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        <title>I problemi del dopoguerra</title>
        <author>Sturzo, Luigi</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 32-58. <date when="1918">1918</date></bibl>
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        <p>PRIN 2012 - Accademia della Crusca</p>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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      <p>
        <pb n="32" />Ancora non è spenta l'eco del plauso, degli inni, degli entusiasmi per la immensa vittoria nostra, per la vittoria degli alleati: ancora echeggiano dal piano alle valli, alle montagne che seppero il tuono dei cannoni e le fiamme e il fuoco e i vapori mortiferi, e videro stragi e morti, i cantici della gioia. Suonano {{33}}ancora le campane delle nostre chiese e ripetono all'Altissimo, nei fremiti della commozione, il ringraziamento fedele di un popolo, che vide le sue sorti elevate nel trionfo di una vittoria oltre il prevedere umano, oltre le speranze nutrite di costante fiducia nella causa di giustizia, nella difesa del diritto e della civiltà, nel raggiungimento delle aspirazioni dei popoli.</p>
      <p>Rapida come il fulmine, vasta come la tempesta, avvolgente come l'uragano, venne la vittoria, premio alla costanza, virtù di uomini, ragione di eventi, alta disposizione di Provvidenza; — e abbiam visto Lucifero cader dal cielo come una folgore, quando il tedesco, nel culmine delle sue speranze, dopo aver quasi raggiunto Parigi e carpito il trionfo, cedeva, cedeva, nel disfacimento di una forza titanica, immane; quel Lucifero che peccò di superbia di fronte al mondo e di fronte a Dio.</p>
      <p>Il cammino segnato ai popoli riceve un nuovo impreveduto orientamento dai fattori accumulatisi ed esplicantisi nel giro di pochi giorni: nei quali la storia compie cicli immensi, nel tumulto di popoli, nel cader di regni, nel sorger di nazioni, mentre ai valori spirituali la vita oggi vissuta dà fasci di luce nuova, nei bagliori di sanguigni tramonti.</p>
      <p>È possibile raccogliere il pensiero, ancora pieno di spasmodica tensione, proiettarlo sul futuro che ci attende, non come spettatori passivi e inerti, ma come attori, nel gigantesco risorgere della patria all'alito benefico della pace, nel progresso delle sue forze, pur nella crisi degli eventi, che gli uomini tentano di correggere e guidare, mentre si sprigionano energie novelle, dalle latebre della terra percossa, dal profondo ignoto dell'anima umana, dall'abisso della coscienza collettiva?</p>
      <p>Una sintesi che ne volessimo tentare non avrebbe che valore effimero: domani, potrebbe dileguarsi qual nebbia al sole, evanescente e leggera; un programma, formulato quando ancora si è sotto l'incubo degli eventi, può divenire un vaniloquio sterile, non appena la realtà sopraggiunga con la sua forza tiranna; ma vi sono veri immutabili e profondi, che dominano gli eventi, e che illuminano le coscienze; occorre riverberare sugli umani eventi e sulla coscienza umana questi veri, perché una guida pratica sia a noi segnata anche nel tumulto dei trionfi e delle crisi.</p>
      <p>
        <pb n="34" />A questi veri ispirerò il mio dire nel parlare dei <hi rend="italic">programmi del dopo guerra</hi> oggi che la guerra è finita, e che nuovo cammino è aperto ai popoli nelle trepide ore della pace che sorge.</p>
      <div>
        <head>La grande palingenesi</head>
        <p>Un fenomeno notevole si presenta ai nostri occhi come quello che attira l'attenzione di popoli e di governanti, sia delle nazioni già in guerra sia delle altre neutrali: il suolo della vecchia Europa è percosso da profonde trasformazioni, delle quali conosciamo la superficie turbata e impura. È naturale che il ribollimento di plebi prima si senta in quegli stati che han subito la sorte amara della guerra, la cui fine non è stata loro propizia. La Russia, nella dissoluzione del tradimento, fermentò il bolscevismo, come un prodotto legittimo di una tirannia centrale e oligarchica, morale ed economica su di una massa ancora incolta e primitiva. Sembrò solo reazione popolare contro i tormenti di una guerra non sentita dal popolo e fu insieme rottura di ogni vincolo sociale, nel delirio di un socialismo anarchico, al quale ignara folla tende come rimedio violento e sommario ai mali voluti e creati da una casta dominatrice e aggravati da una tragica guerra.</p>
        <p>Circa due anni di rivoluzione caotica, nell'inseguirsi di eventi e di tumulti, di sedizioni e di stragi, nella applicazione di assurdi principi e di false teorie, hanno condotto la Russia alla dissoluzione statale e alla crisi morale e politica; mentre il bisogno di appoggi internazionali e di giustificazione morale, la tendenza al proselitismo e ragioni di parte, rendono i russi propagatori delle agitazioni bolsceviche presso popoli neutrali e belligeranti.</p>
        <p>L'abdicazione dello czar di Bulgaria e la caduta dell'impero austro-ungarico sono effetti della guerra; così pure la fuga del Kaiser e le deposizioni dei re teutonici, vero crepuscolo degli dei, nella rovina di ordinamenti tradizionali di poteri quasi assoluti, colpiti dalla <hi rend="italic">nemesi</hi> della storia.</p>
        <p>Ma più che semplice condanna di uomini, colpevoli più o meno direttamente della guerra scatenata sul mondo, è follia di popoli che fermenta, nell'esplodere di forze intime, agitate dall'angoscia e dalla miseria, quando il velo dell'illusione è <pb n="35" />caduto, e si vede nuda la realtà amara e tragica, le rovine accumulate, la incertezza del presente, l'oscurità dell'avvenire.</p>
        <p>Quella coscienza addormentata o costretta a tacere, che sopravvive nelle generazioni che si inseguono, e che ha per base la razza, la storia, la lingua, la religione, si risveglia all'urto formidabile degli avvenimenti, e crea uno stato d'animo nuovo, diffuso e valido, che tenta le sorti della vita con la forza indomita e fatale del destino. Così risorge la Polonia, torna italiana la Dalmazia, si ridestano i ceco-slovacchi della Boemia, perfino la Jugoslavia tenta una grande esistenza: ruteni e lituani, ucraini e rumeni levano la voce compressa della razza, rivivono le antiche vicende patrie e creano le nuove sorti di popoli affrancati.</p>
        <p>La rivoluzione francese, seguita dalle guerre napoleoniche, preparò il rinnovarsi dell'occidente europeo sulla base di libertà invocate di fronte ai poteri assoluti e alle caste dominatrici; allora le scosse di popoli e le agitazioni di plebi diedero il quarantotto, la base costituzionale penetrò nei regni e s'impose. Nei grandi rivolgimenti nazionali e politici prevalsero ancora le concezioni imperialistiche e il sovrapporsi di popoli e di razze; le nazioni armate maturarono il predominio della forza; il 1871 preparò la grande guerra.</p>
        <p>Purché dovevano ancora esservi nell'Europa civile nazioni subordinate e popoli oppressi? Perché i tedeschi dovevano martoriare la Polonia? E gli inglesi perché opprimere l'Irlanda? Perché la Boemia e la Erzegovina dovevano essere trattate come poderi da trasferirsi all'Austria per mene diplomatiche? E perché il turco fino a ieri comandava in Bulgaria e in Grecia e l'Austria fino ad oggi ha tenuto soggette Trento e Trieste, e l'Alsazia e la Lorena vennero con la guerra strappate alla madre patria?</p>
        <p>C'è da disperare delle <distinct>magnifiche sorti e progressive</distinct>del secolo XIX, nell'amarezza leopardiana del disinganno; c'è da disperare della virtù delle grandi nazioni se fino ad oggi il turco regna a Costantinopoli, e fino a ieri teneva la Terra Santa, e mieteva le vittime in Armenia, come annuale raccolta di spighe mature, cribrate dall'odio di razza.</p>
        <p>Nuova èra di popoli, come quella della rivoluzione francese, nuova concezione statale oggi segue la guerra, nuovo <pb n="36" />fiotto di vitalità democratica; i popoli dicono la loro parola, finché nell'acquetarsi di violente passioni scatenate fra le masse, si rassodi un ordinamento che diventi sintesi concreta dei valori maturati nella catastrofica vigilia delle armi.</p>
        <p>Le popolazioni vincitrici avranno minori scosse politiche e minori agitazioni di piazza, quanto più forti e radicati sono gli ordinamenti e più salda la disciplina nazionale, e quanto minore influenza vi si esercita dal di fuori; ma il rivolgimento psicologico nella coscienza popolare avviene lo stesso e ancora più intenso quanto più profonde sono le stigmate dei dolori di guerra e delle sofferenze del dopo-guerra, e quanto più debole è la compagine economica e morale di un popolo.</p>
        <p>Nessuna nazione, presto o tardi, sfuggirà alla grande palingenesi: tali scosse ha patito e patirà ancora il corpo sociale vivente ed evolventesi; e la rivalutazione morale più che riflessa volontà viene fatta nella elaborazione istintiva delle coscienze singole e collettive, al contatto con la realtà dinamica della vita.</p>
        <p>Non è semplice questione di forma di governo, se monarchica o repubblicana, se oligarchica con l'apparenza democratica o largamente popolare sia pure in regime monarchico: tali forme risponderanno allo stato d'animo dei diversi popoli, nelle crisi interne nelle quali gli eventi, così rapidamente precipitati, han determinato gli elementi concreti e formali dei propri ordinamenti. La questione è intima, nel crollo di tutte le vecchie concezioni imperialistiche delle così dette grandi potenze, e nello spostamento di attività, ricchezze e influenze anche collettive e statali, dall'Europa all'America del Nord; e nel riflusso di forze nuove che dall'America viene sul vecchio continente europeo, come a ringiovanirlo — novello Fausto — al tocco delle ingenue energie di popoli forti, che han saputo tendere alla più larga conquista della libertà e al più notevole sviluppo della democrazia politica e sociale.</p>
        <p>I quattordici punti di Wilson, che ricordano tanta parte della nota pontificia del primo agosto 1917, contengono gli elementi palingenetici per l'avvenire dei popoli; e le precipitate riforme, nella convulsione della grande sconfitta dei popoli centrali, spazzano via quegli ordinamenti che nelle tradizioni di potenza e di forza, ripetevano la vecchia parola di predominio.</p>
        <p>
          <pb n="37" />Fra poco i governi si riuniranno a discutere della pace e del disarmo. Mentre non è possibile e non sarebbe giusto invocare una pietà di debolezza, e, imprevidenti, alimentare speranze di riscosse nei popoli nemici; mentre è equo e doveroso far sentire il peso dei delitti che hanno provocato e compiuto coloro che la guerra prepararono e vollero; non deve dimenticarsi che i popoli debbono vivere ed evolversi, che le nazioni Dio fece sanabili, e che nel nuovo ordine, tutti i popoli debbono avere la giusta parte di restaurazione e di progresso.</p>
        <p>Nell'incertezza dei partiti liberali e democratici in cerca del punto di partenza di un programma valido nel rivolgimento sociale che incombe, i socialisti oggi vedono cadere in frantumi gli ideali e i congegni della società borghese, che dalle rivoluzioni del secolo scorso riuscì dominatrice, nella concezione liberale della società: e oggi credono che il loro avvento, o per lo meno, un riordinamento sociale-politico da loro ispirato, sia prossimo come conclusione della guerra mondiale, come logica conseguenza degli eventi maturati, come bisogno psicologico del popolo, che vuole la sensazione pratica che il passato sanguigno e fumante sia per sempre scomparso.</p>
        <p>Certo la grande internazionale rossa ha ora elementi nuovi, creati dagli avvenimenti di guerra e dalle politiche convulsioni; e niente da meravigliarsi se dalla Germania, oggi in mano ai socialisti (certo migliori e più evoluti dei bolscevichi russi e quindi più temibili) non venga il Carlo Marx del secolo ventesimo, cui i socialisti italiani e francesi (per non parlare dei socialisti dei regni neutrali) facciano omaggio di adorazione, come al messia e redentore delle classi operaie; e che dopo il fallimento della internazionale che non seppe e non poté impedire la guerra, non solo, ma che divise anche politicamente i socialisti delle nazioni combattenti, meno in parte gli italiani, sotto le proprie bandiere nazionali, non si tenti una coalizione immane fra tutte le forze proletarie socialiste per carpire il potere alla borghesia e far crollare il resto degli ordinamenti attuali, modificando le condizioni politiche ed economiche degli stati.</p>
        <p>Vigile su tante catastrofi e trasformazioni, secondando il bene, incitando, guidando, illuminando sta la chiesa di Dio, <pb n="38" />che può anch'essa essere agitata e combattuta da forze umane, mai dôma e vinta, sempre forte e pronta alle lotte, nelle alterne vicende che creano la storia delle grandezze e delle miserie umane. Essa sola ha bandito da venti secoli un verbo universale che è verità e amore; e lo ripete attraverso la vita e le agitazioni dei popoli. Anche oggi, nelle convulsioni delle nazioni vinte, nelle gioie e nelle crisi delle nazioni vincitrici, sentiremo la voce della verità e dell'amore realizzarsi nella nostra coscienza e prospettarsi al di fuori negli eventi, anche indipendentemente dallo stesso organismo della chiesa nel campo politico e sociale, se sapremo maturarla questa voce con ogni cura assidua, e attraverso dolori e sacrifici, come a novella missione; questa voce che <hi rend="italic">varia</hi> e si adatta ai tempi, si trasforma nelle contingenze pur essendo una e perenne nella sostanza immortale.</p>
        <p>Così le due concezioni, la spiritualista e la materialista, nelle convulsioni dell'oggi, polarizzeranno le energie umane disorientate e in crisi, preparando le forme esteriori nel nuovo più largo conflitto morale.</p>
        <p>Sarà bene quindi raccogliere in sintesi gli elementi vitali e significativi di questo conflitto, i simboli e le ragioni della lotta, e alimentare le forze di resistenza e orientarne le finalità nel campo della vita degli stati e dei popoli.</p>
      </div>
      <div>
        <head>Stato moderno e libertà</head>
        <p>Farà meraviglia certo, a spiriti superficiali e ai liberali dello stampo classico, sentire che oggi il problema più significativo e l'elemento di contrasto si basa sopra una ragione di <hi rend="italic">libertà</hi>.E non è certo di una libertà formale ed esteriore che intendo parlare, ma di una libertà intima e sostanziale, che pervade e informa tutto il corpo sociale.</p>
        <p>Col crollo della Germania si è rivelato nella sua profonda crisi l'assurdo pratico della concezione panteistica dello stato, che tutto sottopone alla sua forza, il mondo interno ed esterno, l'uomo e la sua ragione d'essere, le forze sociali e i rapporti umani; nella deificazione di una forza e di un potere assoluto, sostituito alle grandi ragioni di giustizia e alle grandi finalità dello spirito.</p>
        <p>
          <pb n="39" />Tale concezione panteistica è penetrata, dove più dove meno, in tutte le nazioni civili a base liberale e democratica e nel pensiero prevalente della filosofia del diritto pubblico; e quelle che hanno maggiormente contrastato le finalità religiose della chiesa, hanno sostituito nella negazione di ogni problema spirituale collettivo, una nuova religione laica, quella dello stato sovrano assoluto, forza dominatrice e vincolatrice, norma e legge morale, potere incoercibile, sintesi unica di volontà collettiva.</p>
        <p>È evidente che doveva trovarsi una ragione ultima di questo potere dello stato; mancando al laicismo politico la visione di Dio, esso ha trovato nella parola <hi rend="italic">popolo</hi> la giustificazione di un potere, che oggi il popolo rivendica, poichò ne sente i vincoli che in gran parte addebita al dominio della classe borghese; confondendo così quel che natura pone da quel che è attuazione pratica attraverso la realtà della vita, e quel che è elemento di elaborazione e di specificazione nel dinamismo sociale.</p>
        <p>Certo il complesso della vita economica e politica di una nazione moderna è così denso di relazioni e di sviluppi, ha tali compiti nel progredire delle ragioni sociali, che crea nuovi vincoli, mentre presta nuovi utili servizi; onde nuovi organismi e più sviluppati si impongono, leggi più complicate e ordinamenti molteplici si approvano, pari al ritmo della vita moltiplicantesi come onde che si accavallano e si dissolvono nella tempesta dell'attività collettiva. Però, mentre ogni nuovo sviluppo di vita crea vincoli di relazione, tende per questo stesso alla liberazione da miserie e da deficienze morali o intellettuali, politiche o economiche, secondo la natura specifica di ciascun movimento; sicché è nel giusto ritmo della vita sociale mantenere l'equilibrio tra lo sviluppo della personalità individuale equello della ragione collettiva, perché ogni vincolo porti una elevazione, e ogni elevazione conquisti una libertà. Non vorrei essere oscuro: l'elemento familiare dà il più luminoso esempio al mio dire: l'uomo che si unisce ad una donna nel sacro vincolo della società matrimoniale perde una parte della sua libertà individuale e accetta le leggi e i patti coniugali ai fini specifici: ma insieme passa in una condizione di liberazione dalle ragioni di inferiorità quale era per lui la vita del celibe (nel senso naturale della parola, a parte ogni concezione di abnegazione <pb n="40" />cristiana), ottenendo l'aiuto della donna ai fini naturali, nel mutuo amore, nella filiazione, per la continuità della specie. E tale liberazione ed insieme elevazione determina in lui, con i nuovi doveri e diritti, l'acquisto di libertà sociali, cioè la possibilità di conquistare i fini della nuova società con atti di propria volontà e sotto la propria ragione personale.</p>
        <p>Della stessa libertà, in ordine spiritualmente più elevato, parlava San Paolo quando, predicando il cristianesimo, mentre annunziava la legge di Cristo, che è abnegazione e mortificazione, che è giustizia e rispetto all'altrui personalità, proclamava la liberazione da una società inferiore, la società del peccato, e annunziava la libertà dei figliuoli di Dio: una libertà psicologica rinnovatrice e vivificatrice, nel vincolo di una nuova società cui si appartiene liberamente, la società cristiana. Così è in tutto lo sviluppo della vita sociale, da quella domestica a quella nazionale, da queste a tutte le forme di libere unioni: la ragione sociale è insita nell'uomo, come ragione specifica della sua esistenza; e ogni novello vincolo che egli accetta o persegue per la sua elevazione e il suo miglioramento (e perciò rispondente alle sue finalità naturali) è nuovo ausilio a superare sé stesso e le proprie deficienze, e nuovo mezzo per la liberazione da mali che si fuggono per beni che si vogliono raggiungere: è insomma un elemento di libertà organica.</p>
        <p>Ma quando l'organismo, perdendo le sue finalità liberatrici, sì trasmuta in tirannia personale e collettiva, in forza di inerzia, in elemento di contrasti ai più elevati sviluppi, in ragione di predominio, in mezzo di sopraffazione: in una parola quando è rotto l'equilibrio tra la ragione sociale, che è vincolo, e la liberazione soggettiva, che è il raggiungimento del bene personale inteso e goduto: allora alla libertà diviene antagonistico il vincolo sociale, che per ciò stesso deve essere ridotto all'equilibrio, ovvero spezzato e infranto.</p>
        <p>Ebbene, questo disquilibrio fra il vincolo statale e la libertà individuale, nel godimento e raggiungimento dei beni comuni, oggi c'è ed è grande; ed è acuito da tutte le crisi che si sono avute in precedenza, ed è reso visibile e forte dai fenomeni della guerra, ed ha la sua ragion d'essere nella concezione statale assoluta e panteistica. C'è l'inversione dei termini: mentre il <pb n="41" />vincolo sociale deve servire alla elevazione personale di ciascun associato, nella concezione statale liberale, lo stato diviene fine ultimo di ogni attività degli associati, legge a sé stesso, principio di ogni altra ragione collettiva.</p>
        <p>È naturale che ciò avvenga: poiché non si riconosce socialmente altro principio assoluto, che è Dio; e non si cerca il fondamento morale del vivere umano in una legge eterna, e non si rispetta la ragione finalistica ultima dell'uomo.</p>
      </div>
      <div>
        <head>La libertà religiosa</head>
        <p>Il disquilibrio pertanto fra la ragione di vincolo e il principio di libertà è una conseguenza naturale: ed è naturale che si debba invocare la correzione di tale disquilibrio, cominciando anzitutto dalle libertà che caratterizzano presso le razze latine la ragione del contrasto, la <hi rend="italic">libertà religiosa</hi> e la <hi rend="italic">libertà d'insegnamento</hi>.</p>
        <p>È il perno fondamentale del dualismo: di fronte a un organismo assoluto panteista, si pone una ragione psicologica spiritualista: e di fronte ad un assoluto concettuale, che è lo stato, si eleva la forza di un assoluto sostanziale, che è Dio.</p>
        <p>Non tutti arrivano ad afferrare nella sua realtà il contrasto che agita menti e coscienze e che turba la vita umana, da quando, in nome della libertà, si sostituì la ragione liberatrice di ogni deficienza e manchevolezza, con l'organismo statale, mezzo e non fine; molti vedono nelle apparenze la tolleranza religiosa e anche la libertà, come concessione statale a una parte di cittadini, che possono così soddisfare ai bisogni spirituali della propria anima, secondo la fede che professano. Non è un regime di tolleranza che si invoca, nella sconoscenza ufficiale di ogni principio religioso; ma un regime di libertà nel riconoscimento delle alte ragioni morali e sociali della religione, la cui esplicazione non può dipendere dalla volontà di governi, che non creano diritti, ma li riconoscono; né possono limitare quel che è al disopra della ragione specifica della società statale.</p>
        <p>Questo principio urta con tutta una tradizione laica, che ha voluto ridurre la religione a semplice fatto individuale e di coscienza, a rapporto interiore che nel ripercuotersi al di fuori <pb n="42" />nel campo sociale, resta soggetto, come qualsiasi altro fenomeno svolgentesi nella società, ai poteri dello stato sovrano.</p>
        <p>Oggi al cader di governi, quali il russo e il tedesco, che avevano concepito la religione come un mezzo di governo, di cui si servivano nella ortodossia e nel luteranesimo per la soggezione politica dei popoli; oggi al cader dell'Austria, che falsamente fu ritenuta da alcuni il baluardo della chiesa cattolica (ripetendo quel che di essa fu detto quando lottava contro il mussulmano nelle gloriose guerre dei secoli XVI e XVII) e che invece tentava e continuava l'asservimento della chiesa larvato di privilegi e di rispetto, ultimo tentativo, dopo il veto per la nomina del card. Rampolla a sommo pontefice, l'internamento del vescovo di Trento; oggi, dico, viene attenuato uno dei problemi più gravi dei rapporti fra stato e chiesa dopo i periodi della riforma e del giurisdizionalismo, per cui la chiesa veniva concepita come puntello di troni e forza di dominio, e accerchiata da tentacoli in un amplesso, che voleva dire protezione ed era servitù.</p>
        <p>Ma la liberazione ancora deve raggiungere la sua mèta: non sono scomparsi i nostri giuristi italiani, che tuttora mantengono inviolati e inviolabili i diritti politici dello stato sulla chiesa appoggiandosi a vecchi presupposti giurisdizionali di regimi concordatarî ed assoggettando la proprietà e i benefizi ecclesiastici, vincolando nomine, regolando confraternite, impedendo la costituzione di ordini religiosi, non consentendo lasciti pii, legiferando in maniera come assoluto dominatore del soggetto religioso, indipendentemente e al disopra della chiesa. Non è cessata la persecuzione legale in Francia, che, denunziando il concordato, volle impedire la legale esistenza della chiesa, ne volle ufficialmente sconoscere il capo, infierì contro ordini religiosi e gerarchia, indemaniò beni, ridusse le chiese a cinematografi e magazzini, in una foga violenta di distruzione, alla vigilia triste del conflitto mondiale, che della Francia tendeva alla rovina.</p>
        <p>Oggi dall'America viene un fiotto di libertà, che, se non è il completo riconoscimento giuridico della posizione della chiesa nella società, e non è neppure la posizione storica avuta nel medio evo e nei primi secoli dell'evo moderno; è pure una <pb n="43" />libertà che ammette tutte le conseguenze legittime di un principio morale e religioso, riconosciuto come basilare, come essenziale all'ordinamento degli stati.</p>
        <p>Certo che noi, vecchia Europa, abbiamo una storia che non si cancella; istituti umani e religiosi, innestati nel tronco secolare e vivo della chiesa, sussistono anche là dove la riforma anglicana e luterana credeva spazzare il papismo, là dove l'ortodossia assiderava ogni attività cattolica e ne reprimeva ogni manifestazione, là dove il giurisdizionalismo sopravviveva con gli istituti dei <hi rend="italic">placet</hi> e degli <hi rend="italic">exequatur</hi>;e questa storia ci dice che in tutte le forme di esteriore compressione e limitazione della chiesa e nella sovrapposizione del potere politico, sopravvive una virtù energetica incoercibile come le acque del fiume, che non si può arginare, come la forza della terra che germina nelle aridità e fra le rupi, come la luce del sole che penetra le nubi e vince le tempeste. Ma non per nulla oggi la storia arriva ad una svolta tragica e dinamica; non per nulla i popoli affrontano i vecchi ordinamenti e ne cancellano le orme; anche oggi i giuristi debbono rivedere i loro postulati, e nell'invocato regime di libertà dar la sua parte alla chiesa.</p>
        <p>Per noi in Italia c'è ancora un problema vivo, che risorge ad ogni nuovo atteggiamento della storia con la forza di un fato: il problema del romano pontefice. Gloria e fortuna italica, la sua permanenza a Roma anche dopo il 1870, ha segnato un periodo nuovo nei fasti della umanità. Quanti pregiudizi son caduti da allora ad oggi; si credeva, e molti lo temevano, altri l'auspicavano, che la caduta del potere temporale dovesse segnare la fine della chiesa cattolica e specialmente del pontificato romano, centro e simbolo di unità. Pio IX era per essi l'ultimo papa. Dopo i trionfi mondiali di Leone XIII, arbitro di popoli, mèta di pellegrini, oggetto degli inni del mondo; dopo l'affetto di cui cattolici e non cattolici circondarono Pio X, padre e pastore di fedeli; dopo l'omaggio reso alla pietà e alla cura di Benedetto XV per lenire i mali della guerra e per auspicare la pace dei popoli, nessuno oggi, dopo quarantotto anni di pontificato romano, senza l'onore e il peso di uno stato terreno, pensa che possa cadere e che sia un ingombro alla vitalità della nazione tale indefettibile istituzione.</p>
        <p>
          <pb n="44" />La terribile prova della guerra ha mostrato che può concepirsi e rispettarsi un'autorità così elevata e grande, anche entro uno stato belligerante, senza temerne scosse e traversie. Clero e cattolici han potuto servire la patria, viverne i dolori e le gioie, dalle trincee agli ospedali, dalle chiese alle città, dal parlamento al ministero, senza venir meno all'ossequio di figli devoti alla chiesa.</p>
        <p>Eppure han sentito dolorare l'animo loro, quando han visto che proprio al pontefice romano il governo del proprio paese faceva un trattamento di diffidenza, introducendo nel patto di Londra l'articolo 15 come a parare una offesa e a riserbarsi un diritto da imporsi alla coscienza cattolica di tutte le nazioni.</p>
        <p>Esiste ancora un problema, non certo politicamente lo stesso di quello che poteva essere alla data del 21 settembre del 1870, un problema religioso, spoglio delle sovrapposizioni storiche e umane, reso più spirituale dal tempo e dall'atteggiamento conciliante e paterno del Sommo Pontefice, che anche ieri parlava con vivo affetto dell'Italia e dei suoi diritti storici su Trento e Trieste, e che solo dall'Italia aspetta nell'amore dei suoi figli (come disse il segretario di stato) il riconoscimento pratico del diritto della libertà e indipendenza religiosa della chiesa.</p>
        <p>Ebbene, questo problema oggi la guerra lo ha posto in forma nuova: cadono vecchi regni, ancora legati diplomaticamente alla Santa Sede; scompare quell'Austria dal veto del conclave del 1903: non esiste più la Francia concordataria, quella che poteva sfruttare all'occasione il problema della questione romana contro un'Italia che ricordasse Tunisi e il Mediterraneo; è finita quella Germania di Bismarck, che l'Italia sollecitò nella triplice alleanza, per una base solida che avesse garantito eventuali rivendicazioni; tutta quell'Europa insomma che, tra il segreto diplomatico e le mene di gabinetto, nel farsi e disfarsi di alleanze ufficiali e di intese amichevoli, tramava ai danni dei diversi stati e a vantaggio ciascuno del proprio, nella ricerca di un equilibrio instabile, e che fece pensare a uomini di stato italiani, scioccamente, che il papa potesse essere in tale tramestio pari ad un qualsiasi pretendente politico; quella Europa, già trasformata in parte negli ultimi anni, oggi è caduta; e si sentono ancora i passi della fuga del Kaiser, le vaganti <pb n="45" />ombre dei re scoronati in cerca di rifugio. Così passa la gloria del mondo!</p>
        <p>Il problema della chiesa rimane più spiritualizzato nella opinione pubblica, più sentito dai cattolici del mondo, più vicino ai criteri di libertà, oggi invocata dai popoli; e noi italiani dobbiamo augurarci che nelle sorti future si riconosca, insieme alle benemerenze del romano pontificato, la super-nazionalità della sua posizione e la necessità di una effettiva indipendenza riconosciuta dal mondo.</p>
        <p>È nostro compito di italiani e di cattolici far cessare la falsa tendenza di rappresentare il pontefice come nemico d'Italia: è la vecchia borghesia, che non sa superare i pregiudizi creati nel periodo del risorgimento e che confonde la concezione politica di uno stato — allora garanzia giuridica e politica di libertà per il pontefice — con l'essenza del principio religioso della indipendenza pontificia. E più che mai oggi, che i vecchi presidi umani, così compromessi, son caduti sotto il maglio della storia, spetta ai popoli il compito di rifarsi una coscienza morale, per rivalutare nella sua realtà l'essenza del problema della libertà religiosa.</p>
        <p>Ed è proprio il momento oggi: non è stato detto invano che nella marea che monta, i liberali e i massoni, esponenti politici della borghesia che tramonta, cercheranno di dare un diversivo alle plebi, scatenando la canea anticlericale, come a parare, rossa bandiera da circo, le furie del toro eccitato e furente.</p>
        <p>Può essere che il gioco, come altra volta, riesca: e che la chiesa venga dipinta alle masse come l'alleata del potere assoluto, come la difesa degli ordinamenti tramontati, come la garanzia delle classi dominatrici; e che, nella tumultuante follia della distruzione del presente, non sia neanche essa risparmiata.</p>
        <p>Oggi nessuna previsione regge; ma certo si è che, a parte la prova delle crisi gravi e spasmodiche, la rivalutazione dei valori morali e religiosi della società, nella più larga tendenza finalistica, si impone alla coscienza pubblica come un vero problema di libertà. <pb n="46" /></p>
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        <head>La libertà d'insegnamento</head>
        <p>E non è il solo; il problema della <hi rend="italic">libertà di insegnamento</hi> è pari e in certo senso più sentito e più forte; e attinge alla profonda concezione familiare e alla tutela delle coscienze giovanili. Anche contro di essa si aderge lo stato moderno; lo stato laico latino, lo stato di prima della guerra. Ciò avviene per doppia conseguenza; una logica: dalla concezione dello stato panteista, sorge e deriva il concetto dello stato unico educatore e insegnante, che deve a sua immagine e somiglianza creare i cittadini; l'altra politica: la difesa che lo stato laico opera contro l'influenza religiosa, che esso si rappresenta come potere nemico, nella gelosia di un predominio morale che non gli spetta.</p>
        <p>Tutta la nostra legislazione scolastica sull'insegnamento pubblico e privato è tendenziosa, e mira a sopprimere o ridurre all'impotenza le iniziative private, e ad imporre un tipo unico, uniforme, meccanico di insegnamento e di programmi, e a centralizzare ogni attività locale e individuale. È andato perduto così il contatto effettivo, educativo, morale della scuola col popolo; si è creato un ambiente professionale e di carriera dell'insegnante; si è eliminato l'elemento religioso come estraneo e ostile; si è spinta la tendenza, più che allo studio, alla conquista del diploma, come un qualsiasi passaporto per la vita civile ed economica, indipendentemente dalla formazione spirituale e intellettuale della gioventù studiosa.</p>
        <p>L'errore fondamentale deriva anche da una presunzione che lo stato sia e possa essere un <hi rend="italic">quid</hi> per sé stante, indipendente dagli uomini che ne informano le istituzioni e che costituiscono la maggioranza di fatto nella vitalità di un governo.</p>
        <p>In Germania in genere e specialmente in Prussia esponente dello stato era il militarismo, casta di predominio, concezione antidemocratica di forza, contro la quale ha combattuto l'Intesa, ha mosso in particolare tenzone l'America del Nord; nessuno dei liberali italiani oggi dirà che il militarismo prussiano aveva il diritto assoluto di foggiane le anime tedesche a quella concezione della Germania <hi rend="italic">über alles</hi> che ha scatenato la guerra. Domani anche da noi potrà essere predominante nel governo <pb n="47" />il partito socialista, quello che ieri, anche dopo la vittoria, gridava <hi rend="italic">evviva Lenin</hi> ed <hi rend="italic">evviva la Russia</hi>;e neppure i liberali statolatri, quelli che han compressa e annullata la libertà di insegnamento, vorranno che le nostre scuole divengano monopolio socialista. È troppo evidente l'argomento, per non poter rimproverare a questi stessi liberali, governanti di ieri e di oggi, dalla legge Casati in poi, di essersi asserviti alla sètta in materia di insegnamento e di avere voluto creare un monopolio intollerabile e assurdo, dalle scuole elementari semistatalizzate, alle secondarie assoluto dominio governativo, alle universitarie, ove perfino l'istituto della libera docenza è ridotto a una larva di libertà, mentre non è dato a nessuno che non abbia la marca governativa di potere insegnare, si chiami Socrate o sia un novello Platone.</p>
        <p>Ebbene, oggi, al confronto di un assurdo politico creato in Europa, splende l'esempio americano che alla libertà vera di insegnamento dà il fidente rispetto di governi e di partiti; e non si preoccupa — come vanamente sognano i liberali e i democratici di razza latina — della concorrenza o della prevalenza della chiesa nel campo dell'istruzione, conoscendo quale valore educativo abbia la religione nel plasmare il cuore del fanciullo e nel formare le nuove generazioni agli ideali della virtù e del bene, e al soffio vivificante dell'amor di patria congiunto all'amor di Dio.</p>
        <p>Mai come oggi, dopo tanti sacrifici di sangue, dopo tanta unione di spiriti, cementata dal vivo soffio religioso, durante quattro anni di guerra; mai come oggi in cui avviene il crollo delle idee liberali del secolo scorso che informarono la società europea fino a ieri; mai come oggi, che i popoli non sognano ma esigono radicali riforme politico-sociali, la libertà di insegnamento appare come matura nei destini della patria nostra, come atto di pacificazione spirituale, come elemento di nuova forza morale per i grandi destini d'Italia. E oggi viene affermata non solo dai cattolici, come ragione ed elemento di coscienza e di fede, ma da quanti han visto fallire una scuola ufficiale, che nel suo ordinamento e nelle sue finalità è divenuta formula burocratica, mezzo di guadagnare un diploma, oppressa da catene centralistiche, nel dominio della incompetenza, elevata a ragione di stato.</p>
        <p>
          <pb n="48" />
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        <head>Lotta antiburocratica</head>
        <p>Già altre formule cadono e altre libertà sono mature per la conquista: una delle cause del fallimento della pubblica istruzione è stata la centralizzazione burocratica e monopolistica, e ciò indipendentemente dalle ragioni ideali e di coscienza che muovono i cattolici a proclamarla e volerla. Ebbene, questo fenomeno di centralizzazione statale edi burocratizzazione della vita nazionale si ripercuote in tutti i campi dell'attività sociale, è divenuto l'assurdo sperimentale opprimente della vita politica moderna.</p>
        <p>La guerra ha per necessità di cose accentuata questa tendenza statale; ma come il paradosso fa rilevare meglio l'errore ammantato di verità, come la caricatura svela meglio il difetto, così nell'eccesso della congestione oggi, dopo guerra, si va ridestando più forte la coscienza di una libertà organica delle forze statali, di una rivalutazione dei centralismi necessari, di un decentramento amministrativo, a larghissima base, di un rispetto fatto di fiducia e di speranze nell'esplicarsi delle forze individuali e della iniziativa privata. Questa ultima, dal campo economico al campo intellettuale, dall'attività tecnica allo sviluppo amministrativo del paese, deve poter rendere grandi servigi, se lanciata nell'agone delle libere forze trova la molla del progresso nella convinzione che possa raggiungere il fine senza vincoli esagerati e senza ostacoli fittizi.</p>
        <p>Chiunque consideri lo sciupio e la perdita di energie che occorre, nell'attrito quotidiano e infinito di ruote stridenti e di pesanti ingranaggi creati dalla manìa regolamentatrice della nostra vita pubblica, chiunque consideri lo spezzettamento di competenze e di uffici che entra in gioco per la pratica più semplice e più insignificante; chiunque consideri come si renda ogni giorno più stanca la macchina statale, mentre il mondo è in corsa, nel tumulto delle energie frementi, nel ritmo di una vita che trascorre moltiplicata da sempre nuovi crescenti punti di relazione, che a loro volta moltiplicano i rimbalzi del pensiero e degli affari per quanti sono gli individui che cercano o tentano le sorti del proprio miglioramento, dalle officine ai campi, dai commerci alleindustrie, dalle scuole ai comizi, alle <pb n="49" />assemblee, alle borse, alle società, ad ogni manifestazione di attività umana; chiunque consideri la realtà e la confronti con il regno degli schemi e delle circolari, dell'addensarsi di carta scritta, dovrà ammettere di trovarsi di fronte a un regno di sogno e di ombre e di morte il quale intenda regolare la vita, che pulsa e che freme: tale è il distacco fra i due mondi.</p>
        <p>Gli esempi della mobilitazione agraria e della mobilitazione civile durante la guerra sono là a provare la impossibilità pratica di regolare la vita nazionale attraverso formule centralizzatrici e livellatrici; la realtà si ribella con la propria forza incoercibile, e reclama i suoi diritti a chiunque la voglia costringere al martirio del letto di Procuste.</p>
        <p>Decentriamo, si grida da molti, liberiamo la vita da vincoli assurdi, semplifichiamo la burocrazia, elemento di coordinazione e non tirannico predominio sopra qualsiasi attività statale nella inerzia di ordinamenti fossilizzati e nell'ipertrofia dei centri ordinatori.</p>
        <p>Ma contro a questo grido di liberazione, che parte dai chiaroveggenti, vi sono due tendenze del pari dannose, la statolatra e la socialista, le quali forse prevarranno, se la parte sana del paese non sa vincere la battaglia.</p>
        <p>I socialisti tendono ad una organizzazione di socialismo di stato, e tutti gli sforzi fatti durante la guerra per monopolizzare a vantaggio delle proprie organizzazioni i vari provvedimenti statali riguardo ai consumi e alla mano d'opera della mobilitazione industriale; e tutti gli sforzi che si van facendo per fissare il monopolio statale-socialista per i problemi della smobilitazione operaia e della emigrazione, sono indici visibili di una tendenza a rafforzare l'accentramento burocratico di stato a vantaggio di una organizzazione di parte. Già tutta la costruzione del consiglio e dell'ufficio del lavoro, tutto il piano delle assicurazioni operaie e agricole contro gli infortuni, le malattie e la disoccupazione, risente insieme del formalismo burocratico centralizzato e dell'asservimento statale al partito socialista, come forza unica degli elementi operai, che attraverso la monopolizzazione politica di stato tendono a creare il proprio predominio nella vita pubblica sociale.</p>
        <p>Come la massoneria e il liberalismo anticlericale hanno la roccaforte nel ministero della pubblica istruzione, così i socialisti <pb n="50" />hanno conquistato largamente le posizioni nei ministeri dei lavori pubblici e dell'agricoltura, industria e lavoro, sfruttandone le crescenti e invadenti funzioni.</p>
        <p>Così il centralismo di stato si riduce a forme di tirannia di partiti e di organismi extra-statali, operanti all'ombra propizia della burocrazia, che pervade le fibre del corpo sociale come un bacillo, che attenua le forze e toglie le energie libere e operanti.</p>
        <p>Pur ieri l'on. Cabrini, in una lettera diretta all'on. Orlando, denunziava la frenesia che ha invaso la burocrazia dei ministeri, per accaparrarsi e indemaniarsi quelle funzioni transitorie e coercitive assunte dallo stato durante la guerra. Ciascuna direzione o divisione tende ad accrescere funzioni e attività, divenendo onnisciente e onniprevidente; arrogandosi la infallibilità pratica e l'autorità assoluta di regolare le sorti dei miseri mortali, che non debbono avere più né cervello per giudicare, né volontà per agire nel nuovo mostruoso falansterio a cui si vuol ridurre l'attività e la vita statale.</p>
      </div>
      <div>
        <head>Decentramento amministrativo</head>
        <p>È evidente che il passaggio dallo stato di guerra a quello di pace porta gravi compiti allo stato, e una necessaria graduazione nel ritorno a regimi di libertà più evoluta e più rispondente ai bisogni collettivi; ma occorre avere un programma da attuarsi gradualmente, un programma pratico e di larghe vedute. Il decentramento amministrativo anzitutto: insieme con la organicità e autonomia degli enti locali e con il riconoscimento giuridico delle classi organizzate.</p>
        <p>È un programma vecchio e nuovo; vecchio, perché ritorna alle origini dello stato moderno atomistico e liberale, che ha dovuto dichiarare il fallimento, ricorrendo per legge di compensi agli estremi del centralismo e della burocratizzazione; ma è nuovo perché, rivalutato alla luce dei fenomeni dell'oggi, si presenta come un progresso in avanti nella società vasta e molteplice che la stessa guerra ha rifatta, lanciandola verso nuovi orizzonti.</p>
        <p>Certo la palingenesi operata in questi quattro anni è <pb n="51" />immensa; come nel campo delle industrie ha mostrato a noi italiani la soggezione all'estero e la necessità di affrancarci; come ha mostrato la necessità di produrre ancora più grano e di intensificare l'agricoltura tesoreggiando le nostre energie; come la guerra ha provato la necessità di tenere salda la famiglia (i divorzisti e i neo-maltusiani oggi sono degli sconfitti); come la guerra ha provato all'Italia il dovere e l'interesse di farsi una marina mercantile pari alle nostre gloriose tradizioni marinare, se vogliamo sul serio possedere i mari e rifarci una nuova economia produttrice; così ci ha ripresentato i problemi del decentramento amministrativo, delle libertà comunali e della organizzazione di classe, non come terreno sterile di lotte nominalistiche e di sovrapposizioni politiche, non come mezzo a governi e a partiti di predominio volgare, non come formula asfissiante per la vacuità delle lotte elettorali; ma come mezzi di vitalità nuova, come ambiente adatto allo sviluppo di sane energie, come novella ragione di attività sociale, per tutte quelle riforme economiche e produttrici, che debbono risolvere la crisi fortissima del dopoguerra.</p>
        <p>Durante la guerra quante prove si sono avute della necessità di tali riforme! Come ad ogni passo si riproduce il problema, visto e sentito da quanti seguono l'alternarsi di provvedimenti e l'esplicarsi di nuove esigenze! Si sono dovute abolire formule e alleggerire regolamenti, nel campo della vita comunale, e si sono chiamate le organizzazioni operaie a nuove rappresentanze e a partecipare a organismi di interesse statale nel campo del lavoro.</p>
        <p>Ma spesso ad ogni nuova esigenza di stato si è ricorso a nuovi organi decentrati, sicché la moltiplicazione di enti e di comitati ha reso così confusa e intralciata la vitalità locale, che occorrerebbe la guida del perfetto cittadino, per potersi orientare nella selva selvaggia degli ordinamenti locali. Ebbene tutto ciò è riprova che bisogna ricostituire l'organismo fondamentale, l'ossatura della nazione.</p>
      </div>
      <div>
        <head>Organizzazione di classe ed autonomia comunale</head>
        <p>La natura ci insegna la semplicità e la complessità degli organismi; essa aborre da qualsiasi forza inutilizzata o da <pb n="52" />qualsiasi sperpero di energie; tutto è coordinato a finalità organiche: così deve essere la società; come il primo nucleo fondamentale, dato dalla natura, è la famiglia, che deve rimanere integra e forza basilare della società, e che deve predominare nella nuova organizzazione sociale; così la classe organizzata sulla base del lavoro umano — retaggio e forza e vita, che eleva e nobilita, che ricostituisce le intime energie spirituali e morali dell'individuo, — deve avere il suo pieno riconoscimento nella libertà dell'associazione e nella unità sindacale delle forze operaie, senza monopolio di partiti.</p>
        <p>Sembra, in questo quarto d'ora dopo la guerra, nelle convulsioni delle masse, che solo la tendenza socialista rappresenti e regoli le ragioni del lavoro degli operai organizzati, e si assida assoluta signora delle sorti dei popoli. Può essere che tale forza abbia la prevalenza politica oggi o domani, nell'avvicendarsi dei partiti sul terreno elettorale legittimo o illegittimo; ma non deve vincere il pregiudizio, non deve permanere l'equivoco che l'organismo di classe rappresenti il passato delle corporazioni fossilizzate, soppresse allora per rivendicare la libertà di lavoro; mentre oggi si tollerano o si blandiscono le camere del lavoro secondo il fluttuare degli eventi, ponendo ostacoli a quel riconoscimento giuridico che affranchi le stesse masse dall'asservimento ad una parte politica preponderante.</p>
        <p>Più che fenomeno politico è ragione organico-sociale; tale ragione noi rivendichiamo oggi, perché proprio alle masse e sotto l'angolo visuale del lavoro si fa appello nella grande riforma delle nazioni. Il riconoscimento giuridico della organizzazione di classe darà un assetto organico al movimento del lavoro, orienterà verso forme e ragioni tecnico-economiche le associazioni operaie, toglierà una condizione di disparità e di lotta fra le diverse tendenze proletarie; e darà modo al razionale decentramento dello stato nella politica del lavoro.</p>
        <p>Dalle classi salendo agli enti locali si ripresenta in tutta la sua interezza il comune, non certo il comune politico del medio evo, ma il comune amministrativo moderno, centro di attività e di vita locale per sé stante, autonoma e coordinata insieme, ma espressione delle classi organizzate e delle famiglie raggruppate attorno al campanile e al torrioni civico.</p>
        <p>
          <pb n="53" />In mezzo a tutte le deficienze, in parte inevitabili, in parte dovute ad assiderante centralizzazione e in parte per difetto di uomini e di organismi locali, durante la guerra i comuni han potuto e saputo rispondere ai loro molteplici compiti, nel quotidiano contatto con il pubblico, nell'assillante problema del giorno per giorno. Quante formalità si sono superate, abbattendole senza che le vigili oche del potere politico e del controllo amministrativo potessero opporsi, anch'esse assorbite dalla imponenza dei fenomeni della rapida e doverosa provvidenza civica.</p>
        <p>La guerra certo ha dato la sensazione che occorre una migliore organizzazione di servizi, una unione di forze locali più vasta facente capo a comuni capoluoghi o a provincie per un più utile scambio di energie e attività; ma ha fatto comprendere ancora di più che la vita degli enti locali deve essere alimentata da una reale libertà amministrativa, da una più rapida e vivace organizzazione, da un senso più profondo e reale di responsabilità; deve essere elevata al disopra di ripercussioni politiche, che creano l'asservimento della vita locale, e rendono il comune campo chiuso di lotte sterili, mezzo di predominio governativo, sfruttando tutte le passioni della misera vita</p>
        <p>
          <hi rend="italic">di quei che un muro ed una fossa serra.</hi>
        </p>
        <p>Il contenuto della riforma amministrativa e quindi finanziaria degli enti locali non è semplicemente negativo, ma anche altamente positivo e ricostruttivo; e mentre una commissione reale ne affronta lo studio, è da augurarsi che cessi la preoccupazione che il governo possa essere spogliato dei poteri quasi assoluti e quindi della influenza decisiva che oggi esercita nella vita locale; e mentre inneggiamo alla unione di Trento, Trieste e Fiume alla nostra Italia, ricordiamo che gli ordinamenti di quei comuni in forma autonoma alimentarono e custodirono sotto il ferreo giogo austriaco la italianità dei nostri fratelli all'ombra del palazzo di città, come sacra unione morale con le vecchie città italiane, che nel comune mantennero gloriose le loro sorti attraverso i secoli.</p>
        <p>
          <pb n="54" />
        </p>
      </div>
      <div>
        <head>Riforme costituzionali</head>
        <p>Questo programma di <hi rend="italic">libertà</hi> potrà essere attuato dalla borghesia liberale dominante? È da essa sentito come naturale portato della evoluzione formata nell'intimo delle nostre coscienze e nell'esplicarsi dei bisogni collettivi? E saranno adatti gli organi elettivi attuali a tradurlo in atto o almeno a iniziarne l'attuazione nel complesso dei provvedimenti che oggi impone il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace?</p>
        <p>Certo che i problemi urgenti immediati assorbono buona parte dell'attività di governanti e di organismi centrali e locali, e può a molti sembrare inopportuna logomachia quella di volere imporre problemi ideali nell'assillante e tumultuante dopoguerra. Forse continuerà nella nostra vita nazionale il sistema del caso per caso, senza indirizzi ideali e senza mète sicure e lontane; e sarà un errore che si sconterà presto e gravemente.</p>
        <p>Tutti riconosciamo che i problemi gravissimi del momento assorbono il complesso di energie direttive ed esecutive; ma nessuno può mettere in dubbio che anche nella scelta dei mezzi e nello studio dei provvedimenti immediati dovrà esservi una direttiva lungimirante e ideale, che coordini e che crei il movimento di larga e di vasta riforma.</p>
        <p>Lo stesso problema della emigrazione dopoguerra, della smobilitazione operaia, dell'aumento delle forze produttive agrarie e industriali del paese, il problema delle terre incolte, la riforma tributaria, l'orientamento delle attività commerciali, non possono non guardarsi attraverso pochi e saldi elementi programmatici, che guidino con sicurezza la nazione ai suoi destini. E non può affatto trascurarsi il complesso dei punti prospettati or ora alla luce di una sostanziale rivendicazione di libertà; che noi vogliamo non nella licenza bolscevica, ma nello sviluppo della vita organica.</p>
        <p>Tale sviluppo non sarà possibile se la stessa rappresentanza politica non tenta coraggiosamente la propria riforma. Abbiamo bisogno, tutti i partiti e tutte le correnti del paese, di avere la sensazione di una salda riorganizzazione delle forze sociali, così logorate e svalutate nel periodo della grande guerra. Non voglia fanciullesca di distruggere il giocattolo dopo essersi divertito, <pb n="55" />per conoscere quel che c'è dentro e poi buttarlo fra i rottami di casa; ma è necessità di rinsaldare le forze organiche del paese. Da tempo i pochi e i più illuminati han sostenuto la rappresentanza proporzionale, come espressione reale ed efficiente della volontà' popolare; altri si sono accontentati del collegio plurinominale a larga base, con la rappresentanza della minoranza; lo spirito che pervade queste invocate riforme, delle quali i cattolici da un lato e i socialisti dall'altro sono da tempo fautori, contro l'atomismo del collegio uninominale, espressione di maggioranze locali spesso fittizie, irose e pettegole nelle quali s'incanaglisce la piccola vita paesana, lo spirito, dico, che pervade queste riforme risponde al bisogno di avvicinare alla realtà vissuta la rappresentanza del paese. Per questo s'invoca anche la riforma del senato parzialmente elettivo di secondo grado, a numero limitato, con la facoltà di nomina del proprio presidente: perché valga a essere organo vitale e controbilanciante della politica della camera dei deputati, nel dinamismo delle forze rappresentative e vitali del paese.</p>
        <p>Sono riforme che si invocano oggi, come quando nel 1848 si domandavano le libertà costituzionali purnello stessoperiodo in cui si affrontavano, sotto la pressione dell'idea liberale predominante e sotto la direttiva di quel programma, le grandi riforme economiche e politiche, attuate per convinzione di statisti e per volontà di popoli.</p>
        <p>Non è la borghesia dominante nel gioco dei partiti parlamentari che desideri e invochi piccoli ritocchi all'elettorato e che da buon cavaliere prometta il voto alle donne nei piccoli e vivaci ambienti femministi, che oggi si muove; oggi è la coscienza popolare che fermenta in cerca di orientamento. Dopo quattro anni nei quali il parlamento ha mostrato di essere impari al suo compito, ed ha creato i poteri assoluti non solo per le cause di guerra, ma per potere arrivare ad ottenere rapidamente la più piccola riforma e la più opportuna leggina; dopo quattro anni di insinceri raggruppamenti di partiti borghesi, che han cercato invano di aver fuori del parlamento una ripercussione qualsiasi nella coscienza del popolo per le loro logomachie e per i loro specifici atteggiamenti, mentre l'anima collettiva tendeva ansiosa e convergeva gigante verso i nostri <pb n="56" />confini contrastati dal nemico, e si moltiplicava nelle opere di resistenza per impedire che insana propaganda o facile stanchezza rendessero noi pari alla Russia nella dissoluzione nazionale; oggi il parlamento deve cercare di rifarsi l'organismo e la forza vitale, al contatto, novello Anteo, con la madre terra, con il popolo, e ritornare a guidare le sorti della nazione. Guai se la piazza da un lato, se i fascisti dall'altro, nel rinfocolare di passioni, superassero la ragione e la vita organico-parlamentare: l'inversione dei poteri vorrebbe dire la rivoluzione, con le conseguenze di una dissoluzione di forze nell'anarchismo di tragiche ore.</p>
        <p>Ma i rivolgimenti organico-politici prescindono dalle condizioni e dagli stati d'animo di una folla agitata da capi popolo, avvengono solo, quando sono maturi, con la forza di un fato: oggi si sente il brivido dei rivolgimenti: ad essi occorre imprimere le direttive di un pensiero forte e maturo; ed è compito dei dirigenti, dei responsabili, degli organizzatori.</p>
      </div>
      <div>
        <head>Azione e pensiero</head>
        <p>Però a questi rivolgimenti ideali molto contribuiscono pensatori e studiosi, coloro che anche senza saperlo o senza volerlo intenzionalmente, creano o rilevano dai fatti le grandi correnti di pensiero, che fermentano l'azione.</p>
        <p>Quando si riannoda il potere e l'enorme sviluppo tedesco alla filosofia kantiana, quando la politica militarista prussiana è simboleggiata dal Treitschke, non si fa della sintesi fantastica per comodo delle unificazioni ideali, delle quali abbiamo bisogno per appoggiare le nostre categorie mentali; si fa insieme della sintesi reale e vivente. Il popolo è intuitivamente logico, e la legge ferrea dei fatti è insieme legge ferrea delle idee. La ripercussione dell'azione sul pensiero collettivo non è che identica nell'ordine delle cause, benché specificamente diversa nell'ordine degli effetti, a quella unità spirituale che c'è in noi tra il nostro pensiero e la nostra azione individuale. La somma collettiva delle ripercussioni tra pensiero e azione dà un risultato specifico, dinamico, pari alla forza logica e alla convergenza reale dei bisogni sentiti.</p>
        <p>
          <pb n="57" />Per questo i valori ideali sono immense leve nella vita dei popoli; per questo il programma di Wilson ha potuto avere un'ora di eco nella coscienza delle nazioni, anche presso i popoli nemici e in guerra, ed è divenuto l'esponente di uno stato d'animo collettivo.</p>
        <p>La teoria del materialismo storico cade insieme alla costruzione panteistica dello stato; tutte e due concezioni tedesche che hanno impregnato istituti, tendenze e partiti del loro malvagio influsso: e si ripercuotono oggi i principi di libertà e di giustizia nel fondo delle coscienze, nel valore del pensiero, come realtà vive e balzanti nel concreto degli eventi, come mèta di attività e di sacrifici, come riflusso di energie e di valori.</p>
        <p>Non sono spente e non cadono invano le forze del pensiero; ad esse facciamo appello in questi difficili momenti, come lo abbiamo fatto durante la guerra, nella quale ci hanno assistito nella fiducia del trionfo del diritto, nella ragione di giustizia e di civiltà, nella valutazione delle aspirazioni dei popoli e della libertà delle nazionalità oppresse; anche quando gli eventi bellici erano a noi sfavorevoli, e tutti i materialisti della vita, con a capo i socialisti, ci assillavano col pessimismo della loro piccola anima.</p>
        <p>Oggi dobbiamo questi valori morali realizzarli in noi, ciascuna nazione secondo le condizioni particolari interne, secondo la propria potenzialità e forza, secondo la propria missione.</p>
        <p>Non può l'Italia dimenticare oggi la grande missione che essa ha nel mondo e che deve realizzare in sé stessa, per averne le forze vive propagatrici; sede del diritto, fonte della storia vivente, per oltre due millenni, centro del pensiero vivo nel mondo, questa umile Italia, con forze finanziarie e con influenze politiche limitate, è entrata non invano nell'agone delle grandi nazioni, non invano è a fianco di quelle potenze che decidono delle sorti del mondo.</p>
        <p>Ma se forze e ricchezze sono in copia nelle mani dell'Inghilterra e degli Stati Uniti, e se la Francia esce salva e grande dalla prova del ferro e del fuoco, l'Italia rivalorizza le proprie energie spirituali al lume della realtà vissuta dai popoli nelle angoscie e nei sacrifici della guerra, non come museo di bellezze naturali e artistiche, ma come storia vivente e centro fatale del pensiero del mondo.</p>
        <p>
          <pb n="58" />Qui convergeranno popoli e regni in cerca di fede e di verità, a Roma, nome fatidico millenario, dove un pensiero non fossilizzato ma vivente, al disopra delle umane lotte penetra nelle coscienze, anche quando non ne sentono il tocco mistico e diretto; qui affrancate dalle servitù politiche di molti secoli le nuove nazioni rifaranno la loro cultura al tocco delle bellezze della fede, della natura e dell'arte, insieme sposate; qui le onde del Mediterraneo, mare storico per eccellenza, grande tramite di civiltà e di ricchezza, incontreranno i loro flussi rinnovellanti.</p>
        <p>E la nostra gente che di tanti tesori ideali è come custode e altrice, non può non rifarsi la vita di pensiero alimentata da tante bellezze, nell'innato senso dell'equilibrio italico, nella virtù di una tradizione gloriosa, nella libertà di istituzioni adeguate, nello sviluppo di mezzi sufficienti, perché sia ripresa la via del progresso nelle pacifiche sorti dei popoli.</p>
        <p>A questa nostra futura Italia dedichiamo anche noi le nostre piccole e modeste forze, quando tanti e tanti nostri fratelli vi han dato il sangue e la vita nelle tragiche ore di una enorme guerra; quando il risveglio dei nuovi ideali e delle nuove tendenze ci deve rendere convinti di un dovere che non cessa sol perché la lotta cruenta è cessata; ma che ci chiama alle lotte del pensiero, alle lotte civili e politiche, con la stessa voce suadente della madre che fa appello alle virtù dei figli.</p>
        <p>E noi con lo stesso amore rispondiamo all'appello, se l'Italia, il cui nome oggi desta ancora i fremiti della vittoria, se l'Italia in cima ai nostri affetti, ci trova preparati a contribuire in ogni campo, ai suoi grandi rinnovellati destini.</p>
        <p>L'eco del discorso nella stampa nostra fu vasta: meno visibile ma profonda in seno alle nostre organizzazioni. I tempi erano maturi. L'ambiente era pronto; il programma si delineava nei suoi caposaldi semplici e magnifici: l'uomo, che avrebbe potuto realizzare il nuovo partito, già si trovava in prima linea; la sua parola tagliente e incisiva già appariva ai nostri come la traduzione più chiara delle loro aspirazioni profonde.</p>
        <p>Non restava che mettere mano risolutamente al lavoro organizzativo.</p>
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