello che di più intimo e profondo ed intensamente divino ha avuto, dal giorno che Gesù apparve fra gli uomini, la vita delle coscienze.</p>
      <p>Noi abbiamo veduto già a lungo che cosa è il cristianesimo nella vita delle anime; soppresso il Gesù storico e il Gesù vivente, tutta questa esperienza di anime e di società rimane, ed a noi resta ancora il dovere di spiegarla: questa fede in Gesù, converrà pure che essa abbia le sue radici in una realtà profonda misteriosa infinita, poiché da quelle radici viene tanta vita e tanta forza di azione e di ideali alle anime; dire che quelle radici, così ricche di possenti succhi, alimentanti frutti così meravigliosi, si profondino nel vuoto dell'ombra e del sogno, è dire la cosa più vana e più irrazionale che sia stata mai detta. <note n="20"> Nei fatti dello spirito e della vita religiosa molti, anche di quelli che hanno superato il materialismo volgare, amano ancora non vedere altro che una serie di manifestazioni, irreducibili bensì alla materia, ma non aventi alcun contenuto, alcuna realtà profonda corrispondente. Lo spirito non è per essi una res ma una attualità, una sintesi, un attimo. Molto meno, quindi, è per essi realtà ciò di che queste anime vivono, ciò che dà ad esse l'energia viva che si spiega nell'azione. Il cristianesimo non lo si può intendere, invece, se non come affermazione delle realtà spirituali che sono le coscienze umane, da noi conosciute solo nelle manifestazioni fenomeniche, e di realtà ancora più profonde con le quali queste coscienze sono in contatto.</note> Gesù vivente e presente nelle anime è appunto questo contatto con la realtà spirituale ed eterna, nella quale è rientrato per la morte, ma dalla quale emerge quasi, tramite vivo fra essa e le anime nelle quali vive; Egli è questa forza di abnegazione di amore di sacrificio che le anime ne attingono e della quale vivono: verace<pb n="166" />mente Gesù è la vite e noi siamo i tralci ed i grappoli; la vite è invisibile, ma senza di essa i tralci ed i grappoli divengono meno che nulla, ombre del sogno; e chi sente e palpa questi frutti deve ammettere il tronco nodoso che porta le radici nel terreno pingue, nel terreno della realtà infinita e perenne.</p>
      <p>III. Nulla di più dolorosamente vano di certe posizioni intellettuali, ispirate anche esse, del resto, ad una fede e non ad un convincimento razionale, le quali, con il negare le realtà invisibili ed oscure, credono sopprimere il mistero di realtà viventi e sperimentabili, che tuttavia non possono spiegarsi se non per mezzo di quelle. Negare Cristo sembra, in un certo senso, facile: ma tutta questa enorme realtà spirituale di tante anime e di tanta storia, anche presente, la quale ha appunto nome dal Cristo, rimane pur da spiegare; e la spiegazione, lo credano i facili e superficiali negatori, è parecchio difficile, a meno che non si voglia cercarla nel sopprimere insieme la coscienza e l'anima umana. <note n="21">«Voi giudicherete l'albero dai frutti, dice l'Evangelo. Questo principio, in religione, è fondamentale. Si tratta qui di vita, di gioia, di pace interiore, di potere. La sola questione è di sapere se gli stati di coscienza dei quali si tratta producono la vita, la possanza e la gioia. Si può, dice W. Iames, ricondurre a tre principali i caratteri necessari e sufficienti perché un fenomeno religioso sia riconosciuto come legittimo. Essi sono"  una illuminazione immediata, la conformità alla ragione, e la capacità di conferire forza morale. Nessun dubbio che questi caratteri si verifichino in certi stati di coscienza. Là dove essi esistono, si farebbe appello invano allo stato nervoso dell'individuo ed alla debolezza dei suoi concetti metafisici. Si è in presenza di una cosa che vive e la cui forza di resistenza è atta a superare i più rudi assalti. Ce ne è abbastanza perché cadano impotenti le nostre obiezioni astratte di dialettici.» E. Boutroux, nella prefazione all'ediz. francese del volume di W. Iames: L'experience religieuse, Essai de psicologie descriptive. Paris, Alcan, 1906.</note> Noi possediamo Cristo nell'anima: noi che ci sforziamo di vivere, di pensare, di operare in lui e per lui, che ricalchiamo amorosamente le sue orme e ripetiamo le sue parole, noi dei quali Egli è veracemente, almeno nel desiderio intenso ed operoso, la coscienza e la volontà, affermiamo Gesù Cristo con tutto il nostro essere spirituale: ed egli, Gesù Cristo, può esserci rapito e strappato cosi come può es<pb n="167" />serci strappato questo nostro essere spirituale, questa nostra coscienza medesima. Le negazioni, ripeto, non sopprimono i problemi; e negato il Cristo, la <hi rend="italic">coscienza cristiana,</hi> questa presa di possesso di una meravigliosa forza spirituale che si compie nel nome del Cristo, diviene un problema molto più grave di quello che con tale negazione si è preteso evitare.</p>
      <p>Io vi condurrei troppo lontano esaminando i tentativi fatti per rapire il Cristo vivente alla coscienza umana, e la segreta origine di essi. Finché la nostra religione positiva fu lasciata sola ad affrontare le pretese di una nuova dommatica travestita da scienza e d'una filosofia eminentemente critica, la posizione di quella parve molto svantaggiosa e piena di pericolo, il materialismo e il relativismo parvero gli ultimi poli del pensiero scientifico. Ma il problema della coscienza, della vita interiore, dei valori spirituali, trascurato per qualche tempo, risorge esso stesso in tutta la sua gravità: la distanza fra i fatti fisici ed i fatti dello spirito, che ad alcuno parve superata, riapparisce, agli occhi di ogni studioso serio, più grave e più profonda che mai: minacciate o negate le basi della conoscenza dello spirito per timore di accettare con essa delle arbitrarie ed illusorie creazioni dell'anima nostra, le certezze esteriori nelle quali ci rifugiammo vacillano anche esse e sembrano frutto, alla loro volta, di convenzioni e di arbitrii che solo le esigenze d'una vita più profonda giustificano e solo la superiorità della coscienza rende possibili. — La coscienza stessa, in una parola, con la sua spontaneità consapevole, con la sua forza di rappresentarsi il mondo e le cose, di costituirsi una direzione, di vedere e di dare a sé una finalità suprema, apparisce come ciò che è innanzi tutto e sopratutto reale, degno di esame e bisognoso d'una spiegazione che non la travisi e non la rinneghi. La coscienza è il centro del mondo e Cristo è il centro della coscienza umana. La causa del Cristo torna così in qualche modo ad essere solidale con la causa della coscienza e con quella della filosofia delle cose e dell'universo; e il riconoscere queste <pb n="168" />profonde ed evidenti realtà spirituali che costituiscono la fede viva ed operosa nel Cristo può essere da noi invocato come punto di partenza per la ricerca del Dio nascosto.</p>
      <p>Coloro che non sentono questo Dio nascosto, che il mistero della vita e della morte non affanna, che si fanno estranei alla ignorata anima loro, che convertono la storia spirituale dell'umanità in una storia di strumenti di lavoro e di moneta, quelli sono i nemici del cristianesimo e del Cristo; ma essi pagano a troppo caro prezzo la possibilità di ribellarsi e di sottrarsi al Cristo vivente ed all'annunzio della sua risurrezione. Entrati che si sia invece nel campo delle realtà spirituali e dell'interpretazione religiosa della vita e della storia il mondo dello spirito ci apparisce non meno organicamente collegato, nelle sue varie manifestazioni, di quel che sia il mondo de' fenomeni visibili; nel centro e nel culmine di esso il cristianesimo, religione perenne e definitiva dello spirito, e nel centro del cristianesimo il Cristo, vivente ed operante con la forza stessa di Dio.</p>
      <p>IV. È Dio Gesù Cristo? Ponete di non saperlo. Ma, certo, egli è al confine più alto e più lontano della coscienza umana elevantesi verso Dio; egli è, come abbiamo veduto, questa medesima coscienza umana spogliata di tutto ciò che vi è in essa di contingente e di illusorio, veduta al lume delle sue immanenti esigenze e del suo sostanziale valore: Gesù, il figlio dell'uomo, pensa e parla e vive religiosamente per tutta l'umanità; se, di tutte le voci umane, la voce di lui che dice: Padre nostro che sei nei cieli, non travalicasse questi cieli per venire dal Padre, che ce la ispira, e tornare al Padre e conquistarlo, direi quasi, alle coscienze umane, i cieli veramente sarebbero vuoti e vano il grido religioso di queste coscienze. Ma ciò non basta e non è tutto; appunto perché Gesù è nella via che conduce al cielo, di là dal confine di ogni uomo in cui l'umanità riceve concretezza di tempo e di storia, appunto perché egli è la rivelazione piena e luminosa della via, della verità, della vita piena, perché in lui si immerge e si profonda la nostra esperienza religiosa, <pb n="169" />Gesù non è uomo puro; egli riassume e compendia l'umanità aspirante al divino, ma insieme è il punto culminante e centrale del divino rivelantesi all'uomo. Coloro i quali non riconoscono Gesù Cristo Dio cadono per ciò stesso e necessariamente nel campo del più stretto relativismo religioso: poiché se egli fu solo uomo forse si ingannò, forse fu vittima di qualche sua illusione soggettiva; certo, se egli fu solo uomo, non poté uscire dal fenomenismo della coscienza religiosa svolgentesi secondo le condizioni dei tempi e dei luoghi, poté presentarci un aspetto e un momento della coscienza religiosa, come altri genii religiosi ce ne presentarono altri aspetti ed altri momenti, ma non interpretare l'assoluto e l'eterno della coscienza religiosa; la sua opera, quindi, opera puramente umana, per quanto favorita da eccezionalissime condizioni, è pur sempre soggetta alla revisione ed alla critica della scienza e della coscienza umana; ed ogni uomo ha il dritto e il dovere di accettarla, non quale essa è, ma nei limiti e nella misura che essa si adatta alle sue idee ed alla sua coscienza. E, in altre parole, ciò vuol anche dire che la coscienza religiosa dell'umanità, abbandonata a sé stessa, si avvolge nella cerchia insuperabile delle proprie concezioni soggettive, e che l'opera di Dio nella storia e nelle anime non ha in nessun uomo e in nessun caso il sigillo di ciò che è assoluto e divino ed eccede visibilmente i limiti dello spazio e del tempo. Se dunque Dio vive ed opera nell'umanità, e la via che conduce la coscienza umana a lui è la via buona e sicura, Gesù Cristo è Dio; negata la divinità di lui non solo il cristianesimo, ma ogni religione positiva, ogni certezza del divino si risolve nell'errore di anime vaganti per i campi delle loro creazioni.</p>
      <p>VI. A questa desolante conclusione voi non potete giungere senza che fraintendiate insieme del Cristo storico la continuazione vivente e perenne che è il cristianesimo.</p>
      <p>Si ritiene oggi da parecchi che il quarto vangelo, il quale è tutto una proclamazione diretta o indiretta della divinità di Cristo e dell'incarnazione del Verbo, esponga <pb n="170" />la primitiva verità cristiana, si, ma rielaborata da intelligenze che si erano nutrite di filosofia ellenica e platonica. Il concetto, dicono, del Verbo o del Logos è di origine umana e filosofica. Se la continuità fosse rotta fra i tre primi e il quarto evangelo, se fin da primissimi tempi i cristiani non avessero fatto nella loro coscienza un posto a parte a Gesù, e la teologia rabbinica, fatta credente, non avesse già in altre parole proclamato la divinità di lui, con Paolo di Tarso, prima del quarto vangelo; se la parola di questo non fosse subito e indiscutibilmente apparsa a tutte le anime credenti nel Cristo come l'espressione, più lucida e precisa, ma fedelissima, della stessa loro fede, l'invasione di elementi intellettuali ellenici od orientali nel pensiero e nell'anima della prima generazione cristiana avrebbe potuto far nascere dei sospetti: ma poiché l'opposto di tutto ciò è vero, la parola greca adibita a spiegare il grande mistero cristiano non mostra se non che in Cristo il Dio discendente e il pensiero umano saliente si incontrano; che la rivelazione si schiude e si apre tutta quando la coscienza dell'uomo è pronta, che Gesù è veramente il punto di intersezione dell'umano nel divino, Dio e uomo.</p>
      <p>Evidentemente, tutto il cristianesimo è impregnato di questa credenza nella divinità del Cristo, la quale sola sta a noi garante della certezza dei <hi rend="italic">dati</hi> che egli ha fornito alla nostra vita religiosa; tolta questa, esso si dissolve nel soggettivismo razionalista; le anime che si appoggiano a Cristo, aspirano a lui e vogliono derivarne la luce e la forza necessarie al compimento del bene, le anime che in lui si incontrano e si affratellano ed unificano il loro volere e vivono come sotto il suo governo presente, riconoscono in lui il rivelatore certissimo, il salvatore, il mediatore; aderendo a lui esse sanno di aderire all'assoluto bene ed a Dio stesso. L'attestazione della divinità di Cristo sale incessantemente da ogni anima cristiana; ed alle anime cristiane essa è rivelata non dalla carne né dal sangue, ma da Dio stesso, il quale cosi afferma e riconosce sé e l'opera sua e solleva con sé le anime umane alla luce del vero e del bene.</p>
      <p>
        <pb n="171" />VI. Il Cristo vivente ha avuto poi la sua storia nella vita di pensiero e nel culto della Chiesa: gli uomini mutano perennemente, e tutto ciò che è di essi porta l'impronta delle loro variazioni. Il pensiero cattolico si è affaticato intorno al Cristo ed ha precisato in formule ed in definizioni il proprio concetto; la gloria del figlio si è riflessa in quella della madre di Dio, ed accanto alla Cristologia è sorta la Mariologia: e, nel rito, il culto della madre e del figlio e quello dei santi, che sono copie ed imitazioni minori di Gesù, si intrecciano in mille modi. E come anche l'arte cristiana ha lavorato intorno al Cristo! E che varietà di espressione, dai Cristi dei primi mosaici delle basiliche romane ai fanciuletti che ridono dal braccio delle madonne del nostro seicento, dall'umile iscrizione glorificante la pace in lui ai poemi cristiani del rinascimento! E quanta parte il Cristo ha avuto ed ha tuttora ed avrà ancora nella nostra storia, dalla uccisione dei primi martiri che guadagnarono, contro l'impero romano, la libertà della coscienza di fronte allo Stato e alle leggi civili, giù giù per quei gruppi storici di stati di coscienza, di iniziative e di ripercussioni spirituali che costituiscono la conversione dell'impero romano, la fondazione delle nuove nazioni cristiane, il costituirsi del nuovo impero di occidente, le crociate, le libertà guelfe, le crisi e le lotte religiose dell'evo moderno, sino alla <hi rend="italic">democrazia cristiana!</hi></p>
      <p>Veramente, da quando Cristo non è più visibile sulla terra, le anime lo hanno sentito, in sé ed accanto a sé. Per chi non ne ha questo senso vivo, ogni argomentazione nostra è vana, e vano è parlare di lui ad anime <hi rend="italic">non aspettanti.</hi> Ma chi lo sente in sé, non ha bisogno di molte parole; egli sa, ascolta la voce interna e va, fiducioso e sicuro, al suono di quella voce. La vita nelle anime dei germi spirituali così vivi, così fecondi, così diversi da tutto quello che la debole natura umana poteva, da sé, dare ed alimentare, e pure così stranamente consoni al desiderio intimo umano, essa è la grande prova della divinità di Cristo, poiché è la comunione alle anime <pb n="172" />della divina virtù di lui. Se l'affermazione della divinità di Gesù Cristo non fosse per sé stessa riconosciuta come un atto originario di fede, esprimente il moto dell'anima, entrata in possesso della verità e della forza spirituale che ci viene dal Cristo, verso Dio, noi dovremmo ancora concludere ad essa come alla sola spiegazione sufficiente del fatto cristiano.</p>
      <p>VII. Ed ora, o fratelli, noi dobbiamo pure esaminare brevemente i difetti nei quali le nostre coscienze cristiane sono cadute nei rapporti col Cristo vivente.</p>
      <p>Il primo, e forse è il più grave, perché è l'errore più frequente in quelli i quali debbono insegnare le parole e l'esempio del Cristo, è l'eccessivo intellettualismo; analizzando curiosamente i termini logici della figura di Gesù, risolvendola in simboli e significazioni astratte, la abbiamo talora allontanata dal nostro cuore ed abbiamo illanguidito il suono della sua parola nelle anime; solenne rimane, ma troppo spesso dimenticato, l'esempio di Bisanzio, dove, nel marcire di tutta la vita privata e sociale, le dispute teologiche assunsero una estensione ed una importanza esorbitanti e ridicolamente vane.</p>
      <p>Altri invece, per un eccesso opposto, si abbandonano ad elementi fantastici, il cui effetto è di determinare ed impiccolire la figura di Gesù e di mutare l'amore vivente di lui nella devozione, minuziosa ed ansiosa di grazie, alle piaghe, alla spalla, alla colonna, alla cuna, alla veste: buone devozioni, ma quando raccolgono la sovrabbondanza di un affetto che si sia prima esercitato nell'imitare Gesù e nel compiere la volontà di lui e del Padre.</p>
      <p>Altri, cristiani tepidi e freddi, perdono quasi di vista Gesù; egli finisce per non essere più il centro ed il pernio della loro vita religiosa e spirituale; in casa non ne hanno l'imagine, benché abbiano quella di S. Espedito e della Madonna di Pompei; in Chiesa non pensano di lui ma vanno difilato all'imagine di madonna o di santo che promette al loro vano desiderio maggiore appoggio di grazie temporali; il Pater che egli ci ha insegnato non lo dicono che in onore di questo o quel santo; e quan<pb n="173" />do onorano Gesù con le labbra, il loro cuore è lontano da lui.</p>
      <p>E tutti, in genere, lo amiamo poco e lo amiamo male; dimentichiamo che l'amore di lui deve essere per noi una coscienza nuova ed una vita, e che il primo e più diretto frutto deve essere l'amore del prossimo; trascuriamo di raccoglierne gelosamente la parola, di scrutarne amorosamente l'animo per uno scopo di imitazione e di vita. Per il messaggero abbiamo dimenticato il messaggio. E del messaggero cerchiamo il potere taumaturgo non la parola rivelatrice.</p>
      <p>Quanto poco infatti leggiamo il vangelo! Quanto poco pensiamo a lui e parliamo di lui ed operiamo per lui! Quanto poco lo abbiamo nell'animo e nella coscienza, Maestro dolce ed amato! Come scialba e fredda e volgare è l'arte che ce ne presenta la figura! Come stantia e convenzionale, spesso, la parola che nelle chiese ce ne ripete i detti e ne propone l'esempio!</p>
      <p>Solo, in questi ultimi tempi, in certe sfere che parevano divenute estranee ad ogni influenza di Gesù, rinasce lo studio e il segreto desiderio di lui; ed anche per le file dei cristiani passa — così cresca esso e divenga incendio — un fremito nuovo di amore di Cristo Dio, un appello più intenso, di fra tante nostre debolezze e miserie, a lui che, invocato, ci salverà.</p>
      <p></p>
      <p>
        <pb n="174" />XVIII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La società dei fedeli</hi>
      </p>
      <p>I. Il fatto religioso, che abbiamo sinora esaminato come cosa delle coscienze singole, ci ha già tuttavia presentato delle caratteristiche per le quali esso apparisce nella natura sua come fatto d'indole eminentemente sociale. La religione colloca l'uomo al suo posto nel mondo delle realtà in sé ed invisibili; essa spoglia la coscienza dalle illusioni di ciò che è concreto, individuale e passeggero, stabilisce dei rapporti di anime, ispirati dai fini comuni e perenni dell'esistenza, sopra ai rapporti di individui aventi un determinato posto nello spazio e nel tempo e delle cose fugaci alle quali essi attaccano il loro essere, tende a creare l'unione delle volontà nel bene e la comunione fraterna dei beni spirituali che sono appunto i più intimi e delicati tesori interni dello spirito: il quale è chiamato ad effondersi, prodigarsi, diremmo quasi a socializzarsi nella carità e in Dio.</p>
      <p>L'individualità, l'opposizione di mezzi e di intenti, la lotta per la vita, della quale si è tanto parlato in questi ultimi decennii, ci appariscono come fatti del mondo della natura, effetti di quella determinatezza ed esclusività che porta con sé la materia, ciò che è concreto nello spazio e nel tempo; mentre, appena si entra nei campi di ciò che è spirituale, ci apparisce subito come fatto intimamente connesso la socialità. — La rappresentazione <pb n="175" />ideale del mondo nel pensiero, retta da leggi fisse e costanti, prescinde così dalle minute determinazioni di queste cose concrete come dall'essere passeggero e caduco del soggetto pensante; e più ancora la volontà, se dice sempre un soggetto dal quale essa scaturisce, e molte cose concrete che ne sono l'oggetto immediato, trascende tutti questi limiti, si fissa in un supremo comune bene; e la tendenza lenta e profonda di molte volontà è di divenire <hi rend="italic">una sola volontà.</hi> Questo processo di purificazione delle rappresentazioni del mondo da ciò che esse hanno di grossolano e di concreto e di unificazione delle volontà, è, abbiamo detto, lo scopo della religione.</p>
      <p>Dire quindi che essa è un fatto individuale è come negarne radicalmente la sostanza. Se ciò che vi è di più umano nell'uomo, la tecnica, la politica, il diritto è principio di associazione ed impulso ad un crescente progresso di essa; se, come abbiamo veduto, le nostre anime sono come plasmate di elementi rappresentativi ed affettivi penetrati in noi dal mondo circostante, e, mentre tutta questa materia spirituale — permettetemi la parola — ci viene dal di fuori e ci appartiene in comune, nostra è a pena la consapevolezza maggiore o minore di quello che noi, plasmati di questa comune materia, spiritualmente siamo, ci è necessario concludere da tutto quel che siamo venuti dicendo sin qui, nei giorni scorsi, che di tutti i fatti umani la religione, principio primo della vita delle coscienze, è il fatto più intimamente e profondamente sociale.</p>
      <p>II. E all'analisi interiore del fatto religioso, all'<hi rend="italic">ontogenesi</hi> di esso, risponde l'analisi storica, la <hi rend="italic">filogenesi.</hi> La religione ci si presenta sempre come fatto collettivo, il proselitismo ne è la prima e più spontanea conseguenza. Nelle società antiche gli elementi della vita sociale e le forze morali più necessarie a conservarla erano poste sotto la tutela di essa: i fatti salienti della vita popolare si svolgevano intorno agli altari ed ai tempii. In tutto l'oriente cristiano, la religione è apparsa per molto tempo ed è assai spesso anche oggi il più eminente e centrale degli istituti nazionali. </p>
      <p>
        <pb n="176" />Ma se tali manifestazioni possono parervi sospette, poiché la religione non si era nell'antichità districata sufficientemente dalle ragioni politiche e giuridiche della vita dei popoli, esaminate il cristianesimo, la più pura delle religioni, quella che si è appunto affermata, col Cristo, districando i suoi interessi da tutti gli altri interessi terreni degli individui o delle città. Gesù ha evidentemente stabilito per i suoi fedeli una iniziazione e dei riti speciali. Morto lui a pena, una piccola comunità si stabilisce; la discesa dello Spirito in essa è contrasegnata dallo scoppio d'un proselitismo irrefrenabile; la breve e recente società si organizza e l'animo ardente dei suoi propagandisti tende a formare non dei proseliti isolati, ma delle comunità cristiane, ed è il fiorire di queste, sono le loro crisi interne, i loro rapporti più frequenti, le loro organizzazioni sempre più vaste che segnalano nella storia il progredire del fatto cristiano. In un periodo relativamente breve — meno di tre secoli — questa forza potente, che spingeva tutte le comunità cristiane a raggrupparsi in unità, dà luogo alla Chiesa cattolica, che è certamente la più meravigliosa creazione sociale della storia, all'autorità della Sede Romana, ed alla ricchezza del rito cristiano, le cui linee fondamentali sono oramai fissate per sempre. Tanto questa forza aggregatrice di anime è viva e potente, che essa par quasi eccedere; le radici dell'impero civile nella storia dovevano essere ben profonde e vigorose e la rude cupidigia dei nuovi popoli d'Europa alle origini del medio evo troppo fresca e selvaggia perché tutti gli elementi sociali non si precipitasseso e non si fondessero, come parve a certi momenti dovesse avvenire, nell'unità della Chiesa, svisando il carattere di questa.</p>
      <p>Le divisioni e le secessioni cominciarono, in questa meravigliosa unità, sin dal principio; ma sempre esse mirarono a nuove <hi rend="italic">confessioni</hi> (simbolo della fede di molti) ed a nuove comunità religiose. Anche nel protestantesimo, la cui fondamentale rivendicazione fu contro l'autorità, in materia di vita interiore, e per la libertà piena della coscienza religiosa, le nuove opinioni, che formicolavano, <pb n="177" />furono tutte naturalmente portate a foggiarsi altrettante chiese; e le comunità di credenti si moltiplicarono, tanto più fiorenti di vita intensa, spesso, quanto meno numerose; ciò che ad esse universalmente mancò, quando non si aggrapparono alla tutela del potere civile, fu la forza di associare durevolmente gli animi, avendo rinunziato al rispetto della successione apostolica, solo possibile segno certo dell'istituzione divina. Questo carattere sociale del cristianesimo è parso a molti, pensatori insigni, nella presente anarchia degli animi, la sola possibile forma di unità degli spiriti; ed alcuni di essi, come Ferdinando Brunetiére e Paul Bourget, dal positivismo e dallo scetticismo filosofico hanno riparato nella Chiesa di Roma, tratti dall'ammirazione, sin quasi eccessiva, e dal bisogno di quella singolare forza di associazione degli animi che essa possiede.</p>
      <p>III. Ma l'esperienza storica non sarebbe prova sufficiente del carattere di necessità che ha la vita sociale nella professione cristiana, se le varie manifestazioni sinora avutesi di questa non fossero, come io vi ho già detto che sono, un effetto spontaneo dei principii stessi della vita religiosa. Questi principii, già da noi illustrati, possiamo ridurli a tre principali: il carattere universalmente umano del programma di vita religiosa, l'azione immanente divina in questa vita e la necessità di una formazione sociale del cristiano. Per il primo ogni religione, e più particolarmente il cristianesimo, rovescia, come abbiamo detto, la posizione di egoismo che tendenze inferiori portano l'individuo a prendere nella vita, per porre a base di questa l'unità dei voleri in un volere assoluto e supremo che, come è uguale principio di tutte le esistenze, così è uguale norma etica di tutte le attività; ed insieme l'unità di beni spirituali che sfuggono alle condizioni dello spazio e del tempo. La rinunzia alla cupidigia alla violenza alla voluttà, alle varie cose che dividono i uomini e li portano ad assumere di fronte ai loro simili un atteggiamento di resistenza e di lotta, non avviene che per il principio della carità, la quale ripone il sommo <pb n="178" />vantaggio dei singoli nella concordia dei voleri e nella unione col volere e col bene divino. Questa carità non può essere semplice tendenza individuale alla vita e all'unione fraterna; dallo stadio iniziale di tendenza, essa diviene poi fatto e cioè collaborazione effettiva, in vista, non di alcuni particolari beni dell'essere, ma dei fini ultimi di ogni opera umana. Ed è egli possibile che, se per procurarsi un godimento estetico, o per aumentare la somma di utilità del loro lavoro, gli uomini si associano, e se anzi la comunione di certi maggiori interessi civili li forza ad appartenere ad una società politica e ad accettare le sue leggi ed i suoi istituti, la ricerca del più importante e del più <hi rend="italic">sociale</hi> dei beni che essi debbono procurarsi non li porti ad associarsi in comunità religiose?</p>
      <p>La carità, non si potrà mai ridirlo abbastanza, non è un principio astratto, ma una vita; ed appunto perché è carità, e cioè unione e identità di voleri, essa è, di per sé, una vita, non individuale, ma collettiva. E noi abbiamo avuto anche, in uno di questi nostri discorsi sulla carità, occasione di vedere come l'unione doverosa nel cristianesimo non può esaurire l'intima forza di associazione che è nella carità: ma via via che gli animi sono maggiormente penetrati di questa, essi sentono il bisogno di più intime associazioni, sino a porre tutto in comune quel che essi hanno, a negarsi il diritto di proprietà individuale, a mettere tutta la loro vita a disposizione di un volere collettivo e d'una autorità liberamente costituita e accettata.</p>
      <p>IV. Ma c'è di più. Noi abbiamo insistito sul fatto che la vita religiosa parte dal riconoscimento d'un volere supremo e personale che è Dio, non solo; ma dall'azione stessa di questo Dio rivelantesi all'uomo con una serie progressiva di manifestazioni, pel tramite di spiriti religiosi superiori, sino alla rivelazione del Cristo. Ora ciò sottrae, necessariamente, i caratteri di questa rivelazione allo spirito individuale; l'unità dell'ispirazione e dell'indirizzo che essa tende ad imprimere alle anime, così nell'origine sua come negli intenti finali, deve necessariamente tradur<pb n="179" />si nell'unità della vita religiosa che procede dal precetto rivelato e dallo Spirito animatore di esso. Tutti coloro i quali seguono, con accettazione sincera e con umile e semplice rinunzia al proprio senso individuale, la parola divina che, una nelle varie coscienze, parla sia dal profondo di queste sia per la bocca degli uomini di Dio, debbono essere condotti a vivere questa loro esperienza religiosa nell'unità dei voleri e degli sforzi; possiamo anzi dire che i caratteri esterni e visibili di questa unità divengono, nel difetto di prove interiori sicure e di facile applicazione, la norma certa e necessaria della verità dello Spirito il quale anima i credenti: tutto ciò che o non apparisce nell'unità o non procede da questa o, anche fra dissidii apparenti e passeggeri, non conduce ad essa, a rinnovarla dove langue ed a renderla più intensa, non procede da Dio; poiché l'azione strettamente individuale è, appunto, individuale, e quindi cosa d'uomo e non di Dio. Molteplice nelle creature alle quali si indirizza, una nelle fonti, nello spirito, nella sostanza, la verità religiosa stringe le anime in una fede e in una società di credenti; noi non possiamo presentarci a questo Dio, che è il padre comune degli uomini, con una fede che fosse e volesse essere nostra propria, ad esclusione della fede comune e sociale, senza rinnegare l'azione divina nella storia e nella vita religiosa; la quale azione, indirizzata a noi come agli altri, ci si presenta pel tramite della tradizione e dell'organizzazione ecclesiastica; ne è possibile uscir da questa senza esporci al rischio di adorare e di seguire un Dio il quale sia fattura della nostra coscienza individuale. Questa unità della fede doveva quindi essere un carattere certo ed evidente della rivelazione evangelica; e la Chiesa deve avere le sue origini nella parola stessa del Cristo. Alcuni, preoccupati del carattere escatologico della predicazione di Gesù e dell'aspettazione d'un ritorno imminente di lui che essa aveva, senza dubbio, alimentato nell'anima dei primi credenti, dubitano che Egli vivente abbia, con espressa parola, organizzato i suoi fedeli in forma di chiesa. Ma la questione, pel compito {{180}}nostro presente, diviene quasi superflua, quando questi medesimi ammettono e sostengono che la società religiosa nacque come fatto spontaneo agli inizii stessi della <hi rend="italic">verificazione</hi> storica della buona novella e che questa, creandosi negli animi le condizioni del suo sviluppo storico, li organizzò sin dal principio così vigorosamente in società di credenti. <note n="22">Altrove abbiamo anche esaminato un'altra prova della necessità di vivere collettivamente una dottrina ed una morale religiosa le quali siano credute provenire veramente dalla divinità, dall'assoluto. Tutte le manifestazioni esteriori e le documentazioni storiche di questa dottrina e di questa morale sono, nella loro fenomenologia, la quale fa parte in varia maniera di tutto il più vasto processo storico, soggette a critica ed a revisione; ma d'altra parte questa critica non può essere abbandonata ai singoli e deve avere un controllo, essere criticata a sua volta da un principio autorevole. Ora questo non può essere altro, nella realtà, che una comunione di credenti, alla quale i credenti singoli rimettano con deferenza il deliberare sulla fede comune; in altre parole, una Chiesa. V., in Cattolicismo e il pensiero moderno, il capitolo il cattolicismo e la critica.</note>
  </p>
      <p>V. E ciò doveva, in fatti, avvenire; poiché la fede cristiana, come abbiamo veduto e vedremo ancora meglio nei discorsi seguenti, non può raggiungere l'individuo, disciplinarne la vita religiosa e trasmetterlo al suo fine oltreterreno se non mediante un complesso di istituti educativi, disciplinari e rituali che solo una società bene organizzata può possedere. L'individuo, non ci stancheremo di ripeterlo, non è, spiritualmente, che un tessuto di rappresentazioni di consuetudini di norme trasmessegli dalla società; egli diviene ciò che il mondo circostante lo fa; e se con la sua coscienza reagisce a questo mondo circostante, scegliendo in esso ed appropriandosi e sviluppando ciò che è più conforme alle sue tendenze etiche ed ai principii, liberamente seguiti, della sua vita spirituale, questi stessi principii egli li riceve il più spesso per via di autorità, specialmente nei primi anni della vita; e, maturo, egli non saprebbe, il più spesso, coltivare ed alimentare in sé la vita religiosa senza la guida e l'appoggio della società di credenti alla quale appartiene: od almeno la sua vita interiore, per rispondere alla vocazione religiosa, richiederebbe, fuori di una società, un <pb n="181" />tale sforzo di energie spirituali del quale solo pochissimi possono essere capaci. L'esame della vita religiosa di tutti coloro i quali, per un motivo o per l'altro, cessano, anche contro il loro volere, di far parte d'una società religiosa attiva e fiorente, mostrerebbe assai bene la verità di quel che diciamo.</p>
      <p>VI. Società, adunque, la religione; e società più particolarmente il cristianesimo. Quindi principii comuni, una norma fissa della fede e della vita morale dei singoli, una autorità, riti sociali, atti collettivi; quindi, in altre parole, il ministero e la gerarchia ecclesiastica. I discorsi che terremo nel seguito saranno dedicati ad illustrare appunto questo lato sociale del cattolicismo, le forme che esso riveste e nelle quali l'attività salvatrice di Dio nelle anime si esercita e si manifesta regolarmente, i doveri che l'appartenere, per la propria confessione religiosa, a questa società crea nei singoli socii. Ma una constatazione è opportuno far precedere qui; constatazione nella quale io non avrò bisogno di insistere a lungo, tanto essa è ovvia nell'esperienza che ognuno di voi ha della vita cristiana.</p>
      <p>Il vincolo sociale nel cattolicismo si è fra noi singolarmente rallentato; prima che il socialismo, ponendo gli interessi economici a base di tutta l'attività spirituale dell'uomo, proclamasse la religione affare privato, per aprirsi la via a combatterla come società e fatto collettivo, la vita di molti cristiani era già divenuta una tacita ma eloquente proclamazione dello stesso principio. I cattolici d'oggi non sentono gli interessi della società cristiana come loro proprii; essi mostrano di ignorare come essa dovrebbe essere innanzi tutto l'organizzazione delle volontà e dei rapporti fraterni che la carità suggerisce. Ognuno di essi si fa sin nella Chiesa un posticino suo, freddo e solo; ognuno ha appena tanto di sollecitudini spirituali che basti per le cose della propria vita od, al più, di quella dei più intimi congiunti.</p>
      <p>Anime timide e povere di iniziativa, i nostri cristiani temono, sì, il più spesso di separarsi dalla Chiesa, di prendere positivamente posizione contro qualche sua dot<pb n="182" />trina o precetto; fu giustamente osservato che una delle cause per le quali in Italia le questioni religiose sono meno ardenti è appunto questo fiacco interessamento di tutti per ciò che è religione. Ma questa sola unità è insufficiente; fiacca e povera società è quella in cui i soci si limitano a non andarsene o a non combatterla, tralasciando poi di interessarsi positivamente ai fini ed alla vita sociale; e fiacca e povera società è, in fatti, presso di noi, così spesso, la parocchia, la diocesi, la chiesa nazionale. Ognuno ha agio di abbandonarsi, nel compimento dei proprii doveri, al suo senso privato; la dottrina comune si va oscurando; i riti comuni languono, se non li avviva la suggestione della pompa esterna che richiama i cristiani, non pel senso vivo e caldo dell'unità degli animi nel possesso del loro Dio velato e presente, ma quasi a uno spettacolo; la forza di coesione, di resistenza, di difesa, di proselitismo, che viene dall'unione degli animi e che è, oggi stesso, così intensa in alcune sette politiche, si è quasi perduta, strano a dire, nel cattolicismo, nel quale la sorte della dottrina e della vita comune, le sorti delle anime sorelle sembrano intieramente estranee alle preoccupazioni della massima parte di coloro che si dicono cristiani. Oh se il Cristo tornasse, visibile, e ci trovasse così! </p>
      <p>
        <pb n="183" />XIX</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Il battesimo.</hi>
      </p>
      <p>I. Voi conoscete ora, signori, la sostanza della vita religiosa nel cristianesimo; sapete quale visione delle cose e del mondo le è guida, quali sono le direzioni morali che essa imprime al nostro essere, quali le norme ed i mezzi di educazione della verità e della coscienza morale nell'interno di noi medesimi. Ieri, poi, fissammo un ultimo carattere della vita religiosa: quello cioè del suo svolgersi, normalmente, in forma di vita sociale e collettiva. Società fra Dio e l'uomo, in quanto essa, nella pienezza del suo significato, suppone questo doppio termine reale, distinto e personale, del rapporto religioso, e riposa non solo su prestazioni mutue ma su di un intimo assenso di voleri nel bene, sulla trasformazione del volere umano, multivago e difforme, nell'unità e nell'assolutezza del volere divino. Società, in secondo luogo, fra gli uomini; poiché l'azione della divinità in ciascuno di noi, separatamente, avvenendo per un contatto misterioso con la coscienza, alla quale la divinità non può giungere se non si riveli nelle forme e nei limiti dell'esperienza soggettiva di essa, questa sarebbe soggetta alle varietà ed alla dispersione indefinita di tutte queste coscienze quando non le associassero una rivelazione storica ed una direzione collettiva.</p>
      <p>Il rapporto religioso è bensì fra Dio e ciascuno di noi, come abbiamo veduto; solo le anime singole realizzano, <pb n="184" />é vero, i fini ultimi di esso, senza tuttavia prescindere dalla comunione di anime alla quale apparteniamo, ma anzi per mezzo di essa ed in essa. Garante della bontà della nostra conoscenza delle cose spirituali e delle conseguenti nostre direzioni etiche, la Chiesa è anche responsabile della nostra formazione religiosa, della trasmissione delle nostre anime al loro scopo supremo, per la parte che riguarda sia le norme stabilite per l'azione collettiva, sia anche quel processo di tradizioni e di abitudini d'ordine sociale in cui le anime trovano l'alimento e la vita, come nel corso di questo mese abbiamo sovente avuto occasione di notare.</p>
      <p>Questa vita sociale e collettiva, vita, quindi, di rapporti esterni fra uomini, ha bisogno, come qualsiasi altra società, d'un ritmo, di un rito, di un certo numero di atti sociali con i quali l'individuo afferma la sua adesione alla società e la sua vita in essa, e questa compie normalmente la sua azione sui singoli. Questi atti e riti, se da una parte possono sembrare pure formule rappresentative, dall'altra hanno un valore proprio ed una efficienza spirituale.</p>
      <p>Considerate, ad esempio, una cedola, semplice segno di ricchezza, con la quale voi tuttavia ottenete o moneta o beni economici; l'assenso ad un atto, il quale vi lega e vi vincola, sia dinanzi a terzi, sia dinanzi alla società civile; un ufficio, una dignità, un titolo nobiliare i quali modificano profondamente i vostri rapporti sociali e quindi, in qualche modo, tutto il corso della vostra vita.</p>
      <p>Questi atti sociali nella società cristiana sono, innanzi tutto, i sacramenti; ed essi hanno una particolare efficacia in quanto, pel tramite della società dei fedeli, della vita ad essa affidata e del potere spirituale che vi acquistano i suoi rappresentanti, rappresentano i mezzi ovvii e normali con cui il cristiano entra in comunione con la divinità ed acquista da essa forza e virtù. Primo di questi riti è il battesimo, sul quale oggi ci tratterremo.</p>
      <p>II. Accettare come norma della propria vita il precetto cristiano vuol dire due diverse cose: imporsi volontaria<pb n="185" />mente, ma così che l'atto volontario non è che un riconoscimento del dovere e dell'ufficio proprio della vita umana, una norma direttiva della volontà e degli atti proprii intesa come autorevole ed immanente, e volta al raggiungimento della piena consapevolezza e dell'unità dei voleri in Dio: in secondo luogo vuol dire un entrare a far parte d'una determinata società d'anime credenti, sottomettersi alla disciplina sociale, acquistare dinanzi a questa società ed ai suoi organi normali dei diritti e dei doveri di solidarietà e di cooperazione. Ognuno, quindi, che <hi rend="italic">divenga</hi> cristiano, compie una iniziazione, nella quale due diverse cose possono essere considerate: l'iscrizione ad una società con l'entrata in possesso dei beni collettivi che a questa appartengono, e l'impegno formale assunto di vivere in essa, di far fruttificare quei beni collettivi, di compiere quanto la legge e l'autorità sociale prescrivono pel raggiungimento dei fini comuni.</p>
      <p>Queste due cose dice ed è appunto pel cristiano il battesimo; e di qui il suo significato e valore spirituale. Esso significa, innanzi tutto, iscrizione nella società dei fedeli, incipiente partecipazione diretta e legale ai diritti ed ai beni di questa. Pel battesimo il cristiano entra <hi rend="italic">ufficialmente</hi> nella Chiesa visibile, cioè nella società svolgentesi e operante nel tempo. Può darsi che, per l'adesione dell'anima ai precetti del cristianesimo, per l'unione a Dio mediante la grazia ricevuta da lui ed espressa nel volere buono, nell'atto della carità, alcuno appartenga già alla comunione dei fedeli senza avere ricevuto il battesimo; egli possiede Dio, perché è nella carità, e chi possiede Dio è per ciò stesso nell'unità delle anime il cui vincolo di riunione è questo medesimo Dio.</p>
      <p>Ma, pel fatto stesso che questa comunione spirituale tende di natura sua e per l'istituzione del Cristo ad esprimersi in certi atti e rapporti esterni, tale atto di carità e possesso della grazia implica ed include l'adesione alla Chiesa esterna visibile; include cioè, come i teologi dicono, il battesimo di desiderio. Sottrarsi a questa iscrizione ed iniziazione legale è come negare quella società <pb n="186" />e quindi il vincolo di essa, che è Dio stesso e la grazia divina.</p>
      <p>Nell'entrare in questa società, il cristiano si impegna a seguirne lo spirito, ad osservarne le leggi, a compierne i fini in sé stesso. Nulla di più bello e di più nobile delle parole con le quali nel rito battesimale è espresso questo impegno solenne; il nuovo cristiano recita l'atto della fede comune, il credo, rivolge al Padre la preghiera cristiana, chiede di esser ricevuto nella società dei fratelli in Cristo, rinunzia al mondo alla carne al demonio; vale a dire al male nelle sue varie forme, alla solidarietà nel male sia con esseri visibili, il mondo, sia con esseri spirituali e invisibili con i quali la nostra profonda coscienza è in contatto, il demonio. Io vorrei leggervi qui queste parole solenni che ognuno di voi ha pronunziato o che altri, aventi diritto, hanno pronunziato per lui in un momento solenne della vita; quando la nostra anima, prima ancora che essa acquistasse coscienza di sé, fu come immersa nelle correnti spirituali che portano l'umanità al suo Dio ed entrò in un misterioso, ma non per questo meno reale, contatto vivente con Dio e con le anime buone, sia che esse vivano ancora in questa visibile esteriorità delle cose terrene o che sieno rientrate nell'orbita dell'invisibile.</p>
      <p>III. Questo ingresso nella società cristiana è poi simboleggiato nel lavacro di rigenerazione, segno sacro e spiritualmente operoso, nel quale appunto consiste il battesimo. Noi sappiamo già che cosa significhi e sia, nel mondo dei valori spirituali, questa nuova natività, il <hi rend="italic">nasci denuo</hi> del quale Gesù parlava a Nicodemo; inversione degli scopi della vita, quali essi appariscono al senso ed al mondo, rinnegazione solenne del male, principio d'una vita interiore di abnegazione, di carità, di verità. Il simbolo, il lavacro del corpo, si adatta mirabilmente a rappresentare la verità interna, lo spogliare l'uomo vecchio, deporre l'immondezza delle colpe, delle passioni sensuali, del desiderio terreno, e vestire l'uomo nuovo, <hi rend="italic">che fu creato, secondo Dio</hi>, nella giustizia e nella conoscenza della verità.</p>
      <p>
        <pb n="187" />Il fonte battesimale è sulla soglia della Chiesa; nei primi tempi, anzi, esso era assai spesso nell'interno d'uno speciale edifizio. il baptisterium, costruito, con adatte forme architettoniche, presso la soglia del Tempio; di lì il cristiano, rigenerato, entrava in questo: altro segno sacro e solenne, fatto di pietre visibili, il quale rappresenta la società dei fedeli, invisibile tempio di Dio. Nei primi tempi, anche, i cristiani vestivano per alcuni giorni la veste bianca che essi ricevevano all'uscire dalle acque battesimali; l'uomo nuovo, raccolto nei segni della sua purezza interiore, tornava ad affrontare la vita e la società civile dei simili avendo presente ed annunziando nella veste la legge di purità di mitezza di bontà semplice e confidente alla quale aveva dedicata la vita.</p>
      <p>Vi è stato, ed è ancora recente, un periodo nel quale il pensiero della nostra civiltà occidentale pareva voler allontanarsi sdegnosamente dai simboli, come da mezzi inferiori e quasi puerili di rappresentare la verità e la nascosta realtà delle cose; pareva che tale nascosta realtà fosse oramai per rivelarsi manifesta agli occhi della scienza e che il periodo dei simboli potesse considerarsi come passato per sempre. Ma l'illusione orgogliosa è durata assai poco: della scienza recentemente alcuno ha dato una definizione assai giusta e significativa, secondo la quale il suo compito sarebbe quello di rendere difficile ciò che ad associazioni spontanee ed empiriche dello spirito sembrava facile, sostituendo rapporti veri e manifestazioni successive di realtà inafferrabili a rapporti imaginati di cause fantastiche. Certo il mistero, l'incomprensibile, riapparisce da tutti i lati all'attività della coscienza umana, specialmente quando si entra nel campo della coscienza e delle realtà spirituali, ed il simbolo, analogia difettosa ma proporzionata alle povere forze del nostro intendimento, torna ad acquistare una ricchezza di significato che le parole non potranno giammai aspirare ad assumere. E la ricchezza dei simboli aumenterà con i progressi della conoscenza del nostro io interiore e delle occulte origini ed esigenze della sua azione, cui la poca <pb n="188" />luce della scienza non illumina che un breve tratto di via, e che varca i confini di questa con la fede, e col simbolo nel quale questa si esprime.</p>
      <p>IV. Dopo quel che io ho detto, dei dubbi possono essere ancora in voi circa l'uso dalla Chiesa universalmente accettato di ricevere al battesimo anche i bambini, anzi di amministrarlo, per norma, a poca distanza dalla nascita. Che una società, fondata sul libero consentimento dei soci, abbia un rito speciale per l'iscrizione dei suoi è semplice ed ovvio; ma che questa società prenda come suoi dei bambini appena nati, e che essa si faccia promettere da altri, per essi, fedeltà ed obbedienza, e che su questi inconsapevoli soci eserciti poi la sua autorità, pare oggi a molti irrispettoso per la libertà della coscienza umana e quasi tirannico; ed alcuni genitori cominciano a non volere che i loro bambini siano battezzati, ed anche ad impegnarsi a questo con un vincolo sociale, col pretesto che questi medesimi, divenuti uomini, sceglieranno il loro Dio e la loro fede.</p>
      <p>Ad essi fu giustamente osservato che si entra bensì nella Chiesa con un atto di volontà, cioè libero, per la fede; ma ciò non significa che l'entrare in essa non sia doveroso per l'uomo, la religione cristiana essendo appunto il giusto atteggiamento dell'uomo di fronte ai fini superiori della vita e dell'universo; la volontà accetta un rapporto necessario, non lo crea; compie un ufficio, non se lo prefigge. Il cristiano che, non sapendo, ha ricevuto il battesimo, non trova di essersi, con ciò, assunto oneri ed uffici dei quali avrebbe potuto anche fare a meno; solo, egli è stato istradato da altri per la via della sua futura vita libera religiosa, allo stesso modo che da altri ancora, per altre vie, è stato iscritto cittadino, introdotto in una scuola, addetto a un mestiere. Ed è vana pretesa, ispirata ad un ingenuo razionalismo, quella di presumere che al bambino fatto uomo rimanga libero scegliere il suo Dio; egli non sceglierà da sé il suo Dio come non sceglierà le sue idee, le sue abitudini sociali, la sua posizione nel mondo, la sua classe. Ciò che <pb n="189" />egli <hi rend="italic">vorrà</hi> a 21 anni è quello stesso che egli <hi rend="italic">sarà spiritualmente</hi> a quella medesima età: ed egli sarà appunto quello che una serie non interrotta di volizioni altrui al suo proposito e di atti altrui lo avrà fatto, dalle prime associazioni <hi rend="italic">suggeritegli</hi> dalla madre sino ai professori d'università, ai compagni, ai padroni che egli avrà al momento della supposta scelta: ognuno che ha influito in quel processo di vita interiore, a un certo momento della vita, ha modificato più o meno sensibilmente tutto il suo ulteriore sviluppo.</p>
      <p>Come ogni altro atteggiamento spirituale, adunque, la fede e la professione religiosa dell'uomo adulto suppongono una lunga educazione dell'anima, compiuta da altri, e precisamente da quelli nelle cui mani è, per inevitabile necessità di fatto, la prima formazione del bambino e del fanciullo, come organismo fisico e come coscienza. Questa educazione è anzi, nella vita religiosa, tanto più necessaria in quanto la religione tende a introdurre nel corso spontaneo dei sentimenti e delle abitudini umane una norma più alta ed una spirituale unità. Ma ciò stesso ci apre la via ad una più radicale risposta all'obiezione precedente. È desiderabile, è giusto che al bambino e al fanciullo non si impongano, abusando dell'autorità che la maggiore esperienza della vita e l'ufficio ci danno su di essi, vincoli ed impacci alla loro libertà spirituale futura, alla piena sincerità della loro vita interiore ed esterna. Ma la religione cristiana è, come abbiamo veduto, o deve essere appunto l'educazione dell'uomo alla piena consapevolezza e quindi al pieno dominio di sé e dei suoi atti; l'educazione cristiana, se ispirata a un giusto e vero concetto del cristianesimo, è dunque educazione alla libertà ed alla personalità piena. Solo dando al cristianesimo un significato e un valore quasi di superstizione e di convenzione umana, solo confondendolo con posizioni storiche in cui la libertà individuale fu, in misura più o meno grande, per condizioni inevitabili dei tempi o per colpa d'uomini, minacciata da una religione politica o da una politica giuseppina e autocratica, solo pensando che <pb n="190" />il cattolicismo possa essere effetto od oggetto di una coercizione esteriore e violenta si può ancora insistere in simili prevenzioni contro il battesimo dei bambini; uso che noi crediamo anzi, per le ragioni suindicate e per l'esempio perenne ed universale della società cristiana, esprimere quasi più pienamente che il battesimo degli adulti la posizione vera del nuovo cristiano nella società e innanzi al suo Dio.</p>
      <p>V. Notate tuttavia, signori. Il sacramento indica e inizia l'educazione del bambino alla vita di fede e di carità nel cristianesimo. Esso mette anche, per vie misteriose, il neonato nella comunione dei beni spirituali della società cristiana, e per questo santa è la sollecitudine di non privare, per quanto è possibile, alcun fiore umano che sbocci di questa spirituale inserzione nel terreno pingue della vita divina. Ma questa inserzione nel cristianesimo è insieme un dovere riconosciuto e accettato, un dovere imposto alla vita morale. Quando la vita interna incomincia a destarsi nel bambino, quando egli, con i grandi occhi pieni di stupore, incomincia ad osservare, a raccogliere nella sua piccola anima le impressioni della vita esteriore, a reagire a certe forme più evidenti di male, o ad accettarne certe altre, od a ricevere imagini che avveleneranno più tardi i suoi sensi, o ad agire senza riserbo e con quasi selvaggia spontaneità, il sacramento nel fanciullo può essere ed è il più spesso violato dai genitori, dai parenti, dai maestri di lui; la società cristiana, che lo ha ricevuto nel suo seno, non può far nulla in quella piccola anima avida di luce e di bontà senza il consenso di coloro i quali la hanno in custodia; essa lo sa cosi bene che non si é fidata delle promesse dei genitori, ed ha voluto dei garanti, scelti fra gli amici di questi, dei quali la Chiesa potesse fidarsi, i padrini. Eppure il più spesso oggi, anche nelle famiglie che portano al fonte battesimale i loro figli, il bambino cresce educato al male, stretto, da una inesorabile solidarietà, alla colpa dei genitori, dei fratelli maggiori, dei compagni, dei maestri: per tutte le finestre per le quali la <pb n="191" />vita esterna e l'esperienza umana entrano in quell'anima vi entrano insieme le suggestioni del male. Ed egli è un cristiano! Ed i suoi sono cristiani! E la società in cui vive è cristiana! Io penso che un profondo scoramento dovrebbe oggi stringer l'anima d'ogni parroco il quale amministri il battesimo. Egli sa che quella professione di fede è puramente verbale, che i genitori e i padrini ignorano ciò che dicono e ciò che fanno, che la loro promessa è fallace, che quel bambino avrà in casa, per sue prime esperienze, le collere, il turpiloquio, le bestemmie dei genitori e dei mille <hi rend="italic">compari</hi> che essi hanno nella colpa e nel vizio; sa che il padrino, il compare, il quale oggi prende innanzi a lui impegno dell'educazione cristiana del fanciullo, avrà una intiera e perfetta indifferenza per la vita spirituale di questo: prenderà parte a qualche banchetto, darà, forse, domani qualche dono al fanciullo, e null'altro.</p>
      <p>Ebbene, questo non è cristianesimo. Il rito esterno rimane, ma il significato ne è spesso, fra il popolo, quasi interamente dimenticato; il condurre i figli al battesimo è una irrisione, se non consapevole e voluta, non per ciò meno vana e dannosa: all'atto esteriore non si associa l'anima, assente o vuota di fede; la preziosa solidarietà spirituale in cui entra il bambino per il battesimo sarà domani violata, offuscata, annullata, appena essa dovrebbe tradursi in pensiero e desiderio consapevole di bene. Nove volte su dieci, il battesimo non ci dà più dei cristiani perché le famiglie non sono cristiane; ed il poco valore che si annette a questo rito di iniziazione e di introduzione alla vita e nella società dei credenti indica da solo l'attenuazione ed, in molte anime, il disfacimento dell'interno spirito animatore del cristianesimo e dei vincoli spirituali dei quali la Chiesa visibile è solo il segno e l'effetto esteriore. Le difficoltà presenti e la crisi religiosa alla quale assistiamo oggi ravviveranno sul vecchio tronco vivo e glorioso il fiore delle nuove comunità cristiane; la bufera, della quale ingrossa il sibilo intorno a noi e minaccia di divenire ruggito, strapperà via i vecchi rami <pb n="192" />seccati che nessuna mano sapiente potò; ed il battesimo, quando i fedeli torneranno a intenderne il pieno significato, ci darà la nuova primavera di germogli che dal profondo terreno della realtà spirituale traggano una vita fresca e possente.</p>
      <p>
        <pb n="193" />XX</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La cresima.</hi>
      </p>
      <p> I. Come col battesimo la Chiesa inizia la vita e dichiara la destinazione religiosa dei singoli, con questo secondo sacramento — la cresima — essa simboleggia l'atteggiamento sociale del cristiano, sia nel seno della società religiosa alla quale appartiene, sia di fronte agli estranei ed ai nemici. Gesù parve quasi non desiderare che, Lui vivente, nei suoi discepoli penetrasse quel fervore di proselitismo che dà la certezza del possesso d'una grande verità; intorno a Lui, gli apostoli, se ebbero dei momenti di slanci entusiastici, rimasero forse nell'insieme timidi ed incerti, più contenti di bere le sue parole ed il suo aspetto che di tradurre quelle parole in una intensa vita dell'anima, traboccante negli atti esterni. La conoscenza piena e sicura della verità, il calore del convincimento, l'entusiasmo ardente dell'apostolato è connesso con un'altra manifestazione della divinità, già da Cristo annunziata e promessa, con la discesa e la diffusione dello Spirito Santo. Questo spirito del Padre, che Gesù avrebbe mandato, e che, nel vangelo giovanneo, preannunziato e promesso, spiega la sicurezza trionfale con cui Gesù andava incontro al suo ultimo sacrificio, avrebbe dovuto essere come l'elemento fecondatore di tutti i vitali germi sparsi dal Cristo, e quasi la mente e l'anima collettiva della nuova comunità.</p>
      <p>Infatti, nel racconto di S. Luca, al quale fanno ricontro <pb n="194" />numerosi brani delle lettere di S. Paolo, morto Gesù, e tornato da questo mondo al Padre con il corpo rinnovato nella risurrezione, i discepoli raccolti, nascosti, pieni l'animo dei possenti ed ardui problemi che la sequela dell'ucciso dai sacerdoti e l'annunzio della sua seconda venuta avrebbero suscitato nel corso delle loro sino a quel momento semplici vite modeste, stavano, malsicuri ed ansiosi, aspettando la grande ora. E questa un giorno venne. Di quale intensa preparazione essa fosse come la divina crisi risolutiva non sappiamo; ma certo un giorno essi videro fiamme di fuoco scendere sui loro capi e convertirsi in singolari vibrazioni della persona, in una intensa irradiazione di luce e di calore dalla persona e dal volto; essi si sentirono nuovi uomini, ed irruppero in mezzo ai giudei predicando come Colui che i sacerdoti avevano ucciso era il figlio di Dio, nel quale credevano, e che sarebbe presto tornato dalle nubi del cielo a giudicare il suo popolo.</p>
      <p>E da allora lo Spirito organizza la vita interna della nuova comunità, pone nel cuore dei singoli membri di essa le parole e gli atti dell'apostolato, li fa eloquenti innanzi ai dottori, invitti dinanzi ai persecutori; più ancora, lo Spirito rivela ad essi le lingue, e uomini di varii popoli, convenuti a Gerusalemme per la festa della Pentecoste, li ascoltano parlare ciascuno nella lingua propria. E il soffio dello Spirito porta da quel giorno la Chiesa nascente nelle sue rapide e vittoriose fortune.</p>
      <p>II. Ora, questo Spirito era come un dono fatto alla comunità e da essa — dai capi riconosciuti di essa — veniva trasmesso ai nuovi iscritti mediante la cresima. Il rito normale era l'imposizione delle mani, segno consecrato dall'antichità per esprimere efficacemente il passaggio, quasi, dello Spirito di un individuo in un altro, una specie di adozione spirituale e mistica.</p>
      <p>Colui al quale le mani venivano imposte entrava a far parte della comunità, non perché solo allora ricevesse la sua parte dei beni spirituali dei quali essa era depositaria, poiché la prima largizione di questi ha luogo nel batte<pb n="195" />simo, ma perché oramai era chiamato a dividerne anche esteriormente le sorti, difenderne gli interessi, conquistarle nuovi seguaci, rendere servigi fraterni ai consoci, ed anche collaborare ai varii uffici della vita economica e rituale di essa, prima che gli addetti a questi diversi ministeri costituissero un corpo gerarchico, distinto dal resto dei fedeli, e si aggregassero nuovi coadiutori, mediante una speciale iniziazione controssegnata anche essa dall'imposizione delle mani.</p>
      <p>Nelle primitive comunità cristiane la vita sociale era straordinariamente intensa. La profonda diversità dell'ideale cristiano, e della vita che esso imponeva, dal corrottissimo costume pagano, la sollecitudine di evitare colpe e brutture, il pericolo non raro di persecuzioni e di morte, la memoria fresca e spesso l'esempio presente dei martiri, il fervore dell'apostolato, la mirabile freschezza delle dottrine e dei riti, puri come oro che esce dal conio, erano altrettante cause d'una vigorosissima elaborazione degli ideali cristiani, in quelle prime comunità. I doveri gravissimi ai quali perciò chiamava l'imposizione delle mani e la dignità del nome cristiano, sia nell'esercizio del culto e nel compimento del precetto della carità, inteso allora seriamente e seriamente praticato, sia nella difesa della religione e nella professione aperta di essa dinanzi ai persecutori, erano espressi nel sacramento dell'imposizione delle mani, fatta dal capo della comunità a quelli che avevano già ricevuto il battesimo di Gesù Cristo.</p>
      <p>E quasi un significato di milizia si associò al rito quando esso venne assumendo la forma che fu poi consacrata nella chiesa occidentale: il cristiano viene unto di olii sacri, come ungeva l'atleta le membra, prima di affrontare l'avversario; egli rinnova, personalmente, questa volta benché ancora i padrini stiano garanti della sincerità o della saldezza del suo proposito, la confessione della fede, e riceve lo schiaffo rituale, a significazione delle difficoltà e forse delle persecuzioni che l'esercizio aperto e costante della vita cristiana dovrà procurargli.</p>
      <p>
        <pb n="196" />III. Queste difficoltà, noi sappiamo bene quali siano, diverse nei tempi e nei luoghi, ma provenienti dalla medesima origine, dalle stesse intime ragioni di quel processo di reazione, di nutrizione, di assimilazione e di secrezione, di quella evoluzione organica che adatta e assume e trasforma, secondo lo spirito di un impulso interiore, la materia ed il mondo circostante. L'individuo non diviene cristiano praticamente ed efficacemente senza questo lungo e difficile lavoro interno, lavoro a volte a volte di vigilanza paziente, di iniziativa operosa, di abnegazione, di mortificazione, del quale abbiamo innanzi esaminato il processo. Ma questo processo non è puramente individuale, la vita di ogni singola anima essendo ad ogni istante <hi rend="italic">condizionata</hi> dall'influenza del mondo circostante e specialmente delle persone e degli istituti sociali con le quali e fra i quali la vita di ciascuno si svolge; e quindi, in ogni cristiano, la necessità di coinvolgere in misura più o meno larga la società alla quale egli appartiene nel processo della sua attività interiore: la società religiosa, nella quale egli cerca le condizioni più adatte e gli aiuti necessari alla cultura della sua vita spirituale, ed anche la società esterna civile e le sue varie frazioni, dinanzi alle quali egli è portato, secondo le circostanze, od a reagire e resistere od a penetrarle del suo spirito e piegarle ai suoi voleri ed al suo programma.</p>
      <p>Questo processo sarà tanto più intenso ed operoso quanto più vivo è il fervore della vita spirituale nell'individuo e, insieme, quanto più egli è penetrato dello spirito e, quasi, dell'anima dell'istituzione sua, ossia della società cristiana alla quale appartiene; poiché solo in questa società si compie il regno di Dio e solo essa raccoglie, nella sua anima multiforme, tutti gli elementi atti a trasformare la vita e la società umana (noi non possiamo più oramai staccare queste due parole) secondo i principii del cristianesimo.</p>
      <p>Ogni cristiano è quindi nella necessità di appartenere a una Chiesa, per compiere in sé lo spirito della sua vocazione; questa chiesa svolge nella sua vita rituale e nel <pb n="197" />complesso dei suoi atteggiamenti dinanzi alla società circostante i varii elementi di direzione delle menti e delle volontà, di trasformazione della vita umana individuale e collettiva: il cristiano, appartenendo ad essa e vivendo in essa e dello Spirito di essa, si appropria questi varii elementi e ne diviene lo strumento consapevole ed efficace di azione: tale è il circuito della vita cristiana. Ed in esso lo Spirito Santo ci apparisce come l'immanente assistenza di Dio, la mente e l'anima unica e comune dei fedeli, che viene distribuita ai singoli in varia misura, e che nella misura in cui essa viene distribuita fa di questi singoli soci strumenti più o meno adatti ed efficaci della vocazione comune: l'avvento del regno di Dio sulla terra.</p>
      <p>IV. Apparisce da ciò come, mentre nel battesimo un nuovo essere umano è dedicato, dal consenso della società religiosa che lo riceve e di coloro i quali ne hanno in custodia il fragile corpo, alla sua vocazione religiosa, nella cresima è necessario che una volontà personale, nutrita già di fede e di carità, consenta ad assumere gli uffici che impone la vita e la società cristiana nel mondo: la comunicazione dello Spirito è opera di Dio, ma essa suppone oramai una coscienza desta a riceverla, ed è misurata da queste attitudini recettive, dall'intendimento degli scopi della vita cristiana, dalla partecipazione volonterosa alla milizia di questa nel mondo. Questo nuovo passo era implicito nel primo; ciò che propriamente ne lo libera quasi, e dà forma a un nuovo momento della vita cristiana, è l'aprirsi della coscienza all'intendimento della sua vocazione, la saldezza di proposito che oramai si richiede per svolgere questo tenue filo di vita interiore, la coesione volontaria all'anima della Chiesa, l'interno vigore dello spirito per reagire a quanto è nella società di ostile o refrattario al cristianesimo, per assimilare e promuovere e dominare quanto c'è di conforme ad esso e di atto a riceverne gli impulsi.</p>
      <p>A quale momento, nell'evoluzione psichica del fanciullo, questi è capace d'una iniziale consapevolezza del bene o del male, d'un primo moto volontario verso gli <pb n="198" />ideali religiosi, d'una qualsiasi adesione personale alla società dei fedeli ed all'anima di essa? Quando ciò che nel fanciullo era per l'innanzi puramente ricevuto dal di fuori, operando poi nella profondità della sua coscienza che comincia ad aprirsi, diviene principio di interni moti consapevoli? Quando, in una parola, un primo atto psichico di conoscenza e di desiderio può divenire quasi materia dello Spirito del Signore e soggetto del sacramento che consacra la nuova coscienza alle lotte per la conquista della vita spirituale, contro il nemico, e nel bene?</p>
      <p>L'impossibilità di determinare l'inizio della vita superiore della coscienza nel fanciullo ha forse dato luogo nella chiesa alla varietà e quasi incertezza che noi riscontriamo nell'assegnare l'epoca in cui il sacramento della cresima debba essere amministrato ai fanciulli. Anzi noi vediamo come spesso anche a dei bambini, nati da poco o nei primissimi anni, la Chiesa permette di amministrare la cresima: ogni più tenue inizio di vita psichica nel bambino considerandosi quasi come una anticipazione delle future attività spirituali che procederanno gradatamente da quello.</p>
      <p>In tal caso, quanto minore è la responsabilità personale del bambino, tanto maggiore è quella dei genitori e dei padrini e degli altri che hanno parte nell'educazione di esso; la somma di tutte le responsabilità distribuite fra varii dovendo esser tale da assicurare a Dio, alla società cristiana ed all'avvenire di colui che il segno rituale ha consecrato una robusta e vigorosa vita cristiana.</p>
      <p>V. Vi sono dei doveri, verso la società cui si appartiene, quali solo in periodi di crisi o di eccezionale gravità ci si chiede di compiere. Così nelle società commerciali si chiede il versamento di quote sottoscritte da tempo quando il fallimento minaccia o un nuovo lucroso impiego si offre: così la nazione chiama alle armi i validi innanzi al pericolo di una guerra; e così anche il dovere dei soci verso la società cristiana è maggiore nei momenti più gravi di questa. Quello che corre è certo, per la Chiesa, uno di tali momenti.</p>
      <p>
        <pb n="199" />Per la prima volta forse dacché il cattolicismo ebbe conquistata la civiltà pagana, non più questa o quella sua dottrina, questo o quel suo diritto, ma tutta la sua vita, tutti i suoi titoli a governare le anime umane sono messi in questione. Si è voluto la Chiesa e la società cristiana esclusa da tutti i posti che essa era venuta conquistando, la si è spogliata del potere civile, dei privilegi, della ricchezza accumulata. Ma di quest'ultimo fatto potremmo anche non dolerci molto; alcuno potrebbe anche credere che il vantaggio ne sarà maggiore del danno. Il peggio è che la si vuole anche esclusa e cacciata dal governo della vita interiore e delle coscienze, che la si attacca nel suo terreno proprio, nel campo delle credenze spirituali, della morale, della vita spirituale dell'umanità. E se ieri erano le classi colte che alimentavano simili pregiudizi, oggi — più radicali e più minacciose — sono le classi popolari che lo stato laico ed il socialismo educano concordemente al disprezzo del cristianesimo. Ora, in tali frangenti, noi abbiamo visto e vediamo all'opera una generazione di cristiani, ai quali pare che il sacramento del vigore e della milizia non sia mai stato impartito. Timidi, incerti, imbelli, essi confessano quasi con l'opera e con la vita l'inferiorità della quale gli altri accusano il cristianesimo.</p>
      <p>Molti oggi giudicano il cristianesimo intellettualmente inferiore: e ritengono che imponga credenze infantili e invecchiate; che sia affare di puro sentimento, buono pei bambini e per le donne; la scienza, essi dicono, surroga il cristianesimo; o, se anche la scienza non può risolvere i più ardui misteri della vita, val meglio affrontarli con maschio coraggio che simboleggiarli con piacevoli ed imaginose soluzioni. Noi sappiamo che tali accuse non sono fondate; ma dobbiamo confessare che la vita di molti cristiani dà ad esse una apparenza di verità non teorica ma storica. Il grosso delle nostre schiere è dato da donne, bambini, volgo ignorante; lo stato mentale di molti dei nostri, dai quali dovremmo aspettarci, anche per l'ufficio che hanno, l'autorità che viene dal sapere e da una intensa vita interiore, è pieno di ingenuità e di credenze <pb n="200" />umane che la critica ha dissolto, tenace in tradizioni grette, passive, timido dinanzi a bagliori e fulgori nuovi di verità, più sollecito delle forme che del contenuto: la scuola, l'insegnamento, la scienza o sono contro di noi o portano, fra i nostri, le stigmate dell'invecchiamento e della grettezza. Questo stato di viltà intellettuale è rovinoso pel cristianesimo, al quale toglie, specialmente presso i giovani, ogni prestigio.</p>
      <p>C'è poi la viltà morale. Molti pensano che il non essere cattolici esiga maggiore fortezza d'animo. Molti veggono nelle dottrine e nei riti cattolici una specie di dande per i rachitici ed i malfermi della coscienza; l'anima moderna aspira a vivere la sua vita, a reggersi da sé e farsi padrona dei suoi destini. Il cristianesimo, che è fatto appunto per ottenere questo risultato nel miglior modo possibile, sembra invece a molti una catena legata al piede delle anime perché non riescano a levarsi in piedi e camminare da sé. Il timore, in tanti cattolici, dei moti civili, quando si trattava di rifarsi una patria, parve ed era viltà: il timore dei moti sociali, che ci caccia, come una mandra d'inconscii, contro i partiti giovani, sembra a molti ed è anche esso viltà; la cura paurosa del vecchio, il timore sciocco del nuovo sembrano a molti e sono anche essi viltà.</p>
      <p>E molti, dentro o fuori, veggono come presso di noi si tenia l'iniziativa, la parola libera, l'animo franco, come si raccomandi continuamente l'obbedienza, la prudenza, divenuta appunto storicamente sinonimo di inerzia spirituale, come si ripeta sempre, fra i nostri, uno stupido linguaggio di analogie militari, come si identifichi quasi la pratica del cristianesimo con questa timida passiva paurosa sequela dell'abitudine che è vietato discutere; e pensano, ed a ragione, che i nostri cattolici sono vili; e pensano, a torto, che il cattolicismo è religione di timidi e di vili.</p>
      <p>Oh meglio, in Italia, un piccolo gruppo di apostoli i quali abbiano veramente ricevuto lo Spirito! e meglio, se esso non soffia ancora sulle anime, pensare che la fede, <pb n="201" />divisa dalle opere, precisa dalle profonde origini dei volere e della vita, si va estinguendo nei più, e raccogliersi nei cenacoli ad aspettare ed invocare una nuova discesa dello Spirito santo, che ci crei e ci <hi rend="italic">confermi</hi> cavalieri della verità e del bene!</p>
      <p>
        <pb n="202" />XXI.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">L'</hi>e<hi rend="italic">ucaristia.</hi></p>
      <p>Abbiamo veduto costituita, ne' suoi vari elementi di vita spirituale, la società dei fedeli; un passo ancora, un altro rito, e noi coglieremo la piena espressione simbolica della sua vita, il centro, figurativo insieme ed effettuale, di questa.</p>
      <p>In determinati giorni, ad una determinata ora, i fedeli si raccolgono in un luogo comune. Nei giorni di persecuzione sarà una stanza segreta, nella casa d'uno dei credenti, o una cella più vasta delle catacombe, nei giorni di trionfo l'aperta campagna: nel villaggio un'umile chiesuola, altrove una grande cattedrale; si raccolgono, per famiglie religiose, ognuno nella sua parrocchia, intorno al suo sacerdote; recitano preghiere, ascoltano la voce del sacerdote, che commenta il mistero, invocano il Signore su di una offerta di pane, fatta a nome della comunità, poi si dividono quel pane: si appressano alla mensa, tutti dal maggiore all'ultimo, senza distinzione di grado e di ufficio, ricevono il loro frammento di pane e lo consumano insieme.</p>
      <p>Con essi è il loro Dio. Gesù aveva detto che dove fossero stati due o tre congregati nel nome suo, quivi sarebbe stato anch'egli. Anzi, in quel pane che essi si dividono, anzi, quel pane, è il loro Dio: Dio che raccoglie e vuole alla sua mensa i suoi figli, tutti; Gesù, il figlio <pb n="203" />maggiore di Dio, Dio egli stesso nel Padre, che chiama ancora intorno a sé i discepoli e si dà ancora per essi e li fa una cosa sola, un cuore e un'anima, con sé e quindi anche col Padre. Il pane, che i nostri occhi veggono, non è più che un segno; cioè, del pane non vi è più che il segno, il <hi rend="italic">fenomeno,</hi> un gruppo di impressioni prodotte sui nostri sensi da qualche cosa come una spoglia di pesantezza della realtà del pane che era, e non è più, transustanziata nella carne del Signore.</p>
      <p>Coloro che si accostano a questa mensa sanno di entrare, in essa, in comunione immediata e personale con Gesù. Egli è veramente in essi; a lui, da persona a persona vivente, senza intermediario, essi parlano, aprono il loro animo, i loro desiderii possenti ed occulti: in lui e per lui, essi, chiamati tutti ugualmente al banchetto, si dichiarano e si sentono fratelli, confortati e rianimati anche da quel loro soave essere insieme.</p>
      <p>- In questa comunione di anime fra sé e con il loro Dio, in questo circolo chiuso di vita spirituale in cui la presenza divina, vincolo di unità, scalda ed affina e fonde le coscienze, le pasce e le inebria dell'occulto e possente elemento spirituale della loro vita, culmina la religione cristiana, anzi ogni religione; essa è il segno e l'atto supremo della carità, cioè della vita spirituale che ha varcato i confini di ciò che è apparente e passeggero e riposa sulle realtà che non vengono meno, sulla comunione dei beni immateriali e divini.</p>
      <p>II. L'affermazione è parsa audace a molti; audace essa sembra anche al pensiero contemporaneo. Nessuna differenza sensibile si può assegnare fra quel pane che noi diciamo essere ora il corpo ed il sangue di Cristo presente, e qualsiasi altro pane; e l'impressione in tutti i nostri sensi è intieramente la stessa. Né i cristiani dicono, né del resto sarebbe serio dire, che del pane sull'altare non v'è più nulla, ma un potere più alto, una suggestione che verrebbe dalla divinità, produce nei nostri sensi eguali effetti. Ora se, con questo gruppo di impressioni <pb n="204" />sui nostri sensi prodotte da ciò che diciamo pane, resta l'oggetto esterno, distinto da noi, che è l'oscura e certa origine di esse, come dire che non resta il pane? Che cosa è altro, per la scienza e per la filosofia di oggi, qualunque corpo, se non l'occulto centro, distinto dal soggetto, di quei fenomeni soggettivi, di quelle variazioni dei nostri sensi che noi chiamiamo odore, colore, sapore, sensazione tattile? Fissare la natura di questo oggetto esterno, discernere in esso qualche cosa che può ancora rimanere convertita in altra, cercare la sostanza interna, e da questa medesima misteriosa sostanza distinguere la quantità come base delle altre qualità sensibili, non è imporci una filosofia chi par oggi superata e messa da parte come empirica ed arbitraria? Il sapere umano d'oggi ha rinunciato alla conoscenza delle sostanze, che crede astrazioni arbitrarie ed inafferrabili dello spirito; tutto quanto esso crede di poter sapere della realtà sono appunto queste sensazioni che si succedono con un certo ordine e suppongono un centro oggettivo da cui esse promanano, qualche cosa che non è né colore né sapore né suono né spazio né successione, ma che noi sappiamo esistere appunto per queste modificazioni del nostro senso e per la facoltà di controllarne l'origine ed agire su di essa. Parlarci adunque d'una realtà, d'una sostanza del pane che sia oltre queste sensazioni e questo <hi rend="italic">sentito</hi>, è creare un oggetto metafisico del quale è poi facile usare per conversioni ed effetti miracolosi.</p>
      <p>Ma c'è un equivoco in questa difficoltà. Chi ha detto, a costoro i quali parlano in nome della filosofia della natura contemporanea, che la transustanziazione eucaristica annulla e converte quel tanto del pane o del vino che, come di qualunque altra cosa; è oggetto immediato dei sensi, ossia è immediatamente sentito e quindi oggetto di controllo sperimentale e di scienza? E se essi, cattivi filosofi, negano una diversa conoscibilità delle cose, se essi chiamano pane solo i fenomeni del pane riferiti ad un x esterno, e questo x medesimo, possiamo continuare a chiamare pane, nel loro linguaggio, il segno eucaristico: ciò non ci riguarda. Noi non togliamo nulla e non aggiun<pb n="205" />giamo nulla alla scienza, travalicando i regni del fenomeno, del peso e della misura, per affermare una occulta realtà nostra e delle cose; un sustrato, un altro momento, un altro aspetto, direi quasi interno, di queste. Se la scienza moderna non si occupa che di fenomeni, noi lasciamo ad essa questi fenomeni: il reale, l'in sé delle cose noi lo attingiamo con un'altra facoltà dello spirito, per altra via; appunto perché esso è un <hi rend="italic">conoscibile</hi> di altra natura. Questa realtà ignota, questo invisibile sostegno del gruppo di fenomeni chiamato pane e dell'x che è soggetto alla nostra esperienza del pane, esso è, nel sacramento, Dio, e si rivela in questo pane non alla scienza ma alla fede, e fa di esso un tramite di comunicazioni e di contatti spirituali. La filosofia, questa cercatrice di espressioni astratte del reale, può avere le sue oscillazioni; ma né la scienza né la fede temono che venga meno ad esse il loro oggetto; collocate, ancora una volta, su di un piano diverso, esse non si incontreranno giammai.</p>
      <p>III. Ma, dicono altri, e allora perché turbare con dei concetti metafisici come questo della transustanziazione e della presenza reale un simbolo così divinamente bello come questo dell'eucaristia? Degli uomini, che credono in Dio e lo adorano, si raccolgono insieme; essi stringono fra sé e col loro Dio un patto di amore, di unità nel bene; poi sanciscono il patto con un rito fraterno, spezzano insieme e mangiano il pane, questo pane frutto della terra, alimento sacro dell'uomo; quel pane è in realtà il segno vivente del loro Dio, ha, simbolo e parola materiata, il valore spirituale del divino, poiché esso è il pane dell'amore, della pace, dell'unità fraterna: cibo dei corpi e delle coscienze insieme.</p>
      <p>Noi potremmo dispensarci dal rispondere a quest'altra difficoltà; l'abbiamo già incontrata nella nostra via, a proposito di altre credenze cristiane. Il simbolo, sì, rimane bello, rimane anzi ugualmente bello; solo, esso diviene, appunto, null'altro che un simbolo e cessa di essere una realtà. Ora il simbolo di per sé è finzione, imaginazione: vale, ma secondo ciò che esprime; ha un valore passeg<pb n="206" />gero se esprime solo una concezione della coscienza umana, una figurazione astratta, una convenzione pratica ed utile per un certo tempo ed in certe condizioni; ha valore oggettivo e perenne, se esso contiene qualche cosa di vero, di in sé, di non mutevole e passeggero. Il simbolo del banchetto fraterno e della comunione del pane è bello, sì: ma se esso non è anche vero, se cioè non contiene quello che figura, se, oltre <hi rend="italic">all'indicare</hi> che gli uomini sono fratelli, non li <hi rend="italic">fa</hi> veramente fratelli, per la forza occulta del Dio presente, in tal caso, creazione dell'uomo, esso dipenderà dall'arbitrio di questo; sarà espressione di una forza esistente, d'una pace conclusa, d'un amore già acceso, ma, caduco come questa forza e questo amore, non sarà generatore eterno di forza spirituale, di pace, di amore; non spiegherà quindi nulla, ma avrà bisogno di essere spiegato esso stesso. Quindi appunto, come abbiamo detto che, se Gesù non era Dio, <hi rend="italic">dunque</hi> egli non poteva avere rivelato l'<hi rend="italic">assoluto</hi> della coscienza religiosa, la religione definitivamente vera, noi diciamo ora che, se l'eucarestia non contiene Dio vero e presente, essa non può essere il rito della comunione delle anime; poiché manca ciò che veramente unisce queste anime o con Dio o fra di esse, manca cioè Dio stesso. Il dogma della presenza reale salva quindi e garantisce questa verità del rito centrale del Cristianesimo e l'efficacia di esso: nell'eucarestia noi entriamo in contatto vivo e personale, benché spirituale, con la realtà divina, con il Dio che ha già assunto a sé l'umanità, l'umanità di Gesù Cristo, che fa di essa come il tramite d'una nuova e più vasta unione fra tutti i credenti ed il loro Padre celeste.</p>
      <p>IV. Preparati così a intendere la realtà che è nel simbolo e l'operosa santità del rito, esaminiamo più da vicino, signori, gli elementi costitutivi e il significato dì esso. Non vi offenda, innanzi tutto, il sentir parlare di vittima e di sacrifizio: è il male, il vecchio uomo, la bestia che ognuno di noi ha in sé quello che noi uccidiamo; e dall'uccisione usciamo creature nuove nel Cristo, devote oramai alla vita, alla vita nel bene e nell'a<pb n="207" />more. O, se vi piace meglio, è tutto l'essere nostro che, insieme con la umanità crocifissa del Cristo, noi offriamo, simboleggiandolo nel primo alimento di questo nostro povero corpo, a Dio, volontà che pervade e purifica e riassorbe la nostra, ed ai fratelli, in una soave dedizione alle opere dell'amore e del bene.</p>
      <p>E nell'eucarestia l'anima nostra si nutre di Dio; direi quasi che noi dobbiamo far Dio in noi, far di noi stessi Dio, superando e vincendo e riplasmando questo nostro essere spirituale. Noi non possiamo trarre in qualche modo Dio dal nostro essere, che per sé non lo ha ma è solo atto a riceverlo e quasi ad empirsene, se non alimentandolo di Dio stesso, assorbendo e veramente mangiando Dio. Triste il cristiano che non intende quanta profonda verità sia in queste parole: che non vede come, allo stesso modo che tutte le energie del nostro essere fisico, quando esso è stanco ed esausto, si raccolgono nello sforzo dell'assimilare e convertire in sé il pane corporeo, così tutte le energie dell'anima debbono raccogliersi nello sforzo di questa divina assimilazione, se esse vogliono conquistare e possedere la vita. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna».</p>
      <p>V. Ma nell'eucarestia non culmina solo la vita individuale del cristiano. Il rito sacro è anche un banchetto, il banchetto dell'amore, anzi il banchetto amore, come dice il greco con una sola parola: <hi rend="italic">agàpe.</hi> Il padre non vuole alla sua mensa i figli, l'uno dopo l'altro, soli e dispersi, con l'odio e col dispetto nel cuore: tutti egli li ama con uguale amore, non l'uno sì e l'altro no, né l'uno più che l'altro, tutti li convoca intorno a sé, come, nel momento del pericolo, la gallinella raccoglie tutti i suoi piccoli sotto le ali; se alcuno di essi si avvicina torvo e freddo, con l'odio del fratello nel cuore, Dio, il padre comune, ne ha ribrezzo e ripudia quel figlio che si appressa alla vita chiudendo nel seno la morte; e se alcuno si appressa immemore del fratello, sollecito solo di sé, dei suoi beni e della sua salute, la voce del padre <pb n="208" />non ha, per quell'anima, l'accento dell'amore che commuove e fa rifinire nelle vene il calore e la forza della vita; e l'anima esce dal banchetto gracile ed esausta come si era appressata, né la vita monta nel suo cuore né il bene cresce sulla sua via. E non vediamo noi molte, troppe anime avvicinarsi spesso, talora ogni giorno, a questo banchetto e non tornarne migliori, non accese il volto e nel seno di quel fuoco che affina la vita e la prepara e consacra all'olocausto dell'amore e del bene?</p>
      <p>Il sedere a una mensa ha, per gli uomini, un carattere di intimità familiare che par richiedere appartengano i commensali alla stessa classe o condizione sociale, o per diritto di nascita o accoltivi graziosamente. L'uomo o la signora delle classi elevate serve a mensa talora il povero, ma non siede a mensa col povero. Qui, a questa mensa alla quale padrone di casa e cibo e bevanda è Dio, tutti sono invitati, uomini delle varie classi e condizioni ed età; o meglio, c'è anche qui una classe, ma è quella delle anime che si intendono e si amano fraternamente nel loro Dio; ci sono memorie ed affetti e speranze domestiche; e la memoria è di Colui che fondò questa casa e questa comunione di fratelli morendo, e gli affetti sono pel bene voluto e compiuto, e i beni che questi fratelli reclamano sono gli umili e pii vantaggi resi agli altri; e c'è la speranza comune, quella di bere ancora di questo frutto della vite quando saremo tutti nella casa del Padre, uniti insieme per sempre. E c'è la veste di rito che sarebbe villania dimenticare; la purezza dell'animo scevro da desiderii di male, la semplicità bianca del desiderio buono, amorevole, fraterno.</p>
      <p>Adempiute che abbiano queste condizioni, i commensali che mangiano di quel pane e bevono a quel calice sentono come impinguarsi e dilatarsi l'anima loro e si levano alacri e confidenti alle opere della vita, delle pure gioie ascose, della bontà.</p>
      <p>VI. Considerate ora, signori, che cosa sarebbe della vita, e quanto diversa sarebbe questa nostra società di umani, società di credenti, se il rito eucaristico avesse in <pb n="209" />mezzo a noi la pienezza della sua virtù e del suo fecondo significato. Noi moltiplicammo, nelle nostre chiese, i riti e le cerimonie solenni; e sempre il raccoglierci tanti in una chiesa, il prostrarci, a dati momenti, innanzi allo stesso altare, l'udire la stessa voce, il cantare lo stesso canto grave e solenne, ci ricorda che se, uomini, siamo molti e divisi, cristiani, dovremmo essere un cuore ed un'anima sola. Ma dove è la santità e la frequenza del rito che dovrebbe significare visibilmente questo nostro essere fratelli? e quando è che noi portiamo alla comunione quest'anima intensamente fraterna? I cristiani non intendono, mille su uno, le parole del rito santo; la voce che lo spiega non è calda del fuoco che empie invisibile quel pane dell'agàpe e quel calice: i presenti non raccolgono, nello spirito, lo spirito del sacrificio: ognuno dei convitati guarda al capo di casa, sollecitando favori per sé, forse; nessuno pensa all'altro, al vicino, a tutti i presenti, ai fratelli che sono fuori del tetto paterno, traviati e cattivi, ma fratelli sempre, esposti a mille pericoli, ai fratelli lontani, a tutta questa povera moltitudine d'uomini tristi, violenti, perversi, ma sopratutto infelici, che soffrono del non essere a quel banchetto e che tuttavia non lo desiderano, che sanno d'aver tanti fratelli, ma li odiano, pensandoli indifferenti o nemici.</p>
      <p>Esagero, forse. C'è un giorno della settimana, ed un'ora in quel giorno, in cui i fedeli vanno a messa. Le porte delle nostre chiese si spalancano, il popolo entra numeroso, giulivo, vestito a festa. Sull'altare, sulla mensa, scintillano più numerosi i ceri. Oh queste messe della domenica, nelle ore tarde del mattino! lo ho voluto assistervi spesso, nelle grandi e nelle piccole città, nei paesi; ho voluto seguire attentamente i gesti e le mosse del sacerdote, o che affrettasse impaziente e precipitasse il tenue rito o che svolgesse gravemente le cerimonie delle messe cantate; ho voluto osservare i volti dei presenti, scendere nelle anime, leggere i pensieri e le preoccupazioni di esse. Ed ho sentito, in luogo della voce lenta e soave della comunità, il canto sguaiato, quasi di spetta <pb n="210" />colo, i trilli capricciosi dell'organo, l'orazione vacua e pomposa: ho visto a che pensassero le ragazze, nei loro superbi vestitini nuovi, e le mamme vigili, e i giovanotti, sapientemente appiattati a spiare, o raccolti a commentare; ho visto le donne del popolo, volte alla statuina che è presso un altare laterale, o al sottoquadro, muovere affrettatamente le labbra; e pochi uomini dispersi, e fanciulli disattenti, e volti di vecchi chiusi dalla paura della grande ora; non ho visto la comunità dei fratelli, non raccolti alla mensa della vita e dell'amore i commensali di Dio, non volti nutriti dalla florida virtù di quel pane, non occhi ardenti del fuoco di quel calice santo, delle carni e del sangue di Dio. </p>
      <p>
        <pb n="211" />XXII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La penitenza.</hi>
      </p>
      <p>Abbiamo, in alcuni discorsi precedenti, esaminato la vita e lo sviluppo della coscienza morale nell'uomo, e la parte grandissima che l'educazione della coscienza ha nella vita religiosa cristiana.</p>
      <p>E ci occorse allora di esaminare nei limiti concessici il processo che segue la coscienza nella sua trasformazione morale e religiosa, per la quale essa, da uno stato iniziale e quasi rudimentale di impulsività e di atonia, caratterizzato dalla esteriorità degli stimoli e degli impulsi che spingono e determinano, in questo stadio di vita interiore, l'attività dell'uomo, e quindi dal caos di sentimenti ed affetti diversi e dalla lotta fra stati di coscienza opposti e talora contradittorii, passa gradualmente ad uno stato di consapevolezza dei motivi del proprio operare e dei risultati dell'azione, di dominio e di volontarietà di questa azione medesima, di unificazione ed armonia dei varii stati di coscienza. E dicemmo come questo sviluppo della coscienza morale sia lo sviluppo stesso della personalità umana, tanto più vigorosa ed intensa quanto più l'individuo è sottratto al dominio del mondo esterno ed agli impulsi inferiori e possiede, nella propria coscienza, una vita spirituale ed interiore <hi rend="italic">sua propria</hi> fiorente e vigorosa.</p>
      <p>Abbiamo veduto anche, tuttavia, come, nelle condi<pb n="212" />zioni presenti della nostra vita fisica e dei rapporti di essa col mondo esterno, una certa multiformità e variabilità di stati di coscienza, nella varia corrente del pensiero e degli affetti, sia legge della vita del nostro spirito; ed osservato quanto lontano la grande maggioranza dei cristiani rimanga dalla santità, che è caratterizzata appunto dal fissarsi del volere in Dio e nel bene, e dal far consapevolmente confluire a questo scopo comune tutta la propria attività interna ed esterna.</p>
      <p>Da questa variabilità dei nostri stati di coscienza proviene, anche in coloro che aderirono alla legge morale ed al Cristo, la possibilità della <hi rend="italic">colpa</hi> o del <hi rend="italic">peccare</hi>; le cui origini psicologiche sono e dentro di noi, nella nostra coscienza, dove tanto male e tanta negligenza passata accumularono stimoli al male, debolezze, difetti, ed intorno a noi, in questa vastissima rete di male, di esteriorità lusingatrici, di insidie spirituali, che ci circonda.</p>
      <p>Da ciò apparisce evidente come una religione la quale, imponendo ai seguaci doveri gravi di astinenze e di opere positive, non tenesse poi conto del ritorno all'errore e alla colpa da parte di coloro che le appartenevano, e li escludesse, per l'infrazione alle sue leggi morali, dal proprio seno, non potrebbe essere che religione di pochi privilegiati; e perderebbe gradualmente gran parte dell'influenza che potesse avere acquistato nel governo della vita individuale e sociale. La conoscenza delle debolezze e miserie della natura umana, il senso vivo di amore non per la virtù astratta ma per gli uomini, fragili e cattivi come essi sono cosi spesso, e quindi la pietà confortatrice e liberatrice, l'esperienza delle segrete energie spirituali che il tocco della parola divina può ridestare o suscitare nelle anime umane, ci appariscono luminose nella parola di Gesù; esse condussero il cristianesimo ad essere sin dal principio la religione, come della bontà, cosi anche della misericordia e del perdono. Voi ricordate le soavi scene del Vangelo a questo proposito, le dichiarazioni vigorose di Gesù ai suoi discepoli e le parole della preghiera che torna a chiedere, ogni giorno, perdono e forza di non <pb n="213" />peccare, Pietro stesso risalì pel perdono di Gesù, che egli aveva rinnegato, all'altissimo ufficio di capo della società dei credenti.</p>
      <p>II. L'effusione dello spirito nella Chiesa è quindi unito, nella parola stessa evangelica, a questo potere di sciogliere le anime dalla colpa e richiamarle all'amore ed all'esercizio del bene, affidato a coloro che della Chiesa stessa debbono essere come l'anima e la mente. Ed anche qui apparisce il possente concetto <hi rend="italic">sociale</hi> che dominò la fondazione del cristianesimo e lo sviluppo di esso nei primi tempi. Istituita, come preparazione e avviamento del regno di Dio, una associazione con gerarchia e codici e riti propri; messi, direi quasi, in comune i beni dello spirito e della grazia, la liberazione dalla colpa commessa dopo il lavacro battesimale non fu lasciata al campo intimo dei rapporti fra l'anima e il suo Dio. Il credente il quale avesse notoriamente contravvenuto ai precetti morali della sua società in materia grave le recava, evidentemente, offesa ed introduceva in essa un elemento di dissociazione e di rovina al quale era ovvio la società riparasse giudizialmente; la confessione e la penitenza. pubblica di peccati pubblici non devono quindi sorprenderci più che in qualsiasi statuto di società le disposizioni prese contro coloro che contravvengono notoriamente allo spirito ed alle leggi di questa, ostacolando, in luogo di favorirlo, il raggiungimento dei suoi scopi.</p>
      <p>Diversa nell'origine e nelle ragioni sue è la confessione, pubblica o privata, delle colpe segrete, la mediazione ufficiale della chiesa e dei suoi rappresentanti nel ritorno dell'anima colpevole alla pace del bene. Nella chiesa il reo deve presentarsi al sacerdote autorizzato, esporgli la sua colpa, subire il giudizio di lui, accettare la pena assegnatagli. La disposizione positiva non deroga alla efficacia dell'amore che cancella le colpe; ma essa impone un atto al quale la coscienza, o che desideri redimersi o già redenta, non può venir meno volontariamente, senza rimanere nella colpa e sottrarsi al mite precetto della società cristiana. Ed un rito speciale fu desi<pb n="214" />gnato a raccogliere nella comunione vivente della Chiesa e del Cristo i colpevoli che si pentono delle loro colpe e chieggono a Dio e alla Chiesa il perdono: il rito o il sacramento della penitenza o confessione auricolare.</p>
      <p>Nei primi tempi la Chiesa usò assai parcamente di questo suo dritto. All'intensità dello sforzo spirituale richiesto per accettare e far propria, nel battesimo, la legge del Cristo, ed alla profondità della conversione etica richiesta pel passaggio dal paganesimo alla vita cristiana rispondeva l'esecrazione e lo spavento della ricaduta: e si pensò comunemente nella Chiesa che la penitenza non potesse esser concessa che una volta ai ricaduti; non quasi dubitando che il Signore non potesse anche dopo mille colpe ricevere nella sua comunione colui che la potenza dell'amore rinnovasse, ma perché si temeva della sincerità di chi, perdonato e salvato dal naufragio spirituale una volta e due, tornasse alla colpa; e si pensava che pericoloso per i fedeli sarebbe stato l'esempio della facile assoluzione. Ma poi, diminuendo il primo fervore e scemando, col crescere del numero dei fedeli, il livello medio della vita spirituale intensa, la disciplina della Chiesa divenne più mite; e l'esempio delle coscienze che, dedite a una vita di perfezione, cercavano nella frequenza e nell'uso, talora anche quotidiano, del rito penitenziale conforto e pace spirituale, diffuse fra i fedeli l'uso del sacramento anche per le colpe leggere, per le frequenti debolezze della vita.</p>
      <p>III. Spesso e da molti è stata attaccata la confessione rimproverata al cattolicismo come rito o disumano o grave di inconvenienti o atto ad incitare alla colpa, per la speranza del facile perdono, più che a confermare nel bene. Ed anche qui l'abuso di parecchi cristiani dà apparenza di giustizia a parecchie di quelle accuse. Alcuni hanno anche alzato la voce contro il pentimento e la parte assegnatagli dalla Chiesa nella sua morale. Con una sottile analisi delle cause del pentimento o del rimorso, essi hanno preteso scuoprire in questo o un vano giuoco di illusione dello spirito, o l'effetto d'un egoismo manifesto <pb n="215" />o larvato, o un giudizio della coscienza su sé stessa, privo di autorità e di sanzione. Giova esaminare queste varie accuse, molto più che ognuno di noi farà con ciò l'esame di fatti e di esperienze ovvie alla propria coscienza.</p>
      <p>Innanzi tutto è noto che, mentre l'inettitudine al rimorso è triste carattere dei degenerati, di quelli che dicono delinquenti nati, o di anime intorpidite nell'apatia morale e nella colpa, le personalità morali più educate e più ricche sono sensibilissime al rimprovero della propria coscienza; il più spesso esse si astengono da ciò che credono colpevole e vizioso solo per la ripugnanza a quel senso di malessere e di oppressione spirituale che accompagna la consapevolezza del torto. Ad esse dà pace e gioia il senso di unità di luminosità di benessere spirituale che empie la loro coscienza; e se talora sentono sorgere dal fondo di questa tendenze o affetti ripugnanti a quella pace serena e al dominio del volere, e se questi li inducono ad atti che il volere disapprova, il dolore, la vergogna, il pentimento accompagnano spontaneamente questa constatazione della presenza d'un angolo della propria vita spirituale, inosservato prima, dove ancora il male si annida, d'una disarmonia interiore, d'un male commesso.</p>
      <p>Ma in molti tale dolore è una semplice constatazione inefficace. Essi osservano nel fatto l'antitesi fra alcuni loro atti ed altri atti o desiderii od aspirazioni; veggono in sé quasi molte anime, e la migliore, la più vicina alla luce, disapprovare le altre e sentirne la ripugnanza. Quindi, passate le condizioni interiori che li spinsero all'atto riprovevole, sopita la collera o la cupidigia o vinta l'inerzia momentanea dello spirito, essi negano col volere ciò che prima vollero; si pentono ed hanno rimorso. Ma se questo sentimento accompagna, quasi riflesso freddo, la consapevolezza fugace della differenza e dell'antitesi che è nei vari stati d'animo; se chi ieri cadde e sente oggi il male di quell'essere caduto non scruta nella sua anima le origini presenti ancora, benché inosservate, di quel male e non tenta di sradicarle, il suo non è dolore vero; <pb n="216" />poiché non è atto di volontà opposta a quel male e rivolta quindi a dominarlo ed espellerlo, ma è semplice, direi quasi, registrazione della presenza di esso, accompagnata da uno sterile e fugace sentimento di pena. Ciò sarà forse avvenuto spesso ad ognuno di voi; ciò avviene tutti i giorni alle anime che non vivono in uno sforzo assiduo di progresso nella volontà del bene, nella unificazione morale della propria coscienza.</p>
      <p>IV. Spesso al dolore si accompagna uno sforzo più o meno durevole ed efficace di mutazione; ma i motivi di tale fatto possono essere diversi. C'è nella vita di ognuno qualche cosa che egli vuole più fortemente; c'è una gradazione nelle cose desiderate o volute. Ora avviene spesso che il male rompa quest'ordine dei fini; l'avaro rimpiange un atto di prodigalità, l'ambizioso uno scandalo che gli nuoce, l'astuto un trasporto di collera che lo scuopre; e tale dolore e rimpianto è misurato, nel suo valore etico, dai suoi moventi e, nella sua efficacia, dalla intensità del volere positivo che detta la condanna del trascorso. Anche in questo caso noi abbiamo il contrasto di due stati di coscienza, diversi, oltreché pel contenuto loro, per il diverso atteggiamento del volere che spinge l'uno a premunirsi in qualche modo contro il ripetersi dell'atto che dispiace; ma non abbiamo ancora la voce della coscienza reclamante per il male compiuto e per il dovere offeso nel nome stesso del bene e del dovere, concepiti come norme estrasoggettive ed assolute della condotta.</p>
      <p>Ora non è dubbio che a tale classe conviene ridurre molte volte il pentimento che accompagna il colpevole alla penitenza cristiana. È il timore d'un danno fisico, d'un male soggettivo, il timore della pena minacciata per la vita di là, che rattiene molti dalla colpa o li fa ripugnanti ad essa dopo che vi sono caduti. Noi non abbiamo difficoltà di constatare l'inferiorità di un tale motivo, noi riconosciamo anche che spesso nel cristianesimo i nostri teologi e moralisti ne hanno troppo insistentemente e troppo largamente fatto uso, impiegando fantasia ed elo<pb n="217" />quenza a ritrarre e descrivere studiosamente l'orribilità delle minaccie divine, l'atrocità delle pene del purgatorio e dell'inferno, lo sdegno di Dio che scruta maniere ingegnose di tormentare le anime e ride della loro inesauribile pena. Noi possiamo anche e dobbiamo constatare alcuni dolorosi effetti che ciò ha avuto nella educazione delle anime, nei costumi umani, nella giustizia punitiva. Il timore, sia esso anche d'una pena gravissima ed eterna, per sé è forza morale che trattiene da certe colpe gravi ma non ispira l'affetto positivo del bene pel bene, l'amore che purifica e trasforma: esso ritrae dagli estremi del pervertimento morale ma lascia assai spesso sussistere ed agire nel profondo della nostra coscienza stimoli occulti e insidiosi, passioni mortali che poi a un certo momento divampano come incendio e soffiano come bufera e trascinano la volontà riluttante ma fiacca.</p>
      <p>V. Tuttavia conviene guardarsi dell'esagerare. Riporre nel timore le basi stesse del pentimento cristiano è innanzi tutto un grosso errore. Chi conosce solo gli elementi del catechismo distingue l'attrizione dalla contrizione, il dolore imperfetto dal perfetto. Il timore d'una pena che segue il male come tale, e non soltanto questa o quella colpa, per ragioni occasionali e passeggere, rimuove la volontà da ogni cosa od atto che sia colpa grave; esso è quindi, benché diremmo quasi negativamente, atto di riconoscimento dei superiori fini della vita e del dominio del bene sul male, e la Chiesa ha potuto quindi accettarlo come materia sufficiente nell'atto morale del colpevole che invoca il perdono di lei e del Volere divino; l'opera di questo Volere divino accettato, benché per timore, la grazia, farà poi il resto. Ma non è colpa della Chiesa se per molte generazioni l'enorme numero dei fedeli fu poco sensibile ad un più elevato motivo di vita e di purgazione interiore; e coloro stessi che biasimano il cattolicismo per la pratica della penitenza debbono riconoscere l'influenza enorme che questa ebbe nel raffrenare le passioni ed addolcire i costumi. Basti ricordare l'apparizione di qualche umile frate francescano nelle città italiane dei se<pb n="218" />coli di mezzo, dilaniate da profonde discordie civili, e l'onda possente di commozione popolare che la sua parola provocava, ricordare la vita e l'opera di frate Francesco, di Antonio di Padova, di Caterina da Siena, di frate Bernardino, di frate Giovanni da Capistrano e di mille altri, per avere un esempio evidente dell'efficacia di questa minaccia divina sulle fiere e rudi coscienze dei popoli che il cristianesimo dominò, dove non giungesse la parola dell'amore, con quella del rimprovero e del terrore.</p>
      <p>VI. Oggi molte coscienze domandano pel pentimento motivi più profondi; il terrore della minaccia ha perso molta efficacia su di esse, mentre la parola del dovere e la soave allettativa del bene sembra rispondere a una nostalgia profonda di purificazione morale. Di un dovere elevato e assoluto, del quale la coscienza fosse l'eco ed il vindice quasi per la sua costituzione, d'un imperativo morale insito nell'anima come forma propria ed a <hi rend="italic">priori</hi> dell'attività morale s'è molto parlato nel secolo scorso, ed uomini celebri, filosofi o agitatori, han fatto molto a fidanza su di esso. Il cristianesimo può soddisfare più efficacemente e veracemente a queste nobili aspirazioni; al dovere astratto, creatura dell'uomo, alla coscienza autonoma, vane forme senza contenuto, essa sostituisce il Volere divino, assoluto e personale, che è appunto il volere del bene, di ogni bene, e del bene per sé stesso, e la riprovazione perenne e totale del male.</p>
      <p>Immerse e temprate in questo volere misterioso le anime cercano e vogliono il bene per sé stesso; e la coscienza sorge, appoggiata a motivi perenni e assoluti, voce d'un'altra voce che non si inganna, desiderio profondo di redenzione e di purificazione morale, principio di unità di armonia di pace interiore. Così il pentimento non è che la volontà del bene opposta a ogni male che si commette sulla terra, ma in particolar modo al male insinuatosi in noi medesimi, per debolezza nostra, per sorpresa, per possenti suggestioni, vittoriose forse un momento del volere buono; è la carità stessa, principio, come abbiamo veduto, di ogni vita morale nel cristianesimo: è, nella <pb n="219" />caratteristica sua, un episodio nelle vicende della lotta dell'anima per il trionfo sul male e sull'incosciente e per il possesso di sé medesima. E questo pentimento ha quindi virtù di far più intenso il volere del bene; esso ridà all'anima la consapevolezza di una forza che non è da essa, ma che è a disposizione di essa, di una bontà che sale, soffrendo e perdonando, verso la pienezza del bene.</p>
      <p>E una più accurata conoscenza dei processi della vita interiore mostra anche meglio oggi come profondamente umano sia l'istituto della confessione. L'anima che sa e si duole di avere errato cerca di confessare il suo torto come per spogliarsene; la dolcezza di una parola che, accordandosi alla voce interiore, riprende paternamente e dice il perdono di Dio e conforta e consiglia, dà la confidenza del perdono e la pace.</p>
      <p>Ma questo ministero di ricevere il triste segreto delle anime doloranti nella colpa, di spingere l'occhio puro e la parola purificatrice nelle più intime latebre di coscienze che il dolore e l'amore aprono alla confidente accusa di se medesime, è veramente terribile per la gravità e la delicatezza sua: la Chiesa ha molto osato, affidando a dei suoi la responsabilità di questo divino ufficio: essa sapeva tuttavia di poter osare, certa che le forze spirituali delle quali dispone il suo sacerdozio le avrebbero dato uomini preparati dal sacrifizio e dall'amore a raccogliere le voci dolorose delle anime penitenti ed a compiere su di esse, pregando, ammonendo e giudicando, il rito che risana e rinnuova.</p>
      <p>VII. Se sono riuscito, signori, a darvi una giusta idea di ciò che è nella vita del cristiano la penitenza e il rito della confessione, voi potete facilmente esaminare voi stessi sull'uso di essa, sulla preparazione che richiede e sulle cause dei pochissimi risultati che così sovente ne seguono nella vita del cristiano. Il momento rituale suppone un processo interiore che deve essersi prima compiuto nell'anima del penitente. La sensibilità morale, divenuta così frequente nelle anime, la poca conoscenza del dovere religioso ed il falso concetto che sovente si ha di esso, <pb n="220" />impediscono a molti di sentire in sé il malessere profondo, il desiderio di perdono e di purificazione che è principio del pentimento. Voi sapete dell'esame di coscienza che deve precedere la confessione. Le condizioni nelle quali questo esame ha luogo sono le più atte ad illuminarci sulla veracità e sul valore del pentimento che si porta alla confessione. Molti ignorano radicalmente le leggi della vita della coscienza: essi si trattengono a constatare l'atto concreto della colpa grave, rievocano le circostanze di questa, ne ricercano il numero: e mentre lo stimolo che indusse a peccare tace ed altre preoccupazioni tengono, pel momento, la superficie della coscienza, essi prendono come buon pentimento la riprovazione di quegli atti e la presente disposizione d'animo sfavorevole ad essi. Ma come apparvero nella coscienza quei violenti affetti e quei vittoriosi desiderii del male? Perché fu così debole la resistenza o cosi spensierata la colpa? Per qual segreta via il male si era impossessato dell'anima così da prepararla al peccato come alla caduta di un frutto maturo? In quali profondità della coscienza hanno posto radice modi di vedere, sentimenti, appetiti che prevalgono poi cosi facilmente sulla voce del bene quando questa, e non essi, dovrebbe suggerire ed imporre la scelta? Il cristiano confessa la colpa; egli non sa e non pensa che, al momento stesso in cui la confessa, l'atteggiamento segreto della sua anima dinanzi ai vasti problemi della vita e del dovere, del bene e del male, è quello stesso che era al momento della colpa; che egli vuole anche ora, non l'atto, ma ciò che insensibilmente lo trasse e lo indusse a porlo; che egli non conosce o non apprezza o non vuole il bene al quale quell'atto si opponeva; e che il passaggio superficiale della coscienza da uno stato d'animo a un altro, il volere e disvolere per motivi futili e occasionali non muta la più profonda volontà, buona o cattiva, la quale segna la nostra personalità morale e il nostro valore spirituale. Egli confessa il suo atto, ma non dichiara la sua coscienza, <hi rend="italic">perché gli è ignota</hi>; egli si pente di alcuni effetti più gravi del male, ma non del male stesso, nascosto ai suoi occhi: <pb n="221" />e poco appresso, quando l'occasione del male torna, egli si trova essere ancora quel di prima; il pentimento fu un labile e superficiale atteggiamento del volere, non fu una inversione profonda della vita interiore, un rinnegamento del male alle sue radici, il principio di una vita nova.</p>
      <p>Oh non è questo il pentimento che Dio chiede e che il sacerdote accetta e convalida nel nome di Lui; e non è questa la confessione cristiana, gemito profondo dell'anima che, commossa dal Dio, spezza le catene del male, e sulla vittoria ottenuta su di esso ricostruisce dolorando e piangendo le basi della nuova vita spirituale, salde contro il tornare della bufera che rugge d'intorno.</p>
      <p>
        <pb n="222" />XXIII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La morte.</hi>
      </p>
      <p>Io ho visitato spesso, signori, degli ospizi di vecchi. E sempre mi ha fatto una profonda impressione vedere quei quasi resti di uomini, tormentati in varia guisa dai mali dell'età loro, collocarsi seduti all'aperto, al sole, e bere silenziosamente la luce e l'aria e la gioia del vivere. E come un gesto di attesa rassegnata; ma è insieme e più un desiderio ancora intenso di vita, che regna solo, non turbato più dal clamore delle passioni vivaci; è un tacito aggrapparsi di tutto l'essere alla vita, agli ultimi e più gustati e più lunghi sorsi della cara vita. Ed è quindi anche una protesta contro la morte; essi, quei vecchi, non vogliono morire.</p>
      <p>E in tutte le età della vita l'uomo non vuole morire, e dal fondo del suo essere egli protesta contro la morte. E spesso è un desiderio aspro e possente di vita intensa, di passioni forti, di godimenti concentrati che si solleva vigoroso contro la torbida visione della morte; il ricordo di questa faceva ripetere ai poeti dell'antichità pagana, e fa ripetere assai spesso anche oggi, ai poeti non solo, ma a tutti: Domani morremo: viviamo, viviamo!</p>
      <p>E nell'ansia del vivere l'uomo mette a contributo anche i giorni che non gli sono dati; egli gode degli anni che non avrà, pensando alla famiglia che arricchisce, al sepolcro che ne segnalerà il nome fastosamente, all'eredità di <pb n="223" />affetti e di gloria; ombre del sogno; vanità postume che pure son buone, così spesso, per la nostra sete ardente di vivere.</p>
      <p>È fatale, veramente, questo dissidio fra la vita e la morte? E la più umana e prudente condotta dinanzi a questa sarebbe di coloro che ne scacciano da sé il pensiero, come se il pensarci fosse già un cedere alla morte qualche cosa della vita presente, un impoverirsi per essa, che è ritorno nel nulla? Ed è veramente, la morte, l'inabissarsi e lo sparir dalla vita, l'entrare nell'ombra profonda ed eterna, il finire?</p>
      <p>Poi che gli occhi dell'uom cercan morendo il sole e tutti l'ultimo sospiro mandano i petti alla fuggente luce.</p>
      <p>Il problema della morte è il problema stesso del valore e dei fini della vita; e le dottrine su quella sono come il saggio e la riprova delle dottrine su questa. E quindi l'interpretazione della morte fu sempre ufficio proprio delle religioni; esse ebbero sacri i riti funebri e i sepolcri e gli spiriti degli antenati, e provvidero sempre all'iniziazione dei morenti alla vita dell'al di là, dai cibi e dai doni funerarii e dall'obolo di Caronte sino, permettetemi il riavvicinamento, all'estrema unzione. Lo stesso socialismo materialista, più che un partito, divenne, collocando di qua dalla morte gli ideali rimani, quasi una religione; cioè un atteggiamento di tutta l'attività morale, una <hi rend="italic">vita,</hi> una soluzione del problema del posto e dell'ufficio dell'uomo nel mondo. E “l'irreligione dell'avvenire” è una fede la quale ha oggi molti credenti, benché essa non abbia ancora degli altari e dei riti. I poeti e gli scienziati poeti hanno già del resto consacrato per loro conto degli altari alla Vita e alla onnipossente Natura e fiori alla Morte, che è circolo perenne di vita, ed adombrati i riti futuri.</p>
      <p>II. La morte può essere intesa in tre diversi modi: o come cessazione della vita, o come cessazione, all'opposto, d'una condizione anormale e quasi violenta di vita, o <pb n="224" />come passaggio a una forma di vita più alta. Il primo è il concetto naturalistico e pagano; rinnovato nel secolo scorso ed elevato a dottrina sistematica dell'essere delle cose, dal materialismo positivista. Essa è veramente la dottrina che sta alle apparenze; alle apparenze della morte, non solo, ma, in tutte le cose, a quel che si manifesta esteriormente e che può esser da noi raggiunto col senso; essa nega l'intimità, la profondità, le realtà delle cose in sé. Nella scienza, è una riserva di metodo elevata a principio teoretico; nella filosofia, è la negazione del pensiero e del volere umano, che avrebbero l'illusione d'estendersi, l'uno all'universale, l'altro all'assoluto della vita e dell'essere; nel costume, parve dover essere la più perfetta espressione dell'etica di chi non vuole averne altra che il proprio gusto, l'equivalente pratico del nietzchismo e dell'estetica dei superuomini. L'uomo diveniva una cosa così piccola e fugace e volgare, che non c'era più bisogno di spiegare la morte; uomo o broccolo o fiore, veniva ad essere su per giù lo stesso; e i cemeteri furono condannati da un celebre chimico perché sottraevano concimi preziosi alle fosse ed ai solchi.</p>
      <p>Ma in questi tempi più recenti, al materialismo saccente e loquace degli scienziati e dei loro fedeli si è aggiunta una forma di scetticismo teorico e di ateismo che ha, indubbiamente, un valore morale molto superiore; la ragione diffida della metafisica, la rappresentazione teorica del mondo lascia vuoto il gran posto di Dio e concepisce le apparenze delle cose come barriere dell'essere; ma si aggiunge tuttavia a tale stato mentale una vaga e profonda intuizione del mistero profondo dell'essere, un senso di armonia delle nostre esistenze piccine con il gran tutto e quasi di trasfusione in esso, un certo panteismo mistico che surroga in qualche difettoso modo il Dio personale, ed in cui l'anima attinge, per vie segrete, dall'universo, la forza di esser contenta d'una vita austera e pura e di amore. Di qui un'etica che è oggi di moda, l'etica della solidarietà: di qui la vita del mondo e di tutta l'umanità rispecchiata e riflessa nella vita di ogni singolo uomo, <pb n="225" />quasi a dare a questa, così povera e fragile, il massimo di valore; di qui in fine una certa religione dell'amore e dell'assistenza fraterna, predicata all'uomo come una alleanza contro questo oscuro fato che ci cinge di mistero e di morte; e il tentativo anche, ahi quanto vano, di trovare in questo ritorno al gran tutto, alla terra all'aria ai fiori, come il protrarsi per noi d'un'intima nota di vita e di letizia oscura, dopo la morte. Pietose illusioni, le quali in fondo mostrano solo questo: che il pensiero consapevole e razionale non espone né riassume tutta la nostra vita di coscienza; e che essa ha le sue segrete ragioni, delle quali talora la ragione sistematica e ragionante non può rendersi conto.</p>
      <p>Il nostro essere fisico è tutti i giorni in commercio diretto con la natura esterna, con l'aria e con la luce e coi fiori, senza che da ciò ci venga alcuna possibile gioia fisica, distinta da quella che prova questo nostro organismo sentito e vivente, e che ci dice questa nostra coscienza. Nonostante gli sforzi pietosi, il dilemma rimane inevitabile: o la psiche interiore si sottrae in qualche modo, con un essere suo proprio, alle vicende del mondo fisico ed a quelle del nostro organismo, che la natura visibile spezza o si ripiglia, o noi non vediamo per l'uomo altro atteggiamento logico che quello di abbandonarsi al corso della vita, come gli piace, senza velare di alcuna fanciullesca illusione il nulla totale e inesorabile della morte.</p>
      <p>III. Altro è il concetto di coloro che, credendosi in possesso d'una gnosi superiore, protendono il loro sguardo a un mondo di anime e di esseri spirituali del quale la nostra psiche dicono essere da innumerevoli anni abitatrice, oggi inconscia; sicché la vita presente è quasi un lungo sognare, la pena o la prova di una coercizione in cui l'anima, dimenticatasi, se non quanto serba nel fondo del suo subconscio un oscuro ricordo e raccoglie oscure voci di altri esseri e di altri mondi, tenta penosamente nuovi assaggi di vita ed espia colpe sue personali passate. Voi non avete certo, signori, i doni di questa gnosi teosofica che diletta oggi le ore d'ozio di molte poco spiri<pb n="226" />tuali signore delle grandi città; e il buon senso vi basta a trascurare questi strani sogni, sui quali tutta la vostra esperienza interiore tace. Né ad alcun uomo il quale si tenga alle esigue ma non ingannevoli voci della sua esperienza religiosa nel cristianesimo può arridere il pensiero di future trasmigrazioni dell'anima, in una specie di divenire perenne, per i regni della natura e per le forme varie dell'essere.</p>
      <p>Ma ad un risultato analogo e ad un artificioso concetto della vita e della morte giunse, nel seno stesso del cristianesimo, una corrente popolare che tendeva a disprezzare oltre misura la vita presente, a creare fra il corpo e l'anima un antagonismo inesorabile e quindi a concepire tutta la vita presente come una oscura e dolorosa espiazione e la morte come una vera liberazione. Voi sapete come questo disprezzo della vita e culto della morte fu spesso rimproverato al cristianesimo; e due fatti storici si ricordano di preferenza: la strana allucinazione dell'anno mille e lo spettacolo, quasi endemico nel medio evo, con più acuti e certi periodi, dei flagellanti e di inesorabili tormentatori del proprio corpo. Alcuni, forse molti, ebbero nel cristianesimo la voluttà dell'abbiezione e del dolore, la voluttà della morte: ed io ho altrove accennato a questa esagerazione di un giusto principio. Essa alienava gli uomini dall'intendimento positivo e dal compimento del bene qui, fra i nostri simili e vicini; opponendo la vita di là alla vita di qua, annebbiava il mirabile concetto del regno di Dio che si inizia in questa nostra esistenza presente, della vita spirituale nella carità, la quale <hi rend="italic">nunquam excidit,</hi> e nel bene; ed annebbiava quel mirabile senso di fraternità degli uomini non solo fra sé ma e con gli animali e con la natura inanimata che è suggerito con così eloquenti parole nel vangelo ed ha una espressione così poeticamente efficace nella storia e nella leggenda. francescana.</p>
      <p>IV. Francesco cantava</p>
      <p>Laudato sii signore</p>
      <p>per nostra sorella morte corporale.</p>
      <p>
        <pb n="227" />La morte sorella! La morte continuazione della vita, ma senza ciò che in questa vita è morte, sogno, illusione, apparenza, vanità, divenire continuo di morte. La morte velo che cade dagli occhi, peso che cade dall'animo, nube che si dirada dall'essere, ritrovamento di sé stessi, rivelazione a sé stesso dell'essere spirituale; ma di quell'essere stesso che si aveva qui nel mondo, degli atti buoni, del bene compiuto o desiderato, del Dio amato; le rappresentazioni, grevi ore di fantasmi grossolani, cadono, ma il volere rimane, rimane quello di prima, con i suoi affetti, con i suoi odii, con le sue aspirazioni, con i suoi pentimenti; valore spirituale oramai, letizia o pena spirituale, capacità spirituale di spirituali beni e di spirituali tristezze, perenni gli uni e le altre.</p>
      <p>Così nella vita del cristiano il pensiero della morte non muta il criterio del vivere; egli può sempre avere presente la morte e può anche non pensarci giammai: può lasciar tutto e chiudersi in un deserto per mutar tutta la sua vita in preparazione ad essa e può anche dichiarare, con quel tale religioso, che se nell'ora assegnata dalle regole alla ricreazione gli si annunziasse la morte incombente, continuerebbe quietamente a ricrearsi.</p>
      <p>Questa vita spirituale, che noi cerchiamo di fare in noi stessi sulle norme del cristianesimo, non tenie, non sente, non attende la morte; l'atteggiamento che noi prendiamo dinanzi alle cose ed alla natura, nel cristianesimo, è tale che la presenza o lo sparire del mondo visibile non lo muta; più oltre è il nostro fine; mezzi, questi che la terra ci offre, sin che sono a nostra disposizione, significheranno sparendo che essi hanno cessato di aver valore per noi; impalcatura rude e ingombrante, essi lasceranno vedere cadendo le linee dell'edificio compiuto.</p>
      <p>Così il cristiano non teme la morte e non teme la vita presente, o dalla prima egli non teme che il cessare del tempo utile a costruire, dalla seconda che il pericolo di attardarsi nell'opera o di guastarla; la vita che egli ama, le cose che egli cerca le possiede già e sa di non perderle per la morte. Egli è sereno e confidente. Anche <pb n="228" />lo stoico, signori, cercò di essere sereno e confidente dinanzi alla morte; e talora vi giunse. Anche quando egli non aveva il convincimento filosofico della vita di là, la vita sobria e pura, il distacco dalle cose che è triste lasciare a chi troppo appoggiò ad esse e mise in esse il suo essere, la ricchezza della vita interiore toglievano alla morte l'amarezza del distacco e del rimpianto, l'atroce dolore d'una esistenza mancata; e un segreto sapore di immortalità, se non la speranza nostra cristiana piena di immortalità, quel sapore che emana dalle mirabili pagine del Fedone, gli rallegrava d'un senso quasi divino di calma l'ultimo sorso della vita terrena. Egli <hi rend="italic">sentiva</hi> quello che noi sappiamo ed aspettiamo.</p>
      <p>V. Io vorrei leggervi ora, o signori, le parole del rito dell'estrema unzione, il rito col quale la Chiesa cattolica prepara i suoi al grande passaggio: leggervi le preghiere degli agonizzanti; questo senso e questa visione della vita e della morte vi sono espressi in maniera profonda e soave. Quel che nella morte passa, se l'anima vi ha rinunciato e vi rinunzia, sono le colpe della giovinezza, gli eccessi del senso, gli errori varii dell'animo agitato e condotto dalle passioni: ciò che rimane è la fede, la pia fiaccola che rischiarò la vita e che sta per spegnersi, non nelle tenebre, ma nella pienezza della luce, è la speranza, argomento dei beni che oramai appariranno, è l'amore: e l'amore è adorazione, accettazione volente del supremo sacrificio, offerta pia, invocazione ansiosa, dolore, gioia, per l'attesa dello sposo che viene. La Chiesa rievoca al morente la vita trascorsa perché egli rinneghi ancora quello che fu male in essa, consacri il bene voluto e fatto, in un'ultima accettazione; essa raccoglie intorno a lui le preghiere della società dei credenti, di coloro che giunsero, di coloro che attendono, ma di là, di coloro che attendono, di qua: essa fa scorrere nelle membra di lui l'olio soave che monda e deterge e invigorisce.</p>
      <p>E se colui che si appressa alla morte errò e peccò sino agli ultimi suoi giorni, ma la voce della coscienza e di Dio, non ascoltata prima, gli ha mosso il cuore, e se <pb n="229" />all'anima di lui apparisce ora, come per una improvvisa rivelazione, la bruttezza del male compiuto e della vita dispersa in vani errori, egli non deve disperare; il dolore — solo che sia dolore vero e profondo, e non rimpianto della vita che fugge ed oscuro spavento del di là misterioso — cancellerà le colpe e preparerà l'anima alla venuta di Dio.</p>
      <p>Raro è però tale caso, assai più che alcuno non pensi, e, quando esso avviene, preparato già da lungo tempo nelle vie profonde e misteriose della coscienza: e peggiore fra tutte è l'illusione di coloro che si lusingano di trarre da una lunga vita di male e da una coscienza inveterata nell'amore del male l'atteggiamento che purifichi l'anima nella grande ora; quando essa sarà forse invece portata a rifuggire con ispavento dall'abisso e ad aggrapparsi con ultimo inutile sforzo alla vita che fugge. Comunque, e le dottrine della Chiesa e l'osservazione interiore ci dicono che in questa intimità profonda e fluttuante, che è la coscienza, il passato non è nulla se non nell'attimo presente, nel cui atteggiamento esso culmina e si riflette tutto: atteggiamento che può anche essere fuori della nostra consapevolezza, in quell'attimo, come avviene in chi ha perduto innanzi di morire la conoscenza, ma che, quando cessa il fluttuare e l'intimità si rivela a sé stessa, assegna all'anima il posto definitivo, misurato dal proprio volere, nelle sfere dell'essere spirituale e di pura coscienza: come la sfera che, arrestatasi sul quadrante, segna per sempre l'ora del disastro che spezzò il meccanismo interiore.</p>
      <p>VI. Vi dissi, signori, che le dottrine sulla morte sono come la riprova delle dottrine sulla vita; ciò che i cristiani pensano e sentono della morte ci dirà ciò che essi pensano e sentono della vita spirituale alla quale il cristianesimo li ha chiamati. Ora, a quali tristi riflessioni dà luogo oggi assai spesso, nelle famiglie che pure si dicono cristiane, la morte di uno dei membri di essa! La morte, per spontaneo consenso, è considerata come il più grave dei mali; si teme di pensarvi, di parlarne, non forse, riscossa, ascolti ed accorra; tutto l'intenso sforzo dell'atti<pb n="230" />vità familiare si raccoglie nei beni della vita presente; e se alcuno della famiglia ha ancora delle aspirazioni che non sieno per questa, le nasconde ed evita di parlarne, temendo di turbare l'operosità della moglie, del marito, dei fratelli, dei figli per la loro vita terrena. Il peso della povertà, dell'abbandono, della delusione amara è divenuto, per la forza assidua di questo comune assenso, così radicato negli animi che esso supera talora persino il terrore della morte e conduce al suicidio.</p>
      <p>E al malato grave si nasconde gelosamente il pericolo, perché esso precipiterebbe, con lo spavento e il rimpianto, la catastrofe temuta: a lui si parla di guarigione, di gioia, di vita, quasi perché la morte lo colga e lo porti con sé improvvisa; ed anche se l'annunzio di essa è inevitabile, l'ultimo sforzo dei cari si raccoglie ancora nel distrarre dal pensiero di sé la coscienza del moribondo: e forse intorno a lui le cupidigie dei vivi si accendono d'una fiamma più intensa.</p>
      <p>Il malato avrà forse l'estrema unzione, ma quando la coscienza, sopita e annebbiata, attenderà passiva il momento solenne; il sacerdote apparirà, ma introdotto a malincuore perché la veste nera di lui getterà un'ombra anche più nera sull'anima dell'ammalato; perché nel prete si vede non l'uomo delle cose spirituali, l'anima ricca di luce e la volontà del bene esperta delle soavi parole confortatrici, ma il triste professionista dei riti funerarii. Venga, raccolga un ultimo vago cenno di assenso, parli a un'anima che non ascolta più, unga le membra già inerti, compia i gesti e i riti misteriosi, come se essi bastassero di sé a raggiungere, traverso le cose inanimate, una volontà che si è già chiusa e che non ha più contatti con le voci e con le cose terrene. Dopo, parlerà con i vivi delle spese e dei dettagli del funerale.</p>
      <p>E chi saprebbe poi, a questi che hanno un tale concetto della vita e della morte, dire, quando essi piangono, le parole del conforto e della speranza cristiana? Talora il sacerdote, conteso al moribondo, è poi chiamato a lenire il cordoglio del crudele superstite: come un giorno <pb n="231" />si pagava il pianto delle lamentatrici, oggi alcuno in cui si è spenta la fede, mosso da riguardi esterni e terreni, paga al prete il conforto per i viventi ed il suffragio per i morti pensiero venale, che è assai sovente una offesa, esso stesso, alla santità della morte.</p>
      <p>
        <pb n="232" />XXIV.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Il matrimonio cristiano.</hi>
      </p>
      <p>Signori</p>
      <p>Due anni addietro l'Italia fu profondamente agitata da una proposta di legge, presentata da alcuni deputati, tendente a introdurre in Italia il divorzio. I cattolici, per la prima volta forse dacché il regime costituzionale fu stabilito in Italia, fecero sentire la loro voce, nella vita pubblica del paese, nettamente contraria al progetto, e questo fu, per allora, abbandonato. Tuttavia non conviene illudersi molto; l'introduzione del divorzio sembra essere quasi fatalmente sulla via di quella che chiamano laicizzazione dello Stato; precisa dal campo dei fini di civiltà e di cultura che esso persegue ogni considerazione e finalità religiosa, questo sente venirsi meno la forza di imporre ai coniugi, dei quali la legge civile riconosce l'unione maritale, l'onere di rimaner vincolati l'uno all'altro per tutta la vita; mentre quest'onere sembra, d'altra parte, nella costituzione presente della famiglia, divenire sempre più grave e più difficile a portarsi ad un grande numero di contraenti.</p>
      <p>Acuta e crudele, del resto, la critica si è esercitata lungamente intorno alle condizioni della famiglia nelle varie classi della società contemporanea. Nelle famiglie aristocratiche e borghesi i matrimonii di interesse e di convenienza; la futile e vana educazione, tutta esteriore, <pb n="233" />della fanciulla; la corruzione morale cui pochissimi sfuggono dei giovani e che lascia impronte indelebili nel carattere e spesso anche nel corpo di essi, rendendoli inetti alla soavità intima e pura dell'assidua convivenza matrimoniale; il difetto di <hi rend="italic">risorse</hi> spirituali nelle ore della stanchezza del dissidio dello sconforto; l'adulterio entrato sfacciatamente, nel costume non solo, ma e nella letteratura e nel teatro e nelle arti figurative, di dove si insinua per mille nascoste vie negli animi e ne corrode la forza morale; l'aumentare enorme, insieme con le esigenze e i bisogni secondarii e fittizii della vita, del numero dei celibi e la maggiore intensità della lotta per la conquista, del marito, dall'una parte, della dote, dall'altra; queste ed altre cause minori hanno assai diminuito il numero dei matrimonii bene assortiti e delle famiglie stabilmente edificate sull'affetto reciproco e sulla fedeltà dei coniugi.</p>
      <p>E peggiori vanno anche divenendo sempre le condizioni della famiglia nelle classi più umili; anche qui, oltre alle facili vie di pervertimento che prepara, in tanta abbondanza di letteratura popolare bacata di immoralità, la scuola elementare e secondaria, oltre al dilagare spaventoso della corruzione morale nei maschi e della leggerezza, resa più pericolosa dalla maggiore libertà del costume, nelle femmine, oltre alla propaganda di divincolamento da ogni freno religioso, di libertà dell'amore e della vita sessuale che venne prima facendo il materialismo volgare e continua ora, con grande zelo, il socialismo, le condizioni economiche si oppongono spesso alla vita seria e pura di famiglia.</p>
      <p>Più frequente sempre l'impiego delle donne nelle industrie e quindi la loro lontananza dalla famiglia e l'agglomeramento, favorevole alla diffusione degli stati d'anime e delle tendenze meno spirituali ed elevate: precarii i guadagni, insufficienti e costose le abitazioni, maggiore, nei periodi di lavoro normale, il lusso, costoso sempre e ruinoso, anche se volto alle piccole cose; più frequenti sempre i concubinati, così da raggiungere in alcuni centri operai il numero di un terzo delle unioni sessuali non <pb n="234" />precarie, e superarlo; maggiore sempre l'avversione all' aver prole.</p>
      <p>Ed anche nelle campagne, che sembrano, e in parte sono, più lontane dal contagio, le vicende della famiglia peggiorano; per la corruzione cresciuta con la vita militare dei giovani; per l'emigrazione temporanea o permanente che lascia quasi vedove molte donne, un periodo di tempo più o meno lungo; per il diffondersi, anche fra i lavoratori dei campi, della propaganda socialista, con i suoi effetti disastrosi sul costume di gente semplice e credula.</p>
      <p>II. E tuttavia, o signori, per aumentare che faccia l'avversione di questa nostra società al matrimonio indissolubile, è vano pensare a un rilassamento della disciplina ecclesiastica, così severa, in materia. Ogni rapporto sessuale è rigorosamente proibito dove il contratto e il rito matrimoniale non lo consacri: e quando il matrimonio è stretto e compiuto, nessuna forza umana, per nessun motivo al mondo, vale a separare quel che Dio ha unito; nessuna, per nessun motivo al mondo. Ora io non so, né cerco qui, se lo Stato laico, il quale cioè dichiara di prescindere, nella sua attività, da ogni principio e finalità religiosa, possa rattenersi sulla china fatale per la quale lo trae la sconsecrazione, ai suoi occhi, del matrimonio e della famiglia; né so se i cattolici, i quali cosi giustamente si opposero all'introduzione del divorzio nella nostra legge, possano contare ancora per molto tempo di far argine, con le forze politiche che essi possiedono, alla marea montante: ma so che, cattolici, noi dobbiamo accettare intieramente la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio fra cattolici e sulla solidità delle ragioni sulle quali riposa e dalle quali è giustificato, agli occhi dello studioso, il precetto divino, che è legge per i credenti. E quando la società civile dichiarasse che essa sente di non poter imporre, ai contraenti il vincolo matrimoniale, l'onere d'una unione perpetua, e il divorzio dilagasse, manifestazione triste del marcio che si nasconde nella vita familiare, noi dovremmo ancora opporre il matrimonio cristiano indissolubile all'infuriare della voluttà nella vita <pb n="235" />civile, custodirlo ed alimentarlo con più vigili cure, speranza ed auspicio di giorni migliori.</p>
      <p>Iddio, dice con vigorosa frase la bibbia, fece l'uomo maschio e femmina; fece dell'uno e dell'altro insieme una unità completa dal punto di vita del sesso e della specie e della vita civile ed anche dal punto di vista etico; il consorzio maritale non è per alcuni fini determinati e passeggeri, è consorzio di tutta la vita, è fusione piena di mezzi, di stato economico e sociale, di fini; né essa rimane società di due, ma é integrata, normalmente, dai sopravvenienti dall'unione, dai figli; la cui educazione morale, la cui anima, la cui vita ventura esige perenne e vivente l'unità del ceppo dal quale essi pullularono.</p>
      <p>I fini immediati del matrimonio, la soddisfazione dei sensi e la convivenza, sono come sanciti dalla presenza presunta o fisica dei figli; ad essi, che sono lo scopo dell'unione sessuale, è subordinato perennemente il diritto dei genitori alla gioia sensuale: il piacere è, diremmo quasi, intriso di dovere, d'una finalità fisiologica insieme e sociale ed etica che sola lo legittima e lo fa, di bestiale, umano e cristiano. La possibilità del divorzio uccide, da sola, l'unità della vita di famiglia, poiché essa pone in coloro i quali sanno di poter dividersi una riserva che impedisce all'uno e all'altro di possedersi a vicenda completamente; e viola alla radice il dritto dei figli all'unità vivente dell'origine, come fisiologica, così etica e spirituale; il divorzio lacera veramente le anime; esso fa di ogni moglie la possibile donna di un altro, d'ogni figlio il possibile figlio di estranei. Non intendere il perché dell'indissolubilità del matrimonio cristiano è, veracemente, non intender più nulla del cristianesimo e della subordinazione della vita a un fine e ad una missione spirituali di bontà e di amore.</p>
      <p>III. Nulla mostra meglio l'attitudine e l'esigenza profonda, che è nell'uomo, di elevarsi ad una vita spirituale cui sia guida un quasi divino discernimento del valore delle cose, e forza nutrice l'amore della bontà assoluta e la ricerca della vita piena, di quel marchio di degrada<pb n="236" />zione e di impoverimento interiore che la colpa carnale, in qualunque modo o circostanza commessa, gli infligge. L'atto ed il vizio dell'impurità rafforzano nella coscienza i processi e gli stati d'animo più vili ed animali, di egoismo, di cupidigia, di violenza; ed è spaventosa, a riflettervi, la somma di energie spirituali che l'impudicizia sottrae all'umanità ed ai suoi avanzamenti etici e civili.</p>
      <p>L'amore vero possente profondo, anche quando non gli si aggiunge il riconoscimento legale, toglie in parte all'unione sessuale questo carattere animale; e gli uomini sono tratti per lunga abitudine ad essere indulgenti verso le colpe d'amore. Quando mai avviene, del resto, che due si amino profondamente, d'un amore illecito forse, ma sincero ed umano, che non sieno da una intima voce prepotente tratti a dirsi, nell'atto della loro unione: per sempre? Ma solo quando questo amore, lungi dal levarsi contro il dritto altrui e dall'essere quindi ingiustizia, è imposto come un dovere; solo quando esso non è passione violenta e capricciosa di un'ora, ma è posto a base d'un rapporto che impegna tutta la vita, e l'unione sessuale è fatta, dalla convivenza e dalla paternità, unione di animi e di uffici, solo allora il rispetto umano e il consenso divino lo circondano e lo proteggono: ed esso diviene fonte dei più forti e soavi affetti che abbia la vita umana, e della società prima e più santa di questa: la famiglia.</p>
      <p>Gioia, dunque, e conforto dell'uomo la famiglia, ambiente tepido e puro di affetti forti e profondi come le radici della vita, nido, riparo, riposo, altare sacro di speranze, di memorie, di devozioni; ma purché un senso profondo di dovere, di virtù paziente e benigna, di dedizione piena e amorosa di sé le dia la forza e il profumo di società di cuori e di anime, prima che di. corpi e di membra. E qui è il concetto cardine del matrimonio cristiano: il concetto di un arduo ufficio assunto, di gravi doveri da compiere, di gioie pure, anche terrene, ma da meritarsi con molta bontà, con molto sacrifizio e spesso anche con molto dolore. La famiglia, che associa cosi in<pb n="237" />timamente per tutta la vita creature umane, le quali hanno pur sempre debolezze e difetti e ore di irritazione, di tristezza, di malvagità anche, talvolta, deve essere per i componenti una ferma vittoria sull'egoismo e sulla passione fugace e l'accettazione di un giogo che è leggero a portare solo per quelli i quali lo portano volontieri, compatendo ed amando.</p>
      <p>Per questo il matrimonio è, nella Chiesa, sacramento: perché i beni dell'unione sono prevalentemente spirituali, ed i mezzi per raggiungerli spirituali; perché, a suo modo, la vita di famiglia è veramente un ministero di servizio e di amore, una collaborazione pel raggiungimento non di questo o quel fine immediato della vita ma di tutti i fini di essa, inclusi e posti in primo luogo i più alti ed universali, quelli che la religione tutela. E per questa universalità degli intenti umani che la società familiare si propone, essa è veramente una società religiosa, fondata con atto di indole sostanzialmente religiosa; essa educa insieme cittadini alla Chiesa e allo Stato: ma prima li educa alla Chiesa, poiché prima li educa a sé medesimi, ai loro supremi fini individuali, alla pienezza dell'essere e della vita in Dio. E perciò il matrimonio, nel concetto cristiano, è rito fra i contraenti, ma posto sotto la diretta e legale giurisdizione della società religiosa: la civile viene qui in seconda linea e, quanto alla sostanza stessa del vincolo, sta — o dovrebbe stare — al fatto, sin dove è possibile.</p>
      <p>IV. Strappata a tale sua base, sconsecrata, riaperta ai venti delle cupidigie, la famiglia si dissalda e si decompone. Ed oggi essa soffre profondamente delle condizioni intellettuali e morali degli animi. Diminuita, per colpa dei tempi e del clero, la freschezza degli ideali religiosi e l'efficacia immediata del rito sacro su anime o incolte o depresse dalla servitù o guastate dall'umanesimo dei secoli XV-XVIII, la famiglia vide rivolgersele contro tutto lo spirito dei tempi. Prima l'infatuazione d'una umanità astratta, della ragione norma a sé stessa e norma di tutte le cose, ruppe i nervi della volontà di dedizione mite e <pb n="238" />di sacrificio nei coniugi, creò l'altra infatuazione dell'educazione razionale del bambino, sottratta alla famiglia ed affidata allo Stato, liberata da ogni ingerenza degli ideali e della società religiosa e fatta puramente laica; infatuazione che è ancora così profonda nello spirito contemporaneo e che ha fatto dell'educazione una violenza permanente alle attitudini ed alle esigenze morali e spirituali del fanciullo, e tolto ai genitori, con la responsabilità, le cure della formazione morale dei loro nati. Poi una tendenza opposta, ma egualmente nociva, l'uomo, fatto già arbitro e dio di sé e dell'universo, diminuì sino a farne una macchina da digestione e da piacere sensuale: il materialismo, che ha avuto sempre un posto sì grande fra le idealità (perdonatemi, signori, l'offesa al nome) prammatiche degli uomini, fu elevato a principio teorico e a sistema, ed ha profondamente impregnato di sé tutto il costume, creando negli animi una strana nausea di tutto ciò che è valore spirituale, una terribile insofferenza del dovere del sacrificio del dolore. E poiché vita di dovere e di sacrificio è, innanzi tutto, quella della famiglia cristiana, dal torbidume profondo della loro agitata coscienza gli eredi del razionalismo idealista e del materialismo economico, lo Stato laico moderno e i partiti nuovi hanno tolto il loro concetto della famiglia laica, dell'unione libera, dell'educazione extrafamiliare, dell'assoluta parità dei sessi; concetto nel quale la famiglia stabile e indissoluta rimane come una possibile combinazione fra molte, frutto di una specialissima e rara sintonia di caratteri e d'un felice concorso di condizioni economiche e sociali. Nel dritto moderno il matrimonio è <hi rend="italic">smobilizzato,</hi> come i beni feudali; e la legge, se non proibirà il matrimonio, come un assembramento pericoloso, ripeterà compiacente e sarcastica anche ai mariti e alle mogli: circolate, signori.</p>
      <p>V. Se la società nostra volesse fare sino in fondo l'esperimento della libertà più sfrenata, essa vi si perderebbe di sicuro; perché, fra l'altro, la famiglia stabile è la sola veramente feconda, e il divorzio e la immoralità inaridi<pb n="239" />scono le sorgenti della popolazione. Più grave ancora è la disorganizzazione intima delle coscienze; non temprate, come l'acciaio al grado richiesto di temperatura, al fuoco spirituale di una famiglia sana, queste anime rimangono deboli e malate tutta la vita; esse portano, nel più profondo, una piaga oscura che sanguina sempre, la sete non soddisfatta dei primi amori, la irrequietezza dei più profondi stati d'animo; sui quali, come su argilla cedevole, nessuna fortezza di carattere e santità di volere può essere edificata.</p>
      <p>Il cattolicismo potrà riparare a questa grave condizione di cose; e mentre dall'una parte precipita la degenerazione, iniziare, dall'altra, la ricostruzione; ma purché i cattolici si liberino da una grave e pericolosa illusione. Cullati dal pensiero di appartenere a una società ancora cristiana, ingannati da molti aspetti esterni della vita religiosa e da compiacenti statistiche, essi non hanno veduto la famiglia ammalarsi prima e languire nella stessa società cristiana. Come per lo sviluppo di ogni germe è necessario un certo grado di calore, così per lo sviluppo della famiglia cristiana è necessario nella società circostante un certo grado di calore spirituale; società morale delicatissima, essa stessa, la famiglia vive in una più vasta società, in una atmosfera e temperatura spirituale che non è certo limitata dalle mura della casa domestica, ma che ha un giro immensamente più vasto: e soffre e gioisce e cresce e appassisce secondo le condizioni di questo. L'unione di due anime è fatta dallo sforzo precedente di molte altre anime, da tutto un concorso di cause che lasciano in quelle due anime tracce profonde e spesso definitive; i buoni matrimonii devono prepararli due famiglie prima, e poi le varie parentele dei coniugi, le scuole nei loro vari gradi, i convitti di educazione, la vita di classe, gli istituti sociali per la cui trafila sono passati i futuri coniugi; e se in ognuno di questi varii ambienti la temperatura spirituale non è quale dovrebbe essere, se essi lasciano in chi vi passò tracce di debolezza spirituale, suggestioni di colpa, illusioni pericolose, se non prepa<pb n="240" />rano alle anime ricche riserve di grazia e di bontà, coloro che ne escono portano al matrimonio elementi inassimilabili, inetti alla fusione di due cuori, debolezze insanabili, energie spirituali fiacche ed insufficienti; e la famiglia che ne sorge è infetta alle radici: e infetta ne crescerà la prole.</p>
      <p>Ora così fatta è la società presente, anche se il maggior numero di matrimoni è ancora stretto in chiesa; a noi manca la società cristiana, ambiente fervido, puro, ad alta temperatura spirituale, che deve darci sposi e spose per i matrimoni e per le famiglie degne di ricevere e di custodire il precetto del Cristo, di opporre la fortezza di petti cristiani al male invadente e far di essi scudo e riparo ai piccoli nati.</p>
      <p>Dividiamoci oramai spiritualmente da questa società che è cristiana solo all'apparenza ma che il naturalismo pagano ha invece penetrato e pervaso tutta; ricostituiamoci lentamente, con tutto lo sforzo interiore di cui siamo capaci, una più ristretta società veramente cristiana, società di uomini e di famiglie che vivano il cristianesimo nello spirito del fondatore di esso; e poiché non possiamo sequestrarci dal mondo, sviluppiamo nei giovani una vigorosa iniziativa, quale sgorga da una pura vita interiore, ed insieme creiamo per essi dei sussidii che li accompagnino e sorreggano nel pericoloso cammino dell'esperienza giovanile della vita; in questa società religiosa voi troverete domani spose degne e pure per i vostri figli, giovani sani ed intatti, capaci di baciare con puro affetto la fronte pura delle vostre figlie cristiane; e da questi santi baci di giovinezze cristiane noi avremo di nuovo delle generazioni di famiglie che preparino uomini forti al compimento di tutto il loro dovere civile e religioso.</p>
      <p>VI. E specialmente, o madri, preparate le fanciulle; preparate, con l'esempio d'una vita pura, con la virtù persuasiva d'un verace convincimento religioso, con la cura vigile d'un amore provvido e buono, delle spose, delle madri veramente cristiane.</p>
      <p>
        <pb n="241" />Quante madri, oggi, anche cristiane, sono in famiglia cattivo esempio di virtù domestiche, specialmente quando è necessaria la virtù che sa compatire e perdonare e soffrire! Quante limitano le loro cure alla vita ed alla salute fisica delle figlie, estranee a tutto quello che penetra e che fermenta nelle chiuse piccole anime delle quali non hanno saputo guadagnarsi la confidenza! E quante, anche, da ogni loro gesto e parola non ispirano ad esse che preoccupazioni futili e vane, preoccupazioni di facili gioie, di matrimonii ricchi, di vane soddisfazioni d'orgoglio!</p>
      <p>È doloroso dire, o signori, ed io spero poterlo dire senza offesa delle spose e madri che qui mi ascoltano, quanto vana, difettosa, debole, intenta tutta a futili cose, piena solo di preoccupazioni terrene, chiusa ai pensieri ed alle preoccupazioni dello spirito, è oggi assai spesso, nelle classi più alte ugualmente che nelle più umili, la nostra donna cristiana, e quanto poca virtù educatrice noi possiamo attenderci da essa.</p>
      <p>Nelle famiglie, la donna è veramente signora e sovrana; dove è un'anima femminile pura, amante e paziente, la casa acquista subito, pel marito, poi figli, delle attrattive invincibili; la maternità specialmente, se sorretta da un alto senso religioso, se vuol essere maternità fisica e spirituale insieme, dà alla donna una forza quasi divina: ma la donna sa assai spesso troppo poco, e vuole troppo debolmente; priva di consigli e di aiuto, le stesse armi datele pel compimento del suo ufficio, la grazia, la delicatezza, la ricchezza di sentimento, la facile confidenza, la cura plastica del nitore della bellezza della forza, si convertono in pericoli e la fanno cadere; estranea spesso, per una difettosa educazione intellettuale, alle preoccupazioni che tentano l'anima del marito o dei figli, essa vede l'uno e gli altri sottrarsi alla famiglia, sottrarsi ai consigli e alle cure di lei, fatta quasi una estranea: e la casa intristisce e il club, il circolo, la sezione del partito, la scuola, la via ingrandiscono intorno e restringono sempre più il suo dominio.</p>
      <p>A chi ci rivolgeremo, signori, per avere delle donne <pb n="242" />che sappiano molto e che amino intensamente, che non credano l'ignoranza nemica della grazia, né la grazia nemica della fermezza, né l'una e l'altra nemiche della virtù cristiana; per avere delle donne che entrando a costituire una famiglia sentano di assumersi, nel nome di Dio e con la protezione di lui, una missione di affetto di sacrificio di bontà che solo l'aiuto assiduo della grazia cristiana rende possibile, ma che esso rende insieme dolce e cara e possentemente rinnovatrice nel mondo?</p>
      <p>
        <pb n="243" />XXV.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La Chiesa cattolica.</hi>
      </p>
      <p> I. Chiunque parli, signori, a cristiani d'oggi, della Chiesa cattolica, se egli intende dire della società dei credenti nel regno di Dio che è in mezzo a noi, deve avere presenti una quantità di giudizii fatti e di prevenzioni che impediscono a molti il retto intendimento di ciò che la Chiesa è. Per una associazione di idee che si è venuta lentamente costituendo negli ultimi secoli, al concetto di Chiesa cattolica si uniscono assai più facilmente ricordi ed esperienze d'ordine politico-sociale che non di ordine religioso; e il pensiero va a ciò che nella Chiesa è esteriore, a ciò che è gerarchico, a ciò che ha rapporto con fatti d'ordine politico e sociale. I mezzi esterni, dei quali il cattolicismo si è servito per agire sugli uomini e plasmare la loro anima sociale, avendo — per il decadere dello spirito vivo nel cristianesimo — preso quasi consistenza a sé come fine a sé stessi, e gli istituti ed organi varii delle sue funzioni esteriori avendo acquistato una meravigliosa efficacia figurativa dalla ricchezza, dal numero e dall'arte, noi siamo innanzi tutto portati ad associare il concetto di Chiesa a ciò che è in essa esteriore e formale; ai tempii, ai conventi, alle processioni, ai convegni rituali; quasi come un giorno il vivente concetto religioso dell'ebraismo era incorniciato prima e poi sopraffatto dall'imagine imponente del tempio, sotto il quale <pb n="244" />tutte le idee civili e nazionali del popolo s'erano riparate. E quel che è intimo, quel che è vivo, pensieri ed aspirazioni ed energie valide di anime, si appiatta, si attenua e quasi ci sfugge. La Chiesa, per molti, vuole anche oggi dire preti, vescovi, papa, decreti di congregazioni ed atti di concilii, encicliche, pastorali, discorsi. Ora anche ciò è molta parte della vita esterna della Chiesa, quasi come una enorme sinfonia al cui svolgersi le anime cristiane palpitano e vibrano e pulsano; ma anche qui ciò che importa maggiormente è questo palpitare e vibrare e pulsare di anime, questa circolazione vivente, più intensa o più lenta, di energie spirituali, non il suono esterno degli i-strumenti.</p>
      <p>Infine, noi che veniamo dopo generazioni le quali vissero ed operarono intensamente per fini politici, noi anche oggi così intensamente occupati da agitazioni politiche e sociali, nelle quali questo enorme ed antico organismo ecclesiastico e religioso si è variamente atteggiato, per cause storiche e contingenti, pensiamo, ricordando la Chiesa, a governi civili caduti, a congiure e sette politiche, a lotte nazionali; e come nella fedeltà di molti alla Chiesa c'è un senso di clientela politica, di fazione economica, di devozione civile a interessi quasi dinastici, così nell'odio di molti per essa c'è l'antico fermento politico giacobino, l'astio per regimi passati, la sete ansiosa del nuovo. E queste ed altre associazioni passeggere, ma ancora tenaci, di idee impediscono di levare gli occhi e il pensiero alla società delle anime che seguono il Cristo e vivono la sua dottrina, nell'unità della fede, della speranza, dell'amore.</p>
      <p>II. Noi dobbiamo, signori, ribellarci un poco contro queste abitudini ingiuste e dannose, far tacere in noi questi rumori vani del tempo, intendere l'orecchio a una musica più tenue e più dolce, cercare, secondo una antica parola ancora ricca di significato, l'<hi rend="italic">anima</hi> della Chiesa, o, meglio, la Chiesa vera e vivente dentro ciò che è l''apparato storico e terreno della sua vita esteriore. Io conto, per suscitare in voi quest'idea, su ciò che sino ad ora vi <pb n="245" />ho detto della vita religiosa nel cristianesimo; e penso che voi siate ora alquanto più familiari con gli elementi nativi e perenni di questa vita e luce delle coscienze che, distendendosi variamente nella comunione di queste e figurando, al di fuori, mista a tutte le altre forme e manifestazioni dell'attività umana nella storia, cerca tuttavia nell'essere umano non ciò che è corporeo ed esterno e caduco, ma l'intima vita di pensiero e di volontà che il tempo registra, in parte, con i suoi poveri istrumenti, ma che svolge la pienezza dei suoi motivi e dei suoi atti nell'interno della storia e della vita, di là dallo spazio e di là dalla successione, dove risiede il divino e dove entra e si affina e si espande, immersa e temprata in questo divino, la coscienza cristiana.</p>
      <p>Qui, nelle coscienze cercanti l'assoluto e l'eterno, nell'invisibile tramite che ci unisce al Cristo vivente e deriva la nostra vita interna da lui, nella comunione delle anime cristiane, nutrite di fede e di amore, qui è la Chiesa; e la ignora o la fraintende chi la cerca nel fragore delle lotte politiche, nel fervore delle ricerche scientifiche, nel fulgore dello spettacolo esterno. In tutto ciò che è linguaggio dell'anima o riflesso esterno, e materiato nello spazio, della coscienza umana, essa, questa vita intima, lascia una traccia di sé e come un profumo di cielo; ma non conviene fermarsi alle tracce, sibbene, sulla guida di esse, cercare la sposa.</p>
      <p>Un veggente polacco definiva audacemente la Chiesa: il cielo sulla terra; ed essa è infatti lo sforzo concorde verso il bene delle anime che si sono liberate dalla illusione dei sensi e dal dominio del male, e nelle quali è Dio veramente, delle quali anzi Dio è la vita ed il termine; termine e principio onde proviene l'unità della fede e l'unità del volere.</p>
      <p>lo vi dissi già, né qui é il caso di tornarvi sopra, perché, mentre le cose esterne associano bensì gli uomini in ordine alla conquista ed all'uso loro ma rimangono principio perenne di divisioni e di lotte, nella vita della coscienza, quando si è assorti all'universale concetto della <pb n="246" />paternità divina, del valore dell'anima e della comune vocazione alla bontà ed all'amore, l'unità, e l'unità piena fraterna perenne, deve scaturire da questo comune convergere degli uomini verso il volere pieno e paterno del bene; vi dissi come questa unità è misurata dallo sforzo della coscienza che va liberandosi da ciò che è apparente e passeggero per entrare nella realtà piena e nel campo dei valori spirituali; e come, per ciò stesso, questa educazione della coscienza porta con sé una società dei credenti esterna e visibile, con norme e riti suoi proprii; e come, infine, ogni confessione religiosa è portata, per necessità, a divenire famiglia di molte anime, cosa sociale e collettiva.</p>
      <p>III. Ora un rapidissimo esame delle varie confessioni religiose e cristiane, all'infuori del cattolicismo, ci dirà facilmente come in esse tutte ci apparisca, pur nell'unità delle anime credenti, un elemento umano, tutto storico, opera concreta di alcune condizioni storiche e di alcune persone, che è per necessità principio di divisione e di lotta e ripugna, quindi, alla purezza dell'attività religiosa in Dio. Nel cattolicismo la fede di ciascuno di noi è personale, certo, in quanto noi cerchiamo di viverla e di appropriarcela; ma essa vuole e deve essere, negli elementi suoi costitutivi, la fede di tutti, la fede collettiva; se nella mia fede fosse qualche cosa di mio, di scelto da me, a cui io tenessi anche senza e contro il senso comune dei fedeli, io cesserei per ciò stesso di essere cattolico, diverrei capo — anche a costo di rimaner solo — o socio d'una speciale comunità di credenti; il concreto, il limitato, il contingente e quindi il passibile di errore, riafferrerebbe la mia coscienza, strappandola all'unità dei figli di Dio.</p>
      <p>Conviene ripeterlo fortemente, perché nessun errore sia possibile intorno a ciò, fra tanto affannarsi di falsi fratelli. Cittadini, studiosi, uomini di parte nelle competizioni politiche e sociali, noi possiamo reclamare tutta la nostra libertà di ricerca e di azione ed il dritto di non cedere se non dinanzi a ciò che ci apparvero o giusto; <pb n="247" />e le costituzioni civili, pur con qualche incertezza e contraddizione, riconoscono oramai questo diritto. Ma, cattolici, noi siamo nella Chiesa e con la Chiesa, noi abbiamo una fede che è la fede di tutti, noi pensiamo e vogliamo con tutti gli altri, perché una è in tutti la parola e uno il volere di Dio; e per quanto uomini insigni vi siano stati e vi siano nella Chiesa, e lascino nella storia di essa una potente impronta personale, noi non siamo discepoli di nessuno di essi, noi siamo discepoli di Cristo; discepoli di Pietro, si, ma perché Pietro, per la promessa che non vien meno, è l'espressione vivente e visibile di questa nostra comune fede; contro Pietro, talora, con Paolo, quando Pietro è, non il pastore, ma l'uomo che ha le idee e le debolezze e le colpe sue, come ogni uomo le ha; ma con Pietro, solo con Pietro, sempre, quando si tratta della fede e della società dei credenti; poiché dove è egli, ivi è questa.</p>
      <p>IV. Ma l'autorità del papa, la proclamata infallibilità di lui ha fatto velo agli occhi ed ingombro all'anima di molti; poiché molti si fermano al papa e non sanno da lui risalire, o ridiscendere, se vi piace, all'anima comune dei fedeli. Si proietta in un punto, in un cenno, in un gesto, ma è la fede di milioni d'uomini, la fede, dei secoli passati e dei secoli venturi quella che non vien meno e non erra; la Chiesa accetta quel gesto, quando esso è posto, poiché lo Spirito vivente la porta a riconoscere in esso sé stessa, la sua fede antica, che si riflette diversamente nelle cose che mutano intorno, che illumina di luce più viva o più tenue la profondità delle coscienze, ma non muta, essa; poiché, se mutasse, ci strapperebbe a Dio e ci ricondurrebbe nel campo del contingente, del fallibile, del soggettivo. Non temete quindi che, con l'infallibilità del papa, un maestro ed un despota si levi contro la vostra coscienza ad imporvi la sua coscienza e la sua fede: se questa fede, per la quale temete, fosse vostra propria, voi non sareste già più nel cattolicismo: se essa è la fede di tutti, la fede della società cristiana, allora è essa stessa, questa vostra fede, infallibile; poiché non ve ne <pb n="248" />sono due, ma una; e questa non verrà meno, sinché non verrà meno la missione del Cristo e la presenza di Dio nelle coscienze cristiane.</p>
      <p>V. Ma a molti ancora fa scandalo un altro pensiero. Essi veggono tutto mutare nella vita e nella storia; e nella Chiesa stessa, come a papi succedono papi, idee e correnti e tendenze diverse incalzarsi premersi e sopraffarsi; veggono mutare l'atteggiamento della Chiesa nella civiltà, i suoi rappresentanti perseguitati un giorno, persecutori l'altro, lieti oggi della libertà, solleciti domani di dividere con lo Stato il dominio; veggono mutar le devozioni popolari, rinnovarsi i simboli e i sillabi, definirsi dommi, ardere le questioni sul significato dell'una o dell'altra delle formule tradizionali; e tutta quest'opera esterna della Chiesa essi veggono diversamente concretata e configurata per l'opera di altre innumerevoli cause concorrenti e discordanti; e pensano che, ad ogni momento, la storia di essa si perda nella storia più vasta dello spirito umano, momento ed aspetto parziale di questa, come il dritto e lo Stato e l'arte. E molti, sitibondi quasi di questo divenire che affatica e travolge tutti, giudicano che nella Chiesa il moto sia, più lento forse, ma ugualmente continuo e fatale; ed altri, stanchi del corso, vorrebbero raccogliersi nelle sue placide insenature se non temessero che lo stagnare v'abbia raccolto detriti e putridume, mentre altrove, nella corrente rapida, sono le acque limpide e fresche.</p>
      <p>Ebbene sì, anche la Chiesa va e noi andiamo con essa e andando mutiamo in molte cose, e continuamente: ma sempre portiamo con noi il nostro Dio ed i nostri tesori spirituali: immersi, per il nostro essere corporeo e passeggero, nel flusso delle cose esteriori, noi ne emergiamo con la coscienza; uomini, siamo del tempo, anime, siamo di Dio, che non ha tempo. Gesù Cristo ha il suo posto nella storia, ma egli, io ve lo ho già detto, è fuori delle contingenze della storia, perché è l'assoluto delle coscienze religiose, è la rivelazione perfettamente traslucida della parola e del volere del Padre e chiama a sé l'aspirazione <pb n="249" />religiosa dell'anima umana, in qualunque contingenza di spazio e di tempo essa viva. Le nostre anime divengono, ma solo in quanto da ciò che è tutto un divenire passano a ciò che è sostanza e realtà pura. E quindi i mutamenti esterni e formali non fanno più ingombro e velo, nella Chiesa, a chi è penetrato nell'anima e nello spirito di essa, a chi è messo da questa in contatto con ciò che non muta; poiché le dottrine di questa, anche quando muta il suono esterno della voce, raccolgono nelle rappresentazioni difettose della fede e nell'atteggiamento del volere la stessa perenne realtà; ed un senso di quiete profonda e di pace e di abbandono prende colui che ha il senso di questo contatto vivente della sua anima con il bene e con la realtà piena.</p>
      <p>VI. Oggi, signori, in tanto frazionarsi e disperdersi di pensieri e di aspirazioni, vigoreggia sulle anime questa grande autorità spirituale che è il cattolicismo; autorità la quale è, in qualche senso, la sola accettabile pienamente e senza riserve; poiché, apparendoci come testimonianza esterna e garante dell'opera di Dio nella storia dell'umanità, essa tutela le più profonde aspirazioni del nostro essere alla verità ed al bene; e chiedendo d'essere volontariamente e consapevolmente accettata ci si offre a rinvigorire la nostra personalità, alla quale deriva alimento da fonti divine di luce e di energia spirituale. Ma questa autorità spirituale della Chiesa, se voi la osservate bene addentro, non è che il consenso cordiale delle coscienze cristiane in un'opera fraterna e comune di pace e di amore: consenso il quale è solo possibile là dove queste coscienze superano i limiti e le incertezze e le divisioni dell'essere contingente e fugace che è l'uomo, per raccogliere e far proprie le vedute, le direzioni, le volizioni che vengono da Dio e divenire in esse un'anima e un corpo, divenire la società dei fedeli. Nella Chiesa si è, quindi, e si rimane per questa comunione di vita e di coscienze nella quale si rivela la presenza e l'assistenza divina: e quanto più ciascuno vive ed opera secondo questa comunione di doni e di forze spirituali, tanto più <pb n="250" />egli è della Chiesa e realizza i fini e lo spirito soprannaturale di questa.</p>
      <p>Ma così, e non come seguaci passivi o come clienti politici, bisogna appartenere alla Chiesa; vivere della sua fede cercando non la lettera, ma lo spirito, non le dotte esposizioni, ma l'atteggiamento della coscienza nella rappresentazione dell'essere delle cose e del valore della vita; sperare con essa, valicando i confini delle cose terrene, per fermarsi sui beni spirituali e perenni; amare ed amando fare, e facendo temperare ed affinare le forze dello spirito ed accrescere i tesori spirituali di questo; essere, nella Chiesa e con essa, fra gli uomini, la mite e forte e soave schiera di quelli che, seguendo la dottrina di Gesù e vivendo dello spirito di lui, compiono sulla terra la volontà paterna di Bene, come essa è compiuta, di là dagli orizzonti dello spazio, nella casa del Padre; dagli occhi e dalla bocca e dalle mani dei quali, come dagli orli di un vaso pieno, trabocca la forza soave che conforta i mortali e riaccende la fiducia nella bontà e nella vita.</p>
      <p>VII. Ed accettando la Chiesa così, come essa chiede di essere accettata, nello spirito di Colui che la fondò, cadrebbero molte preoccupazioni che oggi, di qua come di là dai confini di essa, ne intorbidano nelle coscienze il concetto e l'azione. Fra queste, le più delicate e importanti sono forse quelle che riguardano i rapporti fra la Chiesa e la società civile. È noto oggi a tutti come, caduto, con gli antichi regimi, il privilegio politico del quale godevano gli istituti ecclesiastici, (foro speciale, mano morta, esenzione militare, autorità civile unita sovente alla ecclesiastica, ecc.) e sostituite per legge agli antichi rapporti disposizioni che coartano in molte cose la libertà ecclesiastica, né lo Stato, sul quale premono potentemente correnti laiche ed atee, vuole arrestarsi dove è, geloso della potenza del clero e desideroso di togliere radicalmente alla vita civile ogni impronta di cristianesimo; né la Chiesa o cede alla persecuzione o si rassegna a godere del solo diritto civile; posizione, quest'ultima, <pb n="251" />ripugnante ed assurda, dove essa Chiesa è tale robusta organizzazione ed esige sì vasti e complessi mezzi di azione — scuole, benefizi, monasteri, chiese, atti solenni di culto pubblico, matrimonio religioso ecc. — da non poter intendersi né che il dritto comune basti a sì possente associazione né che lo Stato si disinteressi interamente della vita di essa. Dunque, né l'ingiustizia della persecuzione né l'ipocrisia del dritto comune; e poiché oggi, nelle condizioni a noi note di civiltà e di cultura, è vano pensare ad un amichevole accordo delle due società, non ci è possibile attenderci che la lotta fra di esse. E questa lotta avrà, del resto, numerosi vantaggi; terrà deste ed alacri le forze e gli animi dei contendenti e li porterà a svolgere, nella maniera più conforme alle esigenze degli spiriti, le attitudini e l'opera propria. Solo, la lotta sia gara serena, senza fanatismi ed intolleranze: gara di educazione, di servigii resi ai progressi della cultura e della vita morale dei popoli, di perfezionamento nei mezzi di giovare agli umili ed ai dolorosi, di organizzare gli sforzi e gli animi umani, di promuovere la vita intensa e l'incremento della persona e della coscienza umana.</p>
      <p>Il fanatismo, che fu già rimproverato sino alla nausea ad alcune manifestazioni passate di zelo ortodosso, minaccia oggi di risorgere, alimentato e diffuso contro la Chiesa, per opera di partiti che si dicono giovani e che in questo sono vecchissimi e illiberali: sia permesso a noi, che siamo irresponsabili di quelle antiche violenze, protestare contro le nuove; e nel nome della dignità e della sincerità della coscienza umana chiedere agli uomini di tutti i partiti e di tutte le opinioni il più largo rispetto dei convincimenti altrui, ed invitarli ad accordarsi a vicenda, nei limiti della legge, ampia libertà di propaganda per ciò che par giusto e umano ed ideale. Vincerà, noi sappiamo, la causa del bene e di Dio; e se, nella lotta, noi stessi che vogliamo esserne i difensori impareremo a conoscerla meglio, ed a meglio illustrarla, ed a meglio convergere verso di essa ogni aspirazione <pb n="252" />ideale dell'umanità, e a dar convegno in essa a tutte le anime che cercano onestamente e sinceramente il bene, sarà molto di guadagnato, per noi e per la Chiesa.</p>
      <p>E ricordiamo sempre, o fratelli, che non può la Chiesa, questa causa di bontà e di amore, esser difesa e promossa con le armi ed i mezzi dei quali si servono cause di dominio e di forza; e che non raramente nella storia all'intenzione buona dei difensori di essa nocque l'animo cattivo e molti che dichiaravano di agire nel nome del Cristo e della sua Chiesa smentì e fece invisi agli uomini la testimonianza di opere di odio e di cupidigia, apertamente difformi dallo spirito del Cristo e dei suoi veraci discepoli. </p>
      <p>
        <pb n="253" />XXVI.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">L'ordine sacro.</hi>
      </p>
      <p>I. È difetto di noi popoli meridionali il lasciarci spesso siffattamente prendere dalla forza di un sentimento da perdere quasi la chiara visione di ciò che esternamente non risponde ad esso e lo nega; sicché l'equilibrio del nostro giudizio sulle cose è rotto talora da questo partito preso della passione, che vede o ignora non ciò che è nelle cose, o non è, ma ciò che ad essa piace attribuire o togliere a queste. E questo anche, nell'impaziente desiderio di far di noi la misura delle cose, ci fa indocili ad ogni tradizione od autorità che limiti l'arbitrio e l'impeto della nostra passione ed opponga al nostro frettoloso giudizio il giudizio e l'assenso di molti, quasi addensato e concretato nel vigoreggiare della tradizione. Così anche oggi la passione antichiesastica, ai cui motivi abbiamo in parte accennato, fa molti, non ingiusti, forse, ma incauti e leggeri nel giudicare della efficacia e dell'essere presente del cattolicismo; il quale è pur tuttavia una organizzazione meravigliosa di potenza e di ampiezza, e pel numero di coloro ai quali si estende la sua influenza e per i mezzi dei quali dispone nel plasmare e nel muovere volontà. Meno complesso certo dell'organismo dello Stato, enorme piovra che distende i suoi mille tentacoli su tutto il meccanismo delle cose e degli uomini nella vita sociale, l'organismo ecclesiastico ha tuttavia su di esso parecchi van<pb n="254" />taggi. Innanzi tutto essa si dirama per molti popoli, e questi i più civili, estendendosi a circa un terzo dell'umanità vivente. E il suo congegno gerarchico è semplice, agile, elastico, come già quello dell'impero romano. Nel centro il pontificato, autorità monarchica, e il corpo dei suoi consiglieri, dei suoi legati, dei suoi favoriti; quindi l'episcopato, anche esso articolato gerarchicamente, con le provincie ecclesiastiche; quindi l'immensa massa dei fedeli, divisi per comunità, ed a capo di ogni comunità un parroco; oltre a questo, nelle provincie non ancora conquistate, dei drappelli di esplorazione e corpi di occupazione, i vicariati apostolici, con una apposita direzione centrale; e gli ordini monastici, corpi speciali, intesi a speciali uffici, dipendenti direttamente da un capo che risiede il più spesso a Roma, diramati per tutto l'organismo ecclesiastico con privilegi ed esenzioni che li pongono sotto l'immediata dipendenza di Roma.</p>
      <p>Aggiungete a questo immane organismo esteriore la forza di una dipendenza, non imposta con la forza ma resa più intima e cordiale da una sincera devozione interna; aggiungete gli enormi mezzi di ogni sorta accumulati nei secoli per il governo delle anime, e vi apparirà l'ampiezza e la potenza di una organizzazione che è insieme la più antica, la più vasta e la più solida di quante oggi ne esistano.</p>
      <p>II. In essa, ora, voi distinguete subito dal corpo dei fedeli un corpo speciale di uomini che, avendo assunto uffici di amministrazione e di direzione spirituale, hanno dedicato, dopo un lungo tirocinio speciale, tutta la vita, non solo, ma tutte le forze del loro animo alla causa della società che essi servono. Entrando a far parte di questa gerarchia, anche nei più umili gradi di essa, questi uomini hanno dichiarato e promesso di lasciar la famiglia, di vivere in povertà, di astenersi, non solo da ogni rapporto sessuale illecito, ma anche dal matrimonio, di prestare obedienza e reverenza perpetua ai loro superioti gerarchici. Quale forza, vien subito fatta di pensare, per una causa, questi uomini che dimenticano ed <pb n="255" />abbandonano tutto per dedicarsi intieramente al servizio di essa! E quale immensa efficacia di bene, nel mondo, una causa che ha, come la Chiesa, un così elevato e divino programma di pace di purificazione di bene di amore, che ha energie spirituali così poderose, e che dovunque, sino nel più remoto dei nostri villaggi, conta di questi uomini che le si sono dedicati intieramente, per la vita e per la morte, trascurando ogni cura ed ogni interesse terreno loro proprio e di quelli che amano per i vincoli della carne! Osservate solo l'Italia nostra. Chi conta il numero dei suoi preti e dei suoi frati? Nelle nostre città italiane le chiese ed i campanili si sollevano numerosi al disopra dei più umili tetti sottostanti. All'ombra di ognuno di essi abitano sacerdoti. Essi hanno locali vasti per le riunioni dei fedeli, arredi sacri, oggetti d'arte ricchissimi, rendite di benefici, seguaci e fautori molti; tutti mezzi incredibilmente efficaci di azione. E fuori della città, non solo dovunque si aggruppino, spesso intorno all'antichissima pieve, case d'umani, ma su per i colli, nelle pianure fertili, nelle gole dei nostri monti, di quando in quando un campanile, una chiesa, un prete; e le anime degli umili abitatori dei luoghi intorno nelle sue mani. E tutti questi preti e frati sono organizzati mirabilmente; ad essi è vietata ogni occupazione che non sia di ministero spirituale o non giovi a questo; una voce li chiama ed essi accorrono alle riunioni; una parola viene dai gradi più alti della gerarchia e domani, da tutte le chiese d'Italia, quella parola è ripetuta e spiegata a tutte le comunità dei fedeli.</p>
      <p>E l'azione di un così meraviglioso organismo è favorita da un enorme concorso di condizioni storiche e spirituali. Il rapporto fra questi preti e i fedeli affidati ad essi non sono solo rapporti esterni e formali, come quelli che corrono nella vita civile fra governanti ed amministrati; i sacerdoti sono confidenti, consiglieri, amici, sanno a nome tutti i loro, ad uno ad uno, li ebbero allievi, ne conoscono i più intimi pensieri, le colpe e le virtù occulte e profonde; da molte di queste anime essi possono <pb n="256" />veramente ottenere tutto quello che vogliono, abnegazioni eroiche come dedizioni colpevoli.</p>
      <p>III. Quale sia il programma di azione di questa complessa e potente gerarchia, di questi uomini che hanno fatto propria la causa del regno di Dio a voi è noto. Essi debbono promuovere, con tutti i loro mezzi, la vita delle anime nel cristianesimo; la liberazione dal male, l'educazione al bene, i progressi spirituali, prima di coloro che sono affidati alle loro cure, poi, per quanto è possibile, di tutti quelli sui quali può riversarsi l'esuberanza del loro affetto. L'iniziativa operosa di pietà, di assistenza, di luce, di conforto spirituale, iniziativa in cui la società cristiana manifesta la forza dello spirito che la muove ed affretta il compimento della sua divina vocazione, è affidata a questi uomini. Essi debbono quindi avere convincimento di credenti, ardore di speranza e di carità tale da riversarsi in un'opera esterna di conquista spirituale; opera di illuminazione, di dolcezza e di pace, come conviene agli annunziatori della novella evangelica. Da essi, coscienze forti e luminose nel Cristo, le altre coscienze umane debbono ricevere, trasmesse da tutti i mezzi di comunicazioni spirituali, le nozioni, i sentimenti, gli stati d'animo che le facciano sinceramente ed operosamente cristiane nel vivere la loro vita. E la paternità spirituale, che è peso sacro del clero, esso la acquista e la esercita compiendo sulle coscienze quest'opera assidua e fervorosa di vita.</p>
      <p>Ebbene, vi sorprenderà, dopo aver visto e considerato tutto questo, il dover notare che l'effetto non corrisponde in nessun modo alla vastità dell'organismo ed alla potenza di esso, alla altezza del programma di vita e di azione sacerdotale. Questo meraviglioso strumento di bene, questa immane forza visibile di elevazione spirituale e morale ottiene risultati che sono, in proporzione ad essa, singolarmente poveri e fiacchi. Quei meravigliosi luoghi di riunione, quando non sono semideserti, raccolgono gente disattenta e distratta; le parole che vi si dicono, aride e convenzionali, non scuotono e non sollevano le anime; <pb n="257" />altre voci, che il parroco finge di non intendere e alle quali sarebbe imbarazzato a rispondere, agitano e trascinano le anime; potere insidioso e nemico, di fronte alla Chiesa sorge la scuola elementare, nella quale è raro che il prete entri, e non sempre perché non vi sarebbe bene accolto; altri mezzi di diffusione di idee e di organizzazione d'uomini sono sorti e propagatisi rapidamente, e il clero o non se ne è avvisto o non ha ancora imparato a maneggiarli; molti di questi preti, incerti, timidi, passivi, si son fatti della loro sacristia un baluardo, e aspettano quivi anime ugualmente timide e passive, e se dalla loro finestra gettano lo sguardo sul mondo lo ritraggono inorridito, vedendo per tutto congiure e nemici; molti di essi passano senza aver suscitato nelle anime fremiti e commozioni, senza aver irradiato intorno luce di verità e calore di affetti e di energie religiose; l'immenso patrimonio morale accumulato dagli avi non cresce, non fruttifica, si va disperdendo rapidamente; non ostante tutta questa enorme potenza esteriore, la vita religiosa nelle anime si va facendo sempre più debole e povera, e l'influenza spirituale della Chiesa diminuisce. Io non vi dico cose che possano sorprendervi. Guardatevi intorno, nei paesi e nelle città, e voi vedrete quale piccola parte nella vita di cultura e di azione morale di questo popolo occupano la Chiesa ed il clero, se si guardi, più che alle apparenze esterne, al valore spirituale e religioso dei costumi e della vita. E questo è più notevole e più doloroso che tale parte, qualunque essa sia, diminuisce di giorno in giorno visibilmente, in Italia come altrove; e se mutamenti radicali non intervengono, — né si vede come o donde essi potrebbero ora venire — non passeranno molti anni e il cattolicismo apparirà esser divenuto la religione di una esigua e debole minoranza, esposto senza difesa alle violenze ed alle persecuzioni degli oppositori.</p>
      <p>Che cosa manca, o signori, in queste nostre chiese che il popolo diserta? che cosa manca a questo clero che esso guarda passare con indifferenza e con ischerno? Perché e come noi, figli e ministri di Dio, abbiamo disim<pb n="258" />parato le parole che commuovono e trascinano le folle, che raccolgono qui, intorno a questi nostri altari, le anime, assetate di redenzione e di bontà, e le preparano a portare con sé nella vita l'alito caldo d'una speranza divina?</p>
      <p>IV. Io non debbo a voi, né da questo luogo, parlare delle condizioni presenti dell'apostolato cristiano. Il sacerdozio, nella Chiesa, la vita monastica, le congregazioni varie di uomini e di donne che assumono come compito proprio il compimento di qualche speciale ufficio di educazione e di carità cristiana, fioriscono anche oggi, talora anche rifioriscono, dopo un periodo di meno intenso fervore. Lo spirito vivo del Signore è nella società dei fedeli, e si manifesta in forme ammirabili di devozione al bene, di umiltà, di rinunzia; il celibato ecclesiastico, così violentemente combattuto oggi, è forza e delizia di molte anime che sanno, in esso, essere tutte di Dio e tutte dei loro fratelli, senza cure terrene; e noi desideriamo non già che il sacerdozio si stanchi di esso, ma che anzi il valore e la dignità e le ragioni della rinunzia siano meglio intese da tutti, e le anime che si sono cosi chiuse ai piaceri del senso dieno poi tutti i profumi spirituali dei quali la grazia del loro grado li fa capaci.</p>
      <p>Detto e riconosciuto questo, non noi giudicheremo qui i pregi e i difetti presenti dei più di coloro che esercitano in mezzo a noi l'ufficio sacerdotale. Ma poiché, cristiani, noi abbiamo tutti a cuore, laici o sacerdoti, il fiorire della vita cristiana, e poiché nella Chiesa l'ufficio di destarla ed alimentarla e difenderla nelle anime è più specialmente affidato ai sacerdoti, noi dobbiamo seguire con occhio sollecito e con vigile desiderio l'opera di apostolato che esso deve compiere, e portare ad essa in contributo non solo l'aiuto che può talora esserci chiesto, ma il consenso spirituale di fratelli, la docile umiltà di seguaci e discepoli.</p>
      <p>Un concetto corrente oggi ha fatto del sacerdozio quasi una professione, lo specializzarsi di alcuni in certe attitudini e in certe funzioni speciali nelle quali gli altri, i fedeli, sieno semplicemente passivi, acquirenti o consumatori, <pb n="259" />come è degli altri servizii sociali. No, noi sacerdoti non siamo dei ministri di culto, dei professionisti del rito. Noi non permutiamo beni esterni, né servigii che si pagano. Sui beneficii dei cui redditi il clero vive, quando esso non vive di offerte, è noto il diritto che ha la comunità dei fedeli per le spese di culto, ed il dritto che hanno i poveri: di quei redditi il sacerdote, poiché è pur giusto e necessario che egli viva, deve vivere: ciò che ne ritenesse in più, o per sé o per i suoi, sarebbe sottratto ingiustamente ai poveri, alla comunità cristiana ed al rito. Coloro sui quali si esercita questo nostro rito debbono consentire con noi: questa unità dei voleri nel bene, questa vita delle anime è il risultato che la nostra parola ed il nostro gesto rituale ricercano; l'autorità nostra è servizio non dominio; la servitù è dedizione piena amorosa fraterna al bene altrui, del quale ci si impone di essere solleciti come di cosa nostra. E l'apostolato non potrebbe né dovrebbe essere per noi un ufficio, se esso non fosse prima quel calore intimo di entusiasmo, di propaganda, di proselitismo spirituale che dà il possesso di una fede ferma e di un vivo amore. Ognuno, io ve lo ho già detto, che sia veracemente cristiano, che viva in sé i precetti e lo spirito del vangelo, ha nell'animo questo desiderio ardente di chiamare gli altri a parte della sua vita interiore, di effondere intorno a sé la luce e la pace e la gioia della fervente professione cristiana. Ma a molti le cure e i doveri ovvii della vita quotidiana non permettono questa generosità delle proprie cose e di sé; e chi varca le soglie della Chiesa per abitare in essa deve lasciar fuori queste cure e questi doveri triti che ritardano, per raccogliersi tutto nell'alimentare in sé, con la profonda persuasione della fede e la virtù dell'amore cristiano, la vigoria dell'apostolato.</p>
      <p>V. Nel difficile ufficio l'aiuto viene ad essi, oltreché dal Dio che hanno scelto per loro parte, dai fedeli che li circondano. Se si poté dire: quali i sacerdoti, tale la loro comunità cristiana, noi possiamo anche dire: quali le comunità cristiane, tali i sacerdoti che esse hanno. Le famiglie pie <pb n="260" />danno le più pure vocazioni; la frequenza dei fedeli e l'affetto di essi per la loro Chiesa spronano il sacerdote; la forza della fede comune, l'affetto solidale per i beni morali affidati alla società dei fedeli, l'assiduo consenso, la vigilante sollecitudine di questa rafforzano l'attività di apostolato del clero; nell'animo di questo convergono e si raccolgono, diremmo, le emanazioni della vita interiore dei fedeli, divenendovi più intense ed esteriormente operose.</p>
      <p>Così noi non possiamo scindere la causa dell'apostolato da quella del fiorire della vita cristiana in noi e nelle nostre società di fedeli; se quello langue e dà scarsi frutti, la colpa è in parte di ciascuno di noi; e perché esso si ravvivi e rinvigorisca l'opera deve essere comune. E per l'opera tacita umile fiduciosa di ciascuna anima, questo immenso organismo che noi abbiamo veduto essere la gerarchia ecclesiastica acquisterà, nel promuovere dovunque ed in tutti i modi le cause del bene, una efficacia uguale alle necessità dei tempi od al divino ideale di bene che è il cristianesimo: e l'iniziativa risoluta, vigorosa, possente nel bene tornerà ad essere la prima e più stimata virtù di tutti coloro i quali danno sé stessi, senza riserve e senza rimpianti, alla cultura del bene nelle anime. Che se le anime timide inerti povere sfruttano le grandi istituzioni e le grandi cause, il fermo convincimento e il coraggio audace le promuovono e le fanno crescere; né può dare la ricchezza e i tesori della vita se non l'anima che ne ribocca.</p>
      <p>VI. Il clero è oggi assai disceso nell'estimazione popolare. Ma è, la colpa, tutta del clero? Perché le classi alte, mancati alla Chiesa i privilegii politici e i grossi benefici, non danno più vocazioni? Perché le classi medie, la borghesia operosa che ha fatto l'Europa moderna, ne danno sì poche? E perché nelle famiglie umili, pensando a fare d'un figliuolo un prete, si pensa alla professione da dargli, alla vita da assicurargli, ai vantaggi che ne verranno ai genitori, nella vecchiezza, e ai fratelli? Ed anche negli ordini religiosi le vocazioni vere e conquistatrici sono rare. Il beneficio e il convento sono considerati come <pb n="261" />placidi rifugi dalla povertà, dai fastidii, dalle lotte del mondo, dalle illusioni della vita. Ma il sacerdozio deve invece essere amato e cercato per i sacrificii che esso impone, per le lotte che chiede, per la conquista laboriosa di coscienze e di vite alla quale chiama.</p>
      <p>Il popolo cristiano dovrebbe inoltre vigilare il suo clero ed esigere da esso quello che ha diritto di averne. Non è colpa del clero se le scuole catechistiche sono vacanti, se i giovani hanno quasi vergogna di avvicinarlo, se i fedeli si affollano ai sacramenti solo nei giorni più solenni, quando la loro frequenza costringe il sacerdote a far presto e non gli permette di attendere, come dovrebbe e forse vorrebbe, alle voci e ai bisogni di ciascuna anima. Le classi colte la domenica evitano la messa parrocchiale e desiderano la messa corta; il popolino, le devote, sono spesso indifferenti al decoro della Chiesa, alla solennità dei grandi riti cristiani, e chiedono devozioncine, imaginine e statuine, ed incoraggiano, col loro concorso a devozioni secondarie e ispirate da sentimenti e desiderii terreni, questo attenuarsi ed impoverirsi della pietà cristiana.</p>
      <p>Il contatto fra popolo e clero dovrebbe inoltre divenire più intenso e più frequente. I fedeli debbono più largamente prestarsi per le opere parrocchiali, pel decoro del culto; ed essi possono, a loro modo, promuovere la formazione d'un buon clero, favorendo i seminarii, mostrando la propria preferenza ai sacerdoti migliori, vigilando la vita del clero, chiedendo che si ripari agli scandali quando ve ne sieno. Questa partecipazione diretta ed efficace del popolo alla attività ecclesiastica ed alla formazione del clero ha tradizioni bellissime nella disciplina e sin nella liturgia della Chiesa. Noi non chiediamo che risorgano alcune particolari forme di essa o che altre si generalizzino; chiediamo solo che si ravvivi lo spirito di questo rapporto cordiale e costante fra il clero e i fedeli; la vita esteriore della società cristiana e quindi anche la coscienza cristiana vi guadagnerebbero enormemente.</p>
      <p>
        <pb n="262" />XXVII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">I comandamenti della Chiesa.</hi>
      </p>
      <p>Il cristianesimo, preso nell'insieme delle dottrine e delle direzioni sue, come tradizione vivente di attività religiosa delle anime, ha quanto gli è necessario per questa: né è capace di elementi nuovi ed estranei, a meno che non si voglia considerare come perennemente nuova l'appropriazione delle stesse dottrine e delle stesse direzioni da parte di uomini che mutano, nella storia, e che sono quindi, essi, incessantemente nuovi. Ma, come società esterna e visibile, la Chiesa, nel provvedere alla sua organizzazione amministrativa ed attività sociale, dispone via via diversamente, secondo le contingenze dei tempi, i particolari del suo, diremmo quasi, regolamento interno, così da avere svolto, nei lunghi secoli di sua vita, una ricchissima legislazione canonica nella quale qualcosa si va obliterando e qualcosa si aggiunge incessantemente.</p>
      <p>Di queste disposizioni, alcune, più antiche e più universali, che devono essere a cognizione di tutti i fedeli, e che talora non fanno se non concretare disposizioni e precetti già contenuti nella stessa legislazione rivelata, sono state riassunte nei <hi rend="italic">Comandamenti della Chiesa</hi>: disposizioni di vario genere, e compilate in diversa maniera nei varii tempi e nelle varie nazioni cristiane, che creano nei socii un dovere grave di uniformarvisi e di osservarle, secondo lo spirito col quale furono costituite e <pb n="263" />se ne richiede l'osservanza. Un rapido sguardo a questi precetti ci illuminerà su alcuni lati della professione cristiana che non sempre sono, come dovrebbero, presenti alla coscienza dei nostri fedeli, e la cui trasgressione snatura ed attenua singolarmente i caratteri e le manifestazioni esteriori della vita religiosa nel cristianesimo.</p>
      <p>II. Il primo di tali precetti è quello che riguarda la santificazione delle feste. Esso ha due ben distinte origini di diritto. La prima è in ciò che la società religiosa, tutrice delle tendenze ed esigenze superiori, spirituali ed etiche, della natura umana, sottrae all'attività economica ed industriale degli uomini alcuni giorni che essa vuol riserbati al riposo, nel quale la stessa natura fisica si ritempra e rifornisce di energie fresche e sane, agli affetti domestici, ai rapporti di benevolenza o di simpatia, alle adunanze collettive, all'educazione intellettuale e morale del popolo.</p>
      <p>Se i fini etici ai quali è sacro il riposo festivo sono cura speciale della società religiosa, essi ed il riposo stesso hanno tuttavia uguale importanza per tutta l'attività umana; e l'hanno tanto maggiore quanto più le tendenze democratiche di educazione ed elevazione popolare prevalgono. Poiché le classi superiori <hi rend="italic">riposano,</hi> il più del tempo, anche quando il riposo non sia...strettamente richiesto dalla gravezza del lavoro precedente; le classi medie trovano anche esse, facilmente, modo di interrompere le loro occupazioni e ricrearsi; e sono più specialmente coloro i quali vivono del lavoro manuale, con un vitto non sempre adeguato e con un orario spesso faticoso, quelli che hanno bisogno di interrompere, di quando in quando, il lavoro che li assorbe tutti e li sottrae a sé, alla famiglia, alla classe ed alla società. Possenti ragioni di umanità, di igiene, di morale, gravi interessi sociali e spirituali ed economici anche, reclamano questo riposo periodico delle classi lavoratrici: e lasciare l'osservanza di esso al libero giuoco della domanda e dell'offerta di lavoro è attentare alle radici stesse del benessere umano; e, talora, suona ironia sanguinosa, dove l'offerta di lavoro <pb n="264" />è maggiore e più bassi i salarii e più acuto lo stimolo al magro guadagno di un lavoro anche estenuante.</p>
      <p>I popoli civili hanno oramai compreso che, nella questione del riposo festivo, è necessario fare un passo addietro, e tornare all'antico; e provvedimenti legali si succedono, volti ad assicurare il riposo per turno nelle industrie che una alta ragione sociale vieta di interrompere, ed il riposo contemporaneo dei lavoratori nelle industrie e professioni nelle quali l'interruzione simultanea non dà luogo ad arresti pericolosi nell'economia della produzione o dello scambio dei servigi e dei beni necessari; mentre esso, d'altra parte, rende assai più fecondo di vantaggi sociali il giorno dedicato al riposo.</p>
      <p>III. Ma è doloroso osservare che molti cattolici non intendono tutta l'ampiezza e la gravità dell'obbligazione loro a questo proposito. Le infrazioni alla legge sono molte, e spesso velate e sottili così che esse sfuggono a coscienze non molte operose né sollecite.</p>
      <p>1°. Talora, se è osservata la lettura del precetto, non è osservato lo <hi rend="italic">spirito</hi> di esso; il quale è che le occupazioni abituali di qualunque persona, ed in qualunque classe della società, sieno interrotte da un giorno che empiano di preferenza preoccupazioni di ordine spirituale e sociale.</p>
      <p>2°. Sovente si incoraggia la violazione del riposo festivo, o permettendolo con facilità ai subalterni, o acquistando da negozianti e industriali che notoriamente se ne rendono rei, o esigendo servigi non strettamente necessarii in quel giorno stesso: come ad es., coloro che non saprebbero contentarsi di pane non fatto la notte precedente, o che non tollerebbero l'interruzione di alcuni servigii pubblici meno necessarii.</p>
      <p>3°. Talora anche la violazione del riposo festivo è, almeno indirettamente, voluta e procurata, o con l'esigere una soverchia sollecitudine nella consegna di alcune merci, o col pagare gli operai meno di quanto sia ad essi necessario per vivere anche il <hi rend="italic">settimo giorno</hi>, o con l'abbandonare colpevolmente all'ingordigia di intermediarii <pb n="265" />crudeli una direzione od impresa che non dovrebbe essere senza sorveglianza e controllo.</p>
      <p>Anche in questo campo, responsabilità personali e dirette possono risultare non solo dalla posizione dell'individuo come tale, dinanzi alla legge, ma da un ordine più vasto di azioni, di rapporti e di colpe collettive. Per un lungo periodo di tempo, il proletariato fu ridotto a salarii di fame, che facevano della legge del riposo una irrisione per gli infelici il cui lavoro, male retribuito e spesso precario, non bastava alle più urgenti ed assidue necessità della vita; e tale condizione di cose dura ancora, del resto, in molte parti d'Italia. La colpa di ciò, tolta la parte che ne ricade sulle generazioni passate, è di molte categorie di persone; ne hanno i governanti che non provvedono, ne hanno coloro i quali agiscono su di essi e sull'opinione pubblica, che non se ne occupano, ne hanno i proprietarii che abbandonano i loro fondi, le signore le quali logorano e disperdono spensieratamente un denaro che fu bene chiamato gelatina di fame e di lacrime oscure, ne hanno coloro che non predicano il precetto cristiano con lo spirito vivo di amore e di giustizia sociale che dovrebbe aprire gli animi all'osservanza di esso; responsabilità varie e complesse, e pur sempre gravi, delle quali ricade un poco su ciascuno di noi.</p>
      <p>IV. Ma, oltre a questo riposo settimanale, la società cristiana si riserva anche alcuni giorni che, dal punto di vista or ora occupato, nulla vieterebbe fossero dedicati al lavoro; e se li riserva per chiedere ai suoi fedeli speciali osservanze religiose, sacre alla rievocazione di fatti di maggiore importanza nell'economia della redenzione; e sono, questi, i giorni festivi non domenicali, nei quali il riposo dal lavoro è imposto perché i fedeli possano associarsi, col pensiero e con la presenza, ad una liturgia più ampia e solenne. Questo istituto mette in maggiore rilievo lo scopo positivo che la società cristiana si propone di raggiungere, mediante le feste. Il riposo non è che la parte negativa del dovere festivo; vi è poi, come indicammo accennando ai molteplici fini di questo, il precetto, <pb n="266" />positivo, d'un lavoro diverso dall'usuale, non manuale, blando e caro; cure domestiche, rapporti civili e sociali, riunioni, letture, conferenze, scuole catechistiche e via dicendo. Ma c'è altro, e di più importante, che fa veramente della festa il giorno della coscienza cristiana, della Chiesa e del Signore. È imposta cioè, in questo giorno, la partecipazione ai riti collettivi della società cristiana; la Chiesa impone di assistere, nelle feste comandate, alla messa, e suggerisce di assistere anche ad altri riti minori del mattino e della sera; ed al sacerdote avente cura di anime comanda di aggiungere nella sua messa l'interpretazione e la spiegazione del precetto evangelico. Quanto al carattere, che ha l'eucaristia, di rito collettivo, io ve ne dissi già parlando di questa; è una vera riunione di fedeli, per parrocchie, intorno al loro capo spirituale, quel che la società cristiana ci diede nei giorni festivi: riunione che Dio presenzia ed alla quale conviene assistere con animo non solo <hi rend="italic">pio</hi> ma anche fraterno, e che deve in qualche modo avere l'impronta di un trovarsi insieme di persone unite da vincoli di profonda e possente intimità spirituale.</p>
      <p>Ma il dovere del clero non è tutto nell'imprimere a queste riunioni sacre, in cui i fedeli partecipano alla carne ed al sangue del Signore, il carattere che esse debbono avere; o meglio questo divino scopo non può essere raggiunto senza molti sussidii ingegnosi. Si usa oggi largamente aggiungere alla messa speciali riti, nel pomeriggio, celebrati talora con molta solennità, ai quali certe categorie di fedeli assistono sempre molto volentieri; e ciò è bene, ma è assai lontano dell'esser tutto.</p>
      <p>L'istruzione catechistica, alla quale il giorno festivo è specialmente dedicato, o langue o è assai male impartita, e senza alcun metodo pedagogico serio, in moltissime parocchie; la gioventù non è richiamata intorno al sacerdote <hi rend="italic">educatore,</hi> con quegli ingegnosi espedienti che i tempi suggeriscono, e si perde, assai spesso, dietro il vizio e le passioni politiche; le letture pubbliche, il teatro popolare veramente educativo, e non insulso ed <pb n="267" />innaturale, il canto popolare religioso, le associazioni aventi scopo spirituale, tutto ciò langue, o isterilito nelle vecchie forme fatte impossibili, o trascurato; e, spettatore inutilmente addolorato il clero, l'osservanza del giorno festivo si trasferisce, specialmente per il sesso maschile, dalla Chiesa all'osteria, alla sezione repubblicana o socialista, al circolo. Per le donne giovani e non maritate, la domenica è, e rimane, il giorno della vanità. E questi sono gli altri segni, gravissimi, anche essi, della decadenza dello spirito vivo del cristianesimo nel nostro costume religioso e sociale.</p>
      <p>V. Un altro precetto ecclesiastico riguarda l'astinenza dalle carni e il digiuno. La mortificazione della carne è, abbiamo veduto già, dovere essenziale nella vita cristiana. Alcune forme di mortificazione, riguardanti più specialmente la quantità e la qualità dei cibi, vengono imposte dalla Chiesa a tutti i fedeli, negli stessi giorni, e sovente in preparazione di certe maggiori solennità, con manifesto carattere sociale; notevolissimi i giorni di digiuno delle <hi rend="italic">quattro tempora,</hi> nei quali i fedeli sono invitati a far penitenza e speciali preghiere perché lo Spirito santo dia alla Chiesa sacerdoti fedeli e operosi, pastori e non lupi né cani muti.</p>
      <p>Noi possiamo, signori, ammirare senza riserve la bellezza e l'opportunità di questo precetto ecclesiastico; né ci offenderemo se la Chiesa ci tratta un poco come fanciulli gracili e volubili, misurandoci i generi e sin la quantità del vitto in parecchi giorni dell'anno. L'igiene, che sola potrebbe intervenire a turbare questa nostra ammirazione e remissività filiale, è lungi dal fare opposizioni serie. Gli uomini non sanno, assai spesso, contemperare sobriamente le cure o il lavoro (proprio od altrui), che spendono nel soddisfacimento dei loro bisogni, a questi bisogni medesimi: e delle tre maggiori esigenze della vita — l'abitazione, il vestito, il vitto — quella nel soddisfacimento della quale l'eccesso è più frequente, più comune, più direttamente dannoso è il vitto: e qui, anche, è più stridente la disparità. Vi sono, anche nell'Italia nostra, <pb n="268" />uomini che abitano caverne scavate nel sasso, o casupole costruite di fango e di paglia, o stanze umide oscure immonde, in cui sovente si accumulano sin a cinque o dieci persone di età e di sesso diverso; il male è grave e troppo ancora inadeguati i rimedii. E vi sono anche signore che spendono in un vestito solo quanto basterebbe a fondare e dotare una istituzione caritatevole; che ricchezze enormi rivestono in ori e diamanti; che alle bambine, anche oggi, forano le orecchie per appendervi ricchi gingilli; e le signorine soffocano in tenaci corazze la persona e nelle calzature sottilissime il piede; ed anche questi sono dannosi ed inumani costumi: ma assai più diffuso e vorace è l'abuso dei cibi, e questo in persone di tutte le classi, dalle più umili alle più elevate; e quel che è più grave, l'abuso è sovente abitudine di tutti i giorni, si tratti di raffinatezze di cibi o di eccessi di bevande. Il digiuno ecclesiastico ci ricorda questo comune dovere di sobrietà; ed è anche precetto ed esempio vivente di parsimonia nelle vivande. Esso è particolarmente diretto a temperare l'abuso della carne, abuso favorito anche, spesso, da una medicina alla moda, contro la quale reagisce oggi in maniera quasi violenta il vegetarianismo; sistema, questo, che fu sovente in uso nell'ascesi cristiana e che unito ad un genere di vita laborioso e normalmente tranquillo, lungi dall'essere nocivo, è vantaggiosissimo all'organismo.</p>
      <p>Anche qui tuttavia noi vorremmo che alla legge positiva si risalisse più che non si faccia allo spirito il quale la dettò: e che, come utile disciplina dei sensi e come avviamento ad una più rigida mortificazione cristiana, fosse dal clero più insistentemente e largamente praticata e predicata una grande parsimonia nel vitto; e — alle classi povere in particolar modo — si predicasse l'astinenza dalle bevande alcooliche di qualsiasi genere; con che, oltre al riparare a molti e gravi danni morali, si renderebbe possibile spesso un miglior regime nei cibi, e più facili la previdenza, il risparmio, l'associazione.</p>
      <p>VI. Ultimo precetto ecclesiastico è il pagar le decime alla Chiesa. È una forma, questa delle decime sul reddito <pb n="269" />dei beni rurali, solo una forma storica e contingente, in molti luoghi già superata, d'un dovere ovvio ed insopprimibile di ogni credente; il dovere di concorrere alle spese della comunità religiosa cui appartiene. Spesso ricche largizioni, consolidate nei beneficii ecclesiastici, provvidero largamente — e provvedono ancora in parte — alle spese di culto, e dotarono il clero d'una agiatezza che fu anche, non rare volte, ricchezza. Ma la ricchezza non è scevra di inconvenienti e pericoli gravi, anche quando essa è in mano del clero: per la Chiesa, essa ha oggi questo altro inconveniente, oltre i soliti, di offrire pretesto allo Stato di immischiarsi in vario modo nella gestione delle cose ecclesiastiche. E troppo spesso si dimenticò che il reddito di quei beni appartiene di pieno diritto alle comunità dei fedeli e che i sacerdoti, anche quando ne abbiano l'amministrazione senza controllo, prelevato che abbiano il sufficiente per sé, <hi rend="italic">debbono</hi> il resto ai poveri della comunità ed al culto. Nei primi secoli era in uso non accumulare le ricchezze, ma distribuirle immediatamente: non era ancora introdotta la manomorta, né gli alti dignitari della Chiesa credevano necessario, come i cardinali del rinascimento, avere intorno una corte di avidi sfacendati.</p>
      <p>Comunque, è oggi assai frequente il caso che alle nostre comunità cristiane manchi il denaro necessario ai doveri dell'assistenza fraterna e quello richiesto pel decoro, così spesso deficiente o deturpato, del luogo di riunione e dei riti comuni. E mentre talora il denaro, avaramente accumulato od avaramente impiegato, viene, con un ultimo atto di vanità e di egoismo, quando l'essere utili agli altri è oramai il solo modo...di essere utili a sé, devoluto ad istituti ed opere pie, molti cuori sono insensibili e molte borse rimangono chiuse all'appello insistente della carità fraterna. Non dovremmo quindi dolerci se il processo storico delle nostre associazioni cristiane portasse i fedeli a rammentarsi del dovere che ha ciascun di essi di contribuire regolarmente, secondo che egli può, alle spese dell'associazione stessa; prime fra le quali, co<pb n="270" />me io vi diceva, dopo l'indispensabile al rito, le spese dell'assistenza fraterna.</p>
      <p>Le vicende storiche, ed i progressi dello spirito laico, condurranno lo Stato a misurare sempre più avaramente alla Chiesa il dritto di possedere; e questa, d'altra parte, purificata nella perdita dei privilegi e delle ricchezze antiche, e rinvigorita nella lotta, vedrà crescere le necessità materiali dei suoi ufficii di educazione e di assistenza fraterna e dovrà ricorrere più largamente al contributo spontaneo e regolare dei suoi fedeli. Sarà, anche essa, una forma di imposta, prelevata senza coazioni sul non necessario alla vita, progressiva secondo le capacità di ciascuno, destinata ad alimentare le opere di apostolato e di educazione religiosa e prima le più adatte ai tempi, che oggi sono invece così spesso dimenticate; ed a sollevare, nel seno della comunità dei fedeli e fuori di essa, miserie e strettezze eventuali alle quali nessun provvedimento legislativo e sociale potrà mai giungere. E la buona volontà dei fedeli in questa spontanea tassazione per la vita e l'attività della Chiesa sarà indice non ultimo del fervore di vita che li animi e dell'avere essi collocato, nel centro di tutta la loro vita interiore ed esterna, l'ispirazione moderatrice del precetto cristiano.</p>
      <p>
        <pb n="271" />XXVIII.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La comunione dei santi.</hi>
      </p>
      <p>I. La società cristiana è consenso di volontà e comunione di beni spirituali e invisibili; essa non stringe solo i fedeli appartenenti ora alla chiesa terrena; non ha confini di tempo e di spazio, poiché né l'uno né l'altro misura l'attività spirituale; ma raccoglie e stringe ugualmente tutti coloro che vivono degli stessi principii di vita interiore, da qualunque punto essi vengano dello spazio e del tempo. Esaminiamo ora brevemente questa società, nel suo costituirsi, nei suoi rapporti e nella vita che vi circola dentro.</p>
      <p>La coscienza non ci manifesta, a ciascun momento della nostra vita che ci è, per essa, presente, se non una piccola parte di ciò che forma il nostro essere spirituale; nel profondo di questo, accumulati e variamente stratificati, soggetti sempre ad una elaborazione e trasformazione il cui processo ci sfugge, sono numerosi stati di coscienza, esperienze passate, rappresentazioni, atteggiamenti, attitudini varie; il passaggio delle cose visibili avanti ai sensi, la riflessione e l'analisi interiore ci richiamano, in un moto continuo, alla attenzione questa o quella parte dell'essere nostro interno, e svelano parzialmente noi a noi stessi in un aspetto sempre nuovo.</p>
      <p>Ogni momento della coscienza, ogni atto del nostro volere, ogni mossa in avanti di questa spontaneità con<pb n="272" />sapevole che si manifesta nell'azione profonda della coscienza aspirante alla vita ed al bene, riassume in qualche modo tutto il nostro passato spirituale, passato che è, insieme, il nostro presente inconsapevole; e questi momenti ed atteggiamenti morali dell'anima umana non possono essere spiegati solo con ciò che presentemente è alla superficie della coscienza, con ciò che, nell'attimo in cui vogliamo e speriamo, ci par motivo totale dei nostri atti; più profondo, nel continuarsi di tutto il nostro passato spirituale nei più bassi strati della subcoscienza, stanno le radici e le cause spesso nascoste di ciò che noi siamo, vogliamo ed operiamo ad ogni momento della nostra vita. E la libertà, che sentiamo essere in noi come carattere proprio della vita della volontà, non è già, come alcuni credono, l'irrazionale e il senza motivo, né è data solo dalla sproporzione fra l'atto nostro deliberato ed i motivi di esso presenti alla nostra attenzione, i quali non sono né tutti i precedenti che influiscono sull'atto né forse i più notevoli; libertà è questo rifluire e rispecchiarsi di tutta la nostra precedente attività morale, di tutti i moti e gli impulsi e le abitudini accumulate, in ogni singola mossa in avanti del nostro volere; così che quello che noi vediamo e facciamo reca, quando la reca, quando cioè procede davvero dalla nostra attività interiore desta e operante senza ostacoli, tutta l'impronta della nostra personalità morale e della direzione spirituale che caratterizza lo spirito nostro.</p>
      <p>II. Ora, o signori, ricordate anche che questo nostro essere spirituale non è, come il corpo, composto di elementi materiali, concreti ed individuali nella stessa determinatezza loro; gli elementi e i dati primi della vita di coscienza sono eminentemente <hi rend="italic">sociali.</hi> Essi sono, infatti, per la stessa natura loro, capaci di essere simultaneamente in mille coscienze, come specchi e riflessi del mondo esteriore, e come fini consaputi dell'attività spirituale. Le nostre anime non sono, in fondo, che delle attitudini spirituali; le cose esterne, innanzi alle quali quelle sono poste, si riflettono variamente in esse e le imprimono di <pb n="273" />sé; la forza interna, che ci porta ad atteggiarci diversamente di fronte ad esse, è specificata, nei suoi movimenti, da questo fine o scopo esterno e oggettivo figurato in elementi rappresentativi, che è il termine e lo scopo delle nostre azioni e che può quindi essere, ed è sempre, infatti, termine e scopo delle azioni di molti, come oggetto riflettentesi unico in molti specchi. Quindi ogni dato della nostra vita interiore è tale, per natura sua, da poter ripetersi identico in mille anime, così da stabilire in esse una vera unità di forme conoscitive e di direzioni volontarie.</p>
      <p>Noi sappiamo poi anche che tutti questi dati della nostra vita interiore sono in noi per formazione sociale. La nostra cultura è come l'accumulazione degli sforzi intellettuali di molte generazioni; ammirando una statua greca, leggendo una pagina di Platone o di Virgilio, osservando una chiesa gotica, riviviamo lo stato d'anima e di pensiero di uomini lontanissimi da noi. Le nostre abitudini morali sono l'effetto di sforzi secolari di inibizione, di adattamento, di iniziativa. Le istituzioni sociali, che noi, per la forza del linguaggio e del simbolo esterno, siamo soliti ad oggettivare e concepire come enti a sé, non sono in fondo che stati d'animo ripetentisi quasi uguali in un numero più o meno grande di individui appartenenti ad dato gruppo; spesso questi stati d'animo uguali giacciono nel profondo della coscienza; quando una occasione li risveglia essi provocano quella che è azione collettiva, lo slancio nazionale di una guerra per la difesa del paese, la commozione profonda dinanzi a un disastro improvviso, un senso di legittima fierezza dinanzi a successi ed a trionfi che ciascuno di noi sente e vive come suoi proprii. O vivendo le cose esteriori, o vivendo i beni della cultura e dello spirito, i quali tanto più si avvicinano all'unità quanto più sono alti, noi ci trasformiamo continuamente: e queste <hi rend="italic">forme</hi> del nostro essere spirituale, benché vissute da ciascuno di noi, sono tali da associarci e da farci uguali a molti altri che le vivono e se le appropriano ugualmente; di dove appunto una profonda comu<pb n="274" />nione di anime, una circolazione di vita spirituale che unisce i passati e i presenti, coloro che vivono ancora nel campo dell'apparenza e del divenire sensibile e coloro che si sono oramai raccolti di là dalle apparenze, nel mondo degli spiriti e di Dio.</p>
      <p>III. In questa solidarietà di vita delle anime, a noi non riesce tuttavia di discernere quello che è ripetizione di stati d'animo identici, o diffusione e ripetizione di essi per mezzo dei veicoli esteriori e sensibili della vita dello spirito, da quello che è vero contatto immediato di spiriti, contiguità e quasi compenetrazione di essi per vie inafferrabili al senso: il dubbio intorno al valore vero ed alla realtà intima di questa vita di rapporti spirituali riafferra e tormenta coloro i quali non accettano, con animo docile e volonteroso, l'autorità d'una credenza comune. Noi cristiani abbiamo nel nostro antichissimo credo un articolo il quale ci parla appunto di questa società d'anime o <hi rend="italic">comunione dei santi.</hi> È un aspetto solo della dottrina che abbiamo esaminato; una famiglia più ristretta, e in qualche senso separata dal resto, nella grande famiglia delle anime umane; uno speciale vincolo, quello che è posto dalla <hi rend="italic">santità,</hi> o dalla vita interiore delle anime cristiane. I credenti sparsi pel mondo, quelli che, vissuti un giorno, riposano nel Signore, i nuovi venuti che, prima di acquistare conoscenza di sé, sono messi dai sacramenti in mezzo a questa circolazione di vita che è la Chiesa invisibile, ed anche altri esseri, partecipanti per altre vie e con altre nature la realtà dell'essere spirituale, ma raccolti intorno a Dio come a centro e quiete delle loro aspirazioni costituiscono tutti insieme una società in cui rapporti frequenti corrono fra tutti i socii e che una vita divina alimenta e governa.</p>
      <p>Voi sapete quale significato ed effetto abbia avuto questa fede nella comunione dei santi nella esperienza religiosa delle anime cristiane. Dio, padre comune, da cui solo ci viene ogni energia di vita soprannaturale, Dio, presente in ciascuno di noi, più intimo alla coscienza di ciascuno di noi di quel che sia il nostro essere stesso, è <pb n="275" />come l'atmosfera e la luce comune, perdonate alla povera imagine, di questo mondo di realtà spirituali; Gesù Cristo, il primo di molti fratelli, rivelazione lucida del divino in coscienza d'uomo, Verbo di Dio fatto carne, è insieme, secondo le parole di S. Paolo, splendore e figura della sostanza divina e veste e vita delle anime santificate; i più vicini a Dio ed al Cristo derivano da essi energie spirituali per i fratelli più deboli, esercitati ancora nella prova; il volere buono ed intenso degli uni, rivolto a Dio, si comunica per vie misteriose ad altre anime, suscita altri voleri buoni; esseri a noi già cari in questa vita, o da noi invocati con più affetto, ci sono presenti, ci parlano misteriosamente, ci penetrano l'anima di una luce blanda, d'un calore soave di bene. Noi stessi possiamo disporre delle nostre forze spirituali che a noi derivano da Dio, e comunicarle ad altri per via di misteriosi contatti: a coloro della salute dei quali ci preoccupiamo, alle anime che, di là, attendono di essere introdotte nel possesso del bene, alla famiglia, alla città, alla patria nostra. È la comunione di preghiere, di suffragii, di riti, di favori spirituali; sono le anime presenti le une alle altre, operanti le une sulle altre di là dai confini dello spazio, anche quando esse vivono ancora negli organismi che appartengono allo spazio.</p>
      <p>IV. Per quali vie ci vengono trasmesse queste forze ed attività spirituali? Dobbiamo dichiarare modestamente che ciò ci è ignoto. Ma non ci è ignoto anche il nostro essere vero? non ci è ignota la trama complessa di stati di animo, la coscienza profonda sulla quale fluttua, pallida luce mutevole, la consapevolezza? Una parola di poeta, una voce di amico ravvivano talvolta meravigliosamente le nostre energie interne; dal profondo della coscienza salgono spesso voci insospettate, procedono conversioni improvvise; vi sono degli uomini singolari accanto ai quali noi sentiamo avvenire in noi mutamenti spirituali profondi, per un'intima forza di cui non ci riesce di renderci conto; il ricordo di un morto caro ci accompagna talora nella vita con una efficacia consolatrice e ripa<pb n="276" />ratrice che solo un ricordo sembra non potere avere; noi siamo, in qualche modo, una sorpresa per noi stessi nei momenti di vita interiore più intensa, perché sappiamo così poco di dove ci viene la luce che ci guida, la forza che ci muove a volere. Che cosa sappiamo noi, di noi stessi? Questo sappiamo, tanto meglio quanto più acquistiamo l'abitudine di vivere in noi, di ripiegarci sulla nostra coscienza, di educare la nostra personalità morale: che il nostro essere spirituale è infinitamente complesso. La profondità inesplorata riceve luce e forza da contatti misteriosi, naviga su di acque che sono insieme un veicolo misterioso di sentimenti e di impulsi spirituali. E nelle anime che più concentrarono il loro sforzo in questa vita interiore, tale senso di non isolamento, di continuità dell'essere spirituale diviene così intenso e profondo che esse sentono veramente l'immersione della loro coscienza in un più vasto elemento, sentono Dio intorno a sé, nel profondo di sé, sopra di sé: ed aspirano a quella definitiva condizione di cose in cui Dio sarà <hi rend="italic">tutto in tutti,</hi> secondo S. Paolo, e si avranno, come dice un mistico, molti occhi ma una sola visione, molte lingue ma una sola parola, molti cuori ma una gioia sola.</p>
      <p>V. Questa <hi rend="italic">comunione dei santi in Dio</hi> è anzi, si può dire, l'intimo comune significato di tutto il domma cristiano: la Trinità, l'incarnazione, la grazia, la chiesa. Noi crediamo, in Dio, un'unica realtà sostanziale comunicantesi intiera e senza mutazione di sé a tre distinte persone: ciascuna delle quali ha, come distinta dalle altre due, quell'essere divino medesimo non distinto da sé, poiché è unico, né distinto da ciascuna persona, che non vi aggiunge se non la personalità propria. Inafferrabile mistero; il quale tuttavia ci mostra come le leggi di finitezza e concretezza che noi troviamo nella materia non valgono per lo spirito: e come questo, nella pienezza del suo essere, è insieme identità e comunicazione, <hi rend="italic">una sola</hi> realtà assoluta e <hi rend="italic">più</hi> ad averla e goderne. Qualche cosa di simile avviene anche nelle realtà spirituali minori e finite. San Paolo distingueva negli uomini il corpo, l'anima, lo <pb n="277" />spirito. Di corpo, ognuno ha il suo: ed ogni cosa che lo penetri o ne irradii acquista in esso un carattere di concretezza sì ben definito da non poter mai ripetersi interamente uguale. L'anima, la psiche, è già invece così plastica che molti elementi spirituati di cultura, di emozioni, di affetti possono ripetersi identici e costituire veramente l'unità; così uno è il grido di entusiasmo di una folla percossa dalla voce o dal gesto di un eroe, uno è il senso vivo della patria, della bellezza, della legge, pur in molte anime. Ma lo spirito, comunicazione di Dio, vita di grazia, fede, speranza, amore, è ancora più veracemente uno in tutte le anime credenti; perché esso, secondo le dottrine teologiche più antiche e sicure, non è qualche cosa che proceda da noi o da esseri comunque finiti, ma è comunicazione diretta di Dio, la sua voce che suona in molte anime, la forza divina che suscita l'affetto e il volere nostro; nostro l'affetto o il volere, ma divino l'impulso che ci muove e ci sorregge. Noi non conosciamo i modi di circolazione di questo divino essere nelle anime, né sappiamo come esso penetri in noi e come, dalla stessa fonte divina, ma non senza la partecipazione di coscienze finite, esso passi dagli uni agli altri, e da questi si ritiri ed in altri abbondi; sono fatti spirituali che avvengono nel nostro essere spirituale ma a profondità tali che il poco lume della nostra consapevolezza non vi giunge: e noi dobbiamo contentarci di affermare queste correnti misteriose che percorrono in tutti i sensi l'oceano delle anime, che giungono talora alla superficie della nostra coscienza e, anche rimanendo nel profondo, ci trasmettono vita movimento e calore; più e meno, anzi, noi dobbiamo contentarci di vivere questa feconda intimità spirituale che ci unisce ai santi ed a Dio, di essere in comunione di pensieri e di affetti con i nostri cari defunti, con le anime vicine a Dio, con i fratelli cristiani viventi; di educarci a sentire in noi i mali le aspirazioni le gioie degli altri, a soffrire chiedere sperare per gli altri, a farci solidali almeno nell'affetto con tutti quelli che cercano il bene ed oppositori di tutti coloro che vogliono e fanno il ma{{278}}le; a vivere, in una parola, non la sola terrena povera vita dei nostri interessi privati, ma la vita di una più vasta famiglia, della Chiesa, la vita di tutti coloro che vivono e si muovono con noi in Dio, a vivere di <hi rend="italic">carità,</hi> la quale è, non sola disposizione nostra verso gli altri, ma rapporto vivo e operoso con essi.</p>
      <p>VI. Oggi, purtroppo, anche questo mirabile orizzonte dell'anima cristiana, col decadere della vita religiosa nel cristianesimo, si è andato oscurando e restringendo. Innanzi tutto, l'abito greve di sensualismo diffuso nella vita delle dottrine materialistiche nel secolo scorso ha ottuso negli animi il senso di quello che è interiore e spirituale; e la comunione vivente degli spiriti che il cristianesimo ci insegna sarebbe parsa poco meno che una allucinazione mistica, se l'uomo non avesse continuato ansiosamente a cercare, per altre vie incerte e difettose, questi contatti spirituali che la fede rende così ovvii e dolci e veri nel cristianesimo. Mai, infatti, dopo la caduta del paganesimo, come in questi ultimi decennii, fu un così diffuso ed ansioso indagare intorno alle sorti della psiche nella vita, alla realtà intima di essa, ai nostri commerci con le «anime» dei trapassati od altri misteriosi esseri che per vie non comuni possono essere in contatto con noi.</p>
      <p>Così, anche fuori del cristianesimo, la coscienza umana insorge contro le conclusioni negative dei materialisti; e nessuno può rattenerla dal protendersi, con l'ansietà d'una sete profonda, di là da questi gretti confini del tempo e dello spazio che sono assegnati al nostro organismo fisico, per gittare nel silenzio dello spirito la domanda: chi c'è di là? chi mi risponde? chi mi aspetta?</p>
      <p>Voi sapete di quella nuova gnosi che è la teosofia, così diffusa nella società colta delle grandi città, che vi parla con tanta sicurezza dei varii corpi dell'uomo, della vita e delle trasmigrazioni delle anime; sapete anche dello spiritismo; cattivo giuoco che rasenta talora i limiti del trucco, che si appoggia talora su ignote proprietà ed irradiazioni della materia vivente, ma che né ci ha portato né forse ci porterà mai una parola certa da coloro che <pb n="279" />sono di là dell'essere umano e dello spazio terreno. Lo spiritismo ha una storia di esperienze già lunghe: ed essa ci dice, con una certezza desolante per chi volesse ancora sperarne oracoli dell'al di là, la volgarità insanabile dei medii, la inanità delle risposte date dai supposti spiriti ai più ardui problemi dello spirito e della vita, il caos di opinioni teoriche e morali diverse e contradittorie che cercano appoggio nei fatti e responsi spiritici; né a questi alcuno attinse pace interiore, virtù liberatrice dal male, energia spirituale di bene, ma sì piuttosto debolezza di volontà, sconforto, irrequietezza maggiore.</p>
      <p>VII. Apparisce da ciò come inutilmente noi cerchiamo invisibile per vie altre da quelle che il cristianesimo ci insegna. <hi rend="italic">Sapere</hi> non c'è dato; ma sì credere, sperimentare anche interiormente; e prova della dottrina che noi accettiamo non è, anche qui, l'evidenza dialettica di essa, ma la forza di bene che ne attinge lo spirito, l'incremento normale della vita della coscienza, la sicurezza morale con cui questa, procedendo al raggio della poca luce che le è data, sente accrescersi in sé la vita e la fede nella vita e la confidente aspettazione d'una vita più intensa e più piena. E le anime pie e sinceramente cristiane hanno l'esperienza quotidiana di questa comunione spirituale non con il loro Dio solamente, ma con i cari e i patroni che sono con Dio e con le anime sorelle viventi nel corpo; con questi è il loro pensiero, questi ascoltano parlare nel silenzio della coscienza, ad essi chiedono e da essi hanno consiglio e conforto e pace, per essi soffrono e pregano e sperano. E l'effetto immancabile è una più fervida e larga vita di bene; una più possente reazione contro gli odii e le cupidigie che dividono gli uomini per cose sì piccole e labili; un diffondersi intorno nelle anime d'un senso vivo e possente di amore e di solidarietà spirituale. Ma quanto rara è poi anche fra i cristiani questa vita e comunione vera di anime!</p>
      <p>Si pensa ai defunti, ma così poco, e per piangerli più che per continuare a vivere con essi. Si pensa ai santi, non per coltivare in sé uguali affetti, ma per ottenere <pb n="280" />favori terreni, come i pagani pensavano ai loro dei; si vive con i prossimi, ma una vita di natura, di affetti, di simpatie, di antipatie, di rivalità personali, non una vita affettuosamente fraterna in Dio; a Dio stesso, a Cristo, abbiamo veduto quanto poco e male pensino i nostri cristiani.</p>
      <p>E se la purezza e l'intensità e l'efficacia di questa comunione dei santi riassumono nel cristianesimo il valore e l'effetto di tutto l'insegnamento religioso di esso, noi possiamo ancora una volta vedere quanto poco, dai più di coloro che si dichiarano oggi cattolici nella società nostra, si sia veramente ed intensamente cristiani.</p>
      <p>
        <pb n="281" />XXIX.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">Giudizio finale.</hi>
      </p>
      <p>I. L'esame dell'intimo contenuto e del valore delle verità cristiane ci ha mostrato e spiegato dinanzi, nella sua varia e multiforme ricchezza, una realtà spirituale, invisibile, intima alla nostra coscienza, che noi intravediamo appena e alla quale aderiamo per la fede. Ed abbiamo anche veduto come il processo della vita cristiana consiste nel liberarci noi gradualmente dalla illusione e dalle fugaci impressioni delle cose che passano, dall'egoismo della natura animale, dalla rete vasta e intricata di interessi e di tendenze terrene e caduche, per vivere secondo le suggestioni e le norme che ci vengono, attraverso la coscienza, da quest'alta profonda e misteriosa realtà. Da ciò apparisce anche che tutti i varii giudizii che gli uomini si fanno della vita, delle sue direzioni e del suo scopo, tutte le norme di condotta morale, tutti i fini etici, confessati o no, che l'uomo si propone o segue o cerca nell'agire, possono essere ridotti a due grandi famiglie: dall'una parte quelli che, per le vie dei sensi, ci vengono dalla nostra natura animale e corporea, dall'egoismo e dalla cupidigia delle cose terrene; e, dall'altra parte, quelli che l'intuizione religiosa o l'intima voce della coscienza o la fede derivano da un più vasto e universale ordine di cose, da un concetto dell'universo e della vita che trascende le manifestazioni concrete e passeggere di questa, <pb n="282" />da un volere supremo ed universale di bene che è in fondo a tutte le cose e che chiede il consenso e l'accordo del nostro volere.</p>
      <p>Di qui, o signori, apparisce anche che c'è una norma delle azioni umane, un giudizio etico, una valutazione spirituale di ciascuno dei nostri atti o sentimenti morali, che è come la proiezione di questi sul fondo dell'assoluto; né noi, anche non pensando a questa norma o trasgredendola, possiamo fare che il nostro atto, nel piano di quelle realtà spirituali e invisibili sul quale si muove la coscienza, non porti con sé e non segni, nella traiettoria della vita di prova che è questa nostra esistenza terrena, il suo valore morale, l'assenso o la riprovazione del volere supremo che è legge e misura di tutti i voleri. Sinché noi viviamo, tale giudizio è fuori, il più spesso, del campo della nostra consapevolezza morale; il corso del tempo oblitera il ricordo dei giorni che si allontanano, e la molteplicità degli stimoli esteriori e degli stati di coscienza che si succedono in noi ci impedisce di discernere gli atteggiamenti del nostro volere dinanzi al volere supremo del bene. Noi scorriamo la vita estranei in qualche modo all'essere interno della nostra coscienza; questo ci apparisce solo riflesso e rifratto nelle mille faccie mutevoli della esperienza esteriore.</p>
      <p>II. Ma, colla morte, le cose mutano; la morte, come abbiamo veduto, non è anzi che il dileguarsi di questa illusione esteriore che occupa e domina il nostro spirito, e l'apparire di questo a sé stesso non più nel riflesso dei fenomeni dello spirito e delle cose, ma direttamente, nella sua essenza spirituale e nella, diremmo quasi, costituzione morale che esso porta con sé dalla vita. Il mutamento sarà repentino e profondo; quello che ora è il modo per noi ovvio e naturale di conoscenza, fondato sull'aspetto di ciò che da fuori di noi entra per i sensi nel nostro spirito e sulla percezione immediata dell'organismo fisico che vive la nostra vita, dileguerà col dissolversi di questo organismo medesimo; e la coscienza, emergendo dai limiti angusti dello spazio e del tempo e delle apparenze <pb n="283" />delle cose che si svolgono in essi, penetrerà l'intimo essere proprio e in sé discernerà i rapporti spirituali che la legano alle altre anime e a Dio. Ed in ciò che noi saremo spiritualmente nell'attimo della nostra liberazione dalla vita del tempo, nelle accumulazioni di tendenze di vedute di abitudini di atteggiamenti di volere che costituiranno allora nella sua pienezza la nostra coscienza morale, tutto il passato rivivrà;innanzi a noi, e noi ci rivedremo chiaramente, dal giorno in cui la nostra psiche fu solcata dalle prime impressioni del mondo esterno e mossa dal soffio dei primi impulsi, giù giù per tutta la serie di atti nostri ed altrui, di conoscenze, di moti spontanei, di volizioni; e seguiremo la traccia oscillante della nostra consapevolezza del bene e del male, del nostro volere, della spontaneità interiore di quel profondo moto della coscienza che, riflettendo in ogni nuovo atto tutto il nostro passato morale, si apriva la via dominando e dirigendo le conoscenze le emozioni i sentimenti. E nella nostra psiche, rivelata così pienamente a sé stessa, noi vedremo come palpitare un brano della società alla quale appartenemmo; e questa società medesima, con i suoi usi, i suoi istituti, le sue leggi, la sua cultura, ci riapparirà dinanzi, trasfusa nel nostro essere spirituale.</p>
      <p>III. Voi potete ora, signori, vedere quello che debba essere per ciascuno di noi il giudizio finale. La Chiesa ha cercato immagini vive e possenti per imprimere nell'animo dei suoi fedeli l'anticipazione salutare di quell'attimo in cui la nostra vita di coscienza, quale essa è ora, si arresterà, e noi saremo pienamente rivelati a noi stessi ed entreremo, con atteggiamento oramai definitivo, nel campo delle realtà spirituali e divine. Ciò che noi saremo allora saremo per sempre. Il bene voluto e compiuto, l'amore, lo slancio fiducioso verso Dio sarà oramai per noi il possesso del bene che nessuno ci potrà togliere. L'illusione piacente delle cose terrene, il desiderio cupido dei beni che la morte ci ha tolto, l'egoismo cieco e brutale che si immergeva e affondava nel senso, dilegueranno invece come notte all'apparire del sole; e rimarrà nel<pb n="284" />l'animo l'abisso d'un desiderio ormai incolmabile, la fede struggente d'un bene che non si volle, e che ora apparisce infinitamente lontano.</p>
      <p>E questa rivelazione dell'anima a sé sarà il giudizio stesso di Dio; giudizio della coscienza religiosa che nella vita udimmo forse talora, timido e fioco, ma che non ascoltammo e si attenuò e si sperse nei rumori del mondo; o giudizio al quale tendemmo solleciti l'orecchio, e che divenne voce nota e grave, velata sempre un poco dai rumori della vita, ma pur ferma e chiara; e che ora, cessati quei rumori, ci risuona nella coscienza in tutta la sua ampiezza, manifestandoci il volere del Padre datoci a compiere con la vita, ed il volere col quale noi venimmo via via rispondendo a quell'appello divino. Così la coscienza entra nella sua nuova vita; ma di questa essa porta con sé dall'altra il principio stesso e la sostanza; poiché, nel dileguare di tutto il resto, nel diradarsi delle credenze, nel cadere dei desiderii e delle speranze, rimane solo l'atteggiamento del volere dinanzi ai supremi beni; rimane per essi l'odio o l'indifferenza o l'amore; ma l'odio, svanite le illusioni che occupavano il cuore, è notte e tormento; l'indifferenza è vanità d'un volere che si sente mancato per sempre ai suoi fini e pur resta, attitudine insoddisfatta; l'amore è possesso e letizia.</p>
      <p>E questo atteggiamento del volere sarà, come io vi diceva, il compendio di tutta la vita passata nel tempo; il residuo utile di tutta la nostra esperienza; il fondo insopprimibile e perenne del nostro essere spirituale. Vedendoci allora nell'intima sostanza di questo, noi vedremo sino a qual segno saremo stati gli artefici delle nostre eterne fortune. Vedremo che cosa fu in noi d'inconscio di passivo di venutoci dal di fuori di subìto nella penosa solidarietà del male che avvince di qua per tanta parte le anime dei mortali; e vedremo che cosa invece mettemmo di nostro, di consapevolmente voluto, negli atteggiamenti della coscienza; sino a che segno, profittando della prima tenue luce e delle voci buone, noi sapemmo educare in noi stessi la nostra persona morale, elevandoci <pb n="285" />alle regioni della responsabilità e della libertà, alla liberazione ed al possesso della nostra vita interiore.</p>
      <p>L'intensità della vita che ci attende di là sarà pari a questo grado raggiunto nello sviluppo del nostro io spirituale; tutto quello che fu in noi opera delle apparenze esteriori e del tempo sarà svanito con questo, come cosa che non ci apparteneva o come brandelli di anima strappatici dai rovi della via e dalle raffiche delle passioni; di nostro, di noi, rimarrà l'uso consapevole fatto della nostra attività esteriore, la traccia segnata dal nostro amore nel campo dei beni spirituali ed eterni.</p>
      <p>Il giudizio finale sarà così, per ciascuno di noi, la presa di possesso, che faremo al punto della morte, del posto preparato da noi alla nostra volontà, nel campo delle volontà pure e delle realtà spirituali; e il Volere divino assoluto perenne di bene sarà la misura applicate al nostro volere, il giudizio definitivo dato sulle direzioni di questo, la sanzione eterna dei risultati raggiunti dalla nostra attività morale.</p>
      <p>IV. Fu definita da alcuni la religione come <hi rend="italic">reazione totale della coscienza all'esperienza esteriore.</hi> Certo nella vita che ci circonda, nel corso della natura, nel processo storico degli eventi umani noi vediamo offese e violate le nostre aspirazioni al benessere, alla vita piena e durevole, non solo, ma anche le nostre idee di giustizia, di vittoria del bene sul male. Noi trasferiamo quindi da questa ad un'altra esperienza, da questa ad un'altra vita il compiersi delle aspirazioni nostre, la sconfitta definitiva del male, l'instaurazione del regno assoluto della giustizia e del bene; non soltanto per quello che riguarda noi personalmente, ma per tutta insieme la società e l'umanità della quale facciamo parte.</p>
      <p>Questa reazione della coscienza alle vicende in cui essa vede violate le sue idee ed aspirazioni etiche non fa in fondo che applicare parzialmente e difettosamente ai fatti della storia un criterio di valutazione etica che supera e rinnega il determinismo delle cause naturali ed il successo apparente della volontà di male fra gli uomini; <pb n="286" />perché abbia valore di ideale e di norma religiosa ed inizii e promuova la liberazione della coscienza dal male e dall'ingiustizia e l'iniziazione di essa alla vita di libertà e di bene, è necessario che la storia umana sia concepita, nei suoi particolari e nel suo insieme, come posta e dominata da una finalità superiore, che lascia svolgersi le cause seconde sapendo di condurle al raggiungimento di un termine che le trascende, che le associa, anche nolenti e ripugnanti, in un grande processo di redenzione ed elevazione spirituale dell'umanità. Questa redenzione che si avvia, questo sciogliersi delle anime dal giogo del peccato e raggregarsi insieme in una lotta contro la colpa, la violenza e l'ingiustizia, lotta che agli occhi del mondo finisce spesso con la sconfitta dei buoni, deve essere inteso dalle anime religiose come la preparazione di un altro ordine di cose, di una crisi risolutiva in cui il Bene trionferà definitivamente sul male.</p>
      <p>E questo appunto ci dice il <hi rend="italic">giudizio universale</hi>:il ritorno di Gesù Cristo a giudicare i vivi e i morti; la rivendicazione e la giustificazione finale del piano divino sulle debolezze e sulle colpe umane, la assunzione alla gioia ed alla vita pura di tutti coloro che, in qualsiasi momento del faticoso cammino, abbiano associato la loro all'opera divina, preparato ed aspettato nel dolore il trionfo del bene.</p>
      <p>I primi credenti aspettavano Lui, di ritorno, da un momento all'altro e S. Paolo pensò lungamente che, vivente ancora, lo avrebbe visto venire; ma poi gli orizzonti dell'esperienza cristiana si allargarono agli occhi dei fedeli; anche il mille passò senza che la fine venisse, ed oggi solo pochi sognatori indagano i segni d'una vicina fine del mondo. Ma se diversa è la prospettiva, uguale è nella sostanza l'attesa: ad ogni atto umano, ad ogni momento della vita collettiva, ad ogni evento della storia il cristiano oppone nel suo pensiero un giudizio, ora nascosto, un valore, nel divino ignoto disegno, che l'avvenire rivelerà; come le anime singole, così tutta insieme l'umanità, via via che esce dai confini del tempo e dello spazio, si adagia <pb n="287" />nel suo atteggiamento definitivo. Le domande: o con Dio o contro Dio, o pel Cristo o senza di Lui, o pel trionfo del bene sul male o per l'affermazione e il dominio del male, avranno a proposito di ogni animo e di ogni atto umano la loro risposta; la storia ci apparirà, diremmo quasi, sotto altre dimensioni, in un'altra luce, senza che nulla di essa sia <hi rend="italic">passato,</hi> tutto essendo presente nelle vite e coscienze spirituali che sono, oramai, fuori del tempo: e questa <hi rend="italic">visione di insieme</hi> della storia umana, al lume dell'Essere e del Volere divino, sarà appunto nella sostanza sua il <hi rend="italic">giudizio universale.</hi> Dei particolari di questa sommaria e definitiva esperienza storica nulla ci è dato di sapere.</p>
      <p>V. Molti oggi, vedendo i cristiani insistere più sull'involucro esterno di imagini e frasi col quale ci sono state rappresentate le verità eterne che sul contenuto vivo di esse, al quale dovrebbe rendere testimonianza la vita, pensano quasi sorridendo, a sentir parlare di <hi rend="italic">giudizio finale,</hi> a quei pellegrini del 1000 che il Carducci descrive in cerca di un buon luogo nella valle di Giosafat, od alle rudi figurazioni di Michelangelo.</p>
      <p>Ma ciò non è né logico né cristiano. Non è logico, poiché non conviene scambiare i segni con la cosa significata, la luna nel pozzo con la luna che è nel cielo, il fumo che annerisce con la fiamma che brucia; non è cristiano, poiché nelle imagini con le quali ci è trasmesso l'insegnamento divino conviene cercare la sostanza del precetto morale, della norma di azione per la coscienza e per la vita.</p>
      <p>Il pensiero del doppio giudizio non ci dice nulla, in fondo, che già non sapessimo, ammesse le verità fondamentali del cristianesimo; ma ci propone queste verità, che devono esser pratiche e normative, in modo atto a farcele aver presenti nella condotta. Operare pensando al giudizio significa operare pensando al valore etico delle nostre azioni ed alle responsabilità che noi contraiamo con esse dinanzi al Volere divino, cui non è dato sfuggire; operare pensando che l'attimo il quale passa, nella serie <pb n="288" />dei fenomeni esteriori della vita, non passa invece per una realtà spirituale come la nostra coscienza, su cui non ha presa il tempo, ed imprime indelebilmente di sé questa realtà spirituale che un giorno, conoscendosi nell'essere suo vero, ritroverà in questo l'attimo lontano dimenticato.</p>
      <p>E pensare al giudizio universale vuol dire ricordarsi che ognuno di noi ha nella vita una sua piccola parte da compiere, in un disegno più vasto, cui, anche, non si sfugge; che compiere questa nostra parte significa lavorare con Dio, farsi solidali con lui ed avere domani il nostro posto nella definitiva rivendicazione del bene, nella pienezza della vita vera e perenne. </p>
      <p>
        <pb n="289" />XXX.</p>
      <p>
        <hi rend="italic">La vita eterna.</hi>
      </p>
      <p>Quantunque il problema della sorte che attende il nostro essere spirituale dopo la morte, la quale è il momento in cui l'organismo nostro cessa di servire alle funzioni superiori della vita, occupi sempre grandemente gli animi, non può tuttavia negarsi che esso abbia oggi fra noi minore posto, nelle preoccupazioni umane, di quello che ha avuto innanzi per molti secoli. E tale fatto perdura, anche nell'attenuarsi di quel pregiudizio materialistico del quale abbiamo spesso parlato e che ottuse così fortemente il senso delle cose spirituali; mostrando con ciò di aver delle cause più profonde e più durature.</p>
      <p>E non è forse difficile scorgere queste cause, esaminando la storia più recente delle credenze nell'al di là e nella vita dopo morte; perché appunto l'illanguidirsi di queste credenze ci sembra proceda da alcune difettose interpretazioni e consuetudini che hanno reso meno efficace e meno persuasiva la nostra speranza cristiana, la quale è <hi rend="italic">piena di immortalità.</hi></p>
      <p>La speranza cristiana, constatiamolo subito, afferma, nell'articolo del credo che è soggetto di questa nostra conversazione, la <hi rend="italic">vita eterna:</hi> vale a dire la continuità della vita dello spirito, che la morte modifica parzialmente ma non sopprime; vita che ha carattere di prova, di qua, e che dopo la morte assume invece carattere di pena o di <pb n="290" />premio o di temporanea espiazione non meritoria, secondo le risultanze della nostra opera morale, su le quali, come abbiamo veduto ieri, ci illuminerà il giudizio.</p>
      <p>Nella storia dell'ebraismo, che è la preistoria del cristianesimo, noi vediamo questa fede nella vita eterna chiarirsi e manifestarsi via via che agli occhi del pensiero religioso l'anima dei singoli uomini, le sue aspirazioni, la sua vita interiore acquistano, col profetismo e nelle prove dolorose della cattività, maggiore importanza; sinché nella rivelazione cristiana la immortalità diviene un aspetto evidente e necessario della dottrina sul valore del l'anima, sulla provvidenza paterna di Dio, sulle beatitudini, sull'avvento del regno, sulla glorificazione finale del Padre e dell'opera da lui affidata al Cristo.</p>
      <p>Quindi nel cristianesimo l'immortalità dell'anima, la vita eterna, non costituisce una nuova e distinta dottrina; è un corollario del concetto stesso della vita dell'anima, della redenzione, dell'avvento del regno che il vangelo ci insegna.</p>
      <p>II. Ma è opportuno ricordare che alcune loro credenze sul soppravvivere dell'uomo alla morte le ebbero anche, e da antichissimi tempi, i pagani; e che tali credenze sono, e nella sostanza loro e negli effetti morali, assai diverse dalla soave fede cristiana; e che forse ad esse, talora, più che a questa, noi possiamo riavvicinare lo spirito e il valore dell'opinione che molti cristiani si fanno della vita futura.</p>
      <p>Queste credenze, che chiameremo naturalistiche, hanno una doppia ragione psicologica, la quale è viva e feconda tuttora. Innanzi tutto esse sono rese possibili dalla difficoltà di spiegare la vita interiore e la coscienza e confonderla intieramente con l'organismo, così che, cessato questo, cessi anche il pensiero, il volere, l'anima, in una parola. Questa riserva ha perfettamente valore anche oggi. Tutta la scienza più seria e più acuta si ribella oggi contro l'assurda pretesa del materialismo di ridurre via via le forme superiori della vita alle inferiori e queste a processi chimici; lo spirito, pel quale conosciamo, che dà le <pb n="291" />sue forme anche alle conoscenze delle cose esteriori, che trascende la concretezza della materia, che ha modi proprii di essere e di arricchirsi, che si piega su sé e analizza anche i suoi concetti di tempo e di spazio, superandoli, è altra cosa che la materia, se pure non chiamate materia una realtà oscura inafferrabile che può essere spirito e pensiero. Le conclusioni dell'empirismo comune, che si rifiuta di vedere nel morto tutto il vivente e di pensare che il difetto di prova sensibile dia diritto a negare ogni altra forma di esistenza dello spirito, coincidono esattamente con le più caute conclusioni dell'indagine scientifica: non sappiamo che cosa è la materia, che cosa è il pensiero, che cosa è la coscienza; non possiamo dire che cosa ponga la morte dell'organismo nei rapporti con lo spirito; nulla quindi, nel campo delle constatazioni scientifiche, può forzarci a concludere che la morte sia, oltreché un momento nell'evoluzione della materia, una stasi definitiva, una perdita netta nel campo della vita dello spirito. La credenza ha libero passaggio per la soglia della morte.</p>
      <p>L'altra origine di questa credenza nell'immortalità, e questa ha valore di elemento positivo ed attivo, è la <hi rend="italic">volontà di vivere.</hi> Come il pensiero trascende le condizioni concrete e determinate dalla nostra apparizione nel regno dell'esperienza esteriore, la volontà trascende i fini immediati e le vicende esteriori di questo nostro essere; come il pensiero ascende alle concezioni generali ed universali, così la volontà afferma l'essere perenne ed assoluto, di là dai confini del tempo. E come il pensiero è<hi rend="italic"> manifestazione</hi> dell'essere, non inganno soggettivo, così la volontà si pensa essere forza <hi rend="italic">fattrice</hi> del vivere, non sogno vano: l'uomo afferma la continuazione del suo spirito dopo la morte.</p>
      <p>III. Ma noi non abbiamo commerci diretti col mondo di là; non affermiamo, parlando nella nostra esistenza dopo morte, cose sapute e sperimentate. Coloro che hanno visto e ascoltato dei morti non possono davvero comunicarci la loro <hi rend="italic">certezza.</hi> E noi non costruiamo con gli <pb n="292" />elementi della nostra esperienza interna; e nel concetto che ci facciamo della vita di là proiettiamo noi stessi, con il nostro concetto della vita e del bene, con le nostre più profonde aspirazioni, ed imaginiamo quel che è realtà spirituale, sottratta alle categorie dello spazio corporeo e del tempo, alla maniera di quel che è corporeo e nel tempo. Se la ricerca eudemonistica del piacere nostro e il timore del dolore nostro è il motivo fondamentale dei nostri atti, noi vediamo nella vita eterna un piacere da conquistare, un dolore da evitare; e ci regoliamo col calcolo delle probabilità con cui teniamo conto, nella vita, delle previsioni e delle valutazioni del piacere e della pena. E spesso un piacere vivo immediato può più d'un dolore lontano vagamente appreso; e il timore d'una pena o privazione certa presente è stimolo più forte che la speranza d'un piacere futuro e confuso. E quindi, non ostante il desiderio del paradiso e il timore dell'inferno, si pecca.</p>
      <p>È rotta così fra la vita di qua e di là la continuità di sostanza; il carattere di premio o di pena non si riconnette immediatamente e inseparabilmente al bene ed al male, così che unica e identica sia la volontà del bene e la volontà del premio; ma si entra in compromessi con la coscienza, si conta su osservanze esterne, su contingenze favorevoli, su protezioni e benevolenze arbitrarie; il concetto di godimento soverchia l'altro della carità e il timore delle pene, tanto meno efficace, subentra alla ripugnanza pel male come male. Ed allora il paradiso o l'inferno si colorano alla fantasia di elementi di gretto naturalismo; e dall'ingenuità della fede volgare si giunge facilmente alla parodia dell'incredulità beffarda, divenuta oggi così comune. E, non si può negarlo, il carattere eudemonistico e, nel fondo, egoistico del desiderio del paradiso e del timore dell'inferno, che noi riscontriamo in molte anime che hanno un senso molto basso delle realtà spirituali del cristianesimo, trae molti a giudizii superficiali ed ingiusti sull'inferiorità etica della morale cristiana. Per lo stesso motivo si è detto assai spesso, in que<pb n="293" />sti ultimi tempi, che il concetto dell'al di là entra come elemento perturbatore nella vita di qua; chi aspetta nell'altro mondo la giustizia e la felicità, si osserva, è meno tratto a reagire qui contro il male; la presenza della povertà, del dolore, del prepotere dei forti sembra quasi ovvia e opportuna; il raggiustamento della vita è rimesso a più tardi; le anime, che dovrebbero più fortemente amare e volere la giustizia e il benessere di tutti, si chiudono in sé, se ne rimettono alla provvidenza, si contentano di accumular meriti, con una specie di rassegnazione fatalistica ai mali della vita.</p>
      <p>IV. Ebbene, signori, se ciò è qualche parte giusto, nella pratica comune, dobbiamo dichiararlo, non è secondo lo spirito del vangelo e del cristianesimo. Altro valore ed altra efficacia ha la nostra fede nella vita eterna. La categoria del tempo, che distingue la durata cronologica, negata dall'eternità, che è invece durata senza misura e senza fine, possesso simultaneo di tutta la vita, è categoria esteriore e formale che non ci dice nulla sul valore e sui caratteri interni della vita che affermiamo eterna. Il concetto cristiano non è un concetto di durata e di maniere di durata, ma di realtà e di valore spirituale. La vita dello spirito è eterna solo perché, appunto, è vita dello spirito: la ragione dell'eternità vale nel tempo come fuori del tempo; il paradiso è la vita dell'anima nella carità, l'inferno è la vita dell'anima senza Dio la salute si compie di là ma si inizia di qua, il merito è la stessa volontà del bene; amare la giustizia non è la stessa cosa che speculare sugli effetti lontani di questo amore, ma è fare la giustizia, affermarla vigorosamente, combattere per essa, e l'intensità dell'amore è misurata dall'intensità del volere. Desiderare Dio è volere il bene; volere il bene è <hi rend="italic">fare</hi> il bene, qui, in questa vita. Dai frutti li conoscerete, dice il Signore. Ed anche: la salute è in voi. I beni coi quali si acquista la vita eterna non sono cedole vuote di valore reale; essi sono il bene fatto, voluto e compiuto nella vita.</p>
      <p>Il concetto di meriti acquistati con una giustizia pura<pb n="294" />mente formale e cerimoniale, d'una volontà buona la quale si esaurisce nella affermazione verbale di sé senza che segua l'effetto od il frutto, è eminentemente farisaico e condannato dal Signore, così vigorosamente, col farisaismo. Esso fa dell'animo, non una sostanza che si arricchisce e si nutre, e pone così essa stessa le condizioni della sua vita futura, ma come un recipiente che convenga imbiancare o ripulire, perché un bel giorno il Signore passando vi versi dentro il suo paradiso; il recipiente, in tal caso, è un sepolcro imbiancato. E tale falso indirizzo non può procedere che da un erroneo concetto di Dio, il quale viene appreso non come la volontà suprema e paterna del bene, ma come Sovrano capriccioso e geloso che ami certe forme di onore che gli uomini gli tributano, e si accordi con questi per servizi da rendergli, che Egli premierà poi con speciali favori, cercati ed attesi dai suoi servi con cupido egoismo.</p>
      <p>V. E forse troppo, spinti da questo spontaneo desiderio di egoismo, noi abbiamo cercato e presunto di sapere sulle condizioni concrete di questa vita futura. E per raffigurarcela, noi abbiamo spesso attinto a quegli elementi terreni e corporei che dovevamo invece eliminare con cura. Se non l'egoismo, un senso individualistico, che è in noi per effetto della limitatezza del nostro essere fisico, ci fa dare alla vita futura il carattere di godimenti o di pene strettamente personali e prevalentemente fisiche, come quelle che proviamo quaggiù. Una maggiore penetrazione dei caratteri del nostro essere spirituale ci avvertirebbe che spesso siamo, insistendo su imagini ed aspirazioni corporee, su falsa via. S. Paolo ci avverte che i beni di là non hanno alcun sicuro elemento di espressione o di raffronto, sono, sostanzialmente, beni di pensiero e di volontà, di contemplazione e di amore. Sull'esercizio delle facoltà interiori, sui fatti di pura coscienza, sugli elementi spirituali, che sono poi anche, come abbiamo visto, così profondamente sociali, converrebbe fondarsi per farsi un giudizio meno lontano dei beni che attendiamo di là.</p>
      <p>Noi sappiamo poi anche, ma assai vagamente, delle <pb n="295" />varietà della condizione delle anime di là. Vi è lo stato di espiazione, che prepara al possesso del bene: espiazione dolorosa, delle cui condizioni di durata e di intensità nulla ci è noto. Solo ci è noto che le anime poste in tale stato sono legate a noi dai vincoli della comunione dei santi. Quale e quanta parte abbiano queste anime nella nostra vita subconsciente, come esercitino il loro volere di bene, come soffrano nell'aspettare noi non sappiamo. E vi sono poi quelli la cui posizione morale nell'eternità non risulta da un atto del loro volere personale, perché non ebbero modo né tempo di porlo, né dall'ingresso nella solidarietà delle anime viventi in Dio, perché non furono aggregate alla comunione di queste. Di quel che il loro spirito sia ed abbia, di questo limbo di anime rimaste fanciulle, noi sappiamo, per argomentazione, assai poco.</p>
      <p>E vi sono, infine, le volontà che la morte sorprese rivolte al male; sappiamo che esse non potranno mai più volgersi al bene. E del male presente e del bene infinito perduto esse soffriranno terribilmente; ansie struggenti, silenzii ed ombre desolate, negazioni e ribellioni tormentose delle quali anche così poco, mi dispiace per la vostra curiosità, ci è dato imaginare.</p>
      <p>Questo solo sappiamo, e questo ci basta sapere, che la vita dell'anima non segue e non subisce le condizioni della natura e del tempo; che nella esperienza presente quest'anima prende un atteggiamento che, alla morte, quale esso sia, rimarrà definitivo; e che da tale atteggiamento, rivelatoci nel dileguare dell'illusione sensibile e di questa greve individualità corporea, dipenderanno le condizioni della nostra consapevolezza personale e della nostra realtà spirituale di là dai confini del tempo.</p>
      <p>Per questo noi crediamo fermamente nella vita eterna e misuriamo la nostra vita morale con i criterii dell'Assoluto, attingendo le energie spirituali di bene nell'Assoluto medesimo, per l'intermedio del Cristo rivelatore e salvatore.</p>
      <p>
        <pb n="296" />VI. Così, o signori, noi siamo giunti alla fine di questa breve e rapida esposizione dei principii e del processo della vita cristiana. E la conclusione di tutto quello che siamo venuti dicendo intorno al carattere vero ed originario dei precetti e dei riti cristiani o intorno al giudizio da dare del nostro costume cristiano di oggi, può essere una sola, ma di qualche importanza: che cioè noi non dobbiamo rifarci, ogni età, ogni società, ogni anima per suo conto, un cristianesimo adattato ai gusti ai desiderii ed alle tendenze nostre, ma che il cristianesimo, quale esso è, noi dobbiamo porre nel centro della coscienza e della vita, per riformare e rinnovare secondo esso i gusti, le abitudini e le tendenze nostre; e che delle due maniere di atteggiarsi di fronte alla verità ed al rito cristiano, delle quali l'una consiste nell'adattar questi a sé e l'altra nell'adattar sé ad essi, solo la seconda può condurci ad ottenere quei risultati di vita e di bene che il cristianesimo è nato a portare nelle anime che lo vivono.</p>
      <p>Conclusione, questa nostra, che vi parrebbe forse troppo modesta se voi non poteste ora intenderne tutta la portata.</p>
      <p>Se così pochi frutti hanno dato la parola e lo spirito di Cristo nella storia, come possiamo vedere paragonando con questo gli usi e gli istituti delle società cristiane contemporanee; se tante diffidenze, difficoltà e pregiudizii esso incontra oggi nell'anima moderna, anche quando essa è sinceramente assetata di libertà, di giustizia, di progressi morali, così da parere a molti piuttosto un ostacolo che un mezzo a conseguire così nobili ed umani risultati; se noi stessi, esaminando tutta la nostra vita interiore, la troviamo così poco dissimile da quella di coloro i quali si ispirano a principii che sono in perfetta antitesi con i principii cristiani, così piena delle sollecitudini che il Vangelo condanna, così vuota delle sollecitudini che il Vangelo prescrive, ciò è solo perché e la società nostra e noi stessi siamo assai meno cristiani di quello che alcune apparenze esterne porterebbero a concludere.</p>
      <p>Facile è quindi ora il vedere quale sia il nostro pre<pb n="297" />ciso dovere. Se le preoccupazioni alle quali il cristianesimo ha voluto dare una risposta non sono vive in voi, se non sentite la necessità di liberare dal male la coscienza e l'opera vostra, di purificare e rinvigorire la vita dello spirito e rivolgere le vostre maggiori attenzioni a beni che il mondo ignora e disprezza, io non ho nulla da dirvi: in tale caso, o che voi vi dichiariate cristiani o che no, la differenza è puramente accidentale.</p>
      <p>Ma se voi, essendo deboli e vili e infedeli cristiani, sentite nell'anima vostra un malessere vivo ed acuto per il male che la occupa e la domina, e desiderate, fosse anche solo per un senso vago di nostalgia di purezza e di bene, una luce e una forza interiore che rinvigoriscano la vostra coscienza e la mondino e la rendano atta ad operare più intensamente, ecco quel che io debbo dirvi: da Dio è questa voce e questo stimolo interno ed egli vi chiama ad una vita più intensa e più pura nel cristianesimo: volgetevi a questo senza curiosità vane, senza riserve insidiose, con semplice docilità, con desiderio intenso di purificazione e di pace, e voi saprete e sentirete ciò che esso è e vi troverete bene in esso e troverete quel che, forse non sapendo, cercavate.</p>
      <p>Venite a Cristo, voi ai quali la coscienza, onusta di male, è grave e dolorosa, e troverete requie; poiché Cristo è la Via, la Verità, la Vita, e in Lui trova quel che cerca chi cerca più luce, più forza, più vita.</p>
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  </text>
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