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        <title>Trattato di economia sociale: La produzione della ricchezza</title>
        <author>Toniolo, Giuseppe</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Opera omnia di Giuseppe Toniolo, serie II. Economia e statistica, Città del Vaticano, Comitato Opera omnia di G. Toniolo, vol. III 1951 <date when="1909">1909</date></bibl>
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        <p>PRIN 2012 - Accademia della Crusca</p>
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            <catDesc>Economia</catDesc>
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        <head>UNA PAROLA SULLE LEGGI ECONOMICHE</head>
        <p>Nel dettare questo trattato di economia sociale, che non dovrebbe riuscire (sarà presunzione?) una semplice compilazione, bensì alcunché di sistematico, in virtù di un pensiero comprensivo per lunghi anni posto al cimento di molte e incalzanti direzioni scientifiche, l'autore, — trapassando dalla «Introduzione», ossia dalle grandi premesse speculative e di fatto componenti, l'<hi rend="italic">ordine costitutivo</hi> della ricchezza, a quello che egli credette di intitolare per certo contrapposto l'<hi rend="italic">ordine operativo</hi> per eccellenza, in quanto ricerca l'attività umana sociale volta immediatamente alla «Produzione» ed alla «Circolazione» della ricchezza stessa — si trovò in faccia al quesito delle <hi rend="italic">leggi economiche</hi>,le quali quivi devono trovare la loro più concreta esplicazione.</p>
        <p>Tra discussioni di ogni specie, certo non inutili e talune importantissime, per più di mezzo secolo, da J. S. Mill (scuola individualista) a Roscher e Schmoller (scuola storica) a Wagner (scuola sociale politica) a Menger e Sax (scuola psicologico-matematica) a Minghetti, Baudrillart (scuola etico-giuridica) fino al Brants, Antoine, Pesch (scuola cristiana), a cui si intrecciarono anco di recente valorosi economisti e colleghi d'Italia, dal Lampertico al Cognetti, Ricca-Salerno, fino a Pareto, Graziani, <pb n="4" />Supino, intorno <hi rend="italic">alla natura delle leggi</hi> proprie della economia, — sembra che possa reggere alla critica la nozione, che ho già data di esse (vedi «Introduzione»), dicendo che hanno carattere <hi rend="italic">razionale positivo</hi>.E ciò precisamente in questo senso: — che tali leggi (o meglio procedimenti dell'attività economica), figlie delle intelligenti e libere energie dell'uomo e perciò essenzialmente psicologico-morali, trovansi guidate tutte <hi rend="italic">dall'unico principio edonistico eminentemente razionale</hi> del conseguimento del massimo effetto utile col minimo dispendio di mezzi, — e si esplicano, come il raggio di luce bianca rifrangentesi in molti colori e con graduata intensità attraverso il prisma, mercé quelle modalità accidentali varie e mutevoli e quel grado di sviluppo, che sono occasionate <hi rend="italic">dalle circostanze eminentemente positive</hi> o di fatto del tempo, dello spazio e della civiltà in mezzo a cui quel principio stesso riceve la sua concreta e progressiva attuazione; — cosicché tali leggi rinvengono la loro giustificazione scientifica precisamente in ciò, che l'opposto di quei procedimenti considerati nella loro tendenza definitiva ripugnerebbe ad un tempo alle esigenze ragionevoli della mente e alle esperienze più costanti dell'umanità.</p>
        <p>Tale concetto di legge, già da altri più o meno delineato ma raramente tradotto in atto nello studio della economia, mi provai di istituire e quasi direi <pb n="5" />di sperimentare nella analisi paziente e obbiettiva dei fattori e fenomeni della «Produzione» e della «Circolazione». E mi parve che da un canto balzasse fuori netta e scolpita l'<hi rend="italic">unità</hi> universale e immutabile di quella <hi rend="italic">legge prima</hi> edonistica, che risponde nei riguardi utilitari alla natura degli uomini e delle cose, da un altro che quella <hi rend="italic">molteplicità</hi> subordinata di <hi rend="italic">leggi seconde</hi>,per dirlo con Bacone, rivelasse la connessione che mantiene nel suo svolgimento l'operosità economica coi fatti fondamentali del mondo fisico sociale, a cui quella si intreccia nella realtà della vita storica dei popoli; — mentre l'osservanza degli imperativi superiori dell'etica e del diritto, comprese le leggi positive e l'azione politica dello Stato nei rapporti utilitari, apparisce non già una sovrapposizione, bensì una <hi rend="italic">condizione necessaria</hi> alla piena efficacia utile e al normale svolgimento delle leggi stesse economiche.</p>
        <p>Il tentativo sarà riuscito? Ne giudichino con imparziale benevolenza i lettori specialmente competenti in questa parte della « Produzione », della ricchezza (cui seguirà tosto la «Circolazione») nella quale frattanto io spero che la esposizione delle cause e leggi corrispondenti abbia guadagnato di perspicuità, rigore ed ordine, che sono per lo più testimonianza di verità scientifica.</p>
        <p>Pisa, dicembre 1908.prof. G. TONIOLO</p>
        <p>
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        </p>
      </div>
      <div>
        <head>L'ORDINE ECONOMICO OPERATIVO</head>
        <div>
          <head>Nozioni generali e momenti caratteristici</head>
          <p>Concetto. – 1. Intendesi «il sistema delle leggi o procedimenti razionali-positivi dell'attività economico-sociale nei suoi momenti caratteristici, la produzione, la circolazione, la distribuzione, il consumo della ricchezza».</p>
          <p>L'<hi rend="italic">ordine operativo</hi> segue all'<hi rend="italic">ordine costitutivo</hi> e lo presuppone, perché (checché ne pensasse H. Spencer) l'essere è prima dell'operare, l'organismo prima della vita, la statica prima della dinamica; e quello anzi da questo dipende, come il lavoro di una macchina dal congegno di essa. Ma l'ordine attivo, volgendosi non già a preparare colle sue istituzioni fondamentali, ma ad effettuare colle sue leggi il benessere materiale e per esso i benefici della civiltà, raffigura il legame fra l'ordine costitutivo e l'ordine finale, e il suo progresso misura direttamente i gradi dell'incivilimento.</p>
          <p>2. Delle serie di leggi che compongono l'ordine operativo della ricchezza, la <hi rend="italic">produzione</hi> e il <hi rend="italic">consumo</hi><pb n="7" /><hi rend="italic">sono fondamentali</hi>,senza di esse mancando ogni ragione di operosità economica e l'una non concependosi senza dell'altra. Sarebbe possibile e ragionevole produrre senza consumare e viceversa? Le genti selvagge non conoscono distribuzione e scambi di beni, eppure producono e consumano. Queste fondamentali forme perciò di attività produttrice e consumatrice determinano tutte le altre.</p>
          <p>Invece la <hi rend="italic">distribuzione</hi> della ricchezza è un fenomeno <hi rend="italic">derivato</hi>.Posto che molti si addiano alla produzione, cioè al conseguimento di uno stesso effetto utile materiale, per lo stesso intento di consumarlo, ossia di usufruire la utilità conseguita, si interpone logicamente l'operazione economica del <hi rend="italic">riparto</hi>.E questa storicamente subisce di riflesso le influenze della formazione di classi gerarchiche di produttori coi loro metodi produttivi, e dell'ampliarsi dei consumi nella loro graduazione presso i consumatori. Quanto p. e. il grandeggiare di una classe di imprenditori capitalisti nelle recenti grandi industrie, il mutamento dei consumi generali, ossia nel tenore di vita nelle varie classi, non influì sui salari e sui loro problemi?</p>
          <p>La <hi rend="italic">circolazione</hi> infine è<hi rend="italic"> complementare</hi>,conferendo a rendere più vasti, complessi e perfetti tutti gli altri procedimenti della vita economica. Chi dubita che lo scambio a permuta o monetario o a credito, il <pb n="8" />sistema ferroviario e il commercio mondiale, le crisi, di banca e di borsa, non si ripercuotano profondamente sull'assetto e sulle vicende delle industrie, sulle varietà e continuità dei consumi, sui redditi di ogni classe, e che ai tempi moderni tutto ciò non abbia portato una rivoluzione in tutti i fenomeni economici preesistenti?</p>
          <p>Osservazioni. – 1. Per le ragioni suddette la distribuzione della ricchezza, che presso i vecchi scrittori tenea un posto secondario, è divenuta oggi nello studio dell'economia come il <hi rend="italic">ganglio centrale</hi>,a cui risalgono tutte le vibrazioni dell'organismo vitale economico; appunto perché deriva dalla produzione e dal consumo ed è al par delle altre funzioni economiche dominata dal turbinio della circolazione. Questa importanza dunque non è soltanto storica contemporanea, ma logico-scientifica. Ben può dirsi che la misura del progresso economico è data massimamente dalla bontà del sistema distributivo.</p>
          <p>2. La circolazione invece, che logicamente ha una funzione <hi rend="italic">completiva</hi>,storicamente assume importanza <hi rend="italic">iniziale</hi>.È dessa che, col trasformare e migliorare il proprio congegno stromentale e coll'allargare il mercato degli scambi, precorre e provoca le trasformazioni, l'ampliamento, le complicanze della produzione, dei consumi, della distribuzione della ricchezza; sicché essa delinea la fisionomia e segna <pb n="9" />i gradi di elevazione di tutti i rapporti economici. E così scientificamente e storicamente si distingue una economia del <hi rend="italic">cambio in natura</hi>,del <hi rend="italic">cambio monetario</hi>,del <hi rend="italic">cambio fiduciario</hi> (o a credito). — Ciò tuttavia non ci sembra giustificare il proposito di collocare il tema della circolazione alla fine di un trattato di economia e nemmeno al principio (Pierson). Sembra invece giovevole rispettare l'<hi rend="italic">ordine logico-successivo</hi> del procedimento o ciclo economico: <hi rend="italic">produzione, circolazione</hi>,<hi rend="italic"> distribuzione</hi>,<hi rend="italic"> consumo</hi>.Poiché la distribuzione e l'uso della ricchezza disponibile in una economia progredita non si effettuano immediatamente in ragione dei prodotti in natura, ma bensì del loro prezzo attraverso lo scambio monetario, così molta parte dei problemi del riparto e del consumo del reddito sociale rimarrebbero inesplicati qualora lo studio della circolazione si rimandasse alla fine di un trattato di economia. Chi ignora quanta parte abbiano i prezzi dei prodotti sui salari (effettivi) delle classi operaie, oppure sull'ampliarsi e contrarsi dei consumi generali? E come si potrebbe senza dire anticipatamente delle leggi del prezzo e delle loro cause, fra cui le vicende storiche dei metalli preziosi?</p>
          <p>3. Né pare imitabile l'esempio di autorevoli scrittori recenti che ritengono estranee al dominio economico le leggi del consumo (Nicholson, Pareto, Graziani, Pierson). Se il consumo, cioè la <pb n="10" /> soddisfazione dei bisogni mediante la ricchezza, è la ragion d'essere e il termine finale della produzione, si può credere che lo studio di quello esuli dall'economia? Sta bene che la necessità di certi consumi è imposta da leggi fisiche e fisiologiche (si può vivere senza mangiare?) e la loro legittimità intrinseca è data dall'etica (tutti i consumi sono onesti e leciti?); ma rimane sempre intatto l'aspetto economico, cioè con quali <hi rend="italic">espedienti utili</hi> si possa fare applicazione della ricchezza ai fini necessari ed etici dell'umanità. E vi rientrano temi capitali: l'equilibrio fra consumo e produzione, la teoria del risparmio, la formazione della ricchezza patrimoniale, la stessa teoria (malthusiana) della popolazione.</p>
          <p>Solamente può dirsi che siccome la produzione, circolazione e distribuzione studiano rapporti fra la ricchezza e i suoi fattori, cioè le cause efficienti di essa, mentre il consumo od uso della ricchezza ricerca le relazioni fra questa e i suoi fini, così alle leggi del consumo convenga una analisi distinta dalle precedenti. Perciò nell'<hi rend="italic">ordine economico operativo</hi> in senso proprio, che ha per oggetto l'<hi rend="italic">attività</hi> umana rivolta immediatamente ad effettuare, concambiare, ripartire la ricchezza prodotta, noi comprenderemo: la produzione, la circolazione, la distribuzione; rimandando all'<hi rend="italic">ordine economico finale</hi> l'uso o consumo della ricchezza stessa. <pb n="11" />Punto di veduta. – 1. Bensì tutto l'<hi rend="italic">ordine operativo</hi> (non meno che l'ordine finale dei consumi) si dispiega dietro l'impulso dell'<hi rend="italic">utile</hi>,cioè della suprema <hi rend="italic">legge edonistica</hi>,cioè «del conseguimento del massimo effetto col minimo mezzo». Anzi tutta l'analisi scientifica si risolve qui nell'esporre con quali formule concrete quella legge utilitaria (subordinatamente alle leggi etiche) si esplichi in ciascuno di quei domini della attività economica.</p>
          <p>Così la produzione definisce come si consegua il massimo di ricchezza o di prodotto col minimo sacrifizio di fattori (mezzi) produttivi. — La circolazione ha in vista la maggior possibile efficienza utile degli scambi col minimo impiego di stromenti circolatori. – La distribuzione indaga come si effettui il più utile e diffuso riparto del reddito netto nazionale fra le classi produttrici, senza diminuzione della loro potenza produttiva. Ciò che vale similmente per il consumo, il quale addita come si provveda alla più compiuta e progrediente soddisfazione dei bisogni (personali e sociali) colla minima dispersione della ricchezza presente e futura.</p>
          <p>2. Le quali leggi edonistiche nei vari momenti caratteristici dell'ordine operativo vanno però designate nel duplice aspetto razionale-positivo e quindi nei loro concetti o <hi rend="italic">principi astratti</hi> e nelle loro estrinsecazioni concrete o <hi rend="italic">di fatto</hi>.Ma l'aspettazione <pb n="12" />razionale, alla sua volta, in relazione ai principi etici e giuridici che signoreggiano le ragioni dell'utile materiale; e l'aspetto positivo in relazione a tutte le istituzioni fondamentali (libertà, proprietà, associazione, Stato e sua azione politica, ecc.), in mezzo a cui si attua; ambedue poi a contatto delle varie circostanze cosmiche, etniche, storiche, che ne moltiplicano e modificano le manifestazioni successive nell'incivilimento.</p>
          <p>
            <pb n="13" />
          </p>
          <head>LA PRODUZIONE DELLA RICCHEZZA</head>
        </div>
      </div>
      <div>
        <head>I. Concetti generali</head>
        <p>Definizione e natura. – <hi rend="italic">Produrre</hi> ricchezza significa «effettuare utilità materiali permutabili» cioè suscettibili di essere appropriate e quindi concambiate in società. L'uomo nulla crea e nulla distrugge, e quindi nemmeno le materie e le forze del cosmo; soltanto le combina e le trasforma. Ma siccome queste hanno qualità di cose utili, cioè capacità potenziale di soddisfare agli umani bisogni, così l'uomo colla sua attività sopra di esse <hi rend="italic">esplica tale utilità materiale</hi>.E perciò: — <hi rend="italic">produzione</hi> esprime «la serie dei procedimenti umani comuni con cui si rende effettiva o si accresce la utilità delle cose materiali». L'<hi rend="italic">attività produttiva</hi> èil fatto umano della operosità rivolta alla produzione. Il <hi rend="italic">prodotto</hi> ne èil risultato.</p>
        <p>Forme della produzione. – Sono tre essenziali: talvolta l'uomo produce, provocando la generazione di nuovi enti od oggetti utili materiali (agricoltura); <pb n="14" />talaltra modificando gli oggetti già esistenti, in modo da accrescerne la utilità (manifattura); — finalmente rendendo detti oggetti accessibili ai bisogni umani col trasporto e collo scambio (commercio). Le altre forme del produrre non sono che modificazioni o combinazioni di queste con cui si ottiene un progressivo aumento di utilità.</p>
        <p>Fattori di essa. – 1. I fattori o cause effettrici o agenti della produzione sono tre: l'<hi rend="italic">uomo</hi> mediante il suo <hi rend="italic">lavoro</hi>,cioè «l'esercizio delle facoltà umane rivolte direttamente a produrre ricchezze»; — la <hi rend="italic">natura</hi>, «ilcomplesso delle sostanze e delle forze del mondo esterno ossia del cosmo»; — il <hi rend="italic">capitale</hi>, «un prodotto destinato a coadiuvare la produzione». E quali sono le rispettive loro funzioni?</p>
        <p>Il <hi rend="italic">lavoro</hi>:—concepisce e prefigge l'idea del prodotto da eseguirsi; — vi coordina i mezzi e ne dirige l'applicazione; — effettua materialmente il prodotto.</p>
        <p>La <hi rend="italic">natura</hi>:—fornisce lo spazio concreto in cui il lavoro si insedia e si dispiega; — le materie su cui cade il lavoro ed in cui si investe; — le forze di cui il lavoro si munisce.</p>
        <p>Il <hi rend="italic">capitale</hi>:—apporta tutti i sussidi materiali per cui si rendono effettive le forze potenziali del lavoro e della natura; — per cui si conservano; — per cui si rendono più efficaci in quantità, qualità, continuità di risultati. <pb n="15" />2. <hi rend="italic">Tutti e tre questi fattori sono integranti</hi>,entrano cioè in ogni produzione; e mentre l'uomo non può produrre senza consertare il proprio lavoro colla natura, il capitale non è produttivo senza congiungersi ad ambedue. Ma la loro <hi rend="italic">funzione</hi> è<hi rend="italic"> gerarchica</hi>.La natura ha virtù non solo potenziale ma in qualche caso effettiva di produrre, p. e. l'erba spontanea dei pascoli alpini, le frutta di regioni tropicali (sicché si parla di ricchezze spontanee o naturali); ma solo l'uomo, discoprendo colla intelligenza quelle virtù produttive naturali e col suo lavoro razionale inducendo in esse varie combinazioni e direzioni utili (J. S. Mill), le fa servire ad una produzione sistematica, la quale poi vieppiù avvalora cogli stromenti del capitale, che egli stesso artificialmente si prepara. Di qui apparisce che il lavoro (o attività produttiva) è il fattore <hi rend="italic">vero e proprio</hi> della produzione, gli altri due non sono che sussidi, l'uno <hi rend="italic">primigenio</hi>,l'altro <hi rend="italic">derivato</hi>.L'uomo li signoreggia e li fa servire ai propri fini; e così <hi rend="italic">la produzione è un fatto umano per eccellenza</hi> (Lampertico); e la elevazione e progresso di essa tiensi massimamente in rapporto colla potenza e perfezionamento dell'uomo e della società.</p>
        <p>Produttori. ‒ L'uomo colla sua attività o lavoro diretto alla produzione contribuisce a questa in due modi: mediatamente coll'apprestare i mezzi materiali; immediatamente coll'effettuare il prodotto. <pb n="16" />Tutti quelli che siffattamente vi contribuiscono sono produttori; ma distinti in due classi: <hi rend="italic">produttori mediati</hi> sono i <hi rend="italic">proprietari</hi> ed i <hi rend="italic">capitalisti</hi>, in quanto forniscono i sussidi di natura e del capitale senza partecipare personalmente all'attività produttiva; <hi rend="italic">produttori immediati</hi> sono quelli che ordinano e dirigono personalmente la produzione, cioè gli <hi rend="italic">imprenditori</hi>,e quelli che la eseguiscono materialmente, cioè gli <hi rend="italic">operai</hi>.Distinzioni decisive, che hanno ripercussione in tutti i momenti della vita economica.</p>
        <p>L'<hi rend="italic">industria</hi> come ordinamento concreto della produzione (organismo produttivo) risulta da <hi rend="italic">un insieme di vari fattori</hi> (natura, capitale, lavoro) <hi rend="italic">conversi al fine di ottenere un determinato prodotto</hi> (p. e. grano, panno, stoviglie, ecc.). Così la produzione, che è sempre una nella sua essenza, riguardo ai fini concreti produttivi che l'uomo si propone di attuare, dà luogo a <hi rend="italic">varie industrie</hi> o forme di produzione.</p>
        <p>La <hi rend="italic">classificazione</hi> delle industrie per tratti caratteristici distintivi è compito non agevole di scienza. In prima si osservi che analogamente ad un concetto rigoroso scientifico tutte le <hi rend="italic">industrie</hi> considerate dall'economia sono <hi rend="italic">materiali</hi>,ossia versano tutte intorno alla materia o beni materiali, esterni all'uomo come appunto sono i caratteri della ricchezza. Cade da sé pertanto l'antica concezione (sebbene proseguita oggi da taluno) di industrie immateriali o professioni <pb n="17" /> (liberali) le quali trascendono il campo della produzione economica, per quanto possano influire sopra di essa; perocché il resultato di queste professioni non è materiale e spesso ancora è interno nell'uomo. Quale è il prodotto o risultato delle professioni del magistrato, del maestro, dell'avvocato, del medico? L'ordine giuridico ristabilito, il sapere impartito, il diritto propugnato, la salute ristabilita. Anche nel linguaggio comune sono codesti risultati vere ricchezze prodotte che entrino nel patrimonio o nel traffico di alcuno?</p>
        <p>Restringendosi dunque alle industrie materiali, queste nei massimi loro gruppi così si possono distinguere.</p>
        <p>I. Le <hi rend="italic">industrie di acquisizione o di apprensione</hi>,che hanno per fine di soggettare permanentemente all'uomo le forze e le materie, nonché i prodotti naturali spontanei del territorio. Tali: — la esplorazione ed occupazione economica del suolo (dissodamenti di terre vergini); — la scoperta ed appropriazione delle sostanze del sottosuolo (industria delle miniere); — la caccia e la pesca. Prendono nome talora di <hi rend="italic">industrie territoriali</hi> o industrie originarie (Urproduktionen).</p>
        <p>II. Le <hi rend="italic">industrie rurali</hi>,che hanno per iscopo di provocare la formazione o generazione di enti o prodotti organici. Tali: — l'industria forestale; — l'agricoltura; — l'allevamento del bestiame. <pb n="18" />Le <hi rend="italic">industrie manifatturiere</hi>,per le quali si modificano o nella composizione intrinseca (con processi chimici) o nella forma estrinseca (con processi fisico-dinamici) i prodotti o naturali o artificiali già prima ottenuti colle precedenti industrie. Tali: — la industria delle materie inorganiche (p. e. dei metalli); — delle materie organico-vegetali (p. e. la tessitura del cotone, del lino); — delle materie organico-animali (p. e. del cuoio, ecc.).</p>
        <p>III. Le <hi rend="italic">industrie commerciali</hi>,che delle cose utili materiali si propongono di agevolare lo <hi rend="italic">scambio</hi>.Tali: — l'industria della <hi rend="italic">mercatura</hi> che ne favorisce la cessione fra produttori e consumatori; — della <hi rend="italic">locomozione</hi> o dei <hi rend="italic">trasporti</hi>,che ne effettua il trasferimento da luogo a luogo; cui si aggiunge — l'<hi rend="italic">industria bancaria,</hi> che agevola la circolazione degli stromenti di scambio, cioè la moneta e i titoli di credito.</p>
        <p>IV. Le <hi rend="italic">industrie dei servigi materiali</hi> privati e pubblici, che provvedono, conservano e adattano le cose utili al definitivo loro consumo o godimento. Tali: — le industrie dei servigi domestici (p. e. del cuoco); — dei servigi pubblici (p. e. la nettezza delle strade); — la industria di raccolta, ordinamento e custodia di oggetti di uso (p. e. i quadri di un museo).</p>
        <p>Queste classi di industrie ammettono suddivisioni indefinite e crescenti giusta una legge di <hi rend="italic">specificazione</hi> che segue il progresso della produzione.</p>
        <p>
          <pb n="19" />Sviluppo storico delle industrie. ‒ Tutte queste industrie in forma embrionale si incontrano in qualunque periodo o condizione di civiltà; perché rispondono ad altrettanti normali bisogni umani. Anche nelle popolazioni viventi sulle palafitte o nelle caverne o fra i selvaggi dell'Africa e della Tasmania le industrie artistiche od estetiche, che dovrebbero essere le ultime a spuntare nella civiltà, si trovano invece apparire fin dapprincipio colle incisioni sull'arco da caccia o col disegno delle faretre o col tatuaggio, in mezzo ad altre industrie affatto elementari. Ma lo svolgimento delle singole industrie sembra avvenire normalmente (fra variazioni notevoli, a seconda del genio dei popoli o delle loro sedi marittime e continentali o delle primitive tradizioni) con questa successione: — dapprima si svolgono certe forme di industrie rurali, p. e. la pastorizia e la produzione granaria, perché indispensabili alla sussistenza; — le industrie manifatturiere, in ispecie le arti fabbrili per l'armi di difesa e le tessili per le vesti, seguono dappoi, perocché esse richiedono più vario e pieghevole ingegno e certo possesso di capitale; — ultimi si intrecciano e si ampliano i commerci, perché questi suppongono numerose popolazioni, distinzione di classi e di nazioni e certa efficacia di leggi etico-giuridiche generalmente accettate, che li guarentiscano. Vero è però che il <hi rend="italic">commercio</hi>,<pb n="20" />ultimo nel suo ordinamento ed esplicazione, diviene ulteriormente il primo per efficacia, ogni successivo ampliarsi e perfezionarsi di esso traendo dietro di sé la trasformazione e il progresso di tutte le altre industrie.</p>
        <p>Importanza comparativa. – 1. Ma giusta la intrinseca natura e fine delle singole industrie, quale è la loro importanza comparativa? A giudizio costante dei popoli e per consenso degli economisti, razionalmente l'industria rurale nell'ampio senso e in ispecie l'agricoltura tiene il primato. E ciò per <hi rend="italic">ragioni economico-sociali</hi>;da essa infatti le sussistenze, da cui dipende il mantenimento e da cui è misurata la moltiplicazione delle popolazioni; e dal suolo (insieme al sottosuolo) escono come da un grembo fecondo tutte le materie gregge serventi ad ogni altra industria. Più per <hi rend="italic">ragioni civili</hi>;l'agricoltura abitua i popoli a vivere all'aperto dei campi e in lotta colle difficoltà della natura, educandoli a sensi di libertà, di sacrifizio, di affezione alla patria, nel tempo stesso che ne tempra la forza fisica. Per questo titolo già presso i romani era l'unica industria da essi durante i bei secoli della repubblica tenuta in onore. Infine per <hi rend="italic">ragioni morali</hi>;la contemplazione quotidiana da parte dei cultori dei campi dei fenomeni meravigliosi e regolari della natura solleva le genti al pensiero di Dio e dell'ordine provvidenziale, <pb n="21" />adempiendo ad una funzione educativa etico-religiosa. Così nella bibbia l'agricoltura è considerata un esercizio quasi di pietà e particolarmente grato a Dio; e i vari culti dell'antichità consacrarono con feste e riti l'arte dei campi.</p>
        <p>2. Anche nella avanzata civiltà l'agricoltura ricupera qualche parte degli antichi onori, perché la complessità delle leggi agronomiche e l'assorbimento nella terra di enormi capitali le attribuiscono pregio di industria più che ogni altra scientifica e propria di popoli doviziosi. Così in Inghilterra, Belgio, Lombardia. Meno estimata invece per secoli l'industria manifattrice (salvo quelle estetiche), perché quasi appendice della vita domestica ed occasione spesso cli sacrifizio per la classe laboriosa; dispregiato e sospetto più che mai il commercio, perché sdrucciolo alle frodi, ai monopoli, alle speculazioni sfruttatrici. Ciò comprova frattanto che il <hi rend="italic">giudizio economico</hi> sul valore comparativo delle industrie subisce l'influenza di cagioni molteplici che variano colla storia; e così p. e. nel regime dei nostri comuni le arti manifatturiere erano a tutte le altre preferite, perché in quelle condizioni storiche furono fonte massima di arricchimento, mezzo di libertà civile e di emancipazione politica; come oggi invece, nel sec. XIX, per il grandeggiare delle industrie e dei traffici e per il predominio delle classi borghesi, si trovò l'agricoltura <pb n="22" />rimandata in seconda linea nella pubblica estimazione. Di questo errore va ricredendosi l'età presente.</p>
        <p>Moventi, guarentige e sussidi della produzione. ‒ Dato il concetto di produzione, dei suoi fattori in genere e quindi dell'industria, quale ne è il principio impellente e direttivo? In questa funzione produttiva dell'economia (più che in altre, p. e. nella economia distributiva) è l'<hi rend="italic">utile</hi>.</p>
        <p>1<hi rend="italic">.</hi> E in prima l'<hi rend="italic">utile individuale</hi>.I bisogni personali dell'umanità si svolgono progressivamente. I prodotti spontanei della natura rappresentano una frazione sempre minore e infine trascurabile dei mezzi necessari a soddisfarli; e quindi il loro appagamento (l'utile soggettivo e finale) richiede una crescente attività per effettuare prodotti artificiali. L'attività dunque si evolve sotto l'impero progressivo della <hi rend="italic">legge suprema edonistica</hi>,che nella applicazione alla produzione significa «<hi rend="italic">l'effettuazione del massimo prodotto col minimo dispendio di mezzi produttivi</hi>».Tutte le forme costitutive e operative nel progresso storico delle industrie sono signoreggiate da questa legge dell'utile. — Bene inteso però l'<hi rend="italic">utile individuale</hi> sorretto <hi rend="italic">dall'utile sociale</hi>,come importa il fatto della società, espansione e presidio della individualità; per cui l'attività produttiva dei singoli (sotto l'impulso dell'<hi rend="italic">utile personale</hi>)non può raggiungere il suo più alto grado di esplicazione, se non <pb n="23" />nel concorso dell'attività produttiva generale, e perciò sotto l'ulteriore stimolo propellente e regolatore dell'utile sociale continuato e progressivo, che poi rifluisce definitivamente su quello privato.</p>
        <p>2. Ma l'<hi rend="italic">utile</hi> (quale movente della produzione) rettificato, completato e contenuto dalla <hi rend="italic">legge etica del dovere</hi>.Per mezzo di questa, la produzione sospinta dalla necessità (assoluta o relativa) si nobilita e rettifica, divenendo un atto di <hi rend="italic">moralità</hi>.Di qui le norme etiche che la reggono.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">L'attività produttiva è un dovere</hi>.E in prima <hi rend="italic">verso Dio</hi>.La Provvidenza collocò nel cosmo soltanto delle forze latenti e come tali non punto o poco produttive. È manifesto con ciò che Iddio affidò all'uomo il compito di esplicarle colla sua attività intelligente, elevandolo così a proprio collaboratore nella creazione per tutti i fini di essa. Iddio pose il primo uomo (dice la bibbia) nel giardino terrestre, «affinché operasse»; e il vangelo, sublimando la sanzione del lavoro, non facea che ricondurlo al concetto etico primitivo. È <hi rend="italic">dovere verso noi stessi</hi>.Non è doveroso conservarsi e perfezionarsi? E come lo si potrebbe senza mezzi materiali e la corrispondente produzione? È per ciò che la attività produttiva ha una prima funzione individuale. È <hi rend="italic">dovere verso gli altri</hi>.Il dovere di conservazione e perfezionamento incombe a tutti; e la comunanza del fine importa il dovere coordinato <pb n="24" /> di coadiuvare gli altri nel conseguimento anche della ricchezza; e tanto più che non tutti hanno la possibilità e le attitudini dell'attività produttiva materiale; e chi può, deve farlo anche a vantaggio di chi non può. Così l'attività produttiva assume l'altro carattere, subordinato ma importante, di<hi rend="italic"> funzione sociale</hi>.</p>
        <p>Dovere di attività produttiva, che è <hi rend="italic">proporzionale</hi> alla varietà e graduazione delle attitudini dei singoli. Sarà eguale per l'uomo, per la madre di famiglia, per il fanciullo? Per l'intelligente e sano, per l'infermo di mente e di braccio? È criterio etico <hi rend="italic">moderatore</hi>,che oggi novellamente si accoglie e dalla cui osservanza si riconosce non già diminuzione ma incremento di solidarietà produttiva per le nazioni. Di qui le <hi rend="italic">leggi speciali</hi> limitatrici del lavoro per le donne e adolescenti.</p>
        <p>Dovere infine che è <hi rend="italic">limitato</hi> dalla coesistenza armonica di altri <hi rend="italic">doveri superiori</hi> in ordine alla gerarchia dei fini umano-sociali. Per singole classi sociali <hi rend="italic">cessa</hi> il dovere della <hi rend="italic">produzione materiale</hi>,se essa è incompatibile coll'esercizio di altre funzioni più elevate e maggiormente doverose, perché più direttamente connesse colle finalità morali-civili, p. e. per i ceti adibiti a uffici di religione, di professioni liberali, di funzioni politiche, ecc. Per tutti la intensità della attività produttiva materiale trova un limite, laddove questa anziché avvantaggiare compromettesse <pb n="25" />in via assoluta e generale la conservazione fisica, lo sviluppo intellettuale e la vita morale delle generazioni, beni superiori all'acquisto della ricchezza. economica. L'ebraismo come il cristianesimo tennero sacra così l'attività materiale inferiore come quella mentale ed etica superiore, e fu benemerenza preziosa per l'economia stessa (P. Félix, C. de Champagny). Oggi passò nella convinzione di tutti che se per poco si rallentasse l'attività scientifica e morale, si arresterebbe tanta parte dell'operosità economica. L'ideale non è una società difilosofi come nell'antico oriente, o di politici come in Grecia e a Roma, sotto di cui la coattiva e organica fatica degli schiavi; né una società di produttori come tentò il moderno industrialismo o di lavoratori come vagheggia il socialismo, bensì quello di popolazioni in cui la elevatissima energia dello spirito susciti e regga la intensità del braccio e dell'opera materiale. Non vi ha popolo per quanto egoista e materializzato, che in qualche misura, in mezzo ai calcoli della produzione <hi rend="italic">utilitarista</hi>,non senta l'influenza latente o aperta di questi precetti etici sull'economia. Bensì il grado e il modo di essa varia coll'educazione dei popoli (Cohn, Schmoller, Wagner e tutta la scuola cristiana).</p>
        <p>3. Movente della produzione è bensì l'<hi rend="italic">utile</hi> economico, contemperato dall'<hi rend="italic">etica</hi>,ma insieme <pb n="26" /> guarentito dal <hi rend="italic">diritto</hi> (privato e pubblico) mercé le leggi e l'azione dello Stato. In ordine alla <hi rend="italic">attività produttiva</hi>,la funzione dello Stato si dispiega con queste funzioni:</p>
        <p>conservare la <hi rend="italic">integrità</hi> fisica e spirituale dei produttori (leggi di incolumità personale); assicurare l'esercizio della operosità produttiva (libertà industriale) e i risultati legittimi di essa (redditi, compensi, proprietà);</p>
        <p>mantenere l'<hi rend="italic">ordine giuridico</hi> fra i produttori, riconoscendo e disciplinando i rapporti mutui che hanno per obbietto diretto le industrie (contratti) nell'interesse privato e sociale, o gli istituti che ne rappresentano le classi rispettive e organizzano (corporazioni);</p>
        <p>promuovere il <hi rend="italic">progresso della produzione</hi>,integrando così le iniziative private e sociali, coll'agevolare le libere associazioni produttive, colla istruzione tecnica, coi sussidi materiali, ecc.</p>
        <p>Non vi ha produzione normale e matura, che si possa svolgere all'infuori dello Stato e della sua molteplice azione; la quale però varia in qualità e intensità a seconda dei singoli oggetti e dei momenti storici. Così si può concludere che, dati i <hi rend="italic">fattori primi della produzione</hi>,questa nella civiltà seguirà il progresso degli impulsi dell'utile fra i produttori, del rispetto ed elevatezza della morale nella società, nonché dell'efficacia del diritto nello Stato.</p>
        <p>
          <pb n="27" />
        </p>
      </div>
      <div>
        <head>II. Il lavoro</head>
        <p>Definizione di lavoro e sua analisi. ‒ Si dica partitamente dei singoli fattori della produzione e in prima <hi rend="italic">dell'uomo</hi> col suo <hi rend="italic">lavoro</hi>.</p>
        <p>Richiamiamo la <hi rend="italic">definizione del lavoro</hi>: «è l'esercizio delle facoltà umane rivolto direttamente alla produzione della ricchezza». Facciamone l'<hi rend="italic">analisi</hi>,per meglio esprimerne il contenuto scientifico.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">È esercizio di facoltà umane</hi>.Tutte sono in atto nel lavoro, quelle <hi rend="italic">organiche</hi>,importando esso una attività <hi rend="italic">fisica</hi> o<hi rend="italic"> corporea</hi>;quelle <hi rend="italic">intellettuali</hi>,richiedendosi una operosità mentale che guidi la mano; quelle <hi rend="italic">morali</hi>,rendendosi necessaria l'energia della volontà per vincere la ripugnanza inerente ai sacrifizi del lavoro.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Rivolto alla produzione della ricchezza</hi>.Quell'esercizio di energie umane, che mira ad altro scopo che non sia la ricchezza (p. e. la scoperta del vero, il mantenimento dell'ordine, la perfezione etica), sarà una attività più eccellente, ma non è lavoro in senso economico.</p>
        <p>
          <pb n="28" />Ma <hi rend="italic">direttamente</hi>,vale a dire in modo <hi rend="italic">sistematico</hi>,sicché l'attività che non vi converga con una serie regolare di operazioni, come di chi passeggiando incontra per caso una perla, non è lavoro; <hi rend="italic">definitivo</hi>,che cioè si applichi alla produzione con fine esplicito, per cui l'insegnamento del matematico dalla cattedra di meccanica non è lavoro, bensì l'opera dell'ingegnere meccanico addetto ad una fabbrica; <hi rend="italic">immediato</hi> coll'attività interna e personale e non già <hi rend="italic">mediato</hi>,cioè col fornire soltanto i mezzi materiali esterni della produzione; e così proprietari e capitalisti che apprestano forze di natura e stromenti di capitale come soci dell'industria, sono bensì produttori ma non lavoratori.</p>
        <p>Carattere. ‒ <hi rend="italic">Il lavoro</hi> èfattore complesso che traduce in atto tutte le facoltà umane; in ogni opera dell'uomo l'uomo intero. Anche con ciò si rivela la sua preminenza sugli altri due agenti della produzione. – Così salvo il grado (da un massimo ad un minimo), tutte le facoltà sono <hi rend="italic">integranti</hi> all'esercizio del lavoro in ogni industria. – Ma le <hi rend="italic">facoltà spirituali</hi> lo predominano e informano totalmente; il lavoro è bensì lo sforzo del <hi rend="italic">braccio</hi>,ma diretto e accompagnato dal pensiero e dal volere, cosicché il lavoro è un fatto proprio dell'uomo, non già degli animali inferiori. Anzi le facoltà spirituali (a differenza di quelle fisiche) essendo suscettive di un <pb n="29" />accrescimento e di un perfezionamento estesissimo, il progresso del lavoro dipende massimamente dallo sviluppo indefinito dello <hi rend="italic">spirito</hi>.Rispetto all'elemento intellettuale, la distanza fra il lavoro del selvaggio e l'uomo civile è misurata forse dalla possa organica dei muscoli, o piuttosto dalla differenza nella intelligenza e cultura? Perciò quanto più progredisce la civiltà la parte che spetta nel lavoro all'elemento organico scema in ragione inversa dell'elemento intellettuale. E quanto all'elemento morale del lavoro esso pure aumenta indefinitamente; il selvaggio o il lavoratore ineducato lavora soltanto sotto l'impulso della necessità per soddisfare a bisogni fisici elementari ed urgenti; il lavoratore civile vi aggiunge gli impulsi del dovere morale e dei fini progressivi ed elevati, di un benessere squisito, di una posizione economica indipendente, dell'amore della famiglia, dell'amore della patria, ecc. E oggi il lavoro di migliaia di operai in una stessa fabbrica richiede maggior virtù di abnegazione e di disciplina che non dentro alla piccola officina di un dì.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">La funzione del lavoro</hi> nella produzione è (come vedemmo) triplice: — concepire e prefiggere l'idea finale, cioè la qualità, quantità e modalità del prodotto che si vuole effettuare (la coltura granaria, la confezione del vino, il lanificio, la tessitura serica, ecc.); — coordinarvi i mezzi e processi corrispondenti; <pb n="30" />— eseguire materialmente il prodotto medesimo.</p>
        <p>Classi lavoratrici. – Le due prime funzioni del lavoro precedono e signoreggiano la terza; esse ne compongono la parte <hi rend="italic">direttiva</hi> e <hi rend="italic">ordinatrice</hi> prevalentemente spirituale; mentre questa ne è la parte <hi rend="italic">esecutiva</hi> prevalentemente materiale. Vi corrispondono socialmente due <hi rend="italic">classi di lavoratori</hi>:altri superiori, e sono (con linguaggio economico) gli <hi rend="italic">imprenditori</hi> che adempiono al lavoro ordinatore e direttivo, e gli <hi rend="italic">operai</hi> che assumono il lavoro <hi rend="italic">esecutivo</hi>.Sono due funzioni dello stesso atto, e perciò due classi (ambedue lavoratrici) che si completano a vicenda. Guai se il <hi rend="italic">progresso</hi> dell'una non procede parallelo a quello dell'altra: l'industria inglese in India è meno efficace che nella Gran Bretagna, perché quivi sono intelligenti ed esperti tanto gli imprenditori che gli operai, colà al genio dei direttori mal seconda la inferiorità dei paria indiani. E guai se, come oggi in Europa, fra impresari ed operai nell'esercizio del lavoro perdureranno le antipatie e le lotte; ambedue le classi di lavoratori (superiori e inferiori) ne soffriranno egualmente.</p>
        <p>Circostanze influenti sulla efficacia del lavoro, o meglio sulla sua capacità di fornire un effetto utile, maggiore o minore, in qualità e quantità. Nessuno afferma che la capacità produttiva sia eguale <pb n="31" />nel mondo fra i produttori francesi, i russi, gli egiziani, o in Italia fra i lombardi e i napoletani. Quali le cagioni di tali differenze? Altre <hi rend="italic">individuali</hi>,che operano sopra i singoli lavoratori di una nazione, altre <hi rend="italic">sociali</hi> che dipendono dalla composizione organica della popolazione lavoratrice.</p>
        <p>CAUSE INDIVIDUALI. – 1. Fra queste alcune possono dirsi <hi rend="italic">primigenie</hi>,che il lavoratore porta seco dalla nascita; e tali la tempra fisica e psichica, propria della razza o stirpe, la quale varia perciò da nazione a nazione. Vi ha una specie di etnografia del lavoro: per proprie attitudini speciali si distinguono gli anglosassoni nell'intenso lavoro meccanico, i tedeschi nei lavori analitici e pazienti, i francesi per lavori di gusto e di moda, gli italiani per quelli estetici; e si dice: lavorar speditamente come gli inglesi, esattamente come i tedeschi, elegantemente come i francesi, artisticamente come gli italiani. Varietà etniche remote e tenaci in cui si rivela la mano di Dio, che all'origine plasma diversamente gli ingegni individuali come l'anima dei popoli; le quali varietà colle tradizioni si raffermano, si svolgono e protraggono.</p>
        <p>2. Alcune cause, pur sempre individuali, sono invece <hi rend="italic">derivate</hi> o <hi rend="italic">storiche</hi>, risultato di successive vicende umane e perciò mutevoli nella storia.</p>
        <p>Tali: l'<hi rend="italic">alimentazione</hi>,influentissima sulla potenza organica dei lavoratori; e la fisiologia oggi misura <pb n="32" />esattamente il rapporto fra la qualità e abbondanza del cibo da un canto e la forza viva di lavoro da un altro. La inferiorità del lavoro degli irlandesi, che si cibano in patria di patate, è a torto attribuita ad inferiorità o degenerazione di razza; essa scompare appena quelli adottino la alimentazione azotata e generosa degli inglesi. La resistenza al lavoro di questi non è superata da altri popoli, perché essi stanno al sommo della scala dietetica. Così del pari lo <hi rend="italic">stato igienico</hi>:la deplorata infermità e deformità del lavoratore di fabbrica ai primi del sec. XIX in Inghilterra fecero posto alla robustezza degli odierni operai anglosassoni, col migliorare della igiene negli stabilimenti.</p>
        <p>Più ancora l'<hi rend="italic">istruzione</hi> delle moltitudini operaie; e non solo quella acquisita empiricamente colle abitudini di famiglia, di classe o dell'ambiente in certi centri industriali, ciò che conferiva p. e. tanta elevatezza e genialità agli operai delle nostre città medioevali, in cui ogni artigiano si trovava inconsciamente converso in un artista creatore, ma ancora quella appresa nelle <hi rend="italic">scuole</hi> o d'alte scienze industriali per gli imprenditori o di arti e mestieri per i lavoratori manuali. J. S. Mill diceva che se i suoi connazionali erano qualche cosa più che dei manovali, lo devono tutto non già al genio primitivo mediocre degli inglesi, ma alle cognizioni acquisite. Per tale rispetto colà, e dovunque, la proporzione dei <pb n="33" />lavoratori colti («skilled») va sempre crescendo sopra gli incolti («unskilled »), semplici braccianti.</p>
        <p>Massimamente decidono le dottrine <hi rend="italic">religiose</hi> e <hi rend="italic">filosofiche</hi> influenti sulla stima del lavoro, attribuendovi così elaterio ovvero depressione. Il misticismo di Brahma, considerando il lavoro come il castigo di una vita destinata a spegnersi nel dolore, soffocò fra gli indiani lo slancio del lavoro sotto il pondo del pessimismo. Tutto lo spirito delle società pagane di Grecia e Roma tornava sfavorevole al lavoro. Lo disprezzava nelle classi superiori, perché gli esercizi materiali avrebbero disviate queste dai grandi uffici di civiltà e di patria nella cultura (studi, arti liberali), nelle magistrature, nelle funzioni politiche e militari; «<hi rend="italic">tu regere imperio populos, romane, memento»</hi> (Virgilio); «<hi rend="italic">nolo eundem populum portitorem</hi> (trafficante) <hi rend="italic">et imperatorem esse terrarum</hi>»(Cicerone). Lo spregiava nelle classi inferiori, perché (avendovi pure in ristrette proporzioni anche il lavoro libero) era imposto per lo più agli schiavi come pena di conquista e prova di soggezione. E così (come dicemmo altrove) la civiltà classica si spense nell'ozio; mentre la civiltà cristiana nasceva col lavoro.</p>
        <p>Il cristianesimo per tale rispetto ha benemerenze impareggiabili. Esso innovò a fondo il concetto del lavoro, effettuando così una inattesa e immensa <pb n="34" />rivoluzione contro i millenari pregiudizi del paganesimo. Maturando le dottrine dell'ebraismo (bibbia) dichiarò il lavoro un <hi rend="italic">dovere</hi>:<hi rend="italic"> —</hi> come un modo normale di provvedere alla propria conservazione e miglioramento in ordine ai fini spirituali — come un, mezzo di <hi rend="italic">espiazione</hi> della colpa — e come una scuola di <hi rend="italic">virtù</hi>,cio èdi perfezionamento morale e quindi di elevazione sociale-civile. Esso analogamente considerò il lavoratore quale continuatore dell'opera divina della creazione, fornito così di <hi rend="italic">alta dignità</hi>,sia nell'esercizio del lavoro direttivo della mente, che in quello esecutivo del braccio (P. Félix).</p>
        <p>Nuove dottrine del lavoro, insinuate (fra tante ripugnanze del gentilesimo corrotto e del germanesimo selvaggio) nelle menti e nelle coscienze mercé il vangelo, i santi Padri, i canoni della Chiesa, i concili; nelle abitudini, mediante l'esempio di Gesù Cristo fattosi operaio, degli apostoli umili lavoratori, degli ordini religiosi specialmente occidentali (benedettini, cistercensi, umiliati), consacrati ad un tempo all'ascetismo, agli studi ed alla operosità della mano, dissodatori di terre e fondatori di industrie in tutta Europa (Montalembert). Donde a lungo andare l'alto concetto del lavoro nella pubblica opinione, il sorgere di rispettate classi di industriali e di artigiani e infine la energia produttiva divenuta abituale, potentissima, progressiva nella età <pb n="35" />medioevale; la quale, perdurando ed estendendosi indefinitamente (attraverso parziali soste e regressi) nella età moderna, forma il tratto che distingue la civiltà cristiana occidentale, attiva per eccellenza, da quella passiva delle genti orientali.</p>
        <p>Di qui ogni deviazione dalle dottrine del cristianesimo od opposizione ad esso segna una negazione o diminuzione dell'energia del lavoro. Così la religione mussulmana, che santifica la guerra e il fanatismo, perseguitò il lavoro ed educò le popolazioni all'ozio e dove passa il piede del mussulmano (è proverbio orientale) non spunta più l'erba. Così la rinascenza classica in Europa nei sec. XV e XVI dispregiò ed oppresse le classi lavoratrici e di lì cominciò fra esse il capitalismo e il pauperismo moderno. Così dal sec. XIX, e in parte oggi ancora, il <hi rend="italic">materialismo</hi> cupido trasse gli industriali a spingere fino al parossismo il lavoro degli operai come mezzo a guadagni sfruttatori, mentre gli operai lo subiscono soltanto come una necessità e lo dispettano come un marchio di novella servitù. E frattanto la funzione produttiva e la virtù educativa del lavoro si trovano dalla convulsione del socialismo paurosamente compromesse.</p>
        <p>Influiscono finalmente sulla potenza del lavoro le <hi rend="italic">istituzioni civili</hi>,le leggi, la politica. Come l'istituto della schiavitù antica e moderna spegne in germe <pb n="36" />ogni energia di lavoro, sottraendo allo schiavo ogni impulso che derivi dalla speranza di rialzarsi a miglior stato col proprio merito, così l'istituto della libertà, personale e civile provoca lo slancio di essa. Ciò spiega la inesauribile vigoria, fra tante lotte e contrasti, delle popolazioni industriali dei nostri antichi comuni: era l'ebbrezza della acquistata libertà. E ciò pure spiega oggidì la sconfinata espansione del lavoro americano. Altrettanto le <hi rend="italic">leggi</hi> che tutelano l'operaio, la sua dignità, i suoi diritti: l'operaio (è prova constatata recentemente) rimunerato equamente o con larghezza ricambia ad usura colla intensità e diligenza del lavoro l'imprenditore delle più alte mercedi; mentre l'operaio mal pagato si vendica col lavoro lento, interrotto e imperfetto (teoria degli alti salari). E così l'<hi rend="italic">ordine pubblico</hi>:da una politica irrequieta, sospettosa, violenta, la classe lavoratrice che vive della attività quotidiana è la prima sacrificata; da una politica forte e sicura essa è la prima avvantaggiata ché il lavoro è l'arte della pace.</p>
        <p>Cause sociali. ‒ Altre cagioni dell'efficacia del lavoro nelle nazioni sono <hi rend="italic">sociali</hi> e derivano dalla varia <hi rend="italic">composizione demografica</hi> della classe operosa, sia nei riguardi qualitativi che quantitativi.</p>
        <p>La capacità <hi rend="italic">comparativa</hi> di lavoro nel complesso degli operai (i lavoratori del braccio) di un paese <pb n="37" />varia non soltanto a misura del loro numero, ma a seconda che la massa risulta di preferenza di uomini adulti o piuttosto di donne o di fanciulli. Tale è il tratto caratteristico dell'industria moderna, divenuto un titolo per essi di debolezza e di periglio, per cui, mentre essa sacrifica e sposta le forze esili muliebri e adolescenti, lascia disoccupate e turbolente fuor delle fabbriche le forze adulte e vigorose del lavoro virile.</p>
        <p>La efficacia e perfezione del lavoro nello stesso paese si connette inoltre al numero, abilità, virtù del complesso degli imprenditori (lavoratori-direttori), dai quali dipendono le grandi iniziative, la prudente gestione, lo spirito progressivo delle industrie, la giustizia distributiva verso gli operai e il patronato sovra di essi; tutte cose decisive anche sul normale e più efficace risultato del lavoro nazionale.</p>
        <p>Anzi la potenza di <hi rend="italic">lavoro</hi> di una nazione si misura definitivamente dal numero di quelli che sono direttamente cointeressati al lavoro stesso (come operai e come imprenditori). Poco giova ad un paese l'avere molti proprietari di terre forse incolte, o molti capitalisti forse oziosi che vivono di prestiti allo Stato; bensì altamente profitta l'avere il massimo possibile di proprietari e capitalisti che direttamente partecipino colla loro operosità personale agli ardimenti e ai sacrifizi del lavoro produttivo. <pb n="38" /></p>
        <p>Si comprende che in tal caso, <hi rend="italic">coeteris paribus</hi>,l'effetto utile per la nazione sarebbe maggiore. A tal risultato conferiva la legislazione canonica, che condannava il proprietario il quale lasciasse inselvatichire i terreni e i capitalisti che vivessero di usure. Ed anche oggi le leggi devono convergere (codice civile, commerciale, leggi speciali) a incoraggire di preferenza la classe dei lavoratori, cioè degli imprenditori e degli operai, che si adoprano immediatamente nella produzione da cui dipende la ricchezza progressiva del paese.</p>
        <p>Deduzioni. ‒ Dal vario intreccio e proporzione di queste molteplici cause influenti sulla efficacia del <hi rend="italic">lavoro</hi> (e quindi sulla potenzialità dei ceti operosi) in ciascun popolo risulta:</p>
        <p>che una prima e massima <hi rend="italic">specificazione</hi> (o differenziazione) si introduce fra le varie nazioni rispetto all'<hi rend="italic">efficacia produttiva del lavoro</hi>.Esiste una divisione etnografica di esso, la quale ha radice nella natura umana, ma più dipende dalla intelligenza, virtù e dalle vicende storiche dei popoli e che può accentuarsi o attenuarsi ma che appieno non si cancella mai. Essa concorre a formare il tipo caratteristico d'ogni <hi rend="italic">nazionalità</hi> ed è il principio della sua unità ed autonomia economica;</p>
        <p>che questa <hi rend="italic">divisione etnico-territoriale</hi> del lavoro fra le nazioni avvalora i vincoli di solidarietà <pb n="39" />reciproca, supplendo ciascuna alle deficienze della abilità propria col ricorrere (mercé lo scambio dei prodotti) al lavoro più adatto di altre, ed effettuando così <hi rend="italic">un'integrazione</hi> nelle attitudini produttive di tutte;</p>
        <p>che queste differenze distintive nel genio e negli avanzamenti del lavoro, nelle diverse nazioni, suscitano reciprocamente la <hi rend="italic">emulazione</hi> e tengono così desta la molla del progresso produttivo comune.</p>
        <p>Tutto ciò rivela un disegno manifestamente provvidenziale.</p>
        <p>
          <pb n="40" />
        </p>
      </div>
      <div>
        <head>III. La natura</head>
        <p>Definizione. – La natura come fattore produttivo si definisce: «il complesso delle materie e delle forze del mondo esterno serventi alla produzione». Come tale: — è un fattore esterno all'uomo che non si immedesima con lui (colla sua costituzione fisico-psichica) ed è invece inerente al cosmo; che ha pertanto esistenza e funzione sua propria, come un sistema di cause effettrici primigenie (non formate dall'uomo) e che perciò ha per qualche rispetto <hi rend="italic">potenzialità intrinseca di produrre</hi>.</p>
        <p>Funzione della natura in genere. – La <hi rend="italic">funzione</hi> nella produzione, come avvertimmo già, è triplice: la natura vi concorre come causa efficiente od occasionale — fornendo lo spazio in mezzo a cui l'umano lavoro si dispiega e si insedia — la materie in cui esso si investe — le forze di cui si munisce.</p>
        <p>Si comprende che perciò la funzione della natura — da un canto è <hi rend="italic">necessaria</hi>;senza di essa il lavoro umano mancherebbe di tutte le condizioni estrinseche di esplicazione utile materiale, rimarrebbe <pb n="41" />campato in aria, mancherebbe di contatti reali col cosmo e perciò nessuna industria materiale sarebbe possibile. Forse l'agricoltura si dispiegherebbe senza gli agenti fisico-chimici del terreno e quelli meteorici? O la tessitura senza la resistenza delle fibre tessili del cotone o del lino? O i trasporti ferroviari senza l'attrito delle guide e delle ruote e la forza del vapore? — Da un altro canto la funzione della natura non è primaria, ma soltanto <hi rend="italic">integrante</hi>;perocché, pur avendo potenza propria di produrre (p. e. l'erba dei pascoli naturali), non contribuisce ordinariamente alla produzione se non subordinandosi alla funzione razionale del lavoro umano. Il suo concorso pertanto alla produzione si estrinseca sistematicamente nella misura in cui l'uomo col suo lavoro la signoreggia.</p>
        <p>Il <hi rend="italic">modo di comportarsi della natura</hi>,cioè di esplicare il proprio concorso nella produzione, dipende dagli elementi e proprietà del cosmo.</p>
        <p>Rispetto alle sostanze o materie. – 1. La natura concorre alla produzione dapprima con una <hi rend="italic">immensa varietà</hi> (qualità) di materie, e delle loro proprietà specifiche. Non vi ha una delle materie del cosmo che non possa divenire oggetto e mezzo di produzione per tutti i progressi indefiniti di questa; tutte le materie inorganiche ed organiche, nelle loro sconfinate serie tassonomiche o classificazioni, come corpi <pb n="42" />semplici e composti, originari o derivati. Ogni nuova scoperta di sostanze o delle loro proprietà fisiche o chimiche nel mondo della natura arricchisce così il corredo di tutte le industrie. La scoperta del guano delle isole Chincha, quella del petrolio negli Stati Uniti, dell'acido solforico, ecc. suscitò, sorresse e trasformò una quantità di industrie moderne.</p>
        <p>2. Ma la natura vi concorre anche con una <hi rend="italic">estesa graduazione</hi> (quantità) <hi rend="italic">di utilità</hi> delle materie stesse. — Talora queste si presentano allo stato di <hi rend="italic">prodotto utile completo</hi>,cioè di cosa immediatamente adatta al consumo od uso dell'uomo senz'uopo di altro lavoro da parte di esso, che quello di estrazione, raccolta, appropriazione. Tale il carbon fossile nelle viscere delle miniere per il riscaldamento, i banani e i datteri dei paesi tropicali per l'alimento, il foraggio delle pianure vergini d'America per le mandre, ecc. — Tal altra (ed è questa la condizione normale) le <hi rend="italic">materie</hi> non vengono offerte dalla natura che allo <hi rend="italic">stato di utilità potenziale</hi> a vario grado, cosicché non diventano prodotti completi, definitivamente utilizzabili, che in seguito ad una applicazione più o meno intensa di lavoro umano. Tale il vello naturale della pecora, che, prima di essere ridotto ad un prodotto utile (una veste), richiede il lavoro prolungato e complesso della tosatura, digrassatura, filatura, tessitura, sartoria, ecc. Ciò a gradi indefiniti che misurano il <pb n="43" />maggiore o minore contributo <hi rend="italic">quantitativo</hi> della natura all'industria.</p>
        <p>Rispetto alle forze. ‒ Simigliante distinzione occorre per queste.</p>
        <p>1. La natura contribuisce alla produzione dapprima colla <hi rend="italic">indefinita varietà</hi> o <hi rend="italic">qualità delle sue forze</hi> (qui pure dietro <hi rend="italic">classificazioni</hi> della scienza) giusta le loro proprietà specifiche (fisiche, chimiche), o delle materie in cui le forze si investono (inorganiche e organiche), o dei modi con cui si esplicano (naturali o artificiali). Non vi sono operazioni produttive per quanto delicate o poderose, che non trovino nella natura una forza, la quale con opportuno adattamento a ciascuna di esse mirabilmente non serva. Le conquiste moderne, se hanno attestato la potenza dell'ingegno umano, rivelarono pur anco le sterminate dovizie della natura.</p>
        <p>2. La natura concorre ulteriormente alla produzione con <hi rend="italic">vario grado di efficacia utile</hi> o <hi rend="italic">quantità delle forze stesse</hi>.</p>
        <p>Vi hanno forze (energie ed influenze cosmiche) relativamente <hi rend="italic">illimitate</hi>,e perciò stesso non appropriabili. Tali quelle del <hi rend="italic">clima</hi> colle sue influenze così decisive nella agricoltura e in talune industrie, ecc. Tali quelle dell'<hi rend="italic">ampio mare</hi>,col peso specifico dell'acqua, colle leggi dei venti, ecc. nell'industria della navigazione, ecc. Esse sono <hi rend="italic">gratuite per sé stesse</hi>, <pb n="44" />comunque torni oneroso il mezzo o stromento (capitale) con cui usufruirle nella produzione; sicché p. e. non costa la forza impulsiva del vento, sebbene costi la vela per raccoglierlo. Ed esse rispetto al modo di agire apportano alle industrie un concorso <hi rend="italic">continuato</hi>,<hi rend="italic"> inesauribile</hi>,<hi rend="italic"> a favore di tutti</hi>,il quale direttamente non entra nel computo delle spese di produzione.</p>
        <p>Più spesso le forze sono <hi rend="italic">limitate</hi>;e ciò per ragione della materia in cui si investono e per mezzo di cui operano. La caloria (quantità di calore che si ritrae da un chilo di carbone) è limitata per ogni unità in peso di carbone da cui si sprigiona; la forza organica è limitata per ogni animale che la fornisce (un bue, un cavallo, un cammello); la forza di gravità è limitata per ogni cascata a seconda della quantità d'acqua, altezza della caduta, ecc. Queste forze limitate si differenziano dalle prime, perché sono <hi rend="italic">onerose</hi>,cioè costano all'uomo non solo per il loro usufruimento nella produzione, ma anco per il loro <hi rend="italic">acquisto.</hi></p>
        <p>Modo di agire delle forze limitate. ‒ Queste poi operano nella produzione o con <hi rend="italic">efficacia uniforme</hi> o con <hi rend="italic">efficacia descrescente</hi>,giusta la seguente distinzione fondamentale.</p>
        <p>Se esse sono inerenti a materie <hi rend="italic">mobilitabili</hi> rispetto alla loro sede naturale e perciò trasferibili e accumulabili all'indefinito ad arbitrio dell'uomo, allora esse prestano il loro contributo alla produzione <pb n="45" /></p>
        <p>in modo <hi rend="italic">uniformemente proporzionato</hi> alla loro quantità. La caloria del litantrace è una forza mobilitabile, che si trasferisce da qualunque bacino carbonifero di Newcastle o di Charleroi per accumularsi nei magazzini di qualunque fabbrica; e siccome ad ogni caloria (kg. di carbone) corrisponde una data <hi rend="italic">forza di lavoro</hi> di una macchina, così, raddoppiando, triplicando le quantità del carbone, si raddoppia e triplica proporzionalmente l'effetto utile di essa nella produzione.</p>
        <p>Se invece tali forze sono investite nel suolo, cioè <hi rend="italic">immobilizzate</hi> e <hi rend="italic">localizzate</hi> nel territorio e perciò non trasferibili né accumulabili a piacere, allora esse contribuiscono alla produzione in modo <hi rend="italic">decrescente</hi>.La forza fisico-chimica del terreno in un dato podere, la quale ne forma la primigenia fertilità, non è dislocabile e accumulabile ad arbitrio dell'uomo (come le calorie e la forza del vapore in una fabbrica), e tutto si risolve nell'usufruire il più completamente possibile di quella forza postavi da natura. Se un campo di terra da un anno all'altro venga compulsato con sempre maggiore intensità di lavoro e nerbo di capitale stromentale, esso accrescerà bensì il suo contributo, ma in una misura <hi rend="italic">sempre più scarsa</hi>,ossia con successive addizioni di prodotto sempre minori, fino al completo esaurimento, cioè fino al punto di rifiutare ogni concorso alla produzione. <pb n="46" />Risultati. ‒ Questo diverso modo di comportarsi delle forze della natura distingue profondamente le industrie manifatturiere dalle agricolo-territoriali e si ripercuote in tutti gli atteggiamenti e fenomeni di queste.</p>
        <p>I. <hi rend="italic">Nei loro ordinamenti e redditi</hi>.L'industriale che acquista coi suoi capitali periodicamente le <hi rend="italic">forze mobilitabili</hi> del carbon fossile per il motore meccanico, ottenendo con esse dei risultati esattamente proporzionali ad esse, computa quelle <hi rend="italic">forze di natura</hi> esse medesime come un capitale e i redditi loro come una parte indistinta del reddito del capitale stesso nell'industria. L'agricoltore, che con più serie di capitali e lavori applicati alle <hi rend="italic">forze immobilizzate</hi> nel suolo ottiene risultati differenti (cioè <hi rend="italic">decrescenti</hi>),ha ragione invece di mantenere distinto nel computo dell'azienda il <hi rend="italic">capitale</hi> dalla <hi rend="italic">natura</hi>,e distinti del pari i redditi dell'uno e dell'altra. Quando infatti di due agricoltori che impiegano del pari cento di capitale e di lavoro ciascuno sul proprio ettaro di terra, l'uno ritrae <hi rend="italic">dieci</hi> e l'altro <hi rend="italic">sei</hi> di reddito, nessuno dubita di attribuire quel soprappiù di <hi rend="italic">quattro</hi> alla <hi rend="italic">natura</hi>,cioè alla virtù delle maggiori sue forze produttive (fertilità); e in questo caso la natura si riconosce e si apprezza come un fattore autonomo e i suoi redditi prendono nome categorico di <hi rend="italic">rendita della terra.</hi><pb n="47" /></p>
        <p>
          <hi rend="italic">Nel costo dei prodotti</hi>.Il carbon fossile e le altre forze naturali mobili, che nelle industrie manifatturiere danno un concorso sempre proporzionale, importano per le successive unità di prodotto della fabbrica un costo uniforme. Costano ugualmente i primi cento metri di panno come l'ultimo migliaio. L'agricoltura, le cui forze naturali danno un contributo <hi rend="italic">decrescente</hi>,per ottenere successivamente altre <hi rend="italic">eguali unità di prodotto</hi> deve impiegare una quantità <hi rend="italic">crescente</hi> di sforzi cioè di capitale e di lavoro; e così il costo diviene progressivo. Se per ottenere da un ettaro un prodotto granario di 10 ettolitri, la prima volta si spese 10; per strappare dalla terra stessa altri 10 ettolitri si dovrà spendere 12; per arrivare intensamente ad altri 10 si esigerà 14; ogni nuova addizione di prodotto costando di più. Quindi il valore dei prodotti manifatturieri <hi rend="italic">tende a mantenersi</hi>;quello dei prodotti territoriali <hi rend="italic">tende ad aumentare</hi>.Ciò per quanto dipende rispettivamente dall'impiego di forze naturali, salvo la confluenza di circostanze diverse che elidano quelle tendenze. Fatto profondo codesto, che scinde fino ad un certo punto le sorti di queste due industrie e si ripercuote sui rispettivi consumi delle popolazioni.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Nel loro progresso storico</hi>.Le industrie manifattrici procedono rapide nella civiltà, seguendo il moltiplicarsi e perfezionarsi del lavoro e del capitale.</p>
        <p>
          <pb n="48" />Questi due fattori invece (lavoro e capitale), che sono gli alfieri del progresso, trovandosi elisi nella loro applicazione crescente dalla efficacia decrescente della natura, che si fa sentire in modo più diretto nella industria agricola, non conseguono in questa che avanzamenti più contrastati e lenti; e il progresso agrario non procede che sulla <hi rend="italic">risultante</hi> di quelle due forze componenti opposte. Ciò spiega molte altre vicende storiche delle due industrie; il capitale p. e., che confluisce copioso nelle manifatture e nei commerci, è renitente per lo più di volgersi alla agricoltura, perché quivi i profitti tornano assottigliati; e lo spirito stesso delle popolazioni, che fra industriali è progressivo per eccellenza, è diffidente delle novità e degli avanzamenti fra le genti rurali. Ciò in parte risale a quella legge di efficacia decrescente.</p>
        <p>Concludasi. La natura è un fattore per sé stesso produttivo, sicché parlasi di ricchezze naturali gratuite; ma essa normalmente non diviene produttiva che per mezzo del lavoro e capitale, e perciò di regola il suo impiego torna oneroso. Infine la natura, pure intervenendo in tutte le specie di produzione, non funziona come fattore <hi rend="italic">autonomo</hi> (con comportamenti e risultati suoi propri) se non quando le sue materie e le sue forze, rimanendo immobilizzate e localizzate nel suolo, vengano a <pb n="49" />distinguersi dalla potenza produttiva del lavoro e del capitale.</p>
        <p>Classe proprietaria. ‒ La <hi rend="italic">natura</hi>,come sistema di materie e forze territoriali serventi alla produzione, diventa l'oggetto di <hi rend="italic">proprietà</hi> speciale; e i dispositori di questo fattore autonomo prendono nome di <hi rend="italic">proprietari</hi> per eccellenza o meglio di <hi rend="italic">proprietari fondiari</hi>:<hi rend="italic"> —</hi> o dello spazio utilizzabile (p. e. proprietari areari o edilizi), o del suolo coltivabile (proprietari rurali), o del sottosuolo (proprietari minerari). Essi compongono una classe compatta per omogeneità e stabilità di interessi economici, chiamata per ciò stesso ad esercitare anche una grande influenza civile; ciò che è manifesto nella storia.</p>
        <p>Circostanze influenti sull'efficacia del fattore natura. ‒ 1. La varietà e gradazione degli agenti di natura, a seconda che questi diversamente si combinano nei singoli punti del globo, delineano una serie di <hi rend="italic">unità telluriche</hi> ben distinte, ciascuna dotata di speciale efficacia produttiva, sia nei riguardi qualitativi che quantitativi. Per l'insieme delle rispettive condizioni di natura quali profonde differenze, tipiche anche in ordine alla produzione, contraddistinguono l'aperta Russia europea, il nodo montano della Svizzera, il quadrilatero spagnolo, la protesa penisola italiana, l'arcipelago greco, il microcosmo degli Stati Uniti del Nord America! <pb n="50" />2. Alla diversa efficacia produttiva di tali unità territoriali decidono di preferenza:</p>
        <p>
          <hi rend="italic">lo spazio</hi> rispettivo e quindi <hi rend="italic">tutti gli elementi geografici</hi> di esso, posizione, superficie, estensione, altitudine, compreso il clima. La posizione marittima di un paese, come Olanda, Grecia, Gran Bretagna, apre ad esso le fonti produttive sconfinate delle industrie marinaresche, che sono chiuse p. e. alla Svizzera, non concesse che in breve misura all'Austria Ungheria. La frequenza delle cascate d'acqua montanine agevolano l'insediarsi di grandi industrie; come altrove le vaste reti fluviali, in combinazione coi laghi, fan circolare la vita economica nei compatti continenti, come nella regione dei Grandi laghi e del Mississipi nel Nord America. La vasta pianura sarmatica per la Russia e per l'alta Germania rende uniforme la produzione rurale: grano, foraggi, bosco e non più; la varietà altimetrica indefinita, dai bassi piani alle colline graduate fino ai monti ed ai culmini nevosi delle montagne appenniniche e alpine, consente all'Italia una coltura promiscua per eccellenza, dal grano alla vite, all'olivo, al gelso, agli agrumi, e dai licheni alle palme. Dal clima (nelle varie sue combinazioni, termometriche, udometriche, anemometriche) dipende la maturazione di certi prodotti, per la quale si esige non solo una media più o meno elevata di temperatura (calore) ma <pb n="51" />alcuni massimi relativi. Così nel clima relativamente non rigido d'Inghilterra l'uva non matura; e bensì nell'Astrachan fra i rigori invernali, alternati però dai calori estremi estivi. E così ogni coltura agraria ha la propria zona segnata dalle linee isotermiche;</p>
        <p>
          <hi rend="italic">la costituzione fisico-chimica e geologica dei terreni</hi>.Sulla fertilità della terra o superficie coltivabile è decisiva la capacità assorbente dell'umidità (terre asciutte e umide), la sua consistenza (terre leggere e forti), la potenza di conservare il calore (terre fredde e calde), e la combinazione indefinita di elementi chimici, minerali e vegetali, dalla sterilità dei terreni cretacei e delle sabbie del deserto fino alla fertilità meravigliosa dell'isola di Ceylon, dell'arcipelago della Sonda e del golfo Persico. Enorme accumulo di lavoro in campo a pie' delle Alpi appena basta a strappare poco frumento per un lavoratore, mentre nel Messico lo stesso spazio, con un lavoro di pochi giorni, sostenta 25 persone. E del resto rispetto al sottosuolo si sa che la potenza economica d'Inghilterra poggia sopra i due immensi strati geologici del ferro e del carbon fossile, mentre la Svizzera non ha alcuna dote mineraria. Che cosa avverrebbe dell'isola britannica quel dì che questi ingenti giacimenti, che sorreggono le colossali fortune dei <hi rend="italic">signori neri</hi> («blacklords»), fossero esauriti?</p>
        <p>infine <hi rend="italic">la flora e la fauna</hi>,in connessione cogli <pb n="52" />altri due grandi fatti tellurici. Ogni paese, distinto in varie zone, ha la sua flora (vegetazione) caratteristica, per specie, copia, varietà, la quale diviene oggetto di altrettante distinte produzioni e ricchezze. Quale differenza fra la flora palustre e selvatica delle Maremme e quella lussureggiante della Sicilia fra Acireale e Messina! E quale contrasto fra le rocce granitiche spoglie di vegetazione di buona parte del versante meridionale delle Alpi e la pompa perennemente verdeggiante del manto silvano del versante settentrionale delle Alpi stesse! La presenza nel mare di copiose famiglie di pesci può essere l'origine della potenza economica di talun paese, come per l'Olanda e per la Norvegia le grandi pesche delle aringhe nel mare del Nord; come fu per secoli la ricchezza unica dei popoli cacciatori e pastori l'abbondanza di specie animali nei monti e nelle pianure asiatiche.</p>
        <p>Induzioni. ‒ 1. Di qui risulta che gli elementi naturali cosmici propri di ciascun territorio determinano in ciascuno: — la possibilità o meno del sorgere e prosperare di certe industrie, donde un primo limite alla produzione a seconda della distribuzione dei suoi doni originari fatti dalla Provvidenza ad ogni paese; — la coesistenza e l'intreccio molteplice delle industrie per un determinato popolo, donde un altro limite relativo per cui può pronunciarsi <pb n="53" />che è più favorita quella nazione che ha più svariate fonti naturali di produzione; — la efficacia produttiva della produzione di un paese medesimo per cui a pari lavoro e capitali i redditi sono più o meno copiosi a seconda della avarizia o generosità del fattore natura; sicché remotamente la sussistenza e il numero delle popolazioni trovano un limite estremo nelle condizioni naturali più o meno favorevoli del territorio rispettivo.</p>
        <p>2. Tali varietà del fattore natura hanno una funzione decisiva nella vita economico-sociale.</p>
        <p>Esse riescono a comporre altrettante <hi rend="italic">unità distinte telluriche</hi>,in cui viene a insediarsi una <hi rend="italic">divisione territoriale</hi> di industrie (della produzione umana) corrispondente a quella <hi rend="italic">divisione etnica</hi>,detta più sopra, ribadendo così la <hi rend="italic">autonomia</hi> economica di ogni nazione;</p>
        <p>del pari esse stringono i <hi rend="italic">vincoli di solidarietà</hi> fra i popoli collo scambio dei prodotti caratteristici dei loro territori rispettivi;</p>
        <p>sostentano incessantemente il <hi rend="italic">progresso</hi>,inducendo ciascuno a tesoreggiare sempre meglio le attitudini del proprio territorio per fruire, mercé gli scambi, dei prodotti privilegiati del territorio altrui, e per supplire in mezzo alla concorrenza, coi migliori congegni artificiali del lavoro e del capitale, alla deficienza eventuale delle ricchezze naturali del proprio paese. <pb n="54" /></p>
        <p>3. Ma se queste <hi rend="italic">unità territoriali</hi> incontrano dovunque limiti di specie e quantità, l'<hi rend="italic">insieme di esse</hi>,e quindi il mondo intero rappresenta invece <hi rend="italic">un serbatoio di forze e di materie che può dirsi illimitato</hi> a servigio d'ogni possibile produzione; cosicché non può dubitarsi che questa si arresti per averne esaurito tutto il tesoro. Il progresso pertanto in ogni territorio incontra bensì limiti relativi per ogni nazione in determinati momenti storici; ma il progresso nel globo, lungo i secoli della civiltà, può prevedersi indefinito.</p>
        <p>
          <pb n="55" />
        </p>
      </div>
      <div>
        <head>IV. Il capitale</head>
        <p>Definizione. ‒ «È un prodotto destinato a coadiuvare la produzione ». La semente, le materie prime ed ausiliari, accumulate per le industrie, gli stromenti, le macchine sono capitali.</p>
        <p>Analisi. ‒ Il concetto è complesso, risultante da tre elementari.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">È un prodotto</hi>,e quindi un risultato di una anteriore industria. La semente è il risultato della passata coltivazione, i concimi artificiali di una preparazione chimica, gli stromenti di una industria metallurgica, ecc.</p>
        <p>Ma è un prodotto <hi rend="italic">sottratto al consumo</hi> e destinato ad ulteriore produzione. Un prodotto può elaborarsi infatti con duplice scopo: o di prepararsi un oggetto di uso e godimento personale (ricchezza finale) o per comporsi un oggetto e mezzo di ulteriore produzione (ricchezza stromentale). La rinunzia al primo scopo e la destinazione al secondo attribuisce al prodotto il carattere di capitale. Così il grano destinato ad alimentare sé stesso e la famiglia <pb n="56" />è un fondo o riserva di consumo, il grano destinato a seminare il campo diviene un capitale. L'edificio per abitazione è una ricchezza di godimento finale, lo stesso edificio, che si destini ad accogliere dei telai per la tessitura, diventa un capitale. Questo elemento <hi rend="italic">intenzionale</hi> di destinare un prodotto a novella produzione è integrante al concetto di capitale. Solamente l'<hi rend="italic">intenzione</hi> ètalora inerente alla natura tecnica del prodotto; e così una <hi rend="italic">lima</hi>,stromento d'industria, è sempre <hi rend="italic">di sua natura</hi> un capitale. Il <hi rend="italic">grano</hi> invece lo diventa soltanto per l'intenzione esplicita di destinarlo a sementa.</p>
        <p>Ma <hi rend="italic">atteggiato ed applicato alla produzione</hi> in guisa che serva come un <hi rend="italic">sussidio sistematico</hi> della produzione. Non già un bue (natura) colle sue forze fisiologiche, mantenuto nella stalla per futura lavorazione agraria, senza più; ma il bue all'uopo allevato fino al pieno sviluppo delle sue forze di lavoro, domato, aggiogato, applicato abitualmente all'aratura, è un capitale. Non già un fascio di legna (natura), ma il legno contesto in modo da comporre tecnicamente un rastrello per l'operazione dell'erpicare è un capitale. Non già pochi chicchi di grano (natura) gettati una volta tanto sulle zolle, ma quella porzione di grano, che con una operazione economica di accumulazione l'agricoltore ritira e rimette ogni anno nei suoi granai, perché periodicamente serva alla <pb n="57" />ordinata coltura, è capitale; come del pari non è capitale quella matassa di lana (natura) tosata dalla massaia, con cui tesse poi una stoffa, ma quella quantità di <hi rend="italic">balle di lana</hi>,di cui riempie l'industriale i magazzini, perché assicuri il più costante e progressivo esercizio del suo lanificio. – Sempre si suppone un processo organico (o tecnico od economico) di adattamento e di applicazione, per cui il prodotto si presti all'ufficio di un <hi rend="italic">mezzo</hi> o <hi rend="italic">sussidio sistematico di produzione.</hi></p>
        <p>Caratteri. ‒ Di qui i suoi caratteri.</p>
        <p>1. Il capitale è un fattore <hi rend="italic">artificiale</hi>,cioè preparato dall'<hi rend="italic">uomo</hi> col concorso della <hi rend="italic">natura</hi>,e non già primigenio come questi due. E invero è risultato di una triplice attività umana che intervenne a comporlo: — una <hi rend="italic">attività positiva</hi> di elaborazione o formazione economica; — una <hi rend="italic">attività negativa</hi> di astensione dal consumo per destinarlo a produzione; — e di una nuova <hi rend="italic">attività positiva</hi> per mantenerlo e adattarlo sistematicamente alla produzione. È così un <hi rend="italic">sussidio</hi> o <hi rend="italic">stromento</hi> umano per eccellenza, dovuto al merito dell'uomo stesso.</p>
        <p>2. Come tale è differente dagli altri due fattori, che non sono <hi rend="italic">prodotti</hi> che coadiuvano la produzione, ma enti o <hi rend="italic">cause produttrici per sé</hi>; —e così mentre l'uomo (lavoro) e la natura offrono <hi rend="italic">condizioni</hi> e <hi rend="italic">virtù intrinseche</hi>,con cui effettuare la ricchezza, sicché <pb n="58" />senza di esse questa non esisterebbe, il capitale ha soltanto carattere di <hi rend="italic">presidio</hi> o <hi rend="italic">condizione estrinseca</hi> che ne <hi rend="italic">aiuta</hi> la effettuazione, non già determinandone ma solo accrescendone i risultati.</p>
        <p>3. Quindi il capitale <hi rend="italic">per sé immediatamente</hi> non è produttivo, ma solo <hi rend="italic">mediatamente</hi>,cioè soltanto per mezzo delle forze umane e di natura. Il martello non effettua produzione se la mano dell'uomo non lo impugni ed adoperi; la macchina motrice non anima lo stabilimento industriale, se la natura non vi appresti la forza espansiva del vapore. E pertanto ogni capitale non diviene <hi rend="italic">produttivo</hi> soltanto per averlo abilmente costruito e preparato, ma bensì per merito di una <hi rend="italic">nuova attività</hi> o <hi rend="italic">energia umana</hi> che lo congiunga alle proprie forze od a quelle della natura e ulteriormente ne accompagni e diriga e invigili l'esercizio nella produzione.</p>
        <p>Non si disconosce dunque la <hi rend="italic">legittimità del capitale</hi> nella sua genesi (come fattore di produzione), perché questa è figlia della industria e operosità dell'uomo, ma si dice soltanto che esso è un fattore puramente <hi rend="italic">sussidiario</hi> e <hi rend="italic">stromentale</hi>,e perciò non già fondamentale ma subordinato.</p>
        <p>Non si nega la sua <hi rend="italic">produttività</hi>, cioè la capacità di contribuire alla produzione, ma soltanto si afferma che è <hi rend="italic">mediata</hi>, che cioè si esplica per mezzo delle forze attive umane e naturali. <pb n="59" /></p>
        <p>Non si contesta <hi rend="italic">l'incremento</hi> che il capitale apporta al reddito della produzione; ciò che è veramente grandissimo appena si misuri la differenza di risultato fra il braccio dell'uomo <hi rend="italic">inerme</hi> ovvero munito di <hi rend="italic">ingegnosi</hi> stromenti o di poderosi meccanismi. Ma poiché il capitale non opera che in virtù di una nuova <hi rend="italic">attività umana che lo ponga e mantenga in esercizio nella industria,</hi> si dichiara che il reddito di esso non spetta a chi ne è proprietario per il solo titolo di averlo preparato e di averne il possesso, ma bensì per il titolo di partecipare al suo impiego nella produzione (profitto del capitalista). Ma di ciò nella distribuzione della ricchezza.</p>
        <p>La funzione del capitale. ‒ 1. È triplice (come altrove si accennò): — rendere effettive le attitudini o le forze potenziali del lavoro e della natura; — conservarle; — aumentarne la efficacia. Veggasi:</p>
        <p>il senso estetico e l'abilità della mano dell'incisore riescono a fornire un prodotto artistico soltanto col sussidio di quello stromento delicatissimo che è il bulino. La forza impulsiva delle correnti aeree viene effettivamente utilizzata nell'industria soltanto per mezzo dei molini a vento e delle vele dei bastimenti; e la potenza naturale di una cascata mercé la ruota a schiaffo o la turbina che la raccoglie. Ecco la funzione <hi rend="italic">effettrice</hi>;</p>
        <p>il concime artificiale restituisce gli elementi <pb n="60" />chimici del terreno, che altrimenti per gradi nella coltivazione verrebbero esauriti; e così esso mantiene la fertilità della terra coltivabile. L'edificio di ibernazione conserva il seme de' bachi, che altrimenti, schiudendosi anticipatamente, andrebbe perduto. Ecco la funzione <hi rend="italic">conservatrice</hi>;</p>
        <p>il lavoro dell'uomo, colla forza dei suoi muscoli e la flessibilità delle sue dita, può molto; ma — quanto cresce <hi rend="italic">in potenza</hi> produttrice il lavoro umano quando si munisca di un martello, di una leva, di un aratro, di una macchina esecutrice, ecc.? — quanto migliora <hi rend="italic">in qualità</hi> se si applica alla tessitura con un telaio Jacquard? — quanto <hi rend="italic">in continuità</hi> col costruire un edificio industriale per ripararvi gli operai e così prevenire le interruzioni per le intemperie, coll'accumulare la materia prima nei magazzini e cosi premunirsi contro le sospensioni per crisi del mercato? Ecco la funzione d'<hi rend="italic">incremento</hi>.</p>
        <p>E similmente (con altri esempi relativi alla congiunzione del capitale colla natura) cresce <hi rend="italic">in potenza</hi> la produttività di un terreno, aggiungendo alla naturale costituzione fisica i canali irrigatori o i condotti della fognatura; <hi rend="italic">in qualità</hi>,a seconda che la potatura o gl'innesti si facciano con stromenti più perfetti; e <hi rend="italic">in continuità</hi>,quando con sistema di dispendiose rotazioni si evitino i riposi alterni della coltivazione. <pb n="61" /></p>
        <p>2. Nel complesso rimane ribadito che la funzione del capitale è <hi rend="italic">complementare</hi>,cioè integra quella del lavoro e della natura.</p>
        <p>Qui anzi va richiamata quella distinzione (nei <hi rend="italic">principi</hi> introduttivi) fra ricchezze o beni (economici) <hi rend="italic">finali</hi>,che servono immediatamente alle soddisfazioni personali umane (al consumo), e ricchezze o beni <hi rend="italic">stromentali</hi>,che servono immediatamente alla attività economica (alla produzione e circolazione). Orbene: di questi ultimi beni che l'uomo si appropria o si prepara da sé, la <hi rend="italic">natura</hi> colle sue energie produttive (il terreno colla sua forza vegetativa, la cascata colla sua forza motrice, ecc.) compongono una prima serie di <hi rend="italic">beni stromentali naturali</hi> (o <hi rend="italic">primigeni</hi>)in senso ampio; e il <hi rend="italic">capitale</hi> colle sue funzioni integranti o complementari forma la serie dei <hi rend="italic">beni stromentali artificiali</hi> in senso stretto.</p>
        <p>Classificazione. ‒ Giusta la sua natura e destinazione si distingue il <hi rend="italic">capitale immobiliare</hi> e il <hi rend="italic">capitale mobile</hi>.</p>
        <p>1. Il <hi rend="italic">capitale immobiliare</hi> si investe nel territorio stabilmente. Così: — i capitali delle industrie minerarie (pozzi, ascensori, impalcature); — quelli immedesimati nel suolo coltivabile (dissodamenti, allivellamenti, fognature, irrigazioni) sotto il nome generico di migliorie permanenti dei terreni; — gli edifizi serventi a scopo agricolo (granai, cantine), <pb n="62" />industriale (fabbriche, edifici), mercantile (magazzini di deposito e palazzi di banche, borse, logge di mercato); — adattamenti della superficie per locomozione (porti artificiali, strade, gallerie montane, ecc.).</p>
        <p>Esso partecipa delle vicende delle industrie territoriali e i suoi profitti si confondono con i lucri di esse. Compone l'<hi rend="italic">assetto artificiale fondamentale</hi> della economia produttiva di un paese e ne assicura la saldezza e continuità; e per lo più ha con ciò un ufficio di <hi rend="italic">conservazione del benessere</hi> delle nazioni. Veggasi p. e. come alle migliorie permanenti del terreno si proporzionino le <hi rend="italic">sussistenze normali</hi> di una popolazione.</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Capitale mobile</hi>,quello che mantiene una esistenza concreta distinta senza immedesimarsi nel territorio; ed è perciò <hi rend="italic">dislocabile</hi> o <hi rend="italic">mobilitabile</hi>.Tali: — stromenti, macchine, materiale scorrente (carri, carrozze) di ferrovie, navi, ecc. — bestiame, sementi, concimi, serventi all'agricoltura; — materie prime ed ausiliari e accumulate per il servizio delle industrie o della mercatura, ecc.</p>
        <p>Il <hi rend="italic">capitale mobile</hi> suscettivo di una moltiplicazione tecnicamente più varia e indefinita conferisce piuttosto alla <hi rend="italic">espansione della produzione e ne misura il progresso</hi>.Veggasi p. e. quale innovazione di vita economica e civile conseguì all'accumularsi della <pb n="63" />ricchezza mobile nei comuni medioevali dopo il 1000; e quali trasformazioni subì la economia moderna dalla rivoluzione francese in qua, per il predominio dei capitali industriali, mercantili, monetari.</p>
        <p>3. Per riguardo al <hi rend="italic">modo di comportarsi</hi> nella produzione il capitale è <hi rend="italic">fisso</hi> o <hi rend="italic">circolante</hi>,a seconda che presta il suo ufficio nella produzione <hi rend="italic">in modo continuo, servendo a più cicli tecnici produttivi</hi>,ovvero <hi rend="italic">in modo istantaneo, non servendo che ad un ciclo solo di produzione</hi>.La macchina che tesse una serie di pannolani, fino a che essa è logorata, è capitale fisso; una balla di cotone greggio, che basta per una pezza di tela, trasmutandosi immediatamente nel contenuto e nelle proprietà fisiche del prodotto, è capitale circolante.</p>
        <p>La distinzione interessa il <hi rend="italic">computo del valore</hi> dei prodotti, risultanti in varia proporzione dall'impiego di capitali circolanti e fissi. Nel valore di un prodotto, p. e. di una pezza di pannolano, il capitale circolante, cioè la lana greggia, siccome trapassa a comporre la sostanza del tessuto, si computa per intero; il capitale fisso, cioè una macchina tessitrice, siccome si mantiene e serve ad ulteriori cicli produttivi, si computa soltanto per il compenso del capitale (interesse) e per quella frazione di valore corrispondente al logorio parziale della macchina stessa, durante il tempo in cui questo capitale fu impiegato nella <pb n="64" />confezione della pezza di panno (quota di ammortamento).</p>
        <p>Tale distinzione interessa pur anco il <hi rend="italic">progresso della economia in generale</hi>,che sta «in rapporto coll'aumento assoluto del capitale circolante e insieme colla diminuzione relativa del capitale fisso». Siccome i capitali circolanti trapassano nel prodotto, la moltiplicazione di essi importa aumento di prodotti serventi al consumo, progredendo in proporzione la comune ricchezza. Invece non essendo il capitale fisso (edifizi, stromenti, navi, ecc.) che un semplice presidio estrinseco che non si trasforma negli oggetti di consumo, il progresso economico generale si effettuerà quando, relativamente alla stessa quantità di prodotto, si impieghi una minor somma di capitale fisso; si ottenga cioè ogni nuova <hi rend="italic">unità di ricchezza</hi> con minor impiego di capitale stromentale. Se una fabbrica in un anno impiega il doppio di cotone greggio (capitale circolante), vi sarà infine una doppia quantità di vesti disponibili per il pubblico, donde progresso di benessere. Se in quell'anno stesso si riesce ad ottenere que' tessuti di cotone, anziché con una macchina grossolana e lenta, con un'altra più perfetta e rapida che fornisca lo stesso risultato in metà di tempo, si avrà diminuzione di costo e quindi progresso di più facili godimenti, rappresentato per ogni unità di prodotto dal <pb n="65" />minor impiego relativo del capitale fisso. E cosi se l'insieme dei trasporti mercantili trasmarini di una nazione, per cui occorrevano prima cento navi a vela, possono più tardi effettuarsi con cinquanta navi a vapore di doppia velocità, il progresso conseguito si misurerà dal valore delle cinquanta navi risparmiate e disponibili per altri fini produttivi, cioè dalla diminuzione del capitale fisso.</p>
        <p>4. Da tutti questi, che possono dirsi <hi rend="italic">capitali effettivi</hi>,si distingue il <hi rend="italic">capitale monetario</hi>,che può intitolarsi <hi rend="italic">rappresentativo</hi>,appunto perché la moneta rappresenta nel loro valore tutti i beni economici. Dinanzi ai persistenti equivoci sul quesito se la moneta sia capitale, distinguasi l'economia sociale, universale e quindi la massa monetaria esistente nel mondo, e l'economia privata e quindi la porzione di essa posseduta dal singolo.</p>
        <p>Sotto il punto di vista dell'economia sociale la massa monetaria è di sua natura un prodotto servente come stromento o mezzo di scambio, cioè di cessione o trasferimento tanto dei beni finali (cibi, vesti, ornamenti, ecc.) quanto dei beni stromentali (poderi, macchine, agenti chimici, ecc.) nel senso detto più sopra. Come tale essa medesima ha indubbiamente carattere di un <hi rend="italic">bene stromentale</hi> più di qualunque altro bene congenere, colla sola differenza che, mentre gli altri beni sono mezzi immediati di produzione, <pb n="66" /> questo è <hi rend="italic">mezzo immediato di circolazione</hi> della ricchezza (acquisti, vendite, prestiti, pagamenti) per qualunque titolo e sotto qualunque forma.</p>
        <p>Ma inoltre, siccome il sistema degli scambi in società torna proficuo all'accrescimento della ricchezza, come quello che favorendo la divisione professionale del lavoro diminuisce le spese e aumenta l'effetto utile della produzione, — così la massa monetaria universale partecipa anche al secondo carattere del capitale, quello di essere <hi rend="italic">un prodotto destinato mediatamente ad ulteriore produzione</hi>,cioè ad aumentare le utilità prodotte. Tale accrescimento di ricchezza (prodotta) è anzi misurata dall'aumento in più fra lo scarso prodotto di isolate industrie domestiche, le quali, escluso ogni scambio, lavorano per il proprio consumo interno, e l'altro prodotto di gran lunga maggiore, risultante da una produzione sociale, ripartita bensì in economie private industriali, ma ricollegate fra loro dagli scambi (Marshall). Dunque la massa monetaria mondiale, complesso e storico stromento di produzione, è un <hi rend="italic">capitale</hi> per eccellenza, ed avuto riguardo alla sua maniera continuata di comportarsi, è precisamente un capitale fisso la cui <hi rend="italic">produttività</hi> (mediata) è espressa dall'addizione di ricchezza sopravvenuta per l'adozione sistematica della moneta.</p>
        <p>Diverso è il punto di vista dell'economia privata (individui, famiglie, imprese) rispetto alla moneta. <pb n="67" /></p>
        <p>La massa monetaria mondiale, che per la sua natura di stromento degli scambi è capitale nella misura che essa si traduce in aumento di produzione sociale — conferisce analogamente ad accrescere in ciascuna economia privata il <hi rend="italic">reddito netto</hi> (ricchezza) <hi rend="italic">espresso in moneta, disponibile per gli usi umani</hi>.Ora, avuto riguardo alla destinazione (elemento intenzionale) del proprio reddito monetario, ogni ente privato usa <hi rend="italic">una parte</hi> di esso per l'acquisto di oggetti o mezzi di consumo, cioè per la soddisfazione finale dei suoi bisogni, e <hi rend="italic">una parte</hi> per l'accumulo (risparmio, capitalizzazione) e per l'acquisto più tardi di mezzi di produzione (edifici industriali, macchine, materie prime e ausiliari). Per l'economia privata pertanto la prima porzione di moneta, destinata abitualmente alla compra di prodotti per bisogno personale, <hi rend="italic">rappresenta</hi> un fondo o un mezzo di consumo e <hi rend="italic">non è capitale</hi>.La seconda porzione, destinata ad acquistare degli stromenti o mezzi di produzione, rappresenta i capitali effettivi in cui si converte e perciò <hi rend="italic">è capitale</hi> essa medesima, che frutta per mezzo di questi.</p>
        <p>5. Con tutti i capitali propriamente detti, perché conferiscono definitivamente <hi rend="italic">alla produzione della ricchezza</hi> (o per sé o in veste rappresentativa) della società tutta intera, non vanno confusi i <hi rend="italic">capitali impropri</hi>, iquali figurano come mezzi di produzione e <pb n="68" />fonti di reddito per una persona o classe nella economia privata di queste, ma non lo sono né per loro natura né per la loro funzione nella economia sociale. Gli edifizi dati a pigione per alloggi sono considerati impropriamente come un capitale dal proprietario, perché ne percepisce un fitto; ma essi di fronte alla economia sociale non sono uno stromento di produzione, ma un oggetto di uso o godimento finale (l'abitare). I tagliandi («coupons») dei portatori dei titoli di credito verso lo Stato formano il reddito di una classe oggi numerosissima che si chiama di capitalisti rentieri; ma quegli immensi valori non sono per la nazione o l'umanità capitali o mezzi di produzione, ma anzi mezzi disviati da essa per rivolgerli a scopi civili-politici. L'imprenditore (capo fabbrica) che destina centomila lire a pagare con vicenda periodica i suoi operai considera quella somma come un capitale di esercizio della sua industria, e lo è dal punto di vista di quell'azienda privata; ma a rigore nell'economia pubblica quelle centomila lire sono altrettante mercedi anticipate (fondo di salari), cioè un reddito e un mezzo di consumo degli operai. — Capitale nell'economia sociale non è pertanto che ciò che conferisce alla produzione sociale universale.</p>
        <p>Capitalisti in genere sono i proprietari dei capitali. Ma chi, essendo proprietario di un capitale, lo applica da sé nell'industria a proprio rischio e <pb n="69" />profitto, od anche chi sovviene del proprio capitale il capo di essa, condividendo con questo se non la direzione, almeno in qualche grado il rischio economico-giuridico (l'alea) del capitale e dei suoi redditi, <hi rend="italic">è capitalista imprenditore</hi>.Si distingue bensì il capitalista direttore e i capitalisti azionisti o consoci; ma ambedue sono imprenditori. – Invece quelli che sovvengono all'industria un capitale, senza partecipare né alla operosità direttiva né ai rischi della produzione, sono semplici <hi rend="italic">capitalisti prestatori</hi>.Essi non sono impresari. Il titolo dei compensi per i primi è il merito della produzione <hi rend="italic">personalmente effettuata</hi> (profitto), per i secondi il merito della produzione <hi rend="italic">materialmente sovvenuta</hi> (interesse), e il titolo solo perciò del loro compenso è diverso. Si comprende frattanto che la potenza economica delle industrie nazionali dipende massimamente dai primi, non altrettanta dai secondi. Quelli sono gli autori benemeriti della produzione, questi possono diventarne i parassiti.</p>
        <p>Circostanze influenti sulla efficacia produttiva dei capitali. ― 1. Rammentisi che il <hi rend="italic">capitale</hi> èun fattore soltanto mediatamente produttivo per merito dell'uomo, che non solo lo compone ma lo mette a contatto delle energie proprie (lavoro) e della natura. – Dunque le circostanze propizie alla efficacia dei capitali risalgono tutti alla abilità e virtù dell'uomo.</p>
        <p>
          <pb n="70" />2. Altre riguardano l'assetto e governo di ogni impresa e possono dirsi di <hi rend="italic">economia industriale privata.</hi> Tali:</p>
        <p>
          <hi rend="italic">L'adattamento tecnico del capitale</hi> alla funzione specifica produttiva, cui deve essere adibito in modo sempre più perfetto. Lo stesso capitale (per valore complessivo) tornerà più o meno proficuo a misura che meglio si accomoderà alle esigenze del lavoro; p. e. con stromenti complessi e squisiti piuttosto che grossolani, o con specifici tecnici, adatti ad ogni operazione distinta (filare, scardassare, pettinare, tessere) dell'industria, o con varie qualità di concimi, confacenti alla diversa composizione dei terreni. Per questo rispetto la tendenza del capitale moderno è quella di assumere sempre migliori forme tecniche di suppellettile industriale.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">La proporzione razionale fra capitale fisso e circolante</hi>;in modo che in ogni impresa col minimo di quello si possa effettuare il massimo impiego di questo. Se si immobilizzano enormi capitali in meccanismi cui manchi poi la copia delle materie prime proporzionata a quella immensa forza produttrice, una gran parte di questa non torna inutile? È il vizio frequente delle industrie contemporanee.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">La continuità dell'impiego e la durata del ciclo riproduttivo</hi>.Per tornare fruttuoso il capitale, esso <hi rend="italic">non deve</hi> nella produzione <hi rend="italic">essere mai in riposo</hi>.Guai, <pb n="71" />se di tre serie di stromenti di una fabbrica, ciascuna alternamente dovesse rimanere inattiva, finché le altre sono operative, per mala distribuzione delle funzioni; o peggio, se troppo spesso l'intero stabilimento dovesse sospendere o interrompere la produzione, come nelle vetrerie per cattiva costruzione dei forni, o nell'agricoltura per sinistre stagioni o nelle industrie odierne per la frequenza degli scioperi. Analogamente decide il corso di tempo in cui nell'industrie il capitale (che ivi si riversa per poi logorarsi e sparire) riesce a ricomporsi, cioè la <hi rend="italic">durata del ciclo di ammortamento</hi>.Per un milione investito in edifizi e macchine industriali non occorrerà meno di trent'anni prima di averlo coi profitti ricostituito in forma mobile, suscettiva di migliore impiego; e frattanto, con grave danno, non sarà più possibile adottare i più perfetti meccanismi della tecnica progrediente, sicché gli industriali contano i profitti della <hi rend="italic">rapidità</hi> con cui riescono a<hi rend="italic"> mobilitare il capitale investito</hi> in determinate forme tecniche. Un milione mobilizzato nelle bonifiche forse abbisognerà più di mezzo secolo per riprodursi in forma mobile; e frattanto succederanno tali rivolgimenti economici (p. e. il deprezzamento dei grani per la concorrenza americana) da assottigliare definitivamente la rendita ed elidere ogni guadagno delle introdotte migliorie; e così nell'ultimo trentennio del sec. XIX si calcola <pb n="72" />a miliardi il capitale perduto nelle terre inglesi. Un milione impiegato e ricuperato da un commerciante dieci volte in un anno nelle rapide sue speculazioni, gli moltiplica invece le occasioni di lucri fruttuosi. Di qui la repugnanza odierna del capitale di impiegarsi a lunga durata e la irrequietudine morbosa di attribuirvi una forma la più mobilitabile possibile.</p>
        <p>3. Altre circostanze influenti sull'efficacia utile del capitale riguardano lo stato generale della società e possono dirsi di <hi rend="italic">economia industriale sociale</hi>.Tali:</p>
        <p>
          <hi rend="italic">la quantità della popolazione consumatrice</hi>,la quale colla vivacità di richiesta dei prodotti ne sostenti il valore, nella cui elevazione trova largo margine di profitto il capitale stesso. Nei paesi americani di recente coltivazione la popolazione ancor rada, esplicando una fiacca domanda di prodotti, ne mantiene depresso il valore e quindi i compensi dei capitali, i quali rifuggono dalla terra ove impera una coltura <hi rend="italic">estensiva</hi> o <hi rend="italic">superficiale</hi> col minimo di capitali. Viceversa in Inghilterra, Belgio, Paesi renani, Lombardia, dove le addensate popolazioni nelle città e distretti manifatturieri coi forti loro consumi accrescono il valore delle derrate, la coltura diventa <hi rend="italic">intensiva</hi>,perché sul suolo si profondono i capitali ivi attratti da lauti profitti. Di qui la tendenza dei capitali di seguire la domanda comparativamente più intensa dei prodotti; <pb n="73" /></p>
        <p>
          <hi rend="italic">la scelta</hi> in genere <hi rend="italic">di condizioni naturali più o meno propizie</hi>.In seno a terreni ed a climi ingrati porge scarsi effetti utili quel capitale stesso, che in condizioni di suolo e di temperie più favorevoli appresta doppio e triplo risultato. Di qui una certa tendenza dei capitali destinati alla agricoltura di discendere dalle zone di terreni più elevati e sterili, a quelle più feconde del piano e delle pingui vallate;</p>
        <p>
          <hi rend="italic">la proporzione fra le varie applicazioni produttive</hi>,in ispecie fra il capitale immobiliare e mobile. Per legge di solidarietà ogni disequilibrio torna dannoso. Il capitale fondiario che scarseggi nelle industrie territoriali (miniere, agricoltura) sacrifica, coll'alto prezzo delle materie gregge, ausiliari ed alimentari, i profitti del capitale industriale. E l'eccesso di capitale mobile mercantile, che sdegnoso di impieghi stabili ingombra le banche, o si impingua nelle usure, o si sbizzarrisce nelle borse, o stagna nel debito pubblico, priva di sussidio diretto e prezioso tutte le industrie, le turba e le strema. È una delle forme patologiche del moderno capitalismo. <pb n="74" /></p>
      </div>
      <div>
        <head>V. Rapporto fra i tre fattori</head>
        <p>Premessa. ‒ I fattori della produzione risultano da due <hi rend="italic">enti primigeni</hi>, l'<hi rend="italic">uomo</hi> e la <hi rend="italic">natura</hi>,di cui il primo assoggetta il secondo e lo impronta dei caratteri della sua superiorità spirituale; e poi con il concorso di questo compone il terzo fattore derivato, il <hi rend="italic">capitale</hi>,col quale accresce la potenza del proprio lavoro e per essa il dominio sulle forze della natura. Si comprende da ciò che esistono dei rapporti fra i tre fattori, e che <hi rend="italic">essi sono coordinati gerarchicamente ad unità</hi>, sotto l'impero del fattore lavoro. L'efficacia perciò degli altri due dipende in gran parte <hi rend="italic">dall'elevarsi della potenza produttiva dell'uomo</hi> (lavoro), cioè dal moltiplicarsi delle forze fisiche umane e più dal crescere dell'intelligenza e della volontà. Vediamone le leggi.</p>
        <p>Il lavoro è sempre più dominante. ‒ 1. <hi rend="italic">Alle origini</hi> della specie umana, quando sono rade e disperse le generazioni, <hi rend="italic">il lavoro umano si trova quasi sperduto e sopraffatto in mezzo ad una sterminata e oltrepotente natura</hi>, come le famiglie dei pastori nelle immense <pb n="75" />pianure dell'Asia, e come più tardi le tribù germaniche nelle selve e nelle praterie teutoniche, come i «conquistadores» spagnoli alla ricerca di miniere e i «fazenderos» nelle piantagioni al tempo della scoperta dell'America, come oggi gli ardimentosi pionieri anglosassoni che iniziano la coltura delle terre del Kansas, del Colorado, del Dakota, nel bacino del Mississipì, o i dissodatori latini del Mattogrosso in Brasile o delle «pampas» nell'Argentina. In mezzo a loro si inizia l'opera titanica dei grandi soggiogatori della natura, che già gli antichi aveano simboleggiato e divinizzato nei miti di Ercole e Teseo e che si protrasse successivamente fino ai nostri dì, di mano in mano che l'uomo con nuove esplorazioni di territori si fa occupatore del suolo e del sottosuolo.</p>
        <p>In queste condizioni la produzione, che sostenta le scarse popolazioni, si deve alla <hi rend="italic">forza individuale organica</hi> del lavoro, rappresentata da pochi eroi, domatori di un mondo selvaggio, ovvero all'usufruimento pressoché gratuito dei doni di una natura, in talune piaghe liberalissima.</p>
        <p>2. Ma in queste plaghe propizie (e successivamente in tutte) le popolazioni addensandosi moltiplicano ancora le braccia lavoratrici; e allora l'ulteriore dominio della natura e quindi l'incremento della produzione si deve a <hi rend="italic">moltitudini di operai</hi>,sistematicamente addetti al lavoro. Il lavoro diviene <pb n="76" />più potente, perché <hi rend="italic">diviene collettivo</hi>.<hi rend="italic"> –</hi> Il grande progresso è espresso dal fatto della <hi rend="italic">occupazione stabile</hi> da parte di genti nomadi <hi rend="italic">di un proprio territorio</hi>,donde l'inizio di una produzione regolare; come ad esempio presso gli ebrei, i quali vaganti nel deserto presero poi sede in Palestina, processo seguito secolarmente pressoché dappertutto. Più tardi concorre all'aumento del <hi rend="italic">lavoro collettivo</hi> il sovrapporsi di più stirpi conquistatrici e conquistate o di due classi possidenti e nullatenenti in ogni Stato, donde il lavoro <hi rend="italic">coattivo</hi> in massa degli <hi rend="italic">schiavi</hi> nell'antichità, ciò che segna, al paragone di popolazioni nomadi, un aumento di potenza produttrice. È quel lavoro servile in massa che scavava da millenni i canali irrigatori della penisola del Gange e della Cina, che introduceva il sistema stradale dei persiani, che in Egitto, sotto Ramsete II l'edificatore, non solo erigeva le regge dei Faraoni, ma iniziava il regime idraulico regolatore del Nilo ed apriva il lago artificiale di Meride; e più tardi sotto i romani costruiva non solo il palazzo dei Cesari e gli anfiteatri, ma ancora gli acquedotti, le vie militari e sorreggeva l'agricoltura dei latifondi. Infine vi contribuisce il lavoro di spontanee o storiche <hi rend="italic">unioni di lavoro</hi>,come quelle che si formano nelle <hi rend="italic">comunità di villaggio</hi> dell'India, ed in Europa nei <hi rend="italic">clan</hi> scozzesi, nelle <hi rend="italic">marche</hi> germaniche, poi nelle <hi rend="italic">domuscultae</hi> della campagna <pb n="77" />romana ai tempi di Gregorio Magno, e successivamente in Irlanda, Inghilterra, Francia e dovunque, intorno ai <hi rend="italic">monasteri</hi> e<hi rend="italic"> conventi</hi> di frati dissodatori di terre, come i benedettini, cistercensi, ecc.</p>
        <p>3. Finalmente il progresso della produzione, ben più che dalla <hi rend="italic">collettività del lavoro</hi>,dipende dallo sviluppo indefinito della sua <hi rend="italic">potenza spirituale</hi>.Vi contribuisce soprattutto il grande fatto storico del <hi rend="italic">sorgere e grandeggiare delle città</hi> e la distinzione ed opposizione di interessi fra queste e le campagne. Le genti sfuggite alla zolla campestre (per lo più <hi rend="italic">servile</hi> e soggetta puranco a dominio politico-militare) e raccolte nei nascenti nuclei urbani, sentono il bisogno di contare sulle proprie energie personali, sulla coscienza della propria libertà, sulle virtù morali di abnegazione, sui trovati del proprio ingegno, per elevarsi economicamente colla operosità; ed è in questi momenti storici che il lavoro interviene massimamente colla sua <hi rend="italic">energia psichica</hi> a dominare la natura.</p>
        <p>Svolgonsi allora e si affinano gli avvedimenti e i congegni mercantili nelle città marittime, le abilità tecniche manifatturiere nelle città continentali, il genio estetico e l'arti suntuarie nelle capitali più popolose. Si compongono così nuove e potenti classi fondate sul lavoro (e non sul possesso fondiario o sulla potenza politica) di mercanti, industriali, <pb n="78" />artisti; i quali colle conoscenze empiriche o poi con quelle scientifiche e coi prodotti del lavoro conversi in capitale mobile, impegnando una concorrenza e lotta colla proprietà e col capitale immobiliare, finiscono col signoreggiare progressivamente il mondo.</p>
        <p>È questa la legge storica che addita nel suo cammino glorioso — le precoci ricchezze delle città fenice marittime e industriali di Tiro, Sidone, Cartagine e poi di quelle dell'arcipelago greco nell'antichità; — gli splendori di Pisa, Venezia, Genova e di tutte le città marinare, mercantesche e manifattrici, nei nostri comuni italici medioevali dopo il 1000 e più tardi nelle Anse inglesi e germaniche; — la elevazione industriale e mercantile dell'Olanda e dell'Inghilterra nei sec. XVI e XVI; — e infine l'espansione del lavoro europeo e americano, il quale munito di immensi capitali, dalla metà del sec. XVIII a noi, dietro le esplorazioni di Cook, di Stanley e Livingstone, sui piroscafi di Fulton e colla vaporiera di Stephenson, penetra coi suoi prodotti manifatturieri e coi suoi traffici poderosi in tutti i continenti, dalla California all'Australia, al centro africano, all'impero del sol levante.</p>
        <p>In questi meravigliosi progressi nessuno scorgerebbe il resultato della possa muscolare degli europei, e nemmeno del loro numero (che non raggiunge 400 milioni sopra 1500 nel mondo), ma bensì dello <pb n="79" /><hi rend="italic">sviluppo intellettuale</hi> del lavoro con cui conquista ormai il globo intero. È sempre dunque il fattore lavoro che colla sua forza organica, poi con la moltiplicazione demografica, ma soprattutto coll'elevazione della sua intelligenza, domina successivamente il fattore natura.</p>
        <p>La natura è sempre più subordinata. – 1. Questa esercita sul lavoro la sua azione precisamente: — imponendo ad esso date leggi o procedimenti; — diversificando, anticipando e ritardando le occasioni di esplicarsi; — infine esaltandone e deprimendone a vario grado l'energia. Veggasi.</p>
        <p>La qualità naturale dei terreni e del clima e l'ordine delle stagioni prescrivono norme imprescindibili al lavoro agricolo. – La presenza del mare e le facili comunicazioni che esso offre rendono precoci in taluni paesi marittimi, come la Fenicia e l'arcipelago greco nell'antichità, come la penisola italica al tempo delle repubbliche, come nell'età moderna l'Inghilterra e la Grecia, e oggi fra noi la Liguria, lo sviluppo dei rapporti commerciali, e con essi delle industrie, anzi di tutte le forme di civiltà, coi loro sussidi intellettuali e civili; ciò che è tolto ai paesi continentali, perduti entro le compatte e impervie masse terrestri, come la Russia in Europa e il centro africano, ritardando in essi la vita economica e tutta la coltura. – Il clima è decisivo. La zona <hi rend="italic">frigida</hi> come <pb n="80" /><hi rend="italic">torrida</hi> del pari tornano infeste all'energia umana; quella, perché ogni intensità e pertinacia di lavoro, infrangendosi di fronte ad un clima ingrato, finisce collo scoraggire l'uomo e ad indurlo piuttosto a diminuire al minimo i bisogni che a dispiegare un inutile lavoro, come fra gli esquimesi; questa (la zona torrida), perché il clima, favorendo la fecondità lussureggiante dei prodotti spontanei, dispensa l'uomo dal lavoro costante, l'abitua all'infingardaggine e lo abbrutisce, come fra il popolo dell'Africa centrale e di talune contrade asiatiche, ove può dirsi che «tutto è divino fuor che l'uomo» (Lamartine). E per contrario entro le <hi rend="italic">zone temperate</hi> la natura, sotto quelle influenze climateriche non essendo né troppo liberale per dispensare l'uomo dall'operosità e nutrirlo gratuitamente, né troppo avara e resistente per non cedere ad un lavoro intelligente, sospinge e tien desta di continuo l'attività umana, che poi trapassa nelle abitudini dei popoli. Così si scorge che il lavoro umano si mantiene storicamente costante e progressivo entro la zona temperata. Tutto ciò comprova che l'uomo si trova legato al cosmo (come lo spirito al corpo) e che la natura è, non meno del lavoro, un fattore integrante della produzione.</p>
        <p>2. Ma tuttavia <hi rend="italic">l'uomo non subisce passivamente le influenze di natura</hi>,ma viceversa sempre più questa assoggetta. <pb n="81" /></p>
        <p>Egli ne <hi rend="italic">seconda le leggi</hi>,ma per farle meglio servire alla produzione; e p. e. analizza le qualità dei terreni e gli elementi del clima per introdurvi <hi rend="italic">specie</hi> e <hi rend="italic">metodi di coltura</hi> che, essendovi accomodati, dieno maggior profitto al proprio lavoro. È questo in gran parte il segreto dei <hi rend="italic">progressi agrari</hi>: obbedire alle leggi di natura per usufruirle: <hi rend="italic">natura non nisi parendo vincitur</hi> (Bacone).</p>
        <p>Egli <hi rend="italic">corregge</hi> e <hi rend="italic">migliora</hi> le condizioni infeste di natura, <hi rend="italic">conserva</hi> ed <hi rend="italic">accresce</hi> quelle propizie. — Colle bonifiche, cogli ammendamenti, colle fognature, cogli scoli, colle colmate, colle irrigazioni terreni palustri e sterili lande rende fecondi, come già fu della pianura insubra, dell'antica Germania, e come accadde delle Maremme, delle valli ferraresi, del lago Fucino, dei piani irrigatori di Lombardia e di Piemonte, del lago di Haarlem o del Zuiderzee nei Paesi Bassi. — Con più profonde escavazioni o più razionale lavorazione del sottosuolo arricchisce di doti minerarie un paese che ne pareva privato. — Laddove difettano i porti, se ne apre di artificiali, come quello di Cherbourg o quello di Brindisi; dove sono impossibili le comunicazioni marittime e quindi ritardate le industrie e i commerci, si supplisce colle reti ferroviarie; cosicché oggi sviluppansi l'arti industriali e i traffici nella Russia come negli altri paesi più precoci, e prossimamente l'aperta ferrovia <pb n="82" />transiberiana farà concorrenza ai trasporti transoceanici; anzi i paesi rimossi dai massimi ostacoli geografici si ravvicinano coi valichi o coi trafori delle Alpi e coi tagli dell'istmo di Suez e di Panama.</p>
        <p>D'altra parte non vi ha <hi rend="italic">dono più eletto di natura</hi>,che trascurato dal lavoro umano <hi rend="italic">non degradi e scompaia</hi>;e così le ricche pianure dell'Asia centrale come le splendide regioni di Palestina, di Siria e dell'Asia minore, per la mancanza di restituzione di elementi minerali al suolo e per la trascuranza della vegetazione nei tempi di decadenza, durante le invasioni e guerre dei mussulmani, trovansi ora ridotte pressoché a deserti (Liebig); e per poco che si trascurasse di regolare una rete fluviale, come il Po, il Danubio o il Mississipì, la forza distruttiva delle acque che dilagano desolerebbe le più ricche contrade del mondo. Il <hi rend="italic">clima stesso</hi> in buona parte <hi rend="italic">viene modificato dall'uomo</hi> in senso benefico o malefico; come è noto di Parigi (Lutetia), di Milano, di Pisa, che furono in altri tempi quasi inabitabili ed ora accolgono popolazioni numerose, sane ed attive; e come accadde all'opposto col taglio delle foreste nel versante meridionale dell'Alpi, che rese la temperie più urente e tempestosa. E del pari è constatato che la flora e la fauna (così connesse col clima) dei singoli paesi, le quali sembrano originarie di ciascun territorio ed una ricchezza gratuita di natura, sono state invece <pb n="83" />in gran parte introdotte dal lavoro umano, come accadde della flora europea trasferita dall'Asia già da millenni, e di quella americana dall'Europa negli ultimi quattro secoli (Marsh, Ratzel).</p>
        <p>Come risultato di questi procedimenti progressivi del lavoro <hi rend="italic">l'uomo finisce a plasmare a proprio arbitrio</hi> (in certa misura) <hi rend="italic">il fattore stesso natura</hi>,cioè il cosmo. Iddio conduce misteriosamente le genti in determinate sedi del globo; ma poi a lungo andare ciascun popolo rimaneggia il proprio suolo, in modo che esso meglio cooperi ai suoi fini e si adatti al suo genio (Roscher). Così il territorio di una nazione <hi rend="italic">da un fatto naturale</hi> all'origine si trasforma storicamente <hi rend="italic">in un fatto artificiale</hi>,per cui migliore divenga la corrispondenza di esso col fattore lavoro e il teatro aperto all'operosità umana meglio armonizzi col tipo dell'attore. Che se il lavoro non riesca infine ad addomesticare una natura nemica e invincibile, le generazioni umane operose non si acconciano come le specie animali inferiori a perire, ma esse <hi rend="italic">se ne emancipano colle emigrazioni</hi>,trasferendo il lavoro da sedi ove questo rinviene resistenza ed esaurimento, a quelle più favorevoli ove incontra incitamenti ed esaltazione e così l'energia sua si mantiene costante e diffusiva fra i popoli.</p>
        <p>Così è sempre l'uomo che si afferma mercé il lavoro intelligente non già servo del mondo della <pb n="84" />natura ma sovrano, giusta la parola biblica: <hi rend="italic">tu domi-</hi></p>
        <p>
          <hi rend="italic">nerai la terra</hi>.</p>
        <p>Il capitale è sempre più proporzionato. – 1. Con qual mezzo l'uomo riesce ulteriormente e massimamente a soggiogare la terra e a far servire il tesoro delle sue forze alla produzione? Mercé il <hi rend="italic">capitale</hi>,che è un prodotto del suo lavoro e per il cui mezzo pertanto l'uomo nuovamente trionfa. — Egli rende fecondo il grembo della madre <hi rend="italic">tellus</hi> coi dissodamenti, coi canali irrigatori, colle piantagioni, che sono capitali. Domina i mari percorrendoli colle navi, che sono capitali. Soggioga le forze del vapore, dell'elettricità, di certi agenti chimici, imprigionandole e disciplinandole mercé complessi meccanismi dinamici, che sono capitale. — Anzi, se la produzione risulta da tre fattori, lavoro, natura e capitale, è da quest'ultimo che nei singoli momenti storici si misurano gli avanzamenti concreti della ricchezza. In Italia nostra, per dare maggiore espansione alla produzione nazionale, mancano forse le braccia e gli ingegni (lavoro)? Ovvero i favori di suolo, di posizione geografica, di clima (natura)? Non già; il limite della attuale nostra ricchezza dipende dalla deficienza del capitale.</p>
        <p>2. Più largamente deve dirsi che se autore del capitale è l'uomo, avuto riguardo alle cause concomitanti, il capitale è<hi rend="italic"> figlio di tutta l'umana civiltà</hi>: <pb n="85" /></p>
        <p>
          <hi rend="italic">di cagioni economiche</hi>; per cui il capitale progredisce in <hi rend="italic">qualità</hi> ed <hi rend="italic">efficacia</hi> con tutti gli avanzamenti delle scienze tecnologiche, sicché le macchine moderne sono applicazioni delle più ardue teorie delle scienze fisico-matematiche. E altrettanto aumenta in <hi rend="italic">quantità</hi>, sicché l'industria attuale forse per metà è adibita ad elaborare degli oggetti di consumo, ma un'altra metà è volta a congegnare mezzi e stromenti di produzione, che si moltiplicano meravigliosamente;</p>
        <p>
          <hi rend="italic">di ragioni morali</hi>;donde il crescere del capitale in ragione dello svolgersi dello <hi rend="italic">spirito di temperanza</hi>.Ciò normalmente, salvo deviazioni ed abusi. Le nazioni antiche erano consumatrici epicuree della ricchezza, acquisita spesso iniquamente col sudore servile, colla usura, coi tributi oppressivi; e quelle si spensero nella frenesia dei godimenti fra l'esaurimento d'ogni ricchezza. L'<hi rend="italic">abnegazione</hi> cristiana, che insegnò il distacco da ogni disordinata affezione agli averi, per la prima volta nei popoli pose freno ai voraci consumi dell'oggi, abituando a risparmiare l'eccedenza in vista dell'avvenire; e si formò così il capitale nelle popolazioni medioevali. E allorché queste rischiarono di corrompersi nell'ebbrezza delle prime ricchezze guadagnate coi commerci levantini nelle prime crociate, l'apostolato di s. Francesco in onore della <hi rend="italic">povertà</hi> le trattenne dal lusso dissipatore e il capitale vieppiù si accumulò; <pb n="86" /><hi rend="italic">di influenze civili-politiche.</hi> Il senso del miglioramento indefinito ossia del progresso della civiltà, da effettuarsi colla propria <hi rend="italic">intraprendenza</hi> e colle <hi rend="italic">guarentige dell'ordine pubblico</hi>,le quali assecurino le aspettative legittime dell'avvenire, non solo favorisce i risparmi, ma l'impiego loro nelle industrie fruttuose, tramutando così rapidamente le semplici riserve giacenti in capitale produttivo. Le genti orientali sotto il pondo della immobilità e la continua minaccia dei governi dispotici e rapaci si contrassegnano per lo sterile tesaurizzare, che già è proprio di ogni popolo e di ogni periodo di decadenza. È caratteristica invece delle società europee alla testa della civiltà, in ispecie nei momenti in cui la pace e la stabilità politica concedono le secure previsioni dell'avvenire, di riversare e mantenere di continuo i capitali nel giro di una produzione e circolazione che non hanno tregua.</p>
        <p>Momenti storici corrispondenti. – 1. E pertanto nello stesso loro sviluppo le <hi rend="italic">varie specie del capitale</hi> seguono le vicende dell'attività umana nell'incivilimento.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">All'origine il capitale è tutto in forma mobile</hi>.È la freccia del cacciatore; è la rete o la piroga delle prime genti pescatrici e naviganti; è soprattutto il bestiame e i greggi delle tribù di oriente o dell'Italia preromana, in quanto servono come mezzi di produzione, <pb n="87" />per la coltivazione agraria, per l'arte del caseificio, ecc. Siccome la terra per secoli esuberante fra scarse popolazioni è d'uso comune (il bosco) o collettivo (la coltivazione temporanea per turno), così manca ogni stimolo ad inserirvi un capitale immobiliare per migliorie. Anco più tardi in Grecia e a Roma questo non è di grande entità (Roscher).</p>
        <p>Ma poi comincia ad <hi rend="italic">immobilizzarsi colle prime sedi fisse dei popoli agricoltori</hi>,iniziatori di civiltà. Ogni estirpazione di radici del bosco, o allivellamento di superficie irregolare, o apertura di scoli all'acqua riesce ad un <hi rend="italic">prodotto fondiario</hi>,cioè ad un <hi rend="italic">adattamento artificiale</hi> del suolo alla coltivazione, il quale è un <hi rend="italic">capitale</hi>,risultato di lavori accumulati e di forze di natura intensificate con cui si accresce la produttività originaria del suolo. Così sorge il capitale immobiliare, il quale novellamente nell'età cristiana rinviene un grande incremento in Europa dopo le invasioni germaniche, mercé il diffondersi del <hi rend="italic">precario</hi> e della <hi rend="italic">enfiteusi</hi> sui domini barbarici, feudali ed ecclesiastici, di mano in mano che le famiglie coltivatrici si radicano al suolo; e mercé il moltiplicarsi degli ordini religiosi agricoli, in ispecie dei benedettini, la cui ricchezza patrimoniale, accoppiandosi a povertà di vita comune, permetteva di riversare ingenti risparmi di migliorie nel suolo.</p>
        <p>
          <pb n="88" />Ma col ricomporsi e fiorire dei centri cittadini specialmente d'Italia dal sec. XIII e degli altri paesi dal XIV spunta e <hi rend="italic">si accumula rapidamente il capitale mobile mercantile e industriale</hi> e poi anche monetario, favorito dalla intraprendenza di quelle popolazioni, congiunta a sobrietà del vivere repubblicano: e così il capitale mobile verso la fine del medio evo, specie in Italia, viene ad equilibrare il capitale fondiario.</p>
        <p>Ma dall'esordire dell'età moderna il <hi rend="italic">capitale mobile</hi>, prima <hi rend="italic">monetario</hi> in Portogallo e Spagna coi metalli preziosi dell'America, poi in Olanda e Inghilterra col capitale <hi rend="italic">mercantile</hi> riversato nei traffici intercontinentali, infine nel sec. XVIII e XIX fino ad oggi in tutti i paesi europei ed americani col capitale <hi rend="italic">industriale</hi>,prende il sopravvento. Ed esso oggi, pur trasfondendosi copioso nel suolo e nel sottosuolominerario, tende a <hi rend="italic">superare lo stesso capitale fondiario</hi>, sicché p. e. nella Gran Bretagna sopra quasi io miliardi di lire sterline (pari a 250 miliardi d ifranchi), meno di 4 miliardi sono rappresentati dalla ricchezza immobiliare e il rimanente dalla ricchezza mobile; l'una e l'altra in gran parte in forma di capitale (Giffen).</p>
        <p>2. Ma l'uomo colla copia del capitale formato colle sue mani e colle sue virtù, e perciò aumentabile all'indefinito, appresta qualche cosa di più che uno stromento poderoso di produzione; voglio dire un <pb n="89" /><hi rend="italic">nuovo oggetto immenso di proprietà</hi> che così viene a distinguersi in proprietà immobiliare e mobiliare e mobile. Che se quella torna preziosa per la sua stabilità e per le sue influenze moralizzatrici, questa prevale per l'attitudine ad essere moltiplicata e ripartita lungo i secoli e fra tutte le classi quasi senza limite, giusta le esigenze espansive della civiltà. Il pregio sociale di questo fatto è inestimabile.</p>
        <p>Se non tutti né molti potranno aspirare a divenire proprietari della terra, moltissimi possono ripromettersi di diventare dispositori di un capitale mobile, porgendo appagamento al bisogno crescente nell'incivilimento di partecipare al beneficio della proprietà. Di ciò al tema della <hi rend="italic">distribuzione</hi>;ma frattanto se la proprietà personale è stimolo al lavoro per renderla proficua, si argomenti quale impulso darà alla produzione il diffuso possesso in tutte le classi del capitale, specialmente mobile, sempre pronto a volgersi a nuovi impieghi produttivi e ad incrementi indefiniti di ricchezza. Già l'età nostra entra ogni giorno più in questa condizione, alimentando lo spirito di industrialismo.</p>
        <p>3. Intorno ai rapporti fra i fattori della produzione ed al loro sviluppo comparativo può concludersi che se il lavoro domina progressivamente la natura per mezzo del capitale, è sempre l'uomo che trionfa; sicché la produzione economica è umana <pb n="90" />per eccellenza, anche allora che per l'ingente impiego ed uso stromentale del fattore capitale si parla di <hi rend="italic">economia capitalistica per eccellenza</hi>.</p>
        <p>I postulati che si ritraggono a posteriori da questo studio sui fattori e loro relazioni possono formularsi così:</p>
        <p>1. <hi rend="italic">Ogni singolo fattore in sé stesso è una causa produttiva complessa</hi> la quale consta di più cause elementari, dal cui insieme soltanto risulta la capacità del fattore medesimo a contribuire alla produzione. Non si ottiene un prodotto con un terreno provvisto di sostanze fertilizzanti, cui manchi certa umidità, calore, ecc.; né con abbondante lavoro manuale, se difetta assolutamente quello di direzione; né col capitale fisso di stromenti, macchine, edifizi industriali, senza il capitale circolante di materie prime ed ausiliari (Valenti).</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Tutti i fattori</hi> (uomo, natura, capitale) <hi rend="italic">nella loro funzione si integrano vicendevolmente</hi> in ordine al fine produttivo. Ciò in triplice senso: che nessuno contribuisce ad una normale produzione fuorché <hi rend="italic">congiuntamente</hi> agli altri; — che perciò stesso, in qualche grado, essi sono <hi rend="italic">succedanei</hi> l'uno dell'altro, cioè si suppliscono mutuamente; — in fine che ogni notevole variazione di efficacia produttiva di un fattore occasiona e <hi rend="italic">modifica l'esplicazione</hi> degli altri due. <pb n="91" />Veggasi in via di esempi. Se è assurdo discorrere di produttività di un lavoro che si agiti nel vuoto senza intrecciarsi alle materie ed alle forze del cosmo, o di un congegno meccanico servente all'industria senza una forza di natura che lo ponga in moto e di un uomo che almeno lo diriga e invigili, altrettanto da una prateria naturale, che pur fornisce il prodotto spontaneo dell'erba (natura), non si ritrae un prodotto continuato e sistematico senza qualche impiego di lavoro e capitale per scolo d'acque e concimazione.</p>
        <p>D'altro canto nella coltura dei campi un lavoro assiduo ed accurato può supplire ad una mediocre fertilità della terra, le molte braccia valgono talora a sostituire la potenza di una macchina, come la agilità e squisitezza delle dita umane surrogano l'uso di stromenti perfezionati. Ciò accadde in tutto il medio evo nella agricoltura e si avvera tuttora nelle industrie manuali e povere di capitali dei paesi orientali (p. e. Cina).</p>
        <p>Rispetto poi ai mutamenti accidentali nella potenza produttiva di un fattore, i quali si ripercuotono sugli altri due, è noto come ad ogni scoperta di sostanze ad agenti fisici (natura) si impongano nuovi indirizzi e metodi al lavoro umano; e di ricambio, come ad un lavoro fattosi più scientifico ed ordinato seguano più complicati adattamenti del <pb n="92" />capitale e si rivelino e sprigionino inattese proprietà o più intense energie della natura. Questa solidarietà riflessa fra i singoli fattori produttivi spiega non pochi rivolgimenti della industria moderna.</p>
        <p>3. Bensì, per questa complessità d'ogni fattore e per la reciproca compenetrazione nell'esercizio della produzione torna <hi rend="italic">impossibile</hi> attribuire a ciascuno di essi <hi rend="italic">una quota di produttività effettiva</hi> (di utile prodotto) <hi rend="italic">esattamente distinta</hi> da quella degli altri (Marshall, Valenti); ciò che è decisivo per la produzione come per la distribuzione della ricchezza, in quanto assegna alla estrinsecazione di tale produttività rispettiva il carattere di leggi di <hi rend="italic">convenienza</hi> più che di rigorosa <hi rend="italic">utilità economica</hi> (Zorli), come nel giure l'equità si distingue dallo stretto diritto.</p>
        <p>Ma frattanto può pronunciarsi in primo luogo che queste ragioni e leggi della rispettività (sia pure in modo approssimativo) dei tre fattori, attesa la loro comune convergenza alla produzione, possono solamente ricercarsi nel loro <hi rend="italic">conserto ad unità</hi>,da cui risulta l'industria e il suo ordinamento. E in secondo luogo che, attesa la dipendenza gerarchica di due fattori da un terzo, il <hi rend="italic">lavoro,</hi> qualunque sia la loro rispettiva produttività <hi rend="italic">potenziale</hi>,quella <hi rend="italic">effettiva</hi> per una nazione in un dato momento storico sarà normalmente designata dal grado di elevazione e sviluppo del fattore umano.</p>
        <p>
          <pb n="93" />
        </p>
      </div>
      <div>
        <head>VI. Costituzione della produzione</head>
        <p>Di che consti. – 1. La produzione sociale della ricchezza ha la sua speciale costituzione organica per mezzo di cui essa viene ad esercitarsi. E questa risulta: — da organismi elementari, che diconsi <hi rend="italic">imprese</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> da raggruppamenti di esse a seconda di distinti caratteri e fini, che sono le <hi rend="italic">industrie</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> infine da un coordinamento di tutte queste ad unità, componente la <hi rend="italic">produzione nazionale</hi> e internazionale.</p>
        <p>2. La <hi rend="italic">costituzione organica</hi> propriamente <hi rend="italic">economica</hi> (perché immediatamente fondata sopra fatti e ragioni di utilità materiale) poggia e abbarbica alla sua volta sopra quella costituzione organica della società <hi rend="italic">civile</hi>,che antecede logicamente e storicamente l'economia; e da essa gli ordinamenti della stessa produzione spuntano, si svolgono e infine si distaccano, acquistando autonomia.</p>
        <p>Invero l'<hi rend="italic">impresa</hi> rinviene la sua radice negli individui componenti la famiglia e negli enti (morali-giuridici) da questa derivanti; — i gruppi di <hi rend="italic">industrie</hi> nella distinzione e graduazione delle classi <pb n="94" />sociali; — la produzione nazionale e internazionale nella varietà di stirpi e popoli, coordinati all'unità del genere umano. E più a fondo ancora tutta l'economia produttiva si impronta di continuo alle condizioni del <hi rend="italic">cosmo</hi>,dell'<hi rend="italic">uomo</hi> e della <hi rend="italic">popolazione</hi> nello spazio e nel tempo (ciò che vuol dire nei veri stadi di civiltà), che sono i tre <hi rend="italic">grandi fatti primi</hi> da cui trae origine e vita l'ordine sociale. Ciò noi vedemmo (nella «Introduzione»); ma frattanto ciò va tenuto presente in tutta questa trattazione.</p>
        <p>L'impresa come organismo elementare. – Nella economia sociale, tutti i rami di produzione risultano primamente da singoli organismi autonomi, come le aziende agrarie, le fabbriche, le ditte o case commerciali, i quali prendono nome di <hi rend="italic">imprese</hi>.Queste sono gli organi od unità elementari della economia sociale come le famiglie nel consorzio civile, come le cellule nel corpo umano. Ma perciò stesso l'impresa, che appartiene alla <hi rend="italic">economia privata</hi>,si tiene legata alla <hi rend="italic">economia sociale</hi>,che ne è una superstruttura derivata; e conviene quindi prendere le mosse dall'assetto e dalla funzione di tale unità elementare per giudicare dell'ordinamento e delle leggi della produzione sociale, sopra di cui quella intimamente si ripercuote. L'economia produttiva nazionale, robusta o debole, stazionaria o progressiva, deficiente o normale, è massimamente (non esclusivamente) il <pb n="95" />riflesso delle sue imprese elementari; come la potenza di un popolo si proporziona alla vigoria degli individui e delle famiglie che la compongono. Gli studi odierni di economia privata industriale illustrarono a fondo la natura e la funzione di questa cellula produttiva.</p>
        <p>Definizione. – 1. L'impresa («entreprise», «Unternehmung») in senso ampio è una «riunione autonoma (costituente un tutto a sé) di fattori produttivi, ordinati ad effettuare una determinata utilità materiale o prodotto» (Jannaccone). Ripetiamo, un podere, uno stabilimento industriale, un cantiere navale, sono imprese, le quali si esercitano per lo scopo immediato del <hi rend="italic">consumo del produttore</hi> stesso (un coltivatore che produce grano per mangiarlo) o per lo scopo mediato dello <hi rend="italic">smercio</hi> (per vendere la merce). E in quest'ultimo caso in due modi: — o per <hi rend="italic">commissione</hi>,preparando e cedendo il prodotto dietro ordinazione o preventiva domanda del consumatore; — o per <hi rend="italic">speculazione</hi> con anticipata preparazione ed offerta del prodotto, prevenendo la richiesta del consumatore.</p>
        <p>2. Fra le molte discussioni sembra preferibile quella definizione in senso ampio, salvo di soggiungere: — che l'impresa, come organo elementare di economia particolare o privata («Wirtschaft») con cui si effettua la produzione, da un canto si adatta <pb n="96" />alla natura profondamente differente delle varie industrie produttrici, p. e. minerarie, agricole, mercantili, ecc., <hi rend="italic">con indefinite modalità</hi> per cui nel suo congegno talora rimane «entomata in difetto», talaltra raggiunge una articolata e compiuta esplicazione (quale differenza fra un'impresa rurale, mineraria e bancaria!), e da un altro canto nella destinazione, le tre forme caratteristiche di essa (per consumo interno, per commissione, per speculazione) in ogni ramo di produzione, rispondono a tre gradi di sviluppo, di cui l'ultimo ne designa la maturità. Donde il criterio metodico che suggerisce di analizzare qui la funzione della impresa, laddove questa si presenta più sviluppata, come p. e. <hi rend="italic">industrie manifattrici per anticipazione o speculazione dell'economia moderna</hi>;ciò che fornirebbe il concetto di impresa in senso stretto.</p>
        <p>L'impresa nella sua costituzione. – 1. Nella sua struttura organica l'impresa importa (Messedaglia): — un <hi rend="italic">personale</hi>,cioè un capo o imprenditore con certo numero di collaboratori; — un <hi rend="italic">materiale</hi>, ossia un insieme di forze e sostanze di natura, p. e. una cascata, una energia elettrica, un giacimento minerario, un terreno arabile, nonché mezzi e stromenti di capitale, macchine, edifizi industriali, materie accumulate nei magazzini per la produzione, carri di trasporto, ecc.; — finalmente un <pb n="97" /><hi rend="italic">ordinamento</hi>, cioè un sistema di combinazioni ad unità di questi elementi dell'impresa, per cui essi convergano ad un concreto scopo produttivo, p. e. la confezione dei vini, la tessitura del panno, l'escavazione del carbon fossile.</p>
        <p>2. Tale <hi rend="italic">ordinamento</hi> nel suo assetto compiuto è triplice:</p>
        <p>
          <hi rend="italic">tecnico-economico</hi>;e consiste nella adozione di una specifica <hi rend="italic">suppellettile stromentale</hi>,p. e. di utensili, macchine esecutrici, motori, e di <hi rend="italic">processi materiali</hi> di produzione, p. e. di metodi irrigatori, di rotazioni agrarie, di combinazioni chimiche;</p>
        <p>
          <hi rend="italic">personale-economico</hi>;che si risolve in un insieme di <hi rend="italic">criteri di gestione e governo</hi> della impresa, riguardanti i rapporti fra i cooperatori di essa; p. e. per <hi rend="italic">regolare la scelta</hi> degli operai, il regime di vigilanza, la distribuzione delle funzioni, le ore lavorative, i riposi; o per <hi rend="italic">definire i reciproci interessi</hi> (profitti, mercedi) all'interno fra il capo e i subordinati, o all'esterno fra sovventori e avventori dell'impresa (acquisti, vendite, prestiti); o infine per <hi rend="italic">computare ed estimare</hi> il movimento dei valori dell'impresa (sistema di ragioneria o contabilità);</p>
        <p>
          <hi rend="italic">giuridico-economico</hi>;e risulta dalla «qualità e grado dei diritti e delle obbligazioni che l'impresa assume colla sua costituzione e colle sue operazioni dinanzi ai membri di essa od ai terzi»; p. e. in qual <pb n="98" />misura essa si impegna nel fallimento di soddisfare i creditori? Chi ha facoltà di stare in giudizio? Chi è responsabile della merce protestata dal committente e acquirente?</p>
        <p>L'imprenditore. – 1. L'unità dell'impresa per tutti questi rispetti fa capo alla persona dell'imprenditore il cui <hi rend="italic">ufficio</hi>,fra molte controversie di economisti e giureconsulti, sembra potersi designare così: — di costituire l'impresa, cioè raccoglierne gli elementi (materiale e personale) e il necessario capitale monetario per metterli in opera al fine produttivo, — di introdurre fra essi il molteplice <hi rend="italic">ordinamento</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> di <hi rend="italic">dirigerne l'esercizio</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> e per tutto ciò <hi rend="italic">assumere la rappresentanza e quindi la responsabilità</hi> tecnica, economica, giuridica dell'impresa stessa davanti al pubblico ed allo Stato.</p>
        <p>Di tali funzioni le tre prime sono integranti, perché implicite alla natura della impresa che egli unifica e rappresenta; ma essenziale soltanto l'ultima. L'imprenditore può affidare ad un agente di borsa la raccolta del capitale per fondare l'impresa, incaricare un ingegnere, un direttore e un commerciante, per l'impianto tecnico, amministrativo, mercantile, come avviene spesso oggidì, ove tali funzioni sono commesse a stipendiati in modo fisso. Ma non può spogliarsi, senza cessare di essere impresario, della <hi rend="italic">responsabilità</hi> di quelle prestazioni fatte in suo nome; <pb n="99" /> e a lui pertanto risalgono il merito o demerito della riuscita del prodotto, il successo o insuccesso delle speculazioni commerciali, le facoltà e le sanzioni di legge per gli atti giuridici dell'impresa. Or bene: «l'affrontare tali <hi rend="italic">eventualità</hi> («chances») intorno all'esito delle operazioni dell'impresa e quindi l'addossarsi la triplice somma di responsabilità tecniche, amministrative e giuridiche, in quanto si traducano definitivamente in benefici o danni economici (guadagni o perdite), chiamasi <hi rend="italic">rischio</hi>;e compone l'ufficio sostanziale dell'imprenditore». Tolto il <hi rend="italic">rischio</hi> l'imprenditore sparisce.</p>
        <p>2. Bensì l'imprenditore può essere una persona fisica o morale, donde imprese individuali e sociali; — e risultare di varie classi produttrici (di proprietari, capitalisti, lavoratori) o di una sola; — o anche può estendere o limitare variamente la propria responsabilità. Ma comunque risulti tale persona, questa ha veste di impresario sotto condizione e nei limiti della assunta responsabilità.</p>
        <p>L'IMPRESA NEL SUO ESERCIZIO. ‒ 1. Il <hi rend="italic">rischio</hi>. La produzione si effettua mediante un <hi rend="italic">dispendio</hi> di mezzi o fattori produttivi per ottenere attraverso un <hi rend="italic">ciclo di operazioni</hi> un prodotto. È propriamente nell'esercizio dell'impresa che si esplicano e concretano le eventualità di guadagni e perdite, che chiamiamo <hi rend="italic">rischio</hi>,perché esso risulta dalla «<hi rend="italic">anticipazione certa</hi><pb n="100" /><hi rend="italic">e presente</hi> di alcuni dispendi inerenti alla produzione e dalla <hi rend="italic">aspettativa incerta e futura</hi> di un risultato utile ».</p>
        <p>Il rischio è insito alla natura delle operazioni produttive nella loro successione; ed è proprio perciò di qualunque impresa, anche nella forma più rudimentale. L'agricoltore che anticipa semente e sudori sul campo per consumare egli stesso il grano (impresa per consumo) non sa se alla fin dell'anno per la sinistra stagione lo raccoglierà. Il calzolaio che, ricevuta l'ordinazione (impresa per commissione), impiega cuoio e lavoro, resta però nel dubbio se domani il cliente lo pagherà. Il rischio poi cresce al sommo quando l'imprenditore, prevenendo la domanda dei compratori, di propria iniziativa prepara e accumula la merce e poi la offre al pubblico consumatore, rimanendo incerto <hi rend="italic">se e a qual prezzo la venderà</hi> (impresa di speculazione). Ogni specie di impresa dunque importa un rischio; ma è in questa ultima forma di esercizio per speculazione che esso prende figura distinta di <hi rend="italic">alea</hi>,prevalentemente commerciale; ed è pertanto sotto questa veste che si può adeguatamente estimare la natura e la funzione del rischio nella produzione dei popoli progrediti. Ciò che per cenni qui si tenta, tesoreggiando studi recenti (specialmente fra noi di Jannaccone).</p>
        <p>2. Il <hi rend="italic">dispendio della produzione</hi>. Il rischio dicemmo resultare da due fatti: dispendio anticipato <pb n="101" /> e prodotto differito, fra i quali due termini esso spunta ed oscilla.</p>
        <p>Il dispendio consiste in «una dispersione e analoga diminuzione temporanea di potenza utile dei fattori produttivi, nella loro applicazione alla produzione»; — e precisamente, di mezzi produttivi <hi rend="italic">materiali</hi>,ossia di sostanze e forze di natura e di capitale, — e di mezzi produttivi <hi rend="italic">personali</hi>,cioè di lavoro dell'uomo. Duplice serie di dispendi, materiali, che richiedono di essere <hi rend="italic">reintegrati</hi>,e personali, che esigono di essere <hi rend="italic">rimunerati</hi>;senza di cui non si produrrebbe o si produrrebbe per perdere, ciò che è un assurdo dinanzi alla legge dell'utile. Tale il concetto generico e comprensivo di <hi rend="italic">dispendio</hi>,il quale però comprende <hi rend="italic">più sensi specifici</hi>.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">In senso tecnico</hi> è distruzione parziale o totale di materie e forze (di natura e di capitale stromentale), p. e. per l'esaurimento graduale della fertilità della terra, per il logorio parziale di una macchina (cap. fisso), per la disparizione o tramutamento totale, come materia produttiva, del cotone greggio in tela tessuta (cap. circolante); nei quali casi vi ha sempre una <hi rend="italic">trasformazione tecnica</hi> (in natura nulla a rigore si distrugge ma solo si trasforma) per cui nell'atto del produrre scema o si annulla la potenza fisico-chimica di que' mezzi materiali di produzione. — <hi rend="italic">In senso fisio-psicologico</hi>,che è logorio o consumo <pb n="102" />parziale di <hi rend="italic">energie umane</hi> per la produzione nel lavoro organico dell'operaio, in quello mentale del dirigente e in quello morale (ardimenti, incertezze, responsabilità) dell'impresario. — Finalmente <hi rend="italic">in</hi> un terzo <hi rend="italic">senso economico</hi>,in cui gli altri due si traducono e compendiano, per il quale il dispendio significa «<hi rend="italic">privazione temporanea</hi> e quindi <hi rend="italic">sacrifizio soggettivo attuale</hi> di mezzi utili, ossia di beni materiali o di energie personali <hi rend="italic">aventi valore</hi> nella produzione per conseguire delle ricchezze finali».</p>
        <p>3. Il <hi rend="italic">prodotto</hi> od effetto utile della produzione. Se questa importa dispendio, nel senso di sacrifizio attuale di utilità onerose o valore negli atti produttivi, il prodotto di essa sarà <hi rend="italic">un complesso di nuove utilità onerose o ricchezze</hi> il cui valore al chiudersi del ciclo produttivo deve fornire la <hi rend="italic">reintegrazione</hi> del valore primitivo del materiale (sostanze, forze di natura e capitale) e la <hi rend="italic">rimunerazione</hi> del valore delle prestazioni (lavoro) del personale.</p>
        <p>Questo valore complessivo del risultato della produzione compone il <hi rend="italic">reddito totale</hi> o lordo dell'impresa. Il quale, avuto riguardo alle due porzioni e destinazioni da cui risulta, cioè il fondo di <hi rend="italic">reintegrazione</hi> e di <hi rend="italic">rimunerazione</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> dà luogo alla <hi rend="italic">nozione normale di reddito netto</hi>.</p>
        <p>Esso è «quella addizione o aggiunta in più di valore, la quale sul reddito totale della impresa, dopo <pb n="103" />ricostituita la <hi rend="italic">ricchezza materiale</hi> preesistente, rimane disponibile ai godimenti dei collaboratori come <hi rend="italic">compenso</hi> delle loro prestazioni personali <hi rend="italic">produttive</hi>».Il reddito netto pertanto coincide col fondo di rimunerazione, il quale alla sua volta è di sua natura un fondo di consumo a pro di tutti i produttori (immediati o mediati), cioè dei proprietari, dei capitalisti, dei lavoratori, compreso l'impresario, cooperanti alla impresa.</p>
        <p>Tale computo di <hi rend="italic">dispendi e prodotto</hi>,di <hi rend="italic">reddito totale e netto</hi>,non è suscettivo di una misurazione esatta nella scienza e nella pratica, fuorché traducendo gli elementi eterogenei da cui risulta, nel loro <hi rend="italic">valore economico</hi> espresso <hi rend="italic">in moneta</hi>;con cui si riduce a comun denominatore così il logorio di una macchina, come la pena fisiologica degli operai, e i compensi di un capitalista, ecc. Tale espressione rigorosa conferisce alla gestione scientifica delle imprese, in ispecie per il calcolo del costo e del profitto.</p>
        <p>Costo e profitti. – 1. Per il fatto decisivo che nello sviluppo storico dell'impresa viene sopra i vari cooperatori della produzione ad elevarsi la figura dell'<hi rend="italic">imprenditore</hi> col suo ufficio essenziale di assumere sopra di sé la <hi rend="italic">rappresentanza responsabile</hi> e quindi il <hi rend="italic">rischio economico</hi> della impresa stessa, — sorgono due altre nozioni di <hi rend="italic">costo</hi> e di <hi rend="italic">profitto</hi>,che hanno grande importanza per la economia privata e sociale. <pb n="104" /></p>
        <p>Ammesso il valore complessivo del prodotto e quindi il <hi rend="italic">reddito totale della impresa</hi>,l'imprenditore considera nei rispetti di essa come <hi rend="italic">costo di produzione</hi> «tuttoil valore di que' dispendi materiali e personali, che in misura certa e definita ha dovuto incontrare anticipatamente per la produzione; e riguarda come <hi rend="italic">profitto</hi> quel valore incerto e variabile (aleatorio), che egli percepisce come retribuzione delle proprie ed esclusive funzioni».</p>
        <p>Ne deriva: — che <hi rend="italic">costo</hi> e <hi rend="italic">profitto</hi> sono due fatti e concetti <hi rend="italic">relativi</hi>,in quanto stanno in rapporto col reddito totale, sicché ciascuno di essi esprime una frazione di questo; — che sono fra loro <hi rend="italic">antitetici</hi>, sicché, a pari reddito totale, se il costo scema, il profitto cresce a viceversa; — e che il <hi rend="italic">profitto</hi> ha carattere essenzialmente <hi rend="italic">aleatorio e residuario</hi>,cioè è un compenso risultante da ciò che rimane d'incerto dopo aver esborsato il certo. Tre nozioni astratte che hanno ripercussione profonda nelle vicende della produzione e della distribuzione della ricchezza.</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Analisi del costo e del profitto</hi>.Ma la designazione analitica dei dispendi che l'imprenditore include nel costo, e quindi il residuo che rientra nel profitto, è diversa a seconda della modalità e dello <hi rend="italic">sviluppo storico</hi> delle imprese.</p>
        <p>Nell'ipotesi che tutte e tre le classi produttrici, proprietari, capitalisti e lavoratori (della mente e del <pb n="105" />braccio), si trovassero consociati nella stessa impresa, il costo sarebbe misurato dal valore soltanto della ricchezza materiale sacrificata nella produzione e il profitto dalla somma delle rimunerazioni delle loro comuni prestazioni. È il caso frequente nelle famiglie dei nostri mercanti medioevali, in cui il patrimonio familiare si dispendiava nelle speculazioni solidali di tutti, germe delle imprese in nome collettivo. Ma in un altro tipo storico d'impresa remotissimo e sempre continuato, in cui si impiegano operai estranei alla famiglia, i quali non possono attendere il compenso alla fine del ciclo produttivo, l'imprenditore anticipa i salari e li computa nel costo o spese di produzione. Momento decisivo in cui sorge il <hi rend="italic">fondo dei salari</hi> («wagesfund») che per l'impresario è un capitale da anticiparsi per la sussistenza dei lavoratori <hi rend="italic">nullatenenti</hi>,e in cui il profitto si restringe ai compensi aleatori dei produttori <hi rend="italic">abbienti</hi>.Ma infine si matura l'impresa capitalistica per eccellenza dei giorni nostri, in cui un imprenditore <hi rend="italic">impiega da sé</hi> (avvertasi bene) in via principale una <hi rend="italic">ricchezza propria</hi> stromentale (espressa in capitale monetario) e in via completiva <hi rend="italic">capitali altrui</hi> assunti a prestito o locazione; e paga in misura convenzionale (stipendi e interessi) la prestazione di tutti i suoi cooperatori, riservando a sé il governo dell'impresa di cui insieme è capitalista e direttore responsabile. <pb n="106" />In tal caso egli calcola come costo o spese, non solo tutta la diminuzione di valore diretta od occasionale della ricchezza materiale propria e altrui fino allo smercio definitivo del prodotto, ma anche tutti i compensi personali, meno il proprio cui dà nome di profitto. Il suo bilancio a grandi linee sarebbe compilato così.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Costo o spese di produzione</hi>: <hi rend="italic">a</hi>)ammortamento ossia reintegrazione graduale del <hi rend="italic">proprio capitale</hi> fisso (fondiario, edilizio, stromentale) e reintegrazione totale del proprio capitale circolante (materie prime, ed ausiliari); <hi rend="italic">b</hi>)reintegrazione (restituzione) di <hi rend="italic">capitali altrui; c</hi>)retribuzione personale fissa (contrattuale) per la prestazione ed uso di questi (fitte al capitalista fondiario, interesse al capitalista mutuante); <hi rend="italic">d</hi>) retribuzione personale fissa dei lavoratori (salari e stipendi); <hi rend="italic">e</hi>)spese di trasporti o proprie o per mezzo di altre imprese (di carri, ferrovie, navigazione); <hi rend="italic">f</hi>)spese di smercio (di magazzini di deposito, di case di commissione, di servizi bancari); <hi rend="italic">g</hi>)imposte pubbliche ed altri oneri legali obbligatori (assicurazioni infortuni operai).</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Profitti</hi>.Tutto ciò l'imprenditore, che sia capitalista e direttore insieme, inserisce all'uscita <hi rend="italic">come costo</hi> o spesa; e la rimanente entrata annota come suo profitto, questo per triplice titolo: <hi rend="italic">a</hi>)compenso dell'investimento del capitale proprio nella produzione <pb n="107" /> (della privazione o sacrifizio temporaneo di esso); <hi rend="italic">b</hi>) compenso del suo lavoro mentale di ordinatore e di reggitore (di sacrifizi di attività tecnica, amministrativa, commerciale); <hi rend="italic">c</hi>)ambedue accresciuti dal compenso del suo lavoro morale e quindi dei sacrifizi di <hi rend="italic">iniziativa responsabile</hi>,dinanzi all'incertezza (alea) del successo economico finale; cioè sacrifizio <hi rend="italic">attivo</hi> di affrontare il rischio (con preveggenza, combinazioni, ardimenti) e sacrifizio <hi rend="italic">passivo</hi> di subirne le conseguenze sinistre di perdere in tutto o in parte capitale e lavoro.</p>
        <p>Che se l'impresa è una società propriamente di capitalisti, la quale rimuneri in modo fisso anche il direttore commerciale, il costo si ingrossa anche di questo emolumento e il profitto si riduce soltanto al <hi rend="italic">compenso aleatorio dell'investimento del capitale nella produzione</hi>,compenso che per il suo reparto fra soci dicesi dividendo. È questo il profitto in senso stretto, nella forma più spiccata di imprese capitalistiche (anonime), il quale rimunera soltanto i sacrifizi passivi del rischio, cioè la preoccupazione di perdere tutto o parte dei frutti attesi e del capitale impiegato.</p>
        <p>3. Ciò conferma il concetto <hi rend="italic">relativo</hi> anche del profitto, il quale storicamente viene ad esprimere quella «rimunerazione aleatoria dell'imprenditore che gli rimane dopo aver sopperito agli <hi rend="italic">esborsi di valore</hi><pb n="108" />che per qualunque ragione egli debba anticipare, <hi rend="italic">giusta il vario assetto e sviluppo storico della impresa</hi>».</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Prosperità e sofferenza dell'imprese</hi>.Il progresso delle imprese dipende da una <hi rend="italic">differenza</hi> crescente fra il costo o spese di produzione e, la quantità del prodotto che se ne ritrae, <hi rend="italic">estimata nel suo valore</hi> e quindi dell'aumento del reddito netto dell'impresa; cioè da una applicazione sempre più favorevole della legge edonistica, del massimo effetto utile col minimo dispendio. Viceversa nel decadimento dell'impresa. Ma il valore del prodotto dipende alla sua volta dalla domanda che sul mercato ne fanno i consumatori; donde il nesso fra le sorti delle imprese particolari e quelle della economia sociale (Marshall).</p>
        <p>Genesi familiare dell'impresa. ‒ Contrariamente all'opinione comune, l'impresa esce storicamente dalla famiglia, dagli enti giuridico-sociali e da quelli pubblici; cioè da varie forme di società, di mano in mano che le funzioni del produrre si distinguono da quelle del consumare.</p>
        <p>1. <hi rend="italic">Dalla famiglia</hi>.Lo dicemmo già (nella «Introduzione»), la famiglia patriarcale compose per secoli un centro di produzione e di consumo, cioè una compiuta economia («Wirtschaft») confusa coi fini fisio-psichici e civili della famiglia stessa. Dalle sue viscere materne si staccò per gradi l'impresa. <pb n="109" />Già nel regime della schiavitù entro l'organismo complesso della famiglia, si delineano due gruppi, maschile e femminile, addetti particolarmente alla produzione interna, l'ergastolo e il gineceo, sotto il comune padrone («Herr», famiglia erile).</p>
        <p>Il duplice gruppo continua nell'economia libera, facendo capo alla madre colle figlie i lavori di adattamento al consumo, il cibo, il bucato, la cucitura, e la elaborazione di certi prodotti, specialmente delle vesti, dalla donna forte della bibbia a Penelope de' greci, fino alle odierne tessitrici nella casa colonica, e al padre coi figli i lavori più gravosi, manifatturieri (carri, aratri, armi) o agricoli nel podere domestico («Hof») o in quella lavorazione per turno di terreni collettivi («Allmende») che toccò in sorte alla famiglia.</p>
        <p>È questa industria di famiglia che predispone l'impresa distinta per lo spaccio, facendo sua sede una stanza a contatto del pubblico (officina, bottega, «apoteca» gr.); o il podere prossimo al mercato; o il banco o la baracca provvisoria (<hi rend="italic">mensa, tabula</hi>)sulla fiera. E così si svolse l'impresa autonoma che <hi rend="italic">lavora per vendere</hi>;la quale però serbò tenacissime le impronte del tipo originario familiare.</p>
        <p>2. Ciò in particolare per il lavoro femmineo, sotto forma mista di servizi domestici e di arti industriali. Appena oggi e non dappertutto la panificazione, la lavanderia, la sartoria si esercitano come arti distinte <pb n="110" />fuor, di casa; e la cucitura, pur divenuta oggi esercizio industriale-mercantile per ordinazione dei grandi magazzini di vesti e biancheria, prosegue ad eseguirsi in famiglie dall'ingente stuolo delle «lavoratrici dell'ago». E l'impresa perciò, fattasi autonoma nel medio evo, per tradizioni familiari fu prima <hi rend="italic">sociale</hi>,risultante dall'associazione del padre coi figli (in nome collettivo) che non individuale. E tracce di tale origine domestica si protrassero fino al sec. XVI ed oltre, specie in Germania, colla consuetudine dell'artigiano maestro (capo della impresa) di tenere presso di sé compagni ed apprendisti, compensati in natura col vitto e riposo sotto il comune tetto della famiglia padronale (Schönberg).</p>
        <p>3. Le cause che favorirono tale distacco dalla famiglia furono: intrinsecamente il disgregarsi per ragioni etico-civili delle famiglie patriarcali colle loro collettive abitudini conservatrici; lo sviluppo in esse della personalità individuale, che acquista e possiede per conto proprio, donde il <hi rend="italic">peculio</hi> per i figli, la <hi rend="italic">dote</hi> per le figlie già del diritto romano; il moltiplicarsi della popolazione, che si distingue e raggruppa in classi, non tanto civili quanto economiche. Ed estrinsecamente, l'accumularsi nella società del capitale mobile, più adatto a fondare imprese nuove, e in esso, il progresso tecnologico e il crescere della suppellettile stromentale, non più <pb n="111" />accomodabile alle pareti domestiche; senza dire delle cagioni più generali e remote dell'ampliarsi del mercato e dell'uso della moneta.</p>
        <p>Genesi collettiva dell'impresa. ‒ 1. Questa genesi segue la formazione degli enti giuridici collettivi. È un ente morale (unione, «Verein»), rappresentante un gruppo <hi rend="italic">sociale</hi> per fini comuni continuati, qualche volta perenni, il quale assurge lentamente al carattere di persona giuridica, in proporzione che l'ente stesso in vista dei suoi scopi generali e duraturi si distingue dai singoli membri che lo compongono e ne fruiscono. Tali una corporazione artigiana od una fondazione, p. e. un ospedale col suo patrimonio; <hi rend="italic">universitas rerum et personarum.</hi></p>
        <p>2. Le associazioni nel seno delle marche germaniche, durate fra i contadini di una località tutto il medio evo per il dissodamento e lavorazione di fondi collettivi o per l'uso del prato comune, erano imprese produttive rudimentali. Più tardi forme più evolute presentano gli ordini religiosi possidenti; imprese grandiose collettive per l'esercizio della agricoltura (benedettini), o di manifatture (umiliati), o di alcuni servigi commerciali, come l'ordine teutonico in Germania per i trasporti; ovvero per servigi economici complementari, come nelle corporazioni dei mercanti le gualchiere (dei panni), le ostellerie (depositi di merci all'estero) in comune. <pb n="112" />E altrettanto figurano quali imprese le <hi rend="italic">fondazioni</hi> a fine religioso o pio per la gestione dei loro patrimoni fondiari o per l'impiego di loro capitali (Gierke).</p>
        <p>Tipi di imprese collettive, che rinvennero radice nei sentimenti di <hi rend="italic">socialità</hi> e di interessi permanenti così saldi nel medio evo cristiano, scaduti o spariti dappoi coll'invidualismo del sec. XVIII-XIX; ma che rispuntano oggi attraverso la cooperazione e le novelle unioni di classe operaie («new trade unions»).</p>
        <p>Genesi pubblica delle imprese. ‒ 1. Coetanee a queste <hi rend="italic">collettive</hi>,le imprese pubbliche si confondono colla genesi embrionale dello Stato (Gierke, Wagner, Pesch).</p>
        <p>Anzi, dove lo Stato anticipatamente grandeggiò, come in oriente, ivi apparisce aver esso assunto ufficio di impresa economica <hi rend="italic">sui generis</hi>,in forma di servizio pubblico, spesso poderosa e vastissima. Per mezzo di tali imprese di Stato, sorrette dalla schiavitù, si compieranno i grandi lavori pubblici di strade, di edilizia civile e militare, di porti, canali, bonifiche dell'Egitto, di Babilonia, di Grecia e Roma; e s'esercitarono vere industrie pubbliche di fabbriche d'armi, di navi, e di estrazione mineraria. E nell'occidente germanico e medioevale lo Stato, appropriandosi i beni incolti, le foreste, il sottosuolo, fiumi, porti, compose un patrimonio fiscale di terre demaniali, accresciuto poi delle industrie del sale, <pb n="113" />di costruzioni navali, del conio, dell'annona, la cui gestione diretta, o per via di locazione e tasse, rimase per secoli base della sua finanza, raffigurando di nuovo una <hi rend="italic">grande impresa pubblica</hi>.</p>
        <p>2. La quale segue più nettamente nell'età moderna il cammino delle nozioni teoretiche e delle funzioni pratiche dello Stato. Nel <hi rend="italic">feticismo</hi> della onnipotenza politica, principi e governi ampliano nei primi tre secoli moderni certe funzioni di impresa sui metalli preziosi (Spagna), sulle granaglie (Italia), su certe industrie suntuarie (Francia), sulle terre coloniali, sul tabacco, ecc.</p>
        <p>Il tempo del liberalismo individualista dalla rivoluzione francese in poi, alienando questo patrimonio pubblico e rinunziando a esercizi industriali monopolizzati, ridusse al minimo le imprese di Stato. Ma l'età contemporanea, risuscitatrice da un canto dello Stato panteistico e da un altro delle sue funzioni sociali-civili, si adopera a conservare, ricomporre e talora ad ampliare certe imprese economiche sue proprie.</p>
        <p>Di qui la recente gelosa custodia e gestione da parte dello Stato del patrimonio forestale e minerario, l'ampliarsi di arsenali pubblici terrestri o marittimi e di connesse industrie metallurgiche, il crescere in sua mano delle privative industriali o mercantili, tabacchi, sale, polveri, fiammiferi, <pb n="114" /> soprattutto l'assunzione di grandiosi servigi pubblici dai governi, l'esercizio di ferrovie, quelle della posta, di funzioni bancarie, ecc.; dai comuni la fornitura del gas, della luce e forza elettrica, dell'acqua potabile, ecc., col nome di municipalizzazione dei servizi pubblici (Montemartini, Wagner, Schmoller).</p>
        <p>Così si riesce ai tre tipi di imprese, privata, collettiva, pubblica, per cui mezzo si esercita parallelamente la produzione.</p>
        <p>Importanza comparativa. – 1. Bensì rispetto al grado di attitudini produttive e di influenza nell'economia generale si differenzia profondamente l'impresa privata (individuale o sociale) dalle altre due.</p>
        <p>L'<hi rend="italic">impresa privata</hi>,appunto perché costituita e condotta da individui o da loro libere associazioni per fini propri e immediati di utilità, presenta virtù di iniziativa, di pieghevolezza, di slancio pressoché inesauribile, attesa la varietà delle vocazioni soggettive e la intensità del pungolo d'interesse personale; — l'oggetto o il campo della loro attività si estende a tutti i rami possibili di produzione; — e più trionfa dove si richiede maggiore ardimento nei rischi delle speculazioni. L'orizzonte suo naturale è quello delle libertà e della concorrenza; condizioni per cui più schiette e spiccate si dispiegano le leggi normali della attività economica. <pb n="115" />Invece l'esercizio delle <hi rend="italic">imprese giuridico-collettive e pubbliche</hi> di Stato si effettua dietro impulsi non strettamente edonistici o di lucro, i quali si trovano contenuti e spesso sopraffatti dai fini morali, sociali, politici, non immediati e personali ma generali e duraturi (la beneficenza, l'igiene, l'istruzione), e gli oggetti pertanto della loro applicazione sono limitati dalla natura del patrimonio, p. e. boschi, miniere, beni demaniali, in cui è limitata la speculazione e prevalente la uniforme gestione amministrativa; o dallo scopo di diminuire un onere o un danno economico al pubblico (la spesa di illuminazione, di trasporti) e di apprestare condizioni estrinseche o mezzi strumentali di pubblica utilità (p. e. il conio della moneta); — e perciò stesso tali imprese si effettuano per lo più col presidio eccezionale di monopoli, di privilegi, di restrizioni legali. Ciò non toglie che ad esse sia riservato una funzione loro propria, altamente proficua alla società ed alla stessa produzione materiale; ma ciò pure conduce a concludere che sono <hi rend="italic">imprese complementari e</hi> in certo senso <hi rend="italic">imperfette</hi>,rispetto alla <hi rend="italic">impresa privata</hi>,principale e perfetta.</p>
        <p>2. È da questo prototipo che si devono estimare massimamente i vantaggi della <hi rend="italic">impresa autonoma</hi>,vantaggi che derivano dal fatto decisivo nell'incivilimento economico di attuare essa la distinzione <pb n="116" />organica fra la funzione del produrre e quella del consumare (la ricchezza) e quindi fra due classi sociali di produttori e consumatori: — essa concentra la domanda ed offerta di lavoro e capitale, cioè dei fattori produttivi; — li impiega ed esercita con criteri utilitari più razionali e proficui; — e soddisfa meglio ai bisogni dei consumatori, per mezzo delle sue operazioni commerciali, adempiendo così ad un ufficio equilibrante nell'economia sociale (Cossa, Graziani).</p>
        <p>3. È nel prototipo dell'impresa privata che si possono nettamente designare i tre gradi di sviluppo. — Prima di impresa <hi rend="italic">che produce per il consumo</hi> degli stessi produttori, che allevano il bestiame, mungono il latte, confezionano il pane e la veste per uso proprio; nella quale l'impresa originaria dell'antichità è<hi rend="italic"> entomata in difetto</hi>,ove il <hi rend="italic">pater familias</hi> nella sua gestione domestica mal distingue le spese e i redditi, tutto accomunandosi nella vita familiare. — Poi di impresa <hi rend="italic">che produce per commissione</hi>,come l'officina del fabbro o la bottega del calzolaio, che attende l'ordinazione per preparare il prodotto e lavora per fine di <hi rend="italic">sussistenza</hi> dei produttori, carattere del primo medio evo. — Infine nell'età comunale e nell'evo moderno diviene impresa per <hi rend="italic">anticipazione, deposito, speculazione</hi>;suppone forti capitali con cui l'impresa prepara senza attendere la domanda del consumatore i prodotti, li accumula nei magazzini, speculando <pb n="117" />sulla vendita nei momenti di più alto prezzo ed esercitandosi per ritrarre un <hi rend="italic">profitto</hi>.</p>
        <p>Qui è <hi rend="italic">evoluzione</hi> matura dell'impresa; e qui meglio si riconosce l'azione decisiva sovra di quella di due condizioni estrinseche: — l'<hi rend="italic">ampiezza del mercato</hi>,per cui la produzione, al pari del commercio, da locale diviene nazionale e infine internazionale, e la <hi rend="italic">moneta</hi>,per cui l'uso sempre più largo di scambi monetari aiuta la estimazione di costi, servigi, prodotti, guadagni delle imprese ad una comune stregua di valore, e consente perciò un calcolo utilitario razionale esatto e più sicuro delle operazioni produttive e dei loro progressi.</p>
        <p>L'industria. – L'impresa è organo pur sempre elementare della produzione, appartenente alle economie particolari della famiglia, di enti collettivi, dello Stato. Ma <hi rend="italic">l'industria è fatto sociale, risultante da varie serie di imprese omogenee in un paese per ciascun ramo di produzione</hi>;il quale perciò suppone moltiplicazione di esse e loro raggruppamento a seconda degli oggetti e fini specifici della produzione.</p>
        <p>Così si parla in un paese di una industria territoriale agricola, manifatturiera, commerciale, colle indefinite e progressive loro ripartizioni concrete, tutte operanti per altrettante serie di consumi, non singoli ma generali. — Qui basti accennare come ognuno di questi gruppi sociali non raffigura un più ampio <pb n="118" />organismo produttivo, se non quando ad una distinzione economica di rami di produzione corrisponda la genesi di <hi rend="italic">classi distinte di produttori</hi>,adibite a ciascuna industria con proprie attitudini tecniche, con una serie di interessi particolari che all'arte rispettiva le avvinca raffermate da costumi etico-giuridici, e con sedi per ciascheduna ben definite, il tutto rassodato da tradizioni comuni.</p>
        <p>Così si comprende che la <hi rend="italic">formazione vitale</hi> di distinti rami d'industria in una popolazione è figlia delle sue vicende storiche. Fra queste vicende due più decisive: l'una il tempo e il modo con cui la città viene ad erigersi e vigoreggiare in mezzo alla campagna, determinando così, colla distinzione netta di popolazione civica e rurale, la costituzione rispettivamente autonoma di industrie territoriali e mani-fattrici; donde quel contrasto vivace, che (come vedemmo nell'«Introduzione») determina lo sviluppo di ambedue. L'altra il distaccarsi da quelle e signoreggiare dell'industria commerciale, che di tutte precorre e provoca l'incremento. Sviluppo storico lento, che per noi italiani non si avverò che fra le lotte dei comuni contro Enrico IV e la fine delle crociate, per gli altri popoli europei più tardi, per taluni come in Russia è tuttora in corso.</p>
        <p>La produzione nazionale dipende infine da un tessuto connettivo più vasto ancora; cioè da tutte <pb n="119" />le imprese e da tutte le ramificazioni di industrie, così rispettivamente sviluppate e coordinate entro un certo giro di territorio e popolazione, da comporre un tutto a sé economico-produttivo, rispondente a quello etnico-civile di <hi rend="italic">nazione.</hi></p>
        <p>1. Essa è perciò predisposta da fattori comuni di stirpe e di nazionalità, come grande genesi sociologica altrove studiata (vedi «Introduzione»). Ma coefficiente di assimilazione potentissimo è la politica economica di un comune governo; per cui gli ordinamenti di Enrico IV e di Sully (sec. XVI) composero la potenza produttiva di Francia; le leggi di Cromwell e di Elisabetta (sec. XVII) affrettarono la grandezza manifatturiera e mercantile della Britannia; come infine lo «Zollverein», che col protezionismo di List (sec. XIX) accomunava gli interessi di tutta la patria germanica entro un solo confine doganale, preparò l'industria nazionale tedesca. Ma al fondo vi ha un fattore sociale più decisivo ed è il valore subbiettivo delle classi produttrici, la cui abilità, ordinamento, potenza penetrino e si ripercuotano in tutti gli arti, i luoghi, i meandri della nazione, unificandola tutta negli interessi della produzione. Ciò soprattutto per merito dei sommi rappresentanti di questa.</p>
        <p>2. Di qui l'<hi rend="italic">importanza della classe degli imprenditori</hi>: <pb n="120" />da essi dipende invero l'arte di rendere proficui i fattori della produzione in un paese; perocché non basta aver intelligenti gli operai, copiosi i capitali, propizia la natura, <hi rend="italic">se mancano le menti ordinatrici che li compongano</hi> ad unità negli organismi elementari (imprese) e li pongano in atto;</p>
        <p>dalla loro prudenza e abilità il mantenere continuata e regolare (senza sbalzi e ruine) la produzione di un paese in rapporto alle esigenze del consumo;</p>
        <p>dal loro spirito di sapiente innovazione ed audacia il perfezionare ed ampliare le industrie, e divenire così i pionieri del progresso della produzione nazionale.</p>
        <p>Ciò nei rapporti economico-produttivi. Ma in quelli morali, sociali, giuridici, basti rammentare che — da essi principalmente deriva la introduzione dei vari <hi rend="italic">rapporti di giustizia, equità, patronato</hi> entro ogni impresa verso la classe operaia, porgendo con ciò argomento di armonia ovvero di conflitto sociale — dalla loro <hi rend="italic">onestà commerciale</hi> il credito di ogni nazione all'interno e all'estero — dai loro esempi di saggia operosità e di cultura lo <hi rend="italic">spirito di progresso</hi> che trapassa in tutte le forme di civiltà di un paese.</p>
        <p>3. La formazione ed educazione di una classe di imprenditori è un risultato storico che non si improvvisa. La rispettabilità civile di una nazione più che <pb n="121" />dalle numerose braccia o dai perfetti meccanismi dipende dalla valentia acquisita e dalle virtù tradizionali di questi capitani delle industrie e dei commerci, come può dirsi della borghesia dei nostri liberi comuni medioevali, in ispecie di Firenze. — I loro abusi invece possono divenire cagione di scandalo e di pervertimento pubblico come accadde per le classi capitaliste dell'Olanda, d'Inghilterra e di Germania ai tempi della riforma, e come in parte ancora si deplora nelle nazioni odierne, donde la severità della Chiesa e del diritto canonico nel perseguitare e correggere gli abusi dei capitalisti alla testa delle industrie e dei traffici, nonché le critiche acerbe e le inimicizie popolari contro di loro nell'età più recente.</p>
        <p>Essi sono o possono divenire, se non gli autori, certamente <hi rend="italic">i ministri della civiltà o della decadenza di un popolo</hi>.</p>
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          <pb n="122" />
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        <head>VII. Progresso della produzione. Sue cause</head>
        <p>Sue cause. – Dato il fine edonistico, che qui consiste nella «effettuazione di un massimo prodotto col minimo dispendio di fattori produttivi», il progresso della produzione si risolve nella <hi rend="italic">adozione di mezzi e modi concreti con cui conseguire in misura crescente quel fine stesso</hi>.Né ciò senza cause adeguate di tale progresso, le quali sono tre principalmente: la <hi rend="italic">scienza tecnica</hi>,la <hi rend="italic">educazione della classe produttrice</hi>,la <hi rend="italic">legislazione e politica industriale</hi>.</p>
        <p>La scienza applicata alla industria. – 1. È dessa un aspetto della <hi rend="italic">cultura</hi>,risultato delle riflessioni ed esperienze accumulate delle generazioni, di cui dicemmo nelle premesse storiche di fatto («Introduzione»); cultura, che è <hi rend="italic">prima causa</hi> del progresso sociale, in quanto la scienza in genere addita <hi rend="italic">i fini e i mezzi dell'operare umano</hi>,seguendo perciò lo sviluppo intellettuale dei popoli. Le cognizioni che si riferiscono alla industria, se sono suggerite soltanto nella <hi rend="italic">pratica</hi>, senza rigorosa dimostrazione razionale, formano la <hi rend="italic">tecnica</hi>, della cui genesi remota discoremmo <pb n="123" />per delineare le influenze che esercitò nei vari momenti storici sulle condizioni civili ed economiche, ed avvertimmo come l'antichità e tutto il medio evo, anzi l'età moderna fino al sec. XVIII, seguissero nell'esercizio delle industrie agricole, minerarie, manifattrici, dei trasporti, un più o meno illuminato <hi rend="italic">empirismo</hi>,il quale non impedì che quelle raggiungessero talora cospicui successi, ma le trattenne tuttavia al di fuori della scorta propriamente della scienza.</p>
        <p>Ma quando la tecnica trovasi interamente guidata da dottrine scientifiche (fisiche, naturali, chimiche, matematiche), da cui si traggano criteri utili alle industrie, essa piglia nome e pregio di <hi rend="italic">tecnologia</hi>,comprendente la «somma delle cognizioni scientifiche riguardanti le sostanze, i processi e gli strumenti materiali della produzione». Questa si integra colla <hi rend="italic">economia privata</hi> industriale (agraria, manifatturiera, mineraria, ecc.) e rispettive discipline ausiliari (geografia commerciale, merceologia). E ambedue si muniscono della <hi rend="italic">scienza della contabilità</hi> (computisteria, ragioneria) per il «computo ed estimazione dei valori economici» (Reuleaux, Karmarsch, Hobson, Bry).</p>
        <p>Qui però va notato che le cognizioni umane assurgono alla importanza di una <hi rend="italic">propria e distinta causa di progresso</hi> nella produzione, solo allora che <pb n="124" />si possegga un <hi rend="italic">complesso sistematico e compiuto di scienze applicate alle industrie</hi>;ed è perciò che se ne parla a questo luogo.</p>
        <p>2. L'importanza ai dì nostri della scienza applicata alle industrie è sì ingente, che se per una inopinata catastrofe tutta la immensa produzione moderna coi suoi mezzi giganteschi d'un subito scomparisse, basterebbe sopravvivesse il tesoro delle odierne cognizioni scientifiche riguardanti le multiformi industrie, perché queste in breve si ricostituissero in tutta la loro possanza e magnificenza (Baudrillart).</p>
        <p>Ma questo è un acquisto recente. Occorreva — che prima si costituissero <hi rend="italic">in forma sistematica le scienze</hi>,che hanno per oggetto il mondo della materia, come la fisica, la chimica, le scienze naturali, ecc., le quali come è noto non si fondarono che nei sec. XVII e XVIII, per merito di Galileo, di Keplero, Newton, Coovier, Volta, Ampère; e con esse le matematiche superiori, loro ausiliari inseparabili, dovute a Carteggio, Leibniz, Pasca, Fermat, Lagrange, i due Bernouilli; — e che le une e le altre fossero bene assodate come <hi rend="italic">scienze pure</hi>,espositrici dei principi e delle leggi del cosmo, perché poi da queste si potessero ritrarre con tutta sicurezza le <hi rend="italic">scienze applicate</hi> a scopo di utilità economica (Naville, Messedaglia). <pb n="125" />Ma questo momento critico però fu ritardato fino alla seconda metà del sec. XVIII, protraendosi poi nel sec. XIX sino ad oggi; e in quello (a parte i remoti preparatori) compariscono i <hi rend="italic">maestri della scienza applicata alle industrie</hi>.Allora alle <hi rend="italic">scoperte</hi> del vero successero le <hi rend="italic">invenzioni</hi> di pratica utilità: ― Watt colla macchina a vapore fissa (1768-92, prima nelle miniere, dal 1775 in una fabbrica di cotone); Hargreaves, Arkwright, Crompton, Roberts (1770, 1771, 1779, 1825, colle macchine filatrici); Cartwright e Jacquard (1786-90 e 18o8, colle macchine tessitrici), possono dirsi i fondatori della <hi rend="italic">meccanica industriale</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Seguono Fulton (piroscafi a ruote 1806-7) ed Erikson (ad elica 1827) Stephenson (locomotiva terrestre 1821-29) per la <hi rend="italic">meccanica dei trasporti</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Poi Bakewell (1760) per la <hi rend="italic">zootecnica</hi>,A. Young (1765-95) e Rozier (1781-93) per la <hi rend="italic">agronomia</hi>,e più tardi Liebig (1845-73) per la <hi rend="italic">chimica agraria</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Infine Morse, continuato da Edison, Righi e Marconi per la <hi rend="italic">telegrafia</hi> (dal 1833); Pacinotti, Gamme e Siemens (motori elettrici 1860, 88, 92), per la <hi rend="italic">elettro-dinamica</hi>.Alla quale elaborazione tecnico-scientifica venne concomitante, dopo la trattazione sistematica dell'economia per parte di A. Smith (1776) come scienza sociale, lo svolgersi della <hi rend="italic">economia privata industriale</hi> (Emminghaus, Courcelle-Seneuil) o <hi rend="italic">agricola</hi> (Lecouteux, v. ber Goltz) — nonché della <hi rend="italic">contabilità</hi><pb n="126" />privata e pubblica (per l'amministrazione di Stato) nella seconda metà del sec. XIX.</p>
        <p>La trasformazione della industria da empirica a scientifica procedette analogamente allo svolgimento di queste discipline applicate, cominciando le industrie manifatturiere, seguendo le locomotrici, alquanto più tardi le agricole.</p>
        <p>1. Precedono in questo rivolgimento l'Inghilterra circa dal 1768-70, gli Stati Uniti dal 1782 e più dal 1865 (finita la guerra di secessione), la Francia ed il Belgio dal 1830 (sotto la borghesia organista e la indipendenza belga), la Germania dal 1838 («Zollverein»), l'Italia dal 1859-70 (colla costituzione ad unità), fino ai paesi più tardivi, che oggi s'avanzano arditamente, dalla Spagna, alla stessa Russia e al lontano Giappone.</p>
        <p>E ad aiutare codesto rivolgimento si erigono e moltiplicano nel sec. XIX e XX i politecnici (massimo quello di Zurigo), le scuole di applicazione degli ingegneri (ferroviari, industriali, idraulici, minerari), i musei industriali (sul tipo di quello colossale di Kensington, Londra), le scuole superiori di agricoltura, le università commerciali, fino alle stazioni sperimentali, alle cattedre ambulanti agrarie, all'insegnamento tecnico secondario, e a quello popolare d'arti e mestieri; — sintomo manifeste <pb n="127" />dell'interesse che popolazioni e governi oggi annettono ad una produzione nazionale-scientifica.</p>
        <p>2. Da questo momento storico solenne il <hi rend="italic">connubio fra scienza e industria fu intimo e fecondo</hi> con perenne ricambio di reciproci aiuti; sicché dinanzi ad una qualunque teoria di scienza pura niuno chiede ormai con vieto disdegno, <hi rend="italic">cui bonum</hi>?Ma si è convinti invece che qualunque nozione o formula astratta è capace di tradursi o presto o tardi in sorprendenti applicazioni utili. Tutti oggi rammentano p. e. che le potenti macchine a vapore odierne risalgono alle osservazioni della pentola di Papin, le quotidiane meraviglie dell'elettricità pratica (telegrafo, telefono, fonografo, cinematografo, illuminazione ed elettro-dinamica) retrocedono a semplici studi di gabinetto, fino alla pila di Volta e alla rana di Galvani, le applicazioni molteplici della fotografia alla piastra annerita di Daguerre, come le tavole nautiche, che danno il punto di orientazione ai nostri piloti nell'immenso oceano, derivano dalle formule superiori della matematica astronomica (Messedaglia). E di ricambio, non è rado ormai che industriali si facciano scopritori di teorie nuove e magistrali, come Hirn (1889) della «legge di trasformazione del moto in calore e del calore in moto».</p>
        <p>Donde il carattere della produzione moderna, nella quale la <hi rend="italic">scienza si insedia e domina sovrana;</hi> ed <pb n="128" />in cui campeggia questa prima legge, espressa dalla frase che divenne la parola d'ordine moderna: sapere è potere.</p>
        <p>1. Veggasi un cenno su tale efficacia delle <hi rend="italic">discipline tecnologiche</hi>.<hi rend="italic"> — Ogni stabilimento di industria diviene di più in più laboratorio chimico</hi>.Dal carbon fossile (litantrace), primo e massimo combustibile della industria moderna, si ritrae il gas illuminante poi il coke (arso), prezioso residuo di riscaldamento, il catrame, che si raffina in pece, e le acque ammoniacali, base dei concimi artificiali, e la paraffina, che si ditta in candele alabastrine, e la benzina, solvente e astergente efficacissimo, e tutta la scala cromica dei colori di anilina, e ancora essenze odorose per le profumerie, nonché preparati anestetici d'uso farmaceutico (Messedaglia). Dal quale esempio e da altri somiglianti si ritrae questo importante criterio economico che ogni sostanza può divenire base di una serie di <hi rend="italic">prodotti residuai derivati</hi>,i quali sostentino altrettante industrie complementari a rafforzare la principale e accrescere i consumi. — <hi rend="italic">Ogni fabbrica manifatturiera è un trionfo della fisica tecnologica</hi>, coi suoi mirabili congegni meccanici, per cui la poderosa forza motrice da un centro unico (la turbina, la macchina a vapore, la dinamo) si trasferisce si insinua attraverso gli alberi trasmettitori, gli ingranaggi e corregge in ogni sala dello stabilimento, <pb n="129" />a ripartirsi, ad adattarsi, a piegarsi alle più diverse, complesse, delicate esigenze del lavoro. Impadronitisi di una forza motrice, non è ormai che un problema di secondo ordine e di facile soluzione quello di accomodarla ad ogni specie di operazioni tecniche. — <hi rend="italic">Nell'arte navale signoreggiano indisputate le matematiche superiori</hi>.Non v'ha perito maestro d'ascia negli odierni cantieri, che valga a dare al legno curve così sicure, come quelle che oggi alle immense navi in ferro riesce ad assegnare un ingegnere colla scorta delle più complesse formule, per rispondere alle esigenze simultanee di <hi rend="italic">statica</hi>,<hi rend="italic"> velo-cita</hi>,<hi rend="italic"> capacità</hi>,tre funzioni elidenti fra loro e variabili a seconda dell'uso della nave e dei mari navigabili. La marina militare poi, colle sue fortezze galleggianti, coi suoi avvisi rapidissimi, colle torpediniere subacquee, è tutta intera un portento delle scienze esatte. E forse le ferrovie alpine colle gallerie elicoidali del Gottardo e colle ascensioni funicolari o ad ingranaggio dello Zermatt e del Rigi-Kulm, o quelle continentali coi ponti sospesi, coi passaggi sottomarini, colla lunghezza sterminata attraverso il Far West o la Siberia e colla velocità meravigliosa, non hanno superato dovunque problemi scientifici dichiarati insormontabili? — Nella più recente <hi rend="italic">agricoltura razionale si danno convegno tutte le scienze</hi>,la chimica, la geologia, la fisiologia delle piante, la <pb n="130" />meteorologia, l'idraulica, la meccanica agraria, la zootecnia per le più complicate operazioni; dagli asciugamenti dei Paesi Bassi alle irrigazioni lombarde, alle fognature («drainage») delle pianure inglesi, alle organiche trasformazioni delle razze animali, alla moltiplicazione di piante industriali o di varietà floreali, alla confezione di vini e alla conservazione di prodotti orticoli e giardinieri.</p>
        <p>3. Altrettanto per la <hi rend="italic">amministrazione economica delle imprese</hi>,la quale si trovò legata ad una serie di discipline scientifiche. — La fondazione delle imprese si appella oggi di continuo all'<hi rend="italic">economia industriale</hi>,che addita la convenienza della <hi rend="italic">sede</hi> delle fabbriche, della differente <hi rend="italic">divisione del lavoro</hi> o di diversi <hi rend="italic">metodi di rimunerazione</hi>. Nulla nella pratica quotidiana degli affari privati senza criteri razionali, scientifici; e la <hi rend="italic">gestione contabile</hi> alla sua volta dipende da regole severe di computisteria. Soltanto il pagamento di salari scadenti a settimana o a mese per le centomila persone di servizio nelle ferrovie italiane, computato con criteri svariati e complessi, per distinti gruppi indefiniti di personale, quali calcoli non richiede! E le contabilità di Stato per bilanci da 1-4 miliardi nelle grandi nazioni europee non furono dette «un trattato di filosofia»? (Luzzatti). Le operazioni poi commerciali per ogni impresa dipendono oggi dall'intreccio delle più vaste <pb n="131" /> cognizioni di geografia, di merceologia, di statistica, di economia monetaria e di credito, combinate coll'esperienza degli artifici ed usi dei mercati, degli empori; delle banche e delle borse di tutti i paesi civili.</p>
        <p>Nessuna meraviglia pertanto che gli imprenditori odierni sieno spesso uomini di genio, coltissimi e di alto valore civile, degni di salire ai parlamenti e al governo degli Stati, come fra noi Rossi, Sella, e altrove Schineider, Dollfus, Brassey, Chamberlain, Grant.</p>
        <p>Di qui la grandezza del fatto storico, per cui <hi rend="italic">la produzione empirica è finalmente ai nostri di diventata scientifica</hi>.Forse, nel riguardo dell'assetto materiale e dei processi tecnico-economici, è questo il <hi rend="italic">più grande rivolgimento che conosca il mondo</hi>.</p>
        <p>1.Esso reca l'impronta di una disposizione provvidenziale che riempie di meraviglia e di riconoscenza.</p>
        <p>Nessun altro consimile rivolgimento si dispiegò <hi rend="italic">in un periodo così breve</hi>.In venticinque anni poco più (dal 1768) esso fu predisposto dai primi e massimi fondatori della scienza industriale; in tre quarti di secolo (dal 1830), trapassando dall'Inghilterra, si attuò in tutte le nazioni civili, come gigante che si affretta alla meta gloriosa con atteggiamenti e mosse da trionfatore. — Nessun altro si effettuò <pb n="132" /><hi rend="italic">in modo così compiuto</hi>,ogni invenzione della scienza applicata integrandosi felicemente colle altre. I vantaggi delle macchine motrici sarebbero stati dimezzati, se di pari passo non si fossero moltiplicate le invenzioni delle macchine esecutrici di ogni specie. A che avrebbe servito accumulare, mercé la forza motrice del vapore i prodotti delle fabbriche, se quella non si fosse applicata simultaneamente alla locomozione, e quelli, mercé i piroscafi, la locomotiva, la trazione elettrica, non si fossero irradiati prontamente nel mercato universale? E tale espansione e velocità di scambi internazionali non è stata alla sua volta integrata dalla rapidissima trasmissione del pensiero mercé il telegrafo, con cui seguire ad ogni ora le oscillazioni dei mercati e colla unificazione dei prezzi affrettare la conclusione dei contratti mercantili?</p>
        <p>Nessun altro fu storicamente così <hi rend="italic">opportuno</hi>.Il momento in cui si iniziava, in sulla fine del sec. XVIII, era quello stesso in cui, per una serie di altre cagioni civili, i popoli volgevano irresistibilmente a sensi di democrazia sociale, cioè ad aspirazioni di maggiore eguaglianza e diffusione universale della civiltà; e la scienza industriale si apprestava a fornire frattanto ad essi una più facile e larga partecipazione alla ricchezza.</p>
        <p>2. Questa immensa trasformazione scientifico-industriale raffigura il compimento di una <hi rend="italic">secolare</hi><pb n="133" /><hi rend="italic">evoluzione della economia produttiva</hi> nell'incivilimento cristiano.</p>
        <p>Di questa il primo momento è designato dal <hi rend="italic">fatto sociale umano</hi> di emancipazione, educazione- e ordinamento delle classi produttrici, sbocciato e maturatosi nel medio evo dal sec. XI al XV coll'abolizione della servitù, colla formazione dei ceti industriali e delle loro corporazioni (come già vedemmo nella «Introduzione») in Italia, Inghilterra, Francia, Germania; fatto massimo, da cui ogni altro scaturì, perché riguardava l'<hi rend="italic">uomo</hi>,l'autore di ogni progresso economico. Il secondo momento storico è definito dal <hi rend="italic">fatto sociale cosmico</hi> delle scoperte geografiche dei sec. XV-XVI per parte dei portoghesi, degli spagnoli e degli italiani a loro servigio, da Enrico il Navigatore a Vasco di Gama, Colombo, Cabrál, per cui Africa, India, America, si dischiudono e vengono messe a disposizione della produzione universale. — Il terzo momento storico coincide col presente <hi rend="italic">avvenimento sociale tecnico</hi>,per cui colle invenzioni scientifiche applicate alle industrie, immense forze e presidi strumentali vengono ad accrescere sconfinatamente la potenza produttiva; e ciò tra il sec. XVIII e il XX, a profitto di tutte le nazioni.</p>
        <p>L'odierna trasformazione tecnico-scientifica compie così un ciclo storico di ben otto secoli. Non si <pb n="134" />retrocederà forse mai più; ma incombe dirigerla a fini di civiltà.</p>
        <p>Influenza sulla produzione. – 1. A tale proposito va ricordato ciò che già avvertimmo (nella «Introduzione») intorno alle influenze che sempre lo stato della tecnica esercitò sulla fisionomia sociale ed economica dei vari momenti storici. Ma qui occorre rilevare come un'alta economia tecnico-scientifica, mentre determina un possente incremento di produzione, si ripercuota con altri effetti concomitanti.</p>
        <p>Ogni progresso scientifico-industriale, abilitando ad operare con più larga efficienza, attribuisce alle imprese <hi rend="italic">un carattere di più in più sociale</hi> sia per il numero dei produttori che vi partecipano, sia per quello dei consumatori che ne fruiscono. Così il mestiere manuale (la bottega del falegname o del fabbroferraio, del sarto), che si esercita con tre o quattro compagni, serba un carattere privato; ma quando da una fabbrica meccanica a vapore dipendono per il salario migliaia di operai, e per gli acquisti centinaia di migliaia di consumatori, essa diventa un organismo d'importanza sociale la cui prosperità o fallimento tocca la generalità. — Ogni <hi rend="italic">innovazione tecnica</hi> di scienza progressiva trae seco necessariamente <hi rend="italic">una modificazione di rapporti d'interessi</hi> già stabiliti, con lo strascico di inevitabili sofferenze. In qualche misura essa sposta le braccia, rende inutile il capitale <pb n="135" />investito, disloca le sedi industriali e così temporaneamente sminuisce i benefici produttivi. — Infine ogni trasformazione tecnico-scientifica <hi rend="italic">tende ad accentrare le industrie</hi>.La adozione di quelle invenzioni scientifico-industriali richiede molta intelligenza e cultura, nonché sempre nuovi capitali, assommando così la produzione ed i suoi compensi nelle persone più illuminate e ricche, che sono sempre poche, a scapito dei mediocri per mente e ricchezza; ma frattanto interessa la produzione, mercé il sorgere e costituirsi di una classe di colti e potenti impresari, che si adergono sui medi e piccoli, i quali degradano e scompaiono nel salariato, attribuendo all'industria un'impronta capitalistica. Sono questi i caratteri dell'economia moderna e di ogni età di grandi avanzamenti scientifici nella produzione; ciò che fa sentire il bisogno di altre virtù che ne accompagnino il progresso.</p>
        <p>L'EDUCAZIONE MORALE-CIVILE DEI PRODUTTORI. – 1. È la <hi rend="italic">seconda causa</hi> del progresso produttivo, intendendosi per essa <hi rend="italic">il perfezionamento della coscienza etica, regolatrice dei rapporti industriali in società</hi>.</p>
        <p>Altri affermò, ed è uno degli aspetti del materialismo storico-economico, che la scienza positiva sotto il pungolo dell'interesse è la causa unica del progresso produttivo, anzi dell'incivilimento intero, che da quella prende inizio e misura (Buckle). Ma <pb n="136" />può ben dubitarsi che il progresso della produzione materiale, dietro la guida della scienza positiva e utilitaria, all'infuori delle ragioni del <hi rend="italic">dovere</hi> e di <hi rend="italic">alte finalità sociali</hi>,si mantenga <hi rend="italic">continuato e regolare</hi>,anzi che quel progresso stesso <hi rend="italic">possa generarsi</hi> vigoroso.</p>
        <p>Una illuminata cupidigia può spingere sulla via di colossali imprese l'industriale; ma questi arricchito, per godere egoisticamente gli acquisti, chiuderà le officine, arrestando la produzione a danno della nazione. La febbre di subiti guadagni imprime un moto convulso alle speculazioni di un impresario, che poi in un giorno ruinerà disperdendo le fonti normali della ricchezza propria ed altrui. Le cognizioni tecniche nella Cina non oltrepassarono da millenni la mediocrità e ciò per mancanza di un elevato culto di <hi rend="italic">scienze pure</hi> generatrici alla loro volta delle <hi rend="italic">scienze applicate</hi>.E la scoperta e conquista di due mondi coi loro tesori non impedirono la precoce decadenza della Spagna di Carlo V e di Filippo II, per mancanza di virtù economico-operose. Anzi può dirsi che nell'assenza di queste l'incremento del sapere positivo per sé non assicura il progresso materiale. Quelle cognizioni tecniche hanno soltanto la qualità di un <hi rend="italic">mezzo</hi>,che accresce del pari la potenza del bene o del male a seconda dell'uso che se ne fa. E così le nozioni di <hi rend="italic">merceologia</hi> suggerirono ancora le sofisticazioni e adulterazioni dei prodotti; <pb n="137" />come l'arte dei sottili congegni del commercio rese più facili le frodi delle compagnie mercantili e delle borse. E in tal modo il progresso effettivo della ricchezza in onta alla scienza rimane eliso.</p>
        <p>2. Vale piuttosto questa legge: <hi rend="italic">ogni progresso scientifico materiale richiede una proporzionata elevazione di moralità nelle classi produttrici</hi>. Veggasi.</p>
        <p>Se per il progresso scientifico, che aumenta la potenza della produzione, questa assume un carattere sempre più sociale, ciò induce nell'imprenditore un <hi rend="italic">accrescimento di responsabilità</hi> e quindi del dovere di coordinare il proprio agire al bene generale. Qualora per colpa propria il capo mestiere sia costretto a chiudere la sua piccola bottega od officina il danno sociale è pressoché inavvertito; ma se per imprudenti o scandalose speculazioni fallisce uno stabilimento industriale, che conta ingenti capitali di azionisti, migliaia di operai, un traffico di milioni, relazioni di debito e di credito con ditte mercantili, banche e borse all'interno e all'estero, quel fallimento non diviene un disastro pubblico, forse convertendosi in una crisi economica nazionale? Dunque l'arbitrio individuale nel progresso produttivo deve trovare crescenti freni nel sentimento di <hi rend="italic">giustizia sociale</hi> degli imprenditori.</p>
        <p>Se del pari il progresso scientifico industriale temporaneamente sconvolge, ferisce, sacrifica gli <pb n="138" />interessi di molti, generando nuovi problemi di transizione, esso richiede un più elevato senso di <hi rend="italic">equità sociale</hi> per agevolare l'arduo <hi rend="italic">processo di adattamento o di instaurazione di migliori rapporti economici</hi>.Lo stabilimento meccanico uccide le industrie manuali dell'arte stessa; e non sarà equo che chi più si avvantaggia dei progressi attenui le sofferenze di chi ne è la vittima? La grande fabbrica moderna addensa e deprime i salariati; non è conveniente che si congegnino altre e più proficue forme di contratto collettivo di lavoro?</p>
        <p>Se di ogni progresso tecnico-scientifico, primi ad approfittare sono i privilegiati che possono seguire il crescere delle cognizioni e dei capitali, creando così un accentramento delle industrie, non vi ha che l'<hi rend="italic">amor del bene</hi> verso le moltitudini che riesca a determinare un moto di decentramento, cioè di distribuzione agli umili e più numerosi di quei progressi di civiltà. I grandi industriali si avvantaggiano per semplice <hi rend="italic">calcolo di utile proprio</hi> dei poderosi capitali delle società anonime per azioni. Ma soltanto per disinteressato <hi rend="italic">amore altrui</hi> succedono i filantropi a diffondere fra i mediocri e i piccoli le cooperative di produzione e i banchi popolari. Ecco il bisogno della <hi rend="italic">carità diffusiva</hi>.</p>
        <p>3. Senza una elevazione progressiva di giustizia, di equità, carità sociale fra i produttori, non si effettua <pb n="139" />pertanto la legge dell'incivilimento, che è partecipazione proporzionale di tutti al beneficio stesso dell'attività <hi rend="italic">produttiva</hi>,avvalorata dalla scienza. Da tale industria scientifica e dai suoi trionfi, che tanto onorano il genio, la dignità e la potenza dell'uomo, rimarranno esclusi i più; o da essa fatta retaggio di pochi verranno i più signoreggiati e depressi anche civilmente, come accadde del salariato moderno. E allora accresciuta la ricchezza, ma sminuito nella generalità il <hi rend="italic">valore dell'uomo</hi>,non è fallito lo scopo ultimo del progresso materiale? E a lungo andare questo stesso progresso produttivo non sarà compromesso nella prima sua fonte, che è appunto l'uomo? (Gioberti). Di qui la corrispondente legge storica: <hi rend="italic">ogni avanzamento materiale cela il germe della propria distruzione</hi>,se non è accompagnato ad un progresso più che proporzionale della morale dei popoli e delle analoghe istituzioni civili. E questo l'immane pericolo che sovraincombe alla meravigliosa produzione moderna.</p>
        <p>La educazione dei grandi imprenditori in particolare. – 1. Essa risulta «dallo svolgimento in questi dello spirito di ardite <hi rend="italic">iniziative</hi> e insieme di saggia <hi rend="italic">abilità organizzatrice</hi> (Marshall), sorrette da alti sensi di <hi rend="italic">onestà personale</hi> e di <hi rend="italic">dovere sociale</hi>».Ciò suppone in massima una potente elevazione della <hi rend="italic">individualità</hi> (sciolta da consuetudini di vita <pb n="140" />collettiva), libera autrice delle proprie sorti, la quale fra le difficoltà e lotte dell'assegnamento dell'utile assurga alla coscienza di una missione non solo economica ma civile. L'educazione di tali impresari nella odierna produzione scientifico-capitalistica non può essere che un prodotto storico.</p>
        <p>Precursori ne furono gli imprenditori dei comuni democratici del medio evo, in ispecie gli italiani, maestri a tutta Europa, massimi i veneziani, genovesi, fiorentini. In essi la esuberante energia, esercitata fra incessanti conflitti intestini e fiere gelosie esterne, traeva dalle società mercantili di famiglia e dai collegi dell'arti saldezza e spinta alle <hi rend="italic">iniziative individuali</hi>,che si espandevano in tre continenti: un Marco Polo arricchisce mercanteggiando fra onori e uffici pubblici nell'estrema Cina, due armatori Zeno, a servigio di principi delle isole Farröe, si spingono fino alla Groenlandia, G. Villani, semplice agente di compagnie fiorentine, rinchiude trattati di commercio col re di Cipro, banchieri fiorentini prestano al re di Sicilia e al tesoro inglese, Cosimo de' Medici dall'esilio di Venezia signoreggia il credito di tutta Italia, e nel decadimento di questa, Colombo fa dono ai futuri mercanti e imprenditori di un mondo nuovo. — <hi rend="italic">Organizzatori</hi> potenti essi reggono 30.000 telai nella sola Firenze, disseminano le spiagge mediterranee e le nazioni europee di lor <pb n="141" />fattorie, ordinano corporativamente i servigi di trasporto da Bisanzio a Parigi, Colonia, Londra; e nelle fiere e coi banchi dominano i mercati di Francia, di Fiandra, d'Inghilterra. Nell'esercizio di un vero monopolio di superiorità e fra gli inevitabili abusi della cupidigia non rifiutano tuttavia i dettami della <hi rend="italic">onesta mercantile</hi>,nei contratti versano sempre «il danaro di Dio», sono preoccupati del «<hi rend="italic">giusto prezzo</hi>»,accettano le prescrizioni canoniche e «<hi rend="italic">pro rimedio animale</hi>»,nel caso d'iniqui acquisti, profondono nella beneficenza. L'utilitarismo loro non traligna in egoismo gretto e oppressore; e anche al sorgere del primo salariato nel sec. XIV, nulla in Italia, nei rapporti di questo coi capitalisti, che ricordi lo sfruttamento prepotente dell'età moderna, né si spengono in essi gli ideali di solidarietà cristiana, di libertà civile, di cultura estetica; e que' mercanti si elevano a mecenati, uomini di Stato, letterati ed artisti.</p>
        <p>2. Questo tipo anticipato di impresari moderni, offerto principalmente dall'Italia e più da Firenze nei sec. XII-XV (G. Capponi, Perrens, Pöhlmann, Del Lungo), trapassò per ben altre vicende e deformazioni, prima di arrivare a quell'altro <hi rend="italic">prototipo dell'</hi>«<hi rend="italic">undertaker</hi>» (<hi rend="italic">impresario</hi>)<hi rend="italic"> anglosassone</hi>,a cui si improntò in tutta Europa la <hi rend="italic">borghesia capitalistica</hi> del sec. XVIII e XIX. Frattanto è flagrante il contrasto. <pb n="142" />Il pregiudizio scientifico che la dottrina canonica dell'usura nel medio evo comprimesse la intraprendenza di que' capitalisti, è smentito dai riferiti esempi storici, né regge alla critica. La condanna (non assoluta) dell'<hi rend="italic">interesse</hi> nei mutui difficultava bensì i prestiti, ma sospingeva in cambio i capitalisti a dedicarsi direttamente alla industria, creando la classe degli imprenditori; ed Innocenzo III approvava che i terzi potessero a questi affidare i loro capitali per dividerne i <hi rend="italic">profitti</hi>;e si incoraggiava ogni specie di società produttrici, mentre le leggi canoniche, severe soltanto contro l'<hi rend="italic">iniquo guadagno</hi> (col titolo generico di usura), sospettose di <hi rend="italic">speculazioni</hi> senza merito personale e mimiche di <hi rend="italic">monopoli</hi>,guarentivano la onestà e la libertà mercantile (Ashley, Cunningham, Brants). Ciò che confermavano le <hi rend="italic">leggi</hi> e la <hi rend="italic">politica economica</hi> degli statuti in Italia fino verso il 1400 meno inchinatole a regimi restrittivi che altrove (Roscher). Simili influenze benefiche fruttificarono sull'esempio d'Italia nel sec. XV nei Paesi renani, Francia, soprattutto nelle Fiandre (Janssen, Levasseur, Bücher).</p>
        <p>3. Ma più tardi al contrario, come il rinascimento avea dovunque col lusso cortigiano spento lo spirito di sociali iniziative nella aristocrazia fondiaria, la quale tenne la terra come oggetto di oziose e gratuite risorse, non di imprese produttive, così la <pb n="143" />riforma pervertì la nuova borghesia industriale-mercantesca, la quale col favore dei traffici estra-continentali cresceva potente, specialmente in Olanda e poi in Inghilterra (dal sec. XVI-XVII). Non altri raffigurano meglio l'adergersi dei moderni imprenditori capitalisti, quanto <hi rend="italic">i puritani inglesi</hi> (sec. XVII) che trionfarono col lungo parlamento, colla repubblica, con Cromwell (Marshall).</p>
        <p>L'individualismo religioso proprio del protestantesimo, elevatosi in loro (per contrasto alla Chiesa anglicana di Stato, fredda e opprimente) fino al fanatismo mistico, si ammantò dell'aureola di libertà politica in odio all'assolutismo dei Tudor e successori. Ma insieme, ostentando essi di fronte alla corruzione dissipatrice della aristocrazia cortigiana rigidezza di costumi privati sobri ed operosi, quell'individualismo austero venne a nutrire in loro lo spirito caratteristico di lucro e di accumulazione che parve consacrato da una nuova religione che della povertà facea quasi una colpa. E tale spirito calcolatore, spenta in breve ogni idealità della vita, degenerò in utilitarismo di classe borghese, la quale da un canto per mezzo dei quacqueri formò la «gentry», che nelle campagne soppiantò e disperse l'antico ceto colonico («yeomen») e dall'altro coi monopoli nelle città, nei porti, nelle industrie (rimanente della lana) e nelle banche, eresse la nuova borghesia <pb n="144" />industriale e mercantesca la quale piegò violentemente le leggi e la politica britannica a servigio degli interessi propri, immedesimati con quelli della nazione. — Tale la genesi storica nel sec. XVI-XVII di questo ceto procacciante, il quale, colla bibbia e coll'auna del drappiere in mano, penetrò delle sue virtù e dei suoi vizi l'anima del popolo inglese; e che anche l'emigrazione puritana in America (dal 1629, lord Walter Raleigh), rinfrancatosi dei protestanti speculatori venuti d'Olanda con re Guglielmo d'Orange (dal 1689), fra audacie e lotte titaniche, attraverso il tempo delle invenzioni industriali e del blocco continentale di Napoleone, — temprò la fibra di capitalisti anglosassoni, ardimentosi, pertinaci, e insieme cupidi sfruttatori delle moltitudini, già descritti da Carlyle, Macaulay, Disraeli. Sopra di essi si plasmò a vario grado il tipo degli imprenditori moderni.</p>
        <p>Nobili riparazioni di moralità mercantile, di filantropia e di provvidenze legislative sociali, in parte da loro stessi iniziate lungo il sec. XIX, li rivendicano oggi dinanzi all'economia ed alla solidarietà sociale.</p>
        <p>Leggi e politica della produzione. – Audacie e colpe delle classi produttrici richiamano alla funzione dello Stato come <hi rend="italic">terza causa del progresso industriale.</hi> Come questa si esplica? Certamente colle <pb n="145" /><hi rend="italic">leggi</hi> che guarentiscano e applichino alla produzione i tre grandi istituti (di cui nella «Introduzione») della <hi rend="italic">libertà</hi>,<hi rend="italic"> associazione</hi>,<hi rend="italic"> proprietà</hi>, e colla <hi rend="italic">politica industriale</hi>.</p>
        <p>1. Rispetto alla <hi rend="italic">proprietà</hi> basti qui dire come il <hi rend="italic">regime positivo</hi> (variamente disciplinato dalle leggi) di essa è decisivo per industrie territoriali ed è storicamente la spiegazione massima del progresso o regresso di queste. Una mala distinzione giuridica fra proprietà del suolo e del sottosuolo può difficultare lo sviluppo della industria mineraria; l'attribuzione illimitata dei boschi ai privati può distruggere l'industria forestale, come nell'agricoltura torna impossibile un progresso duraturo, finché quella non sia uscita dal regime generale permanente di <hi rend="italic">proprietà collettiva</hi>.Ma di ciò a suo luogo.</p>
        <p>2. Multiforme e possente impulso alla produzione è la <hi rend="italic">libertà</hi>,la quale insieme alla concorrenza (che ne è un aspetto concomitante) è <hi rend="italic">condizione e misura dello sviluppo di leggi normali produttive</hi>,sicché senza di essa la legge progredente dell'utile rimane disviata o compressa.</p>
        <p>Ma qui non trattasi della <hi rend="italic">libertà personale</hi> come riconoscimento della <hi rend="italic">autonomia e dignità umana</hi>,istituto fondamentale di tutta la vita sociale ed economica (vedi nelle <hi rend="italic">premesse</hi> storiche), il cui opposto è la schiavitù. Ma la libertà, assunta come fattore di <pb n="146" />progresso della <hi rend="italic">produzione</hi>,riguarda in particolare la <hi rend="italic">facoltà di scelta</hi>:<hi rend="italic"> —</hi> della professione od industria, — dei metodi tecnici nell'esercizio di essa, — dei relativi contratti, scambi, compensi, — della rispettiva sede e dislocazione. Libertà perciò complessa, accomunata ai singoli cittadini e integrata dalla libertà di associazione a scopi produttivi. Di queste libertà si alimenta, come di una respirazione a più polmoni, la elasticità del lavoro e in ispecie la virtù di iniziativa e di organizzazione degli imprenditori.</p>
        <p>Sono singole libertà economiche, che insieme al vario regime di proprietà, rinvengono guarentigia e compimento nella <hi rend="italic">legislazione</hi> e <hi rend="italic">politica industriale</hi> della quale sono organi le <hi rend="italic">corporazioni di classe</hi> e lo <hi rend="italic">Stato</hi>.Sennonché tale funzione tutrice e promotrice della ricchezza, per mezzo di questi organi, «non si dispiega storicamente con cammino rettilineo o continuato, ma piuttosto, dal medio evo ad oggi, anticipa l'azione corporativa e ritarda quella statuale; e partendo da regimi di spontaneità e larghezza, procede verso sistemi artificiosi e restrittivi, spesso iniqui e arbitrari, prima di giungere ad una disciplina razionale dell'attività produttiva». Alcuni cenni illustrativi.</p>
        <p>Nell'economia comunale. – I collegi delle arti (corporazioni, «guilds», «jurandes», «Innungen», «Zünfte») come rappresentanze organiche <pb n="147" />delle classi operose, insieme alle loro funzioni <hi rend="italic">religiose morali</hi> (culto e carità) e <hi rend="italic">giuridico-politiche</hi> ed <hi rend="italic">economiche</hi>,in genere (vedi «Introduzione») avevano anche il particolare ufficio di <hi rend="italic">proteggere e promuovere la produzione</hi>.</p>
        <p>1. Studi recenti, dettati sulle fonti prime intorno all'arti, ci autorizzano ad affermare che presso quelle popolazioni imbevute dello spirito cristiano, nei comuni civici di tutta Europa ma più in Italia, era congenita la convinzione essere la libertà il migliore sussidio del lavoro, nato ad una culla colle corporazioni; e queste anzi furono dall'origine e lungamente l'asilo e la tutela di una relativa libertà. Città ed arti si compongono e si ingrossano di campagnoli che si sottraggono alla servitù della gleba; più tardi (dal sec. XII e XIII) i magistrati corporativi e civici moltiplicano le carte di affrancazione dei contadini, dettate da ragioni morali politiche ma anche economiche. I collegi dell'arti e forse il comune stesso sorgono da leghe di antiche associazioni spontanee; e in seguito in quei recinti spuntano liberamente tutte le specie di società mercantili, poi trapassate all'età moderna. L'ascrizione, anche obbligatoria, ad un collegio per lo più in Italia non importava eccezioni o difficoltà all'ingresso o al tirocinio, salvo che per qualche titolo di moralità personale o di decoro comune. Le tariffe delle mercedi <pb n="148" />e dei prezzi non si introducono che in momenti critici (p. e. dopo il rialzo per la peste del 1348), e nel periodo del decadimento (dal sec. XV). Sola eccezione il commercio del grano, mercé il <hi rend="italic">regime annonario</hi>,adottato dallo Stato per la comune sussistenza in tempi di frequenti carestie (ogni 10 anni in media). Merci e spedizioni al di fuori sono inviliate dai collegi stessi, ma per garanzia di onestà mercantile ossia per l'«onore dell'arte». Dall'uno all'altro comune o Stato estero, anche in paesi levantini, facoltà di insediarvisi corporativamente per l'esercizio di industrie e di commercio, con diritti di estraterritorialità (come si fosse in patria) e sotto magistrati propri, frequentando fiere, mercati, e mantenendovi regolari corrispondenze. Tutto ciò invero non per diritto comune di liberi scambi universali, ma per virtù di «privilegi» impartiti di volta in volta a singoli Stati e popolazioni, ma che sono frattanto libertà parziali. Nel quale godimento di speciali libertà si trovano i comuni industriosi e mercanteschi nei paesi continentali e d'oltremare in concorrenza, donde fra essi gelosie e guerre commerciali distruggitrici; da cui però si usciva spesso mercé «reciproci <hi rend="italic">trattati</hi> di commercio», preparatori di una libertà generale futura (Lampertico, Orlando, Pöhlmann, Doren, ecc.).</p>
        <p>Ciò vale a vario grado per tutti i comuni italiani, remoti o emancipati da signorie feudali e regie, <pb n="149" />anche per quegli Stati medioevali, come la repubblica veneta, in cui le classi artigiane perdettero (dalla <hi rend="italic">serrata</hi> del Gran Consiglio, 1282) ogni autorità politica, — fino al tempo della decadenza. In essi la legislazione di Stato non esautora gli statuti corporativi, di cui invece sanziona le disposizioni autorevoli e le sentenze, sinché il <hi rend="italic">diritto commerciale</hi> esce dalla giurisprudenza del <hi rend="italic">tribunale della mercanzia</hi>,costituito dalle arti maggiori; e lo Stato provvede da sé direttamente soltanto per alcune classi lavoratrici <hi rend="italic">non incorporate</hi> (p. e. braccianti, salariati) o per alcuni argomenti di utilità pubblica (p. e. l'annona). Il quale spirito di larghezza della città, in parte trapassa alla campagna (comunque a quella soggetta), ove i comuni favoriscono la mobilitazione della terra e dei coltivatori; e quella, tutt'altro che incentrarsi, si spezza nelle medie e piccole proprietà; e questi si adergono dinanzi alla borghesia acquirente del suolo coi liberi contratti di livello e di colonia parziaria. Ciò spiega la straordinaria potenza produttiva dei nostri grandi comuni, in ispecie di Milano, Genova, Venezia, soprattutto di Firenze.</p>
        <p>2. A questo spirito più d'ogni altro si accosta il regime corporativo originario della Francia, specialmente se si riguarda le «maîtrises libres» (maestranze), nate spontaneamente sotto l'ispirazione delle «confreries» in mezzo alle popolazioni del <pb n="150" />sud, ove la libertà civile e municipale era antica, rispetto alle «maîtrises jurèes» o «jurandes» del nord, in cui si sente la pressione feudale. Tuttavia nel sec. XIII sotto i Capetingi, la monarchia alleata ai comuni per combattere il feudalesimo, pur organizzando i «métiers» di Parigi, come fece mirabilmente s. Luigi IX, per mezzo di S. Boyleau prevosto dei mercanti («établissements des métiers») per darvi saldezza economica e politica, serbò ad essi <hi rend="italic">piena autonomia</hi> nel regolare gli interessi di classe; — e sotto i Valois fu, per virtù di tradizioni, sempre libera concorrenza fra i gruppi organizzati di città (Blanqui, Levasseur, C. Jannet).</p>
        <p>3. Ma ancora in Germania nel sec. XIV-XV, età della fioritura delle corporazioni («Innungen») tedesche, queste erano autonome nel loro duplice carattere sociale e politico (Schönberg, Gierke) e vi rifluiva la pienezza della vita artigiana (Janssen). E finalmente in Inghilterra, nei «misteries or craftguilds » (corp. operaie di mestiere) rimase in vigore per tutto il periodo anglonormanno il principio della «common law», per cui l'esercizio di un mestiere era considerato come un diritto proprio di ogni uomo libero e assicurato dalla organizzazione, senza differenze per tale rispetto fra città e campagna (Gneist, Bry, Ashley).</p>
        <p>Tutto ciò è uno dei risultati più decisivi della <pb n="151" />critica storica, che ribadisce come la libertà sia antica e moderno l'assolutismo.</p>
        <p>Nell'economia nazionale dell'evo moderno. – 1. Ma, cominciando dal sec. XV e più nel seguente, si assiste ad una generale e progressiva contrazione di questi rapporti di libertà fino a mezzo il sec. XVIII. Restrizioni, talora invocate dalle stesse corporazioni e sempre introdotte sistematicamente dallo Stato, il quale come organo massimo di tutela e promozione degli interessi economici della nazione d'ora in poi fa prevalere al di sopra delle discipline corporative una <hi rend="italic">propria legislazione e politica industriale</hi>,connessa con quella mercantile.</p>
        <p>Vi concorsero quelle cagioni sociali-politiche proprie del passaggio dall'età media alla moderna, che riuscirono ad un <hi rend="italic">accentramento del potere regio</hi> in più vasti stati territoriali; ed economicamente il <hi rend="italic">sistema del mercantilismo</hi> (vedi «Introduzione»). Ma ad esse si aggiunsero nei riguardi particolari del compito dello Stato dinanzi <hi rend="italic">alla produzione nazionale</hi>,connessa col precedente assetto corporativo, tre ragioni peculiari: — moralmente, col degenerare e languire dello spirito religioso e caritatevole fra i membri delle corporazioni l'acuirsi in essi dell'egoismo gretto di classe, infesto alla comune solidarietà; — socialmente, l'ampliarsi delle imprese e insieme del salariato, ambedue incompatibili coi vecchi <pb n="152" />statuti artigiani mercantili; — politicamente, il bisogno di più vaste e robuste provvidenze coattive di Stato, per aggiungere una remora al decadere dell'industria delle antiche nazioni ed una leva al crescere della produzione di popoli nuovi.</p>
        <p>Tale legislazione di Stato si informa ad un concetto opposto a quello cristiano finora prevalso, che la facoltà di fondare ed esercire una industria non sia di diritto naturale sotto l'egida immediata delle associazioni autonome di classe, ma derivi da una «concessione» del principe (privilegio), cui spetta pertanto di disciplinarne coattivamente l'esercizio nell'interesse generale, economico e politico, assoggettando all'uopo ad un regime restrittivo il preesistente ordinamento corporativo ovvero sostituendosi gradualmente ad esso.</p>
        <p>2. Anticipa la Francia, ove già erasi affacciato felicemente il pensiero con Luigi IX (sec. XIV), ribadito dal re Carlo V (1358), di combinare l'autonomia dei «métiers libres» coll'interesse generale. — E sotto i Valois, finita la guerra dei cento anni, nel proposito positivo di ricostituire la unità della nazione, da Carlo VII (1442-1461) che sottopose alla approvazione regia gli statuti corporativi, a Luigi XI (m. 1483), a Carlo VIII (m. 1498) e a Francesco I (m. I547), si moltiplicarono con lettere patenti («lettres de maîtrise») i mestieri giurati dipendenti dai <pb n="153" />re, le riforme di varie corporazioni, l'assoggettamento fiscale di esse; e nella seconda metà del sec. XVI si introdusse colle grandi ordinanze di Carlo IX (1567) e di Enrico III (1581) un <hi rend="italic">ordinamento uniforme di tutte le corporazioni francesi</hi>.<hi rend="italic"> ―</hi> Ma, fra arbitri ed abusi, le tradizioni del paese ne contennero fra limiti ragionevoli gli effetti, prevalendo così i benefici. Di tali provvidenze altre valsero a togliere alle corporazioni il carattere feudale; altre a metter freno a pretese egoistiche e a conflitti fra le industrie e ad assicurare il diritto ai cittadini di esercitare l'arte in ogni punto del regno; e le ultime, divenendo universali, a rendere le corporazioni più accessibili e meno restrittive (C. Jannet).</p>
        <p>Anzi (sulle tracce di Luigi XI e di Francesco I) Enrico IV, sorretto dal grande ministro Sully, per ristorare i danni delle guerre civili religiose, avea già coll'editto del 1597 coordinate le riforme corporative ed un temperato e generale <hi rend="italic">programma di protezionismo educativo</hi>.Con illuminati provvedimenti ringiovanisce l'agricoltura francese, attrae artigiani dall'estero per introdurre industrie suntuarie (specialmente seriche), fonda grandi manifatture artistiche di Stato, istituisce un consiglio del commercio, adotta un temperato regime doganale in favore di alcune industrie ben scelte e infine rilascia «lettres de maîtrise», senza obbligo di tirocinio e di <pb n="154" />prove («chef d'oeuvre»), ad incoraggiamento dei più capaci e novatori, e tutto rinfranca con trattati di commercio, sulla base della reciprocità, con Inghilterra, Svizzera, Spagna.</p>
        <p>È questo il saggio più illuminato ed equo di <hi rend="italic">politica nazionale promotrice</hi> dell'Europa moderna fino al sec. XIX. Ad essa deve la Francia la sua <hi rend="italic">sana costituzione</hi> produttiva, la quale non ha pari in Europa.</p>
        <p>Ma Colbert, il ministro di Luigi XIV, riprendendo e recando all'estremo le tendenze restrittive e artificiose dell'epoca, con una serie di ordinanze regie (dal 1665) e in specie coll'editto del 1679, ne fa applicazione sistematica, rigida, universale (P. Clément). Le corporazioni esautorate divengono un congegno burocratico e di finanza in pugno allo Stato, un minuzioso regolamentarismo tecnico-economico sotto ispettori governativi irrigidisce la divisione del lavoro, brucia i prodotti non regolamentari, punisce i trasgressori, rincara i prezzi; — il mercantilismo nei rapporti esterni è spinto fino alla proibizione, sorretto da guerre poderose.</p>
        <p>Accoppiato il sistema alla prosecuzione all'interno di una diretta ed intensa protezione industriale (privilegi agli introduttori di industrie artistiche, broccati, pizzi, vetrerie, sussidi pecuniari e monopoli mercantili, manifatture di Stato come i tappeti di Gobelins) ed agli splendori politici e cortigiani del <pb n="155" /><hi rend="italic">re Sole</hi>,poté appellare e in parte attuare una affascinante prosperità cui seguirono delusioni e ruine, in ispecie dopo la revoca dell'editto di Nantes (1685).</p>
        <p>Eppure al sistema oppressivo oppose ancora freni il costume e lo spirito francese. Libertà di arti e traffici ottiene dal 1606 la città di Lyon, centro del commercio bancario; e la reclamano per tutti gli stati generali nel 1614; la conserva e difende nel commercio e nei trasporti fluviali (dal sec. XIV fino al 1779) la «communauté des marchands de la Loire» e al regime corporativo di coazione si sottrae per consuetudine il mezzodì della Francia. Mentre nelle stesse campagne fra il crescere dei grandi domini e dei privilegi signorili la giurisprudenza impedisce almeno lo spogliamelo, altrove seguito, delle cittadinanze (C. Jannet). Così la legislazione economica coercitiva poté non essere causa primaria della ruina della Francia alla vigilia della rivoluzione.</p>
        <p>3. All'opposto le tendenze di <hi rend="italic">classe chiusa</hi> mercantesca prevalgono anticipatamente nelle <hi rend="italic">Anse</hi> («Hansen», federazioni corporative di città) <hi rend="italic">tedesche</hi> del mare del Nord e Baltico, compresi i paesi fiamminghi (Olanda), prosperanti dal sec. XV e impazienti di emanciparsi dal predominio degli italiani e di imporsi alla nascente industria inglese (Roscher). E dietro a questi esempi in tutta Germania nel <pb n="156" />sec. XVI le corporazioni escluse da funzioni politiche si stringono a reclamare dai governi territoriali <hi rend="italic">la tutela in forma esclusiva e coattiva dei loro ineressi di classe</hi>,con quel regime caratteristico dello «Zunftzwang», che importa la triplice limitazione della libertà del lavoro, economica, tecnica e commerciale mercé il conferimento di un privilegio di esercitare un'arte, il regolamento dei metodi industriali da parte della corporazione e la garanzia dello spaccio in certe zone speciali.</p>
        <p>I principi durante le rivoluzioni sociali e guerre della riforma per reggimentare sotto di sé le classi borghesi e popolari della città volentieri consentirono i richiesti privilegi restrittivi che poi si completarono con le norme uniformi imperiali, le quali vanno dalle ordinanze di Carlo V (1530-48) fino alla radicale riforma di Carlo VI nel 1731, riprese e specificate da Federico II in Prussia e da Maria Teresa in Austria, sicché in Germania e in Austria la corporazione privilegiata e burocratica si cristallizzò fino al sec. XIX.</p>
        <p>4. La legislazione di Stato sul lavoro dell'ari e dei campi, molto remota in Inghilterra ma contenuta nei limiti di una tutela contro le frodi e gli alti prezzi, ebbe occasione di dispiegarsi più che ogni altro paese intensivamente all'occasione del rialzo straordinario delle mercedi per la peste del 1348 e delle seguenti turbolenze agricole, simultaneamente alla privazione <pb n="157" />della autorità politica nelle gilde di mestiere. Ma nella seconda metà del sec. XV, sotto i due primi Tudor, per programma di economia nazionale, per necessità di una finanza dissipatrice e infine per passione religiosa, la politica economica, asservito e stremato fiscalmente il popolo, perviene sotto Enrico VIII (nel I547), e poi Edoardo VI, a sciogliere le gilde di mestiere o almeno (la cosa è dubbia) le confraternite annesse, incamerandone i beni che insieme a quelli del clero cattolico trasferirono un terzo del territorio inglese in mano di cortigiani (Ashley, Toulmin Smith, Rogers).</p>
        <p>Partendo da questa violenta e flagrante usurpazione, la quale spense o privò di ogni vitalità le corporazioni popolane, talora spontaneamente risorte, e che iniziò il proletariato agricolo, industriale e lo immiserì, — la legislazione e politica inglese con pertinace continuità si pose a servizio dell'egoismo di classi dominatrici, confuso con quello nazionale, fino al sec. XIX, con tre intenti fieramente scolpiti: — la emancipazione della industria e del commercio britannico da altri Stati; — la fissazione del proletariato al suolo e di quello industriale al mestiere; — e la sovrapposizione ad esso di classi capitaliste privilegiate.</p>
        <p>5. Si svolge in tre momenti ricollegati, di cui sono protagonisti Elisabetta e Giacomo I, Cromwell e i puritani, Guglielmo d'Orange e i banchieri.</p>
        <p>
          <pb n="158" />Elisabetta, che inaugura le guerre commerciali colla caccia agli alleati e colla distruzione della <hi rend="italic">grande armata</hi> di Filippo II, — mediante lo <hi rend="italic">statuto dei lavoratori</hi> («Statute of labourers» o «Acta of apprentisage») del 1562, per infrenare l'esodo dalle campagne obbliga i contadini, spogliati delle terre dei diritti d'uso, ad insediarsi presso i nuovi proprietari e a non lasciare la parrocchia di domicilio (1601); e nelle città, per formare un artigianato scelto a servigio dei grandi manifattura, prolunga il tirocinio (a 7 anni) e le tasse di maestro (fino a 100 st.); e insieme tariffa i salari dei compagni (garzoni) per mezzo dei giudici di pace, che sono gli stessi padroni, punisce le coalizioni come delitto di cospirazione. — Cromwell, mentre coll'Atto di navigazione (del 1651) pretende al dominio esclusivo del mare, minando la pesca, la marina e l'industria degli olandesi, distrugge col ferro i proprietari coltivatori d'Irlanda e introduce nelle campagne inglesi disertate i capitalisti speculatori sui pascoli dei montoni. — Ma sotto gli Frange (I689), con Guglielmo III e successori, è un trionfo crescente del capitalismo, che dopo la vittoria sulla stessa Francia conquista la egemonia del mondo. Legalizzando i procedimenti arbitrari dei re già prodighi verso cortigiani di terre e privilegi industriali e mercantili, la cui facoltà di impartirli fino dal 1623 fu trasferita al solo <pb n="159" />parlamento, questo moltiplica a quest'epoca gli «Enclosure acts» che insediano alla metà del sec. XVIII l'oligarchia terriera; e nel tempo stesso si concedono sistematicamente monopoli di singole industrie (ferro, carbon fossile, piombo, ecc.) a società anonime di speculatori, privilegi di commercio a certe città («incorporated»); o infine si assegna l'amministrazione e lo sfruttamento di colonie in Africa, in America, in Asia, in forma sempre esclusiva, a tre enti privilegiati: — o alla corona, — ovvero a «lords» proprietari, — o infine a compagnie commerciali (la prima <hi rend="italic">delle Indie orientali</hi>,già dal 1600), compresa la Compagnia dell'Africa del sud, la quale nel trattato colla Spagna (1713) acquista il diritto della tratta dei negri. E ciò, mentre fra le più sfrenate speculazioni di borsa, che si ripercossero in Francia, la novella servitù dei volghi irlandesi si ribadiva ignominiosamente colle leggi della regina Anna (1702-14); e il regolamentassimo dei lavoratori industriali raggiungeva il massimo di estensione sotto ai due primi Giorgi (— 1760). Era invero la imposizione <hi rend="italic">legale coercitiva</hi> di una classe sopra un'altra.</p>
        <p>6. In tal modo dal sec. XVI l'interesse della produzione nazionale, da conseguirsi coattivamente dallo Stato colla immolazione della libertà, divenne il cardine della politica interna ed estera, per tre secoli. Vero materialismo politico-economico, che <pb n="160" />riuscì a questi risultati: nelle nazioni latine, dalla Spagna di Carlo V alla Francia di Luigi XIV, esaurì la fonte della potenza produttiva, che è la libera iniziativa privata; e nella Germania, colle prammatiche imperiali, col regolamentassimo autocrate di Federico II e burocratico di Maria Teresa, ritardò fino al sec. XIX la formazione di una vitale produzione. L'Inghilterra sola creò una poderosa economia nazionale, facendo servire i più intensi provvedimenti di Stato alla intraprendenza dei capitalisti, ma insieme pervertì la funzione economica civile delle classi produttrici, spingendo la borghesia ad erigere la propria oltrepotenza sull'immolazione dei lavoratori, cioè sulla depressione dei suoi naturali cooperatori; addensando così pericoli interni all'industria contemporanea.</p>
        <p>Tuttavia nelle genti germaniche rimase sempre la convinzione della grande funzione dello Stato nel progresso economico.</p>
        <p>Nell'economia liberale. – 1. Frattanto eransi generalmente addensati gli incentivi alla reazione, la quale nell'interesse della stessa produzione proruppe intorno alla metà del sec. XVIII <hi rend="italic">contro lo Stato, il regime corporativo e i privilegi industriali</hi> insieme; e ciò in nome appunto della «libertà del lavoro». Iniziata dalle razze latine, ove maggiori le idealità e l'individualismo egualitario, scoppiò in Francia non <pb n="161" />già con provvidenze riformatrici degli abusi, ma con una radicale <hi rend="italic">opera negativa o distruttiva —</hi> di ogni <hi rend="italic">legge speciale</hi>, anche disciplinatrice di <hi rend="italic">ordinamento di classe</hi> anche lavoratrice, — di ogni <hi rend="italic">intervento positivo</hi> dei pubblici poteri, anche a profitto della ricchezza generale, reputando bastassero il <hi rend="italic">diritto comune,</hi> la <hi rend="italic">libertà individuale</hi> e l'<hi rend="italic">azione dello Stato puramente custode</hi> della giustizia fra tutti i cittadini, per assicurare il progresso economico e in ispecie lo slancio della produzione.</p>
        <p>La «libertà del lavoro» in tutte le sue forme ed applicazioni, giudicata stimolo e freno a sé stessa, doveva rimanere unica causa promotrice e regolatrice del progresso indefinito delle industrie e dei commerci nei rapporti interni ed esterni. La Francia con Turgot, ministro di Luigi XVI, sopprimeva nel I776 le «jurandes» (corpi d'arte), confermandone l'abolizione nel 1789 e 1791, proibendone anche la futura ricostituzione (1793). Coi privilegi nobiliari annullava le antiche ordinanze industriali e proclamava da parte dello Stato il «laissez faire» e «laissez passer», facendone crescente applicazione sotto la prima rivoluzione, e più tardi sotto gli Orleanisti e Napoleone III, fino ai trattati di commercio internazionale (dal 1860). — L'Inghilterra stessa, sicura che al primato già saldamente acquisito nell'industria e nei mercati mondiali avrebbe giovato <pb n="162" />ormai più che nociuto la libertà, lasciò cadere in dissuetudine le sue leggi restrittive industriali; ma revocandole espressamente solo nel sec. XIX, con un processo graduale dal 1814 (Giorgio IV, regg.) e 1835 (Guglielmo IV) fino al 1856-1872-76 (Vittoria).</p>
        <p>Né ciò per una acquiescenza passiva, ma per un triplice ordine di cause effettrici concomitanti, in parte comuni a tutta Europa: gli stessi privilegi e monopoli precedentemente moltiplicati, che costituirono un numero crescente di industrie e commerci al di fuori dei vecchi regolamenti; — il mutamento tecnico economico delle industrie moderne, a cavaliere dei due secoli XVIII e XIX, incompatibili con le antiche leggi; — il rivolgimento della scienza che dette con Adamo Smith il trionfo sul suolo inglese e dovunque alla politica economica liberale. E tuttociò non senza il concorso di agitazioni sociali profonde e di iniziative ardite e pertinaci di uomini di Stato benemeriti delle riforme sociali legislative, tutto lungo il sec. XIX, da Peel (seniore 1802) ad Huskisson (1824-25), a Ashley (lord Shaftesbury, dal 1830) a Gladstone (dal 1878).</p>
        <p>La Germania, dopo le riforme dei ministri Stein ed Hardenberg in Prussia nel 1808-16, entrò tardivamente in regime di libertà colla «Gewerbeordnung» del 1869, seguendola più lenta l'Austria Ungheria, mentre gli Stati minori (Belgio, Olanda e il <pb n="163" />Piemonte), precorrendole, vi entrarono animosamente come un pegno di loro rinascita economico-civile.</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Per la prima volta nella storia economica della civiltà cristiana lo sviluppo della attività economica procedette sciolto</hi> pressoché in modo assoluto <hi rend="italic">da ogni speciale norma disciplinatrice</hi> dettata dall'interesse generale; e ciò in un periodo di straordinarie e incalzanti innovazioni tecnico-economiche che si ripercotevano in modo inatteso, ampio e profondo su tutte le relazioni giuridico-sociali. Reazione immensa ma perigliosa.</p>
        <p>La produzione n'ebbe slancio vigorosissimo universale, quale non si avverò mai nella storia del mondo. Ma nel tempo stesso (avvertasi bene) in tale regime di libertà senza freno di legge e di coscienza, — a quel <hi rend="italic">predominio legale</hi> delle classi proprietarie imprenditrici, gravante per tre secoli di privilegi e coercizioni sopra i lavoratori del passato, vi sostituì la <hi rend="italic">preponderanza di fatto</hi>,spesso non meno iniqua e crudele, che i ceti capitalisti speculatori, muniti della potenza del sapere e del capitale moderno, fecero pesare sul proletariato industriale ed agricolo presente, che ne rimase schiacciato, a preparare nella miseria e nell'odio di classe entro le risorte unioni di mestiere («trade unions») la vendetta contro la società e lo Stato. Non mai tante forze pronte a produrre la ricchezza si trovarono di fronte a tante <pb n="164" />forze congiurate a distruggerla. Si ripensò allora «che la libertà stessa può asservire, e la legge diventare invece liberatrice». E lo divenne veramente, intervenendo non più a distruggere ma a guarentire a tutti la libertà del lavoro e insieme a coordinarla alla solidarietà sociale.</p>
        <p>Nell'economia contemporanea risorse pertanto il bisogno di restaurare la <hi rend="italic">funzione disciplinatrice</hi> e <hi rend="italic">promotrice</hi> dello Stato, come organo di progresso della ricchezza. Di qui due rami della funzione economica dello Stato, che già spuntati nelle corporazioni e nei comuni medioevali, oggi si riproducono in più vaste e differenti condizioni: — la <hi rend="italic">legislazione e politica sociale</hi> che versa sugli interessi collettivi reciproci delle classi, di che al tema della distribuzione della ricchezza; — e la <hi rend="italic">legislazione e politica propriamente industriale</hi>,che rientra qui nella produzione.</p>
        <p>Di quest'ultima, che nei vari Stati è in continuo divenire, i fini e gli indirizzi prevalenti si possono frattanto così delineare.</p>
        <p>Essa mira a guarentire la facoltà in tutti i cittadini e stranieri di fondare qualunque industria; e di esercitarla con ogni modalità tecnico-economica, con ogni sussidio di associazione, senza limite di scambi interni ed esteri, assicurando le mutue obbligazioni liberamente all'uopo contratte. — Essa intende a <pb n="165" />salvaguardare i diritti personali superiori, che fossero nella produzione compromessi (la sicurezza, l'igiene, la moralità). — Essa inoltre disciplina gli esercizi industriali nei limiti dell'interesse generale, riservandosi, se tale interesse lo richieda, di costituire una impresa pubblica o di Stato (una manifattura, una fabbrica d'aromi, la zecca, la posta, le ferrovie), o in concorrenza coi cittadini o in forma di monopolio (municipalizzazione o statizzazione dei servigi pubblici). — Essa provvede alla educazione industriale della nazione, col tirocinio, le scuole tecnologiche, le esposizioni, i premi, e se fia d'uopo in via temporanea con un regime doganale protezionista, adattandolo alle esigenze della economia nazionale e del mercato internazionale. Qualche criterio positivo più analitico a suo luogo (Schönberg).</p>
        <p>
          <pb n="166" />
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        <head>VIII. Leggi del progresso produttivo negli elementi compositivi delle imprese</head>
        <p>Legge generale di coordinazione. – Col sussidio dei tre coefficienti, la scienza industriale, l'educazione dei produttori, la promozione dello Stato, si svolgono le <hi rend="italic">leggi normali del progresso produttivo</hi>,il quale consiste nel «conseguimento sempre più completo del massimo prodotto col minimo dispendio di fattori».</p>
        <p>Ciò si attua mediante una «<hi rend="italic">legge complessa di coordinazione di mezzi e forme di produzione</hi>»a quel fine stesso. Legge <hi rend="italic">complessa</hi>,la quale si esplica con altre leggi <hi rend="italic">derivate</hi>,dapprima nelle <hi rend="italic">singole imprese</hi> (economia privata) nei loro elementi compositivi e nel loro ordinamento, di poi nei <hi rend="italic">vari rami di industria</hi> e infine nella <hi rend="italic">produzione generale</hi> (economica sociale).</p>
        <p>Legge delle proporzioni definite. — Per le singole imprese nei loro elementi o fattori compostativi vale la <hi rend="italic">legge delle proporzioni definite</hi>,che tolta dalla chimica moderna (Paulo Wagner), fu felicemente trasferita (Marshall, Valenti, la scuola matematica) all'economia. <pb n="167" />1. Come chimicamente un corpo risulta da diversi agenti rigorosamente determinati per specie (analisi qualitativa), così ogni impresa di produzione, per rispondere progressivamente al fine edonistico, deve prima accomodarsi alla <hi rend="italic">legge delle proporzioni definite qualitative</hi>,rispetto ai fattori della produzione, mediante una cernita e applicazione di quelle specie di lavoro, di capitale, di forze e materie naturali, che offrono il più alto grado di efficacia utile, rispondente alla natura dell'impresa stessa.</p>
        <p>Così in un <hi rend="italic">setificio</hi> per la preparazione del delicato e prezioso prodotto, il progresso consisterà nel preferire nel <hi rend="italic">lavoro</hi> la mano flessuosa della donna a quella rude dell'uomo; nel <hi rend="italic">capitale</hi>,stromenti di precisione a quelli elementari; nella <hi rend="italic">natura</hi>,più pieghevoli forze motrici dell'elettricità a quelle del vapore. La legge è del pari manifesta nella agricoltura, ove talune derrate o piante richiedono ben definite qualità di terreno (natura), di concimi (capitale), di coltivatori (lavoro); specialmente nell'orticoltura e giardinaggio.</p>
        <p>2. Altrettanto sull'esempio della chimica ove un corpo presenta le sue proprietà distintive solo allora che ciascuno degli elementi qualitativi si combini cogli altri in una certa esatta quantità (analisi quantitativa), l'economia produttiva non può raggiungere i suoi effetti utili, se non obbedendo alla <pb n="168" /><hi rend="italic">legge delle proporzioni definite quantitative</hi>,per la quale (a pari qualità dei suoi fattori) essa adotti quelle proporzioni di quantità che forniscano una progressione dell'utile stesso.</p>
        <p>Non si ottiene uno speciale prodotto orticolo, senza tanti gradi di calore e di umidità (natura), senza tanta quantità di stallatico (capitale), senza tanto numero di braccia (lavoro). E dato un lanificio che si prefigga produrre 10 000 pezze di panno, rimane per un esperto impresario definita non solo la qualità del personale, della materia greggia, della montatura meccanica, ma anche la quantità di tutti e tre questi fattori.</p>
        <p>3. Vi si aggiunge la <hi rend="italic">legge delle definite proporzioni reciproche od armoniche</hi>.È una risultante di queste due leggi, in combinazione con quella di <hi rend="italic">integrazione</hi> dei vari fattori della produzione fra loro, per cui l'uno completa l'altro e in parte lo supplisce.</p>
        <p>Una concimazione più abbondante (quantità) giova, a condizione che il terreno sia capace (qualità) di assimilarsi quella dose maggiore. Né si fa con più potenti strumenti (quantità) una più profonda aratura se la composizione o qualità del suolo non lo comporti. E viceversa una macchina più perfetta risparmia un numero di braccia e un terreno sciolto qualche paio di buoi. Perciò il concorso integrante e reciproco dei vari fattori definisce ulteriormente la proporzione di essi in qualità e quantità. <pb n="169" />4. Di qui le seguenti proposizioni (Valenti). — Il risultato utile della produzione tieni in relazione con una determinata combinazione qualitativa e quantitativa degli elementi o fattori di essa. — Vi ha una qualità inferiore e una quantità minima di ciascun elemento, che è indispensabile ad ottenere un qualunque risultato utile e da cui pertanto la produzione comincia. — Vi ha una qualità superiore e una quantità massima di ciascun elemento oltre le quali l'aggiunta di una più perfetta qualità o di una più copiosa quantità non dà risultato alcuno, e in cui pertanto l'effetto utile produttivo finisce. — Fra questi termini di escursione (per usare il linguaggio statistico) in cui si ottiene sempre un prodotto, si dispiega il <hi rend="italic">progresso possibile</hi> della produzione, consistente nell'effettuazione di un <hi rend="italic">massimo relativo di efficacia produttiva</hi>. Ma in quella escursione vi ha certamente un punto culminante in cui una determinata qualità e quantità di fattori riesce a fornire «un massimo di prodotto relativamente al dispendio, e quindi il più alto margine di reddito netto dell'impresa». Avvicinandosi con sempre più proporzionate combinazioni di elementi produttivi a questo massimo relativo, «<hi rend="italic">l'efficacia produttiva sarà crescente</hi>»;tocco quell'acme, l'ulteriore impiego e dispendio di fattori (personali o materiali) potrà fornire bensì nuovi incrementi di prodotti, ma ogni <pb n="170" />quota di essi rispetto ai dispendi darà un risultato netto sempre minore fino a zero, sicché «<hi rend="italic">l'efficacia produttiva sarà decrescente</hi>»<hi rend="italic">.</hi></p>
        <p>La duplice legge ascendente e discendente più nettamente appare nelle industrie territoriali, ma sostanzialmente è propria di tutta la produzione. Il progresso generale pertanto della produzione consiste per questo riguardo nell'adottare tali proporzioni fra i fattori da raggiungere quel <hi rend="italic">massimo relativo</hi>.Tali le conclusioni delle ricerche odierne in proposito, quali ci pare di poter esprimere in formule generali, destinate a dirimere antiche e nuove questioni sulla legge prima della produzione.</p>
        <p>5.Spetta al genio e all'esperienza di ogni imprenditore, giusta la natura di ogni produzione (agricoltura, miniere, manifattura), a cogliere e definire di volta in volta, col sussidio delle scienze applicate, questo massimo relativo. Il quale anche nella stessa industria varia di continuo col modificarsi: — delle <hi rend="italic">circostanze estrinseche</hi> telluriche, quali la sede dell'industria e i mezzi di comunicazione; — dell'<hi rend="italic">ambiente sociale</hi>,come il mutare di indirizzo e intensità dei consumi; — e soprattutto dello <hi rend="italic">stato intrinseco dei fattori produttivi</hi>.L'elevarsi delle attitudini dei lavoratori, una trasformazione tecnica del capitale, la scoperta di nuove forze di natura, <hi rend="italic">spostano e rialzano di continuo quel massimo relativo</hi>, effettuando attraverso </p>
        <p>
          <pb n="171" />l'alterno ascendere e discendere dell'efficacia produttiva il progresso definitivo di essa.</p>
        <p>Però il saggio ed esperto imprenditore ha un altro modo di accrescere la prosperità della propria industria, quello di migliorarne l'<hi rend="italic">ordinamento</hi>.Vediamo.</p>
        <p>
          <pb n="172" />
        </p>
      </div>
      <div>
        <head>IX. Leggi del progresso produttivo nell'ordinamento e gestione delle imprese</head>
        <p>Premessa. – Il progresso delle imprese è connesso non solo colla migliore proporzione qualitativa e quantitativa dei fattori della produzione, ma ancora coll'<hi rend="italic">ordinamento e rispettivi metodi di esercizio</hi> delle imprese stesse. Vi hanno in proposito in questo assetto e governo di esse indirizzi così costanti nella storia, che possono dirsi alla loro volta <hi rend="italic">legge del progresso produttivo</hi>.</p>
        <p>La produzione nelle imprese tende: nell'<hi rend="italic">ordinamento tecnico</hi>, da manuale a divenire artificiale; nell'<hi rend="italic">ordinamento personale</hi>,da riunita a rendersi divisa; nell'<hi rend="italic">ordinamento giuridico</hi>,da individuale a farsi sociale.</p>
        <p>Donde i tre argomenti che i vecchi economisti trattano sotto tre titoli distinti, delle <hi rend="italic">macchine</hi>,della <hi rend="italic">divisione del lavoro,</hi> dell'<hi rend="italic">associazione</hi>;ma che meglio vanno compresi nel tema delle leggi del progresso, perché esprimono altrettanti procedimenti con cui accrescere (nel suo massimo relativo) la <hi rend="italic">efficacia utile</hi> della produzione. <pb n="173" />Prima legge. – <hi rend="italic">Nell'ordinamento tecnico</hi> la produzione da manuale diviene artificiale.</p>
        <p>La enunciazione di questa legge ha un senso più comprensivo di quello inteso comunemente. Essa esprime «<hi rend="italic">la tendenza del lavoro umano di avvalorarsi di fattori</hi> (di natura e capitale) <hi rend="italic">sempre più elaborati dall'arte umana</hi>».Si esplica perciò ugualmente: — nel lavoro agricolo col passaggio dall'uso di un terreno di originaria composizione naturale alla coltivazione di esso, più tardi chimicamente emendato e idraulicamente bonificato, o dallo spargimento di concimi naturali di stalla a quello di concimi chimici (industriali); — nel lavoro di trasporto dall'impiego per la navigazione della forza naturale del vento a quella provocata artificialmente del vapore; — nel lavoro manifatturiero, dalla filatura a mano col fuso, a quella a mulinello e a macchina. Trattasi sempre di effettuare una produzione con mezzi progressivamente composti e adattati ai suoi fini dall'industria, scortata dalla scienza.</p>
        <p>L'ordinamento tecnico infatti riguarda «la adozione e la combinazione dei <hi rend="italic">mezzi materiali</hi> in genere, con cui effettuare le operazioni produttive, dei quali è parte massima la suppellettile stromentale; e inoltre la specie e successione delle operazioni rispettive». Le norme razionali di esso sono date dalla tecnologia.</p>
        <p>
          <pb n="174" />Dicemmo già (nella «Introduzione») come i mezzi e procedimenti tecnici, fin da quando l'uomo si munì di un'ascia, che era ad un tempo arma di offesa e strumento di lavoro, e sempre poi nella loro evoluzione storica, abbiano esercitato una influenza notevole sull'atteggiamento della società nell'incivilimento e a più ragione dei rapporti economici. Ed illustrammo testé come per questi ultimi fu momento decisivo quello del trapasso dalla tecnica empirica imperante da millenni, alla <hi rend="italic">tecnica scientifica</hi>, signoreggiante l'industria soltanto dalla fine del sec. XVIII. Ora qui basta soggiungere che è dai progressi tecnici, per sé stessi e per la loro ripercussione sui rapporti personali e sociali giuridici delle imprese, che massimamente si misura il <hi rend="italic">progresso della produzione</hi>,in quanto danno al successivo assetto di questa un'altra <hi rend="italic">virtù di plasticità</hi>,cioè di adattamenti sempre nuovi, ed alle sue leggi un'impronta sempre più <hi rend="italic">rigorosamente scientifica</hi>.</p>
        <p>La suppellettile stromentale. – 1. <hi rend="italic">È il sistema degli organi artificiali che avvalorano il lavoro umano</hi>. Nella genesi e sviluppo della suppellettile stromentale, per cui l'uomo dal lavoro inerme trapassa a quello munito di strumenti copiosi e perfetti, meglio si palesa la legge del progresso tecnico-produttivo e sotto questo aspetto giova pertanto studiarne massimamente la natura ed efficacia. <pb n="175" />2. La suppellettile stromentale si distingue: <hi rend="italic">in strumenti propriamente detti od utensili</hi> («outils» «Werkzeuge»), comprese le macchine semplici, i quali sussidiano ma non dispensano il lavoro manuale umano. Come tali sono quasi un perfezionamento degli organi umani, ma non una sostituzione; e così il martello è il pugno ferrato, la lima le unghie robustite, la leva il braccio allungato, come il microscopio è l'occhio accresciuto. — E <hi rend="italic">in macchine</hi> (complesse), che compiono <hi rend="italic">da sé</hi> una serie di operazioni e che pertanto surrogano in tutto o in parte il lavoro manuale dell'uomo. Il telaio Jacquard dispensa l'uomo dalle operazioni di intreccio alterno dei fili da tessere; la locomotiva dallo sforzo di trazione; il maglio a vapore dalla funzione degli antichi ciclopi, ecc. Per mezzo delle macchine complesse massimamente <hi rend="italic">la tecnica compie progressi che possono dirsi socialmente profondi e infiniti</hi>.Donde la legge per cui «ogni industria da manuale tende a divenire artificiale e possibilmente meccanica».</p>
        <p>3. E così nella storia: — il lavoro tende a munirsi dapprima di strumenti utensili; — più tardi di macchine che lo sostituiscano nell'<hi rend="italic">analitica esecuzione</hi> del prodotto, cioè di macchine operatrici (esecutrici), p. e. il mulinello per filare, il telaio per tessere; e ulteriormente lo surroghino nella <hi rend="italic">forza impulsiva</hi>,cioè di macchine motrici, — mirando infine ad un <hi rend="italic">sistema meccanico-automatico</hi> («selfacting»),il <pb n="176" />quale dispensi il lavoro umano così di effettuazione come di espulsione.</p>
        <p>4. Ciò per il congiungimento al congegno tecnico di una <hi rend="italic">forza esterna</hi> sostituita a quella umana, donde un nuovo processo storico, per cui l'industria tende ad impiegare al posto degli sforzi umani: — prima le forze organiche degli animali bruti, il cavallo, l'asino, il bue, il cammello; — poi le forze inorganiche naturali del vento, del calore solare, dell'acqua cadente; — più tardi (momento decisivo) le forze inorganiche artificiali, cioè provocate e messe in opera dall'arte, p. e. del vapore, dell'elettricità; — e quivi con tendenza a trapassare dalle forze fisiche a quelle chimiche (la benzina, i gas ammoniacali, la dinamite, ecc.).</p>
        <p>Le macchine in particolare. – I loro vantaggi vanno scientificamente così enumerati (Messedaglia).</p>
        <p>Accrescono la potenza produttiva. Esse infatti:</p>
        <p>1. <hi rend="italic">Utilizzano le forze umane di qualunque grado</hi>,insieme alleggerendole della fatica più onerosa. Solo pochi abilissimi operai riuscirebbero a tessere stoffe a disegno artistico, come gli arazzi col telaio ordinario; sostituito quello Jacquard all'opera complicatissima, ben più potranno prestarsi. È di pochi nerboruti il lavoro all'incudine; si sostituisca il maglio a vapore e deboli fanciulli movendo una <pb n="177" />manovella diventeranno atti a far l'opera di que' ciclopi. E in questi casi forse la parte <hi rend="italic">brutale</hi> del lavoro non rimane rimossa?</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Aggiungono al lavoro umano le forze brute sterminate della natura</hi>,nel tempo intesso rendendole docili e pieghevoli a tutte le operazioni delle industrie e ancora concentrandole nello spazio per tutti i servici produttivi. Veggasi: le forze muscolari umane sono alcunché di evanescente rispetto a quelle della natura. Già la semplice sostituzione degli animali addimesticati allo sforzo umano fu grande avanzamento, la forza di trazione di un cavallo rappresentando 7 volte quella media di un lavoratore. Ma le forze inorganiche (naturali o artificiali) del cosmo, ancorché usufruite in minima parte mercé le macchine, rappresentano un aumento di potenza produttiva meravigliosa. Dai tempi di Omero e degli eserciti romani, in cui frangevasi il grano a mano fra due sassi, ai nostri molini all'americana, l'efficacia produttiva dell'uomo crebbe da 1 a 150. Una fucina ad alti forni e a vapore con solo cento operai può dare ferraccia trasformata in ferro in tale quantità da corrispondere a 300 chilogrammi di prodotto per ogni operaio al giorno (Chevalier, Lampertico). La produttività del lavoro umano nella filatura del cotone dal 1760 al 1830 diventò 200 volte maggiore; e fino al 1900 altre 6 volte. La tessitura meccanica <pb n="178" />accrebbe la produttività di 20-40 volte. (Ellison, in Marshall).</p>
        <p>Però inutili o ruinose sarebbero le forze selvagge di natura, se non si riuscisse a <hi rend="italic">dominarle completamente</hi>.Ma invece mediante le macchine — esse si adattano così ai movimenti più poderosi, come ai delicati; e un maglio a vapore, che coi suoi colpi formidabili rimaneggia il ferro come la pasta molle, scende all'uopo così lene da frangere un nocciolo senza guastare il frutto. — Esse si concentrano in piccolo spazio, la macchina motrice di un piccolo piroscafo da 1000 cavalli a vapore esplica la forza di 30.000 remiganti, che nessuno scafo di nave potrebbe contenere. — Esse si insediano dovunque, e mercé le forze artificiali del vapore e dell'elettricità, gli stabilimenti non sorgono soltanto presso le cascate del Reno o delle Alpi, ma in qualunque luogo la convenienza suggerisca. Ed operano a varia distanza, come il vapore attraverso la fuga di sale di un colossale stabilimento, o in fondo alle gallerie sotterranee delle miniere di Cornovaglia, o come la corrente dell'Adda che al di là di 36 chilometri attiva il servizio dei tram elettrici di Milano, o la cascata di Celline che ad 80 km. anima le industrie di Venezia.</p>
        <p>Ma tutto dipende da queste condizioni. — Quale potenza per noi se si potesse signoreggiare e rendere <pb n="179" />docili la forza della dinamite, o la violenza di un uragano delle Indie occidentali, o la scossa sismica di un vulcano? (Marshall).</p>
        <p>3. <hi rend="italic">Determinano la continuità della produzione</hi>.Le forze degli animali inferiori e dell'uomo, bisognevoli di riposo almeno ogni 12 ore, interrompono la produzione; non già le forze brute di natura, che così raddoppiano il tempo utile disponibile. È accrescimento così segnalato, che enormemente se ne abusò a danno dell'uomo.</p>
        <p>Aumentano la perfezione del prodotto. – 1. L'efficacia delle macchine si manifesta altrettanto nell'ordine della <hi rend="italic">regolarità, omogeneità, uniformità</hi> del lavoro. Le singole parti di una macchina che debbono matematicamente combaciare con altre, le ruote dei carrozzoni ferroviari, le tele stampate, i caratteri tipografici, le monete coniate, come si potrebbero moltiplicare a migliaia e milioni perfettamente identiche fra loro, se non con mezzi alla loro volta meccanici?</p>
        <p>2. Oppure spicca per la <hi rend="italic">squisitezza</hi> del lavoro. Vi hanno bilance che segnano differenze fino a frazioni milionesime di chilogrammo; e meccanismi di portentosa finezza per dividere i circoli astronomici, che non sgarrano che di impercettibili millesimi di pollice. Così in generale di un prodotto perfetto per minutezza si dice che <hi rend="italic">sembra fatto a macchina.</hi><pb n="180" />3. O infine tale efficacia meccanica si traduce nella <hi rend="italic">precisione</hi> del tempo. La quantità </p>
        <p>di prodotto di una fabbrica moderna si computa a minuti di lavoro meccanico, sicché l'abbreviazione o prolungazione anco di un quarto d'ora giornaliero di lavoro può calcolarsi esattamente per molte migliaia di lire guadagnate o perdute. E quale relativa precisione offrono le ferrovie, che giungono ad ogni giorno ed ora, con servizi ricollegati da Londra, da Parigi, da Berlino o da Pietroburgo, alle nostre stazioni, con differenze di orario appena di qualche minuto; e la navigazione intercontinentale, che con viaggi di 36 giorni dal Giappone, fra i tifoni del mar Giallo e dell'oceano Indiano, giunge nei nostri porti forse con qualche ora di ritardo e non più?</p>
        <p>Diminuiscono le spese di produzione. – La produzione meccanica importa l'impiego di un capitale fisso, quali sono le macchine, il cui valore non trapassa nel prodotto che per una minima quota (interesse e ammortamento); mentre la produzione manuale importa un fondo monetario per le mercedi dei lavoratori, il quale rappresenta un capitale circolante, che nel prodotto si computa per intero. Se un <hi rend="italic">filatoio</hi> di cotone si esercita manualmente con 500 operai, compensati ognuno in media con 1000 franchi l'anno, l'impresario deve attribuire al prodotto annuale non meno di 500.000 lire di valore <pb n="181" />per ricuperare periodicamente il capitale delle mercedi. Se con questa somma invece acquista delle macchine filatrici servite appena da qualche decina di operai, basterà che sopraccarichi il valore dei filati di poco più di 25.000 lire, quante rappresentano l'interesse e l'ammortamento di quel mezzo milione di capitale circolante tramutato in fisso, ed ogni unità di prodotto potrà scendere al decimo di prezzo o anco al di sotto.</p>
        <p>È fatto decisivo codesto, che spinge <hi rend="italic">il fondo dei salari a convertirsi in capitale meccanico</hi> e a precipitare analogamente le sorti della industria manuale.</p>
        <p>Risultati complessivi di una produzione meccanica sono pertanto: <hi rend="italic">produzione più copiosa, più perfetta, a miglior mercato</hi>.</p>
        <p>1. Nessuno ignora la grandezza del fatto che si dispiega sotto i nostri occhi.</p>
        <p>Un mediocre filatoio meccanico di cotone con un motore di 100 cavalli a vapore fa da solo l'opera di 200.000 lavoratrici colla rocca e il fuso. Anzi fu calcolato che per fare a mano tutto il filato di cotone, che l'Inghilterra oggi prepara in un anno colle sue «selfactings» automatiche, occorrerebbero più di 90 milioni di lavoratori, quanta è la popolazione dell'impero germanico, della Francia e Belgio. — Riguardo alla perfezione nella tessitura del cotone, il telaio meccanico (« Kraftwebsthul ») mena vanto <pb n="182" />sopra quello a mano ben più che per la rapidità (che aumentò del 40%), per la qualità del tessuto che migliorò dell'80%. — E poi quali squisitezze nei lavori a macchina, di ricamo, di trina, di orologeria, di stromenti scientifici, astronomici, navali, ecc. — Per il prezzo la discesa nei prodotti manifatturieri è stata generale; per il pannolano da 20 ad 8 sino a 3 lire al metro; per i filati di cotone dal 1779-1882 da 16 scellini a ½ sc. per ogni libbra inglese (Pierson); e i libri degli amanuensi nel medio evo, oggetto di lusso di pochi mecenati, mercé la tipografia meccanica, divennero accessibili alla generalità; e un giornale come il <hi rend="italic">Times</hi> con 20 centesimi fornisce tanta materia ai lettori quanto si contiene in un volume da 3 lire.</p>
        <p>2. Così il sistema meccanico accresce l'efficacia utile in quantità e qualità della produzione, e insieme diminuisce le spese di produzione; e perciò <hi rend="italic">si risolve in una grandiosa applicazione della legge edonistica</hi>, donde la sua giustificazione dinanzi alla economia.</p>
        <p>Anzi <hi rend="italic">nell'ordine psichico</hi> le macchine spiritualizzano il lavoro, sottraendo l'uomo alla parte più onerosa e servile di esso, cioè all'ufficio di motore ed esecutore organico, per riservargli il compito prevalentemente intellettuale di invenzione, costruzione, direzione, sorveglianza della macchina stessa, elevando così il suo valore personale. <pb n="183" />E infine le applicazioni meccaniche insinuano nelle popolazioni abitudini di regolarità, di disciplina, di esattezza, ciò che ha grande valore sociale.</p>
        <p>Donde nuova giustificazione delle macchine in ordine alla civiltà.</p>
        <p>Condizioni e limiti di applicazione. – 1. <hi rend="italic">Altre di tali condizioni sono tecniche</hi>.</p>
        <p>Una facile applicazione delle macchine esecutrici suppone <hi rend="italic">operazioni semplici, regolari, uniformi</hi>,come si avvera nella filatura, nella stamperia di carte da parati, ecc. Non altrettanto, p. e. nell'operazione del tessere, sicché l'uso del telaio meccanico fu alquanto ritardato.</p>
        <p>E vi influiscono certe <hi rend="italic">qualità della materia</hi>, p. e. la duttilità e delicatezza delle fibre tessili; e perciò più facile l'applicazione del telaio meccanico al cotone, meno alla lana e meno ancora alla seta, ecc.</p>
        <p>Molto decide sulla diffusione delle industrie meccaniche il <hi rend="italic">motore</hi>.I motori idraulici le riservano a certe località privilegiate; quelli potentissimi a vapore e ad elettricità le moltiplicano dappertutto; e i piccoli motori a vapore, a gas, a benzina, ad elettricità promettono di introdurre il lavoro meccanico nelle più comuni operazioni domestiche.</p>
        <p>Viceversa, ove frequenti sieno le mutazioni degli atti, la loro complicanza o le interruzioni, come per lo più nelle operazioni agricole, vi ha un <hi rend="italic">limite relativo</hi> all'uso di macchine; e un limite quasi <hi rend="italic">assoluto</hi> dove <pb n="184" /> predomina mobilissima la concezione ideale o la fantasia, come nelle industrie artistiche (ebanisteria, chincaglierie, oreficerie), e più nelle estetiche (arti belle), che sono il <hi rend="italic">tempio sacro</hi>,a cui rimane profana la macchina.</p>
        <p>Di qui l'ordine delle trasformazioni meccaniche dell'industria moderna: — prima le accolsero le <hi rend="italic">industrie minerarie e manifattrici</hi>,massimamente le tessili e innanzi a tutte il <hi rend="italic">re cotone</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> dippoi le <hi rend="italic">industrie locomotrici,</hi> navigazione e ferrovie; — infine limitatamente l'<hi rend="italic">agricoltura</hi>, l'<hi rend="italic">arti domestiche</hi> e le <hi rend="italic">estetiche</hi>.Tuttavia in queste ultime notevoli progressi: — ed è già abbastanza ricca la suppellettile stromentale delle aziende agrarie (fino all'aratro a vapore); si superò nella macchina da cucire l'ardua complicanza delle operazioni dell'ago a mano; — e le riproduzioni meccaniche (e chimiche) di incisioni, fotografie, di medaglie coniate, fanno concorrenza alla libera mano dell'artista.</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Altre di quelle condizioni sono economiche</hi>:l'abbondanza del capitale e l'estensione del mercato.</p>
        <p>Un grande motore a vapore e un relativo stabilimento meccanico importano ingenti capitali per la fondazione, per il mantenimento e per l'esercizio; e moltiplicano a milioni i prodotti a disposizione dei consumatori. Dove pertanto difettano i capitali e <pb n="185" />scarso è lo spaccio entro ristrette barriere naturali o artificiali, l'industria si manterrà manuale e trapasserà a regime meccanico coll'aumentare di quelli e coll'ampliarsi di queste. Così nell'età moderna la produzione meccanica procedette simultanea all'accumunazione capitalistica e all'estendersi dei traffici internazionali.</p>
        <p>Inconvenienti ed accuse. – Dinanzi a questi progressi della meccanica industriale non mancano gli inconvenienti, talora esagerati e spesso male interpretati — Le macchine (si dice), sostituendo in tutto o in parte l'operaio, lo privano di lavoro; donde la disoccupazione in massa, proletariato immiserito, popolazioni stremate; — la macchina, tutt'altro che alleggerire e spiritualizzare il lavoro umano, lo aggrava, fatto schiavo della oltrepotenza delle forze naturali e colla uniformità del processo meccanico irrigidisce l'intelletto, annulla l'iniziativa meritoria personale e con esso la virtù del lavoro; donde classi operaie affralite di corpo e di anima; — il sistema meccanico provoca la produzione stemperata colle sue crisi e dà preponderanza agli interessi egoistici degli imprenditori con sacrifizio degli operai; donde i disordini della produzione e della distribuzione sociale moderna.</p>
        <p>Il rilievo di questi effetti patologici è tutt'altro che immaginario. Primi che ne levarono fiera protesta <pb n="186" />furono le vittime, cioè gli operai, dovunque e massimamente in Inghilterra, ove la trasformazione tecnica coincideva ai tempi napoleonici con le condizioni finanziarie disastrose del governo e del paese e coll'egoismo crudele degli imprenditori e con leggi inique. Le distruzioni violente delle macchine, il saccheggio delle fabbriche, le vendette selvagge contro i padroni, cominciate nel 1811 a Nottingham, in mezzo alla miseria disperata degli operai (nel 1812 metà della popolazione visse della carità pubblica), tramutata nella rivoluzione operaia dei ludditi (dal nome di uno dei capi), portando dovunque il terrore — si protrassero colà fino al 1837-48, sorrette dal programma politico-sociale del <hi rend="italic">cartismo</hi>, si ripercossero nel continente (Parigi, Vienna, ecc.). Tale movimento pauroso, prendendo pure altri indirizzi, lasciò invero dietro di sé generazioni fisicamente e moralmente corrose, e periodici ritorni di scioperi immani, e crisi colossali ricorrenti, lo strascico della <hi rend="italic">riserva dei disoccupati</hi>:argomenti esuberanti alla formazione del <hi rend="italic">socialismo sistematico positivo</hi> di Carlo Marx (primo manifesto a Londra, 1848). Di là la critica anco scientifica, che, partendo dalle <hi rend="italic">macchine</hi> (Sismondi) e allargandosi all'<hi rend="italic">industrialismo</hi> (Romagnosi), si accampò contro l'<hi rend="italic">economia capitalistica moderna</hi> (Engels), di cui dicemmo nella storia della scienza. <pb n="187" />Giudizio. – Il giudizio scientifico delle macchine nelle loro conseguenze sul lavoro è oggi ben altrimenti equo e ponderato (Messedaglia, Lampertico, Graziani, Marshall, Nicholson, Hobson, Schmoller).</p>
        <p>Le critiche non sono del tutto infondate; ma a rispondervi conviene definire distintamente gli <hi rend="italic">effetti delle macchine</hi> sulla produzione e sui rapporti connessi (Messedaglia).</p>
        <p>1. <hi rend="italic">Il sistema meccanico priva di lavoro gli operai</hi> e determina necessariamente la disoccupazione e la loro miseria? Non si può negare il fatto che la introduzione delle macchine, sostituendo in tutto o in parte l'uomo, dispensi dal lavoro e ponga in sofferenza un certo numero di braccia. Ma ad estimare rigorosamente il fenomeno distinguansi gli <hi rend="italic">effetti generali</hi> sui consumatori, compresi in essi gli operai; e <hi rend="italic">gli effetti particolari</hi> sopra di questi, come semplici produttori.</p>
        <p>Per il primo riguardo nessun dubbio: le macchine moltiplicano gli oggetti di consumo e ne assottigliano il prezzo, donde beneficio finale per tutti, non esclusi gli operai.</p>
        <p>Per il secondo rispetto, suddistinguansi gli effetti <hi rend="italic">definitivi</hi>,da quelli <hi rend="italic">transitori</hi>.</p>
        <p>Orbene <hi rend="italic">quelli definitivi</hi> tornano benefici del pari alla classe lavoratrice, mercé questo processo logico-storico: col sistema meccanico i prodotti, divenuti <pb n="188" />più copiosi e a migliore mercato, provocano l'espansione della domanda di essi, per la cui soddisfazione sorgono e si moltiplicano nuove industrie, che finiscono col richiamare non solo gli operai dapprima licenziati ma un numero maggiore di essi, determinando da ultimo un accrescimento della classe lavoratrice e del suo benessere.</p>
        <p>In Inghilterra, quando G. Watt nel 1769 chiese il brevetto di invenzione per la macchina a vapore (poco di poi applicata alle macchine esecutrici) contavansi meno di 8.000 persone occupate nella filatura e tessitura <hi rend="italic">a mano</hi> del cotone le quali guadagnavano da 3-4 milioni di franchi di salari. Oggi l'industria del cotone (filatura e tessitura) occupa più di 500.000 operai e con le industrie connesse (p. e. tele stampate, ecc.) 800.000, i cui salari si computano da 700-800 milioni di franchi; e la classe (operai e famiglie) che vive sul cotonificio è oggi 2.500.000 persone. — L'industria <hi rend="italic">manifatturiera</hi> in genere per l'Inghilterra e Scozia è rappresentata da 7 milioni e mezzo di persone; e la popolazione complessiva (Inghilterra e Scozia), che alla fine del sec. XVIII era di 10 milioni di abitanti, oggi (censimento 1901) è di 41 milioni. — Sono cresciuti per tanto gli impieghi, le mercedi, il benessere familiare, la potenza della nazione.</p>
        <p>Altrettanto per l'industrie locomotrici. Chi confronterebbe oggi i pochi postiglioni, mulattieri e <pb n="189" />carettieri di un secolo fa col numero degli addetti ai servizi di vetture, di omnibus in tutte le città, delle tramvie e delle ferrovie in tutto il mondo civile? La Francia sola occupa più di un milione di persone nei trasporti terrestri.</p>
        <p>E al posto degli amanuensi dell'antichità e del medio evo l'arte della stampa non addensa dovunque una nuova classe colta e potente di operai tipografi?</p>
        <p>Ancor più: l'effetto benefico sull'impiego di braccia operaie viene accresciuto dalla necessità di erigere accanto alle industrie a <hi rend="italic">sistema meccanico</hi> una seconda serie di industrie di <hi rend="italic">fabbricazione delle macchine</hi> a loro servizio. Decisivo anzi questo momento. Le ferrovie importarono la fondazione di immense officine di costruzione delle locomotive e del materiale mobile; le industrie tessili la preparazione di indefinite varietà di meccanismi esecutivi; la stessa agricoltura l'apertura di laboratori di meccanica agraria, ecc. Che cosa di più minuscolo al paragone, della <hi rend="italic">macchina da cucire</hi>?Eppure la sua <hi rend="italic">costruzione</hi> occupa essa sola non meno di 180.000 operai, per lo più nella Gran Bretagna e Stati Uniti. E oggi i <hi rend="italic">bicicli</hi> e le <hi rend="italic">automobili</hi> quanti ne impiegano essi pure? Tutto ciò senza dire dell'espansione che l'applicazione delle macchine ha dato alle industrie <hi rend="italic">metallurgiche</hi> e a quelle <hi rend="italic">minerarie</hi>, specialmente del <pb n="190" />ferro e del carbon fossile, che sostentano milioni di operai nel mondo.</p>
        <p>Ma certi effetti <hi rend="italic">transitori</hi> a danno dei lavoratori sono del pari innegabili.</p>
        <p>Ogni trasformazione del <hi rend="italic">fondo dei salari</hi> (di una industria manuale) in <hi rend="italic">macchine</hi> (per una industria meccanica) esclude inevitabilmente una quantità di lavoratori; e la <hi rend="italic">legge di compenso</hi>,che richiami poi gli operai al lavoro in proporzione eguale o maggiore di prima, si effettua con un <hi rend="italic">processo storico</hi> lento, di mano in mano che si ampli il consumo e sorgano nuove imprese (Graziani, Supino). E nell'intervallo gli operai si trovano disattivati e le popolazioni immiserite.</p>
        <p>Ben peggio se la trasformazione meccanica avvenga in <hi rend="italic">modo rapido e simultaneo</hi> in molti rami dell'industria; sicché gli operai respinti da una fabbrica trovino già diminuiti i posti anche in altre. — Né sempre si verificano affatto o solo parzialmente le <hi rend="italic">condizioni di quella legge di compenso</hi>.Il <hi rend="italic">consumo</hi> dei prodotti si espande talora larghissimamente, come accadde nel cotonificio e nel lanificio; ma non altrettanto p. e. nell'industria serica, nella ceramica, ecc. — La <hi rend="italic">produzione,</hi> accresciuta sì da richiamare gli operai gettati sul lastrico, suppone ampliazione delle vecchie imprese o fondazione di altre simili <hi rend="italic">mercé capitale nuovo</hi>,o già prima <hi rend="italic">giacente</hi> (riserve), ovvero </p>
        <p>
          <pb n="191" />di <hi rend="italic">recente formazione</hi> coi profitti accumulati dagli imprenditori (Pierson); — ciò che talora non si avvera quando i capitalisti dedichino i maggiori guadagni ai godimenti, o quando la capitalizzazione sia disviata o difficultata da sinistre circostanze civili, come seguì in Inghilterra per la sua politica dispendiosa nel continente durante la rivoluzione francese e il periodo napoleonico. — E se il capitale suscita sul luogo bensì nuove industrie meccaniche, ma di altra specie, gli operai disoccupati ben poco potranno avvantaggiarsene, passando p. e. dall'industria cotoniera a quella metallurgica, per difetto di tirocinio e di abitudini speciali. — E se sorga pure l'industria similare, ma in altra nazione, non potranno gli operai trasferirsi in massa dall'uno all'altro Stato, come accadde agli addetti alla industria manuale del lino in Germania, sacrificati al principio del sec. XIX per la fondazione del linificio meccanico in Inghilterra.</p>
        <p>In tutti questi casi le trasformazioni industriali meccaniche possono convertirsi in una vera crisi sociale operaia. E così realmente fu per la Gran Bretagna dal 1770 al 1830; e per le altre nazioni continentali più tardi.</p>
        <p>2. La <hi rend="italic">durezza affralente del lavoro meccanico</hi>,per cui l'operaio, divenuto organo passivo delle macchine, intristisca fisicamente e spiritualmente, non può <pb n="192" />ammettersi come conseguenza generale di esse. — Può dubitarsi che non vi sia alleviamento di lavoro tra lo scaricare un bastimento a dorso di facchini o per mezzo di <hi rend="italic">gru</hi> girevoli a vapore? E che le sofferenze di due macchinisti e di qualche fuochista in fondo a un piroscafo pareggino le pene di trecento remiganti delle vecchie galere? E che non sia spiritualizzata la funzione dell'operaio, oggi limitato a sorvegliare il rapido scorrere della navetta sul telaio meccanico? — Soltanto la intensità del lavoro organico si tramutò spesso in <hi rend="italic">monotonia di operazioni</hi> complementari, in cui vien meno la varietà vivificante degli esercizi muscolari o mentali; e in un primo momento il progresso meccanico coincide col degradamento delle moltitudini laboriose. — Ma poco di poi il contatto di meccanismi perfezionati, la necessità di seguirne i movimenti, accresce la intelligenza, lo spirito di osservazione, la rapidità delle mosse, per cui l'operaio finisce col dominare lo stromento scientifico, elevando il proprio valore; — sicché oggi gli stabilimenti meccanici si distinguono per il crescere in essi di una classe operaia <hi rend="italic">colta</hi> («skilled»); e l'effetto utile delle macchine si misura dagli imprenditori dal grado di <hi rend="italic">utilità acquisita</hi> del lavoratore. In Italia un tessitore appena basta a vigilare due telai meccanici; mentire in Belgio ed Inghilterra dirige, con raro colpo d'occhio, fin quattro <pb n="193" />meccanismi. Oggi può affermarsi essere sentenza comune, bene assodata da esperienze e studi scientifici, che fra gli operai dell'odierna industria meccanica, a paragone dei mestieri manuali, sparvero antichi malori professionali, si prolungò la vita media e in generale si elevò la <hi rend="italic">igiene</hi> del fisico come la <hi rend="italic">energia intellettuale</hi> (Marshall).</p>
        <p>3. Le <hi rend="italic">crisi industriali</hi> simultanee al diffondersi dei processi meccanici <hi rend="italic">non si negano</hi>;ma non sono conseguenze necessarie di essi. E se la disposizione di un potente capitale meccanico diviene sdrucciolo alla intemperante produzione coi suoi improvvisi arresti e ruine, d'altro canto vi appresta un freno; poiché l'imprenditore che possiede un milione investito in meccanismi è ben cauto di non provocare la sospensione della produzione, che anco per pochi giorni lascerebbe infruttuoso un enorme capitale.</p>
        <p>Conclusione. – <hi rend="italic">I benefici</hi> tanto per la società in genere, come per la classe lavoratrice, delle applicazioni meccaniche nelle industrie <hi rend="italic">sono sostanziali e definitivi</hi>, siccome una legge di progresso economico e civile. Ciò è ormai consentito universalmente. Gli operai anco socialisti (grande conversione della coscienza pubblica) invocano questo progresso; solo reclamano che lo Stato <hi rend="italic">socializzi</hi> le macchine, come tutti i mezzi di produzione nelle proprie mani onnipossenti. Gli <hi rend="italic">inconvenienti</hi> son accidentali e perciò <pb n="194" />stesso in qualche misura <hi rend="italic">transitori</hi> e <hi rend="italic">correggibili</hi> e richiedono soltanto analoghi provvedimenti per temperarne le conseguenze. Donde il tema dei <hi rend="italic">correttivi</hi>.</p>
        <p>1. Altri possono derivare da <hi rend="italic">ulteriori progressi tecnici</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Quando la meccanica fosse pervenuta dovunque alla perfezione del <hi rend="italic">sistema automatico</hi> (in cui il meccanismo faccia tutto da sé), il lavoro umano, smesso ogni esercizio servile e ridotto alla sorveglianza, sarebbe davvero <hi rend="italic">spiritualizzato</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Anche gli infortuni, che moltiplicano le vittime negli stabilimenti meccanici, p. e. travolgendo negli ingranaggi i lavoratori, possono talora impedirsi con un <hi rend="italic">bottone elettrico</hi>,che arresti di un tratto tutto il movimento dei meccanismi.</p>
        <p>2. Altri reclamano l'intervento <hi rend="italic">dell'azione sociale e dello Stato</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> ciò p. e. con <hi rend="italic">istituzioni</hi> (concordate fra le varie classi e il governo) per indennità degli infortuni del lavoro, con prescrizione a prevenire lo scoppio delle caldaie a vapore o per l'uso di motori elettrici, ecc. — E ancora con provvidenze eccezionali in que' momenti di rapide improvvise trasformazioni tecniche, le quali cogli attriti e spostamenti d'interessi sacrificano temporaneamente le classi laboriose. <hi rend="italic">Industriali</hi>,<hi rend="italic"> corporazioni</hi>,<hi rend="italic"> governo</hi> devono concorrere ad alleggerire le sorti della <hi rend="italic">riserva dei disoccupati</hi> con sussidi temporanei, con uffici di collocamento, con agevolare nuovi tirocini, all'uopo <pb n="195" />coll'aiutare la emigrazione. Se invero i sistemi meccanici sono un fattore del progresso nazionale, tutti devono contribuire a rialzare le vittime di questo. E ciò spesso si trascura.</p>
        <p>3. Devesi <hi rend="italic">impedire</hi> soprattutto che il progresso, rappresentato dalle invenzioni meccaniche, <hi rend="italic">sia disviato dai fini di civiltà</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Indubbiamente nei disegni di Provvidenza le applicazioni industriali delle macchine, che aumentano meravigliosamente la potenza e rapidità del produrre, intendono al fine di attenuare la necessità per l'uomo, in ispecie per il lavoratore del braccio, di occupazioni materiali eccessive ed assorbenti; e di concedergli più agio e tempo per la vita dello spirito. Lavorare sì (come fu scritto da J. S. Mill); ma per scopi puramente materiali-economici, quanto meno mesi dell'anno possibile, e con quanto minor logorio della vita torni compatibile col dovere di procurarsi i mezzi economici della esistenza; — e ciò per serbarsi, quanto meglio riesca, alla cultura della mente, alla intimità della famiglia, alle funzioni sociali civili, alla educazione morale e alla perfezione religiosa. — Così vissero una vita di esuberante energia le classi laboriose dei comuni cristiani del medio evo; in cui le fatiche e le pene del lavoro materiale, in grazia dei frequenti riposi, si alternavano colla vivace partecipazione alla vita familiare, alle conquiste di classe, <pb n="196" />alla solidarietà sociale, alle vicende della patria, agli ideali dell'arte, agli entusiasmi di religione. Ai dì nostri per contrario le agevolezze delle macchine nelle fabbriche moderne servirono a prolungare il lavoro diurno e notturno, ad escludere i riposi festivi, a sottrarre donne e adolescenti al tetto domestico, a far dimentico l'operaio, sotto il fondo del lavoro, della sua dignità e dei doveri di padre, di cittadino, di cristiano, e a materializzarne l'esistenza. Ma tuttociò non fu conseguenza fatale delle macchine, ma bensì enorme abuso umano dei benefici di esse, in danno della civiltà. A ripararvi insorgono oggi la pubblica coscienza e le leggi.</p>
        <p>Questi correttivi e freni alleveranno gli inconvenienti del progresso meccanico, senza illudersi Però che abbiano a scomparire appieno giammai. Rimarrà di essi sempre <hi rend="italic">un minimo irriducibile</hi>,a rammentare all'umanità laboriosa la condanna divina «di procurarsi il pane col sudore della fronte» (C. Périn).</p>
        <p>Seconda legge. – <hi rend="italic">Nell'ordinamento personale</hi> «<hi rend="italic">la produzione riunita nella stessa persona tende a dividersi fra molte</hi>».<hi rend="italic"> Donde la divisione del lavoro</hi>. Intendesi per essa «quell'ordinamento della produzione per cui i collaboratori non attendono in modo abituale che ad alcuni uffici produttivi soltanto». Ha la sua ragione di essere nella <hi rend="italic">varietà</hi> del mondo <pb n="197" />umano e del cosmo, che poi coordinandosi e integrandosi nell'<hi rend="italic">unità</hi>,conferisce ai fini armonici dell'universo, cosicché questi non si conseguono senza rispettare e secondare quella varietà medesima.</p>
        <p>Immensa la varietà della composizione intrinseca dei corpi inorganici con le loro <hi rend="italic">speciali proprietà</hi>;sconfinata la varietà dei corpi organici nella loro costituzione e negli <hi rend="italic">uffici speciali</hi> dei loro organi rispettivi; duplice varietà, che, rilevata e classificata dalle discipline naturali tassonomiche (mineralogia, botanica, zoologia), diviene il mostrato di una <hi rend="italic">legge universale di specificazione degli esseri</hi>;sicché la scala di essi, dall'infimo al più perfetto, si misura dal grado, di specificazione delle loro proprietà, organi e funzioni.</p>
        <p>A questi caratteri propri del mondo inferiore corrisponde nel <hi rend="italic">mondo degli esseri umani</hi> (fisico-psichici) una serie indefinita di varietà accidentali (accanto alla comune natura essenziale) nella costituzione corporea e nella tempra spirituale di essi, da cui deriva per ciascheduno <hi rend="italic">speciali attitudini e voca azioni</hi>;le quali nell'insieme sono un aspetto più elevato della <hi rend="italic">legge di specificazione</hi>,la quale nelle applicazioni economiche della produzione piglia nome di <hi rend="italic">divisione del lavoro</hi>.</p>
        <p>Classificazione. – 1. Essa si riscontra dall'economia sociale nel complesso delle imprese <pb n="198" />produttive in società costituenti i grandi rami di produzione: la industria agricola, manufatturiera, commerciale, ecc.; nonché nella <hi rend="italic">costituzione di ciascuna impresa</hi>.Per ora sotto quest'ultimo riguardo (di economia privata) distinguiamo:</p>
        <p>una divisione del lavoro (o specificazione) <hi rend="italic">professionale</hi> per ordine di prodotti, cui ciascuna impresa esclusivamente si addice; donde le imprese nella industria manifattrice del lanificio, del cotonificio, di metallurgia, di falegname, di sarto; — in quella rurale di coltivazione granaria, di viticoltura, di giardinaggio; — in quella mercantile, di commercio annonario, serico, di vesti; di oggetti suntuari, ecc.;</p>
        <p>
          <hi rend="italic">funzionale</hi> per ordine di uffici personali nella produzione; e tre principalmente: — di direzione o di gestione economica (direttore, ingegnere meccanico, personale contabile, ecc.); — di vigilanza o disciplina nel distribuire e sorvegliare il compito produttivo (ispettori, controllori, capi-sala, «contre-maîtres»); — di immediata esecuzione materiale</p>
        <p>(operai);</p>
        <p>
          <hi rend="italic">tecnica</hi> per ordine di singole operazioni materiali, dal cui insieme poi il prodotto risulta; p. e. nel lanificio il digrassare la lana, lavarla, filarla, pettinarla, colorirla, tesserla, ecc. per ottenere così il pannolano. <pb n="199" />2. La prima (professionale) ha il suo fondamento <hi rend="italic">razionalmente</hi> nella <hi rend="italic">natura fisico psichica</hi> dell'uomo colle sue vocazioni, combinata colla ineguale distribuzione delle forze e materie del mondo esterno; la seconda (funzionale) nella <hi rend="italic">essenza del lavoro</hi>,ossia dell'atto produttivo (intellettuale, morale, fisico); la terza (tecnica) nelle <hi rend="italic">esigenze dell'arte</hi>.<hi rend="italic"> Storicamente</hi> la divisione concreta di professioni (produttrici) deriva da un fatto anteriore e più vasto, la formazione di <hi rend="italic">classi sociali</hi>,che a seconda dei loro prevalenti uffici e fini furono prima <hi rend="italic">ieratiche</hi> (sacerdotali), poi <hi rend="italic">politiche</hi> (burocratiche, militari) e solo più tardi in forma ampia, vitale, espansibile, <hi rend="italic">economiche</hi>,rivolte esclusivamente a fine <hi rend="italic">produttivo</hi>,nelle sue indefinite ramificazioni (vedi «Introduzione»), quale si avverò nella civiltà cristiana.</p>
        <p>Legge del progresso. – Perciò stesso un'applicazione sempre più estesa ed intensa di tali forme di divisione del lavoro coincide con una <hi rend="italic">legge del progresso produttivo</hi>.</p>
        <p>1. Nel <hi rend="italic">compito professionale</hi>.Il cacciatore nelle società incipienti, che si procura da sé l'arco, le frecce, la cacciagione, la veste (lavoro riunito) — fa luogo alla famiglia patriarcale, ove fra i membri di essa, uomini, donne, figli, servi, si distribuiscono i vari uffici produttivi per il complessivo consumo domestico (lavoro diviso) — e questo alla manifattura <pb n="200" />medioevale, mista all'esercizio agricolo, per cui spesso presso il focolare batteva il telaio nella casa del campagnolo; ed alla suddistinte delle singole industrie cittadine classificate e coordinate nelle corporazioni d'arti e mestieri dell'età di mezzo, da 20 a 60 professioni distinte, in Germania, Francia, Inghilterra, specialmente in Italia (Lampertico, Schmoller, Graziani). Ma nulla di simile a quanto riscontrasi oggidì (Liesse, Schulze - Gäwernitz, C. Wright). Il censimento <hi rend="italic">professionale</hi> (solo industriale) in Germania del 1882 raggruppava le imprese in 248 rami principali di produzione; quello del 1895 in 320, distinte in quasi 7.000 industrie speciali, quella sola metallurgica in 1248. Anzi in alcune industrie più importanti l'imprese non si applicano alla preparazione di un solo prodotto, p. e. la tela di cotone, ma alla elaborazione di una parte di esso; e grandeggiano p. e. dovunque le filature distinte dalle tessiture del cotone, e dalle fabbriche di stamperia, ecc.</p>
        <p>2. Altrettanto negli <hi rend="italic">uffici funzionali</hi> gerarchici. Nel podere tradizionale ancora oggi lo stesso proprietario dirige l'azienda, compra e vende stromenti e derrate, e coopera col suo lavoro manuale all'aratura, all'allevamento del bestiame, alla vinificazione. Nelle aziende progredite il coltivatore impresario è spesso distinto dai direttori tecnici speciali, l'uno <pb n="201" />per la stalla, l'altro per la viticoltura, il terzo per la cantina, un altro per la filanda; e tutti si distinguono dalla moltitudine dei lavoratori contadini. Nelle industrie manifatturiere poi la formazione di tre classi di direttori, sorveglianti, esecutori entro ogni fabbrica, è un fatto sempre più spiccato.</p>
        <p>3. Ben più nella <hi rend="italic">divisione tecnica</hi>,la quale seguì lo sviluppo della tecnologia ed economia industriale, distinguendo all'indefinito i gruppi degli operai, cui si affidano le singole incombenze di una grande fabbrica odierna, cominciando dalla custodia dei magazzini di materie prime, protendendosi attraverso la partizione dei congegni e delle funzioni meccaniche e chimiche e pervenendo fino agli operai addetti all'imballaggio ed alla spedizione. Anzi fu notato (come vincolo fra l'ordinamento tecnico e personale) che le macchine spinsero all'estremo la divisione del lavoro nell'industria moderna (Marshall).</p>
        <p>Vantaggi. – 1. La ragione della divisione del lavoro sta nella molteplicità e importanza dei suoi <hi rend="italic">vantaggi</hi>.Intravveduti da Senofonte, Platone, Aristotele; ricondotti ad una legge provvidenziale del cosmo e della umanità da s. Tommaso e Dante; illustrati nell'economia delle specie organiche da Milne Edwars, da Darwin, Spencer; di qui trapassando nella sociologia, A. Smith ne determinò il pregio <pb n="202" />nel dominio economico, fino a divenire un tema di universale consenso. (Lampertico).</p>
        <p>2. La divisione del lavoro (sotto tutte le forme) nelle singole imprese importa:</p>
        <p>un <hi rend="italic">usufruimento più completo di tutte le attitudini</hi> dei produttori, a seconda della speciale vocazione di ciascheduno. Ogni operazione disadatta o contro genio involge inerzia o dispersione di forze; al contrario «<hi rend="italic">l'uomo a suo posto vale per due</hi>».Di qui nell'esercizio delle imprese la classificazione razionale degli operai; il lavoratore nerboruto per le fatiche poderose, le donne per le operazioni delicate, i fanciulli per i movimenti spigliati; né vi ha persona deficiente di forza e d'ingegno che non trovi in un regime di divisione del lavoro un ufficio a sé stessa adatto; sicché si avrebbe il minimo di persone disoccupate. Più decisivo ancora il momento in cui nelle imprese si distinguono nettamente in due classi gerarchiche la <hi rend="italic">funzione esecutiva</hi> e quella <hi rend="italic">direttiva</hi>; e in graduazione di operai di più in più elevati e colti al di sopra dei semplici braccianti («unskilled» e «skilled», operai comuni e qualificati);</p>
        <p>il <hi rend="italic">perfezionamento del produttore</hi>.«Chi fa tutto non val nulla» è proverbio di quasi tutte le nazioni. Viceversa la <hi rend="italic">divisione del lavoro</hi> decompone l'atto produttivo in operazioni elementari, a ciascuna delle quali rimanendo addetti costantemente speciali operai, questi colla ripetizione di atti semplici acquistano <pb n="203" />abilità crescenti. È ciò che accade a tutti per l'abitudine assidua di operazioni anco complicate, p. e. del leggere, dello scrivere, del suonare uno stromento musicale. Ma è meraviglioso il perfezionamento delle attitudini in alcune industrie, p. e. nella fabbrica di tappeti di Gobelins, i filati per la tessitura sono classificati giusta la scala cromica di Chevreul per <hi rend="italic">qualità</hi>,<hi rend="italic"> graduazione</hi> e <hi rend="italic">ombratura</hi> in ben 14.420 combinazioni di tinte; che tuttavia un esperto operaio riesce a distinguere di primo acchito (Messedaglia);</p>
        <p>
          <hi rend="italic">risparmio di tempo</hi>,<hi rend="italic"> di materia prima</hi>,<hi rend="italic"> di stromenti</hi>;e perciò stesso di spese rappresentate dal capitale. Ridotte semplici le operazioni e affidate ciascuna ad operai più adatti (per la scelta) e più esperti (per la ripetizione degli atti), si risparmia: — <hi rend="italic">tempo</hi>,evitando un lungo e dispendioso tirocinio e le sospensioni nel passaggio dall'una all'altra operazione; — le <hi rend="italic">materie prime</hi>,riducendo al minimo lo sciupio di esse derivante dalla imperizia; — il <hi rend="italic">capitale stromentale</hi>,diminuendone la quantità e tenendolo di continuo in opera. Veggasi: — l'apprendimento dell'arte compiuta del fabbricatore, p. e. del panno, quando lo stesso <hi rend="italic">maestro</hi> lo elaborava per intero da solo, era cosa ardua e lenta; invece il tirocinio della scardassatura o dell'apparecchio («apprêture») si impara da tutti in poche settimane. — Lo sciupio <pb n="204" />della materia prima è talora decisivo. Guai sbagliare il taglio di una veste, il valore della stoffa è perduto; invece in una grande sartoria speciali <hi rend="italic">tagliatori</hi>,tutto il giorno occupati in questa operazione, acquistano una perfetta sicurezza di mano e l'arte di fruire dei minimi ritagli. Il buon successo economico di una miniera di carbon fossile dipende spesso dalla abilità speciale degli operai di far balzare con colpi assestati il materiale in grossi blocchi, mentre la quantità dei <hi rend="italic">detriti</hi> rimane quasi senza valore sul mercato. — Rispetto al capitale, se per un prodotto occorrono cinque operazioni effettuate e ciascuna con uno speciale stromento, in una officina di cinque operai a sistema di lavoro riunito (in ogni persona), occorrono 25 stromenti; a sistema di lavoro diviso, basteranno cinque soltanto, uno per persona; e inoltre quattro quinti di quegli stromenti nel primo caso sarebbero alternamente in riposo, nel secondo caso tutto il capitale stromentale sarebbe costantemente in atto e quindi fruttuoso. Si applichi questo criterio alle immense industrie moderne colla loro ricca suppellettile stromentale, e si argomenti l'importanza di tale economia del capitale.</p>
        <p>3. Il <hi rend="italic">risultato complessivo</hi> si risolve in una produzione <hi rend="italic">più copiosa</hi>,<hi rend="italic"> più perfetta</hi>,<hi rend="italic"> meno dispendiosa</hi>;dunque in una attuazione della legge del massimo effetto utile col minimo sacrifizio di mezzi. Di qui <pb n="205" />la sua legittimità economica e di qui pure la sua anticipata applicazione storica per cui già (ben prima dello impiego meccanico) trovasi largamente attuata nelle industrie manifatturiere delle città medioevali e dipoi tutte le industrie inclinarono a parteciparvi in modo crescente; sicché anzi dall'opera personale concentrata del selvaggio fino all'odierna universale divisione del lavoro, si può misurare il progresso della produzione nella civiltà.</p>
        <p>4. Né ciò senza <hi rend="italic">vantaggi d'ordine morale-sociale. —</hi> La divisione del lavoro (anche nella sua applicazione interna alle imprese), educando e perfezionando le facoltà di ognuno relativamente ad uno speciale compito produttivo, eleva il <hi rend="italic">valore della individualità. —</hi> Viceversa restringendo l'attività dei singoli ad un oggetto sempre più limitato, rende più sentito il bisogno della mutua cooperazione nella società e così accresce il <hi rend="italic">valore della socialità. ―</hi> In tal modo, mentre l'uomo collocandosi al posto assegnatogli nel mondo dalla Provvidenza per compiervi la sua specifica missione consegue il <hi rend="italic">bene proprio personale</hi>,concorre ad un tempo al <hi rend="italic">bene universale</hi> e adempie alla legge di solidarietà, per cui i vari fini individuali si trasfondono nell'unico e comune fine generale. È l'umile e proficuo riconoscimento del <hi rend="italic">vario nell'uno</hi>,che risplende nell'universo (Périn, Pesch).</p>
        <p>Inconvenienti e correttivi. – 1. Ma, si osserva, per altri rispetti la divisione del lavoro <pb n="206" />scema la <hi rend="italic">importanza individuale</hi>.Quale gloria per un uomo l'aver spesa la vita intera a porre la capocchia ad uno spillo? — <hi rend="italic">Ne multa quidem</hi> (rispondesi) <hi rend="italic">sed multum</hi>;èpiù disdicevole far male molto e svariate cose, o una cosa sola ma bene?</p>
        <p>2. Ma frattanto (si aggiunge) queste minime operazioni quasi automatiche <hi rend="italic">abbrutiscono il lavoratore</hi>;dapprima, compiendo da solo la serie svariata di operazioni per il prodotto integrale, egli esercitava armonicamente tutte le facoltà, donde vigoria fisica e mentale; oggi la specializzazione e uniformità dell'atto rattrappisce e atrofizza gli arti e l'ingegno. — Or bene, rispondesi, si affidino quelle semplicissime operazioni alle infime capacità, ovvero (come avviene ogni dì più) si trasmettano alle macchine.</p>
        <p>3. Colla divisione del lavoro, si replica, <hi rend="italic">la sorte economica dei singoli diviene precaria</hi>;in una officina il fabbro ferraio, che compie quasi tutto da sé, dipende dal proprio senno e abilità; ammessa una minuta divisione di uffici, i molti che non sanno che attizzare il fuoco o sollevare il mantice o battere all'incudine, se l'officina si chiude, non hanno attitudini tecniche necessarie per riaprirla da sé; e rimangono così alla balia altrui senza rimedio. — In un paese, rispondesi, ove sia generale il <hi rend="italic">lavoro diviso</hi>, si <pb n="207" />moltiplicano le semplici operazioni, il cui breve tirocinio agevola il trapasso dall'una all'altra industria.</p>
        <p>Rimane però del vero in questi inconvenienti; ma dipendono dall'aver trascurato od offeso i limiti di applicazione razionale della divisione del lavoro.</p>
        <p>1. Vi hanno <hi rend="italic">limiti relativi</hi>,altri <hi rend="italic">tecnici</hi>;e così essa si arresta dove non è possibile l'esercizio simultaneo continuato delle singole operazioni. Sarebbe possibile nell'agricoltura affidare ad alcuni esclusivamente di seminare tutto l'anno e ad altri tutto l'anno di mietere? Invece occorre che gli stessi contadini adempiano a due o a più funzioni successivamente. Altri sono <hi rend="italic">umano-storici</hi>:le donne prestansi a minute partizioni più che l'uomo; e gli inglesi più dei francesi ed italiani, giusta la differente predisposizione all'analisi od alla sintesi nel lavoro stesso. Altri sono <hi rend="italic">economici</hi>.Una estesa divisione di lavoro da un canto richiede molti operai e quindi un grosso fondo di salari e vasti edifizi, altrimenti essa torna impossibile; da un altro moltiplica il prodotto, cosicché, p. e., (col vecchio esempio di A. Smith) la produzione degli spilli a lavoro diviso fra dieci operai fornisce 48.000 spilli al giorno anziché 200; e pertanto essa deve assicurarsi che cotanta quantità di prodotto trovi giornalieri compratori, altrimenti giova licenziare una parte degli operai e concentrare negli altri <pb n="208" />le operazioni. La divisione del lavoro tiensi pertanto in relazione <hi rend="italic">coll'abbondanza del capitale e colla ampiezza del mercato</hi>.</p>
        <p>2. Ma vi hanno limiti <hi rend="italic">assoluti</hi> dalla cui violazione massimamente gli inconvenienti derivano — Vi ha l'<hi rend="italic">unità economica</hi> dell'impresa. La soverchia divisione professionale compromette talora la esistenza di quella. Le operazioni della filatura, tessitura e tintoria delle tele, che per lo più formano imprese distinte, si tende oggi talora a compiere in un solo stabilimento, per sottrarre p. e. l'industria della tessitura dalle oscillazioni artificiali dei prezzi dei filati da comperarsi altrove. E per usufruire i <hi rend="italic">residui</hi> altri stabilimenti tendono a concentrare le industrie dei succedanei derivati; e così, p. e., la fabbricazione di candele steariche abbraccia spesso quella dei saponi, della stearina, dell'acido solforico. — Vi ha l'<hi rend="italic">unità tecnica</hi>,cioè le operazioni dell'arte hanno le loro unità elementari che non si possono scindere. Il dividere soverchiamente un atto semplice, importerebbe minuziosità e lentezza e pertanto dispersione di forze. — Vi ha soprattutto <hi rend="italic">l'unità umana.</hi> Una certa varietà alterna di atti affini e connessi lasciata al lavoratore sorregge le forze fisiche, allarga l'ingegno, nutre l'amore del lavoro; altrimenti la eccessiva semplicità, uniformità, monotonia negli atti strema le facoltà umane e rimpicciolisce l'uomo. <pb n="209" />3. E al di fuori di ogni impresa vi ha ancora l'<hi rend="italic">unità sociale</hi>,cosicché se l'applicazione della stessa divisione del lavoro di sua natura insolita di più in più individui nella società, essa esige da ciascun imprenditore un <hi rend="italic">incremento di responsabilità e quindi di cautele</hi>,perché la sua condotta industriale e mercantile non sacrifichi gli interessi individuali e quelli della società insieme o li ponga in conflitto, donde que' <hi rend="italic">correttivi</hi> fondati sul dovere personale dei privati, sulla carità sociale di classe, sulle provvidenze coattive di legge, che già vedemmo anco per le applicazioni meccaniche.</p>
        <p>Terza legge. – <hi rend="italic">Nell'ordinamento giuridico la produzione da individuale tende a farsi collettiva. Donde l'associazione —</hi> Vi ha il fatto della associazione nel suo concetto più generale, tutte le volte che si verifica un «concorso di fattori applicati <hi rend="italic">immediatamente</hi> allo stesso ordine di funzioni produttive». È il naturale complemento della divisione del lavoro, per la quale la convergenza di energie e mezzi ad un fine di produzione si attua invece <hi rend="italic">mediatamente</hi>, applicandosi a differenti serie di uffici produttivi. Ond'è che ambedue si risolvono nel fatto superiore della <hi rend="italic">cooperazione</hi> umana, cioè nel contributo di molti agli stessi scopi finali della produzione in modo diretto o indiretto (J. S. Mill).</p>
        <p>Fondamento. – Se la divisione del lavoro poggia sopra le varietà accidentali degli uomini, colle <pb n="210" />speciali loro attitudini o vocazioni anco economiche (in combinazione colle varietà del mondo esterno), e fa capo alla individualità autonoma, la <hi rend="italic">associazione</hi> ha la sua radice nella <hi rend="italic">limitazione</hi> delle forze <hi rend="italic">individuali</hi> e quindi nel bisogno di <hi rend="italic">integrare</hi> la propria deficienza colle forze altrui, e si avvalora del sentimento naturale</p>
        <p>di <hi rend="italic">socialità</hi>.</p>
        <p>Classificazione. Qui trattasi della <hi rend="italic">associazione</hi> come ordinamento proprio della produzione economica.</p>
        <p>1. Perciò la <hi rend="italic">associazione economico produttiva</hi> si distingue dalle: — <hi rend="italic">associazioni morali-superiori</hi>,che hanno fini <hi rend="italic">etico-religiosi</hi> o di civiltà, altre <hi rend="italic">necessarie</hi>:la famiglia, lo Stato, la Chiesa; altre <hi rend="italic">volontarie</hi>:società di istruzione, di educazione, ecc.; — dalle <hi rend="italic">associazioni civili</hi>,che hanno per fine la costituzione e il progresso complessivo giuridico-civile degli organi sociali come le classi, la nazione, la società universale, p. e. corporazioni (unioni professionali) e fondazioni; — dalle <hi rend="italic">associazioni economiche</hi>,che mirano ad attuare tutti i fini della ricchezza fra cui la produzione. Tre forme distinte dal loro fine, per cui altre lingue hanno vocaboli nettamente appropriati, p. e. «Vereine » le prime, «Genossenschaften» le seconde, «Gesellschaften» le ultime; a cui rispettivamente risponderebbero le espressioni di <hi rend="italic">istituti</hi> (della famiglia, dello Stato, della Chiesa) di <hi rend="italic">enti</hi> o <hi rend="italic">corpi</hi><pb n="211" /><hi rend="italic">morali</hi> (corporazioni o fondazioni) e di <hi rend="italic">società economiche</hi>,(p. e. di commercio, di consumo), le quali ultime, quando mirano a produrre e ad acquistare un profitto («Erwerbsgenossenschaften»), possono dirsi <hi rend="italic">lucrative</hi> (<hi rend="italic">quaestuariae</hi>)o <hi rend="italic">società di produzione</hi> (Wagner, Salvioni).</p>
        <p>2. Bensì quest'ultime (che qui direttamente interessano) esprimendo una confluenza diretta di energie economiche a scopi produttivi, possono offrire un triplice grado di evoluzione (o maturità): -- prima di <hi rend="italic">semplici unioni di forze o mezzi</hi> applicate ad un medesimo ufficio <hi rend="italic">senza vincoli reciproci</hi>,p. e. dieci marinai che mercé una gomena e una carrucola alzano un'antenna, mille braccianti occupati ad uno sterro, molti risparmiatori che depositano presso un banco i loro capitali da rivolgersi ad una speculazione produttiva; — ulteriormente di unioni <hi rend="italic">con vincoli reciproci economico-giuridici per singole operazioni</hi>,p. e. dieci operai in una industria, che assumono di fronte all'impresario l'esecuzione di un prodotto (1000 metri di tessuto) a compito collettivo (a cottimo), ovvero cento contadini che verso un compenso complessivo si adoperano alla seminagione o mietitura, ecc.; — da ultimo di unioni <hi rend="italic">con mutui legami economico-giuridici, per tutti i fini produttivi</hi> (profitti e perdite) <hi rend="italic">della impresa</hi> per cui questa si trasforma da <hi rend="italic">impresa individuale</hi> a <hi rend="italic">impresa sociale</hi> o <pb n="212" />meglio collettiva; sicché l'<hi rend="italic">impresario</hi> responsabile verso i terzi risulta da una associazione.</p>
        <p>3. In questo caso stesso l'<hi rend="italic">impresa collettiva</hi>,responsabile economicamente e giuridicamente verso il pubblico rispetto all'obbiettivo conferito in società, può essere — di <hi rend="italic">proprietari</hi> di forze e sostanze di natura, p. e. tutti i possidenti di un vasto bacino Che si associano per una impresa di bonifica, di irrigazione; — di <hi rend="italic">capitalisti</hi> che pongono assieme i loro mezzi di capitale per la erezione ed esercizio di un cotonificio o per la gestione di una casa di commercio, per uno stabilimento bancario; — e di <hi rend="italic">lavoratori</hi> soltanto, per cui, p. e., una società di braccianti prenda in appalto sotto la propria responsabilità da un privato o da un comune l'escavazione di un canale, la sfalciatura di un pascolo, o imprenda da sé il dissodamento di una terra incolta; — o finalmente <hi rend="italic">imprese collettive miste</hi> di proprietari, capitalisti e lavoratori insieme, in cui tutti corrono l'alea dei prodotti e perdite, salvo il grado della personalità economico-giuridica, giusta suddistinzioni accidentali.</p>
        <p>Queste sono le <hi rend="italic">specie essenziali</hi> delle <hi rend="italic">associazioni produttive</hi>,donde apparisce la loro tendenza di trapassare da un semplice concorso <hi rend="italic">di fatto</hi> di forze e mezzi economici nella produzione, ad un <hi rend="italic">sistema di rapporti</hi> economici e giuridici, dapprima <hi rend="italic">parziale</hi> e infine <hi rend="italic">totale</hi>,sì <pb n="213" />da investire finalmente l'<hi rend="italic">impresa</hi> nella sua esistenza e funzione suprema.</p>
        <p>Vantaggi della associazione (nella produzione). </p>
        <p>1. <hi rend="italic">Fornisce una potenza utile complessiva</hi> alla produzione, che è superiore alla somma puramente aritmetica delle forze individuali da cui risulta. Due più due (diceva il Genovesi), quando trattasi di associazione, non danno quattro ma. cinque. Invero: ― l'associazione coi suoi contatti ed attriti sprigiona una, quantità di forze, che altrimenti nei singoli rimarrebbero latenti; e ciò per l'emulazione, per la disciplina, per la mutua sorveglianza. — Rende utili minime frazioni di forze, che altrimenti rimarrebbero inoperose o andrebbero disperse; e così, p. e. le forze di un fanciullo, che isolatamente sono incapaci di qualunque operazione per poco gravosa, completando quelle di un uomo valido, tornano proficue; e similmente una lira, che non potrebbe giovare alla produzione, sommata con altre cento confluite in una cassa di risparmio, può sovvenirsi ad un industriale o tornare profittevole. — Tutte le forze usufruisce al massimo grado, la loro quantità permettendo di raggrupparle giusta le rispettive attitudini e vocazioni, conseguendo quell'incremento di effetto utile, inerente alla divisione del lavoro.</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Riesce a comporre fasci sterminati di forze e mezzi</hi> da affrontare e sorreggere imprese produttive <pb n="214" />che altrimenti supererebbero qualunque potenza individuale per quanto poderosa. Né un Ercole o Teseo, né i pochi giganti dell'età primitiva avrebbero potuto aprire come i centomila «fellah», il canale di Suez. Né un Vanderbilt, né un Carnegie, né un Morgan apprestare da soli i duecento miliardi circa spesi nelle ferrovie del mondo. Né alcun ardito speculatore, fosse Rothschild o Cecil Rhodes, azzarderebbe l'intera sostanza individuale nella ricerca ed escavazione di miniere, che possono assorbire milioni in inutili esplorazioni, o mandarli dispersi per la inattesa interruzione dei filoni di giacimento. In tutti questi casi o per difetto di <hi rend="italic">lavoro</hi> o di <hi rend="italic">capitale</hi> o per <hi rend="italic">rischio</hi> sarebbero impedite le imprese più onorifiche o fruttuose per il progresso produttivo.</p>
        <p>3. <hi rend="italic">Assicura alle imprese ed alle loro funzioni economiche continuità nello spazio e nel tempo</hi>.Nello <hi rend="italic">spazio</hi>,porgendo modo di introdurre quel coordinamento di attività molteplici, dietro l'unità di un concetto direttivo, che spesso è indispensabile a conseguire un effetto utile. Potrebbesi, p. e., affidare agli incerti e arbitrari accorgimenti di singoli proprietari lungo un fiume il premunirsi contro i pericoli dell'inondazione, senza un consorzio di difesa e di scolo, o introdurre un sistema razionale di adacquamento in un territorio agricolo senza un comune <pb n="215" />piano idraulico e senza un consorzio di irrigazione? Nel <hi rend="italic">tempo</hi>,ponendo al posto degli individui che cessano e scompaiono, un ente sociale che rimane; perpetuando così le imprese a beneficio della produzione nazionale. Qualunque impresa individuale è insidiata da questa caducità e infatti quale avvenire avrebbe un'industria fondata da un uomo di raro ingegno e abilità, senza eredi o senza continuatore volonteroso e capace? Chi inizierebbe da sé solo un'opera di bonifica, che assorbe la vita di un uomo, col pericolo che qualunque infortunio personale la lasciasse interrotta, rendendo inutile l'ingente capitale già speso? L'associazione invece che non muore, offre le necessarie guarentige dell'avvenire.</p>
        <p>Il risultato complessivo economico (nella produzione) è quello di un incremento pressoché sconfinato di <hi rend="italic">effetto utile</hi> delle forze produttive, <hi rend="italic">colla minima dissipazione di esse</hi>; incremento diffuso alla generalità e protratto nella storia; cosicché per l'associazione in particolare la produzione diviene un <hi rend="italic">fatto di economia sociale</hi> per eccellenza.</p>
        <p>I vantaggi etico-civili sono del pari inestimabili.</p>
        <p>L'associazione penetrata largamente in tutte le imprese produttive avvince gli uomini con rapporti di interesse materiale, che ribadiscono quelli del dovere, del diritto e della fratellanza; così è mezzo di <pb n="216" />consistenza sociale. Essa è il necessario complemento della <hi rend="italic">individualità,</hi> che colle forze degli altri ripara alla propria debolezza, assicurando la personale autonomia (libertà) dinanzi a pericoli di assorbimento, quali p. e. da parte di uno Stato panteistico; e insieme è il correttivo delle varietà e sproporzioni individuali, per cui (anche nel campo della produzione) di fronte ai privilegiati ed ai potenti sorregge col fascio delle forze i men favoriti; così è guarentigia di libertà e di equilibrio. Essa abitua a condividere coi nostri simili gli ardimenti, i sacrifizi, le aspettative, ed educa a sensi di mutua temperanza e benevolenza, piegando l'egoismo in favore del sentimento di solidarietà; così è scuola di carità sociale.</p>
        <p>Condizioni. – Ciò chiarisce che a favorire l'associazione non basta soltanto il <hi rend="italic">calcolo degli interessi</hi>, i quali da soli piuttosto <hi rend="italic">dividono</hi> e sono argomento di dissoluzione sociale, ma si richiedono altre <hi rend="italic">condizioni etico-civili</hi>;e precisamente — il rispetto della onestà e giustizia — il sentimento della libertà personale, di cui la facoltà di associarsi è una delle forme — lo spirito di abnegazione e carità sociale in ordine ai fini superiori. Sotto queste condizioni soltanto e stromento di progresso.</p>
        <p>Ne dipende la <hi rend="italic">legge di sviluppo storico</hi>.Per essa e nei limiti di queste condizioni l'associazione tende ad insinuarsi e sovraneggiare nella produzione. 1. <pb n="217" />Embrionale nelle grosse famiglie patriarcali dell'Oriente coi numerosi servi e delle prime età di Grecia e Roma, col nome di <hi rend="italic">società erile</hi> (padronale), — nell'età pagana più matura l'associazione grandeggia sotto due forme soltanto del pari scorrette: da un lato di conglomerazioni o <hi rend="italic">riunioni di fatto delle moltitudini servili</hi>,adibite ai lavori privati e pubblici, con cui esercitavisi l'agricoltura dei latifondi, costruivansi le strade militari, gli acquedotti, ecc.; e dall'altro di <hi rend="italic">società di pubblicani</hi> o di esattori dei tributi e maneggiatori dei redditi dell'erario («manieurs d'argent»), che monopolizzavano il commercio e il prestito monetario.</p>
        <p>Il medio evo è l'età delle associazioni per eccellenza, anche nella produzione. Figlie dello spirito cristiano di fraternità morale, congiunte a quello del, sacrifizio e dell'amore; — educate primamente nei sodalizi di pietà («confrérie») e di mutua carità; — trasferite nel dominio economico dagli esempi degli ordini religiosi, quali i benedettini, i cistercensi, gli umiliati, che erano permanenti unioni di lavoro; — elevate dalla Chiesa all'ufficio sociale di assicurare, mercé il fascio delle forze riunite, la libertà dei volghi da essa stessa in gran parte affrancati contro le prepotenze feudali o della borghesia procacciante; — sospinte a stringersi a comune difesa e saldezza del lavoro e della classe operosa dalla debolezza <pb n="218" />dello Stato medioevale; — le associazioni produttive volontarie (anco al di fuori delle corporazioni, da cui spesso dipendevano, ma non erano assorbite) nel medio evo si radicano nel seno delle robuste famiglie sulla base della responsabilità solidale dei suoi membri, invadono tutto il dominio della mercatura e delle grandi manifatture industriali, sotto il nome di <hi rend="italic">compagnie</hi>;si ampliano nel mercato internazionale colle società nautiche, colle assicurazioni marittime, col commercio monetario e di banca; allacciano con molteplici e robusti vincoli le contadinanze per il lavoro delle terre incolte, per la <hi rend="italic">soccida</hi> del bestiame, per l'uso del pascolo comune; formano il tessuto della robusta costituzione delle classi ispecie dei deboli; divengono un focolare di autonomia civile («self governement»), scuola ed organo di vita politica; fungono soprattutto come un potente congegno di <hi rend="italic">elevazione</hi> degli infimi strati popolari.</p>
        <p>3. Lo spirito di associazione, trasfuso così nel sangue delle popolazioni medioevali, ma dispogliato degli ideali e delle virtù cristiane nel periodo del rinascimento e della riforma, trapassa nelle genti moderne ed ivi ne moltiplica le forme e la potenza, ma insieme ne provoca la degenerazione. — Dal sec. XVI al XVIII l'associazione, divorziando da ogni resto di libertà, diventa uno stromento esclusivo </p>
        <p>
          <pb n="219" />dei più potenti, colle <hi rend="italic">compagnie privilegiate</hi> nell'industrie, nei traffici, sui mari dell'Olanda, dell'Inghilterra, di Francia, ad esercizio di monopolio e a depressione dei ceti inferiori. — Dal sec. XIX fino a noi, ridonate alla libertà, penetrano, si propagano e giganteggiano dovunque, nelle miniere, nei trasporti ferroviari, nella navigazione, nelle banche, nei traffici mondiali; ma contemporaneamente, sotto l'impulso dell'interesse egoistico e della concorrenza irrefrenata, si pervertono colle frodi colossali, colle speculazioni fittizie, coi concerti monopolistici («trusts»), coi calcolati fallimenti, coi «cracks» di borsa e colle ruine bancarie. — Nell'insieme lungo l'evo moderno l'associazione colle sue meraviglie per lungo tempo fu di preferenza un presidio in mano dei capitalisti, né si propagò che troppo tardi a beneficio delle medie e piccole imprese e delle moltitudini, come più di recente si tenta colle associazioni popolari; e frattanto operò come un mezzo di depressione delle classi inferiori. Urge ricondurla alle sue tradizioni cristiane di un mezzo universale di progresso, ma in ispecie di un presidio e di una leva a difesa ed a sollievo degli umili.</p>
        <p>I <hi rend="italic">correttivi</hi> infatti di quegli abusi stanno nel ricondurre l'associazione sotto l'impero dell'etica e del diritto, seguendone lo sviluppo. — Di qui la necessità da parte dell'etica di definire, di mano in <pb n="220" />mano che grandeggia la utilità economica dell'associazione, le nuove e più squisite forme di <hi rend="italic">doveri reciproci</hi> che ne conseguono; e di dispiegare, in nome della carità sociale, una propaganda di <hi rend="italic">istituti associativi</hi>, in favore speciale dei deboli e più numerosi. — Di qui analogamente l'indirizzo odierno delle leggi, le quali, pur consacrando il diritto e la libertà delle associazioni (anco produttive), da un canto introducono più <hi rend="italic">severe e speciali discipline</hi> alla loro gestione per il bene generale, dall'altro convergono a definire e favoreggiare nuove <hi rend="italic">forme di associazioni</hi> (anco produttive economiche) in pro delle classi popolari.</p>
        <p>Però non mancano <hi rend="italic">limiti</hi> alle applicazioni dell'istituto dell'associazione. Altri <hi rend="italic">relativi</hi>.E dipendono: — dall'educazione dei popoli e delle classi; sicché fra gli anglosassoni più tradizionale è lo spirito associativo, fra i latini più scosso dal passato assolutismo politico o dall'individualismo presente; e più pronte a fruirne le classi borghesi procaccianti che le aristocratiche e le popolari; — dalla natura delle industrie, per cui le società lucrative nacquero in seno al commercio, più lente si introdussero nelle manifatture, e ancor vi resiste l'agricoltura, sia per la difficoltà di accomunare il fattore terra e le operazioni agrarie, sia per il carattere indipendente delle popolazioni rurali; — o infine dalla qualità degli <pb n="221" />stromenti, per cui la somma facilità di accumulare i mezzi materiali sotto forma di capitale monetario fa sorgere e giganteggiare le società produttive fra i possessori di ricchezza mobile. — E un limite <hi rend="italic">assoluto</hi> l'associazione trova nella sua finalità. Essa intende ad accrescere la potenza individuale de' singoli consociati e cessa pertanto di essere anco economicamente giustificata quando, o per le proporzioni ingenti o per le modalità concrete essa riesca ad assorbire l'individualità, deprimendo così le personali energie produttive di una nazione.</p>
        <p>Concludasi. ― Rispettate pure queste condizioni e limiti, la associazione anco nelle sue applicazioni alle <hi rend="italic">imprese produttive</hi> rimane il coefficiente più espansivo delle medesime; cosicché esse nel loro interno ordinamento tendono <hi rend="italic">di più in più a trasformarsi da imprese individuali</hi> (di spettanza di un solo proprietario-imprenditore) <hi rend="italic">in imprese collettive</hi> (appartenenti a società). Ciò con questa successione nei tempi moderni: — prima e lungamente l'impresa collettiva risultò di società di <hi rend="italic">soli proprietari-capitalisti</hi>,tipo dell'economia capitalistica; — più tardi nel sec. XIX essa si presentò con tentativi di società di <hi rend="italic">soli lavoratori</hi> (società cooperative di produzione), saggio di economia popolare; — nel prossimo avvenire accennano a svolgersi forme di <hi rend="italic">imprese collettive miste</hi>, incui la società verrà a stringersi in <pb n="222" />ognuna di esse <hi rend="italic">fra proprietari-capitalisti e lavoratori insieme</hi>,dietro l'esempio cristiano medioevale della colonia parziaria (mezzeria) e delle società in accomandita. Vi hanno già sperimenti che tendono a considerare capitalisti ed operai come soci della stessa fabbrica (partecipazione al capitale od al profitto), e che promettono di riprodurre la fisionomia di un'economia sociale gerarchica. Allora l'associazione avrà coinvolto nell'interno di un'impresa tutti i fattori della produzione.</p>
        <p>Frattanto può pronunciarsi che lo sviluppo crescente dell'associazione nelle industrie coincide coi progressi morali sociali della civiltà.</p>
        <p>Deduzioni. — Dall'insieme di queste osservazioni, che interessano la costituzione e gestione delle imprese, risulta come i mezzi e modi di conseguire il progresso della produzione in mano degli imprenditori, di questi pionieri delle iniziative economiche, consistano in una sempre più felice applicazione della <hi rend="italic">legge della proporzione</hi> (qualitativa e quantitativa) dei fattori produttivi e delle leggi complesse <hi rend="italic">dell'ordinamento</hi> (<hi rend="italic">tecnico, personale, giuridico</hi>)delle imprese stesse; donde un effetto utile crescente e una relativa diminuzione di spese.</p>
        <p>Ciò per quanto riguarda il congegno delle imprese; ma occorre avvertire che esso dipende ancora dalla abilità di metter quelle in relazione con altri <pb n="223" />tre elementi estrinseci, <hi rend="italic">il tempo il luogo</hi> e <hi rend="italic">la società</hi> nel grado di svolgimento di essa.</p>
        <p>Il tempo. — Le leggi del progresso qui esposte, ma in ispecie quella dell'ordinamento tecnico e della divisione del lavoro, convergono non solo a dare un prodotto maggiore e migliore, ma a conseguirlo in un <hi rend="italic">ciclo di tempo più breve</hi>.Gran parte degli incrementi della ricchezza odierna derivano dalla crescente <hi rend="italic">rapidità delle operazioni produttive</hi>,per cui in grazia delle forze motrici più cospicue, del perfezionamento dei meccanismi, delle facilità delle comunicazioni e delle combinazioni mercantili che scemano, le giacenze, la stessa somma di fattori in un anno o in un mese può fornire più volte il prodotto a servigio dei consumatori e a profitto del produttore. Può dirsi quindi che l'<hi rend="italic">effetto utile sta in ragione della massa</hi> (dei mezzi produttivi) <hi rend="italic">moltiplicata per la velocità</hi> (di esercizio). Di qui il proverbio inglese «il tempo è danaro»; e già per le generazioni umane la vita si aumenta per intensità, quando nello stesso giro d'anni si moltiplicano attività e godimenti.</p>
        <p>Il luogo. — 1. L'effetto utile di una impresa sta in ragione della opportuna <hi rend="italic">ubicazione</hi> o <hi rend="italic">sede</hi> di essa, per cui si assicurino, si aumentino, si agevolino i risultati produttivi (Lampertico).</p>
        <p>La scelta del luogo ove erigere una industria, nei tempi andati era spesso imposta da ragioni superiori <pb n="224" />a quelle strettamente utilitarie. La sicurezza traeva i produttori a collocarsi all'ombra del castello feudale; l'igiene spingeva popolazioni operose a insediarsi al fastigio del monte fuor dei miasmi della pianura; e sempre la schiavitù, che spostava le braccia ad arbitrio dei padroni o dello Stato, la servitù che le legava alla gleba, le gelosie di corporazioni o di comuni industriali che di regola divietavano il <hi rend="italic">trasferir l'arte al di fuori</hi>,le ragioni religiose che cacciavano colla revoca dell'editto di Nantes sotto Luigi XIV gli industriali calvinisti di Francia, i sistemi protezionisti che impedivano l'emigrazione per secoli, — impedirono o perturbarono la libera scelta della sede delle industrie. — Bensì decisivo (come avvertiamo nella «Introduzione») anche per questo rispetto fu il sorgere o il ricomporsi nel medio evo delle <hi rend="italic">città di fronte alla campagna</hi> e il raccogliersi in quelle (specialmente presso le nazioni latine, <hi rend="italic">civiche</hi> per eccellenza) delle industrie e dei commerci; donde <hi rend="italic">la prima fondamentale divisione del lavoro</hi> manifatturiero e mercantile da quello agricolo, e il rispettivo contrasto fecondo di emulazioni e progressi. Ivi, entro le mura cittadine, l'addensarsi di un elemento operoso omogeneo e in esso lo svolgersi e trasmettersi dell'arti introduce per prescrizione delle corporazioni, a fine di miglior vigilanza e di mutui sussidi tecnici, una <pb n="225" />ulteriore <hi rend="italic">divisione locale</hi> delle officine e botteghe <hi rend="italic">per contrade</hi>;e quindi sussidi e spinte al progresso per virtù di un mercato cittadino, immediato e ricco, e di una speciale politica economica di que' comuni mercanteschi. Ciò che determinò alla sua volta per consuetudini storiche il ripartirsi, <hi rend="italic">fra le varie città e distretti manifatturieri</hi>,specialmente in Inghilterra, di distinti gruppi di industria, favoriti ciascuno da speciali circostanze di forze motrici, di incroci di vie, di prossime fiere (Provins, Lyon, Bergamo, Senigallia), preparando utilmente la distribuzione territoriale dell'industria nell'intera nazione (Marshall). — Ma solo nell'età contemporanea, e specialmente in Europa dal 1850 in poi, per graduale proclamazione della libertà di insediamento e di dislocazione dei cittadini all'interno e all'estero e del loro pareggiamento nei diritti economici agli stranieri (innovazione civile, di cui occorre estimare la grande importanza), in combinazione colla mobilità che i progressi tecnici dettero alla produzione, — <hi rend="italic">i calcoli dell'utile economico</hi> (al di sopra di ogni altra ragione sociale, civile, politica) vennero a regolare la distribuzione delle imprese sul territorio. La loro sede, a seconda della natura di ciascuna, viene ormai definita da regole razionali positive di economia industriale.</p>
        <p>2. Certamente la scelta del luogo ove fondare una impresa non dipende in egual grado dal libero <pb n="226" />criterio quasi <hi rend="italic">aprioristico</hi> dell'imprenditore. — In tutte le <hi rend="italic">industrie territoriali</hi>,miniere, boschi e nell'agricoltura, è giocoforza piantare ed esercitare le aziende laddove la natura ha collocato gli opportuni bacini minerari, le ricchezze forestali, i terreni vegetativi, e l'arbitrio umano è al <hi rend="italic">minimo</hi>.Bensì in quest'ultimo caso, data la zona di un terreno coltivabile, rimane all'impresario agricolo l'ardua soluzione dell'insediarvi quelle specie di <hi rend="italic">colture</hi> che in ordine alle qualità del terreno e del clima promettano di essere più fruttuose. — Nelle <hi rend="italic">imprese industriali</hi> propriamente dette il criterio di scelta è più largo e complesso.</p>
        <p>Prima e più lungamente decidono sulla sede di queste la <hi rend="italic">sicurezza e prontezza del consumo e quindi dello spaccio e dei guadagni</hi>,ciò che si avvera nelle agglomerazioni cittadine o in circoli popolosi e ricchi. Ciò spiega l'anticipato e prevalente (non esclusivo) insediarsi delle arti (maggiori e minori) nelle città medioevali, e la persistenza del fatto sino alla età moderna; sicché gradualmente crescendo colle grandi manifatture (dal sec. m in Italia) la produzione industriale, questa continua nei sobborghi e nel contado circostante, pur sempre rimanendo le ditte commerciali committenti nelle città, donde i distretti manifatturieri quasi una espansione cittadina; restando del resto ognora la città centro <pb n="227" />privilegiato delle industrie <hi rend="italic">suntuarie</hi> (di lusso, artistiche, di oreficerie, ecc.).</p>
        <p>Più tardi, coll'ampliarsi del mercato nazionale o internazionale, entra nel calcolo dell'insediamento la <hi rend="italic">spesa di trasporto</hi>,e così le industrie metallurgiche, ove il materiale è pesante, sorgono accanto alle miniere; — e se le materie prime sono ingombranti o vengono da paesi trasmarini, le industrie si collocano dappresso ai porti di mare, come Manchester, ganglio dell'industria cotoniera presso a Liverpool, emporio di scarico del cotone americano, o le distillerie nei bacini granari, o l'industria del lino, della canapa nelle estensioni campagnole. — Ma poi la trasformazione e l'economia delle comunicazioni quasi resero indifferente per la sede delle industrie moderne la scelta fra città e campagna; — e allora prese il sopravvento il <hi rend="italic">duplice calcolo dei salari e del capitale</hi> di impianto, ambedue ingenti nelle fabbriche moderne. Si moltiplicano così le industrie nelle campagne a fruire delle basse mercedi e dello spazio a buon mercato per gli immensi stabilimenti, magazzini, case operaie, e delle forze motrici idrauliche, generando nuovi distretti manifatturieri e più tardi in mezzo ad essi novelle città industriali. Fu un primo stadio delle moderne industrie capitalistiche. Il secondo è contrassegnato dal continuo crescere accanto a quelli in forma pletorica delle industrie <pb n="228" />nei centri cittadini e nei nuovi loro sobborghi (p. e. Brooklyn e Nuova York), che sono insieme organi ipertrofici di consumo e di produzione, aggravando il fenomeno patologico dell'urbanismo. Sicché oggi dei più alti salari e delle più forti spese arearie edilizie gli imprenditori trovano compenso, oltre che nell'assorbente e costante consumo locale, nel maggior concentramento dell'offerta di braccia, nella cernita di operai più intelligenti, <hi rend="italic">nella più diretta partecipazione alle speculazioni</hi> di borsa e soprattutto al prossimo e largo <hi rend="italic">ricorso ai potenti istituti di credito</hi>.A questa distribuzione industriale quali spostamenti arrecherà ora l'energia elettrica, trasferibile a gran distanza?</p>
        <p>
          <pb n="229" />
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      </div>
      <div>
        <head>X. Leggi del progresso produttivo sociale nelle industrie territoriali</head>
        <p>Premesse. 1. Alle leggi di economia privata della produzione in ogni singola impresa elementare, sia nei suoi fattori compositivi (legge di proporzione), sia nel suo ordinamento (tecnico, personale, giuridico) — seguono le leggi delle <hi rend="italic">industrie</hi> nella economia sociale. Le singole imprese, moltiplicandosi, diffondendosi nello spazio e raggruppandosi in distinti rami od ordini di industria giusta scopi determinati e conseguenti caratteri omogenei, (p. e. di industrie minerarie, agricole, manifattrici, ecc.), si sviluppano esse pure con <hi rend="italic">leggi normali di progresso</hi>,che possono designarsi così.</p>
        <p>Ogni ordine di industrie tende ad assumere molteplici specie o forme di atteggiamento organico con <hi rend="italic">legge di specificazione</hi> (o differenziazione). — Ogni specie organica di esse tende a crescere in potenza produttiva con <hi rend="italic">legge di graduale incremento</hi> (potenziamento). — Tutte queste varietà di specie e di grado tendono a completarsi a vicenda con <hi rend="italic">legge di integrazione</hi>.</p>
        <p>
          <pb n="230" />2. Tali leggi, che hanno certa rispondenza con quelle degli organismi biologici, sono tutte superiormente rette dal principio edonistico dell'utile, mercé una coordinazione sempre più razionale di mezzi al fine; e si dispiegano concretamente col concorso e sotto le influenze del mondo materiale (territorio, clima e vita fisiologica nel cosmo) e del mondo sociale (popolazione, ordini sociali, politici, cultura). Esse pertanto trovano la loro piena efficienza solamente in condizioni telluriche più propizie e in quelle sociali storiche più mature, siccome leggi razionali-positive di alta civiltà.</p>
        <p>3. Bensì ogni ramo od ordine di produzione vi obbedisce di conformità e nei limiti della rispettiva natura caratteristica; e perciò quelle leggi stesse di specificazione, di incremento, di integrazione talvolta si occultano in forme embrionali, talaltra trionfano con manifestazioni nette, grandiose, compiute.</p>
        <p>Perciò non è possibile analizzarle proficuamente che con trattazione distinta (come fanno per lo più gli economisti tedeschi) per grandi rami di produzione. I quali non ci peritiamo di classificarli qui in — <hi rend="italic">industrie originarie territoriali</hi>,che intendono a prendere il possesso delle materie e delle forze naturali del territorio fornite spontaneamente da natura, le quali hanno carattere preparatorio e fondamentale, <pb n="231" /> siccome principio e base delle altre; — <hi rend="italic">industrie agricole e manifatturiere</hi>,effettrici per eccellenza, perché determinano la formazione di prodotti elaborati dall'uomo; — <hi rend="italic">industrie commerciali</hi> (mercatura, industria monetaria, dei trasporti ecc.), le quali apprestano soltanto aiuti e mezzi estrinseci alla produzione, mercé gli scambi. Di quest'ultima si dirà al tema della circolazione della ricchezza. Qui degli altri due ordini di industrie veramente produttrici quanto basti a cogliere le linee massime della loro vita evolutiva.</p>
        <p>Industrie originarie-territoriali - («Ur-undGrund-produktionen»). Mirano ad apprendere i prodotti utili e ad occupare il sistema stesso delle materie e forze produttrici del territorio, donde le industrie di <hi rend="italic">apprensione e di occupazione</hi>,caccia, pesca, pastorizia, industria mineraria, forestale, di dissodamento fondiario.</p>
        <p>L'uomo posto dal Creatore in faccia agli immensi domini del globo, le acque, la terra, l'atmosfera, gli organismi vitali dovunque diffusi, quali leggi segue nell'acquisizione ed usufruimento dei beni che la natura anticipatamente e spontaneamente gli presenta?</p>
        <p>Arduo quesito, cui basta frattanto rispondere con questi criteri generalissimi.</p>
        <p>Nella sua marcia di avanzamento l'uomo prima e facilmente volgesi alla acquisizione dei <hi rend="italic">prodotti</hi><pb n="232" />che la natura gli fornisce: il frutto spontaneo, il legno secco, la pecora, il pesce; solo più tardi e laboriosamente trapassa alla appropriazione (a vario grado) della <hi rend="italic">fonte territoriale produttrice</hi>,cioè del serbatoio sistematico delle materie e forze della natura stessa, cioè la foresta, lo stagno, il terreno, la miniera. Antecedono così le industrie di <hi rend="italic">apprensione</hi> (dei prodotti), seguono quelle di <hi rend="italic">occupazione</hi> (del suolo).</p>
        <p>Sebbene ambedue consistano nell'acquisire materie e forze preparate da natura, il processo di acquisizione tende del pari a vario grado a trasformarsi da <hi rend="italic">naturale</hi> ad <hi rend="italic">artificiale</hi>,preponderando sempre più sull'azione della natura l'arte umana. La pastorizia diviene allevamento razionale zootecnico; la cava della pietra, complessa e poderosa estrazione della miniera; il dissodamento della vergine superficie, arte scientifica di ammendamento dei terreni.</p>
        <p>Tale predominio umano è così decisivo in tali industrie naturali per eccellenza, che nel cammino della civiltà altre di esse sono destinate quasi a scomparire (la caccia); altre in buona parte a tramutarsi in rami accessori di industrie principali (come la pastorizia); altre a pareggiarsi nell'assetto ed esercizio alle industrie scientifiche e capitalistiche per eccellenza (come l'industria mineraria).</p>
        <p>Caccia, pesca, pastorizia. — Sono <hi rend="italic">industrie di apprensione di prodotti</hi> forniti da natura. <pb n="233" />Sono prime a comparire, perché più semplici ad esercitarsi? Non già: Adamo e Caino erano coltivatori e Abele pastore; Noè pure agricoltore, mentre non è menzionata la caccia prima di Nembrod e di Esaù. Le tradizioni bibliche e quelle dei popoli pagani si accordano sull'antichità della agricoltura e della da pastorizia. E può ammettersi che dopo il diluvio e le grandi dispersioni dei popoli vi abbia avuto una decadenza agricola fra i popoli trasmigranti (specie a nord e ad occidente), sviluppandosi poi maggiormente la pastorizia, la caccia o la pesca, a seconda della <hi rend="italic">qualità del territorio</hi> per cui trapassavano, in ispecie gli altipiani, le foreste, gli stagni o spiagge marine. È questa la risposta all'antica discussione che oggi gli studi sulle età primitive hanno posto in luce (vedi Roscher, Schmoller).</p>
        <p>La caccia in particolare. — Oggetto ne sono gli animali non soggetti immediatamente al dominio umano: la belva, gli scorridori (il cinghiale, il camoscio, la renna) e i volatili; specie selvatiche in contrapposto a quelle domestiche.</p>
        <p>1. La prima spinta alla caccia sta nel pericolo personale per la presenza di animali feroci, a cui si aggiunge poi il bisogno delle carni per alimento, delle pelli e piume per vesti e ornamento, delle ossa e corna per armi e stromenti. La storia degli usi e costumi primitivi lo conferma. <pb n="234" />La importanza e la diffusione persistente della caccia, prima di divenire una industria di professione, si deve a <hi rend="italic">fatti tellurici</hi>,cioè all'ambiente in cui le bestie nocive si moltiplicano e trasferiscono, le foreste, gli altipiani montani, i piani o deserti tropicali. Ne derivò la formazione di <hi rend="italic">popoli cacciatori</hi>,che, distruggendo insieme belve feroci e foreste ove si annidano, proseguirono per millenni l'opera benefica di preparare sedi sicure alle future popolazioni agricole e industriose, con un processo storico che va dai tempi di Nembrot in Oriente alle imprese eroiche di Teseo ed Ercole sulle terre elleniche, alla caccia al lupo durata in Germania e sull'Alpi fino al sec. XIX, ed all'inseguimento fino ai nostri dì delle pellirosse e degli animali insieme, fatta nel «Far West» dai dissodatori anglosassoni. Ma non è industria, bensì un lavoro negativo o distruttivo, che abitua talora i popoli, come i numidi antichi, gli sciti, i vandali, i calmucchi, i kirghisi, i cosacchi, alla aggressione e rapina; componendo drappelli predatori, che talvolta si agglomerano come le orde dei vandali sotto Alarico a devastare territori d'alta civiltà e Roma stessa; e che tal'altra, dopo la distruzione completa di razze animali, riescono al cannibalismo, come nella Nuova Zelanda (Roscher).</p>
        <p>2. Bensì in parte tali abitudini si tramutano in <hi rend="italic">arte professionale,</hi> e questa, per certi animali </p>
        <p>
          <pb n="235" />utilizzabili, si estende tuttodì a vere <hi rend="italic">regioni permanenti di caccia</hi> (disadatte ad ogni altra produzione), le quali vanno dalle zone polari a quelle tropicali: la Norvegia e i paesi artici per le renne e le foche, la Russia e la Siberia per gli animali da pelliccia (orsi bianchi, castori, ermellini, scoiattoli), India ed Africa per l'avorio degli elefanti e per le piume degli struzzi, dalla Tartara all'America per il bufalo, dovunque per il toro e pela cavallo selvatico, porgendo la mano all'addomesticamento e alla pastorizia.</p>
        <p>3. Continua del pari dall'origine ininterrotta anche nei paesi civili la <hi rend="italic">caccia agli animali minuti</hi> vaganti e volatili, camosci, lepri, soprattutto uccelli, in forma di <hi rend="italic">arte venatoria</hi> (la piccola caccia) per l'uso delle carni, destinata a fornire per lo più un reddito complementare a popolazioni fattesi sedentarie e rurali. Ma perciò stesso essa è destinata a diminuire e quasi a sparire col progresso della civiltà; e ciò — per le distruzioni delle razze nell'esercizio remotissimo e universale presso persiani, greci, romani, celati, germani; — per la diminuzione immensa dei terreni boschivi; — per l'estendersi dei terreni coltivati, cui quella torna nociva; — sicché la caccia della selvaggina e degli uccelli segue in particolare nella sua decadenza le leggi storiche della proprietà fondiaria e dell'agricoltura. <pb n="236" />Tuttavia i prodotti della caccia in genere sono ancora cospicui. Il monopolio degli animali da pelliccia forma una rendita della corona russa, forse di 25 milioni di franchi. Austria Ungheria caccia e vende animali selvatici e volatili per 60 milioni di franchi l'anno. Oggi Inghilterra sola consuma carne di uccelli per 700.000 quintali. Di solo avorio (India, Capo, Sudan, Siberia) si produce per oltre un milione di kg. E l'esportazione delle piume di struzzo (dall'Asia ed Africa) oscilla fra 30-40 milioni di franchi (Roscher, Scherzer, Lanzoni).</p>
        <p>Legislazione. ― Dall'età primitiva prolungatasi fino al medio evo, la caccia rimane libera a tutti nelle immense praterie e boscaglie aperte all'uso comune. Nell'età medioevale il proprietario feudale riservò a sé, non senza resistenze e lotte dei contadini (1381 in Inghilterra, 1525 in Germania), il diritto di caccia sui propri latifondi, come occasione di esercizi ginnastici e militari e fonte di lucri signorili, consentendo però l'esercizio di essa alla popolazione in forma di <hi rend="italic">servitù sociale</hi>,sotto severe discipline (anche per conservazione della selvaggina) già nelle leggi barbariche, poi di Carlo Magno e dei regni feudali.</p>
        <p>E nelle monarchie moderne assolute, mentre le «grandi cacce» divennero una <hi rend="italic">regalia sovrana</hi> (privilegio fiscale) su tutti i fondi, accompagnato da</p>
        <p>
          <pb n="237" /> devastazioni immense, si diffusero generalmente le ordinanze di Stato per la tutela economica della caccia (dal sec. XVII). Poi dai principi riformatori (sec. XVIII) e dalle legislazioni liberali (sec. XIX) fu restituito a tutti i proprietari il diritta di caccia sui propri fondi e la facoltà di escludere i terzi (le bandite); disciplinandone con progressiva intensità l'esercizio nel prevalente interesse agricolo generale (anche per moltiplicare gli insettivori). Si arrivò testé, in Isvizzera e in alcuni Stati del Nord America, fino alla proibizione assoluta per lunghi anni della uccellagione. (Vedi Roscher).</p>
        <p>Pesca. – 1. È la industria di apprensione (di prodotti animali) consorella della caccia anche per la origine. Antichissimo e pressoché universale l'uso del pesce; sicché frequenti i popoli cacciatori e pescatori insieme (Abissinia, Siberia, popolazioni primitive dell'America meridionale e dell'Australia); ed «eschimese» significa «mangiato di pesce crudo» (Roscher). Ciò come conseguenza della storia della terra e dell'uomo insieme. I continenti per gran parte coperti dal mare, lento il ritiro dell'acque dopo il diluvio, i laghi in seno alle terre compatte, gli stagni nei boschi e nel piano, le abitazioni umane sulle palafitte lacustri, le migrazioni lungo i grandi fiumi fino alle spiagge marine, danno a tutto ciò spiegazione; sicché la pesca fu prima ancora terrestre che marittima. <pb n="238" />2. Bensì per la semplicità dei suoi processi (nell'America meridionale e nell'Australia i selvaggi pescatori, senza reti e battelli, raccolgono colle mani i pesci lasciati dalla fiumana in ritiro o gettati dal mare sulla spiaggia) e per il poco dispendio del suo esercizio, il progresso di essa è tardivo. — A tempi avanzati viene a distinguersi, in forma di <hi rend="italic">specificazione</hi>,la pesca <hi rend="italic">lacuale</hi> e <hi rend="italic">fluviale</hi> (acqua dolce) da quella <hi rend="italic">marina</hi> (acqua salsa); e questa in <hi rend="italic">litoranea</hi> e <hi rend="italic">d'alto mare</hi>,cui si aggiunge talora distintamente quella delle <hi rend="italic">valli</hi> e <hi rend="italic">lagune</hi> salmastre (Russia, Olanda, Veneto, Taranto).</p>
        <p>3. Ma è la <hi rend="italic">pesca marittima</hi> che dispiega tutta la importanza economica e funzionale sociale; ché probabilmente dalle primitive <hi rend="italic">piroghe</hi> (tronchi scavati) staccatesi dalla spiaggia per la pesca, presero inizio il gusto e gli ardimenti della navigazione, con essa del commercio e in parte delle conquiste stesse politiche nel mondo. Popoli in Europa, che divennero grandi navigatori, furono e sono anche grandi pescatori; tali soprattutto quelli all'ingiro del mare del Nord, norvegesi, danesi, olandesi, inglesi; i quali si affermarono liberi, intrepidi, invadenti nei guadagni come nella politica. Perciò Carlo Magno, debellatore d'Europa, dalle spiagge batave piangeva di non poter infrenare le scorrerie marine dei normanni, perciò danesi ed anglosassoni invasero l'Inghilterra e questa poi la Francia, ben prima di espandersi </p>
        <p>
          <pb n="239" />colle colonie e coll'imperialismo a tutto il mondo. Sulla pesca (e sulla salagione) poggiò la ricchezza dell'Olanda, e dopo Cromwell quella della Gran Bretagna.</p>
        <p>Oggi pure la grandezza e i redditi di essa sono un titolo cospicuo del bilancio economico di molte nazioni. Il Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Irlanda) conta 107.000 persone addette alla pesca, con un valore di prodotti di 225 milioni di franchi (1900-4); superato ormai dagli Stati Uniti del Nord America con 232.000 persone e 275 milioni di fr. di prodotto (1901-4); e la Norvegia, lo stato peschereccio per eccellenza, sopra una esigua popolazione (2.240.000 ab.) vanta (1903) 109.000 pescatori, e raccoglie 40 milioni di fr. di pesce (<hi rend="italic">Statesman's book</hi>,1906), cioè un terzo più dell'Italia intera (Levi-Morenos).</p>
        <p>4. A tempi recenti il progresso dell'arti pescherecce, con certa <hi rend="italic">legge di incremento</hi> (quantitativo e qualitativo), si disegna così: — sulla «piccola pesca» di pesce scarso o comune, diffusa dovunque nei mari poco pescosi, con mezzi elementari e frazionati (piccole imprese), viene a spiccare la «<hi rend="italic">grande pesca</hi>»,o per quantità enorme di raccolta periodica (massimamente delle <hi rend="italic">aringhe</hi> nel mare del Nord intorno al Doggerbank) o per la specie particolare dell'animale marino (dei merluzzi, banco di Terranova e coste inglesi; del tonno nella Dalmazia e Sicilia; <pb n="240" />delle balene nell'alta Norvegia e allo stretto di Bering) e quindi per il costo e perfezionamento dei mezzi e stromenti di apprensione (bastimenti balenieri, forti reti, le tonnare, ecc.); sicché le grandi pesche tendono a ricadere nel tipo capitalistico. — Tale progresso si denota ancora dall'<hi rend="italic">estendersi della pescagione</hi>,spesso difficilissima, ad altri prodotti marini, p. e. le perle (nei mari tropicali, Ceylon, golfo Persico, ecc.), le spugne nel Mediterraneo, monopolio greco, il corallo in Sicilia, Sardegna, Algeria, Tunisia; aggiungendo alla ricchezza nazionale valori importanti (le spugne mediterranee per 15-20 milioni di fr.; la pesca corallina d'Italia per 2,5 milioni ; Lanzoni). Soprattutto si contrassegna colla <hi rend="italic">industria di preparazione del pesce</hi> (cottura e salagione, cominciata da Denkelzoon, sec. XVII, Olanda); trasformazione decisiva per cui materie putrescibili di vile e accidentale valore, conservandosi inalterate per la accumulazione, per i lunghi trasporti, per i protratti consumi, acquistano <hi rend="italic">valori normali</hi>,base di una industria, che da naturale diviene artificiale e sistematica (p. e. le sardine di Nantes, il tonno sott'olio).</p>
        <p>5. Questo passaggio ad industria artificiale nelle <hi rend="italic">pesche terrestri</hi> (nei fiumi, laghi, stagni, lagune) si avvera mercé la <hi rend="italic">seminagione</hi> e poi raccolta del pesce in bacini chiusi.</p>
        <p>
          <pb n="241" />Pratica antichissima in Cina, nota ai romani (gli <hi rend="italic">ostreari</hi>), essa compose nel sec. XIX l'industria scientifica della <hi rend="italic">piscicoltura</hi> (Coste, Lamiral, Carazzi), esercitata anche in Italia (lagune venete, valli di Comacchio, mar piccolo di Taranto); essendo però divenuti oggi centro massimo di incubazione gli Stati Uniti del Nord America.</p>
        <p>La legislazione e politica della pesca <hi rend="italic">entro terra</hi> seguì per lo più le vicende della caccia, per virtù dell'ambiente adiacente in cui si esercita. — Libera per molti secoli a tutti nei fiumi, stagni, bacini compresi nei terreni d'uso comune — divenne nel medio evo col processo graduale di appropriazione del suolo un privilegio principesco e signorile, su cui gravava un diritto d'uso sociale a pro delle popolazioni locali; — finché nell'età moderna, prima colle <hi rend="italic">bandite</hi> (esclusione dei terzi), specie sui beni fiscali, e poi colla distinzione progressiva delle acque private e pubbliche, in quelle si soppressero gli usi sociali, in queste si introdussero discipline d'interesse generale, che per i nostri comuni risalgono già al sec. XIV (Pertile). Solo eccezionalmente la politica economica si estese al quesito del diritto di <hi rend="italic">pesca nell'ampio mare</hi>;ma salvo la prepotenza di O. Cromwell e di Carlo II, sorretti dal giureconsulto Seldeno (1639) che applicò la teoria del <hi rend="italic">mare clausum</hi> per escludere l'Olanda dalla libera navigazione e pescagione <pb n="242" /> insieme (dietro qualche tendenza analoga di Genova e Venezia), nel diritto e nella pratica prevalse il principio della libertà di pesca nell'alto mare. Bensì dietro il concetto antico (già in Ulpiano) del mare territoriale lungo le coste, anche per sostentamento delle popolazioni e della loro industria, sempre si riservò il diritto o si concessero preferenze ai connazionali per la pesca di costiera; per questo dettando norme regolatrici e promotrici (Benecke, in Schönberg).</p>
        <p>Le quali norme tutrici rispetto alla <hi rend="italic">pesca interna</hi> si risolvono nel proibire l'esercizio di essa nelle stagioni di fecondazione o l'uso di stromenti e modi nocivi alla conservazione della specie; e per quella <hi rend="italic">marina litoranea</hi> nell'impedire che si turbi non solo la riproduzione, ma le periodiche migrazioni dei pesci, aggiungendo talora eccezionali <hi rend="italic">accordi internazionali</hi> per la pesca o di particolari animali (p. e. le balene del mare di Bering), o di taluni prodotti preziosi come il corallo (fra italiani, francesi, spagnoli) sulle coste di Barberia. Le norme <hi rend="italic">promotrici</hi> si risolvono per la pesca fluviale, lacuale, di laguna, nel favorire la <hi rend="italic">piscicoltura</hi> razionale in bacini chiusi e quindi la riproduzione artificiale, tanto più necessaria (notisi bene), in quanto la pesca interna nei <hi rend="italic">corsi naturali</hi> decade necessariamente col prosciugamento delle paludi e col progresso delle altre <pb n="243" />industrie (sbattimento dell'acqua con turbine, molini, piroscafi, inquinamento per residui di fabbrica, ecc.). Nella pesca <hi rend="italic">d'alto mare</hi> gli incoraggiamenti di Stato coincidono colle provvidenze in pro della marina mercantile di cui è parte cospicua il naviglio peschereccio (comprese nei trattati di commercio navigazione), osservando che la <hi rend="italic">pesca marittima è in progresso</hi> coll'estendersi mondiale degli scambi l'ampliarsi della richiesta in paesi ricchi non solo per commestibile, ma anche per prodotti derivati residuari (olio di pesce, ossi di balena e concimi). Indirettamente lo Stato può favorirla, aiutando la formazione di <hi rend="italic">società</hi> o <hi rend="italic">consorzi di pescatori</hi>,già potenti nel medio evo in Francia e nelle Anse germaniche (Roscher), quasi scomparse sotto incettatori capitalisti, oggi risorgenti sull'Adriatico austriaco in Germania. Sembra anzi che questo sia campo adatto alle società cooperative, che in seno ai pescatori ebbero forse le remote origini.</p>
        <p>Pastorizia. – <hi rend="italic">Carattere e genesi</hi>.1. Non è trasformazione della caccia randagia di animali feroci o selvatici (Hahn); ma industria pacifica di presa di possesso, custodia e usufruimento di specie animali di loro natura mansuete o agevolmente addomesticabili, in condizioni geografiche propizie alla moltiplicazione e sussistenza in greggi o mandare di pecore, capre, suini e successivamente di bevi, cavalli, <pb n="244" />cammelli, ecc., componenti l'industria di allevamento degli animali in genere «Viehwirtschaft». È perciò arte originaria a cui appartennero dagli inizi Abele e Abramo, i patriarchi biblici e gli Hyksos, la quale grandeggiò remotamente nelle vaste praterie dell'Asia anteriore (fra i semiti), nell'altopiano di Gobi, dagli Altai agli Urali (fra i tartaro-mongoli o turanici), nell'Arabia (semiti e cusciti), ed oggi nelle «pampas» del Sud America, nei bacini del Missouri e Mississipi, nelle sconfinate lande di Australia (Roscher).</p>
        <p>2. Il suo oggetto è sempre l'animale, non il terreno il quale non è appropriato, ma nei cui spazi sterminati pastori ed animali vanno abitualmente vagando in cerca di pascoli, trasferendosi ad altri di mano in mano che coll'uso questi si esauriscono: sicché tale industria è <hi rend="italic">nomade</hi> per eccellenza. Il dominio storico caratteristico della pastorizia è quello dalle pianure erbose dell'Asia anteriore ove principalmente le famiglie patriarcali dei re pastori, colle loro cospicue ricchezze d'animali, coi saldi ed estesi vincoli di sangue, colla elevata coscienza di autorità, colle incipienti graduazioni di classi (anche servitù molto mite, con intima e robusta vita morale-religiosa, per lo più monoteista), offrono il tipo di una completa economia di consumo e di produzione insieme, come già vedemmo («Introduzione»).</p>
        <p>
          <pb n="245" />Per il riguardo della produzione la pastorizia obbedisce a certe leggi progressive.Vi ha una specie di <hi rend="italic">legge di incremento</hi> nel passaggio dal <hi rend="italic">bestiame minuto</hi>,pecore e capre specialmente, docili, instancabili nelle peregrinazioni, utilissime (latte, carni, lana), al <hi rend="italic">bestiame grosso</hi>,bovi, giovenche, cavalli, cammelli. Ciò che importa ancora il simultaneo passaggio <hi rend="italic">dalla pastorizia naturale a quella artificiale</hi>,mediante l'addomesticamento delle razze bovine ed equine, per opera dell'uomo, il quale comincia col domarle e prosegue col riprodurle in recinti chiusi e vigilati. Grande progresso economico, il quale si compié principalmente nell'Asia anteriore, di là diffondendo anticipatamente il numeroso bestiame grosso nella penisola greca e italica e che si ripercosse a fondo sulla storia dell'economia, moltiplicando non solo la ricchezza ma gli stromenti vivi di essa. Donde l'altra legge di <hi rend="italic">specificazione</hi> dell'allevamento animale, che venne fin d'allora ad assumere due destinazioni: di bestiame da <hi rend="italic">consumo</hi> (per alimento) e da <hi rend="italic">lavoro</hi> (per trazione o trasporto), preparando così le forze della industria agraria e locomotrice.</p>
        <p>4. Ma frattanto, aumentate col bestiame materie e forze utilizzabili e con esse formatosi un cospicuo <hi rend="italic">capitale</hi>, si conseguirono per <hi rend="italic">legge di solidarietà</hi> fra le industrie queste risultanze per la produzione in <pb n="246" />genere: — rinvennero alimento le industrie manifattrici dei tessuti, delle pelli, delle tende, degli ossi, ecc., oggi ancora perfezionate fra i nomadi; — n'ebbe spinta il traffico di quelle ricchezze accumulate (animali e prodotti derivati) con popolazioni ricche e sedentarie all'ingiro, donde in que' pastori nomadi lo sviluppo di certe attitudini ed artifici di commerci e trasporti (le carovane); — e infine ad un certo momento spuntò il bisogno di trasfondere quella <hi rend="italic">proprietà mobile</hi> e <hi rend="italic">semovente</hi> in proprietà <hi rend="italic">immobiliare terriera</hi>,donde la tendenza etnica di insediamento in paesi territoriali agricoli.</p>
        <p>Ciò per cause uscenti dal grembo stesso dell'industria pastorale. Il gregge divenuto più numeroso ed il bestiame grosso preponderante sempre più difficilmente si dislocano; nelle più lunghe soste i pascoli si depauperano; ed essi infine si esauriscono. Allora per le popolazioni benestanti comincia la sofferenza ed esse, già fortemente ordinate in molti gruppi gentilizi sotto regoli rispettati, usi a difendere coll'armi greggi e pascoli da importuni concorrenti, sotto l'impulso dell'interesse collettivo, facilmente si conglomerano per la conquista di sedi fisse. Così la pastorizia, raggiunto il suo culmine, diventa decadendo transizione alle arti stabili della civiltà e in ispecie all'agricoltura. E ciò tanto più che questa a <pb n="247" />quella fra tribù pastorali sempre in qualche forma misura si intreccia (Schmoller).</p>
        <p>Di questo grande fatto sociale abbiamo due saggi caratteristici nella storia; — la invasione degli Hyksos o re pastori in Egitto, dall'anno 2.000 a 1.700 circa a. C.; — e la conquista della Palestina e insediamento degli ebrei in quella «terra promessa» circa 1605 a. C., condotti da Mosè e Giosuè, un pastore ed un guerriero.</p>
        <p>5. Bensì a ben diverse trasformazioni degenerative sono destinate le popolazioni pastorali in condizioni telluriche sfavorevoli. Negli altipiani altaici, degradanti al nord dal Turkestan verso la gelata pianura siberica o ad ovest verso le steppe del Caspio, freddi, brulli, infestati da belve (orsi, lupi); — ovvero nei lembi del territorio pianiggiano che si protende a sud-ovest lungo i deserti di Siria e dell'Arabia; — scarseggiando le praterie, le acque, il bestiame e indurendosi i corpi e gli animi negli stenti e frequenti guerriglie per i pascoli insufficienti sterili e nella lotta contro le fiere, que' pastori assumono le abitudini feroci e vagabonde dei popoli cacciatori. E così fra le popolazioni tartaro-mongoliche al nord il <hi rend="italic">nomadismo</hi> e con esso il <hi rend="italic">pascolo vago</hi> sono del pari sistematici e permanenti; — e nelle loro abitudini aggressive acuite dalla miseria, agglomerandosi in proporzioni rapidissime ed ingenti, <pb n="248" />come già gli unni (uralici) invasori dell'Ungheria ed Italia (431-51) sotto Attila, così colle orde di Gengiskan (m. 1227) e Tamerlano (1400), riuscirono ad imporsi colle invasioni devastatrici alla Cina nord orientale (la Manciuria) da un canto e alla Russia europea dall'altro. E similmente gli arabi dopo Maometto (che era pastore) seguiti dai saraceni e dai turchi, conquistata Asia ed Africa (632-98), percorrendo i deserti coi loro cavalli alla caccia del leone, da pastori si tramutarono facilmente in briganti assalitori (i beduini) o in drappelli mercanteggianti fino ad oggi ogni specie locale di oggetti di lusso, avori, penne di struzzo, cammelli, animali vari e carne umana (schiavi negri). La industria pastorizia così è destinata nelle antiche regioni a deperire.</p>
        <p>Ma non già a scomparire nella civiltà; ma piuttosto a riprendere importanza in altri luoghi e sotto altra veste.</p>
        <p>In parte si sposta ai nuovi continenti in proprie e vaste «regioni pastorali» somiglianti alle antiche, nelle praterie delle pampas e dell'Argentina, nelle savane del Messico, nell'Uruguay, nel Far West, nella Polinesia; ove gli animali, introdotti per lo più dall'Europa, si moltiplicano a dismisura entro svenimenti sconfinati di proprietari-speculatori, che li macellano e vendono in carni di conserva o in estratti di Liebig. — Nel vecchio continente si perpetua in <pb n="249" />circoli disadatti ad ogni altra coltura, come nelle steppe della Russia meridionale, ovvero nelle bassure umide paludose dell'Ungheria, delle maremme, della campagna romana. — Generalmente (ciò è decisivo) nei paesi di agricoltura progredita, dietro la persecuzione delle leggi proibitive del vago pascolo, l'arte pastorale del sec. XIX diviene un ramo integrante di quella. Le mandare e i greggi, mercé la <hi rend="italic">stabulazione</hi>,si fissano nei poderi e si inviano ad estasiare nelle praterie alpine; se ne moltiplicano e perfezionano le razze con regole <hi rend="italic">zootecniche</hi>;si assicura la loro sana e copiosa alimentazione coi prati artificiali ed irrigui.</p>
        <p>Quivi il numero e la qualità degli animali non formano più oggetto di <hi rend="italic">pastorizia</hi> vera e propria; ma piuttosto elemento e misura della prosperità agricola. — Sotto queste varie forme però la produzione animale mantiene una ingente importanza nell'età moderna. Nel mondo calcolansi (1896) 500 milioni di pecore e 35 milioni di capre, massimi circoli l'Australia (100 milioni di capi), la Plata, gli Stati Uniti, cui seguono Russia (50 milioni) e Inghilterra (32 milioni); mentre i bovini allevati in tutta la regione temperata sono circa 300 milioni di capi, di cui un terzo in Europa (Russia, Ungheria, ecc.); cui si aggiungono 70 e più milioni di cavalli, dei quali la metà in Europa, specie nella bassa Russia. Ovini, <pb n="250" />bovi e cavalli sono sempre i compagni dell'uomo e gli stromenti domestici del suo progresso economico (Lanzoni, Scherzer).</p>
        <p>Industrie occupatorie propriamente dette. – 1. Dall'arti di apprendere o acquisire i prodotti naturali, ossia [gli animali viventi nel territorio, caccia, pesca, pastorizia, si passa all'occupazione del territorio stesso o nella sua struttura geognostica, o negli organismi fisiologici in esso radicati, o nella sua composizione fisico-chimica; donde le industrie <hi rend="italic">minerale</hi>,<hi rend="italic"> forestale</hi>,<hi rend="italic"> fondiaria</hi> o del dissodamento dei terreni.</p>
        <p>Grande progresso logico e storico, con cui l'umanità dispiega la sua potenza non più sul prodotto spontaneo della natura, ma sul sistema stesso delle materie e forze produttive di questa; e quindi rassoda e completa la sua padronanza sovrana sul globo, mercé il fatto economico giuridico della <hi rend="italic">proprietà</hi>,la quale per consenso comune non è tale finché si limita alla disponibilità esclusiva dei beni derivati e accidentali e non si estende ancora al dominio delle loro <hi rend="italic">fonti generatrici</hi>.</p>
        <p>Industrie occupatore per eccellenza, le quali antecedono le altre (come il dissodamento fondiario precede i cicli annui della agricoltura); ma che storicamente si continuano e svolgono senza interruzione lungo i secoli della civiltà, sicché il cammino di questa è un progressivo assoggettamento del <pb n="251" />territorio, per l'esercizio di ogni specie di regolare attività.</p>
        <p>Il loro sviluppo pertanto segue quello della potenza individuale e sociale delle <hi rend="italic">popolazioni</hi>;ma, a differenza delle altre condizioni concrete, varie e locali del <hi rend="italic">cosmo</hi>,e con una più intima connessione collo svolgersi della <hi rend="italic">proprietà</hi>.</p>
        <p>Industria mineraria. – 1. Questa, che versa sull'occupazione di materie geognostiche del suolo e sottosuolo, è originaria senza dubbio, rispondendo ai bisogni elementari umani.</p>
        <p>La pietra sul fianco montano servì di materiale alle case, come altrove il legno per le capanne; — terre argillose per rinsaldare e coprirle; — né sempre i trogloditi o abitatori delle caverne attestano un degradamento di uomini che abbiano comune la tana colle belve; ma in terreni di tufo e pozzolana, naturalmente cavernosi e facilmente lavorabili, attestano opportunità di abitazioni in luoghi riparati e asciutti, come oggi le vaste cantine della enologia francese. — E quella escavazione sotterra di abitazioni, caratteristica p. e. nelle antiche popolazioni di Frigia (Asia Minore), ebbe generale impulso dovunque dal culto dei morti, donde le necropoli in forma di ipogei (sotterranei), estesissime in Egitto, Etruria, in tutte le genti pelasgiche e più tardi continuate dalle catacombe cristiane aperte dai <hi rend="italic">fossores</hi>. <pb n="252" />E come il sasso del torrente o del fianco montano servì per difesa balistica (la fionda), e poi ripulito nell'età neolitica alle arti belliche (freccia) e pacifiche (utensili di pietra in Germania fino al sec. VII d. C.), così più tardi in località favorite da natura, frugando il sottosuolo, il ferro diventò arma di guerra o stromento d'industria. Tubalcain è ricordato nella bibbia come <hi rend="italic">malleator</hi> di metalli; l'arte del ferro sembra sviluppata fra gli accadi e sumeri (tartaro-mongoli) dell'alto Eufrate; e il ferro fu sempre noto agli egizi (Schmoller). E come una terra colorante serve tuttora a dipingersi il corpo del selvaggio, così l'oro e l'argento remotamente divennero oggetto ambito di ornamento e di moneta; e la loro più intensa ricerca nei momenti critici della civiltà precorse le altre esplorazioni minerarie (Roscher, Schmoller).</p>
        <p>In tal modo fu posta in mano alle popolazioni la chiave del mondo sotterraneo.</p>
        <p>2. L'industria mineraria nella sua origine elementarissima (che cosa di più rudimentale che pigliare o spezzare una pietra?) <hi rend="italic">si sviluppa</hi> invece molto tardivamente, forse l'ultima fra tutte, con caratteri <hi rend="italic">complessi</hi> ed <hi rend="italic">originali</hi>.E tale sviluppo segue la <hi rend="italic">formazione autonoma</hi> di questo ramo di <hi rend="italic">attività estrattiva</hi>,distintamente dagli altri usi del suolo per la pastorizia, per l'arte agricola, ecc.</p>
        <p>Vi influiscono la varia presenza e distribuzione <pb n="253" />locale in qualità e quantità delle sostanze minerali nel suolo, in combinazione col progresso della loro richiesta e consumo dei popoli nella civiltà e delle cognizioni e mezzi tecnico-economici con cui acquisirle. Tentiamo abbozzare le leggi.</p>
        <p>3. Una prima <hi rend="italic">legge di differenziazione</hi> venne presto a distinguere (ciò che riappare anche nelle leggi) le <hi rend="italic">cave</hi> ove le materie minerali si raccolgono o si distaccano dal suolo all'aperto; e sono per lo più pietre, marmi, argille, sabbie; dalle <hi rend="italic">miniere</hi> in senso stretto, ove le sostanze si rinvengono nel sottosuolo (metalli e combustibili fossili, ecc.).</p>
        <p>La estrazione dalle <hi rend="italic">cave</hi> di materiali, per lo più per costruzioni edilizie e stradali, venne a maturarsi e grandeggiare assai prima, seguendo dappresso i costumi civili privati e pubblici, la costruzione delle abitazioni di mattoni, di pietra, di marmi, delle mura di città e fortezze e dei piani stradali. Presto arriva per ogni nazione l'età della monumentomania, dei faraoni, di Assurbanipal, di Pericle, di Giulio Cesare e di Augusto, che vantavano di aver eternata nel marmo la capitale dell'orbe, porgendo grande impulso all'estrazione e talora all'esaurimento dei marmi preziosi delle montagne libiche, dell'Atlante, di Paros, di Pontelico, dell'Alpi apuane (Carrara), dalle cave in parte private in parte di Stato, le quali venivano esercitate ora da questo direttamente, ora per mezzo <pb n="254" />di pubblicani appaltatori e del lavoro di schiavi. Oggi, prototipo di queste cave risalenti all'antichità, di proprietà privata, di una ricchezza e di un pregio unico nel mondo, esercitate da una classe potente di imprenditori e cavatori, rimangono quelle del marmo statuario di Carrara. Ma comprendendovi l'escavazione di tutte le terre argillose, coll'annessa industria dei laterizi, del caolino, della porcellana, delle sabbie vetrarie, si arguisce quale espansione abbia assunto questo ramo minerario nella storia, col moltiplicarsi e grandeggiare di città corpulente e sontuose fino ai nostri dì.</p>
        <p>4. Ma le leggi di sviluppo della industria mineraria meglio si seguono nelle <hi rend="italic">miniere</hi> propriamente dette, cioè nella <hi rend="italic">escavazione</hi> dal sottosuolo dei metalli comuni (ferro, rame, stagno, ecc.), di altre materie preziose (oro, argento, diamanti) e di combustibili fossili (litantrace, petrolio, ecc.); nel qual dominio più propizio quello sviluppo segue prossimamente (avvertasi bene) la <hi rend="italic">genesi e costituzione di una classe mineraria autonoma</hi>.</p>
        <p>Sopra del qual ceto, addetto alla estrazione dei metalli, certamente <hi rend="italic">influisce il consumo</hi> di quest'ultima; sicché tosto può dirsi che in tutta la antichità ancor più povera sarebbe stata l'importanza dell'estrazione mineraria, senza l'uso esteso e prolungato del ferro e del bronzo nelle arti belliche (armi, corazze, scudi) <pb n="255" />e di metalli nobili ad uso di moneta e di ornamento (oro, argento, ecc.). Senza che ciò generasse tuttavia un ceto vitale di minoranti, in tempi in cui le miniere si allogavano non ad industriali ma a speculatori (pubblicani stretti in <hi rend="italic">sodalitates</hi>),sotto di cui, insieme a pochi lavoratori liberi, gemevano gli schiavi ed i condannati <hi rend="italic">ad metalla</hi>.</p>
        <p>Più decisivo per lo sviluppo dell'arte e della classe mineraria torna non solo la <hi rend="italic">qualità e quantità dei depositi</hi> minerari, ma ancora la <hi rend="italic">ubicazione</hi>,cioè i <hi rend="italic">giacimenti</hi> più prossimi alla superficie o sepolti negli strati profondi del terreno, perché con queste circostanze di natura si connettono i metodi tecnici e l'appropriazione del sottosuolo.</p>
        <p>Finché i minerali in terreni di alluvione si trovano superficiali, copiosi e facili ad apprendersi, trattasi di un'arte di «affioramento», con cui appunto si sfiora il deposito, e rimosso agevolmente lo strato che lo ricopre, si aprono le viscere della miniera.</p>
        <p>Quivi tutto è opera di lavoro, munito di pochi stromenti manuali senza capitale, nemmeno per acquisto del suolo che è aperto al primo occupante, lavoro non sistematico, spesso di <hi rend="italic">rapina</hi>, («Rabbau», «gaspillage»), che agguanta il materiale che viene alla mano, devastando la superficie a costo di non poter più scendere agli strati sottoposti, in ciò aiutato talora dalle forze distruttive di natura, come nel <pb n="256" />Nord America dall'acqua fatta talora cascare dall'alto a dirompere e sconvolgere il terreno aurifero. In queste condizioni di natura e quindi di tecnica, in qualunque tempo ed anche p. e. nel sec. XIX in taluni territori degli Stati Uniti (e non già soltanto nella prima evoluzione storica), il ceto minerario <hi rend="italic">spunta fra i lavoratori</hi>, che sono esploratori, imprenditori e proprietari insieme dei campi minerari, sotto limiti e condizioni concordate dalla associazione degli interessati stessi (Einaudi). — Sebbene più duratura e men rapace, ha consimile composizione l'impresa e la classe mineraria fra i germani lungo il medio evo. Come l'associazione primitiva della marca «Markgenossenschaft» regolava l'uso comune dei pascoli e il turno collettivo della terra coltivata, così per consuetudine giuridica fin dal sec. XII essa riconobbe ad ogni «commarca» il diritto di far sua la miniera, prima dell'oro e argento poi del sale e di ogni metallo, prima sul terreno comune poi anche su quello privato, che egli avesse scoperta e lavorata; sicché si originò il principio: «la miniera ai minatori» (Maurer). I quali anzi trovansi costituiti giuridicamente fra il sec. XII e XIV, in società industriali per carati (Kuxe) col titolo di «Gewerkschaften» e inoltre in corporazioni di mutuo soccorso («Bruder oder Knappschaftvereine») per gli infortuni (Schmoller, Janssen, Klostermann). <pb n="257" />5. Si formò così <hi rend="italic">un primo tipo di classe mineraria lavoratrice</hi> per eccellenza, che talmente si riannoda alle condizioni fondiarie e tecniche di quel lavoro, comuni a tutto il medio evo, che il diritto di ogni ricercatore di occupare il terreno minerario finché quello perduri e di esercitarlo per mezzo di associazioni di mineranti, lungamente rispettato da signori feudali e da città comunali, fu riconosciuto, disciplinato nell'interesse generale e protetto in nome della «libertà della miniera» «Bergfreiheit» di fronte alle pretese dei proprietari della superficie da leggi imperiali (spec. bolla d'oro, 1356); si trova riprodotto nel breve pisano di Iglesias in Sardegna e nello statuto di Massa Marittima; e venne diffuso specialmente dai tedeschi in quasi tutti i paesi di Europa, qualche saggio di quelle comunità di mineranti perdurando fino ad oggi nel Derbyshire in Inghilterra e fino al 1893 nel comune di Rancié sui Pirenei francesi; salvo di ricomparire oggi nei paesi vergini dell'America (Einaudi, Lampertico, Roscher).</p>
        <p>Ma nell'insieme, in onta all'incremento nel medio evo dell'industria mineraria d'oro, argento, rame, ferro, ecc., specialmente nei paesi tedeschi (Boemia, Sassonia, Misnia, Salisburgo, Tirolo), e del ceto rispettivo, che colà raggiunse allora oltre a 100.000 mineranti — la tecnica e l'usufruimento estensivo dei giacimenti non essendo profondamente mutata, <pb n="258" />questo ordinamento tradizionale si protrasse sostanzialmente fino a tempi prossimi a noi.</p>
        <p>6. Ma — dai primi due secoli moderni, quando le miniere si andarono a cercare <hi rend="italic">estensivamente</hi> nei nuovi continenti, addentro alle valli delle Ande, fino a 2000 metri di altezza nel Messico o Perù, e poco di poi al livello delle nevi perpetue; — e ben più tardi, quando in Europa le vecchie miniere si lavoravano <hi rend="italic">estensivamente</hi> fin verso mille metri di profondità; ed occorsero disboscamenti, strade, pozzi, gallerie, macchine poderose, tutta una tecnica sapiente e dispendiosa; allora l'esercizio minerario dei lavoratori-proprietari (la piccola impresa) trapassò ad una classe di potenti capitalisti-imprenditori (la grande impresa) alla quale venne spesso, non sempre, ad appartenere la proprietà stessa della miniera; in ogni caso però dando pienezza di sviluppo e di autonomia alla professione mineraria.</p>
        <p>Ma ciò non si avverò che tardivamente nell'evo moderno il quale va distinto per questo rispetto in due momenti.</p>
        <p>7. <hi rend="italic">Nel primo</hi> colla scoperta dell'America si dischiusero invero sconfinati orizzonti alla ardimentosa attività mineraria degli europei, ma questa inattesa ampliazione ed esaltazione dell'arti sotterranee presentò congenite deficienze e pervertimenti. La esplorazione del sottosuolo si volse esclusivamente alla <pb n="259" />ricerca di metalli preziosi e non già per lungo tempo ad altri materiali serventi all'industria. Fu opera non tanto di imprese e lavorazioni sistematiche, ma di avventurieri spinti dall'<hi rend="italic">auri</hi><hi rend="italic">sacra fames</hi>,che consideravano la scoperta della miniera come un gioco di azzardo, fonte di subitanee fortune o di mine, non già di meritoria produzione economica e la sfruttavano per lo più per mano di schiavi, con processi di rapina sotto impulsi di avide speculazioni sulle famose «pepite» o di intenti fiscali, fuor di ogni sentimento e criterio di bene sociale duraturo. È la storia delle cupidige febbrili e crudeli di portoghesi, spagnoli, olandesi, inglesi nel sottosuolo delle vergini Americhe per disigillarne a colpi selvaggi di martello i tesori aurei ed argentei ed inondare l'Europa, disertando frattanto la via maestra delle industrie e corrompendo nella sua genesi il ceto minerante moderno.</p>
        <p>Questi sperimenti lieti e tristi in larghissimo campo furono però grande scuola e stimolo ai progressi minerari successivi. Lo spettacolo delle invidiate dovizie monetarie della Spagna, accoppiato alle grandi necessità finanziarie degli Stati, spinse in Europa i principi a trarre il massimo reddito fiscale dalle miniere interne, specialmente d'oro e d'argento; accrebbe nel pubblico l'attenzione verso la dote mineraria d'ogni nazione; ed elevò la funzione <pb n="260" />sociale dell'<hi rend="italic">esploratore</hi> e si aggiunse alla classe gerarchica dei mineranti. Già a cavaliere dei sec. XV e XVI si erano moltiplicate le società di capitalisti esercenti le miniere, specialmente tedesche (Janssen); ora re ed imperatori, sulle tradizioni remote romane (codice teodosiano e giustinianeo) e poi feudali ma in ispecie di Carlo V e Filippo II, accrebbero le <hi rend="italic">regalie</hi> (partecipazione al reddito) sopra i metalli preziosi; e poi su tutti gli altri prodotti di miniera; anzi concessero a famiglie e società capitalistiche privilegi di esercizio e di commercio minerario, che fu buona parte monopolizzato, incentrandosi e grandeggiando.</p>
        <p>Le regalie furono elevate in Ispagna e colonie da Filippo II (1584) al 50% per l'argento. In Germania ed Austria giganteggiò la famiglia dei banchieri Fugger di Augusta, prestatori dell'imperatore Carlo V, i quali dalla sola miniera di Schwaz guadagnarono in 7 anni 13 milioni di fiorini. Ma frattanto dal sec. XVII un forte risveglio si nota nella industria mineraria europea, e datano le ampliazioni ed innovazioni tecnico-economiche, prima tardive, delle miniere inglesi (la fusione del ferro di Dudley; la prima macchina a vapore di Newcomen; 200.000 operai minerari nella Gran Bretagna).</p>
        <p>8. Ma fu soltanto in un <hi rend="italic">secondo momento</hi>,dal sec. XVIII in poi, che, col capitalismo olandese, anglosassone e francese e colle grandi compagnie <pb n="261" />interne e coloniali l'industria mineraria applicandosi nei vari continenti non solo alla estrazione dei metalli preziosi, bensì <hi rend="italic">a tutte le materie utili alla produzione</hi>,raggiunse con moto accelerato fino ad oggi un poderoso sviluppo, e con questa integrale funzione economica conseguì alla sua volta una completa costituzione organica e una piena vitalità autonoma la classe mineraria, coi suoi possenti interessi, colla sua solidarietà universale, coi suoi caratteristici processi tecnico-economici, dinanzi alle altre classi produttive.</p>
        <p>A questo incremento e slancio concorsero quelle cagioni storiche, che già apportarono la recente trasformazione dell'economia produttiva mondiale.</p>
        <p>Tali: — il trionfo della meccanica e della chimica nella industria contemporanea; sicché il <hi rend="italic">ferro</hi> e il <hi rend="italic">carbon fossile</hi> innanzi a tutto, e poi le altre sostanze minerarie, che forniscono materie prime, ausiliari e stromentali e forze fisico-chimiche a tutte le industrie, divennero oggetto di una domanda cosmopolitica e sconfinata; — le progredite cognizioni geografiche, che riuscirono ad esplorare ed estimare la qualità, la consistenza, la distribuzione di ogni bacino minerario quasi in tutto il mondo; e insieme alla tecnologia moderna la formazione di una speciale scienza montanistica, che insegnò ad usufruire utilmente fino agli ultimi strati, detriti e residui, i giacimenti minerari. <pb n="262" />Importanza economica. – Questa a' nostri dì può essere abbozzata con pochi dati di fatto. Lasciando pure il ramo delle <hi rend="italic">cave</hi> e dei corrispondenti materiali edilizi, rispetto alle miniere nessun'altra come la nostra può intitolarsi <hi rend="italic">l'età dei metalli</hi> e propriamente di quelli comuni, che come mezzo diretto o ausiliare di industria sono divenuti un fattore di ricchezza generale, ben altrimenti che quelli preziosi; la cui estrazione, se pur si arrestasse in tutti i depositi auriferi e argentiferi del mondo, ben poco scuoterebbe l'economia moderna. — Del ferro, che è l'armatura possente della industria moderna, gli Stati Uniti, l'Inghilterra e la Germania da sole forniscono nella loro prima elaborazione metallurgica oltre a 50 milioni di tonni. annue, 9/10 della produzione mondiale estesa dalla Spagna e Francia alla Russia, Canadà e al cui primato ascese testé l'Unione americana (25 milioni di tonn.). E fra i combustibili fossili il solo litantrace, il fratello inseparabile del ferro negli usi contemporanei (per caloria, illuminazione, ecc.), raggiunse e sorpassa nel mondo una estrazione annua di 600 milioni di tonni., con un aumento continuato, che dal 1871 al 1899 andò da 221 a 631 milioni di tonn. E ciò in onta ad una alzata di prezzi, che in quel periodo passò da 9 a 15 fr. per tonn., per tre titoli principali di crescente richiesta: la produzione della ghisa e prodotti in ferro (rotaie, lampioni), <pb n="263" />la navigazione a vapore e le ferrovie, di cui le due ultime soltanto assorbono oggi (1900) oltre 160 milioni di tonn. annualmente. Estrazione colossale da tutti i continenti (di cui 2/3 dall'Inghilterra e Stati Uniti), la quale tuttavia non teme esaurimento, poiché la riserva ancora intatta per l'avvenire nei terreni carboniferi esplorati nel mondo supera di 20 volte la quantità oggi consumata (Lozè). E qualche residuo soltanto di queste estrazioni, p. e. i fosfati minerali (comprese le scorie Thomas) per la concimazione, non raggiunse in pochi anni 2 milioni e ½ di tonn., non sospettata risorsa dell'agricoltura? E chi avrebbe pensato che alle svariate materie illuminanti il suolo avrebbe aggiunto il petrolio per 150 milioni di quintali all'anno, di cui 19/20 dagli Stati Uniti e dal Caucaso? A che cosa servirebbero le nostre invenzioni meccaniche e chimiche, anzi che cosa sarebbe tutta la produzione odierna, senza l'immane contributo non solo del ferro e del carbone, ma del rame, zinco, piombo, mercurio, manganese, del salgemma, dello zolfo e di tutti i combustibili fossili? Veramente l'arte mineraria è l'Atlante che sostenta il mondo industriale moderno. Ciò senza dire dei metalli nobili, dei primi a ricercarsi avidamente fra le vicende storiche solenni, la cui produzione media annua per l'<hi rend="italic">oro</hi> dal 1850 (55.000 kg.) si è in cinquant'anni fino al 1899 (469.000 kg.) più <pb n="264" />che settuplicata; — e per l'<hi rend="italic">argento</hi> dal 1860 (905.000 kg.) in soli quarant'anni fino al 1899 (6.300.000) sestuplicata; mentre l'Africa australe soltanto gettò sul mercato complessivamente 62 milioni di carati di diamanti per il valore di quasi 2 miliardi di fr. (Neumann-Spallart, Scherzer, Lanzoni), per gran parte oggi estratti dal Transvaal.</p>
        <p>Caratteri e leggi dell'industria mineraria. Ora si possono meglio designare.</p>
        <p>1. <hi rend="italic">È</hi><hi rend="italic">industria territoriale</hi> per eccellenza. Nessun'altra (fra quelle stesse congeneri) è così inviscerata e incatenata per il suo impianto al suolo. — Lo è<hi rend="italic"> per il suo oggetto</hi>:si può in qualche misura far sorgere il bosco colle piantagioni, rendere coltivabile con bonifiche e ammendamenti un terreno sterile; non si creerà mai, ove non esista, un ammasso minerario. — Lo è rispetto alla <hi rend="italic">ubicazione geografica</hi> in relazione ai luoghi di caricamento, di trasporto, di consumo; come il carbon fossile di Cardiff presso il fiume Tyne fra i due mari irlandese e nordico e nella sede stessa delle grandi industrie inglesi, a paragone degli sterminati depositi nelle addentrate ed impervie regioni della Cina, remote da ogni industria moderna; o come l'oro talora nelle sabbie dei fiumi, tal'altra sotto i ghiacci dell'Alaska. — Lo è riguardo alla <hi rend="italic">giacitura geologica</hi>,con distribuzione orizzontale alla superficie ovvero verticale in profondità <pb n="265" />fino a mille metri, con figure e andamenti stratigrafici irregolarissimi; ciò che è decisivo per i sistemi tecnico-economici di occupazione e lavorazione.</p>
        <p>2. Perciò stesso nel suo esercizio — ha carattere di <hi rend="italic">produzione di monopolio</hi>:la estrazione del prodotto minerario non essendo aumentabile in quantità (né in qualità) al di là di ciò che apprestò geognosticamente la natura, in ogni singolo bacino essa presto o tardi procede verso la rarità assoluta e l'esaurimento. — <hi rend="italic">È produzione di privilegio</hi>,nel senso scientifico della parola, per cui (prima di toccare il margine dell'esaurimento) l'estrazione del prodotto è bensì aumentabile, ma mercé un costo necessariamente progressivo di produzione (per ogni nuova quota di prodotto); ciò che si avvera nella estrazione sia <hi rend="italic">intensiva</hi> ed <hi rend="italic">estensiva</hi> scendendo a strati sempre più profondi o ad altri depositi sempre più poveri di materiali utilizzabili, ovvero trasferendosi ad altri bacini più remoti e dispendiosi pela trasporto. — Solo subordinatamente a queste condizioni limitatici, è <hi rend="italic">produzione edonistica normale</hi>, in quanto cioè, entro i limiti assoluti di arresto o relativi di costo della produzione stessa imposti da natura, l'uomo può applicare la norma della massima produzione (estrazione) col minimo dispendio di mezzi.</p>
        <p>3. Donde il <hi rend="italic">carattere eminentemente complesso</hi><pb n="266" />della industria mineraria, quasi sintesi delle condizioni in cui versano tutte le altre.</p>
        <p>Occupatrice del sottosuolo e di prodotti di natura, segue tuttavia la traiettoria di una <hi rend="italic">produzione naturale</hi> che si trasmuta in <hi rend="italic">artificiale</hi>,che cioè diventa arte sempre più razionale umana, con mezzi e metodi sistematici e scientifici. Non più estrazione dissipatrice e accidentale, ma lavorazione continuata, parsimoniosa, progressiva, che riduce al minimo le dispersioni del materiale. — Anzi nell'impianto ed esercizio minerario trionfano le applicazioni di ogni scienza: la statica edificatoria nei pilastri, pozzi, gallerie orizzontali; e macchine di ogni specie, per asciugamento, per aereazione, per asporto di materiale e persone, per illuminazione e sicurezza; e magazzini di deposito, sistemi di trazione, condutture d'acque, stabilimenti metallurgici; case e villaggi mineranti, dentro e fuori le viscere montane.</p>
        <p>Si <hi rend="italic">specifica</hi> non solo nella grande distinzione fra cave e miniere; ma in queste fra l'estrazione «exploitation» e le operazioni di <hi rend="italic">epuramento</hi> (sceveramento) e di <hi rend="italic">primo trattamento</hi> (elaborazione) del minerale.</p>
        <p>Soprattutto <hi rend="italic">grandeggia —</hi> con sviluppo <hi rend="italic">intensivo</hi> ed <hi rend="italic">estensivo</hi>,come si disse, dietro al geologo esploratore dei filoni più inabissati, od al geografo scopritore delle distese mineralogiche più ignorate; — e colle imprese più gigantesche per numero di braccia <pb n="267" />e di capitali. Una sola miniera raccoglie spesso dieci e più mila mineranti nei bacini di Charleroi, della Saar, di Almaden; vi hanno città e distretti interamente montanistici (Iglau, Chemnitz, Cardiff, Bilbao, Toronto); e le persone addette alla industria mineraria nella Gran Bretagna soltanto sono 877.000 (1904). — È questo il campo delle più gigantesche società capitalistiche; le antiche associazioni di mineranti fecero luogo oggi a <hi rend="italic">società anonime per azioni</hi> colla loro espansione potente, ma insieme coi suoi abusi famosi di colossali concerti (i «trusts» dell'acciaio, del petrolio, del rame, ecc.), di monopoli dei prezzi, di giuochi di borsa, di fallimenti scandalosi.</p>
        <p>4. Tutto ciò è in gran parte la conseguenza del carattere eminentemente <hi rend="italic">aleatorio</hi> dell'industre minerarie. L'imprevisto (la congiuntura) che si intreccia in ogni esercizio industriale, quivi sotto ogni forma coinvolge e travolge le imprese. Il reddito minerario è commisto di <hi rend="italic">plusvalori monopolistici</hi>,di <hi rend="italic">rendita</hi>,di <hi rend="italic">profitti</hi>,tutti compromessi dalle irregolarità e intermittenze delle vene minerarie, dalle saltuarie e inaspettate scoperte di esploratori, dalle oscillazioni capricciose di valore per certe materie preziose e ornamentali (oro, argento, diamanti), e dalla impossibilità quasi assoluta di convertire ad altri impieghi il capitale invischiato nella miniera. Molti capitali si dissipano nelle esplorazioni senza successo. Appena <pb n="268" />impiantata la miniera, il filone si assottiglia, il, prezzo del materiale precipita e l'impresa fallisce. E chi immobilizzò diecine di milioni di pezzi e gallerie nella impossibilità di ritrarneli deve contentarsi di redditi derisori, attendendo lungamente più fortunate combinazioni.</p>
        <p>Studi e rapporti ufficiali sul massimo distretto minerario d'Inghilterra, la Cornovaglia, dal 1880-1890, provano che solo i 12 miniere (di stagno) dettero dividendi meravigliosi, la metà pareggiarono le spese, le altre chiusero. Per l'oro può dirsi che in media generale la sua escavazione non dà profitto; ai guadagni di pochi cresi si immola l'ecatombe dei più (Einaudi).</p>
        <p>Dinanzi a simili quotidiani pericoli, non vi ha che l'enorme fascio dei capitali sociali associati che valga a fronteggiare la natura ed il mercato, ripartendo quelli in un numero sconfinato di azionisti o di sodalizi confederati, «trusts», per diminuire nella mina il danno dei singoli. E frattanto l'arma di difesa contro il rischio diviene spesso occasione e spinta a rischi artificiali e ad offese più flagranti.</p>
        <p>Ciò malgrado possiamo affermare che mercé l'industria mineraria e in virtù dei suoi ardimenti e sacrifici titanici noi abbiamo fecondato il mondo <hi rend="italic">perennemente d'ogni luce privo</hi>,come quello <hi rend="italic">rallegrato in ogni plaga dal sole</hi>.I figli non hanno invero <pb n="269" />lasciato infruttifero <hi rend="italic">il talento</hi> ossia il tesoro, che il <hi rend="italic">Padre provvido</hi> avea lungo le sterminate età geologiche nascosto nelle viscere del globo, per tutte le generazioni operose dell'avvenire. E sia gloria a questi ciclopi della civiltà di ogni tempo.</p>
        <p>Legislazione. – 1. Ma essi fecero di più; <hi rend="italic">hanno creato una proprietà inferiore</hi> ove brulicano, sudano, si arricchiscono milioni di abitatori di una società sotterranea, non meno che la proprietà superiore sulla quale si insediano e si agitano le popolazioni all'aperto dei campi e nelle addensate città. Ciò richiama al diritto nelle sue applicazioni alla industria mineraria.</p>
        <p>La legislazione ha in proposito il duplice compito di riconoscere giuridicamente a chi spetti la <hi rend="italic">proprietà della miniera</hi> e di disciplinare l'<hi rend="italic">esercizio dell'industria mineraria</hi>.</p>
        <p>Proprietà della miniera. – Si possono concepire e si incontrano nella storia tre tipi giuridici fondamentali, salvo combinazioni intermedie. La miniera può spettare a persone private (individuali o collettive): — o in forma di <hi rend="italic">proprietà autonoma</hi>,distintamente dalla proprietà della superficie; — o di proprietà mineraria <hi rend="italic">consolidata colla proprietà superficiaria</hi>,come una accessione di questa; — o infine può appartenere allo Stato in forma di <hi rend="italic">proprietà pubblica</hi>.</p>
        <p>Proprietà autonoma. – 1. È il sistema per il quale la proprietà del sottosuolo minerario è costituita <pb n="270" />da sé, indipendentemente da quella del suolo coltivabile, sistema chiamato perciò dai tedeschi. «libertà della miniera» («Bergfreiheit»).</p>
        <p>Ogni caratteristica attività economica, specialmente territoriale, riesce per la natura delle cose ad una forma tipica di appropriazione; e così la genesi di una proprietà mineraria autonoma in favore degli occupatori immediati del sottosuolo apparisce come legge <hi rend="italic">normale</hi>.Ciò logicamente. Se la giustificazione razionale d'ogni proprietà particolare sta nella qualità inerente alla materia di <hi rend="italic">utilità</hi> per la conservazione e il perfezionamento umano, insieme ad un atto concreto di volontà e di operosità, per cui la persona collega a sé durevolmente singoli pezzi limitati, senza offesa della precedente attività individuale altrui, anzi con beneficio generale, — può almeno dubitarsi che legittimo dispositive della miniera sia il proprietario della superficie, che questa occupò manifestamente ad intenti agricoli, che forse ignora la esistenza sotterranea di materie minerarie, che sapendolo non ne prende il possesso, perché non ha né il volere, né i mezzi, né l'arte di farlo; e non piuttosto chi fece un atto speciale di volontà e di presa di possesso del sottosuolo per usufruirlo. Chi scoprì nella miniera una nuova ricchezza latente? Chi fece i sacrifizi ingenti di mente, di braccia, di capitale per quella <hi rend="italic">effettiva occupazione</hi> permanente <pb n="271" />del sottosuolo minerario, senza di cui non è possibile l'utilizzazione (ultimazione) completa delle materie accumulate da natura, mercé un lavoro regolare? E vi ha diminuzione del bene individuale altrui, se il sottosuolo minerario è lasciato in abbandono ed ignorato? O piuttosto qual beneficio si arreca all'universale, incoraggiando colla proprietà una industria, il cui risultato torna di poderoso sussidio a tutte le altre industrie! Tutto al più il proprietario della superficie potrà accampare un diritto <hi rend="italic">potenziale</hi>,che non diverrà reale, se non col verificarsi da parte sua di quelle condizioni concrete, e nei limiti della utilità generale.</p>
        <p>Le scienze positive vennero a raffermare la distinzione giuridica della proprietà del suolo e del sottosuolo: — il terreno minerario; — vi ha una tecnologia mineraria, senza somiglianza alcuna con quella agronomica; — l'economia delle miniere presenta nella sua costituzione e leggi un <hi rend="italic">ciclo a sé</hi>,assolutamente estraneo a quello dell'economia agraria.</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Le tendenze storiche</hi> confermano questa genesi giuridica, collegata con quella economica; specialmente se si considerino nella civiltà cristiana progrediente e matura, piuttosto che in quella antica e pagana, ove il panteismo di Stato e la schiavitù spesso turbarono il processo spontaneo della appropriazione privata. Dotte indagini positive richiedono che <pb n="272" />si dia un indirizzo diverso alle consuete argomentazioni in proposito (Sella, Lampertico, Einaudi, Schmoller, Helferich).</p>
        <p>Dal primitivo medio evo in Germania, il paese classico allora dell'arte mineraria, questa proprietà autonoma, come già dicemmo, è colpita dal motto «la miniera del minorante» ossia dell'impresario (lavoratore o capitalista); sistema che si diffuse in Italia, Spagna, Inghilterra, come lo attestano quelle reliquie di società di minatori durate fino a noi. Il regime era favorito dalle <hi rend="italic">condizioni giuridiche del suolo</hi> e dalle <hi rend="italic">funzioni dello Stato</hi> in quella età. Il terreno nella sua superficie e a più ragione nel sottosuolo, esuberando al bisogno, rimase per gran parte <hi rend="italic">res nullius</hi> (non occupato); e sopra di esso la comunità collettiva, il principe, lo Stato, in nome di un <hi rend="italic">ius eminens</hi> politico, sotto forma originaria di demanio pubblico, cioè di beni destinati ad utilità di tutti («Allmenden»), ne assicurava il <hi rend="italic">godimento comune</hi> nel duplice senso della facoltà lasciata a tutti o di usarne simultaneamente (il bosco, la prateria) o di occuparlo e lavorarlo particolarmente (da gruppi collettivi o da famiglie private). — Gli studi recenti concorrono a persuadere che in tali condizioni storiche si originò spontaneamente la proprietà autonoma del sottosuolo, prima collettiva poi individuale; prima temporanea e poi definitiva, in pro degli occupatori e lavoratori della <pb n="273" />miniera, come parallelamente avveniva della proprietà del suolo coltivabile; ambedue rispettivamente autonome, perché ambedue spuntate sopra beni disoccupati. — Quando più tardi quello spazio comune andò restringendosi mercé il progresso della appropriazione, o in favore del principe che tramutò parte di quel demanio in beni patrimoniali della corona, o in favore di particolari, il cui patrimonio privato spesso era accresciuto da <hi rend="italic">concessioni</hi> di terre da parte dei re stessi (ai compagni d'arme e di corte, alle Chiese, ecc.), — le miniere si presentavano, a differenza del suolo coltivabile, così fornite di speciale utilità pubblica, per gli usi sociali (utensili, armi), per la rarità (oro, argento) e per la difficoltà della estrazione, che i principi, rappresentanti degl'interessi generali, non solo rispettarono quella proprietà originaria delle miniere, ma la estesero con concessioni (attribuzioni); prima, come vedemmo, ad <hi rend="italic">associazioni di lavoratori</hi> mineranti, e più tardi col crescere dell'industria a <hi rend="italic">capitalisti esercenti</hi>,ma pur sempre distintamente dai proprietari del soprassuolo. Così in tutto il medio evo prevalse generalmente il principio giuridico-economico: — essere la miniera oggetto di un'alta sovranità (meglio che proprietà) dello Stato, per cui questo ne dispone per utilità pubblica, concedendone l'acquisizione e regolandone l'esercizio nell'interesse sociale e della industria, <pb n="274" /> salvo, per omaggio verso la sovranità e più tardi per ragioni di finanza, di prelevare una percentuale del reddito (regalia). Rimase soltanto contestato se gli stessi tributi per ragioni feudali potessero prelevare i signori del suolo.</p>
        <p>Questo principio valse non solo per la Germania, ma per i nostri comuni sovrani (compresi Firenze e Venezia); perdurò in Francia fino alla rivoluzione; si affermò specialmente in Ispagna (paese minerario sempre importante) ove una prima legge di Stato del 1387 concede ad ogni suddito di <hi rend="italic">ricercare e coltivare sui propri fondi</hi> (dunque sempre <hi rend="italic">concessione</hi> di industria) la miniera, versando ⅔ del reddito alla corona (Einaudi). — Anzi Filippo II inaugura l'età moderna, concedendo in tutta l'America spagnola la proprietà della miniera allo <hi rend="italic">scopritore</hi> (nazionale o straniero); recando così al sommo il criterio tradizionale di premiare colla proprietà mineraria l'attività di chi rende un alto servigio (massimo allora quello della <hi rend="italic">esplorazione</hi> nel mondo nuovo) alla società ed allo Stato (che percepiva il 50% sull'oro); legge del 1584, che lievemente modificata (1825) durò fino al 1871.</p>
        <p>La consolidazione della proprietà superficiaria e mineraria. – 1. Nell'intervallo però la tradizione fu attraversata dalla teoria e dalla pratica della consolidazione della proprietà mineraria, considerata <pb n="275" />come <hi rend="italic">accessorio</hi> della proprietà della superficie, per cui «il proprietario del suolo è perciò stesso <hi rend="italic">di diritto</hi> anche del sottosuolo». Il criterio giuridico di <hi rend="italic">accessione</hi> della miniera alla proprietà superficiaria si palesa caratteristica dei paesi e momenti storici in cui l'industria mineraria è di scarsa importanza o arretrata, ovvero in cui la proprietà del suolo superficiario anticipatamente si esplica con indirizzi privati individualistici (e non sociali).</p>
        <p>Tale fu il caso di Roma pagana, ove le miniere (di ben scarsa importanza) spettavano da un canto allo Stato <hi rend="italic">sui beni pubblici</hi> e del pari al proprietario della superficie <hi rend="italic">sui beni privati</hi> giusta la dottrina individualistica del diritto romano, per cui la proprietà della terra comprende tutto ciò che nelle viscere di questa senza limite e distinzione, pietre, marmi e metalli, si contiene (Ulpiano, Giuliano). Principio romano, il quale sebbene vulnerato rispetto all'ora ed ai marmi dal codice teodosiano (vedi Poggi, Marzucchi), non ebbe grande influenza nemmeno nell'Italia del medio evo.</p>
        <p>Ma questo fu ancora il caso; a gran distanza di tempo e luogo, della Gran Bretagna, ove pure avea imperato il regime della «miniera al minerante» e delle «concessioni» dei re, di cui anzi nel sec. XVI aveasi abusato in pro di capitalisti e favoriti e dove fino allora lo sviluppo minerario era stato mediocre. <pb n="276" />— Bensì quivi come, altrove in Europa il passaggio ad un regime diverso era stato predisposto dalle leggi o pratiche (in Iscozia ancora coll'Atto del 1592) con cui <hi rend="italic">si autorizzava la corona ad investire i signori e baroni</hi> dei minerali contenuti nel sottosuolo da loro posseduto, verso una percentuale sul reddito. Era ancora <hi rend="italic">una distinta concessione</hi> di Stato, da farsi però agli stessi proprietari della superficie, per utilità industriale e finanziaria. Ma allorché i diritti dello Stato e le esigenze finanziarie nei sec. XVI-XVII si accentuarono con arbitrari privilegi e con intense regalie — gli stessi nuovi proprietari, investiti dai Tudor e dal parlamento al tempo della riforma del suolo inglese, in quel loro moto di reazione contro l'assolutismo della corona accamparono il diritto individuale alla piena libertà dei loro possessi, di fronte ai vincoli personali ed oneri reali del regalismo.</p>
        <p>Una celebre sentenza nella lite fra il duca di Northumberland e la corona divenne la magna charta mineraria della Gran Bretagna (Einaudi); perocché avendo quella dichiarato spettare esclusivamente alla corona <hi rend="italic">tutte le miniere d'oro e d'argento</hi> del paese, la aristocrazia di ricambio interpretò che <hi rend="italic">tutti i metalli comuni</hi> appartenessero per diritto esclusivo ai proprietari del suolo superficiario, ciò che espressa-. mente sotto la influenza della borghesia venuta <pb n="277" />d'Olanda Guglielmo d'Orange confermò con Atti del 1688-93 e che la giurisprudenza poi (forse richiamandosi alla teoria romana) e le consuetudini interessate estesero alla Scozia e all'Irlanda, trapassando il sistema nelle colonie inglesi dell'America sulle rive dell'Atlantico (non già in quelle dell'ovest, ove durò il sistema spagnolo). — Così nel Regno Unito e sue dipendenze i «landlords» (nobiltà, clero anglicano, fondazioni) divennero anche «blacklords», i<hi rend="italic"> proprietari neri</hi> del mondo sotterraneo, i quali lo affittano a società impresarie.</p>
        <p>L'esempio dell'assorbimento dei due dominii, presentato come una rivendicazione di libertà del suolo da oneri feudali regalistici, ebbe eco nella assemblea di Francia (Mirabeau), che fra le tradizioni della concessione e l'individualismo liberale in lotta transigette, assegnando al proprietario la miniera fino a 100 piedi dalla superficie (legge 1791), finché il principio romano del superficiario al sottosuolo <hi rend="italic">senza limiti</hi>,attuato già in Toscana nel 1788 da Pietro Leopoldo, fu inscritto nel codice francese del 1804.</p>
        <p>2. Così l'individualismo privato sacrificò ogni riguardo sociale nel regime della proprietà mineraria. Certo il proprietario del soprasuolo ha un diritto di <hi rend="italic">aspettativa</hi> sul tesoro sotterraneo e conviene avervi riguardo; ma sarà vera proprietà senza che quello <pb n="278" />sia discoperto? Bensì, se il materiale è alla superficie e confondesi col suolo coltivabile, è da rispettarsi il diritto del superficiario, come in Sicilia ove i giacimenti zolfiferi appartengono al proprietario del terreno. Ma quando il deposito minerario, ben distinto dal suolo coltivabile, si inabissa, richiedendo esplorazioni e impianti colossali per usufruirlo, l'attribuire la miniera al proprietario della superficie, il quale poi l'affitta ad impresari minerari, trasferisce a lui, che non dispiegò alcun sacrifizio, que' plus valori di monopolio e di rendita, che sono per legge provvidenziale il premio dei sacrifizi per la formazione di quella specifica proprietà territoriale, e anco dei rischi eccezionali dell'industria mineraria, premio che perciò sembra giusto rimanga al proprietario coltivatore del sottosuolo.</p>
        <p>3. Nella Inghilterra e Galles, ove gli ammassi minerari a tutte le profondità sono doviziosissimi, dove i capitali e la intraprendenza sono al massimo, e dove le proprietà del soprasuolo sono molto estese, la industria mineraria non trova ostacolo a crescere poderosa. Ma in paesi di mediocri ricchezze minerarie e capitalistiche che accadrebbe dell'industria, la quale dovesse pagare forti canoni annui al proprietario della superficie? E come si svolgerebbe la struttura di una miniera moderna, che talora dispiegasi per dieci chilometri di pozzi e gallerie, se <pb n="279" />l'impresario dovesse trattare colle pretese, illusioni, ingordige di cento o mille piccoli proprietari sovrastanti? Come in Irlanda e in Sicilia (ove le zolfare appartengono ai padroni della superficie) l'arte, frazionandosi in minute e povere imprese, sarebbe condannata a bucherare il suolo minerario alla superficie, <hi rend="italic">accecando</hi> la miniera (<hi rend="italic">cavando gli occhi</hi> alla stessa, con frase inglese) senza riuscire mai a scrutarne e sviscerarne l'intimo seno (Einaudi).</p>
        <p>Ritorno all'autonomia. – 1. Intuendo le esigenze della tecnica moderna capitalistica e riprendendo le tradizioni medioevali delle concessioni di Stato, fu il genio di Napoleone che ricostituì in Francia la <hi rend="italic">unità economico-giuridica della miniera</hi> incardinata sull'imprenditore-proprietario. La legge francese del 1810 e quelle sovr'essa improntate nell'insieme distinguono tre momenti nella <hi rend="italic">concessione</hi>,che lo Stato, non già proprietario del sottosuolo, ma custode degli interessi sociali, fa come <hi rend="italic">res nullius</hi> della <hi rend="italic">miniera</hi>:<hi rend="italic"> —</hi> l'<hi rend="italic">esplorazione</hi>,per cui ognuno col permesso del governo può far ricerca della miniera nei fondi privati e rinvenutala acquista diritto, <hi rend="italic">coeteris paribus</hi>,d'essere preferito nella concessione; — il <hi rend="italic">conferimento della miniera</hi>,che si fa per atto sovrano a chi dimostri all'autorità di possedere le migliori garanzie e mezzi di un fruttuoso esercizio, ciò che gli attribuisce la proprietà permanente della <pb n="280" />miniera; — gli <hi rend="italic">obblighi</hi> inerenti, che sono l'esercizio della industria mineraria senza di cui lo Stato può pronunciare la decadenza, e il versamento di una triplice «redevance» (contributo): due fisse e tenui allo scopritore (qualora non fosse preferito nella investitura) e al proprietario della superficie (a titolo di equità), un'altra proporzionale al governo. Le cave di pietre, sabbie, terre metallifere, torbiere invece non possono coltivarsi che dal proprietario o col suo consenso.</p>
        <p>2. La rispondenza di queste norme essenziali coi criteri economici e giuridici di una civiltà progredita è attestata non solo dallo slancio dell'industria mineraria, ma ancora dalla adozione che ne fecero sostanzialmente (salvo lievi modalità riguardanti ora l'esploratore ora il proprietario della superficie) gli Stati moderni, quali l'Italia (con legge 1859 per talune regioni, estesa ad altre col regol. 1865), la Prussia (1865), la Spagna (1868-71), ecc. E la ripresa di questo procedimento storico conferma la bontà del principio generale del medioevo (quello stesso del giure canonico), per cui lo Stato, sanzionando la proprietà privata, si riserva il diritto di disciplinarla a seconda dalla natura degli oggetti in pro del bene generale.</p>
        <p>La miniera dello Stato. – 1. Tale sistema è talora sorvivenza di condizioni storiche arretrate, in cui lo Stato dovette assumere proprietà ed esercizio della miniera nel difetto di iniziative private, come <pb n="281" />in Russia. È altrove risultato d'incremento storico dell'ente Stato e dei suoi diritti patrimoniali, come in Austria (ove però si affitta l'esercizio). È infine l'effetto di uno sviluppo straordinario di interessi sociali intorno ad un bacino minerario, la cui salvezza in momenti critici raffermò nelle mani dello Stato la proprietà della miniera ed anche l'esercizio, che egli ritiene direttamente, come accadde nelle miniere di Saarbrücken nella Westfalia negli ultimi anni (Einaudi).</p>
        <p>Ciò in grazia del robusto ed abile ordinamento burocratico dello Stato germanico. Ma di regola i governi sono disadatti all'<hi rend="italic">esercizio diretto</hi> di una industria che immobilizza capitali enormi in imprese di un reddito irregolarissimo e aleatorio, a meno che non si tratti di miniere antiche, ricche, commercialmente bene assodate.</p>
        <p>2. Tuttavia il principio della <hi rend="italic">miniera allo Stato</hi> risorse di recente sotto duplice forma. Quella della <hi rend="italic">nazionalizzazione della rendita</hi>,attuata dagli Stati australiani con leggi del 1894-96, in cui della miniera (ivi in buona parte non occupata) lo Stato <hi rend="italic">si dichiara proprietario</hi>,lasciando infatti i metodi degli affitti in libera concorrenza fra imprenditori <hi rend="italic">al fine di attrarre a sé la rendita</hi>,<hi rend="italic"> da volgersi poi a bene sociale</hi>;ciò che in Australia si fa coll'imporre un canone <hi rend="italic">fisso e tenue</hi> per acro (e non già proporzionale al reddito) e <hi rend="italic">limitando</hi> per ogni impresario le <hi rend="italic">parcelle</hi> «claims» <pb n="282" />e la <hi rend="italic">durata</hi> del fitto, per agevolare l'accesso all'industria al «poor man» e lasciargli parte della rendita stessa e impedire l'accaparramento. Qui si osservi: ottimi i provvedimenti in pro dei piccoli impresari, specie sopra aree <hi rend="italic">nullius</hi>;ma se giusta il pensiero <hi rend="italic">nazionalista</hi> (di Gorge californiano) coll'imposta si attribuisce allo Stato <hi rend="italic">tutta la rendita</hi>,non si spegnerebbe, in particolare sugli inizi, nei coltivatori minerari il massimo impulso alla intraprendenza? — Il metodo della <hi rend="italic">socializzazione</hi> èpiù ardito: lo Stato esproprierebbe le miniere e ne trasferirebbe <hi rend="italic">proprietà ed esercizio diretto</hi> a capitalisti e lavoratori stretti in un sindacato («trust») nazionale o internazionale, sotto il governo di direttori professionisti (lavoratori di pensiero). Trattasi di semplici disegni (di Thomas e di Elliot inglesi, di Lévy francese), il cui concetto di ingenti associazioni <hi rend="italic">miste</hi> esercenti le miniere può avere un avvenire; ma è giustificata la espropriazione dei diritti acquisiti negli anteriori proprietari? E non nuocerà il monopolio di un solo organismo sociale, sopprimendo la vitale concorrenza di altri proprietari e esercenti? Il disegno rientra nei programmi del collettivismo (Webb, Einaudi), ma in. generale deve dirsi che proprietà ed esercizio insieme della miniera da parte dello Stato può essere anche legittima e talora utile; ma non già in forma esclusiva e permanente.</p>
        <p>
          <pb n="283" />
        </p>
        <p>Disciplina delle industrie minerarie. – La miniera di sua natura diviene presto o tardi il compendio delle più complicate norme regolatrici dell'attività umana: — <hi rend="italic">tecniche</hi>,per la statica, per l'areazione, per la conduttura dell'acque, per l'asporto di materiali, per i gas esplodenti («grisou»); <hi rend="italic">—giuridiche</hi>,specialmente per i fitti (spesso proibizione del subaffitto) e loro durata, per l'abbandono da parte del fittanziere, per l'evizione da parte del proprietario, per i canoni di via; — <hi rend="italic">sociali-economiche</hi>,per l'orario normale di lavoro, più breve dell'ordinario (Belgio 1907), per l'esclusione delle donne (quasi dovunque), per le assicurazioni speciali delle persone, intense e coattive laddove gli infortuni sono talora formidabili (di recente a Currières, morte 1.600 persone) e sempre superando la media delle altre industrie; sicché p. e. le «Knappschaften», sorvissute dal medio evo, furono in Germania confermate nella obbligatorietà dalle ultime leggi operaie. Non sembrerà soverchio tutto ciò, quando si pensi che nella sola Gran Bretagna la classe degli addetti alle miniere (impiegati e famiglie) comprende l'ottava parte della popolazione intera.</p>
        <p>Industria forestale. – 1. «Ha per fine di fornire ai bisogni umani le materie legnose fornite da natura (il <hi rend="italic">prodotto</hi>),e a quest'uopo di coltivare l'insieme delle sostanze arboree del <hi rend="italic">suolo</hi> boschivo»; donde <pb n="284" />il carattere di industria di apprensione che si converte in quella di occupazione territoriale (comprendente la <hi rend="italic">massa</hi> o corpo forestale e l'<hi rend="italic">area</hi> boschiva).</p>
        <p>Il passaggio dalla semplice <hi rend="italic">raccolta</hi> del legno (antichissima l'arte del boscaiolo e del taglialegna, vedi p. e. in Esodo) al <hi rend="italic">dominio della foresta</hi> (quale sistema di forze produttrici) è più lento che in altre applicazioni della <hi rend="italic">appropriazione</hi> terriera, attesa la natura del bosco, agevolmente accessibile all'universale. La foresta segue tuttavia i caratteristici momenti storici della appropriazione: — dapprima <hi rend="italic">res nullius</hi> essa rimane per secoli ad uso comune di tutti, che usufruiscono del legno deciduo, dei prodotti accessori, come funghi, frutici, strame fogliaceo, massime della caccia selvatica; — più tardi diviene una <hi rend="italic">proprietà</hi> particolare di <hi rend="italic">enti sociali pubblici</hi>;di gruppi collettivi di villaggio (più tardi comuni, distretti), della corona e dello Stato, della nobiltà politica da questo investita, di Chiese e corporazioni, proprietà gravata, come sorvivenza delle consuetudini anteriori, di servitù (di legnatico, di caccia, di strame) in favore delle popolazioni, perdurando in generale simile sistema fino alla rivoluzione francese; — nell'età posteriore (sec. XVIII-XIX) senza cessare di essere patrimonio di Stato, diventa oggetto di libera acquisizione privata.</p>
        <p>Lo svolgersi della proprietà e della attività forestale</p>
        <p>
          <pb n="285" /> si afferma col trapasso graduale da <hi rend="italic">arte naturale-empirica</hi> (che cosa di più rudimentale che raccogliere un tronco e tagliare un arbusto?) ad <hi rend="italic">industria artificiale-scientifica</hi> con speciali norme e mezzi tecnico-economici, sotto la duplice influenza del vario indirizzo e grandezza dei <hi rend="italic">bisogni</hi> di materie legnose nelle popolazioni, e del <hi rend="italic">regime giuridico di proprietà</hi> boschiva, che sull'economia viene a ripercuotersi; e ciò con un processo storico che arriva fino ai di nostri.</p>
        <p>Rispetto al prodotto legnoso. – La raccolta, il taglio, l'asporto di questo stanno in relazione col crescere dei <hi rend="italic">bisogni</hi> di esso e perciò coll'<hi rend="italic">aumento delle popolazioni</hi> e della <hi rend="italic">loro civiltà</hi>.</p>
        <p>Come <hi rend="italic">oggetto di consumo</hi>,il legno serve ad usi personali domestici fondamentali, quali combustibile per la cottura dei cibi, per il riscaldamento personale e di ambienti, e quale materia di costruzione e di arredo della casa. Tale consumo legnoso già originario (come l'attestano resti remotissimi di utensili e di dimore umane in prossimità ai boschi), varia certamente colle circostanze di luogo. Scarse p. e. dove l'alimento è di frutta e di vegetali, esso cresce fra gli ittiofagi per la cottura della carne. Il calore del legno, superfluo altrove, è indispensabile nei paesi nordici; ed oggi ancora in Russia la statistica delle case non riscaldate misura l'estrema indigenza. E le case di legno, nei paesi montuosi rimaste <pb n="286" />in qualche luogo fino agli odierni eleganti «châlets suisses», non si conobbero mai in paesi ove abbondano pietre ed argille. Rispetto al <hi rend="italic">consumo domestico</hi> può dirsi tuttavia che la richiesta del legno è crescente nella umanità.</p>
        <p>Ma decisivo è lo svolgersi parallelo dell'impiego del legno come <hi rend="italic">mezzo di produzione</hi> economica o <hi rend="italic">di altri impieghi sociali-civili</hi>;donde gli stromenti agricoli, gli apparecchi industriali, l'arti di ebanisteria, i veicoli di trasporto, le costruzioni di ponti e navi, ecc. L'impero del legno (comunque nelle età preistoriche disputato dalla pietra, dal bronzo, ecc.), non fu atterrato che da meno di un secolo fa. Basti ricordare l'importanza perdurante di esso nelle costruzioni navali, durante tre evi storici successivi, dai fenici, ai greco-romani, ai saraceni, alle città marinare italiche; e dalle Egadi, a Salamina, alla Meloria, a Lepanto e Trafalgar.</p>
        <p>Riguardo alla foresta. – Ma rispetto all'area boschiva e alla massa arborea («Holzbestand») che compongono il bosco, quali vicende nell'incivilimento? Può parlarsi di una vera <hi rend="italic">legge storico-sociale</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> per cui «la foresta subisce in ogni territorio un primo e secolare <hi rend="italic">processo di distruzione</hi>,cui succede quello tardivo e recente <hi rend="italic">di conservazione</hi> e <hi rend="italic">d'incremento</hi>».</p>
        <p>Distruzione. – 1. Già il dominio della foresta è destinato in qualche limite a restringersi <hi rend="italic">per legge di</hi><pb n="287" /><hi rend="italic">natura</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> A parte le età geologiche, in cui le colossali foreste scomparvero ingoiate nel sottosuolo a formarvi gli immensi depositi dei carboni fossili, altre di esse sono esposte sempre a deperimento (miriadi di animali roditori, acque corroditrici), altre al pericolo costante di sterminati incendi. — Ma altrettanto per <hi rend="italic">legge sociale-economica</hi>.Dall'origine a tempi di certa civiltà, le foreste ingombrarono non solo le catene montane, ma pressoché tutta la pianura. E cominciò allora nel mondo abitato l'opera titanica, che da Ercole e Teseo, lungo tutto il medio evo perviene fino agli odierni pionieri del Mississipì, della California, del Canadà: prima per ragioni di <hi rend="italic">sicurezza</hi> atterrando il bosco per snidare e uccidere belve e razze nocive all'uomo; — e poi per allargare il margine del terreno adattabile alla pastorizia ed alla agricoltura; due tappe legittime del progresso, di cui la seconda continua ancora sotto i nostri occhi, quando scorgiamo alla antica flora forestale sostituirsi la vite sull'alce pianure dell'Appennino, del Valdese, dell'Ungheria. — Ma la terza tappa in questa marcia limitatrice dell'area boschiva è propria di <hi rend="italic">periodi economici di rapido e sproporzionato sviluppo di altri rami di industria</hi>,che richiedono materie legnose, accoppiato ad insipienza e cupidigia, favorito spesso da improvvide leggi. Quando la richiesta del legno s'alza fortemente promettendo lucri eccezionali sul <pb n="288" />prezzo del legname, a soddisfarvi si dedica non solo il <hi rend="italic">prodotto annuale</hi> boschivo (compensato dalla spontanea riproduzione del materiale legnoso), ma la <hi rend="italic">foresta stessa nella sua massa</hi>,che viene col taglio generale distrutta e venduta. È utilitarismo egoistico che per il godimento o per il guadagno di un momento sacrifica la <hi rend="italic">fonte stessa produttiva</hi> di ricchezze sociali perenni.</p>
        <p>Sono colpe economiche, attenuate talora da necessità sociali o politiche, come quelle che a cavaliere del medio evo e moderno traevano la repubblica veneta nel breve suo territorio a denudare per le sue flotte militari e mercantili le rocce carsiche dell'Istria; o della Spagna e Portogallo, che per snidare i moreschi e poi a fornire i <hi rend="italic">galeoni</hi> alle improvvise navigazioni d'Africa e America ovvero alla «grande armada», radevano al suolo le foreste della Castiglia e dell'Estremadura.</p>
        <p>2. Ma le distruzioni generali e sistematiche sono proprie di una alta civiltà e non si avverarono che nell'evo moderno. Invero fra le genti orientali (nel loro culto panteistico della natura) il bosco fu ritenuto sacro; e questo per i germani migranti era il tempio maestoso del loro dio Odino; conferendo così alla conservazione della foresta, la quale trovasi in Asia protetta da leggi di Manu, e giusta una tradizione ebraica da ben dieci statuti attribuiti a Giosuè, </p>
        <p>
          <pb n="289" />per assicurare l'uso sociale del bosco senza danneggiarlo (Roscher). E il mantenimento di questo in tutto il medio evo era favorito e prescritto dal carattere di proprietà pubblica od ecclesiastica o feudale, incombente sul bosco, dalla assoluta o relativa sua inalienabilità, dalle consuetudini di servitù sociale e quindi dagli interessi popolari, dalla stessa passione delle cacce regali e aristocratiche, che da Guglielmo il Conquistatore, a s. Luigi IX, a principi d'ogni paese e ad imperatori suggerirono leggi severissime; le quali, riprodotte all'età dell'assolutismo e dei fedecommessi nobiliari dal sec. XVI (Francesco I, Enrico IV), durarono quanto l'«ancien régime»: sicché per queste ragioni protettrici del bosco, Mirabeau nel 1750 calcolava che le foreste coprissero ancora (forse esagerando) 17 milioni di ettari in Francia. Un secolo dopo nel 1860 erano quasi ridotte ad 8 milioni e ben peggio in altri Stati (Helferich).</p>
        <p>3. È questo dunque il <hi rend="italic">periodo delle grandi devastazioni moderne delle foreste</hi>.Tali devastazioni furono tristamente precedute dalla Gran Bretagna, già celebrata da Giulio Cesare per le foreste, oggi quasi totalmente sparite, con un processo distruttivo crescente dal tempo della riforma. — La spogliazione dei beni ecclesiastici e delle gilde sotto Enrico VIII e Edoardo VI (1536-1540) con furia fanatica atterrò <pb n="290" />chiese, conventi e loro foreste, tesori di arte e di natura insieme. — Dei nuovi investiti, la nobiltà per oziosi piaceri aristocratici della caccia (favorita da leggi di Giacomo I e Carlo II) sottrasse così gran parte del territorio (in Iscozia 800.000 ettari) alla coltura come alla foresta, per abbandonarlo a branchi vaganti di cervi e selvaggina (Robertson in Marsh). La borghesia (la «gentry») estendendo sconfinatamente la pastorizia per la lana, coll'invasione dei greggi devastò vieppiù la superficie boschiva. — Infine col crescere nel sec. XVII-XVIII dei prezzi del legname per lo sviluppo del naviglio inglese (dopo Cromwell) e per i grandi forni delle industrie metallurgiche (scarso essendo l'uso del carbon fossile), si tagliarono in massa i resti delle foreste, congiungendo queste cause locali distruttive con quelle generali del periodo contemporaneo.</p>
        <p>Cause. – 1. Del sistematico e universale atterramento delle foreste in Europa e nella civiltà occidentale, che data dalla rivoluzione francese, queste sono le cagioni non sempre esclusivamente economiche.</p>
        <p>Furono anzi <hi rend="italic">cause</hi> primamente <hi rend="italic">ideali</hi> d'indole sociale-politica, le quali sulle tracce della Gran Bretagna e del suo individualismo insinuarono l'avversione nei dottrinari e poi nella opinione pubblica e nei principi riformatori e nelle assemblee di tutta Europa nel sec. XVIII contro le istituzioni storiche <pb n="291" />dell'«ancien régime», coinvolgendovi anche il regime forestale, che per tradizione si intrecciava ai privilegi territoriali della nobiltà e del clero. – Di qui quel fatto generale dell'incameramento dei beni ecclesiastici, nobiliari e più tardi demaniali o di Stato, il quale porse materia e spinta alla alienazione e dispersione dell'<hi rend="italic">unità indivisibile e permanente della foresta in Europa</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Tutto ciò coonestato dal principio giuridico prevalso nei codici e nelle leggi amministrative degli Stati, per cui tutte le forme di proprietà si proclamarono <hi rend="italic">private</hi> e sciolte da ogni vincolo di interesse sociale e pubblico; e dalla teoria che tendeva a pareggiare la proprietà immobiliare (quella del bosco) a quella mobile, dichiarandola più proficua quanto più liberamente divisibile e commerciabile, liberalismo dottrinale, che ispirò le leggi forestali fino oltre la metà del sec. XIX.</p>
        <p>2. Ma procedettero parallele e infine sopravvanzarono, con influenze talora eccezionali ed inattese, le <hi rend="italic">cagioni economiche</hi>.</p>
        <p>Tali: — i progressi dell'agricoltura già in Inghilterra e poi in Francia e dovunque nel sec. XVIII, sospinti dalle dottrine fisiocratiche e dalle popolazioni crescenti in numero e in agiatezza; i quali dovunque allargarono il <hi rend="italic">margine dei terreni coltivati</hi>,anche a scapito del bosco fin sui fianchi montani; — la impulsione vigorosa data da Napoleone alla costruzione <pb n="292" />di strade nazionali e internazionali, ponti e passaggi di ogni guisa, tradottisi poi in denso sistema di vie ordinarie e locali, ove copioso fu l'impiego del legname; — e accanto al crescente consumo domestico (fuoco, mobilio, ecc.), l'uso ingente edilizio di esso per l'ingrossare dei centri cittadini moderni; — ma soprattutto le ferrovie in tutto il mondo, le quali decisero sulle sorti delle foreste in due modi poderosi: assorbendo una quantità enorme di materiale legnoso, sicché le sole <hi rend="italic">traversine</hi> (stradali) e le <hi rend="italic">carrozze</hi> importano annualmente l'atterramento di vaste boscaglie; e annodando le difficili strade di accesso montano coi grandi empori terrestri e marittimi del traffico, sinché il materiale ingombrante e localizzato dei tronchi annosi delle foreste rientrò nel commercio generale. Oggi Stati Uniti, Austria Ungheria, Svezia, Canadà, Russia europea e Finlandia sono diventati paesi esportatori di legname complessivamente per oltre 1200 milioni di franchi annui.</p>
        <p>3. Orbene: a questa immensa e progressiva richiesta, incaricamento e trasporto del legname, corrispose quel disboscamento vandalico di speculatori improvvisati o di improvvidi proprietari in tutta Europa occidentale e in tutti i paesi circummediterranei, non del tutto quivi arrestato, anzi esteso furiosamente (in condizioni telluriche diverse) al Nord <pb n="293" />America e al Canadese, che bastò a distruggere in pochi decenni annose foreste, che la Provvidenza da sterminate età geologiche avea pazientemente preparato e che sapienti istituzioni e leggi serbarono pressoché intatte per secoli a duraturo beneficio sociale; lasciando dietro a sé sconvolgimenti tellurici e disastri sociali, che in gran parte l'opera umana non riuscirà a riparare mai più.</p>
        <p>Non tutti gli Stati sono a questo termine estremo; ma sopra il 33% della superficie totale d'Europa coperta da boschi, parecchi Stati tengonsi al di sotto del 10% dell'area del proprio territorio, all'infimo sedendo Gran Bretagna (3,8) e Portogallo (3,5).</p>
        <p>Conservazione ed incremento del bosco. – L'opera restauratrice nelle recentissime nazioni, suggerita dalle tristi esperienze e dai maggiori pericoli paventati, procede sotto la guida della <hi rend="italic">scienza forestale</hi> «Forstwissenschaft» e dei rispettivi precetti tecnici ed economici che elevarono l'industria a valore razionale-scientifico; tutto ciò integrato da provvidenze giuridico amministrative. 1</p>
        <p>1. Gli effetti dei disboscamenti furono scientificamente illustrati in ordine alla funzione elettrica, chimica, anemometrica (venti), climatica delle foreste ed alla loro azione sul regime fluviale, sulle sorgenti, sulla struttura geologica e morfologica del territorio; riconducendoli ad altrettante leggi costitutive <pb n="294" />della fisica del globo e queste alle leggi della economia, su cui spiccarono nuovamente i caratteri d'interesse eminentemente sociale e permanente della ricchezza forestale. Intravveduti questi veri dagli antichi (Seneca), oggi alla nuova scienza forestale contribuiscono uomini d'alto valore (Baussingault, Hummel, Marsh, Clavé, Piccioli, Helferich).</p>
        <p>Ed essa con triplice obbietto. — La <hi rend="italic">conservazione del bosco</hi> nella sua massa arborea sopra la stessa area, considerata come un capitale che non deve essere diminuito; conservazione fondata sulla statica del terreno per impedirne gli scoscendimenti, e poi sulla distinzione (specificazione) fra bosco <hi rend="italic">ceduo</hi>,che si riproduce sul ceppo, in cui le recisioni sono eseguite in modo da fornire una media costante di materia legnosa e bosco <hi rend="italic">d'alto fusto</hi>,che si rinnova con semi (essenze), in cui mercé il taglio periodico il numero delle piante atterrate deve corrispondere a quelle sostituite. — L'<hi rend="italic">esercizio forestale</hi>,in cui applicandosi la legge edonistica, si mira non tanto a conseguire il massimo reddito netto (diminuendo le spese) quanto il massimo prodotto (lordo) legnoso, per meglio giovare colla quantità all'utile sociale. — Ed il <hi rend="italic">rimboschimento</hi> cioè l'amputazione dell'area forestale, la cui riuscita difficilissima dipende dalla scelta delle essenze e dei metodi di coltivazione in relazione al clima ed alle condizioni altimetriche dei luoghi.</p>
        <p>
          <pb n="295" /> Il <hi rend="italic">diritto</hi> e la <hi rend="italic">politica forestale</hi> devono coadiuvare saggiamente e vigorosamente la tecnica e l'economia — colla proibizione (assoluta o relativa) della distruzione o taglio generale dei boschi; — coll'obbligo dei tagli periodici nei boschi conservati; — col regolamento severo delle servitù o meglio degli usi pubblici di pascolo e di legnatico; — soprattutto colla definizione della «proprietà boschiva». La quale per le funzioni e gli interessi economico-sociali preziosi, permanenti e indeclinabili del bosco, deve essere (salvi i diritti acquisiti) mantenuta o ricostituita nelle mani di enti morali giuridici (fondazioni, corporazioni), o in quelli politico-amministrativi dei comuni, province, specialmente dello Stato, come un patrimonio inalienabile della nazione. Le poche reliquie dei paesi più desolati si stringono quasi totalmente oggi in pugno dello Stato (Spagna 84%); e la Germania in buone condizioni boschive lascia solo il 47% dei boschi ai privati, il resto riserva al governo o ad enti morali, fornendo il saggio di una amministrazione fruttuosa (redditi cresciuti da 20 a 35 milioni di marchi dal 1980-90) e di un sistema di ispettorati, stazioni e scuole, che è quasi privilegio tedesco, oggi imitato dall'Unione americana del Nord (Conrad, 1904).</p>
        <p> Ma alle domande crescenti delle materie legnose mal suppliscono ancora le leggi locali cogli <pb n="296" />scarsi e lenti rimboschimenti. A moderare i crescenti prezzi odierni interviene col progresso della civiltà la <hi rend="italic">legge dei succedanei</hi> (di sostituzione), sicché per i combustibili industriali il carbon fossile detronizzò affatto il legno da fuoco; e per la potatura o il deciduo delle piante fruttifere supplisce in qualche nazione quasi totalmente al legno di bosco. E per i bisogni sconfinati delle genti future? Stanno per esse immense riserve boschive addensate e radicate da Dio in ogni plaga del mondo. A parte il Nord d'Europa (Svezia, Finlandia, Russia fra 50-60% della superficie), che si lega all'immensa Taiga siberiana, e il Nord America (Canadà e Stati Uniti), che già rientrò nel commercio intercontinentale del legname, si distendono nell'Asia due enormi strisce forestali dell'India nord-orientale e del Giappone (60% della superficie), — e di qua giganteggiano i due massimi circoli, quello americano quasi intatto del Brasile e quello impenetrabile della foresta equatoriale dell'Africa fra il Congo e la Guinea. Impassibili attendono l'ascia di più arditi pionieri e gli eventi misteriosi della civiltà avvenire. Ma ciò non toglie frattanto che il vecchio continente non segua le leggi anche di sofferenza dell'economia forestale, la quale si intreccia alla vita stessa del cosmo.</p>
        <p>Industria fondiaria. – 1. «È industria di adattamento del suolo alla coltivazione» e perciò di <hi rend="italic">occupazione</hi><pb n="297" />del sistema delle materie e forze produttive della superficie; distinta a rigore dalla industria coltivatrice, che provoca invece la regolare e periodica formazione di prodotti vegetali (erbacei, granari,. arboreo-fruttiferi). Si può concepire infatti che taluni <hi rend="italic">iniziatori</hi> della coltivazione (tale è il significato figurativo della espressione <hi rend="italic">pionieri</hi>) nelle «pampas» o nel Missouri, atterrino in un certo spazio a colpi di scure il bosco, ne strappino le annose radici, allivellino il dosso irregolare del vicino pascolo originario, dieno scolo con fossi alle acque e dirompano con un primo dissodamento la vergine superficie dell'<hi rend="italic">humus</hi> primitivo — e poi vendano il terreno così accomodato per l'annua lavorazione dei campi ai coltivatori o contadini immigrati dall'Europa. Si comprenda in tal caso come la industria fondiaria possa essere e sia in paesi nuovi distinta dal vero esercizio rurale.</p>
        <p>2. Come industria <hi rend="italic">occupatoria</hi> essa ha il suo posto <hi rend="italic">autonomo</hi> accanto alle altre due, la mineraria e la forestale, quella occupando il <hi rend="italic">sottosuolo</hi> coi suoi tesori geognostici, questa il <hi rend="italic">soprasuolo</hi> colla sua massa arborea, la industria fondiaria occupando alla sua volta il <hi rend="italic">suolo</hi> colle virtù produttrici della superficie: tre destinazioni della crosta terrestre manifestamente fondate nella natura fisica del globo.</p>
        <p>Come tale essa ha <hi rend="italic">carattere preparatorio</hi> e <hi rend="italic">fondamentale della coltivazione</hi>,perché da un lato ha per <pb n="298" />intento di prendere il possesso della potenza produttiva del suolo, senza di cui la coltivazione non sarebbe possibile; e da un altro di apprestare a questa base giuridica della proprietà (terriera), che consiste normalmente in quel fatto della <hi rend="italic">occupazione definitiva e guarentita</hi> delle materie e forze della superficie, che diviene poi condizione al pieno sviluppo della coltivazione stessa.</p>
        <p>Ma poiché la industria fondiaria e quella coltivatrice, che nell'insieme compongono l'industria rurale, pur senza confondersi, si intrecciano mutuamente, sicché ogni progresso della coltivazione dipende come causa da un crescente dominio sulle forze congenite del suolo e si risolve come effetto in un incremento di valore delle proprietà di esso, — così meglio conviene studiare la industria fondiaria come una <hi rend="italic">forma di costituzione</hi> della industria rurale.</p>
        <p>
          <pb n="299" />
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        <head>XI. Progresso produttivo nella industria rurale. Leggi di costituzione od industria fondiaria</head>
        <p>L'industria rurale. Premesse. – 1. Versa intorno alla <hi rend="italic">occupazione e preparazione del suolo coltivabile</hi> (terreno o fondo), <hi rend="italic">nonché alla produzione di enti organici vegetali</hi> (l'erba, il tubero, il cereale, l'uva), determinandone mercé l'arte umana (coltivazione) la genesi e moltiplicazione; donde i due rami di essa, l'<hi rend="italic">industria fondiaria</hi> e l'<hi rend="italic">industria coltivatrice. –</hi> Quest'ultima presenta due caratteristiche applicazioni: la <hi rend="italic">praticoltura</hi>,che ha per oggetto la produzione artificiale dei prodotti erbacei, distinguendosi dalla pastorizia, che ha per oggetto immediato l'allevamento degli animali ed usufruisce dell'erba spontanea del pascolo; e la <hi rend="italic">agricoltura</hi>,che dal campo (<hi rend="italic">ager</hi>),cioè dalla superficie del terreno artificialmente dissodato, provoca la formazione di altri prodotti organici vegetali (grano, uva, olive, frutta, ecc.).</p>
        <p>2. Bensì la praticoltura col connesso allevamento del bestiame, che può esercitarsi in forma esclusiva, p. e. nelle pianure del Brandeburgo, dell'Olanda, <pb n="300" />nelle marcite di Lombardia, quasi sempre si accoppia in qualche misura alla coltivazione dei campi, e quella nell'economia progredita ricade come a suo centro di gravità verso l'agricoltura; e perciò questa in senso lato include la coltura pratense e l'allevamento zootecnico. Anzi poiché la produzione vegetale (sia pratense che agricola) presuppone normalmente la occupazione (presa di possesso) e l'adattamento del terreno coltivabile, così l'agricoltura in senso amplissimo viene a comprendere anche l'industria fondiaria. Ciò serve a spiegare il linguaggio ordinario degli economisti, che sotto il nome di <hi rend="italic">agricoltura</hi> comprendono tutti gli aspetti della industria rurale (Roscher, v. der Goltz, Meitzen, Rogers, Rosa, Poggi, Bertagnolli, Giglioli).</p>
        <p>Importanza. – 1. Assunta l'industria rurale, come noi preferiamo nominarla, in tutti i suoi aspetti (di industria fondiaria e industria coltivatrice, e questa in praticoltura e agricoltura) ne apparisce l'importanza. — Quale <hi rend="italic">industria occupatoria</hi> risente dei caratteri delle consorelle e quindi, come le industrie: mineraria e forestale rispetto al suolo geologico e a quello boschivo, così essa è legata al <hi rend="italic">suolo vegetale</hi> coltivabile sia per la varia costituzione fisico-chimica, che per la ineguale distribuzione di esso nello spazio, e rimane sotto una diretta e complessa dipendenza dalle influenze cosmico-telluriche, che solo <pb n="301" />lievemente l'uomo può correggere e modificare. — Ma nello stesso tempo, applicandosi (a differenza delle altre) non solo a <hi rend="italic">raccogliere</hi> i prodotti forniti da natura, ma a <hi rend="italic">determinarne la formazione</hi>,inizia essa la vera <hi rend="italic">produzione</hi>,come atto umano che partecipa successivamente a tutti gli indirizzi della tecnica, della scienza, delle istituzioni economiche sociali e giuridiche dell'umanità. — Ed anzi per la necessità indeclinabile del suo scopo principale, che è quello della <hi rend="italic">alimentazione</hi>,cioè di apprestare i mezzi di sussistenza, si collega più di qualunque industria col fenomeno demografico della popolazione e dei suoi consumi essenziali. — Sicché, dominata, circuita, penetrata da ogni parte dalle <hi rend="italic">tre grandi cause</hi> dell'ordine sociale, il cosmo, l'uomo e la popolazione, le leggi di essa si trovano in modo speciale congiunte a quelle storiche dell'incivilimento. Basti rammentare quanto sopra le condizioni della agricoltura decisero le sorti della classe colonica, cominciando dalla libertà personale (schiavitù, servitù della gleba) e quelle dei ceti dispositori del suolo (proprietà terriera).</p>
        <p>2. Eppure dagli economisti anche recenti la produzione agraria (fra indagini analitiche preziose, in cui la scienza agronomica e la storia del diritto danno mano all'economia sociale) non sempre trovasi ricondotta ad un <hi rend="italic">sistema di leggi positive</hi>,che il principio edonistico (oggi così sottilmente <pb n="302" />approfondito) ponga al cimento delle varie e progressive condizioni di fatto; ciò che sembra giustificare qui un tentativo sintetico. Invero l'industria rurale, quale arte originaria (come altrove avvertimmo) che le tradizioni di tutti i popoli dichiarano figlia della divinità e coeva alle prime famiglie umane ed ai rudimenti dell'ordine civile, sembra presentare sue proprie e distinte <hi rend="italic">leggi di costituzione</hi> e <hi rend="italic">di esercizio</hi>;leggi razionali di tendenza, di un valore o assoluto o relativo, ma sempre congiunte colle vicende della civiltà.</p>
        <p>Leggi di costituzione o industria fondiaria. – 1. La costituzione dell'industria rurale, componente il ramo fondamentale di questa che può dirsi <hi rend="italic">industria fondiaria</hi>,si incardina sul fatto tecnico-economico del <hi rend="italic">dissodamento</hi> della terra vegetale seguito dalla <hi rend="italic">piantagione</hi>.Questo fatto iniziale, predisposto da osservazioni elementari (p. e. la caduta del seme o della barbatella in terra sciolta dalla pioggia o smossa dal calpestio, ciò che agevola la produzione), si attua qualche volta precocemente in contrade di ricchi e vasti terreni vegetali, singolarmente avvantaggiati da condizioni climatiche e fluviali.</p>
        <p>Così l'arte fondiaria nasce, si costituisce e si svolge con rapido ciclo storico, <hi rend="italic">altrettanto che la civiltà</hi> nella valle del Nilo, nei bacini dell'Eufrate e del Tigri, nell'India attorno al Gange e nelle immense contrade percorse dai fiumi del celeste impero. Ricerche <pb n="303" />antiche e recenti confermano che colà da tempi remotissimi comparvero i primi sistematici dissodamenti, insieme ai saggi meravigliosi di colture granaria, orticola e di giardinaggio (Schmoller, A. De Candolle, Hahn).</p>
        <p>Ma è soltanto in zone temperate meno favorite e in seno a genti più lente ad insediarsi sopra un proprio territorio e a prenderne il pieno dominio economico, cioè fra gli ari migranti ad occidente per occupare il suolo europeo, che l'<hi rend="italic">operazione fondiaria dissodatrice si dispiega con distinte leggi razionali-storiche</hi>.</p>
        <p>2. Il <hi rend="italic">dissodamento</hi>,che inaugura l'arte agraria, in qualche forma esercitata (ciò è certissimo) anche presso la tenda dei popoli pastori o sui prati circuiti dalla foresta, nella civiltà occidentale abbraccia un periodo più volte millenario, che dalle prime trasmigrazioni traversa l'età pelasgica e classica di Grecia e Roma e comprende tutta l'età di mezzo, salvo a riprodursi nelle colonie moderne.</p>
        <p>Il dirompere il terreno sodo sempre ebbe un carattere di un fatto solenne (come vedemmo nei cenni sociologici della «Introduzione»), consacrato da riti religiosi presso tutti i culti, fornito di valore civile-politico, segnando le tappe di avanzamento dei germani o le conquiste delle aquile romane, e d'importanza sociale, misurando il rialzamento progressivo <pb n="304" />dei volghi campagnoli, che alle età feudali e comunali, stretti in associazioni rurali (<hi rend="italic">universitates</hi>),procedeano sulle antiche praterie o lungo il bosco primitivo ad estendere il margine della coltivazione con sempre <hi rend="italic">novelle opere di dissodamento</hi>,rimaste poi nella riconoscenza dei posteri coi nomi frequenti di località (Novi, Novale, Novalesa) donate all'agricoltura. Altrettanto nei paesi estracontinentali, ove le popolazioni immigrate europee, civiche per eccellenza, ancora oggi fondano prima le grosse città (Buenos Ayres, Chicago, S. Francisco) e di là si irradiano con zone progredienti di dissodamento nell'immense vergini pianure.</p>
        <p>Fattori di progresso fondiario. La tecnica. – Ma la costituzione organica della agricoltura mercé il dissodamento e le operazioni connesse è scolpita nel suo progresso da ben definiti fattori tecnici, sociali, giuridici.</p>
        <p>1. La precedenza spetta alla <hi rend="italic">tecnica</hi>;e per essa il primo periodo (per consenso di tutti gli studiosi) è contrassegnato dall'uso <hi rend="italic">della marra</hi>,con cui gruppi gentilizi di lavoratori dissodano il terreno comune e i singoli le piccole parcelle familiari; stromento diretto del braccio umano, che perciò collo sviluppo della abilità personale cresce di efficacia produttiva, sicché perdura nell'impiego generale per secoli, rimase in qualche luogo della Cina esclusivo mezzo di lavorazione </p>
        <p>
          <pb n="305" />e nelle genti civili è tuttora encomiata la <hi rend="italic">vanga dalla punta d'oro</hi>.L'uso generale di essa nella prima età risponde all'inizio di una ristretta agricoltura domestica. — Alla marra si accoppia più tardi l'<hi rend="italic">aratro</hi>,inaugurando un secondo momento, il quale, presupponendo l'addomesticamento dei bovini e stromenti più complessi, e quindi l'aggiunta alle forze umane di quelle degli animali, consente un dissodamento disteso e continuato su terreni più ampli e resistenti, sicché le aree messe a coltura si contano ormai ad unità di lavoro giornaliero di un giogo di buoi (iugeri); progresso tecnico, cui corrisponde il sorgere col capitale mobile (bovino) di una classe agricola superiore. — E l'ulteriore progresso in un terzo momento si consegue coll'arte della <hi rend="italic">piantagione</hi>,per cui gli alberi fruttiferi, inseriti e coltivati sul suolo, incrementano le specie dei prodotti agrari (non più soltanto erbacei e cereari) e per l'azione fisiologica delle radici e delle foglie determinano un più intenso usufruimento delle materie e forze del suolo, sicché gli alberi sul podere raffigurano il passaggio ad un primo <hi rend="italic">capitale fisso</hi> nella coltura, il quale fissa alla sua volta sul luogo lavoro e famiglie.</p>
        <p>2. Processo della tecnica fondiaria (se in essa comprendonsi stromenti, oggetti e metodi di lavoro) storicamente lentissimo, ma che segna frattanto <pb n="306" /><hi rend="italic">tappe ben distinte di evoluzione</hi> economica. — Una prima, che addita l'inizio del dissodamento il quale si insinua con oasi e strisce (per lo più a quadrilatero) di terreno colto presso i primitivi ari-europei, quasi embrione dell'industria agricola sperduto fra lo sconfinato predominio del bosco e del pascolo. — La seconda dinota lo sviluppo già assicurato dell'arte agricolo-dissodatrice, la quale talmente si collega allora all'allevamento del bestiame da lavoro ed al consumo latteo e carneo, che in Germania, ancor nei due primi secoli dopo il 1000, i proprietari e coltivatori del suolo si confondono coi mercanti di bovini (ted. Mayer) ed essi ottengono privilegi e titoli di nobiltà (Roscher). — La terza tappa è segnata dalla piantagione, per la quale l'opera umana, introducendo e moltiplicando sul terreno alberi da frutto (pometti, vitigni, gelsi, ecc.) e all'uopo eseguendo scassi e terrazze, fosse, siepi, cinte, edifizi rurali, costituisce <hi rend="italic">l'unità tecnico-economica del podere</hi> e compie cosi quella sistemazione del suolo per le operazioni dell'agricoltura, per cui questa a ragione è detta «costruzione del campo» («Ackerbau»).</p>
        <p>3. Non sempre e dovunque tale successione distinta di momenti tecnico-fondiari si avvera. Per fatti climatici e tellurici talora il ciclo precipita, tal'altra si arresta a stadi intermedi e in qualche grande unità territoriale, come p. e. nel Nord America, <pb n="307" />que' tipi storici coesistono simultanei. Ed ivi se nelle immense distese del Missouri e del Mississippì, appena incise dall'aratro, si alternano i campi dissodati collo sterminato allevamento del bestiame, i fianchi degli Allegani e i terrazzi delle Ande, prospicienti l'Atlantico e il Pacifico, rivaleggiano coi rimaneggiati poderi orticoli della vecchia Europa. Ma può dirsi in generale che vi ha una <hi rend="italic">legge di intensificazione anche nella industria fondiaria</hi>,per cui il suolo coltivabile, all'origine plasmato da natura, per successivi adattamenti diviene sempre più un prodotto dell'arte umana, la quale su quello condensa sudori e capitali delle generazioni. Ecco perché il terreno agrario si confonde colla storia di un popolo, che vi lascia impresse le orme della sua civiltà.</p>
        <p>Fattori sociali. – 1. La ripercussione di tali vicende dell'arte fondiaria sulla vita sociale è pertanto profonda. — Il primo di que' momenti (della marra) coincide con società ugualitarie (in senso relativo, non assoluto), poggianti sopra associazioni familiari e collettive, la cui fisionomia in Germania si mantenne fino alle descrizioni di Tacito. — Il secondo (dell'aratro), sul fondamento della ricchezza mobile animale, accentua e rassoda la remota distinzione e sovrapposizione di classi superiori possidenti sopra quelle lavoratrici inferiori e servili, come era accaduto precedentemente in Roma già prima di <pb n="308" />Servio Tullio e di là dall'Alpi molto più tardi dalle origini dei regni barbarici fino ai Carolingi. — Il terzo (delle piantagioni) riflette il ridestarsi del volgo servile che con proprie iniziative prepara l'autonomia del forte ceto dei coloni («Bauernstand», «yeomanry»), che in Italia coincide collo spuntare dei liberi comuni sotto Gregorio VII.</p>
        <p>2. Tuttociò è decisivo, perché riesce (come quivi è manifesto) alla <hi rend="italic">formazione di una classe rurale organica</hi>.Dapprima quella si confonde con tutta la popolazione; ma poi si riparte in due organi: da un canto si aderge con esistenza distinta, anzi signoreggiante, <hi rend="italic">la classe possidente</hi>,da un altro si forma e acquista propria autonomia <hi rend="italic">la classe coltivatrice</hi>.</p>
        <p>Or bene come si riflette tale genesi di classi sull'arte fondiaria? In sugli inizi e lungamente i dissodamenti si attuano e procedono <hi rend="italic">con forze collettive</hi> sotto l'impulso solidale dei bisogni comuni della popolazione. Per la civiltà avanzata vale invece questa legge storica: i progressi dell'arte trasformatrice del suolo seguono gli interessi peculiari e le vicende economiche, civili, morali delle <hi rend="italic">due classi cointeressate alla terra</hi>,e quindi <hi rend="italic">le loro reciproche relazioni e il coordinamento</hi> della loro operosità al bene generale.</p>
        <p>Il dissodamento del suolo europeo nel medio evo si deve del pari dall'origine ai grandi proprietari ecclesiastici ed alla tenace energia degli enfiteuti; e le <pb n="309" />stesse migliorie del sec. XVIII-XIX sulla terra inglese furono effettuate per due terzi più che da «lords» terrieri, dai «farmers» (Marshall). Ma guai se la classe dispositrice del terreno neglige od opprime quella che suda sul solco, o questa abbandona la zolla o l'esaurisce, e se in ambedue l'egoismo soffoca il senso degli interessi generali connessi in alto grado colla produttività della terra; questa inselvatichisce o dilaga il terreno incolto.</p>
        <p>3. Ma la genesi di classi rurali veramente organiche e la loro funzione economica <hi rend="italic">suppone vincoli stabili colla terra</hi>.Per quasi tutti i popoli v'ebbe non solo una pastorizia vaga, ma ancora <hi rend="italic">dissodamenti accidentali e vaganti</hi>;e tale fu il caso per molti secoli delle razze migranti in Europa, che ad ogni stazione di avanzamento dissodavano e sfruttavano superficialmente il terreno, abbandonandolo poi per nuove conquiste ed occupazioni terriere.</p>
        <p>Ma presto o tardi viene un momento solenne, in cui quelle genti in marcia rallentano il passo e infine si insediano stabilmente sopra <hi rend="italic">territorio proprio</hi>.Grande fatto sociale (come vedemmo nella «Introduzione»), per il quale un certo spazio delimitato diviene il <hi rend="italic">suolo proprio</hi> e dentro ad esso assume fisionomia scolpita la <hi rend="italic">nazione</hi> e si erige organicamente lo <hi rend="italic">Stato</hi> e prende slancio l'<hi rend="italic">incivilimento</hi>,nell'atto stesso che si concentrano e intensificano le <pb n="310" />trasformazioni del territorio coltivabile, considerato ormai come la prima ricchezza nazionale. Momento storico decisivo, che comprende a grandi distanze cronologiche lo stanziamento degli ari in India, degli israeliti in Palestina, dei latini sulle terre italiche, dei germani sul territorio romano. Allora finalmente si dispiega l'azione profonda delle classi rurali sulle vicende economiche della terra.</p>
        <p>Fattori giuridici. – Ciò perché colla sede fissa territoriale assumono forme definite e applicazioni progressive così l'appropriazione del suolo come le relazioni dei coltivatori coi proprietari (contratti), due fatti giuridici decisivi.</p>
        <p>Per il primo rispetto della <hi rend="italic">appropriazione</hi>,insistendo la popolazione colla presenza stabile sul territorio e trasfondendosi coi sudori personali in ogni punto del terreno coltivabile, <hi rend="italic">si effettua quella immensa parabola</hi> per cui, attraverso gli sterminati beni comuni (<hi rend="italic">res nullius</hi>)e l'uso collettivo (per turno) delle terre dissodate, si riesce e dare prevalenza <hi rend="italic">definitiva alla proprietà particolare</hi>. Processo descritto rigorosamente da storici del diritto e dell'economia (Roscher, Hildebrand, Meitzen, Schanz, Ashley, Rogers), bensì lento e laborioso, per cui nei sec. XIII e XIV in tutta Inghilterra i beni comuni aperti («common and open-fields») predominavano ancora su quelli coltivati (a prato o a campo), e le cui intime <pb n="311" />tracce si protraggono nell'Europa occidentale (ben più oltre in Russia) fino al sec. XVIII-XIX; ma processo immanchevole, perché figlio della personalità umana che col lavoro accresce la utilizzazione del mondo esterno.</p>
        <p>1. Invero, la prevalente proprietà particolare (di persone morali o fisiche), aggiungendo alle necessità della comune conservazione gli stimoli di interessi speciali, privati e individuali, diventa impulso non solo a continuare i dissodamenti su nuove terre vergini, ma ancora (grande progresso) a <hi rend="italic">trapassare</hi> con processo fondiario intensivo <hi rend="italic">alle migliorie permanenti dei terreni già occupati</hi>.Ed è naturale. Queste migliorie (irrigazioni, fognatura, trasformazioni di ogni specie), <hi rend="italic">risultato di accumulazioni di lavoro e più tardi di capitale</hi> sopra il suolo, importano sacrifizi ingenti e protratti, i quali spesso fruttano soltanto alle remote generazioni; ed esse perciò non sarebbero possibili senza le ragioni dell'utile familiare e la stabilità dei rapporti patrimoniali, compresi quelli ereditari (Minghetti). Così le trasformazioni dei terreni aumentano col moltiplicarsi dei proprietari (medi e piccoli), ciò che in genere si effettua per l'Europa dopo le crociate dall'uscita del sec. XIII ai primi del XV (Grupp) e si riproducono (sotto condizioni concomitanti) ad ogni perfezionamento della tutela giuridica della proprietà privata, come accadde nell'età moderna.</p>
        <p>
          <pb n="312" />Ciò per la proprietà che ha origine immediata <hi rend="italic">dalle libere iniziative del lavoro</hi> e che è caratteristica, avvertasi bene, della economia cristiana (come notammo nell'«Introduzione»), per cui nella età medioevale non solo la lavorazione di un suolo disoccupato, ma anche il dissodamento e la piantagione di un terreno altrui, dava spesso origine ad una proprietà indipendente o almeno ad una comproprietà coll'antico signore, come risulta dalla storia economica e giuridica (Schupfer, Calisse, Lamprecht).</p>
        <p>2. Però non sempre (come vedemmo nella «Introduzione») la proprietà terriera ha origine economica dal lavoro, bensì spesso, in ispecie nell'età pagana, immediatamente dalla <hi rend="italic">autorità</hi> che distribuisce il suolo a ceti civili (sacerdozio, burocrazia) o politico-militari.</p>
        <p>Questa genesi giuridica remotissima, attraverso i secoli si prolungò fino ad oggi; — dalle attribuzioni ieratiche del suolo indiano alle caste e dalla cessione della terra di Gesse ai figli di Giacobbe fatta dai faraoni, alla distribuzione di regioni conquistate da parte del senato o degli imperatori ai patrizi, alla plebe, ai veterani; e dalla partizione delle terre fra barbari e romani alla caduta dell'impero, alla divisione del suolo britannico fatto dal re normanno Guglielmo ai suoi 60.000 baroni, fino alle secolari e immense investiture ecclesiastiche e feudali per <pb n="313" />tutto il medio evo. Genesi che nell'evo moderno si riproduce autorevolmente coi fedecommessi, ricostituiti dalle monarchie assolute in pro di famiglie sostenitrici del trono, e colla concessione di terre a ditte e compagnie di speculatori, che fecero i governi del continente nuovo o nuovissimo. Or bene può dirsi «che come la proprietà <hi rend="italic">derivante dal lavoro</hi> tende ad allargare e intensificare i circoli di dissodamento, così quella di origine <hi rend="italic">autoritaria</hi>,per sé legittima, ma spesso arbitraria e violenta, tende a restringerli». Trattandosi per lo più della attribuzione a poche famiglie privilegiate, aliene da esercizi economici, di estesissime terre <hi rend="italic">nullius</hi> o che loro non costarono sudori, quelle si trovano abbastanza avvantaggiate dai redditi del bosco, del prato e del bestiame, moltiplicati su vaste superfici, per limitare al necessario le zone date in coltivazione; cosicché il <hi rend="italic">latifondo di origine civile politica</hi> coincide ordinariamente col fatto di <hi rend="italic">terre sode o quasi incolte</hi>.</p>
        <p>3<hi rend="italic">.</hi> Ciò specialmente quando il grande possesso si accompagna a sentimenti opposti a quelli di solidarietà sociale, come fu il caso del feudalismo in Italia, rappresentato da invasori stranieri nemici del popolo. Laddove invece la grande proprietà si accoppia a coscienza della funzione sociale della terra, il malanno può convertirsi in beneficio. Così i ceti privilegiati ieratici e politici delle grandi monarchie <pb n="314" />orientali favorirono mercé lo Stato le mirabili trasformazioni fondiarie di que' territori. E così si spiega come le proprietà ecclesiastiche, specie monastiche, anticipassero dovunque i dissodamenti e le migliorie del suolo europeo. Era l'attuazione dei principi cristiani intorno ai doveri della proprietà privata; — per essi Iddio è il sovrano padrone della terra, che la destinò alla sussistenza e al benessere di tutti mercé la coltivazione, e la proprietà particolare è legittima anche per questo che essa è meglio adatta normalmente a rendere la terra più produttiva a beneficio individuale e sociale insieme. Cosicché rimane condannato moralmente (non sempre giuridicamente) il proprietario che disvia dalla naturale destinazione il terreno, lasciandolo incolto, appena ciò si traduca in un danno comune (Brants, Pesch, Cathrein). Questi stessi concetti della bibbia, del vangelo, del diritto canonico, ispirano i documenti (pubblicati da G. Ardant), per cui i papi dal sec. XVII al XVIII fino a Pio VI, per ovviare al danno del latifondo incolto, autorizzarono (pur troppo invano) i coltivatori a lavorare e seminare la campagna romana, anche riluttanti quegli inerti latifondisti.</p>
        <p>Per l'altro riguardo dei <hi rend="italic">coltivatori</hi>,la partecipazione loro alle trasformazioni fondiarie dipende dai rapporti giuridici (diritti personali e contratti agrari)</p>
        <p>
          <pb n="315" /> di questa classe di fronte ai proprietari, <hi rend="italic">per cui essi sieno stimolati ad accrescere la potenza produttiva permanente del suolo</hi>.</p>
        <p> Stazionaria o intermittente l'opera dissodatrice finché si eseguisce per mani servili, essa si estende colla <hi rend="italic">libertà personale</hi> dei lavoratori, pronti a compulsare col lavoro la terra in proporzione dei bisogni della vita. Chi non sa che le grandi trasformazioni fondiarie in Europa coincidono colla affrancazione della servitù nei sec. XIII e XIV? E i dissodatori delle terre americane furono ben meno gli schiavi neri dell'Africa, quanto gli ardimentosi impresari anglosassoni, i quacqueri, i puritani, gli irlandesi sfuggiti alle persecuzioni religiose e civili, ed ora le pazienti contadinanze latine, colle pertinaci virtù di liberi colonizzatori.</p>
        <p> Molto decidono sul progresso stesso fondiario i <hi rend="italic">contratti agrari</hi>.Lungo i secoli del medio evo (ben meglio che nell'antichità) si assiste ad un fermento profondo, diffuso, multiforme nei volghi campagnoli, per cui questi mercé la combinazione di molteplici elementi riescono alla formazione di <hi rend="italic">un ceto autonomo di coltivatori</hi>,il quale nell'insieme può dirsi (col Roscher) «il risultato complesso di servi emancipati e di proprietari decaduti». Or bene è caratteristico (giusta recenti studi di storia del diritto) che nei patti più svariati, con cui quel ceto viene a <pb n="316" />porsi a servizio dei proprietari, tendessi di più in più a guarentire <hi rend="italic">il diritto del coltivatore a partecipare alla crescente produttività del terreno</hi> o mediante la tenuità del canone combinato colla durata del contratto (enfiteusi), o con una quota parte del prodotto in natura (mezzadria), o con una indennità per le migliorie introdotte dal colono (fitto). Allora si comprende come questo, sostituendosi all'avarizia del proprietario, si facesse esso medesimo autore di quegli incrementi fondiari, che avrebbero trasformato l'Europa medioevale. Ma si comprende del pari l'errore e il delitto dell'evo moderno, che col proletariato agricolo, sciogliendo il lavoratore della terra da ogni stabile cointeressenza con essa e colla esistenza sociale, distrusse il forte ceto colonico, che fu sempre il collaboratore delle classi proprietarie nelle trasformazioni del patrio suolo.</p>
        <p>La residenza campagnola. – A rassodare le classi rurali e per esse a favorire le trasformazioni fondiarie concorre la residenza di quelle sulla terra posseduta o coltivata.</p>
        <p>1. Il beneficio della <hi rend="italic">presenza permanente</hi> nella campagna <hi rend="italic">dei proprietari</hi> o padroni della terra può essere eliso da cause antieconomiche, p. e. le abitudini militaresche o di ozio scialacquatore o di dominio oppressivo; ma di regola esso favorisce le migliorie fondiarie. Per chi vive nel castello e nella</p>
        <p>
          <pb n="317" /> villa signorile in seno alle proprie terre, queste presto o tardi divengono non solo un serbatoio di capitalizzazione stabile, ma un oggetto di affezione e un segno visibile di superiorità civile, e quindi i proprietari tendono a sanificare, ad arricchire e abbellire il luogo del loro soggiorno. Viceversa l'<hi rend="italic">assenza abituale dei proprietari</hi> (con triste parola inglese «absenteism») sempre fu cagione di decadenza fondiaria, come accadde delle antiche province romane in mano di politicanti e «manieurs d'argent» dell'Urbe, dell'Irlanda quasi mai visitata dai «lords» anglicani, ed oggi ancora dei feudi di Sicilia abbandonati dai signori per la vita delle capitali e dei viaggi; e ciò per la duplice <hi rend="italic">trascuranza del suolo e di chi lo lavora</hi>.</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Rispetto ai coltivatori</hi> il loro insediamento a contatto della terra lavorata presenta a lungo andare due forme tipiche principali.</p>
        <p>Il sistema delle <hi rend="italic">case agglomerate</hi> (o <hi rend="italic">casali</hi>, «Dorfsystem») in un punto comune, ove risiedono i singoli coltivatori delle diverse proprietà od aziende, distese all'ingiro della campagna. È il risultato di differenti fattori sociali, civili, giuridici, nei vari popoli e tempi; e si riannoda alle comunità di villaggio resistenti in Cina ed India, riprodotte fra i primi latini (<hi rend="italic">vicus</hi>), o presso i Germani («Gau») e a circostanze per cui gli esercizi rurali collettivi (mercé associazioni o gentilizie nel «clan» celtico, o familiari nella «zadruga» <pb n="318" />slava, o di liberi coltivatori nelle «Genossenschaften» tedesche, o di coltivatori servili nel «mir» russo) abituarono i lavoratori della terra, legati da comuni diritti, obblighi, consuetudini, a convivere accostati in un luogo stesso, donde si irradiano mane e sera per la coltivazione. Agglomerazioni di schiavi si coadiuvano al centro di esso, o a pie' del castello feudale (ove distinguevasi la <hi rend="italic">villa</hi> dei servi campagnoli dal <hi rend="italic">borgo</hi> degli artigiani) o attorno ai monasteri (Münster, München) dissodatori, o generalmente all'ingiro delle parrocchie in tutta Europa.</p>
        <p>Il sistema delle <hi rend="italic">case sparse</hi>,ciascuna sul podere (la casa colonica isolata, l'«Hofsystem»), è figlio della proprietà privata del suolo, la quale diviene sede individuale di chi la generò col lavoro e ne segue le vicende, dalle primissime origini accanto ai beni collettivi (<hi rend="italic">curtis,</hi> «Hof») fino al suo trionfo moderno.</p>
        <p>Or bene i due sistemi hanno differente funzione sull'industria fondiaria (Schmoller, Maurer, Meitzen).</p>
        <p>Il primo (dei casali o villaggi) meglio si adatta agli <hi rend="italic">originari dissodamenti</hi> e alle <hi rend="italic">vaste bonifiche</hi> che richiedono numerosi fasci di lavoratori disciplinati; e perciò il sistema anticipa e prepondera nelle antiche e medie età storiche e persiste oggi dove domina la coltura uniforme granaria, industriale o quella pratense; ed è tratto caratteristico tuttora della Germania <pb n="319" />settentrionale, delle terre inglesi, delle piantagioni americane, del Napoletano, ove spesso le città sono semplici agglomerazioni di genti campagnole.</p>
        <p>Il secondo sistema, quello delle <hi rend="italic">case isolate</hi> sui poderi, si presta alle successive, più insistenti e minute migliorie terriere in ogni punto del territorio, per parte del coltivatore stesso; e perciò prevale tardivamente collo spezzarsi della proprietà e col robustirsi del colonato, rimanendo indice di agricoltura intensiva e progredita nelle Fiandre, nella bassa Francia, nelle zone prealpine, in Toscana, ove fanno pompa le campagne «popolate di case e di oliveti».</p>
        <p>Così, mediante la <hi rend="italic">dimora</hi> di proprietari e coltivatori, l'intera classe rurale si radica al suolo e si fonde nel comune interesse dei miglioramenti fondiari.</p>
        <p>Le sedi civiche. – La formazione delle città accanto alle estensioni campagnole, e in quelle l'accumularsi della ricchezza mobile di fronte e spesso in opposizione a quella terriera, ebbe sempre immensa influenza nell'incivilimento e nell'economia (vedi «Introduzione») e segna un momento critico anche per l'industria fondiaria. Le classi civiche industriali o mercantesche bisognevoli di prodotti copiosi alimentari, e invece esuberanti di profitti e di capitali che difettano ai campagnoli, presto o tardi, ricercando sicuri impieghi, riversano la ricchezza mobile nella terra circostante, suddividono il latifondo e lo <pb n="320" />fecondano colle migliorie permanenti. — È un momento solenne: — l'industria fondiaria <hi rend="italic">diventa a vario grado capitalistica</hi>,cioè le trasformazioni del suolo già in essa effettuate <hi rend="italic">per sovrapposizione di lavoro</hi>, si compiono ora per <hi rend="italic">accumulazione di capitale</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> quindi (distinzione decisiva) i dissodamenti e miglioramenti, già prima determinati <hi rend="italic">dai bisogni immediati della vita</hi>,ora sono regolati e spinti <hi rend="italic">dai profitti del capitale impiegato</hi>; <hi rend="italic">— l'economia monetaria</hi>, isuoi calcoli, le sue speculazioni, la sua mobilità entra in qualche misura nell'arte e nella vita dei campi; — e ne ricevono molteplici impulsi e sussidi <hi rend="italic">i progressi fondiari scientifici e novatori</hi>;ma insieme vi rinvengono <hi rend="italic">nuovi limiti</hi> ed arresti, laddove i capitalisti non trovano più sufficienti compensi delle somme investite nelle terre.</p>
        <p>Ogni incremento pertanto di ricchezza mobile nei centri civici è una promessa, di regola non ingannevole, di progressi fondiari. Lo slancio in tutta Europa centrale e occidentale delle migliorie terriere, con bonifiche, irrigazioni, piantagioni, coincide col prosperare delle città di Fiandra, del Reno, delle Anse, nei sec. XIV-XV; per noi anticipa coll'età dei comuni fino dal XII, proseguendo anche sino al XVI, perché l'assottigliarsi dei profitti nella decadente Italia industriale e mercantile induceva i capitali mobili a trasfondersi profusamente nel suolo (Roscher, Bertagnolli). Ma ciò non sempre; l'ingresso <pb n="321" />della «gentry», cioè della borghesia capitalistica, nelle terre inglesi dal sec. XVII in poi, per lungo tempo le impoverì, atterrando case coloniche, piantagioni e messi per fornire coi pascoli pecorini abbondanti lane alle manifatture cittadine (Macaulay). Ma quella è legge normale di solidarietà fra ricchezza mobile e immobiliare nel grembo della madre terra, queste deviazioni egoistiche e colpevoli.</p>
        <p>Fattori politico-legislativi. – 1. Ciò richiama all'intervento per il normale progresso di un <hi rend="italic">ente</hi> che tuteli e promuova nel dovuto equilibrio gli <hi rend="italic">interessi generali connessi col suolo</hi>,su cui poggia e vive la nazione; donde la funzione dello Stato che si esplica colla <hi rend="italic">politica fondiaria e rispettiva legislazione</hi>,a rigore distinta dalla politica e legislazione agraria (Meitzen, Buchenberger).</p>
        <p>Essa intende a coordinare le iniziative spontanee dei privati o dei singoli enti al bene armonico della collettività, a curare le trasformazioni del suolo, quando pure trascendessero gli interessi del momento, in vista del lontano avvenire, infine ad eseguirle anche allora che non reggessero i calcoli utilitari economici, ma si imponessero ragioni superiori di sicurezza personale, di difesa militare, di igiene pubblica, di stabilità e progresso civile.</p>
        <p>Bensì tale svolgimento di una illuminata e sistematica politica fondiaria di <hi rend="italic">Stato</hi> suppone che questo <pb n="322" /><hi rend="italic">non si trovi supplito</hi> in tale funzione da altri enti, che sopperiscano da sé in qualche misura al bene generale, congiunto col suolo della patria; e che lo Stato <hi rend="italic">abbia consapevolezza della sua missione</hi> in proposito e mezzi corrispondenti ad attuarla.</p>
        <p>2. Questa duplice condizione dà spiegazione di una certa <hi rend="italic">legge storica</hi> delle nazioni occidentali nello sviluppo dell'azione pubblica fondiaria.</p>
        <p>Ai dissodamenti e migliorie terriere provvedono dai primi tempi e lungamente dappertutto <hi rend="italic">i fasci sociali-civili originari</hi>,rinsaldati da solidarietà di diritti ed obblighi reciproci, propri di ordinamenti collettivi remoti in cui la società non è ben distinta dallo Stato. Tali le associazioni consuetudinarie («Genossenschaften») delle marche, dei cantoni, dei villaggi teutonici, o le comunioni gentilizie di famiglia nei tempi preromani celtici e slavi, ovvero le <hi rend="italic">universitates rurales</hi> sui beni comuni nel medio evo italiano. Lo dicemmo ripetutamente, essi furono i remoti preparatori del territorio a beneficio delle future nazioni.</p>
        <p>Vi si collocano accanto nell'età di mezzo le <hi rend="italic">persone giuridiche</hi>,in specie le corporazioni religiose spesso dispositrici di immensi terreni incolti, le quali erano allora quasi esclusivamente adatte alle grandi opere fondiarie, lentissime, sistematiche, pazienti, in grazia della perpetuità ed inalienabilità dei loro <pb n="323" />possessi e della coscienza di una missione sociale educatrice del lavoro. Di qui le storiche benemerenze loro quali «défricheurs» di mezza Europa; ad esse si deve l'inizio fin dal 1171 dei canali di Lombardia, anzi della ricostruzione della pianura lombarda, che conta fra i massimi esempi storici di redenzione d'intere regioni a pro delle venture generazioni (Roscher, Jacini).</p>
        <p>Infine lo <hi rend="italic">Stato</hi> il quale nell'evo antico soltanto in Oriente, in Egitto, fra i romani imprime un'orma grandiosa e indelebile sui territori colle opere fondiarie. Le irrigazioni dell'impero celeste risalenti a 2000 anni a. C., il regolamento del Nilo con canali comunicanti col lago Meride (deposito distributore delle acque) e col mar Rosso sotto i Faraoni, poi ripreso dai Tolomei, i lavori sistematici di occupazione e dissodamento delle terre conquistate da parte delle colonie romane, regolati e disciplinati da ufficiali agrimensori e da norme giuridico-politiche, la stessa fognatura di Roma (la cloaca massima), la immissione del Velino nella Nera per bonificare l'alta valle del Tevere del console Curio Dentato, fino agli enormi acquedotti in tutte le città romane — attestano la poderosa costituzione panteistica di quegli Stati antichi, serviti in tali gigantesche trasformazioni terriere da moltitudini di schiavi e soldati. Ma invece in tutta l'età <pb n="324" />intermedia lo Stato esiguo e debole concorre solo accidentalmente e scarsamente a vaste trasformazioni del suolo. Fanno eccezione i governi comunali intelligenti e ricchi di Italia, nella Lombardia, a Pisa, a Firenze, ove trattavasi di assicurare la sussistenza di nuclei cittadini e di proteggere l'efflusso di capitali della borghesia mercantesca, che avea acquistato coll'armi e col danaro la campagna feudale; ovvero i principati nostri del sec. XV, inizio di organismi politici robusti, sicché i Visconti riprendono i sisterni irrigatori lombardi, e lo Stato veneto con ingegneri idraulici (fra Giocondo) apre canali di derivazione. — Ma furono soltanto le monarchie dell'evo moderno estese a vasti territori nazionali, le quali (trascorso il periodo disastroso delle guerre civili-religiose) dispiegano per la prima volta un'<hi rend="italic">ampia, sistematica e potente politica fondiaria</hi>.Ciò specialmente dal sec. XVII, come si vedrà.</p>
        <p>3. La quale <hi rend="italic">politica fondiaria</hi>,pur mirando sempre alle migliorie permanenti del territorio nazionale, si esplica in modo <hi rend="italic">indiretto</hi> con provvidenze amministrative e giuridiche riguardanti le classi cointeressate al progresso fondiario, cioè col regime dei contratti agrari e con quello della proprietà da cui dipendono le iniziative sociali per la ristorazione delle terre; — e in modo <hi rend="italic">diretto</hi> promovendo od effettuando da parte dello Stato le grandi operazioni tecnico-economiche, <pb n="325" />destinate immediatamente alla trasformazione del territorio.</p>
        <p>Leggi del progresso fondiario. – Considerati i fattori della industria fondiaria, dicasi ora della <hi rend="italic">legge del suo progresso</hi>.Tal legge positiva o di fatto, segue «la genesi e l'intreccio vario e proporzionale di que' fattori stessi, per mezzo di cui si attua, il <hi rend="italic">principio razionale edonistico</hi> della più utile occupazione e trasformazione del terreno col minimo dispendio di mezzi». È dunque positivamente una legge di evoluzione continuata e indefinita? Non già: la legge razionale di utilità si traduce in atto anche qui soltanto <hi rend="italic">sotto le condizioni e nei limiti delle cause operative cosmiche, umano-morali e demografiche</hi> (natura, uomo, popolazione e ordine sociale-giuridico) da cui deriva tutta la economia, anzi la civiltà.</p>
        <p>1. Primamente e durevolmente signoreggia il <hi rend="italic">fatto demografico</hi>,determinando una <hi rend="italic">tendenza costante</hi> (tendenza e non più) <hi rend="italic">all'incremento dei dissodamenti e degli altri progressi fondiari, in proporzione dei bisogni specialmente alimentari</hi> crescenti colle popolazioni, entro uno spazio territoriale che formi un circolo di consumo comune. Decide dunque di momento in momento il fenomeno demografico-biolo giaco tutto intero, in quanto si faccia sentire per mezzo del consumo. È forse necessario provare che normalmente l'incremento dei terreni conquistati alla <pb n="326" />coltivazione procede in ragione diretta della intensità dei consumi individuali e della rapidità riproduttiva sociale in un dato territorio, e inversa del movimento dislocativo, il quale alla sua volta colle turbe migranti reca l'ascia del pioniere disboscatore e l'aratro del dissodatore a novelli circoli fondiari? Ciò riassume la storia della popolazione sul globo, cui viene seguace (sotto date circostanze) quella del progresso fondiario. Nulla di più evidente, quanto negli Stati Uniti di America questo parallelismo fra la popolazione (che dal 1850 al 1900 crebbe da 23 a 75 milioni di ab.) e il margine della coltivazione che si estese in modo vertiginoso.</p>
        <p>2. Ma in questa tendenza ad assicurarsi le crescenti sussistenze dietro il calcolo edonistico non dovranno i dissodamenti <hi rend="italic">iniziarsi e poi trasferirsi su terreni di più in più feraci</hi>, salvo ad estendersi ai meno fertili dopo di avere quelli esauriti? È antica disputa fra gli economisti Ricardo e Carey, a cui ulteriori discussioni e indagini danno oggi più concreta soluzione (vedi fra noi Lampertico, Valenti). La formula starebbe <hi rend="italic">razionalmente</hi>,se l'occupazione terriera seguisse i <hi rend="italic">puri criteri economici</hi>,illuminati alla lor volta da postulati delle scienze naturali (agronomiche), che definissero quali sieno le terre naturalmente più ricche e produttive. Ma storicamente quella legge razionale viene ad essere spesso sopraffatta e sempre <pb n="327" />poi modificata da due ordini di fatti variabili: <hi rend="italic">l'insediamento delle popolazioni e lo stato della tecnica</hi>.</p>
        <p>Nello stanziamento successivo dei popoli su vari territori per lunghi secoli decidono non già i terreni buoni o cattivi per l'agricoltura, bensì, appena sopperito in qualunque modo (anche colla caccia e colla rapina) alla più elementare sussistenza, <hi rend="italic">le esigenze imperiose della salubrità e della difesa</hi> che fanno preferire <hi rend="italic">le alture</hi>;cui si aggiungono vocazioni etniche e consuetudini civili ed altri moventi non economici, i quali come vedemmo (nella «Introduzione») governano la dislocazione dei popoli sul globo e che anche in età progredite influiscono sulla distribuzione territoriale di qualunque industria.</p>
        <p>Ma quando pure in essi vengano a predominare le ragioni economiche e prima i bisogni di sussistenza, spingendo le correnti umane verso climi più propizi o verso vallate più ubertose, sopravviene a decidere sulla scelta delle terre da mettersi successivamente in coltivazione non tanto la produttività potenziale di esse, quanto l'<hi rend="italic">arte tecnica</hi>,cioè la possibilità di lavorarle coi metodi e stromenti che in quel momento storico si posseggono; sicché le terre, <hi rend="italic">coeteris paribus</hi>,dapprima dissodate in ogni posa o stazione sono quelle <hi rend="italic">più facili a coltivarsi</hi>.Tracce remotissime di terreni colti in Asia, Europa ed America (cominciando dall'Iran e dal Pamir) si incontrano nella zona <pb n="328" />delle alte pianure e delle colline; — <hi rend="italic">dalle quali sedi mediane</hi> con legge storica generale e persistente «il margine di coltivazione si estende <hi rend="italic">superiormente negli elevati monti</hi>,sempre più resistenti all'opra del mandriano fattosi agricoltore, e <hi rend="italic">inferiormente nelle basse pianure</hi>,ricchissime di <hi rend="italic">humus</hi>,ma spesso affogate negli stagni e nel padule».</p>
        <p> Duplice ampliazione che si effettua in due differenti e caratteristici modi economici.</p>
        <p>Quel margine superiore si innalza <hi rend="italic">in ogni età</hi> di preferenza sotto l'acuto incremento dei bisogni di sussistenza delle classi specialmente campagnole, <hi rend="italic">per virtù di lavoro e della tecnica manuale</hi>.</p>
        <p>Quello inferiore si protende verso il basso <hi rend="italic">in età più tardive per virtù di copiosi capitali e della tecnica scientifica stromentale</hi>,senza di cui non si potrebbero superare le difficoltà complesse e dispendiose di adattamento dei terreni profondi; ciò che, dopo gli esempi antichi della Mesopotamia e del Nilo, e quelli medioevali della Lombardia, per l'Europa in generale non si avverò che in tempi a noi vicini.</p>
        <p> Al crescente bisogno del consumo provvede così il territorio nazionale nel giro del duplice margine di coltivazione <hi rend="italic">storicamente variabile</hi>,dietro queste leggi moderatrici.</p>
        <p>Nella zona ove domina la economia fondiaria <hi rend="italic">di lavoro</hi> quella linea marginale <hi rend="italic">varia lentissimamente</hi><pb n="329" />dietro criteri prevalenti del consumo immediato e locale. Il contadino squarcia e feconda la zolla per il <hi rend="italic">prodotto lordo</hi>,che gli fornisca il cibo, senza computare il costo dei sudori; e arresta l'<hi rend="italic">improbus labor</hi> solo allora che langue sulla gleba esaurita o gli è chiuso lo spaccio locale.</p>
        <p>Nella zona ove prevale l'economia terriera <hi rend="italic">di capitale</hi> quel margine <hi rend="italic">varia con maggiore elasticità</hi>,giusta il calcolo del <hi rend="italic">prodotto netto</hi> (in ragione alla spesa) del capitale da immobilizzarsi nel fondo. È qui che si disegna più spiccatamente <hi rend="italic">il cammino del capitale in cerca di terreni più fertili</hi>;con passo però saltuario a seconda della <hi rend="italic">fertilità relativa</hi> alla specie di coltura ed ai metodi tecnici, sicché il terreno stesso acquista diversa produttività colle differenti destinazioni a prato, a cereali, a frutteto o colla diversa adozione di concimi, di rotazione e di stromenti. È qui che si avvera il passaggio <hi rend="italic">dall'industria fondiaria estensiva</hi> di elementare adattamento al pascolo o di superficiali dissodamenti, a quella intensiva prima di <hi rend="italic">riduzione e conquista di terreni</hi> naturalmente improduttivi (asciugamenti di stagni e paludi) e poi di <hi rend="italic">migliorie permanenti</hi> su quelli già produttivi (drenaggio, allivellamenti, irrigazioni). Ed è qui finalmente che il margine di trasformazione fondiaria segnato dal reddito o prodotto netto (rendita e profitto insieme) è dominato alla sua volta dal commercio <pb n="330" />nazionale e internazionale dei prodotti agrari (Valenti, v. der Goltz, Meitzen).</p>
        <p>Limiti. – 1. In tali condizioni di economia progredita il ciclo di sistemazione fondiaria in uno Stato può essere pertanto arrestato o retrocedere ben prima che sia posto in coltivazione tutto il territorio nazionale; e ciò per virtù della concorrenza mercantile.</p>
        <p>Questo è l'avvenimento che si avverò la prima volta in proporzioni grandiose nella economia contemporanea dopo il 1872 per la concorrenza granaria fra Europa ed America in forza della rapida ampliazione dei terreni quivi seminati a grano, combinata colla vasta organizzazione delle speculazioni («trusts») commerciali e coll'abbassamento dei noli transatlantici, inondando di cereali a prezzi avviliti le nazioni europee, in ispecie le più sensibili alle concorrenze mondiali; avvenimento divenuto oggetto di ricca e disputata letteratura e di celebrate inchieste («reports» della commissione reale britannica 1892-97, Levasseur, Blondel, d. of Bedford, Giffen, Nicholson, Koening, Ruhland, fra noi riassunte criticamente da Valenti, Einaudi, Masè-Dari); di cui si delineano qui soltanto le conseguenze normali sull'industria fondiaria.</p>
        <p>Nella Gran Bretagna gli effetti della diminuzione dei prezzi cereari, per la abolizione dei dazi <pb n="331" />produttivi dal 1846 in poi e per gli afflussi granari dall'America, trapassarono per questi tre stadi. — Si esaltò dapprima (per rinvenire compenso del deprezzo nell'aumento in quantità del prodotto indigeno) la febbre di ardite e dispendiose migliorie del suolo, il cui capitale fondiario in genere dal 1850-76 si trovò aumentato da 10 a 20 miliardi di franchi (Caird). — Ma tocca fra il 1891-99 la massima depressione dei prezzi, scemata la rendita del 28% e nel 1895 il valor della proprietà del 46% (e più nelle terre sature di capitale che nelle leggere), ridotto a metà il profitto dei «farmers» (finanzieri), emigrati o inurbati i volghi campagnoli, — il limite dei terreni dissodati nelle zone più alte e sterili si restrinse, mentre nel piano per buona parte le terre arative ritornarono a pascolo, o furono mutate in parchi. — Infine sulle terre di grande condensazione capitalistica rimase bensì in buona misura infruttuoso il capitale di miglioria permanente; ma quelle non furono perciò abbandonate, per la impossibilità di trasformare ad altri usi la enorme capitalizzazione fondiaria; e attendendo l'avvenire furono converse ad altre colture e specialmente a prato; sicché lo spazio perduto dalla agricoltura fu guadagnato dalla praticoltura (bestiame e caseificio).</p>
        <p>2. Furono questi gli effetti di una lotta agraria sui prezzi mercantili; ma essa dirvela un contrasto ben <pb n="332" />più profondo <hi rend="italic">di economia fondiaria</hi> — fra lo sterminato continente americano di libera o recente occupazione, di leggera lavorazione e di scarsa immobilizzazione capitalistica — e il ristretto e antico territorio europeo da secoli occupato, dissodato, saturato di capitali, il quale chiede alti prezzi per essere utilmente produttivo. Trattasi infatti di una vera <hi rend="italic">crisi fondiaria</hi>.</p>
        <p>Processo critico che sembra destinato a vario grado a riprodursi come legge storica periodica, ogni qualvolta si rinnovelli il contrasto di territori di condizione fondiaria profondamente opposta; ma che negli intervalli sembra pur destinato ad attenuarsi e sparire, come accennava ad avverarsi oggi fra Europa ed America (Loria, Fanno).</p>
        <p>In quest'ultima infatti l'aumento rapidissimo della popolazione (per nati e immigranti), la formazione di corpulente città industriose e mercantili consumatrici, la occupazione crescente di vasti terreni, la precipite accumulazione di capitali, la trasfusione di questi con dispendiose migliorie su zone rurali favorite avvicinano ogni dì più la differenza fra due continenti di economia naturale di lavoro e artificiale capitalistica, tendono a rallentare e pareggiare la lotta commerciale dei prezzi, salvo a riaprirla in altre più remote contrade estracontinentali.</p>
        <p>Condizioni di civiltà. – Ben Si comprende ormai che queste leggi di conquista e rigenerazione <pb n="333" />del suolo non si avverino se non quando coincidono in dati momenti storici le più alte condizioni di civiltà. — A parte i monumenti dell'arte fondiaria della remota epoca orientale e classica (di cui dicemmo qui e nella «Introduzione») — nella civiltà cristiana appariscono per tale rispetto <hi rend="italic">tre periodi storici</hi> alternati da soste e regressi; rispetto ai quali gli storico-economici corressero non pochi pregiudizi scientifici (Roscher, Meitzen, Rogers, Levasseur, Bertagnolli, Rosa).</p>
        <p>1. Il vero <hi rend="italic">periodo iniziale</hi> delle trasformazioni del suolo europeo (a torto dai più ignorato) è quello del primo formarsi dei regni barbarici sulle reliquie latine fino all'impero di Carlo Magno, dal sec. VI al IX, a. C., uscendo l'arte rigeneratrice terriera dalle sedi delle colonie romane (più progredite che non il regime collettivo dei germani) e dalle nuove comunità claustrali. Di qui il precoce risveglio dell'arte fondiaria latino-visigota in Ispagna, poi avvantaggiata dalle tradizioni orientali degli arabi conquistatori colle loro opere fluviali e irrigatore. Altrettanto le sorprendenti iniziative dei celati in Irlanda e in Islanda, maestri della praticoltura in quelle isole <hi rend="italic">verdi</hi>;i quali coi monasteri di s. Patrizio (387-465), e poi con quelli di s. Colombano e di s. Gallo, dalla Scozia (Bangor, Hy) e dal Galles (sec. VI) trasferiscono l'agricoltura e il giardinaggio in Francia, a Costanza, <pb n="334" />a Bregenz, a Bobbio, a Lucca (s. Frediano) (fra il 594 e il 612). E questi, coi monasteri d'Inghilterra fondati da Agostino per missione di Gregorio Magno (506) e con quelli benedettini (dal 520) in Italia, irradiati poi dovunque (Cluny, Fulda), hanno primamente costruito il suolo europeo, la cui trasformazione volle rilevare Carlo Magno con un censimento generale, simile a quello di Augusto (Hergenröther).</p>
        <p>2. Ma succeduto l'esaurimento agricolo fondiario, figlio dell'anarchia dei successori Carolingi e della genesi laboriosa del feudalismo col massimo di depressione intorno al 1000, <hi rend="italic">rimase in un secondo periodo e svolgesi con relativa maturità</hi> l'opera dissodatrice e miglioratrice, la quale da Gregorio VII e dall'Italia, in ispecie dopo le guerre per le investiture, si espande di nuovo all'Europa per ben quattro secoli. Ciò per il concorso sistematico e compiuto di tutti i fattori: la ripresa delle opere rigeneratrici dei terreni per una novella filiazione benedettina (dal sec. XI); la costituzione giuridica di proprietà feudali, ecclesiastiche, di enti morali e di privati (allodi); la emancipazione dei servi contadini e la genesi di un ceto colonico autonomo; la trasfusione nelle campagne del capitale dai liberi comuni industriali e mercanteschi; il progresso della tecnica fondiaria. Di qui le trasformazioni terriere (bonifiche, canali irrigui, arginature, scassi e terrazze), precorritrici di <pb n="335" />quelle moderne, che fondano fin da allora la prosperità e la gloria della Lombardia, della Toscana, di Provenza, delle contrade renane, del Brabante, d'Olanda; la cui fioritura coincide colla fine del medio evo e per l'Italia resiste sino alla metà del sec. XVI (Bertagnolli, Rosa, Niccoli).</p>
        <p>3. Ma ciò che contro pregiudizi antistorici occorre assodare egli è che i tre primi secoli dell'età moderna subiscono una generale e profonda retrocessione nella costituzione fondiaria europea. L'età delle scoperte geografiche e della riforma fu per tale rispetto disastrosa. L'abbandono delle terre per le avventure transoceaniche, le guerre civili e poi religiose (dal sec. XV al XVII) in Inghilterra, Francia, Germania, che quivi colle pesti ridusse di una metà la popolazione (Marshall), lo sfruttamento finanziario delle campagne pel nuovo assolutismo dissipatore dei Tudor, degli spagnoli, dei Borboni, la ricostituzione dei fedecommessi d'una rapace aristocrazia cortigiana, accompagnata da novella servitù e spoliazione legale e talora (come nella Gran Bretagna) da vera distruzione della classe colonica, fecero dilagare il latifondo incolto e inselvatichire terreni già redenti dai sacrifizi secolari delle generazioni. Occorse attendere sino al sec. XVIII il crepuscolo della risurrezione (Rogers, Cunningham, Macaulay).</p>
        <p>Industria fondiaria moderna. – 1. Quando i <pb n="336" />fisiocrati francesi moltiplicarono nella Enciclopedia i saggi di «economia della terra» e di produzione agraria conversavasi fin nei palchetti de l'«Opéra» (Voltaire), e le dame nei «salons» ornavasi del fiore della patata volgarizzata in Francia da Parmentier, — tuttociò non era soltanto moda, sentimentalismo o l'idillio della campagna che riappare alle festose nazioni decadenti, bensì bisogno irresistibile di tutta Europa, che, dopo tre secoli di esaurimento di terre e di volghi rusticani, ritornava a ricostruire il territorio delle nazioni.</p>
        <p>Il rinnovamento fondiario, già preparato da potenti iniziative personali fin dal sec. XVII dal duca di Bridgewater e dal genio di J. Brindley coll'apertura di 3000 miglia di canali navigabili in Inghilterra, in Francia e fra i sec. XVII e XVIII col canale di Linguadoca («du midi») da Luigi XIV, «unico vero merito per aver titolo di gran re» (Young); e ciò sugli esempi degli olandesi nel sec. XVII, colla difesa dei loro « polder » dalle onde marine, e della Lombardia perfezionatrice nel sec. XVIII della sua antica agronomia idraulica e ideatrice dal 1718 del catasto geodetico delle sue terre invidiate — tale rinnovamento inaugura veramente un'era nuova alla metà del sec. XVIII, contribuendovi principi illuminati Federico Guglielmo I e Federico il Grande, Maria Teresa, Pietro Leopoldo, Pio VI e la morente <pb n="337" />repubblica veneta. Interrotti i disegni e i lavori grandiosi dal nembo della rivoluzione e delle guerre napoleoniche, ripresero colla ristorazione (i canali francesi di Luigi Filippo, e bavaresi di Luigi I), ma generalmente in Europa dal 1845-50, e più dopo la costituzione dei grandi Stati nazionali (1860-70), procedendo da ultimo alla testa di tali opere redentrici gli anglosassoni, che le estesero a più continenti. Ed esse, guidate dalla ingegneria idraulica (marittima, fluviale, agricolo-fondiaria), auspici i fiamminghi e gli italiani, presentano oggi le più poderose e sistematiche applicazioni sotto ogni forma (Roscher, Meitzen, Giglioli).</p>
        <p>2. A parte gli elementari dissodamenti di terre incolte (ancora estese in Italia, Germania, Inghilterra), i quali procedono lenti in Europa, precipiti in America, l'<hi rend="italic">industria fondiaria intensiva</hi> (scientifica e capitalistica per eccellenza) si dispiega parallelamente col conquistare alla coltura terreni fino allora non coltivati e colle migliorie di quelli già messi in coltivazione (Roscher).</p>
        <p>Di qui, <hi rend="italic">per il primo rispetto</hi>,il riscatto di terre soggette alle invasioni del mare col sistema di dighe marine (arginature), di cui si affermarono maestre Venezia nel sec. XVIII coi <hi rend="italic">murazzi</hi> (<hi rend="italic">ausu romano, aere veneto</hi>) e sempre meglio Fiandra ed Olanda nel sec. XIX col ridurre a coltura (mercé argini e <pb n="338" />asciugamento meccanico) bracci di mare o bacini salmastri, come quelli di Haarlem e del Zuiderzee, e fra noi delle valli venete, del delta del Po, di Ferrara, di Comacchio. — Di qui il prosciugamento di laghi o stagni palustri entro terra, delle paludi pontine iniziato da Pio VI e da Napoleone (1778, 1811) — di val di Chiana e delle maremme dai Lorenesi, ripreso dal governo italiano, del lago Fucino (1866) eseguito dal principe Torlonia; e altrove di tutta la pianura inferiore al Tamigi, dell'Hannover, della Frisia, della Baviera (dal 1700 ad oggi). — Di qui le grandiose opere regolatrici del letto e dei corsi de' fiumi per la difesa e ampliazione di contigue terre coltivabili; quali il sistema di argini e scaricatori del Po, il fiume da secoli meglio disciplinato dall'arte in Europa; e le operazioni regolatrici della Schelda, del Danubio, della Theiss (dal 1856) fino a quelle colossali e recenti del Mississippi nella Luisiana.</p>
        <p>3. Ma passando, <hi rend="italic">per il secondo rispetto</hi>, alle vere migliorie permanenti dei terreni colti, — grandeggiano gli <hi rend="italic">allivellamenti</hi> della superficie, in servigio specialmente della praticoltura, estesissimi in tutte le pianure germaniche ed inglesi. — Seguono gli <hi rend="italic">ammendamenti</hi> del suolo, come la trasformazione delle terre sabbiose del Norfolk, e quelle bonifiche effettuate con scoli e fognature (drenaggio), con cui la Gran Bretagna sistematicamente (dal 1846) rese asciutti <pb n="339" />i terreni acquitrinosi di tanta parte dell'Irlanda, poi del suolo inglese e scozzese («statute for drainage»). — Raggiungono il culmine dell'arte miglioratrice le <hi rend="italic">irrigazioni</hi>,di cui l'Italia, insieme alla Spagna, continua ad avere il primato: sinché il più compiuto sistema irrigatori del mondo, quello di Lombardia, perfezionandosi ogni dì, si estende ormai al Piemonte (canale Cavour), al Veneto (Verona, Vicenza, Friuli); e fu già iniziato l'adacquamento dell'adusto tavoliere di Puglia; coprendo frattanto la superficie irrigua d'Italia 1.670.000 ettari (1903), capaci di essere raddoppiati (relaz. mina.).</p>
        <p>4. Su tali operazioni fondiarie ingigantite sembrano voler gli inglesi incardinare la loro politica coloniale. In India dal 1854 ad oggi con un canale di 704 km. dal Gange e con altri del centro e del sud della immensa penisola, l'impero britannico irriga 8 milioni di ettari, più di ¼ della superficie di Europa. Altrove, mercé il genio del governatore lord Cromer, dal 1886-90, colla ingente diga di sbarramento (« barrare ») del Nilo, essi irrigano il basso Egitto, e dal 1897 coi drenaggi ne asciugano ed ammendano il delta immenso; ed oggi con altre briglie e serbatoi nelle alte regioni niliache preparano la distribuzione di 2 miliardi di metri cubi d'acqua, fin dentro i lembi del deserto. Ed emuli i fratelli del Nord America, cominciando dal 1849 <pb n="340" />(ad ovest delle Rocciose) e più dal 1865 al 1900, compierono negli «arid-lands» dell'Utah, del Colorado, del Nuovo Messico, della California, con società private lavori di adacquamento così estesi, che mai effettuò mano d'uomo in tempo sì breve (Giglioli).</p>
        <p>La razza europea promette in tal maniera non solo di insinuare le proprie istituzioni civili in tutti i popoli, ma di addomesticare e locupletare la superficie di tutta la terra.</p>
        <p>Importanza. ‒ Invero siffatte trasformazioni territoriali sono monumenti di intraprendenza economica e insieme di civiltà, per la grandezza dei risultati, per la solidarietà dei sacrifizi, per la perpetuità della destinazione. Vi contribuiscono proprietari, coltivatori, capitalisti, corporazioni, lo Stato, legati misteriosamente dalla coscienza di compiere opere di duratura benemerenza sociale riparatrice o miglioratrice. Nessuno Stato come il Regno Unito, dai Tudor alla fine del sec. XVIII, subì tante violenze e devastazioni del territorio; ma oggi questo fu ricostruito a fondo e poté scriversi un libro <hi rend="italic">Come fu fatta</hi> (o piuttosto rifatta) <hi rend="italic">la terra inglese</hi> (A. Peel, 1887).</p>
        <p>In questa, come dicemmo, in soli 25 anni, dal 1850-76, il capitale rappresentato dalle sole migliorie salì da 10 a 20 miliardi di fr. e lo Stato in quel termine anticipò 378 milioni di fr. (Caird, in Masè-Dari) e questo che già dal 1857 al 77 avea speso 415 <pb n="341" />milioni per i canali irrigui dell'India, inscrisse testé (1901) un sussidio <hi rend="italic">annuo</hi> di 62 milioni di franchi sul bilancio indiano (Giglioli). Del resto, per dire dell'importanza ed effetti di tali opere, il solo canale Cavour (in Piemonte) costò all'Italia non meno di 60 milioni. Il drenaggio talora aumenta il reddito del 30%; e fra due poderi contigui in Ispagna, quello irriguo eleva sull'altro il valor del fondo da 30o a 4000 lire (Roscher); e le <hi rend="italic">marcite</hi> attorno a Milano ammettono fin 7 tagli d'erba all'anno (Jacini). Bensì il capitale, forse più di un miliardo in otto secoli immesso nel piano di Lombardia, oggi non si ritrarrebbe dalla vendita di tutta la regione (Cattaneo); l'altro miliardo di fr. speso nell'adacquamento degli Stati nordamericani occidentali trasse in fallimento quasi tutte quelle compagnie speculatrici; e generalmente l'interesse dei capitali fondiari in breve degrada. Ma la Lombardia rimane la più ricca regione irrigua del mondo e la California si avvantaggia oggi più delle sue acque che non dell'oro delle sue leggendarie miniere. Vi ha in tali migliorie del territorio un senso secreto di sacrifizio per le generazioni venture.</p>
        <p>Leggi fondiarie. ‒ Tali virtù Si trovano raffermate dalla legislazione fondiaria, figlia essa pure di sapienza civile. Essa ha tre ordini principali di disposizioni: — la definizione della <hi rend="italic">proprietà delle acque</hi><pb n="342" /><hi rend="italic">pubbliche e private</hi>,con tendenza oggi crescente di estenderne il carattere pubblico per interesse generale (<hi rend="italic">nazionalizzazione</hi>,vedi Nitti); insieme al regolamento della <hi rend="italic">condotta</hi> (acquedotto coattivo) <hi rend="italic">ed uso</hi> simultaneo e ripartito delle acque stesse, a seconda dei fini agricoli industriali di fluitazione, ed alla costituzione di <hi rend="italic">enti giudicanti</hi> (magistrati, giurì, e rispettiva giurisprudenza); — inoltre la formazione di consorzi di scolo, di irrigazione, di bonifica; — infine la introduzione di sistemi di credito fondiario edi provvidenze finanziarie di Stato relative alle migliorie terriere. Tutto ciò dominato dalla «scienza idraulica», cioè del regime tecnico dell'acqua, massimo fattore di ricostruzione del territorio.</p>
        <p>Tale legislazione politico-fondiaria, risalente già agli antichi codici sacri e civili (Zendavesta, codice di Hammurabi, diritto romano, capitolari carolingi), rifioriva mirabilmente con consuetudini e statuti sapienti in Ispagna e più nei comuni italiani del medio evo (vedi le opere di Giovannetti e Romagnosi); ma poi si diffuse e perfezionò, dal sec. XVIII ad oggi, in tutti gli Stati civili di Europa e d'America (Buchenberger).</p>
        <p>Fu scritto che la storia dell'agricoltura è quella della civiltà. Ma la storia ha i suoi monumenti che ne attestano il cammino; e questi sono le opere trasformatrici del suolo, che l'industria fondiaria costruisce, conserva, infutura.</p>
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        <head>XII. Progresso produttivo nell'industria rurale. Leggi di esercizio di essa, ossia l'industria coltivatrice o agricola propriamente detta</head>
        <p>Nesso di transizione. – 1. Costituita la industria rurale nella sua base, che è l'adattamento della superficie o del suolo alla produzione (industria fondiaria), succede l'esercizio di quella, cioè l'<hi rend="italic">industria coltivatrice o agricola</hi> propriamente detta, che intende alla generazione di prodotti vegetali del suolo stesso; della quale per somme linee si deggiono tracciare le leggi.</p>
        <p>Data l'<hi rend="italic">impresa agraria</hi>,raffigurata da quell'unità economica che è il podere e risultante dai suoi tre elementi compositivi, tecnico-economico, professionale-economico e giuridico-economico (vedi al tema <hi rend="italic">impresa</hi>),l'impresa stessa dietro il principio direttivo edonistico (del massimo effetto col minimo dispendio) segue essa pure quella triplice legge, che dicemmo dispiegarsi nell'esercizio di qualunque industria: — legge di <hi rend="italic">specificazione</hi>, d'<hi rend="italic">incremento</hi> e di <hi rend="italic">integrazione</hi>.Ciò bene inteso con quegli atteggiamenti <pb n="344" /> propri dell'oggetto suo speciale, vale a dire le materie e le forze inerenti al suolo; ciò che (non è da dimenticarlo un istante), a differenza di altre industrie, l'assoggetta in modo più diretto alle condizioni locali dello spazio ed alle influenze variabili del clima.</p>
        <p>Agricoltura scientifica. – Senonché le tre leggi suddette trovansi dominate alla lor volta (ciò pure è comune ad ogni industria) da quella, per cui l'<hi rend="italic">arte coltivatrice da empirica tende a divenire scientifica</hi>.</p>
        <p>Di questa transizione dicemmo già parlando della tecnologia in genere (vedi «Introduzione»), ma qui qualche cenno speciale alla agricoltura.</p>
        <p>Il passaggio di questa alla direzione della scienza sopra l'empirismo è <hi rend="italic">più lento e difficile</hi> che in altre industrie. E ciò — sia perché le cognizioni scientifiche, che entrano nell'esercizio agricolo, sono singolarmente complesse (fisica, chimica, fisiologia delle piante e degli animali, meteorologia, idraulica) e nel loro intreccio infinitamente variabili nelle diverse località; — sia perché la produzione agraria è commessa alle mani di due classi, i proprietari e i coltivatori, la cui azione economica, per la importanza specialissima della terra nei riguardi <hi rend="italic">sociali</hi> e <hi rend="italic">politici</hi>,rimane per lunghi secoli sopraffatta e intralciata da preponderanti interessi civili e da tenaci vincoli giuridici.</p>
        <p>
          <pb n="345" />Viceversa se la <hi rend="italic">scienza</hi> reggitrice dell'arte dei campi è così recente e ancora contrastata, l'agricoltura, sopperendo ai fini essenziali e universali della sussistenza e perciò esercitando fin dalle origini il braccio e la mente dei popoli, poté accumulare <hi rend="italic">una somma ed una continuità di esperienze superiore a qualunque altra industria</hi>,epurandosi e raffermandosi nei secoli, spesso con pratiche empiriche altamente illuminate. — Ciò spiega gli splendori dell'industria coltivatrice sotto tutte le forme della Cina, dell'India, della Mesopotamia, dell'Egitto, di Grecia e Roma e degli arabi; come gli studi mitologici, sacri, giuridici, economici, sociali di quelle varie epoche dell'antichità oggi rilevano, quale prova della anticipata cultura orientale e classica (vedi «Introduzione»). Ciò addita nel medio evo (fin da Carlo Magno, capitolare <hi rend="italic">de villis</hi>)quella rifioritura della industria agricola, sotto il calore di dottrine e virtù nuove del cristianesimo e delle perduranti tradizioni romane, la quale fu una rinascenza di gran lunga superiore a quella che comunemente si estima, soprattutto perché si collega ad una <hi rend="italic">palingenesi</hi> (comunque laboriosa) di classi nuove, posseditrici e coltivatrici del suolo. — Rispetto alla quale età medioevale (correggasi qui pure l'antistorico pregiudizio), l'età moderna, anche e soprattutto nelle condizioni agrarie, segna in genere per l'Europa (salvo eccezioni, <pb n="346" />l'Italia del settentrione, la Fiandra, l'Olanda, la Francia di Enrico IV) un arresto, una perversione, un esaurimento; non solo per i grandi fatti storici delle rivoluzioni e guerre civili, religiose, e di civiltà (contro i turchi), ma più ancora perché dall'assolutismo neo-pagano di quelle monarchie furono ricondotte a servitù, oppressate e talora (nella Gran Bretagna) distrutte le classi coloniche («Bauernstand», «yeomanry»), e perché i ceti proprietari furono nella vita militare, nelle ambizioni politiche e nelle corti corruttrici, disviati dalla terra e pervertiti nella coscienza dei doveri sociali inerenti al possesso fondiario. — Sicché il risorgimento dell'<hi rend="italic">industria agricola</hi> (come avvertimmo per l'industria fondiaria con questa connessa) è segnato per l'Europa in genere dalla metà del sec. XVIII (il momento della <hi rend="italic">fisiocrazia</hi>);ed occasionato dal bisogno di riparare a tante colpe ed errori, si trovò guidato questa volta dalla scienza.</p>
        <p>1. Rispetto alla scienza e alla rispettiva letteratura basti quanto segue: — le opere georgiche di Catone, Columella, in ispecie di Varrone riflettono uno stadio di sviluppo dell'agricoltura romana al massimo suo fiore (fra Augusto e Claudio), quale i popoli moderni non raggiunsero che da un secolo (Meitzen, Magerstaedt). — E il medio evo, riprendendo quelle dottrine degli scrittori agrari di Roma, <pb n="347" />né senza influenza degli arabi (Ibn al-Awam, autore del <hi rend="italic">Libro di agricoltura</hi>,1150 in Sicilia), ebbe la sua <hi rend="italic">Summa agriculturae</hi> del 1305 (come quella filosofica di s. Tommaso) di Pier Crescenzio di Bologna, diffusa in tutta l'età di mezzo, stampata (dal 1470) e tradotta in tutte le lingue nell'età moderna, la quale divenne il codice di agricoltura dell'Europa, generò una scuola specialmente toscana (Alamanni, Soderini, Vettori) e veneziana (Gallo, Torello) e bolognese (Tanara, Malpighi) fra il sec. XVI e il XVII (vedi Rosa, Niccoli). — Nell'evo moderno questi italiani, insieme a Olivier de Serres ( 1539-1619) contemporaneo di Enrico IV in Francia col suo <hi rend="italic">Thèatre d'agricolture</hi>,furono anello di passaggio alla <hi rend="italic">scienza applicata alla agricoltura</hi>;la quale, come frutto tardivo del rinnovamento delle scienze fisiche di osservazione, iniziato da Leonardo da Vinci, Galilea, Torricelli, Rendi, Cassini, si affermò vigorosamente nei sec. XVIII e XIX.</p>
        <p>2. Il fermento di idee scientifiche di alcuni <hi rend="italic">novatori</hi> in ogni paese dal sec. XVIII a servizio della agricoltura, quali Priestley (1774 inglese) e Scheeale (1775, svedese) chimici, Bakewell (zootecnico), J. Tull (meccan. agr.), Sinclair (agronomo) — prendendo ispirazione dagli economisti italiani, Bandini e Tavanti in Toscana, Verri e Carli in Lombardia, Zanon (1768) nel Veneto e dai fisiocrati francesi, ed <pb n="348" />elaborandone le applicazioni nelle accademie e società per il progresso agrario (come quella inglese del 1723, dei Georgofili 1753) di tutta Europa in quel secolo — mettono capo finalmente a taluni uomini che possono dichiararsi <hi rend="italic">i fondatori della agronomia scientifica moderna</hi>.Tali due tedeschi A. Thaer (annoverese, n. 1732) coll'opera classica <hi rend="italic">Introduzione all'agricoltura Vinglese</hi> (1798-1801); e più tardi Giusto Liebig (n. 1803), coll'opera sua massima <hi rend="italic">La chimica applicata all'agricoltura e alla fisiologia</hi> (1840); a cui si aggiunge l'inglese A. Young (1741-1820), che coi suoi viaggi sul continente, specie in Francia e Italia, avea destato l'emulazione fra le nazioni germaniche e latine. Donde quel lavorio di assimilazione enciclopedica, in cui si distinsero fra due date memorande i francesi, dapprima col <hi rend="italic">Corso completo tecnico-pratico di agricoltura</hi> di Rozier e Parmentier (1781-93), e poi a mezzo il sec. XIX (1843) colle lezioni universitarie a Parigi di Gasparin, <hi rend="italic">Economia rurale</hi>.Da allora ad oggi è una irradiazione progressiva di scienza applicata alla economia agraria, che abbraccia il mondo civile (Rosa, Giglioli).</p>
        <p>Ciò per quanto riguarda la scienza tecnico-agronomica, signoreggiante l'arte dei campi. Ma vi si aggiunsero i sussidi scientifici dell'economia privata-rurale (Lecouteux, Camuso, Bordiga, Piret) e poi sociale. Già dicemmo della grande influenza sul <pb n="349" />progresso agricolo esercitato dagli economisti <hi rend="italic">fisiocrati</hi>.Di poi l'economia individualistica liberale volse l'attenzione prevalentemente ai problemi della ricchezza mobile e mercantile; ma a richiamare gli studi di economia sociale alla terra, contribuirono negli ultimi decenni: lo sviluppo della <hi rend="italic">storia giuridica</hi> sulla proprietà fondiaria e le classi agricole (Maurer, Grimm, Hartmann, Dareste de la Chavanne, Laboulaye, Garsonnet, Schupfer, Calisse, Lattes); e quello parallelo di <hi rend="italic">storia civile ed economica</hi> (Sternegg, Lamprecht, Ashley, Roscher, Cunningham, Taine, Janssen); le <hi rend="italic">inchieste rurali</hi>,in Italia, in Francia, Gran Bretagna, occasionate dalla crisi agraria; e la <hi rend="italic">legislazione agraria</hi> promessa dal socialismo riformatore e dalla scuola sociale politica. Donde una rifioritura di studi di economia sociale agricola o nei trattati generali o in monografie speciali (Marshall, Pierson, Loria, Valenti, v. der Goltz, Meitzen, Masse, Shaw, Seebohm, Pressensé, Dubois, Flour de Saint Genis, G. Bianchi, Bertagnolli, A. Mortara), che giovano oggi a meglio illustrare la <hi rend="italic">legge del progresso dell'agricoltura</hi> nel vario ordinamento di essa.</p>
        <p>
          <pb n="350" />
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        <div>
          <head>I. Nell'ordinamento tecnico</head>
          <p>Legge di specificazione. – Nella industria agricola l'ordinamento tecnico economico riguarda primamente la scelta degli oggetti (vegetali, piante) da mettersi in coltivazione; e per questo rispetto le <hi rend="italic">colture si specificano</hi>.</p>
          <p>Chi abbracci collo sguardo un'ampia unità territoriale, i poderi di differente qualità di coltura vengono gradualmente a distribuirsi — per zone <hi rend="italic">di attitudine —</hi> per zone <hi rend="italic">di composizione fisico-chimica —</hi> e per zone <hi rend="italic">di mercato</hi>,rispetto ad un centro di spaccio e di consumo, con legge di crescente specificazione territoriale.</p>
          <p>1. In tale complessa specificazione ciò che massimamente decide è<hi rend="italic"> l'altitudine insieme al clima</hi>.È la legge dell'utile, che per immediate esperienze empiriche si piega ad esigenze telluriche pressoché inesorabili, componendo il riposto e resistente ordito cui corrisponde la trama variopinta della fondamentale distribuzione delle colture sopra qualunque territorio. Riuscirebbe il grano sugli altissimi pascoli delle Alpi? E se l'inconsulto mandriano dirompe la cotenna, per vendetta di natura violata, <pb n="351" />le piogge, trasportando al basso il terreno, non renderebbero impossibile per sempre ogni coltivazione? Viceversa regnerebbe la vite nelle pianure uliginose affogate dall'acqua? Tale fenomeno distributivo di colture, che è generale, in qualche regione si delinea netto e maestoso, come nell'anfiteatro lombardo, ove le montagne nevose degradano nei monti e s'umiliano nelle colline fino a morire nel fondo della valle padana. Dal pascolo intatto e dalle felci presso gli eccelsi ghiacciai si trapassa alla fascia scaglionata delle foreste d'alto fusto, dal pino al castagno e poi al bosco ceduo; e di qui alla zona fiorente della vite, del gelso, dei frutteti; finché attraverso l'ampia regione granaria dell'alta e media pianura si perviene alle colture irrigue del riso ed alle marcite. Economicamente ogni coltura, <hi rend="italic">coeteris paribus</hi>, offre un utile massimo relativo <hi rend="italic">nella propria sede altimetrica</hi> e in essa soltanto.</p>
          <p>2. Entro le linee di queste zone generali altimetriche aperte alla coltivazione, si inframette, con suddivisioni minori fino addentro ai singoli poderi, una ulteriore <hi rend="italic">specificazione di coltura</hi> giusta la <hi rend="italic">natura fisico-chimica dei terreni</hi>, qui pure in combinazione col clima. Questa distribuzione di coltura sulla superficie invero torna meno spiccata e regolare, sia perché la composizione naturale del terreno è differentissima a breve distanza di luogo, sia perché <pb n="352" />il terreno stesso può dall'arte umana cogli ammendamenti venire in parte modificato. Tuttavia siccome sopra il suolo di varia qualità dominano le cognizioni empiriche e poi scientifiche (botanica, fisiologia delle piante) eminentemente progressive, le quali applicano sempre nuovi o migliori organismi vegetali all'ambiente tellurico più adatto, dietro la richiesta del consumo sociale — così si palesa una certa <hi rend="italic">legge di successione storica di prevalenti colture locali</hi>,che a grandi tratti nella zona temperata, suscettiva di più svariate coltivazioni, si può designare così.</p>
          <p>Prima si presenta la distinzione specifica, in minori circoli o curve, fra <hi rend="italic">coltura erbacea e granaria</hi>, specificazione iniziale, la quale segna il passaggio dalla pastorizia all'industria rurale, ma che è destinata ad accentuarsi sempre più, sicché la crescente proporzione del prato (artificiale) è misura di agricoltura progredita. — Più tardi i cereali (e massimamente il frumento, il pane quotidiano dell'uomo) si estendono e moltiplicano in quantità e in qualità, ripartendosi più razionalmente fra i territori, dal farro, al miglio, alla spelta e ai grani minori dell'antichità romana e del medio evo, al mais o granone relativamente moderno. — Crescono parallele da un canto le piante arboree fruttifere, da un altro le colture orticole e di giardinaggio, le quali già originarie presso le prime abitazioni umane, diffondendosi <pb n="353" />più rapidamente sopra stabili territori nazionali con indefinite specie, finiscono a preponderare nelle medie e piccole aziende della coltura intensiva progredita. — Infine appagati con questi prodotti ai bisogni alimentari più generali, soppravvengono e s'ampliano le <hi rend="italic">colture industriali e coloniali</hi>,intendendosi per esse o le materie prime ed ausiliari delle manifatture, il lino, la canapa, il cotone, la robbia; o certi prodotti alimentari di complemento (prima diffusi nelle colonie) come la canna da zucchero, il the, il tabacco, ecc. Sono esse le colture caratteristiche delle popolazioni moderne, industriose, mercantesche, doviziosissime.</p>
          <p>Tutto ciò qui pure regolato dal principio del massimo utile relativo, per la rispondenza fra la specie fisiologica di ogni prodotto e le qualità del terreno o dell'ambiente in cui deve vegetare.</p>
          <p>3. Infine appare una <hi rend="italic">terza specificazione</hi> di colture per <hi rend="italic">zone di mercato</hi> rispetto ad un centro di acquisto e di consumo, quale una città, un distretto industriale, un emporio, affine di assicurare lo spaccio più pronto e rimunerativo, o diminuire le spese di trasporto delle derrate più pesanti (von Thünen). Così pertanto orti e giardini dunque si collocano attorno alle città, altrimenti verrebbero meno gli acquirenti di erbaggi freschi o di fiori ornamentali. Così i campi aratori dissodati stavano dappresso ai <pb n="354" />primitivi villaggi germanici, il prato e il bosco da lungi. E così nel regime annonario medioevale la produzione granaria dovea farsi all'ingiro del comune civico, in servizio di que' consumatori cittadini.</p>
          <p>Ma è a dirsi, che colla agevolezza e mite prezzo dei trasporti moderni, tale specificazione di colture per zone concentriche di mercato scema di importanza. Ogni centro di assorbimento ormai si approvvigiona in tutto o in parte da plaghe lontane. Ed oggi, specie nei continenti nuovi, non è la distribuzione delle colture che si accomoda alle città; ma più spesso, dopo che si è posto in coltivazione un adatto e vasto territorio agricolo, sorge e giganteggia dappresso una città, più che centro di consumo, emporio di irradiazione agraria nel mondo, esempio massimo Chicago, sui grandi laghi in comunicazione coll'Atlantico, fra il bacino granario centrale e le sterminate foreste canadesi.</p>
          <p>Complessità della legge di specificazione. – Per ogni unità tellurica la distribuzione di distinte colture sul suolo è la risultante di tutte queste cagioni specificatrici, alla cui illustrazione si prestarono agronomi, naturalisti ed economisti classici, Thaer, Ricardo, von Thünen, Liebig, ed essa risulta eminentemente complessa.</p>
          <p>Bensì merita rilevare — che se la specificazione altissima e climatica segna appena le linee geografiche <pb n="355" /> estreme entro cui può allignare una coltura (la zona della vite, del riso, degli aranci); — e se la specificazione per zone concentriche di consumo va perdendo colla facile locomozione d'importanza; —rimangono come fattore preponderante e progressivo di specificazione delle colture le <hi rend="italic">zone fisico-chimiche</hi>,mercé la <hi rend="italic">scienza</hi> che sempre più scopre e varia le specie fisiologiche vegetali e le attribuisce alle rispettive qualità di terreno che devono nutrirle, con profitto della economia produttiva dietro l'ampliarsi, moltiplicarsi e raffinarsi dei godimenti umano-sociali.</p>
          <p>Così la distribuzione e successione della coltura agraria non interessano soltanto il botanico, il geografo od il chimico, ma fanno parte della storia intera della ricchezza, anzi dell'incivilimento.</p>
          <p>Con una seconda legge di progresso tecnico-economico <hi rend="italic">la coltura si incrementa</hi>,cioè aumenta successivamente di potenza nei mezzi di produzione; ciò che nel linguaggio degli agronomi si esprime colla formula: <hi rend="italic">la coltura da estensiva tende a divenire intensiva</hi>. Dicesi estensiva la coltura, quando il prodotto si ottiene con pochi dispendi (di lavoro e capitale) sopra largo spazio di terreno; intensiva, quando il prodotto stesso si ritrae con molti dispendi sopra spazio ristretto.</p>
          <p>1. È una applicazione della legge edonistica, che mira ad ottenere di volta in volta un massimo <pb n="356" />relativo di prodotto mercé una differente proporzione di impiego del fattore natura (di area coltivabile) rispetto agli altri due (lavoro e capitale). Applicazione che si fa giusta alcune nozioni empiriche e più tardi scientifiche, che ne formano i presupposti. E tali: — che un fattore può in parte surrogare gli altri nella funzione produttiva; — che qualunque terreno colla coltivazione viene gradualmente ad esaurirsi spogliandosi della sua naturale potenza vegetativa; — che l'arte agraria può reintegrare la originaria fertilità del terreno ed anche accrescerla, «conservando l'<hi rend="italic">equilibrio statico</hi> o determinando un <hi rend="italic">aumento dinamico</hi>»delle forze produttive di esso, e ciò non solo colle migliorie del suolo, ma anco con più razionali metodi di esercizio agricolo.</p>
          <p>Da tali premesse semplici discendono le <hi rend="italic">forme</hi> e <hi rend="italic">tappe</hi> del <hi rend="italic">progresso agricolo</hi>,che al contatto di differentissime condizioni cosmiche e storiche si dispiegano lente, ma sicure nella civiltà.</p>
          <p>Forme di coltura estensiva. – Il punto di partenza è la coltura estensiva, di cui tre forme. L'una di <hi rend="italic">coltura transitoria</hi>,opra di genti ancor nomadi, come i germani fino al dominio romano, colla quale collettivamente sfruttavano di passaggio i terreni pascolatici e aratori, per trasferirsi poi in massa ad altri quando quelli degradavano.</p>
          <p>'altra di <hi rend="italic">coltura intermittente</hi> nei paesi nuovi <pb n="357" />coloniali. È il caso tuttodì di alcune regioni americane, ove uno speculatore, che acquistò a pochi dollari sterminati spazi (forse 30-40.000 ettari) per pascolo di mandare e greggi, — nelle annate di promettenti prezzi, arrolati i braccianti, semina e raccoglie alla distesa il grano, di cui fa esportazione in Europa, salvo a sospendere la coltivazione, ritornando al pascolo, nell'annata di deprezzamento annonario (Lampertico, Giglioli).La terza forma, che diremo di <hi rend="italic">coltura continua di latifondo</hi>,si protrae talora fra le odierne nazioni europee (Italia, Spagna, Austria), come sorvivenza di regimi patrimoniali degenerati ove poche famiglie investite già per privilegio di grandi proprietà ritraggono esuberanti redditi dagli immensi svenimenti, locati a tenue canone per pascolo, macchia, o per rudimentale lavorazione, coll'intermezzo di affittanzieri speculatori e sfruttatori delle miserabili contadiname. Cosi fra noi nella campagna romana e in Sicilia.</p>
          <p>In tutti questi casi tipici, essendo il terreno libero o di scarso valore, la legge edonistica suggerisce che si usufruisca della massima superficie terriera e si economizzi invece lavoro e capitale, donde la coltura estensiva, che in quelle condizioni torna profittevole a proprietari e speculatori, protraendosi così per secoli. È vizio cronico, cui solo energiche riforme legali possono rimediare. <pb n="358" />Passaggio alla coltura intensiva. – 1. Esso è preparato e favorito dal gran fatto dell'incivilimento, che è l'<hi rend="italic">insediarsi definitivo di un popolo in un territorio proprio</hi>,e quindi dall'estendersi e stabilirsi della <hi rend="italic">proprietà particolare</hi> delle terre (di contro all'uso collettivo), fattore massimo di indefiniti progressi agrari.</p>
          <p>Bensì sullo stesso territorio nazionale appropriato può avvenire per vandalismo di genti e di governi, noncuranti e violenti, per ignoranza di metodi agronomici o per miseria di volghi campagnoli, che si protragga per secoli una <hi rend="italic">coltura di rapina</hi> («Rabbau»), la quale è negazione di arte agraria, depauperandosi sempre più il suolo senza restituire ed esso quanto <hi rend="italic">gli viene annualmente sottratto</hi>.</p>
          <p>Ciò non dappertutto, come in Cina, ove sempre si praticarono le reintegrazioni, ma frattanto ciò spiega il degradare (specialmente per deficienti restituzioni minerali) di immensi territori fertilissimi, come l'Asia anteriore antica, già altrice di dense popolazioni, o le province d'Africa e di Sicilia, già granai dell'Italia ai tempi romani (Liebig). Cosicché questa <hi rend="italic">legge di incremento</hi> nell'agricoltura razionale si risolve «nell'uscire da una coltura rapace per procedere verso un equilibrio statico e poi verso una eccedenza dinamica di forze produttive del suolo». Condizione tecnico-economica, in cui (fatto<pb n="359" /> sorprendente ma rigoroso) l'Europa non entrò in modo sistematico e definitivo che a mezzo il sec. XIX.</p>
          <p>Tappe della coltura intensiva. ‒ 1. Ma dalle remote età ad oggi la legge d'incremento intensivo segna questi stadi.</p>
          <p>Dapprima <hi rend="italic">rispetto ai metodi di coltivazione, i riposi generali periodici</hi> delle terre, per permettere ad esse la riproduzione spontanea degli elementi di fertilità; esempio massimo quello della bibbia che prescrisse agli ebrei in Palestina di sospendere la coltura ogni settimo anno. Di poi e più comunemente <hi rend="italic">i riposi parziali alterni</hi>,per cui una porzione del podere (½ o ⅓) si lascia per turno incolto, sistema cosi detto del <hi rend="italic">maggese</hi>,le cui tracce sono appena scomparse generalmente e servivano ancora alla Europa orientale. Infine <hi rend="italic">la coltivazione continua</hi>,supplendo al degradare della fertilità naturale con tutti i mezzi di ricostituzione artificiale (lavoro e capitale).</p>
          <p>2. Parallelamente infatti, <hi rend="italic">rispetto ai mezzi</hi> di coltivazione, si succedono due momenti.</p>
          <p>Dapprima quello della <hi rend="italic">intensificazione di lavoro</hi> empirico, sempre più munito di stromenti manuali, di forze animali e di concimi naturali. È progresso remoto, lentissimo, ma perdurante; già avanzatissimo nella Cina antica, encomiato da Virgilio ed Orazio nei medi poderi romani antichi, riprodotto nei vasti <pb n="360" />tenimenti monastici o nei beni allodiali del medio evo, e che si rinnova tuttodì sotto la mano di contadiname libere e prosperose. Lo contrassegnano l'instancabile lavorazione della zolla, la moltiplicazione di scorte vive e morte, la potatura paziente delle piante, i copiosi concimi di stalla, spesso gli adacquamenti assidui, l'amoroso accarezzamento d'ogni foglia dell'ortaglia e del giardino; — progresso intensivo, eseguito senza calcolo di fatiche <hi rend="italic">per la vita e per il benessere immediato del lavoratore</hi> dai contadini delle Fiandre, dai «Bauern» della Westfalia, dai vignaioli dell'Avignone, dai livellari lucchesi, dagli orticultori di tutto il mondo.</p>
          <p>3. Succede e prevale tardivamente il momento della <hi rend="italic">intensificazione di capitale</hi>,foggiato questo sistematicamente e diretto dal lavoro scientifico in ogni specie di esercizio agricolo, quale trionfò nei paesi più progrediti dopo il 1850. Di cui tre manifestazioni caratteristiche.</p>
          <p>Gli <hi rend="italic">avvicendamenti</hi> (rotazione) di più colture sullo stesso podere. Questi, già noti all'antichità e al primo medio evo (la coltura a <hi rend="italic">tre campi</hi> o «Dreifelderwirtschaft», maggese, prato, grano), appena modificati nel sec. XVII, ma sempre empirici e consuetudinari, oggi vengono suggeriti e mutati all'indefinito dietro i dettami della scienza (fisiologica e chimica), con successione ordinata sia di piante sia di concimi. <pb n="361" />La <hi rend="italic">suppellettile stromentale</hi> in ampio senso. Gli stromenti manuali variano e si perfezionano per ogni operazione e si trapassa alle macchine agricole, impiegate con forze di animali, del vapore, dell'elettricità. Numerosi e adatti i veicoli di trasporto, gli edifizi di custodia, i presidi di prima lavorazione delle derrate, i depositi di sementi. Gli animali minuti e quelli grossi da lavoro, da macello, moltiplicati in numero, migliorati nelle razze e nel rendimento.</p>
          <p>I <hi rend="italic">concimi</hi>.Solo ai dì nostri, per merito della chimica agraria, dopo l'uso millenario del bruciamento dell'erba o di certi soveschi o dei concimi di stalla, — si effettua il passaggio dal chiuso giro dei concimi naturali, a quello sconfinato dei <hi rend="italic">concimi artificiali</hi>,la cui preparazione divenne oggetto di una industria colossale, con tutte le combinazioni più vantaggiose di agenti chimici (in ispecie minerari) di facile somministrazione e di mite prezzo. Fu una rivoluzione che permise di sostentare l'agricoltura coi sussidi industriali di tutto il mondo e di mirare alle maggiori promesse della fissazione dell'azoto e della elettrochimica nell'arte dei campi.</p>
          <p>4. Chi non vede quale somma di valori e tesori di sapere importi questo stadio di intensificazione capitalistica e scientifica per eccellenza?</p>
          <p>Esso forma 1'«high farmici», ossia l'alta coltura degli inglesi, della quale questi divennero i maestri, <pb n="362" />come un dì gli italiani. Con tali mezzi di esercizio agrario potente e saggio, insieme alle operazioni fondiarie di bonifiche, ammendamenti, drenaggi ecc., essi poterono conseguire un prodotto di 35 ett. di frumento elettissimo per ogni ettaro; ritrarre da vacche lattifere fin 15 ett. di latte al giorno; con la stabulazione triplicare la tosatura del vello flessuoso delle lor pecore. Essi con incroci di razze animali scelte da ogni plaga e con adatta alimentazione, accanto al cavallo da corsa, dagli stinchi snelli e dal collo allungato, si formarono il cavallo per i campi e pel trasporto, dal petto quadro e dalle zampe poderose, emulo del bove nella trazione dell'aratro e dei carri; e dal bue da lavoro cogli stinchi alti e muscolosi distinsero il bove da macello, dalle carni adipose e succolente. Essi quasi da soli consumarono tutto il guano delle isole Cincha (Perù) sopra le loro terre e di continuo raccolgono e versano sopra di queste gli immensi residui delle fabbriche loro e del continente; e si calcola che nel decennio memorando, dal 1860-70, essi profondessero nell'agricoltura miglioratrice della patria britannica, un miliardo di franchi annualmente. — Ma non essi soltanto; gareggiano ormai con gli inglesi i belgi da lungo tempo, la Francia sotto il secondo impero e più sotto la terza repubblica, le province italiane settentrionali non mai decadute, ma negli ultimi anni più che mai novatrici.</p>
          <p>
            <pb n="363" />Condizioni. ‒ Questa legge di <hi rend="italic">incremento intensivo</hi> della produzione agraria, in ispecie sotto l'ultima forma «d'alta coltura», ha le sue condizioni e limiti. Né solo quelle di un copioso capitale disponibile e di elevata scienza, ma ancora la presenza di dense e ricche popolazioni civiche e industriali, che col forte consumo assicurino elevati prezzi alle derrate da rimunerare le ingenti anticipazioni; ché, a differenza della intensificazione di lavoro, questa procede non per fini immediati della esistenza, ma per i <hi rend="italic">profitti del capitale</hi> di esercizio, e quindi in correlazione col mercato generale dei valori. Perciò la coltura intensiva capitalistica partecipa alle vicende dell'economia industriale e mercantile.</p>
          <p>Si integra. – Infine con una terza <hi rend="italic">legge di integrazione</hi> tutte le forme di <hi rend="italic">specificazione</hi> e di <hi rend="italic">incremento</hi> della agricoltura col progresso <hi rend="italic">si completano a vicenda</hi>.</p>
          <p>1.Ciò vale per gli <hi rend="italic">specifici oggetti dell'arte agraria</hi>.Nei due grandi rami di essa (la praticoltura e l'agricoltura) i prati artificiali estesi e fecondi sorreggono i campi aratori e forniscono a questi più numerosi animali da lavoro, più assidue braccia umane, più copiosi concimi. Altrettanto una certa varietà di prodotti speciali sullo stesso podere (p. e. grano, olive, uva, oltre ai prodotti accessori), ossia la «coltura promiscua», come in Toscana, assicura fra le annuali <pb n="364" />vicende naturali o dei prezzi, che colpiscono or l'uno or l'altro prodotto, un <hi rend="italic">medio reddito annuale più costante</hi> al proprietario e coltivatore; mentre «la coltura <hi rend="italic">troppo</hi> specializzata od <hi rend="italic">esclusiva</hi>»,per gli infortuni subitanei climatici e mercantili, che possono colpire l'unico prodotto, diviene occasione di sofferenze e di ruina ai coltivatori, come fu degli irlandesi nel 1846 per la malattia delle patate, dei produttori granari d'Inghilterra del 1874-86 per la concorrenza americana, dei vignaioli francesi della Provenza per la crisi del commercio del vino nel 1907.</p>
          <p> Altrettanto per i <hi rend="italic">metodi di coltura estensiva e intensiva</hi>.Ambedue in certe condizioni storiche e naturali si danno mutuamente la mano. Cosi nel vasto territorio della Unione americana è in grazia della coltura estensiva e intensiva che viene soddisfatto al bisogno alimentare della grande repubblica e dell'Europa; mentre poi i bassi prezzi di quelle colture naturali, coll'addensare le popolazioni, preparano e sospingono i trionfi della coltura intensiva capitalistica.</p>
          <p>3. Ma v'è una forma ampia di integrazione. Col progresso <hi rend="italic">le industrie territoriali affini</hi>,perdendo in parte la loro autonomia, <hi rend="italic">divengono un ramo integrante della agricoltura</hi>.L'allevamento di piccioni, di suini, di conigli, d'animali di bassa corte, è la domesticità agricola della <hi rend="italic">caccia</hi>;i corsi e i depositi idraulici per l'adacquamento agrario ridivengono i vivai della <pb n="365" /><hi rend="italic">pesca</hi>;gli alberi da frutto, le siepi, i canneti, moltiplicati sui campi, forniscono materie dell'<hi rend="italic">arte forestale</hi>;ma soprattutto coi prati artificiali e colla zootecnica, gli animali da riproduzione, da macello, da latte, e colla stabulazione il gregge pecorile, assorbono a pro dell'agricoltura tanta parte dell'antica industria pastorale.</p>
          <p>Veramente l'agricoltura è la gran madre che raccoglie le più svariate propaggini <hi rend="italic">in circuitu mensae suae</hi> con quale ricambio di servigi e profitti è manifesto.</p>
        </div>
        <div>
          <head>II. Nell'ordinamento professionale</head>
          <p>Riguarda l'<hi rend="italic">assetto dell'impresa agricola, rispetto alle persone che esercitano la professione di agricoltori</hi>.Siamo dunque dinanzi all'insieme dei <hi rend="italic">coltivatori che partecipano all'impresa</hi> nelle funzioni economiche di essa, distintamente dal carattere o meno di proprietari, che è l'altro aspetto giuridico-sociale del tema. Qui di nuovo l'ordinamento professionale dell'impresa <hi rend="italic">per legge di progresso si specifica, si incrementa, si integra</hi>.Un cenno.</p>
          <p>Si specifica, ossia si differenzia sempre più negli elementi compositivi e negli uffici professionali (divisione di funzioni). Il progresso di sviluppo è manifesto. Si parte dalla <hi rend="italic">impresa agraria domestica</hi>, <pb n="366" />i cui membri della azienda economica (un podere) si confondono colla famiglia (consanguinei o conviventi stabilmente con essa). Distaccandosi in parte dalla famiglia e facendosi autonoma, l'azienda viene poi a distinguere l'<hi rend="italic">imprenditore</hi>,che assume la responsabilità ordinatrice e direttiva, dai <hi rend="italic">lavoratori</hi> di essa, che eseguiscono le varie operazioni. Infine le funzioni di quello si esercitano in forme sempre più distinte, funzione commerciale, amministrativa-contabile e tecnico-direttiva; e gli uffici di questi si partiscono in speciali gruppi di personale: i bovai, i vignaroli, i cantinieri, gli addetti ai trasporti, i contadini braccianti, ecc.</p>
          <p>Sono tre gradi di svolgimento specifico della impresa, i quali procedono, sotto la scorta della legge edonistica, coi vantaggi della divisione del lavoro. Quali benefici per il progresso agrario il costituirsi di una classe di <hi rend="italic">impresari agricoli</hi>,distinta dai semplici esecutori! Quale profitto introdurre per ogni speciale operazione un enologo, un zootecnico, un pomologo, un orticultore, un personale competente! A ciò si deve gran parte delle innovazioni che hanno trionfato del secolare empirismo dei campi.</p>
          <p>Si incrementa. – 1. Vi ha una forza (sempre il principio dell'utile), che sospinge ogni organismo vitale, compatibilmente alla sua natura ed all'ambiente, ad aggrandirsi sempre più, sicché presto o <pb n="367" /> tardi compaiono <hi rend="italic">piccole, medie, grandi imprese</hi> anche nell'agricoltura.</p>
          <p>Ciò riguarda sempre le <hi rend="italic">imprese agricole</hi>,esercitate da coltivatori, da non confondersi col fatto analogo, certo influente, ma pur distinto, della proprietà. Grandi proprietà si combinano spesso con medie e piccole colture od imprese agrarie, come sono i poderi dei mezzadri nei cospicui patrimoni in Toscana; o con esercizi minutissimi, come quelli dei fittaioli irlandesi sui latifondi dei «lords» anglicani. — E la tendenza a grandeggiare non si riferisce immediatamente ai mezzi di esercizio (braccia e capitali), bensì, trattandosi di agricoltura, <hi rend="italic">alla ampiezza del terreno messo in coltivazione da ogni impresa</hi>, a cui que' mezzi devono poi proporzionarsi.</p>
          <p>2. La tendenza a crescere d'ampiezza (di spazio coltivabile) nelle imprese agrarie ha ragioni comuni ad ogni industria. — Soltanto su vaste coltivazioni si può avvantaggiare quella specificazione di colture (piante) e di quella varietà e quantità di lavoro, di stromenti, di presidi ausiliari, proprie dell'ordinamento tecnico-economico, e suggerite dalla scienza. — Solo nelle ampie aziende si può distinguere utilmente per funzioni il personale competente. ― Operando in grande vi ha economia di spese generali di gestione e le vendite all'ingrosso delle derrate sono più rapide e proficue. <pb n="368" />La spinta ad ampliarsi è dunque generale: dal minuscolo podere che tende a rotondarsi, all'azienda signorile che vuol giganteggiare.</p>
          <p>3. Ma <hi rend="italic">entro certi limiti</hi>.Vi ha <hi rend="italic">un massimo relativo di utilità</hi>,al di là del quale l'utile degrada e cessa (legge delle proporzioni definite), variando a seconda della natura specifica e del vario ambiente di ciaschedun organismo, sicché la legge di incremento rimane tosto elisa per certi micro-organismi, altre imprese male oltrepassano certa mediocrità e le stesse aziende maggiori nella loro espansione assorbente trovano il loro rallentamento ed arresto.</p>
          <p>In tale varietà di proporzioni statiche decidono: ― soprattutto la <hi rend="italic">specie delle colture</hi>,a seconda che queste richiedono diverse qualità e quantità combinate di lavoro e di capitale; ed è notissimo che l'orticoltura, il giardinaggio ed anche la coltivazione esclusiva di vigneti, frutteti, agrumeti richiedono l'esercizio in piccolo; — che le colture granarie e miste (pratense e arboreo-fruttifere) si accomodano al mediano podere; — che le produzioni irrigue, la praticoltura con allevamento e caseificio, le piantagioni coloniali esigono vasti tenimenti. Sarebbe possibile lavorare intensivamente sopra un'ortaglia di 50 ettari? Sarebbe utile acquistare con 100.000 lire un diritto d'acqua, per poi spargerla sopra cinque campi?</p>
          <p>Decide ulteriormente sopra la grandezza <pb n="369" />relativa il <hi rend="italic">mercato</hi>;se questo è chiuso od angusto, preponderano le piccole imprese per il consumo dei coltivatori stessi o per la vendita locale; ma se questo diviene nazionale o interstatuale, le imprese lavorano per il commercio ed hanno possibilità e stimolo a crescere sempre più.</p>
          <p>Piccole, medie, grandi imprese. ‒ 1. Di qui l'intrecciarsi di differenti imprese per estensione arearia.</p>
          <p>Ma torna difficile classificare le imprese dalla quantità di area. Le statistiche, ché talora designano la media impresa fra 40-60 ettari e chiamano piccole e grandi quelle al di sotto o al di sopra, vanno nell'arbitrario e spesso nell'assurdo. Scientificamente «l'economia sembra doverle distinguere giusta l'<hi rend="italic">ordinamento interno ed esterno</hi>,che è in buona parte la risultante dell'estensione arearia».</p>
          <p>Così nell'insieme — <hi rend="italic">piccole imprese</hi> appaiono quelle in cui l'imprenditore riassume in sé e nella sua famiglia la triplice funzione (professionale) dei negozi di compravendita, della tecnica empirica, del lavoro manuale. — La <hi rend="italic">media impresa</hi> stringe in pugno dell'impresario la gestione commerciale e la direzione tecnica della coltivazione, non già la lavorazione materiale. — La <hi rend="italic">grande impresa</hi> concentra nell'imprenditore solo gli uffici commerciali e quelli connessi di ordine amministrativo interno; mentre dalla complessità e grandezza degli affari esso è tratto <pb n="370" />ad affidare ad altri (in nome proprio) la stessa direzione tecnico-agronomica, e a più ragione tutto il lavoro materiale esecutivo.</p>
          <p>Rispettiva funzione. ‒ Di qui deriva la diversa funzione che questi tre tipi di imprese per grandezza dispiegano nella economia sociale, anche indipendentemente dalla circostanza che sia o no l'imprenditore un proprietario. Ciò deve bene chiarirsi ed estimarsi.</p>
          <p>Invero la <hi rend="italic">piccola impresa</hi> legata strettamente alla famiglia non solo usa la massima parsimonia nelle spese di esercizio, ma, impersonando ad unità nel capo responsabile di quella tutti gli uffici, esalta la intensità e tenacia del lavoro manuale, in quelle colture in cui il lavoro è pressoché tutto e i consumi domestici e locali si impongono. — Ciò, in onta alla pecca dell'empirismo consuetudinario, spiega fra alterne sofferenze e rinascite la sua storica funzione permanente.</p>
          <p>All'estremo opposto la <hi rend="italic">grande impresa</hi>,svolgendo al massimo i distinti uffici dell'impresario e attribuendoli ad organi speciali competenti, per l'esercizio nel vasto mercato internazionale è in grado di fruire di tutti i presidi scientifici ed economici, con funzione sociale <hi rend="italic">novatrice</hi> o <hi rend="italic">precorritrice</hi> del progresso, compromessa soltanto dalla difficile vigilanza, dalle dispersioni inevitabili in un ingente organismo fra aleatori commerci.</p>
          <p>
            <pb n="371" />Infine alla <hi rend="italic">media impresa</hi> agraria, la quale per le sue proporzioni consente un ordinamento specializzato e una direzione concentrata sopra il mercato nazionale, spetta la funzione di trasfondere coll'esempio ai coltivatori in genere virtù <hi rend="italic">conservatrici</hi> e <hi rend="italic">di progresso</hi> insieme, tesoreggiando da un canto i redditi residuari e dall'altro lo slancio delle iniziative personali private, rimanendo nelle crisi agricole meno scossa delle altre. E così raffigura il centro vitale della classe agricola, al quale salgono le piccole aziende prosperanti che s'incrementano e a cui ricadono le frazioni delle grandi imprese sofferenti che si spezzano. È fatto codesto storico-statistico importantissimo, recentemente illustrato, specialmente in Francia (Flour de Saint Genis).</p>
          <p>Condizioni e limiti. ‒ Tali leggi economiche di incremento delle aziende agrarie si avverano a condizione che l'aumento delle <hi rend="italic">aree</hi> sia accompagnato da quello proporzionale delle braccia e del capitale di esercizio. Allora piccole, medie e grandi imprese tendono tutte (salvo crisi parziali) ad ingrossarsi fino ai limiti posti dalla propria natura. Ma avvertasi bene che al di là di un massimo di grandezza la legge di <hi rend="italic">incremento areario</hi> trova un limite nell'altra legge di <hi rend="italic">intensificazione</hi> tecnico-economica. Giova infatti rinunziare ad una superficie troppo estesa e mal coltivata dell'azienda agraria, per <pb n="372" />coltivare con maggiore intensità di lavoro e capitale la parte rimanente. È una prova di più come il centro statico del sistema è il podere mediano.</p>
          <p>Si integra. – In ordine a tali forme di vario incremento delle imprese agrarie ed alla loro funzione si palesa la terza legge quella di <hi rend="italic">integrazione</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Se tutta una regione fosse uniformemente partita in piccoli poderi, coll'abitudinarismo del contadino non sarebbe impedito ogni progresso per la classe intera? — Col predominio secolare esclusivo della grande impresa nell'agricoltura inglese, in onta alle odierne sue meraviglie scientifiche e capitalistiche, non mancò essa sempre dal sec. XV al XVI, fra sventure e fortune del pari straordinarie, di una base di equilibrio stabile? Ed oggi i suoi progressi divengono normali, appunto perché negli ultimi anni si adoprò fortemente a creare con leggi e provvedimenti eccezionali (sugli «allotments and small holdings») le piccole e medie tenute. Essa si volge così verso la più vegeta costituzione agraria d'altre regioni storiche, massime la Lombardia, ove liberamente si equilibrano le grandi e medie e minute imprese, tutte prosperose. Insomma il massimo progresso agrario non si consegue se non colla reciproca integrazione di tutte le proporzioni d'impresa.</p>
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            <pb n="373" />
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          <head>III. Nell'ordinamento economico-giuridico</head>
          <p>Concetto ed importanza. – 1. Il necessario intervento del diritto in ogni relazione umana diviene alla sua volta un fattore di ulteriore <hi rend="italic">specificazione, incremento, integrazione delle imprese agrarie</hi>,nel riguardo dell'ordinamento economico-giuridico. Il quale riguardo comprende le leggi di costituzione e sviluppo di quelle, «in quanto derivano dal nesso coll'istituto (giuridico) della proprietà e colle varie obbligazioni (giuridiche) fra proprietari e coltivatori». La legge del progresso è retta qui pure dall'utile, ma a contatto del corrispondente svolgersi del diritto positivo, che diviene <hi rend="italic">condizione</hi> e <hi rend="italic">presidio</hi> di effettuazione del progresso stesso economico. Sarà forse indifferente per la produzione agricola l'essere o meno proprietario della terra che si coltiva? Ovvero sostituire nella coltivazione un libero ceto con razionali patti colonici ad un volgo servile e ad un proletariato anarchico? Piuttosto merita avvertire che l'azione del diritto è più che altrove profonda nella economia agraria, atteso il vincolo intimo e persistente fra la vita dei campi e i fini sociali (le sussistenze) e politici (la stabilità territoriale, la forza militare, la base <pb n="374" />finanziaria) dello Stato. Ciò nel bene e nel male. La legislazione rurale è stata per secoli forse il massimo ostacolo e insieme la massima leva dei progressi dell'agricoltura. Ciò che è illustrato dalla storia della legislazione e della politica agraria (Roscher, Meitzen, Buchenberger).</p>
          <p>Legge di specificazione. – Per influenza del diritto positivo (consuetudinario e scritto) la impresa agricola viene a differenziarsi in distinte forme o specie costitutive di imprese, per ognuna delle quali conviene designare le ragioni, condizioni e limiti di efficacia produttiva.</p>
          <p>E in prima la <hi rend="italic">proprietà coltivatrice</hi>,nella quale «il proprietario è anche coltivatore della sua terra», donde le espressioni di <hi rend="italic">coltivazione diretta, a mano, per economia</hi>.Essa è prima anche storicamente, essendo assodato che, accanto all'uso collettivo delle terre, vi avea fin dalle origini per ogni libero presso alla casa privata («Hof», <hi rend="italic">curtis</hi>)la parcella di terreno da lui posseduta e coltivata in proprio. Essa si perpetua accanto alle imprese sopraggiunte di altri coltivatori (non proprietari), quasi tipo fondamentale. Essa appare destinata a diffondersi in tempi normali di progresso, a restringersi o pervertirsi in quelli critici e decadenti, seguendo (notisi bene) più direttamente le vicende storiche della proprietà fondiaria. Essa medesima (per legge di specificazione)<hi rend="italic"> viene a</hi><pb n="375" /><hi rend="italic">distinguersi in piccola, media, grande proprietà coltivatrice</hi>,rispetto a cui anticipiamo questa nozione generale: come la <hi rend="italic">varia grandezza</hi> delle imprese coltivatrici (giusta quanto dicemmo più sopra) dispiega una diversa efficacia produttiva nell'agricoltura, cosi l'aggiungersi in esse in taluni casi alla qualità di impresario coltivatore quella pur di proprietario <hi rend="italic">rafferma e sviluppa profondamente</hi> la funzione economica rispettiva. Veggasi per cenni partitamente.</p>
          <p>La piccola proprietà coltivatrice. – «È quella forma di impresa in cui il proprietario coltivatore, non solo è capo, ma, insieme colla famiglia, <hi rend="italic">lavoratore manuale</hi> del suo podere pel fine prevalente di consumo domestico». Trova la sua <hi rend="italic">sede naturale</hi> laddove il suolo coltivabile è così limitato e sterile da non poter sostentare nella regione due distinte classi di produttori (gli uni proprietari, gli altri coltivatori), come nelle insenature montane; ovvero laddove le specie coltivate richiedono cure personali così minute ed assidue, che solo possono concentrarsi su spazi ristretti, come negli agrumeti, nell'orticoltura, nel giardinaggio e in genere dovunque il merito del lavoro individuale è affatto prevalente.</p>
          <p>Cenni storici. — I piccoli coltivatori-proprietari spuntano numerosi all'uscire dalla coltura pastorale, quando spontaneamente o per deliberazione autorevole (delle comunità rurali) il lavoratore si <pb n="376" />appropria la parcella, che prima gli era assegnata ad uso collettivo periodico. Ciò in Roma dai tempi dei re e della repubblica fino alle guerre paniche, sperdendosi poi il minuto podere nel latifondo. — Rinascono e si moltiplicano i proprietari coltivatori col cristianesimo e lungo tutto il medio evo europeo, frammezzo ai patrimoni ecclesiastici e feudali, sui beni <hi rend="italic">allodiali</hi> (proprietà libera) delle contadinanze, sotto la influenza cristiana affrancate dalla servitù e arricchite col lavoro, favorite più tardi dalle crociate che dispersero i signori feudali, di cui quelle comperarono frazionati i tenimenti, in ciò aiutate dai comuni italici, che talora immiserirono i feudatari col regime egualitario delle successioni e delle libere alienazioni. — Poi nuovo e privilegiato accentramento dei beni, dalla riforma alla rivoluzione, disastroso e violento nella Gran Bretagna, meno in Francia (accanto ai grandi patrimoni signorili), ma pur generale. — Infine ricostituzione artificiale dei piccoli proprietari in gran parte coltivatori, dal 1793 in Francia e nel sec. XIX in tutta Europa, colla vendita di beni nobiliari; ecclesiastici e laici (Flour de Saint Genis).</p>
          <p>Vantaggi. – La piccola proprietà coltivatrice è l'unica possibile per certe zone; potrebbero vivere un proprietario e un fittaiolo sull'avaro prodotto di sterili alture? — Ma dove la natura lo consente essa attua <pb n="377" />nel massimo grado la coltura intensiva per sovrapposizione di lavoro, la cui pertinacia, diligenza, continuità senza tregua e misura è sospinta simultaneamente dalla necessità, dall'interesse personale, dall'affezione. Se il proprietario invero sull'esiguo podere rallenta per poco il lavoro, la sussistenza della famiglia pericola; e viceversa tutto il reddito di natura, di salario, del capitale (stromenti, animali, ecc.) in lui soltanto si concentra; sicché l'interesse economico, così alimentato, per lui si confonde coll'amore al tetto domestico, al terreno avito, al suolo natio. Per esso è sempre vero il detto di A. Young, <hi rend="italic">la piccola proprietà muta la sabbia in oro</hi>. <hi rend="italic">—</hi> Meritato elogio economico, cui si accoppia quello dell'alto valore morale-civile dei piccoli proprietari coltivatori di sveglia intelligenza, di onesto e indipendente carattere, di virtù familiari e patriottiche, che ne fanno un elemento d'ordine sociale, il midollo del forte ceto colonico, le vigorose radici delle nazioni.</p>
          <p>Condizioni di riuscita. – Tutto ciò normalmente sotto debite condizioni. — Tali: <hi rend="italic">sufficiente ampiezza del podere</hi> per introdurre certa promiscuità ed elasticità di coltura e per tenere occupata costantemente in essa l'intera famiglia. — Se la proprietà è minuta e non comporta che l'unica produzione per il consumo domestico, o non lascia margine di risparmi per fronteggiare qualche sinistro, o <pb n="378" />costringe alcuni membri di famiglia, forse il capo stesso, a cercare lavoro sussidiario in altre aziende; essa non è che la maschera di un salariato miserabile, che in breve scomparisce nelle città industriali o nell'emigrazione, come un giorno in Francia, ed oggi nelle regioni prealpine o meridionali d'Italia. — Occorre inoltre <hi rend="italic">certo corredo sia pure modesto di capitale</hi>.L'intenso lavoro supplisce in parte al capitale; ma se mancano affatto strumenti e concimi più elementari, la vaccherella o la semente, a che cosa giova? In Italia i beni ecclesiastici dal 1866-67 furono posti a disposizione del proletariato verso tenui rate di pagamento, ma gli mancò ogni capitale di acquisto e di esercizio e quelli caddero in mano di forti speculatori. — Infine <hi rend="italic">proporzionate virtù economiche</hi>,<hi rend="italic"> morali sociali</hi>.Una classe non si improvvisa e men che mai questa di piccoli proprietari; occorrono abitudini d'arte e di vita rurale, onestà di robuste famiglie, spirito di solidarietà fra conterranei, virtù tradizionali, le quali vennero meno nell'età contemporanea. L'abolizione della servitù in Russia del 1860 mirava ancora alla creazione legale di un ceto di proprietari contadini; ma mancò in questi la energia di libere e virtuose iniziative e il disinganno alimentò l'irrequietudine e l'anarchia. La prosperità della piccola proprietà della Provenza è oggi scossa nella famiglia colla teoria dei due figli e col divorzio (Joly). E in Italia, in luogo <pb n="379" />della solidarietà, spesso l'egoismo e il litigio logorano e divorano i minuti patrimoni dei nostri alpigiani.</p>
          <p>Sofferenze odierne della piccola proprietà coltivatrice. – Sono figlie di cagioni remote, ma acuite nell'età moderna dalle stesse leggi e dall'individualismo liberale. — Quando i beni aperti collettivi («openfields»), lavorati per turno ancor lungo l'evo moderno, trapassarono poi in proprietà particolari, essi in Inghilterra e Germania nei sec. XVI-XVIII furono assegnati ai signori, non già ai coltivatori (Meitzen, Rogers). — Altrove i governi, attribuendoli a grandi famiglie privilegiate, ovvero ai comuni o allo Stato, riservarono bensì sovr'essi ai piccoli proprietari e coltivatori gli antichi diritti di accessori godimenti («droit de glanage», di pesca, di legnatico, di pascolo); ma poi colla rivoluzione questi popolari diritti (usi civici) furono soppressi senza indennità e più tardi i beni comunali e demaniali venduti per lo più a speculatori. In tal modo mancò la <hi rend="italic">dote</hi> alla piccola proprietà, che in que' beni collettivi trovava la garanzia di un capitale comune di esercizio (il pascolo, il bosco, ecc.); e fu sciolto il legame giuridico dei conterranei partecipi a quei diritti. — Il regime successorio dei codici odierni (in genere equo ed utile) che obbliga il padre alla morte a dividere tutta o gran parte della sostanza in porzioni eguali fra i figli, e insieme la proclamata <pb n="380" />libertà di circolazione (vendita) anche dei beni fondiari, recò il duplice effetto del <hi rend="italic">frazionamento</hi> (giuridico) eccessivo delle piccole proprietà fino allo stritolamento («morcellement, pulverisation du sol»), e alla <hi rend="italic">dispersione</hi> (economica) delle particelle di uno stesso podere. Se un padre lascia due ettari da dividersi fra dieci figli, che fare dai singoli di quella microscopica frazione? E se questa medesima frazione è smembrata in due o tre minute particelle distanti l'una dall'altra, come esercitare un'utile coltivazione? (Ardant, Calisse, Jacini). — Tale inferma costituzione giuridico-economica della piccola proprietà coltivatrice, vieppiù stremata dagli odierni gravami finanziari che sottraggono il risparmio ai grandi e lo stretto necessario ai piccoli, si trovò ad ogni sopravvenienza di disastri naturali (grandine, siccità, malattie delle piante) o di mercato, vieppiù sospinta sulla china del debito, facendo nel secolo capitalista terribile sperimento dell'adagio «paysan endetté, paysan ruiné». I minuti possessi vengono assorbiti dai creditori capitalisti o dal vicino più forte; e i proprietari coltivatori sono travolti nel proletariato. È infatti dai piccoli possidenti alpestri espropriati, che cominciò la emigrazione dei braccianti italiani per tutto il mondo.</p>
          <p>Correttivi e ristorazione. ‒ Di qui il grido di allarme da tutta Europa dalla metà del sec. XIX: <pb n="381" />«la petite proprieté tombe en poussière» (Fauchet); e di qui le tardive ma intense provvidenze sociali e legali a ristoro di essa.</p>
          <p>1. Si cominciò col ricostruire l'unità economica del piccolo podere disperso in minuscole particelle. Fu compito già affidato nei nostri comuni medioevali ad appositi ufficiali («ingrossatori»), di poi ripreso dai ministri Stein ed Hardenberg in Prussia (1811‒18) e consiste nell'indurre i proprietari contigui, i cui possessi sono intramezzati da altri, a permutarsi le rispettive <hi rend="italic">membra disiecta</hi> per riunire in un corpo solo (podere) la proprietà di ciascuno (ricongiungimento, «Zusammenlegung»); ciò in modo obbligatorio in Germania, altrove facoltativo, ma sempre favorito da semplificazioni di procedura e di finanza.</p>
          <p>2. Si proseguì più arditamente a modificare il <hi rend="italic">regime successorio</hi> nei riguardi del piccolo proprietario. È concetto propugnato rimanente da F. Le Play (1856) seguito poi da economisti cristiani (C. Jannet, Bianchi, Mauri) e riformatori tedeschi (Miaskowski), ridotto a legge testé in Germania ed Austria. L'obbligo generale nella successione legittima o testamentaria di dividere tutti o una quota dei beni del padre fra i figli in parti eguali rimane, ma si fa eccezione per le esigue proprietà. In queste il <hi rend="italic">paterfamilias</hi> ha facoltà in vita di inscriversi in un <pb n="382" /><hi rend="italic">registro speciale</hi> («Hofrolle»), ciò che implica la volontà sua di lasciare alla sua morte la proprietà indivisa ad <hi rend="italic">un solo</hi> fra i figli, quello che egli designa come più adatto a continuare colla dignità della famiglia la prosperità del possesso avito, salvo di attribuire a lui gli obblighi di mantenere le sorelle nubili in casa, di curare l'educazione e il collocamento professionale dei fratelli. In tal modo la ineguaglianza è corretta dagli oneri imposti al favorito, che assume colla proprietà i doveri del padre, mentre si rinsalda la unità, l'autorità e la tradizione della famiglia. Né ciò torna dannoso economicamente alla famiglia stessa, che senza di ciò sarebbe condannata ad immiserire; né alla gestione del podere alla cui testa sale chi fu reputato dal padre più perito. Invero il provvedimento è di un valore sociale incontestabile; ma, essendo facoltativo, le cittadinanze abitudinarie e imprevidenti ne profittarono nei paesi germanici mediocremente; e si propone di renderlo obbligatorio. Nei paesi latini più egualitari, altri credono possa bastare il passaggio obbligatorio del piccolo patrimonio fondiario ad uno solo dei figli, salvo il pagamento ai coeredi della loro quota in danaro; ed altri (Pandolfi) propone di ritoccare l'istituto della comunione dei beni, anzi di ricostituire a quest'uopo giuridicamente le comunità di famiglia (le masserie).</p>
          <p>
            <pb n="383" /> 3. Di poi si procede a prevenire l'indebitamento e l'espropriazione del piccolo proprietario. L'istituto dell'«homestead» (stabilità della casa) sperimentato dapprima nel Texas (1836) esteso poi ad altri Stati del Nord America, raccomandato anche in Europa (Lemire), poggia sul criterio che nessuno nella stessa ruina economica deve essere privato del tetto ove reclinare il capo o della zolla donde sfamarsi. Si assegna perciò un minimo di proprietà fondiaria, sottratto ignora alle espropriazioni dei creditori e agli esattori stessi dello Stato. È concetto di equità e carità sociale in pro della stabilità e autonomia domestica (l'«home» degli inglesi), degno di popoli liberi.</p>
          <p>4. S'aggiungono gli <hi rend="italic">aiuti sociali</hi> e <hi rend="italic">civili</hi> che apprestino ai proprietari minuti congegni di esercizio agrario più consoni ad economia progredita. Qui la cooperazione è destinata a riannodare fra quelli la solidarietà di interessi e sentimenti. Le casse di credito rurale (Raiffeisen) col prestito personale (non ipotecario) forniscon i capitali, di contro all'usura divoratrice delle campagne. Le società cooperative per operazioni tecniche e mercantili in comune fra proprietari, per latterie e caseificio, per acquisti e vendite collettive (concimi, strumenti, derrate), per vinificazione razionale e spaccio in grande (cantine sociali), per esportazioni, per assicurazioni di <pb n="384" />bestiame, col nome fra noi di unioni agricole, altrove «syndicats», furono la forza ricostituiva dei piccoli proprietari in Belgio e Francia.</p>
          <p>5. Giova pure una più intima colleganza fra piccola proprietà e piccole industrie, per supplire alle stagioni morte e ai redditi deficienti dell'agricoltura, come le lavorazioni di vimini, di intagli in legno, di orologerie, di strumenti nelle case rurali, introdotte in Austria e Germania con scuole speciali dai governi. Alle quali svariate forme di intervento indiretto urge aggiungere quello diretto dello <hi rend="italic">Stato</hi>,la ricomposizione di <hi rend="italic">beni collettivi</hi> d'uso comune, che sono il rinfranco e l'integrazione indispensabile della piccola proprietà coltivatrice come dicemmo, e che oggi rientrano nei provvedimenti di <hi rend="italic">colonizzazione interna</hi>,cioè di collegamento stabile del lavoratore alla terra, intorno a cui oggi governi e riformatori febbrilmente si adoperano. Di che più oltre.</p>
          <p>Frattanto questi espedienti basteranno a ritemprare la piccola proprietà agricola? Sì, se saranno sistematici ed intensi. Essi sono reclamati dal progresso di una coltura intensiva di lavoro (ortaglie, frutteti, floricoltura) in civiltà raffinata, dal bisogno di resistenza al socialismo livellatore, dall'urgenza di togliere il contrasto intollerabile fra una <hi rend="italic">età democratica</hi> per eccellenza e la decadenza del ceto <pb n="385" />autonomo di proprietari lavoratori del suolo, che ne sono la radice e il nerbo.</p>
          <p>Grande e media proprietà coltivatrice. – 1. Noi vedemmo già la speciale funzione produttiva dell'esercizio in ampie proporzioni dell'agricoltura. Ma se <hi rend="italic">grandi e medi imprenditori,</hi> vale a dire «quelli che per l'ampiezza della azienda agraria non esercitano il lavoro manuale ma soltanto ritengono la direzione di essa», accoppiano anche «la qualità di <hi rend="italic">grandi e medi proprietari</hi>»,questa duplice veste quale efficacia dispiega sul progresso agricolo? Il pensiero ricorre ai tipi storici dei proprietari coltivatori d'Inghilterra e di Scozia, dell'Hannover, del Brandeburgo, di alcuni rampolli della nobiltà in Francia, o della potente borghesia rurale di Lombardia, dei piantatori della Virginia, ecc. Ma la funzione economica di essi non si fa palese e decisiva che nell'intreccio di queste condizioni: — che i grandi e medi proprietari-coltivatori dominino su territori particolarmente adatti alle conquiste fondiarie ed agricole del progresso scientifico (terreni di recente dissodamento, di bonifiche, di irrigazioni, colture pratensi, granarie, coloniali ecc.); — che siano muniti di copioso capitale, di scienza, di esperienza, di abitudini agrarie; — e che perciò stesso soggiornino stabilmente e attivamente in seno ai rispettivi patrimoni, assumendone personalmente la gestione tecnico-amministrativa o affidandola <pb n="386" />ad ufficiali direttori sotto la propria immediata responsabilità, caratteristica più frequente quella della media, questa della grande proprietà coltivatrice.</p>
          <p>Vantaggi. ‒ 1. In tal modo i proprietari coltivatori assommano <hi rend="italic">il profitto e la rendita</hi> della azienda, ciò che vale a ristorare le famiglie per lo più oberate <hi rend="italic">delle maggiori e antiche casate</hi>,e agevola l'accumularsi dei capitali <hi rend="italic">nelle mediane e più recenti</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> ed ambedue (senza ostacoli contrattuali da parte di altri sopra di sé) trovano <hi rend="italic">libertà e impulsi raddoppiati</hi> ad intraprendere con adeguati mezzi e competenza le innovazioni del progresso.</p>
          <p>In particolare poi i <hi rend="italic">grandi proprietari</hi> coi loro ampli tenimenti e redditi hanno modo (ciò è raffermato dalla storia contemporanea) di tentare per primi i novissimi e aleatori sperimenti scientifici sulla terra, servendo così di «stazione sperimentale» a norma ed incoraggiamento del pubblico; — e ulteriormente, come proprietari di patrimoni storici ed aviti che intendono trasmettere a tarde generazioni, essi sentono la nobile ambizione di intraprendere quelle straordinarie operazioni fondiarie, che faranno la fortuna degli eredi e ancora la ricchezza permanente del paese.</p>
          <p>Viceversa i <hi rend="italic">medi proprietari</hi>,desiosi di conservare e accrescere i loro mediocri possessi, hanno perciò stesso stimolo (ben più di un semplice impresario <pb n="387" />sui beni altrui) a contare sopra le proprie iniziative personali senza pericolo di sfruttamento del valor capitale delle terre da parte di un terzo speculatore, porgendo così l'esempio vivente e quotidiano di una gestione novatrice e insieme parsimoniosa.</p>
          <p>2. Così gli uni come gli altri adempiono ad una eminente <hi rend="italic">funzione sociale</hi>,né solo passiva di conservazione, ma attiva di progresso (Flour de Saint Genis) nella produzione agraria; sono quelli i precursori del progresso, questi il lievito che fermenta e solleva la massa dei campagnoli abitudinari. Néciò soltanto. Novella aristocrazia e borghesia rurale, nell'atto che colla vita operosa dei campi <hi rend="italic">rigenerano sé stesse</hi> dalla corruzione dell'ozio e dalla taccia di parassitismo, essi rialzano ed <hi rend="italic">educano la classe lavoratrice</hi>.Sia che tutti o parte soltanto (come in Toscana) dei possedimenti tengano a <hi rend="italic">mano</hi>, esse sono tratte bensì a ridurre i contadini allo stato di salariati; ma il padrone, che con villa e fattorie soggiorna in mezzo a loro, non ha interesse, opprimendoli, di annidarsi la serpe in seno, bensì di prepararsi intelligenti e affezionati cooperatori. Il barone von Schorlemer-Alst, che nella Baviera renana moltiplicò intorno al 1870 le <hi rend="italic">unioni rurali</hi>,vivendo fra la gente di campagna e gareggiando con essa nei mutui doveri, diritti, interessi, fu chiamato il «re dei contadini», i quali gli eressero una statua; e <pb n="388" />dovunque anco nell'Italia del nord il salariato dei proprietari diretti è migliore di quello degli affittanzieri speculatori.</p>
          <p>Così si comprende come anche in tempi democratici essi possono riacquistare autorità nelle amministrazioni locali, nella beneficenza, nei parlamenti, nei governi. Ma ciò suppone coscienza della propria missione; e guai se essa vien meno o si perverte.</p>
          <p>3. Quindi il valore della grande e media proprietà coltivatrice varia colle vicende storiche di essa. Patrizi e cavalieri, i quali stando in Roma antica reggevano le loro immense tenute nelle province per mezzo di un <hi rend="italic">villicus</hi> (intendente), aggravarono l'economia rurale a schiavi (Brants). Invece la nobiltà germanica uscente dai beni collettivi ritenne a lungo l'abitudine di governare direttamente parte dei suoi possessi e trattò mitemente i soggetti (servi, aldi, liti); mentre i <hi rend="italic">cartulari</hi> e i <hi rend="italic">poliptici</hi> dei monasteri medioevali (Guéranger, Jannet, Fabre) attestano come questi per la prima volta adempiessero mirabilmente ad una funzione educatrice non solo tecnico-agronomica, ma morale e civile fra le popolazioni rurali. — Ma la novella nobiltà fedecommessaria dei sec. XVI-XVIII in tutta Europa fu a vario grado ostacolo e ruina dell'arte agraria e più delle cittadinanze, massime i grandi proprietari conservatori <pb n="389" /> («lords») inglesi, pur residenti in campagna colle lor sontuose castella, e i medi proprietari (la «gentry»), specie di borghesia rurale egoista e rapace (Rogers). Bensì ad ambedue questi ceti, convertiti nel sec. XIX ai loro doveri sociali, si deve con nobile riparazione gran parte di quella <hi rend="italic">legislazione sociale</hi> rinnovatrice del salariato campagnolo, che è oggi ammirata (Bechaux, Dubois); ed ora Francia, Belgio, Italia, tutta Europa vantano nomi di «gentilshommes campagnards» (Baudrillart, L. de Lavergne) veramente benemeriti dei campi e del colonato.</p>
          <p>Le forme contrattuali d'impresa agraria. ‒ 1. Sono altre forme di <hi rend="italic">specificazione</hi> economico-giuridica (Buzzetti, E. Cossa, Graziani, Meitzen, Marshall).</p>
          <p>Se alla base delle imprese rurali sta la proprietà coltivatrice (piccola, media, grande), ove nella stessa persona si combinano le due qualità di proprietario e di imprenditore; — queste nuove forme derivano invece dal costituirsi di due classi distinte di proprietari e di coltivatori e dallo stringersi fra esse di differenti obbligazioni in ordine alla produzione agricola; donde il sorgere di nuove imprese economico-giuridiche, delle quali spiccano successivamente nella storia tre principali tipi specifici: l'<hi rend="italic">enfiteusi</hi>,la <hi rend="italic">colonia parziaria</hi>,il <hi rend="italic">fitto</hi>.</p>
          <p>2. Rimandiamo a quanto fu detto (vedi «Introduzione») sulla genesi dei ceti sociali in genere. Ma <pb n="390" />quanto al distinguersi nelle stesse popolazioni rurali delle due classi di proprietari e coltivatori basti avvertire qui che il grande fatto non deriva dall'occupazione da parte di alcuni pochi di tutta la terra libera, sicché agli altri non rimanga per l'esistenza che coltivare i terreni altrui, come spesso si afferma, perché la subordinazione gerarchica si riscontra già nei secoli in cui prevalse l'uso collettivo ed eccedevano i beni <hi rend="italic">nullius</hi>.Ciò è scientificamente certo. Né d'altra parte i rapporti contrattuali differenti dipendono esclusivamente da ragioni economiche. La legge dell'utile entra certamente a determinare queste forme di specificazione economico-giuridiche, ma opera nei successivi periodi storici «in proporzione dello stato <hi rend="italic">della tecnica e della economia generale</hi>,e in relazione all'atteggiamento e sviluppo <hi rend="italic">delle classi sociali e del diritto privato e pubblico</hi> le cui vicende trascendono, spesso profondamente, i calcoli utilitari». Trattasi di leggi <hi rend="italic">economiche relative</hi>,della cui efficacia nella produzione agraria qui un cenno.</p>
          <p>Enfiteusi. ‒ 1. Dopo il lungo fermento ed intreccio incessante di ogni forma contrattuale di imprese agrarie, che si incontrano nel periodo ellenico e romano, — per entro alla novella economia agricola cristiana <hi rend="italic">viene a prevalere nel primo medio evo</hi> europeo generalmente la <hi rend="italic">enfiteusi</hi>, «che è forma di impresa economico-giuridica per la quale il <pb n="391" />coltivatore assume a lungo termine o in perpetuo la coltivazione di un terreno, verso pagamento di un canone fisso e inalterabile al proprietario».</p>
          <p>Vantaggi. ‒ La funzione dell'enfiteusi nell'economia rurale è fondamentale, come i suoi vantaggi.</p>
          <p>1. È impresa adatta e quasi necessaria ad <hi rend="italic">iniziare le trasformazioni fondiarie e la coltura estensiva</hi> sulle terre incolte per mezzo del lavoro manuale, primo e massimo vantaggio.</p>
          <p>L'<hi rend="italic">enfiteusi ellenico-romana</hi>,in periodi di esuberanti superfici lasciate vergini o incolte da proprietari (privati e pubblici), ebbe origine dalla <hi rend="italic">preghiera</hi> con cui un lavoratore chiedeva al padrone di poter dissodare, piantare, coltivare una porzione di terreno per le necessità della vita. Di qui il <hi rend="italic">precario</hi>; rapporto dapprima incerto e revocabile <hi rend="italic">ad arbitrio</hi> del concedente, più tardi divenuto <hi rend="italic">contrattuale</hi> (<hi rend="italic">libellum</hi>)col nome greco di enfiteusi (piantagione), in cui però il canone, gradualmente e poi stabilmente elevato, non lasciava al coltivatore che il necessario alla sussistenza. — L'<hi rend="italic">enfiteusi medioevale</hi>.Raffermati simili rapporti dai barbari conquistatori, i quali meglio che lavorare le terre dei vinti latini, sulle quali vivano come soldatesca accantonata, preferirono per lo più di attribuirsi una parte dei redditi, — l'enfiteusi sulle tradizioni romane integrate dallo spirito cristiano si svolse e perfezionò, specie sui <pb n="392" />vastissimi beni di Chiesa, donde il titolo di enfiteusi ecclesiastica per eccellenza. Ne divennero contrassegni il triplice obbligo dell'enfiteuta: di <hi rend="italic">risiedere</hi> sul terreno, di <hi rend="italic">migliorarlo</hi> e di <hi rend="italic">persolvere</hi> il canone; e viceversa il riconoscimento nel coltivatore (per merito delle migliorie) della qualità di <hi rend="italic">proprietario utile</hi>,accanto al proprietario <hi rend="italic">diretto</hi>;mentre il canone rimase <hi rend="italic">tenue</hi>,quasi semplice omaggio di sovranità e <hi rend="italic">inalterabile in perpetuo</hi> (Calisse). Tale forma adattatissima ai dissodamenti e progressi rurali del medio evo, con varie modalità e nomi di <hi rend="italic">livello</hi>, «mainferme», «freehold», «Bauernhofen», si diffuse a tutta Europa, protraendosi fino ad oggi (Brants). — <hi rend="italic">Enfiteusi moderna</hi>.Ma nell'età moderna, sotto la riforma e l'«ancien régime» rallentate le migliorie terriere, aggravati di prestazioni forzate i coltivatori, e dalla fine del sec. XVIII a noi proclamata la libera circolazione delle terre, — que' canoni enfiteutici frazionati e dispersi in mano di sempre nuovi padroni, senza alcun nesso cogli originari dissalatori dei terreni, rimasero un <hi rend="italic">onere fondiario</hi> che inceppa e menoma la pienezza della proprietà, perduta così la storica funzione economica dell'enfiteusi. Pietro Leopoldo di Toscana e poi le leggi liberali coll'autorizzare i coltivatori ad affrancarsi da quegli oneri reali (pagando 100 capitale ogni 5 di canone) ne mutarono anche la natura giuridica; ed oggi tale enfiteusi <pb n="393" />precipita verso la disperazione (Poggi, Simoncelli, Gabba).</p>
          <p>2. Ma gli altri vantaggi della enfiteusi nel suo tipo schietto sono connessi col primo. — Insieme alla intensificazione fondiaria ed agricola, <hi rend="italic">essa crea un ceto di coloni-proprietari</hi> autonomi, aggiunti ai padroni originari del suolo, veri <hi rend="italic">condomini</hi> con essi, rispetto a cui anzi per funzione economica trovansi quelli superiori, perché la loro proprietà fondasi sul merito personale del lavoro, perché coi loro sudori e risparmi riversati sul suolo suppliscono al capitale di miglioria fondiaria, che in certe età, come nel medio evo feudale, difetta ai signori terrieri. — <hi rend="italic">Radica al suolo i coltivatori</hi> con beneficio <hi rend="italic">agrario</hi> per la loro residenza sul podere, e <hi rend="italic">sociale</hi> per la remora al vagabondaggio; sicché senza l'enfiteusi i servi affrancati sarebbero fuggiti in massa dalle campagne medioevali ed oggi vieppiù dilagherebbe il proletariato disciolto. — Infine essa <hi rend="italic">ricollega i proprietari lavoratori ai proprietari signorili</hi>;quelli partecipando alla stabilità di questi, senza i pericoli della piccola proprietà indipendente (quasi proprietari in <hi rend="italic">conservazione forzata</hi>,Jannet); e questi (i signori del suolo) avendo modo di combinare la grande proprietà colle minute colture (o poderi) e coi loro redditi fissi di dedicarsi alle vocazioni tradizionali politiche, diplomatiche, o ad altre d'ordine superiore.</p>
          <p>
            <pb n="394" />Ripristino odierno. ‒ Studi e sperimenti così ampli sulla efficacia economico-giuridica della enfiteusi persuasero agli odierni economisti che essa ha una funzione durevole in ogni momento e regione <hi rend="italic">in cui perduri la condizione generale di terre incolte</hi> e in cui difettino nei proprietari mezzi, attitudini, interesse ad una coltura intensiva capitalistica, ove l'enfiteusi sembra l'unica provvidenza salutare.</p>
          <p>Ma ciò a queste e somiglianti condizioni, che si trovano variamente apposte dalle leggi moderne. Nelle regioni soltanto di uno Stato ove dominano irreparabilmente i latifondi incolti o di coltura estensiva si introduca l'enfiteusi <hi rend="italic">obbligatoria</hi> in mediocri parcelle, da affidarsi a coltivatori manuali con propria famiglia sopra i fondi privati e pubblici (enti morali, beni comunali, demaniali) senza distinzione per ragioni di pubblica utilità. — Per un lungo termine, p. e. di 50 anni, il canone enfiteutico rimanga inalterato o soggetto a lievi aumenti periodici prefiggiti (p. e. L. 2, 4, 6 per ettaro ogni decennio) e venga sospesa contemporaneamente la facoltà di affrancarlo. — Decorso il termine si rientri in un regime di libera contrattazione parziale o totale. Nei <hi rend="italic">beni di enti morali</hi>,si può dare al direttorio la facoltà di indennizzare nell'utilista delle migliorie del podere e così concentrare nelle sue mani la piena proprietà; ma non già la facoltà nell'utilità di riscattarsi dal <pb n="395" />canone, per non distruggere beni fondiari destinati a permanente utilità sociale. Nei <hi rend="italic">beni privati</hi> si dia la duplice alterna facoltà nell'enfiteuta stilista coll'affrancazione del canone e al concedente direttorio coll'indennità di miglioria, di sciogliere la comproprietà a proprio rispettivo favore. Tutto questo per intervento <hi rend="italic">eccezionale</hi> di leggi e provvidenze di Stato, accresciute da altre che conservino la unità del podere enfiteutico, aiutino l'impianto delle aziende (case coloniche) e sovvengano capitali (crediti) per la trasformazione del suolo (bonifiche).</p>
          <p>Così si ottiene la introduzione di una coltura intensiva e la formazione di classi rurali operose, senza offesa dei diritti di proprietà, favorendo anzi la conservazione di quelle collettive pubbliche, che furono sempre ritenute d'interesse permanente, e lo sviluppo di quelle private, specialmente medie e minute, senza scapito definitivo di maggiori proprietà coltivatrici. Sono esperienze incoraggianti (insieme ad altre di cui diremo) fatte in varia misura in Germania, Inghilterra e Irlanda, fra noi nell'agro romano, e seguite da progetti (per la Sicilia, Sardegna, Basilicata). Ma è sempre provvedimento <hi rend="italic">speciale</hi> e <hi rend="italic">transitorio</hi> di una enfiteusi rigeneratrice in determinate campagne, che non esclude altrove il regime enfiteutico ordinario (Simoncelli).</p>
          <p>Colonia parziaria. ‒ <hi rend="italic">Concetto e campo naturale</hi><pb n="396" /><hi rend="italic">di applicazione</hi>. «È quel sistema di impresa agricola, in cui <hi rend="italic">il prodotto in natura si divide in determinata quota parte fra proprietario e coltivatore</hi>»,donde i nomi di mezzeria, terzeria, quarteria.</p>
          <p>Essa nel suo tipo normale storico (specialmente in Toscana) ha carattere di <hi rend="italic">società</hi> (o impresa sociale) fra proprietario e coltivatore, in cui quello pone <hi rend="italic">la terra</hi> e quasi il capitale mobile e fondiario, e questo <hi rend="italic">il lavoro</hi>;e in cui il lavoratore è il socio d'industria che ordina ed attua l'esercizio agrario, mentre il proprietario è il socio capitalista che ne tiene la iniziativa, la consulenza e il controllo.</p>
          <p>Il regime della mezzeria ha una ricca letteratura specialmente italiana (Capei, Capponi, Ridolfi, Caruso, Rabbeno, Cianchi, Serragli, Guicciardini). Nell'insieme è <hi rend="italic">società fra pari</hi> e prospera nelle zone ove terreno e clima comportano colture (vite, olivo, gelso, frutteti, insieme al grano), le quali danno così alto rilievo al lavoro, da pareggiare esso solo l'importanza degli altri due fattori di produzione. Bensì alla sua introduzione e prosperità si accoppiano condizioni storico-sociali.</p>
          <p>Genesi storica. ‒ Non mancano saggi di essa nell'età romana, ove si ricordano le aziende parziarie di Catone e Plinio (C. Ferrini) e quelle dei veterani trasferiti ai confini dell'impero che dagli antichi coltivatori espropriati ma, lasciati sul podere, <pb n="397" />prelevavano per sé una parte dei frutti (E. Poggi); sistema seguito spesso (non sempre) dai barbari sui possessi dei vinti latini. — Ma la colonia parziaria svolgessi e prevale soltanto nell'età comunale (sec. XIII), specialmente in Francia e in Italia, con questo processo. In seguito alle lotte dei comuni civici contro i feudatari fiaccati e dispersi, gli antichi enfiteuti, acquirenti dei loro beni, si tramutarono spesso in piccoli proprietari. Ma poi, per il regime della divisione ereditaria dei beni, introdotto dai comuni in odio alla immobilità feudale, que' piccoli proprietari frazionandosi immiserirono e i loro poderi vengono allora ricomprati dalla borghesia capitalista delle città. Senonché questa, impedita dalle industrie e dai traffici di prendere il governo personale delle aziende campagnole, assunse bensì di fornire da sé il capitale fondiario e agrario, ma lasciò gli anteriori minuti proprietari a continuarvi sul podere la funzione di coltivatori, affidandosi al loro lavoro consociato e cointeressato nell'impresa. </p>
          <p>Questa genesi storica assodata (da Rumohr) si trovò avvalorata dallo spirito cristiano allora trionfante nelle repubbliche, il quale tendeva ad elevare l'importanza comparativa dei coltivatori dinanzi a' proprietari e capitalisti, sicché nella mezzeria toscana percepisce tuttora metà del prodotto chi presta il solo lavoro, allato a chi fornisce terra e capitale insieme. Così si spiega <pb n="398" />come la mezzadria «métayage» fiorisce di preferenza nei paesi latini al tempo dei comuni guelfi e come la colonia parziaria, pur degenerando nell'evo moderno coi <hi rend="italic">pacata abietta</hi> onerosi al lavoro e disparendo quasi affatto nelle nazioni germaniche ove il «Teilbau» rimase un nome (Buchenberger), riuscisse a superare l'«ancien régime», il radicalismo della rivoluzione, le ostilità del liberalismo dottrinario; e rimanga tuttora diffusa nella Francia e in tutta Italia, tenendo una primaria invidiata in Toscana (Flour de Saint Genis, Rabbeno, Mazzini).</p>
          <p>Vantaggi. ‒ 1. <hi rend="italic">Economicamente</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Pel comune interesse dei due soci di accrescere il prodotto lordo la colonia parziaria stimola la coltura intensiva. — Agevola le migliorie permanenti del suolo, perocché, pur incombendo queste esclusivamente al proprietario, tornano a lui meno dispendiose coll'affidarle al lavoro dello stesso colono, il quale le eseguisce in stagioni morte a prezzo più lieve che i salariati, siccome un reddito per lui complementare. — Concede al coltivatore di condividere col proprietario (circostanza decisiva) sul prodotto lordo anche il profitto del capitale fondiario e la rendita di speciale fertilità del terreno (Loria). — Associa in uno stesso esercizio la tenacia del contadino interessato e la intraprendenza dell'intelligente e ricco borghese, determinando così nei paesi a colonia uno sviluppo <pb n="399" />agrario graduale e continuato, mentre gli altri sistemi alternano spesso i rapidi progressi coi prolungati decadimenti.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Socialmente</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> La colonia e in ispecie la mezzadria favorisce il grosso nucleo familiare, perché il coltivatore, su cui cade il peso di tutto il lavoro, ha interesse di usare braccia domestiche risparmiando il salario di estranei. — Sotto l'autorità del padre e del capoccia dell'azienda la famiglia patriarcale si educa all'ordine ed alla disciplina. — Meglio che con clausole contrattuali fissa il lavoratore sul podere coll'aspettativa dei successivi incrementi di prodotto e coi legami dell'affetto, delle tradizioni, della consuetudine; sicché sui poderi toscani vivono generazioni secolari di mezzadri, più stabili dei proprietari stessi. — Non solo mantiene rispettose ed intime relazioni fra due classi autonome spesso altrove in conflitto, ma ne consente la simultanea proporzionale elevazione.</p>
          <p>Nell'insieme la mezzadria attua nella impresa agraria un tipo economico giuridico di società, che attribuisce al lavoro manuale dinanzi alla proprietà la più alta funzione che ricordi la storia. Per essa il padrone affida al contadino terre e capitali propri e l'immediata gestione dell'azienda senza altra garanzia che la onestà, abilità e cointeressenza del socio lavoratore, a somiglianza della società in accomandita, <pb n="400" />sorta contemporaneamente nel commercio (soci gestitòri e soci capitalisti). Così essa forse anticipa, anche ad esempio d'altri esercizi industriali, una forma di impresa fra capitalisti e lavoratori consociati, in cui la gestione responsabile passi in mano del <hi rend="italic">lavoro</hi> illuminato ed onesto, sorretto e vigilato dal capitale. Ma questo, che è oggi ideale vagheggiato dai più fidenti riformatori, a in qualche misura una realtà storica nella colonia parziaria.</p>
          <p>Condizioni. ‒ Ma di tale istituto si comprende la delicatezza; bastano lievi deviazioni economiche o deficienze psicologiche a comprometterne la riuscita. Se p. e., come fra noi nelle Marche ed Umbria, il capitale anche di esercizio (le scorte vive e morte) incombe per metà sul proprietario e sul mezzadro insieme, la parte di questo deve per lo più anticiparsi da quello, e allora il colono o si oppone ad ogni innovazione tecnico-capitalistica per lui gravosa, o si trova fin da principio umiliato e scoraggito sotto la servitù del debito, elidendo la virtù secreta di una società in compartecipazione fra pari. Che se continui invece come in Toscana il padrone a fornire da sé tutto il capitale, quegli trova il mezzadro sempre docile cooperatore nelle migliorie tecniche ed economiche, con vantaggio di ambedue e del progresso agrario.</p>
          <p>Similmente, se dei due soci il proprietario ignaro, assente, dissipatore trascura il proprio dovere di <pb n="401" />controllo e di sussidio capitalistico, tosto il mezzadro derelitto ricade nella «routine» o nella miseria, come spesso nelle nostre province meridionali. E quando le famiglie coloniche, assottigliate per la teoria dei due figli o per emigrazione (come in Francia e in Italia), non bastano più al lavoro del podere; e quando al rispetto delle oneste tradizioni e consuetudini (grande tutela degli interessi comuni) si sostituiscono i frequenti sfratti, o al posto della fiducia il sospetto d'infedeltà e peggio gli odi di classe, può meravigliarsi che la colonia parziaria venga a decadere, come seguì già in passato ed oggi sotto l'influenza della <hi rend="italic">crisi sociale</hi> che si avanza? Eppure è questa stessa crisi sociale ed economica insieme che oggi la raccomanda, per condividere i rischi odierni dei prezzi, per elevare il proletariato alla dignità e stabilità di classe, per riallacciare intimi rapporti fra i due ceti rurali.</p>
          <p>E così in Francia si fece testé per la mezzadria una vera crociata, in Italia quella si rinnovella, e i nostri emigranti la riproducono al Brasile, e dovunque se ne rivendica il pregio nell'economia odierna, da Minghetti, Jacini e Caruso fra noi, al Gasparin, Garidel, Rieffel, Mayer all'estero. Gli assalti del socialismo contro di essa appariscono antiscientifici e antidemocratici per eccellenza.</p>
          <p>Il fitto. ‒ 1 <hi rend="italic">Concetto, natura, genesi</hi>. «Èforma di <pb n="402" />impresa nella quale il coltivatore assume a proprio rischio e profitto l'esercizio della industria agricola, verso il pagamento al proprietario di un canone annuo convenzionale per la durata del contratto». La natura giuridica del contratto qui muta; il coltivatore non è più un proprietario o un condomino o un socio d'impresa, ma un <hi rend="italic">impresario speculatore</hi> di fronte al proprietario, assumendo sopra di sé l'alea di un incerto profitto dinanzi al variare del prodotto e dei prezzi, ciò che normalmente suppone una certa potenza economica nel coltivatore, da poter sostenere questi rischi (Buzzetti).</p>
          <p>2. Esistendo pure il fitto in tutta l'antichità (<hi rend="italic">locatio-conductio</hi>)<hi rend="italic"> la diffusione storica di esso</hi> («fermage»,«farm», «Pacht») ebbe in tre momenti distinti diverse cagioni impellenti. — Nell'età media, dal sec. XIII in poi, trasse impulso dal desiderio dei proprietari di procurarsi all'infuori del feudo servile già decadente altri redditi terrieri definiti e più elevati, per mezzo di braccia libere e già cresciute di pregio, dopo la peste del 1348; fitto che perciò ritiene alcunché della fissità dell'enfiteusi («bail perpetuel»). — Nell'aprirsi dell'età moderna, dal 1500 in Germania e più nel 1600 (in Inghilterra), il fitto seguì lo sfruttamento delle classi inferiori, per cui all'enfiteusi e alla mezzadria si inclinò a sostituire patti a corto termine, che coi crescenti canoni contrattuali <pb n="403" />indennizzassero la nobiltà e borghesia della ruina delle guerre e della diminuzione dei redditi per l'avvilimento della moneta. — Nell'età contemÈporanea trionfò coi progressi della scienza e del capitale nel sec. XIX, i quali indussero a trasferire la coltivazione dalle mani di poveri ed empirici contadini, a più illuminati e ricchi imprenditori.</p>
          <p>Vantaggi. – 1. Il valore economico dell'affitto si compendia nella massima spinta che esso porge ad una produzione progressiva.</p>
          <p>Il fittaiolo, vero ed unico imprenditore il quale si obbliga, qualunque sia l'esito dell'impresa, di versare il canone contrattuale (rendita) al proprietario, non attende il suo guadagno (profitto) che da un prodotto eventuale, che sopravanzi in valore quell'onere e gli altri dispendi della coltivazione. Sicché l'affitto, mentre soddisfa al bisogno dei proprietari di percepire rendite non oscillanti ed aumentabili periodicamente (ad ogni rinnovazione del contratto), stimola il finanziere al maggiore possibile dispiego di sacrifizi e di intraprendenza agraria. Di tale regime scorgonsi due tipi: <hi rend="italic">l'affitto colonico e quello capitalistico</hi>.</p>
          <p>L'affitto colonico, o piccolo affitto. ‒ 1. È quello in cui «il fittaiolo è il coltivatore manuale colla propria famiglia del fondo <hi rend="italic">per il fine prevalente di sussistenza</hi>».Questo incontrasi remotamente nella <pb n="404" />storia medioevale e prevalse in Germania, Fiandra, Irlanda, Inghilterra, rappresentando dall'origine un ceto di mediocri <hi rend="italic">coltivatori più liberi</hi> e intraprendenti, dinanzi ai padroni, che non in altre forme di esercizio coordinato (enfiteusi e mezzadria). Ed era un fitto destinato <hi rend="italic">a creare un ceto colonico</hi>,in quanto, per diritto «coutumier» i fittaioli rinnovavano tacitamente il contratto (di 7-9 anni) a lieve canone, avevano dal proprietario le scorte vive e morte («baiò à cheptel») e, cessando, ricevevano, anche per sanzione di papa Alessandro III, indennità delle compiute migliorie; donde la prosperità loro e della coltura a fin del sec. XIII (Roscher, Ashley, Rogers). — Ma colla iniqua dispersione del colonnato inglese e peggio irlandese, sotto Arrigo VIII, Elisabetta, Cromwell, cominciò l'<hi rend="italic">affitto di competizione</hi> (Rogers) e di concorrenza della fame, per cui si abbreviò la durata del contratto fino alla rescissione improvvisa («at will»), cioè ad arbitrio del padrone, si riversarono sul fittaiolo tutti i pesi straordinari e i sinistri, si strapparono canoni fino al sangue, che gli inglesi dissero «di tortura», («rack-rent»); a cui invano esso tentò sottrarsi col subaffittare il brandello di terra, esponendosi coi conterranei agli sfratti ossia alle <hi rend="italic">evizioni in massa</hi>,tristemente famose fino alle recentissime riforme in Irlanda. Degenerazione del piccolo affitto che <hi rend="italic">a vario grado</hi> si ripeté fino a' dì <pb n="405" />nostri in tutta Europa, come conseguenza della violazione del diritto consuetudinario cristiano.</p>
          <p>2. Perciò la recente rigenerazione del piccolo fitto in Irlanda cominciò col restaurare le clausole dell'antiche consuetudini, come quelle p. e. sorviventi nell'Ulster e poi inalberate dalla «Land League» irlandese, col triplice motto «fair cent, fixity of tenure, free sale». Così ivi si applica e dovunque si reclama a tutela del piccolo fittaiolo: — che l'autorità prevenga fortemente i canoni usurari, proibendo i subaffitti; prolunghi il termine contrattuale; divieti la assunzione di rischi e sinistri eccezionali (a ferro e fuoco); regoli gli sfratti; assicuri l'indennizzo o da un altro fittaiolo o dal padrone, delle migliorie. Gravi interpunzioni, ma richieste dalla necessità di restituire al minuto affitto la sua funzione colonizzatrice, quale assunse ormai negli ultimi decenni Per virtù di simili leggi di Stato e della politica dei comuni (per acquistare terre e affittarle), le piccole affittanze si moltiplicarono di recente in tutta la Gran Bretagna (Marshal, Rogers, Della Volta, Dubois) e oggi rinascono in più luoghi, come tipo normale di imprese agrarie.</p>
          <p>L'affitto capitalistico. ‒ È l'altro tipo storico, in cui un coltivatore-capitalista imprende verso un canone contrattuale la conduzione di un fondo, per ritrarre un <hi rend="italic">reddito dall'impiego di propri capitali.</hi></p>
          <p>
            <pb n="406" />Qui l'affittanziere («farmer») è un vero impresario-speculatore, assume la direzione tecnico-economica della coltura, facendola eseguire da salariati a proprio rischio e profitto. Si suppongono in esso cognizioni agronomiche, copioso capitale, spirito di intraprendenza, disponibilità di vasti poderi.</p>
          <p>Perciò l'istituto trova il suo sviluppo completo soltanto in tempi di una economia scientifica e ricca, in zone territoriali capaci per fertilità di sostentare col reddito distintamente proprietari, fittanziere e lavoratori. L'affitto capitalistico raffigura così la borghesia industriale trasferita nei campi, che oggi grandeggia principalmente nell'Inghilterra, nel nord di Francia, Germania, nelle grandi colture granarie e pratensi della Lombardia, in tutta la valle del Po per le colture irrigue, dovunque nelle profonde e grasse pianure.</p>
          <p>Efficacia, modalità, condizioni. – 1. Solo l'affitto capitalistico, mentre distingue più nettamente la <hi rend="italic">rendita</hi> del proprietario, offre a questo garanzia di un regolare pagamento e di una periodica elevazione della stessa, dietro la crescente produttività del terreno. E d'altra parte l'affitto capitalistico, mentre conferisce nel più alto grado al <hi rend="italic">profitto</hi> dell'imprenditore, lascia a questo ogni libertà di innovazioni tecniche (di fronte al padrone) e lo spinge nel suo stesso interesse a profondere capitale di </p>
          <p>
            <pb n="407" />esercizio e anticipare anche quello di miglioria fondiaria, con vantaggio di una agricoltura indefinitamente progressiva. La rinomanza storica della Lombardia agricola si deve più che ai signori delle terre a' suoi potenti fittaioli (Jacini), dai «fermiers» deriva lo slancio della «culture améliorante» sotto Napoleone III in Francia (L. de Lavergne), e la gloria delle meraviglie agrarie d'Inghilterra va per lo meno divisa fra i grandi «lords» e i grandi «farmers» (Marshall).</p>
          <p>2. Tali successi sottostanno però a questa <hi rend="italic">principale condizione</hi>,oltre a quella di scienza e capitale nel coltivatore: — che la durata del <hi rend="italic">contratto sia a lungo termine</hi> (18, 36, 50 anni), affinché il finanziere si induca a riversare il suo capitale in migliorie del fondo altrui, sicuro di aver tempo proporzionato a ricuperarlo (ammortamento), e ciò con vantaggio di lui, del proprietario, del territorio nazionale. Bensì al di là di certi limiti di tempo si palesa opposizione d'interessi fra proprietario e finanziere: questi vorrebbe prolungare al massimo la durata del contratto per godere intero l'incremento di prodotto e di prezzi che frattanto si effettuasse; quello vorrebbe abbreviarla, per attrarre a sé con successive elevazioni di canone quell'aumento stesso. Ma il conflitto si dirime con formule già proposte ed attuate (di lord Kames, Domblasle): si può nel <pb n="408" />contratto originario a lunga durata, p. e. a 50 anni, prestabilire i periodi e la misura di elevazione del canone, p. e. di 1/5 ogni dieci anni, salvo nel fittuario alla scadenza d'oggi periodo di ritirala.</p>
          <p>3. Ma quella lunga durata dell'affitto deve agevolarsi con date <hi rend="italic">modalità</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Prima colla pratica (antica in Lombardia) dei «bilanci di consegna e riconsegna», ciba della stima del fondo al principio ed alla scadenza del contratto per compensare reciprocamente fra le parti il decremento o l'aumento effettivo nel valore capitale della terra. — Poi integrarsi con un regime di credito fondiario, che fornisca ai proprietari i mezzi di rifondere gradualmente il plusvalore fondiario dovuto al merito del finanziere. — Tutto ciò infine deve favorirsi con computi scientifici di estivazione (estimo rurale), con norme direttive di leggi positive (codice civile) o di consuetudini locali, coll'intervento arbitrale di probiviri e di commissioni amministrative, per prevenire o sciogliere le contestazioni fra proprietari e fittaioli in ordine alle migliorie permanenti del suolo, argomento massimo di giustizia e di progresso agricolo fondiario.</p>
          <p>Inconveniente: il salariato. – Ma l'affitto capitalistico porta seco il vizio congenito del salariato. Il grande fittaiolo a per la natura stessa del contratto un impresario speculatore, e perciò, non potendo <pb n="409" />sottrarsi né al grave canone verso il padrone, né all'impiego di forti capitali necessari ai grossi profitti, esso è tratto ad assottigliare sino al minimo la spesa di mano d'opera. Sostituisce pertanto il più possibile i lavoratori colle macchine, e i pochi indispensabili riduce alla condizione di <hi rend="italic">salariati avventizi</hi>,che egli assume e rilascia dì per dì, secondo il bisogno, risparmiando sul fondo dei salari («wages fund»). Si formò così col sistema del fitto in grande, dal sec. XVII nella Gran Bretagna e poi generalmente in Europa nel sec. XIX, un <hi rend="italic">proletariato agricolo</hi> senza legame alla terra, il quale, arrolati in bande vaganti sotto un capoccia («gang-system») uomini, donne, fanciulli, va offrendo spesso al prezzo della fame, le braccia dall'una all'altra azienda, per ingrossare poi le città industriali e le turbe migranti, sicché la popolazione rurale in Inghilterra è ridotta al 25%, e in Iscozia al 17% del totale, diminuendo colà e dovunque sempre più. Ultima forma di stritolamento e di corruzione del forte colonnato cristiano, che tanta parte ebbe nei progressi rurali dal primo medioevo in qua, questo proletariato senza Dio e patria oggi trasferisce nelle campagne il peggiore fermento socialistico, ed è un aspetto formidabile della questione sociale di che si tratterà a suo luogo. Ma qui basti assodare il fatto che esso è più diffuso e degradato dove domina il grande affitto, e perciò <pb n="410" />ancor da noi nella Lomellina, nel Mantovano, Polesine, Ferrarese, laddove spesso trionfa la produzione agraria più intraprendente e novatrice. Ma questi stessi progressi produttivi sono quivi ogni dì più profondamente compromessi dall'impiego di un lavoro di braccianti ignari e grossolani («unskilled labour»), e da abitudini loro miserabili e turbolente (gli scioperi agrari), in flagrante contrasto colle esigenze di una agricoltura illuminata e di investimenti capitalistici copiosi e continuati. Provvedervi è dunque esigenza sociale di giustizia e di interesse insieme.</p>
          <p>Correttivi. ‒ Ma il salariato anche nelle campagne è tuttavia in qualche misura necessario. Se per la messe o per la vendemmia ad un grande coltivatore occorrono 300 giornalieri, deve egli trattenerli tutto l'anno anche nelle stagioni morte? Perciò questo strato inferiore di lavoratori rurali si incontra sempre a vario grado nella storia, anche intrecciato ai migliori sistemi di conduzione, ma solo nell'età nostra diviene in alcune nazioni e zone esclusivo e affatto predominante; ed urge restringerne la estensione disastrosa e temperarne i vizi.</p>
          <p>1. Già dappertutto un certo numero di lavoranti a salario si assumono con <hi rend="italic">contratto annuale fisso</hi> nelle aziende o per supplire alle deficienti braccia della famiglia colonica, o per speciali e costanti servigi <pb n="411" />della stalla, della cantina, dell'ortaglia; e questi, chiamati talora i <hi rend="italic">famigli</hi> od <hi rend="italic">obbligati</hi>,versano in condizione meno precaria per sé e per l'agricoltura; e questi conviene aumentare. Ma per i veri <hi rend="italic">salariati avventizi</hi> (a giornata) si adottano e propongono altri provvedimenti.</p>
          <p>2. Si attribuisca dai proprietari o finanzieri ai contadini, del cui lavoro si intende giovarsi in momenti di eccezionale attività agraria, un piccolo appezzamento di terreno da coltivarsi per conto proprio sul margine del grande podere, con l'obbligo di quelli di tenersi pronti a prestare lavoro sopra di questo, verso mercede ad ogni richiesta. È metodo che dal medioevo sorvisse col nome di <hi rend="italic">cesuranti</hi> (cesura, ritaglio di terra) nell'Italia settentrionale, di «bordiers» in Francia, di «Deputaten» in Germania, e che rientra nel sistema degli «allotments» (Atti 1887-90-94) degli inglesi (Brants).</p>
          <p>Ma è merito della scuola economica cristiana, specialmente d'Italia, la concezione e attuazione felice (seguita poi da imitazioni socialistiche) dell'<hi rend="italic">affitto collettivo</hi>,quale rimedio al salariato nelle affittanze capitalistiche o nel minuto subaffitto, che spesso fa il grande fittaiolo, o in altri rapporti degenerati, prossimi al salariato. Esso sostituisce al grande affittanziere speculatore una società di contadini, la quale direttamente conclude il contratto e assume il canone <pb n="412" />verso il padrone di una vasta proprietà, ripartendosi poi questi fra loro la coltivazione in minori poderi, siccome piccoli fittaioli (sistema diviso), ovvero esercitandole quale società di braccianti in comunione (sistema unito).</p>
          <p>Sono ispiratori e propagatori della prima forma i sacerdoti Sturzo (in Sicilia), Portaluppi (in Lombardia) fin dal 1890-91 e ora Cottafavi (in Emilia), dietro concetti di redenzione morale e sociale. Spuntò invece la seconda nelle leghe di resistenza, con ispirazione socialistica, dopo gli scioperi del 1901. Può dubitarsi che quest'ultimo tipo possa reggere dinanzi alla economia rurale e alla psicologia campagnola. Ma con manifesto beneficio, attestato dall'esperienza — nella prima forma normale tale ente collettivo si avvantaggia del lucro immeritato («unearned») del grande affittanza, il quale spesso, subaffittando a minuti fittaioli, guadagnava due, tre volte più del canone da lui pagato al padrone; — rassoda la piccola impresa familiare e insieme annoda vincoli di solidarietà economica, morale, giuridica, fra i contadini; — soggetta questi ad una elettiva direzione e vigilanza tecnico-agronomica; — e procura ad essi, sotto la loro responsabilità solidale, anticipazione di capitali (o per cauzione del fitto o per l'esercizio agrario) da casse rurali, da banche agrarie, da unioni agricole di acquisto, le quali talora <pb n="413" />si fanno esse stesse assuntrici della conduzione presso il proprietario. Il sistema, che combina così la grande affittanza (capitalistica) coi piccoli fitti colonici, mentre esclude un intermediario («middleman») che sfrutta i minuti coltivatori e perpetua i giornalieri avventizi, genera o ritempra una classe coltivatrice autonoma, la ricollega al suolo e la solleva economicamente e civilmente, presentando tutto il valore di una provvida colonizzazione del latifondo, a correzione del salariato o di forme analoghe antisociali.</p>
          <p>Questo tipo di affitto collettivo entrato ormai con varie modalità nelle abitudini dell'economia rurale dell'Italia, porta seco per le sue crescenti e prosperose applicazioni un promettente avvenire. Non altrettanto l'affitto collettivo in forma di società cooperative di braccianti (Emilia, Romagna, Ferrara, Trapani); le quali anzi sostituiscono spesso ai piccoli fittaioli la massa dei lavoratori salariati dall'ente collettivo; e vissero di vita incerta e fortunosa (come nel Ravennate e nelle paludi d'Ostia).</p>
          <p>Ciò da documenti ufficiali e studi privati (bollett. dell'ufficio del lavoro, 1891-97, monografia di G. Molteni ed ivi bibliografia).</p>
          <p>Legge d'incremento. ‒ 1. Tali <hi rend="italic">forme specifiche</hi> di imprese agrarie, che si succedono nella storia della civiltà lasciandovi orme profonde, si <pb n="414" />subordinano esse stesse ad una <hi rend="italic">legge di incremento</hi>. La quale, nel rispetto giuridico, significa «che il diritto positivo in ampio senso (consuetudini, leggi e provvidenze di Stato), disciplinando ed avvalorando progressivamente i rapporti economici di quelle imprese, viene ad accrescerne sempre più la potenza produttiva, in pro dell'agricoltura». Ciò comprende lo studio della efficacia utile della «legislazione e politica agraria» (Roscher, Buchenberger, Meitzen). Qui basti segnare la linea normale di questo cammino, il quale si esplica <hi rend="italic">in senso estensivo</hi>,abbracciando nel giro del diritto sempre nuove relazioni agricole, e <hi rend="italic">in senso estensivo</hi>,regolandole più integralmente, né perciò sopprimendo la libertà, ma subordinandola viemmeglio alla giustizia ed al bene generale.</p>
          <p>2. Ciò come tendenza e risultanza definitiva. Ma prima che si raggiunga questa proporzionata tutela dei rapporti agrari da parte del diritto, è il caso di ricordare quanti secoli trascorsero in cui sorressi spadroneggiò il privilegio, la forza o l'arbitrio dello Stato e dei ceti dominatori del suolo, a danno di quelli che lo bagnavano del loro sudore, e come la tendenza a ricadervi anche in periodi progrediti con flagranti violazioni del diritto sia incessante, come accade dalla riforma in qua, aggravando le odierne lotte sociali coi battaglioni pesanti dei campagnoli; <pb n="415" />mentre, attesa la importanza sociale della terra, le perturbazioni che all'economia agricola apportano le leggi stesse, sovente inique o insufficienti, tornano più che in altri domini pertinaci ed esiziali.</p>
          <p>Legislazione e politica agraria. ‒ Dipartendosi dalle consuetudini giuridiche (romano-germaniche) che sotto l'ispirazione cristiana fiorirono nel medio evo, a protezione dei campagnoli e degli interessi rurali col proposito di riparare ai danni di leggi e di ordinamenti pervertiti e di guarenti il progresso agricolo — l'<hi rend="italic">azione giuridico-politica</hi> dello Stato in pro dell'agricoltura si dispiega nell'età nostra <hi rend="italic">con queste crescenti provvidenze</hi> ed organi corrispondenti.</p>
          <p>1. Mercé i <hi rend="italic">codici civili</hi>,nei quali sotto la scorta di alcuni principi generali di diritto privato si trasferisce gradualmente qualche parte più generale e costante del diritto consuetudinario rurale, riguardante p. e. i contratti agrari, le indennità per migliorie, le servitù in genere e quella d'acquedotto in ispecie; — attribuendo a quelle norme per lo più un valore <hi rend="italic">suppletivo</hi> (in mancanza di accordi fra le parti) per rispetto della libertà, e talora <hi rend="italic">dispositivo</hi>,per ragioni d'ordine pubblico. Nel che il codice civile italiano è commendevole, sebbene alcune tendenze del vecchio liberalismo a pareggiare la terra e l'arte dei campi alla ricchezza mobile e all'industria <pb n="416" />mercantile si dimostrino oggi fallaci e sia desiderabile una maggiore efficacia da attribuirsi alla consuetudine locale.</p>
          <p>2. Seguono le <hi rend="italic">leggi politiche-amministrative</hi> (politica agraria), riguardanti la disciplina dei vari esercizi od operazioni agricole per l'utile generale, p. e. quelle sulle risaie, sui consorzi per sinistri e malattie delle piante, sulla vinificazione, sulla adulterazione di derrate, sui mercati, ove spiccano la preoccupazione dell'igiene, del pubblico consumo o anche di protezionismo agrario. Sono <hi rend="italic">provvedimenti normali d'interesse generale</hi>,in cui la legislazione politico-agraria di Germania si distingue, comunque soverchiamente minuziosa e frammettente.</p>
          <p>3. E questa dà la mano ad una <hi rend="italic">legislazione sociale agraria</hi> col carattere di «<hi rend="italic">provvedimenti eccezionali e speciali</hi> a restauro dei <hi rend="italic">rapporti fra le classi sociali</hi>»,compromessi da viziati istituti agricolo-fondiari.</p>
          <p>Di alcuni aspetti di essa dicemmo già, accennando a riforme e proposte per restituire una funzione sociale all'enfiteusi, per proteggere il piccolo fittaiolo, per trasformare il salariato delle grandi affittane, per sorreggere le piccole proprietà coloniche. Ma tale legislazione e politica sociale tende a formare un corpo a sé, a cui di recente si adoperano tutti gli Stati, per alte esigenze di solidarietà sociale e di civiltà.</p>
          <p>
            <pb n="417" />In particolare le riforme agrarie sociali nella Gran Bretagna. ‒ Ma nell'insieme sistematico di tali provvidenze nessuno Stato pareggia per sapienza riformatrice quello britannico, <hi rend="italic">in ispecie a sollievo dell'Irlanda</hi>,con procedimento storico completo e con risultanze, attraverso lotte titaniche nel paese e nel parlamento, segnalate; di cui qui un cenno.</p>
          <p>1. Dopo la redentrice agitazione di O' Connel (1829) per la emancipazione religiosa dei cattolici d'Irlanda, che ridestò anche quella economica, — dopo la inchiesta del 1842 e la carestia delle patate del 1845, cominciarono appena leggi isolate e saltuarie: l'assegnamento di un pezzo di terreno («allotments») ai salariati, l'obbligo di costruire case coloniche, qualche freno ai subaffitti e agli sfratti (evizioni di 50.000 famiglie, fra il 1849-55). Ma dai 1860 la legislazione si svolge <hi rend="italic">con due scopi definiti</hi>:regolare più equamente i rapporti fra proprietari e fittaioli, e trasformare questi ultimi in piccoli proprietari coltivatori.</p>
          <p>2. Per il primo rispetto l'Atto del 1860, (min. Palmerston) riconosce nel fittaiolo il diritto di indennità per le migliorie; e quello del 1870 riabilita (mina. Gladstone) l'antico diritto del coltivatore («tenant's right») di conservarsi in possesso della terra finché pagasse il canone («fixity of tenure»), ed anzi di poter cedere questo diritto («free sale») sia ad <pb n="418" />altro coltivatore, sia al proprietario verso compenso; due diritti che dovevano difficultare le evizioni, ma che invece spinsero i «lords» ad imporre canoni intollerabili per moltiplicarle. Segue perciò l'Atto («Land act») di Gladstone del 1881, il quale riaffermando la indennità per migliorie, aggiunge alla <hi rend="italic">stabilità del fittaiolo</hi> e alla <hi rend="italic">libera cessione</hi> ad altri dei propri diritti, la determinazione e successiva ridur-azione obbligatoria per la durata di 15 anni (ulteriormente rinnovabile) di <hi rend="italic">un equo canone</hi> («fair rent»), stabilito dall'autorità («land commission») in forma di fitto giudiziario. Così fu completo il sistema delle tre <hi rend="italic">f</hi>,«fixity of tenure», «free sale» e «fair rent», restando la «dual ownership» o <hi rend="italic">condominio del medio evo</hi>;e introducendo <hi rend="italic">lo Stato come dispensiere di giustizia sociale</hi>;sicché questa legge, integrata più tardi (1887-91-96) e giudicata da tutti «opera grandiosa», apparve giustamente un «messaggio di pace fra le classi».</p>
          <p>3. Per il secondo rispetto, cioè per il fine ulteriore e più radicale di agevolare al fittaiolo la proprietà delle terre da lui occupate, la legislazione procede parallelamente e si svolge intorno a nomi meritamente celebri. È preparata da Bright e Gladstone (Atti 1870 e 81), attuando a quel fine il criterio del prestito (parziale, ¾ del capitale di acquisto per parte dello Stato. Si concreta con le celebri leggi <pb n="419" />esplicitamente «per l'acquisto della terra» («purchase of land») di lord Ashbourne (1885-87-91), che concesse l'anticipazione del<hi rend="italic">'integrale prezzo di acquisto</hi> e inoltre costituì un ufficio speciale per i distretti sovrappopolati e di sminuzzate tenute («congested districts»), con facoltà di <hi rend="italic">riunire i piccoli poderi</hi> in una sola tenuta («amalgamation of small holdings») e di <hi rend="italic">comprare dai grandi proprietari terre incolte</hi> e poi <hi rend="italic">ripartirle migliorate</hi> fra i coltivatori; leggi rese più perfette ed efficaci da quella riassuntiva di lord Balfour (1895). Da ultimo G. Wyndham colla legge del 1903 propose in favore degli acquisti contadineschi e del progresso agrario e sociale addirittura l'abolizione del landordismo in Irlanda, cioè delle grandi proprietà, e cioè moltiplicando al massimo le agevolezze sui capitali prestati ai contadini per comprare e le utili combinazioni finanziarie e i premi pecuniari ai proprietari per vendere.</p>
          <p>I risultati di tutte le leggi precedenti, sanzionate da questa finale, fanno guarentigia che la trasfusione della terra d'Irlanda in mani irlandesi, <hi rend="italic">in forma pur sempre facoltativa</hi> (senza espropriazione forzata) e col concorso finanziario dello Stato di oltre due miliardi e mezzo di franchi, sarà in breve tempo pressoché completa. L'operazione rimarrà la più gloriosa riparazione, come fu scritto, di «una infinita tragedia di errori e di colpe», che conosca la storia <pb n="420" />moderna; ed anche la più efficace, perché atto di giustizia e di pacificazione civile.</p>
          <p>4. E ciò tanto più, in quanto tale legislazione si estende con saggia <hi rend="italic">politica promotrice</hi> a suscitare il concorso delle energie individuali e sociali, mediante la mutualità («self-help by mutual help»), per cui si distinse negli ultimi anni in Irlanda sire Plunkett, propagatore di ogni specie di cooperazione; mercé la fondazione di una potente associazione agraria, per sospingere i progressi tecnico-agronomici; e ancor mediante un ministero locale di agricoltura (1906), il quale oltre ad una vigilanza agronomica può vantarsi di aver finora già istituiti 200 laboratori scientifici e 50 scuole d'arti e mestieri, fra quelle profligate ed oggi ridestate popolazioni celtiche (Bechaux, Dubois, Della Volta, Neppi-Modona, ed ivi ricca bibliografia).</p>
          <p>5. Così la legislazione e politica sociale in Irlanda appare arditamente proporzionata alla iniquità delle cagioni storiche ed alla gravità cronica e letale delle sofferenze nell'isola sventurata. Ad estremi mali estremi rimedi, i quali tuttavia non pervennero mai colà all'espropriazione forzata degli attuali investiti del dominio fondiario irlandese, bensì a gravare della indennità massimamente lo Stato, già responsabile di quelle ingiustizie. Ma relativamente intense sono le riforme sociali agricolo-fondiarie negli ultimi anni <pb n="421" />anche in Inghilterra e Scozia, per riparare del pari le offese recate al regime della proprietà ed al ceto colonico da leggi eversive e da prepotenze di classe dal tempo della riforma. La nuova legislazione restauratrice si drizza colà a quattro obbietti (Pierson), e tali:</p>
          <p>il <hi rend="italic">regime del fedecommesso</hi> («entail» sostituzione). Questo, sebbene per tempo indeterminato (cioè perpetuo) sia dalle leggi inglesi proibito, fu però dal sec. XVI-XVII <hi rend="italic">permesso</hi> sui beni fondiari («real property») della aristocrazia, nei limiti di due generazioni; ma esso peraltro egualmente si perpetua per consuetudine, mercé un contratto (« family settlement», sistemazione), con cui chi diventerebbe pieno e libero proprietario si impegna di fare altre sostituzioni fedecommesso e di non alienare il patrimonio. Or bene, tale regime oggi si vuole avviare al comune diritto di eguaglianza e libertà di trasferimento («free trade of land»). È questo il cammino già aperto da vari Atti fra il 1856 e il 1882, e abbastanza avanzato da giustificare il motto di allarme di lord Cairnes: «tutto potrà cadere sotto il martello (di queste leggi), fuorché il castello», invocando con ciò dei limiti alla totale alienazione dei patrimoni nobiliari, (il palazzo, il parco, un vasto tenimento all'ingiro);</p>
          <p>i <hi rend="italic">fittaioli</hi> ai quali, specialmente coll' «Agricolturaral <pb n="422" />holdings act» del 1883, si assicura viemmeglio il diritto a compenso per le migliorie;</p>
          <p>i<hi rend="italic"> salariati</hi>,in favore dei quali coi recenti «Allotments acts» del 1887-90-94, si dà facoltà ai comuni (di città e campagna) di comperare (in qualche caso espropriare) e prendere anche in affitto terreni, per cederli a semplici lavoratori, come minuti fittaioli di un acro (40 are);</p>
          <p>infine la <hi rend="italic">proprietà colonica</hi>,che si intende di moltiplicare, mercé lo «Small holdings acts» del 1892, col quale la contea (come in Irlanda lo Stato) è autorizzata ad acquistare terreni, per adattarli a scopo agricolo, aiutando poi finanziariamente i contadini a comperarli.</p>
          <p>Si apprezzi quest'opera legislativa: la Gran Bretagna, malgrado le originarie signorie terriere, serbava tuttavia una base democratica negli estesissimi beni collettivi aperti («open fields») e nel suo collocato già notevolmente prosperoso fin dal sec. XIII e XIV (Rogers, Macaulay, Ashley). Tre secoli e più di violenze e di frodi legali e private distrussero quelli e questo. Ora le leggi sorrette dal pubblico consenso sapientemente ricostruiscono ambedue; e la rinascente democrazia della terra concorre ivi a spiegare la crescente democratizzazione della costituzione dello Stato (Gneist). Questa è sapienza civile.</p>
          <p>
            <pb n="423" />In altre nazioni. ‒ 1. La legislazione e politica sociale della Gran Bretagna compone così un tutto sistematico e originale. <hi rend="italic">Altrove</hi> provvedimenti consimili, più staccati e parziali, si riassumono sotto il titolo frequente di «<hi rend="italic">colonizzazione interna</hi>», in quanto questa ha per fine generico <hi rend="italic">di fissare al suolo una numerosa classe lavoratrice colonica</hi>,sia diffondendo la piccola proprietà e le minori imprese agrarie (fitto colonico, colonia parziaria), sia cointeressando alla stabile coltura il salariato; tutto ciò con beneficio dell'equa distribuzione, ma anche del progresso produttivo dell'agricoltura. — Vedemmo già quali correttivi e modificazioni si propongono o si introdussero per migliorare a questo intento i singoli <hi rend="italic">contratti agrari</hi> ed anche per sorreggere la minuta proprietà colonica esistente, che minaccia di scomparire. Ma in quanto trattasi non già di mantenere soltanto, ma di <hi rend="italic">creare e moltiplicare i piccoli proprietari</hi>,elevando a tale condizione i semplici coltivatori o i proletari della campagna (ciò che si reputa massima provvidenza sociale) veggasi il duplice e diverso indirizzo assunto successivamente nell'ultimo secolo all'incirca.</p>
          <p>2. Sull'esempio della rivoluzione francese e dell'impero napoleonico, imitato a vario grado dal regime liberale-individualista di tutti gli Stati europei, si pensò dapprima di <hi rend="italic">moltiplicare la proprietà privata</hi><pb n="424" /> (<hi rend="italic">e libera</hi>)<hi rend="italic"> colla distruzione della proprietà collettiva</hi> in ampio senso, comprendente <hi rend="italic">beni pubblici</hi> (Stato, province, comuni) e di <hi rend="italic">enti morali</hi> (chiese, opere pie, corporazioni), nonché i <hi rend="italic">beni di uso comune</hi>; sistema che si protrasse fino all'ultimo quarto del sec. XIX.</p>
          <p>Quegli enormi beni dello Stato o incamerati da esso furono venduti (per lo più all'asta) in grandi corpi a proprietari e a capitalisti, o anche a piccoli <hi rend="italic">lotti</hi> (frazioni) verso pagamento rateale protratto (da 18-36 anni) per favorirne l'acquisto alle contadinanze, o finalmente laddove esistevano beni, di cui una popolazione (un villaggio) aveva l'uso comune, essi divisi in quote parti furono attribuiti in proprietà particolare e piena alle singole famiglie utenti della popolazione stessa (sistema della divisione o quotizzazione). La conversione di questa proprietà fondiaria, da pubblica e collettiva divenuta privata (libera e mercatabile), certamente per il valore di molti miliardi, <hi rend="italic">mutò la base della economia rurale odierna</hi> e impresse nella terra stessa la fisionomia individualistica e liberale dell'Europa moderna, dinanzi alle ultime tracce dell'«ancien régime»; e precipitando il cammino storico, estese notevolmente i proprietari del suolo, per mezzo di questi dando impulso al progresso scientifico e capitalistico dei giorni nostri. Ma senza dire qui di certi danni irreparabili (p. e. l'atterramento delle foreste </p>
          <p>
            <pb n="425" />pubbliche), è da avvertire che sulle terre coltivabili, in mezzo alla libertà degli acquisti e trasferimenti, furono le grandi proprietà e le forti imprese agrarie o gli speculatori che definitivamente si moltiplicarono e avvantaggiarono, non già i piccoli proprietari, i quali appena furti, in breve ora scomparvero con grave scapito della stessa produzione intensiva. Dura lezione che fu troppo tardi intesa.</p>
          <p>3. Di qui negli ultimi anni la diversa direzione della legislazione e politica sociale, la quale, liquidati già que' beni pubblici, cerca ora di far sorgere le <hi rend="italic">piccole proprietà ed aziende,</hi> di preferenza sulle <hi rend="italic">grandi proprietà incolte, estensive od oberate dei privati</hi>.Dietro l'esempio infatti della Gran Bretagna, gli Stati odierni seguono ormai questa prevalente direzione, ciascuno colle modalità proprie dell'ambiente naturale e storico.</p>
          <p>Nel reame, per esempio, prussiano con legge <hi rend="italic">speciale</hi> del 1886 (per le sole province della Prussia orientale e di Posen), lo Stato compera da sé i latifondi privati e, dopo averli bonificati e poi restaurati (se esauriti) e infine forniti del necessario alla comune convivenza (chiesa, scuola, acqua potabile e vie), <hi rend="italic">li cede ripartiti in poderi</hi>,in proprietà, in affitto, più spesso in enfiteusi a contadini sempre tedeschi, da lui scelti e vigilati, valendosi all'uopo di commissioni amministrative che sussidiano il contadino per case, <pb n="426" />impianti, esercizio, e di banche («Rentenbanken»), che anticipano il pagamento in cartelle fondiarie ai venditori e ricevono ratealmente il prezzo di acquisto o di affrancazione da parte dei piccoli compratori. — Con altre <hi rend="italic">leggi generali</hi> (per tutto il regno) dal 1891 al '98 si procede similmente, salvo che lo Stato non acquista, ma si fa <hi rend="italic">soltanto intermediario</hi> per la compravendita di parcelle fra i grandi proprietari (numerosi colà) e i contadini, sempre però interponendo l'operazione della <hi rend="italic">bonifica</hi>.Dispendioso intervento del resto, per il quale le finanze prussiane dal 1885 assegnarono oltre 400 milioni di marchi con risultati mediocri per la colonizzazione, ed in parte anzi infelici ed odiosi. Ché la legge <hi rend="italic">speciale</hi> per la Prussia orientale e Posnania, proponendosi di germanizzare con contadini tedeschi la Polonia, i polacchi con eroici sacrifici ricomprarono le terre vendute, sicché oggi (1908) il «Landtag» votò altre forti somme per la <hi rend="italic">espropriazione forzata</hi> di 70.000 ettari di terre polacche, ritraendone in cambio inasprimento di lotte di razza, fra le proteste dell'Europa civile (provved. p. colonizz. int. — Atti parl. ital. 1906).</p>
          <p>Nessun bisogno per la Francia di leggi per creare una piccola proprietà colonica, che già storicamente possiede numerosa. Ma in Italia dietro la preoccupazione di fatti tristemente caratteristici per noi, le <pb n="427" /><hi rend="italic">larghe zone paludose e di malaria</hi> (lungo le spiagge marine, in Sicilia, Sardegna) e i <hi rend="italic">latifondi incolti o di coltura estensiva</hi>,le leggi sociali finora votate per il sollievo delle campagne procedono timide, incidentali, inadeguate nelle riforme sia dei contratti agrari, sia della proprietà fondiaria specialmente dei privati, proponendosi di preferenza la <hi rend="italic">bonifica</hi> idraulica e agraria) dei terreni e il risanamento dell'aria, assegnandovi da ultimo la cospicua somma di 250 milioni di lire, per preparare così la futura coltivazione intensiva. Solo le due leggi 1883-1903 per l'agro romano affermano l'obbligo dei proprietari della bonifica agraria (di adattamento del terreno) sotto pena (forse eccessiva) di espropriazione, in questo caso cedendo a società capitalistiche le terre per bonificarle «e poi <hi rend="italic">rivenderle</hi>»<hi rend="italic">.</hi> Le leggi parziali per la Sardegna (1897), per la Basilicata (1904), per il Montello (1892-900) nel Veneto si prefiggono vero scopo colonizzatore, le due prime introducendo l'enfiteusi (affrancabile), l'ultima la piccola proprietà; ma sempre su beni collettivi o demaniali. I disegni di Crispi (1894) sui latifondi siciliani, di Luzzatti (1905) per le piccole proprietà (combinato cogli sgravi fondiari), e infine quello di Pantano (1906), che affronta in modo più complesso «la colonizzazione interna » — non divennero leggi.</p>
          <p>
            <pb n="428" />Leggi colonizzatrici sui beni collettivi. ‒ Ma tali studi e sperimenti legislativi in Europa di riforme rurali sui <hi rend="italic">beni privati</hi> ridestarono la persuasione che a più ragione possano rendere servigi normali alla colonizzazione interna i <hi rend="italic">beni collettivi</hi> in amplissimo senso, appartengano essi ad <hi rend="italic">enti morali-giuridici</hi> (corporazioni sociali, ecclesiastiche, fondazioni pie e civili), o sieno anche di <hi rend="italic">spettanza privata ma soggetti a servitù sociali</hi> (usi civici).</p>
          <p>Di qui un moto più recente in Europa, perché, sull'esempio dell'Inghilterra che ora pose divieto all'ulteriore soppressione e dispersione delle reliquie dei beni ed ordinamenti collettivi, questi si <hi rend="italic">conservino</hi>,si <hi rend="italic">trasformino</hi>,si <hi rend="italic">amplino</hi>,volgendoli a quello scopo colonizzatore nell'<hi rend="italic">interesse</hi> (avvertasi bene) <hi rend="italic">della stessa agricoltura</hi>.Ciò in vari modi diretti e indiretti a seconda di questa importante distinzione: — terreni sodi di loro natura boschivi e pastorizi — ovvero terre suscettive di vero dissodamento e coltivazione.</p>
          <p>1. Oggi perciò si tende a mantenere fortemente o a riprendere definitivamente in mano dello Stato, province, comuni i <hi rend="italic">beni comprendenti boschi</hi>,<hi rend="italic"> pascoli montani</hi>, <hi rend="italic">stagni</hi>, la cui alienazione ai privati importerebbe o facile distruzione di permanenti ricchezze forestali od inconsulto dissodamento di prati naturali, incapaci di altra utilizzazione, o godimento <pb n="429" />esclusivo da parte di pochi di peschiere, canneti, strami; mentre la proprietà e gestione pubblica di que' beni, regolandone l'uso cumulativo, ridonderebbe a sussidio dei piccoli proprietari o coltivatori per le scorte vive e morte, quasi <hi rend="italic">dote comune</hi> delle minute aziende locali. — Quei latifondi pubblici (patrimoniali), che constano invece di <hi rend="italic">terre incolte o di lavorazione rudimentale</hi>,suscettive di coltura miglioratrice, sono conservati del pari, ma conversi di più in più non già alle disastrose alienazioni in massa a privati speculatori, bensì ad insediare sopra di essi le <hi rend="italic">piccole imprese o proprietà coloniche</hi>,mercé que' speciali criteri e provvedimenti (tecnici, giuridici, economici, finanziari) che già vedemmo adottati, per renderle durature e vitali; e ciò a complemento di quanto analogamente si tenta sui latifondi privati.</p>
          <p>Questo ormai si pratica da ultimo (importante riscontro) non solo in Europa sulle reliquie dei beni pubblici, salvati alla dispersione liberale; ma si trova attuato nelle due Omeriche e Australia sui <hi rend="italic">beni internazionali</hi>,ceduti o venduti sempre meno in grandi corpi a capitalisti-speculatori (sistema Wakefield) e sempre più a piccoli coltivatori, con favori e sussidi di acquisto e di impianto (Loria, Fanno, Einaudi).</p>
          <p>2. Una <hi rend="italic">trasformazione</hi> consimile si sta compiendo sopra altri beni di condizione specialissima in taluni <pb n="430" />Stati o regioni; e sono quelli <hi rend="italic">spettanti ad un gruppo di popolazione</hi> (comunità, villaggio, parrocchia, marca) costituita in una specie di «ente sociale» <hi rend="italic">per l'uso simultaneo di tutti</hi> di un suolo boschivo o pascolativo, ovvero <hi rend="italic">per la coltivazione</hi> di un terreno agrario, mercé <hi rend="italic">assegnamenti periodici</hi> (<hi rend="italic">per turno</hi>),ossia <hi rend="italic">divisioni temporanee</hi> (ogni 3, 7, 11 anni), di parcelle fra le famiglie.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Beni sociali</hi> (o <hi rend="italic">collettivi</hi> propriamente detti) codesti, i quali, come residuo di ordinamenti collettivi remotissimi presso gli ari occidentali, in ispecie fra i germani, <hi rend="italic">in quanto fieno coltivabili, sono destinati, col progresso della coltura intensiva, a compiere la loro parabola di disperazione.</hi> Ma essi frattanto — si protrassero con qualche saggio fino al sec. XIX in Inghilterra, Svizzera, Olanda; e perdurano in misura non spregevole nelle alte valli alpine, nell'Appennino centrale, a Nonantola (Reggiano), col nome di <hi rend="italic">comunanze, partecipanze</hi> (Valenti, Coletti, Tittoni); e infine dominano tuttora largamente nello storico «mir» della grande Russia (province centrali e orientali), ove i proprietari individuali sono appena il due per cento (Pierson). L'opera che l'impero russo fra immani difficoltà sta compiendo colle leggi 1861-89-93 ed altre più recenti, mira <hi rend="italic">a trasferire in proprietà dei contadini</hi> le terre che questi, prima sotto i signori, poi sotto i comuni, tenevano <hi rend="italic">in uso collettivo</hi>.Gli <hi rend="italic">alti pascoli montani</hi> invece vanno riordinati in <pb n="431" />modo che <hi rend="italic">la proprietà trapassi al comune o meglio forse alla persona giuridica</hi> sociale (collettiva) degli utenti stessi, come le nostre <hi rend="italic">universitates rurales</hi> del medio evo italiano, col divieto però di <hi rend="italic">divisione definitiva</hi> (alienazione), perché il pascolo rimanga ad uso comune e perpetuo dei conterranei.</p>
          <p>3. Del resto, in pro della colonizzazione agricolo-fondiaria non solo si <hi rend="italic">conservano</hi> e <hi rend="italic">trasformano</hi> certe forme collettive di proprietà e di esercizio, ma si <hi rend="italic">ricostituiscono</hi>.Simile soluzione attende l'istituto contestato degli <hi rend="italic">usi civici,</hi> cioè di <hi rend="italic">servitù collettive</hi> a pro di date popolazioni non solo su beni patrimoniali ma spesso privati (fra noi <hi rend="italic">ademprivi, vagantivi, tratturi</hi>)per pascolo, legnatico, caccia, pesca, strame, ecc. —Tali intromissioni di terzi su beni altrui, che spesso impediscono o devastano la regolare coltivazione, tuttavia compongono in generale dei diritti sacri, utili e cari a popolazioni che li acquistarono in periodi di passaggio dalla proprietà collettiva a quella esclusiva individuale delle terre, quasi comproprietà sullo stesso bene. La Gran Bretagna trapassò da tale sistema dei <hi rend="italic">campi aperti</hi>, («openfields system») a quello dei poderi chiusi («inclosures») con ben 4000 Atti dal sec. XVII al XIX, a tutto profitto della proprietà individuale; e così dovunque, anco in Italia, fra le proteste e resistenze (sfruttate da agitatori) della coscienza popolare offesa. Oggi pertanto si <pb n="432" />inclina a scindere questa duplice proprietà («dual ownership») non in altro modo che obbligando i proprietari dei fondi gravati a cederne una porzione agli utenti, quelli acquistando la pienezza della proprietà rurale, questi ricostituendo un <hi rend="italic">bene collettivo</hi> ridotto a bosco ceduo, prato, canneto, ove esercitarvi, quasi novelle <hi rend="italic">universitates rurales</hi>,i consuetudinari diritti. Ma v'ha di più. Sull'esempio recente inglese si autorizzano comuni urbani e rurali o province (nuova forma di municipalizzazione) a comperare all'ignaro terreni per destinarli ad usi collettivi, o per cederli in frazionate proprietà coltivatrici (anche a famiglie di operai industriali) o più spesso in <hi rend="italic">piccoli fitti</hi> a condizione di favore. E si propugna che ogni <hi rend="italic">ente morale</hi> (opere pie, istituti ecclesiastici, di pubblica utilità) o unioni professionali (di classe) o società cooperative, se già non possiedano, acquistino un patrimonio fondiario e lo destinino a nuove e più <hi rend="italic">sociali</hi> forme di aziende agrarie per elevare il proletariato agricolo e per favorire la coltura intensiva; come in passato le corporazioni benedettine colle <hi rend="italic">domuscultae</hi> ed oggi i cattolici d'Italia coi fitti collettivi. Insomma si delinea la futura ricomposizione del «demanio popolano» distrutto dalla rivoluzione (L. Luzzatti).</p>
          <p>Occorre di più per chiarire come anche nell'<hi rend="italic">ordinamento giuridico</hi> delle imprese coltivatrici si avveri una legge di <hi rend="italic">incremento</hi> o meglio <hi rend="italic">intensificazione del</hi><pb n="433" /><hi rend="italic">diritto</hi> nelle sue applicazioni, per cui questo, mercé consuetudini, leggi civili e provvidenze politiche, sempre più penetra nel seno dei rapporti economici, in favore del progresso stesso della produzione agraria?</p>
          <p>Legge di integrazione. ‒ Ma anche le forme giuridiche di impresa <hi rend="italic">si completano a vicenda</hi>.Lo attesta il fatto che non solo proprietà coltivatrice, enfiteusi, colonia parziaria, fitto e forme analoghe, si succedono nei vari periodi con relativa prevalenza storica, ma in ogni età <hi rend="italic">coesistono</hi> in varia misura con simultaneità statistica. Bastino alcune deduzioni.</p>
          <p>1. Ciò prova che sono figure giuridiche di imprese economiche, di loro natura <hi rend="italic">tipiche</hi> e <hi rend="italic">costanti</hi>,perché collegate alla loro volta (si noti bene) allo stato del suolo, alla graduazione delle classi sociali e alle varie esigenze edonistiche della produzione agraria, che nella sostanza sono permanenti. Ve ne ha una sola di quelle imprese economico-giuridiche che non si fondi sul fatto della presenza di due classi, una proprietaria l'altra coltivatrice e sulla loro importanza comparativa? E sopra un suolo, come quello lombardo adatto alle colture irrigue pratensi e all'allevamento del bestiame, sarebbe proficuo l'esercizio agricolo altro che per mezzo del grande fitto capitalistico o collettivo? E se scomparisse affatto la mezzadria o specie analoghe di compartecipazione del <pb n="434" />lavoratore al prodotto, non ne soffrirebbe la coltura intensiva dei vigneti, degli oliveti, dei frutteti così caratteristica in tutta Italia?</p>
          <p>2. Perciò più sana e robusta è la costituzione fondiaria e più produttiva la agricoltura di quella nazione, in cui quei tipi giuridici di imprese meglio si equilibrano, come in Francia; mentre la infelice combinazione di sole vastissime proprietà e di soli minutissimi fitti dà la ragione prima della patologia agricola d'Irlanda.</p>
          <p>3. Infine, dato che la tendenza egoistica delle successive età è sempre quella di dar prevalenza agli ordinamenti giuridici che meglio rafforzano i più vasti e più accentrati organismi economici (latifondi e imprese capitalistiche), così appare normale la funzione delle leggi che si adoperano a sorreggere e diffondere i medi e piccoli proprietari e coltivatori con più adatte norme e forme giuridiche di possesso ed esercizio agrario, per mantenere o restituire l'equilibrio non solo nell'interesse della solidarietà sociale, ma della stessa coltura intensiva (di lavoro). Il diritto così interviene ad assicurare la <hi rend="italic">legge delle proporzioni definite</hi>,che come vedemmo operare nell'interno di ogni impresa, così vale anche nell'insieme delle imprese stesse.</p>
          <p>Conclusione. ‒ Ma qui, chiudendo il tema dell'industria rurale, ricorre qualche altro riscontro della <pb n="435" /><hi rend="italic">legge di integrazione proporzionale</hi> in più vasti riferimenti. E così precisamente.</p>
          <p>1. Il triplice ordinamento (quale vedemmo) tecnico, professionale, giuridico delle stesse imprese agricole svolgesi normalmente con intima colleganza: — ogni innovazione tecnica (piante, metodi, agenti, stromenti) tende a ripercuotersi in una modificazione di assetto professionale (classi, funzioni, potenza produttiva di collaboratori); — e questa ad imprimere analoga fisionomia ai rapporti giuridici dell'impresa (regime patrimoniale contrattuale). Guai se questo complesso svolgimento non procede proporzionalmente, integrandosi nei vari suoi aspetti.</p>
          <p>2. Ancor più. Data l'<hi rend="italic">industria rurale</hi>,distinta in due grandi rami intimamente congiunti di industria <hi rend="italic">fondiaria</hi> ed <hi rend="italic">agricola</hi>,il progresso della produzione del suolo è il resultato coordinato di ambedue, con debita proporzione integratrice.</p>
          <p>L'alta quota di prodotto lordo per ogni specie di cereale che si ottiene in Inghilterra (p. e. per il frumento 30 ett. per ettaro, — mentre in Italia dà 11-15) manifestamente è il risultato delle colossali migliorie terriere dovute ai proprietari fondiari, ma ancora del</p>
          <p>perfezionamento dei metodi tecnici ed economici dei fittaioli (Marshall), specialmente mezzani (45 % sono poderi da 6-50 acri), per mezzo di cui è oggi coltivato gran parte del suolo inglese; — ciò che poi <pb n="436" />ritorna ad incremento del valor delle terre, il quale in cinquant'anni (in onta alla terribile crisi per la concorrenza granaria d'America) si raddoppiò (1860, Lgs. 126 milioni 1905, Lgs. 274 milioni — <hi rend="italic">Statesman' s book</hi>,1907). Sicché a lungo andare è la <hi rend="italic">industria fondiaria</hi> che misura i progressi della <hi rend="italic">industria agricola</hi>.</p>
          <p>3. Finalmente da tutte le indagini precedenti sorge e s'impone questa suprema integrazione e che tutte le altre signoreggia fra i <hi rend="italic">fattori materiali</hi> e <hi rend="italic">quelli spirituali</hi> del progresso agricolo-fondiario.</p>
          <p>Più che la fertilità naturale e la copia o perfezione dei capitali <hi rend="italic">vale l'uomo</hi>,e con esso la scienza tecnologica. Più di questa giova <hi rend="italic">la educazione tradizionale</hi> di classi coltivatrici oneste, energiche, intraprendenti, e di ceti dispositori del suolo consci dei doveri sociali specialmente congiunti colla proprietà terriera. E più di tutto, al di sopra delle stesse leggi agronomiche, decidono <hi rend="italic">le discipline del giure</hi> consuetudinario e scritto, che a quelle tolgono o aggiungono sanzione definitiva, sicché le vicende dell'arte agraria seguono quelle giuridiche della proprietà. Il consenso di agronomi e sociologi moderni è unanime in proposito. Bisogna persuadersi (fu scritto) che il più efficace di tutti i concimi è il cervello umano, da quello del più umile zappatore a quello trasformatore dell'ingegnere agrario (Giglioli). Più che alla prudenza politica le riforme agrarie recenti in Inghilterra e Irlanda <pb n="437" />risalgono alla coscienza delle classi signorili fattasi più benevola a quelle lavoratrici del suolo (Kidd, Pierson). Perocché sono queste le benefiche rivoluzioni agrarie, che danno impronta originale, forza di resistenza e virtù di resurrezione ai popoli in mezzo alle battaglie secolari per il diritto e per la civiltà (Cattaneo).</p>
          <p>Invero, conchiudiamo, appare un misterioso ma storico legame fra le vicende dell'arte agraria e quelle dell'incivilimento; e sembra che dal suolo cominci e nel suolo finisca la ricostituzione di una nazione in ogni momento critico della sua storia.</p>
          <p>
            <pb n="438" />
          </p>
        </div>
      </div>
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        <head>XIII. Progresso produttivo nell'industria manifattrice. Leggi di costituzione ed esercizio</head>
        <p>Concetto e caratteri delle sue leggi. ‒ 1. «<hi rend="italic">Industrie manifattrici</hi> sono quelle le quali mediante processi fisico-chimici modificano nella sostanza o nella forma i prodotti apprestati dalle industrie territoriali ed agricole» (Emminghaus).</p>
        <p>Per virtù dei fattori primi della produzione (natura, lavoro, capitale) e della costituzione fondamentale di essa (imprese, divisione di lavoro e associazione), e col concorso delle cause immediate del suo sviluppo (la scienza, la educazione delle classi produttrici, la legislazione) — il progresso delle industrie manifatturiere <hi rend="italic">segue le stesse leggi</hi> che vedemmo in forme proprie e originali delinearsi nelle industrie precedenti, in ispecie in quella rurale, vale a dire leggi <hi rend="italic">di specificazione</hi>,<hi rend="italic"> di incremento</hi>,<hi rend="italic"> di integrazione</hi>,e ciò nell'assetto organico riflettentesi poi nella potenzialità produttiva.</p>
        <p>2. Bensì a differenza delle arti territoriali e agricole, le quali si trovano congiunte in mille guise col <pb n="439" />serbatoio delle materie e delle forze terrestri, le industrie manifattrici, operando sopra prodotti (greggi) già staccati da quelle viscere e mobilitati, per soggettarli a novella produzione (derivata) — procedono più indipendenti dall'influenze dirette e indirette del territorio, ciò che attribuisce alle leggi del suo progresso questi caratteri differenziali decisivi.</p>
        <p>Tali leggi sono <hi rend="italic">più uniformi</hi> per tutti i rami di esse. Veggasi al paragone della differentissima costituzione rispettiva delle industrie minerarie, di quella forestale e della agricoltura come l'assetto meccanico, economico, mercantile delle industrie moderne della lana, del cotone, della metallurgia non presenti quasi alcun divario nelle diverse nazioni moderne. — Perciò stesso sono <hi rend="italic">universali</hi>,e mentre le leggi specifiche dell'agricoltura sono sempre delimitate e chiuse fra certe zone telluriche e climatiche, quelle industriali travolgono nelle stesse vicende (prezzi, progressi, fortune, crisi) con poco divario l'opificio inglese come quello d'Italia, dell'India o del Giappone. — E quindi (deduzione importante), sciolte l'arti manifattrici da cause e influenze più complesse e localizzate, le leggi del loro sviluppo procedono <hi rend="italic">più semplici, più rapide, più grandiose</hi>,sicché esse, nonché le classi e nazioni che più particolarmente vi sono addette, hanno virtù e funzioni eminentemente progressive. — Tali leggi pertanto qui si <pb n="440" />considerano nelle loro speciali esplicazioni, avuto riguardo alla natura caratteristica dell'arti <hi rend="italic">manifattrici</hi> dell'ambiente particolare in cui esse crescono e si perfezionano</p>
        <p>L'ordinamento tecnico delle imprese manifattrici. ‒ 1. Questo, come testé avvertimmo, <hi rend="italic">si specifica, si incrementa, si integra</hi> nei vari elementi e momenti del suo sviluppo, primamente in dipendenza dal progredire della tecnologia, la quale però, qui più che altrove, acquista indisputata e sovrana signoria. Dicemmo già della natura, storia ed efficacia della tecnologia in tutta la produzione, ma ora basti ricordare come i grandi fondatori della tecnica industriale (parallela a quella locomotrice o dei trasporti), sorti quasi tra il 1760 e i primi anni del sec. XIX, abbiano avuto seguaci e perfezionatori (Bunsen, Bessemer, Siemens, ecc.) delle loro invenzioni in tutti gli esercizi manifatturieri, <hi rend="italic">quasi senza discontinuità</hi> fino ai giorni nostri, spesso con inattese e meravigliose risultanze, come quelle della elettrotecnica a servigio della industria. Ciò bensì non senza differenti gradi di difficoltà nelle applicazioni a singole industrie od operazioni, cosicché p. e. la filatura automatica a vapore, che per il cotone si compiè (dal primo telaio a navetta volante di J. Kay nel 1730) in Inghilterra nel 1825, per la lana invece ritardò e non trionfò nell'Europa che dal 1870 in poi, e di </p>
        <p>
          <pb n="441" />rispondenza la tessitura meccanico-automatica (inv. Cartwright, 1787) nel cotone si diffuse generalmente fra il 1835-75, e invece per la lana soltanto fra il 1860-90 (Schmoller).</p>
        <p>2. Ma fra queste varie resistenze (che accrescono il merito degli iniziatori) può dirsi che la transizione gloriosa della industria manifattrice nella civiltà occidentale <hi rend="italic">dallo stato empirico a quello scientifico</hi>,seguendo il progresso della tecnologia, si effettuò con tre slanci successivi: — il primo <hi rend="italic">di anticipazione</hi> nella Gran Bretagna fra il 1760-90; — il secondo <hi rend="italic">di diffusione</hi> agli Stati europei-americani (dopo una sosta durante Napoleone e il blocco continentale) dal 1830 al 1870; — e infine, dalla guerra franco-prussiana ad oggi un terzo <hi rend="italic">di estensione e intensificazione universale</hi> dalla Spagna, alla Russia, al Giappone.</p>
        <p>In particolare nel rispetto tecnologico le imprese manifattrici <hi rend="italic">si specificano</hi>,giusta le <hi rend="italic">materie</hi>,la suppellettile <hi rend="italic">stromentale</hi> e i <hi rend="italic">processi</hi> di fabbricazione con modi sempre più spiccati, che non hanno facile riscontro con altri rami di produzione.</p>
        <p>Si specificano le imprese <hi rend="italic">a seconda delle sostanze o materie di lavorazione</hi> in gruppi progressivamente distinti quasi senza limite. Le aziende agrarie si distribuiranno forse per serie speciali in colture pratensi e granarie, di vigneti e oliveti, di piante coloniali e industriali, di ortaggi e di giardino, con <pb n="442" />poche ulteriori suddivisioni, ma quelle manifattrici? I gruppi fondamentali di esse — a seconda che elaborano <hi rend="italic">materie alimentari, fibre tessili, sostando minenarie non metalliche, minerali metallici</hi>,a cui è necessario per la molteplicità e mistura d'altre materie aggiungere un gruppo di <hi rend="italic">industrie diverse —</hi> sono immensi ordini di imprese dietro la divisione scienrifica dei regni di natura (Schönberg, Lanzoni). Ma procedendo a suddistinzioni di generi, specie, famiglie, quali sono rilevate o dalle statistiche manifatturiere o classificate dalle esposizioni industriali, si perviene nei paesi progrediti <hi rend="italic">a molte migliaia di arti</hi>,distinte ciascuna <hi rend="italic">per oggetto, per fisionomia, per ambiente di vita propria</hi>,quasi infiniti gruppi di cellule vitali, ognuno fornito di speciali condizioni di sviluppo e prosperità.</p>
        <p>4. Parallelamente si specificano <hi rend="italic">giusta i mezzi tecnici</hi> (forze e stromenti), che adoperano a sussidiare il lavoro inerme dell'uomo; — donde <hi rend="italic">le imprese manuali</hi> e <hi rend="italic">quelle meccaniche</hi>.Questa distinzione elementare, ma decisiva per la differentissima capacità di progresso, è destinata bensì ad attenuarsi; ma per far luogo di ricambio, in quest'arti meccaniche per eccellenza, a nuovi aggruppamenti industriali giusta l'impiego <hi rend="italic">dei motori</hi>, iquali in nessun'altra industria si diversificano quanto in quella manifatturiera; sicché oggi le officine statisticamente <hi rend="italic">si classificano</hi><pb n="443" /><hi rend="italic">giusta le forze motrici</hi> a vento, ad acqua, a vapore, ad elettricità, ad aria calda e compressa, a petrolio, a gas, a benzina, ecc.; donde una varia <hi rend="italic">convenienza economica</hi> di applicazione, che concorre ai progressi produttivi di ogni impresa.</p>
        <p>5. Infine una terza e crescente specificazione delle imprese. Queste si moltiplicano ogni dì più per la effettuazione di singoli <hi rend="italic">processi tecnici</hi> o anche per una <hi rend="italic">sola operazione</hi> tecnica, di una stessa industria. La poderosa industria metallurgica (distinta da quella mineraria) oggi si partisce in colossali stabilimenti, addetti a tre differenti serie di processi tecnici del ferro: — gli alti forni (di Bunsen) per la prima fusione di esso in ghisa; — le fonderie o seconda fusione per ottenere il ferro dolce e l'acciaio in barre (« lingots»);le ferriere e acciaierie per fabbricazioni di prodotti finiti, mercé la mazzeggiatura (col maglio a vapore), la cilindratura meccanica ed altri stromenti secondo i vari prodotti (lamiere, articoli fucinati, rotaie, corazze da navi, cannoni, ecc.). — Ma la massima specializzazione è data dalle arti tessili, e in tutto il mondo civile nel cotone e nella lana, numerosissime imprese non si adibiscono che alla filatura, altre alla sola tessitura, altre alla stamperia; e nella lana alcune anzi si limitano alla scardassatura, altre alla pettinatura, altre alle lane cucirine.</p>
        <p>Triplice specializzazione tecnica di imprese, <pb n="444" />rispondente a vera <hi rend="italic">legge economico-storica</hi>,come quella che consente i vantaggi edonistici di sempre più competenti e perite abilità personali (in un ramo ristretto) e di una suppellettile stromentale per ogni impresa meno varia e dispendiosa, e più adatta o perfetta. Per essa l'industria <hi rend="italic">promiscua e complessa</hi> di prodotti od operazioni anche affini, ultime figure dei «Jean fait tout», sparisce; e si semplifica con propaggini indefinite e vigorose. In ciò uno dei secreti dei rapidi progressi e de' più alti profitti delle arti manifattrici (Jannaccone, Ottolenghi).</p>
        <p>Simultaneamente nelle imprese manifattrici gli ordinamenti tecnico-scientifici <hi rend="italic">si incrementano</hi>,cioè diventano più <hi rend="italic">estesi e potenti</hi>.</p>
        <p>6. Qui sta la ragione per cui <hi rend="italic">diminuisce il distacco originario fra industrie manuali</hi>,munite di semplici stromenti, limitate nello sviluppo, e <hi rend="italic">quelle meccaniche</hi>,cioè dotate di compiuti sistemi automatici. Negli ultimi decenni la tecnologia vi interpose le serie delle <hi rend="italic">macchine utensili</hi> («machines outils») mosse a mano con piccoli motori (a gas, a vapore, o idroelettrici), così varie da divenire oggetto di speciali esposizioni, e da penetrare non solo colle macchine da cucire, da calzature, da nastri, nelle famiglie, ma ancora con seghe, torni, cilindri, forbici ed ogni presidio perfezionato d'arte, nelle antiche e modeste botteghe del falegname, tornitore, fabbroferraio, calzolaio, ecc. <pb n="445" />a rigenerarle; le quali perciò vengono a ricadere nel giro amplissimo dell'arti più o meno meccaniche.</p>
        <p>È progresso tecnico prezioso dell'oggi e promessa crescente dell'indomani, che in nessun'altra produzione si attua quanto nell'arti manifattrici.</p>
        <p>7. Quanto i congegni tecnici grandeggino nelle imprese più comuni e diffuse del cotonificio, del lanificio, della carta, laddove trionfa un compiuto sistema automatico, si misuri da ciò che ivi in genere la <hi rend="italic">montatura meccanica</hi> raffigura la quota di gran lunga più forte del <hi rend="italic">capitale fisso</hi>,spesso computato a milioni anche in opifici di mediocre proporzione. E quanto si perfezionino celermente in questo campo manifatturiero si arguisca da questo dato sperimentale, che cioè nell'arti tessili un industriale, il quale voglia seguire i quotidiani perfezionamenti stromentali, deve mutare le sue macchine in media ogni decennio.</p>
        <p>E l'<hi rend="italic">incremento tecnico delle forze</hi> usate nelle industrie? Si induca da queste cifre approssimative. Mentre nell'economia degli <hi rend="italic">Stati civili</hi> si calcolano impiegati oggi verso 50 milioni di cavalli vapore (di cui nei trasporti la metà e l'altra metà fra industrie minerarie e manifattrici), sappiasi che a questa cifra si pervenne (1900), quadruplicando quella del 1865, che era di 12 milioni (Schmoller). Nuovo slancio si avrà quando l'impiego delle forze idroelettriche, che già accaparrò per la industria il corso del Rodano, <pb n="446" />la caduta del Reno, la cascata del Niagara, e alcuni fiumi-torrenti dell'alta Italia (Adda, Adige, Celline), avrà nell'industria preso un posto sistematico e generale, come si prevede nella penisola italiana, la quale potrà utilizzare dai suoi <hi rend="italic">corsi d'acqua</hi> con motori idraulici o idroelettrici da 3-5 milioni (altri dice 10) di cavalli vapore. E più se si ridetta ai progressi nell'arte di utilizzare quelle forze stesse. La vecchia ruota a schiaffo utilizzava sulla forza di caduta d'acqua il 20%, ed ora la turbina da 50-80%, appunto come le macchine a vapore utilizzavano ieri il 20 ed oggi il 40% di potenza calorifera. E se si calcola il costo del cavallo vapore <hi rend="italic">carbone</hi> da 150-1450 lire all'anno, quello del cavallo <hi rend="italic">idroelettrico</hi> (anche a distanze notevoli), che oggi si aggira fra 140 e 850 lire, sperasi in breve non supererà di molto le 100 lire; mentre il capitale di impianto viene immensamente diminuito (Nitti). Quale incremento tecnico, sia per potenzialità dinamica che per rendimento netto, a profitto delle industrie manifattrici!</p>
        <p>Inutile insistere a dimostrare frattanto come quivi i vari progressi tecnici <hi rend="italic">si integrino</hi> a vicenda. La scoperta di talune <hi rend="italic">materie prime</hi> creò grandiose industrie nuove, come quelle che fanno uso del <hi rend="italic">caucciù</hi> (del Brasile, Congo); la iuta e il cocco trasformano i <hi rend="italic">meccanismi</hi> dell'arti tessili; l'invenzione dei colori di anilina mutò gran parte dei <hi rend="italic">processi</hi> della tintoria, <pb n="447" />cioè della «grande chimica» divenuta gigante colla preparazione degli alcaloidi e degli acidi, usati in tutti i rami della industria moderna. E tutta questa progrediente tecnologia converge ad accrescere la copia e qualità di prodotti manifatturieri e a diminuirne il costo.</p>
        <p>L'ordinamento professionale delle imprese. ‒ Chi non vede come questi <hi rend="italic">rivolgimenti tecnici</hi> debbano ripercuotersi sull'assetto professionale economico della produzione? Ma non essi soltanto, bensì in <hi rend="italic">combinazione colla formazione di speciali classi manifatturiere</hi> e colla diversa <hi rend="italic">ampiezza del mercato</hi>,determinando così caratteristici <hi rend="italic">atteggiamenti e sviluppi storici</hi> delle imprese industriali, i quali (giova richiamarlo espressamente) hanno le lor radici nella <hi rend="italic">originaria industria familiare</hi> o domestica («Hausindustrie»).</p>
        <p>Dicemmo già (vedi «Introduzione») della importanza della famiglia lungo i secoli, quale completo organismo economico di consumo e produzione insieme, ove, sotto la direzione del padre di famiglia, la moglie, i figli, le figlie, sorrette dalle ancelle nel gineceo, dai servi nell'ergastolo, accudivano non solo alla pastorizia o alla rudimentale agricoltura, ma ancora a que' prodotti industriali, dall'armi agli stromenti di lavoro, agli arredi, alle tende, alle vesti, agli ornamenti, i quali nell'interno della domestica <pb n="448" />convivenza («menage», «Haushaltung») venivano poi in comune goduti. L'industria domestica pertanto va considerata, piuttosto che il prototipo, la <hi rend="italic">matrice di tutte le imprese</hi>,le quali assumono a rigore questo nome scientifico, quando <hi rend="italic">producono per conto altrui</hi>,distaccando così il consumo dalla produzione.</p>
        <p>Bensì la famiglia serba sempre qualche reliquia della primitiva e secolare industria interiore, sicché (a parte pure i veri servigi domestici come la nettezza, l'ordine, la cucina), la confezione e accomodamento delle vesti, i lavori di cucito e di abbellimento, il panificio e le conserve alimentari non scompariranno mai dalla casa; e merita anzi avvertire come quelle tradizioni generino fino ad oggi analoghi ordinamenti industriali nella stessa economia sociale. Certo di qui si dipartono <hi rend="italic">le leggi del progresso professionale</hi> delle imprese nella loro morfologia, di cui qui tracciamo le somme linee.</p>
        <p>Legge di specificazione. ‒ Tutto si <hi rend="italic">differenzia e perfeziona</hi> anco nelle imprese manifattrici, mercé tre forme tipiche di successiva prevalenza storica: il <hi rend="italic">mestiere</hi>,la <hi rend="italic">manifattura</hi>,la <hi rend="italic">fabbrica</hi>,delle quali è da analizzare il congegno, la efficacia, le condizioni e limiti, riducendo ad espressione sistematica studi recenti d'alto valore (Liesse, Ashley, Brentano, Fagniez, Levasseur, Lampertico, Fraziani).</p>
        <p>
          <pb n="449" />Il mestiere. ‒ 1. «È quella forma di esercizio industriale nella quale l'imprenditore è anche lavoratore manuale, primo fra i suoi ausiliari, il quale produce per commissione del consumatore o per il mercato locale». In ciò la fisionomia caratteristica, desunta dalle relazioni personali interne del mestiere, quale è offerta tuttodì dal laboratorio, officina, bottega del sarto, del falegname, del fabbroferraio.</p>
        <p>Vi corrisponde <hi rend="italic">la genesi di uno speciale ceto industriale,</hi> in cui è manifesta la derivazione familiare. Appena si moltiplicano in numero le famiglie e in talune scarseggiano le braccia, — è l'esperto in una arte (uomo o donna) che dapprima vien chiamato fuor della famiglia propria a fornire un lavoro di cucito, di calzature, di carpentiere in un'altra casa con materie e stromenti altrui, verso mantenimento e mercede: ecco il lavoratore. Questi più tardi colla notorietà riceve da terzi (clienti) commissione di un prodotto (la veste, le scarpe, il tessuto) che egli eseguisce allora in casa propria verso un prezzo determinato, a fattura: ecco il lavoratore divenuto un piccolo capitalista. Ed esso ulteriormente, crescendo le commissioni, assume per ausiliari non solo la moglie e figli, ma estranei apprendisti e collaboratori, da lui rimunerati: ed ecco l'impresario assuntore (impiegatore, «employer») di braccia, ordinatore e capo di una piccola industria che lavora per il <pb n="450" />profitto. Il quale infine, ad assicurarsi continuità e aumento di commissioni, fonte principale dei suoi lucri, tiene aperta officina e bottega a contatto del pubblico; ed ivi subordinatamente, nei tempi di scarse ordinazioni, prepara da sé ed espone in vendita i prodotti per il mercato locale: ed ecco l'incipiente mercante al minuto.</p>
        <p>2. È questo il <hi rend="italic">mestiere autonomo</hi>,il quale, sorvissuto nelle decadute città romane, rinato nel borgo feudale e nei centri claustrali (sistema <hi rend="italic">curtense</hi>),fa capo allo storico <hi rend="italic">artigianato</hi> dei comuni civici d'Italia, dal sec. XI più tardi nei sec. XII e XIII riproducendosi in tutta Europa medioevale. Esso risponde — ad una tecnica empirica talora elevata, ma essenzialmente manuale; — ad un ceto di <hi rend="italic">maestri</hi> industriali (o capi mestiere) abilissimi lavoratori e modesti capitalisti, al di sotto di cui collaborano pochi apprendisti (discepoli) e compagni cointeressati e spesso conviventi, in quanto con quelli dividono tetto e mensa; — ad una funzione commerciale subordinata, e guarentita da relazioni personali (clientela) e da consuetudini di consumo locale; — tutto ciò rinfrancato dai <hi rend="italic">collegi dell'arti</hi> con fini religiosi, etico-sociali, economici, spesso politici (vedi «Introduzione»), risultanti dai maestri artigiani stessi (donde il nome di maestranze) ed intesi coi loro statuti, all'origine non restrittivi, ad assicurare la <pb n="451" />continuità, l'onestà, la dignità dell'arte, combinate cogli equi compensi e col pubblico bene. Ne risultò un ciclo storico a sé, in cui il sistema economico del mestiere e dell'artigianato libero e fiorente divenne radice e forza della democrazia civile, fondata sul lavoro manuale, negli albori della vita comunale a Milano, Firenze, a Parigi, nelle Fiandre, sul Reno; il cui sviluppo e valore trovansi ormai illustrati mirabilmente (Roscher, Bücher, Doren, Davidsohn, Sieveking).</p>
        <p>3. Ma il mestiere anche fuori di questo glorioso periodo, accanto ai pregi morali e sociali, mantiene in certi limiti nella produzione industriale <hi rend="italic">un posto e un ufficio duraturo</hi>.E ciò di preferenza — nelle arti che servono alle più diverse esigenze o gusti personali, p. e. quella del calzolaio o del sarto <hi rend="italic">dietro misura</hi> (del piede e del dosso del cliente) e delle confezioni di capriccio e mode (crestaie); — o di vario adattamento locale, p. e. del tappezziere e dell'addobbatore di case e del pittore da stanze; — o di semplice riparazione di stromenti o di oggetti d'uso personale e domestico; — o di variabile genio estetico del committente e dell'esecutore (industrie artistiche), p. e. di ebanisteria, di metalli suntuari, di oggetti ornamentali da tavolo; — e dovunque il prodotto di singolare e squisita fattura ricerca l'impronta della individualità nel raccoglimento domestico, e <pb n="452" />d'altro canto una clientela eletta e doviziosa (chincaglierie, incisioni, lavori d'argenterie, ecc.). Si comprende come il mestiere dell'artigiano (espressione più nobile di quella di operaio) anche in età progredite si presta ad una produzione <hi rend="italic">finale</hi> di adattamento al consumo, <hi rend="italic">completiva</hi> di raffinamento e abbellimento, <hi rend="italic">privilegiata</hi> a scopo artistico suntuario.</p>
        <p>La manifattura. ‒ 1. Il regime del mestiere risulta di piccoli industriali (artigiani) che lavorano per diretta commissione dei consumatori e subordinatamente per la minuta vendita sulla piazza cittadina o nel villaggio. Ma per ogni paese viene un momento in cui si aderge il <hi rend="italic">mercante</hi>,quando taluno più intraprendente e avventuriere (la espressione «adventurer» in inglese si accoppia spesso a quella di «merchant»), o anche leghe o compagnie di artigiani più potenti (p. e. l'Arte di Por Santamaria in Firenze), favoriti più tardi dall'istituzione delle <hi rend="italic">fiere</hi> o mercati più ampli in luoghi intermedi di convegno fra venditori e acquirenti di una vasta regione o di un'intera nazione, iniziano il commercio generale, offrendo al pubblico le merci in grosse partite. Allora la funzione mercantile prepondera e a sopperirvi il <hi rend="italic">mercante</hi> moltiplica esso medesimo le ordinazioni alle case ed alle officine degli antichi artigiani, i quali, rimunerati a prodotto o a compito (p. e. tanto per pezza), dipendono per le commissioni non più dal pubblico, <pb n="453" />ma da lui; ed egli si restringe alle operazioni del commercio di speculazione, accumulando in deposito o magazzino i prodotti e lucrando a proprio rischio sulla previsione dei prezzi avvenire. Così si erige «<hi rend="italic">il sistema, di manifattura</hi>»(taluno aggiunge <hi rend="italic">domestica</hi>),il quale esprime «un insieme di imprese industriali autonome e disperse, in servigio di un capitalista speculatore, che <hi rend="italic">concentra</hi> in proprie mani la funzione commerciale per il grande traffico».</p>
        <p>2. Il regime a uno sviluppo manifesto di quello anteriore, ma che tuttavia inaugura <hi rend="italic">un secondo periodo storico.</hi> Esso anticipa in Italia dalla seconda metà del sec. XIII, con tappe rispondenti alle riforme anco politiche in Firenze dei frati gaudenti (1252), di Dino Oompagni (1282), di Giano della Bella (1295), mercé quella ascensione spontanea del «popolo grasso» che viene a distinguere definitivamente e legalmente dalle <hi rend="italic">Arti minori</hi> le <hi rend="italic">Arti maggiori</hi>;e queste grandeggiano nel secolo di Dante colle ditte commerciali dei Frescobaldi, degli Scali, dei Mozzi, dei Peruzzi, degli Alberti, operanti in Inghilterra, nel Brabante, a Strasburgo, nelle celebri fiere ormai internazionali di Sciampagna. Ma per l'Europa in generale la manifattura prevale dal sec. XVI in poi col formarsi dei mercati nazionali e col favore delle incipienti colonie; in Gran Bretagna (non senza violenze e reazioni) per opera delle <pb n="454" />«gentries» che diffondono il lavoro industriale nei distretti campagnoli, mentre le ditte mercantili si incentravano nei nuovi empori commerciali («stapletowns»); in Francia con più pacifico sviluppo la manifattura fiorisce sotto la protezione di Enrico IV e dei Borboni; e dovunque il sistema rimane predominante fino al tempo della rivoluzione francese (Brants, Ashley).</p>
        <p>Ma il sistema ha i suoi <hi rend="italic">caratteri definitivi</hi>: èuna distinzione del ceto artigiano da quello mercantesco ed una subordinazione della funzione autonoma esecutiva dell'industria a quelle di iniziativa e di direzione del grande commercio per servire ad una più sistematica e robusta industria nazionale, nei più vasti e contrastati traffici interni ed esteriori; ciò che spiega (accanto agli statuti delle antiche corporazioni) il <hi rend="italic">regolamentarismo</hi> stretto da parte dello Stato centrale sopra le nuove industrie e i privilegi in pro dei grandi mercanti ai tempi di Elisabetta, di Luigi XIV e di Federico II.</p>
        <p>3. Di qui i <hi rend="italic">vantaggi</hi>, in parte anche permanenti, del sistema di manifattura. Combina la molteplicità e diffusione degli esercizi industriali colla unità accentrata delle speculazioni mercantili. E come tale, <hi rend="italic">nei riguardi dell'industria</hi>,mantiene in parte i pregi del mestiere, cioè consente una relativa autonomia all'artigiano nel dispiego delle sue abilità <pb n="455" />tecniche personali, il raccoglimento e le tradizioni del lavoro nelle case e nelle piccole officine; la diffusione degli esercizi industriali in città e in campagna in combinazione coll'esercizio agrario; la possibilità di usufruire delle braccia della famiglia, senza sottrarle al focolare, di accrescersi con ausiliari (compagni) di fuori. <hi rend="italic">Nel rispetto del commercio</hi>:<hi rend="italic"> ―</hi> il mercante non immobilizza un forte capitale fisso nei vasti stabilimenti e negli stromenti (che all'origine appartengono agli artigiani), né rischia soverchiamente quello circolante, potendo espandere, restringere ed anche sospendere le commissioni agli artigiani a seconda della oscillazione del mercato; e mentre si avvantaggia del traffico all'ingrosso, esso, fornendo da sé (pratica prevalsa più tardi) materie, modelli e stromenti al piccolo industriale, può assicurarsi prodotti più adatti alla vendita ed al consumo generale.</p>
        <p>Così <hi rend="italic">anche nell'età nostra</hi>,risparmiando sul capitale e in parte sulla mano d'opera, la manifattura può reggere talora alla concorrenza degli stabilimenti meccanici nei prodotti di <hi rend="italic">tenue prezzo</hi>,come in certe tele ordinarie di cotone nelle campagne toscane, o nelle trecce per cappelli di paglia intorno a Firenze, o negli orologi da parete nella Selva Nera; ovvero può affrontare i <hi rend="italic">prezzi alti ma aleatori</hi> di alcuni prodotti, come i tessuti di seta nelle campagne del <pb n="456" />Comasco e Zurighese, o quelli variegati e di lusso nelle case e officine di Lyon e di Vienna; o fornire prodotti di certo spaccio, ma <hi rend="italic">artistici e suntuari</hi>,come i broccati e i paramenti da chiesa a Milano e nel Lionese, o ricche confezioni da signore e di biancheria ricamata per corredi in tutte le grandi città; o in fine accumulare a vile prezzo una quantità indefinita di minuti oggetti per gli usi più svariati e accessori della vita, come le «Kurzwaren» (minuterie) di Norimberga e Fürth, e i così detti «articles de Paris», che riempiono i negozi di chincaglierie ed i bazar.</p>
        <p>4. Né mancano <hi rend="italic">inconvenienti</hi> alla manifattura. ― Molto dipende dalla onestà e diligenza degli artigiani dispersi e quindi dalla difficoltà di controllare i possibili loro abusi sulle materie prime o nel lavoro, donde litigi coi sorveglianti («contremaîtres»), che talora divengono alla loro volta sfruttatori in nome del mercante. — Altrettanto decide lo spirito del commerciante speculatore; invero il piccolo industriale è «mediatizzato», fra lui e il pubblico ormai si interpone un <hi rend="italic">mercante</hi>,che può divenire un sovrano e qualche volta un despota (Weber).</p>
        <p>Difatti il mercante è tratto per le operazioni in grande, che esigono disciplina ed anche per cupidigia di lucro, a deprimere l'artigiano autonomo per ridurlo a salariato nella propria officina e forse ad abbandonarlo per volgersi, ad operai isolati e </p>
        <p>
          <pb n="457" />disoccupati in casa («Alleinwerker», «ouvrier chez soi») spesso donne e ragazzi che nella concorrenza della fame accettano il salario del sudore («sweating wage»). È questa la degenerazione della antica e florida manifattura, che oggi spesso si riproduce nei così detti «grandi magazzini di confezione» di biancherie, mode e vestiti di Parigi, di Londra, di Berlino, di New York, sfruttando fino al sangue le lavoratrici di ago nascoste nei bassifondi e nelle soffitte di quelle capitali, fra le proteste di sociologi ed economisti e le preoccupazioni dei legislatori e dei filantropi; di che più oltre.</p>
        <p>La fabbrica. ‒ 1. Se la manifattura è concentramento di sole funzioni mercantili, questa concentra anche le operazioni tecnico-professionali (industriali); sicché la fabbrica, con linguaggio proprio scientifico, esprime «la forma di impresa in cui un imprenditore, industriale e mercante insieme, riunisce in uno stesso edificio (stabilimento) sotto la propria immediata direzione e responsabilità tutti i collaboratori della impresa stessa per la produzione destinata al commercio generale». Si comprende che essa alla sua volta è sviluppo della manifattura, in forza della crescente concentrazione.</p>
        <p>2. Storicamente vi si pervenne: — per le esigenze dello spaccio in grande, che, richiedendo prodotti uniformi in forti masse, trae il mercante a distribuire <pb n="458" />fra gli artigiani dispersi eguali stromenti, materie e modelli di sua proprietà, sì da ridurre quelli gradualmente nelle loro case e officine ad altrettanti <hi rend="italic">salariati fissi</hi> a compito in proprio servigio; — per la espansione insieme dell'attività industriale per cui gli artigiani o maestri nelle officine, per sopperire alle incalzanti commissioni del mercante, moltiplicano sotto di sé gli ausiliari sotto veste di <hi rend="italic">salariati avventizi</hi> a mercede stremata e precaria (giornalieri). E allora, accresciuti in due modi gli operai salariati, perché non concentrarli in uno stesso stabilimento, agevolando la distribuzione e la vigilanza del lavoro esecutivo? — Infine per la invenzione di meccanismi complessi, meno adatti ai piccoli ambienti della casa o bottega, soprattutto di poderosi motori intorno ai quali diviene necessaria l'agglomerazione delle macchine e degli operai. — Tutto ciò, accoppiato alle esigenze di possente unità di iniziativa commerciale per conquistare i mercati internazionali, assicurò il predominio del sistema di fabbrica nella produzione moderna.</p>
        <p>L'avvento di essa <hi rend="italic">si prepara</hi> remotamente nel sec. XIV a Firenze, in cui i grandi mercanti dell' Arte della lana («lanifices») davano fra il 1336-38 lavoro a 30.000 persone, riducendo però i maestri (artigiani) a <hi rend="italic">membra minora</hi> dell'arte e raccogliendo <hi rend="italic">in opifici propri centrali</hi>,in piena soggezione ben 9.000 di que' scardassieri e minuti lavoranti <pb n="459" />salariati che poi con Michele di Lando insorsero nel tumulto dei Ciompi del 1378 (Doren, Bonolis). Ma il processo storico nettamente si disegna in Inghilterra, — ove rimase leggendario il nome di un ricco fabbricante di drappi, Jack de Newbury (John Winchcombe), che avrebbe ai primi del sec. XVI riunito in casa sua ben cento telai e combattuto coi suoi operai alla battaglia di Flodden Field; — ove più tardi nei chiostri già disertati da Arrigo VIII, la «gentry» mercantesca addensava i primi fiotti dell'incipiente proletariato industriale (Ashley); — e dove infine uomini di genio, inventori della meccanica moderna, Hargreaves, Arkwright, Watt unito a Boulton (1759-70-71), da umili operai si levarono alla testa delle prime fabbriche moderne.</p>
        <p>Nel sec. XIX la fabbrica divenne così la forma caratteristica delle imprese industriali in tutto il mondo civile.</p>
        <p>3. Tale sistema suppone per <hi rend="italic">condizione</hi> (ecco il nesso colla classe professionale) l'intervento di cause economiche tali da generare <hi rend="italic">un ceto di illuminati imprenditori capitalisti</hi> e di moltiplicare al disotto di questi capitani delle industrie <hi rend="italic">un esercito di operai disciplinati</hi> per la lotta manifatturiera nel commercio universale. Ed in tal caso prepondera in virtù dei <hi rend="italic">vantaggi inerenti al duplice concentramento professionale e mercantile</hi>, iquali possono così riassumersi. <pb n="460" />Il sistema di fabbrica, in virtù della <hi rend="italic">unità</hi> della mente e del volere di una sola persona, che concepisce, ordina, dirige l'impresa in tutte le funzioni industriali e mercantili, immediatamente sotto i propri occhi in un punto solo, al paragone del regime di manifattura colle sue officine autonome e disperse, consente — di adottare congegni e metodi tecnici e professionali nel più alto grado razionali, rigorosi, uniformi, nei riguardi della divisione del lavoro e della suppellettile stromentale (macchine) e del coordinamento fra varie serie di operazioni (p. e. fra filatura, tessitura, tintoria); — di risparmiare spese ed avarie per le dislocazioni di materie e forze fra le officine disperse e insieme, in grazia dell'intenso controllo, di evitare frodi, dissipazione ed irregolarità nella esecuzione delle merci (grave inconveniente della manifattura) — e infine di introdurre una amministrazione commerciale semplice, esatta, sintetica, sì da commisurare meglio il costo di produzione alle eventualità dei prezzi in un commercio aleatorio per anticipazione e speculazione — tutto ciò combinato (ciò è decisivo) con una maggiore plasticità, ossia attitudine ad un più pronto adattamento della fabbrica ad ogni progresso qualitativo e quantitativo dell'impresa, tutte conseguenze queste del governo più accentrato e responsabile dell'imprenditore e delle sue iniziative.</p>
        <p>
          <pb n="461" />Si comprende da ciò come la agglomerazione di molti lavoranti <hi rend="italic">in un edificio solo sotto un'unica direzione accentrata</hi> (nel che sta il <hi rend="italic">carattere essenziale della fabbrica</hi> e non già come spesso si afferma nelle macchine e nella grandezza) offrisse qualche esempio nell'antichità orientale fra i fenici (Bücher) o in Grecia e Roma nella produzione mista di lavoro libero e a schiavi (Lampertico); e più tardi in alcune imprese subordinate (membra) dell'industrie medioevali, p. e. nelle tintorie o gualchiere nell'arte della lana a Firenze (Doren), e come nella industria moderna essa abbia rinvenuto un proprio e particolare dominio. Quivi si insedia di preferenza e quasi inevitabilmente, laddove il prodotto esige o comporta — una elaborazione in masse ingenti uniformi per il consumo generale a buon mercato, tipo massimo le industrie tessili — o un complesso sistema tecnico-automatico intorno ad un motore unico localizzato, come p. e. nella costruzione di macchine — o processi rigorosi escogitati e diretti da specialisti, come nelle industrie chimiche — o pericolosi come per la polvere pirica, per la dinamite sotto le più rigide cautele — o sapientissimi come per gli stromenti scientifici («feine Mechanik») di gabinetto, di nautica, di astronomia, dietro la guida immediata di uomini dotti — o preziosissimi come il conio delle monete, la lavorazione di metalli nobili o di diamanti <pb n="462" />dietro la più severa vigilanza — e finalmente essa signoreggia nei rami di produzione per lor natura (e in parte per accidenti storici) soggetti a più profonde e rapide innovazioni tecnologiche e quindi a più frequenti e dispendiose trasformazioni, sotto la dittatura di uomini illuminati, intraprendenti e ricchi.</p>
        <p>Veggasi pertanto (e avvertasi bene) come la introduzione della fabbrica risalga primamente ed essenzialmente al vantaggio del duplice concentramento industriale e commerciale nella stessa persona, causa prima e massima, rispetto a cui le altre sono piuttosto cause concomitanti o derivate. Fra queste la adattabilità di tale sistema, più di ogni altro, <hi rend="italic">a grandeggiare all'indefinito</hi>,ciò che richiama ad un'altra legge del progresso manifatturiero, dalla cui analisi meglio spiccheranno gli ulteriori vantaggi (non disgiunti da inconvenienti) della fabbrica accentrata.</p>
        <p>Legge di incremento. ‒ 1. Siamo dunque dinanzi ad una legge generale della produzione, la quale come nelle industrie territoriali ed agricole, così in questa manifatturiera (in ampio senso) ci abilita a ripetere che qui pure «l'impresa, accentrandosi, <hi rend="italic">grandeggia e perciò nella potenza produttiva si incrementa</hi>»,donde l'espressione anche di legge di potenziamento. Nella quale è più che mai palese il riscontro cogli organismi fisiologici, in cui quanto più divengono possenti i gangli motori al centro, tanto meglio svolgonsi ed <pb n="463" />operano gli arti alla periferia, richiedendo di ricambio un ulteriore accentramento di forze coordinatrici, donde aumento proporzionato di potenza vitale. Già il passaggio storico dall'una all'altra specie morfologica di imprese, dal mestiere alla manifattura e alla fabbrica, importa un crescente accentrarsi e aggrandirsi di forze e funzioni produttive, ma ora è il caso di considerare come questa <hi rend="italic">legge di ingrandimento</hi> si manifesta in modo particolare nel regime di fabbrica, appunto perché qui si combina col massimo di accentramento.</p>
        <p>Del costituirsi ed operare in grande, cioè con larga copia di fattori produttivi e di operazioni coordinate ad unità, specialmente nella fabbrica, questi i vantaggi.</p>
        <p>I. <hi rend="italic">Spese relativamente minori</hi>.<hi rend="italic"> –</hi> 1. Ciò per le <hi rend="italic">spese di primo impianto</hi> (di fondazione o « installation»). È una legge matematica: i volumi non crescono come le aree: e un edificio di 400 mq. risparmia le muraglie intermedie rispetto a 4 edifizi da 100 ciascuno; un canale derivatore di 200 cavalli idraulici importa meno lavoro di arginatura, che due canali di metà portata. La spesa del macchinario (motori e stromenti esecutivi) di una filatura decresce col crescere dei fusi.</p>
        <p>2. Così pure le <hi rend="italic">spese generali di esercizio</hi> (cioè necessarie <hi rend="italic">all'insieme</hi> delle operazioni) col moltiplicarsi <pb n="464" />di queste mantengonsi fino ad un certo punto eguali, e quindi relativamente scemano. In una fabbrica un personale di direzione, amministrazione, vigilanza, vale egualmente per conchiudere grossi o piccoli negozi, per conteggiare grandi o piccoli numeri, per vigilare l'ingresso e l'uscita di 1000 o 2000 operai; e in una tipografia la spesa di composizione di un libro o di un giornale è fissa, sia che si tirino 100 o 1000 esemplari. E così tali spese generali col moltiplicare il numero dei prodotti riescono meno onerose, ciò che riduce ad una frazione infinitesimale il costo unitario di un giornale che tira 500.000 copie.</p>
        <p>3. Altrettanto per talune <hi rend="italic">spese speciali</hi> di esercizio o di immediata produzione, cioè necessarie ad ogni unità di prodotto. La spesa di mano d'opera sta in relazione coi metri di tessuto nella stessa lavorazione meccanica; ma non così per il motore, che quanto più è grande, riducendo le dispersioni di calorie, risulta più economico. Una potente macchina a vapore consuma relativamente meno carbone che una debole; la differenza di spesa può scendere da 8 ad 1; così una piccola macchina da 1 cavallo vapore costa all'ora 40 centesimi e sopra 2 o 300 cavalli vapore, 5 centesimi (Allard, Gide). Ciò vale anche per le grandi fornaci a fuoco continuo, ecc.</p>
        <p>II. <hi rend="italic">Possibilità di introdurre una tecnica poderosa e perfezionata</hi>, icui immensi vantaggi si </p>
        <p>
          <pb n="465" />conseguono soltanto a condizione di un assetto ed esercizio di vastissime proporzioni. Ciò vale per la <hi rend="italic">tecnica edilizia e meccanica</hi>.Se speciali stabilimenti metallurgici coi loro alti forni costano milioni, si potranno far servire per poche tonn. di ghisa? Se una sola fabbrica di prodotti chimici presso Glasgow, per preservare la città dai gas deleteri, dovette erigere fumaioli più alti della piramide di Cheope, non era necessario espandere in proporzione tutto lo stabilimento e la sua produzione? Se per seguire i continui perfezionamenti della suppellettile meccanica, da cui dipende talora il trionfo sugli emuli concorrenti, occorre talora rinnovarla ogni dieci o cinque anni, non si deve munire l'impresa di milioni di capitale? — Ciò riflette anche i <hi rend="italic">processi tecnici</hi>.Soltanto un ingente stabilimento cotoniero può coordinare in un recinto vantaggiosamente filatura, tessitura, stamperia, che altrimenti importano il ricorso a fabbriche distanti e forse avversarie. Ciò più specialmente per la tecnica delle <hi rend="italic">materie prime</hi>,mercé la utilizzazione dei residui per altre industrie secondarie, che completano i profitti della industria principale, come le fabbriche di candele steariche che accoppiano la preparazione della glicerina, del sapone, dell'acido solforico; quelle di raffinazione della nafta congiunte alla estrazione della parafina, della benzina, dei grassi lubrificanti; utilizzazione dei residui <pb n="466" /> (almeno colla vendita) così importanti, che talune imprese riescono rimunerative soltanto in grazia di essa; appunto perché trattasi di enormi accumuli di detriti, di rifiuti, di fecce, di sanse, ecc., che altrimenti in piccole quantità andrebbero dispersi inutilmente.</p>
        <p>III. <hi rend="italic">Ordinamento professionale più completo ed efficace</hi>.<hi rend="italic"> ‒</hi> Grande impresa significa grande fascio di mezzi produttivi. Di mezzo alle grandi imprese sorgono e poi si espandono immense associazioni di lavoro e di capitale, che ne aumentano la potenza produttiva pressoché senza limite.</p>
        <p>Così una estesa, razionale e proficua divisione di operazioni e graduazione di uffici nel personale esecutivo e dirigente si dispiega completamente solo nel giro di imprese vastissime e ricche, che hanno occasioni e mezzi di molteplici cernite, di ripetuti esperimenti, di lusinghiere rimunerazioni. Vi hanno maestri (capi operai) nelle vetrerie di invidiata perizia; capi-sala nelle filature, che sono contesi da una nazione all'altra; chimici nelle tintorie usciti dai politecnici; modellatori nelle fonderie, disegnatori nelle tessitorie, che sono artisti; ingegneri e amministrtori, che vantano una celebrità cui a legata quella di una ditta. Si forma e si educa così (la deduzione è illustrata da Webb, Marshall, Schulze-Gӓwernitz, Graziani) una gerarchia di specialisti d'alto valore <pb n="467" />professionale, i quali, mettendo capo all'imprenditore, fanno coll'elevazione propria la prosperità delle grandi imprese e l'onore della nazione. Tuttociò sarebbe conseguibile oggi nei minuti mestieri anco più eletti, o nelle mezzane officine della manifattura, che pur fecero la gloria degli artigiani nel sec. XIII in Italia e fondarono la industria inglese del sec. XVI?</p>
        <p>IV. <hi rend="italic">Agevolezze di procaccio e di smercio</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Gli <hi rend="italic">acquisti</hi> di materie, stromenti, ecc. si procurano in forti masse, di prima mano, a prezzi più vantaggiosi, da fonti migliori per specie e convenienza in ogni parte del globo. Le <hi rend="italic">vendite</hi> di prodotti già anticipatamente accumulate nei magazzini si smerciano in grande quantità con pochi e grossi negozi (contratti), nel mercato nazionale e internazionale, in luoghi e tempi più opportuni, prevenendo e dominando la domanda, con certa continuità media di spaccio e più pronta realizzazione di valori. — Ambedue si effettuano con minor spesa di <hi rend="italic">trasporto</hi> lungo le rapide e ben servite arterie del traffico, meglio che per la rete lenta e intrecciata delle vie locali; — e con risparmio di capitale circolante, in parte sostituito vantaggiosamente (e un calcolo matematico dimostrato) da un giro di operazioni di credito, al quale le forti ditte possono attingere più largamente. — Di qui una certa continuità anche della produzione <pb n="468" />e dei suoi profitti, i quali ultimi anzi mercé l'ingente massa degli affari, pesano con frazioni minime sul prezzo di ogni unità di prodotto, pur apportando complessivamente copiosi redditi all'impresa, con cui questa può meglio fronteggiare gli ardimenti perigliosi del commercio di speculazione nella concorrenza generale.</p>
        <p>Risultati. ‒ 1. In complesso questi vantaggi dell'operare in grande, che massimamente si assommano nel sistema di fabbrica, si risolvono in una delle ingenti e felici applicazioni del principio edonistico alla produzione, determinando una grandiosa esplicazione della legge di incremento, che quivi sembra pressoché indefinita.</p>
        <p>z. Tale <hi rend="italic">legge di incremento</hi> (accentramento e ingrandimento) della potenza produttiva delle imprese industriali a legge generale.</p>
        <p>Ciò spiega — la presenza di qualche saggio di industrie in grande in ogni società per poco progressiva, anche dell'antichità; — la tendenza relativa ad espandersi per ognuno di quei tipi storici di imprese (il mestiere, la manifattura, la fabbrica) della industria manifatturiera medioevale e moderna, ed anzi a passare dal carattere di impresa individuale a quello sociale (società industriali); — e infine ciò dimostra come il duplice accentramento della funzione industriale e mercantile nella fabbrica, che favorisce <pb n="469" />cotanto l'aggrandirsi di essa, dovesse attribuire a questa il massimo di potenza produttiva, donde la vittoria di tale sistema di impresa nell'età contemporanea. Gli esempi e le prove si moltiplicano da ogni parte.</p>
        <p>Mentre in quel formicaio umano che è Canton fino a pochi decenni sono nessun laboratorio eccedeva il numero di venti persone, e tuttora da Bokhara al Niger raramente si incontrano officine di più di cinque operai (Leroy-Beaulieu), oggi gli arsenali marittimi di Woolich, di Kiel, di Toulon, della Spezia giganteggiano come immensi monumenti, in cui trionfa la sapiente possanza dell'industria moderna. Altrettanto i vastissimi cantieri navali, donde si varano i piroscafi colossali delle compagnie transatlantiche d'ogni nazione. Gli stabilimenti metallurgici e meccanici della compagnia del Creuzot (presso Parigi) coprono lo spazio di dieci kmq., legati da ferrovie interne. Fabbriche di birra in Inghilterra raccolgono la bevanda in botti che sono sale da ballo e vi si danzò; come le industrie enotecniche e i relativi depositi in Francia, Italia, ecc. sono veramente città industriali del vino (enopoli). Ordinari molini a vapore macinano in un giorno grano per un intero dipartimento, dal molino di Saint-Maur nei sobborghi parigini (per 60-80.000 persone) a quello di Minneapolis (Nord America), forse il maggiore del mondo, che esporta a dotte la farina per l'Europa.</p>
        <p>
          <pb n="470" />I lanifici europei esauriscono in un anno tutta la lana dell'Argentina e dell'Australia. Parecchie fabbriche cotoniere di Gran Bretagna tessono ognuna tanta tela da poter fasciare annualmente la linea equatoriale. Le fabbriche di vetrerie e specchi della ditta Saint-Gobain, sono sparse in Francia, Italia, Russia. Krupp raccoglie nella sua fabbrica d'armi ad Essen ben 30.000 operai. A parte le miniere, vi hanno molte imprese manifattrici risultanti da 10-20-30 milioni di capitale d'impianto.</p>
        <p>La legge di incremento della fabbrica superò le aspettative dei suoi più entusiasti panegiristi, Fourier, Molinari, Walker.</p>
        <p>Condizioni, campo di svilupppo, limiti. ‒ 1. Ma la legge di ingrandimento ha le sue <hi rend="italic">condizioni</hi>.</p>
        <p>Altre <hi rend="italic">estrinseche</hi> proprie dell'ambiente sociale storico, in ispecie la cultura tecnico-economica delle classi manifatturiere, soprattutto degli imprenditori, i quali nelle industrie fungono la missione degli «eroi» di Carlyle nei progressi civili; la quantità del capitale mobile durevolmente disponibile per quegli impieghi; e insieme l'ampiezza del mercato. Altre <hi rend="italic">intrinseche</hi> ad ogni impresa e dipendono dall'oggetto o prodotto di ogni impresa, il quale di sua natura esiga o comporti utilmente i massimi svolgimenti industriali e mercantili.</p>
        <p>2. Così si delinea un <hi rend="italic">campo proprio</hi> alla grande <pb n="471" />impresa (specie di fabbrica) in cui questa predomina in proporzioni pressoché illimitate.</p>
        <p>Ciò in particolare — laddove trattasi di costruzioni ingenti e insieme dispendiosissime per se stesse, come i navigli in legno e in ferro nei cantieri; — ovvero di prodotti insieme grandi o pesanti, da prepararsi in grande numero uniformemente, le corazze per navi, le verghe per ferrovia, cannoni e fucili; ― o la produzione richiede enorme immobilizzazione di capitale fisso (edifizi, macchinario, forze motrici), come negli stabilimenti metallurgici, p. e. per costruzione di macchine, per ponti metallici, per rotaie; — o infine la merce è destinata all'impiego o al consumo normale generalissimo, a buon mercato, in masse enormi, quali le industrie tessili (cotone, lana), gli stabilimenti chimici o di prodotti alimentari (molini all'americana, fabbriche di birra, zuccherifici); — o in cui il capitale circolante (di materie prime e ausiliari) affatto preponderante può crescere all'indefinito. È questo il dominio in cui la produzione industriale giganteggia per le sue massime proporzioni.</p>
        <p>E pertanto come un giorno le residenze civiche variopinte ed artistiche dei collegi dell'arti, sorgenti accanto alla torre del comune, raffiguravano l'industria artigiana del medioevo, così oggi la fabbrica corpulenta coi suoi eccelsi fumaioli, la quale si moltiplica <pb n="472" />e signoreggia in città, in campagna, in ogni paese e contiene, impersona e scolpisce l'organismo tipico per eccellenza della grande industria moderna, scientifica, capitalistica, cosmopolita.</p>
        <p>3. Come tipo organico la fabbrica può dirsi rimarrà, tanto essa risponde alle leggi del progresso produttivo. Ma nel suo ingrandirsi, essa come ogni altra <hi rend="italic">grande impresa</hi> subisce dei <hi rend="italic">limiti</hi>.In parte <hi rend="italic">assoluti</hi>,male assegnabili, ma certi; e stanno nella natura dell'arte e quindi della capacità produttiva dell'uomo. Si perde in intensità ciò che si guadagna in estensione, ossia i vantaggi della crescente grandezza della impresa a certo punto trovansi elisi dalla difficoltà di mantenere l'incentramento coi suoi benefici; la complicanza al centro diviene eccessiva, la vigilanza alla periferia insufficiente, la dispersione di forze e dei residui ruinosa; sicché infine si determina il disgregamento. In parte <hi rend="italic">relativi</hi>,e sono designati dalle circostanze del tempo, più o meno propizie all'espansione delle imprese, come la potenza della tecnica, del capitale, del traffico. In ogni momento storico vi ha un grado di espansione delle imprese, che risponde al massimo utile conseguibile in quelle condizioni di fatto, giusta la legge delle proporzioni quantitative definite; più in là l'utile degrada e l'incremento si arresta. Le statistiche riportano come in Italia dal 1882-93 il grande incremento seguì <pb n="473" />nelle società industriali, da un milione e più di capitale, ma inferiore a 10 milioni (Jarach in Graziani).</p>
        <p>Inconvenienti e correttivi. ‒ Quanto i vantaggi dell'ordinamento di fabbrica, non mancano gli inconvenienti; connessi questi (avvertasi bene) colla duplice concentrazione e colla indefinita espansione di essa. Inconvenienti spesso confusamente e passionalmente rilevati e rinfacciati, i quali oggi dopo lunghe esperienze e con critica imparziale possono più equamente definirsi e misurare.</p>
        <p>1. <hi rend="italic">Per la concentrazione industriale</hi>,la fabbrica, disgregando la famiglia col suo perpetuo idillio del lavoro presso il focolare e sacrificando le piccole officine autonome per addensare in un solo recinto industriale uomini, donne, fanciulli, assorbe nei pochi capitani del lavoro reggimentato <hi rend="italic">la capacità, perizia e virtù di iniziative operose</hi>,che prima si distribuivano fra tanti minori nuclei vitali. È l'oligarchia sostituita alla democrazia nelle imprese produttive. — Anzi nel seno di esse concorre ad avvilire <hi rend="italic">il valore stesso individuale</hi> dei lavoratori, nella produzione sopra di questi facendo pesare uniformemente l'influenza deprimente della divisione del lavoro e delle macchine. — E genera un nuovo <hi rend="italic">feudalismo industriale</hi>,il quale più estolle l'impresario capitalista colle sue funzioni dispotiche e coi suoi profitti accumulati, altrettanto adima e allivella nel salariato miserabile <pb n="474" />la moltitudine degli operai. — Tutto ciò accompagnato da disordini igienici, morali, sociali, inscindibili dall'assembramento della fabbrica.</p>
        <p>Si risponde con una pregiudiziale: tali inconvenienti sono veri e apparvero gravissimi fin dal sorgere della fabbrica moderna. Ma essi <hi rend="italic">in parte</hi> derivarono dalle circostanze storiche in cui si costituì e si svolse primamente la industria manifattrice, e perciò sono destinati a scomparire; e <hi rend="italic">in parte</hi> soltanto sono inerenti al sistema della fabbrica, ma come tali ammettono temperamenti e compensi.</p>
        <p>2. Per il primo rispetto storico basta qui ricordare quanto noi dicemmo altrove, che cioè la grande trasformazione tecnico-economica, che dette fra il 1760 e la metà del sec. XIX la vittoria al regime di fabbrica sopra la manifattura ed il mestiere, cominciando dall'Inghilterra per diffondersi a tutto il continente, si effettuò in condizioni e con modalità eccezionali e patologiche.</p>
        <p>Tale in particolare la <hi rend="italic">precipitazione</hi> con cui il sistema di fabbrica si introdusse e propagò, sì da non lasciar tempo a prevenire e riparare agli spostamenti ruinosi di quel radicale mutamento, il cui primo ciclo decisivo si compié in Inghilterra in poco più di un trentennio.</p>
        <p>Tali le simultanee <hi rend="italic">condizioni giuridiche e politiche</hi>,per cui una legislazione industriale dei secoli del <pb n="475" />mercantilismo, non più compatibile colle moderne industrie, <hi rend="italic">veniva a cadere, senza che sorgesse ancora la nuova</hi>,che in Europa in generale non si maturò che quasi un secolo più tardi, facendo posto nell'intervallo ad una anarchia, coonestata dalle teorie liberali del sec. XIX col nome di «libertà industriale», che tornò a tutto profitto dei prepotenti. E ciò pure in combinazione collo stato finanziario e cogli straordinari rivolgimenti politici interni ed esterni di tutte le nazioni nel tempo della rivoluzione francese, delle guerre napoleoniche e della ristorazione, che aggravarono eccezionalmente le classi impresarie ed operaie insieme.</p>
        <p>Tale infine la coincidenza in questo stesso periodo di uno <hi rend="italic">spirito di utilitarismo</hi> egoista e cupido, già sfacciato (come vedemmo) nella «gentry» capitalista dei tempi della riforma nella Gran Bretagna, e da ultimo trionfante nella borghesia industriale e mercantesca di tutta Europa, la quale della sua abilità e fortuna, come degli errori e distrette, si valse del pari per asservire e sfruttare le masse lavoratrici; sicché queste si trovarono gettate al fondo della miseria, della degenerazione e dell'abbrutimento morale, addensando gli odi pel futuro socialismo rivoluzionario. Ciò per la Gran Bretagna senza arresto e schermo fino al 1830, toccando allora il massimo di acutezza, principalmente fra i cotonieri del <pb n="476" />Lancashire (Brentano), di là riproducendosi con simiglianti fenomeni nefasti in Francia e Belgio fino al 1848-52 (Reybaud, Ducpectiaux), in Germania specie dal 1850 in-poi (Schulze-Gӓwernitz); e più o meno dovunque, quale concomitanza storica della grande trasformazione industriale. Può dirsi (salvo il grado e le eccezioni) che la fabbrica moderna colle sue meraviglie siasi eretta nei sec. XVIII-XIX sulle ignominie di una società ridivenuta crudelmente pagana. Oiò che suggeriva all'economista liberale inglese (B. S. Mill) la fiera condanna: tutto anche il comunismo val meglio di simile organizzazione sociale.</p>
        <p>3. Prescindendo però da tali circostanze storiche, le quali si risolvono per lo più in abusi colpevoli per nulla connessi col sistema industriale e che frattanto dimostrano quanto le condizioni soggettive etico-civili delle popolazioni influiscono sul valore di un ordinamento economico — quegli inconvenienti della fabbrica sono <hi rend="italic">soltanto occasionati</hi> dal suo incentramento industriale, e del resto <hi rend="italic">ammettono correttivi e compensi</hi>;come risulta da indagini ed esperienze concludenti, che giova riassumere in forma di risposte ad altrettante accuse.</p>
        <p>Risposte. ‒ 1. Certamente il sorgere della fabbrica moderna atterra mestieri e manifatture domestiche spettanti ad uno stadio già sorpassato, e in qualche misura le soppianta definitivamente con <pb n="477" />non lieve scapito delle imprese autonome e della saldezza economica ed etica delle famiglie operose. Ma come la fabbrica (lo dicemmo già più sopra) ha un dominio speciale in cui durevolmente si insedia e grandeggia, così anche il mestiere e la manifattura, nella stessa produzione moderna, hanno un campo lor proprio di applicazione da cui quella rimane in gran parte rimossa; né mancano oggi presidi per cui queste minori forme d'imprese possano reggere accanto alla fabbrica coi benefici dell'arte autonoma e domestica. Per la moltitudine operaia, dal corpo degli artigiani trapassati al servizio di fabbrica, senza dubbio è scomparso il secolare idillio del lavoro in famiglia e in modeste officine, colle loro tradizioni educative, e ciò è grave malanno della società moderna. Ma l'unità economica dell'odierna famiglia operaia non è sempre compromessa, la somma dei salari percepiti da genitori e figli oggi sparsi nelle fabbriche apportando spesso al bilancio comune redditi eguali o superiori a quelli di ieri. Bensì l'unità morale della famiglia operaia per la sua dispersione nelle fabbriche rimane profondamente scossa e bisogna sopperirvi con energie spirituali di più alta derivazione etico-religiosa e con indirette influenze educatrici sociali, ciò che è ben lungi ancora dall'avverarsi per il salariato moderno. Grave ed urgente dovere! </p>
        <p>
          <pb n="478" />2. La fabbrica, appunto perché fa applicazioni sistematiche e vaste della divisione del lavoro e delle macchine, accomuna più che i danni, i benefici di tali ordinamenti alle moltitudini operaie, le quali, se scapitano là entro per libertà di iniziative proprie, guadagnano per valore personale di esecuzione. È incontestato che esse, al contatto di que' perfetti congegni e procedimenti scientifici, <hi rend="italic">fanno in massa il proprio tirocinio tecnico</hi> ben meglio degli apprendisti di minute e antiquate imprese; sicché le attitudini medie dell'operaio si elevano e con esse il salario.</p>
        <p>3. Nell'interno dei grandi stabilimenti il distacco (di classe) fra imprenditore e la moltitudine dei salariati si va facendo meno profondo e flagrante. Col normale sviluppo organico della fabbrica (come già altrove fu ricordato) si forma una gerarchia di funzioni produttive, cui seconda una graduazione di salari talora elevati; e si nota universalmente che ivi si aumenta ognor più il gruppo superiore degli operai <hi rend="italic">qualificati</hi> («skilled»)rispetto a quelli comuni o braccianti («unskilled»). E se nella fabbrica predomina la rimunerazione a <hi rend="italic">salario fisso giornaliero</hi>,in certa opposizione col profitto dell'impresario, ben si possono stringere rapporti più diretti di <hi rend="italic">cointeressenza</hi>,quali il salario a compito (a fattura), già usato largamente nelle industrie tessili, e. </p>
        <p>
          <pb n="479" />la partecipazione degli operai ai profitti, di cui molti esempi (Leclaire, Briggs, Dollfus) illustrati da Böhmert. Rimane bensì il fatto che, mentre un dì ogni lavorante poteva ripromettersi divenire padrone indipendente del suo mestiere, ora alla gran massa degli operai è tolta la speranza di salire al sommo della fabbrica; ciò che richiede tante cognizioni e ricchezze e frattanto attribuisce all'imprenditore capitalista un potere sovrano sopra il salariato suddito ed esecutore, esacerbando le relazioni reciproche con minaccia dell'ordine sociale. Questo è vero in generale; ma non è indispensabile siffatto governo assoluto dell'imprenditore, il quale può atteggiarsi con mutuo vantaggio a re costituzionale. Già vi hanno esempi in cui un consiglio eletto dagli operai della fabbrica («conseil d'usine») è chiamato a trattare coll'imprenditore dei salari e loro modificazioni, del regolamento interno e sua applicazione, delle controversie e lor scioglimento, infine della gestione di alcune istituzioni comuni, esempi meritevoli di più estese imitazioni. E altrove si ammettono gli operai (ciò è più frequente) a <hi rend="italic">partecipare al capitale</hi> della fabbrica, comperandone le azioni, divenendo soci dell'impresario-capitalista. In questi vari modi la fabbrica può diventare <hi rend="italic">palestra di elevazione professionale</hi>,preparando la classe salariata senza uscire dallo stabilimento a sollevarsi per gradi fino a quella <pb n="480" />capitalistica, colmando fra esse l'abisso. Di tutto ciò vi hanno saggi felici e diffusi in Inghilterra, Belgio, Italia, Francia (presso le grandi ditte Briggs, Harmel, Rivière, A. Rossi, ecc.), specie dal 1867, dacché all'esposizione di Parigi sotto Napoleone III si cominciò a rendere pubblici e premiare questi modi di trasformazione del salariato di fabbrica.</p>
        <p>Certo è che in America del nord non pochi lavoratori di merito preferiscono oggi di conservare la posizione di alti salariati e cointeressati in qualche grande impresa, alla impazienza di fondare da sé mediocri e incerti esercizi industriali (Carroll Wright). Vi ritorneremo al tema della questione sociale.</p>
        <p>4. Sono invero congiunti coll'agglomerazione nella stessa fabbrica di operai d'ogni sesso, età, provenienza, i danni dell'igiene, del mal costume, delle perturbazioni sociali, nel senso che l'assembramento favorisce la esplosione epidemica di ogni germe maligno e che in questi stessi recinti il contegno colpevole di un impresario arbitro di quelle masse amorfe può divenire nuova cagione di aggravare il disordine sociale. Ciò accadde realmente nel periodo detto <hi rend="italic">caotico</hi> dell'insediarsi della grande fabbrica moderna e in parte continua tuttodì. L'uso invero in grandi masse di materie gregge, di agenti chimici, di forze e stromenti pericolosi generò e propagò in </p>
        <p>
          <pb n="481" />ogni fabbrica speciali <hi rend="italic">malattie professionali</hi> (il <hi rend="italic">cotone</hi> le malattie degli organi respiratori, il <hi rend="italic">mercurio</hi> la paralisi, il <hi rend="italic">fosforo</hi> bianco l'avvelenamento, ecc.), dovunque moltiplicò gli infortuni, le degenerazioni organiche e fisiologiche, le morti precoci. Il lavoro nelle stesse sale di uomini, donne e fanciulli, rese la fabbrica un fornite di corruzione universale. L'addensarsi di moltitudini immiserite ed oppresse agevolò la propaganda di idee sovversive e di concordi resistenze e ribellioni. Ai quali malanni aggiunsero di proprio gli imprenditori la trascuranza di edifizi malsani e d'ogni cautela di sicurezza, la prolungazione del lavoro diurno, notturno, festivo, l'abuso delle forze muliebri e adolescenti, l'assenza di ogni custodia morale, lo scandalo proveniente dall'alto, l'utilitarismo crudele esercitato sul proletariato negletto e dispregiato.</p>
        <p>Ma osservisi di ricambio. — I grandi stabilimenti con direttori illuminati e ricchi hanno anche i mezzi adeguati per provvedere alla conservazione ed igiene personale degli operai, mercé costruzioni adatte e solide, areazione e nettezza di locali, sorveglianza sistematica, meccanismi di sicurezza, agenti reattivi contro influenze deleterie; sicché (come inchieste statistiche comprovano) oggi sono le minute e domestiche officine, in cui persistono que' malanni non già in generale le fabbriche. — Similmente per le <pb n="482" />provvidenze morali-educatrici. Dalla seconda metà del sec. XIX in Europa ed America fu una nobile gara fra i grandi imprenditori industriali di introdurre e moltiplicarle, a pro degli operai di fabbrica, — bagni e cure profilattiche, ospedali e soccorsi a domicilio, presepi («crèches») per i bambini lattanti delle operaie, convitti e dormitori vigilati («internats») presso gli stabilimenti, asili infantili e scuole a tutti i gradi; e sale di conversazione, di giochi, di spettacoli e case operaie con giardino, senza dire di società di mutuo soccorso e di ogni istituzione di previdenza. Insieme di provvedimenti di un <hi rend="italic">patronato industriale</hi>, con cui gli impresari fecero doverosa riparazione di loro abusi e che avrebbe ancor più dispiegato la sua funzione sociale pacificatrice, se quel patronato si fosse meglio diretto ad abituare gli operai a <hi rend="italic">fare da sé</hi>, cioè a divenire autori del proprio miglioramento; e se non fosse stato rallentato dalle crescenti diffidenze e lotte di classe per la propaganda socialistica. — Finalmente a prevenire e reprimere i disordini delle imprese importante ufficio incombe alle <hi rend="italic">leggi industriali</hi>,quali risorsero veramente, prima in Inghilterra specie dal 1825 e poi dovunque; ed è qui da ricordare che è propriamente nelle fabbriche che tali leggi riescono più efficacemente ad applicarsi, perché la grandiosità di quelle pone in aperto la gravezza dei mali che altrove si </p>
        <p>
          <pb n="483" />occultano e la loro applicazione uniforme a masse di operai vi dà impronta di un vero rimedio sociale. E così fu storicamente.</p>
        <p>5. Fin qui dei correttivi agli inconvenienti derivanti dall'incentramento industriale. Rispetto invece a quelli connessi coll'accentramento commerciale della fabbrica, che colla esorbitante e convulsa produzione moltiplica e diffonde crisi ruinose — si risponde che tutto ciò non è connesso necessariamente col sistema.</p>
        <p>Senza dire quanto questo processo patologico si colleghi invece allo spirito di speculazione insana e sleale del secolo nostro, sicché gli stessi malanni si avverarono nel regime di manifattura in Inghilterra nei sec. XVII e XVIII, — oggi quelle crisi dipendono per ogni grande impresa massimamente dall'<hi rend="italic">estensione universale del mercato</hi>,per cui sono pressoché inevitabili gli errori nel commisurare la anticipata produzione alla richiesta mercantile. Anzi di fronte a questo pericolo, mentre il regime di manifattura, ché dà commissioni a mille piccole officine, sospende ad ogni sospetto le ordinazioni, rovesciando il danno sui minuti industriali, la fabbrica invece è spinta a protrarre ad oltranza il lavoro, per non lasciare colla sospensione infruttuoso un ingente capitale immobilizzato in edifizi, depositi, meccanismi.</p>
        <p>Conclusione. ‒ Riassumendo queste obbiezioni e risposte, si può con rigore concludere.</p>
        <p>
          <pb n="484" />Gli inconvenienti della fabbrica e della sua indefinita espansione nel proprio campo specifico non pareggiano i vantaggi economici, i quali sono immensi e confermano come essa raffiguri un ordinamento normale del progresso produttivo e possono tradursi ancora in preziosi vantaggi sociali, come un mezzo più pronto ed intenso di educazione di numerose classi lavoratrici. Ma ciò ad una condizione, che prorompe dalle esperienze tristi e liete di tale regime, vale a dire che all'esercizio puramente utilitario della fabbrica si accoppi un più alto dispiego dei doveri etico-sociali, che essa medesima crea ed impone. Vi ha tutto un campo aperto a nuove iniziative di più elevata giustizia ed equità, di patronato sapiente e disinteressato da parte degli imprenditori capitalisti, che primi ad avvantaggiarsi degli ordinamenti di fabbrica, devono primi adoperarsi a correggerne le conseguenze economiche, morali, igieniche a danno degli operai, — a nuove combinazioni di solidarietà fra le moltitudini operaie di fabbrica, per assicurare i loro interessi collettivi, la dignità ed elevazione, — nuove provvidenze di legge, proporzionate ai più complessi rapporti della fabbrica stessa, di che si dirà a proposito della legislazione industriale. </p>
        <p>Ma frattanto da tutto ciò sorge la riprova solenne del vero: che ad ogni progresso materiale conviene risponda per tutti una elevazione di <pb n="485" />responsabilità sociale e dei conseguenti doveri morali; e che pertanto l'adempimento di tali più ampli doveri di giustizia e carità diventa condizione, perché la legge utilitaria torni proficua. A questo patto soltanto il trionfo della fabbrica sì risolve in un progresso di civiltà.</p>
        <p>Legge di integrazione fra le varie imprese manifattrici. ‒ A questo luogo gli scrittori per lo più discutono «il quesito della <hi rend="italic">grande e piccola industria</hi> e se questa innanzi a quella per legge di progresso produttivo sia destinata a degradare e forse a scomparire». Sia lecito osservare che così il quesito e metodicamente mal posto ed espresso. Non è dagli elementi quantitativi di qualunque ente (grande o piccolo) che si possa giudicare della ragione di sua esistenza e funzione. Chi fra i naturalisti discuterebbe, se nell'universo debbono soltanto vivere gli organismi infinitamente grandi o gli infinitamente piccoli? Tutti sono destinati a coesistere giusta la loro speciale <hi rend="italic">natura</hi>,ossia qualità, in relazione all'ambiente estrinseco. Del pari per noi trattasi di giudicare soltanto dell'importanza comparativa che nel progresso è riservata all'una o all'altra forma di <hi rend="italic">impresa autonoma</hi> («selbstӓndig»), di cui vedemmo tre forme tipiche nella storia, distinte per la specie o qualità di lor costituzione interna. Sono dunque gli elementi <hi rend="italic">qualitativi</hi> che distinguono le imprese; <pb n="486" />e meglio perciò si formulerebbe il quesito: «quale importanza comparativa spetti ai tre tipi morfologici di imprese (a cui gli altri possono ridursi): il mestiere, la manifattura, la fabbrica, nel progresso normale della produzione».</p>
        <p>Si potrebbe continuare anche il linguaggio usato di <hi rend="italic">grandi</hi> e <hi rend="italic">piccole</hi> imprese e della loro relativa prevalenza avvenire; ma a queste condizioni, destinate a dirimere dubbi ed equivoci persistenti, e precisamente a nostro avviso così: — di intendere per <hi rend="italic">grandi imprese</hi> soltanto le fabbriche; e viceversa nelle <hi rend="italic">piccole imprese</hi> di comprendere il <hi rend="italic">mestiere</hi>,dal suo embrione che è l'esercente isolato («Alleinwerker») per conto proprio, fino al suo sviluppo organico nell'officina o laboratorio (bottega); nonché la <hi rend="italic">manifattura</hi> la quale è grande impresa solo nella funzione commerciale, ma è piccola rispetto alla costituzione industriale (che qui e in questione), risultante da una serie di mestieri o di individui isolati, che assumono commissioni da un mercante comune. In ambedue questi casi la piccola industria mantiene la sua qualità di impresa e quindi la sua autonomia, da un grado massimo ad un minimo, finché l'esercente industriale dispone in qualche misura del capitale di esercizio e contratta quindi col pubblico o col mercante sul <hi rend="italic">prezzo del prodotto</hi> donde un <hi rend="italic">profitto</hi>,e non già sulla cessione soltanto della propria forza di lavoro, donde <pb n="487" />il <hi rend="italic">salario</hi> del semplice operaio. A questo punto non vi ha più impresa né grande né piccola.</p>
        <p>Rapporto fra grandi e piccole imprese. ‒ Premesse queste osservazioni, si può procedere con più rigore scientifico alla soluzione di questo problema (delle relazioni fra grandi e piccole industrie) che negli ultimi tempi fu oggetto di celebri inchieste statistiche in Germania, in Francia, Belgio; di una speciale legislazione particolarmente in Austria, e di studi pazienti e amorosi, da Schmoller, Brentano e Bücher fino a Brants, che testé li riassumeva e illustrava mirabilmente. A noi sembra ritrarne queste induzioni concludenti.</p>
        <p>1. Nessuna di quelle forme del mestiere, della manifattura, della fabbrica, nella loro costituzione essenziale (e quindi le piccole rispetto alle grandi imprese) sembra destinata definitivamente a scomparire. Ognuna ha (come già dimostrammo) un campo proprio in cui si insedia ed opera, determinato dalla <hi rend="italic">natura speciale dell'oggetto</hi> di produzione; per cui l'una non ha la possibilità o il tornaconto di invadere l'altra, e tutte coesistono. È una applicazione della <hi rend="italic">legge di integrazione</hi>,per cui tutti gli organismi si completano nella vita del cosmo, e così le diverse imprese nella produzione.</p>
        <p>Bensì — la <hi rend="italic">proporzione quantitativa</hi> fra esse può variare (ciò che pur vedemmo) a seconda delle <pb n="488" />circostanze caratteristiche dei vari periodi storici, come nell'età media predominava il mestiere dell'artigiano ed oggi invece la fabbrica del capitalista; e di regola nel passaggio dall'uno all'altro momento, ogni innovazione o slancio della economia generale (tecnica e mercato) torna prima e massimamente ad incremento dei grandi industriali illuminati e ricchi, che que' progressi sanno prontamente appropriarsi, e a diminuzione dei minuti artigiani. Donde un intervallo di spostamento, di trasformazione e accomodamento al nuovo ambiente storico, in cui i piccoli si trovano sacrificati, finché la produzione abbia rinvenuto un altro equilibrio storico sopra una diversa proporzione fra piccole e grandi imprese, ciascuna nel proprio campo naturale, ove tutte continuano la propria esistenza. È la storia delle sofferenze delle piccole industrie esposta da Schmoller in Germania, da Reybaud in Francia.</p>
        <p>2. Ma a lungo andare, la legge statica di integrazione si tramuta in dinamica; e la fabbrica <hi rend="italic">provoca la rinascita ed espansione</hi> della manifattura e del mestiere. Ciò direttamente, col moltiplicare oggetti ed occasioni al lavoro delle piccole industrie; e indirettamente, coll'aumentare il benessere generale e quindi la richiesta dei prodotti di esse. Intanto si fermi che le piccole imprese hanno una triplice funzione: di <hi rend="italic">adattamento</hi> all'uso finale («finissage»), di <hi rend="italic">restauro</hi><pb n="489" /><hi rend="italic">e completamento</hi> («adjustage»), di <hi rend="italic">raffinamento e nobilitazione</hi> («affinage»); e poi veggasi.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Direttamente</hi>,quanto più aumentano colla grande fabbrica le merci di uso generale, p. e. i tessuti, non crescono le industrie delle cucitrici, dei sarti, dei tappezzieri? Col progresso delle grandi cuoierie non si moltiplicano i calzolai? Colle segherie a vapore i falegnami? Colle tipografie editrici i rilegatori di libri? Col grandeggiare della suppellettile stromentale aumentano le occasioni di accomodature, e ogni fabbrica meccanica alimenta una quantità di lavori di riparazione anche in esterne officine di fabbri. I pezzi delle biciclette, che ci vengono spesso dalle fabbriche d'America, sostentano le nostre botteghe per l'opera di <hi rend="italic">commettitura</hi> («<hi rend="italic">adjustage</hi>»)e applicazione locale; e le imprese ferroviarie colla grande produzione di vagoni e carri moltiplicarono occasioni e spinte alla industria complementare delle piccole vetture («carrosserie») di ogni specie; senza dire della ingente produzione minuta di valige, borse, scatole, astucci, ceste, etichette per servire a' viaggi di persone e alle imprese d'imballaggio e spedizione di merci. Così si estende il campo alle piccole industrie.</p>
        <p>Ma <hi rend="italic">indirettamente</hi> col benessere diffuso dalla grande industria si suscita e accresce la richiesta di prodotti adatti alla piccola. Fra popoli progredienti <pb n="490" />in ricchezza i costumi si fanno più raffinati e comodi. — Ne guadagnano <hi rend="italic">l'arti voluttuarie e di cultura.</hi> Crescono così e si perfezionano le industrie che hanno carattere di servizi personali, quelle di barbiere, parrucchiere («coiffeur»), di lavanderia, di stiratura, di abbigliamento e di moda; i cuochi, i pasticceri e confetturieri; sorgono imprese per impianti elettrici o a gas, per riscaldamento; ed arti decorative e ornamentali per le case; si moltiplicano le piccole tipografie fin nelle borgate, e copisti, e dattilografi, disegnatori dovunque. — Non vi ha classe che non ceda al gusto del bello. L'<hi rend="italic">arte estetica</hi> della grande scultura e pittura ripullula così democraticamente con un <hi rend="italic">arte</hi> secondaria <hi rend="italic">commerciale</hi>,cioè accessibile alle borse dei più, coi quadri di genere, colle incisioni, litografie, fotografie di ogni specie, sculture in legno, immagini e statuine da chiese, da parete, da tavolo. Le antiche <hi rend="italic">arti suntuarie</hi> delle oreficerie e gioiellerie, delle porcellane, dei musaici, dei vetri artistici, si ampliano colle imitazioni a buon mercato e colle minute chincaglierie. Vi si aggiunge con nome nuovo un'<hi rend="italic">arte industriale</hi> (o industrie artistiche), cioè la produzione di oggetti d'uso ordinario nella vita, abbelliti di qualche spunto artistico. Se la rinata arte dei pizzi di Bruxelles e dei merletti di Venezia adornano la guardaroba della donna borghese, i corredi delle stesse spose popolane ormai si ricamano; e </p>
        <p>
          <pb n="491" />mobilie comuni si intagliano finamente; e tende a festoni e lumiere artistiche e stoviglie dipinte fin nella casa dell'artigiano; e come un dì le corazze medioevali e le lame di Toledo, le carabine escono oggi arabescate dalle officine dei nostri comuni armaioli.</p>
        <p>Risultati. ‒ Dopo un secolo dalla storica trasformazione industriale <hi rend="italic">quali rapporti pertanto fra grandi e piccole industrie</hi>?Il processo evolutivo, multiforme e stridente è ancora in corso; le statistiche industriali in proposito sono poco comparabili; ma vi hanno dati che fanno presentire questa soluzione: se per legge normale è destinata ad insediarsi rapidamente la grande industria (fabbrica accentrata), essa tende anche a ridestare e avviare le piccole industrie (mestiere e manifattura), sicché la <hi rend="italic">proporzione definitiva</hi> non accenna ad alterarsi notevolmente. Particolarmente istruttiva la inchiesta speciale governativa di Allemagna del 1895, integrata dalla grande inchiesta privata (della «Verein für Sozialpolitik») di Bücher, ambedue illustrate da Schmoller, Scheel, Hitze (1897, 1900-1), riferite dal Branca.</p>
        <p>Prendansi le <hi rend="italic">imprese</hi>,ossia (come in Germania) gli <hi rend="italic">esercizi autonomi</hi>,incluso l'artigiano <hi rend="italic">solo</hi> od isolato, senza cooperatori («Alleinmeister»). Le imprese gigantesche da oltre 1000 operai dal 1882 al 1895 sono più che raddoppiate, raggiungendo esse in quest'ultimo anno nell'apogeo dello slancio industriale <pb n="492" />tedesco il numero di 253 (che poi non è straordinario); ma sebbene questo moto fosse a vario grado seguito dalle grandi e medie, tuttavia le piccole imprese fino a 5 operai rappresentavano ancora il 92,6% del totale degli esercizi germanici, come l'85% in quelli francesi. — Prendasi ora il <hi rend="italic">personale</hi>.Dividendo ancora in Germania (1895) due milioni di esercizi industriali autonomi («Betriebe»), compresi gli artigiani soli che colà sono numerosissimi, per tutti gli addetti alle stesse professioni, i quali sono circa 8 milioni, risulta per ogni esercizio una media consistenza di 4 persone. Ridettasi su questa cifra di 4 persone simile a quella del Belgio e distante di 2 da quella di Francia (6 per impresa, ché qui si tenne conto a parte degli «ouvriers isolés»), e veggasi quanto poco le trasformazioni moderne della industria moderna abbiano scosso e sconvolto le radici storiche di essa. Non arrestate lo sguardo, dirò col Brants, alle muraglie immense della fabbrica coi suoi fumaioli; essa sorse e grandeggiò in gran parte sopra un terreno <hi rend="italic">nuovo</hi>,aperto dai progressi tecnici recenti; in parte sopra la disparizione di artigiani solitari (questi massimamente) e di organismi rattrappiti, compensati da altri più vitali da essa stessa suscitati; ma al di là brulicano numerosissime ancora le medie e piccole industrie. Cresce il vertice e il volume della piramide industriale, ma essa non accenna <pb n="493" /><hi rend="italic">definitivamente</hi> a restringere in modo sensibile la sua base di antiche e rinnovellate imprese di manifatture e mestieri.</p>
        <p>Condizioni, difficoltà, lotte. ‒ Ma ciò si disse <hi rend="italic">definitivamente,</hi> cioè al termine (nota bene) del necessario spostamento delle piccole industrie dall'uno all'altro oggetto o dominio, del laborioso processo di disparizione e risuscitamenti, e di una trasformazione rinnovatrice, facendo luogo frattanto a crisi e <hi rend="italic">contrasti</hi>.E tanto più (ciò e decisivo) che, per quanto riguarda la natura del prodotto, non si può tracciare un <hi rend="italic">taglio netto</hi> fra il dominio esclusivo della fabbrica o del mestiere o della manifattura; vi ha un <hi rend="italic">terreno promiscuo</hi>,in cui grandi e piccole industrie possono correre con relativo vantaggio; e quivi la lotta è tuttora pericolosa e fiera. Tali — le industrie tessili stesse, pur campo prediletto della fabbrica meccanica; la lavorazione di biancheria, di ricami, di pizzi a fusello; ancora le calzolerie, il mobilio, le tappezzerie; nelle quali vediamo ogni dì più la giovane fabbrica procedere ardita a fianco delle imprese tradizionali Quindi il malessere fra queste, che si palesa principalmente in due modi.</p>
        <p>La manifattura degenera. Questa, che già commetteva prodotti a certo numero di piccoli industriali autonomi in proprie officine o in laboratori familiari si snatura, essa tramuta gli artigiani (uomini o donne) <pb n="494" />in salariati a fattura («à la pièce»), spesso dispersi e isolati nelle case, e nella reciproca concorrenza della fame li sfrutta con mercedi (per ogni unità di prodotto) irrisorie, per rifarsi delle quali ognuno assume una quantità eccessiva di lavoro, che non dà tregua giorno e notte a sé, alla moglie e figliuoli, e spesso asservisce sotto di sé altre ragazze e fanciulli con salari ancor più stremati ed esaurienti in flagranti condizioni igieniche e morali. Così la minuta impresa autonoma non esiste più; ed essa fece luogo a quel <hi rend="italic">sistema del lavoro sudato</hi> («sweating labour»), che diffusosi massimamente fra le cucitrici dell'ago sostenta i suntuosi e capitalistici <hi rend="italic">magazzini</hi> di biancheria, di sartorie, indumenti (Bocconi, Printemps, Louvre) in tutte le capitali, da Vienna, a Roma, a Parigi, a New York.</p>
        <p>Il mestiere, alla sua volta, il quale sopra una produzione affine a quella della grande impresa trova da questa disviata la propria abituale clientela, è costretto a rinunziare sempre più ai mezzi necessari per trasformarsi e reggere alla concorrenza. Ed esso si estingue per languore.</p>
        <p>Invero su questa linea <hi rend="italic">di interferenza comune</hi> alle varie forme di imprese massimamente si deciderà l'esito della lotta destinata a determinare la <hi rend="italic">proporzione</hi> definitiva fra grandi e piccole industrie nell'avvenire. E tale esito relativo dipenderà dalla <pb n="495" /><hi rend="italic">abilità della piccola industria ad assimilarsi le condizioni di assetto e di esercizio</hi> richieste dalla economia progrediente.</p>
        <p>Presidi. ‒ Tre serie di presidi sono all'uopo suggeriti e sperimentati per rialzare la minuta industria: <hi rend="italic">— tecnicamente</hi> molto conferisce la moltiplicazione della suppellettile stromentale, specie delle «machines outils», di cui già si munirono le ordinarie officine; e più ancora l'introduzione di <hi rend="italic">piccoli motori</hi> a gas (Lenoir), a vapore (Hugon), soprattutto <hi rend="italic">elettrici</hi>,capaci di distribuire la forza in ogni bottega e stanza con sicurezza e a minimo prezzo, specialmente se motori ad acqua e municipalizzati, come fu studiato specialmente in Belgio (Julin, Dubois) ed esperito largamente a Ginevra, a Costanza, a Lyon, sul San Lorenzo (Nord America); da essi verrebbe corretto l'accentramento di fabbrica, avvivato il mestiere e il laboratorio domestico. È indispensabile <hi rend="italic">elevare la istruzione tecnica</hi> del nuovo artigiano con scuole di arti e mestieri, varie per ogni ramo e località (come dovunque in Austria, fin sull'Alpi); e curare il <hi rend="italic">tirocinio</hi>,come specialmente fra i tedeschi, in questo campo ove urge diventar padroni della propria mano; e formare dei <hi rend="italic">specialisti</hi> per singolari abilità individuali, e trasformare come nel medio evo l'artigiano in un artista; in ciò la salvezza principale e le speranze delle piccole imprese. Giova anche allargarne <pb n="496" />la cultura, con musei speciali (celebre quello di Vienna), con esposizioni internazionali (1902, Düsseldorf), o regionali permanenti (Moravia, Carinzia, Hainaut) dei prodotti e stromenti del mestiere, con giornali tecnici e viaggi (come già il «tour de France»), affine di rompere la «routine» del mestiere e piegarlo ai progressi quotidiani. — <hi rend="italic">Professionalmente</hi> va rammentato che l'artigiano è un lavoratore-capitalista, sicché il procurargli col credito il possesso o la disponibilità del capitale a vario grado (il filato, il telaio, la bottega propria) diviene condizione prima della esistenza ed attività d'un imprenditore autonomo; e a ciò servono oggi largamente le banche popolari in tutta Europa. — <hi rend="italic">Commercialmente</hi> la piccola industria deve oggi atteggiarsi al grande mercato coll'aiuto delle società cooperative. L'esercizio industriale del mestiere rimarrà individuale e localizzato; ma gli acquisti di materie e gli spacci del prodotto esuberante si devono fare collettivamente, all'ingrosso, nelle città e sulle piazze mercantili, come già nel medio evo ed oggi fabbri, falegnami e tessitori di Krefeld. Così fa d'uopo rialzare a dignità e a benessere le lavoratrici dell'ago, di fronte ai grandi magazzini committenti, come si cominciò in Belgio, dopo la crociata del p. Du Lac e in Roma colla società delle industrie femminili, che già rimunera il lavoro muliebre onestamente e vende nelle capitali</p>
        <p>
          <pb n="497" />e perfino nelle Americhe; tentativi che propagansi largamente. E si può preannunziare che nel sistema di manifattura la funzione commerciale trapasserà a forti società cooperative.</p>
        <p>Con questi congegni e mezzi nuova vita oggi circola in parecchi rami delle piccole industrie, anche in faccia alle fabbriche accentrate e capitalistiche.</p>
        <p>Organi di questa odierna ricostituzione promettente saranno gli <hi rend="italic">individui</hi>,la <hi rend="italic">società</hi>,lo <hi rend="italic">Stato</hi>, come in ogni opera di interesse generale.</p>
        <p>1. Nessuna ristorazione vitale e duratura nella società senza la libera e forte cooperazione degli <hi rend="italic">individui</hi>;ma qui soprattutto, ove trattasi di ricostituire l'autonomia della piccola impresa, riflesso alla sua volta delle dignità dell'artigiano, il quale deve convincersi di essere egli stesso il fabbro delle proprie sorti; ciò che si connette al tema della sua educazione, non solo tecnica, ma morale cristiana, a cui da sessant'anni provvedono le potentissime «Gesellenvereine» (unioni di compagni) del p. Kolping in Germania. — Guai nel tempo stesso se non si ricomponga la <hi rend="italic">famiglia artigiana</hi> nella sua santità, intimità e tradizioni, quale ambiente corroborante del mestiere, contrappeso della disciolta e corrotta famiglia operaia nelle fabbriche. — Indispensabile ancora che nei maestri e compagni del mestiere o della manifattura rinasca il <hi rend="italic">sentimento di solidarietà</hi><pb n="498" />di classe, per cui essi smettano una concorrenza mutua disastrosa e cementino gli interessi comuni, materiali e morali, mercé le <hi rend="italic">unioni professionali</hi>,più che mai adatte a rafforzare la piccola industria; e per cui si fece speciale propaganda in Austria. Insomma è una grande opera essenzialmente spiritualizzatrice che occorre dispiegare, se si vuole restituire vitalità all'artigianato.</p>
        <p>2. Al risorgimento tecnico-economico della piccola industria ed alla sua educazione si adoprano da qualche tempo per illuminata coscienza di un dovere sociale e pubblico le <hi rend="italic">varie classi sociali</hi> con giornali, conferenze, inchieste, esposizioni e premi, e già si tennero congressi anche internazionali «pour les classes moyennes» (questo il titolo) in Francia e in Belgio. È questa la miglior forma di patronato dei ceti superiori all'artigiano, perché gli fornisce consigli ed espedienti per salvarsi da sé dinanzi alla invadenza della fabbrica e del grande commercio.</p>
        <p>3. Infine lo Stato (meglio province, regioni, comuni) con provvidenze di legge e di politica economica, specialmente adatte alla debolezza congenita e alle sofferenze odierne di questi minuti ma preziosi organismi, intervennero a tutela e conforto loro, come l'Inghilterra cogli Atti per le «workshops», la Germania coi regolamenti sul tirocinio, l'Austria colla obbligatorietà delle corporazioni di mestiere: <pb n="499" />e ciò siccome un aspetto della crisi sociale e dei suoi rimedi.</p>
        <p>Questo più intenso dispiego di energie individuali, sociali, politiche a pro delle minori industrie, apparisce invero necessario a mantenere o ricondurre il naturale equilibrio fra tutte le forme di imprese produttive, altrimenti spostato a. favore delle grandi industrie. Né ciò fin d'ora senza buone promesse. Dovunque, e specialmente nel campo <hi rend="italic">promiscuo</hi> (come dicemmo) la lotta continua stridente o insidiosa; ma tuttavia è fatto consentito che se fra le minori imprese talune cedono, altre coll'aiuto di que' presidi si ritemprano, altre prosperano addirittura, porgendo esempio rassicurante che di fronte alle grandi rimarrà ognora una forte proporzione di piccole industrie vitali anche per l'avvenire (vedi Branca).</p>
        <p>Importanza. ‒ Questo risultato auspicato è di sommo rilievo. F. Engels e C. Marx potevano fin dal 1847 augurare che tutti gli artigiani delle piccole industrie scomparissero allivellati nel salariato delle fabbriche, per precipitare colla rivoluzione sociale la catastrofe del capitalismo industriale. Ma Bernstein fra gli stessi colletivisti oggi li contraddice; ed ogni sociologo-moralista scorge anzi nella ricostituzione della piccola industria un compito doveroso di civiltà. Invero: — il mestiere da sé o coordinato <pb n="500" />nella manifattura riposa sulla iniziativa responsabile di minuti e numerosi imprenditori; la piccola industria pertanto è esercizio di autonomia personale e domestica, scuola di popoli liberi. Se tutta l'umanità dovesse essere guidata dalla campana del grande stabilimento, questa suonerebbe a funere sulla tomba della libertà individuale (Hitze in Brants).</p>
        <p>La piccola industria è indispensabile alla soluzione del problema del lavoro femminile. Già nella vita patriarcale, nel regime corporativo, come nel sistema moderno, la donna ebbe sempre larga parte nella produzione. Ma oggi la fabbrica, ove si disseminano cogli uomini e adolescenti le donne in massa, infrange e corrompe la famiglia operaia; e lo stesso lavoro donnesco a domicilio in servigio dei grandi magazzini (forma degenerata di manifattura) compie lo stritolamento individualistico e l'asservimento dell'attività muliebre. Soltanto la riorganizzazione dell'opificio domestico o del lavoro coordinato a domicilio (senza escludere la donna dalle fabbriche ben regolate) può trattenere le madri presso la culla e il focolare, come collaboratrici del marito, e rialzare le sorti prodigate delle lavoratrici dell'ago. Ne dipende l'unità della famiglia e l'onestà della donna nella solitudine della casa.</p>
        <p>Infine da oltre un secolo colla grande fabbrica si formò potente la classe superiore degli industriali <pb n="501" /> imprenditori e si diffuse numeroso il ceto inferiore del salariato. Una robusta organizzazione della piccola industria è pertanto destinata a preparare il <hi rend="italic">nuovo ceto medio industriale</hi> o almeno il nucleo di esso («Kern des Mittelstandes», p. Pesch), necessario a ridare alle altre due classi e alla società tutta il centro di equilibrio; quel ceto mediano che fu sempre <hi rend="italic">robur nationum</hi> (Leroy-Beaulieu).</p>
        <p>Egli è sotto questo punto di veduta comprensivo, cioè di una <hi rend="italic">integrazione organica</hi> della società, che oggi da economisti e statisti si studia e si agita praticamente il quesito della piccola industria in gran parte del mondo civile.</p>
        <p>Ordinamento giuridico-politico dell'industria manifattrice. ‒ L'attività industriale non rimase certamente estranea a prescrizioni e provvidenze giuridico-politiche, rivolte — a <hi rend="italic">riconoscere e tutelare</hi> le varie iniziative e forme di imprese, coi diritti obblighi che esse importano, — a <hi rend="italic">disciplinarne l'esercizio</hi> nell'interesse privato e sociale, — e ad accrescerne la <hi rend="italic">potenza produttiva</hi>,per mezzo dello Stato. Ciò tanto più in quanto l'industria manifattrice, dopo l'agricoltura, raffigura la specie di produzione economica più normale e diffusa nelle popolazioni e più influente sulle sorti della civiltà; basti ricordare l'età comunale, fiorita sul ceppo del lavoro industriale (Schönberg, Brentano, Wagner, Lampertico).</p>
        <p>
          <pb n="502" />Uscendo dal grembo fecondo delle <hi rend="italic">consuetudini giuridiche</hi>,private e pubbliche, tale ordinamento con nota caratteristica fin dalle origini venne a <hi rend="italic">specializzarsi</hi> in modo profondamente distinto dagli ordinamenti agrari e talora in opposizione con essi, e ciò mediante una «<hi rend="italic">legislazione</hi> e <hi rend="italic">politica industriale</hi>»,la quale da umili rudimenti venne a svolgersi e <hi rend="italic">incrementarsi</hi>,sì da abbracciare i diversi rami e rapporti dell'industria manifattrice e poi ad <hi rend="italic">integrarsi</hi> reciprocamente nelle varie sue applicazioni, conferendo sistematicamente al benessere comune.</p>
        <p>Così la triplice legge sociologica di ogni progresso avvolge pur anco <hi rend="italic">l'azione stessa giuridico-politica dello Stato</hi> sulle industrie manifattrici, subendo queste gli indirizzi successivi della economia e della civiltà.</p>
        <p>Leggi storiche della legislazione industriale. ‒ La facoltà di costituire e reggere una impresa industriale e di esercitarla liberamente con ogni modalità di forme e mezzi compatibili coll'interesse generale da parte di qualunque persona (individua, sociale, pubblica), siccome un <hi rend="italic">diritto comune</hi>,trovasi sempre riconosciuta dalle leggi positive? Certamente a questo termine si riuscì, ma con processo storico opposto fra cultura pagana e cristiana, e in quest'ultima trapassando per tre caratteristici ordinamenti storici: del regime corporativo, delle concessioni governative, della libertà industriale.</p>
        <p>
          <pb n="503" />Nella antichità classica, eretta sul lavoro servile industriale (e non solo agricolo) negli <hi rend="italic">ergastula</hi> e ginecei delle famiglie romane, e presso tutte le popolazioni circummediterranee invano è da ricercarsi una garanzia legale di libertà. Di fatto liberi artigiani non mancano in Grecia e in Italia, crescenti col numero dei liberti (amanuensi, librai, artisti). Ma stretti remotamente in collegio <hi rend="italic">opificum et tenuiorum</hi>,forse dal tempo di Numa (vedi Plutarco, Plinio, in Mommsen) trovansi poi da <hi rend="italic">senatusconsulti</hi> e da costituzioni imperiali, in ispecie sotto Diocleziano, soggettati in Roma e nei municipi a norme sempre più restrittive quasi di servitù industriale (come la servitù fondiaria della gleba) con servigi coattivi, <hi rend="italic">reputati di utilità generale</hi>,nettezza pubblica, costruzioni edilizie, mugnai, panettieri, ecc. (Rodbertus). Sicché le imprese industriali rimangono sempre <hi rend="italic">entomata in difetto</hi>,mal protette dalle leggi; grandeggiando solo quelle di Stato per la industria delle armi, per lavorazione di marmi edilizi, per costruzioni navali, e sotto di esse le società (<hi rend="italic">sodalitates</hi>)per appalti e forniture militari.</p>
        <p>Nell'età cristiana: il regime industriale corporativo. ‒ Sino dallo spuntare dell'età cristiana noi assistiamo invece nelle arti manifattrici al fenomeno opposto del rinascere e crescere di energie spontanee, multiformi, progressive, le quali nella <pb n="504" />loro maestosa parabola fino al culmine del medio evo (sec. XIII-XV) riescono a tutte le <hi rend="italic">forme possibili di imprese industriali</hi> e alle più varie modalità del loro esercizio. Esse rivelano un nuovo principio avvivatore, quello <hi rend="italic">del diritto alla libertà di lavoro</hi>,il quale, uscito dal concetto dell'autonomia morale dell'uomo e della sua attività, — gradualmente fra i vincoli antichi, sorviventi nei <hi rend="italic">collegia opificum</hi> dei municipi sotto i regni barbarici e fra i vincoli nuovi del sistema <hi rend="italic">curtense</hi>,ove nelle residenze o corti regie e feudali gli artigiani esercitavano l'industria come una facoltà impartita dal principe e dal signore, — quel diritto si afferma e trionfa nel regime corporativo dei liberi comuni medioevali d'Europa, in ispecie d'Italia.</p>
        <p>1. Vedemmo già («Introduzione») i novelli <hi rend="italic">collegi dell'arti</hi> medioevali essere stati istituti di organizzazione civile della classe popolare con funzioni complesse: <hi rend="italic">morali-religiose</hi> di culto e carità, <hi rend="italic">sociali</hi> di solidarietà in ogni interesse della classe, <hi rend="italic">politici</hi> per difesa od ampliazione dei diritti delle classi, rispetto ai poteri pubblici. Ma essi divennero ancora «<hi rend="italic">organo di riconoscimento e tutela del diritto di lavoro industriale e di disciplina di esso</hi>»per il bene della classe e della comunità; e quindi fonte di una <hi rend="italic">legislazione industriale</hi>,in cui le consuetudini stabilite («common laws», <hi rend="italic">constitutum usus</hi>)si tradussero in <hi rend="italic">leggi scritte</hi> consecrate e integrate dalle autorità comunali <pb n="505" />e talora regie; e nella quale compatibilmente agli interessi generali <hi rend="italic">dominava il diritto di libere iniziative</hi>.</p>
        <p>2. Di qui il moltiplicarsi di <hi rend="italic">imprese private individuali</hi> di artigiani minuti e poi minori e maggiori, nei <hi rend="italic">castra</hi> militari, nel borgo all'ombra del castello, attorno al monastero, nelle antiche e poi nuove città, ove infine trapassati in gran numero si stringono in leghe e compagnie d'ogni specie (Doren), recando con sé tale coscienza personale del libero lavoro industriale, da rovesciare (notisi bene) il ciclo del giure pagano. Perocché in tutta l'antichità occorreva essere <hi rend="italic">cittadini</hi>,cioè avere i diritti pubblici (<hi rend="italic">cives</hi>)per fruire dei diritti privati; i cittadini invece dei nostri comuni dovevano essere capi di un mestiere e traffico o comunque essere ascritti ai collegi dell'arti per acquistare i diritti politici (essere <hi rend="italic">statuali</hi>).Non mai quanto nel dominio delle industrie la libertà personale divenne sorgente del diritto pubblico. — Più sorprendente l'evolversi delle imprese private <hi rend="italic">sociali</hi> nel medio evo, specialmente italico. Quelle potenti <hi rend="italic">compagnie</hi> di Genova, Milano, Firenze, che acquistarono storica rinomanza nel mondo d'allora, erano imprese di industrie e commercio insieme, le quali mercé la <hi rend="italic">solidarietà</hi> familiare e gentilizia, la <hi rend="italic">commenda</hi> e la <hi rend="italic">partecipazione tacita</hi> negli affari, si svolsero nelle <hi rend="italic">società in nome collettivo, in accomandita, e per azioni</hi> dei giorni nostri. Ecco la fioritura rigogliosa <pb n="506" />di imprese, che in quella primavera dell'arti attesta il diritto di libere iniziative industriali.</p>
        <p>3. Parallelamente acquistarono qualità e diritti di imprese anche <hi rend="italic">persone collettive od enti giuridici</hi>,in ispecie gli <hi rend="italic">ordini religiosi</hi>,specificandosi e distinguendosi le varie famiglie conventuali per rami d'industria: i certosini e carmelitani nella chimica farmaceutica, i benedettini nelle miniature, gli olivetani nelle tarsie, i predicatori nelle arti pittoriche e scultorie, tutte in quelle architettoniche (Janssen, Michael); e infine gli umiliati si fecero maestri in ben 145 conventi in Lombardia e Toscana, e a Firenze, nell'industria e mercatura dei panni raffinati (Lampertico). Gli stessi <hi rend="italic">corpi</hi> o <hi rend="italic">collegi dell'arti</hi>,che da lor natura sono rappresentanze sociali di classe, tuttavia in forma accessoria assumevano veste di imprese economico-produttive; e quelli per l'uso comune dei propri membri possedettero cascate, molini gualchiere, locali e apparecchi di tintoria (Doren), e in Germania assumevano pei soci l'acquisto collettivo di materie prime e lo spaccio di merci sulle fiere (Janssen). Anzi i maestri comacini non componevano forse una impresa collettiva internazionale per la costruzione delle cattedrali in Europa? E lo <hi rend="italic">Stato</hi> alla sua volta non solo possedeva boschi e miniere, ma nei comuni marinari costruiva e affittava navi onerarie a comodo del commercio.</p>
        <p>
          <pb n="507" />4. Questo pullulare spontaneo di imprese multiformi rimase soggetto bensì a <hi rend="italic">condizioni</hi> e <hi rend="italic">norme di esercizio</hi>,mercé gli statuti corporativi. Ma questi nei primi secoli del medio evo non impongono di regola prescrizioni tecniche, ma piuttosto condizioni morali per la dignità della classe artigiana (esclusione di figli illegittimi, di uomini pregiudicati); o prescrizioni economiche per assicurare la bontà dei prodotti (ispezioni); o infine, in nome di certo «<hi rend="italic">diritto al lavoro</hi> (sic)», alcuni vincoli di mercato e di consumo per assicurare l'attività industriale e prosperità agli artigiani (per esempio la vendita obbligatoria delle derrate in città per il buon prezzo degli alimenti); e il tirocinio non è impedimento a divenire maestri, ma una scuola educativa per avere onesti ed abili artigiani. Né l'industria incontra soverchi ostacoli di persone, di luogo, di circostanze. I primi artieri in città sono ultimi nepoti di antichi artefici del basso impero; più tardi furono servi sfuggiti alla gleba feudale, che Dante addita nel «villan che parteggiando viene»; le ditte che si contesero il primato delle industrie fiorentine, gli Alberti, gli Albizzi, i da Uzzano, i Medici venivano dal Mugello e Casentino; quasi tutte le città attraevano artigiani dalle altre, anche di stirpe straniera; le vedove in Italia continuavano l'esercizio industriale del marito; in qualche città nostrale le donne parteciparono ai comuni collegi <pb n="508" />delle arti (Lampertico), e in Germania formano collegi propri (Janssen). Solo dopo la peste del 1348 venne a prevalere in Europa generale il sistema delle tariffe de' salari; e in onta al divieto delle <hi rend="italic">posture</hi> (coalizione) non mancano saggi di scioperi, anche in Germania (Janssen). Che se a Firenze per ragioni politiche rimasero fissate a 21 le arti maggiori e minori, ciò riguardava le corporazioni; ma sotto di esse potevano moltiplicarsi le imprese private, con discipline più liberali che altrove (Perrens, Pöhlmann).</p>
        <p>Induzioni. ‒ Salvo il grado di tali discipline, <hi rend="italic">l'alito della libertà si fa sentire dovunque</hi> sino alla fine del sec. XIV negli esercizi industriali. E studi originali in proposito (Stieda, Gierke, Brentano, Ashley, Janssen, Levasseur, oltre agli italiani) abilitano queste induzioni, riguardanti la <hi rend="italic">legislazione industriale corporativa</hi> e la sua <hi rend="italic">efficacia</hi>.<hi rend="italic"> ―</hi> Tale libertà di fondare e reggere le imprese, prima ancora di assumere veste di <hi rend="italic">diritto positivo</hi> nelle regole delle corporazioni (collegi, «jurandes», «Zünfte», «guilds»), negli statuti comunali e nelle ordinanze regie, ebbe origine nella concezione cristiana del lavoro industriale e dell'artigiano, la quale si coglie nei primi e popolari libri morali e di pietà dell'età media, p. e. in Germania nelle «esortazioni cristiane » («Eyne christliche Ermahnung», vedi in Janssen). Il lavoro industriale ivi si considera come figlio della personalità morale <pb n="509" />dell'uomo, il quale lo accetta come un dovere liberamente scelto e lo esercita come una funzione da Dio affidata agli artigiani per il bene, morale e materiale proprio, della classe e della generalità e che perciò attribuisce un <hi rend="italic">diritto di lavoro</hi>,che è per tutti quelli titolo di <hi rend="italic">eguaglianza</hi> e <hi rend="italic">fraternità</hi> dinanzi ai proprietari e capitalisti (Janssen), diritto che ha la piena sua esplicazione nella facoltà di arrivare a maestro, cioè di costituire una impresa propria. Quindi risulta come a questo tempo le corporazioni artigiane non apparissero fonti di tale diritto, ma solo organo giuridico di riconoscimento di esso e condizione del suo esercizio; e come queste rimanessero <hi rend="italic">aperte</hi>,nel senso che per fondare un mestiere non fosse necessario appartenere ad esse, o se talora lo era tutti sotto condizioni comuni vi fossero ammessi; e come sulla eguaglianza di tale diritto (e dovere) di lavoro si erigesse l'<hi rend="italic">autonomia</hi> dell'intero ceto artigiano di fronte allo stesso ceto capitalistico, sicché all'origine (non già più tardi) que' collegi risultassero di maestri-lavoratori, non considerando membri di essi «i ricchi speculatori che oziosi vivono dei sudori altrui» (nel libro cit. in Janssen). — E così si spiega, come la classe artigiana fiera della sua libertà ed eguaglianza di lavoro divenisse il palladio delle autonomie cittadine, sicché da queste città democratiche uscirono le leggi di affrancazione dalla servitù della <pb n="510" />gleba in Italia (altrove spesso dalle Carte di libertà dei re), come quelle di Bologna del 1256, che si ispirano a ragioni religioso-cristiane, e di Firenze del 1289, che si appellano al diritto naturale e alla indipendenza politica. Si parla spesso da sociologi della storia della libertà civile, ma di rado si estima la parte preponderante che vi ebbe il lavoro industriale colla costituzione e legislazione corporativa. Esso non apportò soltanto un progresso economico, ma sulla libertà incardinò un ciclo di civiltà.</p>
        <p>Regime delle concessioni governative. ‒ Dicemmo già («Introduzione») come dal sec. XV fino al sec. XVIII, <hi rend="italic">le autonomie personali, di classe e cittadine soffrissero una generale contrazione</hi>.Ciò vale in particolare per il lavoro industriale.</p>
        <p>1. Vi contribuirono più serie di cagioni. — Lo <hi rend="italic">spirito pagano</hi> del rinascimento e l'individualismo della riforma, che nel ceto artigiano sostituì al sentimento di libertà e di solidarietà cristiana l'egoismo di classe. La formazione (come dicemmo) del <hi rend="italic">sistema di manifattura</hi> e con esso di un ceto di mercanti capitalisti-speculatori, in Italia a cavaliere dei sec. XIII e XIV, altrove fra il XV e il XVI; i quali colle grandi loro corporazioni od arti maggiori, acquistando preponderanza nel governo delle città o in quello dello Stato ed escludendo da ogni azione politica gli artigiani minuti e le loro arti minori,li compensarono </p>
        <p>2. <pb n="511" />coll'introdurre a lor favore privilegi economici. — Infine le nuove monarchie assolute e accentratrici, le quali aveano interesse di avvalorare ed estendere questo sistema, sia per deprimere o distruggere la classe operaia democratica, sia per legare al trono la nuova borghesia capitalistica e farla servire alla potenza nascente di una economia nazionale, nel periodo delle scoperte coloniali e delle guerre commerciali. Ciò invero non dappertutto, come p. e. a Firenze, ove, accanto alle arti maggiori essendo salite al potere nel 1343 le arti minori, si prolungò un relativo regime di libertà ed uguaglianza; ma a Venezia e altrove, specie in Germania e Francia, la mossa fu generale. Di qui la tendenza delle corporazioni artigiane, per assicurare la produzione, di moltiplicare limiti alla concorrenza dei produttori e dei consumatori; si inclina p. e. a rendere il mestiere ereditario da padre in figlio, a difficultare col lungo tirocinio, con esami tecnici (il capolavoro) e con tasse l'ascesa al posto di maestro, a riservare ad ogni località il diritto di spaccio su certi mercati, ecc. Prevalse così negli statuti quasi dovunque il sistema delle corporazioni <hi rend="italic">chiuse</hi> e <hi rend="italic">privilegiate</hi> («Zwangund Bannrecht»). Era <hi rend="italic">la esclusione coercitiva del diritto comune di lavorare e vendere per conto proprio</hi>;donde la persecuzione in Germania del <hi rend="italic">lavoro abusivo</hi> dei «Bönhase» e «Pfuscher», artigiani nascosti come lepri in soffitta. <pb n="512" /> 2. Simultaneamente le grandi manifatture capitalistiche ottengono dai sovrani e dai parlamenti di emanciparsi dai limiti corporativi nel fondare nuove industrie, nel tempo stesso che strappano <hi rend="italic">carte di monopolio</hi> per certe ditte («chartered companies») per la fabbricazione e spaccio in patria e nelle colonie.</p>
        <p>3. Infine nei due sec. XVI-XVIII è un lavorio di governi in tutta Europa per una <hi rend="italic">codificazione industriale</hi>,diretta a questo triplice fine: di distinguere le industrie <hi rend="italic">non corporate</hi> dei mercanti capitalisti e le <hi rend="italic">incorporate</hi> degli artigiani; di <hi rend="italic">soggettare</hi> queste a quelle, per meglio servire alle grandi manifatture; e di disciplinare mediante <hi rend="italic">regolamenti</hi> generali e uniformi di Stato l'esercizio tecnico di tutta la produzione nazionale, per il decoro e la potenza di essa di fronte all'estero. Anticipa Elisabetta col celebre Atto del 1562, il quale (distrutte già le gilde da Arrigo VII ed Edoardo VI) rafferma la servitù del crescente salariato sotto i capitalisti, non senza vantaggio però della potenza industriale d'Inghilterra, collegata col mercantismo commerciale. Seguono con celebri ordinanze Francia, Austria, Germania, ove le piccole corporazioni erano rimaste.</p>
        <p>Ma intanto in mezzo a questa secolare perversione legislativa sorge e si impone il principio che «<hi rend="italic">il costituire imprese industriali sia una concessione dello Stato</hi>»,col carattere di un privilegio politico, <pb n="513" /> pagato a prezzo della libertà personale e di classe, e (massime sotto Luigi XIV in Francia) di enormi spoliazioni finanziarie; e sovr'esse avere lo Stato l'illimitato diritto di reggimentarne e regolarne l'esercizio in tutto il paese (il regolamentarismo). Tutto ciò era l'opposto più stridente delle conquiste di libertà industriale nella prima età medioevale, cioè il trionfo dell'autoritarismo nell'industria.</p>
        <p>Regime di libertà assoluta. – Così si comprende la radicale ed entusiastica reazione in favore della libertà in Francia, inaugurata dal ministro Turgot col celebre editto del 1776, che dichiarava «il diritto di lavoro come la prima, più sacra e imprescrittibile proprietà data da Dio all'uomo» (preambolo all'editto); <hi rend="italic">libertà industriale che la rivoluzione</hi>, abolendo insieme ai privilegi di ogni specie (agosto 1789) i regolamenti sulle industrie e le stesse corporazioni, ed anzi proibendo (perché queste non risorgessero) ogni associazione fra gli addetti alla medesima arte ed anche le coalizioni fra operai e fra padroni (1791-93), — <hi rend="italic">volle proclamare o introdurre in modo assoluto e universale</hi>.I successivi governi liberali in Francia ne fecero rapide applicazioni nel sec. XIX, fino alle ultime del ministro Rouher sotto Napoleone III; ciò che l'Italia memore delle antiche libertà avea anticipato fino dal sec. XVIII. E la Gran Bretagna, già <hi rend="italic">di fatto</hi> per il grandeggiare delle fabbriche <pb n="514" />meccaniche emancipate dagli antichi statuti sul lavoro, questi dichiarava annullati di diritto dal 1856-83. Soltanto Austria e Prussia (seguite dagli altri Stati germanici) con lente modificazioni legali, da Maria Teresa e Federico II fino ai dì nostri, introducevano definitivamente la libertà industriale, quella appena nel 1859, questa nel 1869.</p>
        <p>Estimazione della libertà industriale. ‒ 1. La rivendicazione della libertà di produrre si avverò dunque novellamente nelle industrie manifattrici, dove primamente s'era affermata nel medio evo, e dove essa per la naturale loro spigliatezza era maggiormente reclamata. E qui vi si riaffermò di nuovo come un <hi rend="italic">diritto personale</hi>,o esplicitamente nei codici civili e commerciali, o con qualche legge generale economica. Essa sanzionò le <hi rend="italic">essenziali libertà</hi> di iniziativa e scelta nella costituzione delle industrie, — di sede, forme e metodi di esercizio di esse, — di contrattazione e smercio dei relativi servigi e prodotti; libertà riconosciuta in tutti e che perciò si dispiega merca la generale <hi rend="italic">concorrenza</hi>. Preziosa libertà di lavoro in ampio senso, della quale nelle arti manifattrici meno legate al suolo e figlie dirette del valore personale dell'uomo, si rendono più sensibili questi benefici (Minghetti).</p>
        <p>La libertà e la connessa responsabilità dei propri atti, sotto lo stimolo della <hi rend="italic">concorrenza fra produttori</hi>, <pb n="515" />reca al sommo l'interesse individuale, il quale acuendo l'ingegno, la intraprendenza, gli accorgimenti, moltiplica e perfeziona ogni specie di prodotto, riducendone le spese; ed essa diventa così una sconfinata virtù propellente del progresso produttivo.</p>
        <p>Essa, sotto lo stesso attrito della <hi rend="italic">concorrenza fra produttori e consumatori</hi>,imprime la maggiore espansione e continuità allo spaccio, mercé gli infimi prezzi di compravendita combinati colla migliore bontà, e mercé proporzione normale fra offerta e domanda; e ciò con vantaggio dell'industriale e del pubblico, attuando così una certa solidarietà fra il bene individuale e sociale, con ufficio diffusivo del progresso medesimo:</p>
        <p>Infine l'esercizio della libertà (nel produrre e smerciare) avvalora la convinzione del merito e demerito personale nelle sorti proprie e della nazione e quindi educa insieme al diritto anche la <hi rend="italic">coscienza del dovere</hi> individuale e sociale, elevando l'esercizio industriale alla dignità e responsabilità quasi di una missione civile. La quale pertanto aggiunge, al di là della stessa concorrenza, nuovi impulsi e freni morali alla produzione, che ne risulta perciò nobilitata e spiritualizzata.</p>
        <p>2. Questi i pregi della libertà e dei suoi sostanziali diritti, che meglio rilucono nel campo dell'arti manifattrici, pregi però che manifestamente appaiono <pb n="516" />subordinati e limitati — <hi rend="italic">da un canto alla effettiva azione della concorrenza — da un altro al rispetto pratico dei precetti dell'etica individuale e sociale</hi>;due condizioni sempre presupposte dal normale avveramento d'<hi rend="italic">ogni legge utilitaria</hi>.Al di fuori di quelle è insufficienza o anomalia; sicché nell'interesse stesso economico, la autorità giuridico-politica dello Stato deve intervenire con funzione non solo tutrice, ma anche integratrice.</p>
        <p>Questo sentirono troppo vagamente, fra i primi gaudi della libertà, gli enciclopedisti e i girondini del 1776 e 89; negarono affatto i giacobini del 91 e 93, proseguendo poi nell'equivoco e nel pregiudizio di una azione negativa dello Stato i dottrinari liberali del sec. XIX. Così la libertà si ispirò allora e lungamente in Francia e dovunque <hi rend="italic">a concetti e fini individualistici, all'infuori di ogni riguardo di morale, diritto e interesse sociale e pubblico</hi> e perciò non si distrussero soltanto iniqui o vieti regolamenti di industria, ma collo scioglimento delle «jurandes» e di ogni unione di classe, si stritolò e disperse la costituzione organica del ceto industriale specialmente artigiano, che tentò invano di reagire; e gli Stati rinunziarono ad ogni azione positiva delle leggi per equilibrare gli interessi delle industrie nazionali. Fu il trionfo in questo campo dell'<hi rend="italic">individualismo idealista</hi> della fisiocrazia francese («laissez-faire, laissez passer»), <pb n="517" />e di quello avaramente <hi rend="italic">utilitarista</hi> degli inglesi (scuola di Manchester), i quali, fusi insieme nel più recente liberalismo europeo, implicavano (notisi bene) <hi rend="italic">la negazione in radice di ogni legislazione industriale</hi>.</p>
        <p>3. Ma la natura delle cose è più forte d'ogni <hi rend="italic">dottrinarismo interessato</hi>;e l'esperienza di quel liberalismo assoluto smentì la sentenza che la libertà sia bastevole freno a se stessa. Colla sfrenata concorrenza i diritti ed interessi individuali dei deboli furono crudelmente sacrificati a forti; — colla soppressione di ordinamenti corporativi proruppe rovinosa la lotta di classe fra capitalisti e operai dell'industria; — coll'astensione dello Stato da ogni ingerenza positiva nella produzione si sacrificò la unità e potenza industriale della nazione ad un ibrido cosmopolitismo e si levò gigante nel seno stesso delle industrie più fiorenti la questione sociale. È questa la storia, accennata altrove, della produzione nella seconda metà del sec. XIX, per le cui tristi prove, al periodo così detto <hi rend="italic">caotico od anarchico della libertà</hi> illimitata nelle industrie, finalmente successe quello di una <hi rend="italic">libertà legalmente disciplinata.</hi></p>
        <p>Legislazione industriale contemporanea. ‒ Così rinacque una novella legislazione, la quale, pure incardinandosi sulla libertà della industria (manifatturiera) come un <hi rend="italic">diritto comune, ne disciplina l'esercizio con limitazioni e condizioni, imposte egualmente</hi><pb n="518" /><hi rend="italic">a tutti per ragioni di ordine pubblico</hi>; ciò che contrassegna un sistema o <hi rend="italic">regime di libertà giuridica</hi> (regolata da leggi). Essa si svolse laboriosamente lungo il sec. XIX; — più contrastata e progressiva nella Gran Bretagna, dal primo Atto del 1802 al «Factory and workshop act» del 1878, completato nel 1891-95; — più burocratica e sistematica nei paesi tedeschi: in Prussia dagli editti 1810-11 sotto Stein ed Hardenberg fino alle ordinanze del 1845-49; e nel nuovo impero germanico colla «Gewerbe Ordnung» del 1869, completata nel 1883, e in Austria colla patente del 1848 e colla legge 1859, riformata qui pure nel 1883; — più tardiva e incerta nei paesi latini, ove in Francia un corpo di leggi industriali non si ebbe che sotto la terza repubblica e specie dal 1900 per impulso del ministro Millerand — accompagnata e seguita dalla Spagna e Italia, — distinguendosi però fra tutti il Belgio dal 1885 in poi.</p>
        <p>Tale legislazione propriamente industriale, fra saggi ancora indeterminati e vari, sembra delineare <hi rend="italic">il proprio oggetto</hi> nel modo seguente.</p>
        <p>Il diritto e suoi limiti. – <hi rend="italic">Stabilita o confermata la libertà</hi> di fondare qualche industria, tutte le nazioni <hi rend="italic">pongono alcune eccezioni o limitazioni</hi> a questo diritto comune, riservando talune imprese allo Stato in forma di monopolio; e ciò per ragioni o di utilità pubblica o di finanza, come p. e. le zecche, le <pb n="519" />manifatture di tabacchi, l'estrazione del sale, talora la fabbricazione dei fiammiferi, di certe armi, ecc.</p>
        <p>Le condizioni di esercizio speciali e generali. – Seguono norme che determinano le condizioni di esercizio, delle quali altre si trovano racchiuse in <hi rend="italic">leggi o disposizioni speciali</hi>,dettate per determinate classi di industrie (in Francia «industries classées») bisognevoli di particolari discipline. E ciò — o perché singolarmente insalubri e pericolose, p. e. certe industrie chimiche o quelle di materie esplodenti; o per riguardo alla <hi rend="italic">forma o grandezza</hi> delle imprese, talvolta regolandosi diversamente i mestieri (piccole officine e botteghe, «workshops») e i magazzini con lavorazione in casa (a domicilio, «chez soi»), dalle fabbriche («factories»); — ovvero per gli <hi rend="italic">enti cui appartengono</hi>,quali le imprese di Stato o quelle dei comuni per servizi municipalizzati, come anche in Italia. — Bensì tutte generalmente vanno soggette al conseguimento di una <hi rend="italic">patente</hi> a titolo di riconoscimento (e quindi di vigilanza) e di provento finanziario, — e taluni Stati (Germania) richiedono prove di sede fissa (incolato), perseguitando l'industria girovaga.</p>
        <p>Per le industrie invece rette da <hi rend="italic">leggi generali</hi> le <hi rend="italic">condizioni</hi> di esercizio si riferiscono a tre oggetti distinti.</p>
        <p>1.<hi rend="italic"> L'ammissione del personale</hi>.Altre riguardano le <hi rend="italic">qualità soggettive</hi> del lavoratore, p. e. respingendo <pb n="520" />persone pregiudicate moralmente e penalmente, sopra di che le leggi dovrebbero essere più severe. Altre l'<hi rend="italic">età</hi> ed il <hi rend="italic">sesso</hi>;e come dalla proibizione di assumere a lavoro gli adolescenti prima di una certa età cominciò la legislazione in Inghilterra (ed anco in Italia a proposito dei <hi rend="italic">carusi</hi> nelle zolfatare sicule), così la esclusione delle donne da altre industrie repugnanti al loro organismo od onestà, quali per esempio gli esercizi minerari e metallurgici, divenne generale ed assoluta. Altre invece riguardano la <hi rend="italic">capacità tecnica</hi>,grande oggetto già degli statuti corporativi e del regolamentarismo regio, lasciato poi alle iniziative dei privati e degli enti pubblici, mercé i liberi insegnamenti tecnici; ma oggi in Germania ridivenuto argomento di speciali inchieste in pro delle piccole industrie, che vorrebbero ricostituito il <hi rend="italic">tirocinio legale</hi>,e dovunque tema di vivaci discussioni e reclami.</p>
        <p>2. <hi rend="italic">La protezione individuale degli operai</hi> contro gli inconvenienti delle industrie. Questa intende alla <hi rend="italic">inviolabilità</hi> di essi, <hi rend="italic">nei rispetti fisici, intellettuali, morali</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Di qui prescrizioni riguardanti l'architettonica e meccanica industriale, areazione, stabilità, ecc., o i pericoli di caldaie a vapore, di trasmissioni elettriche. Altre la igiene, e quindi precauzioni e cure profilattiche contro le così dette «malattie professionali» degli operai, già studiate fin dal sec. XVIII <pb n="521" /> dal Ramazzini (<hi rend="italic">de morbis artificum</hi>);e speciali interruzioni di fatiche per le madri operaie prima e dopo il parto. La inviolabilità dei diritti intellettuali si drizza per ora a impedire che il lavoro di fabbrica allontani i fanciulli dall'istruzione elementare, ma occorrerebbe estenderla alla esclusione dagli stabilimenti di propagande empie ed anarchiche. La tutela morale già fin dapprincipio prescrisse la separazione nelle stesse sale di operai di diverso sesso, ed ora anche l'osservanza del riposo festivo per l'adempimento dei doveri familiari e religiosi.</p>
        <p>3.<hi rend="italic"> Le modalità nelle prestazioni dei lavoratori</hi>.Per consuetudine e utilità pratica, ma spesso in Germania, Svizzera, Belgio anco per legge, ogni industriale deve annunziare in un proprio <hi rend="italic">regolamento</hi> di fabbrica, <hi rend="italic">dietro quali modalità</hi> intende esercitare il lavoro nel proprio stabilimento. E tali: — la durata del lavoro giornaliero, variabile perciò per ogni fabbrica, mentre la <hi rend="italic">giornata normale</hi> fissata legalmente per tutti gli operai adulti, in onta alla agitazione per le <hi rend="italic">otto</hi> ore, non è ancora imposta generalmente in Europa, sebbene si insinui già parzialmente mercé di un <hi rend="italic">massimo d'ore</hi> per le donne e per i fanciulli. Bensì stabilito il tempo quotidiano di lavoro, l'industriale deve fissare le ore di interruzione per il cibo e riposo, i ricambi di gruppi operai di giorno e di notte, i permessi di vacanza, ecc. — Tali la <hi rend="italic">forma</hi> del salario, <pb n="522" />cioè il modo con cui è calcolato, p. e. a giornata o a compito (a fattura), e con cui è pagato, p. e. se in natura o in danaro, in qual dì e luogo, ove è da avvertire come il pagamento <hi rend="italic">in natura</hi>,cioè con generi alimentari o con altri prodotti in botteghe aperte dall'imprenditore, fu prima nella Gran Bretagna («trucksystem») e poi altrove proibito, come quello che maschera spesso un prestito usuraio. — Tali ancora la sorveglianza del lavoro (capisala o «contremaîtres»), il controllo del prodotto, le infrazioni disciplinari, le sanzioni (multe, licenziamenti) e i reclami in appello. — Rispetto alle quali modalità nel loro complesso sorse questione se debbano o meno <hi rend="italic">determinarsi d'accordo</hi> fra padroni ed operai, come sembra equo e conveniente; ma fra dibattiti gravi dei privati e dei parlamenti (specie in Belgio), per lo più le leggi impongono soltanto che il regolamento compilato dal padrone debba affiggersi nelle sale, e dopo alcuni giorni, in cui agli operai è lecito fare rimostranze e domande, qualunque sia la risoluzione dell'impresario, esso intendasi accettato e obbligatorio (Brentano, Schönberg).</p>
        <p>I rapporti sociali giuridici interni delle imprese. – In questo terzo oggetto delle leggi sull'industria, che rientra nell'ambito più generale della <hi rend="italic">legislazione sociale</hi>,riguardante i rapporti fra le classi, — il <hi rend="italic">contratto del lavoro</hi> diretto a disciplinare il <pb n="523" />massimo rapporto giuridico fra la classe capitalistica e quella operaia, singolare a dirsi, ebbe fino ad oggi una soluzione imperfetta e pressochè nulla. Trattasi non già di definire accidenti estrinseci della prestazione di lavoro (regolamento di fabbrica), ma <hi rend="italic">il valore intrinseco di esso e quindi la quantità del compenso</hi>.Ma tale definizione, con tenace pregiudizio liberalesco, si pretese di lasciare alla piena libertà degli interessati, col rimovere da essa ogni regola anche procedurale per tutelarne la <hi rend="italic">giustizia</hi> nell'interesse delle due parti. Così, escluso ogni contratto esplicito, il salario rimase determinato dalla <hi rend="italic">unilatere assegnazione</hi> di esso da parte dell'imprenditore e dalla <hi rend="italic">tacita accettazione di singoli operai</hi> che entrano in fabbrica, all'infuori di ogni mutua discussione di offerta e domanda preventiva, salvo di far valere poi terribilmente in nome della proclamata libertà di <hi rend="italic">coalizione</hi> le pretese reciproche col mezzo meccanico, spesso violento, della serrata («lock-out») e degli scioperi («turn-out»). La storia dirà che il problema della giusta mercede del lavoratore, cui sono comminate divine sanzioni nella bibbia e nel vangelo, e che preoccupava dottori e filosofi nell'evo medio, nel <hi rend="italic">secolo dell'operaio</hi> per eccellenza e in tanto rifiorire di leggi rimase fino ad oggi pressoché abbandonato <hi rend="italic">all'anarchia e alla prepotenza</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Da ultimo si prepararono alcuni elementi di soluzione. In taluni <pb n="524" />paesi e Stati il regolamento di fabbrica si estende alle <hi rend="italic">condizioni per la cessazione del lavoro</hi>,cioè a comprendere i <hi rend="italic">preavvisi</hi> da ambo le parti. Il Belgio (1887) e la Francia (1900) introdussero in ogni stabilimento i «conseils d'usine ou d'atelier», eletti dagli operai con facoltà consultiva presso il padrone nelle questioni inerenti al regolamento. Oggi nuove e vive discussioni fra dottrinari e legislatori intorno all'<hi rend="italic">obbligo di adire commissioni di conciliazione</hi> (dei «prudhommes»; probiviri) o anche <hi rend="italic">di arbitrato</hi>,all'occasione di conditti per il salario, commissioni <hi rend="italic">in forma libera</hi> già adottate in Gran Bretagna e Francia. E molto si parla e scrive oggi sul contratto collettivo di salario e sui modi di comporlo e guarentirne l'osservanza. Ma mentre i fatti precipitano in proposito, ancora timide e lente procedono le leggi. — Le quali piuttosto si volsero ad imporre altre provvidenze di Stato, che riguardano la organizzazione, la tutela, e la elevazione delle classi operaie, p. e. le unioni professionali, gli infortuni, gli istituti di previdenza, («le relèvement de l'ouvrier»), giovando al futuro <hi rend="italic">contratto di lavoro</hi>,che frattanto rimane poco più che un voto. Ma della legislazione sociale, la quale si riferisce a tutti i rami della produzione e che si svolge parallela al crescere della crisi sociale-civile, non si può formare adeguato giudizio che nei temi finali dell'economia.</p>
        <p>
          <pb n="525" />Politica industriale. ‒ In contrasto col regime del regolamentarismo che educava e sostentava le arti manifattrici immediatamente con prescrizioni tecniche o con sovvenzioni finanziarie <hi rend="italic">dirette</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> nel regime più recente liberale lo Stato concorre a quel fine con <hi rend="italic">azione promotrice</hi> e <hi rend="italic">integratrice prevalentemente indiretta</hi> e <hi rend="italic">remota</hi> (Schönberg, Brentano).</p>
        <p>1. All'uopo esso tiene informato sé stesso e il pubblico intorno allo stato e alle vicende delle industrie, con statistiche e inchieste speciali, celebri quelle del Belgio 1885. Caratteristico il costituirsi oggi presso amministrazioni centrali di <hi rend="italic">consigli speciali delle industrie</hi> per lo studio di tutti i miglioramenti tecnico-economici di esse; — accanto a cui l'<hi rend="italic">ufficio centrale del lavoro</hi> e un <hi rend="italic">corpo di ispettori</hi>,che hanno compito: quello di preparare la legislazione sociale in genere, questo di vigilarne l'osservanza, sono divenuti organi di <hi rend="italic">inchiesta permanente</hi> sulle classi operaie. Ciò meravigliosamente nella Gran Bretagna e Germania.</p>
        <p>2. Meglio che con le discipline rigide sul <hi rend="italic">tirocinio</hi>,come condizione legale per l'esercizio di una industria, lo Stato odierno in concorrenza coi privati profonde nella istruzione tecnico-industriale <hi rend="italic">teorica</hi> e <hi rend="italic">pratica</hi> a tutti i gradi. — Di qui le <hi rend="italic">scuole industriali superiori</hi> (politecnici, accademie di ingegneria), prime quelle di Francia 1794-95 (scuola politecnica) e 1829 <pb n="526" /> (scuola centrale d'arti e manifatture), cui si coordinarono strettamente altre molteplici, sicché tutta Francia può dirsi un <hi rend="italic">unico politecnico</hi>;poi quelle di Berlino, Vienna, Monaco (1799, 1815, 1827), celeberrimo il politecnico di Zurigo (1850); infine istituti coordinati spesso alle università (le varie <hi rend="italic">scuole di applicazione</hi> degli ingegneri di Milano, Torino, ecc.). Con ciò si mira ad educare gli <hi rend="italic">inventori</hi>,gli <hi rend="italic">iniziatori</hi>, <hi rend="italic">i capitani</hi> delle industrie, che colla scorta possente delle matematiche applicate affrettino la utilizzazione del mondo della natura. — Seguono le <hi rend="italic">scuole medie e inferiori</hi> dell'industrie, altre generiche (istituti e scuole tecniche), altre specifiche per singole industrie (di varie arti e mestieri), a preparare intelligenti cooperatori, fra le stesse classi manuali, della tecnica moderna. Di qui gran parte dei progressi utili delle industrie manifattrici odierne, le quali tuttavia si manifestarono deficienti nei rispetti estetici. A ripararvi negli Stati Uniti ed Inghilterra sorse una terza serie di scuole o accademie artistiche (di belle arti), risalenti già alle scuole fondate da Leonardo da Vinci (sec. XV) e da Luigi XIV («écoles d'arts et manufactures»), le quali oggi si diffondono ad ingentilire il secolo del ferro e delle macchine. Ai medesimi intenti conferiscono le esposizioni nazionali e quelle internazionali (1851) di più in più specializzate e i grandi <hi rend="italic">musei industriali</hi>, testimoni vivi e <pb n="527" />sensibili dei progressi tecnici nella storia, insuperabile il museo di Kensington (Londra, 1857).</p>
        <p>3. Ma un altro indiretto soccorso appresta oggi lo Stato alle industrie con leggi speciali (anche internazionali) sui brevetti di invenzione, sulle marche di fabbrica, sulle adulterazioni e sofisticazioni di merci; e più remotamente ancora con una progressiva legislazione sulle società industriali e sul credito mobiliare (industriale).</p>
        <p>4. Infine un'influenza generale e profonda sulla industria nazionale dispiega lo Stato colla <hi rend="italic">politica commerciale internazionale</hi>, a seconda del vario regime o di piena libertà o di trattati commerciali o di protezione nei rapporti coll'estero, di che al tema della circolazione.</p>
        <p>Risultanze, giudizi. ‒ È questa, dopo i lunghi anni del liberalismo anarchico, <hi rend="italic">una rinascita</hi> appropriata alla grandiosa produzione odierna <hi rend="italic">di una legislazione e politica industriale</hi>,la quale, aggirandosi pur sempre intorno alla libertà, ma disciplinandola nell'interesse individuale e collettivo, si riaccosta per gli intenti finali (non già per le prescrizioni) agli statuti corporativi dei comuni del medio evo. Essa certamente contribuì (con altri coefficienti) a quello svolgimento maestoso di leggi produttive già da noi ampliamente illustrate e in ispecie: — a moltiplicare e variare all'indefinito le forme di imprese <pb n="528" />adatte ad ogni ramo dell'arti manifattrici, dagli esercizi individuali, alle società anonime e cooperative fino ai «trusts»; — e a favorire gli incrementi progressivi di esse fino ai massimi organismi delle fabbriche colossali; — così conferendo ad una più completa e ardita applicazione della legge edonistica, che mai si raggiunse fin qui. Certamente i meglio calcolati regimi restrittivi e regolamentari, fossero pur quelli abbaglianti di Luigi XIV, non possono emulare lo slancio gigantesco e perdurante di talune industrie contemporanee, fra cui (diciamo per semplice saggio) la sola filatura del cotone fa girare oggi giornalmente circa 130 milioni di fusi nel mondo, per ¾ in Inghilterra; la trattura della seta greggia produce annualmente 15 milioni di kg., di cui oltre ¼ in Italia; e fra le industrie alimentari la birra coi suoi 250 milioni di hl., di cui ⅔ nella sola Germania, già raggiunse il doppio della produzione pur così esuberante del vino nei vari continenti (Lanzoni, Scherzer).</p>
        <p>In cotali risultanze le leggi, specie in virtù della guarentita libertà, hanno il lor merito. Ma vi si ripercuotono sinistramente anche le <hi rend="italic">deficienze</hi> e gli <hi rend="italic">abusi</hi> di esse. I rapporti sociali del contratto di lavoro, dicemmo, sono quasi <hi rend="italic">ex lege</hi>,e frattanto chi sa computare tra danno emergente e lucro cessante le perdite degli scioperi e serrate per un anno soltanto <pb n="529" />nella produzione industriale? Peggio dacché il costume non supplisce le leggi e così le cupidige sfrenate coi fallimenti e colle crisi di borsa ingoiano buona parte dei profitti annuali della nostra industria. Anzi le leggi stesse, spesso informate al panteismo politico germanico, non finiranno ad attutire il sentimento della responsabilità personale di classe e locale, che sempre assicurerebbe l'amorosa osservanza dell'onesto e del giusto a pro delle industrie? Così si impone con solenni esperienze il monito che le supreme ragioni spirituali nella vita dei popoli sono condizione ineluttabile al progresso normale della produzione, anzi agli stessi trionfi dell'industria moderna.</p>
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        <head>XIV. Legge di coordinazione o di solidarietà fra tutte le industrie</head>
        <p>Concetto. ‒ Dopo il discorso analitico dei distinti ordini di produzione o delle varie industrie un fatto sintetico signoreggia e compendia le relazioni reciproche fra tutte, come un punto solo congiunge al vertice una piramide poliedra, assicurandone la statica e l'unità. Tale è la <hi rend="italic">solidarietà</hi>,cioè «quel vincolo che conserta le varie industrie, per cui il benessere o malessere dell'una si ripercuote su tutte». È questo il riflesso della <hi rend="italic">grande legge sociologica di coordinazione</hi>,che il bene del singolo trasfonde in quello della collettività e viceversa, legge di coordinazione che qui considerasi nella produzione, dove essa si manifesta con tre aspetti: nella costituzione, nell'esercizio, nei risultati di tutte le industrie (Messedaglia, Valenti).</p>
        <p>1. <hi rend="italic">Nella costituzione</hi>.Qui basti richiamare come alla distinzione fra <hi rend="italic">beni stromentali</hi> e <hi rend="italic">finali</hi> corrispondano due serie di industrie: quelle che con ufficio mediato forniscono le materie gregge, le forze brute <pb n="531" />e i mezzi tecnici alle altre, e quelle che con funzione immediata elaborano i prodotti destinati definitivamente ai godimenti umani. Fra le prime nell'insieme le industrie forestali, minerarie, di costruzione di macchine, di preparazioni chimiche, ecc.; fra le seconde le industrie agricole e manifattrici in genere, che apprestano alimenti, vesti, oggetti suntuari, estetici, ecc. Il coordinamento fra loro è manifesto; e può dirsi che la espansione e slancio delle industrie, che forniscono l'ingente quantità e varietà dei prodotti volti alle soddisfazioni personali dell'età nostra, sia esattamente misurato dalla estensione e potenza poderosa delle industrie, che a quelle apprestano le fondamenta, le forze, l'armatura, e ne formano per così dire l'<hi rend="italic">Atlante</hi>.In virtù di tale <hi rend="italic">solidarietà costitutiva</hi> siamo convinti che se oggi quell'Atlante si fiaccasse, domani gran parte dell'industrie che formano il vanto dell'età presente crollerebbe!</p>
        <p>2. <hi rend="italic">Nell'esercizio</hi> la solidarietà fra le industrie riguarda l'<hi rend="italic">attività produttiva</hi> di tutte per quantità, perfezione, incremento di prodotti. Il nesso è duplice. Una catena collega <hi rend="italic">direttamente</hi> nei riguardi tecnico-economici più serie di industrie; sicché il prodotto dell'una diviene la materia prima, ossia il principio di altre, come dal fiocco di cotone prodotto delle piantagioni prendono la mossa l'arti tessili, e da queste l'industria della sartoria e degli <pb n="532" /> ornamenti personali. <hi rend="italic">Indirettamente</hi> poi tutte risentono l'influenza delle occasioni, agevolezze e promozioni, che provengono dai progressi delle altre. In nessuna applicazione e più palese questa <hi rend="italic">solidarietà operativa</hi>,quanto nella interdipendenza fra arti agricole e manifatturiere.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">L'agricoltura in tutti i suoi rami serve indubbiamente alla industria manifattrice</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Essa <hi rend="italic">somministra</hi> a quasi tutte le manifatture <hi rend="italic">le materie prime e ausiliari</hi>:lana, cotone, piante, tintorie, sostanze legnose, ecc., e se quelle sono varie, squisite, copiose tutta la produzione manifatturiera si arricchisce e perfeziona. — <hi rend="italic">Il valore delle derrate</hi> èil regolo principale dei salari industriali, considerati come costo per l'imprenditore, come compenso per l'operaio e se pertanto i bassi salari fanno sovente sorgere le grandi manifatture, gli alti salari accrescono impulso alla energia ed abilità dell'artigiano. — Infine le arti agrarie, spargendo alimenti al consumo umano e materie alle manifatture, <hi rend="italic">reclamano per prime le braccia</hi>;e solo quelle che residuano dall'<hi rend="italic">alma tellus</hi> possono volgersi ad altri rami di produzione; sicché l'agricoltura estensiva o intensiva si ripercuote variamente sulla proporzione fra domanda ed offerta di lavoro in tutte le altre industrie e sulle sorti reciproche di popolazioni rurali e industriali. Basti ricordare la grandezza odierna della ripercussione su tutti i rami delle industrie del <pb n="533" />fatto del «villan che s'inurba», cioè della immigrazione in città dei volghi campagnoli (l'urbanismo).</p>
        <p>Ma per contrario chi non vede <hi rend="italic">come la industria manifattrice ricambi l'agricoltura</hi>.Quella non solo estende il margine di questa, provocando la coltura delle piante industriali, ma soprattutto, mercé le forti richieste alimentari di grosse e ricche popolazioni industriali, sostenta i prezzi delle derrate, in modo da compensare gli agricoltori delle anticipazioni di capitali che importano le grandi trasformazioni agrarie. Di qui le colture intensive di tutti i dintorni delle città. — E le industrie non solo forniscono oggi ai campi una svariata e perfetta suppellettile stromentale, ma preparano a loro profitto ingenti quantità di concimi artificiali. Così la Gran Bretagna, non contenta per la sua fertilizzazione di avere esaurito tutto il guano del Perù e di riversare sul proprio suolo immensi agenti minerari, fa incetta in Europa di ogni specie di residui di fabbrica per arricchimento della propria agricoltura. — Infine coi lavori industriali intercalari le manifatture possono riempire le ore forzate d'ozio o le braccia esuberanti delle famiglie coloniche, porgendo guadagni che migliorano la vita campagnola.</p>
        <p>Contro il comune pregiudizio pertanto i progressi rurali traggono dietro di sé quelli industriali; e più di frequente questi suscitano quelli, procedendo <pb n="534" />infine paralleli. Prova incontestata l'Italia: ― povere del pari industria e agricoltura nelle province meridionali; da tempo remoto invece prospere ambedue e mirabilmente crescenti in Lombardia e in tutta Italia settentrionale, appunto come nell'alta Francia, Belgio, Olanda, paesi renani. Né per caso l'Inghilterra nel sec. XIX raggiunse il primato simultaneamente nell'industrie manifattrici e in quelle agricolo-fondiarie, rispetto ad ogni regione del mondo.</p>
        <p>3. <hi rend="italic">Infine una solidarietà finale</hi> coinvolge tutte le industrie in ordine al <hi rend="italic">reddito netto</hi>.Se l'incremento di questo si effettua in alcuni grandi rami di produzione per diminuzione di spese (unitarie) e insieme per un aumento più che proporzionato di pro dotto complessivo, seguono due risultati. Da un lato il minor costo di quei prodotti scema le spese di tutte le industrie che di essi si valgono per ulteriori elaborazioni, accrescendo rispettivamente il margine netto di reddito. Da un altro l'aumento complessivo di produzione in quei rami più avvantaggiati permette coi profitti ancor più lauti un'amplissima e rapida capitalizzazione; e questa allora, nella ricerca costante di impieghi produttivi, trasferendo i nuovi capitali dalle industrie più redditizie alle meno proficue, finisce a lungo andare col nutrirle e fecondarle tutte, accomunando ad esse a vario grado i vantaggi di crescenti lucri.</p>
        <p>
          <pb n="535" />Conclusione. ‒ Si comprende come la <hi rend="italic">solidarietà</hi> delle industrie risponde ad una grande <hi rend="italic">legge di coordinamento</hi>,la quale, fondata sulle «proporzioni dei mezzi al fine», fa convergere le varie leggi del progresso produttivo (quella di <hi rend="italic">specificazione</hi> nelle forme e applicazioni delle imprese, quella di sviluppo o <hi rend="italic">incremento</hi> nelle forze e mezzi operativi, e quella di reciproca loro <hi rend="italic">integrazione</hi>)al risultato ultimo della legge edonistica; — ciò precisamente <hi rend="italic">diffondendo ed accomunando un massimo relativo di benessere</hi> fra tutte le industrie. Tale è veramente il significato della parola <hi rend="italic">solidarietà</hi>,la quale si traduce più ampiamente nella progressiva prosperità della produzione nazionale, simultanea a quella universale. Ma il filo che intesse questa armonica trama di progressi produttivi fra i popoli è lo <hi rend="italic">scambio</hi> o <hi rend="italic">circolazione</hi>,di cui il discorso che segue. </p>
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