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        <title>Rivoluzione e ricostruzione</title>
        <author>Sturzo, Luigi</author>
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        <bibl>Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 264-308. <date when="1922">1922</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <head>I.</head>
        <p>L'onorevole V. E. Orlando nel suo recente discorso di Partinico ha creduto di trovare un'antitesi fra l'idea di stato e l'idea di società; egli ha detto: « lo stato è organizzazione, la società è aggregazione; l'uno è dominato dal diritto, l'altra dall'interesse; lo stato è unità fatta da pluralità di individui, la società è contrapposizione di gruppi; lo stato è potere, la società è libertà; l'uno degenera in dispotismo, l'altra in anarchia » (*)<note n="1"> (*) Agenzia Stefania del 4 dicembre 1922.</note>. In questo enunciato brillante nella forma, il mio illustre conterraneo non ha visto un errore sostanziale che deriva da un errore di metodo; egli ha disintegrato la risultante dai suoi fattori, e poi ne ha segnato le caratteristiche, accentuando le diversità fino a metterle in contrapposto e in antitesi. Lo stato non è altro che la società organizzata politicamente; mutano i tipi di organizzazione e perciò mutano le forme degli stati (e quindi non tutti sono una unità fatta da pluralità di individui); ma ogni forma <pb n="265" />ha la sua ragione d'essere nella struttura sociale del popolo, cioè nelle condizioni economiche, politiche, culturali, religiose e giuridiche in cui vive e si sviluppa. La maggiore partecipazione dei diversi ceti e delle varie razze conviventi insieme, dà la più larga base e la più completa espressione sociale alla organizzazione statale. Il dualismo delle forze, come opera nelle piccole cellule, opera nei più sviluppati organismi, anche morali, e determina la lotta, legge di vita e di progresso. Il disquilibrio fra diritto e interesse, fra potere e libertà, fra individuo e gruppo sociale, crea il dispotismo e l'anarchia; ma della perenne vicenda di equilibrio e di disquilibrio è fatto lo sforzo umano verso una partecipazione più larga di diritti, di potere e di libertà, contro le tirannie, i monopoli e le violenze, che la storia registra con nomi gloriosi e con nomi infami, come il grande e secolare sforzo della umanità verso la liberazione, verso la redenzione, verso il risorgimento; termini tutti di una idea che è la spinta immensa data dall'uomo a cercare una felicità, che non può essere mai completa, un benessere che non può mai soddisfare, una pace che non è mai senza preoccupazioni e senza insidie; perché l'uomo non finisce nell'atto la sua potenza, ma tende comunque verso l'infinito a cui assimilarsi o da cui essere assorbito.</p>
        <p>Variano i termini della lotta sociale come variano i punti di riferimento nello sviluppo della vita collettiva; però il centro lontano o vicino, diretto o indiretto di ogni lotta è lo stato, come sintesi della vita sociale, ragione organizzativa di essa, mezzo di sviluppo, tutela di interessi, espressione di forza, garanzia di ordine e di libertà. Nella lotta non è la società che muove contro lo stato, perché in ogni momento essi si identificano come la forma e la sostanza, come la materia e l'atto; ma sono le forze di quanti operano nella società, sotto qualsiasi ragione, buona o cattiva, onesta o interessata, ideale od egoista, che determinano la lotta, che mirano alla prevalenza, cioè alla conquista e alla trasformazione dello stato e delle sue vaste e complesse forme organizzative, qualunque sia la struttura e l'indirizzo della vita pubblica del paese.</p>
        <p>Questa attività e questa lotta fra gli associati (non conta se di individui, di classi, di interessi, di tendenza, sotto il più complesso aspetto) si svolge fra due poli: della <hi rend="italic">rivoluzione e</hi><pb n="266" /><hi rend="italic">della ricostruzione</hi>, come termini alterni ed estremi; nell'uno e nell'altro stadio si abbatte e si ricrea, o nelle forme convulse illegali e violente della rivoluzione, o nelle forme ordinate, legali, valutabili e responsabili della ricostruzione. Non esistono antitesi nella vita reale, ma antagonismi; e la lotta, grande o piccola, nobile o meschina, è fatta da forze antagoniste, sia nel contrasto violento, sia nella prevalenza formale, rapide al momento rivoluzionario, lente nel periodo ricostruttivo, sempre in urto per la suprema legge della vita.</p>
        <p>Gli ultimi avvenimenti politici e il presente stato di cose in Italia, richiamano i dirigenti dei partiti, gli studiosi e i responsabili della pubblica opinione, all'obbligo di un'esatta valutazione dei fatti, per quanto è possibile, al di sopra di ogni prevenzione e di ogni passionalità, per esaminare se la crisi dello stato (della quale parlai a Firenze nel gennaio scorso), sia passata al periodo <hi rend="italic">rivoluzionario</hi> e se tenda oggi verso la <hi rend="italic">ricostruzione</hi>.</p>
        <p>Non è un interesse storico che ci guida a questo studio, tanto più che la storia ritesse in prospettiva la vita dei popoli quando i cicli hanno avuto uno svolgimento tale da potere essere individuati e valutati; ma è un interesse pratico e di vita vissuta, perché ogni forza viva del paese, individuale o collettiva, ogni partito politico, che come il popolare, risponde a esigenze ed a ragioni specifiche e reali dell'orientamento e dei bisogni generali del popolo, scelgano il loro posto di combattimento e di azione e chiariscano a sé e agli altri le ragioni della propria attività e le finalità che vogliono raggiungere nell'interesse dello stato e per il migliore sviluppo delle sane energie del popolo italiano.</p>
        <p>* * *</p>
        <p>Un giornalista, nel precisare le sue impressioni sugli avvenimenti della fine del passato ottobre, chiamava l'on. Facta il Romolo Augustolo della democrazia. Il ricordo storico, più che la persona di chi rappresentava, senza rendersene conto, l'ultimo governo democratico, avrebbe un significato per la stessa democrazia come classe politica dominante e come sistema politico parlamentare che sarebbe caduto sotto l'irruzione fascista. Non <pb n="267" />so se sia esatto il paragone: forse la storia si affretterà a smentire molto di quel che oggi si crede sicuro ed acquisito; certo si è che i fatti di ottobre hanno una caratteristica decisa contro lo stato parlamentarista-democratico, sì da provocare in esso un crollo che qualcuno crede possa essere anche definitivo.</p>
        <p>Nel mio discorso di Firenze del 18 gennaio di quest'anno affermavo che « nel decadimento del pensiero liberale democratico, questo stato atomistico, centralizzatore, burocratico, portato oggi alla esasperazione, viene assalito da tre forze: il <hi rend="italic">socialismo</hi>, che, fatto forte dai dolori della guerra, assunse una ideologia mitica, apocalittica, internazionale: la <hi rend="italic">dittatura economica e politica del proletariato</hi>, e predicò e predisse la rivoluzione; le sue predizioni e la sua predicazione sono cadute, ma la forza negativa è ancora salda nella fiducia delle masse organizzate; il <hi rend="italic">popolarismo</hi>, che sorse e si affermò come partito di centro e di massa, saldo e vigoroso; negò la rivoluzione, ammise la costituzionalità dello stato, ma ne volle la riforma organica, dal centro alla periferia, dal sindacato al senato; il <hi rend="italic">fascismo</hi>, che negò lo stato liberale e la sua autorità, creò <hi rend="italic">l'organizzazione e l'azione della forza anche con le armi</hi>, più per sostituirsi allo stato borghese contro comunisti e socialisti, che come costruttore di un pensiero, che fino ad oggi sembra essere orientato da forze liberali e conservatrici pur nella fase anarcoide; comunque tenda a svolgersi ed a consolidarsi questa forza giovane, è anch'essa contro lo stato democratico, parlamentarista, accentratore. E tutte e tre queste forze, nelle contese e nei contatti, maturano nuovi atteggiamenti che accelerano i fenomeni della crisi dell'oggi, tendono a variare le basi dell'ordinamento statale, nella sua costruzione economica, giuridica e organica, nello sviluppo di nuove forze e di nuove idealità, nel fermento di una gioventù che si rinnova » (*)<note n="2"> (*) Cfr. in questo volume, pag. 245.</note>.</p>
        <p>Queste parole, rileggendole oggi, dopo circa un anno e alla luce degli avvenimenti, mi ricordano tutta la passione e la fede messa nel fare del partito popolare italiano una forza giovane e rinnovatrice, e nel darvi l'impostazione centrale, quale è nel nostro primo appello diretto ai liberi e ai forti: ove era bene affermata la nostra posizione contro lo stato democratico, con le <pb n="268" />note parole: « ad uno stato accentratore tendente a limitare ogni potere organico ed ogni attività civica ed individuale, vogliamo, sul terreno costituzionale, sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali (la famiglia, le classi, i comuni), che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private » (*)<note n="3"> (*) Cfr. in questo volume, pag. 67.</note>.</p>
        <p>Il nostro piano era e resta fissato anche oggi sul <hi rend="italic">terreno costituzionale</hi>,per la trasformazione organica dello stato; è questo il nostro lavoro di quattro anni di attività politica svolta fra le maggiori difficoltà. Ma ecco che i fascisti con l'azione diretta si sono d'un tratto e con larghi consensi sostituiti allo stato democratico.</p>
        <p>Si domanda se la presa di possesso del potere per mezzo di una organizzazione armata da parte dei fascisti, abbia dato all'Italia solo un <hi rend="italic">governo fascista</hi>,ovvero abbia gettato le basi di uno <hi rend="italic">stato fascista</hi>;se quindi gli attuali avvenimenti siano un episodio di governo (sia pure con forme esteriori di forza e all'infuori della legge e della tradizione costituzionale) ovvero siano l'attuazione iniziale e dinamica di un nuovo ordinamento che crei in Italia lo <hi rend="italic">stato fascista</hi>;in altre parole, se l'episodio sia già chiuso o stia per chiudersi in una serie di fatti che possono caratterizzare una <hi rend="italic">crisi di governo</hi>;ovvero debba svolgersi ancora in un processo rivoluzionario di <hi rend="italic">crisi istituzionale</hi>.</p>
        <p>Non possiamo a due mesi di distanza e nel fermento vivace della coscienza pubblica, dare giudizi e fare per giunta delle profezie; però abbiamo già in mano una materia che possiamo valutare e che ci dà elementi notevoli atti a caratterizzare i fatti. Rivoluzionaria ha chiamato il nuovo capo del governo l'azione che ha portato i fascisti al potere; ma non basta una definizione, sia pure esatta nelle intenzioni degli uomini, per essere corrispondente alla realtà. Già da parecchio si è parlato di rivoluzione in Italia; i socialisti due anni fa credevano alla loro rivoluzione, ignorando che non sono mai le masse che fanno le rivoluzioni e soprattutto a loro profitto; ma sono le classi dominanti che si servono anche delle masse, ove <pb n="269" />occorra, per fare le rivoluzioni. Queste sono figlie di idee e di sentimenti prima che di interessi; e senza le idee ed i sentimenti, per i soli interessi, non si fanno le rivoluzioni. Nel caso presente, se le idee sono in parte mancate, e non se ne ha tuttora una conoscenza chiara e quindi volitiva, i sentimenti invece hanno avuto larga presa sulla pubblica opinione, hanno creato una coscienza di dominio nei dirigenti e nei proseliti, ed hanno vivamente secondato lo sforzo di un partito giovane, che nell'incertezza generale ha voluto rompere gli indugi, forzare le situazioni e conquistare il potere alla bersagliera.</p>
        <p>Questo fatto, senza un successivo sviluppo basato sopra un programma antitetico al passato, potrebbe chiamarsi <hi rend="italic">colpo di stato</hi>; però la richiesta dei pieni poteri, rapidamente ottenuti da un parlamento prima esautorato e poi costretto a legiferare come subordinato ad una volontà decisa ad avere od anche a prendersi le facoltà necessarie per un governo non parlamentare, dà l'impressione che qualche cosa di sostanziale stia trasformandosi nella vita politica, e che un moto intimo convulsivo turbi l'organismo statale, sorpreso e influenzato non solo dalle manifestazioni esterne di forza, ma da una imperiosa volontà che assomma in sé il potere.</p>
        <p>* * *</p>
        <p>Il fenomeno più saliente in questo periodo è il silenzio e l'acquiescenza della corrente democratica che da vari decenni teneva il potere e dirigeva il paese, quasi sempre con propri uomini, con brevi e limitati appoggi di altre correnti, e da ultimo dei popolari. Di fronte alla sistematica violazione della legge prima, di fronte alla violenza contro gli enti pubblici poi, e infine di fronte al complesso dei fatti nei quali la prevalenza della fazione armata e la svalutazione del sistema parlamentaristico segnano l'urto decisivo contro il governo e il regime democratico, la paralisi politica colpì in pieno un corpo disfatto; più che un partito cadeva una classe di governo; gli uomini rimanevano ancora e sentivano come in sogno l'epicedio che lesse l'on. Rosadi con la voce di Stenterello.</p>
        <p>
          <pb n="270" />Sembra strano, ma il fatto notevole è che il fascismo, che sorse come reazione al socialismo bolscevizzante, che allora in auge aspirava alla dittatura di classe, arrivando al potere, ha colpito quasi a morte un altro partito politico, se così può chiamarsi, la democrazia, che si identificava sostanzialmente col governo e spesso col potere statale. E mentre il socialismo, sia pure sgominato e ridotto, mantiene il suo posto di opposizione anticostituzionale (per usare oggi una parola meno esatta di ieri), la democrazia che ha perduto il potere dovrebbe logicamente formare l'opposizione costituzionale; e invece proprio la democrazia non manifesta alcun elemento vitale di resistenza, sia pure nel campo delle idee e delle posizioni politiche, sì da far credere che ormai sia una fase superata nella vita italiana, e che i fascisti abbiano fatto cadere solo un'impalcatura, dietro la quale c'era il vuoto.</p>
        <p>Così si spiega il fenomeno rapido e strano, che si è diffuso da Cuneo a Siracusa, dell'abrasione della denominazione di democratico in molte etichette politiche (denominazione che fino al ʼ20 aveva perfino il gruppo Salandra detto <hi rend="italic">liberale-democratico</hi>) comeun lavaggio di pulitura di una macchia sbiadita; così si spiega il facile passaggio di molti ex democratici, specialmente nel mezzogiorno, che aveva i tre quarti di deputati disseminati nelle varie democrazie e riformismi oggi fuori uso, al nazionalismo o al fascismo. Sono quegli stessi che fecero la politica dello stato democratico e del socialismo di stato, accentratore e ipertrofico, e oggi non hanno più nulla da difendere del loro passato, delle loro idee, del loro programma, nulla più da sostenere degli elementi strutturali di quello stato che essi avevano formato e governato per tanto tempo; non resta anche ad essi, gli spodestati del governo di ieri, che unirsi alcoro degli osanna per i vincitori di oggi.</p>
        <p>Se la democrazia scompare come funzione di classe di governo e come partito per sé stante, rimane però ancora lo stato democratico, parlamentarista, accentratore che essa ha costruito. Se i colpi di piccone dei fascisti si fermeranno solo alla impalcatura della democrazia e non arriveranno alla costruzione statale, mancherà il contenuto storico e reale alla rivoluzione che essi avranno tentata. Certo il parlamento del novembre non era <pb n="271" />lo stesso e nel potere e nella forza del parlamento del luglio; e la concessione dei pieni poteri non ha avuto il significato di una delega tecnica, come per la riforma dei codici o come per gli <hi rend="italic">omnibus</hi> finanziari; la partecipazione sia pure morale e indiretta dell'esercito per l'avvento fascista, il rapido consenso regio, contro la proposta di stato d'assedio, al governo di Mussolini, e l'aspettativa del paese per generali riforme, delle quali si sente la possibilità senza valutarne la portata, dànno alla vita politica di oggi un clima forzato, un'aspettativa nervosa, un senso di trasformazione, che deve sboccare ancora in un tentativo di abbattimento e di ricostruzione statale.</p>
      </div>
      <div>
        <head>II.</head>
        <p>Da gran tempo giornali e opinione pubblica hanno diretto gli strali della censura e del sarcasmo contro il parlamento; ed è stata così rara una voce di difesa, da non averne il ricordo da gran pezzo. Sarà un po' l'indole e l'educazione italiana, che non riesce ancora a dar valore di simbolo alle istituzioni democratiche; sarà anche la giovinezza della nostra costituzione e del nostro regno; sarà il borghesismo delle nostre forme rappresentative e il procacciantismo degli uomini che ne sono esponenti; sarà la mancanza di contatto nazionale fra il centro e la periferia così regionalisticamente diversa; sarà lo spirito individualista della nostra razza, che ci fa preferire il deputato alla camera; certo si è che in Italia si è dato sempre assai scarso valore al parlamento e alla sua funzione. Si credeva che col suffragio universale la camera dei deputati avesse almeno acquistato una espressione più larga e più aderente all'anima del popolo; ma è mancata quella rispondenza fiduciosa che viene da un'attività politica e legislativa che polarizzi il pensiero e la volontà della nazione.</p>
        <p>Gli avvenimenti sorpresero quasi sempre la camera nata dal suffragio universale: la neutralità, la guerra e le sue fasi, la <hi rend="italic">pace</hi> e i suoi travagli, la legislazione economica e tributaria, le agitazioni politiche, la crisi delle istituzioni, non trovarono mai nella camera crogiolo di passioni politiche, non ebbero mai il travaglio delle grandi elaborazioni; voci scialbe eatteggiamenti <pb n="272" />indecisi ed equivoci rappresentarono in essa la vita che tumultuava di fuori. Nessuna legge di notevole importanza sociale, tributaria, economica, scolastica, giuridica è stata discussa dal 1913 ad oggi; un decennio di enorme povertà parlamentare in mezzo a un cumulo di fermenti politici e di rivolgimenti sociali; e i dibattiti che si sono svolti alla camera non han creato nel paese stati d'animo degni di essere rilevati. Il <hi rend="italic">la</hi> degli avvenimenti è sempre venuto da altre fonti del nostro pensiero politico, sociale e religioso, meno che dal parlamento, tranne che nel tragico momento di Caporetto, quando d'un tratto e istintivamente tutte le forze vive del paese si schierarono per la difesa della patria.</p>
        <p>Tutto ciò ha un fondamento reale di crisi, che è sentita nella coscienza del nostro popolo, e che determina gli stati d'animo di sfiducia, di disagio, di insoddisfazione, perfino di avversione, quando tale coscienza intravvede altra forza da poter elevare ad antagonista di quella parlamentare, ieri D'Annunzio, oggi Mussolini. Questa critica ho già mosso nei miei discorsi dell'ultimo triennio, ed oggi la posso ripetere con altri argomenti, aggiungendovi il mordente degli avvenimenti presenti, per arrivare alla conclusione che il difetto del nostro istituto parlamentare non è solo nella camera dei deputati, nella sua formazione rappresentativa, e nella sua funzionalità politica, ma è il vizio organico sostanziale del parlamentarismo soverchiante in uno stato accentratore e burocratico. E quando Mussolini chiama questa camera <hi rend="italic">sorda e grigia</hi> e la svaluta col suo gesto, ha ferito una rappresentanza ma ha colpito l'effetto e non la causa.</p>
        <p>Strano fenomeno! Da tre anni tutta la stampa italiana (meno la nostra e qualche isolata voce di studioso) combatte un'accanita campagna contro la proporzionale elettorale, accusandola di essere la causa del decadimento della camera dei deputati; si è dimenticato che di tale decadimento parlavano giornali, uomini politici e studiosi prima dell'introduzione della proporzionale e prima ancora del suffragio universale; io stato di disagio e di urto fra coscienza nazionale e rappresentanza parlamentare ha più di quarant'anni, e si è andato sempre acuendo, perché pochi uomini rappresentativi ha avuto in questo periodo il <pb n="273" />nostro paese; il principale e stato Francesco Crispi con tutti i suoi difetti; e il trasformismo iniziato da Depretis è stato un metodo parlamentare di adattamento e di equilibrio, che ha corroso le fibre nazionali, ha confuso la funzione dei partiti, ha attenuato le grandi passioni politiche ed ha ridotto la vitalità della vita pubblica al gioco delle clientele.</p>
        <p>Il periodo è caratterizzato dalla democrazia, che ha tentato di domare prima, di assorbire poi, infine di scompaginare la corrente proletaria; essa, vero strumento borghese, servì assai bene alla incipiente industria italiana, anche e specialmente a quella parassita, a carico e a spese dell'agricoltura e delle classi medie; e nel suo gioco politico pose sul medesimo piano le due forze del capitale industriale e del lavoro industriale, avvantaggiando il primo con la protezione e l'altro con i salari, ambedue assalendo per diverse vie lo stato in un'azione di pompaggio del denaro della campagna e dei risparmi non bene affidati, né allo stato come contributo d'imposte, né alle banche come mezzo di deposito e d'impiego. Era il momento della trasformazione e dello sviluppo della nostra economia giovane e incerta, e le crisi ne soffocavano l'inizio; la classe più intelligente e fattiva prese naturalmente il dominio e la direttiva della vita pubblica e fu l'industriale che governò per interposta persona.</p>
        <p>Quando gli organi di tale classe fanno la voce grossa contro l'accentramento statale, contro i monopoli, contro il prevalere del socialismo e si scandalizzano della debolezza dello stato verso le pretese della classe operaia, dobbiamo dubitare della loro sincerità e della loro obiettività, poiché ciò rispondeva a tutta la loro politica economica espressa dalla democrazia; e dobbiamo domandarci quale altro piano nasconde questa loro conversione al liberismo, alla sburocratizzazione statale, allo smantellamento della vecchia costruzione democratica, all'abbandono dei monopoli dietro i quali sono stati annidati tanti interessi. I commercianti degli zolfi, dei nitrati e dello zucchero, ricorsero al medesimo sistema e ne ebbero favori; ma la vera agricoltura fu assente dallo stato democratico e parlamentare; diede occasione alla larga letteratura sui patti agrari, specialmente del mezzogiorno, dall'inchiesta Jacini in poi; vide in molte plaghe depauperarsi la campagna a causa dell'emigrazione contadina; e <pb n="274" />continuò a sentire la politica come espressione di vita provinciale, ove il feudo elettorale del collegio uninominale, i buoni rapporti con la prefettura e i carabinieri, la preminenza amministrativa all'ombra del proprio campanile, rappresentavano la somma della sapienza politica di equilibrio fra l'agente delle imposte e lo sfruttamento del lavoratore, che diedero i tristi bagliori dei fasci del ʼ93 e delle agitazioni del ʼ98.</p>
        <p>Questa posizione politica e questa struttura economica di due Italie senza nesso interno, insieme all'improvvisazione retorica degli estremismi radicali, fecero degenerare l'istituto parlamentare, creando il parlamentarismo con una funzione ipertrofica alla camera dei deputati a danno degli altri organi statali, mentre la centralizzazione burocratica dello stato italiano nelle funzioni amministrative ed economiche, nel periodo del crescente benessere del paese dopo le crisi dell'ultimo ventennio del secolo scorso, determina la degenerazione della stessa burocrazia da organo tecnico di esecuzione in organo di monopolio statale.</p>
        <p>Una salda catena legava alla stessa sorte il parlamentarismo democratico, la burocrazia amministrativa e il sistema elettorale del feudo politico. La degenerazione del costume elettorale era causa delle maggioranze personalistiche; queste dovevano vivere dei favori del governo, il quale aumentava le sue competenze nel campo amministrativo ed economico per potere avere la maggiore ingerenza nella vita del paese. La qual cosa faceva divenire più numerosa e più potente la burocrazia, che a sua volta elaborava nuove e più impensate proposte di accentramento amministrativo e di monopoli economici, impedendo le libere attività e le autonomie degli enti locali, creando enti ed istituti, inventando comitati e consorzi, giunte, consigli, commissioni, commissariati, improvvisando una legislazione economica statale, detta, poi della <hi rend="italic">economia associata</hi> o del <hi rend="italic">socialismo di stato</hi>, cometermine di un sistema perfettamente democratico.</p>
        <p>Qualcuno può domandare a questo punto come mai in un sì lungo e interessante periodo della nostra vita pubblica, il senato, cioè l'altra e alta camera, che ha funzioni di equilibrio, di correzione di indirizzo, di integrazione politica, non ha mai esercitato un potere e un'influenza pari a quella della camera <pb n="275" />dei deputati; anzi non ha mai modificato indirizzi politici generali, non ha segnato efficacemente alcuna via nello sviluppo della vita pubblica del nostro paese. Non intendo qui parlare della opportuna correzione di leggi, cosa che ha fatto quando il governo non si è decisamente opposto, ovvero quando ha reputato opportuno attenuare a mezzo del senato le esagerazioni o l'imprevidenza della camera dei deputati; intendo invece parlare del suo reale influsso sulle direttive generali, sia attraverso la legislazione, sia attraverso il governo. Questa posizione di penombra in determinati momenti è stata un vero accorgimento politico, per evitare conflitti fra le due camere; ma sostanzialmente e stata una disintegrazione delle funzioni del senato nel sistema bicamerale italiano che mano a mano si è andata operando, sia per il politicantismo dei deputati, ai quali il governo era strettamente legato, sia per l'attenuarsi della prima tradizione, quando ancora era più sentito il potere regio dal quale il senato emanava, potere regio che per l'antica disciplina monarchica del Piemonte e per le benemerenze italiane della casa Savoia nel risorgimento, dava al senato una notevole influenza morale. Ma l'azione governativa lo tolse da questa aura storica, invase indirettamente il terreno del potere regio formando le liste dei senatori sotto esigenze di vicende politiche, aumentò il numero dei funzionari e degli ex deputati senatori (cioè degli elementi comunque legati al sistema parlamentarista-burocratico); fece così scomparire quasi la ragione prima del nostro senato di nomina regia.</p>
        <p>È questo l'errore fondamentale della nostra costituzione: un senato che non si rinnova, che attraverso la nomina regia può divenire un organo in mano del governo, e che per il numero illimitato non ha la totale garanzia dell'autonomia del corpo deliberante. Il suo contatto col paese non esiste, e quindi non può avere la forza di elemento direttivo alla pari della camera dei deputati; e nessun governo ha mai cercato appoggio al senato nelle fasi difficili della camera che in 74 anni di costituzione ha dato origine a 66 crisi di gabinetto. Gli elementi naturali su cui dovrebbe poggiare il senato il quale rappresenta principalmente le funzioni di conservazione, nel gioco della politica, sono i corpi costituiti, le camere locali, i consigli provinciali, i <pb n="276" />municipi, le università, le corporazioni e le classi, la magistratura e l'esercito, tutti elementi di vita organica e raggruppata, sì da fare rispondenza e contrappeso alla caratteristica individuale della camera dei deputati, rappresentante la volontà dei cittadini come singolo. Invece il sistema atomistico è acuito dalla nostra costituzione liberale, nella quale il cittadino elettore crea la camera dei deputati; questa crea il governo il quale rifà per suo vantaggio il cittadino elettore; i valori sono invertiti e attraverso la elaborazione dei collegi, il governo si è sempre fatta la camera dei deputati; e attraverso il re, il governo si è formato sempre il senato. Così si spiega la storia del nostro parlamentarismo, dall'avvento della sinistra storica ad oggi, dominato principalmente da due uomini: Depretis e Giolitti, che furono i veri padroni del parlamento italiano.</p>
        <p>***</p>
        <p>Il suffragio universale concesso di sorpresa nel 1912, era voluto dai partiti proletari che allora combattevano insieme ai radicali (oggi demosociali) e ai repubblicani, come mezzo risolutivo della deformazione parlamentare; perché, si pensava, avrebbe staccato il corpo elettorale dall'influsso governativo, per il fatto stesso che il corpo elettorale diveniva la totalità dei cittadini capaci, e quindi sarebbero scomparse le consorterie affaristiche e le clientele personali, sia quelle industriali del nord che quelle agrarie e professioniste del sud, perché i partiti di massa avrebbero acquistato maggiore forza politica.</p>
        <p>Il primo esperimento elettorale dopo tale riforma, nel 1913, diede un maggior numero di posti ai socialisti, è vero, ma lasciò intatta la configurazione della camera, con i difetti della precedente, democratica e giolittiana, senza nuovi orientamenti, con una più decisa tendenza verso il centralismo di stato.</p>
        <p>La persistenza del collegio uninominale costringeva il corpo elettorale alla valutazione personalistica del candidato, e manteneva, specie nel mezzogiorno che per più di trent'anni aveva fornito la massa di manovra ad ogni governo, la maggior influenza ai proconsoli (chiamo così i deputati ministeriali più autorevoli del luogo) e ai prefetti attraverso l'esercizio del potere <pb n="277" />amministrativo e di polizia, la quale in molti luoghi non sdegnava l'aiuto interessato della mafia e della camorra.</p>
        <p>L'entrata in guerra, decisa fuori della camera, diede la misura di quel che fosse questo organo così formato nei momenti più gravi e più decisivi: non ebbe né fede per dir di sì, né coraggio per dir di no; subì e sottolineò con un discorso retorico, tanto per la platea, il più grande avvenimento politico dalla unità in poi, e con ciò esaurì il suo compito. Onde quando, dopo la guerra, ripresa la vita costituzionale, si volle ridare al corpo elettorale la sua voce, non fu più possibile concepire come esistente e vivo il vecchio legame di camera-governo-cittadino elettore, rotto da un fatto nazionale; era necessario ridare la libertà di espressione e la forza di coesione al paese nella nuova coscienza elettorale a suffragio universale con la formazione dei partiti a base nazionale. Così venne logica e imperiosa la proporzionale, come completamento organico del voto personale esteso a tutti e come valorizzazione di tutte le correnti vive del paese. Agitata da un pezzo, tale riforma, introdotta in paesi a largo respiro democratico, si presentò come il mezzo decisivo a correggere l'atomismo politico, e ad inalveare in correnti responsabili e chiare l'amorfa coscienza elettorale, rendendo organica la risultante della volontà nazionale espressa col voto. Il largo collegio interprovinciale o regionale rispondeva alle tradizioni e ai bisogni della nostra vita locale così varia di interessi e di temperamenti, mentre l'organizzazione dei partiti riduceva tali forze locali ad unità direttiva e programmatica nazionale.</p>
        <p>Oggi è comune credenza che siano da attribuirsi al frazionamento dei partiti e alla mancanza di un forte partito di maggioranza, le difficoltà di vita e di azione della camera dei deputati; né è facile dimostrare che le 66 crisi di gabinetto in 74 anni di costituzione si devono alla inconsistenza e al tormento parlamentare in genere, quali siano i sistemi elettorali in vigore; e che le crisi Nitti del ʼ20, Giolitti del ʼ21 e Facta dell'ottobre ʼ22 sono maturate nel paese fuori della camera dei deputati; e che le due crisi Bonomi del febbraio e Facta del luglio scorso appartengono al rango della maggior parte delle crisi italiane dal ʼ48 ad oggi per scontento di gruppi o di persone, per politica debole e incerta, per bisogno di mutar uomini ritenuti <pb n="278" />incapaci. La proporzionale non c'entra; essa invece è servita, in tre anni e con due elezioni, a fornire un contenuto e a dar vita ad una discussione programmatica alla vita politica e alle correnti di pensiero; e a far iniziare l'opera di individuazione e di responsabilità dei partiti, fino a ieri personalistici e incompleti, a dare ai partiti stessi un contenuto sostanziale e non solamente formale; e a obbligarli a chiarire le loro posizioni, ideali e pratiche.</p>
        <p>Ora, mentre tutti i partiti vecchi e nuovi, nel forte crogiolo proporzionalista, tendevano a identificarsi e a chiarirsi, non escluso il piccolo nucleo liberale di destra e il nazionalista, la democrazia liberale, invece, che, avendo in mano il potere, non aveva più un unico contenuto programmatico, si trovò fra socialisti e popolari a dover precisare propositi e indirizzi, mentre la spinta fascista si faceva forte al di fuori e premeva sulle vecchie posizioni. Era naturale che le forti oscillazioni politiche e i contrasti della camera dessero una vivace irrequietezza alla democrazia dominata da uomini più che da idee, sì da scomporla e ricomporla più volte in due, uno o quattro gruppi, oltre l'appendice riformista; ed era ancora più naturale, come ad ogni figlio di Eva, trovare negli altri la causa del proprio malanno; la causa erano i popolari, troppo esigenti, gente nuova, con idee e propositi diversi e con spirito avverso; e la colpa ultima era la proporzionale. Travaglio interno di uomini, vedute particolari, interessi elettorali, arrivismi ministeriali, al di fuori di ogni seria e sentita idealità, erano purtroppo in gioco; e sfuggiva la linea programmatica nell'adattamento contingente e pragmatista, fatto di espedienti e di combinazioni, per le quali lo stato si svuotava di contenuto e di autorità e si riempiva di affari e di interessi.</p>
        <p>Se la proporzionale, come io credo, è servita a disintegrare i vecchi partiti personalistici; a dare il clima adatto allo svolgersi dei nuovi partiti; a creare una coscienza politica in classi e categorie fino a ieri assenti dall'arringo della vita pubblica; a contenere entro i limiti della propria potenzialità i grandi partiti, senza il prepotere artificioso di maggioranze schiaccianti; a portare nel parlamento e nel governo, a contatto, le forze fatte di idee; a dare infine la legittima voce alle minoranze; ha <pb n="279" />avuto una vera e salutare influenza nello svolgersi della nostra vita politica, e ha giovato a formare l'inizio organico alla più larga partecipazione del popolo agli organismi dello stato.</p>
        <p>L'avvenire ci dirà se la lotta alla proporzionale, fatta di pregiudizi (e purtroppo è da rilevare che questi pregiudizi hanno fatto presa sul movimento fascista, che ieri era proporzionalista e auspicava il collegio nazionale ed oggi lo combatte), l'avvenire ci dirà se la lotta alla proporzionale non significherà un regresso politico nella formazione di una coscienza nazionale, nello sviluppo organico dei partiti, nella lotta contro il centralismo statale.</p>
        <p>Il giusto desiderio di avere una maggioranza omogenea alla camera, mai si è avverato e mai si potrà avverare, qualunque sia il sistema elettorale, se la unificazione spirituale ed economica non avviene prima nel paese; e quando questa si è ottenuta, la camera ne avrà la naturale ripercussione, senza artifici e senza compromessi, anche in regime proporzionale.</p>
        <p>Noi anche oggi restiamo proporzionalisti, non legati ad una semplice forma, ma allo spirito e alla sostanza della vita parlamentare.</p>
      </div>
      <div>
        <head>III.</head>
        <p>L'equivoco fondamentale della polemica sta nel fatto che nonostante la svalutazione della camera dei deputati, questa rimane l'organo preponderante della vita politica. È di vitale importanza che il parlamento poggi sull'equilibrio delle due camere; e che queste siano l'una l'espressione completa del corpo elettorale, come singoli, nei raggruppamenti dei partiti politici creati dalle correnti vive di pensiero e di interessi; e l'altra, cioè il senato, espressione in maggioranza dei gruppi organici del paese a sistema elettorale periodico di secondo grado, e con la partecipazione di senatori di nomina regia. Corpi liberi e monarchia debbono avere insieme una naturale convergenza di voce; affinché così la camera alta abbia autorità pari a quella eletta dal popolo, ed esse formino insieme un potere indipendente dalla influenza del governo; il quale non possa più poggiare esclusivamente sull'azione e reazione della camera dei deputati <pb n="280" />e del corpo elettorale, ma sia esponente del parlamento intero nella sua funzione politica e amministrativa di potere esecutivo.</p>
        <p>Così precisato l'equilibrio parlamentare, non può dirsi risoluto il problema della funzionalità legislativa, specialmente nel periodo così denso di problemi, così pressato dall'urgenza delle soluzioni, così caotico per tutta la supercostruzione bellica e postbellica del nostro sistema statale. Le camere inoltre non possono nella pratica arrivare a fissare la tecnica delle leggi, ma debbono dare la linea politica e la direttiva giuridica, specialmente per quelle leggi ove la tecnica soverchia la ragione politica o almeno vi dà forma concreta e definitiva. Per questa ragione quanto più sono aumentate le competenze dello stato, amministratore, industriale, agricoltore, commerciante, assicuratore, pedagogo, monopolista, tanto più è aumentata l'influenza legislativa della burocrazia, ed è divenuto prepotente il bisogno del governo a sostituirsi al parlamento. L'esercizio dei poteri legislativi da parte del governo è ormai un fatto normalizzato, prima della guerra dai pieni poteri del maggio ʼ15, poi dall'abuso dei decreti-legge nel periodo post-bellico, nel quale si son fatti valere anche i poteri avuti dall'inizio della guerra; e infine oggi colla nuova delegazione dei poteri tributari e amministrativi dati dall'attuale governo.</p>
        <p>Durante la guerra, attraverso i pieni poteri, diretti a scopo militare e politico per la difesa dello stato e per la condotta della guerra, si insinuarono leggi ed istituti alieni dai fini voluti dalla suddetta legge. In quel periodo caotico è da indulgere assai ai governanti se si fecero prender la mano dai burocrati, dagli affaristi e dai socializzatori dello stato. Dopo la guerra, come l'economia italiana, specialmente bancario-industriale, credette potersi gonfiare al pari della celebre rana della favola, così anche lo stato credette suo compito divenir tutto e regolar tutto, e i decreti-legge fioccavano a centinaia; ma non fu creato il « novus ordo », furono invece sperperati dei miliardi, fabbricando sull'arena una congerie di nuovi enti e continuando un'economia nuovissima, inaugurata durante la guerra, in cui, neanche a farlo apposta, mancavano due termini sostanziali: « la produzione e il risparmio ». Oggi tutto è cadente, i decreti-legge restano come ruderi ove posa la crittogama burocratica.</p>
        <p>
          <pb n="281" />I nuovi pieni poteri dati al governo potranno servire a spazzare quanto artificiosamente si è costruito; ma, perché la vita si normalizzi e lo stato ripigli le sue caratteristiche, occorre il piano e la tecnica a ricostruire saldamente sopra un sistema giuridico; altrimenti la confusione dei poteri non gioverà, come non è giovato in questo ultimo settennio, e varrà ad aumentare la forza di un potere irresponsabile, dietro il quale sta annidata la più ingorda speculazione parassitaria.</p>
        <p>Per questo, nella ricostruzione della nostra vita parlamentare, è giocoforza creare in Italia, con vera funzione di corpi tecnici elettivi e con poteri delegati di legislazione pratica e di regolamentazione, i consigli superiori (oggi detti dai fascisti consigli nazionali), che noi popolari da tempo sosteniamo per i primi, non come semplice espressione consultiva e come esteriore esplicazione di attività funzionale dei ministeri, ma come corpi responsabili di elaborazione tecnica legislativa su quello che il parlamento decide in massima e con vedute politiche. Parecchi hanno il torto di preoccuparsi che vi siano in grado così elevato per le loro funzioni consigli elettivi del lavoro, dell'economia nazionale, dei comuni, della beneficenza e dell'istruzione; e temono che o il potere legislativo o quello esecutivo ne restino offesi; e non si accorgono che oggi l'uno e l'altro potere dipendono ormai, nella tecnica e nella funzionalità, da organi e da persone estranee e spesso irresponsabili.</p>
        <p>* * *</p>
        <p>E non basta: il problema istituzionale è legato al problema del decentramento organico e amministrativo. Oggi lo stato è tutto e il resto è nulla; ciò crea il disquilibrio della vita nazionale. A parte la smobilitazione dell'economia privata, di cui lo stato è oggi partecipe e tutore, lo stato accentra nel campo dei lavori pubblici, dell'agricoltura, del commercio, della scuola, del lavoro e nell'attività delle provincie e dei comuni molti cómpiti che spettano o possono essere utilmente disimpegnati dagli enti locali; occorre perciò dare una maggiore perequazione alle pubbliche spese tra le varie regioni d'Italia, una più sentita responsabilità amministrativa, una più elevata partecipazione di potere alle forze locali; e una più viva rispondenza <pb n="282" />e rapidità di flusso e riflusso tra i bisogni collettivi e i servizi pubblici. Per questo è invocato il decentramento amministrativo, e per questo noi sosteniamo la costituzione della regione, ente che possa ridare ragione organica di vita alle nostre più vive aspirazioni localistiche e alle esigenze amministrative delle varie parti d'Italia, senza per questo ledere le funzioni statali, non solo quelle strettamente politiche, finanziarie e giuridiche, ma anche quelle di vigilanza, di integrazione e di iniziativa amministrativa; la cui espressione nazionale tecnica verrà data dai consigli superiori, che formeranno la sintesi e il coronamento della vita locale.</p>
        <p>Questo è stato da quattro anni un piano squisitamente <hi rend="italic">popolare</hi>:fu precisato a chiare note e nelle sue linee di massima nel nostro programma del gennaio 1919, è stato riaffermato alla camera dal gruppo popolare; nei congressi di Napoli e di Venezia venne chiarito in alcuni particolari, come le autonomie comunali, la riforma del senato in rapporto all'organizzazione di classe, la istituzione delle camere di agricoltura, la costituzione della regione; è stato più volte ridiscusso dal nostro consiglio nazionale a proposito della riforma della burocrazia; è stato da me illustrato nei tre discorsi di Milano del 1920, di Roma del 1921 e di Firenze del 1922; ed ha un nesso e uno sviluppo inscindibili, basandosi su ragioni storiche, politiche e psicologiche del nostro paese.</p>
        <p>Se il governo di Mussolini, che oggi ha avuto, più ampi di prima, i pieni poteri che la legge Bonomi del 13 agosto 1921 già concedeva, e dei quali non seppero usare i precedenti ministri, non procede alla riforma dello stato con un piano di massima ben chiaro, e con queste linee fondamentali, cioè: — smobilitare quello che di amministrativo e di economico non spetta allo stato, e decentrare agli organi statali periferici quello che ha caratteristica locale e può esaurirsi sul posto sotto la responsabilità dei propri funzionari; passare agli enti locali quello che è loro naturale funzione, e che lo stato ha fin oggi usurpato, e all'uopo creare la regione, organo naturale di decentramento; — anche il governo di Mussolini non risolverà interamente e radicalmente il problema dell'organizzazione statale. Anzi, vi sarà pericolo che si crei una notevole confusione di <pb n="283" />organi e di poteri; e che la reazione di interessi offesi e di servizi paralizzati possa far ritornare allo stato quel che oggi si smobilita, ribadendo così il centralismo di stato, che dovrebbe essere definitivamente condannato.</p>
        <p>È strano dover constatare che anche oggi, in tanto rapido sovvertimento della vita pubblica, in nome della nazione si faccia la lotta alla regione, e in nome dello stato si faccia la lotta all'autonomia locale. Chi pensa così, non conosce i problemi e si basa su vieti pregiudizi che hanno danneggiato la nostra vita pubblica. Lo stato e la nazione nulla hanno da temere dalle autonomie locali e dall'istituzione della regione; lo stato resta integralmente l'organo politico e la nazione tiene subordinate alla sua ragion d'essere tutte le forze locali. L'autonomia invocata è solo amministrativa, perché l'attività locale ha le sue ragioni economiche e morali insopprimibili. Ciò risponde al nostro spirito italiano, insieme locale e nazionale, particolarista e universale, regionalista e unitario. Né è a credere che il governo si indebolisca, che anzi non sarà mai così forte come quando avrà tolto da sé l'inutile sforzo dia occuparsi di interessi locali e particolari, tentando equilibri fra regioni e regioni, secondando il procacciantismo elettorale dei deputati, turbando legittime aspirazioni per intrighi politici; e potrà con più tempo e sicurezza dedicarsi alle funzioni nazionali politiche e finanziarie da tutelare e da promuovere.</p>
        <p>Questo quadro ricostruttivo dovrebbe entrare nelle linee e nei piani del nuovo governo. Si dice che la rivoluzione fascista oggi continua, che lo stato democratico sarà trasformato in stato fascista. Ecco che il primo problema nel quale ci s'imbatte è proprio il problema istituzionale e costituzionale. La monarchia ha legalizzato la marcia su Roma, dando a Mussolini il mandato di comporre il ministero; il parlamento ha riconosciuto il fatto compiuto, anche sotto la sferza dei due discorsi ai deputati ed ai senatori, ed ha dato i pieni poteri amministrativi e finanziari: è l'inizio del rivolgimento, sia pure nella sua legalizzazione formale.</p>
        <p>Il paese sarà chiamato, credo non molto tardi, a manifestare, nella forma legale che potrebbe avere la caratteristica di <hi rend="italic">plebiscito</hi>,la sua volontà su quel che avrà fatto o promesso <pb n="284" />questo governo che vorrei chiamare <hi rend="italic">comitato di salute pubblica</hi>.Qui ricomincia un nuovo ciclo: la riforma elettorale oggi invocata come riforma sostanziale non potrà modificare lo spirito pubblico e la prova delle elezioni servirà a darci la conoscenza di fatto, se il paese avrà potuto liberamente e completamente esprimere la sua volontà. Ammesso che questo avvenga, se l'organamento statale sarà domani lo stesso che oggi; se il senato non acquisterà completa autorità politica alla pari della camera dei deputati; se i consigli superiori non saranno corpi elettivi rivestiti di autorità, formati di competenze tecniche; se la burocrazia (che il fascismo può turbare e paralizzare ma non sopprimere, o al più potrà crearne altra più spiccia, ma ancora meno responsabile e più incompetente), se la burocrazia, dico, non ritorna alle sue vere funzioni tecniche; se non si decentra e non si ricrea la vita locale, la nuova camera dei deputati (con o senza proporzionale) sarà anch'essa equivoca, irrequieta, soverchiante; farà alla stesso modo le crisi; non vi saranno più quattro democrazie, ma vi potranno essere quattro fascismi; i popolari potranno non essere più cento, e vi potranno anche essere cento nazionalisti, i socialisti potranno ritornare quanti erano prima del 1913; ma quando il fascismo del duce verrà ad essere attenuato e il governo dovrà fare i suoi conti con la camera dei deputati, si potrà anche riparlare altra volta del regolamento Sonnino, vi potrà essere di nuovo anche l'ostruzionismo, un altro Piero Luca griderà il famoso <hi rend="italic">Parli Paniano!</hi> ovvero un altro Bissolati griderà <hi rend="italic">morte al re!</hi>; la camera del futuro sarebbe la stessa camera del passato, ed il parlamentarismo italiano, democratico o no, resterebbe ancora a pesare sulla nostra vita pubblica chissà per quanti anni.</p>
      </div>
      <div>
        <head>IV.</head>
        <p>Molti oggi credono che il disquilibrio costituzionale da me esposto sia stato causato principalmente dalla mancanza di un governo forte; e quindi le speranze di rinnovamento dello spirito pubblico si sono notevolmente ridestate coll'avvento di Mussolini che ha mostrato di avere mano forte, volontà decisa e metodi spicci.</p>
        <p>
          <pb n="285" />Certo il valore degli uomini ha una grande efficacia anche a rianimare forme superate e a destare energie sopite; anzi gli istituti anche perfetti poco valgono senza veri uomini di governo; mentre questi hanno maggiore e più duratura efficacia di azione con mezzi o strumenti adatti anziché con quelli disadatti.</p>
        <p>Chi pertanto crede risolto il problema con l'avere mortificato il parlamento e ingrandita la potenza del governo, sì da poter sembrare dittatoriale, erra nella valutazione di quel che oggi è transeunte e straordinario, nel periodo di rivolgimento e di metodi e di poteri, e di quello che da questo rivolgimento deve rinnovarsi e ricostruirsi per normalizzare la nostra vita pubblica.</p>
        <p>Non affermo con ciò che fosse necessario il metodo adottato per la conquista del potere; intendo limitarne la portata alla ragione trasformatrice e risolutiva dell'attuale forma straordinaria di governo. Perché sarebbe enorme equivoco costituzionale quello di volere, come soluzione delle nostre crisi passate, un governo avulso dalle rappresentanze camerali, la cui ragion d'essere verrebbe riportata a forme esteriori di rappresentanza, la cui voce sarebbe limitata espressione di direttive e di voti, segnando così una rinunzia alle nostre libertà costituzionali e un ritorno ai governi paterni ed illuminati del secolo XVIII, nella completa indipendenza dal popolo che insieme con il sovrano è l'autorità e forma la base della nostra costituzione.</p>
        <p>Questo non è, né certo può essere, nelle direttive di Mussolini, il quale dopo l'anno dell'esercizio dei pieni poteri, non potrà fare a meno di una camera che sia espressione del paese, che dia al governo autorità, e che torni a legiferare come è suo diritto. Quelli che pensano diversamente non sono degni del nome italiano, non conoscono quale prezioso bene sia la libertà,</p>
        <p>
          <distinct>come sa chi per lei vita rifiuta.</distinct>
        </p>
        <p>Il dubbio, purtroppo, che si manifesta ancora assillante, è che si possa ritornare all'ordine e alla legalità, superando il periodo di rivolgimento, senza che siano toccate le libertà costituzionali, e che i corpi elettorali possano essere garantiti da ogni forma subdola o aperta di coazione partigiana. Qui sta <pb n="286" />l'aspro e duro compito del governo, sia in confronto ad avversari decisi che in confronto ai propri amici. Lo spirito di violenza, che ha animato per due anni e più l'azione fascista, non può facilmente e docilmente inalvearsi nella legalità senza lasciare degli strascichi notevoli; e bisogna rilevare che lo spirito di disciplina che hanno mostrato le squadre ai loro capi e al duce è stato rilevante, sia pure nella contraddizione per il disprezzo della legge scritta dello stato italiano e l'ossequio alla legge disciplinare della organizzazione propria, anzi più che altro al volere indiscusso dell'uomo che li guida e domina.</p>
        <p>Oggi quest'uomo è il governo, e le due leggi, l'italiana e la fascista, debbono identificarsi e consolidarsi; quale delle due leggi ne dovrà scapitare? Siccome il fine del partito fascista è un fine nazionale, dovrebbe prevalere la legge italiana su quella fascista, specialmente quando l'identificazione delle due leggi non sarà possibile, come avviene nell'esercizio della violenza contro persone e contro istituti. Ed ecco lo sforzo del governo per trovare la soluzione. Oggi leggiamo che lo squadrismo, selezionato, diverrà corpo statale, pur rimanendo corpo fascista. L'esperimento sarà assai difficile; esso rappresenta la volontà, già in azione, di normalizzare lo stato di fatto. Quel che ancora ci fa dubitare è la possibilità del tentativo di inserire nell'ordinamento statale istituti e forme non perfettamente omogenee, per poter così trasformare il vecchio stato a struttura liberale nel nuovo stato fascista. Per di più, vi è una nostra irriducibilità mentale a concepire lo stato fascista come nuova ragione politica. Per quanto non di rado le teorie servano a dare una spiegazione ai fatti compiuti, che possono essere determinati da altre ragioni, che poi restano superate; non può negarsi che sono le teorie e le idee, anche solo intuite, quelle che presiedono alle grandi trasformazioni storiche. Oggi la concezione dello stato fascista non supera il metodo; e la sostanza del rivolgimento occorre cercarla altrove: nella coscienza dello spirito pubblico, il quale ha sentito e sente il problema della crisi presente, non come organamento statale, ma specialmente e prevalentemente attraverso il problema economico e finanziario. Proprio così: tutto il movimento socialista bolscevizzante e il periodo di lotta con i popolari prima e di reazione fascista poi, tutto lo sforzo <pb n="287" />del dopo guerra nel periodo di inflazione economica prima, con Orlando e Nitti, e di collasso dopo, con Giolitti e Bonomi; tutto il favore verso l'azione fascista, prima e dopo l'avvento di Mussolini, hanno un fondamento economico e finanziario: e attraverso questo prisma sono state vedute tutte le fasi e tutti i fenomeni politici e parlamentari, interni ed esteri, ed è stato vissuto il tormento sociale e istituzionale del nostro paese nel dopo guerra.</p>
        <p>Per questo il problema costituzionale nella linea ampia e complessa come l'abbiamo tracciato noi popolari, non è stato mai sentito in tutta la sua portata sintetica dall'opinione pubblica italiana, né ha potuto avere notevole valorizzazione in parlamento, sì che si determinasse in proposito una corrente decisa. E non è stato bene compreso dalla coscienza politica del paese che i problemi economici e finanziari non possono essere valutati e risoluti, come per sé stanti, senza che insieme vengano affrontati i problemi dell'ordine e della costituzione e senza arrivare alla ragione fondamentale della nostra organizzazione pubblica.</p>
        <p>Mussolini è venuto al governo circondato da un'auradi larga fiducia e di vivaci speranze; ed è la sua volontà decisa a superare ogni ostacolo e a rivalutare nella forza della sua persona quella dell'istituto che dirige; ma sarebbe vera ingenuità credere che i tre termini, cioè ricostruzione statale, rinnovamento economico e ristabilimento delle libertà nell'ordine, possano divenire atto per un semplice sforzo di volontà, come opera di bacchetta magica; il miracolismo è un errore di prospettiva enorme e dannoso; non debbono credervi né i fascisti che sono in primo piano all'azione, ne le masse che stanno nella posizione di attesa, né gli uomini politici e di parte che creano la pubblica opinione. I fatti diranno quanta opera metteranno gli uomini e quanta forza avranno gli eventi, perché il travaglio del nostro paese sbocchi nel periodo della pacifica e legale ricostruzione; è obbligo di ciascun italiano che non vive di odii e di esaltazione, che non ha mire bieche, che non fa il disfattista di professione, concorrere con disciplina al ripristino dell'ordine, alla trasformazione dei nostri istituti politici e alla rivalutazione delle nostre forze economiche. L'elemento convulsivo, <pb n="288" />che ancora predomina in alcune plaghe, segue il ritmo delle cause prossime; e la violenza localistica non si smorza facilmente, perché di tanti odii e gelosie è fatta per noi italiani la vita</p>
        <p>
          <distinct>di quei che un muro ed una fossa serra;</distinct>
        </p>
        <p>ed oggi ancora il moto di quei che han vinto si propaga fino aremoti angoli di provincia, con la forza di una legge fisica, e crea gli eroi della sesta giornata.</p>
        <p>È da sperare che la tragica catena di odii e di morte sia spezzata; che non si seminino ancora altri germi di futuri conflitti; e che l'atmosfera di libertà, in cui prosperano tutte le forze civili, non sia turbata da tentativi di rivincite né da spirito di sopraffazione. La speranza che sarà superato questo residuo di violenza, non ci deve venir meno; il disperare e il mancar di fiducia è il peggiore degli stati d'animo di un uomo o di un popolo, perché allora cessa l'azione elaboratrice, reattiva e risanatrice; e questo nessun italiano pensa che possa avvenire in Italia. Tanto più che nel nostro paese, per quella civiltà bimillenari, che sempre si rinnova, vi sono tante forze accumulate nel nostro spirito e nell'intimo della nostra razza, che non è lecito mai disperare. Oggi di fronte a vecchie volontà deboli e oscillanti vi sono volontà sicure e giovani, che ad ogni costo tendono a superare la crisi, a vincere il travaglio e a sollevare le sorti del nostro paese. Questo atto di fiducia in noi stessi è necessario, perché altrimenti sarebbe inutile domandare che lo stato italiano venga riformato per meglio rispondere alle nuove esigenze; sarebbe impossibile potere affrontare i problemi economici e finanziari che ci affaticano; dovremmo pensare che l'attuale fase politica avrebbe uno sbocco ancora tormentoso e difficile, e che il periodo di ricostruzione sarebbe purtroppo lontano. Noi non solo ci rifiutiamo di pensare così, noi aggiungiamo un altro sforzo ideale e volitivo, operiamo ed opereremo come se la ricostruzione fosse in atto, come se il tentativo dell'attuale governo, sbocchi o no in uno stato idealmente diverso che essi chiamano stato fascista, fosse il tentativo che attraverso le forme convulsive possa sboccare nella nuova costruzione statale.</p>
        <p>
          <pb n="289" />A ragione oggi il problema economico e finanziario preme l'opinione pubblica; esso è immanente e presenta lati insolubili. Ad esso è legata gran parte della sorte dell'Europa, e per l'Italia la vita stessa della nazione. Esso è stato aggravato nel fortunoso dopo guerra; oggi il clima politico del nostro paese ne sforza la soluzione, una soluzione, qualsiasi soluzione, e quindi vi subordina, nel giudizio semplice e qualche volta semplicistico della massa, ogni altro problema. Lo stesso problema della libertà, della costituzionalità, non ha nella pubblica opinione un valore attuale, e non pochi oggi sembrano perfino voler fare getto di queste preziose e vitali conquiste per superare il problema incombente centrale. Senza abbandonarci a forme di esasperazione, senza forzature anticostituzionali, guardiamo il problema in faccia e facciamocene un concetto esatto.</p>
        <p>Anzitutto, il problema è quello del bilancio dello stato. Si devearrivare al pareggio. Due le vie: economie e tributi; lo ammettono tutti, ed è una frase semplice. Il difficile sta nel realizzare anzitutto le economie; ma è più difficile avere in ciò una direttiva politica e una valutazione amministrativa. I cardini posti dalla legge dell'agosto ʼ21 sulla semplificazione della burocrazia, han fruttato poco; oggi quel lavoro è spazzato via e si comincia daccapo. Quali le direttive rimesse in primo piano? Bisogna distinguere il residuo delle spese di guerra e del dopo guerra; prima Meda, poi De Nava e Paratore ne disposero la liquidazione per una buona parte; rimasero varie questioni fuori bilancio ancora oscillanti, molte missioni e spese non bene riviste nei ministeri della guerra e della marina, e parte ancora della cessione o vendita del materiale residuato, ove il saccheggio è stato enorme e non cessa neppure adesso. Tutto ciò può dirsi stralcio e liquidazione che toglierà un peso ancora notevole e darà altre entrate; comunque non resta che una direttiva di risanamento rapida e seria. Gli organi statali sono impari a ciò; ma con mano ferma si arriverà a chiudere un conto pesante, e a valutare alla fine il passivo dello stato.</p>
        <p>La riforma della burocrazia centrale e periferica ha più un carattere di semplificazione di servizi e di decentramento, che quello puro di economie. Il governo, <pb n="290" />sotto l'assillo della pubblica opinione e per l'impegno che ha preso, deve arrivare a pratici e seri risultati. I nostri criteri in proposito sono chiari: non ho l'impressione che siano chiari quelli del governo; in un punto si conviene, nello smobilizzo di enti, consorzi, unioni e simili, creati attorno allo stato, parassiti di esso, senza responsabilità e con confusione di funzioni e con turbamento dell'economia statale. Però non basta distruggere, se non si hanno i criteri della distinzione tra funzioni statali e funzioni locali, tra ragione politica e amministrazione, tra economia pubblica ed economia privata. E qui non possiamo tacere la preoccupazione che abbiamo per una confusione che diversi fanno anche oggi fra stato e nazione, diventando statolatri, purché così credono di difendere la nazione; la quale vive di tutto il complesso dei suoi organi, nella distinzione delle funzioni e nella gerarchia dei fini, entro lo stato, che ha in sé i diritti di sovranità e le ragioni supreme della vita nazionale. Guai se la riforma amministrativa rimane come un rimaneggiamento di organi statali, e ripete l'errore di altri accentramenti e di altra burocratizzazione: le economie saranno dubbie, ma la riforma sarà assolutamente mancata.</p>
        <p>Le principali fonti delle economie sui bilanci, oltre i lavori pubblici, sono le ferrovie e le poste. Per questi servizi è sorto subito il problema della concessione ad imprese private; e la discussione e gli studi continuano. Però, a parte ogni considerazione di merito, sarebbe stoltezza oggi fermare i lavori per il riordinamento economico di tali aziende e l'introduzione di economie per diminuire il passivo alterato da ipertrofie, da influenze politiche e da falsi criteri amministrativi, per portare così il passivo <hi rend="italic">al vero e reale effettivo</hi>; affinché l'impresa privata non speculi a danno dello stato sui margini di una errata amministrazione.</p>
        <p>Inoltre, prima di decidere tale passaggio, a parte la valutazione squisitamente politica di alcuni servizi, come i servizi principali del telegrafo e della posta, s'impone la necessità di valutare il rapporto fra le condizioni economiche del paese oggi e la prospettiva dello sviluppo di produzione domani, per non <pb n="291" />cadere nell'errore di vincolare e cristallizzare i servizi pubblici con scopo puramente redditizio, come avverrebbe per molte ferrovie. Infine, è da affrontare definitivamente il problema della coordinazione economica e tecnica di tutti i servizi di trasporto, i ferroviari, gli automobilistici, i mercantili e gli aeronautici, per un necessario risultato di sintesi. Tanto più è difficile operare ciò oggi, in quanto il mercato della moneta è oscillante e instabile e vi si ripercuotono in modo straordinario le fasi della politica internazionale. Per industrie quali le telefoniche e le ferroviarie, che hanno l'estero come mercato obbligatorio, almeno in parte notevole, la valutazione <hi rend="italic">oro</hi> per affari del genere sarebbe un presupposto necessario alla contrattazione con l'industria privata; ma in questo senso il problema acquista una portata così larga e una direttiva così vasta, che non può esser risolto nel particolare studio dell'azienda ferroviaria o telefonica, ma investe insieme questioni di economia generale e di politica monetaria.</p>
        <p>Tutto ciò esige tempo: il dissesto di un paese come il nostro si può superare solo se tanto l'economia privata nazionale che l'economia privata estera constatino e apprezzino gli elementi di fiducia e di serietà nell'amministrazione dello stato; non quando nella fretta di abbattere e di improvvisare si dà campo alle speculazioni impure e ai tentativi di accaparramento. Si è detto che in un anno le economie debbano arrivare a circa due miliardi; ciascuno se lo augura, e per quanto può, deve contribuire al risanamento del bilancio.</p>
        <p>Nessuno però deve credere che ciò possa avvenire sul serio senza una forte direttiva politica che, all'infuori dello stesso campo ristretto della riforma amministrativa e burocratica, imprima sicurezza al governo, gli dia la forza, lo ambienti nel ripristino dell'ordine, lo circondi della simpatia che dà la libera adesione o la libera critica, perché possa affrontare quella somma di intricati interessi che gravitano sullo stato e che vi faranno forte resistenza. Non è il nodo gordiano che si taglia con la spada; e la valutazione oggettiva della forza delle idee e della volontà, che arriva a risolvere i più intricati problemi.</p>
        <p>
          <pb n="292" />Ma dove la direttiva politica è ancora più visibile, non solo come sostanza amministrativa, ma come espressione delle correnti e degli interessi generali, è nella riforma tributaria. Se le economie daranno due miliardi, i tributi dovranno dare almeno tre miliardi per arrivare a tentare il pareggio: <distinct>hoc opus, hic labor!</distinct></p>
        <p>Gli agrari vorranno che paghino gli industriali, questi fanno la campagna perché siano colpiti gli agrari; gli uni e gli altri preferiscono che siano colpiti i consumatori, e questi di rimbalzo insistono contro i produttori. La direttiva tributaria che colpisca i margini, pur troppo ristretti, della produzione e del consumo, sarà quella che con ogni prudenza dovrà trionfare. Però, mentre la riforma Meda resta sempre il sistema più razionale ed equo dei tributi diretti, si impone la revisione catastale, con metodi rapidi, per perequare realmente lo sforzo della contribuzione diretta e coordinarvi razionalmente i tributi locali, il cui progetto già pronto è degno di ogni considerazione.</p>
        <p>Il tentativo di aumentare le tasse sui consumi non potrà essere effettuato su larga scala, per gli alti costi della vita; solo potrà reggere un parziale ripristino del dazio sul grano, date le migliorate condizioni dei cambi. L'imposta sui salari renderà poco e si ripercuoterà sulle industrie. Ora, se il governo intende fermarsi sopra un ragionevole equilibrio fiscale, avrà di sicuro il consenso di tutte le classi: ma se crede di poter accentuare le forme di tassazione indiretta sperando di difendere il capitale, creerà un turbamento economico, che si ripercuoterà anche nelle condizioni politiche del paese.</p>
        <p>Il problema del bilancio è problema di economia nazionale. Sopprimere una spesa è facile, ma se questa spesa servirà a completare un'opera redditizia, quale la bonifica, che sarà all'agricoltura fonte di produzione e al fisco aumento di imposta, la spesa risparmiata è un danno. Se per esempio si sopprimesse la spesa per la lotta antimalarica, che salva ogni anno centinaia di migliaia di lavoratori dalla morbilità e dalla mortalità, a <pb n="293" />parte ogni considerazione di solidarietà umana, si sopprimerebbe un capitale che frutta al paese. Né certe spese è possibile sopprimere, ma solo far meglio rendere, come quelle per la ricostruzione materiale e produttiva delle terre liberate e redente, non solo per dovere patrio, ma anche per interesse di economia generale. E se la pressione tributaria sull'agricoltura sarà così forte da assorbire i margini al risparmio destinato al reimpiego, questa intisichirà a danno della produzione e del lavoro, ma anche a danno del gettito delle imposte. Tutto ciò serve a chiarire come lo stato nelle sue direttive economiche e fiscali non può né deve inaridire le sorgenti della produzione, né rendere deboli le forme del lavoro.</p>
        <p>La guerra ha reso povera la nostra Italia; le sue ricchezze non esistono che nella valutazione interna; la bilancia commerciale è passiva; i debiti pesano su tutta l'economia nazionale; occorrono anni intensi di lavoro, di ordine, di sacrifici enormi, per riportare il paese alla sua efficienza naturale e al suo reale sviluppo. Però in Italia vi è una ricchezza, una grande ricchezza (che è anche morale), quella delle braccia dei suoi figli lavoratori. Oggi sembra, dico sembra perché non è, almeno non deve essere, che si valuti assai più la forza del capitale che quella del lavoro; che si crei perciò un contrasto all'inverso come reazione del contrasto economico post-bellico esasperato dalla lotta di classe. Noi abbiamo fiducia nel lavoratore italiano, nella sua forza di organizzazione, di produzione, di risparmio e di espansione; noi abbiamo fiducia nel lavoratore italiano, che nei giorni della guerra e del pericolo ha fatto baluardo con il proprio petto contro la pressione dell'esercito nemico. La deviazione bolscevizzante non ha toccato, in gran parte della massa operaia, né i sentimenti di moralità domestica e religiosa, né quelli di nazionalità, né quelli di amore e sacrificio al lavoro. Il nostro lavoratore ha l'animo plasmabile a sane idealità, e deve essere elevato, più che nelle sue condizioni economiche, nella sua funzione civile. Per questo noi invochiamo la fine della seminagione dell'odio e della vendetta, e auspichiamo una politica sociale equilibrata e serena.</p>
        <p>Il movimento sindacale e cooperativo, che tenta la migliore valorizzazione economica e tecnica del lavoro, la spinta alla <pb n="294" />tutela e formazione della piccola proprietà, il moto favorevole alla trasformazione, ove possibile, del salariato in partecipante alla produzione, sono e restano punti di conquista operaia, anche nel facile diniego e nella inconscia reazione; perché la forza del lavoro, come tutte le vive forze della natura, se compressa risorge, se respinta reagisce, se mortificata ritorna. Ai lavoratori è legata in gran parte la sorte dell'agricoltura, che in Italia è ancora la ricchezza più sicura, quella che solidamente produce e che paga senza nulla avere dallo stato, quella che ricomincia a creare il piccolo risparmio e a rifare la nuova economia. È da augurare che agricoltori e lavoratori si diano la mano per il rifacimento del nostro paese, e si difendano insieme dal tentativo di isolamento politico e di oppressione tributaria, che altre forze, politicamente più attrezzate e più trafficanti, possono insinuare attorno all'azione governativa e legislativa.</p>
        <p>A questa sono connessi i tre più importanti problemi di politica economica: l'azione bancaria per lo sviluppo delle industrie redditizie e non parassite, il regime doganale, la stabilizzazione monetaria. Tutte le riforme tributarie e le economie statali, la rivalutazione delle forze del lavoro e lo sviluppo dell'agricoltura, gravitano attorno a questi tre problemi, che in gran parte dipendono dall'azione statale.</p>
        <p>Ieri avevamo la preoccupazione di un governo tardigrado e insensibile a questi problemi; oggi abbiamo l'impressione di persone impreparate che hanno fretta; in Italia sono pochi i tecnici, al di fuori delle rappresentanze degli interessi privati, e oggi molti di essi han perduto autorità e credito. Lo sforzo sarà quindi più arduo e più meritorio di fronte al paese, che aspetta di sentirsi salvato dalla crisi che preme da ogni parte.</p>
      </div>
      <div>
        <head>VI. [sic]</head>
        <p>Oggi più che mai ogni politica interna ed economica è subordinata alla politica estera: gli italiani ne han fatta poca e male, ed è un nostro torto. Il nuovo ministero ha fatto bene a dare alla politica estera maggiore importanza.</p>
        <p>Il problema economico per noi soverchia gli altri problemi. Le riparazioni e i debiti entrano nel nostro gioco in prima <pb n="295" />linea, formano un unico problema, inscindibile. Il primo a parlare così è stato Paratore, ma non ebbe fortuna; meglio ancora e più chiaramente Mussolini. Il partito popolare italiano già da più di un anno è andato insistendo su questo ordine di idee con memoriali e con affermazioni; fu accusato di germanofilia, ed anche nostri amici francesi ci ebbero in sospetto, quando abbiamo sostenuto una politica di risanamento economico dell'Europa, i cui riflessi si sentono assai più da noi, che siamo i più poveri dell'Intesa. Se l'Italia potesse arrivare al compenso fra crediti tedeschi e debiti anglo-americani, pur nulla prendendo di riparazioni, avrebbe un tale sollievo e creerebbe una tale fiducia all'estero, da porre una prima salda base alla sua rinascita economica.</p>
        <p>Ma non basta: l'Italia deve comprendere che nella ricostruzione dell'economia dell'oriente europeo essa ha un interesse chiaro e preciso: quello di poter entrare nel sistema economico degli stati danubiani, rivalutando così il bacino adriatico. Non abbiamo vantaggio alcuno ad acutizzare i nostri rapporti con la Jugoslavia, né utilità a fare una politica equivoca con la Piccola Intesa; sì bene ad influire per la formazione di una economia degli stati successori, che possa ricreare il nostro mercato con loro in una larga zona doganale. A questa visione economica devonsi coordinare le varie questioni politiche, che potranno oggi avere la soluzione intermedia dei trattati già firmati, ma si avvantaggeranno di uno spirito di cointeresse che farà superare anche antipatie di razze.</p>
        <p>Un altro punto della nostra politica è il Levante, ove bisogna avere il coraggio di rinunziare a pretese economico-territoriali, quali il « tripartito » che desta antipatie, e che in realtà non potrà giovarci, perché non abbiamo capitale da esportare; invece dobbiamo riprendere i nostri traffici con il Levante, ed aumentare la nostra influenza culturale e religiosa; dobbiamo sostenere le nostre colonie con politica ferma perché insieme si ottenga il rispetto, necessario fra i popoli levantini, che disprezzano il debole e l'infido, ma stimano il forte e sicuro; il che è possibile, se, come per l'Italia, non han da temere né mandati (contro i quali bisogna riprendere la libertà di indirizzo politico) <pb n="296" />né pretese territoriali in Asia, né soverchiamenti politici nella Turchia europea.</p>
        <p>Certo che il perno della futura politica pacifica in Europa è l'atteggiamento francese in occidente e quello turco in oriente. L'Intesa è in una situazione tragica: se cede alle pretese francesi nella Ruhr, può determinare un terribile triangolo Germania-Russia-Turchia; e se sforza la situazione turca, può riaccendere la guerra nell'estremo territorio balcanico, con evidente ripercussione europea. L'incognita nell'un caso e nell'altro è la politica della Francia, che certo non si assumerà la responsabilità di una nuova guerra.</p>
        <p>L'Italia, nelle difficili ore europee non può, per la nostra salvezza, assumere atteggiamenti bellici: essa è pacifista e deve rimanere tale. Questa corrente di pubblica opinione la salverà da avventure e da incognite terribili. Perciò ha il dovere dia mantenere la sua politica estera nel campo economico, e di assicurare agli allogeni dentro i nostri confini una politica seria e di rispetto, che non sollevi, nei difficili momenti di guerre e di urti, futuri pericoli di irridentismi dannosi per la patria nostra.</p>
        <p>Forse la funzione futura di questa Italia, che nulla ha avuto dalla guerra, né colonie, né mandati, né riparazioni reali ed effettive, anzi ha avuto le più doloranti umiliazioni per Fiume e la Dalmazia, sarà domani quella di non essere più l'ultima delle grandi potenze militariste e imperialiste, ma la prima delle altre potenze europee, con una funzione di equilibrio e di pacificazione che ne solleverà le sorti nel nostro continente e nel mondo americano. Dico nel mondo americano, perché noi oggi dobbiamo fare seriamente verso l'America una politica degna del nome italiano. Non è solo la politica di emigrazione, che noi dobbiamo sempre più valorizzare nel migliorare i nostri organi consolari e le opere di assistenza e di protezione dell'emigrante; non è solo la politica economica, che valga ad attirare capitale americano nel migliore sviluppo delle nostre industrie e dei lavori pubblici; ma è il generale indirizzo politico, che deve riconciliare l'America all'Europa, sostenerne le direttive pacifiste, tentare la rivalutazione del nostro mercato, riprendere la funzione di contatti culturali. E non solo nel Nord America, ma anche nel Sud America: il quale ha e avrà una funzione <pb n="297" />importantissima nel risorgimento europeo, attraverso un ritorno di forze che la madre patria ripete nell'unione più salda con i figli lontani.</p>
        <p>Queste linee di politica estera perfettamente italiane, sostenute sempre dai popolari, per essere bene attuate devono essere seguite con costanza e con accorgimento. Invece è stato un torto della consulta la mancanza di organicità e di continuità; è da augurarsi che oggi palazzo Chigi ( ove il ministero si è trasferito) acquisti la nomea di riprendere una linea politica, che, malgrado il variar di ministeri e il cambiare di correnti e di partiti, rimanga sicura e immutata. La politica estera non può essere politica di un partito, ma è politica di un popolo, è al di sopra delle oscillazioni interne, è concezione di politica della nazione. I partiti manifesteranno le loro vedute, che poi si incanalano nell'alveo della storia della nostra politica e nel crogiolo della nostra diplomazia; e la risultante non può essere altra che la logica conseguenza delle premesse storiche della nostra azione. Oggi più che ieri, la vita economica interna è satura di problemi esteri e il ministero degli esteri deve avere a ciò l'attrezzatura necessaria, come organo di elaborazione e di continuità politica ed economica, nelle immancabili interferenze della nostra economia con quella internazionale.</p>
        <p>I problemi dell'emigrazione e quelli coloniali sono per noi problemi esteri, così occorre guardarli; perciò è dannoso un ministero delle colonie autonomo, che non può fare amministrazione perché c'è poco da amministrare, e bastano i governatorati con un controllo centrale; e non deve fare politica, perché questa spetta al ministero degli esteri. Così è dannoso un commissariato autonomo per l'emigrazione, ed è bene che ritorni nel rango degli organi dipendenti dal ministero stesso (pur con propria attrezzatura tecnica per l'assistenza degli emigranti), per la giusta valorizzazione degli italiani all'estero, che, pur vivendo lontani, sono figli d'Italia e debbono sempre poter fare onore alla madre patria.</p>
      </div>
      <div>
        <head>VII.</head>
        <p>Tracciate così le linee della <hi rend="italic">ricostruzione</hi> amministrativa, finanziaria, economica e politica dell'Italia, è superfluo riaffermare quel che abbiamo discusso, cioè che occorrono <pb n="298" />un governo e un istituto parlamentare che abbiano la fiducia del paese; però questa larga fiducia non può essere effettiva, né la ricostruzione basata su fondamento saldo e reale, senza la unificazione e la vivificazione della coscienza nazionale nei suoi valori morali e nella efficienza delle forze spirituali.</p>
        <p>Questa non e stata ancora raggiunta; la stessa guerra ci ha uniti di fronte al nemico, ma sembra abbia acutizzato i dissensi interni; il movimento nazionale, il travaglio dei partiti, lo stesso disordine pubblico nelle sue fasi anarcoidi, segnano un moto interno di revisione e un tentativo di unificazione ancora incerto e confuso.</p>
        <p>Tutto il lungo dissidio fra stato e chiesa in Italia ci portò alla lotta contro il papato, al tentativo di protestantizzazione, al laicismo scolastico, alla poca valorizzazione delle missioni estere, cui furono contrapposte le scuole laiche, al concentramento e trasformazione delle opere pie, al tentativo di leggi sulla precedenza del matrimonio civile e del divorzio, all'astensione dei cattolici nella vita politica, al periodo bruniano, alla preponderanza massonica nei ministeri, all'articolo 15 del patto di Londra. Ci vollero cinquanta anni di attesa e di sofferenze, la politica mite e prudente dei papi, la guerra mondiale, e infine anche la costituzione del partito popolare, per togliere all'opinione pubblica l'impressione che cattolicesimo e nazione italiana fossero antitetici, e che la lotta anticlericale, che aveva profondamente diviso il nostro popolo, fosse il clima adatto a sviluppare i valori nazionali del nostro paese.</p>
        <p>Proprio questa lotta fece sviluppare in Italia più forte che altrove un socialismo materialista anticristiano e antinazionale. Perché, mentre nel campo educativo la scuola cristiana era bandita, e quindi non esercitava sull'animo della gioventù popolana il suo benefico influsso morale, sul terreno politico ed economico il socialismo non fu contrastato da nessuna corrente valida e forte che potesse attirare la fiducia del popolo. L'unico tentativo fu quello della democrazia cristiana, la quale venne meno sia per mancanza di ambientazione politica, sia per difetto di sicura impostazione religiosa, ma più che altro per l'avversione del conservatorismo clericaleggiante, che, come oggi <pb n="299" />ritorna ad opporsi alle tendenze sociali del partito popolare, così ieri mal tollerava la difesa del lavoratore in nome del principio cristiano.</p>
        <p>La discussione sulla teoria della « libera chiesa in libero stato » di Cavour, e sulle « parallele » di Giolitti, risorge ogni volta che si cerca un orientamento morale della vita nazionale. A parte le condizioni specialissime dell'Italia in confronto al papato, la cui forza morale non può essere subordinata a visioni politiche e particolari nella universalità della sua missione, gli stati formati da maggioranze cattoliche, come ancora è il mondo latino, europeo e americano, non possono pretendere di avere una chiesa, con caratteristiche nazionali, asservita a sé come strumento di dominio; né possono sopportare la lotta contro la chiesa, cioè con una forza morale autonoma qual è là cattolica, senza profondamente veder turbati i gangli della vita nazionale come avvenne in Italia ed in Francia; debbono invece aver rapporti con una chiesa libera nella sua alta missione spirituale e nella sua funzione educativa e morale, regolando d'intesa problemi misti nelle caratteristiche giuridiche ed economiche; e, senza che venga lesa l'autonomia ecclesiastica, contribuiscano al migliore svolgimento della vita statale. È questo che oggi si sente come una nuova atmosfera che circonda il nostro paese? È l'inizio fortunato di una rivalutazione nel campo della cultura, della scuola e del giure, come pure dei valori della chiesa cattolica? Noi lo auspichiamo, perché non invano i cattolici d'Italia avranno, dal ʼ48 in poi, nei periodi duri di persecuzione, di oscuro avvenire, lottato e pregato; non invano, dopo cinquanta anni, i popolari avranno nella vita pubblica formato a tali problemi l'ambientazione necessaria, lavorando modestamente ma con convinzione sincera, e curando che ciò rispondesse completamente agli interessi morali dell'Italia.</p>
        <p>Certo, di questa nuova atmosfera (che auguriamo le passioni umane e gli interessi particolaristici e di setta e i pregiudizi di cultura e di tendenza politica non valgano a turbare), il paese ha tutto da avvantaggiarsene, specialmente attraverso la realizzazione della libertà scolastica, fin oggi manomessa, e della possibilità di una maggiore diffusione delle opere pie di assistenza e di beneficenza, ispirate a criteri cristiani e al rispetto <pb n="300" />religioso. Però a un patto: che nessuno pensi di monopolizzare la chiesa a scopo politico ed economico, a difesa di interassi di classi e di dominio di partiti. Ciò qualche volta ci è stato rimproverato; ma noi fin dal sorgere cercammo, e il Vaticano e i vescovi più volte cercarono, di chiarire le posizioni, riconoscendo per noi la nessuna dipendenza e la più perfetta autonomia; e ci siam sempre guardati dal parlare in nome della religione, pur parlando della religione, come ogni cittadino e ogni credente sa e deve fare. Ma quello che diciamo per noi, lo ripetiamo anche agli altri, specialmente alle classi dirigenti e abbienti, che tollerarono (e spesso aiutarono) i movimenti proletari anticristiani e antinazionali, almeno nel passato; ma che invece pretesero che la chiesa combattesse e sconfessasse quel movimento proletario che non è da oggi, e che oggi, senza confondersi col partito popolare italiano, trae origini dalla medesima scuola cristiano-sociale, che ha in tutto il mondo civile i suoi studiosi, i suoi organizzatori e proseliti, con il medesimo diritto di cittadinanza e di rispetto. Peggio sarebbe che qualcuno pretendesse operare in modo che la chiesa sembrasse alleata a tendenze politiche ed economiche; neppure l'apparenza di ciò potrà esservi oggi in Italia nei riguardi del papato, sia per la sua alta posizione spirituale sia perché indipendente dagli interessi di stato, che un tempo lo potevano legare a combinazioni politiche per la tutela dello stato pontificio. Non sarà difficile però determinare nel popolo stati d'animo di turbamento e di sospetto, come nel passato, attraverso atteggiamenti particolaristici di cattolici e di clericaleggianti, come avvenne in Francia, dopo il consiglio autorevole di Leone XIII al <hi rend="italic">ralliement</hi>, sìda creare l'ambiente adatto allo sviluppo dell'anticlericalismo politico. Questo avvertimento vale per gli altri, ma vale anche per noi, perché in Italia non dobbiamo affatto perdere quello che in tanti anni si è acquistato, anzi dobbiamo consolidarlo: cioè lo spirito di fiducia e di benevolenza verso la chiesa, anche da parte di coloro, e sono purtroppo molti, che non sono credenti né religiosi, ma che valutano positivamente lo spirito religioso nelle nostre famiglie e le vitalità spirituali del nostro paese; e sanno che questo spirito giova assai allo sviluppo morale della nazione.</p>
        <p>
          <pb n="301" />Gioverà all'unificazione morale dell'Italia il tentativo dell'unità' sindacale? E sarà possibile? Considero la questione dal lato morale; purtroppo non reputo possibile il tentativo, perché il nostro ambiente dà un forte carattere politico anche alle questioni economiche; e la solidarietà è difficile sul terreno economico, quando il sentimento di prevalenza e di dominio (che è spirito politico) fraziona la nostra massa operaia. Tanto più che in Italia (per la modesta cultura di gran parte dei ceti operai) i capi e gli organizzatori operai vengono spesso dagli altri ceti borghesi, professionisti ed impiegatizi, ove il senso di clientela e l'individualismo dominante sono assai sviluppati. Alla buona educazione sindacale potrà contribuire molto lo stato con il riconoscimento giuridico delle classi e le loro rappresentanze dirette nei consigli centrali e locali; e con lo sviluppo dell'istruzione professionale, operaia, industriale e agricola, quale è necessario tanto per gli operai che restano in Italia quanto perquelli che vanno all'estero.</p>
        <p>Una unità sindacale che prescinda dalle concezioni economiche e politiche è un non senso; la difficoltà centrale sta nel dogma della lotta di classe e nello spirito dell'internazionale; dico <hi rend="italic">dogma</hi>, tale è la cieca fede dei socialisti puri. Appena il movimento socialista si attenua nel riformismo e si confonde nel pragmatismo politico, allora il fondamento pregiudiziale perde la caratteristica di dogma e rimane una pura valutazione economica. Quando questo stato d'animo sarà diffuso (e non lo è), la discussione sarà possibile.</p>
        <p>La concezione spiritualista della vita di fronte alla concezione materialista, divide gli operai bianchi dagli altri: essi fondano la loro azione sulla scuola cristiano-sociale. Questo atteggiamento ieri era chiamato confessionalismo, e metteva i nostri sindacati al bando. Oggi la barriera è stata superata, benché non si sia ancora ottenuta la parità di posizioni nella vita organizzativa, anche per la ostilità dei datori di lavoro. Il passo fatto è notevole; però si esclude, per le pregiudiziali programmatiche, la possibilità di fusione e di confusione. Quando lo spirito di <pb n="302" />violenza e di dominio dei sindacati fascisti (dovuto alla saturazione politica del momento) si sarà attenuato, allora la classe operaia si troverà con maggiore libertà (sia pure nei propri organismi confederali specifici) sopra un terreno di tecnica economica, che può determinare i contatti e attenuare le sfiducie e le diffidenze.</p>
        <p>L'idea nazionale oggi va superando anche nel campo operaio quella internazionalista; però resta ancora in molti la diffidenza che lo spirito nazionale sia spirito della classe dominante, contraria alle aspirazioni sindacali dei lavoratori. Occorre superare questo pregiudizio, che fa purtroppo ancora valutare positivamente Mosca e la terza internazionale, nonostante gli orrori della tragedia russa.</p>
        <p>Sarà un nuovo indirizzo educativo delle masse, un nuovo orientamento politico, e più che altro l'esperienza pratica che farà considerare il popolo lavoratore in armonia con tutte le altre classi, al di fuori di privilegi e di oppressioni; che potrà servire a rifare uno spirito unitario nazionale, non a quelli come noi, mai venuti meno a questo sentimento che fu gelosamente coltivato e ispirato nella nostra concezione cristiana, ma a coloro che lo negavano ieri nell'infatuazione mitica dell'avvento proletario internazionale.</p>
        <p>Qualcuno ci accusa di fare anche noi dell'internazionalismo, ed è accusa fuori posto. Il nostro movimento internazionale, sia quello politico, sia quello economico e sindacale, non nega la patria né la nazione; la riafferma e la valorizza come unità viva nella famiglia dei popoli, e nella interferenza di interessi, di aspirazioni e di cultura.</p>
        <p>Ho voluto notare le difficoltà operanti contro e le altre forze operanti a favore dell'unità sindacale, perché l'opinione pubblica si orienti verso una maggiore considerazione del problema della classe lavoratrice, che è la maggioranza degli italiani, che ne è la forza di lavoro e di espansione, e che deve essere cementata, non solo nella formazione culturale e nella educazione civile ed etico-religiosa, ma anche nella solidarietà del lavoro.</p>
        <p>
          <pb n="303" />Un'altra classe, oltre l'operaia, è chiamata a contribuire all'unificazione della coscienza nazionale nei suoi valori morali e nella efficienza delle forze spirituali; ed è la classe media, dei professionisti, dei tecnici, dei piccoli e medi produttori, degli impiegati, dei cittadini. Essi, di fronte all'atomismo economico — estranei alle lotte fra capitale e lavoro, — han risentito più che altri le difficoltà della vita, han cercato appoggio o in nuclei politici o in forze sindacali, polarizzandosi qualche volta verso il movimento socialista, spinti dalla speranza di poter superare l'aspro contrasto economico della lotta quotidiana. Essi subiscono più fortemente che altre classi il naturale e rapido spostamento di ricchezze da molte in poche mani, che avviene nelle guerre, in tutte le guerre, e che continua per buon tratto dopo le guerre, creando di rimbalzo il collasso economico dei ceti medi, specialmente in nazioni relativamente povere, come la nostra.</p>
        <p>Ebbene, i ceti medi — sotto l'assillo, aspro e duro, della loro crisi economica — acquistano, per la loro cultura e la loro esperienza produttiva, per il modesto tenor di vita e lo spirito di risparmio, una potenzialità costruttiva superiore alla loro potenzialità economica. Essi dànno la maggior parte dei loro uomini alla cultura, alla tecnica, all'amministrazione, all'industria e all'agricoltura direttiva, alle professioni liberali, al governo, a tutti i centri più vitali e più delicati del nostro congegno nazionale e statale. Questi ceti medi sono quelli che rinnovano le classi dominanti, che rilevano le correnti di educazione e di attività, sui quali si deve contare per l'avvenire del nostro paese; a questi ceti occorre dare una forza politica, che è mancata fin oggi, perché divisa fra la grande industria da un lato e l'organizzazione del lavoro manuale dall'altro. Forza politica che viene da una sana concezione della vita nazionale, da una formazione culturale salda e severa, da una educazione del carattere robusto e forte, da una valorizzazione economica autonoma, non sfruttatrice, non parassitaria, ma neppure obliata e offesa dall'indirizzo generale della politica.</p>
        <p>
          <pb n="304" />La spinta economica, nel disagio presente, — secondata dall'opera equilibrata del governo, dalla rigida amministrazione dell'erario dello stato e dei comuni — desterà energie nuove; mentre la spinta politica delle correnti rinnovatrici — fra le quali non è secondo ad alcuno il partito popolare italiano, che nei ceti medi ha trovato sempre largo consenso e lo spirito vivace della nuova gioventù studiosa — potrà dare al paese un notevole contributo per la elevazione dei valori morali della nostra patria.</p>
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      <div>
        <head>VIII.</head>
        <p>Ecco il cammino che sta davanti anche a noi popolari in questo difficile momento. Dico difficile momento, non solo perché molti, e non solamente fra i nostri, sono turbati ancora dagli avvenimenti politici che sorpresero il paese, ma anche perché non pochi di campo diverso, anche se non avversi, credono che il cómpito dei popolari (se mai, bontà loro, ce ne assegnino uno nella storia d'Italia) sia ormai terminato con l'avvento dei fascisti, oppure sia assai limitato e subordinato a un'azione di pura manovra e di discreta valutazione, come ai tempi delle alleanze clerico-moderate e ai patti gentiloniani di carattere elettorale. La differenza notevole fra quelle posizioni puramente amministrative ed elettorali dei cattolici di allora, e la consistenza e le finalità del partito popolare italiano, sta in questo che allora non esisteva un partito politico dei cattolici, per le ragioni già note, e quindi le posizioni prese allora erano di pura difesa dei principî e degli istituti religiosi, delle scuole private e delle opere pie, di fronte alla politica anticlericale o semplicemente laica. Il partito popolare italiano è invece un partito politico, ha la sua base prevalentemente nelle classi medie e di cultura e nelle classi lavoratrici, ha carattere interclassista e sintetizzante, ha un programma, non solo sociale basato sulla democrazia cristiana, ma un programma amministrativo, tributario e istituzionale; ha quindi una sua ragion d'essere e una sua vitalità: oggi è centro, domani sarà minoranza, potrà anche essere il partito-leader della maggioranza. Nessuno può oggi ipotecare <pb n="305" />l'avvenire, né noi né gli altri. Ecco il perché della sua autonomia di partito e le ragioni della sua esistenza.</p>
        <p>Questo programma e questa autonomia di partito evidentemente ci procurano la lotta degli avversari e la fiducia degli amici, e ci impongono obblighi di disciplina e di rielaborazione del nostro pensiero in confronto agli avvenimenti; ma ci dànno anche il diritto di pretendere di essere rispettati con le nostre idee e per le nostre idee. Nessuno può negare che noi abbiamo sempre — e oggi più che mai — piegato le esigenze di organizzazione alle superiori esigenze della vita nazionale; e chi parla diversamente ha il torto di non conoscerci o di combatterci per partito preso.</p>
        <p>A quegli amici — pieni di zelo ardente e di fede nel partito — che hanno più volte accusato i dirigenti e i parlamentari di transigere dalle nostre direttive, debbo dire molto lealmente che — a parte la valutazione di errori, di che è intessuta tutta la vita umana, e che spesso hanno tanto la faccia dell'errore quanto quella della ragione, secondo il punto dal quale si guarda — nessun nostro organo direttivo e responsabile è venuto meno alla disciplina e alla fede nel partito, nella sua equazione con il bene nazionale per il quale è sorto. Se il nostro gruppo parlamentare spesso non ha potuto far valere alla camera la nostra concezione statale e i nostri postulati sociali ed economici, ciò fu perché, divenuto a un tratto grande di cento deputati, dovette assumere il ruolo di collaboratore necessario ed incomodo insieme. Se nel 1919-20 il nostro gruppo rinunziava a questo ruolo, la marea bolscevizzante avrebbe soverchiato i governi e precipitato il paese nell'anarchia; se rinunziava nel 1921-22, la camera non avrebbe più potuto funzionare, e le ripercussioni sarebbero state assai gravi.</p>
        <p>L'accusa di estremismo che alcuni, anche ingenui, del campo nostro, ci fanno, e il rimprovero di avere prima combattuto il socialismo e poi tentato (essi dicono) la collaborazione; prima avversato il fascismo e poi accettata la collaborazione; è l'accusa di coloro che non han vissuto intimamente il terribile dopoguerra italiano, e non comprendono che il nostro gruppo parlamentare ha dovuto inserire nella vita politica italiana una nuova concezione e una nuova azione direttiva, attraverso la <pb n="306" />penetrazione pacifica; e, senza l'arma del potere dei partiti demoliberali, partecipare al potere; senza l'arma del monopolio socialista, romperne il monopolio; senza l'arma della violenza fascista, resistere all'offensiva, pur mirando alla trasformazione politica del paese.</p>
        <p>Tutto ciò ha ferito interessi e preminenze (ecco una colpa che ci attribuiscono le clientele politiche, quella di voler dominare: e ci rinfacciano il veto a Giolitti); ha valorizzato correnti sindacali (ecco altra colpa, detta bolscevismo nero o demagogia, che ha culminato per loro nel <hi rend="italic">lodo Bianchi</hi>); ha dato peso all'azione parlamentare per un richiamo ai valori etici della vita centro le violenze delle squadre armate (ecco spuntare l'accusa di un collaborazionismo con i socialisti, che la direzione del partito escluse e il gruppo non sanzionò mai). Anche l'adesione data dal gruppo parlamentare col voto e con uomini al governo Mussolini, con il proposito di contribuire alla pacificazione interna, al ripristino dell'ordine e delle libertà costituzionali, è giudicato come un passaggio a destra, nel senso di rinunzia al nostro programma e alla nostra azione sociale.</p>
        <p>No: noi siamo e restiamo <hi rend="italic">popolari</hi> e il nostro motto <hi rend="italic">libertas</hi> resta come nostra insegna, e il nostro programma, culturale, sociale, economico, amministrativo, politico, è la nostra mèta.</p>
        <p>Errore è il credere che un partito esaurisca le sue forze nell'attività parlamentare o governativa. Quell'attività è una parte, la più visibile, la più rilevante, la più difficile e scabrosa, la più insidiosa, ma non è l'unica, e in determinate circostanze non è neppure la prevalente. Se pensassimo così, saremmo allo stesso livello della democrazia borghese che non aveva dietro di sé un partito, ma le clientele.</p>
        <p>Un partito vale per le idee che agita, per gli interessi morali e materiali che tutela, per l'azione informatrice che crea; e questo avviene al centro e alla periferia, nella vita politica e in quella economica, nella propaganda che sviluppa, nelle battaglie che combatte. E noi le nostre battaglie le dobbiamo segnare, non come inutili sforzi, ma come vere conquiste, anche quando non sembra vicino il giorno della vittoria. Così segnamo a nostro favore la campagna contro lo stato accentratore e monopolistico come battaglia nostra, la prima. Quando era in auge il socialismo <pb n="307" />di stato, la nostra voce era la sola a echeggiare; la stampa faceva il silenzio attorno a noi, ma il paese sentiva la novità e ci seguiva. Se oggi si arriverà a smantellare tale accentramento, ricordiamoci e gloriamoci che ne siamo stati noi i pionieri. Così per le libertà organiche e le autonomie; oggi i fascisti negano le autonomie, non le sconoscono; la battaglia continua, e verrà il momento del trionfo; anche se altri ne avrà il merito, che importa? La prima medaglia è la nostra. Con decreto-legge, forse fra giorni sarà istituito l'esame di stato. Due mesi fa, al congresso di Napoli, un fascista che credeva di averne l'anima e invece parlava con la vecchia voce dei democratici e dei socialisti, negava l'esame di stato; oggi l'esame di stato verrà. Chi potrà mai negarci il merito della battaglia? Noi plaudiamo al ministro Gentile, ma ricordiamo la crisi ministeriale del febbraio scorso, ove si raggiunse con la democrazia liberale il patto sull'esame di stato, sulle linee del progetto Anile, di quell'Anile che lo sostenne al nostro congresso di Napoli nel 1920.</p>
        <p>Le battaglie per le leggi agrarie oggi sembrano perdute, tutte; dallo spezzettamento del latifondo alla costituzione degli arbitrati agricoli, dalla costituzione delle camere regionali di agricoltura alla definizione degli usi civili e alla regolamentazione dei patti agrari. Ma, per noi, la battaglia continua; le ragioni oggettive, reali, vere, profonde del rinnovamento agrario lo impongono.</p>
        <p>Potrei continuare a ricordare la nostra azione per la riforma mineraria e delle assicurazioni sociali, per la registrazione delle associazioni sindacali e la riforma del consiglio superiore del lavoro (già in corso di realizzazione), per la legge sull'impiego privato, per il catechismo nelle scuole, per la proporzionale amministrativa, per la formazione della regione.</p>
        <p>Chi ha fede muove le montagne: chi ha fede fa proseliti: chi ha fede vince le battaglie.</p>
        <p>Oggi, però, tutto è e deve essere coordinato a quel programma sintetico di <hi rend="italic">ricostruzione</hi>, al quale noi diamo il nostro contributo dal nostro posto di combattimento e di lavoro. Se noi possiamo concorrere efficacemente a superare lo stadio rivoluzionario e di disordine, a far sentire la forza delle più alte e superiori direttive morali e nazionali, a far ritornare il paese <pb n="308" />nella legalità e nell'esercizio incontrastato delle libertà costituzionali, anche quelli che dubitano, per amore o per pregiudizio, della nostra linea di condotta, troveranno che la nostra funzione politica l'abbiamo compiuta. Questo è possibile quando anche noi, nei più difficili momenti, abbiamo fede nei destini della patria nostra. Al di sopra di ogni bene terreno e di ogni affetto umano, noi amiamo la patria nostra e la vogliamo risorta. Per questo abbiamo la forza del lavoro e l'impeto della lotta; per questo pieghiamo alla disciplina degli eventi; per questo cooperiamo con ogni zelo e sacrificio al bene comune; per questo sentiamo il dovere, per vocazione e per convinzione, di essere noi, <hi rend="italic">popolari</hi>,al nostro posto per il bene d'Italia.</p>
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