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        <title>Trattato di economia sociale: introduzione all’economia sociale</title>
        <author>Toniolo, Giuseppe</author>
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          <name>UNIOR</name>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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          <p>Available for academic research purposes only.</p>
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        <bibl>Opera omnia di Giuseppe Toniolo, serie II. Economia e statistica, Città del Vaticano, Comitato Opera omnia di G. Toniolo, voll. I-II 1949 <date when="1906">1906</date></bibl>
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        <p>PRIN 2012 - Accademia della Crusca</p>
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            <catDesc>Economia</catDesc>
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        <head>RAGIONE DELL'OPERA</head>
        <p>La scienza dell'economia sociale trapassa oggi un momento di <hi rend="italic">sistemazione</hi>,se la parola infelice ma ormai accettata dai più significa il lavorio per dare <hi rend="italic">ordine razionale sintetico</hi> all'insieme dei veri già acquisiti ad un determinato ramo del sapere; quasi <foreign>hiatus</foreign>che intercede fra i risultati di ieri e le promesse dell'indomani. Lo attestano anche fra noi i <hi rend="italic">trattati</hi>,<hi rend="italic"> manuali</hi>,<hi rend="italic"> principi di economia</hi>,che dopo il Cassa, il Lampertico, il Nazzani comparvero coi nomi rispettati di Pantaleoni, Pareto, Graziani, Supino, Valenti, — oltre a quelli stranieri (posteriori al Roscher, Wagner, Schönberg) dello Schmoller, del Philippovich, del Sax fra i tedeschi, dei francesi Leroy-Beaulieu e Gide, dell'olandese Pierson e del Marshall inglese, forse più originale fra tutti; senza dire di altri per data o per scuola più recenti, quali Brants, Antoine, Pesch.</p>
        <p>Non sembrerà tuttavia ingiustificato il tentativo di un altro <hi rend="italic">trattato di economia sociale</hi>,qualora si annunci il proposito (per quanto la difficoltà del compito lo comporti) di ricollegare in esso le teorie <pb n="1.4" />economiche con taluni indirizzi più accettevoli e sicuri dell'<hi rend="italic">odierna cultura</hi>;i quali, senza detrarre all'autonomia della nostra scienza, si ripercossero già sopra di questa, lasciandovi impronte durature che vieppiù ne giustificano e compiono l'unità comprensiva in virtù della solidarietà fra tutti i progressi del sapere.</p>
        <p>Fra tanto incalzare, urtarsi, elidersi di scuole e direzioni molteplici ed opposte, tre sembrano i progressi reali della cultura moderna (come ci parve ritrarre in un altro studio: <hi rend="italic">L'odierno problema sociologico</hi>,Firenze, 1905), della cui influenza sull'economia conviene oggi tenga conto chi intende trattarne sinteticamente.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Nella dottrina dei metodi</hi>,non si discute più dagli scienziati degni veramente di questo nome, della preferenza da darsi ai processi deduttivi o induttivi, considerati ormai come due funzioni logiche integranti e necessarie nella ricerca e dimostrazione del vero; e ciò deve campeggiare pertanto in ogni parte della stessa economia, fin dalla sua <hi rend="italic">introduzione</hi>,ove occorre abbiano loro posto così i <hi rend="italic">principi speculativi di ragione</hi>,come le <hi rend="italic">premesse positive di osservazione</hi>.</p>
        <p>Nel cammino del sapere lungo il secolo XIX e in quest'alba del XX rinvennero (chi lo ignora?) sviluppo meraviglioso, fosse pure talora in modo scorretto od abusato, le <hi rend="italic">dottrine naturali</hi> e specialmente biologiche, la <hi rend="italic">psicologia</hi> particolarmente <pb n="1.5" />empirica, e le <hi rend="italic">scienze sociali</hi> nell'ampio senso della parola; queste sul fondamento delle discipline antropologiche, etnografiche, filologiche, storico-statistiche ed etico-giuridiche. L'economia non perdette perciò né sminuì il proprio essere ed ufficio distinto di «scienza dell'utile materiale»; ma la formulazione delle sue leggi positive apparve impossibile, senza che si prendesse in proporzionata considerazione tutto il complesso delle cause cosmiche, fisiologiche, psichiche influenti sull'uomo e sulla collettività, le quali ne provocano e dirigono le molteplici energie, compresa l'attività economica. E l'analisi positiva di questi fattori sembrò giustamente dovesse precedere lo studio delle leggi economiche.</p>
        <p>Infine <hi rend="italic">nella ricostruzione delle scienze sociali</hi> in veste positiva, quale si iniziò dalla metà del secolo scorso, spuntò e signoreggiò fin dalla origine la tendenza <hi rend="italic">monogenetica</hi>,quella cioè di ricondurre le manifestazioni più varie, economiche, morali, giuridiche, politiche della esistenza umana collettiva ad unità di sistema sintetico, comprendente la costituzione e la vita complessiva della società. Qualunque sia il valore molto discusso di questo conato ingente e perdurante, che sotto il titolo di <hi rend="italic">sociologia</hi> accenna ad una «dottrina generale sintetica della società e dell'incivilimento» — tuttavia per questo <pb n="1.6" />stesso punto di vista alto e comprensivo, rimane ribadita la convinzione (invano contrastata dal materialismo storico economico), che l'<hi rend="italic">ordine sociale</hi> èun sistema di elementi e di energie di gran lunga più ampio nel suo organismo e più elevato nelle sue leggi e finalità, che non sia l'ordine strettamente economico che intende alla ricchezza; il quale ultimo pertanto entro a quello si aggira, e fra il mutuo ricambio di influenze ne subisce definitivamente il predominio. Donde la necessità di premettere alle indagini propriamente economiche, un cenno intorno agli <hi rend="italic">organi ed istituti fondamentali dell'ordine sociale</hi>,sia nella loro concreta struttura, sia nel loro storico svolgimento; sopra dei quali si innestano e poi si dispiegano successivamente le leggi positive (non positivistiche) dell'economia, in relazione a quelle dell'incivilimento.</p>
        <p>Nel nostro disegno questi criteri, che si risolvono in taluni indirizzi accettevoli della cultura moderna, devono informare la trattazione sistematica della economia. Ed essi perciò compariranno principalmente nella «Introduzione», destinata a indagare l'<hi rend="italic">ordine costitutivo della ricchezza</hi> e comprendente i principi speculativi che signoreggiano l'economia, e i fatti primi e derivati dell'ordine sociale che ne formano il sostrato e l'ambiente, — salvo di ripercuotersi nella esposizione delle cause e leggi della <pb n="1.7" />produzione, scambio, distribuzione, che ne compongono l'<hi rend="italic">ordine attivo</hi> per eccellenza; — come pure nell'<hi rend="italic">ordine</hi>,che non esito a chiamare <hi rend="italic">finale</hi>,il quale versa intorno all'uso od applicazione (consumo) della ricchezza alle soddisfazioni umane sociali, che formano il fine della civiltà. È in quest'ultima parte che troveranno il loro posto i problemi complessi che passano sotto il titolo di <hi rend="italic">questione sociale</hi>.</p>
        <p>Se il programma non arbitrario ma che sgorga dalla natura della nostra disciplina, sia mantenuto almeno nelle sue grandi linee in questa <hi rend="italic">introduzione</hi>,ne giudichino i competenti, in ispecie i colleghi nell'insegnamento; ma colla benevolenza che invoco e che sempre accompagna il giudizio dei dotti.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Pisa, ottobre 1906.</hi>
        </p>
        <p>Prof. G. Toniolo</p>
        <p>
          <pb n="1.8" />
        </p>
      </div>
      <div>
        <head>PER LA SECONDA EDIZIONE</head>
        <p>Licenziando alla ristampa questa «Introduzione» al <hi rend="italic">Trattato di economia sociale</hi>,che ho riveduto generalmente nella sua dizione, affinché al rigore dei concetti risponda per quanto è possibile la proprietà della esposizione logica, senza di cui vien meno il valore di ogni scienza, mi permetto di richiamare l'attenzione sopra due temi del volume che quivi furono (ben inteso a grandi tratti) interamente innovati; vale a dire la storia del metodo e la storia della scienza economica, specialmente per quanto in questa riguarda la scuola etico-giuridica.</p>
        <p>Per il primo rispetto del <hi rend="italic">metodo nell'economia sociale</hi>,mi parve risultasse evidente, col presidio di recenti ed originali pubblicazioni (spesso trascurate) e non senza proposito fermo di non cedere ad inveterati pregiudizi dotti ed indotti in argomento, — non esser possibile rendersi ragione critica dei vari ed opposti indirizzi metodologici, prevalsi <pb n="1.9" />successivamente nella nostra scienza, senza ricollegarli, da un canto ai caratteristici indirizzi storici della filosofia, in cui rientra la metodologia come parte della logica, e da un altro senza far debito conto delle vicende parallele dei metodi in ogni ramo dello scibile, le quali si riflettono in modo sensibilissimo sulla scienza sociale della ricchezza, che quasi si libra fra il mondo dello spirito e quello della materia e quindi fra la speculazione ideale e l'osservazione empirica. Criterio storico codesto ispirato ad una concezione comprensiva, che conduce a giustificare vieppiù la riabilitazione, oggi crescente, di un <hi rend="italic">metodo integrale</hi> anche nel nostro campo.</p>
        <p>Per l'altro riguardo della <hi rend="italic">storia della scienza</hi> economico-sociale, cioè della genesi delle sue dottrine nel loro proprio contenuto (quale scienza dell'<hi rend="italic">utile</hi> inerente ai beni materiali), — ci adoprammo a rilevare che appena questa sia pervenuta a maturità di trattazione razionale-sistematica, il suo cammino storico venne a partirsi in due direzioni opposte, a seconda che l'intreccio dei rapporti economici nel seno del consorzio umano si considerò alternamente dal punto di veduta della <hi rend="italic">prevalente utilità o dei singoli o della totalità dei consociati</hi>.Così si aperse l'adito storicamente (e non può essere altrimenti anche logicamente) a due scuole fondamentali: quella <hi rend="italic">individualistica</hi> e quella <hi rend="italic">collettivistica</hi> (come si <pb n="1.10" />esprime fra noi Camillo Supino), la quale ultima io preferisco intitolare <hi rend="italic">sociologica</hi>.Le altre e minori correnti di dottrine, fra cui si raggruppano solitamente con nomi indeterminati le teorie degli economisti dell'età contemporanea (dalla fisiocrazia ad oggi) non appariscono allora che come altrettanti parziali momenti ed aspetti della genesi, dello sviluppo, della degenerazione, di quelle scuole tipiche opposte. Bensì tale duplice distinzione di indirizzi e di scuole fondamentali illustra ancora storicamente e teoricamente la formazione di una <hi rend="italic">terza scuola</hi> economico-sociale, corrispondente a un <hi rend="italic">indirizzo sintetico</hi> suo proprio, la quale, affermatasi ognora in modo incidentale dietro la proposizione dell'antica sapienza risalente già ad Aristotele, Platone, Cicerone, che «l'utile dipende dall'onesto e dal giusto, e non viceversa», prossimamente si compose essa pure, in forma <hi rend="italic">sistematica.</hi> Vuolsi qui accennare alla scuola dell'economia <hi rend="italic">etico-giuridica</hi>,che può dirsi anche <hi rend="italic">cristiana</hi>,in quanto rinviene la più compiuta esplicazione delle teorie utilitarie e della loro efficacia pratica, nel cristianesimo dogmatico e storico; vale a dire sotto la luce superiore delle verità religiose da esso proposte che perfezionano la morale e il diritto razionale, e dentro il giro di quella civiltà storica perenne e universale che fu da quello rigenerata.</p>
        <p>
          <pb n="1.11" />Né tale scuola si insinua fra le altre due quasi furtivamente senza una adeguata giustificazione, bensì reclama il proprio diritto di cittadinanza accanto ad esse. Invero, riconoscendo essa (anco per semplice osservazione di fatto), e professando esplicitamente, che le leggi economiche utilitarie presuppongono la osservanza delle norme di morale e del diritto in connessione colle corrispondenti premesse speculative, e che anzi, in virtù soltanto di quelle nella società umana <hi rend="italic">si armonizza l'utile individuale con quello sociale</hi>,essa medesima viene ad attestare che tale subordinazione, tutt'altro che accidentale, è una condizione necessaria allo sviluppo normale dei rapporti economici. In tal maniera questa scuola etico-giuridica nell'economia (che fu anche denominata della <hi rend="italic">solidarietà</hi>)risulta alla sua volta <hi rend="italic">fondamentale</hi>,altrettanto e più delle altre due, riuscendo a completare la <hi rend="italic">trilogia</hi> dei sistemi economici. Essa ne è infatti la naturale integrazione.</p>
        <p>Questo singolare e significativo svolgimento dei sistemi economici utilitari (l'individualismo e il collettivismo), i quali poi si coordinano ad unità solidale in quello della economia etico-giuridica, non ha d'uopo di ricorrere per giustificarsi agli artifici dialettici trascendentali di F. G. Hegel, per cui «la tesi e l'antitesi si fondono fatalmente nella sintesi evolutiva»; ma rinviene la propria riprova di <pb n="1.12" />legittimità nella storia stessa della cultura contemporanea. E due circostanze di fatto contribuiscono a questa conclusione. Lungo il secolo XIX fino a questo secondo decennio del XX, le vicende che favorirono il sorgere e poi il crescere (dopo la decadenza ruinosa del positivismo più grossolano in tutto il sapere) della scuola economica etico-giuridica, procedettero parallele alla rivendicazione e rinnovazione non solo della filosofia spiritualistica tradizionale, ma ancora di tutte le scienze e discipline morali nell'ampio senso della espressione; e perciò della psicologia empirica, della filosofia e glottologia, della etnografia, della storia del costume, del diritto, della statistica e geografia antropo-sociale, le quali hanno più diretta attinenza coll'indirizzo della scuola suddetta. Simultaneamente spicca e si impone il fatto, dai più imparziali competenti consentito, che dopo i grandi trattati (qualunque ne sia il programma) che illustrarono la fine del secolo XIX, — se si addita dai più negli ultimi anni un certo rallentamento nella originalità di esposizione sintetica della nostra scienza, l'unico ramo rigoglioso, per alacri e solidi progressi, sembra esser quello della scuola etico-giuridica, verso cui già gravitano i migliori economisti delle altre scuole.</p>
        <p>Tutto ciò ci abilita a concludere che se la nostra scienza, nell'ambito delle utilità materiali, profonda <pb n="1.13" />le sue radici nei fatti sensibili di osservazione interna ed esterna, la luce che la rischiara e il calore che la vivifica discendono dall'alto delle dottrine speculative e delle discipline morali.</p>
        <p>Ma in tal caso ci sentiamo vieppiù confortati a mantenere nella seconda edizione del presente volume quella suprema concezione, razionale e positiva insieme, alla quale abbiamo informato l'intero trattato: essere cioè l'economia, senza rinnegare la propria costituzione autonoma, un aspetto della «scienza generale della società e dell'incivilimento».</p>
        <p>Bensì è debito mio di sentita gratitudine il dichiarare, che se nei cenni intorno alla storia dei metodi mi giovai di scrittori più recenti di ogni nazione, di particolare incoraggiamento e sussidio mi riuscirono le pubblicazioni della scuola di Lovanio, in particolare del Mercier, Deploige, Defourny, De Hovre; e di riconoscere con ammirazione come la <hi rend="italic">scuola economica</hi>,a cui io mi onoro di appartenere, si è arricchita dell'opera sistematica di H. Pesch, la quale, già iniziata nel 1905, ora si compone di tre poderosi volumi posti al cimento della più coscienziosa critica dell'economia contemporanea. Né chiudo senza ringraziamenti vivissimi al prof. Amando Castroviejo dell'Università di Santiago de Compostela, che mi fece l'onore di una traduzione castigliana di questa «Introduzione» (e del seguente volume «La <pb n="1.14" />produzione»), accresciuta di annotamenti pregevoli intorno alla storia della letteratura economica spagnola, ben degna di essere equamente estimata dagli odierni cultori della nostra scienza.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Pisa, gennaio 1915.</hi>
        </p>
        <p>Prof. G. Toniolo</p>
        <p>Nell'opposta abitudine seguita dai tedeschi, anche nei libri di carattere sintetico e nella stessa economia, di addensare rigorosi richiami bibliografici con note erudite, e dagli inglesi di escludere spesso ogni citazione, preferii adottare il criterio di riportare nel corso stesso del testo occasionalmente i nomi soltanto degli autori che apportano in un senso o nell'altro un qualche contributo a un dato problema, senza riferire il titolo delle opere o scritti. Ciò che frattanto implica una semplice indicazione e non già sempre la affermazione che quegli scrittori poggino od oppugnino le teorie esposte nel testo, ed accettino o contrastino i principi informativi della scuola a cui l'autore di questo trattato appartiene. I titoli bibliografici verranno da noi riportati per esteso in un indice complessivo alla fine dell'opera intera; la quale sarà, se a Dio piaccia, in breve compiuta. Dopo la «Introduzione» e «La produzione» (due volumi già pubblicati) «La circolazione» è in corso di stampa e questa sarà seguita senza intermissione da un altro volume comprendente «La distribuzione e il consumo». <pb n="1.15" /></p>
      </div>
      <div>
        <head>PARTE PRIMA. La scienza dell'economia sociale</head>
        <div>
          <head>I. Nozioni generali intorno alla scienza economica</head>
          <p>Concetto sommario dell'economia sociale. -</p>
          <p>L'economia sociale (altri dice politica) giusta un concetto sommario, è la <hi rend="italic">scienza dell'ordine sociale della ricchezza</hi>.Essa, in altre parole, studia come <hi rend="italic">normalmente</hi> si origini e si dispieghi l'attività dei popoli nell'effettuare il benessere materiale, servente ai fini superiori dell'incivilimento.</p>
          <p>L'economia perciò, versando intorno ad una serie di relazioni fra uomini conviventi in società, appartiene al novero delle <hi rend="italic">scienze sociali</hi>,le quali possono designarsi in senso ampio <hi rend="italic">le dottrine che studiano l'umana società</hi>;intendendosi per società «l'aggregazione degli uomini stretti fra loro da legami essenzialmente morali (società etico-universale) e ulteriormente convalidata da vincoli <pb n="1.16" />giuridici (società politica o Stato), per il conseguimento dei comuni fini della civiltà, coordinati a quelli ultimi ultra-mondani».</p>
          <p>Classificazione delle scienze sociali e posto che in esse tiene l'economia. ‒ 1. Questa, pertanto, rientra nel ciclo delle scienze sociali e deve in esse avere il suo posto speciale, che sta bene designare. Non appartiene alle scienze <hi rend="italic">sociali razionali-speculative</hi> (o filosofiche) che tengono il fastigio di questa piramide, in quanto esse designano l'essenza ed il fine della società, e i doveri od obbligazioni che ne derivano (etica sociale e diritto sociale); bensì alle scienze sociali <hi rend="italic">razionali-positive</hi>,<note n="1"> Tutte le scienze sono razionali, perché scienza è un ordine di veri dimostrati da ragione. Ma esse sono razionali-speculative (filosofiche) se lo stesso oggetto dello scibile, p. e. la società, considerano nella natura essenziale e quindi nelle ragioni prime e ultime immutabili del medesimo; e razionali-positive (osservative) se lo studiano nelle manifestazioni accidentali varie e mutevoli, e quindi nelle cause e finalità prossime e molteplici con cui esso si rivela all'osservazione sensibile. Quello è un punto di veduta superiore e principale, questo subordinato e completivo.</note>che studiano la società come un insieme di <hi rend="italic">fatti</hi>,cioè come un sistema di energie, di ordinamenti e di attività convergenti a quel fine, o, in altre parole, la <hi rend="italic">società nella sua concreta costituzione e nella sua vita</hi>.Punto di veduta relativamente recente nello studio della società, spesso male inteso ed abusato ma per sé legittimo e che attribuisce a <pb n="1.17" />queste ultime il titolo di scienze sociali in senso stretto.</p>
          <p>2. Di queste scienze sociali positive ardua è la <hi rend="italic">classificazione</hi> (Comte, J. S. Mill, Spencer, Wundt, Barth, H. Pesch), oggi difficultata dalla immaturità di tali ricerche e soprattutto dalla insufficienza o dal pervertimento di criteri filosofici supremi, da cui dipende la enciclopedia del sapere.</p>
          <p>In ogni modo tale classificazione potrebbe così designarsi.</p>
          <p>I. <hi rend="italic">Scienze sociali-civili</hi>,che versano intorno alla <hi rend="italic">società</hi> come aggregazione morale, primigenia, universale fra gli uomini, cooperanti a tutti i fini permanenti e comuni dell'esistenza;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">a</hi>) <hi rend="italic">scienza della costituzione sociale</hi>,che studia l'ordinamento della società negli elementi ed istituti organici da cui risulta (individui, famiglie, classi, nazioni, umanità) e nel successivo loro sviluppo;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">b</hi>) <hi rend="italic">scienza della vita sociale</hi>,che indaga i fattori, le esplicazioni e i prodotti dell'energia ed operosità dei popoli; suddistinta alla sua volta così:</p>
          <p>biologia (fisiologia) sociale, che ricerca lo sviluppo della vita fisica (informata da quella spirituale) delle popolazioni; o altrimenti, giusta quali fattori e leggi, sotto il governo delle prevalenti influenze morali, si moltiplichino e propaghino le generazioni umane sul globo; </p>
          <p>
            <pb n="1.18" />psicologia sociale, che ricerca il sistema dei coefficienti e dei processi con cui tende normalmente a svolgersi la vita psichica dei popoli, in relazione alla natura ed ai fini dell'intelletto e della volontà, ossia <hi rend="italic">la loro cultura</hi>:—<hi rend="italic"> estetica</hi>,mediante la formazione progressiva dell'ideale e del senso del <hi rend="italic">bello</hi> e della rispondente elaborazione storica dei prodotti artistici; — <hi rend="italic">scientifica</hi>,mediante la successiva acquisizione e dimostrazione del <hi rend="italic">vero</hi> e della analoga divulgazione delle conoscenze riflesse; — e <hi rend="italic">morale</hi>,mediante la graduale educazione dei criteri e dei sentimenti del <hi rend="italic">bene</hi> e delle conseguenti manifestazioni nel costume dei popoli; tutto ciò subordinatamente al fatto della religione, fonte prima di <hi rend="italic">cultura sociale.</hi></p>
          <p>II. <hi rend="italic">Scienze sociali-politiche</hi>,le quali versano intorno all'ordinamento giuridico-coattivo della società; che trattano cioè dello <hi rend="italic">Stato,</hi> come esteriore guarentigia e presidio dell'ordine etico-spontaneo della società stessa. Di qui:</p>
          <p>
            <hi rend="italic">a</hi>)<hi rend="italic"> scienza della pubblica o politica costituzione</hi>,la quale ricerca come si dispieghi successivamente il pensiero e l'attività dei popoli nell'organizzare i poteri della sovranità ossia nel dare assetto allo Stato;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">b</hi>)<hi rend="italic"> scienza della pubblica amministrazione</hi>,che tratta dei modi, giusta i quali viene a svolgersi la funzione, ossia l'azione dello <hi rend="italic">Stato,</hi> per coadiuvare la conservazione ed il progresso della società.</p>
          <p>III. <hi rend="italic">Scienze sociali-religiose</hi>,le quali trattano della <hi rend="italic">religione</hi>,come sistema di supreme verità <pb n="1.19" />obbiettive, riguardanti Dio e i doveri umani (dogmi e precetti etici) in ordine alla divinità ed ai fini sovrannaturali; <hi rend="italic">considerata</hi> non già nel suo contenuto intrinseco (ciò che spetta alla teodicea, e teologia rivelata dogmatica e morale e in certo senso alla storia mitica dei culti) nelle <hi rend="italic">sue manifestazioni sociali</hi>.E ciò: — nella diffusione (esterna e storica) di quelle verità e norme religiose e delle rispondenti pratiche di culto, fra gli uomini, — nella formazione, in seno alle umane convivenze, di una società (anco esterna) a scopo religioso e cultuale; — nella esplicazione storica dei poteri dell'autorità religiosa in essa costituita, per l'esercizio della sua missione sovrannaturale sopra la vita umana collettiva. Triplice estrinsecazione sociale della religione, la quale, fra imperfette e patologiche manifestazioni di religioni e culti molteplici, riscontrandosi attuata in modo tipico, normale, perfetto soltanto nel cristianesimo costituito nella Chiesa, dà luogo ad una <hi rend="italic">scienza religioso-ecclesiastica</hi>,pur sempre <hi rend="italic">sociale,</hi> la quale considera la Chiesa cattolica nella sua genesi, continuità ed azione (esteriore) siccome l'unica e massima istituzione nella storia, connessa colla esistenza e colle vicende della società umana universale <hi rend="italic">per estimarne l'efficacia nel progresso civile</hi>.Scienza sociale (per <pb n="1.20" />tale punto di veduta) la quale, spuntata con nomi e concetti infelici per parte di sociologi e storici dei culti comparati (H. Spencer, <hi rend="italic">Le istituzioni ecclesiastiche</hi>;e Tiele, <hi rend="italic">La storia mitica</hi>),oggi sembra piegare verso questa vera e positiva concezione. Della necessità, funzione e valore sociale del cristianesimo e della Chiesa va formandosi oggi una letteratura copiosa (Weiss, Pesch, Benigni). Di essa però potrebbero delinearsi due rami:</p>
          <p>
            <hi rend="italic">a</hi>)<hi rend="italic"> la scienza della costituzione sociale della Chiesa</hi> (cattolica) investiga i procedimenti normali, giusta i quali essa, per un subordinato processo umano e storico, viene a svolgere il suo essere di società (di origine e costituzione divina) in armonia con le esigenze e l'avanzamento dei civili consorzi;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">b</hi>) <hi rend="italic">la scienza della vita</hi> o <hi rend="italic">funzione sociale della Chiesa</hi>,cioè dell'azione esercitata da essa col suo magistero e ministero sopra la convivenza sociale ed il progresso dell'incivilimento.</p>
          <p>IV. Le <hi rend="italic">scienze sociali-economiche</hi> infine, che investigano le energie, gli istituti ed i procedimenti dei popoli, in ordine alla ricchezza quale mezzo materiale ai fini essenzialmente morali e spirituali della civiltà.</p>
          <p>È questo un triplice ordine gerarchico di dottrine sociali seguito da un quarto: — di cui il primo delinea la costituzione organica delle umane società, la <pb n="1.21" />quale è immediatamente fondata sulla natura degli uomini e delle cose, ed è conversa direttamente ai fini che la Provvidenza assegnò quaggiù al consorzio degli uomini, rispetto a cui le altre raffigurano un aiuto e complemento; — il secondo designa l'ulteriore congegno sociale, che mercé l'autorità umana giuridico-politica vi porge guarentigia estrinseca e coattiva (lo Stato); — il terzo, l'ordinamento sociale finale perfezionatore, che l'uno e l'altro, con l'autorità divina tradotta in atto socialmente e storicamente, le altre due forme di società dirige e solleva ai fini supremi sovrannaturali; — infine a questi tre principali circoli concentrici di esistenza e di vita sociale, i quali costituiscono l'ordinamento <hi rend="italic">intrinseco e immateriale</hi> delle società umane, si aggiunge un quarto circolo di organamento e di attività <hi rend="italic">estrinseca</hi>,quello che fornisce i <hi rend="italic">mezzi esterni materiali</hi> della ricchezza, servente a tutte le precedenti forme di costituzione e di vita sociale. L'<hi rend="italic">economia sociale</hi> così compone una dottrina di mezzi utili materiali, la quale, quasi involucro esterno e sensibile del contenuto intrinseco spirituale delle scienze sociali, ne completa la piramide.</p>
          <p>V. Bensì, al di sopra di questi gruppi gerarchici di scienze sociali positive, si aderge una scienza comprensiva o sintetica che è la <hi rend="italic">sociologia</hi> ossia la <hi rend="italic">dottrina generale della società e dell'incivilimento</hi>. <pb n="1.22" />Coordinando ad unità i responsi di tutte le scienze sociali, essa dimostra per quale lavorio armonico le forme molteplici di costituzione e di vita (attività) sociale conferiscano al fine ultimo comune di attuare successivamente la civiltà.</p>
          <p>La <hi rend="italic">civiltà</hi> infatti è il fine ultimo dell'umana convivenza quaggiù; essa esprime «la partecipazione nel più alto grado possibile della società umana al bene essenzialmente morale, coordinato a quello supremo ultramondano, in cui è perfezione e felicità, nonché ai beni subordinati che lo preparano ed avvalorano». L'<hi rend="italic">incivilimento</hi> non è che «il cammino progressivo del genere umano verso l'acquisto della civiltà». Di qui risulta che se l'economia non è certamente la <hi rend="italic">dottrina dell'incivilimento</hi> nel suo contenuto morale, lo è però rispetto ai <hi rend="italic">mezzi materiali che lo apprestano</hi>;e in questo senso l'economia partecipa dei caratteri scientifici propri di tutte le scienze sociali.</p>
          <p>Tutto ciò rispetto alle vere scienze, ben distinte dalle semplici <hi rend="italic">discipline sociali</hi> (geografia sociale, storia, statistica).</p>
          <p>Condizioni storiche al sorgere delle scienze sociali. - 1. Perciò ancora, l'economia partecipa alle vicende storiche generali che riguardano la genesi e lo sviluppo di tutte le scienze sociali. Basti all'uopo la seguente osservazione. Al sorgere della <pb n="1.23" />enciclopedia delle scienze sociali, occorreva che lo stato della cultura, aiutato dagli avvenimenti storico-civili, convergesse ad insinuare e ribadire nelle menti questi tre indispensabili concetti:</p>
          <p>una lucida e ferma convinzione di un <hi rend="italic">ordine regolare continuato</hi>,che presiede ai rapporti sociali anco in mezzo all'apparente irregolarità, al fitto intreccio, ed al succedersi turbinoso delle umane vicende. È questa la premessa che è sottintesa in ogni ricerca scientifica; chi avrebbe pensato a comporre una scienza dell'astronomia, quando si credesse che nel mondo siderale tutto fosse accidentale ed <hi rend="italic">ex lege?</hi> Ovvero la fisica, se nel cosmo, esprimente ordine, invece regnasse il caos? Analogamente, senza quel presupposto dell'ordine sociale, non sorgerebbe nemmeno il sospetto che possano esistere delle <hi rend="italic">scienze riguardanti la società</hi>;</p>
          <p>la convinzione del pari di un ordine sociale riconosciuto e attuato dalla <hi rend="italic">libertà umana</hi>, e perciò fornito del carattere specifico di un ordine <hi rend="italic">morale</hi>. Senza di ciò non si ricercherebbero le leggi scientifiche della società entro un ciclo lor proprio; e le dottrine sociali rimarrebbero fin dalle origini confuse con quelle fisico-naturali, che versano intorno a rapporti di necessità materiale o fatale. Oggi si rivendica l'antica distinzione fra scienze del mondo materiale e morale («Naturwissenschaften oder <pb n="1.24" />Geisteswissenschaften», «cosmica process and ethical Process»: Simmel, Dilthey, Wundt, H. Pesch);</p>
          <p>la persuasione finalmente che tale ordine sociale morale risulti da molte sfere concentriche, coordinate bensì ad unità, ma tuttavia fra loro distinte a seconda della <hi rend="italic">varietà e gerarchia dei fini sociali</hi>.Senza di ciò le scienze sociali si compenetrerebbero in una soltanto, cioè in un'assorbente sociologia, annichilendo l'autonomia delle singole e minori consorelle.</p>
          <p>2. Ciò premesso, è facile riscontrare che questa triplice condizione, da cui dipende il sorgere di una serie compiuta di scienze sociali, si avverò nella storia soltanto tardivamente e in ispecie non venne assicurata che dalla cultura cristiana. — Soltanto il cristianesimo insinuò la fede nei popoli di un ordine provvidenziale che regge le sorti delle nazioni e della civiltà; esso conferì a tale concetto la autorità di un dogma. — Solamente esso con la dottrina del libero arbitrio, sopra di cui incardinava tutta la responsabilità della vita individuale e collettiva, rivendicò a tale ordine il carattere eminentemente morale. — Solamente esso, introducendo distinzioni categoriche fra l'ordine naturale e soprannaturale, fra i fini e gli uffici dello Stato e quelli della Chiesa, fra rapporti che hanno semplice ragione di mezzo e quelli che hanno ragione di fine, ed anzi tutta la <pb n="1.25" />vita sociale mondana convergendo a quella ultra-mondana, assicurò l'autonomia e la varietà gerarchica dei vari rami delle dottrine sociali, pur serbandone l'unità finale (Deploige, H. Pesch).</p>
          <p>3. <hi rend="italic">L'antichità classica</hi> non intravvide e non additò che assai imperfettamente questi concetti fondamentali riguardanti la società, e li mescolò con deplorevoli e secolari errori anche per parte di menti sovrane (come Platone); e perciò le scienze sociali positive non comparvero, rimanendo confuse col diritto privato e pubblico. Il <hi rend="italic">cristianesimo</hi> invece, non si accontentò ad enunciare come verità fondamentali quei concetti sommi, ma li fece trapassare nella coscienza universale dei popoli, con lotte pertinaci e titaniche attraverso i secoli, quante furono quelle intraprese per far piegare le menti e la condotta privata e pubblica all'osservanza di leggi naturali provvidenziali, per atterrare ogni forma di fatalismo nella vita individuale o collettiva, per emancipare la religione dallo Stato, per affermare la superiorità dello spirito sulla materia, e la subordinazione degli interessi terreni a quelli del cielo; e così essa mentre assicurava il verace incivilimento, poneva le basi delle dottrine sociali. Il <hi rend="italic">rinascimento classico</hi> dei secoli XV e XVI, abbuiando questi veri sovrani, col ridestare le reminiscenze dell'antichità pagana intorno al fato, al panteismo politico, all' <pb n="1.26" />utilitarismo materialistico, interruppe e respinse addietro per più secoli la elaborazione delle scienze sociali, mal compenetrate con quelle politiche o di Stato. Ed il <hi rend="italic">razionalismo</hi> del secolo XIX, pure ampliando cotanto l'ambito degli studi sociali, ne tralignò e corruppe la struttura scientifica, disconoscendo nei fenomeni della società il carattere di leggi morali di libertà, in nome di un determinismo che l'ampio volume delle scienze sociali riduce ad un capitolo delle scienze naturali. Il cristianesimo per mezzo della Chiesa apparisce così il remoto generatore delle scienze sociali ed oggi stesso promette di esserne il rinnovatore. L'economia necessariamente condivide con esso le vicende e le speranze. Qui basti questo cenno sulla genesi delle dottrine sociali razionali-positive, di cui ancora difettano storie rigorose ed imparziali.</p>
          <p>Deduzioni. - Tale classificazione e genesi storica delle scienze sociali non si confondono, pertanto, colle scienze razionali <hi rend="italic">speculative</hi>,che la società studia nei <hi rend="italic">fini ultimi</hi> (corrispondenti alle ragioni prime) della sua esistenza e quindi nei <hi rend="italic">doveri pratici</hi> che ne conseguono per la condotta umana collettiva, al fine di raggiungere la perfezione civile o civiltà; — ma, premesso e accettato tale sistema di conoscenze speculative, le scienze che dicemmo razionali <hi rend="italic">positive,</hi> ricercano coll'osservazione dei fatti <pb n="1.27" /> (sensibili) come venga normalmente a comporsi la costituzione e a dispiegarsi l'attività o vita reale della società, con cui essa tende ad attuare que' fini stessi (speculativi) con un processo progressivo che si chiama incivilimento. Se quelle mettono capo alla filosofia sociale (etica e giuridica) ed alla filosofia civile (della storia); queste alla <hi rend="italic">sociologia</hi>.</p>
          <p>Come le scienze sociali <hi rend="italic">positive</hi> sono le ultime a costituirsi, perché richiedono vasti, coordinati, rigorosi metodi di osservazione, sicché sono recenti (e ancora infelici) i sistemi sociologici di A. Comte, di Spencer, di Schäffle, — così le scienze sociali speculative o filosofiche sono antiche, almeno nelle grandi linee, e oggi relativamente mature, come tutti i sistemi filosofici da Aristotele a s. Tommaso, agli scrittori di etica e diritto sociale moderni. E ciò perché i quesiti di finalità (p. e. a qual fine viviamo noi consociati?) urgono fin dall'origine e ad ogni istante l'umanità; e a darvi qualche risposta generale possono bastare le intuizioni di pochi pensatori o il buon senso dei più. Così anche accadde dell'economia, che è scienza positiva relativamente moderna.</p>
          <p>Ma da qui pure la preminenza <hi rend="italic">logica</hi> (e non solo storica) delle scienze sociali filosofiche, sopra di quelle positive. Priva occorre sapere quale è il fine di ragione verso di cui si deve convergere; poi con quali forze, mezzi, vie di fatto si tende <pb n="1.28" />successivamente a pervenirvi. Questa veduta è decisiva per la trattazione scientifica; né si oppone all'altra, ma la integra.</p>
          <p>Punto di vista sotto cui studiasi l'economia. ‒ Dal posto che tiene l'economia fra le scienze sociali consorelle (e positive e filosofiche) derivano questi indirizzi alla sua trattazione.</p>
          <p>1. L'economia deve studiarsi <hi rend="italic">in connessione con tutte le altre scienze sociali positive</hi>.Essa non indaga che un aspetto del vivere sociale, cioè l'attività rivolta alla ricchezza; ma non però divelta dalle altre attività che simultaneamente si dispiegano dal corpo sociale e che sono oggetto di ricerche delle scienze parallele. Non vi ha passo che muova l'attività economica, che non risenta delle vibrazioni sopra di essa ripercosse dalla vita biologica, psicologica, civile, politica, ecc. Né le leggi concrete di quella si potrebbero designare senza tener conto di tale solidarietà fra le esplicazioni della vita collettiva. Tale criterio è vieppiù suggerito dai progressi delle odierne scienze sociali.</p>
          <p>2. L'economia invero è <hi rend="italic">scienza di mezzi</hi> utili, qual è la ricchezza servente ai fini umani. Ma l'utilità, che significa attitudine a conseguire un risultato, non si comprende ed estima senza la conoscenza del fine. La economia pertanto, <hi rend="italic">deve designare le leggi dell'utile in dipendenza delle leggi di fini umani</hi> in <pb n="1.29" />tutta la loro gerarchia, i quali sono dimostrati dall'<hi rend="italic">etica,</hi> e dal <hi rend="italic">diritto</hi> connessi colle <hi rend="italic">dottrine religiose</hi> e deve studiarsi per ciò in relazione alle <hi rend="italic">scienze speculative</hi> o <hi rend="italic">filosofiche</hi>.</p>
          <p>Tale coordinamento oggi rivendicato (Baudrillart, Minghetti, Lampertico, Antonine, Devas, Pesch) è reclamato dalla pubblica coscienza. Il contenuto proprio dell'economia, cioè l'analisi dell'<hi rend="italic">utile</hi> e dei congegni per esplicarlo, ha fatto grandi progressi scientifici; ora il compito urgente è di sottomettere vieppiù le teoriche di questa specie di<hi rend="italic"> tecnologia utilitaria</hi> alla guida della scienza etico-giuridica, sotto un punto di vista <hi rend="italic">teleologico,</hi> dei fini ultimi spirituali della civiltà. Questa visione per l'economia è destinata a divenire il sangue che colora e feconda una sterile osteologia, il sale che la preserva da aberrazioni corruttrici, la luce che le dischiude più vasti e sicuri orizzonti. Tutti infatti convengono ormai, che i problemi economici sono prima e massimamente problemi di morale e di diritto di civiltà, specialmente nel dominio della distribuzione della ricchezza.</p>
          <p>3. E poiché la civiltà è contrassegnata essenzialmente dal possesso e fruizione nel più alto grado possibile dei <hi rend="italic">beni morali</hi> nelle società, cui i beni materiali servono di stromento e leva, così il progresso della ricchezza e dei suoi ordinamenti e leggi, deve <pb n="1.30" />misurarsi dal modo e limite con cui questa conferisce al progresso spirituale della società. Così l'economia cessa di essere una dottrina dell'arricchire (crematistica) o un'arte da mercanti o banchieri; e deve studiarsi definitivamente <hi rend="italic">in rapporto colla filosofia civile e colla sociologia,</hi> in una parola colla <hi rend="italic">dottrina sintetica dell'incivilimento</hi> di cui condivide la dignità.</p>
          <p>
            <pb n="1.31" />
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          <head>II. Importanza dell'economia sociale</head>
          <p>Donde si desuma. — Dato il concetto sommario dell'economia sociale è facile riconoscerne l'importanza. Questa va designata sotto un duplice punto di veduta: dalla difficoltà della sua trattazione dottrinale, ed <hi rend="italic">è importanza teoretica</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> dall'ufficio che adempie nella società la ricchezza, di cui essa si occupa, ed <hi rend="italic">è importanza pratica</hi>.</p>
          <p>L'importanza teoretica. ‒ Dipende prima-mente dalla <hi rend="italic">complessità</hi> che presentano tutti i problemi sociali; rispetto a cui quelli del mondo fisico sono di gran lunga più semplici. Ma in ispecie tale complessità diventa più densa nelle applicazioni economiche: da un lato l'economia, versando intorno all'attività umana sopra le materie e le forze del globo, rinviene le proprie leggi fisio-psicologiche di continuo influite da quelle fisiche del mondo esteriore, ciò che accresce la molteplicità degli aspetti; da un altro l'economia, versando intorno all'utile, subisce gli influssi della passione che più offusca l'intelletto nella ricerca del vero, cioè dell'interesse materiale, compromettendo così i risultati della indagine scientifica economica e la obbliga a ricorrere a criteri superiori per assicurarsi della normalità delle proprie vedute. Inoltre l'attività <pb n="1.32" />traducendosi in rapporti — <hi rend="italic">universali</hi> fra tutte le genti — e <hi rend="italic">continuati</hi> attraverso i secoli, le leggi che ne risultano risentono dell'immensa varietà di stirpi, di istituzioni e di tradizioni storiche, sicché all'analisi delle leggi stesse non bastano ricerche individuali, ma occorrono le osservazioni accumulate ed effettuate sistematicamente da molti in larghissimo ambito di spazio e di tempo.</p>
          <p>L'importanza pratica. - Si desume dall'ufficio che negli umani consorzi adempie la ricchezza.</p>
          <p>1. Questa, benché per sé stessa materiale, apparisce <hi rend="italic">un mezzo diretto</hi>,relativamente necessario a conseguire i fini della esistenza. L'ordine civile, la potenza politica, l'educazione dell'animo, la gentilezza dei costumi, la cultura intellettuale, la pubblica igiene, la beneficenza, che più? La stessa religione nel suo culto esterno e nella sua propaganda, hanno d'uopo della ricchezza; la quale perciò partecipa al valore dei fini cui essa serve, elevando in proporzione la importanza della scienza economica. Di qui la convinzione che i popoli possessori di maggior copia di ricchezza non si trovino perciò solo alla testa <pb n="1.33" />dell'incivilimento, ma abbiano tuttavia maggiore agevolezza di pervenirvi.</p>
          <p>2. Inoltre la ricchezza riesce pregevole, non solo come mezzo diretto ad attuare la civiltà, ma come <hi rend="italic">occasione indiretta</hi> a promuovere ed educare alcune virtù individuali e sociali, che della civiltà sono fattori integranti.</p>
          <p>Nell'ordine etico e religioso, il possesso di qualche parte di ricchezza, che assicuri l'esistenza fisica delle generazioni, è una condizione perché queste tranquillamente si drizzino alla coltura dello spirito e si mantengano fedeli alla legge morale. Male si attende alla perfezione etica da popolazioni che quotidianamente vivono sotto l'angustia di estremi bisogni fisici; ed anzi esse si trovano sullo sdrucciolo del delitto (<hi rend="italic">malesuada fames et turpis egestas</hi>);e viceversa il benessere diffuso, e in ispecie la piccola proprietà, educa popolazioni oneste e conservatrici. Così la povertà, cioè il possesso del necessario alla vita, fu sempre e in ispecie dal cristianesimo tenuta in pregio per il suo valore morale; non così la miseria.</p>
          <p>Nell'ordine civile, il possesso di ricchezza conferisce, con la indipendenza economica, anche alla indipendenza delle proprie opinioni, delle proprie azioni, della propria coscienza. I tempi di decadimento, in cui la ricchezza si concentra in poche mani o degrada, si contrassegnano per abitudini di <pb n="1.34" />servile adulazione. I forti caratteri morali raramente si possono educare nei volghi, che vivono tuttodì alla necessaria dipendenza di coloro che col lavoro porgono ad essi i mezzi indispensabili di sussistenza. Viceversa nei ceti aristocratici, p. e. in Inghilterra, specialmente se ricchi del possesso fondiario (il più stabile fra tutti), la originalità di pensiero, la fede nelle tradizioni e la indipendenza del carattere, formano quasi un privilegio di quelle classi doviziose.</p>
          <p>Nell'ordine politico, è evidente quanta parte abbia la ricchezza di una nazione sopra la sua indipendenza dall'estero, non solo per i mezzi di difesa contro le invasioni militari, ma ancora per rimuovere pretesti di straniero ingerimento o di pressione nell'amministrazione indigena, specialmente in tempi in cui la partecipazione al credito pubblico è universale. I creditori forestieri di uno Stato povero e finanziariamente disordinato possono, per mezzo dei rispettivi governi, rendere mancipia una nazione mediante una guerra di borsa contro il consolidato di essa, o mediante il rifiuto di sussidi peculiari in tempi di necessità, o mediante la pretesa di una sorveglianza interna. È questo il caso del Portogallo rispetto all'Inghilterra, dell'Egitto e della Porta rispetto a tutti gli Stati europei. Nella politica costituzionale interna, può affermarsi che in buona parte la ricchezza delle varie classi è condizione e misura della <pb n="1.35" />ispettiva partecipazione alla sovranità. Dove il ricco è uno solo in mezzo a un volgo di miserabili, come nei paesi orientali, grandeggia il dispotismo; dove unica ricchezza è il possesso fondiario prevale il feudalismo; lo svolgersi accanto ad esso della ricca borghesia genera la monarchia mista, ove sono rappresentati i due stati, della proprietà immobiliare e della mobiliare; il prorompere e fiorire dei nostri Comuni medioevali della democrazia mezzana (borghesia grassa) è il risultato del trionfo della ricchezza mobile che riesce ad elidere l'importanza della ricchezza immobiliare. Un regime di ordinata libertà, che a tutte le classi conceda equa parte nel pubblico governo, suppone una relativa diffusione di benessere economico; e così oggi l'allargamento progressivo del suffragio non apporta dappertutto lo spirito democratico nella pubblica cosa, se a quello non corrisponda una graduale elevazione dello stato materiale delle moltitudini, come realmente oggi accade nell'Inghilterra.</p>
          <p>La qualità stessa preponderante della ricchezza decide sull'indirizzo della vita politica. Dove prevale il possesso terriero, questo ripercuote sul governo tendenze conservative; dove rapida si accumula la ricchezza mobiliare, in quello si trasfonde lo spirito progressivo e insieme un riflesso di utilitarismo sistematico ossia una politica da <pb n="1.36" />mercanti; dove le moltitudini povere e nullatenenti pesano sulla bilancia del governo, questa oscilla ed è prona a convulsioni, nelle quali quelle nulla hanno da perdere. L'ordine nella libertà meglio invece si garantisce, ove si trovi in debito equilibrio ogni forma o specie di ricchezza.</p>
          <p>Limiti di tale importanza. - 1. Tale è l'importanza speculativa e pratica di questa scienza; la quale però non deve essere esagerata, come avviene in qualche momento storico, quello p. e. che dalla rivoluzione francese pervenne sino a noi; e ciò per non violare i criteri di rigorosa trattazione scientifica, e generare dannose illusioni.</p>
          <p>La scienza economica non è dottrina unica o suprema nel ciclo delle stesse scienze sociali, sì da porgere essa soltanto la spiegazione di tutti i problemi degli umani consorzi. Ciò poté credersi nel secolo XIX, in cui, scaduto l'ossequio dei veri filosofici, della scienza etica e della verità religiosa, parve che tutti i rapporti civili si potessero giustificare col criterio dell'utile, e che perciò potessero essere illustrati dalla scienza economica, che è dottrina dell'utile per eccellenza. Ma il progresso stesso dell'enciclopedia sociale, distinta in tanti rami diversi, dimostra che l'economia non ne è che una parte subordinata, quella che studia la civiltà nei suoi mezzi esterni materiali; sopra del quale <pb n="1.37" />aspetto aleggiano e sopravanzano le leggi spirituali e finali che compongono l'essenza dell'ordine sociale di civiltà. Anzi oggi rimane dai più riconosciuto, che gli stessi problemi della ricchezza non possono appieno comprendersi senza risalire a cagioni etiche, giuridiche, politiche, religiose, ecc., le quali trascendono la competenza della economia.</p>
          <p>Né la ricchezza, con gli appagamenti che può arrecare, forma praticamente il fine ultimo della esistenza umana. E perciò la vita economica non riassume tutta la vita sociale dei popoli e non ne governa esclusivamente i regolari procedimenti. Invero, se la ricchezza è presidio al condensamento morale, essa non lo genera; ed anzi, in qualche momento storico, l'esuberanza della ricchezza stessa, solleticando le cupidigie e quindi turbando il rispetto delle leggi etiche e religiose, diviene occasione di irritamento fra le classi e fomite alla crisi sociale. L'età nostra testimonia in tal guisa, che la ricchezza ha importanza e nobiltà, soltanto nella misura che essa conferisca effettivamente ai fini spirituali della civiltà.</p>
          <p>2. Il tema dei limiti entro cui va contenuta la importanza dell'economia, oggi si ravviva di fronte a quella teorica che si intitola <hi rend="italic">concezione materialistica della storia</hi>,con cui pretendesi che la genesi della società ed i progressi della civiltà, normali od <pb n="1.38" />anormali, in tutti i riguardi della costituzione e vita sociale, giuridica, politica, del costume e della stessa religione, — seguano esclusivamente o prevalentemente il vario e successivo assetto ed indirizzo della vita economica. L'economia, in tal caso, non sarebbe unica (fra le sociali) ma dominatrice di tutte le altre. È un aspetto del moderno positivismo, di cui sono rappresentanti ed autori Engels, Marx, Rogers, Loria, Labriola, ecc. Già si disse come le vicende della ricchezza possano influire come <hi rend="italic">cause occasionali</hi> sopra importanti fenomeni politici, morali e di civiltà e sulle rispettive idee; ma quelle non ne sono le <hi rend="italic">cause prime ed efficienti</hi>.Ragione ed esperienza ammaestrano che l'<hi rend="italic">ordine delle idee definitivamente regge quello dei fatti</hi>,e analogamente le vicende dei fenomeni materiali della ricchezza non sempre antecedono o sono concomitanti, ma vengono seguaci (spesso tardive e lente) dello spirito, nella vita delle nazioni.</p>
          <p>La storia appunto smentisce quella teoria materialistica e conferma questa veduta più corretta. Lo sviluppo economico di Grecia e di Roma non oltrepassò mai la mediocrità, mentre gli ideali della cultura ed il fervore della vita civile e politica furono per lungo tempo altissimi. La religione di Cristo sorse e si propagò fra condizioni economiche le più differenti, ed affermando dottrine opposte alle <pb n="1.39" />circostanze dominanti. I precetti dell'abnegazione, della giustizia e carità furono insegnati ed accolti fra la povertà delle genti semitiche, fra l'opulenza egoista di Grecia e Roma, fra la selvaggia prepotenza degli invasori germanici: e soltanto dopoché ebbero rinnovato il mondo colle ragioni dello spirito, a quello lasciarono in eredità e premio la ricchezza delle repubbliche medioevali. Oggi stesso le dottrine socialiste non sono sempre il riflesso necessario di popoli sofferenti; spesso accanto al socialismo di stomaco vi ha quello di cervello, più tenace ed ardito fra popolazioni benestanti; e la storia dimostra che le commozioni socialistiche sono invece preparate prossimamente dall'ambiente economico viziato, ma remotamente dalle dottrine di solitari filosofi utopisti o sovvertitori.</p>
          <p>3. La regola dunque è l'opposto; e se qualche volta in momenti passeggeri critici gli interessi materiali possono imporre la lor legge deprimente o tirannica alle ragioni spirituali che formano la gloria della umanità, — a lungo andare e nei risultati definitivi la storia attesta per contrario, che le condizioni economiche sono il prodotto della qualità intrinseca e della varia altezza della vita intellettuale e morale dei popoli. Di qui anzi nuovo argomento per riconoscere importante lo studio dell'economia. Forse la Provvidenza attende che lo studio degli <pb n="1.40" />interessi materiali, così appassionato oggidì, testimoni che la prosperità o le sofferenze dell'ordine economico, non sono che il premio od il castigo dell'osservanza o della violazione delle leggi supreme della vita spirituale (Périn). Per questa via l'umanità sarà condotta a riconoscere l'eccellenza delle ragioni intellettuali e morali nei popoli, anzi delle stesse verità soprannaturali del Vangelo. È questo del resto il punto di vista da cui viene estimato il fenomeno economico anche da taluni seguaci di psicologia sociale e non soltanto dalla scuola etico-cristiana.</p>
          <p>
            <pb n="1.40" />
          </p>
          <p>
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        <div>
          <head>III. Definizione dell'economia sociale</head>
          <p>Definizione e sua analisi. ‒ L'economia sociale <hi rend="italic">è la scienza dell'ordine sociale della ricchezza</hi>.Più analiticamente può definirsi: «la scienza che studia la società umana, rivolta con la sua attività a procacciare e usufruire la ricchezza per tutti gli scopi legittimi dell'esistenza, affine di riconoscerne l'ordine razionale positivo di utilità, subordinato a quello morale, e dirigerne l'applicazione al miglior bene comune». La definizione contiene i tre termini che assegnano ad ogni disciplina la propria autonomia, cioè i criteri specifici per cui essa si distingue da altre scienze: l'<hi rend="italic">obbietto</hi>,l'<hi rend="italic">ufficio</hi>,lo <hi rend="italic">scopo</hi>. Occorre analizzarli.</p>
          <p>L'obietto è «la società umana rivolta con la sua attività alla ricchezza». Obbietto complesso, di cui il primo ed immediato è la <hi rend="italic">società</hi>: «aggregazione di tutti gli uomini, collegati fra loro da rapporti essenzialmente etici (società umana universale) e ulteriormente da vincoli giuridico-politici (società <pb n="1.42" />particolare politica o Stato) per il conseguimento dei fini armonici della civiltà». Fin qui l'economia ha un oggetto comune a tutte le scienze sociali, cioè la <hi rend="italic">società</hi> cooperante ai propri fini complessivi. Però fra le molteplici forme di attività che la società stessa dispiega ai suoi fini, l'economia studia soltanto quella che si rivolge alla <hi rend="italic">ricchezza</hi>;intendendosi per questa «il complesso delle cose utili materiali, accessibili alla operosità umana sociale». Sicché la società è l'oggetto generico, la ricchezza l'oggetto specifico (il particolare punto di vista o differenziale) che contraddistingue l'economia.</p>
          <p>L'ufficio, come è noto, di ogni scienza è duplice: l'uno teoretico, «riconoscere un ordine di veri», l'altro pratico, «porgere norme all'operare umano per fare applicazione dei veri riconosciuti al bene, cioè a scopi utili e onesti». Scienza però teorica e pratica, nei due suoi aspetti.</p>
          <p>1. L'<hi rend="italic">ufficio teoretico</hi> dell'economia è quello di «riconoscere l'ordine razionale-positivo di utilità dell'attività sociale riguardante la ricchezza». In particolare: </p>
          <p>
            <hi rend="italic">l'ordine dell'attività sociale</hi>. Ogni scienza che versa sul mondo reale, ha per compito di riconoscere, non già dei fatti isolati, ma il sistema dei rapporti che li collegano ad un fine. <hi rend="italic">Ordine</hi> è appunto «un insieme proporzionato di enti e di rispettive forze <pb n="1.43" /> (od energie) conversi ad un risultato». Perciò l'economia è chiamata a designare l'ordine compiuto dell'attività umana sociale rivolta alla ricchezza. E quindi: — l'ordine o sistema delle <hi rend="italic">cause</hi> che generano la ricchezza; — l'ordine o sistema dei procedimenti o <hi rend="italic">leggi</hi>,giusta le quali tali cause operano in relazione alla ricchezza stessa; — l'ordine o sistema degli <hi rend="italic">effetti</hi> che ne risultano.</p>
          <p>Ma un ordine di rapporti (assolutamente o relativamente) <hi rend="italic">necessario</hi>,perché dimostrato tale da esigenze di fatto e insieme da argomenti di ragione. La nostra scienza ricerca appunto l'<hi rend="italic">ordine razionale positivo</hi> dei rapporti sociali economici; quello cioè che sia né puramente ideale né puramente empirico, ma che risponda da un lato alle condizioni <hi rend="italic">di fatto</hi> in cui si dispiega l'attività economica, e da un altro ai dettami speculativi di ragione, che giustifica quel modo di esplicazione. L'economia così investiga, in rapporto alla ricchezza sociale, <hi rend="italic">non ciò che è</hi> in un certo momento (statistica), <hi rend="italic">né ciò che fu</hi> nella successione del tempo (storia) e <hi rend="italic">nemmeno ciò che dovrebbe essere</hi> sempre e dovunque per la natura propria e per la destinazione finale della ricchezza (filosofia); ma (avvertasi bene) <hi rend="italic">ciò che tende ad essere nei comportamenti normali</hi> dell'umana società volta all'acquisto ed uso dei beni materiali, avuto riguardo alle norme <hi rend="italic">speculative</hi> generali o speciali che regolano <pb n="1.44" />l'attività economica del mondo umano, ed alle circostanze positive o reali, ora costanti ora variabili, del mondo fisico, in cui questa è necessitata ad operare. Quindi rapporti e leggi normali, il cui opposto ripugnerebbe ad un tempo alla ragione speculativa ed all'osservazione positiva.</p>
          <p>Finalmente, di questo stesso ordine sociale della ricchezza, l'economia studia soltanto i <hi rend="italic">rapporti di utilità</hi>,coordinati a quelli di moralità. Data l'attività umana volta alla ricchezza, essa non investiga in essa le ragioni ed i precetti dell'onestà o moralità; ma, accettate (dalla filosofia) queste norme etiche che superiormente la governano, ne considera l'<hi rend="italic">efficacia utile</hi> rispondente a quei fini etici medesimi. In altre parole, ammesso che un atto relativo all'acquisto od uso della ricchezza sia lecito ed onesto, l'economia <hi rend="italic">definisce in qual modo e con quali procedimenti esso torni utile o proficuo</hi>,ossia più confacente a conseguire il <hi rend="italic">benessere materiale dei popoli</hi>, stromento alla sua volta al bene morale voluto dall'etica stessa.</p>
          <p>2. Il secondo <hi rend="italic">ufficio</hi> dell'economia, che dicemmo <hi rend="italic">pratico</hi> consiste nel «suggerire norme o precetti all'operosità sociale per comporsi dei congegni concreti, con cui tradurre in atto quei veri speculativi per maggiore utilità comune». Ciò forma appunto la dottrina della economia pratica per <pb n="1.45" />favorire lo sviluppo della ricchezza nelle nazioni. Essa risulta da:</p>
          <p>norme offerte all'attività spontanea degli uomini, per introdurre fra essi istituzioni confacenti alla ricchezza sociale (sistemi di associazione, d'imprese produttive, di banche, ecc.);</p>
          <p>norme, accorgimenti ed istituzioni da suggerirsi alla autorità pubblica per coadiuvare, col ministero delle leggi e dei mezzi politici, la prosperità materiale della nazione (leggi industriali, sistemi monetari, trattati commerciali);</p>
          <p>norme, finalmente, che si dettano allo Stato per meglio costituire ed erogare la propria ricchezza particolare (finanza), in modo che questa, servendo ai fini immediati di quello, non nuoccia ma piuttosto avvantaggi la ricchezza nazionale (ordinamenti finanziari).</p>
          <p>3. Ambedue questi uffici (teorico e pratico) sono integranti, ma non per questo si confondono. <hi rend="italic">Tutte le scienze sociali</hi>,compresa l'economia, <hi rend="italic">sono operative</hi> per eccellenza, nel senso che le loro leggi non si esplicano e traducono in atto se non per virtù della operosità umana, figlia alla sua volta del pensiero e della libera volontà. Lo Stato, p. e., non sorge senza l'opera pacifica o violenta di un fondatore, né senza il consenso od acquiescenza dei consociati; e la ricchezza non si moltiplica senza la <pb n="1.46" />intelligenza e la energia dei popoli; mentre i fenomeni del calore e dell'elettricità si avverano anche indipendentemente dall'uomo. Ma rimanendo sempre una scienza operativa, altro è additare al pensiero i procedimenti che razionalmente rispondono all'utile di conformità alla natura degli uomini e delle cose; altro è suggerire con quali congegni, istituti, presidi, quest'utile possa essere tradotto in atto fra i popoli. — Lo studio, p. e., del concetto essenziale di credito e della sua funzione nella circolazione dei beni, è compito di economia teoretica (pura); gli ammaestramenti intorno alla varia organizzazione ed operazioni del credito nelle banche è compito di economia pratica (applicata).</p>
          <p>Risultano di <hi rend="italic">teorie</hi> l'una come l'altra, come due parti della stessa scienza; soltanto l'una indica <hi rend="italic">quali criteri</hi> deve seguire l'operosità sociale perché torni utile; l'altra suggerisce <hi rend="italic">di quali stromenti o presidi</hi> essa deve essere munita e con quali avvedimenti questi devono essere impiegati per la maggior efficacia utile dell'operosità stessa. Similmente è scienza tanto la meccanica pura che tratta delle leggi dinamiche del cosmo, quanto la meccanica applicata alle macchine a vapore od elettriche, la quale insegna giusta quali formule le macchine devono essere congegnate e messe in opera, perché forniscano il loro rendimento utile. Soltanto quella riguarda <pb n="1.47" />immediatamente le forze dell'universo, questa mediatamente i congegni che l'uomo si compone, per profittare di quelle forze stesse.</p>
          <p>L'economia pertanto <hi rend="italic">è scienza</hi> in tutta la sua ampiezza, e la denominazione di teoretica (pura) e pratica (applicata) non accenna che ai <hi rend="italic">due uffici</hi> di essa. È sempre la dottrina dell'utile riferita dapprima immediatamente all'attività umano-sociale, e dappoi mediatamente alle istituzioni erette dall'uomo, perché concorrano alla più compiuta esplicazione di quella. Con tali spiegazioni più conformi al linguaggio ed ai concetti dottrinali moderni, forse perdono importanza le polemiche ormai antiquate intorno ai concetti di scienza, arte e alle subordinate denominazioni scientifiche, in relazione all'economia (Cossa, Wagner, Schönberg).</p>
          <p>Scopo. ‒ Per tutte le scienze v'ha uno <hi rend="italic">scopo generico</hi>:conferire al bene umano mercé una più completa conoscenza del vero.<note n="2"> Il definire lo scopo di una scienza, ossia di un sistema di veri, è compito legittimo che oggi, di contro al positivismo il quale escludeva la ricerca dei fini, tende a rivendicarsi nelle stesse discipline naturali, e più in quelle morali umane (per merito speciale della scuola etico-economica). La scienza non ha un fine in sé (la scienza per la scienza), bensì nel bene proprio di ciascun essere e per noi del bene umano, che è il fine della vita, al cui conseguimento serve la scienza, in quanto il conoscere è lume e guida all'operare (la scienza per la vita). Il fine specifico perciò di ogni scienza non è arbitrario, è quello proprio della natura di quell'ordine di esistenze, che ognuna particolarmente indaga. La natura e costituzione dell'essere rivela il suo fine; e questo determina la funzione (od operazione), convergente a raggiungere il fine stesso, in cui sta il bene, cioè il godimento della pienezza dell'essere. Nelle scienze morali sociali in ispecie, senza conoscenza della serie intera dei fini vien meno il criterio del normale e dell'anormale. Bensì vi hanno fini prossimi ed altri remoti, ed è in questo ultimo senso che parlasi oggi di ricerche teleologiche (filosofiche) cioè di fini ultimi del mondo umano e del cosmo. </note> Ma vi ha ancora uno <pb n="1.48" /><hi rend="italic">scopo speciale</hi> proprio di ciascuna scienza: quello che corrisponde alla natura specifica di un dato ordine di essere o di fatti reali. Conviene definirlo, perché da questo scopo speciale dipende la legittimità o meno delle leggi speculative e delle provvidenze pratiche, contemplate da un ramo di ricerche. Se quelle conducono al determinato fine, significa che esse sono conformi a natura e perciò <hi rend="italic">normali</hi>;se vi dissentono, apparisce che esse ne sono una deviazione e perciò <hi rend="italic">anomale</hi>.</p>
          <p>Per l'economia sociale che versa intorno ai rapporti che intercedono fra la <hi rend="italic">ricchezza</hi> (cioè i beni materiali) e l'operosità sociale umana (cioè di uomini viventi nel comune consorzio, per fini essenzialmente etici), lo scopo risulta designato così: — il <hi rend="italic">benessere materiale</hi>,cioè quel bene prossimo che consiste nel possesso e godimento della ricchezza; — ma riferito non già ad un singolo individuo od <pb n="1.49" />ente privato, bensì alla <hi rend="italic">società,</hi> la quale è un ente collettivo, che si estende nello <hi rend="italic">spazio</hi> e si perpetua nel <hi rend="italic">tempo</hi> con tendenze di perenne <hi rend="italic">miglioramento</hi>;benessere materiale alla sua volta (come fine prossimo ad un fine ultimo) al <hi rend="italic">bene ultimo morale</hi>.</p>
          <p>Riassumendo pertanto: «è scopo dell'economia coadiuvare, colle sue teorie e colle sue norme, il conseguimento del benessere materiale, il più diffuso fra tutte le classi e le nazioni, il più continuato e progressivo nel tempo, con le modalità e nella misura in cui esso conferisca all'intrinseca ed indefinita perfezione spirituale della civiltà». In tal caso rifulge ancor meglio la proposizione, che l'economia sociale è anch'essa un aspetto della <hi rend="italic">dottrina dell'incivilimento</hi>,considerata cioè nei mezzi esterni materiali che lo apprestano. Donde appare quale sia la serie dei fini a cui deve conformarsi l'attività economica per essere normale: — l'utile materiale individuale e collettivo, scopo proprio della nostra scienza; — tutti i beni giuridici, politici, intellettuali, etici, che si sostanziano e sintetizzano nel progresso dei beni immateriali o spirituali, per i singoli e per l'umanità, in cui è civiltà; — guarentita e integrata questa dal bene supremo religioso, nella vita comune terrena, che si consuma in quella ultramondana sovrannaturale.</p>
          <p>Partizione dell'economia sociale. — Dietro le <pb n="1.50" />spiegazioni che riguardano il duplice ufficio dell'economia, si può designare la <hi rend="italic">partizione</hi> di essa.</p>
          <p>I. <hi rend="italic">Scienza dell'economia sociale</hi>,che studia l'ordine <hi rend="italic">teoretico</hi> delle cause e delle leggi della ricchezza nella società umana universale.</p>
          <p>Questa si suddistingue così: <hi rend="italic">a</hi>)dell'ordine economico <hi rend="italic">costitutivo</hi>,cioè delle <hi rend="italic">cause</hi> o fattori generali di esso; e tali i principi direttivi, i fatti primi elementari e le istituzioni fondamentali che compongono e reggono la società umana in relazione alla ricchezza; <hi rend="italic">b</hi>)dell'ordine economico <hi rend="italic">attivo,</hi> cioè delle <hi rend="italic">leggi</hi> dell'operosità economica nei singoli suoi momenti, quali: — la produzione — la distribuzione — l'uso o consumo della ricchezza — la circolazione o scambio della ricchezza; <hi rend="italic">c</hi>)dell'ordine economico <hi rend="italic">finale</hi>, cioè degli <hi rend="italic">effetti</hi> o risultati di esso ossia del benessere materiale, in relazione allo sviluppo dei bisogni sieno personali, sieno collettivi della società e dei fini essenzialmente spirituali della civiltà.</p>
          <p>II. <hi rend="italic">Scienza dell'amministrazione economica</hi>,che studia il sistema <hi rend="italic">pratico</hi> delle istituzioni, presidi e norme applicative, con cui tradurre in atto e favorire lo sviluppo delle leggi teoretiche della ricchezza nei popoli. La quale alla sua volta si suddistingue in: </p>
          <p>
            <hi rend="italic">a</hi>)scienza dell'amministrazione <hi rend="italic">economico-sociale</hi>, cioè dell'ordinamento e gestione di istituti che la società stessa introduce per avvalorare la propria attività (banche, borse, sodalizi cooperativi, casse di risparmio, Camere del lavoro ecc.); <hi rend="italic">b</hi>)scienza della <pb n="1.51" />amministrazione <hi rend="italic">economico-politica</hi> (o politica economica), che definisce quale sia il compito dello Stato per tutelare colle sue leggi e integrare colla sua azione pratica lo sviluppo della ricchezza nei popoli; <hi rend="italic">c</hi>)scienza dell'amministrazione <hi rend="italic">economico-finanziaria</hi>,che determina i criteri e i modi con cui procurare, gestire ed erogare i mezzi economici dello Stato (finanza) per tutti i fini politici di esso.</p>
          <p>La prima (amministrazione economico-sociale) è la parte pratica, accanto a quella teoretica, della economia sociale: come due aspetti dell'attività economica dei popoli; e giova pertanto studiarle parallelamente, sicché ad ogni legge teoretica (p. e. del credito) segua il meccanismo di attuazione (p. e. la banca, ecc.).</p>
          <p>Le due ultime invero sono parti distinte ma integranti di due <hi rend="italic">scienze autonome</hi>,l'una la scienza della pubblica amministrazione in tutta la sua ampiezza, l'altra della finanza; — delle quali quella ha obbietto immediato lo <hi rend="italic">Stato</hi> e le sue <hi rend="italic">funzioni</hi> e non la società; e questa la <hi rend="italic">ricchezza</hi> bensì ma <hi rend="italic">in quanto spetti allo Stato</hi> come ente distinto dalla società e per fini suoi propri; sicché i criteri direttivi non sono soltanto economici ma prevalentemente civili, giuridici, politici. Non si può pertanto (come in passato) <pb n="1.52" />identificare queste due scienze coll'economia sociale propriamente detta.</p>
          <p>Non assorbendole pertanto nella economia, questa tuttavia dovrà trattarsi in relazione intima con esse; ricercando cioè le leggi di sviluppo della ricchezza nei popoli, in rapporto non solo con le istituzioni sociali spontanee che la promuovono ed avvalorano, ma anche con la legislazione e con l'azione politica dello Stato che l'assicurano e coadiuvano, nonché con le influenze che sovra di esse esercita il regime finanziario.</p>
          <p>
            <pb n="1.53" />
          </p>
        </div>
        <div>
          <head>IV. Caratteri dell'economia</head>
          <p>Si desumano dall'<hi rend="italic">obbietto</hi>,<hi rend="italic"> ufficio</hi>,<hi rend="italic"> scopo</hi> di essa testé rilevati nell'analisi della definizione, posti al paragone con altri ordini di conoscenze.</p>
          <p>Rispetto all'obbietto. ‒ 1. Ecco i tratti caratteristici dell'economia.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">È</hi>
            <hi rend="italic">scienza morale</hi>.L'economia appartiene al novero delle <hi rend="italic">scienze morali</hi> che hanno per oggetto l'essere e l'attività dell'uomo, ente ragionevole e libero. L'economia invero, comunque versi intorno alle ricchezze dei popoli, non investiga infatti le proprietà fisico-chimiche delle materie, né gli stromenti e apparecchi tecnici per modificarle ed adattarle agli usi umani, bensì essa studia la <hi rend="italic">energia umana</hi>,che si dispiega esteriormente ad acquisire e comporsi cose materiali utili (ricchezza) per la soddisfazione dei legittimi <hi rend="italic">bisogni umani</hi> cioè per il conseguimento dei fini dell'esistenza. <hi rend="italic">Le sue leggi perciò sono umane</hi> per eccellenza, sia per la fonte (la causa), che è la potenza operativa dell'uomo, sia per il termine che è la <pb n="1.54" />soddisfazione ossia il raggiungimento dei fini dell'uomo stesso; sicché la materia di cui consta la ricchezza si considera come un <hi rend="italic">prodotto</hi> di quelle virtù umane ed un <hi rend="italic">mezzo</hi> a questi fini umani. L'economia così è una scienza <hi rend="italic">morale</hi>;appunto nel senso che studia un ordine di rapporti, che riguardando l'uomo, non sono già fatali, ma <hi rend="italic">riconosciuti dalla ragione e tradotti in atto liberamente dalla volontà per fini onesti e doverosi</hi>.Essa così si distingue dalle <hi rend="italic">scienze fisico-naturali</hi> e dalle loro dottrine di applicazione, come p. e. la tecnologia.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">È scienza sociale</hi>.Nell'ampio ciclo delle scienze morali essa si ascrive però al gruppo delle scienze <hi rend="italic">sociali,</hi> che studiano la costituzione e la vita della società umana, per i fini complessivi di questa. Analogamente l'economia ricerca bensì <hi rend="italic">l'attività umana</hi> volta alla ricchezza, ma non già per parte di singoli individui e per fini immediati di benessere privato, bensì per parte dei popoli e per il <hi rend="italic">fine del benessere generale</hi> di essi. Così si distingue dall'economia <hi rend="italic">privata</hi> (domestica, industriale, agraria, mercantile, ecc.) e serba per sé legittimamente il nome di economia <hi rend="italic">sociale</hi>.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">È scienza edonistica</hi>.Infine essa appartiene alla categoria delle scienze <hi rend="italic">edonistiche</hi> o dell'<hi rend="italic">utile</hi>,che versano intorno ai mezzi confacenti a conseguire un risultato finale. Come tale, non è dottrina di <hi rend="italic">fini</hi><pb n="1.55" />dell'uomo e della società, bensì soltanto di <hi rend="italic">mezzi</hi>, quali appunto le ricchezze, che sono il complesso di cose materiali utili, cioè serventi ai bisogni dell'uomo; o, se si voglia, dottrina di <hi rend="italic">fini prossimi</hi>,quali p. e. il più copioso e duraturo possesso della ricchezza e il suo godimento; ma come mezzo al più completo conseguimento dei <hi rend="italic">fini ultimi</hi> della civiltà, non disgiunti alla loro volta da quelli supremi ultramondani in Dio. Così l'economia si distingue <hi rend="italic">dall'etica</hi> o dottrina del fine morale e dei doveri che ne conseguono, e dal <hi rend="italic">diritto</hi> o dottrina del fine civile e delle obbligazioni esterne-coattive che ne derivano; e rimane la dottrina dell'utile, in relazione a quei fini stessi etico-giuridici.</p>
          <p>Anzi l'economia è scienza <hi rend="italic">dell'utile esterno materiale</hi>.Altre scienze sociali mirano all'utile comune, come, p. e., la <hi rend="italic">scienza politica</hi>;ma questa suggerisce i principi e le norme <hi rend="italic">dell'utile esterno immateriale</hi>,consistente nel benessere civile, ossia nella più soddisfacente convivenza fra i cittadini o fra le nazioni, per quanto dipenda dalla azione tutrice e promotrice dello Stato. Invece l'economia intende a quell'utile, che è inerente al possesso delle cose esterne sensibili e che perciò dicesi <hi rend="italic">benessere materiale</hi>.Così essa, per il suo carattere di dottrina <hi rend="italic">dell'utile esterno materiale</hi>,si distingue da altre scienze sociali, che sono dottrine dell'<hi rend="italic">utile esterno immateriale</hi>;l'una come le altre <pb n="1.56" />convergendo poi alla dottrina del <hi rend="italic">benessere interiore morale</hi>,in cui è il fine sostanziale degli umani consorzi.</p>
          <p>Questi caratteri che spettano all'economia, di dottrina morale, sociale, edonistica (di utilità materiale), desunti dall'obbietto, servono così ad assegnarle la piena <hi rend="italic">autonomia</hi>,cioè la rigorosa distinzione (non separazione) da altre scienze.</p>
          <p>2. Bensì non mancano le contraddizioni in proposito: il carattere di dottrina <hi rend="italic">morale</hi>,che studia rapporti fondati immediatamente sulla ragione e la libera volontà dell'uomo (il quale scorgendo un fine sceglie ed attua senza alcuna intrinseca coercizione, i mezzi e procedimenti che vi conducono) è menomato spesso dalla <hi rend="italic">scuola classica</hi>,la quale tende a considerare il sentimento dell'utile come <hi rend="italic">un impulso psichico istintivo</hi> (deterministico), che la ragione non è chiamata che ad interpretare e svolgere deduttivamente, e che il volere non può correggere o disviare dalle sue universali e costanti direzioni. Esso pure è poi rifiutato interamente dalla <hi rend="italic">scuola positivistica,</hi> per cui i rapporti economici identifica con quelli del mondo fisico, per virtù di forze fatali cosmico-biologiche.</p>
          <p>Si risponde: — l'<hi rend="italic">utile</hi> èun sentimento affettivo, ma ancora è un giudizio della mente; e quanto la ragione non segua sempre gli uniformi istinti dell'utile, lo chiariscono i dubbi e la varietà dei giudizi presso i popoli e gli scienziati intorno all'utile nelle <pb n="1.57" />molteplici sue applicazioni; e quanto il libero volere non lo subisca, ma lo domini, è dimostrato dal fatto che non mai nella vita pratica l'utile procede irrefrenato, ma contenuto da altri sentimenti più nobili; ed anzi taluni rapporti si fondano sulla negazione dell'utile, cioè sulla rinunzia della ricchezza per fini superiori morali. Qualche scuola (Schmoller, Wagner, Marshall) insiste sopra queste influenze psicologiche e morali sull'economia sociale; sicché taluno (Dargun) propone eccessivamente di distinguere due economie, la prima fondata sull'<hi rend="italic">egoismo</hi>,la seconda sull'<hi rend="italic">altruismo</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Inoltre, ammesso pure il sentimento dell'utile, il carattere morale alla scienza rimane intero; perché la ragione e la libertà esercitano il loro impero sugli atti economici, tanto che esse secondino quanto che esse contrastino le tendenze dell'utile, nel primo caso liberamente approvandole, nel secondo liberamente infrenandole. — L'identificare poi l'economia con le <hi rend="italic">scienze fisiche</hi> equivarrebbe a distruggere tutta la <hi rend="italic">storia economica</hi>,la quale nelle cause e procedimenti della ricchezza dei popoli non presenta alcuna rassomiglianza con le leggi della fisica, della geologia e simili. — Anzi bisognerebbe distruggere tutta la storia del sapere umano, che sempre distinse tre immensi domini, quello della teologia (Dio), quello delle scienze morali (uomo) e quello delle scienze fisico-naturali (il cosmo), <pb n="1.58" />distinzione che oggi si tende, come dicemmo, a rivendicare. — Infine i tentativi del positivismo moderno di ricondurre le leggi dell'economia sotto quelle dell'evoluzione materiale cosmica (monismo di Spencer e di Haeckel) furono invero dei meno felici e dei più contrastati. Ciò si vedrà nei cenni storico-dottrinali.</p>
          <p>Tende inoltre a sminuire all'economia il carattere di <hi rend="italic">scienza sociale</hi> la scuola <hi rend="italic">individualista</hi>,considerando quella nulla più che come una <hi rend="italic">estensione</hi> della <hi rend="italic">economia privata</hi>.Ma la società non è un accostamento parallelo di individui o di famiglie, bensì un organismo risultante da parti autonome gerarchicamente coordinate ad unità; e ciò attribuisce ai canoni della economia privata una forma più complessa, trasformandola in dottrina <hi rend="italic">sociale</hi> per eccellenza.</p>
          <p>Disconosce infine il carattere <hi rend="italic">edonistico</hi> all'economia chi vorrebbe farne un capitolo dell'etica, a fine di nobilitarla. Non già l'oggetto generico, che è l'attività sociale volta alla ricchezza, è comune all'etica ed all'economia; ma l'oggetto specifico ossia il punto di veduta è differente: per l'una la <hi rend="italic">onestà</hi> dell'atto, per l'altra la <hi rend="italic">utilità</hi> di esso; ciò che non detrae all'economia il carattere di scienza morale, perché studia pur sempre leggi dipendenti dal retto uso della ragione e del volere.</p>
          <p>Rispetto all'ufficio. ‒ 1. Altri tratti caratteristici si desumono dall'ufficio scientifico della <pb n="1.59" />economia; e servono ad assegnarle il <hi rend="italic">grado di elevazione</hi> nell'enciclopedia del sapere.</p>
          <p>L'<hi rend="italic">economia sociale</hi><hi rend="bold">è</hi> una <hi rend="italic">vera scienza</hi> (e non già una semplice <hi rend="italic">disciplina scientifica</hi>)in tutta la sua dignità e pienezza. E ciò valga per quanti tendono a degradarla quasi una disciplina (empirica) espositiva di <hi rend="italic">fatti</hi> o di semplici <hi rend="italic">rapporti contingenti</hi>,come le dottrine descrittive della botanica, della zoologia od anche della statistica e della storia. Essa invece è dottrina di <hi rend="italic">leggi dimostrate</hi> e perciò di rapporti <hi rend="italic">assolutamente</hi> o<hi rend="italic"> relativamente necessari</hi>.Lo stesso sentimento comune lo comprova; gli studiosi ed il pubblico infatti, volgendosi all'economia con tanto fervore ed interessamento, non attendono da essa di apprendere soltanto la storia della ricchezza, ma di assicurarsi delle cause e delle leggi giusta le quali <hi rend="italic">può e deve ragionevolmente</hi> svilupparsi la ricchezza stessa a beneficio dei popoli; ciò che deriva soltanto dal carattere di dottrina di leggi razionalmente necessarie.</p>
          <p>Essa è ad un tempo scienza <hi rend="italic">teoretica</hi> e <hi rend="italic">pratica</hi> (pura ed applicata) nel senso già espresso più sopra. Non si limita a definire quali sieno le leggi dell'<hi rend="italic">utile</hi>,rispondenti alla natura dello spirito umano a contatto con il mondo esterno, ma soggiunge con quali <hi rend="italic">istituzioni e congegni</hi> quelle leggi razionali positive devono essere avvalorate e tradotte in atto a <pb n="1.60" />beneficio comune. In ciò simile alle <hi rend="italic">scienze fisiche</hi>,le quali non si limitano a ricercare, come dicemmo, la natura e le leggi della elettricità, ma soggiungono anche con quali apparecchi e processi esse possano convertirsi in una forza utile illuminante e motrice. E così p. e.: — <hi rend="italic">dottrina del lavoro</hi>,dei suoi fattori, della sua efficacia, ma insieme associazioni produttive, scuole d'arti, leggi e provvedimenti pubblici, che valgono a conservare le integrità ed a favorire lo sviluppo del lavoro stesso; — <hi rend="italic">teorica del risparmio</hi>,sua genesi, forme, funzioni, limiti, ma ancora precetti per costituire analoghe casse di risparmio, banchi di circolazione, ecc.; — <hi rend="italic">divisione del reddito</hi> e delle classi economiche, ma insieme corporazioni che ne coadiuvino e rinsaldino praticamente gl'interessi; —<hi rend="italic">emigrazione</hi>,ragioni, procedimenti ed effetti, ma del pari istituti sociali di patronato, leggi di Stato per disciplinarla, ecc. In tal modo l'ufficio della scienza riesce esauriente, giusta i bisogni umani fra loro connessi del conoscere e dell'operare. In ciò la condanna di quei cultori che considerano l'economia — o come una dottrina <hi rend="italic">trascendentale</hi> ad erudizione delle menti, senza alcuna rispondenza con le applicazioni della vita (come alcuni rami delle matematiche superiori, che versano intorno a rapporti quantitativi <hi rend="italic">possibili</hi> e non ancora <hi rend="italic">reali</hi>), — o soltanto come un'<hi rend="italic">arte pratica</hi> (da banchieri o speculatori), senza appoggio di <pb n="1.61" />precedenti teorie speculative. Insomma è scienza compiuta, di cui quegli aspetti non sono che due parti integranti.</p>
          <p>Come tale anzi (in. ambedue questi aspetti <hi rend="italic">teoretico</hi> e <hi rend="italic">pratico</hi>), èscienza <hi rend="italic">generale</hi> e <hi rend="italic">speciale</hi>;studia cioè le leggi <hi rend="italic">prime</hi> e fondamentali di carattere universale, figlie delle cause e dei fini essenziali dell'attività economica; ma ancora le leggi <hi rend="italic">seconde</hi>,cioè le inflessioni accidentali o contingenti che quelle subiscono al contatto della varietà di stirpe, di territorio, di clima, di educazione, di tradizioni, di istituti sociali e politici, in breve di ogni forma specifica o grado di avanzamento di civiltà. Ciò pure a somiglianza di altre scienze; — come la filosofia e le matematiche, che prima isolano il caso da elementi secondari e accidentali e ne danno la formula più semplice, per rinvenire la soluzione più sicuramente, e poi lo integrano di funzioni più numerose e complesse, per arricchirlo di altre particolari soluzioni sempre più applicabili alla realtà del mondo concreto; — o come le scienze naturali, che prima tracciano la <hi rend="italic">fisionomia tipica</hi> di una <hi rend="italic">specie</hi> animale o vegetale, per poi discendere a descrivere le inflessioni e modalità accidentali che distinguono le singole <hi rend="italic">famiglie</hi>,da cui la specie risulta. In tal guisa mercé una serie di leggi di più in più specifiche, la raffigurazione del vero si avvicina alla <hi rend="italic">realtà concreta</hi> della società economica, che si diffonde nel <pb n="1.62" />globo con tante varietà di atteggiamenti, e si perfeziona nell'incivilimento con tanti gradi di elevazione.</p>
          <p>2. Qui pure però v'hanno contraddizioni. — Altri fra gli economisti, chiamano <hi rend="italic">scienza</hi> soltanto la ricerca <hi rend="italic">teoretica</hi> perché <hi rend="italic">indica ciò che è vero</hi>,e chiamano <hi rend="italic">arte</hi> la ricerca pratica, che <hi rend="italic">prescrive ciò che è da farsi</hi>.Ciò non sembra corretto. L'ufficio <hi rend="italic">teoretico</hi> e<hi rend="italic"> pratico,</hi> l'uno che addita ciò che <hi rend="italic">tende ad essere</hi> razionalmente nella ricchezza e l'altro ciò che <hi rend="italic">deve farsi</hi> per trarne profitto, non sottrae la duplice ricerca al carattere comune di <hi rend="italic">scienza,</hi> quando i veri puri od applicati si desumano dalla corrispondenza colla natura reale e coi fini razionali degli uomini e della società. Altri-menti dovrebbe dire un'<hi rend="italic">arte</hi> l'etica e le scienze politiche perché regolano la condotta umana, insegnando ciò che essa deve operare.</p>
          <p>Né può approvarsi l'attribuire carattere di vera scienza soltanto alle <hi rend="italic">teorie astratte</hi> dell'economia, desunte dal concetto dell'<hi rend="italic">utile</hi>, ciò che alcuni intitolano in senso strettissimo <hi rend="italic">economia pura</hi>,prescindendo da ogni ricerca di inflessioni e limiti, che a quelle leggi dell'<hi rend="italic">utile</hi> derivano o dalla morale o da altre relazioni sociali o da circostanze di tempo e di spazio; ricerca cui riservano il titolo di economia applicata (scuola anglo-austriaca). Ciò può farsi per convenienza logica di esporre il vero massimamente nella sua espressione astratta e nelle sue leggi di <pb n="1.63" />tendenza finale; ma la scienza nel suo ufficio integrale risulterà sempre dalla esposizione sia di alcuni <hi rend="italic">principi</hi> o <hi rend="italic">veri primi</hi> essenziali e di tendenza astratta sia di <hi rend="italic">veri secondi</hi> che, forniti sempre di un qualche grado di generalità, ritraggono gli altri aspetti concreti della società. Allora soltanto l'<hi rend="italic">ordine ideale</hi> e <hi rend="italic">scientifico</hi> risponde integralmente all'<hi rend="italic">ordine reale degli esseri</hi>.</p>
          <p>Finalmente si nega all'economia tutta intera il carattere e la dignità di <hi rend="italic">scienza</hi>,perché i suoi veri mancano di certezza, o puramente razionale (speculativa) o puramente positiva. Si risponde: invero essa non è solamente razionale, sicché i suoi veri si dimostrino con soli argomenti di ragione (come la metafisica o la matematica), né solamente positiva (come la fisica o la chimica) ossia giustificata da argomenti di sola osservazione. Ma conforme alla sua natura, essa partecipa dei modi di dimostrazione e quindi dei gradi di certezza di ambedue questi ordini di dottrine. Ogni sua legge trovasi chiarita e comprovata dalla sua rispondenza con gli imperativi di <hi rend="italic">ragione</hi> e colla <hi rend="italic">esperienza</hi> dei popoli. Tutt'altro adunque (come talora si accusò) di mancare di carattere di certezza, da cui si misura il valore scientifico, l'economia si convalida cogli argomenti dimostrativi degli altri due grandi rami di scienze, le une puramente razionali, le altre puramente positive.</p>
          <p>Rispetto allo scopo, finalmente, l'economia <pb n="1.64" />(comunque autonoma e fornita di tutta la dignità di scienza) non è<hi rend="italic"> dottrina teleologica</hi>,ossia di ragioni e finalità ultime, come invece la filosofia per eccellenza; ma <hi rend="italic">deontologica</hi>,cioè scienza riguardante uno degli ordini di fatto, da cui risulta l'universo. Essa perciò non è<hi rend="italic"> suprema</hi> ma subordinata ad altre scienze superiori, come dottrina di <hi rend="italic">mezzi utili</hi> (<hi rend="italic">materiali</hi>)serventi a scopi superiori; sicché le sue leggi non possono appieno designarsi e dimostrarsi che attingendo criteri alle scienze speculative e teleologiche. Ciò apparirà meglio nel tema delle attinenze di essa con altri rami dello scibile, e in quello del metodo.</p>
          <p>
            <pb n="1.65" />
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          <head>V. Relazioni od attinenze dell'economia</head>
          <p>Nozioni generali. Obbiezioni. ‒ 1. Vi ha una <hi rend="italic">gerarchia</hi> fra le dottrine, fondata sopra la natura dello scibile e sopra quella della intelligenza umana investigatrice del <hi rend="italic">vero.</hi> Come l'universo (<hi rend="italic">tutto ciò che esiste</hi>)rivela una <hi rend="italic">graduazione</hi> di esseri, senza di cui sarebbe disordine reale, così la mente umana deve riconoscere una gerarchia di dottrine o di cognizioni riflesse (<hi rend="italic">scienze e discipline</hi>)senza di cui sarebbe disordine ideale. Del pari, come lo spirito umano nell'indagine del vero ha d'uopo di procedere dal noto per rinvenire l'ignoto, così deve accettare come presupposti i veri forniti da scienze logicamente anteriori o superiori, per ricercare i veri propri nella dipendenza da quelli ed in armonia con essi.</p>
          <p>Nulla di <hi rend="italic">arbitrario</hi> in questo tema delle <hi rend="italic">attinenze</hi> fra i vari rami dello scibile. Esso è così logicamente necessario che senza di esso la scienza fallirebbe al suo concetto essenziale, vale a dire di <hi rend="italic">ordine d'idee</hi>, riflettente nello spirito l'<hi rend="italic">ordine della realtà</hi>;e sarebbe <pb n="1.66" />impossibile la costruzione della scienza stessa, mancando il fulcro delle investigazioni. Nulla di più <hi rend="italic">conforme</hi> alla storia del sapere in genere. I tentativi degli ingegni, più comprensivi da Aristotele a s. Tommaso, Leibniz, Kart, Ampère, Spencer, Barth per comporre la <hi rend="italic">classificazione delle scienze</hi>,attestano la convinzione della esistenza di <hi rend="italic">gruppi</hi> bensì distinti di dottrine, ma fra di loro mutuamente collegati; ed anzi gli avanzamenti della cultura si rivelano con la crescente specificazione o distinzione delle scienze singole, integrata da un crescente coordinamento ad unità, mediante un più intimo vincolo di solidarietà. Prima pertanto di entrare a discutere i principi e le leggi di una scienza (per noi l'economia) occorre stabilire: — quali sieno scienze <hi rend="italic">anteriori</hi> o <hi rend="italic">superiori</hi>,rispetto a quella di cui si tratta; — in ciascuna di esse quali sieno i veri che han <hi rend="italic">diretta connessione</hi> con l'obbietto che questa ricerca; — ed ammessi questi veri forniti da altre scienze, quali sieno i <hi rend="italic">limiti</hi> che rispetto ad essi si debbono serbare, ed i <hi rend="italic">sussidi</hi> che se ne possono ritrarre.</p>
          <p>Queste indagini sulle <hi rend="italic">attinenze</hi> conducono a stabilire le <hi rend="italic">premesse</hi> che ogni scienza deve attingere fuori del proprio dominio; e precisamente le <hi rend="italic">premesse speculative</hi> (razionali astratte) da cui essa deve prendere le mosse per discendere poi nel dominio proprio e le <hi rend="italic">premesse positive</hi> (concrete o di fatto) <pb n="1.67" />su cui deve poggiare per salire a quel dominio medesimo. Guai se si sbaglia nella posizione di queste premesse! Se si assumono da superiori scienze speculative, postulati insufficienti ed errati, o se si parte da un complesso di nozioni di fatto incompiute e male interpretate, il fastigio che sta disopra e il fondamento che sta disotto al novello edificio scientifico, insieme congiureranno a rendere quest'ultimo informe e vacillante. Gran parte degli errori che si deplorano nella <hi rend="italic">economia sociale</hi> derivano da queste <hi rend="italic">premesse estrinseche</hi>, cioè da uno studio errato nelle attinenze sue con altri rami del sapere, che sono fuori di essa.</p>
          <p>2. Talora si osteggia questo <hi rend="italic">studio di relazioni scientifiche</hi>.Per taluni esso sembra ripugnante alla indipendenza di ogni scienza, perché l'autonomia completa esclude il bisogno di sussidi estrinseci. Per altri tale sussidio è superfluo; ogni scienza non essendo che un aspetto di una dottrina unica, con identità di principi e di leggi.</p>
          <p>La prima di queste obbiezioni (che è frequente negli scrittori così detti <hi rend="italic">classici</hi> dell'economia) apporta nel dominio dello scibile un falso preconcetto <hi rend="italic">autogenetico</hi>,per cui ogni ramo di scienza sorge da sé e si recide dal comune tronco del sapere. Vi ha in ciò un equivoco tra <hi rend="italic">autonomia</hi> ed <hi rend="italic">indipendenza</hi>. Ogni ramo del sapere analizza aspetti particolari del vero, giusta distinzioni che non sono arbitrarie ma fondate <pb n="1.68" />sulle <hi rend="italic">varietà</hi> naturali degli obbietti e degli <hi rend="italic">uffici</hi> scientifici; e in tal senso ogni ramo è autonomo. Ma non già indipendente; tutti que' rami conservano il carattere comune di <hi rend="italic">scienza</hi> che ne determina il vincolo di fratellanza unificatrice: sicché la totalità delle scienze soltanto riflette la totalità dello scibile, l'una scienza integrando l'altra. Nessun altro secolo chiarì meglio del nostro, questa interdipendenza. Ogni scienza prende le mosse da veri superiori già interiormente assodati col nome di <hi rend="italic">postulati;</hi> e tutto l'albero del sapere mette capo ad alcune <hi rend="italic">verità evidenti,</hi> anteriori ad ogni ricerca scientifica, che diconsi <hi rend="italic">assiomi.</hi> Ciò a più ragione vale per <hi rend="italic">l'economia sociale,</hi> la quale versa intorno all'attività rivolta alla ricchezza, e che perciò studia rapporti fra il mondo <hi rend="italic">umano</hi> da un lato e il mondo della <hi rend="italic">materia</hi> da un altro.</p>
          <p>Chi poi compendia (per lo più i <hi rend="italic">positivisti</hi>)tutte le scienze in un corpo unico (<hi rend="italic">monismo</hi>)<hi rend="italic">,</hi> obbedisce alla sua volta ad un preconcetto panteistico assorbente, che per l'<hi rend="italic">unità</hi> dimentica la <hi rend="italic">varietà.</hi> La quale varietà non è soltanto di grado, ma rispetto ai grandi ordini delle esistenze, è di sostanza; sicché chi afferma esistere una <hi rend="italic">scienza unica</hi>, ècostretto a negare qualunque differenza sostanziale, p. e. tra i fatti <hi rend="italic">fisici</hi> e i fatti <hi rend="italic">psicologici,</hi> anzi fra i tre grandi obbietti dello scibile: <hi rend="italic">Dio</hi>,il <hi rend="italic">mondo umano</hi> (dello spirito) e l'<hi rend="italic">universo materiale</hi>.</p>
          <p>3. Insomma né <hi rend="italic">isolamento</hi>,né <hi rend="italic">assorbimento</hi>,bensì <hi rend="italic">coordinamento</hi> scientifico, cioè <hi rend="italic">autonomia</hi> collegata <pb n="1.69" />gerarchicamente ad <hi rend="italic">unità</hi>.</p>
          <p>L'<hi rend="italic">economia sociale</hi> pertanto ha attinenze: — <hi rend="italic">superiori,</hi> colla filosofia teoretica, generale e speciale, colla filosofia pratica ossia coll'etica e col diritto; scienze tutte che considerano lo scibile dal punto di vista dell'intima natura e della finalità; — <hi rend="italic">concomitanti</hi>, con le discipline e con le scienze sociali positive, che hanno comune con essa l'oggetto (l'umanità) e il punto di vista del fatto (fenomeno); — e <hi rend="italic">inferiori</hi>,con le scienze fisico-naturali, la tecnologia e l'economia privata, che studiano fatti e rapporti, che servono come elementi sussidiari alle leggi più elevate e complesse economico-sociali. Veggasi:</p>
          <p>attinenze superiori. — La <hi rend="italic">filosofia teoretica</hi> (speculativa) è la scienza delle ragioni prime ed ultime degli esseri o altrimenti della natura essenziale e dei fini ultimi delle esistenze. Essa è generale (metafisica) se riguarda i concetti astratti e comuni a tutti gli esseri; è speciale se si riferisce a singoli ordini distinti di enti, cioè <hi rend="italic">Dio</hi>, l'<hi rend="italic">uomo</hi>,e il <hi rend="italic">mondo materiale</hi>,donde la <hi rend="italic">teodicea</hi> (scienza di Dio), la <hi rend="italic">psicologia</hi> (scienza degli enti ragionevoli e liberi) e <hi rend="italic">cosmologia</hi> (scienze fisico-naturali).</p>
          <p>1. Dai postulati della <hi rend="italic">filosofia teoretica generale</hi> (metafisica), la economia sociale desume:</p>
          <p>
            <pb n="1.70" />il concetto di <hi rend="italic">ordine</hi> cioè di un sistema di cause rispondenti ad un fine; ordine non già <hi rend="italic">arbitrario</hi> ma <hi rend="italic">razionale</hi> anche nel dominio dell'<hi rend="italic">utile materiale</hi>;concetto che è il punto di partenza di ogni scienza;</p>
          <p>la distinzione caratteristica fra gli <hi rend="italic">ordini reali</hi> delle esistenze, donde il carattere di <hi rend="italic">ordine morale</hi> spettante all'essere umano ed alla sua operosità, e quindi sostanzialmente all'attività economica, da non confondersi pertanto né coll'ordine fisico-cosmico, né coll'ordine sovrannaturale divino;</p>
          <p>le relazioni fondamentali che intercedono fra tali fatti e <hi rend="italic">ordini reali,</hi> e quindi la concezione dei rapporti essenziali da cui risultano le leggi dell'economia. Tali sono: — <hi rend="italic">Iddio</hi> (l'ordine <hi rend="italic">divino</hi>)come <hi rend="italic">primo principio e fine ultimo</hi> delle stesse relazioni economiche; — l'<hi rend="italic">uomo</hi> (l'ordine <hi rend="italic">psicologico umano</hi>)come autore e fine prossimo e quindi come <hi rend="italic">soggetto e termine</hi> della attività economica; — il <hi rend="italic">mondo materiale</hi> (l'ordine <hi rend="italic">cosmico</hi>)finalmente, come <hi rend="italic">mezzo</hi> a quei fini.</p>
          <p>Se si ignorano od alterano questi rapporti fondamentali, tutta la <hi rend="italic">economia</hi> si sconvolge e snatura. Tuttavia si nega spesso ogni ragione di essere alla metafisica, e quindi ogni competenza di essa nel campo delle scienze tutte, in ispecie nella <hi rend="italic">economia</hi>, dottrina che si dice <hi rend="italic">positiva</hi> per eccellenza. Rispondesi: non v'ha scienza (nemmeno l'astronomia e le scienze fisiche) che non prenda le mosse dal concetto astratto <pb n="1.71" />di ordine. L'ordine, come sistema di procedimenti o leggi che collegano le cause con i loro fini, non si spiega senza conoscere la natura delle cause e dei fini stessi; e se vi ha graduazione di ordini fra loro collegati, non si comprendono i fini prossimi senza i fini remoti.</p>
          <p>Ciò vale specialmente per l'economia sociale, la quale studia la ricchezza che ha carattere di un <hi rend="italic">mezzo</hi> peci fini superiori. La storia dell'economia sociale conferma questa verità. Negata a' dì nostri ogni competenza alla metafisica, dapprima si perdette fede nella esistenza di un ordine di rapporti economici, rifiutando all'economia il <hi rend="italic">carattere</hi> di <hi rend="italic">scienza</hi>,per attribuirle soltanto <hi rend="italic">ufficio descrittivo</hi> di rapporti <hi rend="italic">empirici</hi> (scuola <hi rend="italic">realista</hi>);più tardi, tratti dalla necessità logica di alcuni principi giustificativi dei fenomeni economici, si pretese di additarli nel principio di <hi rend="italic">evoluzione fatale</hi> comune a tutto il globo; sostituendo così alla metafisica spiritualistica una <hi rend="italic">metafisica materialistica,</hi> cioè sempre un insieme di ragioni prime e supreme, che spieghino le leggi <hi rend="italic">dell'economia sociale</hi> (<hi rend="italic">economia positivistica</hi>).</p>
          <p>2. Dalla <hi rend="italic">filosofia teoretica speciale</hi>,che tratta dei singoli enti <hi rend="italic">reali</hi> (<hi rend="italic">Dio</hi>, l'<hi rend="italic">uomo</hi>,il <hi rend="italic">cosmo</hi>)riceve le nozioni essenziali dei fatti che campeggiano in tutto il dominio della ricchezza. L'attività economica, non si fonda sulla cognizione delle <hi rend="italic">facoltà personali</hi><pb n="1.72" />dell'uomo? Il concorso della natura nella produzione economica, non suppone la conoscenza di materie, forze, leggi del cosmo? E tutto l'ordine fisico e sociale non si scorge improntato da un'<hi rend="italic">idea divina</hi> che ne chiarisce la natura, la destinazione e l'efficacia anche rispetto ai risultati utili economici?</p>
          <p>Ma più particolarmente dalla psicologia o dottrina dell'anima umana (o dalle energie spirituali) l'economia ritrae la nozione dei <hi rend="italic">sentimenti</hi> razionali-umani: e primamente quello dell'<hi rend="italic">utile</hi>,fornendo il così detto principio <hi rend="italic">edonistico</hi> della <hi rend="italic">economia sociale</hi>,da cui questa è contrassegnata e dalla cui analisi questa desume le leggi (di tendenza generale e costante) della produzione, del consumo, ed in ispecie della circolazione della ricchezza;</p>
          <p>poi altri <hi rend="italic">sentimenti superiori</hi> insiti all'anima, quali il sentimento dell'<hi rend="italic">abnegazione</hi>,della <hi rend="italic">benevolenza</hi>,della <hi rend="italic">carità</hi>,che vengono a correggere ed integrare le rigide tendenze dell'<hi rend="italic">edonismo</hi> (dell'<hi rend="italic">utilitarismo egoistico</hi>).</p>
          <p>Tutta la teoria dei <hi rend="italic">moventi</hi> nell'economia ne dipende. Guai, alterare l'armonica combinazione di tali <hi rend="italic">sentimenti impulsivi!</hi> Se si menoma soverchiamente il sentimento dell'<hi rend="italic">utile</hi> si annichila l'<hi rend="italic">economia</hi>;se lo si intronizza solitario ed assoluto, si crea una scienza sinistra dell'egoismo crudele («dismal science») ed antisociale. La <hi rend="italic">scuola inglese economica</hi> fin dalle <pb n="1.73" />origini analizzò con preferenza la teoria del sentimento dell'<hi rend="italic">utile,</hi> ed essa di recente ricevette (in grazia dei progressi della <hi rend="italic">psicologia empirica</hi>)svolgimenti sottili e rigorosi, pel concorso della così detta <hi rend="italic">scuola anglo-austriaca</hi>:ma la <hi rend="italic">economia sociologica germanica</hi> vi aggiunse l'analisi dei sentimenti <hi rend="italic">superutilitari</hi>,con il nome di «<hi rend="italic">elemento etico dell'economia</hi>»(Wagner).</p>
          <p>La <hi rend="italic">filosofia pratica</hi> comprende invece le scienze regolatrici dell'umano operare, giusta le norme di ragione, quali sono l'etica ed il diritto.</p>
          <p>3. Dall'<hi rend="italic">etica</hi> e dal <hi rend="italic">diritto in genere</hi>,quella, scienza dei <hi rend="italic">fini umani</hi> e dei doveri che ne derivano, questa, del <hi rend="italic">fine civile</hi> nella convivenza e delle obligazioni (giuridiche) che ne conseguono, l'economia sociale, che è scienza di mezzi materiali, conducenti a que' fini, desume:</p>
          <p>l'estensione del campo delle sue investigazioni, sicché dovunque si estende il <hi rend="italic">lecito</hi> ed il <hi rend="italic">giusto</hi>,si allarga pure la ricerca dell'<hi rend="italic">utile materiale</hi> che ad essi conduce;</p>
          <p>la legittimità delle leggi economiche, le quali tanto più restano giustificate, quanto più perfettamente convergono ai fini <hi rend="italic">doverosi</hi> ed <hi rend="italic">obbligatori</hi> della umana convivenza;</p>
          <p>il limite di esse, talché ove l'<hi rend="italic">utile</hi> contrasta al <hi rend="italic">bene</hi> morale e civile, quello non ha più giustificazione <pb n="1.74" />né dinanzi alla ragione né dinanzi alle esigenze della vita pratica. Cessa invero ogni ricerca razionale dell'utile, quando i beni materiali tornano nocivi ai fini superiori da conseguirsi, cioè al bene morale, rispetto a cui quelli sono uno stromento.</p>
          <p>4. Più specialmente dall'<hi rend="italic">etica</hi> e dal <hi rend="italic">diritto individuale</hi> l'economia deve togliere la nozione essenziale degli istituti che sono gli elementi e la guarentigia prima dell'<hi rend="italic">ordine economico privato</hi> (ripercuotendosi poi in quello <hi rend="italic">pubblico</hi>);e fra essi tre fondamentali, cioè: — la <hi rend="italic">libertà personale</hi>;— la <hi rend="italic">famiglia</hi>;— la <hi rend="italic">proprietà particolare</hi>.Certamente questi <hi rend="italic">istituti</hi> (o sistemi di rapporti) sono necessari all'ordine della ricchezza, e quindi nell'<hi rend="italic">utile economico</hi> rinvengono una delle dimostrazioni di legittimità. Ma la loro origine prima e la loro destinazione finale sono superiori alle semplici ragioni di utilità materiale (p. e. si forma la famiglia solo perché dessa giova alla produzione ed uso della ricchezza?); e soltanto nei fini morali essi trovano la loro definitiva giustificazione. Sicché l'economia deve accettare questi istituti nella loro <hi rend="italic">essenziale costituzione etica</hi>,salvo, per sua parte, di chiarirne l'efficacia utile che essi dispiegano in tutto il dominio della ricchezza, e di suggerire le modalità <hi rend="italic">accidentali</hi> nel loro ordinamento, che conferiscono al miglior <hi rend="italic">bene materiale</hi>.L'accettazione dei principi <hi rend="italic">etico-giuridici</hi> intorno a quegli istituti è così decisiva, <pb n="1.75" />che alterate quelle nozioni, la fisionomia della scienza economica riuscirebbe a sua volta modificata e talora contraffatta; ed anzi dal rispetto o dal rifiuto (totale o parziale) di tali istituti fondamentali si contrassegnano le dottrine sociali economiche rispetto a quelle socialistiche.</p>
          <p>5. Dall'<hi rend="italic">etica</hi> e dal <hi rend="italic">diritto sociale</hi>,che designano <hi rend="italic">doveri</hi> ed obbligazioni (giuridiche) derivanti dai fini della società universale umana e della società politica o Stato, discendono nuovi <hi rend="italic">criteri direttivi</hi> e <hi rend="italic">limiti</hi> alle leggi dell'utile economico; il quale deve coordinarsi non soltanto al <hi rend="italic">bene privato</hi>,bensì ancora a quello <hi rend="italic">pubblico</hi>.Invero i due grandi organismi etico-giuridici, quali sono la <hi rend="italic">società umana</hi> e lo <hi rend="italic">Stato</hi> con i loro fini, sono anteriori e superiori agli interessi economici, e questi devono uniformarsi a quelli. Ne consegue che l'economia deve ricercare le leggi normali dell'utile:</p>
          <p>non solo sotto l'osservanza delle leggi dell'onesto e del giusto fra individui eguali (<hi rend="italic">giustizia commutativa</hi>), ma ancora sotto la guida della moralità e della giustizia fra le varie classi sociali disuguali (<hi rend="italic">giustizia distributiva</hi>), e fra tutte queste, lo Stato e la società universale (<hi rend="italic">giustizia legale</hi> o <hi rend="italic">generale</hi>);donde i problemi economici così complessi della distribuzione della ricchezza;</p>
          <p>inoltre sotto la tutela giuridica e la funzione <pb n="1.76" />amministrativa dello Stato; all'infuori del quale è impossibile uno sviluppo <hi rend="italic">normale</hi> di leggi economiche.</p>
          <p>6. Contro la dipendenza dell'economia dalle dottrine <hi rend="italic">etico-giuridiche</hi>, si sollevano gravi obbiezioni:</p>
          <p>non si può parlare, dicesi, di subordinazione della <hi rend="italic">economia</hi> dall'<hi rend="italic">etica,</hi> perché questa si immedesima con quella: la <hi rend="italic">morale</hi> non essendo che la <hi rend="italic">dottrina dell'utile bene inteso</hi>.Così dai <hi rend="italic">fisiocrati,</hi> da Bentham, da J. S. Mill e da tutta la scuola della <hi rend="italic">morale utilitaria</hi>.È errore <hi rend="italic">teoretico</hi>;l'etica pronuncia, cioè prescrive autorevolmente, <hi rend="italic">ciò che si deve fare</hi> in ordine ad un fine necessario; l'economia invece addita ciò che <hi rend="italic">giova</hi> fare in relazione ad un risultato vantaggioso. Ora come potrebbe un concetto di semplice convenienza fornire una norma imperativa dell'azione? È errore <hi rend="italic">pratico</hi>:la prosecuzione dell'<hi rend="italic">utile</hi> gretto ed egoista nella storia finì sempre col sollevare contro di esso e delle sue inique conseguenze la coscienza morale e giuridica dei popoli. Dunque questa non si identifica coll'utile.</p>
          <p>L'<hi rend="italic">etica</hi>, si soggiunse, esiste ed è sovrana nella <hi rend="italic">vita pratica</hi>, ma l'<hi rend="italic">economia</hi>,come teoria, è indipendente da essa; <hi rend="italic">come scienza</hi> l'economia espone un ordine di veri (<hi rend="italic">ciò che è e deve essere</hi>),i quali non sono né <hi rend="italic">morali</hi> né <hi rend="italic">immorali</hi>, ma esprimono soltanto alcune conseguenze logiche del concetto dell'utile; mentre insegnare <hi rend="italic">ciò che si deve fare</hi>,armonizzando l'utile <pb n="1.77" />con l'onesto, non è ufficio di scienza, bensì di <hi rend="italic">arte pratica</hi>,la quale consta non già di veri ma di precetti all'operare umano (Block).</p>
          <p>Rispondesi: se esistono l'<hi rend="italic">etica</hi> e l'<hi rend="italic">economia</hi> come due ordini distinti di dottrine, ciò non vuol dire che rimangano separate e reciprocamente indifferenti.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Speculativamente</hi>,come <hi rend="italic">scienza</hi>, l'<hi rend="italic">economia</hi>,che è dottrina dell'<hi rend="italic">utile</hi> non può formulare integralmente i suoi principi e le sue leggi senza l'<hi rend="italic">etica</hi>,che è dottrina di <hi rend="italic">fini</hi> e <hi rend="italic">doveri</hi>.È impossibile il concetto dell'<hi rend="italic">utilità</hi>, che vuol dire attitudine a conseguire un risultato in cui sta il bene, senza il concetto del <hi rend="italic">fine</hi> stesso. Veggansi infatti i dubbi che altrimenti insorgono: l'utile è il benessere individuale o sociale? Momentaneo o duraturo? E in che consiste questo benessere? Nella quantità assoluta della ricchezza ovvero nella distribuzione proporzionale di essa? E giusta quale criterio distributivo? È impossibile rispondere a tutto ciò senza il concetto dei <hi rend="italic">fini</hi> dell'<hi rend="italic">individuo</hi>,della <hi rend="italic">società</hi>,dello <hi rend="italic">Stato</hi>, della <hi rend="italic">civiltà</hi>.Date, noi diremo, la nozione di questi fini, e soltanto allora si potrà rispondere quali siano concretamente le <hi rend="italic">leggi dell'utile</hi> che vi conducono. Tutte le leggi, anzi, dell'economia variano e si sconvolgono col mutare del concetto di questi fini. E, p. e., se il fine e quindi il bene supremo dell'umanità è la <hi rend="italic">libertà</hi>,abbiamo una economia liberale individualistica; se è <pb n="1.78" />la potenza politica, si avrà una economia panteistica <hi rend="italic">autoritaria</hi> (di Stato); se fosse l'<hi rend="italic">eguaglianza materiale</hi> si avrebbe una economia socialistica (collettivistica). E così si sperimentò nella storia.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Praticamente</hi>,poi è sempre l'uomo che coll'azione sua deve adempire simultaneamente alle leggi dell'utile, dell'onesto e del giusto; e allora la subordinazione e conciliazione di due e più leggi, si dovranno lasciare all'<hi rend="italic">empirismo</hi> ed alla <hi rend="italic">casistica</hi>?Tutt'altro: nella <hi rend="italic">conciliazione armonica</hi> di una serie di leggi (utilitarie, etiche, giuridiche) che simultaneamente devono regolare l'<hi rend="italic">attività umana sociale</hi>,perché non si elidano ma convergano al bene finale, consistono anzi i più grandi problemi dell'esistenza pratica; talché, ogni qualvolta la vita economica si trovi in contrasto con quella giuridica, civile e politica, tosto appaiono sintomi di conflagrazione sociale. E analogamente in questa conciliazione armonica di varie leggi si racchiudono i più ardui problemi scientifici.</p>
          <p>Invero il fornire questa formula armonizzatrice è altissimo compito di <hi rend="italic">scienza</hi> e non già di <hi rend="italic">arte</hi>.È <hi rend="italic">scienza</hi> infatti qualunque <hi rend="italic">ordine d'idee</hi>,dimostrate conformi alla realtà degli esseri; e quindi è scientifico tanto quell'ordine di veri <hi rend="italic">teoretici</hi> che dimostra <hi rend="italic">ciò che è</hi> e <hi rend="italic">deve essere</hi> giusta la natura ed i fini dell'uomo (<hi rend="italic">scienza teoretica</hi> o <hi rend="italic">leggi dell'essere</hi>),quanto l'ordine <pb n="1.79" />di veri <hi rend="italic">pratici</hi> che prescrivono <hi rend="italic">ciò che deve farsi</hi> in relazione del pari alla natura ed ai fini dell'uomo stesso (<hi rend="italic">scienza pratica</hi> o <hi rend="italic">leggi dell'operare</hi>).Anzi questi non sono che due uffici integranti della medesima scienza.</p>
          <p>Sono <hi rend="italic">scienze</hi> pertanto così l'<hi rend="italic">etica</hi> come l'<hi rend="italic">economia</hi>, e la loro <hi rend="italic">armonica conciliazione</hi> è compito perciò di scienza, per il quale, dopo aver riconosciuto le leggi scientifiche proprie dell'una e dell'altra, se ne definisce la graduazione giusta la gerarchia dei <hi rend="italic">fini</hi>;e le leggi dei fini prossimi (<hi rend="italic">dell'economia</hi>)si armonizzano, mediante una novella formula complessa, con le leggi dei fini remoti (di <hi rend="italic">etica</hi>).In ciò consiste anzi il fastigio dell'elaborazione scientifica.</p>
          <p>Attinenze Concomitanti. ‒ Sono quelle dell'economia colle consorelle <hi rend="italic">discipline</hi> e <hi rend="italic">scienze sociali positive</hi>.Come la filosofia <hi rend="italic">teoretica</hi> e <hi rend="italic">pratica</hi> vi apporta le premesse speculative, così tutte le <hi rend="italic">discipline</hi> e <hi rend="italic">scienze</hi> sociali le forniscono le <hi rend="italic">premesse positive</hi>,per le quali acquista un fondamento reale.</p>
          <p>1. Le <hi rend="italic">discipline sociali</hi> si limitano a ricercare rapporti bensì generali ma puramente contingenti (altri dice <hi rend="italic">empirici</hi>)intorno a <hi rend="italic">ciò che fu e ciò che è</hi> in date circostanze, pur sempre varie e mutevoli, nella società. Ciò posto:</p>
          <p>dalla <hi rend="italic">geografia sociale</hi> (od antropica), che studia la distribuzione degli uomini nello spazio, la economia ritrae i caratteri accidentali, che alla vita <pb n="1.80" />economica umana imprimono le influenze <hi rend="italic">cosmico-telluriche</hi> (clima, territorio, ecc.);</p>
          <p>dalla <hi rend="italic">etnografia</hi> o dottrina della genesi e successiva diffusione delle stirpi umane nel globo, la economia ritrae una delle ragioni delle varietà tipiche delle singole <hi rend="italic">economie nazionali</hi>,ecc.;</p>
          <p>ma in ispecie la <hi rend="italic">statistica</hi> appresta ad essa i criteri a spiegare l'atteggiamento caratteristico che assume lo stato economico dei popoli in certi <hi rend="italic">momenti</hi> o <hi rend="italic">stadi di civiltà,</hi> per giudicare dei vari gradi di avanzamento della economia;</p>
          <p>e la <hi rend="italic">storia</hi> alla sua volta arreca il substrato per definire le <hi rend="italic">leggi successive del progresso</hi> della economia stessa.</p>
          <p>Non vi è passo che questa muova, senza che si appoggi a tali ultime due discipline maestre. Tuttavia non si confonderà la <hi rend="italic">statistica</hi> o la <hi rend="italic">storia economica</hi> con la scienza della economia, come tendono certe scuole, che restringono questa ad un ufficio puramente descrittivo. Quelle espongono ordinatamente i fatti e le vicende della ricchezza dei popoli, comunque accadano, in forma normale od anormale; questa definisce le forme (successive e progredenti) che la ricchezza tende <hi rend="italic">normalmente</hi> ad assumere, giusta esperienze pratiche giustificate da ragioni, in onta alle stesse deviazioni attestate dalla <hi rend="italic">statistica</hi> e dalla <hi rend="italic">storia</hi>. Il punto di partenza è comune (il <hi rend="italic">fatto</hi>), <pb n="1.81" />ma quello di arrivo è superiore (la legge razionale).</p>
          <p>2. Le <hi rend="italic">scienze sociali positive</hi> studiano la società umana nella sua costituzione di fatto, e nei suoi procedimenti corrispondenti ai fini razionali di essa.</p>
          <p>La <hi rend="italic">scienza della costituzione sociale</hi> studia come venga a comporsi <hi rend="italic">nel suo organismo</hi> la società. La economia, siccome accetta da quella le nozioni concrete della autonomia personale, della famiglia e della proprietà, istituzioni competitive <hi rend="italic">etico-private</hi>,così prende da essa la nozione concreta di altri <hi rend="italic">istituti di carattere collettivo o sociale</hi>,quali sono le classi, le nazioni, il grande consorzio umano; la cui costituzione dipende da fattori superiori ai semplici interessi economici, comunque questi ne formino uno degli elementi.</p>
          <p>Di là si desumono pertanto quelle nozioni che attribuiscono alla <hi rend="italic">economia sociale</hi> un carattere <hi rend="italic">organico</hi>; quelle cioè, che inducono a considerare la società, non già come un insieme di individui accostati fra di loro ed allivellati (giusta un concetto della società che si disse <hi rend="italic">atomistico</hi>), bensì come un sistema di gruppi naturali e storici, gerarchicamente sovrapposti e coordinati a unità. Gli errori di una <hi rend="italic">economia individualistica</hi> (liberale) partono appunto da un falso presupposto scientifico intorno alla natura della società, quasi questa fosse null'altro che una somma di individui. Gli altri errori opposti del <hi rend="italic">socialismo</hi> sono del pari una logica conseguenza di un concetto sbagliato intorno a questo organismo, di cui si disconosce la <pb n="1.82" />natura sostanzialmente irreformabile, e capace di modificazione e perfezionamento soltanto negli accidenti. L'<hi rend="italic">economia politico-sociologica</hi> (o della politica sociale) con la sua statolatria, parte alla sua volta dall'errore che la società sia un ente concreto fornito di vita propria, indipendente dagl'individui che la compongono. Ciò valga a dimostrare l'importanza di quell'ordine di rapporti gerarchici studiati nella loro realtà.</p>
          <p>3. Dalla costituzione della società si passi alle manifestazioni della sua <hi rend="italic">vita</hi> ossia della sua <hi rend="italic">attività</hi>.</p>
          <p>Di qui in un primo luogo la <hi rend="italic">biologia</hi> (o <hi rend="italic">fisiologia</hi>) <hi rend="italic">sociale</hi>,ossia dottrina della vita fisica delle popolazioni sul globo. Le leggi sue sono fondamentali per la stessa <hi rend="italic">economia</hi>,in quanto riguardano la riproduzione del fattore massimo e del consumatore unico della ricchezza. Ma l'<hi rend="italic">economia</hi> le considera nella loro complessità reale e nella loro funzione superiore. Perocché tali leggi di <hi rend="italic">sociale biologia</hi> sono dominate (a differenza delle specie <hi rend="italic">inferiori</hi> di animali) da ragioni essenzialmente morali o spirituali, e modificate occasionalmente da altre circostanze concomitanti, fra cui le condizioni economiche. Queste leggi pertanto l'economia deve accettare dalla scienza <hi rend="italic">biologico-sociale</hi>, come risultano dimostrate positivamente, — salvo <pb n="1.83" />soltanto di riconoscere le inflessioni che vi apportano le ragioni economiche, ossia i mezzi di sussistenza, e di porre codeste leggi di incremento della specie, in correlazione con quelle del progresso della ricchezza, per trarne deduzioni di ordine utilitario. Ma non spetta alla economia, da un punto di vista d'interesse puramente materiale, di formulare leggi, le quali sono la risultanza di fattori molteplici e che mirano a fini incomparabilmente superiori, quali sono quelli della civiltà, connessi con la diffusione del genere umano. Di qui l'origine di tutte le aberrazioni della <hi rend="italic">economia malthusiana</hi>.</p>
          <p>La <hi rend="italic">psicologia sociale</hi> (positiva) indaga il sistema dei procedimenti positivi, con i quali tende a svolgersi la <hi rend="italic">vita spirituale dei popoli</hi> (il <hi rend="italic">sapere</hi>,il <hi rend="italic">costume</hi>,la <hi rend="italic">religiosità</hi>).</p>
          <p>Si distingue dalla <hi rend="italic">psicologia individuale,</hi> la quale è dottrina della essenza e della vita interiore dell'anima, mentre questa tratta invece dell'attività <hi rend="italic">esteriore</hi> dello spirito umano, e di essa non già nell'ambito della vita <hi rend="italic">individuale</hi>,bensì nelle manifestazioni <hi rend="italic">complessive</hi> della società. Trattasi, in altre parole, della <hi rend="italic">cultura dei popoli</hi> procedente verso il conseguimento e l'attuazione del <hi rend="italic">bello</hi>,del <hi rend="italic">vero</hi>,del <hi rend="italic">buono</hi>;cultura, la quale pur segue certi procedimenti regolari, che sono alla loro volta effetti delle esigenze razionali dello spirito, a contatto di mille circostanze di stirpe, <pb n="1.84" />di suolo, di educazione, di tradizioni, e che si traducono nel progresso concreto dei prodotti dell'<hi rend="italic">arte estetica</hi>, delle conquiste del <hi rend="italic">sapere</hi>,e dei <hi rend="italic">costumi</hi> civili. Dati í fini supremi dell'incivilimento, studiasi precisamente come si effettui questa elevazione spirituale.</p>
          <p>Da tale fonte l'<hi rend="italic">economia</hi> attinge i grandi criteri positivi delle leggi sue proprie, riguardanti il progresso materiale della <hi rend="italic">ricchezza</hi>. Il quale influisce bensì su le modalità accidentali e sul grado di avanzamento della <hi rend="italic">cultura</hi> dei popoli; ma questa nei procedimenti caratteristici e definitivi segue invece la elevazione dello spirito; — rimanendo l'attività di ordine inferiore governata e tratta da quella superiore. È l'idea che regge i fatti; e pertanto l'attività spirituale dà norma suprema ed indirizzo all'attività materiale, e non viceversa; se l'opposto avviene in qualche caso, è inflessione parziale, è perturbazione transitoria. Così è veramente nell'ordine <hi rend="italic">razionale</hi> e nell'ordine <hi rend="italic">storico.</hi> Quindi è una falsa concezione quella che impronta le leggi dello sviluppo <hi rend="italic">spirituale</hi> della <hi rend="italic">società</hi> (della cultura) su quelle della <hi rend="italic">economia</hi>,ossia del progresso materiale. In ciò una delle prove della tendenza odierna a materializzare dell'incivilimento e tutto il sapere.</p>
          <p>Dalle <hi rend="italic">scienze politiche positive</hi>,che illustrano come si svolga l'utile pubblico nel costituire variamente i poteri dello Stato e nel dispiegare l'azione esteriore <pb n="1.85" />di esso ai fini della convivenza, l'<hi rend="italic">economia</hi>, come scienza, ritrae i criteri a giudicare della influenza, che sullo svolgersi della ricchezza esercitano le forme concrete di governo e più ancora il vario atteggiamento ed indirizzo della pubblica amministrazione. La così detta <hi rend="italic">scienza dell'amministrazione economica</hi> o <hi rend="italic">politica economica</hi> (che per molti appartiene alla economia e ne comporrebbe la parte pratica) non riguarda che un aspetto di quella multiforme esplicazione dell'azione dello Stato a pro di tutto intero il progresso sociale, cioè quello della <hi rend="italic">ricchezza</hi>.Ma i criteri di codesta azione dello Stato a favore del progresso materiale sono complessi, etici, giuridici, civili, e non soltanto economici. Lo Stato deve promuovere bensì la ricchezza, ma in armonia con tutti gli altri beni conseguibili dai cittadini e quindi non già dietro criteri soltanto di gretta <hi rend="italic">utilità materiale</hi>.L'economia perciò deve accettare tutti i canoni direttivi delle scienze <hi rend="italic">sociali-politiche</hi>.Solamente, essa è chiamata ad estimarne i risultati pratici nel campo della ricchezza, e ad argomentare analogamente intorno alla convenienza o meno d'introdurre in quelle, dal proprio punto di vista, le dovute correzioni.</p>
          <p>Sopra tutte le <hi rend="italic">scienze</hi> e le <hi rend="italic">discipline sociali</hi> positive si eleva la <hi rend="italic">sociologia</hi>,che espone sinteticamente le leggi (<hi rend="italic">razionali positive</hi>)della <hi rend="italic">società</hi> e <hi rend="italic">dell'incivilimento,</hi> quali risultano dall'armonica <hi rend="italic">cospirazione</hi> della vita religiosa, etica, giuridica, <pb n="1.86" />politica e finalmente economica <hi rend="italic">al termine finale della civiltà.</hi> Si comprende che le attinenze della economia con la sociologia sono come di parte al tutto. Tutte perciò le <hi rend="italic">scienze sociali</hi> contribuiscono a spiegare <hi rend="italic">il fatto complesso dell'incivilimento</hi>,e fra esse anche l'economia, il progresso della ricchezza essendo un aspetto del progresso multiforme della umanità. Ma non si dimentichi che la civiltà è essenzialmente spirituale, cioè la partecipazione del genere umano nel più alto grado al <hi rend="italic">bene etico</hi>, e quindi alla interiore virtù; rispetto a cui la ricchezza non è che uno <hi rend="italic">stromento estrinseco.</hi> E perciò, se le leggi del progresso economico porgono occasione <hi rend="italic">estrinseca</hi> ed <hi rend="italic">accidentale</hi> al progresso spirituale della civiltà, quelle stesse leggi economiche ritraggono, alla loro volta, la spiegazione <hi rend="italic">prima</hi> ed <hi rend="italic">essenziale</hi> dalle ragioni supreme spirituali dell'incivilimento.</p>
          <p>Il benessere <hi rend="italic">materiale</hi> èscala al progresso <hi rend="italic">morale</hi> dei popoli; ma forse che quel progresso <hi rend="italic">materiale</hi> non è figlio di principi e di virtù <hi rend="italic">morali</hi>?L'economia pertanto deve attingere dalla <hi rend="italic">sociologia</hi> i criteri superiori per giudicare delle leggi progressive della ricchezza; e non viceversa. Chi, al contrario, negando ogni valore spirituale all'incivilimento, fa della <hi rend="italic">sociologia</hi> un capitolo della <hi rend="italic">biologia universale</hi> (<hi rend="italic">materialismo biologico</hi>);o chi considera lo sviluppo delle forme <pb n="1.87" />più elevate e spirituali dell'<hi rend="italic">incivilimento</hi> (la vita etica e religiosa, politica, ecc.) come generato dal progresso delle forme inferiori della <hi rend="italic">ricchezza materiale</hi> (<hi rend="italic">materialismo storico</hi>),si pone fuori della <hi rend="italic">coscienza</hi> perenne dei popoli, la quale attesta la civiltà essere un prodotto d'intelligenza, di virtù, di libere energie, sotto il governo della Provvidenza; e fuori ancora della <hi rend="italic">storia</hi>,che ammaestra le vicende del progresso aver seguito in tutti i campi quelle dei grandi fatti spirituali e religiosi. Senza di ciò rimangono inesplicabili le relazioni tra l'economia e questa scienza <hi rend="italic">sociologica</hi> che tiene il fastigio fra le consorelle. La recente scuola psicologica ed etico-positiva in sociologia del Tarde, Fouillée, Stein, Kidd, ecc. giustifica in qualche modo queste conclusioni.</p>
          <p>Attinenze Inferiori. ‒ Riguardano l'economia privata, le scienze fisico-naturali, la tecnologia.</p>
          <p>1. Mentre l'economia sociale studia i fenomeni della ricchezza in ordine all'utile <hi rend="italic">generale</hi>,la <hi rend="italic">economia privata</hi> li considera in ordine all'utile <hi rend="italic">particolare</hi>;e distinguessi in economia <hi rend="italic">domestica</hi>,<hi rend="italic"> industriale</hi>, <hi rend="italic">agricola</hi>,<hi rend="italic"> mercantile</hi>,ecc. con l'ufficio di porgere regole per la costituzione e gestione degli interessi di una famiglia o di una azienda rurale, o di una fabbrica, o di una ditta mercantile, bancaria, ecc. Le ragioni dell'utile sociale trovano il loro germe in queste dottrine dell'interesse privato, appunto perché la vita <pb n="1.88" />economica sociale è risultante della vita di questi elementari organismi privati: le famiglie e le imprese. Non vi ha una sola delle innovazioni che l'economia privata suggerisca nella costituzione e nel governo delle imprese, la quale non si ripercuota con analoghi indirizzi sulla economia sociale. Si immagini che per ragioni d'interesse privato si sostituisca alla manifattura domestica il sistema di fabbrica accentrata, alla mezzadria l'affittanza, ai piccoli trasporti locali le grandi imprese ferroviarie e di navigazione, e veggasi quale innovazione e complicanza di problemi si ripercuota sul dominio degl'interessi <hi rend="italic">generali</hi>.In questo senso l'economia privata è il vestibolo di quella sociale.</p>
          <p>Non è da credersi però che i teoremi della <hi rend="italic">economia sociale</hi> si risolvano in una semplice estensione di quelli della <hi rend="italic">economia privata</hi>.Tra l'una e l'altra vi ha la società, la quale è un organismo gerarchico esteso nello spazio e continuato nel tempo; e ciò basta per rendere quei teoremi di gran lunga più complessi e per aggiungerne altri nuovi e più ardui; fra questi, i problemi della distribuzione della ricchezza, che sono i più importanti della economia sociale.</p>
          <p>2. Ben maggiore distanza v'ha fra l'economia e le <hi rend="italic">scienze fisico-naturali</hi>,come fra il mondo umano e quello materiale.</p>
          <p>Eppure fra questi due mondi l'economia attua un vincolo diretto. L'attività economica versando sul <pb n="1.89" /><hi rend="italic">mondo esterno</hi> della materia per procurarsi la ricchezza materiale, è necessario che l'economia si atteggi alle leggi fisico-cosmiche per formulare in relazione ad esse le proprie <hi rend="italic">leggi dell'utile</hi>,le quali in questo caso consistono nel secondare le leggi della natura, giusta l'apoftegma: <hi rend="italic">natura non nisi parendo vincitur</hi>.Il quale rapporto intimo è evidente nelle leggi economiche della industria rurale. E così il progresso della economia segue quello delle <hi rend="italic">scienze fisico-naturali</hi>,ma non si identifica con esso. L'uomo si uniforma alle leggi cosmico-telluriche, ma per dominarle e convergerle liberamente ai propri bisogni e soddisfazioni; e perciò le leggi economiche sono superiori a quelle puramente naturali.</p>
          <p>3. Più remoto ancora il nesso logico fra l'economia, che è scienza di rapporti morali umani, e la <hi rend="italic">tecnologia,</hi> che è scienza applicata all'industria, la quale avendo per oggetto <hi rend="italic">non l'uomo ma la materia</hi> insegna i processi di fabbricazione, confezione, costruzione di prodotti o di stromenti di produzione; e tuttavia profonda è la ripercussione di questa su quella. Ogni innovazione nelle <hi rend="italic">arti tecnologiche</hi> occasiona di continuo nuovi e complessi problemi di economia sociale. La grande rivoluzione seguita nella vita e nelle dottrine economiche dei popoli moderni, è in gran parte la conseguenza delle profonde mutazioni <pb n="1.90" />avvenute nei processi fisico-chimici delle industrie e dell'agricoltura e in ispecie nella meccanica in tutte le sue applicazioni economiche.</p>
          <p>Le Deduzioni che si ritraggono da questo studio di <hi rend="italic">attinenze</hi> sono di supremo momento.</p>
          <p>Ammesse queste molteplici relazioni logiche della economia con altri rami dello scibile, deve pronunciarsi che i progressi di questa per gran parte dipendono da una più rigorosa ed intima colleganza con tutta l'enciclopedia del sapere; in ispecie poi con la <hi rend="italic">filosofia speculativa</hi> e <hi rend="italic">pratica</hi> (od <hi rend="italic">etica</hi>),la quale come scienza di fini ultimi imprime il suggello di legittimità alla scienza dei mezzi qual è la economia; e più particolarmente con l'<hi rend="italic">etica sociale</hi>,la quale, fermando il concetto essenzialmente morale della civiltà, assegna il punto di vista supremo dal quale devono estimarsi i problemi della ricchezza sociale.</p>
          <p>Ciò è conforme alle esigenze del progresso della cultura d'oggi tempo, in particolare della cultura presente. Un aspetto singolo della scienza non si analizza appieno, senza abbracciare con sguardo comprensivo tutte le facce del grande poliedro del vero. Di là le grandi sintesi che discoprono l'<hi rend="italic">uno</hi> nel <hi rend="italic">vario</hi> anche nell'immenso dominio del pensiero. Anzi è vanto particolare dell'età nostra l'aver riprodotto (non senza invero gravi vizi) il concetto di una solidarietà logica fra tutti i rami delle conoscenze. L'abuso stesso delle analogie fra disparati ordini di <pb n="1.91" />verità, i ripetuti tentativi di classificazione dello scibile, ed anche l'errore di un <hi rend="italic">monismo</hi> scientifico, che tutto nel mondo vuol ridurre ad un <hi rend="italic">vero unico</hi>,sono prove di questo bisogno odierno di restaurare le attinenze fra i rami dell'albero scientifico (compresa l'economia) e la cospirazione ad unità.</p>
          <p>E avvertasi ancora che oggi, come sempre, è sentito il bisogno di giudicare di un ordine di rapporti inferiori, come quelli dell'economia, da altri superiori, come quelli dell'etica individuale e sociale. In onta, p. e., alla prevalente fenomenologia, per cui la scienza vorrebbe restringersi a studio di rapporti estrinseci e di fatto, i problemi poderosi delle ragioni prime ed ultime dell'uomo, della società, dell'incivilimento, risorsero giganti, e si impongono ai pensatori ed alle moltitudini; e da quell'altezza ormai si giudica della economia. Di fronte all'utilitarismo materialista dell'economia classica liberale, che divorziando dalla morale addita i rimedi del malessere economico in un ulteriore incremento degli interessi materiali, si leva il socialismo teoretico e pratico ad appellarsi di sovente alla giustizia, e a denunciare la sequela delle iniquità, da cui pur troppo l'attuale disordine economico trasse origine ed alimento. Le riforme economiche da ogni partito oggi si propugnano, in nome di qualche ideale di moralità civile; e si scrisse financo <pb n="1.92" />di <hi rend="italic">morale anarchia</hi> per giustificare la stessa violenza distruggitrice del <hi rend="italic">nichilismo</hi>.E infine il tentativo poderoso (comunque imperfettissimo) della <hi rend="italic">sociologia</hi>, moderna, in cui si coordinano ad unità tutte le forme del progresso civile, attesta che non già il problema <hi rend="italic">economico</hi>, ma quello superiore dell'incivilimento siede al fastigio della scienza contemporanea, e le si impone.</p>
          <p>Lo studioso pertanto, che considera la economia nelle sue attinenze con la enciclopedia e soprattutto con le dottrine <hi rend="italic">morali di civiltà</hi>,si pone <hi rend="italic">al centro del progresso scientifico</hi>.</p>
          <p>Rapporto finale. ‒ 1. Ma un quesito rimane ancora in questo studio di relazioni fra i veri: quali rapporti l'economia tiene colle <hi rend="italic">dottrine religiose</hi>?Ciò che importa le subordinate domande: il tener conto di queste rientra nella competenza della scienza in genere? Ed eventualmente quali criteri o punti di veduta può e deve ritrarne la scienza economica? Il quesito oggi si riproduce, parlandosi di una economia sociale cristiana ed ha trovato la sua soluzione nella scuola di economisti etico-cristiani, da Villeneuve de Bargemont e Périn fino a Pesch.</p>
          <p>Rispondesi: le dottrine della fede, che sono in senso stretto un sistema di veri immediatamente fondati sull'autorità divina, trascendono la scienza, che è sistema di veri immediatamente fondati sulla ragione. Perciò, trattandosi di due domini del vero <pb n="1.93" />per la loro fonte differenti e quindi autonomi, l'uno sovrapposto all'altro, i rapporti fra scienza e fede sono in questo senso <hi rend="italic">estrinseci</hi>;e come tali, da un lato <hi rend="italic">negativi</hi> in quanto i veri rispettivi non possono mai trovarsi tra loro in contraddizione; e da un altro <hi rend="italic">positivi</hi>,in quanto i veri superiori possono dar lume alla indagine metodica dei veri propri della scienza; e perciò rapporti di integrazione e coordinamento ma sempre estrinseci. Cosicché <hi rend="italic">scienza cristiana</hi> in genere, non significa altro che «sistema di dottrine razionali che non contrastano la fede e con essa si armonizzano» (vedi Cathrein). Ciò vale anche per l'economia.</p>
          <p>2. Ma le dottrine religiose, il cui contenuto e la cui autorità sono oggetto di fede, si manifestano anche sensibilmente come un <hi rend="italic">fatto</hi> che viene a contatto dell'intelletto umano (con dogmi), del sentimento (con promesse e sanzioni), della volontà (con precetti di condotta), della società e della vita collettiva (coll'organizzazione ed azione ecclesiastica). Di qui la serie di rapporti estrinseci che dicemmo positivi, impone di rilevare le influenze che le <hi rend="italic">dottrine religiose</hi>, come un grande fatto storico, dispiegano da un canto sul <hi rend="italic">pensiero scientifico</hi> e da un altro sopra le varie forme di attività <hi rend="italic">umano-sociale</hi>.—Da questi rapporti fra la storia della religione, e la stessa <hi rend="italic">scienza</hi> e <hi rend="italic">vita economica</hi>, si ritraggono questi postulati, come criteri scientifici direttivi.</p>
          <p>
            <pb n="1.94" />Nella subordinazione logica della economia dalla filosofia, l'etica cristiana (anche per chi prescinda dalla rivelazione) deve assumersi come la più alta e sicura espressione dell'etica razionale; sicché le leggi dell'utile vanno ad essa ricondotte come all'ideale più perfetto cui possa giungere la ragione stessa. I suoi insegnamenti sono la parte più preziosa di quella che fu detta la filosofia perenne dell'umanità. I tentativi ripetuti di menomare questo valore della morale cristiana negli stessi rispetti sociali-economici (C. Marx, Sorel, Merlino, Nietzsche, ecc.) possono dirsi scientificamente abortiti.</p>
          <p>La morale cristiana, coi dogmi che la ispirano (teologia dogmatica) e colle applicazioni giuridiche che l'avvalorarono (diritto canonico) quale venne a svolgersi nell'organismo storico-vivente della Chiesa cattolica, dalle origini fino ad oggi, deve dallo scienziato, anco per ragioni positive, considerarsi come il fattore più potente a suscitare nei popoli le energie economiche e a guarentirne i rapporti più regolari ed efficaci, componendo così l'ambiente sociale più propizio a delineare le dottrine razionali dell'economia nella loro successiva elaborazione.</p>
          <p>Finalmente, con più larga veduta, l'accettare scientificamente il fatto del cristianesimo colle sue dottrine, ordinamenti ed esplicazioni lungo i secoli, importa il riconoscimento dell'altro fatto storico solenne <pb n="1.95" />della <hi rend="italic">civiltà cristiana</hi>,che da quello fu generata, e della sua preminenza sopra ogni altra forma di progresso civile per lo sviluppo armonico, continuato, universale di tutte le esplicazioni dell'attività umana collettiva, compresa l'economica, sotto il predominio fecondo delle ragioni dello spirito; compendiando così in sé stessa la legge normale dell'evoluzione sociale. Il riportare pertanto le leggi <hi rend="italic">economiche</hi> al tipo ideale e positivo della <hi rend="italic">civiltà cristiana</hi>,per giudicare definitivamente delle loro legittimità, è prefiggersi un criterio finale di estimazione, non già arbitrario ma che sgorga e si eleva dal centro della vita reale e storica dell'umanità. Questo criterio positivo supremo è il risultato dei progressi della storia critica; e domina oggi la sociologia inglese di B. Kidd. L'economista deve tenerlo presente.</p>
          <p>Avvertimmo come ognora ma oggi vieppiù, si richieda da chiunque voglia esaurire appieno il proprio compito scientifico, — di «ricollocare Dio nella scienza», cioè di risalire nella indagine della causalità dei fatti e dei loro rapporti alla <hi rend="italic">causa prima ed ultima</hi> di essi, senza di cui si estingue la luce massima illuminatrice degli enigmi dell'universo. Veggasi ora a quali conclusioni concrete ci abbia condotto tale criterio metodico, applicato alla economia sociale nelle sue attinenze colla enciclopedia del sapere, in specie colla dottrina dell'incivilimento.</p>
          <p>
            <pb n="1.96" />
          </p>
        </div>
        <div>
          <head>VI. Del metodo nella scienza e in ispecie nell'economia</head>
          <p>Concetti Generali. ‒ Metodo significa il cammino della mente nel ricercare il vero e nel comunicarlo agli altri; e si risolve quindi nel <hi rend="italic">processo logico per la formazione della scienza e per la sua esposizione</hi>.Donde due fini distinti del metodo: la invenzione e la esposizione di un ordine di veri: <hi rend="italic">metodo inventivo</hi> e <hi rend="italic">metodo espositivo</hi> (o <hi rend="italic">didattico</hi>).La dottrina del metodo fa parte della logica e quindi della filosofia in genere. Qui pertanto non si tratta che di richiamare i criteri generali di questa e di farne applicazione alla natura specifica delle <hi rend="italic">scienze sociali</hi>,in particolare poi dell'<hi rend="italic">economia</hi>.</p>
          <p>L'importanza del metodo, rispetto ai fini della scienza a servigio dello studioso, corrisponde a quella dello stromento materiale in mano del lavoratore; per il quale la bontà del prodotto dipende per gran parte dall'adattamento e perfezione dello stromento che adopera. Perciò i momenti critici nella storia delle scienze coincidono con i più vivi dibattiti e <pb n="1.97" />con le innovazioni più ampie nell'argomento dei metodi; il progresso di quelle viene compagno e seguace del miglioramento di questi; e similmente spesso gli errori scientifici risalgono ad altrettanti errori di metodo. Nessun altro periodo storico, come i secoli XIX e XX, attesta la verità di queste osservazioni; nessun altro fece indagini così insistenti e dibattute, in Ispecie intorno al metodo delle <hi rend="italic">scienze sociali</hi>,riuscendo a risultati commisti di veraci avanzamenti e di infeconde o deplorevoli aberrazioni; quest'ultime connesse con lo spregio ed almeno con la insufficienza della necessaria cultura filosofica, per cui molti trattano di metodologia senza competenza o con pregiudizi sistematici.</p>
          <p>Premesse Metafisiche. — A prevenire tali errori, deviazioni, od equivoci, si prendano le mosse dal richiamare la nozione della <hi rend="italic">natura</hi> e dei <hi rend="italic">fini della scienza</hi> in genere, e quindi degli uffici dello studioso intorno ad essa: perocché è vano giudicare del mezzo se non si abbia idea sicura del fine cui deve servire.</p>
          <p>Si ammettano pertanto, come premesse, queste nozioni fondamentali.</p>
          <p>1. <hi rend="italic">Il concetto di scienza</hi>, che è «ordine di veri dimostrati» o in altre parole «ordine di idee, rispondenti all'ordine della realtà o delle esistenze»; rispondenza, da cui la dimostrazione di certezza e il suggello di verità. Dicesi <hi rend="italic">ordine di veri</hi>,per <pb n="1.98" />significare che la scienza in tutta la sua pienezza e dignità, non consta di veri isolati, ma di un <hi rend="italic">sistema di veri</hi>,fra loro collegati per <hi rend="italic">logica necessità</hi> ad alcune <hi rend="italic">verità supreme</hi> o <hi rend="italic">principi</hi>,che que' veri subordinati riescono a dimostrare o accertare.</p>
          <p>Quindi la scienza propriamente detta (etiologica), da non confondersi con semplici discipline positive empiriche (p. e. la storia, la statistica), è di sua natura: <hi rend="italic">sistematica</hi>,risultante cioè di una serie di veri coordinati ad unità; <hi rend="italic">razionale</hi>,cioè composta di raziocini logicamente necessari; e <hi rend="italic">certa</hi>, icui veri cioè sono rigorosamente dimostrati come conformi alla realtà degli esseri.</p>
          <p>Il metodo alla sua volta deve essere pertanto: <hi rend="italic">sistematico</hi>,cioè adatto a fornire tutto l'insieme armonico dei veri di una scienza e non parziale o frammentario; <hi rend="italic">razionale</hi>,constare di precetti giustificati da ragione e non empirici; e <hi rend="italic">compiuto</hi>,conducente cioè non solo a rilevare i veri ma ad accertarli, con ufficio insieme inquisitivo e dimostrativo.</p>
          <p>Con ciò cade da sé il quesito — se il metodo debba essere semplicemente <hi rend="italic">descrittivo</hi> di fatti elementari a somiglianza di quello della zoologia e botanica (discipline tassinomiche); — e se esso (nel campo delle vere scienze) debba essere semplicemente <hi rend="italic">inventivo</hi> di rapporti empirici (ciò che è, ciò che fu), e non già dimostrativo della loro razionale necessità (ciò che <pb n="1.99" />razionalmente deve essere); — e ancor più l'altro quesito, se vi possa essere una <hi rend="italic">scienza senza premesse</hi> («Voraussetzunglosigkeit der Wissenschaft»), se cioè lo studioso nelle sue ricerche metodiche debba prescindere da qualunque principio. Per quest'ultimo rispetto, sono anzi i principi evidenti di immediata intuizione (assiomi), i quali insieme ai fatti di immediata osservazione (esterna od interna) danno la mossa alle ricerche dello scienziato, e poi vi aggiungono la prova di verità; perché que' principi risplendono nella mente come specchio della realtà dell'universo. Sarebbe possibile p. e. rinvenire e provare le leggi della ricchezza, senza ammettere il principio di causalità e il fatto primo dei bisogni umani che tendono alla soddisfazione?</p>
          <p>Le discussioni interminabili di questi ultimi tempi nel dominio della metodologia, e più per le scienze sociali, hanno ribadito questi criteri. Tutte le scienze anche positive espongono nella propedeutica i loro principi; e il positivismo finì, suo malgrado, col comporsi quasi una propria metafisica, col nome di schematica.</p>
          <p>2. <hi rend="italic">La capacità dello spirito umano di pervenire alla verità</hi>, cioè all'acquisto di conoscenze, fornite di <hi rend="italic">certezza</hi> obbiettiva. Questa proposizione (figlia del concetto di scienza) esclude il dubbio generale (scetticismo) o parziale (agnosticismo), per cui lo <pb n="1.100" />scienziato professa la impossibilità di dimostrare qualunque vero o almeno alcuni aspetti di esso (p. e. i veri fenomenici sì, quelli soprasensibili non già). Vi ha certezza scientifica invece, dovunque l'opposto involgerebbe una <hi rend="italic">contraddizione logica evidente —</hi> con la natura essenziale di un fatto (certezza metafisica),—con le leggi fondamentali del mondo materiale (certezza fisica), — colle tendenze e costumi universali e costanti della società umana (certezza storica). Nulla di più conforme al genio positivo dell'età moderna, in ispecie nelle scienze fisiche e sociali, di questa nozione di verità, consistente nella rispondenza evidente fra l'<hi rend="italic">idea</hi> e la <hi rend="italic">realtà</hi> dell'universo. In tutti tre i casi sempre certezza; bensì a vario grado, a seconda de' vari oggetti dello scibile: <hi rend="italic">assoluta</hi> o <hi rend="italic">necessaria</hi> nel primo caso valevole per tutte le scienze (veri metafisici), <hi rend="italic">relativa</hi> o <hi rend="italic">contingente</hi> per le scienze umano-sociali; valevole cioè fino a che rimangono immutate quelle condizioni di ordine generale rispettive, in cui le energie cosmiche ed umane si dispiegano, ed anzi in quest'ultimo caso sotto l'altra suprema condizione, che l'umanità <hi rend="italic">segua i dettami della ragione</hi>.Di questa certezza relativa o meglio condizionata sono fornite gran parte delle leggi positive (leggi seconde) della sociologia ed economia.</p>
          <p>Bensì in questo campo lo studioso può pervenire alla certezza per gradi di probabilità o di approssimazione; come il fisico, che ricerca la legge <pb n="1.101" />del fenomeno, dapprima nelle circostanze più semplici e poi in condizioni sempre più complesse, per dare infine al vero discoperto una formula compiuta e rigorosa; ma il termine che dà suggello scientifico alla conoscenza è sempre la certezza, figlia immediata o mediata della evidenza.</p>
          <p>3. <hi rend="italic">Il dovere dello scienziato stesso di assurgere al più alto grado possibile di certezza</hi>, conforme alla natura speciale dei vari obbietti dello scibile. Di qui la condanna fin d'ora di qualunque dettame angusto ed unilaterale, che vorrebbe limitare ad un esclusivo presidio o mezzo metodico la ricerca e dimostrazione della verità scientifica; mentre è nelle esigenze dello spirito umano di valersi di ogni argomento e riprova (ora diretta, ora indiretta) per rendere compiuta la conquista del vero, e più luminosa e facile la sua universale accettazione. Tutte le scienze, compatibilmente alla loro natura specifica, nella loro maturità dimostrano la cura, pari all'attitudine, di convalidare le loro indagini con ogni argomento di ragione, di osservazione, di sperimento, di analogia, di finalità (teleologica), di autorità scientifiche e di universale consenso (Augusto Conti).</p>
          <p>Così scorgessi storicamente la <hi rend="italic">metodologia</hi> in genere, da <hi rend="italic">semplice</hi> divenire <hi rend="italic">complessa</hi> (integrale) nei criteri di investigazione; e nei criteri di <pb n="1.102" />dimostrazione, le dottrine speculative ricercare la loro riprova nei fatti positivi; e le dottrine positive rinvenire nei principi filosofici e nelle formule stesse matematiche, più alte garanzie e più rigorosa espressione di certezza. Così anche negli studi sociali positivi i metodi di recente preferiti sono <hi rend="italic">misti</hi>,e avvalorati di presidi speculativi e matematici.</p>
          <p>Dopo queste premesse si può scendere con più speditezza ai <hi rend="italic">precetti metodici</hi>.</p>
          <p>Fonti della indagine metodica. <hi rend="italic">‒</hi> 1. In qualunque dominio dello scibile, donde si traggono le <hi rend="italic">norme</hi> del <hi rend="italic">metodo scientifico? —</hi> In parte dalla <hi rend="italic">natura dell'intelletto umano,</hi> che ha intrinseca necessità di attingere a certe fonti prime e di seguire certi procedimenti mentali, per scoprire e dimostrare il <hi rend="italic">vero</hi>;—in parte dalla <hi rend="italic">natura molteplice dei singoli obbietti</hi> dello scibile, al cui studio può applicarsi l'intelletto stesso. Per il primo riguardo il metodo è <hi rend="italic">uno</hi>,cioè consta di alcuni canoni, valevoli per qualunque indagine scientifica, senza distinzione. Per il secondo riguardo il metodo è <hi rend="italic">vario</hi>,cioè speciale, a seconda delle varie scienze. E così, p. e., vale per tutti i casi indistintamente, che lo spirito umano, nella ricerca del <hi rend="italic">vero</hi> deve procedere <hi rend="italic">dal noto all'ignoto</hi>;mentre è palese che diverso è il cammino che lo studioso seguirà, a seconda che si tratti di astronomia o di fisiologia, o di scienze sociali. Così rimane risposto <pb n="1.103" />al quesito, di frequente sollevato oggidì, intorno alla <hi rend="italic">unità</hi> o <hi rend="italic">varietà</hi> dei metodi in tutto lo scibile, anco a proposito delle dottrine <hi rend="italic">sociali</hi>.</p>
          <p>2. Attesa la natura dell'<hi rend="italic">intelletto umano</hi>,che ha d'uopo del noto per scoprire l'ignoto, la scienza in genere dispone di tre serie di <hi rend="italic">sommi veri</hi> o <hi rend="italic">principi</hi> sicuramente noti, da cui prendere le mosse:</p>
          <p>verità di evidenza <hi rend="italic">intuitiva</hi>;p. e. il principio di contraddizione (la stessa cosa non può nello stesso tempo essere e non essere), il principio di causalità (ogni effetto ha una causa proporzionata), ecc., cioè <hi rend="italic">principi speculativi</hi> o <hi rend="italic">premesse assiomatiche</hi>;</p>
          <p>veri di evidenza <hi rend="italic">osservatala</hi>:nozioni di fatti primi di immediata osservazione (senz'uopo di ragionamento), propri di ogni sensibile oggetto dello scibile; p. e. l'esistenza di materia, di moto, di sentimenti interni della vita umana, ecc., cioè <hi rend="italic">principi positivi o premesse</hi> di fatto.</p>
          <p>A questi due ordini di <hi rend="italic">principi primi</hi> o <hi rend="italic">immediati</hi> (<hi rend="italic">a priori</hi>),che sono i germi originari di tutte le nostre cognizioni acquisibili, si aggiunge un altro <hi rend="italic">ordine di principi successivamente acquisiti</hi> col ragionamento ed esperienza; i quali, di mano in mano che dalle scienze sono scoperti e rigorosamente dimostrati, si assumono come altrettanti <hi rend="italic">principi mediati</hi>,da cui si prende novellamente lo slancio per ulteriori indagini del vero. Tali i principi della costanza, della <pb n="1.104" />semplicità, dell'attrazione nell'universo; — della spiritualità dell'anima, della immortalità, della giustizia; — dell'incremento demografico, della produttività decrescente, della divisione del lavoro, ecc.</p>
          <p>Questi <hi rend="italic">principi acquisiti posteriormente</hi> sono propriamente i <hi rend="italic">postulati</hi> aumentabili all'indefinito. Sicché può dirsi che se le premesse di immediata intuizione e di immediata osservazione sono la base strategica naturale e fissa dell'impresa scientifica, i postulati sono le posizioni via via nelle marce conquistate, donde si riprende slancio per le ulteriori e più accelerate vittorie del vero.</p>
          <p>Ciò è dimenticato da chi menoma l'importanza dei principi nella scienza. Una sola cosa si richiede per accettarli, che questi <hi rend="italic">postulati</hi> sieno rigorosamente dimostrati e perciò definitivamente passati nel patrimonio del sapere.</p>
          <p>Uffici metodici e processi. ‒ Attesa la natura e il fine della <hi rend="italic">scienza</hi>,che è quello di rinvenire un ordine di <hi rend="italic">veri</hi> dimostrati, il metodo che perciò dicesi <hi rend="italic">inventivo</hi>,consta di due uffici: l'uno che riguarda la <hi rend="italic">ricerca</hi> del vero, donde l'ufficio <hi rend="italic">inquisitivo</hi>;l'altro, che si attiene alla <hi rend="italic">dimostrazione</hi> della verità (o certezza di ciò che si rinvenne) donde l'ufficio <hi rend="italic">dimostrativo.</hi></p>
          <p>1.Rispetto all'ufficio inventivo, cioè di ricercare il vero, tenuto conto qui pure delle esigenze della mente <pb n="1.105" />investigatrice, il <hi rend="italic">processo logico è</hi> duplice: — dal <hi rend="italic">generale</hi> al <hi rend="italic">particolare</hi>,ciò che compone il processo <hi rend="italic">deduttivo</hi> (o <hi rend="italic">a priori</hi>,<hi rend="italic"> speculativo</hi>);<hi rend="italic"> —</hi> dal <hi rend="italic">particolare</hi> al <hi rend="italic">generale,</hi> ciò che forma il processo <hi rend="italic">induttivo</hi> (o <hi rend="italic">a posteriori</hi>,<hi rend="italic"> positivo</hi>).</p>
          <p>Nel primo caso (processo <hi rend="italic">deduttivo</hi>),posti alcuni principi o verità generali per sé evidenti o ricondotti a rigorosa dimostrazione, si ricavano per discorso logico i veri particolari in quelli contenuti ed a quelli subordinati.</p>
          <p>Nel secondo caso (processo <hi rend="italic">induttivo</hi>), posti alcuni fatti rilevati dalla osservazione e talora provocati con l'esperimento, si risale mediante un processo di astrazione (con cui si prescinde dalle differenze accidentali per cogliere le somiglianze comuni) a discoprire i rapporti uniformi e costanti dei fatti, cioè i <hi rend="italic">veri generali</hi>. Fermati questi veri generali (rinvenuti con la induzione) si procede poi ulteriormente in via deduttiva, sia per verificare la esattezza del processo induttivo, sia per ritrarre dal seno dei principi indotti tutte le conseguenze scientifiche di cui essi sono suscettivi, con novella deduzione che, a differenza dell'altra la quale parte da verità evidenti e si dice <hi rend="italic">primitiva</hi>,può invece intitolarsi <hi rend="italic">deduzione derivata</hi>.Ma tali due processi logici, <hi rend="italic">deduttivo</hi> e <hi rend="italic">induttivo</hi>,sono per la mente indagatrice ciò che la diastole e la sistole per la vita del cuore; cioè <pb n="1.106" />ambedue integranti per la costruzione della <hi rend="italic">scienza</hi>.</p>
          <p>La storia dello sviluppo scientifico attesta che tutte le scienze tendono a certo grado di maturità ad avvantaggiarsi della <hi rend="italic">induzione</hi> e della <hi rend="italic">deduzione</hi>,alternativamente.</p>
          <p>2. Nello stesso processo <hi rend="italic">inquisitivo</hi>,tenuto conto invece della varia natura degli obbietti e quindi delle scienze, valgono questi precetti:</p>
          <p>o l'obietto, a cui lo studioso applica le sue ricerche, si presenta <hi rend="italic">fin da principio e di sua natura</hi> alla mente con <hi rend="italic">concetti speculativi e sintetici</hi>, e in tal caso è necessario prendere le mosse dal <hi rend="italic">processo deduttivo</hi>, come a il caso della filosofia e della matematica (le idee dell'essere, di quantità);</p>
          <p>o l'obietto, a cui lo studioso applica le sue ricerche, si presenta <hi rend="italic">fin da principio e di sua natura</hi> alla mente investigatrice con <hi rend="italic">concetti positivi ed analitici</hi>,ed allora è necessario prendere le mosse dal <hi rend="italic">processo induttivo</hi>,come a il caso delle scienze fisico-naturali (gli animali, le piante, gli astri).</p>
          <p>Così, rispetto al metodo, vengono a denominarsi scienze (razionali) <hi rend="italic">speculative</hi> le prime, e scienze (razionali) <hi rend="italic">positive</hi> le seconde. Ma ciò va inteso nel senso che quelle impiegano <hi rend="italic">primamente e massimamente la deduzione</hi>,e queste <hi rend="italic">primamente e massimamente la induzione</hi>;senza escludere però che <hi rend="italic">successivamente</hi> ed <hi rend="italic">in via secondaria</hi> possa valersi ciascuna di esse dell'altro processo opposto. Egli è così che oggi si parla di <hi rend="italic">matematica applicata</hi>,e viceversa di <hi rend="italic">fisica-matematica.</hi><pb n="1.107" /></p>
          <p>O, finalmente, l'obbietto a cui lo studioso applica le sue ricerche, si presenta <hi rend="italic">fin da principio e simultaneamente</hi> con <hi rend="italic">idee generali</hi> e con <hi rend="italic">fatti particolari</hi>,ed allora occorre valersi parallelamente del processo <hi rend="italic">deduttivo</hi> e del processo <hi rend="italic">induttivo</hi>, ossia del <hi rend="italic">metodo misto</hi>. Parlasi in tal caso di scienze <hi rend="italic">speculativo positive</hi> insieme, come le <hi rend="italic">scienze sociali</hi>.</p>
          <p>Ufficio dimostrativo. ‒ 1. Alla inquisizione o ricerca del vero succede il compito della sua <hi rend="italic">dimostrazione</hi>.Trattasi di accertare i veri discoperti, chiarendone la <hi rend="italic">razionale necessità</hi>;o, in altre parole, occorre provare che <hi rend="italic">ciò che è</hi> od apparisce <hi rend="italic">deve essere</hi>,in grazia della sua corrispondenza con l'ordine obbiettivo degli enti, riconosciuta successivamente dalla ragione.</p>
          <p>La <hi rend="italic">dimostrazione del vero</hi> risulta principalmente dalla corrispondenza fra la costituzione (natura) ed i procedimenti (funzioni, leggi) di un essere con i <hi rend="italic">fini</hi> per cui esiste. Dimostrazione la quale si appoggia al concetto intrinseco di <hi rend="italic">ordine</hi>,che è appunto « corrispondenza di mezzi al fine » e per il quale pertanto ogni essere a siffattamente costituito, da poter servire allo scopo che gli a prefisso. Tale è la dimostrazione <hi rend="italic">diretta</hi> od <hi rend="italic">intrinseca</hi>.</p>
          <p>
            <pb n="1.108" />Ma subordinatamente la dimostrazione del vero, ogni qualvolta non si riesca a conoscere appieno né l'intrinseca natura né il fine di un ente, si effettua in modo indiretto ed estrinseco. La prova, cioè, della verità o certezza si desume dalla uniformità (nello spazio) e dalla costanza (nel tempo) delle manifestazioni dei fatti (fenomeni) ossia dei rapporti esterni fra di essi. Tale è la dimostrazione <hi rend="italic">indiretta</hi> od <hi rend="italic">estrinseca</hi>.Essa si fonda alla sua volta sopra il concetto di <hi rend="italic">ordine</hi>,argomentando, che se nelle manifestazioni dei fenomeni non ci fosse <hi rend="italic">uniformità</hi> e <hi rend="italic">costanza</hi> fra le cause e gli effetti, il cosmo o l'ordine si scomporrebbe e quindi scomparirebbe; mentre per converso la uniformità e costanza delle cause nel determinare alcuni effetti, attestano che queste cause corrispondono alla lor natura ed ai loro fini, e che perciò comprovano la conformità loro <hi rend="italic">a ciò che deve essere</hi>,vale a dire <hi rend="italic">all'ordine obbiettivo</hi> delle cose volute dal Creatore.</p>
          <p>2. Nelle scienze <hi rend="italic">fisico-naturali</hi> ènecessario attenersi ordinariamente alla dimostrazione <hi rend="italic">estrinseca</hi>,dichiarando <hi rend="italic">vera</hi> e <hi rend="italic">certa</hi> una legge, quando si manifesti con <hi rend="italic">uniformità e costanza</hi> di rapporti fra <hi rend="italic">causa</hi> ed <hi rend="italic">effetto</hi>. È qui indispensabile attenersi per lo più a questa prova <hi rend="italic">estrinseca</hi>,perché imperfette sono le nostre conoscenze intorno alla intima natura delle varie sostanze e delle forze materiali. E d'altronde <pb n="1.109" />è<hi rend="italic"> sufficiente</hi> questa prova <hi rend="italic">estrinseca</hi>;perché nulla, d'ordinario, interviene ad alterare nel cosmo la costituzione ed azione delle forze e materie; e quindi la <hi rend="italic">generalità</hi> e <hi rend="italic">costanza</hi> dei fenomeni deve ammettersi (fino a prova contraria) sempre conforme alle <hi rend="italic">leggi naturali</hi>,cioè a verità obbiettiva.</p>
          <p>Nelle <hi rend="italic">scienze morali</hi> invece è necessaria una prova ulteriore, desunta dalla corrispondenza di queste <hi rend="italic">manifestazioni</hi> con la <hi rend="italic">natura</hi> e con i <hi rend="italic">fini</hi> degli esseri che le procurano; perocché, fra la <hi rend="italic">natura</hi> degli uomini ed i <hi rend="italic">fini</hi> loro doverosi, cioè moralmente necessari, s'interpone sempre la <hi rend="italic">libertà umana</hi>;la quale può anche determinare talune manifestazioni esteriori ossia seguire procedimenti anco ripugnanti o contrari alle ragionevoli esigenze della sua natura ed al benefico conseguimento dei suoi fini. E tale prova estrinseca torna ancora possibile nelle <hi rend="italic">scienze morali,</hi> perocché la filosofia riesce a conoscere ben più la natura spirituale ed i destini finali dell'uomo. In tal caso pertanto la dimostrazione si risolve in un nuovo <hi rend="italic">processo deduttivo</hi>, percui i risultati delle <hi rend="italic">induzioni positive</hi> si confrontano con i <hi rend="italic">principi speculativi di ragione finale</hi>;e partendo da questi ultimi si ricerca se quelle manifestazioni di fatto corrispondano ai fini, ed appariscano come altrettante <hi rend="italic">conseguenze logiche di essi</hi>.</p>
          <p>Questo processo compone la <hi rend="italic">deduzione finale</hi>. <pb n="1.110" />Allora rimane dimostrato che ciò che apparisce nel fatto è conforme all'ordine e perciò razionalmente necessario; donde il carattere di certezza scientifica. Se p. e., l'osservazione storica offre questo fenomeno, che nel passaggio dei popoli dal paganesimo all'ordine sociale cristiano, la poligamia venne di fatto progressivamente sostituita dalla monogamia, — si riconduce questa induzione <hi rend="italic">a posteriori</hi> fino ai principi <hi rend="italic">a priori</hi> filosofici intorno alla essenza ed ai fini etici dell'uomo e del matrimonio. E scorgendosi la coincidenza di quel procedimento positivo dal basso coi dettami speculativi in alto, da questi, fuor di ogni dubbio, si ritrae e deduce che questo cammino sociale (in onta ad opposte tendenze e consuetudini millenarie anteriori) è una <hi rend="italic">legge normale dell'incivilimento</hi>.Il suggello di certezza e legittimità dei <hi rend="italic">veri indotti</hi> della sociologia ed economia, si consegue ignora mercé la <hi rend="italic">deduzione derivata</hi> dalle cause prime e ragioni ultime della filosofia. Così la considerazione delle <hi rend="italic">cause finali</hi>, da molti rigettata, ma del pari oggi da uomini dotti (ma non scevri da pregiudizi) rimessa in onore (Jhering, James, P. Janet), torna nelle nostre scienze <hi rend="italic">sociali</hi> indispensabile al compito metodologico <hi rend="italic">dimostrativo</hi>.</p>
          <p>3. Finalmente, ammesso che convenga raggiungere nel <hi rend="italic">vero</hi> il più alto grado di certezza, alle prove combinate della <hi rend="italic">deduzione</hi> e della <hi rend="italic">induzione</hi> gioverà <pb n="1.111" />aggiungere ulteriori criteri e convalidazioni di verità; e specialmente: — l'<hi rend="italic">analogia</hi> di alcune leggi <hi rend="italic">sociali</hi> con altre <hi rend="italic">psicologiche</hi> o <hi rend="italic">cosmiche</hi>;<hi rend="italic"> — l'universale consenso</hi> dei popoli intorno alla loro verità; — <hi rend="italic">l'autorità</hi>,concorde o prevalente degli scienziati.<note n="3"> Gli scienziati credenti aggiungono un altro criterio di verità scientifica, cioè l'armonia dei veri scientifici colla divina rivelazione. Posto che la fonte prima del vero è una cioè Dio, e che perciò vi ha certamente coordinamento fra veri fondati sulla autorità della fede e quelli fondati sulla ragione, il riscontrare che i risultati scientifici non contrastano con quelli religiosi, ma vi rinvengono o armonia o conferma o integrazione, è argomento certamente estrinseco, perché desunto da un dominio superiore a quello della scienza, ma pur prezioso per apprestare o una remota preparazione o una finale consacrazione del vero razionale. Perciò, lo ripetiamo volentieri, la scienza cristiana non è qualche cosa di diverso dalla scienza comune fondata sugli ordinari mezzi logici; ma essa esprime soltanto la scienza ridotta a tale maturità e rigore di dimostrazione razionale e positiva, da lasciar trasparire il nessun contrasto ed anzi il complemento dei propri veri con quelli religiosi (Hertling, Brants, Cathrein, Pesch).</note></p>
          <p>Un cenno sopra l'<hi rend="italic">analogia</hi>.I progressi simultanei ai dì nostri di tutti i rami del sapere positivo, compresa la psicologia empirica e le scienze naturali biologiche, dettero un grande impulso all'uso delle analogie istituite fra queste scienze e quelle sociali; e ciò fino all'abuso, da cui pur di recente cercasi di recedere. Ma è certo che qualche remota rispondenza esiste (senza offendere la sostanziale differenza tra le scienze morali e quelle fisiche) fra le stesse leggi <pb n="1.112" />cosmiche e quelle della civiltà (sociologia); ciò che riflette l'unità di un supremo pensiero creatore.</p>
          <p>Tutte queste nozioni generali intorno al metodo in generale, in cui ci parve di condensare le più assodate conclusioni di antichi e nuovissimi studi metodologici, forse gioveranno a sgombrare le menti da deplorevoli equivoci e pregiudizi in un tema, in cui tutte le scienze odierne largamente si esercitarono.</p>
          <p>Quale sia il METODO APPROPRIATO ALLA SCIENZA SOCIALE-ECONOMICA; dopo il fin qui detto, e facile designarlo.</p>
          <p>1. Il dominio delle <hi rend="italic">scienze sociali</hi> e di quella <hi rend="italic">economica</hi> in ispecie, si aggira intorno ai rapporti di colleganza fra l'<hi rend="italic">uomo</hi>,la <hi rend="italic">società</hi> e il <hi rend="italic">mondo esterno</hi>. Prendendo quindi per obbietto della economia questi fatti primi, la ricerca metodica dei <hi rend="italic">rispettivi rapporti scientifici</hi> suppone tre premesse:</p>
          <p>il <hi rend="italic">concetto generalissimo</hi> di un <hi rend="italic">ordine</hi>,che deve esistere anche nella <hi rend="italic">attività economica</hi> dei popoli, per una necessità razionale, conforme ai disegni di un <hi rend="italic">Dio</hi> provvidente, e che perciò deve risultare di <hi rend="italic">cause</hi> ed <hi rend="italic">operazioni</hi> (<hi rend="italic">leggi</hi>)proporzionate ad un <hi rend="italic">fine</hi>,senza di cui vi sarebbe contraddizione logica; donde l'idea di <hi rend="italic">utilità</hi> inerente al conseguimento del fine, che è il benessere materiale della ricchezza;</p>
          <p>il <hi rend="italic">concetto specifico</hi> della natura essenziale di quest'ordine proprio di esseri ragionevoli e liberi, e <pb n="1.113" />perciò ordine morale (e non fisico), con le connesse idee di <hi rend="italic">onestà</hi> (etica) e di <hi rend="italic">giustizia</hi> (diritto), a cui l'<hi rend="italic">utile</hi> èsubordinato;</p>
          <p>il <hi rend="italic">concetto positivo</hi> o <hi rend="italic">concreto</hi> dei tre fatti primi fra cui si dispiega l'attività economica, cioè: l'<hi rend="italic">uomo</hi> con le sue facoltà (utili), la <hi rend="italic">società</hi> con i suoi mutui servizi (utili), il <hi rend="italic">mondo esterno</hi> con i suoi mezzi materiali (utili) ai fini umani. Questa serie di idee, di cui la prima è di <hi rend="italic">immediata intuizione</hi> e le altre due di <hi rend="italic">immediata osservazione</hi>,sono i principi da cui partono le ricerche metodiche dell'economia e da cui si riscontra infine la verità dei suoi dettami.</p>
          <p>2. Rispetto ai fatti fondamentali (<hi rend="italic">uomo</hi>,<hi rend="italic"> società</hi>,<hi rend="italic"> mondo esterno</hi>) la stessa osservazione prima o immediata avverte che essi offrono <hi rend="italic">manifestazioni complesse</hi>.Essi si presentano cioè al pensiero dell'osservatore — da un lato con fenomeni uniformi (nello <hi rend="italic">spazio)</hi> e costanti (nel <hi rend="italic">tempo</hi>)e quindi generali; — eda un altro con fenomeni <hi rend="italic">particolari</hi> e quindi <hi rend="italic">vari</hi> e <hi rend="italic">mutevoli</hi>.Tale <hi rend="italic">complessità</hi> dipende (come ci ammaestra la filosofia e le stesse scienze fisico-naturali) da ciò: che la natura degli uomini (mondo interno), come quella di ogni ordine di cose (mondo esterno) è<hi rend="italic"> una</hi> nella essenza e <hi rend="italic">varia</hi> negli accidenti; ed altrettanto quindi la <hi rend="italic">società</hi> che e composta di uomini ed operante nel mondo esteriore.</p>
          <p>3. Ciò basta a persuadere che deve essere <hi rend="italic">complesso</hi> o <hi rend="italic">misto</hi> anche il <hi rend="italic">metodo</hi> dell'economia. E pertanto:</p>
          <p>
            <pb n="1.114" />o si tratta di fenomeni inerenti alla <hi rend="italic">natura essenziale</hi> degli uomini e delle cose, immutabile in qualunque tempo e luogo, fenomeni che perciò si presentano alla mente mercé <hi rend="italic">concetti astratti</hi> e<hi rend="italic"> sintetici</hi> (o intuiti immediatamente o rigorosamente dimostrati da scienze superiori); ed in tal caso questi si assumono come <hi rend="italic">principi</hi> indotti generali, per poi procedere <hi rend="italic">deduttivamente</hi> alla ricerca dei veri particolari;</p>
          <p>o si tratta di fenomeni connessi bensì con la natura degli uomini e delle cose, ma che non ne compongono la essenza, ma soltanto le <hi rend="italic">manifestazioni accidentali</hi>,le quali non possono perciò conoscersi <hi rend="italic">a priori</hi> dalla sostanza di quegli enti, ma soltanto <hi rend="italic">a posteriori</hi> mediante l'osservazione dei fatti particolari; ed in tal caso si prendono le mosse dai rispettivi concetti <hi rend="italic">concreti e analitici</hi> per poi risalire <hi rend="italic">induttivamente</hi> alla invenzione dei <hi rend="italic">veri generali</hi>.</p>
          <p>Così per l'<hi rend="italic">economia</hi>: <hi rend="italic">—</hi> la <hi rend="italic">deduzione</hi> serve a scoprire tutte le <hi rend="italic">leggi prime razionali</hi>,nonché quelle <hi rend="italic">positive di tendenza finale</hi>, valevoli per tutti i luoghi e per tutti i tempi <hi rend="italic">e di valore assoluto</hi>,sicché l'opposto ripugnerebbe alla natura degli uomini e delle cose; — e la <hi rend="italic">induzione</hi> invece serve a rinvenire le <hi rend="italic">leggi seconde</hi> (<hi rend="italic">axiomata media</hi>,di Bacone) concrete, di tendenza transitoria, valevoli soltanto per certe condizioni di luogo, di stirpe e di istituzioni civili, <pb n="1.115" />nonché per certi periodi di avanzamento storico della civiltà; e che perciò hanno un <hi rend="italic">valore puramente relativo,</hi> sì che l'opposto ripugnerebbe a quelle condizioni di fatto prevalenti in quel dato grado di sviluppo dello spirito umano e della cultura dei popoli, ma non già alla ragione essenziale del mondo umano o reale.</p>
          <p>4. La induzione stessa deve praticarsi sotto diverse forme: — mediante la <hi rend="italic">osservazione statistica</hi> applicata a gruppi di fatti economici <hi rend="italic">simultanei</hi> in dati momenti, per ritrarne il grado comparativo di progresso cui sono pervenute singole genti sotto particolari influenze cosmiche e istituzioni civili; —mediante la <hi rend="italic">osservazione storica</hi> applicata (per ciascuna stirpe e ciascun territorio) ai fatti economici <hi rend="italic">successivi</hi>,per ricavarne le leggi di continuato sviluppo nel tempo; — mediante l'<hi rend="italic">osservazione sociologica</hi>, per rilevare la mutua correlazione che intercede fra l'atteggiamento e sviluppo economico e le altre forme del vivere sociale; p. e. fra la vita politico-giuridica, e quella economica, intellettuale, morale, religiosa in ordine al risultato finale, che è l'incivilimento.</p>
          <p>Le prime leggi scoperte con la <hi rend="italic">deduzione</hi> tornano così <hi rend="italic">fondamentali</hi> alla scienza; le seconde sono ad esse <hi rend="italic">integranti</hi>,vengono cioè ad aggiungervi <hi rend="italic">modo</hi>, <pb n="1.116" /><hi rend="italic">intensità</hi> e<hi rend="italic"> limite di efficienza.</hi> Il metodo inventivo delle nostre scienze è pertanto <hi rend="italic">metodo misto</hi> per eccellenza.</p>
          <p>5. Ciò è consentito dagli economisti più imparziali e perspicaci. La questione versa soltanto intorno alla <hi rend="italic">importanza comparativa</hi>,che nella invenzione dei veri sociali hanno i due processi <hi rend="italic">deduttivo</hi> e <hi rend="italic">induttivo</hi>.Ma facilmente dagli studiosi si conviene in questa conclusione: — per <hi rend="italic">eccellenza di ufficio</hi> nelle scienze sociali ed economiche sovrasta incontestabilmente la <hi rend="italic">deduzione</hi>;iveri deduttivi sono pochi, ma fondamentali; senza di essi non si erigerebbe il piedistallo ed il fastigio della scienza, in ciò che vi ha di più assoluto e generale; — per <hi rend="italic">estensione di applicazione</hi> prevale la <hi rend="italic">induzione</hi>; vale a dire l'elemento variabile nella vita sociale è affatto preponderante, essendo la umanità <hi rend="italic">eminentemente progressiva</hi>, ed i suoi procedimenti modificandosi all'indefinito in grazia soprattutto della libertà umana, che atteggia in forme sempre nuove e più perfette le costituzioni sociali; cosicché il campo della <hi rend="italic">osservazione induttiva</hi> si estende ignora più, e le verità secondarie da essa discoperte si accrescono incessantemente, senza limite assegnabile.</p>
          <p>6. Rispetto al <hi rend="italic">compito dimostrativo</hi> si rammenti che i <hi rend="italic">rapporti sociali</hi> sono immediatamente tradotti in atto dalla libertà umana, a seconda che il grado di <pb n="1.117" />intelligenza e soprattutto di virtù dei popoli riesce a comprendere in che consista l'<hi rend="italic">ordine</hi>,da cui dipende il <hi rend="italic">bene</hi> (e l'<hi rend="italic">utile</hi> a questo coordinato) ed a volerne efficacemente il rispetto. Ciò posto, si avverta che la <hi rend="italic">dimostrazione di verità</hi>,ammessa la possibilità della ignoranza e del pervertimento umano, nel nostro dominio, deve essere duplice:</p>
          <p>una prima dimostrazione desunta dalla relativa <hi rend="italic">generalità</hi> e <hi rend="italic">costanza</hi> di alcuni procedimenti ed istituzioni dei popoli;</p>
          <p>e poiché anche le aberrazioni umane possono essere talora estesissime e secolari, presentando carattere di una certa generalità e costanza, così una seconda dimostrazione dovrà desumersi dalla <hi rend="italic">consonanza di quei procedimenti con i fini</hi> essenzialmente morali dell'incivilimento.</p>
          <p>Ciò vale in specie per l'economia, nella quale le norme dell'<hi rend="italic">utile</hi> osservate nel tempo e nello spazio ricevono piena legittimità di <hi rend="italic">veri scientifici</hi>,allora soltanto che sia dimostrato che esse coincidono con le norme etico-finali, che dominano il progresso di tutta la società. Tale è p. e. il caso della <hi rend="italic">schiavitù</hi>,che nell'antichità classica, alla stregua della generalità e perduranza secolare, avrebbe potuto dichiararsi siccome un <hi rend="italic">istituto normale e scientifico</hi>,mentre confrontandola con le esigenze etiche supreme dell'umanità e dell'incivilimento rimane incontestabilmente stigmatizzata come istituto assolutamente <hi rend="italic">anormale ed antiscientifico.</hi></p>
          <p>
            <pb n="1.118" />Cenni sulla storia dei metodi nell'economia. ‒ La genesi storica del metodo (bene inteso <hi rend="italic">scientifico</hi>)in un determinato ramo del sapere, — segue da un canto lo sviluppo <hi rend="italic">interiore dello spirito umano</hi> per cui alle origini della cultura anticipano e preponderano la fantasia, il sentimento, la potenza di intuizione, ed è tardiva invece la virtù di riflessione (interna) e di osservazione (esterna), — e da un altro la qualità e grandiosità dei <hi rend="italic">fatti cosmici</hi> (l'ambiente fisico) e dei fatti <hi rend="italic">umano-storici</hi> (l'ambiente sociale), che danno impulso e materia all'esercizio della osservazione stessa; — e infine per ciascuna singola scienza, segue gli <hi rend="italic">indirizzi generali</hi> prevalenti nei successivi momenti storici, della <hi rend="italic">cultura</hi> e in ispecie della <hi rend="italic">filosofia;</hi> scienza madre la quale per mezzo della logica si riflette su tutti gli aspetti del metodo.</p>
          <p>Per l'economia sociale, scienza per molta parte di <hi rend="italic">osservazione</hi> eminentemente complessa, fu ed è inutile parlare di storia dei suoi metodi: — finché i grandi avvenimenti sociali economici non abbiano educato nelle popolazioni e negli studiosi lo <hi rend="italic">spirito di osservazione; —</hi> finche non sieno pervenute a maturità le <hi rend="italic">discipline positive</hi> (storiche, statistiche, naturali) a cui essa si appoggia e che richiedono mezzi e processi di osservazione estesi, continuati, coordinati fra gli studiosi di ogni paese; — e finché nella formulazione di propri criteri- di metodo, l'econo<pb n="1.119" />mia non si trovi preceduta da altri rami di scienza di più semplice processo osservativo, — ed informato infine da analoghi <hi rend="italic">indirizzi della filosofia</hi> e quindi della logica.</p>
          <p>La <hi rend="italic">metodologia</hi> in genere e quella speciale delle scienze sociali (in cui è coinvolta l'economia), non raggiunse pertanto certa maturità che a tempi a noi vicini. E la sua genesi storica va forse oggi in gran parte riveduta, in grazia di studi storico-critici più corretti e recenti.</p>
          <p>Precedenti remoti. – I. Come storica preparazione di una metodologia sociale in genere ed economica in ispecie, basti qui rammentare che un certo <hi rend="italic">spirito osservativo</hi> (dei fatti sensibili), dominato e retto da <hi rend="italic">concetti</hi> e <hi rend="italic">criteri</hi> speculativi (che trascendono il sensibile) <hi rend="italic">nelle popolazioni dell'età cristiana</hi>,era stato (ben più che nell'antichità classico-pagana) predisposto: — dal cristianesimo stesso, il quale educò le popolazioni a far gran conto dell'uomo, della società e di ogni loro attività e prodotti (compresa la ricchezza) e insieme a sollevarsi dal sensibile a scorgere il soprasensibile fino a Dio; — e dalla vivacità multiforme della vita religiosa, sociale, civile, ed anche economica (agricoltura, industrie, commerci, viaggi) in particolare dal secolo XI nei Comuni di tutta <pb n="1.120" />Europa. — Coefficienti, i quali attraverso talune tradizioni dottrinali e metodologiche greco-latine (Platone, Cicerone, Varrone) cristianneggiate dai santi Padri, massimo s. Agostino, riuscirono a determinare la ripresa della <hi rend="italic">filosofia aristotelica</hi>,realistico-ideologica per eccellenza (l'idea sgorga dal fatto e si leva sovr'esso), per merito dei <hi rend="italic">dottori scolastici</hi> nel medio evo (da Boezio a G. Biel, dal sec. VI al XV), continuatori, correttori, perfezionativi di quella anche nei riguardi del <hi rend="italic">metodo</hi>,particolarmente nelle premesse metafisiche e nei processi sillogistici di esso; raggiungendo il suo culmine con s. Tommaso di Aquino (m. 1294).</p>
          <p>2. Tale filosofia (come oggi fu rigorosamente illustrato) quale «scienza delle ragioni prime ed ultime di tutti gli esseri» (l'universo), nei suoi tre grandi oggetti reali, distinti e coordinati, «<hi rend="italic">Dio</hi>,il mondo dello <hi rend="italic">spirito</hi> e il mondo della <hi rend="italic">materia</hi>» (e quindi nelle loro concezioni ideali nella mente umana, dalla cui corrispondenza col reale risulta il vero scientifico), tale filosofia, ripetesi, ben detta «<hi rend="italic">comprensiva</hi> od <hi rend="italic">integrale</hi>»,costituì anche il proprio <hi rend="italic">metodo</hi>.Il quale metodo, come insieme di «precetti logici per giungere alla conoscenza certa del vero e quindi della scienza» è alla sua volta <hi rend="italic">comprensivo</hi> od <hi rend="italic">integrale;</hi> perché abbraccia la serie compiuta degli elementi razionali richiesti dalla mente umana per la formazione della scienza stessa. Tali: — l'<hi rend="italic">osservazione</hi><pb n="1.121" />esterna ed interna (dei fatti fisici e psichici) come fondamento sensibile di elaborazione; — i <hi rend="italic">principi metafisici</hi> come luce e guida suprema alla acquisizione del vero ossia assiomi e giudizi universali; — i <hi rend="italic">procedimenti delle facoltà umane conoscitrici</hi>,sia per la invenzione che per la dimostrazione del vero stesso, cioè deduzione e induzione; — la <hi rend="italic">critica estimativa</hi> del valore del vero o certezza nelle singole scienze, ora assoluta ora relativa; — il <hi rend="italic">coordinamento delle singole scienze</hi> nella varietà ed unità della enciclopedia del vero razionale umano, guarentito dal vero sovrarazionale divino (fede e teologia rivelate).</p>
          <p>3. Così la filosofia scolastica, sebbene nel metodo si adoprasse a definire ed illustrare massimamente i principi metafisici, il processo logico deduttivo (sillogistico) e il valore preminente dei veri speculativi, a servizio di ogni ramo del sapere, non trascurò per questo lo studio dei fatti sensibili in genere, specialmente nell'analisi della natura dell'uomo; dando con ciò svolgimento alla osservazione fisio-psicologica interna della coscienza (nel trattato delle passioni), e delle circostanze esterne contingenti di tempo e luogo, in cui si dispiega l'attività umana razionale, libera e responsabile, in ordine ai fini prossimi e remoti della vita personale e collettiva, con profitto delle scienze sociali (Deploige).</p>
          <p>Se ne erano avvantaggiate le stesse discipline fisico-naturali dal secolo XII al XIV, con Gerberto <pb n="1.122" />di Reims, con Alberto Magno, colla scuola di Salerno, soprattutto con Ruggero Bacone (inglese francescano m. 1294) non solo scopritore e inventore nel mondo della natura, ma illustratore del metodo induttivo; propagandosi più tardi nel secolo XV, fino agli esordi del secolo XVI, con L. Pacioli, Toscanelli, Paracelso (tedesco), Copernico (polacco) astronomo ed economista; fino a Colombo e Vespucci, osservatori geografici, ed a Leonardo da Vinci (m. 1519); mirabile quest'ultimo per dottrine e applicazioni di rigorosa induzione scientifica, le quali porgono il filo ai futuri metodi galileiani.</p>
          <p>Ma di preferenza crebbero ad insolito sviluppo le scienze morali: l'etica razionale e il diritto naturale (<hi rend="italic">ius privatum</hi> ed <hi rend="italic">ius gentium</hi>),la scienza delle leggi positive (<hi rend="italic">de legibus</hi>), degli ordini politici (<hi rend="italic">de regimine principum</hi>),delle utilità economiche anche sociali. E precisamente in virtù di questo metodo, il quale partendo dal fatto e risalendo all'idea, ritornava al fatto; sebbene coll'intento di rinvenire in questo la conferma dei veri deduttivi (<hi rend="italic">a priori</hi>),piuttosto che ricercare com'oggi nei fatti il fondamento per risalire ai veri induttivi (<hi rend="italic">a posteriori</hi>);ciò che richiede un più <hi rend="italic">sistematico studio</hi> di discipline <hi rend="italic">storiche</hi>,allora immature. Tuttavia peci futuri metodi storico-induttivi il medio evo aveva ispirato lo zelo per <pb n="1.123" />la raccolta di notizie e documenti, di avvenimenti umano-sociali, negli archivi, biblioteche, negli scritti di corporazioni, di riassunti di cronisti, viaggiatori, mercanti; ed iniziata la loro esposizione storica (<hi rend="italic">Speculum historiale</hi>,di Vincenzo di Beauvais); — nonché tracciate le grandi linee induttive di una filosofia della storia, che da s. Agostino, a Salviano e s. Tommaso, si sarebbe legata agli scritti di Bossuet ed alla futura sociologia.</p>
          <p>Nel rinascimento neo-classico. ‒ 1. Ma a cavaliere dell'evo medio e moderno, — per la degenerazione della stessa scolastica (il nominalismo), per il predominio della <hi rend="italic">cultura umanistica</hi> (classico-pagana) e del razionalismo teologico-luterano (libero esame), — <hi rend="italic">venne a frangersi l'unità della filosofia comprensiva</hi> cristiana e quasi scomparire; moltiplicandosi le scuole filosofiche in pieno conflitto fra loro: i nuovi peripatetici autoritari dell'<hi rend="italic">ipse</hi><hi rend="italic">dixit,</hi> (Vanini, Cremonini, Pomponazzi), i nuovi cinici-ipercritici (Valla, Reuchlin, Erasmo), i neo-platonici idealisti (M. Fiocino, Patrizi) e infine i panteisti (Telesio, Campanella, Bruno); tutti concordi nell'odio contro la scolastica, per propugnare le più varie ed opposte dottrine, che infine riescono allo scetticismo universale di Bayle (sec. XVII). Analogamente, in mezzo a questo dissolvimento della filosofia, lo stesso <hi rend="italic">metodo</hi> tradizionale scolastico si scorge smarrire <pb n="1.124" />ogni sano concetto metafisico, screditare i processi deduttivi, e nello stesso dominio dei fenomeni fisici, alla osservazione empirica delle cause, leggi ed effetti concreti, sostituire le ipotesi fantastiche, le virtù demiurgiche, la cabala e l'astrologia; e in quello dei fatti morali, pervertire ogni senso interpretativo dell'ordine e della vita umano-sociale.</p>
          <p>2. Di qui a riparare a tanta ruina <hi rend="italic">gli sforzi</hi> multiformi nei secoli stessi fra XVII-XVIII per la rinnovazione della filosofia e di tutte le scienze, mercé la ricerca della origine delle conoscenze scientifiche e dei criteri metodici, per opera specialmente di R. Descartes (1596-1650) in Francia, e di F. Bacone da Verulamio (1561 -1626) in Inghilterra da un canto; e per la sistemazione in particolare delle scienze fisico-matematiche da un altro, per merito di Galileo (1565-1642) e dei suoi discepoli in Italia; due tentativi che esercitarono grande influenza sull'indirizzo del sapere e sopra i metodi fino ad oggi, ripercotendosi anche negli studi sociali.</p>
          <p>Dei due primi filosofi, Descartes (Cartesio) si fa iniziatore dell'<hi rend="italic">idealismo</hi>,per cui la nostra conoscenza del vero deriva <hi rend="italic">dal di dentro</hi> della mente per virtù anteriore e superiore alle impressioni sensibili esteriori; Bacone fu autore dell'<hi rend="italic">empirismo</hi> per cui le cognizioni del vero sono riflesso e generalizzazione della nostra mente dei fenomeni sensibili del di fuori, senza <pb n="1.125" />virtù di essa di penetrare nella conoscenza più profonda del vero; riuscendo così ambedue a metodi unilateri, per l'uno esclusivamente <hi rend="italic">speculativo</hi> (deduttivo) per l'altro esclusivamente <hi rend="italic">osservativo</hi> (induttivo); — di contro a quello integrale degli scolastici e della loro metafisica.</p>
          <p>Galileo per converso, nelle sue scoperte sul mondo siderale e nei suoi scritti (nel <hi rend="italic">Saggiatore</hi>),correggendo, rinnovando e perfezionando i processi di osservazione induttiva, sorretti dalla speculazione deduttiva matematica, si palesava seguace degli ultimi fisici naturalisti, in ispecie di Leonardo da Vinci, cresciuti sotto le influenze della scolastica e della sua metafisica. E pertanto Galilea coi suoi discepoli e cogli immediati continuatori di lui Keplero (m. 1630) e Newton (m. 1727) nelle scoperte astronomiche, furono proclamati i grandi fondatori della fisica moderna; ma per le stesse loro teorie metodologiche (come parte della <hi rend="italic">philosofia naturalis</hi>)sono salutati ancora quali filosofi classici del metodo integrale (principi metafisici, osservazione e speculazione, processi induttivi e deduttivi, presidi di dimostrazione e di riprova) proprio della tradizionale filosofia comprensiva.</p>
          <p>3. Questa duplice visione opposta, altra <hi rend="italic">esclusiva</hi> altra <hi rend="italic">integrale</hi> dei metodi in genere, rifluì sul cammino del sapere fino ai giorni nostri, con due </p>
          <p>
            <pb n="1.126" />correnti parallele, l'una favorevole, l'altra sinistra; risentendone a fondo tutta la cultura, non escluse le scienze e discipline sociali.</p>
          <p>Ciò, perché i metodi esclusivi intorno alle origini ed ai mezzi di acquisto delle cognizioni scientifiche nella nostra mente (soggetto dello scibile) impediscono o pervertono la giusta conoscenza degli esseri (oggetto dello scibile) e falsano la nozione del vero, che e corrispondenza certa dell'idea colla realtà. La storia stessa del sapere attesta — che l'<hi rend="italic">idealismo</hi> (per cui le conoscenze derivano soltanto da virtù insite alla mente) inclina a pronunciare che l'universo è un prodotto del nostro spirito, e tende ad estendere sconfinatamente il dominio dello <hi rend="italic">spiritualismo</hi>;—mentre l'<hi rend="italic">empirismo</hi> (che le conoscenze ritrae solamente dal mondo sensibile) è prono a proclamare che l'universo intero (compresa l'idea) e prodotto delle forze fisiche, ed apre le porte al <hi rend="italic">materialismo;</hi>— ovvero l'una e l'altra concezione (unilaterale) finiscono coll'immedesimare gli esseri naturali e loro prodotti, comprese le idee, coll'essere sovrannaturale, mediante un <hi rend="italic">panteismo</hi>,ora spiritualistico ora materialistico, sconvolgendo vieppiù ogni processo di metodo e di scienza.</p>
          <p>Per contrario i metodi <hi rend="italic">integrali</hi>,che traggono le nostre cognizioni dal <hi rend="italic">senso</hi> e dallo <hi rend="italic">spirito</hi>,e che poi convergono al vero, sollevandosi dalle idee sensibili <pb n="1.127" />alle soprasensibili, fino a quella dell'essere supremo creatore cui tutti gli altri esseri rimangono subordinati, coincidono colla concezione certa e distinta dei tre domini dell'universo reale: Dio, il mondo spirituale-umano e il mondo materiale-fisico, fra loro coordinati; sicché quelle <hi rend="italic">premesse metafisiche</hi> e <hi rend="italic">speculative</hi> sulla genesi e sul processo delle nostre idee, che guarentiscono il metodo integrale, avvalorano pur anche la filosofia comprensiva; la quale si rispecchia nella enciclopedia <hi rend="italic">una</hi> e <hi rend="italic">varia</hi> della scienza. Questi ammaestramenti trovano riscontro nelle vicende dei metodi più recenti.</p>
          <p>Le vicende dei metodi sociali ed economici nella età contemporanea. ‒ Questa età, che dai prodromi della rivoluzione francese procede fino a noi, e che vide le scienze sociali e in particolare le economiche assurgere a «trattazione sistematica» — rimarrà, per quanto riguarda i metodi, segnalata nella storia per il <hi rend="italic">rigetto definitelo</hi> in essi <hi rend="italic">dell'ultimo resto della metafisica</hi> tradizionale, e per il connesso tentativo immane di insediare queste scienze, anzi tutta la cultura del secolo XIX, sopra l'<hi rend="italic">osservazione dei fatti sensibili</hi>,e quindi di restringere il vero scientifico nei limiti di questi; in nome come fu appellato di un <hi rend="italic">metodo positivo,</hi> stromento adatto ad una <hi rend="italic">scienza positivistica</hi> negatrice o dubbiosa di ogni verità soprasensibile.</p>
          <p>
            <pb n="1.128" />In questo «periodo antimetafisico per eccellenza» scorgesi che da qualunque parte si prenda la mossa nella ricerca del vero, o dall'idealismo o dall'empirismo, attraverso atteggiamenti intermedi del pensiero, i quali vanno da una concezione dell'universo (dello scibile) o esageratamente spiritualistica o grossolanamente materialistica, — sempre ed inesorabilmente, si scende, come ad ultimo risultato e a dispetto delle affermazioni quasi dogmatiche di scienziati dottrinari, ad uno <hi rend="italic">scetticismo sistematico</hi> che annichila o menoma l'ampiezza, gli uffici, il valore della scienza. È la logica punizione di aver rifiutato quelle premesse metafisiche evidenti, necessarie, universali nei metodi, che guidano alla ricerca e dimostrazione del <hi rend="italic">noumeno</hi>, vale a dire di ciò che vi ha di essenziale e immutabile negli esseri dell'universo e quindi di <hi rend="italic">assoluta certezza</hi> nel vero; restringendo la scienza allo studio del <hi rend="italic">fenomeno</hi> che muta e perciò ai veri di un valore <hi rend="italic">relativo</hi>.Sperimento doloroso, di cui massimamente si risentirono le scienze morali sociali sotto il giogo del positivismo.</p>
          <p>Profondo rivolgimento metodologico, il quale in ispecie per le nostre scienze, passò per <hi rend="italic">tre stadi</hi> successivamente prevalenti.</p>
          <p>Il metodo positivo naturalistico dottrinario. ‒ 1. È quello dell'enciclopedia francese, <pb n="1.129" />continuato dalla scuola politico-economica liberale fino all'ultimo quarto del secolo XIX. Movendo dall'osservazione dell'<hi rend="italic">uomo-individuo</hi>,ed astraendo da tutto ciò che in questo apparisce di accidentale e passeggero, tale metodo induce ciò che presenta di più uniforme e costante la <hi rend="italic">natura umana</hi>;e poi da questa nozione, allargata a tutta la società (assunta come una somma di individui), ritrae con processo logico-deduttivo le leggi generali dell'essere e del vivere della «umanità», assomigliandole a quelle meccaniche e matematiche universali del mondo astronomico. Metodo naturalistico, che provenne primamente in Inghilterra dall'empirismo di Bacone e dal sensismo di Locke, incontrandosi coll'idealismo scettico di Hume, il quale pronunciava: «i misteri della natura umana, meglio che nello spirito (l'idea speculativa) si scoprono nella operosità tumultuosa della piazza (i fatti), ove trionfa l'egoismo». Ma esso, trasferendosi in Francia, in cui non taceva l'eco dello spiritualismo teista di Cartesio e del materialismo empio di Bayle, — poté, presso gli enciclopedisti-fisiocrati alla vigilia entusiastica e violenta di un rinnovamento radicale della società e dello Stato, — dare alternamente alla parola «ordine naturale» il senso di un sistema di leggi irrefragabili di ragione con Mercier de la Rivière, ovvero di inesorati istinti animaleschi con Helvetius e La Mettrie. Ne unifica <pb n="1.130" />infine tipicamente la concezione G. G. Rousseau; il quale, dando di frego a millenni di civiltà, da poche, astratte e superficiali nozioni di fatto intorno alla' «uomo isolato, anzi selvaggio» deriva ed ostenta una serie di proposizioni audaci, categoriche, sconfinate, che intitola <hi rend="italic">diritto di natura</hi>.Era il rovescio del metodo realista-speculativo, logico e temperato degli scolastici nell'etica (legge eterna) e nel giure (diritto delle genti).</p>
          <p>2. Ma quando più tardi si sparsero e volgarizzarono nel continente le dottrine di A. Smith scozzese, filosofo-economista, che distaccò la morale dall'utile e l'economia sociale confuse con quella individuale (teoria dei sentimenti morali e cause della ricchezza delle nazioni); — ed esse vennero a contatto in. Germania, ove erano sempre vive le tradizioni del diritto naturale dei seguaci di Leibniz e del suo temperato determinismo (le armonie prestabilite), coll'idealismo filosofico ed individualistico di Emanuele Kant, che dubitava della <hi rend="italic">ragion pura</hi> (dell'idea innata), ma attribuiva per converso una autorità onnipotente alla <hi rend="italic">ragione pratica</hi> cioè alla volontà autonoma dell'uomo, che domina il fatto reale, — le teorie sociali-civili e quelle economiche in ispecie, riuscirono a quel <hi rend="italic">dottrinarismo</hi> di «leggi naturali-utilitarie», dedotte dalla natura razionale dell'uomo in formule categoriche, sempliciste, universali; sotto <pb n="1.131" />di cui scomparve lo studio dei veri relativi sulla base dei fatti contingenti di osservazione. Tale il metodo caratteristico della «scuola liberale individualista» in politica ed economia, i cui primi saggi metodici risalgono a J. S. Mill (1830) modificati più tardi nel <hi rend="italic">Sistema di logica deduttiva e induttiva</hi> (1843) ed a Whately (1831), seguiti e corretti in parte da altri (C. Lewis, 1852; Dufau, 1866, ecc.).</p>
          <p>L'indirizzo però tornava giovevole (entro certi limiti) a definire «le leggi fondamentali dell'economia», rispondenti a tendenze generali della natura umana (Cossa, Messedaglia); ma era pur sempre <hi rend="italic">metodo positivo unilaterale</hi>,non guarentito da ragioni speculative superiori all'utile, né integrato da condizioni storiche di concreta effettuazione, proprie della vita reale.</p>
          <p>Il metodo positivo evoluzionistico. ‒ I. Accanto all'indirizzo metodico naturalistico-razionale, quasi «determinismo intellettuale sconfinato» si colloca lungo il secolo XIX, quello <hi rend="italic">evoluzionistico</hi>.Questo, sebbene proceda dall'idealismo più trascendente di F. G. Hegel (1770-1831); rimane pur sempre positivo; perocché nel sistema filosofico di lui (<hi rend="italic">Fenomenologia dello spirito</hi>, 1807; e <hi rend="italic">Scienza della logica</hi>, 1812)<hi rend="italic"> il pensiero si identifica col fatto.</hi> Per esso l'idea che <hi rend="italic">si svolge</hi> indefinitamente dentro di noi, crea, plasma, travolge tutta la realtà fuori di noi (evoluzione);</p>
          <p>e ciò per una intrinseca necessità (coercizione) congenita ad ogni essere (panteismo); per cui nell'uni<pb n="1.132" />verso ove <hi rend="italic">nulla è, ma tutto diviene</hi> il vero offre un valore del tutto <hi rend="italic">relativo</hi> al grado di svolgimento della mente in consonanza con quello di tutte le cose (relativismo). <hi rend="italic">Tre concetti</hi> di evoluzione, di necessità fatale e di relativismo mutevole (nella filosofia dell'ideale e del reale insieme), i quali Hegel stesso colle sue opere enciclopediche trasferì nel dominio della religione, dell'etica, del diritto, della politica e nella genesi universale della scienza; avventurandosi così per entro a tutta la enciclopedia e filosofia della storia, come aveva fatto già il suo coetaneo ed emulo E. Kant.</p>
          <p>Per Hegel pertanto il metodo si risolveva nel seguire ciecamente le necessità evolutive mentali, corrispondenti a quelle reali dell'universo, <hi rend="italic">rinunziando</hi> ad ogni <hi rend="italic">concetto assoluto</hi> e ad ogni <hi rend="italic">raziocinio</hi> nella invenzione e dimostrazione del vero. Però la filosofia ed il metodo hegeliano assunsero in breve l'aspetto nel campo delle scienze sociali di una reazione al <hi rend="italic">dottrinarsmo categorico</hi> della rivoluzione francese (p. e. del Condorrete, m. 1794, <hi rend="italic">Esquisse historique sur les progrès de l'esprit humain</hi>)e del <hi rend="italic">razionalismo germanico</hi>,trasfusi poi nella scuola economico-liberale di tutta Europa; e ciò specialmente dal 1830-1848, in cui all'individualismo gretto, cominciarono a <pb n="1.133" />contrapporsi le tendenze del socialismo (di Saint-Simon) più tardi trionfanti; reazione evoluzionistica del resto, che nelle scienze fisico-naturali aveva avuto già precursori in Lamarck (<hi rend="italic">Philosophie zoologique</hi>, 1809) e in Laplace (<hi rend="italic">Esposizione del sistema del mondo</hi>,1796). Infine tale metodo hegeliano (che fu detto dialettico) ultraidealistico, ma insieme positivo (perché in esso la evoluzione della mente rientra in quella dei fatti materiali e immateriali dell'universo), — poté accoppiarsi allo spiritualismo (fino al misticismo panteista) degli immediati seguaci di Hegel (Fichte, Schelling) ed al più tardivo materialismo antropolatro di Feuerbach o a quello collettivista dei socialisti germanici Rodbertus-Jagetzow e C.Winkelblech, ecc.</p>
          <p>2. Tutto questo concorre a spiegare, come tale dottrina filosofico-panteista riuscisse a «reincarnarsi» in più successive metamorfosi, anche nel rispetto del metodo pur sempre evoluzionistico. Donde <hi rend="italic">due primi indirizzi metodici</hi> negli studi sociali:</p>
          <p>l'uno, della <hi rend="italic">scuola storico-giuridica</hi> di Savigny, ripercosso fra gli economisti, da Roscher a Knies; la quale meglio direbbe della <hi rend="italic">psicologia etnico-storica,</hi> per cui le leggi dell'evoluzione sociale, derivanti da cause prevalentemente spirituali, si ritraggono dallo svolgersi della «coscienza» etica, giuridica, politica, economica, nella storia interna speciale di ogni nazione;</p>
          <p>
            <pb n="1.134" />l'altro del <hi rend="italic">collettivismo storico-economico</hi> o altrimenti detto del <hi rend="italic">materialismo storico,</hi> che mette capo ad Engels e Carlo Marx; per cui quelle leggi stesse sociali evolutive sono risultato del fatale atteggiamento successivo (all'infuori di cause superiori spirituali) degli interessi utilitari materiali (economici) <hi rend="italic">delle varie classi in lotta</hi> fra loro nella società.</p>
          <p>Due indirizzi, l'uno virtuale, l'altro meccanico; nei quali frattanto la funzione del metodo è ridotta a seguire le mutazioni incessanti (evoluzione) della mente e delle cose insieme, converse ad escludere in radice la ricerca dell'<hi rend="italic">assoluto</hi> cioè dell'essenziale e immutabile natura degli esseri, che è il compito fondamentale del sapere; sicché — la scuola storica del diritto disconobbe per tal modo (immenso regresso) il «diritto naturale o razionale», ammettendo soltanto quello «positivo» delle consuetudini e dello Stato; — e la scuola storica dell'economia negò l'esistenza di leggi universali della ricchezza, rinunziando a riconoscere la suprema ed evidente «legge di conservazione dell'universo» compreso il mondo umano-sociale. La scienza rimase dimezzata e vacillante sulle sue basi, anche nella scuola metodologico-storica; ma nella sociologia collettivisti addirittura distrutta. Attraverso le vicende del collettivismo, lungo il secolo XIX, in seguito alla inesorata <hi rend="italic">autocritica</hi> degli stessi corifei di esso (i quali pur vantavasi di aver dato una «costruzione scientifico-<pb n="1.135" />positiva» al socialismo dapprima «utopistico»), dopo aver rigettato i famosi apoftegmi di Carlo Marx, si concluse che la sorte del divenire socialistico è raccomandata esclusivamente al gioco dinamico della violenza materiale delle classi in lotta fra loro (sindacalismo) o di quella coercitiva dello Stato legiferante sopra di tutti e di tutto (riformismo).</p>
          <p>Ma i critici in queste conclusioni negative della scienza scorsero la conseguenza logica della distruzione di ogni criterio metodologico, propria della scuola hegeliana. Ammesso infatti il preconcetto indiscusso di una forza che sospinge ad una <hi rend="italic">perpetua trasformazione</hi> il mondo fisico ed umano-sociale, lo studioso si dispensò, anche nel giro dei fenomeni contingenti e mutevoli, dalla invenzione (ricerca) di cause efficienti, dalla formulazione di leggi seconde, dall'apprezzamento degli effetti o risultati positivi; tutto compendiando (al di fuori di ogni giustificazione razionale) <hi rend="italic">nella legge del necessario evolversi senza modo e termine definibile</hi>; e a più ragione <hi rend="italic">si dispregiò lo studio delle cause finali</hi>,per cui uomini e popoli operano normalmente per determinati scopi razionali ed utili; cadde ogni concetto di <hi rend="italic">ordine</hi> nella società e la storia dell'<hi rend="italic">incivilimento</hi> rimase un enigma. È l'episodio ben noto delle discussioni in Germania intorno agli «enigmi dell'universo» («Welträtsel») <pb n="1.136" />contro Haeckel. La metodologia in tal caso si risolse nel <hi rend="italic">descrivere ciò che diviene</hi> in modo ineluttabile negli umani consorzi, e nel persuadere ognuno a subire passivamente od a sfruttare audacemente <hi rend="italic">quidquid fata trahunt</hi>.Anzi in forza del predominio di un grossolano materialismo, prevalso nella filosofia della seconda metà del secolo XIX con Büchner e Moleschott, e trapassato nei nuovi dottrinari del collettivismo, tale metodologia evolutiva dannò, non solo le premesse metafisiche nella logica, ma <hi rend="italic">Dio</hi>,la <hi rend="italic">spiritualità dell'anima</hi>,la <hi rend="italic">libertà morale</hi>,rendendo impossibile uno studio adeguato delle scienze morali (umano-sociali). Tale è l'ammaestramento finale delle vicende del metodo e della corrente scientifico-sociale discesa da Hegel, fino all'esordire del secolo XX. Mentre oggi la folla sindacalista si reggimenta per dar l'ultimo assalto alla novella Bastiglia della società borghese, i dottrinari sfiduciati, dopo un secolo di disquisizioni evoluzionistiche, specialmente degli scrittori francesi (da Littré a Tarde), dichiarano impossibile l'esistenza di una sociologia; e la meschinità della dottrina sul metodo è misurata dai saggi di Durkheim e Lévy-Bruhl (Deploige).</p>
          <p>3. Tuttavia <hi rend="italic">la prima di tali scuole metodiche, quella etnico-storica</hi> di List (m. 1841), di Hildebrand (m. 1878), di Roscher (m. 1894), la quale da quest'ultimo fin dal 1843 ricevette le prime linee del metodo storico, sviluppato poi dal Knies (<hi rend="italic">Die</hi><pb n="1.137" /><hi rend="italic">politische Oe-konomie von Standpunkte der geschichtlichen Methode</hi>,1853) e di recente da G. Schmoller (vivente); scuola metodologica, che solo remotamente risentì della logica dialettica di Hegel, e viceversa si avvantaggiò della forte ricostituzione della storia civile e giuridica in Germania per merito di Niebuhr, Dahlmann, Savigny, (prof. a Bonn e Tubinga) e del movimento storico-scientifico cattolico intorno a Görres (prof. a Monaco, m. 1848) e dai suoi continuatori: Böhmert, Leo, Hurter, Gförer, — riuscì a risultati duraturi. Richiamando gli scienziati alla <hi rend="italic">osservazione dei fatti storici</hi> d'ogni natura, da quelli economici e giuridici a quelli spirituali, per rinvenire <hi rend="italic">induttivamente</hi> le ragioni dello svolgersi della civiltà presso ogni nazione, tale scuola (pur rinunziando alla guida di premesse razionali e a conclusioni di valore universale) ammaestrava a rilevare e definire parecchi aspetti delle <hi rend="italic">leggi seconde della vita civile</hi> ed anche <hi rend="italic">della ricchezza</hi>;le quali versando sopra fatti contingenti e mutevoli non si possono rinvenire che con <hi rend="italic">processi induttivi</hi>.E per tale rispetto rimase altamente benemerita degli studi sociali sulla base della storia; <hi rend="italic">integrando</hi> con tali leggi seconde, variabili nel tempo e nello spazio, la formulazione esclusiva delle leggi prime, oggetto delle ricerche dei filosofi della storia (C. e. a quel tempo F. Schlegel) e degli economisti classico-liberali.</p>
          <p>
            <pb n="1.138" />Ma, singolare a dirsi, anche la <hi rend="italic">seconda scuola metodica del materialismo storico</hi> (collettivismo evoluzionistico), in più diretta connessione con Hegel, sebbene congiurasse per quasi un secolo alla distruzione di ogni metodo e scienza sociale, lasciò qualche traccia istruttiva; insegnò cioè nella sociologia e nella economia a distinguere induttivamente <hi rend="italic">le leggi normali da quelle anomale</hi>, nella costituzione del progresso sociale; tutte le celebri leggi del materialismo storico-economico di Engels, Marx, fino a Loria e a Sombart, non essendo che formule esprimenti la patologia dell' incivilimento.</p>
          <p>Metodo positivo agnostico. ‒ 1. Senonché le sinistre previsioni dell'impero assoluto di tal metodo positivo-evoluzionistico, divenuto in breve materialistico, provocavano a non grande distanza da Hegel (m. 1831) un atteggiamento più prudente di un metodo poggiante sul sostrato di un materialismo larvato nei fatti concreti e scettico nelle idee trascendenti (agnostico). Tale è il programma di A. Comte (1798-1857) in Francia, seguace di Hegel e poi suo oppositore, nel <hi rend="italic">Corso di filosofia positiva</hi> (1826-42), col quale egli non attinge dalla evoluzione hegeliana che un solo concetto storico-dialettico: «la scienza che all'origine è <hi rend="italic">teologica</hi>,trapassa per un periodo <hi rend="italic">metafisico</hi>,per divenire definitivamente <hi rend="italic">positiva</hi>;incardinandosi così sopra “i fatti sensibili” anzi di <pb n="1.139" />osservazione esterna, come “su piedistallo unico ed incrollabile di verità”». In tal modo egli presume (con non poche incoerenze) di farsi novatore di una filosofia scientifica e metodica per eccellenza. Di tale <hi rend="italic">filosofia</hi> o <hi rend="italic">scienza positiva</hi> (come d'allora in poi si intitolò) — egli ed i numerosi seguaci e trasformatori (primo il Littré) delle sue dottrine si adoperarono a fermare i canoni seguenti: — l'idea scientifica proviene esclusivamente dal di fuori della mente, cioè dai fatti sensibili, e rimane poi a questi limitata (empirismo); — quindi le idee soprasensibili <hi rend="italic">non sono scientifiche</hi>;potranno essere vere, ma la ragione speculativa non vale a dimostrarle (agnosticismo); — unico mezzo di acquistare la scienza è pertanto <hi rend="italic">l'osservazione</hi> dei fatti e il <hi rend="italic">processo induttivo</hi> (positivismo) — e così il vero scientifico ha valore soltanto relativo nei limiti dei fatti osservati (relativismo). Donde segue che fra gli oggetti dello scibile rimangono fuori della scienza <hi rend="italic">Dio</hi> e il <hi rend="italic">sovrannaturale</hi>,lo <hi rend="italic">spirito umano,</hi> ed i suoi <hi rend="italic">destini immortali</hi>;e che analogamente vengono escluse dal metodo scientifico le <hi rend="italic">premesse metafisiche</hi> o speculative (principi evidenti e deduzioni), la ricerca delle <hi rend="italic">cause prime</hi> e dei <hi rend="italic">fini ultimi</hi> delle cose, e la determinazione della loro <hi rend="italic">essenza</hi>, e quindi l'<hi rend="italic">assoluto</hi>; perché tutto ciò trascende il sensibile. — Fine del sapere rimane pertanto l'<hi rend="italic">umanità</hi> e il suo progresso terreno; — ministra la <hi rend="italic">scienza</hi> col suo metodo <pb n="1.140" />positivo; — suprema dottrina enciclopedica la <hi rend="italic">sociologia.</hi></p>
          <p>2. Questa dottrina scientifico-metodologica, la quale restringeva il vero ai <hi rend="italic">fatti sensibili</hi>,e che i fatti e veri trascendenti (ossia soprasensibili) dichiarava inaccessibili alla scienza (l'inconoscibile), porge ragione della accoglienza diffusissima del metodo positivo nella seconda metà del secolo XIX; e poi spiega la formazione delle due correnti derivate da A. Comte, con particolare pregiudizio delle scienze sociali.</p>
          <p>Da un lato, riannodandosi alle tradizioni dell'empirismo inglese di Bacone e di Hobbes, ne trassero impulso novello le <hi rend="italic">tendenze materialistiche</hi> nella scienza; specialmente dacché sul vigoroso tronco degli studi di fisiologia (G. Müller, m. 1858), Darwin credette di innestare la teoria della <hi rend="italic">evoluzione biologica</hi>,colle sue ipotetiche leggi di trasformismo delle specie (1859); che poi H. Spencer (dal 1876) trasferì alla società umana (trasformismo super-organico), ed infine Haeckel presunse di unificare in un monismo evolutivo universale. Teoria, la quale non potendosi applicare al domino sociale senza rigettare la libertà umana e la Provvidenza divina, spinse la sociologia sulla via dell'assurdo scientifico e del discredito dello stesso metodo positivo.</p>
          <p>Da un altro lato il metodo positivo di A. Comte disinteressandosi da tutto ciò che è soprasensibile <pb n="1.141" /> (siccome estraneo alla scienza), si trovò amalgamato con le concezioni più opposte dell'idealismo, del panteismo, del misticismo e di una metafisica pseudo-materialistica, per lo più sotto forma di <hi rend="italic">psicologia empirica,</hi> mal distinta dalla fisiologia, nella quale si conglomerarono tutti i fenomeni umani non manifestamente materiali, senza darvi adeguata dimostrazione; e così gettò il dubbio sopra tutta la <hi rend="italic">psicologia razionale,</hi> scotendo la base di ogni scienza morale sociale. Ciò specialmente, dacché quel dubbio sul valore dei veri razionali, il Lange in Germania autore della <hi rend="italic">Storia del materialismo</hi> (1861) alzando il grido «indietro a Kant», e poi Renouvier (dal 1875) trasferendo e rinnovando in Francia «il criticismo neo-kantiano» — tentarono di dare a quel dubbio vago e incoerente una <hi rend="italic">giustificazione sistematica</hi>,sostenendo che «il relativismo della conoscenza» escludente la certezza, è figlio della genesi dell'opinione e della coscienza, le quali sono prodotti sintetici di energie soggettive (del conflitto di idee e di stati d'animo) essenzialmente mutevoli, senza corrispondenza logica e reale col di fuori. Ed estesero così il dubbio in forma di scetticismo sistematico (soggettivismo) anche al mondo esterno di osservazione; ponendo in discussione perfino le gloriose conquiste delle scienze fisico-naturali, della matematica stessa, e dei metodi osservativi e sperimentali (vedi Poincaré) <pb n="1.142" />da Galileo a C. Bernardo. Tali le risultanze desolanti per tutta la cultura odierna, derivanti bensì da ultimo così dalla logica hegeliana come da quella kantiana, ma risalenti insieme al rigetto remoto della <hi rend="italic">metafisica</hi> nella ricerca del vero e dell'essere, ed al connesso impero di metodi unilaterali <hi rend="italic">positivi</hi>;risultati più rovinosi per le scienze morali-sociali, e dei rispettivi processi induttivi, perché in flagrante contrasto coi mirabili progressi della storia, della statistica e di tutte le discipline ausiliari della <hi rend="italic">sociologia</hi>;la quale pertanto fu resa impossibile nella sua costituzione e nei suoi metodi adeguati (vedi Mercier).</p>
          <p>Verso la restaurazione del metodo integrale..</p>
          <p>1. Di qui la più recente, ma profonda reazione per riparare a simili ruine in tutto il sapere, in ispecie nelle scienze sociali. La dura esperienza ammaestrava che il rimedio consisteva <hi rend="italic">nel restaurare il metodo integrale</hi> nella sua obbiettività, nelle premesse metafisiche, nei processi logici, nella dimostrazione di certezza del vero; sicché si rivendicasse il necessario accanto al contingente nei fatti e l'assoluto accanto al relativo nella scienza.</p>
          <p>Tale restaurazione è tuttora e vieppiù promette domani di riuscire proporzionata all'immane conseguenze accumulate nel dominio della metodologia e dello scibile, da oltre tre secoli di ostilità alla metafisica tradizionale; e tale da tesoreggiare le <pb n="1.143" />esperienze largamente acquisite e criticamente assodate, specialmente nell'ultimo secolo in servigio di metodi rigorosi e compiuti.</p>
          <p>2. La riscossa era latentemente, ma di lunga mano preparata in tutti i rami della cultura stessa positiva. E ciò; — mercé gli esempi pressoché costanti e generali lungo il secolo XIX dei grandi fisici ed astronomi, fedeli alle tradizioni metodiche di Galilea e Newton, da Herschel il massimo scopritore e sperimentatore dell'età contemporanea fino a Helmholtz, Laverrier e P. Secchi (vedi Naville); — dalle critiche definitive di filosofi e scienziati che scalzarono dalla radice la ipotesi della evoluzione sotto tutte le forme e in ogni regno della natura, da Quatrefages, a Romanes, a Wasmann (vedi Gruber); — dall'uso di più sani metodi (già prevalso con Dumas, Chevreul, Pasteur nelle scienze fisico-chimiche), trasferiti massimamente per merito di C. Bernard alla fisiologia; — infine dalla moltiplicazione e rinnovamento delle discipline di osservazione (descrittive e investigatrici), che sono il piedistallo e il sussidio delle scienze sociali. Di qui i recenti più complessi ed esatti <hi rend="italic">studi</hi> sul metodo nelle discipline preparatorie ed ausiliari di esse, quali l'<hi rend="italic">etnografia</hi> (con Peschel, F. Müller, Bastian, ecc.), la <hi rend="italic">filologia</hi> (dopo Bopp, Grimm, Oldenberg, Meillet); ma specialmente il rinnovamento dei <hi rend="italic">metodi</hi>: della <hi rend="italic">geografia</hi> (da A. Humboldt, a Ritter, <pb n="1.144" />Ratzel fino a Brunhes), della <hi rend="italic">storia</hi> (da Niebhur, a Freeman e Bernheim) e della <hi rend="italic">statistica</hi> (da Rümelin, Oettingen, G. von Mayr, Messedaglia, Gabaglio, Benini ecc.). Tutto il sustrato e l'ambiente delle analisi metodologiche si trovò così in sulla fine del secolo decorso e all'alba del XX, profondamente mutato in favore di una novella sociologia, da sostituirsi a quella informe e pervertita dai metodi del positivismo evoluzionistico in ispecie di Spencer e dei francesi.</p>
          <p>3. Ma i più diretti ed efficaci contributi al rinnovamento sistematico del metodo nelle scienze sociali (positive) derivarono <hi rend="italic">da due sorgenti</hi>,che poi si confusero con una terza.</p>
          <p>La prima di queste fonti si riannoda alla <hi rend="italic">scuola storica</hi> giuridico-economica, nel primo mezzo del secolo XIX, la quale (come si vide) analizzava storicamente i coefficienti della vita civile di ogni nazione, come reazione ai metodi di un dottrinarismo razionale universale della enciclopedia e poi del liberalismo. Programma di felice reazione storica, che fu ripreso parallelamente da <hi rend="italic">filosofi della storia</hi>,ricercatori dell'<hi rend="italic">origine</hi> e <hi rend="italic">funzione sociale delle lingue nella genesi di ogni nazione</hi>,giusta il celebre quesito dell'Accademia di Berlino, 1769; fra i quali (dopo Herder che tosto vi rispose superficialmente, <hi rend="italic">Idee sulla filosofia della storia</hi>, 1771)— due iniziatori <pb n="1.145" />filologi di genio, Guglielmo Humboldt coi suoi studi sulla lingua della Malesia (1836), e ancor prima di lui Federico Schlegel, orientalista-indiologo, i quali con profonda veduta additarono nascosti nella lingua i fattori spirituali ed anco sovrannaturali delle più antiche civiltà; donde la storia comparata dei culti (Max Müiller, Tiele, Feist). La quale filosofia della storia in tutta la sua ampiezza, volta a rivendicare in particolare l'azione della Provvidenza sulle vicende umane, non fu più abbandonata fino a Cantù, a Balbo, a Costanti e Lavollée. — La seconda di tali innovazioni metodico-sociali provenne da un altro corso più positivo di <hi rend="italic">studi storici</hi>,cioè la «storia della civiltà» celebre (sebbene non sempre corretta) quella di F. Guizot (1787-1874) sulla «civilisation en Europe» (1845), accompagnata da analoghe indagini generali o speciali, in ordine particolarmente alla vita sociale nell'incivilimento cristiano in tutta Europa (Balmes, Cortes, Ozanam, Montalembert, fino a Kurth e Gruppe). Storia della civiltà, che in Germania («Kulturgeschichte») sollevò la questione di metodo nella occasione di una <hi rend="italic">polemica</hi> fra Ranke (storico, insegnante dal 1825) e Gervinus con altri pensatori (Carlyle), intorno alla prevalenza dei fattori individuali ovvero collettivi nelle vicende dei popoli; rinnovata di recente da Kart Lamprecht (<hi rend="italic">Was ist Kulturgeschichte?</hi>,1896, e<hi rend="italic"> Individualität und</hi><pb n="1.146" /><hi rend="italic">sozialpsychische Kraft,</hi> 1897) di fronte ad altri critici (Rachfals, Schnürer, Pirenne). — Duplice corrente storica, che al fine di illustrare gli elementi <hi rend="italic">psichici</hi> del progresso umano venne ad incontrarsi col rinnovamento filosofico della <hi rend="italic">psicologia empirica</hi>,la quale si presenta dapprima come disciplina sociale. Già G. Humboldt (nei suoi scritti) parla dello «spirito nazionale» («Volksgeist») figlio di una virtù o forza insita ad ogni individuo («Urkraft»), la quale si allarga alla collettività umana; ma i veri fondatori della <hi rend="italic">psicologia sociale</hi> furono i professori Steinthal (di linguistica, Università di Berlino) e Lazarus (di psicologia, Università di Berna), i quali sulle tracce di G. Humboldt, svolsero ampiamente (nella rivista <hi rend="italic">Zeitschrift für Vólkerpsychologie</hi>,fondata nel 1860) le loro dottrine sociali; da cui risulta che ogni gruppo etnico compone una <hi rend="italic">unità psichica collettiva</hi> (da quella individuale), della quale la lingua rivela la genesi educativa storica, per concorso di tutte le energie spirituali (dalla cultura alla religione) sovr'essa operanti, improntandola del carattere di <hi rend="italic">nazione.</hi> Però spetta a G. Wundt dell'Università di Lipsia, fisiologo, elevatosi a psicologo-empirico, e infine a filosofo e moralista, coi suoi scritti, dal 1867 (fra cui un <hi rend="italic">Trattato di logica e di metodologia</hi>) e dal 1900 colla «Vöikcerpsychologic», il merito di ricongiungere la psicologia empirica individuale (interna) con quella collettiva e storica <pb n="1.147" /> (esterna); riuscendo a tramutare così quelle singole psicologie nazionali in una <hi rend="italic">psicologia veramente sociale generale;</hi> e da ultimo a favorire remotamente il passaggio dalla psicologia sperimentale a quella <hi rend="italic">razionale-speculativa,</hi> cioè alla <hi rend="italic">filosofia</hi> propriamente detta. Contribuì in tal modo col Lange, Fechner, Paulsen, alla riabilitazione della metafisica, anche nelle scienze sociali, giusta la sua proposizione: «se la <hi rend="italic">evoluzione</hi> del costume (egli scrive) rientra nella psicologia dei popoli, l'<hi rend="italic">origine della morale e del diritto</hi> appartengono alla <hi rend="italic">scienza etica e dell'incivilimento</hi>».Tutto ciò invero non ancora in forma così decisa e sistematica da emanciparsi dai pregiudizi di una psicologia individuale-sociale <hi rend="italic">evoluzionistica e soggettivista</hi> (tuttora rappresentata dal prof. Ludwig Stein, a Berna); ma bastevole a ridestare nella Germania lo zelo di rivendicare l'autonomia delle scienze morali (Dilthey, <hi rend="italic">Geist oder Moralwissenschaften,</hi> 1883; Eucken, 1893, ecc.) dapprima considerate quasi capitoli della biologia trasformista, e ad illustrare la prevalenza dei fattori spirituali e religiosi nella sociologia storico-evolutiva (cfr. p. e. Schäffle, <hi rend="italic">Das gesellschaftliche System der menschlichen Wirtschaft,</hi> 1878; Id. <hi rend="italic">Bau und Leben des sozialen Körpers</hi>,1875-78).</p>
          <p>Il momento metodologico critico. ‒ La ripercussione di questi progressivi indirizzi storici e filosofici del sec. XIX affrettò la crisi della questione <pb n="1.148" />metodologica nelle scienze sociali (specialmente economiche) negli ultimi decenni di esso, accentrandosi di preferenza nella Gran Bretagna ed in Austria.</p>
          <p>1. La levata di scudi è intimata dall'opera <hi rend="italic">Ricerche sopra il metodo nelle scienze sociali e in particolare economiche</hi> (1883) seguita dall'opuscolo polemico contro la scuola storica (<hi rend="italic">Historismus</hi>,1884) del prof. Carlo Menger (dell'Università di Vienna), il quale combatté, insieme composte in fascio, le vedute di una metodologia unilaterale prevalsa finora. E, distinguendo — una economia storica — una economia razionale — ed una applicata (arte), propugna la <hi rend="italic">integrazione</hi> dei processi logici <hi rend="italic">induttivo</hi> e <hi rend="italic">deduttivo;</hi> quello su larga base di rapporti <hi rend="italic">vari</hi> e <hi rend="italic">mutevoli</hi> (relativi) nello spazio (geografico) e nel tempo (storia); questo di rapporti razionali di carattere e valore <hi rend="italic">più generale e rigoroso</hi>.Criterio di integrazione che può valere per tutte le scienze «salvo di farne applicazione, <hi rend="italic">giusta la natura di ciascun</hi> ramo di esse e dei rispettivi problemi» (vedi Defourny).</p>
          <p>Atteggiamento sintetico del professore di Vienna, che coincide per la data colla pubblicazione del professore di Cambridge, Sidgwick, <hi rend="italic">The principles of political economy</hi> (1883), l'economista-filosofo (come fu detto), autore del libro <hi rend="italic">The methods of etics</hi> (1874), con cui, correggendo l'utilitarismo gretto di Bentham e di J. S. Mill, si riavvicinava alla originaria scuola di <pb n="1.149" />A. Smith, il quale seppe contemperare i processi razionali con quelli positivi, né escludeva a fianco dell'economia la <hi rend="italic">morale</hi> comunque fondata sul sentimento. Con questi criteri metodici intendevasi di correggere le deficienze della scuola liberale già aspramente criticata dal collettivismo dottrinario (di Engels-Marx) e dalla scuola storica, sebbene ancora chiusa entro il ciclo di singole nazioni.</p>
          <p>2. La mossa convergente riuscì a due risultati metodici, che poi inclinarono a fondersi.</p>
          <p>Da un lato, dall'analisi psicologico-individuale interna del sentimento dell'utile ritraendo il <hi rend="italic">principio razionale edonistico</hi> (del minimo mezzo col massimo effetto), se ne avvantaggiò la <hi rend="italic">logica deduttiva</hi>;la quale venne ad avvalorarsi di presidi matematici per definire, bensì astrattamente (nell'ipotesi dell'<hi rend="italic">homo oeconomicus</hi>)ma in modo più esatto, le <hi rend="italic">leggi di tendenza, costanti ed universali</hi> dell'economia. Espedienti economico-matematici, i quali avendo già precursori in Gossen (1854) e Jevons (1862) nell'Inghilterra, ed in Walras nella Svizzera, si riannoda ai seguaci del Menger in Austria (Sax, Böhm-Bawerck, 1855-56), poi diffusi dovunque (in Italia: Pantaleoni, Pareto, ecc.).</p>
          <p>Da un altro lato G. Schmoller, dietro la rivendicazione dell'induzione (come complemento della deduzione) del Menger, — con sue posteriori direttive <pb n="1.150" />metodiche, <hi rend="italic">Questioni fondamentali di diritto e di economia</hi> (del 1892-93), i criteri ristretti dell'antica scuola storica (cui apparteneva) estende alle osservazioni dei fatti storici (di successione) e a quelli statistici (di simultaneità); col proposito metodico, <hi rend="italic">mercé la comparazione</hi> fra popoli nelle più differenti condizioni sociali <hi rend="italic">coesistenti tuttora sul globo</hi>,di procurarsi una concreta cognizione dell'umanità e nel passato e nel presente (metodo realistico-comparato), sì da ritrarre per via induttiva «le leggi di sviluppo universale della società, attraverso <hi rend="italic">una serie di stadi o cicli sempre più elevati</hi> dell'incivilimento». Egli si ripromette di distinguere così le leggi statiche dalle dinamiche, il permanente dal mutevole, e soprattutto il cammino anomalo dal normale nella civiltà, anche al di fuori di principi fissi speculativi.</p>
          <p>Senza condividere queste eccessive previsioni dello Schmoller, è certo che verso la fine del secolo XIX, il processo inventivo, <hi rend="italic">analitico-induttivo</hi>, nelle scienze sociali, si dimostrò adatto a raggiungere, sotto determinate condizioni, tale una compiutezza di precetti e avvenimenti logici, da emulare in qualche modo l'altro processo <hi rend="italic">sintetico deduttivo</hi>,svolto con tanto rigore ed efficacia nell'evo medio. E il merito dello Schmoller sembra tanto maggiore, in quanto egli negli ultimi scritti, compreso il T<hi rend="italic">rattato di economia sociale</hi>, seppe tesoreggiare i progressi della <pb n="1.151" />statistica e della storia, civile, giuridica, politica, morale non solo; ma ancora di <hi rend="italic">tutte le discipline sociali</hi> (dell'etnografia, filologia, della storia del costume, dei culti comparati), che nell'ultimo trentennio aveano ripreso slancio. Egli si ricongiunse così alle correnti della psicologia sociale e della storia della civiltà, più sopra accennate, in servigio di una futura sociologia, <hi rend="italic">per tipi di progressiva civiltà</hi>,in cui trovò cooperatori in K. Lamprecht, Bücher, Kulischer, ecc.</p>
          <p>3. Anzi, non volendosi rinunziare a questi prossimi avanzamenti conseguiti dagli economisti storico-statistici nel processo induttivo e da quelli matematici in quello deduttivo, i quali tutti avevano un punto di contatto comune nella psicologia empirica (individuale o sociale), e non senza qualche influenza della metodologia generale da parte di filosofi in qualche senso spiritualisti (Dilthey, Eucken, Fechner), — sociologi ed economisti si trovarono tratti ad innestare di più in più <hi rend="italic">sulle premesse della deduzione</hi> (il principio edonistico nella natura umana) <hi rend="italic">i responsi della induzione</hi>;considerando quelle siccome la traccia ipotetica di leggi prime razionali di tendenza, a cui poi le leggi seconde positive vengono gradualmente ad approssimarsi. Il metodo così, ridivenuto <hi rend="italic">misto</hi> di deduzione ed induzione, riconferma e perfeziona quello dei primi economisti classici; e intorno ad esso gravita la dottrina metodologica più <pb n="1.152" />recente (dal 1891, Keynes) e l'esempio crescente dei più colti economisti moderni di ogni scuola, nei loro trattati generali, p. e. fra noi Graziani, Supino, e all'estero Marshall, Leroy-Beaulieu e dopo Schmoller e Wagner, Philippovich.</p>
          <p>Il metodo integrale. ‒ 1. Senonché tali progressi metodici, poggiando esclusivamente sopra l'<hi rend="italic">osservazione</hi> di fenomeni sensibili ed esterni (positivismo), capaci soltanto, in onta ad astrazioni generali, a formulare leggi contingenti di valore relativo, ridestò imperioso e vivo il bisogno di ricerche più alte e profonde (nella natura umana), le quali porgessero, mercé l'<hi rend="italic">assoluto</hi>,un criterio estimativo della normalità o meno di quelle leggi stesse contingenti e relative. Ciò specialmente nelle scienze sociali ove campeggia la libertà umana coi suoi traviamenti; e più nell'odierno momento in cui perdura per gran parte il relativismo nei fatti fra i socialisti e nelle idee fra i dotti, ancor seguaci della decaduta evoluzione hegeliana e spenceriana o partecipi allo scetticismo neo-kantiano; dai quali difetti non vanno esenti del tutto anche i più benemeriti delle riforme metodiche recenti (Wundt, Schmoller, ecc.) o taluni dei loro continuatori (L. Stein).</p>
          <p>2. La vittoria di tale movenza metodica più profonda, la quale sul fulcro della osservazione fenomenica (sensibile) dell'universo e in specie della società umana, si levasse più in alto a scoprire il <pb n="1.153" /><hi rend="italic">necessario negli esseri</hi> e quindi l'<hi rend="italic">assoluto nel vero</hi>, era connessa colle vicende di quella <hi rend="italic">filosofia comprensiva</hi>, la quale lungo il secolo XIX, attraverso oscillanze (miste ad errori) quali il tradizionalismo (di La Mennais)' e l'idealismo ontologico (di Rosmini e Gioberti) pervenne a ricostituirsi; e dopo un lavorio preparatorio protratto, da Liberatore a Sanseverino e Talamo fra gli italiani, accompagnati da una collaborazione universale, — si trovò per impulso autorevolissimo di Leone XIII, riannodata alla antica scolastica e riconsacrata (dal 1879 in poi), con speciali applicazioni, ai problemi moderni sociali nelle sue encicliche memorande.</p>
          <p>3. Ciò riuscirà evidente nei cenni sulla <hi rend="italic">storia</hi> dell'economia e delle scienze sociali; nelle quali la rinata filosofia cristiano-cattolica si rifletté con virtù rigeneratrice dapprima sulle dottrine e poi sul metodo rispettivo. Ma frattanto rimane confermato, come tale metodo integrale in queste applicazioni ripristinando gli antichi <hi rend="italic">principi logici speculativi</hi>, quale premessa ai <hi rend="italic">canoni positivi</hi> di osservazione meglio elaborati, da cui quelli erano stati da secoli divelti, — risulti (giusta le tendenze e discussioni stesse recenti in proposito) siccome lo <hi rend="italic">stromento logico perfezionato</hi>,<hi rend="italic"> indispensabile</hi> a sciogliere gli inesplicati problemi di invenzione e di dimostrazione scientifica; <pb n="1.154" />ma in ispecie <hi rend="italic">l'unico adatto a ricostruire</hi> l'edificio delle scienze sociali, compresa l'economia. Tali le conclusioni forse inattese, ma coscienziose a cui ci sembra d'essere pervenuti, mercé lo studio di fonti più ricche e imparziali intorno ai metodi e loro indirizzi più recenti; alle quali ci richiamiamo (vedi, oltre agli autori nel testo criticamente ricordati, Rossignoli, Favaro, Valdarnini, Caverni, Naville, Mercier, Defourny, Lamprecht, De Hovre, Deploige, Pictavet, Fonsegrive, Gruber, H. Pesch.)</p>
          <p>
            <pb n="1.155" />
          </p>
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        <head>PARTE SECONDA. La storia dottrinale dell'economia</head>
        <div>
          <head>Prenozioni</head>
          <p>Concetto. ‒ Si possono esporre le vicende delle condizioni materiali dei popoli e delle analoghe relazioni ed istituzioni economiche, comprese le idee popolari che l'accompagnano, cioè la <hi rend="italic">storia della ricchezza sociale</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> ovvero la <hi rend="italic">storia della scienza economica</hi>.</p>
          <p>Quest'ultima è «la esposizione ordinata dell'origine e della progressiva formazione delle <hi rend="italic">dottrine</hi> (idee riflesse) intorno alla ricchezza, e della corrispondente <hi rend="italic">letteratura scientifica</hi>,cioè degli scritti ed insegnamenti dei cultori di essa». Qui parlasi di storia dottrinale o della scienza.</p>
          <p>Importanza. – Lo studio della storia scientifica in qualunque ramo dello scibile, giova: — a riconoscere ed estimare i fattori della scienza, cioè le fonti e le circostanze da cui ebbe origine e svolgimento, e così trarne ammaestramento per ulteriori indagini; — ad evitare la ripetizione di errori, in cui essa fosse incorsa nel suo anteriore cammino; a — tesoreggiare le teorie acquisite, che ottennero il suffragio <pb n="1.156" />della critica e il consenso dei dotti; per assumerle come nuovi punti di partenza ai futuri avanzamenti.</p>
          <p>Essa diviene così — un presidio indispensabile alla educazione mentale dello studioso e quindi ai più sicuri e rapidi progressi del sapere scientifico; — e un mezzo di cultura generale, la quale si avvantaggia egualmente delle esperienze accumulate dei fatti e delle tradizioni storiche delle idee. Il genio moderno si affermò meravigliosamente, non soltanto nel dominio della storia prammatica (dei fatti), ma anco in quello della <hi rend="italic">storia dottrinale</hi>.Non v'ha ramo di scienza, che oggi non vanti la propria storia, così nelle grandi sue direzioni, come nelle singole sue teorie. E ciò vale anche per l'economia.</p>
          <p>Genesi. – Ogni singola scienza (ma più manifestamente le <hi rend="italic">scienze morali</hi>,che hanno per oggetto l'uomo e la società), pur sgorgando dalla fonte prima ed interiore dell'ingegno dei suoi cultori, nella sua genesi progressiva trae impulso ed alimento da due ordini di <hi rend="italic">cause occasionali</hi>.Tali — da un canto <hi rend="italic">i fatti</hi>,ossia lo stato e quindi le influenze estrinseche del mondo fisico (l'ambiente cosmico); — e da un altro <hi rend="italic">le idee</hi>,ossia il carattere e quindi le influenze storiche della cultura, sia che questa risulti dalle opinioni popolari prevalenti, sia che derivi dagli indirizzi scientifici predominanti in tutta <pb n="1.157" />la enciclopedia, che poi si ripercuotono sui singoli rami di essa. </p>
          <p>Perciò l'economia medesima va studiata: — in relazione alla storia della ricchezza dei popoli e subordinatamente di tutta la vita sociale civile, — e in relazione alle vicende della cultura generale e in ispecie delle scienze filosofiche, che di momento in momento la informano e signoreggiano.</p>
          <p>Bensì nella storia della scienza economica si può: — esporre sinteticamente la formazione successiva dei soli principi direttivi, che governano il complesso delle sue dottrine, ed è storia scientifica <hi rend="italic">generale</hi> (i tedeschi dicono malamente esterna); — ovvero seguire analiticamente la genesi di ogni singola teoria elementare, ed è storia <hi rend="italic">speciale</hi> (altrimenti interna).</p>
          <p>Partizione. – Ciò premesso, ponendo mente al diverso grado di sviluppo logico del sapere, la storia della nostra scienza si riparte in tre principali periodi:</p>
          <p>della trattazione <hi rend="italic">incidentale o frammentaria</hi> dalle origini a tutto il medio evo;</p>
          <p>della trattazione <hi rend="italic">autonomo-empirica,</hi> dall'età moderna a mezzo il secolo XVIII;</p>
          <p>della trattazione <hi rend="italic">razionale-sistematica,</hi> dalla seconda metà del secolo XVIII ad oggi.</p>
          <p>Qui un cenno storico sulla scienza economica (in relazione alle condizioni sociali-civili ed alla cultura di ogni momento storico) sotto forma di <hi rend="italic">storia generale</hi> delle dottrine (L. Cossa, Roscher, Ingranm, H. Pesch).</p>
          <p>
            <pb n="1.158" />
          </p>
        </div>
        <div>
          <head>Periodo di trattazione incidentale</head>
          <div>
            <head>I. Nella cultura pagana orientale</head>
            <p>Nel periodo di trattazione incidentale o frammentaria, singole nozioni economiche incontransi disperse in libri di altre scienze eterogenee e confuse col punto di veduta proprio di queste.</p>
            <p>Tale periodo abbraccia: la cultura pagana orientale dalle origini, e quella greco-romana, nonché la cultura cristiana fino al cadere del medio evo. Esso comprende così un corso di tempo lunghissimo, che si protrae attraverso cicli storici profondamente diversi, senza che le dottrine economiche riescano tuttavia ad assumere forma distinta da altri rami del sapere: e ciò in onta che in generale le popolazioni precocemente e ricorrentemente avessero tocco grandi altezze in altri ordini di conoscenze, insieme ad ampiezza e maturità di ordini civili, e ancora (avvertasi bene) ad un notevole grado di prosperità materiale.</p>
            <p>
              <pb n="1.159" />Ciò stabilisce fin d'ora un vero fondamentale per la prima storia della civiltà (anche economica): <hi rend="italic">i problemi che primi, a ragione di tempo, i popoli affrontano poi agitano diuturnamente, sono quelli dello spirito non già della materia</hi>.In tutte le antiche nazioni che hanno una storia, — la origine dell'universo, la natura e le ragioni prime degli esseri, il fine e le condizioni del vivere individuale e civile, e quindi il concetto del dovere e le norme di condotta, soprattutto le relazioni dell'uomo col sovrannaturale, preoccupano lo spirito ed esercitano le speculazioni della mente. E così, accanto alla teologia ed alle scienze sacre (spesso sotto veste poetica e artistica), trovansi la filosofia, l'etica, il giure privato e pubblico; mentre nemmeno si sospetta che gli interessi materiali possano divenire oggetto di indagine e discussione scientifica.</p>
            <p>Ciò è il risultato di esigenze psicologiche e insieme della difficoltà di una osservazione razionale metodica dei fatti economici; ma frattanto rimane una confutazione positiva del materialismo storico, che dalla ricchezza vorrebbe far formalmente scaturire anche i fulgori della cultura.</p>
            <p>Nella cultura pagana orientale, racchiudente nel suo ciclo quella dell'Asia centrale e anteriore, cui si congiunge per intimo nesso storico quella egizia e fenicia, ci colpiscono anche nei <hi rend="italic">rispetti</hi> economici due serie di fenomeni singolari, che studi originali sulla vita e sulla letteratura di que' popoli hanno <pb n="1.160" />recentemente illustrato; l'una d'ordine pratico, l'altra d'ordine ideale (Legge, Richthofen, Maspero, Max Müller, Feist).</p>
            <p>Nell'ordine dei fatti: ci sorprende, dopo le recenti scoperte e studi sul mondo orientale, <hi rend="italic">l'anticipata potenza e floridezza</hi> fin da tempi remotissimi delle popolazioni discendenti dai noachidi (figli di Noè) dopo il diluvio. Le quali, scese dall'Armenia in Mesopotamia (pianura di Senaar) a fondarvi la prima città postdiluviana, Babele, e qui moltiplicatesi e confuse di numero e di lingue, si divisero in tre primitive stirpi, generatrici più tardi di altre schiatte derivate, per iniziare le millenarie trasmigrazioni umane: — dei <hi rend="italic">camiti</hi> (cusciti) a sud-ovest nella bassa valle del Tigri, nell'Arabia, nell'Africa; — dei <hi rend="italic">semiti</hi> dal Tigri settentrionale a tutta l'Asia anteriore — e dei <hi rend="italic">giapetici,</hi> che risaliti ai monti del Pamir (Tibet occidentale) e all'altopiano dell'Iran (Ariana), di là si dipartirono verso la Persia, l'India e l'Europa; — fondando nel giro della storia antica orientale (distinta dal ciclo cinese e da quello posteriore dell'occidente europeo) i vasti ordinamenti civili indiani, il regno dei faraoni in Egitto, i grandi imperi di Assiria, Babilonia, Media, Persia e le piccole repubbliche fenicie; generando così una primitiva civiltà di carattere multiforme, ma tuttavia così <pb n="1.161" />rapidamente elevata da apparire fin dall'origine adulta. </p>
            <p>Monumenti. ‒ Lo attestano (dietro gli studi degli indiologi, egittologi, assiriologi) i monumenti dell'India, fra cui il tempio meraviglioso di Delhi, la capitale sacra che contava un milione e mezzo di abitanti, e il palazzo imperiale di granito di Devariserai, distrutto dagli inglesi nel 1857. E così in Africa la magnificenza di Menfi, fondata da Menes, il primo unificatore dell'Egitto verso 5000 anni a. Cr., e più tardi di Tebe dalle cento porte, e le piramidi di Cheope e degli altri faraoni, le più alte costruzioni di mano umana (4.000 a. Cr.) e la monumentomania della decimanona dinastia, che raggiunse il sommo con Seti I e Ramsete II (il Sesostri dei greci, l'oppressore degli ebrei), col tempio di Osiride in Abido e colla sala delle colonne di Karnack in Tebe. Ciò che ha riscontro a distanza di tempo in Assiria nella grandezza di Ninive (scoperta da Botta, Layard, Smith), specie per opera di Assurbanipal (m. 625 a. Cr.), il Sardanapalo dei greci; e atterrata quella da Nabupalassar (Nabucodonosor, m. 561) il più celebre re dell'antichità profana, la magnificenza per opera di questo di Babilonia, colla sua doppia muraglia militare di 79 chilometri di giro, racchiudente uno spazio come il dipartimento della Senna, in esso il palazzo imperiale, templi, edifici civili, giardini pensili, fontane e statue. </p>
            <p>Progresso economico. ‒ Corrispondente a questo sfoggio di ricchezze è lo sviluppo (ciò che a noi <pb n="1.162" />interessa) di arti economiche; prima e maggiore (a questo sembra) fra i camiti di Egitto e delle spiagge mediterranee e all'estremo opposto in Cina; ma del pari precoce e diffuso in tutta l'antichità orientale.</p>
            <p>1. E così l'<hi rend="italic">impero celeste</hi>,ben più della sua muraglia di 2500 chilometri a riparo dalle invasioni, relativamente recente (200 a. Cr.) poteva vantare da tempo remoto, il canale imperiale da Pekino a Can-ton, privilegiata e intensiva agricoltura, e industrie seriche note ai greci e romani (trapassate più tardi a Bisanzio) e l'uso della bussola, della stampa, di monete metalliche e fiduciarie (di credito), ricordate già da M. Polo nel medio evo. E similmente in <hi rend="italic">Egitto,</hi> in quel bacino fluviale privilegiato per l'agricoltura, sapiente la regolazione idraulica del Nilo (come oggi per merito degli inglesi), completata, sembra, da Amenemhat III, della dodicesima dinastia, col lago artificiale di Meride (Maeri) scavando 10 milioni di metri quadrati; e in mezzo ad essa l'annessa suntuosa residenza regale del <hi rend="italic">labirinto</hi>,con dodici ingenti sale e colonne, circondate da 3000 stanze e immani obelischi; nonché il grandioso canale fatto eseguire da Seti I e Ramsete II per congiungere il mar Rosso col ramo del Nilo e il Mediterraneo, anticipando di millenni l'odierno canale di Suez degli europei. Gigantesche imitazioni dell'Egitto furono le opere di pubblica utilità dei <hi rend="italic">babilonesi</hi>:il lago artificiale presso <pb n="1.163" /><hi rend="italic">Sippara</hi> del perimetro di 4o parafanghe (200 chilometri circa) con cateratte e sbocchi d'acqua a scopo di irrigazione, arginamenti e canali da ogni parte; precipuo il <hi rend="italic">Nahr-Malcha</hi> o fiume regio, che congiungeva l'Eufrate e il Tigri; di cui rimangono rumine, che portano ancora impresso il nome di re Nabupalassar.</p>
            <p>2. Né inferiore lo stato delle industrie. L'Egitto sembra maestro anticipato dei più svariati rami industriali (sebbene lungamente chiuso al commercio estero), i quali, sotto la dinastia saitica, raggiungono una estesa divisione del lavoro; cominciando dai tessuti di lana e dai processi chimici della imbalsamazione, fino alle arti suntuarie, avvantaggiate dallo sfruttamento delle miniere d'oro della Nubia e del Sinai. Ma tali industrie suntuarie ed artistiche, — che dovunque sono le prime a perfezionarsi, come le vesti seriche, le porcellane, la lavorazione degli avori e delle pietre preziose, da tempi antichissimi fino ad oggi, esercitando la insuperabile abilità manuale dei cinesi e degli indiani (quivi perpetuate dalle tradizioni di casta), — faceano pompa magnificente di sé, colle stoffe smaglianti, coi ricami pazienti, coll'arti plastiche, coi vasi smaltati, colla oreficeria cesellata, fra le popolazioni assiriche (comunque di inferiori vocazioni economiche). Ben più in quelle babilonesi (e più tardi persiane), favorite dalla <pb n="1.164" />vita a buon mercato in quel suolo ferace, dalla fitta popolazione, dal numero stragrande di schiavi, alimentate soprattutto dal lusso traboccante e dalla mollezza dissipatrice di quei re e di quelle classi dominatrici; reggendo così a qualunque concorrenza industriale e trionfando al di fuori con un commercio, che per mezzo dei fenici irradiava i prodotti di Babilonia dall'India al Mediterraneo.</p>
            <p>3. Tutto ciò superato soltanto sulle spiagge del Mediterraneo dai fenici (camiti di remota origine orientale), la cui egemonia politica all'ingiro di quello si misura storicamente dal primato economico; prima di Sidone (dal sec. XX a. Cr. all'XI) poi di Tiro (dal 1050 fino alla presa di Alessandro Magno, 333); infine di Cartagine, la colonia che oscura la madre patria ed emula di Roma. Navigatori dall'origine e peritissimi nella ingegneria aprono porti, fondano fattorie e colonie nel bacino orientale (massima Cipro), nell'arcipelago e mar Nero e nel bacino occidentale (dopo il sec. XII), da Malta alla Spagna, Francia, e Marocco; — rappresentando il re Hiram (al tempo di Davide) il massimo della potenza tiria. Anzi si spingono fuor di Gibilterra fino al Baltico al nord e alle isole del Caponerie al sud; e, sebbene caduti nella servitù degli egiziani, sotto Neko II una flotta fenicia compie il viaggio di circumnavigazione dell'Africa intera. Industriosi, specie per le originali e <pb n="1.165" />celebri tintorie in porpora, i loro tessuti formano per secoli i paludamenti dei re, dei magnati e senatori; e nell'arti ornamentali edilizie, furono essi i costruttori del tempio di Salomone, gli educatori dell'arte greca. Soprattutto commercianti, non contenti del traffico terrestre con cui ricollegavano Siria alla Persia e all'India, essi avevano in mano il commercio dell'Armenia e del Caucaso per il mar Nero, come quello dell'Arabia e dell'Egitto. Donde la immensa ricchezza mobile, che si accumula, si incentra, si perverte in Cartagine; la quale finalmente scompare sotto la pressura e le lotte del capitalismo (insieme alla corruzione morale) ben più che per le guerre di egemonia con Roma (dal 264 a. Cr.) e sotto al ferro distruttore di Scipione (146 a. Cr.). Non senza però che essa e tutte le colonie fenicie, intrecciandosi e confondendosi con popoli dell'arcipelago greco e dell'Asia minore, in ispecie coi frigi e i lidi (con la capitale Sardi) avessero suscitato fra essi, quella mirabile operosità economica, feconda di straordinarie dovizie, che è espressa dai leggendari tesori di Creso re della Lidia (560 a. Cr.). La Fenicia rappresentò così il più alto grado di evoluzione economica dell'antichità tutta intera; e fu stromento di trasmissione dei progressi materiali economici dalla moritura civiltà orientale alle nascenti generazioni arie dell'occidente europeo.</p>
            <p>
              <pb n="1.166" />Ordinamenti politici. – Il fatto della elevata vita economica orientale variamente diffusa dal mare Indiano al Mediterraneo, tanto più si impone, in quanto essa, in quell'immenso giro della storia orientale, si riconnette (ben altrimenti che nelle età posteriori) intimamente <hi rend="italic">colla costituzione dello Stato</hi>.Ad eccezione dell'India, che per la organizzazione braminica delle caste, non pervenne che tardi e transitoriamente (sotto <hi rend="italic">Asoka</hi>,il più celebre principe indiano, 262 a. Cr.) ad unità e ad impero; e delle genti fenicie, che per le sedi marittime e per la prevalenza di vita industriale e mercantile, ebbe governi più ristretti, civici, e mobili — lo Stato nell'oriente grandeggia in forme vaste, poderose, mature; e tutta l'Asia centrale insieme all'Egitto fu sede delle più ingenti organizzazioni politiche (ricollegate alla loro volta agli ordinamenti sociali) che la storia conosca, ciò che dovea ripercotersi sulle condizioni economiche.</p>
            <p>Tale: — il regno dei faraoni con le sue trentasei dinastie durante circa 5000 anni; il quale, al pari di quelle popolazioni egiziane (camito-cuscite) assorbite dal pensiero d'oltre tomba, parve votato esso pure quaggiù all'immortalità; — e poi i grandi imperi, — quello <hi rend="italic">assiro</hi> che a somiglianza delle sue popolazioni (semitiche) fiere e conquistatrici, più si accosta alla missione politico militare dei romani, — quello <hi rend="italic">babilonese</hi> (cuscita) in cui <pb n="1.167" />giganteggiano i provvedimenti di pubblica utilità economica, — infine quello <hi rend="italic">medio e persiano</hi> (del ramo ario-zendico) in cui spiccano gli ordinamenti di varia e assimilatrice civiltà (guerriera, amministrativa, economica, morale).</p>
            <p>Ordini sociali. – E saldi all'origine e per lunghi sviluppi storici anche gli istituti sociali, poggianti fra popolazioni pastorali e agricole (non per quelle militaresche) sopra famiglie patriarcali, ove il <hi rend="italic">paterfamilias</hi> ère e sacerdote; le quali poi si ampliano in associazioni di consanguineità (<hi rend="italic">gens</hi>,«clan» e poi classi) e talora in quelle locali di villaggio, come in India. Al di sopra delle quali, in India stessa, più tardi sorgono vere caste chiuse, una prima militare (espatria), una seconda sacerdotale (brahmani) e una terza di agricoltori, mercanti, artieri (vaisia); e infine una quarta del popolo (sudra), priva di diritti e obbligata a servire le altre caste. E in Egitto non vere caste, ma classi privilegiate ieratiche e guerriere (più tardi una degli interpreti o dotti), tutte immedesimate colla sovranità monarchica e partecipi al maggiore assolutismo che ricordi la storia. E in Assiria e Babilonia nemmeno ceti privilegiati, bensì robusta gerarchia militaresca e burocratica, che fa luogo a più autonomi ordinamenti amministrativi (le satrapie) presso i persiani e a federazioni civiche presso i fenici.</p>
            <p>La ricchezza in forma di grandi patrimoni <pb n="1.168" />fondiari segue questa condizione e vicende di enti e di ceti imperanti; lasciando però dovunque (meno che fra gli indiani) maggior larghezza ed espansione alle classi industriose e procaccianti della ricchezza mobile, che vengono perciò ad acquisire potenza presso caldei, babilonesi e fenici; — salvo al di sotto il dilagare e perpetuarsi, senza distinzione in tutti i paesi fondiari o industriosi, della moltitudine degli schiavi, di cui faceasi conquista, deportazione e traffico; mentre la proprietà in gran parte collettiva della famiglia o della tribù («clan») perdura come una caratteristica speciale della razza iranico-iapetica, nelle sue trasmigrazioni verso l'occidente europeo.</p>
            <p>Legislazione e politica economica. ‒ Ma frattanto tale intreccio di ordini politici e sociali dava resistenza alla stessa attività materiale dei popoli dell'Asia centrale; e la legislazione economica ossia il regolamentassimo perciò stesso in quegli Stati era continuato, intensivo, spesso sapiente ed efficace.</p>
            <p>1. Già le caste indiane colle loro discipline riuscirono a perpetuare fino ad oggi certi processi dell'arti. E in Egitto le leggi intervenivano a ripartire fra i grandi proprietari dominanti e i poveri agricoltori (per la coltivazione) i latifondi, a regolare la irrigazione, ed ebbero fama (presso i greci più tardi) di alta sapienza; e Aser-ka-va (il successore dei faraoni delle piramidi) apparisce come un legislatore di <pb n="1.169" />rapporti economici; e parlasi di leggi commerciali del re Bochoris, comunque scarsi sieno i documenti a noi pervenuti. Ma in compenso ricerche filologiche, esplorazioni e scavi fortunati stenebrarono oggi le leggende indiane, cinesi, caldee e i misteri nascosti sotto i geroglifici egiziani e la scrittura cuneiforme.</p>
            <p>2<hi rend="italic">.</hi> In Cina (così nel Sciuking di Confucio), ai tempi dell'imperatore <hi rend="italic">Jao</hi> (2238 a. Cr.) si fece una statistica agraria, industriale, commerciale (Salvioni). In Egitto fin dalla sesta dinastia esisteva una <hi rend="italic">casa dei libri</hi>,con prefetto per la tenuta dei registri di censimento, di catasti, di tributi (Engel); e vi avevano in quel regime burocratico numerosi scribi, e dicasteri della guerra, dei lavori pubblici, delle finanze. Altrettanto attesta in Assiria la biblioteca pubblica di Assurbanipal, coi documenti relativi alla amministrazione di tutte le province. Ed oggi il mondo erudito è sorpreso dalla scoperta fatta (1901-2) nell'acropoli di Susa della tavola di pietra (ora al Louvre) del così detto codice civile in 292 articoli di Hammurabi re babilonese, probabilmente del 2250 a. Cr., ove trattasi degli ufficiali di Stato, degli schiavi e dei lavoratori, di rapporti familiari, di diritto penale, di amministrazioni fondiarie, del regolamento delle acque, del commercio, del trasporto, di associazioni e di prestiti (Scheil, Winkler, John), indice sicuro dei progrediti ordinamenti pubblici dei babilonesi.</p>
            <p>
              <pb n="1.170" />I quali tuttavia, a gran distanza di tempo, sembrano superati dai persiani, in ispecie dal grande riordinatore (dopo la pace interna del 516 a. Cr.) Dario d'Istaspe. Per lui, amministrazione civile distinta dalla militare, trasformazione delle imposte in danaro, regime della irrigazione e della pesca, sistema stradale e servizi di posta da Susa a tutti i punti dell'impero, riforma monetaria, (forse attinta ai lidi), in pezzi coniati (le <hi rend="italic">dariche</hi>),diffusi per tutto oriente: ordinamenti in parte copiati dai romani; ciò che attesta il genio degli arii orientali, già altamente civili, quando vennero a contatto coi confratelli europei.</p>
            <p>Nell'ordine delle idee: ‒ 1. Alla grandezza dei fatti era pari l'ampiezza delle conoscenze, quale risulta dai geroglifici, bassorilievi, iscrizioni, papiri; e ciò anche in quelle scienze, che trovano applicazione all'ari economiche. Ampie le nozioni presso egizi e caldei — di astronomia, compresa la divisione del grado in 60 minuti, donde il sistema sessagesimale (poi dodecimale) per misure e monete, — di aritmetica e trigonometria per la misurazione delle terre, — di botanica e medicina, comunque empiriche (anche presso gli ebrei), — senza dire dell'immenso progresso di un più semplice alfabeto (in 22 lettere) e dei metodi di numerazione e di contabilità, dovuti ai fenici.</p>
            <p>
              <pb n="1.171" />2. Ma tutto ciò è di gran lunga offuscato dagli splendori della <hi rend="italic">filosofia speculativa e pratica</hi> (etica), la quale da tempi remotissimi signoreggia in mezzo ad una fioritura letteraria la più varia e smagliante. Né soltanto nella cultura sanscrita dell'India, colle sue scuole filosofiche millenarie, che non lasciarono intentata alcuna via alla soluzione dei misteri dell'essere e della vita; ma ancora in quella egizia, che nei moniti di sapienza pratica (specie nei <hi rend="italic">Libri bei morti</hi>) parve maestra ai greci; e in quella zendica (o persiana), che più si appressa alla filosofia occidentale ed a quella cinese; — cultura metafisica ed eretica, per lo più (non sempre) confusa o razionalmente connessa coi dogmi e coi precetti morali delle religioni.</p>
            <p>3. E queste grandi religioni storiche dell'oriente trovansi tutte all'origine informate a concetti di monoteismo cioè dell'unico Dio o almeno di esoterismo cioè dell'infinito (Max Müller, Darmesteter, Broglie); inchinevoli però ad un panteismo, che confonde Dio colle creature, generando più tardi un politeismo che diviene religione popolare subordinata all'altra esoterica, e che con processo universale degrada fino alla idolatria dei tardi caldei e degli egiziani al tempo de' Tolomei o al culto materialistico ed efferato dei fenici. Deiezione, da cui talora la coscienza tenta rialzarsi fino alla spiritualità pura, come col mazdeismo <pb n="1.172" />di Zarathustra (Zoroastro) in Persia o coll'idealismo trascendente di Buddha in India o col razionalismo etico di Confucio in Cina; i più grandi sforzi puramente umani per ristorare religioni e morale, i quali ritardarono ma non arrestarono il cammino storico di degenerazione.</p>
            <p>Le quali dottrine religiose, massime nella loro originaria autorità, ispirano, dominano, assorbono tutte le idee, le organizzazioni, le abitudini politiche, sociali, quelle stesse economiche, ma soprattutto l'etica ed il costume. La morale grave e severa fra gli egizi, dignitosa e operativa (per l'alta coscienza di responsabilità personale) fra le razze ario-persiane, ascetica e caritatevole nel buddismo, temperatamente utilitaria col confucianesimo cinese, — segue perciò stesso le vicende storiche di quelle fedi corrompentesi; corrompendo alla sua volta e spegnendo inesorabilmente a lungo andare nella mollezza, nell'egoismo, nella brutalità feroce (sacrifizi umani, orge) fino all'abominazione, quelle popolazioni e la loro cultura. Anche economicamente oggi pochi pastori vaganti, bande di beduini predatori, e rade agglomerazioni civiche rompono la uniformità e il silenzio di quelle vastissime e desolate regioni, già colla scienza, coll'armi e colle ricchezze dominatrici del mondo.</p>
            <p>4. Ma nell'insieme però l'antichità orientale <pb n="1.173" />raffigura un immenso ciclo di civiltà anche economica, bensì moritura (e invero scomparsa o nella immobilità, come India e Cina, o nell'annichilamento, come l'Asia centrale e il Nord Africa), ma dall'origine per lunghi secoli elevatissima; la cui grandezza anticipata non si può attribuire che alle influenze del <hi rend="italic">sovrannaturale</hi>;il quale colle tradizioni (dipoi offuscate) di una primitiva rivelazione, di cui quelle genti serbavano coscienza, mantenne meravigliosamente deste le umane energie. Perciò fu detto che la civiltà orientale non ebbe infanzia. La dottrina di una evoluzione da origini ferine è qui solennemente smentita; e ciò interessa anche le vicende della economia.</p>
            <p>Letteratura economica. ‒ 1. Così si comprende, come qualche germe di nozioni sociali-economiche possano rinvenirsi nei <hi rend="italic">libri sacri</hi> dell'oriente, e sotto la veste di dottrine etico-religiose. Tali nell'ordine cronologico: — quel codice di re Hammurabi babilonese e insieme il <hi rend="italic">Libro de' morti</hi> fra gli egizi, i quali risalirebbero ad oltre 2000 anni a. Cr., — i <hi rend="italic">Vedas</hi> (la Bibbia degli arii indiani) raccolta durata parecchi secoli, di cui il più antico libro il <hi rend="italic">Rig-Veda</hi> appena occupato il Penjab (sec. XVIII a. Cr.) insieme al <hi rend="italic">codice di Manu</hi> (sec. EX a. Cr.) ritraggono la cultura indiana prima e dopo la organizzazione braminica; — l'<hi rend="italic"> Avesta</hi>, libro sacro delle dottrine (monoteistiche) e leggi degli arii zendici o medi-persiani (da 3-2000 anni a. <pb n="1.174" />Cr.), riformate (mazdeismo) dal filosofo Zarathustra (Zoroastro) in senso dualistico nel secolo VII a. Cr., con svolgimenti fino al IV secolo d. Cr.; — ritenendo un posto a sé, la <hi rend="italic">Bibbia</hi> del popolo ebreo, i cui singoli libri di vario tempo ed autore, raccolti da <hi rend="italic">Esdra,</hi> nel sec. v (dopo il ritorno dalla cattività di Babilonia), riconosciuti come divinamente ispirati dalla Sinagoga e poi dalla Chiesa cattolica, rimasero l'antica fonte religiosa di tutta la civiltà cristiana fino ad oggi; — senza dire dei <hi rend="italic">libri canonici</hi> (2300 a. Cr.) della Cina raccolti e svolti da Lao-Tze e da K'ung fu-tzu (Confucio) nel sec. VI a. Cr.; e di Sakyamuni o Buddha (sec. VI) in India, colla successiva collezione buddistica del sec. III a. Cr.</p>
            <p>2. Di qui i concetti prominenti sociali-economici della cultura orientala: — tutta la vita umana, compresa l'attività economica e gli ordini sociali, sono dominati dall'idea della sovranità imperante divina, di cui quella politica non è che uno stromento, e della responsabilità umana (nel presente e nell'ultramondo) e quindi rimane soggetta a leggi etico-religiose, che sono per lo più anco civili. — Si riconosce perciò stesso la dignità morale degli uomini liberi e della donna nel matrimonio (monogamico fra gli arii); è sacra la autorità paterna nella famiglia, potente cellula anche di vita economica (in India, Egitto); si predica l'amore del lavoro manuale, specialmente agricolo, la <pb n="1.175" />giustizia nei contratti specialmente mercantili, la temperanza nei godimenti, la mitezza verso gli inferiori (<hi rend="italic">Libro de' morti</hi>),l'eguagliando morale fra gli uomini e la benevolenza universale (Buddha). La proprietà terriera si considera una concessione dello Stato o del principe alle classi che ne condividono il potere (Egitto, Assiria) quando non sia esclusivamente dei ceti organizzati o caste (India); mentre in popolazioni pastorali agricole (specialmente arie) ha radice nelle famiglie patriarcali, nelle associazioni gentilizie («clan»), nelle comunità di villaggio (Iran, India) in forma collettiva. — L'attività economica, non solo nelle caste chiuse indiane, ma anche nei grandi Stati centrali e occidentali, dietro un concetto sociale panteistico, è piegata a servizio di più alte funzioni militari, religiose, burocratiche di Stato, e perciò soggetta a minuto regolamentarismo; e solo fra persiani si alza a maggiore autonomia, e fra i fenici a lotte aperte di classi medie e superiori. Nessuna stima però della moltitudine dei mercenari in servitù temporanea (a periodi di tre anni, Hammurabi), che era la plebe orientale di allora, miserabile come i paria e i «fellah» di oggi; al di sotto della quale universalmente dilaga la schiavitù permanente, per lo più di razze conquistate, a servizio delle stirpi <pb n="1.176" />conquistatrici e dello Stato per i grandi lavori pubblici.</p>
            <p>3. Ma a lungo andare, pervertite o almeno esautorate dinanzi alla coscienza pubblica le migliori leggi e dottrine religiose e civili, l'<hi rend="italic">energia economica</hi> di quelle popolazioni orientali si trovò infine o affogata per sempre nel materialismo sensuale e obbrobrioso di Babilonia, dei fenici e da ultimo degli egizi; o irrigidita nello scetticismo cinese di Lao-Tze e di Confucio; od esaurita dal pessimismo ascetico dei bramini o dal nirvana buddistico.</p>
            <p>
              <pb n="1.177" />
            </p>
          </div>
          <div>
            <head>II.Nella cultura classica di Grecia e Roma</head>
            <p>Origine. ‒ Il ciclo storico della ricchezza e della civiltà orientale, incardinata sul massimo sviluppo dell'elemento gentilizio (classi) e statale (ordini politici) sotto il predominio delle grandi religioni, era chiuso; non senza però ripercuotersi sui popoli europei, chiamati a svolgere la civiltà occidentale, sotto il pungolo del fattore individuale.</p>
            <p>Tali i <hi rend="italic">popoli arii</hi> migratori per eccellenza; i quali, lasciata la comune sede dell'Iran, e staccatisi remotamente dai due gruppi consanguinei già scesi in India e in Persia, — da un canto per l'Asia Minore, l'Arcipelago, l'Ellesponto, erano trapassati nelle immediate regioni del Mediterraneo europeo; — e da un altro volgendosi a nord-ovest attraverso il Caucaso e la pianura sarmatica (forse con tre fiotti successivi e meglio delineati: celtico, germanico, slavo), raggiunsero più tardi i fratelli, coprendo tutta Europa.</p>
            <p>Lungo le loro marce e tappe secolari, nella vita nomade e battagliera, smarrito il vincolo delle primigenie tradizioni sacre e della civiltà precoce dei <pb n="1.178" />fratelli orientali più sedentari, le popolazioni insediate nella penisola greca ed italica, quando vengono a confronto con quelle delle spiagge asiatiche ed africane, presentano per lungo tempo una spiccata inferiorità civile ed economica (Büchsenschütz, Wiskemann, Böck).</p>
            <p>Caratteri: nell'ordine dei fatti. ‒ 1. La società greca del poema omerico e quella romana dei re e dei primi periodi repubblicani, rivelano il tipo sociale-economico che contrassegnò sempre la stirpe aria, e che perdurò fino a tardissima età fra i germani e gli slavi: popolazioni agricole con proprietà familiare; uso collettivo fra associazioni affini (<hi rend="italic">gens</hi>)di pascoli per il bestiame; un regolo alla testa, che è insieme sacerdote e guerriero. Ma quando pure gli arii europei vennero a contatto di potenze e di emuli scambi con le antiche genti semite e camite, più colte e ricche (ciò che e attestato per Grecia dalla leggenda del <hi rend="italic">vello d'oro</hi>, dalla conquista di Troia, e per Roma dalla violenta annessione dell'Etruria, dalla distruzione di Cartagine, e per ambedue dalle alterne imprese guerresche di egemonia fra imperi asiatici e repubbliche europee), — la ricchezza dei popoli nuovi non pareggiò in altezza e perduranza quella dell'oriente asiatico, né si svolse in proporzione delle loro eccelse vocazioni estetico-filosofiche o giuridico-politiche (Roscher). </p>
            <p>
              <pb n="1.179" />2. La posizione marittima, il suolo accidentato, il clima vario e propizio, gli esempi delle città frigie, lidie, fenicie, dell'Egitto, dell'Asia Minore e dell'Arcipelago, mentre presto provocarono le energie individuali degli elleni e lo slancio degl'ingegni, — accumulavano bensì in Grecia in seno alle classi di liberi artigiani e mercanti (intermedie fra l'aristocrazia terriera e gli schiavi lavoratori del suolo) una copiosa ricchezza mobile; ma questa in que' territori angusti apparve subito, col facile accentramento della proprietà e colle lotte sociali, un pericolo politico per quegli Stati per lo più democratici e un fomite di corruzione morale dinanzi agl'ideali civili di una multiforme e insuperata cultura. E così, mentre questa mirabile cultura ellenica trasfondeasi nel mondo intero, gli ordini politici ed i costumi operosi invano sorretti da ardite riforme (talora di violento comunismo livellatore), insieme alla ricchezza tralignarono e perirono.</p>
            <p>3. Meno ancora resistente la vita economica in Roma, in cui la origine agricolo-militare, le conquiste ed annessioni perduranti di popoli vicini e lontani, d'ogni stirpe e civiltà, educarono bensì in essa, con la virtù di assimilazione, il genio dell'<hi rend="italic">imperium</hi> ossia del governo civile e politico (dalla costituzione di Servio Tullio, alla evoluzione storica del diritto privato e pubblico, fino agli ordinamenti mondiali di G. Cesare e di Augusto), ma <pb n="1.180" />non già le abitudini e le arti produttive della ricchezza nei suoi svolgimenti normali. E ciò in nessun dei tre caratteristici momenti: né nella primordiale <hi rend="italic">economia agraria</hi>;né dopo la seconda guerra punica, col crescere di una <hi rend="italic">economia capitalistica</hi>;né da ultimo con una panteistica <hi rend="italic">economia di Stato</hi>,che toccò il sommo con Diocleziano.</p>
            <p>Nel <hi rend="italic">primo momento</hi> (dal 753 a. Cr.) mezzana e piccola proprietà terriera, ma riservata a patrizi arbitri dello Stato; beni d'uso collettivo (<hi rend="italic">ager publicus</hi>)ma ben presto da quelli usurpati; ai vinti si toglie la terra, lasciandone talora un terzo, ed essi inurbati divengono la plebe, non schiava ma senza diritti, che acquista poi con lotte memorabili, senza però elevarsi a comporre un'operosa classe media industriale e mercantile, che Roma non ebbe mai. Quindi non le produzioni, ma soprattutto la guerra, la confisca dei territori (da ripartirsi fra i conquistatori), il bottino, le magistrature, sono considerate mezzo ordinario di procacciar ricchezza; delle arti manuali, soltanto l'agricoltura onorata, perché è radice di autorità civile-politica e tempra il forte soldato, ben più che per il valore economico; libertà robusta e gelosa, ma lungamente privilegio di una classe di cittadini; e libertà nel senso di partecipare al governo dello Stato, il quale però alla sua volta <pb n="1.181" />reclama l'intera personalità del cittadino nelle assemblee, nei magistrati, nelle imprese militari, comprimendo la vita privata, impedendo quella economica; la quale, al di fuori di un ristretto ceto di artigiani indebitati e di mercanti importatori, ricade sempre più in mano a schiavi stranieri (Fustel de Coulanges, Messedaglia, Mommsen).</p>
            <p>Nel <hi rend="italic">secondo momento</hi> (dal 146 a. Cr.) colla caduta di Cartagine e delle sue colonie, la ricchezza mobile rifluendo a Roma, solleva la peggior forma di <hi rend="italic">capitalismo pecuniario</hi> nel ceto dei cavalieri, non già imprenditori d'arti o traffici, bensì maneggiatori di denaro, appaltatori d'imposta, assuntori di forniture militari, prestatori usurai alle moltitudini e agli ambiziosi nella incipiente e poi ingente corruzione elettorale-politica.</p>
            <p>Peggio nel terzo momento (dell'impero) nel quale gradualmente ogni libertà individuale si sperde nel regolamentarismo ed arbitrio imperiale, e la ricchezza accentrata volgesi ad estendere nelle province il latifondo servile e ad abituare l'<hi rend="italic">Urbs</hi> dominatrice a vivere nel lusso dissipatore e rapace, a spese dell'universo tributario.</p>
            <p>Nell'ordine delle idee. ‒ 1. Analogamente le <hi rend="italic">idee filosofiche e morali</hi>,erano infeste alla stima della ricchezza. Questa dal pubblico sentimento avuta quale stromento di corruttela ed invero corrotta <pb n="1.182" />nelle sue fonti e nei suoi fini di ambizione, di prepotenza, di egoismo, trovasi dai filosofi alternamente magnificata e spregiata, o come argomento di vita gaudente (epicurei) o come impedimento alla elevazione morale (stoici), il lavoro manuale avvilito perché commesso per lo più a braccia servili; le industrie e i traffici reputati indegni del cittadino, assunto a ben più elevate funzioni di Stato.</p>
            <p>2. Con procedimento affatto opposto a quello dell'oriente, la <hi rend="italic">religione</hi> stessa in Grecia e Roma, conferì a questo spregio della vita economica. Il culto degli antenati nella famiglia, allargatosi a quello degli eroi nelle tribù guerriere, rimasto (fra le obliate religioni primitive) unico vincolo morale fra gli arii occidentali, nelle loro marce battagliere e nei loro primi insediamenti, riesce a due risultati del pari opposti alle idee moderne. In Grecia, sotto le influenze di cielo, di suolo, di spigliatezza personale, di vivacità democratica e di esempi vicini (Asia Minore), si evolve in un politeismo antropomorfico, estetico, sensuale, a lungo andare corruttore delle virtù civili; il quale, caduto nel discredito di quei sagaci ingegni superiori, suscita per reazione una filosofia razionale, teistica, elevatissima, sciolta da ogni nesso di religione positiva, che rimane il faro della più splendida cultura universale dell'antichità; e viceversa in Italia quella religione domestica ed <pb n="1.183" />etnica (di razza) seguendo le vicende politiche del popolo romano divenne religione nazionale, a servigio dello Stato, ministra dei suoi grandiosi destini.</p>
            <p>Ma frattanto il lavoro industriale e mercantile appare incompatibile colla missione di popoli che avessero coscienza profonda del proprio primato intellettuale nella civiltà, come i greci, o della propria fatidica vocazione al dominio del mondo, come i romani. La cultura classica è satura di questi concetti.</p>
            <p>Letteratura economica. ‒ Di rispondenza, la mente dei pensatori ben di rado scendeva all'analisi delle ragioni utilitarie economiche nei rapporti umano-sociali.</p>
            <p>1. In Grecia fra i <hi rend="italic">filosofi</hi>,una qualche considerazione di <hi rend="italic">etica-economica</hi> incontrasi fra i filosofi della scuola di Socrate (m. 399 a. Cr.) specie in un dialogo <hi rend="italic">(Eryxias)</hi> compreso in quelli platonici; ma soprattutto in Platone (m. 340 a. Cr.). Il quale, col suo idealismo inchinatole a panteismo, propugnando in uno Stato retto da filosofi una forma di comunismo di beni e di famiglie per le classi dirigenti, mantenute dal lavoro degli schiavi (per meglio dedicarsi alla pubblica cosa), rifletteva con ciò le tradizioni filosofiche e politiche dell'oriente, vivissime in tutto l'Arcipelago (Pöhlmann); rimanendo frattanto Platone il prototipo dei tardi utopisti del comunismo in Europa (sec. XVI). Le vedute economiche sono più <pb n="1.184" />ampie, definite, corrette in Aristotele (m. 322 a. Cr.), la cui filosofia è meglio contemperata fra l'<hi rend="italic">ideale</hi> ed il <hi rend="italic">reale,</hi> e ciò specialmente nell'etica e nella politica (la sua <hi rend="italic">Economica</hi> ècompilazione posteriore), ove si trovano alcune pregevoli analisi della divisione del lavoro, dello scambio monetario, e alcuni migliori giudizi, dal punto di vista utilitario, sulla schiavitù e soprattutto la confutazione del comunismo platonico; le quali sue idee ebbero influenza protratta, sotto la veste della filosofia <hi rend="italic">scolastica</hi>, nell'età di mezzo.</p>
            <p>Contributi positivi sull'ari domestiche, minerarie, agronomiche apportano scrittori remoti (Ierone, Apollodoro, Carate ecc.); più ampli gli scrittori, Tucidide (m. 400 a. Cr.) sull'importanza degli scambi, e Senofonte (m. 355) in alcuni scritti minori di economia domestica e finanziaria (<hi rend="italic">I redditi dell'Attica</hi>).—Rimase tuttavia notevole la inclusione della <hi rend="italic">economia</hi>,insieme all'<hi rend="italic">etica</hi> e alla <hi rend="italic">politica</hi> come parti distinte della <hi rend="italic">filosofia morale</hi>;e quella stessa per lo più intesa, bensì nel senso di economia privata, ma non già quale arte <hi rend="italic">lucrativa</hi> (crematistica) ma come insieme di interessi serventi a fini morali e civili (Cossa).</p>
            <p>2. La superiorità dei greci sopra i romani, è misurata nei riguardi economici dagli scritti di Cicerone (m. 43 a. Cr.), filosofo eclettico, che non si leva coi suoi giudizi al di sopra della economia allora imperante. <pb n="1.185" />Meglio Seneca (m. 65 d. Cr.), che tratta di economia etico-stoica; e Plinio il Vecchio, naturalista (m. 79 d. Cr.), e gli scrittori <hi rend="italic">de re rustica</hi> (agronomi): Catone, Varrone, Columella, i quali, vissuti in periodi di decadenza e forse sotto influenze cristiane, rilevano i danni dell'incentramento delle ricchezze e la improduttività del lavoro servile a paragone di quello libero.</p>
            <p>Però l'insuperato criterio giuridico dei romani rinviene una riprova in parecchi passi del <hi rend="italic">corpus iuris</hi>, in ispecie in un frammento di Paolo sull'origine della moneta (commentato da P. Neri). Ma nell'insieme il diritto romano, sempre formalista (comunque poi temperato dall'<hi rend="italic">aequitas</hi> e in onta alla mirabile sua genesi storica per mezzo dell'editto del pretore e della giurisprudenza), si ispira prevalentemente <hi rend="italic">a spirito individualistico</hi>,dominato più tardi da esigenze politiche accentratrici, sminuendo l'aspetto sociale degli istituti economico-giuridici. Invero:</p>
            <p>la famiglia, nei primi secoli ampia e robusta, e tuttavia disciplinata non tanto a guarentire gl'interessi domestici, quanto ad accrescere il potere del <hi rend="italic">paterfamilias;</hi> la proprietà privata è analogamente assoluta nel suo godimento e libera nella sua circolazione, sia per contratto sia per regime successorio <pb n="1.186" />colla divisione (legittima) in parti eguali fra i figli, più curante del diritto dei singoli, che dell'unità del patrimonio familiare. — La proprietà è anche pubblica, ma dello Stato, più che di organismi intermedi (di comunanze locali, enti collettivi), il quale ne concede l'uso a privati con provvedimenti spesso strappati a forza e non rispettati (leggi agrarie); e la personalità giuridica delle fondazioni e corporazioni (p. e. <hi rend="italic">collegia opificum</hi>)èconsiderata come una concessione di Stato, arbitro di revocarla e assorbirne i patrimoni. — Sottile e maturo il regime giuridico delle obbligazioni ma, dal punto di vista della rigorosa giustizia commutativa (da pari a pari), disadatto alla spigliatezza commerciale e con scarso riguardo alla giustizia distributiva sociale; sicché l'incentramento dei latifondi e del capitalismo feneratizio, col suo contrapposto il proletariato, divenne cagione di ruina per l'economia romana. — L'aspetto sociale, spunta bensì nella legislazione romana (e prima nel diritto teodosiano che in quello giustinianeo) sotto le influenze cristiane, non ancora pervertite dal cesaro-papismo-bizantino; — ma nell'insieme il diritto romano in sé e nelle sue applicazioni posteriori rimase sempre il simbolo di una <hi rend="italic">economia individualistica</hi>,col suo contrappeso dell'assolutismo di Stato. Esso fu pertanto ripugnante all'originale assetto e allo spirito espansivo dell'economia medioevale, ove spesso i<hi rend="italic"> legisti</hi> si <pb n="1.187" />trovarono in contrasto coi <hi rend="italic">canonisti</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> e nocque all'economia moderna, avvalorando dapprima l'onnipotenza politica (sec. XVI-XVIII), e dappoi coll'individualismo trapassato nei codici (sec. XIX) infirmando la solidarietà economico-sociale. Di qui una certa reazione recente contro di esso (L. Brun, Jannet, Janssen, Ferrini, Pruder, Gierke, Bougaud).</p>
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              <pb n="1.188" />
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            <head>III. Nella cultura cristiana medioevale</head>
            <p>Origini. ‒ Colla agonia protratta di Roma e infine colla disperazione dell'impero di occidente (476 d. Cr.) si esaurisce il ciclo della cultura classica (greco-latina), per inaugurarne un altro tuttora aperto, vivo, progredente, quello della <hi rend="italic">cultura cristiana</hi>.Della quale economicamente può dirsi, che per essa «una società spenta nell'ozio si trovò risuscitata nel lavoro». Innovazione profonda pertanto, che non fu senza connessione né colla cultura classica, di cui usufruì la storica universalità, né (attraverso la civiltà orientale) colle tradizioni dell'umanità primitiva; delle quali fu custode ed organo di trasmissione, anche nei concetti e negli istituti economici, il <hi rend="italic">popolo ebreo</hi>.</p>
            <p>Questo, derivato dall'Asia centrale (Caldea) e moltiplicatosi nel paese di Canaan, trasferito poi in schiavitù in Egitto e due volte in Babilonia a contatto di quelle culture asiatico-africane, e in fine insediatosi sul territorio della Palestina, appartato e solitario, con una costituzione civile politica originalissima, che è teocratica nel suo vertice e <pb n="1.189" />democratica nella sua base, — testimonia colla sua origine, ordinamenti e vicende, d'aver ricevuto divinamente una missione unica nel mondo. La Bibbia infatti (in specie il Deuteronomio, il Pentateuco, i Numeri, i Libri sapienzali), anche nei riguardi sociali economici, raccoglie e designa autorevolmente una serie di principi, di norme e di istituzioni, che sorpassano di valore i più perfetti codici religiosi e civili della antichità e porge l'addentellato ai più maturi svolgimenti delle età posteriori, <hi rend="italic">vero anello i congiunzione fra due immense civiltà</hi>:ciò che in una nazione come l'ebraica, di dura cervice, sensuale, senza elevate attitudini economiche e artistiche (il tempio di Salomone fu opera di operai fenici), di scarsa espansione politica (salvo sotto i re Davide e Salomone), vieppiù conferma la ispirazione divina di quelle fonti.</p>
            <p>Il sistema economico-sociale degli israeliti nei suoi principi informativi (quale risulta dalla Bibbia) sembra converso ad introdurre e mantenere sapientemente:</p>
            <p>1. <hi rend="italic">l'equilibrio fra l'elemento individuale e quello familiare e gentilizio</hi>.I rapporti matrimoniali in tutti i loro aspetti sono conversi ad assicurare alla società domestica saldezza (autorità maritale), continuità genealogica (seconde nozze della <pb n="1.190" />vedova), fecondità (anche la tolleranza temporanea della poligamia e ripudio), stabilità economica (non distrazione di beni familiari). Ma insieme è riconosciuta e protetta la individualità, la moglie è rispettatissima, limitato il diritto paterno di punire i figli. La proprietà è ammessa e guarentita; ma della <hi rend="italic">terra promessa</hi> (assegnata alla nazione) rimane padrone Jehova, e l'uomo l'ha in precario od usufrutto nell'interesse proprio e comune; e perciò è ripartita in tante circoscrizioni quante sono le <hi rend="italic">tribù</hi> (meno quella di Levi) esse in <hi rend="italic">cantoni</hi>,e questi in tanti <hi rend="italic">patrimoni familiari</hi>.Ma accanto a questa proprietà <hi rend="italic">domestico-nazionale per eccellenza</hi> sopra il territorio sacro (quasi l'<hi rend="italic">ager publicus</hi> dei romani), la quale non poteva cedersi a terzi che temporaneamente, sono ammessi e incoraggiati altri acquisti individuali, frutto di attività personale. Il lavoro, la preveggenza, il risparmio, sono benedetti e consacrati: il lavoratore di nazione ebrea è libero e rimunerato; se si alloga come mercenario («sakir») presso un padrone, moralmente è rispettato e il vincolo deve essere temporaneo (non più di sei anni). Il vero schiavo perpetuo («êbed»), bensì trattato umanamente, non può essere che straniero.</p>
            <p>2. <hi rend="italic">Il coordinamento egli interessi privati alla conservazione sociale, in specie elle classi inferiori</hi>.Di qui l'ospitalità e la beneficenza encomiate e <pb n="1.191" />debitamente disciplinate; soprattutto divievate le usure (salvo verso stranieri) come argomento di oppressione e di scissura sociale; mentre tutti i figli di Israele, fratelli per origine e per fede, devono esserlo anche civilmente, egualmente protetti da leggi, tribunali, ecc. Ma la solidarietà sociale e la protezione dei deboli (solenne contrasto con tutta l'antichità) è assicurata da tre istituzioni, che furono dette la <hi rend="italic">trilogia sociale</hi> della Bibbia. Tali il <hi rend="italic">riposo sabatico</hi>,per fine religioso, ma con cui frattanto si curava la integrità fisica (contro l'eccesso di lavoro) e la vita spirituale di tutto il popolo; — il <hi rend="italic">settenato,</hi> per cui nel settimo anno, ad onore di Dio, si sospendeva il lavoro de' campi e i frutti spontanei rimaneano a disposizione di tutti i poveri, anche forestieri e cessava il vincolo contrattuale del mercenario (ebreo), ricuperando libertà di rinnovare o meno il contratto; — il <hi rend="italic">giubileo,</hi> ogni cinquant'anni, scioglieva definitivamente le obbligazioni di lavoro dei mercenari stessi, che le avessero periodicamente rinnovate, ognuno ritornava nella sua famiglia, i debiti erano rimessi, e similmente le terre (originarie di Palestina), sebbene nell'intervallo cedute a terzi, ritornavano al primitivo proprietario.</p>
            <p>3. <hi rend="italic">La subordinazione della vita materiale e civile ai fini superiori spirituali.</hi> Invero queste prescrizioni e ordinazioni economico-sociali, <pb n="1.192" />nonché altre minute e sapienti di igiene, di costumanze, di esercizi agricoli, e di governo civile, trovansi dettate dallo stesso Dio, in quel medesimo libro (Bibbia) in cui stanno i dogmi rivelati, la legge morale, la costituzione sacerdotale, i riti di questa purissima e inalterata religione monoteistica. Dio apparisce così legislatore unico, non solo religioso, ma anco civile, che governa per mezzo delle dodici tribù, quasi repubbliche federate, più tardi per lo scettro di re unti dal Signore. La tribù sacerdotale (di Levi), perché non componga una casta (come in India) o classe politica (come in Egitto) né sia distratta da cure materiali ma rimanga cemento e lievito di unità religiosa e nazionale, non ha una porzione di territorio proprio, ma tutti i patrimoni delle altre tribù sono soggetti a decimae ad altre oblazioni in favore del sacerdozio e del culto. È proibito finalmente a tutti il commercio cogli stranieri, perché non si adulterasse il carattere etnico di questo popolo, e soprattutto la integrità di quel vero religioso, che esso avea la missione di custodire e trasmettere alla civiltà futura. Tutto dunque insinua e scolpisce la convinzione che la vita esteriore (anche economica) deve servire a quella etica interiore e finale (Kübel, Cantù, Prada, Ardant, Champagny, Vigouroux).</p>
            <p>Il Cristianesimo: Nell'ordine Delle Dottrine. Così si spiega come il cristianesimo, spuntando sul tronco <pb n="1.193" />dell'ebraismo, ne fosse continuazione e perfezione; e trasferendo il suo centro irradiatore ad occidente nel cuore storico della cultura ellenico-latina, verso cui ormai gravitavano da lungo tempo le razze vergini di tutta Europa, si offrisse storicamente come il rappresentante di una civiltà rigeneratrice perenne e universale.</p>
            <p>Per queste virtù d'innovazione, di continuità ed espansione senza confini di spazio e di tempo, «il cristianesimo rappresenta, anche nei subordinati rispetti <hi rend="italic">sociali-economici</hi>,il più grande avvenimento della storia».</p>
            <p>Esso, — col rivendicare l'<hi rend="italic">autonomia individuale</hi> mediante la dottrina dei fini sovrannaturali dell'anima e dell'uguaglianza morale, non del solo popolo ebreo, ma dell'umanità in ordine ad essi, avea nel tempo stesso posto l'uomo e la società umana come principio e termine della ricchezza stessa; — col principio del <hi rend="italic">matrimonio monogamico</hi> e <hi rend="italic">indissolubile</hi> ricostituiva l'organismo della famiglia, cellula prima della economia sociale e prototipo di ogni associazione; — colla <hi rend="italic">consacrazione del lavoro</hi> (manuale e intellettuale) come dovere morale per tutti, occasione di sacrifizi meritori, fonte di personale dignità, pose la radice della inesauribile potenza di <hi rend="italic">produzione; —</hi> colla <hi rend="italic">dottrina della abnegazione</hi> nell'uso dei beni materiali, come stromento ai fini spirituali, <pb n="1.194" />legittimò e regolò il consumo della ricchezza; — coi precetti della <hi rend="italic">giustizia</hi> e <hi rend="italic">carità</hi> nei rapporti fra gli uomini die' norma alla <hi rend="italic">circolazione</hi> e all'equa <hi rend="italic">ripartizione</hi> dei beni; soprattutto, quale logica conseguenza di questi veri e precetti religiosi contro tutti i concetti fino allora dominanti, assegnò al progresso generale un termine nuovo, inatteso, definitivo, cioè la crescente elevazione morale e materiale delle moltitudini umili, povere ed operose.</p>
            <p>Il cristianesimo così, insieme ai germi potenti di una rinascente civiltà, aveva collocato sui veri suoi cardini la stessa scienza della costituzione e vita economica dei popoli.</p>
            <p>Nell'ordine di fatto, il cristianesimo compié una vera <hi rend="italic">palingenesi</hi> umano sociale, perciò stesso profonda, graduale, compiuta. Annunciata la Buona Novella come <hi rend="italic">dottrina religiosa</hi>,la trasformazione fu dapprima <hi rend="italic">interiore</hi> (individuale e familiare), poi <hi rend="italic">sociale-civile</hi>, infine <hi rend="italic">politica</hi>, con un processo secolare, contrastato, ma infine trionfatore.</p>
            <p>1. Nessun altro avvenimento sociale fu oggi dai cultori di storia civile, giuridica, economica, così profondamente illustrato, quanto questa <hi rend="italic">palingenesi di civiltà</hi>,la quale risponde esattamente alla divina parola: «<hi rend="italic">Ecce nova facio omnia»</hi> (C. Jannet, Ozanam, Fustel de Coulanges, Violliet, Périn, Talamo, Brants, Michael, Janssen, Kurth, Cantù). Dall'origine, attraverso la corruzione greco-latina e <pb n="1.195" />la ferocia germanica, essa maturava l'ordine sociale cristiano medioevale, di cui questi i tratti storici originali: di là, frammezzo al panteismo dello Stato pagano, piglia la mossa quella emancipazione della personalità che, in nome dell'uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio, trasformò lo schiavo millenario nel servo della gleba ed esso nel libero cittadino dei Comuni medioevali; rovesciando così il ciclo di tutta l'antichità.</p>
            <p>La individualità affrancata, d'allora in poi si guarentisce e consolida nelle associazioni di ogni specie, familiari, religiose, civili, economiche; le quali successivamente sollevano, sul fulcro del merito personale, la gerarchia delle classi ecclesiastiche, politiche, laboriose, munite alla loro volta di potenti organismi collettivi giuridici (fondazioni, università, corporazioni), intermedi fra l'individuo e lo Stato, immensa forza di equilibrio e di elevazione, dapprima ignorata.</p>
            <p>E lo Stato novello spunta nel <hi rend="italic">Comune</hi>,ove individui, associazioni, corporazioni, rinvengono libertà, difesa, solidarietà; — e dove l'autorità civile e politica si afferma per la prima volta, non arbitra ma ministra in nome della legge morale del <hi rend="italic">bene i tutti</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> ciò che trapassa poi al grande Stato, non mai assoluto, spesso elettivo, sempre contemperato dalla <pb n="1.196" />partecipazione delle varie classi, a misura del loro valore morale e civile.</p>
            <p>E al di sopra la Chiesa, finalmente distinta e indipendente dallo Stato, maestra e custode della coscienza, vindice di giustizia sociale, tutrice e puntello degli umili, rappresentante della unità e universalità del genere umano.</p>
            <p>2. Veramente <hi rend="italic">novus ordo,</hi> reale e vivente nella società, avvolto esso medesimo da un <hi rend="italic">ordine ideale</hi>,risultante — da un sistema di dottrine religiose ed etiche, senza paragone col passato — da una enciclopedia scientifica, in cui la ragione è coordinata alla fede — da concezioni estetiche che rifecondano l'arti — da mistiche contemplazioni, che non comprimono, ma sublimano la vita operativa dei popoli; il quale, attraverso lotte incessanti di razze, di ceti, di prepotenze, di correttele, di passioni brutali, di cupidigie materiali, pur sempre resiste, insinuando anzi un nuovo e irrefrenabile bisogno di progresso, che si perpetua nell'incivilimento moderno (Cantù, Gruppe, Freeman, Kidd).</p>
            <p>3. Quale meraviglia che in questo ambiente rinvenisse inesauribile vigoria rinnovatrice anche la ricchezza?</p>
            <p>Di qui: una prima <hi rend="italic">economia di Stato</hi> sotto il decadente impero e durante le invasioni barbariche (fino al sec. V). È un adattamento delle istituzioni <pb n="1.197" />e leggi romano-bizantine (specie da Costantino in poi) e delle consuetudini germaniche ai nuovi concetti del <hi rend="italic">dovere cristiano</hi>,in ordine alla dignità umana, alla giustizia contrattuale, alla carità sociale (Kurth, Jannet).</p>
            <p>Una <hi rend="italic">economia agricolo-fondiaria</hi> durante la costituzione dei regni barbarici, dell'impero germanico, del feudalesimo (dal secolo V al XII). Tutti i rapporti economici poggiano sulla terra; partecipano di sua stabilità; assodano le forme di proprietà pubblica, collettiva, privata; iniziano e poi intensificano la cultura, con ogni metodo contrattuale dall'enfiteusi fino alla mezzadria e tecnico-agronomico dai primi dissodamenti alla irrigazione (Montalembert, Lamprecht, Bertagnolli).</p>
            <p>Una <hi rend="italic">economia industriale e mercantile</hi>,sotto il regime comunale, da Gregorio VII (sec. XII) al cadere del medio evo. E qui colla ricchezza mobile, slancio incomparabile di vita operosa: — divisione di lavoro, fasci potenti di lavoratori e capitalisti, copia e varietà di prodotti manifatturieri, splendore d'arti estetiche; ogni specie di imprese industriali, di società mercantili, di operazioni monetarie e di credito; vie terrestri e navigazioni, fiere, fattorie, colonie; traffici locali e internazionali, leggi commerciali e marittime, regolamenti interni e trattati coll'estero; tutto quanto vanta l'economia odierna perfezionata, trovasi <pb n="1.198" />anticipato in quella esuberante energia, il cui giro di espansione abbracciava Danzica, Inghilterra, le Fiandre, le Baleari, Barberia, Egitto, Bisanzio, l'Asia minore, le coste siriache, fino al Mogol; irradiandosi dai centri civici di tutta Europa e gravitando intorno a Milano, Venezia, Genova, Pisa, Firenze, i massimi gangli economici e di cultura in quella inattesa resurrezione. Per virtù del suo spirito, il cristianesimo con materiali vecchi avea costrutto un edificio nuovo (Jannet), che superò quelli più grandiosi e già crollati dell'evo antico orientale e classico; e che forma ancora il mostrato di tutti i progressi moderni (Ingram).</p>
            <p>Letteratura. ‒ Tale diuturna evoluzione, attraverso tre economie tipiche, e in ispecie la somma delle <hi rend="italic">esperienze accumulate</hi> dai cittadini dei liberi Comuni industriosi e mercantili, accoppiandosi alla <hi rend="italic">cultura teologica e filosofica</hi> degli ecclesiastici, dovea in proporzione ridestare anche il pensiero scientifico.</p>
            <p>Precursori di questa cultura (anche economica) ne erano già stati i santi Padri, Ignazio, Policarpo, Giustino, Tertulliano, Origine, ecc. (I - III sec.), Girolamo, Ambrogio (sec. IV), instaurando i <hi rend="italic">principi fondamentali dell'ordine sociale cristiano</hi> contro le persistenti istituzioni ed abitudini pagane della schiavitù, dell'ozio corruttore, delle usure flagranti, dell'oppressione dei poveri ecc. (Benigni). L'ultimo <pb n="1.199" />dei santi Padri e primo dei Dottori, <hi rend="italic">s. Agostino</hi> (m. 430), seguito da <hi rend="italic">Salviano</hi>,illustrando il concetto di un <hi rend="italic">ordine sociale provvidenziale</hi>,aveva con esso assodato il presupposto di ogni scienza e della stessa <hi rend="italic">economia</hi>;fino a che <hi rend="italic">Boezio</hi> (m. 525), al tempo di Teodorico in Italia, traducendo Aristotele, iniziò quella serie di studi intorno <hi rend="italic">all'etica</hi> e alla <hi rend="italic">politica</hi> del grande filosofo peripatetico, la quale preparò il risorgimento della cultura cristiana, così detta <hi rend="italic">scolastica</hi>,pervenuta poi al suo apogeo nel XIII secolo.</p>
            <p>La scolastica invero non isdegnò di occuparsi con certa larghezza e sottigliezza anco dei <hi rend="italic">fenomeni economici</hi>,studiandone le relazioni con la <hi rend="italic">dottrina dei doveri</hi> (<hi rend="italic">etica</hi>)e con la <hi rend="italic">dottrina dello Stato</hi> (<hi rend="italic">Politica</hi>,<hi rend="italic"> De regimine principum</hi>). Ivari rami scientifici che componevano la enciclopedia scolastica fornirono preziosi contributi alle analisi economiche; ma più della stessa filosofia, la <hi rend="italic">teologia</hi>;comprovando in tal guisa come il lume direttivo di queste ricerche derivasse da una fonte nuova, cioè dalla fede e dalla morale cristiana e non dalle sole tradizioni aristoteliche. «Mentre i <hi rend="italic">filosofi</hi> (essi pure ecclesiastici per massima parte) commentano, più o meno alla lettera, le teorie economiche di Aristotele, correggendole tutt'al più coi principi del cristianesimo, gli scrittori di <hi rend="italic">teologia morale</hi> nei loro trattati, somme, decisioni, sermoni, e specialmente negli scritti intorno al sacramento della <hi rend="italic">penitenza,</hi> dovendo occuparsi del <pb n="1.200" />tema delicatissimo della <hi rend="italic">giustizia nei contratti</hi>,si trovano nella necessità di investigare la natura del <hi rend="italic">commercio</hi> e delle varie sue <hi rend="italic">forme</hi> ed <hi rend="italic">operazioni</hi>;ed è appunto per questa via che alla <hi rend="italic">morale economica</hi> dei greci fondata sulla filosofia, succede quella degli <hi rend="italic">scolastici</hi> basata sulla teologia, che era ai tempi di mezzo veramente la scienza sovrana, la <hi rend="italic">scienza elle scienze</hi>».(L. Cossa).</p>
            <p>1. Una serie di studi eruditi in tutta Europa sopra le dottrine economiche degli <hi rend="italic">scolastici</hi>,hanno di recente rimesso in luce i meriti di questi (Cossa, Talamo, Burri, Brants, Crahay, Deploige, Baumann, Ashley). I due temi più accarezzati dalla <hi rend="italic">economia medioevale</hi> furono il <hi rend="italic">giusto prezzo</hi> e le <hi rend="italic">usure</hi>,al quale proposito essi riuscirono a porre in sodo qualche teoria essenziale della <hi rend="italic">economia</hi>,specialmente quella del <hi rend="italic">valore</hi>.Si distinguono s. Tommaso d'Aquino (m. 1275), anche economicamente il massimo maestro della scuola; Durand de Saint-Pourҫain (1326) e Filippo de Maizières (1389) propugnatori di <hi rend="italic">banchi</hi> di prestito sopra pegno, e più importante ancora Nicola di Orésme (1382) che scrisse <hi rend="italic">De origine, natura, iure et mutationibus monetarum</hi>;e più (elevandosi nella trattazione dei temi del commercio e del credito, dal centro attivissimo delle repubbliche toscane) s. Bernardino da Siena (m. 1444) e s. Antonino da Firenze (m. 1555), fino agli ultimi rappresentanti della <pb n="1.201" />scolastica, Gabriel Biel tedesco (m. 1495), G. Savonarola ferrarese (m. 1489), e Tommaso da Vio (1499).</p>
            <p>2. Un secondo concorso notevole vi apportarono i <hi rend="italic">giureconsulti</hi> ed i <hi rend="italic">politici</hi>.Già il <hi rend="italic">Corpus iuris canonici</hi>,aveva nel giure introdotto un <hi rend="italic">nuovo spirito</hi> che temperava l'individualismo romano; e ciò con l'aggiungere ai principi dello <hi rend="italic">strictum ius</hi> ed anche della <hi rend="italic">equità</hi>,quello della <hi rend="italic">carità sociale</hi>,giusta il criterio di una protezione giuridica da parte dello Stato, <hi rend="italic">proporzionale</hi> al bisogno delle singole classi e perciò favorevole specialmente ai deboli; ed inoltre coll'informare la giustizia alla perfezione dell'etica cristiana, facendo prevalere, nel diritto stesso sopra il formalismo romano, l'<hi rend="italic">elemento intenzionale</hi>,che vi impresse pieghevolezza ed espansione; sì da effettuare una specie di spiritualizzazione del diritto (Rivalta, Bruder, Schmirt, Benigni). — Di ciò si risentirono <hi rend="italic">profondamente i concetti stessi economici</hi>,in ispecie quello di proprietà, considerata non più come un insieme di diritti individuali soltanto, ma ancora di doveri sociali; e quello di giustizia commutativa, integrato dall'altro di giustizia distributiva, ecc. Per benemerenze economiche fra i <hi rend="italic">giureconsulti</hi> vanno ricordati Cino, Baldo, Barolo; fra i <hi rend="italic">politici</hi> (per lo più sulle tracce di s. Tommaso) Andrea d'Isernia (-1316), Egidio Colonna (- 1316), Giovanni Buridano (- 1327).</p>
            <p>
              <pb n="1.202" />3. Infine un terzo incremento alle dottrine economiche, almeno incidentale, derivò dai cronisti, storici, uomini di affari; massimi i fratelli Villani, Dati, Balducci-Pegolotti, B. Uzzano, L. B. Alberai (sec. XIV-XV), i quali alla formulazione di alcune teorie economiche (specialmente commerciali) apportarono lo spirito di osservazione positiva.</p>
            <p>Giudizio. ‒ L'<hi rend="italic">economia</hi> della <hi rend="italic">scolastica</hi> nel suo complesso presenta questo carattere: attua il connubio intimo delle ragioni <hi rend="italic">economiche</hi> con <hi rend="italic">l'etica</hi> e precisamente <hi rend="italic">cristiana</hi>;ciò che (contrariamente a giudizi volgari), senza rompere il filo tradizionale del sapere <hi rend="italic">aristotelico</hi>,attribuisce alle dottrine <hi rend="italic">economiche</hi> del medio evo <hi rend="italic">originalità</hi> (Talamo).</p>
            <p>N'esce infatti un'<hi rend="italic">economia umana</hi> per eccellenza, le cui teorie si incardinano sull'uomo (e non sullo stromento, come l'economia capitalistica), né soltanto individualistica ma <hi rend="italic">sociale</hi>,né esclusivamente <hi rend="italic">utilitaria</hi> materiale, ma <hi rend="italic">civile</hi> ossia coordinata a civiltà spirituale. — Riesce ad analizzare con sicurezza alcuni veri fondamentali di <hi rend="italic">economia teoretica</hi>,non per virtù speculativa soltanto, ma con certo processo storico osservatelo (Deploige). — Ferma con larghezza e temperanza le vedute generali di politica economica.</p>
            <p>Manca bensì in queste teorie la costruzione autonoma e sistematica, rimanendo sempre incidentali. <pb n="1.203" />Sebbene nella sostanza (come avvertono gli storici) le istituzioni medioevali presentino grande uniformità e universalità, tuttavia (nel momento stesso più propizio agli studi) lo sminuzzarsi degli Stati feudali e delle repubbliche, le varietà accidentali e la mobilità dei governi comunali, i conflitti di parti al di dentro, le guerre commerciali al di fuori, rendendo intralciato e torbido il campo di osservazione, impedirono la comprensione sistematica dei fatti economici in que' scrittori; ma per compenso era salda in que' filosofi la fede in un ordine provvidenziale della società e chiaro in essi il concetto di una enciclopedia universale del sapere. Non mancavano pertanto che alcune circostanze estrinseche (di fatti economici vasti ed uniformi), favorevoli ad intuire la continuità delle leggi economiche, per pervenire ad una trattazione distinta ed ordinata ad unità; ma frattanto l'avanzamento della cultura economica medioevale può dirsi segnalatissimo.</p>
            <p>Queste condizioni storiche dell'ambiente stavano per avverarsi all'esordire dell'età moderna; ma disgraziatamente il perturbamento morale e filosofico che questa accompagnò, venne ad arrestare e insieme pervertire profondamente la scienza economica.</p>
            <p>
              <pb n="1.204" />
            </p>
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        <head>Periodo di trattazione autonomo-empirica</head>
        <div>
          <head>I. L'umanesimo e la riforma</head>
          <p>Concetto e ragioni. ‒ 1. Comprende il periodo storico dell'età moderna dall'aprirsi di questa (1492) sino alla metà del secolo XVIII (1750). In questo ulteriore sviluppo l'economia diviene oggetto di <hi rend="italic">studi speciali</hi>,distinti da altre discipline, e per opera di cultori che ne trattano <hi rend="italic">ex professo sotto</hi> il riguardo dell'utile.</p>
          <p>Così la scienza economica acquista <hi rend="italic">autonomia</hi>, rimanendo però <hi rend="italic">empirica</hi>, in quanto essa non risale ancora a' primi principi di ragione. Si studiano separatamente singoli temi economici, in forma dottrinale, sul fondamento però di semplici criteri di fatto, senza piena giustificazione razionale. Il periodo va scientificamente a ripartirsi in due successivi momenti: — l'uno di <hi rend="italic">trattazione empirico-monografica</hi> dal sec. XVI — e l'altro di <hi rend="italic">trattazione empirico-sistematica</hi> dal sec. XVII.</p>
          <p>
            <pb n="1.205" />2. Le ragioni di questa forma di trattazione si trovano in quei fatti stessi, che segnano il passaggio dal medio evo all'età moderna: — nel <hi rend="italic">campo politico</hi>,l'aggrandirsi degli Stati, il loro costituirsi in forma assoluta accentratrice e l'estendersi di colonie politiche in altri continenti; — nel <hi rend="italic">dominio strettamente economico</hi>,l'allargarsi del commercio internazionale, l'affluire dei metalli preziosi, l'elevarsi dei prezzi e quindi l'inasprirsi delle usure e la miseria delle classi inferiori; — nel <hi rend="italic">rapporto finanziario</hi>,le spese sempre maggiori degli Stati, specialmente per gli eserciti permanenti e per le guerre più poderose e prolungate: — fatti, i quali fanno grandeggiare il fenomeno economico, in un ambito largo e più uniforme, attraendo su di esse l'attenzione delle menti e spingendole ad una trattazione <hi rend="italic">speciale autonoma.</hi></p>
          <p>3. D'altra parte questa trattazione della economia, fra circostanze esteriori così favorevoli ad uno studio ordinato della scienza, rimase lungamente <hi rend="italic">empirica</hi>,in forza di un rivolgimento interiore degli animi che, ripercotendosi sinistramente su tutta la vita morale economica, civile, politica, stemperò ogni virtù di costruzione scientifica originale. Tale fu il fatto del <hi rend="italic">rinascimento ella cultura classica, seguito dalla riforma protestante</hi>,che inaugurò veramente l'età moderna anche nei riguardi economici <pb n="1.206" />(Ricca-Salerno, Cassa, Cusumano, Supino, Grazianti, Toniolo).</p>
          <p>Rivolgimento storico-psicologico. ‒ 1. L'umanesimo (o rinascimento classico) anticipato in Italia fin dal secolo XIV e prevalso più o meno in tutta Europa centrale e occidentale dal secolo XVI in poi, cominciando dalla imitazione letteraria ed artistica di Grecia e Roma, per poi tramutarsi in feticismo delle dottrine e delle istituzioni di quelle società defunte, finì col <hi rend="italic">preferire nel comune concetto</hi> delle classi dirigenti e nei governanti (non già nel popolo) alla <hi rend="italic">civiltà cristiana</hi>,trionfata nel medio evo col papato e così propizia agli stessi progressi economici, la <hi rend="italic">civiltà pagana</hi> (L. Pastor). Fu fatale retrocessione di idee e sentimenti, in un momento in cui le popolazioni stavano effettuando una triplice evoluzione storica, decisiva anche per la vita economica: — il passaggio di tutta Europa (preceduta solo dall'Italia) ad una <hi rend="italic">economia monetaria</hi> e con essa ad una più intensa e diffusa attività industriale e mercantile, allargata a tre continenti; — la formazione di distinte e autonome <hi rend="italic">nazionalità</hi>;—e infine la maturazione delle <hi rend="italic">funzioni i Stato</hi>.</p>
          <p>Tale rivolgimento in nome dell'antichità era stato predisposto: — dal decadere graduale della fede e del costume, specie dopo il 1379 (scisma d'occidente); — dal degenerare della scienza tradizionale <pb n="1.207" />scolastica, dal secolo XIV in poi (Scoto, Occam, Buridano); — dal tralignare degli ordini politici democratici, già inchinevoli anche in Italia fin dal secolo XV a principati, donde discredito degli ideali etici, scientifici, civili del medio evo cattolico; — esso medesimo aggravato nel secolo XVI dalla rivoluzione religiosa di Lutero, la quale, infrangendo il nesso armonico fra la ragione e la fede, colla dispersione dell'unità del pensiero nei popoli, affrettò il dissolvimento dell'ordine sociale civile fino allora aggiratosi sull'etica sovrannaturale.</p>
          <p>2. Di qui il parallelo prorompere nel sentire e nelle pratiche di popoli e governi dell'<hi rend="italic">utilitarismo</hi>,sotto tre forme caratteristiche: — l'<hi rend="italic">utilitarismo economico</hi>,mal contenuto ormai dai precetti di una morale religiosa, diventò cupidigia di godimenti sensuali presso le classi arricchite delle vecchie nazioni (Italia) e di materiali accumulazioni presso i ceti procaccianti borghesi di nazioni giovani (Inghilterra, Olanda, ecc.), e ciò a scapito delle moltitudini, donde contrasto colle classi superiori; — l'<hi rend="italic">utilitarismo etnico</hi>,non più contemperato dal concetto di universalità propria del medio evo, tramutò la <hi rend="italic">coscienza nazionale</hi> (alimentata dalla prosperità, lungo il secolo XV, dei popoli crescenti, Baviera, paesi renani, Fiandra, Inghilterra) in <hi rend="italic">gara gelosa di egoistici interessi</hi> commerciali, preparando immensi conflitti <pb n="1.208" />internazionali. — Infine, sorretto dal bisogno di maggiore unità e saldezza di fronte a più vasti orizzonti di conquiste esterne e di lotte interne, si aderse l'<hi rend="italic">utilitarismo politico</hi>,che non più infreddato da poteri spirituali superiori (la Chiesa), ma trasformato in dispotismo personale e dinastico col nome di <hi rend="italic">ragione di Stato</hi>,<hi rend="italic"> giustificò</hi> la violenza oppressiva al di dentro e quella aggressiva al di fuori.</p>
          <p>3. A coonestare pertanto queste tendenze utilitaristiche (di contro alle tradizioni cristiane), che compendiano la storia dei tre primi secoli moderni, il pensiero si volse fin da principio al prototipo delle <hi rend="italic">società antiche</hi> «erette per millenni sul privilegio di pochi colla immolazione dei più, sul predominio di una razza col soggiogamento o distruzione delle altre, sul cesarismo onnipotente di un solo coll'assorbimento politico di tutti». Tanto più che Lutero, dipartendosi esso pure dall'umanesimo (fiorente alle università germaniche), — coll'emancipare la ragione dalla fede e dalla morale esaltò l'<hi rend="italic">individualismo egostico</hi>,coll'immedesimare il protestantesimo coi destini delle razze germaniche, rese più fiero il <hi rend="italic">contrasto colle stirpi latine</hi>,— ecol fare del principe l'arbitro della religione, consacrò la <hi rend="italic">potenza panteistica dello Stato</hi> (vedi Janssen).</p>
          <p>Conseguenze economiche. ‒ Dietro questo spirito, trapassato a vario grado nei popoli e governi protestanti ed anche cattolici fino al secolo XVIII, <pb n="1.209" /><hi rend="italic">rimasero sconvolti tutti i concetti e i rapporti economici e civili.</hi></p>
          <p>Non più fonte della ricchezza il lavoro e il merito personale, ma la usurpazione (di beni della Chiesa, delle opere pie, del popolo), le usure capitalistiche, la scoperta dell'oro, gli emolumenti di Stato e di corte. È la storia dei principi tedeschi riformati, di Arrigo VIII e della aristocrazia inglese, degli spagnoli al Perù e al Messico, dei banchieri tedeschi (i Fugger), dei puritani d'Inghilterra, della Borsa di Anversa, della nobiltà di uffici venali in Francia.</p>
          <p>Non più sollecitudine dell'uguaglianza del diritto, della tutela dei deboli, della elevazione del popolo; ma ricomposizione del fedecommesso germanico, inglese e spagnolo, in pro di novella aristocrazia cortigiana; privilegi industriali per la crescente borghesia in Germania e Inghilterra; monopoli di compagnie mercantili nelle novelle colonie. E di ricambio, a danno delle moltitudini, chiuse e asservite alla finanza le corporazioni artigiane dappertutto, in Inghilterra soppresse e incamerate; arrestata la affrancazione del contadino dai principi tedeschi; riprodotta la servitù del lavoratore nelle campagne e nelle industrie dalle leggi di Elisabetta; spogliati in massa i proprietari del suolo irlandese da Cromwell; riprodotta da Spagna, Olanda, Inghilterra la schiavitù nera in America; e in ogni parte, fra il lusso sfacciato delle corti e dei ricchi, <pb n="1.210" />sfruttamento di popolo e miseria mal coperta da leggi odiose di beneficenza di Stato (C. Jannet, Levasseur, C. Marx, Loria, Sombart).</p>
          <p>Le stesse nascenti unità nazionali dilaniate — per le <hi rend="italic">lotte civili-religiose</hi> in Francia da Enrico IV a Carlo 1X; in Germania dalle prime sollevazioni popolari, già vivente Lutero, alla guerra dei trent'anni; e nella Gran Bretagna durante i sessant'anni della rivoluzione inglese; — per i disastrosi <hi rend="italic">conflitti commerciali</hi>,sotto Filippo II ed Elisabetta, fra Spagna e Inghilterra, poi fra questa e Olanda sotto Cromwell; — e per le immani <hi rend="italic">imprese belligere internazionali</hi> di equilibrio fra gli Stati e di preponderanze, prima francese, poi spagnola, infine austriaca, sino a tempi recenti; imperando frattanto sovrana e irrefrenata la forza materiale al di dentro e al di fuori. Era la ricomparsa della civiltà pagana. Con essa erano menomati o dispersi i migliori acquisti della civiltà cristiana e compromesso il lontano avvenire. In quel periodo infatti ebbero origine il <hi rend="italic">capitalismo</hi>,il <hi rend="italic">proletariato</hi> e il <hi rend="italic">socialismo</hi> moderni, maturatisi poi nel secolo XIX (R. Mayer, Jannet, Janssen). Allora le prime convulsioni socialistiche, la sollevazione dei contadini e più degli anabattisti nella Germania occidentale (1520-34) la cui repressione costò <pb n="1.211" />centomila uomini; nonché i primi scritti socialistici, o fantastici come <hi rend="italic">L'utopia</hi> di T. Moro (1516) inglese, ed altri simili del Doni, Campanella, Bruno (sec. XVI), o polemici come i libelli di Franck, Münzer, Eberlin von Günzburg, Karlstadt tedeschi (fra 1520-25).</p>
          <p>Chi non estimi debitamente la grandezza di questo rivolgimento di idee e di fatti che accompagnò il rinascimento classico e la riforma, non comprende la tarda e violenta reazione contro di essa della rivoluzione francese; né frattanto (ciò per noi è decisivo) il <hi rend="italic">regresso nel dominio delle dottrine economiche</hi>,le quali ricaddero per due secoli nell'<hi rend="italic">empirismo</hi>.Lo smarrimento infatti dell'unità della fede e della scienza, per lo scindersi di tante sette religioso-filosofiche e il contrasto irreconciliabile fra la contemplazione ideale di remote società defunte e la realtà dura e incalzante della società presente, come spinsero il pensiero filosofico nello scetticismo di Erasmo, di Montaigne, di Bayle (sec. XVI-XVII), — così insinuarono nei cultori della scienza economica la sfiducia di rinvenire in essa un coordinamento logico-sistematico, contenti di considerare empiricamente <hi rend="italic">singoli problemi pratici</hi>;i quali (avvertasi bene) in breve parvero agli economisti aggirarsi tutti intorno al fatto massimo della moneta. Di qui i saggi scientifici di questa età (Roscher, Schmoller, Wiskemann).</p>
          <p>
            <pb n="1.212" />
          </p>
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        <div>
          <head>II. Momento di trattazione empirico-monografica</head>
          <p>Letteratura. ‒ 1. Gli <hi rend="italic">umanisti politici</hi>.Fra gli eruditi del sec. XV, che svolgono le tradizioni economiche medioevali, Alberai, Carafa, Pontano, Patrizi fino al Calmieri (1529), si insinuano e prevalgono gli umanisti riproduttori delle idee sociali-politiche pagane: L. Bruni, P. Bracciolini, G. Cavalcanti, Ficino (sec. XV) fino a Machiavelli (m. 1527) e a F. Guicciardini (m. 1540). In onta a felici intuizioni poco si trattengono sull'argomento del lavoro, spesso revocano in dubbio la libertà personale e taluno giustifica la nuova schiavitù; sull'esempio delle repubbliche greche o di Roma, invocano que' provedimenti fondiari ed agrari; versano su leggi annonarie e suntuarie; magnificano spesso la proprietà dello Stato, confusa con quella del principe e taluno proclama dover i popoli esser poveri e ricco lo Stato. Essi rispecchiano il pensiero umanistico specialmente delle nazioni allora decadenti. Sovr'essi sopravanzano di gran lunga <hi rend="italic">G. Bodin</hi> e<hi rend="italic"> G. Botero</hi> (fine sec. XVI) per dottrine economiche ampie e <pb n="1.213" />mature, ma sempre dominate dall'idea di uno stemperato e anticristiano incremento dei poteri di Stato.</p>
          <p>2. Gli <hi rend="italic">economisti tecnico-empirici</hi>. Sono essi che studiano (e talora con fortuna) i temi di maggiore attualità. Così p. e. la <hi rend="italic">moneta</hi>;donde gli scritti del Copernico (<hi rend="italic">De monetae cudendae ratione,</hi> 1526), dello Scarruffi (<hi rend="italic">Della vera proporzione fra l'oro e l'argento</hi>,1575), del Davanzati (<hi rend="italic">Lezione sulle monete</hi>,1588<hi rend="italic">, e sui cambi</hi>,1591). Altrettanto i commerci, le colonie, la politica economica, di cui si occupano pure Bodin in Francia (<hi rend="italic">De la république</hi>,1576), Botero in Italia (<hi rend="italic">Della ragione i Stato</hi>,1589) e Raleigh in Inghilterra (<hi rend="italic">Osservazioni sul commercio</hi>,1615); e parecchi altri che rispecchiano il moto industriale commerciale delle nazioni più progressive, e che preparano invero preziosi materiali e criteri analitici alla scienza successiva.</p>
          <p>3. Fra i quali economisti però si inframmettono <hi rend="italic">moralisti</hi> e <hi rend="italic">giuristi</hi>,specialmente spagnoli ed italiani, che mantennero o ripresero le tradizioni scolastiche, applicate ai fatti nuovi economici (sec. XV e XVI). Così quel ciclo di cultura cattolica che si dispiega specialmente in Ispagna dietro a Francesco da Victoria e dai suoi continuatori Cano, Soto, Medina, fino al Suárez (il s. Tommaso moderno), rivendicatori, fra quell'utilitarismo empirico, dell'etica sociale cristiana e quasi soli propugnatori di libertà in mezzo all'assolutismo (vedi Castroviejo). I <pb n="1.214" />teologi e filosofi Tommaso da Vio (il cardinale Caietano), Niccolò di Cusa, il Coli, il Boninsegni, versano intorno a singoli temi di morale economica, come la povertà, la beneficenza, i monti di pietà, le usure; e ciò con vedute sempre più larghe, specialmente nelle controversie sulla legittimità del mutuo feneratizio, già propugnata da alcuni protestanti, Calvino, Dumoulin (sec. XV), Saumaise (sec. XVII). Ai quali scolastici si aggiungono i giureconsulti Scaccia, Turri, Merenda, ecc. che trattano di diritto commerciale (sec. XVII). Ma tutti questi non bastarono a riaccendere nell'economia il passato vigore.</p>
          <p>
            <pb n="1.215" />
          </p>
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          <head>III. Momento di trattazione empirico-sistematica</head>
          <p>Letteratura. ‒ In esso gli studi parziali tendono a comporre un insieme di dottrine ordinate, ma non già di economia sociale bensì di <hi rend="italic">politica economica</hi>.Tale il celebre <hi rend="italic">sistema mercantile</hi> o della <hi rend="italic">bilancia del commercio</hi> o semplicemente <hi rend="italic">mercantilismo</hi> (Cun-ningham, Clément, Cohn).</p>
          <p>1. Esso suppone taluni <hi rend="italic">principi</hi>,che non vengono dagli economisti fondatori e seguaci della scuola espressamente enunciati, ma che sono da essi <hi rend="italic">implicitamente sottintesi,</hi> o perché erano già propugnati in opere di filosofia politica (Hobbes, Seldeno, Gentili) o perché già affermati allora dalla pratica delle nazioni.</p>
          <p>La vita sociale (compresa la economica) dipende massimamente dalle direttive dello Stato, sia per la concreta organizzazione, sia per la molteplice esplicazione di essa.</p>
          <p>Vi ha opposizione sistematica di interessi fra nazione e nazione, sicché l'una prospera nella proporzione che l'altra degrada. Due criteri sociali-politici, che sono il riflesso dello spirito di assolutismo politico e di egoismo <pb n="1.216" />nazionale, che dominava i governi di allora sotto il soffio della riforma.</p>
          <p>A questi si aggiunge un preteso principio economico, vale a dire: «la moneta essere il mezzo massimo di arricchimento di un popolo, e quindi porgere la misura della ricchezza sua»; nel senso che la moneta è il nerbo, il sangue, l'anima dell'attività economica e quindi il principio dal quale si ingenera la ricchezza e che di continuo la vivifica; sicché dato il danaro, tutto il resto venga da sé, ed anzi la ricchezza pubblica in generale si proporzioni alla copia del danaro circolante nello Stato (Messedaglia). Donde il <hi rend="italic">canone supremo</hi> di politica economica (e questa volta <hi rend="italic">esplicito</hi>)della scuola: «doversi dallo Stato provvedere alla maggior possibile conservazione ed accumulo della moneta dentro la nazione, sottraendola se fosse d'uopo alle altre ».</p>
          <p>2. Di qui il <hi rend="italic">congegno dei provvedimenti pratici</hi> di Stato: fra questi un <hi rend="italic">primo</hi> e <hi rend="italic">principale</hi>,consistente in un «sistema di dogane», adatto a far affluire indefinitamente all'interno <hi rend="italic">oro</hi> ed <hi rend="italic">argento</hi>,mediante il gioco del commercio internazionale. Per esso: — proibito assolutamente l'asporto fuor della barriera dello Stato di metalli preziosi; — le merci manifattura estere caricate di fortissimi dazi all'ingresso nella <pb n="1.217" />nazione ed alleggerite invece le materie prime all'importazione, affinché queste, elaborate dentro i confini dello Stato, potessero essere riesportate più tardi con profitto; — la esportazione dal paese di prodotti manifattura sollevata da ogni dazio ed anzi in ogni modo favorita.</p>
          <p>Segue perciò una <hi rend="italic">seconda serie</hi> di provvidenze coordinate: — la marina mercantile nazionale sorretta contro la bandiera estera, gravando questa all'ingresso dei porti con tasse enormi; — società di navigazione e di commercio fondate con <hi rend="italic">privilegi esclusivi</hi> di mercatare sopra dati prodotti, in dati scali e regioni, nonché soccorse con premi dallo Stato; — similmente al di dentro fondazione di talune grandi industrie di <hi rend="italic">Stato</hi> (coi mezzi e sotto la direzione del governo); — assoggettamento di tutte le imprese industriali private ad una <hi rend="italic">sorveglianza minuta</hi> dello Stato stesso (regolamentarisimo), affine di mantenere all'estero l'onore della produzione nazionale; — finalmente acquisto di <hi rend="italic">colonie politiche</hi> nei nuovi continenti, onde assicurarsi più largo mercato; e precisamente con tali prescrizioni, per cui le colonie dovessero vendere le materie gregge esclusivamente alla madre patria e da questa esclusivamente comperare i prodotti manifattura.</p>
          <p>Con tutto codesto congegno complesso intendevasi di assicurare una costante eccedenza di <pb n="1.218" />esportazione sopra le importazioni, sì da attrarre in pagamento un flusso continuo di moneta all'interno. 3. La scuola conta tre autori principali in distinte nazioni: A. Serra, <hi rend="italic">Nuovo trattato elle cause che fanno abbondare le nazioni d'oro e i argento</hi> (1613); A. Monchrétien, <hi rend="italic">Traité d'economie politique</hi> (1615); T. Mun, <hi rend="italic">Tesoro dell'Inghilterra nel commercio estero</hi> (1664). Ai quali seguono, fra molti secondari, Locke, Petty, North, che segnano quasi la transizione al sistema successivo (Ingram).</p>
          <p>Critica. – 1. L'insieme però dei canoni della scuola rappresenta un primo tentativo di trattazione sistematica, ma destituito di valore dottrinale: è un sistema <hi rend="italic">empirico di politica economica</hi> più che di scienza. I canoni speculativi sottintesi sono pur essi irrazionali: — errato il concetto di <hi rend="italic">orine sociale,</hi> quasiché fosse prodotto artificiale ed arbitrario dello Stato; — sbagliato (o almeno male intercettato) il principio economico, per cui la fonte della ricchezza riponeasi, piuttosto che nell'uomo e nella sua energia, nella moneta. Nella quale veduta gli scrittori intravedevano forse un vero: che cioè la attività produttiva delle nazioni e quindi la ricchezza è connessa colla copia e agevolezza dei mezzi di circolazione; ma frattanto era deplorevole equivoco fra lo stromento e la causa efficiente dell'operosità economica. </p>
          <p>
            <pb n="1.219" />2. Il sistema mercantile, pertanto, nei <hi rend="italic">principi dottrinali</hi> rappresenta un regresso, il quale fa capo ad una ragione suprema: l'oblio od il rifiuto della subordinazione della economia dalla filosofia; grande fatto mentale che segna la differenza fra l'età medioevale e la moderna, e che ebbe per immediato effetto il ricadere della scienza economica nell'empirismo, ritardando anzi fino ai dì nostri quel ricongiungimento necessario alle dottrine etico-filosofiche, senza di cui ad una <hi rend="italic">trattazione sistematica dell'economia</hi> viene a mancare il giusto concetto di <hi rend="italic">orine sociale</hi>.</p>
          <p>Effetti pratici. – Tale <hi rend="italic">sistema empirico</hi>, negli stessi usi delle nazioni, ebbe origini remote e generali, cioè dal tempo della rinascenza classica in sul cadere dell'età medioevale.</p>
          <p>Del sistema mercantile apparvero i primi saggi in Portogallo e Spagna, con le severe condanne della esportazione di moneta, e col regime coloniale. Preparato poi in Francia genialmente da Sully (ministro di Enrico IV), mediante una bene intesa <hi rend="italic">protezione</hi> delle industrie nazionali; introdotto fieramente in Inghilterra in favore della marina inglese da O. Cromwell (atto di navigazione, 1651); applicato in tutti i suoi aspetti con abilità prudente e fortunata da Colbert sotto Luigi XIV, ricevette fino al sec. XVIII in ogni parte di Europa attuazione universale e durevole (Roscher, Heyd, Schweitzer).</p>
          <p>
            <pb n="1.220" />Il sistema del resto <hi rend="italic">praticamente</hi> die' un frutto immediato importante: in virtù di quella educazione della vita economica interna a cui implicitamente mirava, esso riuscì a promuovere la costituzione ed indipendenza di singole <hi rend="italic">economie nazionali</hi> insieme allo sviluppo della <hi rend="italic">ricchezza mobile</hi> e delle <hi rend="italic">funzioni economiche di Stato</hi>.La Francia deve in qualche parte ad esso il radicarsi sul proprio suolo delle industrie manifatturiere; e l'Inghilterra la solidità potente dei suoi traffici e della sua marina mercantile (Schmoller).</p>
          <p>Gli effetti invece remoti e generali, furono disastrosi: — il feticismo della moneta disviò talune nazioni (Spagna) dal lavoro produttivo, altre ingolfò nel capitalismo bancario e nelle speculazioni di borsa (Olanda, Inghilterra); — in quasi tutte il regolamentarismo stemperò la energia e la iniziativa individuale privata; — e, in forza delle gelosie e lotte economiche fra le nazioni, a lungo andare stremò od esaurì la ricchezza di gran parte dei popoli europei, provocando finalmente un gran moto di reazione.</p>
          <p>
            <pb n="1.221" />
          </p>
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        <head>Periodo di trattazione razionale-sistematica</head>
        <div>
          <head>I. Prenozioni</head>
          <p>Concetto e partizione. ‒ Questo periodo di più avanzata elaborazione scientifica si diparte dal 1750 circa, svolgendosi lungo il secolo XIX. In esso la dottrina economica si erige a <hi rend="italic">sistema razionale</hi>,cioè ad un «insieme armonico di veri, sotto la scorta di alcuni <hi rend="italic">principi i ragione</hi>,che tutti quelli illustrano ed avvalorano»; e denota lo stato di maturità di una scienza.</p>
          <p>Questo periodo deve per altro suddistinguersi in due momenti:</p>
          <p>del <hi rend="italic">sistema razionale indeterminato,</hi> pel quale l'obbietto della scienza economica si confonde con quello delle <hi rend="italic">scienze sociali</hi> affini; ed è detto comunemente <hi rend="italic">sistema fisiocratico</hi>, che si elabora dalla metà del sec. XVIII al 1776;</p>
          <p>del <hi rend="italic">sistema razionale determinato</hi>,per il quale l'economia distingue nettamente il proprio ciclo obbiettivo (come scienza della ricchezza) da quello delle dottrine affini; e assume il nome di <hi rend="italic">sistema industriale</hi> (di A. Smith nel 1776), protraendosi con <pb n="1.222" />varie scuole fino ai dì nostri, attraverso inflessioni successive.</p>
          <p>Ragioni storiche. ‒ La trattazione razionale rappresenta nei concetti informativi una reazione a quella empirica (del sistema mercantile). L'<hi rend="italic">empirismo</hi>,risalendo filosoficamente alla negazione dell'ordine scientifico, — con Bacone ed Hobbes inclinava a prendere come punto di osservazione la <hi rend="italic">natura umana individua</hi>, nel senso materialista, coi suoi <hi rend="italic">istinti</hi> non regolati da ragione (<hi rend="italic">ex lege</hi>)e solo infreddati dalla <hi rend="italic">forza</hi>;e riusciva nell'economia ad un <hi rend="italic">naturalismo meccanico</hi> (sistema mercantile), ove solo importa la coercizione materiale, a somiglianza del regime <hi rend="italic">assoluto e violento</hi> nella politica di quei tempi. Per converso ora si cerca nella <hi rend="italic">natura stessa dell'individuo</hi>,fra quel supposto disgregamento di atomi cozzanti, tenuti in freno soltanto dalla forza dello Stato, un altro <hi rend="italic">legame di stabilità e continuità</hi>;e questo si addita nelle esigenze innate dello <hi rend="italic">spirito ragionevole</hi> dell'uomo stesso; e così mira alla costruzione scientifica di un <hi rend="italic">ordine sociale economico</hi>,che sia il prodotto di leggi <hi rend="italic">psicologiche</hi>,alla loro volta naturali, quasi istintive e fatali (deterministiche).</p>
          <p>Tale profonda <hi rend="italic">reazione</hi> del pensiero scientifico rifluì sulla economia e ne resse l'indirizzo fino ai dì recenti. Essa rinvenne occasione e spinta nelle condizioni sociali economiche, aggravatesi sotto il lungo dominio del <pb n="1.223" />mercantilismo il quale, cogli impacci regolamentari, cogli abusi del capitalismo monetario, coll'artificioso incentramento dei commerci mediante privilegi di Stato, colle guerre di tariffe e d'armi per gelosia mercantile, e colla conseguente trascuranza dell'agricoltura, aveva recato tutta Europa al principio del secolo XVIII ad un vero esaurimento.</p>
          <p>Questa conversione scientifica, già preparata dagli scrittori di <hi rend="italic">diritto naturale-razionale</hi> di Germania dei secoli XVII e XVIII (Tomasio, Grozio, Pufendorf, Wolff), alleatasi in Gran Bretagna con alcuni seguaci di Locke, fautori di libertà commerciale (North, 1691, e poi la scuola scozzese), in Francia con talun propugnatore di libertà economica in generale («laissez faire, laissez passer», del marchese d'Argenson, 1751), in Italia specialmente di libertà agraria (Sallustio Bandini, 1737), soffolta infine dalle teorie di libertà politica di D. Hume (1753), che ebbe diffusa influenza in tutta Europa, — questa conversione, ripetesi, <hi rend="italic">inividualista-liberale</hi>,assunse come principio generatore e reggitore dei rapporti sociali ed economici, non più l'arbitrio dei governanti ma le <hi rend="italic">esigenze naturali o necessarie ella ragione umana</hi> (scuola francese <hi rend="italic">fisiocratica</hi>)ovvero del <hi rend="italic">sentimento umano</hi> (scuola inglese <hi rend="italic">industriale</hi>).</p>
          <p>
            <pb n="1.224" />
          </p>
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        <div>
          <head>II. Sistema fisiocratico</head>
          <p>Concetto. ‒ Il primo <hi rend="italic">sistema</hi>,detto <hi rend="italic">fisiocratico</hi>, èdovuto particolarmente a quelli, fra i compilatori della enciclopedia francese, che si chiamarono dapprima <hi rend="italic">economisti</hi> per eccellenza: ma che invero trattavano di economia nel senso ampio, sì da abbracciare anche le dottrine sociali e giuridico-politiche, quasi in forma sintetica di sociologia; per cui la trattazione economica rispetto ai suoi confini deve dirsi <hi rend="italic">indeterminata</hi> (Cossa, Ingram, Messedaglia, ecc.). Esso consta di due serie di principi.</p>
          <p>Principi sociologici. ‒ Questi, rispetto alle scienze sociali e giuridico-politiche, possono formularsi così:</p>
          <p>esiste un <hi rend="italic">ordine naturale</hi> di rapporti, che compone la società, destinato ad assicurare la conservazione ed il progresso indefinito e quindi la felicità del genere umano;</p>
          <p>tale ordine risulta dal complesso di leggi (prescrizioni, norme, in senso etico-giuridico) che per <pb n="1.225" />volontà divina governano il mondo e formano una specie di <hi rend="italic">codice eterno</hi> ed <hi rend="italic">universale</hi>;le cui disposizioni sono scolpite in <hi rend="italic">modo evidente</hi> e <hi rend="italic">necessario nello spirito di ciascuno</hi> e devono essere rispettate dalle stesse leggi positive umane; cosicché l'ordine in società non è arbitrario e convenzionale, ma <hi rend="italic">fondato immediatamente nella natura</hi> degli uomini e delle cose; ed essenzialmente <hi rend="italic">buono</hi> e non in parte corrotto e corruttibile dall'umano arbitrio o dalle passioni (la <hi rend="italic">bontà</hi> nativa dell'uomo) donde l'epiteto di <hi rend="italic">ordine naturale</hi> e il titolo di <hi rend="italic">fisiocrazia</hi> (governo della natura) proprio del sistema;</p>
          <p>nell'osservanza di quest'ordine di natura racchiudesi il concetto ampio di <hi rend="italic">giustizia</hi> e quindi di <hi rend="italic">diritto naturale</hi>;sicché da essi derivano i tre grandi istituti giuridici: <hi rend="italic">libertà</hi>,<hi rend="italic"> proprietà</hi>,<hi rend="italic"> autorità</hi>,che di quell'ordine sono il fondamento; ed in esso l'<hi rend="italic">utile individuale</hi> necessariamente coincide coll'<hi rend="italic">utile generale</hi>;e alla sua volta l'utile armonizza spontaneamente col <hi rend="italic">giusto</hi>;</p>
          <p>di qui ancora il canone supremo di politica in tutte le sue applicazioni: <hi rend="italic">lasciate fare</hi>, <hi rend="italic">lasciate passare</hi>,il quale restringe il compito dello Stato ad una <hi rend="italic">funzione puramente negativa</hi>,cioè ad impedire le violazioni giuridiche di quest'ordine stesso, concedendo del resto libera esplicazione all'attività individuale, capace di apportare da sola la indefinita <pb n="1.226" />perfezione civile. Ciò rispetto alle scienze sociali in genere.</p>
          <p>Principi economici. ‒ Rispetto alla <hi rend="italic">scienza economica</hi> in proprio senso, ecco i canoni fondamentali:</p>
          <p>fedeli al nome di <hi rend="italic">fisiocrati</hi>,questi riconoscono la fonte della ricchezza nella natura e precisamente <hi rend="italic">nella terra</hi> (nel suolo coltivato) come quella che ha in sé forze vegetative capaci di generare prodotti, che prima non esistono e quindi di moltiplicarne la <hi rend="italic">quantità materiale</hi>;</p>
          <p>l'aumento di ricchezza pertanto si misura dal <hi rend="italic">reddito netto del suolo</hi> (e da esso soltanto), cioè dalla addizione successiva di prodotto, detratte le spese di produzione;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">produttiva</hi> perciò l'industria agricola, perché apporta incremento di materia; <hi rend="italic">sterili</hi> invece le manifatture ed il commercio, perché trasformano le materie, ma non le aumentano;</p>
          <p>quindi i favori della società e dello Stato riservati all'agricoltura, ma alle altre industrie solo in quanto promuovono l'agricoltura, valendosi di materie prime tratte dal suolo;</p>
          <p>e quindi ancora <hi rend="italic">libertà all'interno</hi> e <hi rend="italic">all'esterno</hi>,però in vista del beneficio, che dal più largo acquisto o vendita di materie prime della terra, ritrarrà l'agricoltura;</p>
          <p>ma con perfetta coerenza sosteneva che, se l'agricoltura col reddito netto è sola generatrice di <pb n="1.227" />ricchezza, essa pur sola sopporti i pesi finanziari; donde l'<hi rend="italic">imposta unica sulla terra</hi>.</p>
          <p>Letteratura. ‒ Si riconoscono autori immediati del sistema: F. Quesnay, medico di Luigi XV coi suoi articoli per la enciclopedia (1756 e 1757) e il suo <hi rend="italic">Tableau économique</hi> (1758), il marchese di Mirabeau, specialmente colla sua <hi rend="italic">Philosophie rurale</hi> (1763), e meglio per la analisi della <hi rend="italic">parte filosofica</hi> del sistema: Mercier de la Rivière (<hi rend="italic">L'ordre naturel et essentiel des sociétés politiques</hi>, 1767), e con essi Baudeau, Letrosne, Dupont; ma sopra tutti, per la <hi rend="italic">parte economica</hi>:R. G. Turgot (1727-1781), ministro di Luigi XV, celebre altrettanto per talune sue riforme legislative economiche quanto per i suoi scritti, fra cui principalmente le <hi rend="italic">Riflessioni sulla formazione e distribuzione delle ricchezze</hi> (1766, pubbl. 1769), che compongono il <hi rend="italic">primo tratto sistematico di economia</hi>,non poco influendo sulle posteriori dottrine di A. Smith.</p>
          <p>Poche osservazioni critiche. ‒ 1. In prima, rispetto alle idee filosofiche-sociologiche:</p>
          <p>l'affermazione nella società di un <hi rend="italic">ordine sociale provvidenziale</hi> (che il Quesnay primamente aveva attinto al filosofo idealista Malebranche, <hi rend="italic">Trattato di morale</hi>,1684), pone veramente il fondamento di un <hi rend="italic">sistema razionale</hi> in tutta la sociologia e <pb n="1.228" />implicitamente nella economia, e segna un progresso essenziale. Solamente la trattazione rimane complessa o <hi rend="italic">indeterminata</hi>,e appena con Turgot (di fatto e non forse con piena coscienza) si distingue l'economia dalle scienze sociali affini;</p>
          <p>bensì la concezione di tale <hi rend="italic">ordine</hi> èviziata. Essa lo fa bensì risalire a Dio (teismo), come ad autore primo; ma, per esagerare la dimostrazione della sua <hi rend="italic">stabilità e regolarità intangibile</hi>,sminuisce (giusta lo spirito filosofico di allora) la libertà della causa seconda cioè dell'uomo, in omaggio ad un <hi rend="italic">determinismo</hi> che tende a considerare l'ordine stesso siccome figlio immediato di <hi rend="italic">naturali necessità di ragione</hi> (naturalismo psicologico). L'ordine invece è certamente il risultato di <hi rend="italic">leggi divine</hi>,ma prossimamente attuate dalla libertà umana; la quale, scegliendo fra le tendenze di natura <hi rend="italic">vere</hi> e <hi rend="italic">false</hi>,<hi rend="italic"> buone</hi> e <hi rend="italic">male</hi>,subordina meritoriamente l'attività umana sociale alle leggi stesse morali divine;</p>
          <p>quindi ancora inesatto che tutto ciò che è<hi rend="italic"> conforme a natura</hi> (alle sue tendenze od esigenze) senza distinzione, e perciò al piacere ed all'utile, sia conforme al giusto (utilitarismo), ma solamente lo sono quelle esigenze naturali che consuonano cogli imperativi morali.</p>
          <p>Perciò stesso, non è vero che l'utile individuale armonizzi sempre coll'utile sociale; ciò avviene <pb n="1.229" />soltanto sotto condizione che la moralità infreni l'egoismo individuale, spesso inchinevole a sacrificare i diritti dei più e gli interessi più remoti al vantaggio proprio ed immediato. Più vera quindi la proposizione degli antichi: che non già l'utile generi il giusto, ma che l'osservanza del giusto si traduca (attraverso alcuni sacrifici intermedi) nell'utile definitivo individuale e generale. L'industriale potente p. e. è tratto dal proprio utile personale e immediato, a falcidiare la mercede degli operai deboli e soggetti, sacrificando così la onestà e il bene dei più; me se egli, in omaggio alla legge etica e giuridica, paga equamente il salario, a lungo andare la soddisfazione dei lavoratori traducendosi in assiduità, diligenza, intensità di lavoro e quindi in produzione più copiosa e perfetta, fa sì che l'utile generale si risolva finalmente anche nell'utile particolare. Ma ciò sotto condizione, non già di lasciare libero corso all'egoismo individuale, ma di sospettarlo alla legge di giustizia, la quale più tardi lo ricambia di altrettanta utilità.</p>
          <p>E finalmente è eccessivo che la piena esplicazione dell'attività individuale, cioè la libertà giuridica, sia capace di attuare <hi rend="italic">da sé sola</hi> il progresso indefinito, bensì la libertà dei singoli coadiuvata dall'azione dello Stato; il cui compito, pertanto, non è solo negativo ma <hi rend="italic">subordinatamente positivo</hi>, per completare l'energia deficiente degli individui.</p>
          <p>
            <pb n="1.230" />In nessun caso poi il progresso civile sarà <hi rend="italic">infinito</hi> (ottimismo), bensì interrotto da soste e deviazioni, proprie della corruzione dell'uomo, e sempre contenuto fra certi confini mal determinabili (indefiniti), conseguenza delle facoltà umane limitate.</p>
          <p>2. Rispetto alle <hi rend="italic">dottrine economiche</hi> le imperfezioni sono più palesi.</p>
          <p>La fonte prima della ricchezza è l'<hi rend="italic">uomo</hi> col suo lavoro; e la natura invece è fattore coordinato, comunque importantissimo; ma non già la natura sotto la forma del terreno, bensì sotto tutte le forme; è<hi rend="italic"> natura</hi> la forza vegetativa del suolo, come la forza espansiva del vapore o quella illuminante e dinamica della elettricità, sicché la natura entra in tutte le industrie.</p>
          <p>Generazione ed incremento di ricchezza incontrasi dovunque si effettui o si aumenti <hi rend="italic">utilità</hi> inerente alla materia, e non già laddove soltanto si accresca la <hi rend="italic">quantità di materia</hi>; e quindi sono produttive tutte le industrie: così l'agricoltura che provoca la formazione del grano in una quantità maggiore della semente, come la industria tessile che la stessa quantità di materia greggia trasforma in un tessuto di gran lunga più utile; o il commercio che, trasferendo una merce inutile dal paese ove è soverchia ad un altro ove è deficiente, la rende utile; e perciò <hi rend="italic">produttive</hi> di ricchezza, non già l'agricoltura solamente, ma tutte le industrie.</p>
          <p>
            <pb n="1.231" />Di qui la totale o parziale fallacia degli altri canoni conseguenti della scuola: se tutte le industrie sono produttive, — tutte reclamano proporzionata protezione e favore dello Stato, a tutte spetta legittima libertà di esplicazione, su tutte finalmente deve pesare l'onere delle imposte.</p>
          <p>3. Solamente <hi rend="italic">un vero</hi> si nasconde in quel culto della terra da parte dei fisiocrati: l'importanza fondamentale, per la ricchezza, dell'immenso serbatoio di materie e forze che è il territorio, e quindi l'eccellenza dell'industria territoriale e fondiaria nei rispetti così sociali come economici. Ma per ogni altro rispetto <hi rend="italic">la fisiocrazia ha un valore puramente storico</hi>,<hi rend="italic"> di reazione vivace al sistema mercantile</hi>.Questo fondava la ricchezza sul <hi rend="italic">danaro</hi>,esaltava il commercio <hi rend="italic">estero</hi>,proteggeva le <hi rend="italic">manifatture</hi> e nell'insieme tenevamo <hi rend="italic">agli antipodi della libertà</hi>;donde un assetto economico ed un moto in gran parte artificioso ed effimero, anzi in alcune applicazioni perniciosissimo: — trascurata l'agricoltura per disvio di capitali dal suolo, per difficultato commercio dei prodotti agrari e pel concentramento della proprietà in poche mani; — il capitalismo assorbente e spadroneggiante fra i privilegi e i monopoli di Stato; —l'attività economica tutta intera della nazione all'interno impigliata nei regolamenti e vincoli governativi e all'estero disciplinata a scopo militante contro <pb n="1.232" />le altre nazioni, sul presupposto di un necessario antagonismo fra i rispettivi interessi. La fisiocrazia, invece, vi sostituiva il regime della <hi rend="italic">natura</hi>,la <hi rend="italic">libertà</hi> industriale, l'<hi rend="italic">astensione</hi> dello Stato, l'<hi rend="italic">armonia</hi> degli interessi nei rapporti universali. Ciò spiega la simpatia che il sistema subitamente incontrò in Francia, ove si collegava al movimento intellettuale novatore della enciclopedia, e riscontata al culto dell'<hi rend="italic">ideale</hi>,così connaturato colla razza francese.</p>
          <p>Vicende ed efficacia della scuola. ‒ Rispetto alla divulgazione teoretica ed alla efficacia pratica del sistema fisiocratico, distinguansi le <hi rend="italic">teorie strettamente economiche</hi> dalle altre più <hi rend="italic">generali</hi>:</p>
          <p>come dottrina <hi rend="italic">economica</hi> la fisiocrazia imperò in Francia sulle menti e sugli indirizzi di governo poco più di un quarto di secolo, corretta teoricamente nel suo errore fondamentale da Condillac (1771), ma interrotta praticamente dal corso violento delle vicende del Terrore e del regime napoleoni. All'estero ebbe continuatori appena in Germania in pochi scrittori dei primi decenni del secolo nostro (Schmalz, Arndt), ed un esperimentatore soltanto entro il ristretto cerchio del Baden, nel margravio Carlo Federico (m. 1811). Trovò seguaci in Italia, in Delfico (1789), Pagano (1788), Febbroni (1778), Paradisi (1789) e Sarchiani (1781), esercitando la sua influenza per mezzo di Tavanti, Neri e Gianni <pb n="1.233" />sulle <hi rend="italic">celebri riforme economiche di Pietro Leopoldo</hi> in Toscana. Ma in Italia medesima, per lo più contribuì a generare un <hi rend="italic">eclettismo economico</hi> commisto di dottrine fisiocrati e mercantiliste; nel quale però spiccano, per superiorità incontrastata di ingegno, — il napoletano Galiani (1750), già celebre per il suo <hi rend="italic">Trattato della moneta</hi> e per i suoi <hi rend="italic">Dialoghi sul commercio dei grani</hi> (1770), — A. Genovesi colle <hi rend="italic">Lezioni di economia civile</hi> (1765), — i milanesi, marchese Cesare Beccaria cogli <hi rend="italic">Elementi di economia</hi> (1768), che ebbe parte col Verri e Carli alle riforme economiche amministrative della Lombardia, e il conte P. Verri di più alto valore come economista, colle sue <hi rend="italic">Meditazioni sull'economia politica</hi> (1771),il secondo trattato del tempo, dopo quello di Turgot; — tenendosi però indipendente da tutti il frate veneziano originale G. M. Ortes, <hi rend="italic">Dell'economia nazionale</hi> (1774) (Cossa, Lampertico).</p>
          <p>Come dottrina <hi rend="italic">sociale politica</hi> invece la fisiocrazia ebbe illustratori numerosi e appassionati in Francia, coincidendo cogli entusiasmi popolari per la libertà, eguaglianza, fratellanza; influì sulla mente di A. Smith e sulle sue dottrine di filosofia e di politica economica; penetrando e diffondendosi poi in tutta Europa ed America, sì da formare il fondo del <hi rend="italic">dottrinario liberale</hi> (più temperato, quasi la <hi rend="italic">destra liberale</hi>)fino oltre la metà del secolo XIX.</p>
          <p>
            <pb n="1.234" />
          </p>
        </div>
        <div>
          <head>III. Sistema industriale o dell'economia individualistica</head>
          <p>Concetto. ‒ Questo rappresenta la <hi rend="italic">trattazione sistematica razionale determinata</hi>,per la quale l'economia viene a delimitare il proprio dominio distintamente dalle scienze affini (sociali e giuridico-politiche), affermando così la <hi rend="italic">costituzione definitiva</hi> della scienza economica. Esso compone il sistema di A. Smith o industriale, più tardi detto <hi rend="italic">classico</hi> o <hi rend="italic">inglese</hi> per eccellenza e meglio <hi rend="italic">individualistico</hi> (Onken, Cossa, Supino).</p>
          <p>Adamo Smith (1723-1790) nato a Kirkaldy nella Scozia, professore ad Edimburgh e poi a Glasgow di filosofia morale, appartenente al gruppo dei filosofi della <hi rend="italic">scuola scozzese</hi>, esperto degli affari pubblici ove tenne alto posto nelle dogane, informato del movimento intellettuale del continente per un suo viaggio in Francia, dettò nel 1776, <hi rend="italic">Le ricerche sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni</hi>,libro per il quale è salutato fondatore dell'economia moderna.</p>
          <p>Genesi storica. ‒ La genesi di questo sistema in Inghilterra si collega a vicende storiche di quell'isola.</p>
          <p>1. Nell'ordine dei fatti:</p>
          <p>in prima il meraviglioso incremento delle industrie e dei traffici presso gli inglesi, eredi del <pb n="1.235" />primato sui mari della Spagna e dell'Olanda: ciò che moltiplicava materia ed impulso a studiare <hi rend="italic">ex professo</hi> la ricchezza, sceverandola da altri fatti congeneri; — la maggiore larghezza della vita politica in Inghilterra, specialmente dal 1688, anno in cui, dopo l'assolutismo, l'anarchia e le guerre civili che accompagnarono la riforma, essa restaurava parte delle antiche libertà parlamentari, in ispecie l'autonomia privata (<hi rend="italic">habeas corpus</hi>)e locale («self government»); la quale circostanza doveva ricondurre le menti alla concezione dei fatti economici come risultato precipuo di libere <hi rend="italic">energie umane</hi> piuttostoché di autorità regolamentare di Stato; — lo spirito <hi rend="italic">utilitario</hi> trapassato nelle abitudini e nel sentire di quelle popolazioni, col decadere degli ideali religiosi e col sovraimporsi degli interessi materiali sotto forma di <hi rend="italic">capitalismo</hi>:ciò che sospingeva gli animi a distaccare l'economia dall'etica.</p>
          <p>2. Nell'ordine delle idee:</p>
          <p>le dottrine della filosofia scozzese (di Hutcheson e Reid) cui apparteneva A. Smith, la quale, intitolandosi <hi rend="italic">scuola del buon senso</hi> o del <hi rend="italic">senso comune</hi> (riguardato come fonte di verità), identificava la morale coi <hi rend="italic">sentimenti psichici</hi> ossia con certe tendenze interiori quasi istintive e comuni a tutti gli individui, sottraendo così lo stesso <hi rend="italic">sentimento dell'utile</hi> alla necessità della subordinazione a norme etiche superiori <pb n="1.236" />imperanti; — le dottrine del <hi rend="italic">liberalismo politico</hi> e scettico di Davide Hume amico di A. Smith; — e lo</p>
          <p>spirito di <hi rend="italic">universalizzazione</hi> astratta dalle leggi sociali attinto ai fisiocrati, sebbene contemperato colle tradizioni positive della patria di Bacone.</p>
          <p>I principi di A. Smith. – Queste circostanze spiegano in parte l'indirizzo smithiano, senza sminuire l'originalità dell'autore. Il libro di A. Smith pone questi cardini della dottrina economica: — la ricchezza consta del complesso delle cose utili materiali; — di essa è fonte l'industria umana (l'operosità sistematica dell'uomo) e quindi l'uomo col suo lavoro, sussidiato dalla natura e dal capitale (donde il nome di sistema industriale); — e ciò in tutte le applicazioni, sicché le industrie manifatturiere, le agricole e le mercantili sono tutte del pari produttive; — movente del lavoro è<hi rend="italic"> l'interesse</hi> od <hi rend="italic">utile individuale</hi>,per cui dalla lotta degli interessi particolari, moderata dalla concorrenza, risulta il benessere generale (individualismo); — della ricchezza vi ha un duplice valore, quello di <hi rend="italic">uso</hi> fondato sulla utilità e quello di <hi rend="italic">cambio</hi>, misurato dalla capacità o <hi rend="italic">potenza di acquisto</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> la distribuzione della ricchezza si tripartisce in <hi rend="italic">rendita</hi>,<hi rend="italic"> salario</hi> e <hi rend="italic">profitto</hi>,titoli rispondenti ai tre fattori della ricchezza (natura, lavoro, capitale); — condizione al progresso della ricchezza è la massima <hi rend="italic">libertà</hi> di produzione e di <pb n="1.237" />circolazione, così all'interno come nei rapporti internazionali, in condizioni però di civiltà avanzata, e frattanto con opportuni temperamenti e limiti; — e analogamente l'ufficio dello Stato è prevalentemente di <hi rend="italic">tutela giuridica</hi> delle persone, della proprietà e della comune sicurezza, salvo a compiere le opere di eminente utilità pubblica, inadeguate a porgere una rimunerazione alla iniziativa privata; — all'uopo servendosi di <hi rend="italic">mezzi finanziari</hi>,desunti (non già dal demanio) bensì dai <hi rend="italic">redditi dei cittadini</hi> e subordinatamente dal <hi rend="italic">credito</hi> pubblico.</p>
          <p>Valore del sistema. – Nel rispetto strettamente economico: — i singoli teoremi trovansi coordinati ad un principio di ragione cioè l'<hi rend="italic">attività</hi> (<hi rend="italic">lavoro</hi>) <hi rend="italic">dell'uomo</hi>,come fonte immediata della ricchezza e di tutti i fenomeni di essa e come mezzo all'appagamento dei bisogni dell'uomo stesso, cosicché il sistema è<hi rend="italic"> razionale</hi> (ben meglio che quello economico dei fisiocrati, fondato sulla <hi rend="italic">terra</hi>);<hi rend="italic"> —</hi> oggetto della economia diviene la <hi rend="italic">ricchezza sociale</hi> e quindi la ricerca dell'<hi rend="italic">utile</hi> materiale, donde una rigorosa <hi rend="italic">determinazione</hi> dell'autonomia della scienza; — il principio dell'utile, derivando dal sentimento del <hi rend="italic">bene proprio individuale</hi>,comune a tutti gli uomini e svolgendosi spontaneamente in condizioni di libertà e concorrenza, riesce a delineare le <hi rend="italic">leggi generali</hi> più uniformi e costanti dell'economia.</p>
          <p>
            <pb n="1.238" />Nell'insieme può dirsi, che Smith ha determinato il <hi rend="italic">contenuto</hi>,il <hi rend="italic">carattere</hi>,le <hi rend="italic">basi</hi> dell'economia; e ciò dietro un <hi rend="italic">metodo</hi> prevalentemente <hi rend="italic">deduttivo</hi>,ritratto dalla natura irreformabile degli uomini e delle cose e integrato dall'osservazione esterna <hi rend="italic">induttiva</hi>,preparando così i germi di ulteriori svolgimenti.</p>
          <p>Difetti. – I vizi si celano massimamente nelle dottrine filosofiche e sociologiche.</p>
          <p>Mentre i fisiocrati ammettevano pure una remota dipendenza dell'economia da una <hi rend="italic">legge morale eterna</hi>,intuita dalla ragione umana, A. Smith filosoficamente disconosce l'autorità superiore dell'<hi rend="italic">etica</hi>,facendo della morale un prodotto del sentimento umano al pari dell'<hi rend="italic">utile</hi> e quindi immedesimandola con questo; donde lo spirito di <hi rend="italic">utilitarismo</hi> (nell'ordine <hi rend="italic">economico</hi>,tutto dall'utile e per l'utile). — Anzi il benessere generale egli fa sgorgare dall'<hi rend="italic">utile degli individui</hi>,e così afferma implicitamente che la società risulta da una somma di individui, senza alcuna <hi rend="italic">organizzazione gerarchica</hi> per classi; donde un prevalente <hi rend="italic">individualismo</hi> o atomismo (tutto dall'individuo e per l'individuo). — E analogamente concepisce la funzione stessa dello Stato in senso prevalentemente <hi rend="italic">materiale</hi>:assicurare lo sviluppo della ricchezza e non ancora coordinarla a fini spirituali e civili superiori (tutto per il benessere materiale). — Infine questo <hi rend="italic">utilitarismo individualista</hi> e <pb n="1.239" /><hi rend="italic">materiale,</hi> facendo egli derivare dalla natura umana, senza riguardo alle unità storiche nazionali, imprime alla sua economia un carattere di stemperato cosmopolitismo (tutto per l'umanità universale).</p>
          <p>Vicende della letteratura smithiana. – 1 . Questi errori (figli remoti della negazione della morale obbiettiva) avrebbero fatto degenerare in fine la scuola di Smith; ma frattanto essa incontrò illustratori, continuatori, perfezionatori in tutta Europa ed America, ed ispirò durevolmente la politica economica fino quasi ai dì nostri (C. Supino, Cossa, Ingram, Espinas, Ashley, Wagner, Schmoller, Dietzel, Pesch). Le ragioni di questa fortuna dell'economia smithiana, stanno in parte nel valore intrinseco dei suoi criteri strettamente economici, e in parte nella consonanza di essa colla filosofia e colle stesse tendenze dominanti nelle popolazioni del secolo XIX, volte al culto degli interessi materiali, della emancipazione individuale, e della espansione mondiale.</p>
          <p>2. La storia delle dottrine smithiane (liberali per eccellenza) disegna però tosto due indirizzi, dai più mal distinti:</p>
          <p>l'uno più <hi rend="italic">positivo</hi> e insieme <hi rend="italic">pessimista</hi> nella Gran Bretagna; ed esso con Malthus ( 1766-1832) e con Ricardo (1772-1828). Il primo colla sua <hi rend="italic">teoria della popolazione</hi> (che si svolge più rapida delle sussistenze) e il secondo colla <hi rend="italic">teoria della rendita</hi>,(che </p>
          <p>
            <pb n="1.240" />si eleva col rincarare necessario delle derrate), tendono a stabilire una intrinseca e fatale opposizione fra le classi abbienti e quelle nullatenenti, sul campo degli interessi economici; la quale opposizione o lotta di interessi, avvalorandosi filosoficamente del gretto utilitarismo di G. Bentham (1749-1832), riescì finalmente al caratteristico <hi rend="italic">Trattato di economia politica</hi> di J. S. Mill (1. ed. 1858). Donde la scuola inglese seguita, arricchita e in parte corretta da Senior, Tooke, Bagehot, M' Culloch, ecc.;</p>
          <p>l'altro indirizzo più <hi rend="italic">idealista</hi> e insieme <hi rend="italic">ottimista</hi>,trapassando sul continente con G. B. Say (1803) e quivi alleandosi colle tradizioni della <hi rend="italic">fisiocrazia</hi> e poi col prestigio della <hi rend="italic">filosofia</hi> di Emmanuele Kart (m. 1804), intesa a magnificare colla <hi rend="italic">libertà</hi> sconfinata individuale la virtù dello spirito umano e il progresso indefinito, inclina ad illustrare la <hi rend="italic">spontanea concordia</hi> degli interessi individuali con quelli generali, e rinviene il più grande geniale interprete in F. Bastiat <hi rend="italic">Le armonie economiche</hi> (1850); indirizzo che ebbe accoglienza più diffusa, temperandosi però per merito dei più saggi e recenti economisti. In Francia la seguirono Comte (Carlo), Dunoyer, Chevalier, Cherbuliez, Courcelle-Seneuil, Baudrillart, Garnier, ecc.; in Italia, primi Scialoja (dal 1845), Ferrara, Boccardo; in Germania, von Thünen, Hermann, Rau, <pb n="1.241" />Mangoldt; nella Spagna, Florez-Estrada; in Russia, Storch; in America, Carey ecc. Di queste due direzioni però (notisi bene), prima tiene il campo quella ottimista, più tardi quella pessimista.</p>
          <p>Efficacia pratica. ‒ Similmente l'<hi rend="italic">efficacia pratica</hi> del sistema smithiano o <hi rend="italic">classico</hi>,fu profonda e universale.</p>
          <p>1. Esso in breve informò a criteri <hi rend="italic">economico-liberali i</hi> codici, le leggi amministrative, le provvidenze politiche, i trattati internazionali (di libero scambio); dappertutto sciogliendo i vincoli personali, sociali, reali, allo slancio individuale, in ogni forma di produzione economica, nell'intento di procurare il massimo incremento della ricchezza. E grande alimento invero, in ogni specie di industria e di contrattazione, ne trassero lo spirito di intraprendenza di tutte le classi, special mente di quelle medie o borghesi, il genio delle innovazioni in ogni ramo produttivo, l'ampiezza universale delle relazioni economiche in tutto il mondo. Provvidenze e abitudini sociali favorite da applicazioni scientifiche meravigliose, che a tali trasformazioni economiche ed espansioni mondiali fornirono potente sussidio: le ferrovie, il telegrafo, i piroscafi, la meccanica industriale, le esplorazioni continentali, ecc. donde il tipo grandioso della economia liberale-capitalistica del secolo xix.</p>
          <p>2. Ma qui pure prevalgono, — dapprima gli entusiasmi di un <hi rend="italic">liberalismo ottimista</hi>,di mano in mano <pb n="1.242" />che si usufruivano i vantaggi immediati della abolizione di non pochi antiquati e irrazionali vincoli legislativi o della correzione di viete e fiacche pratiche sociali; — più tardi invece pigliano il sopravvento le <hi rend="italic">previsioni pessimiste</hi>,di mano in mano che si incominciarono a sperimentare le delusioni di una economia individualistica dissolvente e non contenuta dalla moralità e dalle leggi.</p>
          <p>Giudizi. – Il sistema di Smith infatti coi suoi logici svolgimenti componeva una teoria, la quale si dimostrava più che mai adatta: — ad insinuare profondamente lo spirito di <hi rend="italic">cupidigia materiale</hi>,specialmente nelle classi dominanti, abituando a considerare l'<hi rend="italic">uomo</hi> come mezzo alla ricchezza e non viceversa, e ciò in danno specialmente delle classi lavoratrici; — a sollevare in una concorrenza sfrenata ed universale i potenti e a deprimere i deboli, incrementando così il <hi rend="italic">capitalismo</hi> nelle classi borghesi e diffondendo il salariato nella classe operaia; — a favorire gli <hi rend="italic">interessi cosmopolitici</hi> e di ricambio a sacrificare l'autonomia economica delle singole nazioni.</p>
          <p>Nell'insieme, l'economia <hi rend="italic">classica</hi> smithiana sospingeva la <hi rend="italic">produzione indefinita</hi> della ricchezza (industrialismo), con pregiudizio dell'<hi rend="italic">equa ripartizione</hi>; precipitava il <hi rend="italic">progresso</hi> economico con rischio della <hi rend="italic">conservazione</hi> sociale; ed essa diveniva così non ultima autrice di una <hi rend="italic">crisi sociale</hi>.Questi risultati finali preparano perciò una novella e multiforme reazione nelle stesse dottrine economiche.</p>
          <p>
            <pb n="1.243" />
          </p>
        </div>
        <div>
          <head>IV. Sistema dell'economia sociologica</head>
          <p>Concetto. – All'economia classica (inglese per eccellenza o smithiana) essenzialmente <hi rend="italic">individualistica</hi>,viene infatti a sostituirsi grado grado l'economia <hi rend="italic">sociologica</hi>,che pone il suo fulcro nella <hi rend="italic">società</hi>,come l'altra lo aveva posto nell'individuo; e che perciò rappresenta l'antitesi di questa. Essa ebbe storicamente un triplice momento di elaborazione: un primo di <hi rend="italic">preparazione</hi> dal 1840 al 1869; un secondo di <hi rend="italic">sviluppo sistematico</hi> fino al 1880; un terzo di <hi rend="italic">predominio</hi> e insieme di pervertimento fino a noi (Wagner, Philippovich, Schönberg, Lampertico, Cusumano).</p>
          <p>Cause storiche. – 1. <hi rend="italic">Le cause nell'ordine dei fatti</hi>,che occasionarono questa vastissima reazione dottrinale, si riassumono nello svolgimento di quegli effetti sociali già preparati dalla cultura dell'antecedente periodo, a cui (nel riflesso economico) aveva contribuito pur anco la scuola di A. Smith; effetti accompagnati da taluni benefici, ma da più profondi malori sociali, i quali si palesano generalmente per <pb n="1.244" />l'Europa verso il 1848-50, partecipandovi molto prima Inghilterra, poi Francia, più tardi Germania e infine gradualmente le altre nazioni.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Nei riguardi economici</hi> quella data (alla metà del secolo XIX) segna il vigoroso sviluppo e il predominio definitivo delle grandi industrie sulle mediane e piccole, analogamente delle vaste proprietà sui piccoli patrimoni ed esercizi agricoli, nonché del commercio mondiale e della concorrenza universale sui traffici locali o nazionali interni; mercé il favore delle industrie meccaniche, delle ferrovie, della navigazione a vapore, dei trattati di commercio, soprattutto del credito e delle operazioni bancarie e di borsa, grandeggiando in tutta la sua potenza e nei suoi abusi il capitalismo; e quindi l'accentuarsi di profonde disuguaglianze economiche fra il ceto capitalistico e quello operaio, rese più flagranti dalla proclamata eguaglianza civile e politica, nonché dal lusso delle nuove classi borghesi, sostituitosi a quello della antica aristocrazia, e invidiato più che mai dalle moltitudini.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Nel riguardo politico</hi>,questa data addita il trionfo crescente e ormai assicurato del <hi rend="italic">parlamentarismo</hi>,sul fondamento del suffragio universale; con forme di governo <hi rend="italic">ampie</hi> e <hi rend="italic">popolari</hi> quanto al diritto, ma nell'esercizio effettivo del potere sfruttate dalle classi mediane dottrinarie e procaccianti.</p>
          <p>
            <pb n="1.245" />
            <hi rend="italic">Nei riguardi morali e religiosi</hi> quella data coincide col tramonto nelle classi superiori e in parte nelle inferiori della onestà tradizionale del costume e della fede nel sovrannaturale, facendo posto all'indifferentismo e in breve alla negazione.</p>
          <p>Donde <hi rend="italic">nel riguardo civile</hi>, come risultato sintetico di tali profonde trasformazioni, il diffondersi e radicarsi di un complesso e duraturo malessere in forma di <hi rend="italic">crisi sociale</hi>;cui corrisponde l'<hi rend="italic">organizzazione pratica del socialismo</hi>,non più nei limiti di sperimenti privati e locali, ma con proporzioni e manifestazioni universali.</p>
          <p>2. <hi rend="italic">Le cause invece d'ordine scientifico</hi> si compendiano in quella conversione del pensiero, per cui nel sec. XIX alla filosofia <hi rend="italic">individualistica</hi> di Kant, viene a sostituirsi gradualmente e infine ad ottenere sopravvento la filosofia <hi rend="italic">panteistica</hi> di Hegel, accompagnata e avvalorata alla sua volta dal nuovo indirizzo delle scienze giuridiche, politiche, sociali e delle rispettive discipline ausiliari. Giusta il concetto dominante della filosofia hegeliana, ciò che genera e governa ogni rapporto sociale civile è<hi rend="italic"> l'idea collettiva</hi>,risultante delle più opposte idee individuali e superiore ad esse; idea che svolgendosi necessariamente dalla coscienza delle popolazioni, trasforma incessantemente le istituzioni sociali; e ciò per mezzo dello Stato, che incarna concretamente la coscienza pubblica ed e custode ed organo autorevole e <pb n="1.246" />illimitato di essa.</p>
          <p>Questo concetto complesso trasmise alla sua volta in tutta la cultura e nella stessa economia il triplice criterio: — che la virtù direttiva dell'umano consorzio è inerente alla <hi rend="italic">società</hi> e non punto ai singoli individui; — che tutto nell'ordine del vero come del fatto è necessariamente <hi rend="italic">mutevole</hi> (tutto è <hi rend="italic">relativo</hi>);<hi rend="italic"> —</hi> che lo <hi rend="italic">Stato</hi> èinvestito dalla pienezza di ogni autorità per i fini dell'incivilimento.</p>
          <p>Di qui la triplice e successiva esplicazione dell'economia sociologica.</p>
          <p>Scuola storica. ‒ 1. Il primo prodotto di questo indirizzo supremo nel dominio dell'economia e la <hi rend="italic">scuola economico-storica</hi>.Ha origine remota in tutta Europa, ma avvalorandosi del rinnovamento degli <hi rend="italic">studi storici</hi> in generale per mezzo del Niebuhr (m. 1831), Spittler, Dahlmann in Germania, assume quivi aspetto di reazione al dottrinarismo assoluto e astratto della rivoluzione francese, per rivendicare il culto delle speciali istituzioni nazionali del popolo tedesco (Fichte e Görres); e così penetra nella economia parallelamente alla celebre <hi rend="italic">scuola del diritto</hi>,di Savigny (1779-1861).</p>
          <p>2. Ne è precursore il List (1841) col libro <hi rend="italic">Sistema naturale di politica economica</hi>,capo dei protezionisti tedeschi contro le teorie del libero cambio, <pb n="1.247" />già favorite da taluni governi (in Prussia, riforme di Stein ed Hardenberg, 1818) ed ordinatore della «Zollverein» (lega doganale fra tutti gli Stati della federazione germanica). Ma veri fondatori della scuola storica sono G. Roscher, con un primo <hi rend="italic">Programma</hi>, del 1843, svolto poi in un'opera poderosa (<hi rend="italic">Sistema di economia</hi>,1854-1894); B. Hildebrand (<hi rend="italic">L'economia nazionale del presente e futuro,</hi> 1848); e più metodico C. Knies (<hi rend="italic">L'economia politica dal punto di vista storico</hi>,1853). Fu la scuola seguita più tardi da Wolowski, Posnett, Cognetti de Martiis, Ingram.</p>
          <p>3. Nella loro maturità i canoni fondamentali della scuola storica sono i seguenti: — non vi hanno istituzioni e leggi economiche fisse ed universali dell'economia, bensì soltanto <hi rend="italic">speciali</hi> ad ogni nazione, ove sono il prodotto <hi rend="italic">relativo</hi> degli influssi del <hi rend="italic">suolo</hi>,della <hi rend="italic">stirpe</hi> e soprattutto dei gradi di <hi rend="italic">civiltà</hi>, quali vengono a svolgersi nella storia peculiare di ogni popolo. — Quindi non si può parlare di economia umano-sociale (nell'ampio senso) ma soltanto <hi rend="italic">nazionale</hi>; e altrettanto di politica economica particolare e non già generale. — Il metodo analogamente deve essere di osservazione <hi rend="italic">storica</hi>,per ridurre a leggi scientifiche relative la <hi rend="italic">evoluzione</hi> della <hi rend="italic">coscienza economica</hi> di ogni nazione. È il primo spunto nelle scienze sociali dei concetti di relativismo.</p>
          <p>Scuola sociale-politica. ‒ 1. Succede la <hi rend="italic">scuola</hi><pb n="1.248" />economica detta <hi rend="italic">sociale-politica.</hi> Essa è nelle <hi rend="italic">idee</hi> uno sviluppo della scuola storica, in combinazione coi progressi della disciplina statistica e delle scienze naturali, particolarmente biologiche; e sotto l'influenza della genesi di una <hi rend="italic">scienza generale della società</hi> o<hi rend="italic"> sociologia</hi> sulla base del metodo positivo, propugnata da A. Comte (m. 1857), nonché della formazione di un corpo di <hi rend="italic">dottrine socialistiche</hi> (Engels, Rodbertus, Marx) alla loro volta positive e critiche; quella e queste informate al duplice concetto di evoluzione storica e di organismo vitale. Nell'ordine dei fatti essa trae impulso dalle manifestazioni di una <hi rend="italic">crisi sociale</hi> ormai <hi rend="italic">cronica</hi>, <hi rend="italic">vasta</hi>,<hi rend="italic"> profonda</hi> colla gravità dei suoi pericoli e con l'urgenza dei suoi radicali rimedi.</p>
          <p>2. Tale scuola propugna la necessità di considerare i fenomeni della ricchezza — in relazione alla <hi rend="italic">costituzione organica della società</hi> e perciò non dal solo aspetto dinamico, ma ancora statico; — in relazione a tutte le altre <hi rend="italic">manifestazioni superiori</hi> della vita sociale specialmente <hi rend="italic">etiche</hi>,in cui essa riconosce l'essenza dell'incivilimento; —e infine in relazione alla <hi rend="italic">funzione positiva</hi> (giuridico-politica) dello <hi rend="italic">Stato</hi> per la riforma e perfezionamento dei rapporti economici; — valendosi all'uopo di metodi di osservazione <hi rend="italic">storico-statistica comparata</hi>, rivolta non solo allo studio del passato, ma anche e principalmente del presente.</p>
          <p>3. Predisposta già dalla correzione e dalle critiche <pb n="1.249" />alla economia classica in Inghilterra, per opera di Thorton, Cairnes, e dello stesso J. S. Mill, dopo che fece la sua conversione al nuovo indirizzo nel 1869, essa prepondera da quell'anno (che fu detto della <hi rend="italic">crisi economica</hi>) fino a noi; e trovò i più dotti e robusti rappresentanti in Germania, riflettendosi di qua in tutte le nazioni. In Alemanna il primo saggio anticipato è il trattato di economia di Schäffle, <hi rend="italic">L'economia nazionale ovvero il sistema sociale dell'economia umana</hi> (1861), ove si illustra il concetto organico della società economica; — seguito da Schmoller, (perfezionatore della scuola storica) il quale dal 1875 colle sue <hi rend="italic">Questioni fondamentali di diritto ed economia</hi> e poi nel <hi rend="italic">Trattato generale di economia</hi> (1900-4) propugna il legame dell'economia con tutti gli aspetti spirituali (pensiero, lingua, costume, religione) della società e in ispecie colla complessa <hi rend="italic">questione sociale</hi> presente; — e da Wagner nel suo <hi rend="italic">Manuale di economia</hi> (1876), ampliato più tardi, che propugna una intensa azione economico-giuridica dello Stato. Anzi l'insieme delle riforme sociali-economiche da attuarsi mediante le leggi giuridico-politiche, per attenuare la crisi sociale e prevenire lo scoppio della rivoluzione socialista, auspici quegli uomini stessi, erano state già formulate in un congresso di giovani economisti tedeschi ad Eisenach (1872), detti per le loro soverchie concessioni alle pretese del socialismo <hi rend="italic">socialisti cattedratici</hi>;e quelle riforme debitamente svolte <pb n="1.250" />trapassarono poi nel programma dell'<hi rend="italic">unione per la politica sociale</hi> che molto contribuì fino ad oggi al trionfo della così detta <hi rend="italic">legislazione sociale</hi> nel parlamento germanico.</p>
          <p>A questa scuola appartengono (con varietà secondarie) Conrad, Lexis, Nasse, Neumann, Held, Brentano, Rössler, Scheel, trovando seguaci in Francia, Belgio, Italia, Inghilterra, Stati Uniti, in Gide, Laveleye, Luzzatti, Lampertico, Supino, Ricca-Salerno, Adams, ecc.</p>
          <p>Scuola biologico-positiva. ‒ Ma intanto prende forma sistematica la <hi rend="italic">sociologia positiva</hi>;e ciò per opera principalmente di H. Spencer col suo <hi rend="italic">Sistema di filosofia sintetica</hi> (il cui complessivo disegno è del 1860, mentre le opere analitiche da quell'anno si protrassero fino al 1902) e di Schäffle, <hi rend="italic">Struttura e vita del corpo sociale</hi> (1875); ed essa, sulle traccie di Darwin (1859), che maturò nelle scienze della natura la teoria della evoluzione biologico-dinamica, e dietro lo spirito materialistico trapassato nelle dottrine panteistiche hegeliane per mezzo di Feuerbach, Büchner, Moleschott, ecc. si riflette sull'<hi rend="italic">economia</hi>,generando la <hi rend="italic">scuola biologico-evolutiva</hi>,sotto forma infine di <hi rend="italic">monismo</hi> universale (Haeckel).</p>
          <p>Essa consta dei seguenti canoni: — tutti gli istituti economici si svolgono per <hi rend="italic">legge di evoluzione, i</hi><pb n="1.251" />cui successivi momenti sono: la <hi rend="italic">lotta per l'esistenza</hi>,la selezione, l'adattamento e l'ereditarietà; — legge di evoluzione che è figlia di una <hi rend="italic">forza fatale e materiale</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> e che alla sua volta è<hi rend="italic"> comune a tutto il mondo</hi> organico e superorganico (sociale), sicché l'economia non è che un aspetto di una dottrina unica universale.</p>
          <p>Tale scuola biologico-evolutiva, che largamente dominò nei sociologi, specialmente francesi (poco fra i tedeschi) non ebbe gran seguito fra gli economisti. Oltre allo Schäffle, a questa direzione piegarono Guyot, Schiattarella, Rabbeno nonché da ultimo gli stessi Boccardo e Cognetti de Martiis.</p>
          <p>Osservazioni critiche. ‒ 1. Il sistema dell'economia sociologica nelle tre sue fasi successive, avuto riguardo ai suoi <hi rend="italic">intendimenti finali</hi> (come correzione degli errori della scuola individualistica liberale) prometteva <hi rend="italic">un maggior valore teoretico</hi> e insieme <hi rend="italic">un più efficace valore pratico</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Invero essa mirava a comporre una vera economia <hi rend="italic">sociale</hi>,intendendo la società (conformemente alla realtà) non già come un accostamento di individui ma come una gerarchia di classi od un insieme di parti convergenti al tutto (organismo); — tendeva a <hi rend="italic">coordinare ad unità i fini sociali</hi> fra di loro, e quindi quelli economici a quelli superiori; — e infine ricollegava l'esistenza e la vita economico-sociale allo <hi rend="italic">Stato</hi>,che deve non solo <pb n="1.252" />proteggerla ma integrarla; — e ancora, proponendosi con questi criteri ed organi di riparare ai disordini economici attuali, specialmente nella <hi rend="italic">ripartizione</hi> della ricchezza e quindi di rimuovere le occasioni di conflitto fra classi capitaliste e lavoratrici, informava la <hi rend="italic">legislazione</hi> e la <hi rend="italic">politica economica</hi> alle esigenze dell'odierna crisi sociale.</p>
          <p>2. Ma pari ai meriti sono i difetti, ed hanno radice nel falso concetto di <hi rend="italic">legge morale</hi>,a cui è soggetta la vita economica, e quindi nell'erronea definizione del <hi rend="italic">progresso</hi> (fatto morale esso pure) confuso coll'evoluzione fatale.</p>
          <p>La <hi rend="italic">morale</hi>,nella sua essenza, non consiste per la scuola sociologica in una somma di <hi rend="italic">precetti superiori obbiettivi</hi> a cui l'attività economica debba subordinarsi, bensì è inerente al mondo umano-sociale o a quello materiale, e svolgendosi da esso ne è un prodotto variabile. E invero: la morale, — per la scuola storica è il risultato <hi rend="italic">della coscienza</hi> (dell'idea e del sentire) delle popolazioni; — per la scuola sociale politica esce dalle <hi rend="italic">condizioni reali accidentali</hi>,e coincide colla opportunità e coll'utilità pubblica del momento passeggero; — per la scuola biologica si immedesima colle supposte <hi rend="italic">leggi evolutive cosmiche</hi>.Quindi nulla di fisso, assoluto, universale, che si imponga agli interessi mutevoli, ma tutto è modificabile nella stessa economia.</p>
          <p>
            <pb n="1.253" />3. E perciò tale scuola sociologica, nella triplice sua fase:</p>
          <p>tende a <hi rend="italic">distruggere l'organismo</hi> stesso <hi rend="italic">della società</hi>,atteggiandolo a sempre nuove forme, senza norma e limite. Tutte le istituzioni economiche, giusta questa scuola si modificano all'indefinito, seguendo l'evoluzione (storica, statistica, biologica) degli interessi generali. E così essa p. e. giunge a giustificare in certe condizioni storiche la schiavitù, e ad ammettere la libertà siccome un istituto confacente soltanto in certi momenti storici al progresso generale. Essa dimentica che le istituzioni e leggi sociali economiche sono sostanzialmente un prodotto della <hi rend="italic">irreformabile natura umana</hi> e che devono servire a <hi rend="italic">fini etici supremi</hi>, che sono immutabili: rinvenendo in ciò due limiti di variazione;</p>
          <p>tende a <hi rend="italic">falsare il concetto di utile economico</hi>,facendo servire la ricchezza non già a <hi rend="italic">fini definiti</hi>,ma variabili e indefiniti alla loro volta. Che cosa si intende infatti per bene etico <hi rend="italic">della società</hi> o altrimenti per <hi rend="italic">fine dell'incivilimento</hi>? Forse l'ideale storico-tradizionale di un popolo, ovvero le aspirazioni sociali del momento presente, o piuttosto le tendenze fatali del mondo materiale? E se l'<hi rend="italic">ideale</hi> finale, cui serve la ricchezza fosse nobile, trascendentale, proprio dei pochi e più colti, economicamente non si sacrificherà ad esso il benessere materiale dei più? <pb n="1.254" />E se fosse la sussistenza fisica della maggioranza numerica, non si sacrificheranno le utilità più elevate dei pochi e più eletti?</p>
          <p>Tende a <hi rend="italic">sommettere tutta intera la vita economica alla balia dello Stato</hi>,come stromento unico della civiltà; il quale, arbitro degli ordinamenti umano-sociali, non rispetta né la <hi rend="italic">autonomia</hi> della personalità umana al di sotto, né l'<hi rend="italic">indipendenza</hi> di una autorità spirituale al di sopra: due fattori massimi di civiltà. Ciò, riflettendosi nella vita economica, riconduce questa ad un <hi rend="italic">regolamentarismo</hi> minuto ed un <hi rend="italic">assolutismo</hi> di Stato onnipotente.</p>
          <p>4. Non si nega che le ricerche di <hi rend="italic">storia economica</hi> e di <hi rend="italic">statistica comparata</hi>,la definizione delle <hi rend="italic">leggi seconde</hi> e delle <hi rend="italic">relazioni</hi> fra la vita economica e le leggi sociali di civiltà ed anzi le stesse remote <hi rend="italic">analogie</hi> di queste colla costituzione e colle leggi del cosmo, non sieno pervenute, per merito di questa scuola a risultati inattesi e pregevolissimi. Tuttavia in ordine al <hi rend="italic">progresso sistematico della scienza</hi> economica la conclusione è ben diversa: complessivamente la scuola sociologica, pronunciando che nelle leggi stesse economiche nulla vi ha di assoluto ma tutto è relativo, — annichila la scienza economica nella parte sostanziale cioè nella invenzione di veri e di rapporti certi e dimostrati; — e inoltre, nelle sue tre fasi successive, essa offende l'autonomia della scienza stessa, <pb n="1.255" />confondendola dapprima colla storia o facendone al più una filosofia storica, di poi colle analisi statistiche e coll'arte politica; e infine riducendola ad un capitolo della biologia universale.</p>
          <p>5. Altrettanto l'<hi rend="italic">efficacia pratica</hi> fu inadeguata e pericolosa. — Sorta dapprincipio per reagire alle conseguenze di un cosmopolitismo intemperante, inasprì, col concetto di economie soltanto nazionali, le gelosie economiche fra i popoli. — Sollecita più tardi di correggere gli effetti sinistri di un fallace liberalismo, restituì addirittura l'arbitrio economico autoritario. — E intenta da ultimo a prevenire o contenere le indiscrete pretese del socialismo, ne incoraggiò e giustificò il programma, colla duplice dottrina della evoluzione di ogni istituto economico e della statolatria, in nome e a servigio del <hi rend="italic">divenire</hi> fatale e mal definito della civiltà. Tutto questo per aver accolto la compromettente guida di una morale umana evolutiva.</p>
          <p>
            <pb n="1.256" />
          </p>
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            <pb n="1.256" />
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        <div>
          <head>V. Reazione neo-classica</head>
          <p>Scuola neo-classica. ‒ 1. Questi pericoli diedero impulso al ridestarsi dell'indirizzo <hi rend="italic">individualistico</hi> razionale, correggendone ed ampliandone le tradizioni; e ciò intorno al 1883 per mezzo della <hi rend="italic">scuola così detta austriaca</hi> (meglio austro-inglese) o <hi rend="italic">psicologico-esatta</hi>.</p>
          <p>Cominciato con questioni di metodo deduttivo, la cui preminenza (od esclusivo valore) nelle ricerche economiche si trova già propugnata dagli inglesi Gossen (1854) poi Jevons (1862) e infine Walras francese (1873), i quali presumono di sottoporre il sentimento dell'utile ad analisi matematiche, ed accoppiandosi agli studi di psicologia empirica del Wundt e della sua scuola — tale indirizzo, che potrebbe dirsi neoclassico, fu eretto a sistema da Carlo Menger colle sue <hi rend="italic">Ricerche sul metodo delle scienze sociali</hi> (1882) e con l'opuscolo sull' «isterismo» (1883) cioè sugli abusi della storia nell'economia. Per questa via metodica esso venne a rivendicare nel dominio economico, accanto alle leggi positive, i <hi rend="italic">principi edonistici di ragione universale</hi>, fondati nella natura dello spirito umano; — reagendo così al <hi rend="italic">relativismo</hi> sistematico della scuola sociologica, e riannodandosi alle tradizioni di Adamo Smith e dell'economia classico-liberale.</p>
          <p>
            <pb n="1.257" />Nella quale analisi dell'utile nelle sue giustificazioni razionali (il <hi rend="italic">principio edonistico</hi>),eccellono — gli austriaci Sax, <hi rend="italic">L'essenza e compito dell'economia naturale</hi> e<hi rend="italic"> I principi della economia</hi> (1885-87); Böhm-Bawerck, <hi rend="italic">Teoria fondamentale del valore economico</hi> (1886); seguiti da Mataja, Gross, ecc.; — e fra gli inglesi ed americani Bonard, Wood, nonché Pantaleoni, Pareto, Barone fra gli italiani.</p>
          <p>Per differente via, quella della <hi rend="italic">psicologia empirica</hi> non tanto individuale quanto <hi rend="italic">sociale</hi>,intorno ai sentimenti morali superiori delle nazioni (Lazarus e Steinthal), ritornò in onore il coordinamento dell'economia colla morale; comunque soggettiva, a cui contribuirono fra gli inglesi Sidgwick, filosofo moralista, <hi rend="italic">Principi di politica economica</hi> (1883); e Marshall, <hi rend="italic">Principi di economia</hi> (1891).</p>
          <p>2. Anzi è tratto caratteristico di buona parte di quelli scrittori, mediante la distinzione della economia pura dalla applicata, di dedicarsi anche alle ricerche positive (storico-statistiche), aggiungendo così, subordinatamente alle leggi <hi rend="italic">assolute</hi>,l'indagine delle <pb n="1.258" />leggi <hi rend="italic">relative</hi> dell'economia, e accostandosi perciò maggiormente ai primi indirizzi medesimi della scuola smithiana (E. Cossa). È importante riflettere, come a questa <hi rend="italic">concezione comprensiva</hi> dei compiti dell'economia, vadano accostandosi gli scrittori più valorosi e recenti (anche d'altre scuole), fra cui Supino, Graziani, Gide, Leroy-Beaulieu, Pierson, spiccando sempre fra tutti il Marshall.</p>
          <p>3. Ma in onta a queste felici tendenze le guarentigie di legittimità scientifica sono ancora incomplete; altri, distinguendo troppo rigidamente l'economia pura dalla applicata e in quella sottigliando intorno all'analisi del sentimento dell'utile (dell'<hi rend="italic">homo oeconomicus</hi>),rischia di ridestare dottrine di un utilitarismo astratto e scorretto; altri, pur contemperandolo colla morale, questa fanno consistere in un sentimento subbiettivo (e perciò mutevole e incerto), senza carattere di legge imperante, o la accettano soltanto nella economia applicata e non già come informatrice della stessa economia teoretica, sminuendone così nelle ragioni prime l'intrinseca autorità razionale e nell'efficacia pratica la virtù restauratrice dell'ordine sociale di civiltà.</p>
          <p>
            <pb n="1.259" />
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        <div>
          <head>VI. Sistema dell'economia etico-giuridica</head>
          <p>L'economia cristiana. ‒ 1. La lunga esperienza intorno alle scuole economiche che si succedettero nell'evo moderno, ammaestrò come queste metodicamente, dopo essere cadute dall'<hi rend="italic">idealismo</hi> nell'<hi rend="italic">empirismo</hi>,sempre oscillarono fra i due estremi, di dottrine <hi rend="italic">individualistiche</hi> perciò dissolvitrici della società, e di dottrine <hi rend="italic">panteistico-sociali</hi> perciò assorbenti della autoenergia personale. Ciò, evidentemente, perché tali scuole, rifiutando affatto o accettando in modo imperfetto e fallace il governo della morale sopra l'economia, aveano indotto nelle menti concetti erronei o almeno indeterminati intorno all'<hi rend="italic">utile materiale</hi> (economico) ed ai rapporti e limiti fra l'utile individuale e quello collettivo. Queste tristi prove e queste ragioni scientifiche sospinsero, da ultimo, gli studiosi a ricercare la somma guarentigia di certezza e stabilità dei <hi rend="italic">principi economici</hi> in una <hi rend="italic">norma superiore all'uomo</hi>. E questa norma si additò nella <hi rend="italic">legge etica</hi>, <hi rend="italic">obbiettiva ed imperante</hi>, cioè <pb n="1.260" />imposta da Dio all'uomo, e manifestata alla ragione ed al sentimento umano; essa medesima raffermata in forma di <hi rend="italic">rivelazione divina positiva</hi>,la quale storicamente e scientificamente apparisce siccome la più sicura conferma e la massima perfezione della legge stessa razionale.</p>
          <p>z. Questa conversione più recente nell'<hi rend="italic">ordine delle idee</hi> economiche ebbe alimento dalla sfiducia che si insinuò verso la scienza razionalista in genere, nella quale si trovarono le <hi rend="italic">premesse</hi> di tutti i disordini pratici dell'età nostra, insieme al bisogno, che in questo campo pure si sentì, della guida e presidio <hi rend="italic">estrinseco</hi> del sovrannaturale, per meglio guarentire e insieme spiritualizzare le dottrine stesse sociali, ciò che fu detta la <hi rend="italic">crisi della scienza</hi> (Brunetière). <hi rend="italic">Nell'ordine dei fatti</hi>,essa trovò aiuto nella <hi rend="italic">crisi economica permanente</hi>,che specialmente dopo il 1872 si appalesò in tutta Europa ed America, sia nell'agricoltura, sia nelle manifatture che nei commerci internazionali e nella gestione bancaria, in cui per gran parte si riconobbe l'ultima degenerazione del capitalismo; crisi, di fronte alla quale apparve insufficiente qualunque rimedio suggerito dalle varie <hi rend="italic">scuole dottrinarie economiche</hi>, senza ricorrere a principi più elevati e a provvedimenti più fondamentali. Tutto ciò accresciuto dalle minacce del socialismo, che prese forme più sistematiche e generali, e non risparmiò <pb n="1.261" />la critica più acerba a tutte le dottrine economiche antecedenti.</p>
          <p>3. Di qui la scuola etico-cristiana, che si contrassegna massimamente <hi rend="italic">dalla subordinazione logica</hi> (senza offesa della autonomia) della scienza economica <hi rend="italic">dalla filosofia etico-giuridica</hi>,come dottrina razionale, coordinata alla sua volta colla dottrina e morale positiva (dogmatica), in cui la ragione scientifica rinviene la più alta sua espressione e la suprema garanzia di verità. Per tale scuola, pertanto, non si riconosce legittimità scientifica e pratica alle leggi dell'utile economico, se non in quanto queste non si oppongano alle norme del <hi rend="italic">dovere</hi> ed anzi conferiscano ai <hi rend="italic">fini morali di perfezione</hi> personale, civile, religiosa. Grande innovazione della economia sociale (e della sociologia in genere), per cui dopo quattro secoli di divorzio (dal periodo dell'umanesimo e della riforma protestante) quella si riconcilia coi principi superiori dell'etica e del giure, armonizzati cogli imperativi di autorità divina.</p>
          <p>Genesi storica. ‒ 1. <hi rend="italic">Le fonti remote</hi>. Ilcristianesimo (perfezionatore dell'ebraismo), il quale considera l'uomo come ente morale chiamato nella vita terrena a conseguire fini sovrannaturali ultramondani nella convivenza coi suoi simili, si trova così impregnato (giusta quanto vedemmo) di concetti sociali, siccome condizione e complemento di quelle <pb n="1.262" />fondamentali intorno alla persona umana individua ed alle sue sublimi vocazioni, — da attestare fin dalle origini come esso fosse capace di suggerire all'umanità pensante ed operosa in ogni età della storia, anche <hi rend="italic">nozioni scientifiche e pratiche di economia sociale</hi> (e non soltanto privata), tratte dal tesoro inesauribile delle verità teologiche e filosofiche a giustificazione del passo <hi rend="italic">proffert de thesauro suo nova et vetera.</hi></p>
          <p>Basta pertanto appena richiamare come tale scuola, che finalmente ottenne il suo posto d'onore fra le altre della cultura economica contemporanea, si ricolleghi remotamente alle dottrine della Bibbia e del Vangelo ed agli inattesi svolgimenti di esse presso i santi Padri e i Dottori scolastici (oggi mirabilmente illustrati). Né quelle teorie si interruppero del tutto nel periodo dell'umanesimo e del protestantesimo, ove anzi furono riaffermate autorevolmente dal concilio di Trento, e propugnate dappoi, fra l'assolutismo di monarchie neo-pagane, da forti ingegni e petti cristiani, quali Suárez col gruppo dei filosofi spagnoli, e i pensatori francesi Bossuet, Fénelon, Pasca, ecc. Nessuno fra i programmi economico-sociali dei dì nostri può vantare un blasone così nobile ed antico.</p>
          <p>2. <hi rend="italic">La preparazione sociologica nel secolo XIX.</hi> Ma perciò stesso questa scuola economica, che si intitola <pb n="1.263" /><hi rend="italic">etico-cristiana</hi>,si insinua e cresce ricercando il proprio substrato e il proprio involucro nella corrente delle <hi rend="italic">scienze e discipline morali</hi> (sieno speculative o positive) nell'amplissimo senso, le quali apportano contributi prossimi alla sociologia o dottrina sociale dell'incivilimento, sul cui tronco essa si prepara ad innestare le proprie teorie economiche.</p>
          <p>La ripresa crescente infatti degli studi sociali da parte dei cattolici dai primi del 1800, si presenta siccome un aspetto di quella <hi rend="italic">rivendicazione della fede e della scienza</hi> o meglio della enciclopedia cristiana, che dopo la sfacciata incredulità e l'opera devastatrice della rivoluzione francese, seguita dall'epopea napoleonica, si dispiegò in tutta Europa, intrecciandosi così attivamente alle vicende storiche e scientifiche dell'età presente, alcune delle quali ebbero singolare efficacia occasionale sul rinnovamento cristiano della società, nel fatto e nell'idea.</p>
          <p>Tali, fra le vicende storiche: — le iniziative di Pio VII, volte ad un tempo mercé il Concordato (1808) con Napoleone a restaurare la Chiesa in Francia e a rivendicare i diritti delle popolazioni cattoliche e del clero, contro il congresso di Vienna (1815), le intolleranze luterane e la servitù giuseppina di governi protestanti e cattolici; — la meravigliosa riscossa della nazionalità germanica nei primi decenni del secolo XIX, specialmente fra le popolazioni <pb n="1.264" />cattoliche del Reno, per l'opera possente di Görres (come già il Fichte) soldato, pubblicista, insegnante a Monaco: — la libertà civile conquistata dai cattolici nella Gran Bretagna per la titanica agitazione legale di O'Connel (1829); — la costituzione indipendente del Belgio dall'Olanda nel 1830 per concorso dei vescovi in nome della libertà di coscienza; — le multiformi iniziative sociali del clero e del laicato cattolico (missioni, educazione, beneficenza, mutualità, cooperazione, credito, ordinamenti di classe) dal 1836 e più dal 1860 in tutta Europa in seno alle moltitudini operaie; — il «Kulturkampf» del nuovo impero germanico contro la Chiesa (1873-87), seguito fino ad oggi dal <hi rend="italic">separatismo laico</hi> e <hi rend="italic">persecutore</hi> di altri Stati contro la religione e la civiltà cristiana; ciò che compenetrò il diritto di indipendenza spirituale della Chiesa stessa con quello delle popolazioni credenti. Tutto ciò valse a disseminare, in mezzo a queste, concetti, sentimenti, istituti, provvedimenti legali, informati alle antiche verità e tradizioni del cattolicesimo; donde un ridestarsi, sotto gli sguardi della Chiesa, dello zelo apostolico di fede viva ed operosa in forma <hi rend="italic">esterna sociale</hi> nelle organizzazioni popolari e nelle assemblee parlamentari delle rideste nazioni della civiltà occidentale.</p>
          <p>Simultaneamente la <hi rend="italic">ripresa di ricerche sociali</hi> fra cultori cattolici ebbe vigore dalle <hi rend="italic">battaglie del</hi><pb n="1.265" /><hi rend="italic">pensiero scientifico,</hi> dai tempi napoleonici fino a questo XX secolo; traendo del pari profitto inatteso dalle <hi rend="italic">conquiste</hi> e dalle <hi rend="italic">aberrazioni</hi> della enciclopedia moderna; — dalla originalità delle moderne <hi rend="italic">analisi filologiche</hi> (linguistiche); — dal fervore degli <hi rend="italic">studi storici</hi> in tutta la loro ampiezza; — e dal predominio stesso delle <hi rend="italic">scienze fisico-naturali-biologiche</hi>,le quali, materializzando le dottrine morali sociali e la coscienza delle democrazie moderne, provocarono la riabilitazione dello spiritualismo nella cultura filosofica-religiosa.</p>
          <p>Così i veri <hi rend="italic">precursori</hi> della scuola etico-cristiana in economia furono dei <hi rend="italic">sociologi in largo senso</hi>,cioè filologi e filosofi della storia, storici e giuristi, apologeti della religione; i quali per diverse vie apportano preziosi contributi positivi e speculativi alla genesi delle scienze sociali in generale.</p>
          <p>Dopo Chateaubriand, che all'alba del secolo XIX esteticamente inneggia al «genio del cristianesimo» (1802), e G. M. De Maistre savoiardo (m. 1821), il quale, al pari dell'inglese Burke, tuona contro la rivoluzione: <hi rend="italic">Considerazioni sulla Francia</hi> (1796)e addita la pietra del restauro sociale nell'autorità del papa; — Federico Schlegel (m. 1829) fondatore degli studi orientali col <hi rend="italic">Saggio sulla lingua e filosofia degli indiani</hi>,ricolloca il «divino» alle origini della civiltà, e nelle sue <hi rend="italic">Lezioni sulla filosofia della storia</hi><pb n="1.266" />alla Università di Vienna (1827-28), vede Iddio «autore e restauratore della coscienza umana nella storia» e ne trae induzioni profetiche (al dire di Heine) sui destini sociali del cristianesimo.</p>
          <p>G. C. Görres (1776-46), l'infaticato agitatore renano contro Napoleone, poi professore all'Università di Monaco, amico dei fratelli Grimm, orientalista esso pure (tradusse il <hi rend="italic">Firdusi,</hi> poema persiano), continua il programma di Schlegel nella <hi rend="italic">Storia dei miti</hi>,nelle <hi rend="italic">Lezioni di filosofia storica</hi>,che egli incardina sulla rivelazione divina, e nel libro <hi rend="italic">L'Europa e la rivoluzione</hi> ove rivendica l'antico cattolicesimo di contro alla riforma germanica; ed invoca la libertà della Chiesa colla sua funzione unificatrice nel mondo e soprattutto suscita d'intorno a sé il culto del medio evo cattolico, che si tradusse nelle classiche opere storiche di Hurter, Gförer, Reumont, accompagnati e seguiti da dotti protestanti imparziali, Raumer, Leo, Voigt e Böhmert, il fondatore dei <hi rend="italic">Regesti</hi> imperiali. — È questo il primo fiorire della cultura <hi rend="italic">storico-filologica</hi>,in Germania, che si avvalorò di quella parallela della Gran Bretagna; la quale in particolare si volse a rivendicare il proprio passato religioso, da W. Cobbet (m. 1835), <hi rend="italic">Storia della riforma protestante in Inghilterra e Irlanda</hi>;e da E. Digby, <hi rend="italic">Mores cattolici</hi> (1844); a Lingard, <hi rend="italic">Storia dell'Inghilterra e delle antichità anglosassoni</hi> (1847); cultura che passò <pb n="1.267" />in Francia, e al tempo degli organisti, si irradiò a tutta Europa. Quando Guizot (protestante) dettava la <hi rend="italic">Storia della civiltà in Europa</hi> (1845) seguito da Michelet (1850), — Ozanam (m. 1853) insegnando «letteratura comparata» alla Sorbona, iniziava gli studi sugli albori della cultura cristiana: <hi rend="italic">La Chiesa e la civiltà nel secolo V</hi> e sui secoli di s. Francesco e di Dante; e fu tra i primi ad additare i pericoli del socialismo sansimoniano; mentre Montalembert (m. 1870) lumeggiava nei <hi rend="italic">Monaci di occidente</hi> la virtù civilizzatrice delle istituzioni storiche della Chiesa, e sintetizzava (nella <hi rend="italic">Vita di s. Elisabetta d'Ungheria</hi>)gli splendori della novella civiltà nel medio evo comunale. Studi sociali, che si ricollegano in Italia a quelli di Cesare Balbo (1789-53), forte pensatore, il quale precorse molte illustrazioni posteriori sulle leggi dell'incivilimento, nelle sue <hi rend="italic">Meditazioni storiche</hi> (1842-43), per cui la fede nel Cristo diviene il cardine della storia; e che nel <hi rend="italic">Compendio</hi> e nei <hi rend="italic">Pensieri sulla storia d'Italia</hi> scorge la missione civile di questa aggirarsi intorno a quella universale del pontificato. Criteri estesi da Cesare Cantù alla sua <hi rend="italic">Storia universale</hi> (dal 1836, 1. ed.) specie nei mirabili suoi <hi rend="italic">Discorsi</hi> premessi alle varie epoche storiche; «nel cui labirinto egli addita il filo conduttore nelle vie occulte della Provvidenza, nella libertà umana, e nella bontà divina redentrice dell'umanità ».</p>
          <p>
            <pb n="1.268" />Tali storici, tutti avversi ad una <hi rend="italic">statolatria politica</hi> «che turba l'azione della Provvidenza nella vera storia della società» (Schlegel), trovano suffragio di libere rivendicazioni nei <hi rend="italic">giureconsulti</hi>.F. Walter (prof. a Bonn), uomo di pensiero e di azione, e Giorgio Phillips (prof. a Berlino e Monaco), ambedue convertiti intorno al 1830: quello discepolo di Thibaut, nel <hi rend="italic">Manuale di diritto ecclesiastico</hi>,questo allievo di Savigny e Eichhorn, nel <hi rend="italic">Diritto ecclesiastico nei suoi principi generali —</hi> seguitati da E. Moy (m. 1867), canonista, e Jarke, scrittore di diritto pubblico, — di contro a Febronio ed al giurisdizionalismo di Stato oppressivo della Chiesa, restituiscono al <hi rend="italic">giure canonico</hi> la pienezza della propria autorità sovrana; ed essi incontrandosi col <hi rend="italic">nuovo indirizzo storico</hi> dato al diritto romano e germanico dai loro maestri, da un lato provocano lo sviluppo, non più interrotto della <hi rend="italic">storia del diritto cristiano</hi> nel medio evo, attestandone la preminenza, — e da un altro affrettano coll'esempio la ricostituzione della <hi rend="italic">filosofia etico-giuridica</hi> giusta le tradizioni scolastiche nel <hi rend="italic">Saggio teoretico di diritto naturale fondato sul fatto</hi> del p. Taparelli d'Azeglio (1840-43), opera novatrice che larga parte concede ai rapporti giuridico-sociali.</p>
          <p>Ma trattandosi massimamente di rivendicare la fede positiva contro il razionalismo della rivoluzione, sono in ispecie grandi vescovi, teologi, filosofi, i <pb n="1.269" />quali precorsi nei primi del sec. XIX da Gerdil, Frayssinous e in Germania dal Möhler (<hi rend="italic">La simbolica</hi>)e in Inghilterra dal Wiseman (<hi rend="italic">Connessione della scienza colla religione rivelata,</hi> 1830), suscitarono una serie di <hi rend="italic">apologeti</hi> ecclesiastici e laici (non sempre corretti e taluni condannati, fra tradizionalisti e idealisti), i quali tuttavia moltiplicano argomenti sul valore della cattolicità nella vita sociale e nell'incivilimento. Tali Stolberg, Bonald, Gerbet, Nicolas, Avogadro della Motta (<hi rend="italic">Rapporti fra razionalismo, le eresie e il comunismo</hi>),Manzoni (<hi rend="italic">La morale cattolica</hi>),La Mennais (<hi rend="italic">Saggio sull'indifferentismo in materia di religione</hi>),Gioberti (<hi rend="italic">Rinnovamento civile</hi>),Rosmini (<hi rend="italic">Opuscolo sulla civiltà e contro il socialismo</hi>);taluni dei quali si levano a più esplicata esposizione sociologica. Fra questi, due spagnoli: Balmes, <hi rend="italic">Il cattolicesimo paragonato al protestantesimo nella storia della civiltà</hi> (1842-44) e Donoso Cortes, <hi rend="italic">Saggio sul cattolicesimo</hi> (1851); — e in Francia, dopo Lacordaire sotto gli orleanisti nelle sue <hi rend="italic">Conferenze</hi> a Notre-Dame, — dal 1852 in poi, P. Félix, <hi rend="italic">Il progresso nel cristianesimo</hi> e <hi rend="italic">L'economia sociale davanti al cristianesimo</hi>,completata poi dal conte de Champagny, <hi rend="italic">La Bible et l'economie politique</hi> (1879); scritti di carattere sociologico più che economico, seguiti più tardi da altri scientificamente più comprensivi: — Périn (prof. a Lovanio), <hi rend="italic">Le leggi <pb n="1.270" />della società cristiana</hi> (1876); de Decker (ministro belga), <hi rend="italic">La Chiesa e l'ordine sociale cristiano</hi> (1880); e Giovacchino Pecci (arciv. di Perugia), <hi rend="italic">La Chiesa e la civiltà</hi> (1877). In questi saggi già balena la figura di una sociologia razionale-positiva, illuminata dal cristianesimo.</p>
          <p>Questo moto originale di intelletti sotto il duplice prevalente aspetto di indagini storico-filologiche e storico-sociali e dietro ispirazioni superiori, il quale fu detto allora «romanticismo e neo-guelfismo» ma che era resurrezione di religione e di cultura cattolica contro il moderno razionalismo pagano, — era chiamato negli ultimi anni del XIX (dal 1870 circa) e nei primi del XX secolo, sotto l'influsso di grandiosi <hi rend="italic">avvenimenti risolutivi</hi> per le odierne società democratiche, ad affrettare una <hi rend="italic">più matura ricostruzione della sociologia</hi>,in diretta e profonda connessione colla <hi rend="italic">economia</hi>, ambedue signoreggiate da una comune <hi rend="italic">filosofia cattolica</hi>;ciò che suggerisce di considerare questi più recenti progressi di studi sociali congiuntamente alla <hi rend="italic">storia contemporanea della scienza economica</hi>,dalla rivoluzione a noi.</p>
          <p>Ma frattanto queste premesse intorno alle molteplici scienze e discipline morali civili, che precorsero e accompagnarono l'odierna economia etico-cristiana, attestano come questa nulla abbia di fittizio, ma piuttosto risponda alle esigenze del sapere e alle vocazioni dell'età presente.</p>
          <p>
            <pb n="1.271" />La scuola etico-sociale nella economia contemporanea. ‒ Di questa si possono ora delineare i momenti di sua compiuta formazione.</p>
          <p>La prima elaborazione di essa in questo periodo, piuttosto che dipartirsi come spesso si afferma da Buchez in Francia, <hi rend="italic">Essai d'un traité de philosophie au point de vue du catholicisime et du progrès</hi> (1838-40) intinto di concetti sansimoniani, e da Huet (prof. a Gand), <hi rend="italic">Le règne social du christianisim</hi> (1853), in cui sorvivono non pochi concetti della rivoluzione viene a coincidere con scrittori partecipi alla accennata rinascenza di cultura cristiana dall'alba del sec. XIX fino verso il 1848. Tali un gruppo di così detti <hi rend="italic">politici feudali</hi>.Adamo Müller (m. 1829), che negli <hi rend="italic">Elementi dell'arte politica</hi> (1810)si appella alla eterna alleanza della monarchia e della religione, ma che poi, convertito al cattolicesimo, nell'altra opera: <hi rend="italic">Necessità di un fondamento teologico delle scienze politiche</hi> (1819), pone «Dio autore dell'ordine sociale»; ed egli, avversario della economia liberale di Smith, vagheggia una politica economica nazionale (come poi List) e nella autonomia delle classi gerarchicamente organizzate scorge un limite alla onnipotenza dello Stato centrale. Concetti condivisi da C. L. Haller (svizzero, m. 1854) nel <hi rend="italic">Restauro della scienza politica</hi> (1816), in cui egli con maggior larghezza ravvisa «il modello dell'ordine sociale, <pb n="1.272" />fondato sull'autorità e sulla gerarchia, avvivato dalla giustizia e dalla carità universale, nella Chiesa»; vedute che in parte ricompaiono nel visconte di Villeneuve de Bargemont, <hi rend="italic">Economia politica cristiana</hi> (1834) e <hi rend="italic">Storia della economia</hi> (1842), ove campeggia vieppiù la funzione sociale educatrice del cattolicesimo. Cosicché questi feudali, più che fautori di privilegi politici, definitivamente adempirono ad una <hi rend="italic">funzione liberatrice della società dallo Stato assoluto in nome del regno di Dio</hi>,giusta la frase di Schlegel (vedi Goyau).</p>
          <p>Per altre vie converge allo stesso termine, secondo taluni (p. e. Gide), G. C. De Sismondi lo storico delle <hi rend="italic">Repubbliche italiane nel medio evo</hi>;— il quale, in onta ai suoi pregiudizi protestanti, nei suoi scritti: <hi rend="italic">Nouveaux principes d'economie politique</hi> (1819) e <hi rend="italic">Etudes sur l'économie politique</hi> (1837-38) ha di comune coi cattolici la critica più estesa e particolareggiata delle dottrine smithiane cremismatiche, le quali «per la ricchezza dimenticano l'uomo», e ne preannunzia le conseguenze sinistre sulle moltitudini operaie. Di qui talune sue proposte di <hi rend="italic">riforme popolari</hi> (piccola proprietà, corporazioni, cooperazione, mezzadria), forse in parte a lui suggerite dalle tradizionali istituzioni del medio evo cristiano, quasi <hi rend="italic">programma positivo</hi> di democrazia <pb n="1.273" />economica moderna; del quale però non riesce a precisare le concrete forme novelle e le condizioni prime cioè le necessarie virtù superiori di effettuazione e fecondità.</p>
          <p>Non così C. De Coux, primo insegnante di <hi rend="italic">economia politica</hi> nella Università cattolica di Lovanio, eretta nel 1834, il quale, agli inizi del liberalismo borghese, in un piccolo <hi rend="italic">Saggio di economia politica</hi> (1836), attesta il suo presentimento sull'avvenire della scuola etico cristiana, che con lui si inaugura pubblicamente, scrivendo: «le catholicisime moderne renferme dans ses conséquences pratiques le plus admirable système d'economie politique sociale, qui ait jamais été donné à la terre».</p>
          <p>Promesse che vengono giustificate ben meglio dal suo successore a Lovanio C. Périn, dettando il primo trattato di economia di questa scuola, <hi rend="italic">La ricchezza nelle società cristiane</hi> (1861), nel quale, in pieno liberalismo illustra con felice analisi e con geniali prove storiche, come le leggi economiche dell'utile ricevano la loro normale esplicazione teorica e pratica solamente sotto la luce e la scorta delle verità e virtù evangeliche, e per l'azione civilizzatrice del cattolicesimo.— Ciò che conferma poco dappoi in Francia, quando già le dottrine liberali trionfano con Bastiat e Chevalier nel secondo impero, F. Le Play (1806-82) in ut serie di pubblicazioni statistiche in forma descrittiva (le inchieste <pb n="1.274" />monografiche) dal 1855 in poi, sotto il titolo <hi rend="italic">Gli operai dei due mondi</hi>,fondamento di una sua opera sulla <hi rend="italic">Riforma sociale</hi> (1864). In questa Le Play, dopo di aver dato il primo colpo di accetta ai così detti principi del 1879 (cioè dell'individualismo razionalista e livellatore), propugna la necessità di ricomporre l'ordine sociale sulla religione, sulla continuità del nucleo familiare, mercé la libertà testamentaria del capostipite, sulla solidarietà fra classi superiori e inferiori mediante il patronato, sulla libertà del lavoro e della associazione; tutto cementato dall'osservanza del decalogo e del costume cristiano.</p>
          <p>Può ben dirsi che questi pionieri avessero abbozzate le prime linee dell'economia cristiana nei sommi principi direttivi e nei criteri positivi, lasciando dietro di sé numerosi ma forse incerti continuatori (taluni affetti da pregiudizi ed equivoci) durante gli anni della trionfante politica liberale di Napoleone III, della formazione dei nuovi Stati nazionali (Italia, Germania) e della prima irruenza del socialismo universale organizzato ( 1852- 1871).</p>
          <p>Lo stato presente dell'economia etico-cristiana. — 1. Ma negli ultimi tre decenni del secolo XIX fino ad oggi si dispiega per questa scuola un <hi rend="italic">lavorio ricostruttivo</hi>,insieme polemico e pratico, che ne affretta la maturità; e ciò (avvertasi bene) sotto l'attrito della <hi rend="italic">triplice crisi risolutiva</hi>,che scolpisce <pb n="1.275" />il momento scientifico odierno (dal principio del secolo XX): — quella dell'individualismo economico liberale — del collettivismo, sia catastrofico-rivoluzionario (di C. Marx), sia riformista (di Bernstein) — e infine della sociologia positiva (kantiana e spenceriana): triplice crisi compendiata dal fallimento del materialismo, rappresentato dal soggettivismo neo-kantiano e dal rinascente idealismo neo-hegeliano.</p>
          <p>2. Tale attività scientifica e pratica più matura fu anticipata da G. Ketteler (magistrato, 1846, deputato a Francoforte, 1848), vescovo di Magonza, coi due principali suoi scritti: <hi rend="italic">Libertà</hi>,<hi rend="italic"> autorità</hi>,<hi rend="italic"> Chiesa</hi>;<hi rend="italic"> esposizione del grande problema presente</hi> (1862) e <hi rend="italic">La questione sociale ed il cristianesimo</hi> (1864), nei quali il grande vescovo, precursore di Leone XIII, illustrò il <hi rend="italic">primo programma di restauro dell'ordine sociale</hi> sul cardine dei veri cristiani e del magistero della Chiesa, con particolare riguardo alla organizzazione delle classi lavoratrici; programma lanciato al popolo tedesco dopo la terribile propaganda socialista di Ferdinando Lassalle (m. 1863); ma che ebbe eco protratta e profonda fra i cattolici studiosi e militanti di tutta Europa (vedi Goyau).</p>
          <p>Attività scientifica e pratica vieppiù sospinta, specie fra il laicato, dai disastri nel 1870-71 della guerra franco-prussiana e della «Comune di Parigi», <pb n="1.276" />coincidente colla congiura universale per la distruzione di ogni istituzione cristiana nelle popolazioni cattoliche; donde le multiformi iniziative del conte de Mun e La Tour-du-Pin e poi Lorin in Francia, seguite a non grande distanza da Monfang ed Hitze, Hertling (discepoli di Ketteler) in Germania, da Vogelsang in Austria, da Woeste e poi Verhaegen in Belgio, Schaepman in Olanda, Rodriguez de Cepeda in Ispagna, Decurtins in Isvizzera, Medolago-Albani ed altri in Italia per la salvezza della civiltà cristiana; iniziative che si coordinarono nel 1884 nell' «Unione internazionale di studi sociali», in Friburgo (Svizzera), presieduta dal card. Mermillod, col concorso di teologi e filosofi (Lehmkuhl, Mayer, Weiss) sotto lo sguardo rassicurante di Roma. — Fu lavorio intenso, che raggiunse il massimo di unità ed espansione per l'intervento diretto del pontefice Leone XIII, il quale, salito nel 1878 alla tiara, restaurando dapprima autorevolmente la tradizionale filosofia scolastica (1879, <hi rend="italic">Aeterni patris</hi>),dipoi con una serie di encicliche intorno alle relazioni ed istituzioni fondamentali della società, e infine con una speciale (1891, <hi rend="italic">Rerum novarum</hi>)sulla condizione delle classi operaie, — tracciava le linee maestose dell'ordine sociale cristiano, compreso quello della ricchezza.</p>
          <p>3. Gran fatto codesto, che coincide colla vittoria alla fine del sec. XIX dello spiritualismo, mercé quella <pb n="1.277" />che fu detta «la filosofia perenne della umanità» realistica e ideale insieme; la quale, riabilitata laboriosamente (dal 1850 in poi) dal Sanseverino e Liberatore, ed illustrata successivamente nelle opere magistrali di Costa-Rossetti, Mayer, i due T. e H. Pesch, Schiffini, Zigliara, Rossignoli, fino a Farges, Mercier e Willmann, avrebbe rigenerato tutta la enciclopedia e massimamente le scienze morali e sociali.</p>
          <p>In servizio di queste: — si rivendicarono i <hi rend="italic">principi speculativi</hi> che tutte le informano: — Dio, autore dell'ordine, la ragione e la libertà dell'uomo, nonché le finalità essenzialmente spirituali della esistenza e della convivenza umana, collegate col sovrannaturale; — si approfondì l'alto valore per la vita individuale e sociale dei veri rivelati nella Bibbia, nel Vangelo, e nella Tradizione; — si disgelò la saldezza e concordia di un sistema di teorie sociali ed economiche negli scritti dei santi Padri, dei Dottori scolastici e del giure canonico; nelle quali ricerche eccellono V. Brants, <hi rend="italic">Teorie economiche nei secoli XII e XIV</hi>; e gli italiani Rivalta, <hi rend="italic">Storia delle dottrine di diritto naturale</hi>;Talamo, <hi rend="italic">L'aristotelismo nella scolastica</hi>,e i <hi rend="italic">Concetti dei santi Padri intorno alla schiavitù</hi>;Lugan, <hi rend="italic">L'Evangelo e le dottrine sociali</hi>, fino agli studi sul <hi rend="italic">diritto cristiano</hi> di Ferini, Riccobono, Bougaud, ecc.</p>
          <p>
            <pb n="1.278" />Si assodano le basi delle <hi rend="italic">discipline di osservazione specialmente storiche</hi>; — ecioè riprendono (dopo Max Müller) le indagini sulle lingue, filosofie, religioni orientali, in cui si rifrangono gli splendori della Rivelazione sulle antiche culture, — rinnovando la storia dei primi secoli cristiani (Allard) e la storia sociale della Chiesa (Benigni), e moltiplicando le indagini sopra le istituzioni dell'età medioevale, in cui si riconobbe la gioventù dell'ordine cristiano cattolico (vedi Chevalier, <hi rend="italic">Repertorio des sources historiques du moyen-âge</hi>);<hi rend="italic"> —</hi> e inoltre estendendo le indagini sopra fonti prime, intorno ai momenti critici dell'evo moderno, dalla riforma alla rivoluzione francese, alle democrazie odierne; in ordine ai quali, le opere classiche di cattolici, Janssen, <hi rend="italic">Storia del popolo tedesco</hi>; Denifle e Grisar, <hi rend="italic">Lutero e i suoi tempi</hi>;sorrette da scrittori imparziali, p. e. Macaulay, <hi rend="italic">Storia dell'Inghilterra</hi>; Taine, <hi rend="italic">L'ancien régime et la révolution</hi>;danno a quegli avvenimenti interpretazione affatto opposta a pregiudizi inveterati intorno alle origini e cause dell'odierna crisi sociale; mentre altri studi specialmente di G. Goyau sulla rinascenza cattolica recente in Germania, Austria, Svizzera, Gran Bretagna, hanno rivelato la potenza ristoratrice sociale del cattolicesimo.</p>
          <p>Ne profittarono gli <hi rend="italic">studi sociologici,</hi> mercé una serie di scritti; — altri in forma monografica, come <pb n="1.279" />p. e. Gaume e Riehl <hi rend="italic">sulla famiglia</hi>,Rossbach <hi rend="italic">sulla storia della società</hi>,ecc. (1875) — altri in <hi rend="italic">forma sintetica</hi> quali: Hettinger, <hi rend="italic">La Chiesa e la civiltà</hi>;Mausbach, <hi rend="italic">Cristianesimo e mondo morale</hi> (1897); Cathrein, <hi rend="italic">Esposizione dell'ordine morale-giuridico</hi> (1899); M. O. Weiss, <hi rend="italic">Ordine e questione sociale</hi> (1896); H. Pesch, <hi rend="italic">Liberalismo, socialismo ed ordine sociale cristiano</hi>;mentre Gruppe detta la <hi rend="italic">Storia della cultura</hi> (nell'antichità classica e nel medio evo), Kurth rinnova lo studio delle <hi rend="italic">Origini della civiltà cristiana</hi> e Costanzi, Lavollée e da ultimo Ruville, <hi rend="italic">L'aureo fondamento della storia</hi> (1913); riprendono la tradizionale filosofia della storia. Cosicché queste opere ricostruttrici intorno alla società, integrandosi coll'indirizzo di <hi rend="italic">psicologia sociale</hi> ripresi da Lazarus e Steinthal, da Menger, e da K. Lamprecht, insieme a Wundt, promettono di ricomporre una <hi rend="italic">sociologia</hi> come «dottrina generale della società e dell'incivilimento» riconciliata con le tradizioni cattoliche.</p>
          <p>Sotto le grandi ali della «filosofia speculativa cattolica» e siccome un ramo innestato sulle istituzioni positive della «sociologia cristiana» si aderge oggi pertanto anche l'<hi rend="italic">economia sociale della scuola etica</hi>;la quale subordina la legittimità razionale-positiva delle sue <hi rend="italic">leggi utilitarie</hi> (edonistiche) della ricchezza, alla rispondenza loro coi fini spirituali dell'incivilimento e coi destini umani nella vita sovrannaturale superiore.</p>
          <p>
            <pb n="1.280" />Sviluppo e caratteri della scuola. ‒ 1. La diffusione di questa si dispiegò con <hi rend="italic">due indirizzi o meglio gradi successivi</hi> di svolgimento e di applicazione, i quali però si integrano reciprocamente, aggirandosi su questi comuni criteri.</p>
          <p>Tutta la <hi rend="italic">scuola etico-cristiana</hi> fra i cattolici sorse e si mantenne in <hi rend="italic">opposizione all'individualismo liberale</hi> ed al <hi rend="italic">socialismo panteista</hi> (collettivista) e, a più forte ragione, a quello <hi rend="italic">individualista anarchico</hi>;ed al rispettivo spirito utilitario-materialista e quindi antireligioso.</p>
          <p>Tutte incardinano il sistema dei <hi rend="italic">rapporti economici</hi> sulle <hi rend="italic">istituzioni fondamentali della società</hi>,come ente morale collettivo; cioè sull'autonomia personale, sulla famiglia, sulla gerarchia delle classi; quelli e queste sotto la garanzia del diritto naturale riflesso alla sua volta della legge eterna morale, di cui il giure positivo è una applicazione. Tutte invocano la ricomposizione (senza offesa della eguaglianza personale e libertà civile) della società in classi <hi rend="italic">giuridicamente costituite</hi>,come organo intermedio fra la individualità e lo Stato, per impedire così il dissolvimento atomistico o l'assorbimento accentratore politico dell'essere e della vita collettiva.</p>
          <p>Tutte convengono che l'ordine sociale e quello stesso economico devono conferire ai <hi rend="italic">fini essenzialmente spirituali della civiltà</hi> e coordinarsi alla <hi rend="italic">vita soprannaturale</hi> di cui è maestra e guida la <hi rend="italic">Chiesa.</hi></p>
          <p>
            <pb n="1.281" />2. Solamente una parte di questa scuola che può dirsi dei <hi rend="italic">conservatori sociali</hi>,la quale risale ai primi scrittori quali il Périn (m. 1895) seguiti dal C. Jannet, Walleroux, Rambaud (ma non senza qualche indirizzo liberale), seguiti dai grandi antesignani della <hi rend="italic">ristorazione sociale</hi> in forma militante, il conte A. de Mun, e La Tour-du-Pin in Francia; Vogelsang in Austria; Woeste in Belgio; e dai primi fondatori della «Union de Fribourg», Weiss, Mayer, Lehmkuhl, ecc., preferiscono, nella <hi rend="italic">crisi organica sociale</hi> odierna, affidarsi alla spontanea giustizia e carità delle classi superiori verso le inferiori e quindi al <hi rend="italic">patronato</hi> od alle <hi rend="italic">unioni professionali miste</hi>;applicandosi di preferenza agli <hi rend="italic">istituti normali</hi> della società.</p>
          <p>L'altra parte che può dirsi dei <hi rend="italic">riformatori sociali</hi> (democratici cristiani), più preoccupati della <hi rend="italic">lotta sociale operaia</hi> e della urgenza dei suoi rimedi — pure accettando questi fondamentali indirizzi e provvedimenti, fanno appello al di sopra di essi, ad un più intenso intervento dell'<hi rend="italic">azione giuridica</hi> dello Stato, per regolare i rapporti fra le classi in conflitto, mercé tre serie di provvidenze: «il <hi rend="italic">contratto di lavoro</hi> o meglio di salariato, la <hi rend="italic">legislazione sociale</hi> tutrice e promotrice della elevazione delle moltitudini operaie, e le<hi rend="italic"> unioni professionali autonome</hi> di capitalisti e di operai, collegate da commissioni <pb n="1.282" />miste»; nella quale direzione ricompaiono più di recente Lorin, Goyau, Turmann, Pottier, Vermeersch, Verhaegen, Hitze, Ballerini, Rodriguez de Cepeda, Castroviejo, Aznar, Mauri, Caissoti, Toniolo, ecc.</p>
          <p>Duplice direzione della scuola, la quale se poté manifestare qualche tendenza deviatrice dalle dottrine tradizionali e consacrate del cattolicesimo, trovò pronto correttivo nei richiami (modernismo), della gerarchia ecclesiastica (gli stessi pontefici Leone XIII e Pio X) e nel progresso delle comuni analisi scientifiche ed esperienze pratiche; per cui le due ali tendono a fondersi sempre più, come due aspetti della stessa dottrina.</p>
          <p>Porge testimonianza di questa concordia dottrinale nell'odierno momento, soprattutto la elaborazione della scienza in forma di <hi rend="italic">trattati sistematici</hi>.Questi, dopo il saggio del Périn, al quale si avvicinano quelli del Mingenti (1863), del Lampertico (1881), del Baudrillart (1883), e più apertamente Devas, <hi rend="italic">Principi di economia politica</hi> (1883); Ratzinger, <hi rend="italic">L'economia nei suoi morali fondamenti</hi> (1895); — i trattati riprendono il loro svolgimento progressivo rigoroso e compiuto, sempre in armonia coi principi della filosofia scolastica e della sociologia cristiana. Vittore Brants (successore di Périn a Lovanio), <hi rend="italic">Le grandi linee della economia politica</hi> (1901, 3. ed.); vi apporta i criteri di una sicura <pb n="1.283" />interpretazione delle dottrine sociali degli scolastici, di cui egli fu fra i primi illustratori, insieme alla conoscenza della letteratura odierna; P. Antoine, <hi rend="italic">Corso di economia sociale</hi> (1896);ricollega le teorie economiche colle analisi della recente filosofia neo-scolastica e colle autorevoli direttive religiose del pontefice Leone XIII; G. Toniolo vi aggiunge una conferma positiva di tali teorie nella storia dell'incivilimento cristiano, <hi rend="italic">Trattato di economia sociale</hi> (1907-1909); ed H. Pesch si eleva sopra ogni altro per la giustificazione critica dell'economia cristiana al cimento di tutta la cultura moderna specialmente germanica (1905-1909-1913).</p>
          <p>Valore teoretico e pratico. ‒ 1. Tale scuola comunque relativamente recente, riprende nella <hi rend="italic">teoria le tradizioni metodiche</hi> della scienza cristiana.</p>
          <p>Da un lato, fermando alcuni <hi rend="italic">principi di ragione</hi> (in dipendenza logica dai <hi rend="italic">principi etici</hi> confermati dal cristianesimo) essa soddisfa al bisogno di <hi rend="italic">certezza assoluta</hi> nella definizione delle leggi generali e costanti (astratte o pure della scienza economica). Da un altro, ammettendo che le leggi etiche assolute imposte dalla ragione (e confermate dall'autorità sovrannaturale) devono, rispetto alle deduzioni economiche dell'utile, attuarsi liberamente dall'uomo con quelle modalità <hi rend="italic">accidentali</hi> (non essenziali) richieste dalle circostanze di luogo, di tempo, di <pb n="1.284" />civiltà, accondiscende a que' criteri di <hi rend="italic">estimazione relativa,</hi> che è propria delle scienze sociali nel loro aspetto <hi rend="italic">positivo</hi>. Con questo duplice riguardo, la scuola etico-cristiana risponde a quelle due esigenze metodiche della scienza, meglio chiarite nei tempi moderni, e soprattutto previene ogni pericolo di <hi rend="italic">empirismo</hi> che nega ogni ordine o confonde l'ordine economico, essenzialmente morale di libertà, coll'ordine fisico di fatalità; ciò che sempre pervertì la giusta concezione delle leggi economiche.</p>
          <p>Del pari tale scuola, giudicando della legittimità dei rapporti dell'<hi rend="italic">utile</hi> dal punto di vista dei fini superiori morali di civiltà strettamente doverosi a cui serve la ricchezza, guarentisce dagli errori dell'<hi rend="italic">utilitarismo</hi>.</p>
          <p>E infine, considerando la <hi rend="italic">società</hi> stessa come un istituto morale provvidenziale, avente ufficio suo proprio e diretto di completare definitivamente il benessere dell'umana personalità, si premunisce contro un egoistico <hi rend="italic">individualismo che nega</hi> la società, e un <hi rend="italic">panteismo sociale</hi> che annichila l'individuo, i due scogli dell'economia moderna.</p>
          <p>2. Altrettanto dicasi della sua <hi rend="italic">efficacia pratica</hi>.Questa stessa alta concezione di un'economia, figlia dell'ordine morale cristiano, attribuisce alla scuola <hi rend="italic">maggiore virtù</hi> nell'assicurare e promuovere il benessere dei popoli.</p>
          <p>Per tale fine pratico essa è condotta dalle stesse sue teorie a contare: — sopra il movente dell'<hi rend="italic">inte</hi><pb n="1.285" /><hi rend="italic">resse</hi> come sopra quello del <hi rend="italic">dovere di giustizia e di carità</hi>; <hi rend="italic">—</hi> sulla <hi rend="italic">iniziativa individuale</hi>,come sulla cooperazione delle <hi rend="italic">classi sociali</hi>; <hi rend="italic">—</hi> sopra la <hi rend="italic">libertà</hi> morale civile e sopra la coazione giuridica dello <hi rend="italic">Stato</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> ed anzi essa conta massimamente sulla autorità, costituzione ed azione mondiale della <hi rend="italic">Chiesa</hi>;e previene così ogni abuso di statolatria, coll'affermare la superiorità intrinseca della società religiosa sulla società politica e quindi la libertà di tutte le energie spirituali, con beneficio di ogni funzione di civiltà anche economica. — Così si comprende, come spesso dottrinari di questa scuola si trovino alla testa del movimento pratico cattolico (Ketteler, Hitze, Manning, de Mun, Decurtins, ecc.); come essa, venuta ultima, pur incontri crescente rispetto nella scienza, insieme dispieghi estesa influenza nella vita sociale dei popoli, e nella legislazione politico-economica degli Stati. Le <hi rend="italic">differenze</hi> fra gruppi di questi studiosi reggitori del movimento economico cristiano, non sono che accidentali (di mezzi più che di principi) e valgono a rendere più vivace la loro propaganda, la quale, nell'ordine ideale o pratico, si trova del resto preparata e apprezzata spesso da liberali illuminati (Iourdan, Cauwès, Luzzatti, ecc.) e per l'uno l'altro rispetto dai più dotti economisti di ogni scuola contemporanea (p. e. A. Wagner, G. Schmoller, Philippovich).</p>
          <p>Conclusione sulla storia dottrinale. ‒ Da questa sintesi di <hi rend="italic">storia della scienza economica</hi> nei <pb n="1.286" />suoi grandi periodi, (dell'antica cultura classica, della cristiana medioevale e della moderna) si ritraggono questi ammaestramenti importanti per lo studio dell'economia:</p>
          <p>vi ha una corrispondenza fra i <hi rend="italic">fatti caratteristici economici</hi> di ogni momento storico e le <hi rend="italic">corrispondenti teorie</hi> dell'economia; quelli divengono occasione e materia all'erigersi e all'atteggiarsi di queste, le quali, alla loro volta, reagendo sopra i fatti stessi, di momento in momento ne rendono più uniformi, vigorose e diffuse le manifestazioni, <hi rend="italic">sicché le teorie definitivamente li signoreggiano</hi>;</p>
          <p>ma queste stesse teorie economiche appaiono nelle loro essenziali concezioni, figlie di volta in volta delle predominanti <hi rend="italic">dottrine filosofico-morali</hi> in connessione coi <hi rend="italic">principi religiosi</hi>;</p>
          <p>se pertanto le vicende della scienza economica si classificano e succedono nella storia, giusta il vario riconoscimento o rifiuto nella coscienza pubblica dei grandi veri filosofici e religiosi, è d'uopo pronunciare che la perfezione della scienza economica è collegata al trionfo della cultura cristiana: e ciò in proporzione della eccellenza che spetta alla <pb n="1.287" />filosofia e religione cattolica, sopra ogni altra forma di filosofia e di cultura razionalista.</p>
          <p>Queste le conclusioni sommarie ma decisive intorno alla storia della scienza in genere e dell'economia in particolare.</p>
          <p>
            <pb n="1.288" />
          </p>
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      </div>
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        <head>PARTE TERZA. Le premesse dell'economia sociale</head>
        <p>Premesse. – Le premesse dell'<hi rend="italic">economia sociale</hi> constano: — delle nozioni positive intorno ad alcuni <hi rend="italic">fatti primi</hi>,che sono l'uomo, la popolazione, il cosmo; — di altri <hi rend="italic">fatti derivati</hi>,che sono le istituzioni essenziali elementari della società, p. e. la famiglia, le classi, le nazioni, ecc.; — tutto ciò dominato da alcuni <hi rend="italic">concetti o principi generali</hi> (speculativi), che di quei fatti stessi rivelano la natura e i rapporti fondamentali.</p>
        <p>Conviene prendere le mosse da questi <hi rend="italic">concetti o principi</hi> (speculativi) perché essi danno ragione di quei fatti; ciò che fanno le stesse scienze naturali positive, salvo che se ne ritraggano poi delle deduzioni concrete e storiche riflettenti la realtà della vita sociale economica (Périn, Brants, Pesch).</p>
        <p>Concetto di ordine. – 1 . Il primo concetto che sgorga dalla osservazione immediata di que' fatti è quello <hi rend="italic">dell'esistenza di un ordine fornito del carattere di utilità,</hi> cioè converso al benessere materiale. Come tutto il sapere, così anche l'economia piglia le mosse <pb n="1.289" /></p>
        <p>da tale concetto di ordine. Il quale, dapprima <hi rend="italic">intuitivo</hi>,maturandosi poi colla osservazione <hi rend="italic">riflessa</hi>,disvela: — un sistema di elementi compositivi e delle rispettive forze o energie, che ne formano le <hi rend="italic">cause</hi>;un sistema di procedimenti ossia di modi regolari di operare delle cause stesse, che si dicono <hi rend="italic">leggi</hi>; <hi rend="italic">—</hi> e un sistema di effetti che ne sono il <hi rend="italic">risultato finale</hi>. Donde l'<hi rend="italic">ordine economico</hi> viene a tripartirsi in ordine <hi rend="italic">costitutivo</hi>,<hi rend="italic"> operativo</hi>,<hi rend="italic"> finale</hi>:ciò che è dai più mal distinto, con nocumento dell'analisi scientifica.</p>
        <p>2. Giova frattanto avvertire che questi tre aspetti sono bensì distinti, ma fra loro in intima connessione. Il sistema <hi rend="italic">costitutivo</hi> determina quello <hi rend="italic">operativo</hi>,come il lavoro di una macchina dipende dalla sua composizione; ed ogni alterazione del primo si ripercuote sul secondo. Tornerà indifferente per lo sviluppo economico che gli elementi primi della società, cioè gli uomini, siano intelligenti e numerosi ovvero scarsi ed inetti? Saranno eguali le leggi del riparto o del consumo se la società riposi sulla libertà personale o sulla schiavitù? Forse che l'ordinamento e l'azione dello Stato non influiscono sulla vita economica del paese? — Tutti e due questi aspetti poi convergono a quello <hi rend="italic">finale</hi>.Il fine dell'economia è il benessere materiale, e le connesse soddisfazioni finali; ma il congegno delle cause come il dispiego delle leggi variamente si atteggiano a <pb n="1.290" />seconda dei gradi di quel benessere finale e determinano i vari tipi di una economia o patriarcale o nazionale od universale, come è quest'ultimo il caso dell'età nostra. Anzi i più gravi problemi dell'economia appartengono a quest'ordine finale; e così p. e. la così detta <hi rend="italic">teorica della popolazione</hi> (di Malthus) ricerca se le ricchezze normalmente crescano in proporzione dell'incremento demografico umano, e quindi dei bisogni umani collettivamente presi, nel cui pagamento sta il fine dell'economia. Le stesse crisi sociali economiche si risolvono in un disquilibrio fra la ricchezza e i fini della civiltà. Questo aspetto pertanto ricongiunge vieppiù l'economia alla scienza dell'incivilimento.</p>
        <p>3. L'ordine economico <hi rend="italic">è</hi><hi rend="italic">un aspetto inferiore dell'ordine sociale superiore</hi>,più complesso ed elevato, cioè, di quel sistema armonico di relazioni fra gli uomini conviventi, converso a conseguire, nell'obbedienza di una legge etica suprema, il <hi rend="italic">bene comune</hi>,cioè ad apportare quegli aiuti reciproci, con cui tutti i consociati (individui e famiglie) possano meglio effettuare il proprio perfezionamento (fisico, intellettuale, morale) coordinato al fine ultimo ultramondano. Sicché la società etico-umana serve alla società domestica (individui e famiglie) e il bene comune al bene privato.</p>
        <p>L'ordine economico rimane così connesso <pb n="1.291" />all'ordine sociale come la parte al tutto e come un insieme di relazioni inferiori a quelle superiori. Perciò stesso partecipa al carattere essenziale di società, cioè di un <hi rend="italic">ordine morale</hi>,proprio di uomini ragionevoli, liberi e aventi un fine proprio spirituale, e non già di un <hi rend="italic">ordine fisico</hi>.Tutti gli sforzi del positivismo sociologico per identificare questi due ordini dell'universo (il mondo fisico e quello morale umano) si infransero dinanzi al buon senso antico e alle più recenti esperienze moderne. Anche il materialismo storico-economico poté esagerare la influenza della ricchezza sulle vicende superiori della civiltà, ma da ultimo convenne che la molla prima delle leggi economiche e sociali sta nell'energia psicologica e nelle virtù morali delle popolazioni.</p>
        <p>L'ordine economico, non meno di quello sociale di civiltà, è così scolpito nella natura dell'uomo, il quale, spinto da <hi rend="italic">sentimenti congeniti</hi>,scorge colla <hi rend="italic">ragione</hi> il fine cui è connesso il proprio bene e colla <hi rend="italic">libera volontà</hi> ne attua il conseguimento. La natura umana pertanto, in virtù del principio di causalità, rivela un <hi rend="italic">ordinatore divino</hi> che all'uomo attribuisce una norma di condotta, conforme alla sua natura ed ai suoi fini, dalla cui osservanza dipende l'ordine fra gli uomini e i benefici finali per essi.</p>
        <p>Questo concetto di <hi rend="italic">ordine fra gli uomini</hi>,facente capo alla causa prima che è Dio, come è<pb n="1.292" /><hi rend="italic">intuivo</hi> nella sua forma sintetica embrionale (non riflessa), non è a credersi sia nella sua comprensione <hi rend="italic">analitica</hi> e<hi rend="italic"> scientifica</hi> altrettanto agevole ad affermarsi in tutte le relazioni sociali fino alle economiche.</p>
        <p>Platone, mente sovrana, che, sulle tracce di Pitagora, dell'ordine ideale nell'universo fondato sulla proporzione ebbe concezioni sublimi, reputa nelle <hi rend="italic">Leggi</hi> e nella <hi rend="italic">Repubblica</hi>,che l'<hi rend="italic">ordine concreto della società</hi> possa costituirsi e rimaneggiarsi a libito di un legislatore filosofo, fino a pareggiare in tutte funzioni civili maschi e femmine e a giustificare come base di quello la schiavitù. Dalla storia economica appare quanti secoli trascorsero prima di ammettere che anche nel seno degli <hi rend="italic">interessi materiali</hi> vi possa essere un <hi rend="italic">ordine</hi> di rapporti di fatto. Anzi tale concetto non spunta (come vedemmo) che nei <hi rend="italic">codici sacri</hi> dell'oriente e spicca massimamente nella Bibbia, che proclama Dio sovrano padrone della terra e delle ricchezze, di cui lascia all'uomo la razionale esplicazione utile, entro i limiti delle sue divine leggi. — Esso si matura dopo l'Evangelo col definire e rivendicare sempre meglio, per opera dei santi Padri, la dottrina dogmatico-filosofica di una Provvidenza, la quale supernamente, mercé l'umana libertà, governa le relazioni sociali, comprese quelle economiche, con <hi rend="italic">sapienza</hi>,<hi rend="italic"> fortezza</hi>,<hi rend="italic"> soavità</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Esso perviene infine con la scolastica a fare dell'ordine <pb n="1.293" />economico una condizione integrante dell'ordine morale. Dimostrando, invero, che fine della vita umana temporale (coordinata all'eterna) è<hi rend="italic"> essenzialmente il bene morale</hi>,il quale meglio si raggiunge nella <hi rend="italic">società civile</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> s. Tommaso afferma questa avere per iscopo di assicurare le due condizioni necessarie al conseguimento di quel bene, cioè: <hi rend="italic">l'esercizio della virtù</hi> (il perfezionamento spirituale) e subordinatamente <hi rend="italic">la sufficienza dei beni materiali</hi> che sono stromento alla pratica della virtù (Fonsegrive, Antoine, H. Pesch). Ciò è decisivo nella storia della scienza. Da quel tempo il concetto di <hi rend="italic">ordine utilitario</hi> rimase coonestato per sempre, collegandosi a quello di ordine etico e giuridico.</p>
        <p>Di qui i principi che dominano l'ordine economico. Sono di tre serie: etici, giuridici, economici.</p>
        <p>
          <pb n="1.294" />
        </p>
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          <head>I. Principi etici</head>
          <p>Criteri etici. ‒ 1. Esiste una legge, di cui autore è Dio; il quale creando l'uomo gli prescrisse un fine e dette norme alla sua condotta per conseguirlo. Tal legge è<hi rend="italic"> morale imperante</hi> (non di necessità fisica); come quella che deriva dall'autorità divina che la impone e dalla libertà umana, che con spontanea adesione e con meritoria cooperazione è chiamata a tradurla in atto.</p>
          <p>Questa legge morale è il fattore <hi rend="italic">primo e remoto dell'ordine</hi> sociale, come un archetipo, il quale si eleva dinanzi agli occhi dell'<hi rend="italic">umanità</hi> e le addita ciò che <hi rend="italic">quello deve essere</hi> e ciò che <hi rend="italic">questa deve fare</hi> per attuarlo; sicché l'uomo rimane il fattore prossimo e immediato dell'ordine stesso. Questa legge morale domina tutta la attività umana, rivolta sia ai fini superiori essenzialmente etici della esistenza, sia ai fini inferiori anco materiali compresa pertanto la attività economica.</p>
          <p>2. L'ordine sociale perciò stesso è primamente fondato sul <hi rend="italic">dovere</hi> (di adempire la legge etica) nella <pb n="1.295" />duplice sua esplicazione di <hi rend="italic">giustizia</hi> e di <hi rend="italic">carità</hi> in tutte le sue relazioni con <hi rend="italic">Dio</hi>,con l'<hi rend="italic">uomo individuo</hi> e colla <hi rend="italic">collettività umana</hi>.L'economia stessa ne rimane signoreggiata in tutte le sue manifestazioni: il riposo domenicale non mira a consacrare tempo ed energie ad ossequio ed onore della divinità? Le leggi limitatrici del lavoro eccessivo non poggiano sul dovere della propria personale integrità? Tutta la beneficenza non ha un movente ed un fine superiore all'egoismo dei singoli?</p>
          <p>Tale ordine inoltre trova la sua guarentigia nel dovere della <hi rend="italic">abnegazione o sacrifizio</hi>,come condizione al riconoscimento e all'osservanza dell'ordine stesso. Senza di ciò le passioni umane abbuierebbero la visione e disvierebbero la esecuzione di quest'ordine e dell'utile connesso. In particolare, senza la virtù di <hi rend="italic">temperanza</hi> (o abnegazione) la cupidigia degli acquisti o la febbre dei godimenti sconvolgerebbe e infine troncherebbe il cammino morale della ricchezza (Périn). È la storia delle perturbazioni economiche di tutti i tempi.</p>
          <p>È sul <hi rend="italic">dovere</hi> che si fonda il <hi rend="italic">diritto</hi> (in senso soggettivo), cioè la facoltà morale di esigere dagli altri uomini, nelle relazioni esterne di convivenza, rispetto negativo (<hi rend="italic">non laedere</hi>)ed aiuto positivo (<hi rend="italic">suum cuique tribuere</hi>)in adempimento della legge etica, cui è connesso il bene. In questo diritto etico <pb n="1.296" />razionale (naturale) sta la radice di una intera legislazione positiva, riguardante i<hi rend="italic"> beni economici</hi>,nelle relazioni domestiche, sociali e politiche.</p>
          <p>3. Tale legge etica doverosa è prescritta a tutti ed a vantaggio di tutti, perché sostanzialmente eguali gli uomini nella natura e nel fine morale; donde una <hi rend="italic">eguaglianza essenziale per essi nel dovere</hi>,al quale niuno è sottratto. Ma poiché negli uomini vi ha ancora una accidentale graduazione di facoltà e di corrispondenti limitazioni (deficienze), così nella convivenza sociale rivolta al bene comune la legge etica si esplica colla <hi rend="italic">graduazione proporzionale del dovere</hi>,per cui nei mutui rapporti o servigi rivolti a bene comune, il dovere incombe ai singoli in proporzione delle rispettive attitudini o facoltà (personali e reali) e si esercita verso gli altri in proporzione delle rispettive deficienze e quindi del bisogno di fruire dei collettivi servizi. Di fronte a questi: <hi rend="italic">chi più ha deve e chi meno ha più riceve.</hi></p>
          <p>Donde l'ordine sociale, pur risultando dal concorso armonico delle classi superiori e inferiori, non solo converge al bene comune cioè alla tutela e soccorso di tutti, ma riesce a beneficio prevalente dei meno adatti, dei deboli, dei poveri, che sono i più numerosi. Così la legge etica rivolge le stesse varietà individuali umane, germe di scissura e contrasto, a comporre invece e a rinsaldare la unità sociale.</p>
          <p>
            <pb n="1.297" />Questa <hi rend="italic">legge etica del dovere proporzionale</hi> (sia di rigorosa giustizia, sia di equità e di carità) è criterio fondamentale, che si ripercuote nel diritto e nella politica. Ma, in ispecie nell'economia, essa governa la distribuzione e l'uso della ricchezza; nel regime finanziario regola la prelevazione ed erogazione delle imposte, e nella sociologia poi diviene cemento di solidarietà fra le varie classi sociali. Le crisi sociali (e quella stessa che ci affligge) hanno origine prima nell'oblio o violazione aperta di questa legge del <hi rend="italic">dovere proporzionale</hi> degli abbienti verso i nullatenenti, o altrimenti dei meglio dotati d'ogni superiorità (fisica, morale, economica, civile) verso i meno favoriti dalla natura e dalle contingenze umane.</p>
          <p>L'etica nella storia economica. ‒ 1. Questa dipendenza dell'ordine economico da quello etico non è dunque soltanto speculativa, ma pratica. Il progresso o regresso della prosperità materiale dei popoli segue nella storia le vicende dell'osservanza e della violazione delle leggi del dovere (Périn). Questo nesso pratico è evidente: la morale (religiosa e filosofica) <hi rend="italic">assegna il fine</hi> ultimo della vita umano-sociale e <hi rend="italic">prescrive il dovere</hi> di conseguirlo con tutte le forme adeguate di operosità, compreso l'acquisto e l'uso della ricchezza. Essa dunque investe tutta l'attività umana; sospinge quindi e dirige a questo termine anche l'attività economica.</p>
          <p>2. Ma, avvertasi bene, questa <hi rend="italic">efficacia pratica</hi><pb n="1.298" /><hi rend="italic">delle dottrine etiche</hi> non si avvera storicamente che sotto la triplice condizione che esse presentino indiscutibile <hi rend="italic">certezza</hi>,evidente <hi rend="italic">bontà</hi>,somma <hi rend="italic">autorità</hi>;sì da imporsi alla coscienza universale e reggere così la operosità stessa economica dei popoli.</p>
          <p>Or bene: l'etica razionale, fondata esclusivamente sulla ragione, sebbene suscettiva di intuire le verità della legge morale e di scorgerne la fonte prima in Dio, non mai nella storia valse ad apportare queste guarentigie di certezza, di splendore, di virtù impellente, sì da imperare in modo duraturo ed efficace sulle coscienze e sulla comune operosità (anche economica). La varietà delle scuole filosofiche, gli errori commisti alle migliori dottrine e la difficoltà degli argomenti scientifici la esautorano o la rendono inaccessibile dinanzi alle moltitudini, le quali frattanto procedono sott'altre forze direttive.</p>
          <p>Perciò l'umanità, nella sua grande maggioranza, accettò sempre (più o meno lucidamente) i precetti di morale condotta come parte della fede e perciò siccome fondati sull'autorità della religione. Non vi ha popolo (così Tarde, Kidd) che il <hi rend="italic">bene</hi> o il <hi rend="italic">male</hi> consideri tali, se non in nome del sovrannaturale, più o meno bene inteso; ed è per questa via della fede che l'etica esercitò di regola le sue influenze nell'economia dei popoli.</p>
          <p>L'etica orientale. ‒ 1. Morale eminentemente <pb n="1.299" />religiosa fu quella dell'Egitto, della Cina antica, della Persia, dell'India braminica e buddista, ad onta che lo stesso Sakyamuni (o Buddha) si dicesse ateo. E se quei morali precetti, spesso nobilissimi, poterono (come vedemmo) alimentare una cultura anche economica, precoce ed elevata, le sorti posteriori di questa furono quelle stesse della fede. — L'India si curva fin da remote origini e tuttodì sotto il fondo di una dottrina panteistica pessimistica (raffermata dal buddismo fatalista), la quale considera la vita presente come un castigo, e che alimenta il desiderio di estinguersi nel gran mare dell'essere; e così nella cupa contemplazione trascendentale si esaurisce nel popolo ogni virtù operativa e la stessa attività economica. — La Cina, smarrita o indebolita da lontanissima età la fede in un unico <hi rend="italic">potere morale divino</hi> (Legge, Harlez, Broglie), per cui l'imperatore sempre si dichiarò figlio del cielo, per ricadere nel <hi rend="italic">culto degli antenati</hi> (che dovunque sta al fondo delle idee religiose dei popoli), obbedisce oggi all'<hi rend="italic">utilitarismo personale</hi> temperato, proprio della filosofia di Confucio; e il cinese nel suo egoismo per tal guisa consacrato, non sa assurgere dalla vita domestica, in cui si incentra, al sentimento del sociale progresso che involge abnegazione per fini superiori, cullandosi, in ordine alla ricchezza stessa, nelle illusioni della sua millenaria mediocrità.</p>
          <p>
            <pb n="1.300" />2. In generale poi le grandi religioni dell'Asia, compresa quella degli arii zendici (persiani), che pure fra tutte offre più alto valore morale (per la grande parte che attribuisce alla responsabilità umana nella lotta fra il bene e il male), — furono, o per il loro ordinamento ieratico o per il loro carattere filosofico, tutte <hi rend="italic">esoteriche</hi>,cioè riservate a pochi iniziati od a ceti privilegiati; scindendosi così dalla religione delle moltitudini, prone invece ad un <hi rend="italic">panteismo materialistico</hi> in forme molteplici di idolatria, che divinizza ogni ente di natura, l'uomo stesso e le sue passioni (antropomorfismo). Sicché quella morale religiosa, di fronte ai beni economici, per gli uni troppo ascetica e per gli altri condiscendente e grossolana, perde ogni rispettabilità e autorità <hi rend="italic">moderatrice</hi> sulle popolazioni, le quali procedono irrefrenate sulla via di un <hi rend="italic">utilitarismo economico</hi>,che dapprima esalta la cupidigia degli acquisti materiali, più tardi irrita la passione dei godimenti sensuali in cui si sperde ogni virtù produttiva; e ciò in que' due momenti successivi di un ottimismo procacciante e di un pessimismo desolato, che contrassegnano la storia dei popoli pagani d'oriente, ripercuotendosi su quelli d'occidente.</p>
          <p>L'etica classica. ‒ 1. Non è esatto che in Grecia e Roma fin dalla antichità la morale fosse distaccata dalla religione e quindi puramente umano-razionale; <pb n="1.301" />e ciò con profitto della elevazione della individualità greca e della potenza romana, riflettendosi poi sulla loro economia. Vero è, invece, che di idee religiose congiunte ad una morale severa erano imbevuti gli arii occidentali (europei), i celati, i germani, gli slavi e le loro istituzioni fino a' tempi della conquista romana, come abbiamo in Tacito; e prima di loro le genti elleniche e latine, come attestano Esiodo, Omero, Ennio (Fustel de Coulanges). Solamente può dirsi che il discredito e il pervertimento di una morale religiosa furono, presso queste ultime, più anticipati e diffusi.</p>
          <p>Venute meno nelle lunghe marce di quelle tribù guerriere conquistatrici di Grecia e d'Italia le tradizioni asiatiche del monoteismo e di un sacerdozio custode dei codici sacri, e la religione fattasi domestica ed etnica, il genio arido pieghevolissimo, al cospetto della natura pittoresca della penisola e dell'arcipelago ellenico, si foggia un politeismo eminentemente estetico e plastico, che poi a contatto delle colonie ricche e corrotte, lidie, frigie e fenicie divenne sensuale, fomite di degradamento e corruzione; non lasciando posto, fra lo spregio delle classi più elette, che ad una morale razionale. Ma la filosofia, alla sua volta, per la stessa vivacità degli ingegni, che pur si sollevano talora a sovrane concezioni morali, non mantiene unità organica; e <pb n="1.302" />moltiplicandosi i sistemi colle scuole ionica, italica, eleatica, e poi dei sofisti, dei socratici, dell'accademia e del peripato, porgono bensì alimento all'intellettualismo trionfante nella cultura ellenica, ma sperdono l'efficacia educatrice, infiacchendo la volontà, dissolvendo la coscienza e infine stemperando la stessa energia economica; ciò che fa dire a Sallustio: <hi rend="italic">virtus</hi>,<hi rend="italic"> vigilantia</hi>, <hi rend="italic">labor apud graecos nulla sunt</hi>.</p>
          <p>E in Roma, a queste influenze deleterie del politeismo sensuale e del filosofismo eclettico, ivi trapassato dalla Grecia, si aggiunge una morale, che non meno della religione, caduta nel dominio dello Stato (censori, pontefici), travolta nel vortice delle ambizioni e corruttele politiche, affoga da ultimo nel disordine del costume non solo la scarsa operosità economica, ma le immense ricchezze usurpate ai popoli dell'universo.</p>
          <p>2. Il processo storico dell'età classica non è dissimile dal precedente. La morale è qui pure in breve sostituita dall'<hi rend="italic">utilitarismo</hi> individualistico in Grecia e politico in Roma; il quale si incentra nel presente, e, perduta ogni fede nel lontano futuro, attende disperato il proprio annientamento. È una leggenda la <hi rend="italic">gioia antica</hi> ammirata nelle popolazioni classiche da W. Goethe e da Nietzsche. Essa poté fiorire in un momento di ottimismo fra le vittorie dell'idealismo ellenico o del patriottismo romano; ma il fato <pb n="1.303" />ineluttabile preme sul Giove olimpico come su quegli eroi del pensiero o del braccio, e l'ultima parola è un pessimismo disperato; ciò che in Roma è scolpito dal <hi rend="italic">carpe diem</hi> oraziano, mentre fra gli eredi della cultura ellenica il <hi rend="italic">bizantinismo</hi> significò sempre vacua logomachia ed impotenza (I. Burckhardt). E ciò precisamente, quando era apparsa sul tramonto del mondo antico una <hi rend="italic">morale</hi> che facea promessa di sempre novelle resurrezioni, anche nella economia dei popoli.</p>
          <p>L'etica cristiana anche agli occhi del sociologo, per la sua efficacia civile, non apparisce, come altri asserì, quale evoluzione delle religioni antiche (mazdeismo, buddismo) o della filosofia pagana, p. e. dello stoicismo (Havet, Renana); bensì fu una innovazione sì completa, che rispetto a quanto fino allora prevalse, può dirsi uno spostamento dell'asse morale del mondo (Talamo). Essa dovea innovare anche l'economia.</p>
          <p>1. Essa ricondusse le <hi rend="italic">norme dell'umana condotta</hi> alla rivelazione di un Dio unico, perfettissimo, personale (distinto dal mondo), attribuendovi così valore di verità assoluta e positiva, e prevenendo gli antichi pervertimenti del soggettivismo filosofico o del panteismo idealistico o del politeismo materialistico; e tuttavia serba a quelle carattere umano, non rigettando ma completando i precetti razionali <pb n="1.304" />di onestà, radicati nella coscienza e rispondenti alla natura dell'uomo. Perciò nel rispetto dei beni economici essa tieni egualmente remota dalla accondiscendenza alle umane cupidigie, come dalle esigenze di un eroismo impossibile alla comune degli uomini (Branca).</p>
          <p>2. Essa assegna all'uomo <hi rend="italic">per fine il possesso di Dio</hi>, bene morale assoluto, <hi rend="italic">nella vita eterna</hi>;e per condizione doverosa, il perfezionamento proprio interiore sull'archetipo divino (<hi rend="italic">siate perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli</hi>)e la cooperazione propria esteriore ai disegni divini <hi rend="italic">nel mondo e nella vita terrena</hi>; togliendo l'antinomia fra il presente e il futuro, quello coordinando a questo. — Così, mentre prefigge all'umanità un ideale infinito da ricopiarsi, principio di ogni ascensione umana, non è per questo <hi rend="italic">morale ascetica</hi> negatrice del mondo, ma <hi rend="italic">operativa</hi> per eccellenza cioè dominatrice di esso. Dal passo biblico che addita il primo uomo posto nel giardino terrestre <hi rend="italic">ut operaretur</hi>,alla sentenza di Paolo, <hi rend="italic">fide sine operibus mortua est</hi>,spicca sempre il concetto dell'uomo <hi rend="italic">collaboratore di Dio. —</hi> In particolare nei riguardi economici, la morale cristiana da un canto legittima i beni materiali, come stromenti al bene morale, impartendo all'uomo la padronanza del mondo (<hi rend="italic">tu dominerai la terra</hi>) e facendo dell'acquisto di essi (per mezzo dell'attività economica e dei sacrifizi inerenti) <pb n="1.305" />per la generalità <hi rend="italic">un dovere</hi>; da un altro condanna il disvio dei beni dalla naturale loro destinazione (<hi rend="italic">perché hai tu sepolto il talento invece di trafficarlo</hi>?)anzi lo stesso disordinato affetto per essi (<hi rend="italic">usate del mondo come se non foste di questo mondo</hi>,s. Paolo), affinché il mezzo materiale non distolga dal fine, che è il bene morale. Era sciolto finalmente l'enigma di tutta l'antichità intorno alla funzione della ricchezza: la civiltà rimaneva essenzialmente spirituale, ma la prosperità economica figlia dell'operosità meritoria diveniva doverosa e nobile, in quanto a quella conduce (Rosmini).</p>
          <p>3. E i fini doverosi e l'attività meritoria (anche economica) dell'uomo, coi suoi sacrifizi, l'etica evangelica assicurò con tutte le sue sanzioni di premi e castighi in questa vita e nell'altro mondo; sanzioni che d'ora innanzi si aggirano non tanto sul <hi rend="italic">timore</hi>,quanto sull'<hi rend="italic">amore di Dio</hi>:<hi rend="italic"> — operate nella forte pazienza per amore di Dio, come egli umanato operò e patì per amore delle sue creature</hi>;<hi rend="italic"> — ciò che io ho fatto per voi, fate voi pure reciprocamente</hi>;<hi rend="italic"> — chi è più grande fra voi serva agli altri</hi>;<hi rend="italic"> — non vi ha maggiore amore di colui che dà la vita per i suoi fratelli</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> non sono espressioni trascendenti di misticismo, ma furono parole di vita per l'umanità, che si sentì pervasa da una virtù di operosità e di espansione non mai sospettate. Quale paragone fra i moventi ordinari <pb n="1.306" />delle società pagane, l'istinto della conservazione, la paura di dei crudeli, il piacere, il patriottismo, l'interesse, la gloria, — e la potenza dell'<hi rend="italic">amore di Dio</hi>? Per essa nessun limite all'operare umano; nessun calcolo di egoistico ricambio nel sacrifizio; ogni interesse esclusivo di pochi nel presente cede al bene futuro e progressivo di tutti; e così la vita sociale partecipa a qualche cosa di infinito e di perenne. Immensa trasformazione anche economica: d'allora in poi le leggi dell'utile stesso si trovarono avvinte non solo alla giustizia, ma alla carità; e in ispecie si rovesciò il ciclo storico della distribuzione della ricchezza. Per millenni la piramide di pochi doviziosi privilegiati si eresse sull'asservimento e sulla miseria delle moltitudini; d'ora innanzi il progresso economico-sociale comincerà a misurarsi dalla affrancazione e dal benessere crescenti delle classi laboriose (B. Kidd).</p>
          <p>4. Dottrina etica finalmente non esoterica, ma aperta a tutti gli uomini (<hi rend="italic">ciò che si bisbigliò finora all'orecchio, voi predicate dai tetti</hi>) ed anzi prima ai poveri, — la morale evangelica, poggiando sulla legge di natura e continuando la rivelazione orale primitiva e quella scritta del Decalogo o della Bibbia, mercé una autorità vivente che ne custodisce i principi e ne svolge variamente le applicazioni, (la Chiesa), la morale evangelica, ripetiamo, universale e <pb n="1.307" />storica per eccellenza, doveva essere la fiaccola dell'umanità peregrinante nei secoli, divenire cioè la morale del progresso civile ed anche economico.</p>
          <p>Mentre le società pagane infatti videro scomparire le loro ricchezze fra il sentimento d'irreparabile ruina, per contrario il rigoglio multiforme della attività economica e l'incremento indefinito della ricchezza solo si avvera storicamente da venti secoli fra le genti della civiltà occidentale, sotto il raggio della morale cristiana.</p>
          <p>L'etica contemporanea. ‒ Così le vicende della nuova economia sostanzialmente seguirono quelle dell'etica cristiana. Ma quali le sorti probabili della economia contemporanea, in cui si rinnovò il tentativo di una <hi rend="italic">morale razionale</hi> ossia <hi rend="italic">indipendente</hi> da ogni credenza religiosa? Alla domanda sembra dar risposta decisiva la storia filosofica ed economica insieme. Il periodo di oltre un secolo, comprendente tre scuole filosofiche — dell'<hi rend="italic">idealismo</hi> (da Berkeley, a Kant, ad Hegel) — del posteriore <hi rend="italic">positivismo biologico</hi> (da Comte a Spencer) — e del più recente <hi rend="italic">positivismo psicologico</hi> (di Lange, Wundt e dei soggettivisti neo-kantiani) scorse da un lato venir meno la convinzione di norme etiche obbligatorie, e da un altro grandeggiare parallelo l'<hi rend="italic">utilitarismo</hi> in filosofia (da Bentham a J. S. Mill e agli odierni materialisti) e peggio nel costume delle nazioni e degli Stati.</p>
          <p>
            <pb n="1.308" />In un primo momento quell'utilitarismo valse a dare straordinaria e universale esaltazione alla produzione ed all'accumulo della ricchezza materiale (industrialismo), celando in qualche misura la violazione simultanea di ogni legge morale nei rapporti stessi economici. È il momento dell'<hi rend="italic">ottimismo liberale</hi>,lungo il secolo XIX. Ma nella seconda metà di esso le moltitudini, vittime di quell'utilitarismo economico spregiatore della morale religiosa, s'accampano contro questa ricchezza, minacciando la spogliazione e la distruzione di essa. È il momento del <hi rend="italic">pessimismo socialistico</hi>,rappresentato dal collettivismo catastrofico e dall'anarchia nichilista.</p>
          <p>Con un ricorso storico pagano, la poderosa economia moderna è pertanto paurosamente compromessa dal fatto del disconoscimento sistematico odierno della legge etica cristiana. Grande lezione agli economisti e ai popoli.</p>
          <p>
            <pb n="1.309" />
          </p>
        </div>
        <div>
          <head>II. Principi giuridici</head>
          <p>Genesi razionale. ‒ 1. L'ordine sociale affidato alla spontanea attuazione degli uomini sotto l'autorità della legge razionale-divina, per la corrotta natura degli uomini non rimarrebbe sempre ed integralmente rispettato, senza il concorso di <hi rend="italic">leggi positive</hi>,cioè proclamate da una autorità umana e munite di sanzione esterna coercitiva; — donde quell'ordine etico civile si converte in <hi rend="italic">ordine giuridico-politica</hi>, introdotto e rappresentato dallo Stato (personificazione di esso).</p>
          <p>2. Data la società umana ossia l'ordine etico-civile, il cui fine è di conferire al <hi rend="italic">bene comune</hi> (generale) del perfezionamento morale, fisico, intellettuale e del relativo incremento economico per tutti i consociati (individui nelle famiglie), mercé un <hi rend="italic">sistema di relazioni o prestazioni reciproche</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> sopravviene la società giuridico-politica, col proprio fine di attribuire «<hi rend="italic">sicurezza ed efficacia esterna coattiva</hi>»all'ordine stesso etico-civile in modo da renderlo «inviolabile»;cioè di guarentire, mercé <hi rend="italic">positive</hi> prescrizioni e <pb n="1.310" />provvidenze suscettive di coercizione, il più certo e compiuto conseguimento del bene comune. Così lo Stato concorre ai beni propri della civiltà, mediante «<hi rend="italic">la sicurezza dell'ordine</hi> ».</p>
          <p>Sulla base elementare delle società domestiche (individui nelle famiglie) si erige così la <hi rend="italic">società etico-civile</hi>; ma poi la <hi rend="italic">società politica</hi> o<hi rend="italic"> Stato</hi> la guarentisce ed integra. Senza lo Stato, i doveri e poteri umani, fondati sull'etica e diritto razionale o naturale, da cui derivano le relazioni sociali, comprese quelle economiche, rimarrebbero in gran parte potenziali, cioè imperfetti, nella loro piena e certa esplicazione. Perciò «la società giuridico-politica serve alla società etico civile, come questa alla società domestica cioè agli individui e famiglie ».</p>
          <p>La società politica o Stato è perciò distinta dalla società etico-civile, ma non separata; anzi è una forma speciale di organizzazione di questa, <hi rend="italic">per uno scopo particolare e coordinato</hi>.In essa l'autorità sovrana divina, che domina colla legge eterna su tutta la umanità, diviene <hi rend="italic">autorità imperante umana</hi> sopra i cittadini di singoli territori; i doveri morali e le facoltà di diritto naturale divengono <hi rend="italic">obbligazioni</hi> e <hi rend="italic">diritti positivi</hi> (concreti); il <hi rend="italic">fine immediato del bene comune</hi> degli uomini si tramuta in fine mediato e stromentale di <hi rend="italic">sicurezza e perfezione esterna coercibile</hi> di quel bene stesso.</p>
          <p>
            <pb n="1.311" />3.Donde i caratteri dello Stato: — di <hi rend="italic">società morale</hi> esso medesimo, nel senso che è consorzio di uomini liberi e responsabili, cospirante a fini doverosi etici; e che perciò ha la sua fonte remota nella legge etica divina, di cui non è che una forma di applicazione razionale umana alle condizioni concrete di fatto dell'uomo sociale; — di <hi rend="italic">società utile</hi> anzi necessaria a raggiungere i fini del perfezionamento umano-sociale; — di <hi rend="italic">società complementare</hi>,che si aggiunge ad altre per rendere più compiuto il conseguimento di que' fini stessi di civiltà.</p>
          <p>Lo Stato (o società politica) pertanto suppone una <hi rend="italic">sovranità</hi> ossia una <hi rend="italic">autorità suprema</hi>,spettante ad una persona concreta (fisica o morale) che è il sovrano, e consistente in «una somma di <hi rend="italic">poteri morali imperanti, unificatori dei voleri e delle opere dei consociati</hi>;e munita di <hi rend="italic">mezzi esterni</hi> (personali e reali) proporzionati agli uffici dello Stato stesso».</p>
          <p>Uffici o funzioni dello stato. – 1 . «Vi ha un <hi rend="italic">primo ufficio</hi> o una <hi rend="italic">prima funzione giuridica</hi> di costituire, mantenere, unificare l'ordine mercé il diritto (legge coattiva)». La quale si tripartisce: — in una funzione <hi rend="italic">giuridico-costituente</hi>,con cui si ricollegano ad unità gli enti e i mezzi sociali a servigio della sovranità stessa e per i suoi fini; p. e. organizzare in determinate forme e persone i poteri dello Stato reggente (governo), la gerarchia dei funzionari, la forza <pb n="1.312" />degli eserciti, i mezzi economici (finanza) — in una funzione <hi rend="italic">giuridico-tutrice</hi>,di riconoscere e assicurare la integrità e il libero svolgimento di tutti gli enti (persone ed istituti umano-sociali) e delle loro facoltà — in una funzione <hi rend="italic">giuridico-unificatrice</hi>, di coordinare e dirigere questi enti al miglior bene comune.</p>
          <p>Succede una <hi rend="italic">seconda funzione sociale-civile</hi> quella «di <hi rend="italic">coadiuvare il progresso umano sociale</hi> nel migliore conseguimento dei fini morali e dei mezzi materiali della civiltà ».</p>
          <p>2. Di qui i <hi rend="italic">poteri</hi> (facoltà morali) della sovranità per l'adempimento di questi uffici: — un potere <hi rend="italic">legislativo</hi>,di dar norme imperanti alla condotta esterna umana; p. e. statuti, leggi, regolamenti; — un potere <hi rend="italic">esecutivo</hi>,di curarne la attuazione ed osservanza inviolabile (esecuzione) da parte dei cittadini e della società; p. e. con tribunali, norme procedurali, sistemi di sanzioni coercitive; — un potere <hi rend="italic">amministrativo</hi>, di gestione degli interessi sociali; p. e. l'istruzione, la locomozione, la beneficenza. Tutti questi poteri (ed altri coordinati a questi principali) in varia forma e combinazione si esercitano nell'esplicazione di ciascuno di quegli uffici.</p>
          <p>Al quale proposito è da osservare che il fine ultimo dello Stato, nell'esercizio di questi uffici e poteri, è sempre quello di contribuire al <hi rend="italic">bene comune</hi>,cioè al perfezionamento spirituale e materiale della <pb n="1.313" />società tutta intera; ma ciò con mezzi suoi propri <hi rend="italic">esterni</hi> e <hi rend="italic">coercibili,</hi> e salvo (avvertasi bene) che vi provveda talora <hi rend="italic">immediatamente</hi>,tal'altra <hi rend="italic">mediatamente</hi>.</p>
          <p>3. Di qui le seguenti deduzioni economiche. — Si comprende come l'ordine giuridico politico (e lo Stato che lo rappresenta ed attua) investa tutti i rapporti sociali esteriori, e per questa via influisca sulla stessa vita interiore spirituale (la cultura, l'educazione dell'animo, ecc.); e perciò stesso come si estenda a quelli pure materiali della ricchezza. Anzi lo Stato colle sue leggi, colle sue coazioni, colla sua gestione amministrativa, abbraccia tutti i fattori, gli istituti, i procedimenti economici; sicché deve dirsi: — che senza lo Stato la vita economica rimarrebbe incerta, caduca, <hi rend="italic">entomata in difetto</hi>; <hi rend="italic">—</hi> che lo sviluppo normale di questa segue la retta esplicazione delle funzioni di quello — e che viceversa ogni errato concetto sulla natura e sui fini dello Stato medesimo, o qualunque scorretta azione di esso, deve ripercuotersi sinistramente sulla economia dei popoli. Tutto questo dimenticano le scuole che alternamente nella storia, ed oggi ancora, tendono al nichilismo ovvero al panteismo di Stato. Ciò rende più urgente l'analisi delle due funzioni.</p>
          <p>Primo ufficio giuridico dello stato. ‒ In senso stretto, questo è<hi rend="italic"> principale</hi> od <hi rend="italic">essenziale</hi>.Lo Stato non sorge per dare all'ordine spontaneo, puramente <pb n="1.314" />etico-sociale, piena <hi rend="italic">sicurezza</hi> mercé il diritto esterno e coercibile? Senza di ciò lo Stato non avrebbe ragion d'essere. È in questo modo che lo Stato riesce a coinvolgere generalmente e costantemente la vita economica.</p>
          <p>1. In particolare quella <hi rend="italic">funzione giuridica</hi> che dicemmo <hi rend="italic">costituente</hi>,cioè d'introdurre l'ordine, si addentra addirittura nelle viscere dell'organismo sociale economico. Per ricollegare e stringere ad unità in servizio della sovranità politica e dei suoi compiti i cittadini, frattanto assorbe una parte di preziose intelligenze utilissime alle industrie e le adibisce alla amministrazione politica (funzionari); assottiglia e rende inerti coll'esercito le forze delle moltitudini disponibili per il lavoro materiale; soprattutto sottrae agli usi privati una quota parte del capitale o del reddito della nazione per comporne un patrimonio proprio, cioè la finanza. E si formano così due sistemi di economia sovrapposti, <hi rend="italic">nazionale</hi> e <hi rend="italic">di Stato</hi> («Volks-und-Staatswirtschaft») in mutua dipendenza, né sempre armonici fra loro, talora in conflitto (Schäffle, Wagner, Lampertico).</p>
          <p>Nell'insieme però, l'assorbimento di forze e mezzi economici della nazione, da parte dello Stato, trova il suo ricambio in un aumento di ricchezza sociale, che è l'effetto indiretto dell'ordine pubblico e del progresso civile, dallo Stato assicurato e promosso; <pb n="1.315" />ma non sempre in uno esatto pareggio strettamente economico. Il sacrifizio della ricchezza rappresentato dalle spese dei governi si traduce bensì in aumento di beni; ma in parte immateriali (pace, educazione, indipendenza) e in parte soltanto e per via indiretta materiali; lasciando sempre (salvo casi eccezionalissimi) un residuo economico passivo. Sicché la regola rimane quella di cercare non già un esatto pareggio (prossimo o remoto) fra la odierna spesa <hi rend="italic">finanziaria</hi> e il futuro aumento del reddito nazionale, ma un incremento di <hi rend="italic">beni civili</hi> col minimo sacrificio definitivo di <hi rend="italic">beni economici</hi> della nazione.</p>
          <p>Ciò che, a parità di reddito finanziario, si può ottenere, sia col regime delle uscite, in modo che l'impiego delle spese ridondi il più possibile a rassicurare ed educare l'attività economica, sia col regime delle entrate, in modo che queste col loro assetto comprimano il meno possibile l'espansione e lo slancio produttivo della nazione. Nella impossibilità di restringere i poderosi bilanci degli Stati odierni, questo criterio domina le riforme della finanza moderna.</p>
          <p>Con questa funzione giuridico-costituente la sovranità, organizzando un sistema di <hi rend="italic">mezzi</hi> (<hi rend="italic">reali</hi> e <hi rend="italic">personali</hi>)per guarentire i propri poteri e il loro esercizio al fine della sicurezza (esterna coattiva), provvede al <hi rend="italic">bene comune in modo immediato</hi>. I corpi legislativi, gli uffici amministrativi, la diplomazia, <pb n="1.316" />l'esercito, sono stromenti a servigio di tutta l'<hi rend="italic">unità organica</hi> dello Stato; e perciò tutti i cittadini debbono contribuirvi <hi rend="italic">in proporzione della propria attitudine.</hi> Donde, a comporre le stesse finanze dello Stato, il principio dell'uguaglianza proporzionata alla capacità soggettiva del contribuente (o capacità contributiva).</p>
          <p>2. Colla <hi rend="italic">funzione</hi> che dicemmo invece <hi rend="italic">tutrice</hi>,lo Stato provvede al bene comune dei singoli consociati in <hi rend="italic">modo mediato</hi>,cioè per mezzo della <hi rend="italic">società etico-civile</hi>,che già <hi rend="italic">preesiste</hi> col suo organismo gerarchico (classi) e colle società domestiche (individui e famiglie) che ne sono gli <hi rend="italic">elementi</hi>. Con essa lo Stato, proteggendo la integrità di quell'ente organico complesso, che è la società colle sue classi (enti collettivi) e coi suoi elementi (enti privati), mercé la <hi rend="italic">sicurezza</hi> proveniente dal diritto, conferisce al bene comune finale soltanto mediatamente. Ciò è decisivo.</p>
          <p>Lo Stato infatti colla funzione tutrice e chiamato mediante le leggi positive a guarentire il <hi rend="italic">riconoscimento</hi>,la <hi rend="italic">incolumità</hi> eil <hi rend="italic">libero sviluppo</hi>,alla società etico-civile; ma non può disconoscere, alterare, ‘distruggere ciò che esso non ha creato, ne colla legge giuridica contraddire alla legge morale da cui la società e lo Stato stesso derivano. Così l'ordine stesso economico nei suoi fattori ed istituti normali, mentre reclama l'intervento della legge a proteggerlo, rimane primamente inviolabile nella sua essenza di fronte <pb n="1.317" />allo Stato. Gli abusi in proposito troppo frequenti nella storia sono stati la conseguenza dell'oblio di questo principio; e ancora oggi il programma del socialismo di Stato poggia sopra la violazione di esso.</p>
          <p>Questa tutela giuridica in particolare (diretta al fine del bene comune) ha <hi rend="italic">per oggetto</hi> in prima gli <hi rend="italic">elementi compositivi</hi> dell'umana convivenza: cioè gli individui nelle famiglie (enti privati). Sono essi infatti i veri <hi rend="italic">enti reali viventi</hi> con un fine morale proprio e doveroso; mentre la società etico-civile non è che un ente ideale, <hi rend="italic">risultante</hi> da un sistema di mutue relazioni fra quelli. Il definire e guarentire pertanto da parte delle leggi l'<hi rend="italic">esistenza</hi>,le <hi rend="italic">facoltà</hi>,la <hi rend="italic">sfera di azione</hi>,conforme alla natura di questi enti privati, non è penetrare negli interessi particolari, bensì provvedere al <hi rend="italic">bene comune</hi>;essendo interesse di tutti indistintamente che sia riconosciuta la incolumità del proprio essere e dei suoi fini, sotto l'impero della legge morale, sia nei rapporti collo Stato che cogli altri cittadini. Di qui l'<hi rend="italic">eguagliando di tutti nel diritto</hi>,cioè nella facoltà di non essere impediti e di essere coadiuvati (aspetto negativo e positivo del diritto) dagli altri nel conseguimento dei fini etici doverosi. Di qua pure quel primo e fondamentale diritto della <hi rend="italic">libertà</hi> o meglio <hi rend="italic">autonomia personale</hi> «di essere riconosciuti come enti morali <hi rend="italic">aventi fini propri, a cui non si può rinunziare</hi>»,che è la fonte di ogni altra libertà <pb n="1.318" />civile e che distingue la vita privata da quella pubblica; la cui <hi rend="italic">delimitazione gelosa</hi> contrassegna il diritto cristiano da quello pagano e in ispecie l'età moderna. Ma di qui ancora la intangibilità in sé e nel loro sviluppo degli <hi rend="italic">istituti economici</hi> privati, le società lucrative, la facoltà delle contrattazioni e degli scambi, il rispetto della proprietà particolare, ecc. Passarono secoli prima che il diritto consacrasse e difendesse queste fondamenta della vita economica; ne ancora sono (ne saranno forse mai) allo schermo di rinascenti assalti.</p>
          <p>La tutela giuridica dello Stato si estende ulteriormente agli <hi rend="italic">organismi del corpo sociale</hi> (enti collettivi), che sono uno sviluppo di quelli individuali privati, come le classi, le associazioni permanenti, la proprietà collettiva, le istituzioni di pubblica utilità. Lo Stato deve riconoscerne la esistenza nella pienezza delle loro facoltà in ordine ai fini sociali. Esso «non può pertanto rifiutare il conferimento della personalità giuridica ad enti collettivi rispondenti a fini onesti e permanenti della società», come le fondazioni (<hi rend="italic">universitates rerum</hi>)e le corporazioni (<hi rend="italic">universitates personarum</hi>),e quindi p. e. gli istituti di beneficenza pubblica, le unioni professionali (di classe), le comunanze per usi civici e simili. Il diritto liberale, dalla rivoluzione francese ad oggi, si appuntò a disconoscere, menomare, abolire l'esistenza di <pb n="1.319" />questi enti intermedi fra gli individui e lo Stato; ma quasi per vendetta la stessa vita economica oscillò con gravissimo pericolo comune fra l'individualismo dissolvente e il collettivismo assorbente (Gierke).</p>
          <p>Il rispetto della autonomia degli enti privati e collettivi importa ancora il libero esercizio delle loro facoltà, cioè «<hi rend="italic">la libertà dell'attività individuale e sociale</hi> e dei suoi risultati, finché si dispieghi nell'immenso dominio dell'onesto». Così è la spontanea operosità che prepara materia al diritto e non viceversa. Ciò si fa manifesto in tutte le esplicazioni della vita, ma in ispecie nell'attività economica. Questa prorompe ogni giorno più dal fondo delle energie umane con indefinite forme di lavoro industriale, di scambi mercantili, di condivisione de' profitti, di consumi ed impieghi della ricchezza, annodando sempre nuovi e complessi vincoli reciproci morali-utilitari, che poi la legge disciplina e sanziona, trasformandoli in giuridici. Guai se il diritto non seconda la pieghevolezza ed espansione della vita economica; e peggio se ne comprime la molla, che è la libera operosità individuale e collettiva.</p>
          <p>3. Finalmente lo Stato colla <hi rend="italic">funzione unificatrice-direttiva</hi>,senza sopprimere o violentare quegli enti privati e collettivi, assume di disciplinare negli accidenti <hi rend="italic">l'assetto e l'operosità</hi>,in modo <hi rend="italic">che si atteggino e dirigano al bene comune.</hi> È una funzione <pb n="1.320" />coordinatrice-direttiva per eccellenza, in cui sta massimamente la sapienza del governare, che significa convergere e dirigere ad una meta. Anche i <hi rend="italic">codici civili</hi> trovansi di continuo penetrati da prescrizioni di <hi rend="italic">ordine pubblico</hi>,cioè coordinatrici dei rapporti privati al fine del bene generale.</p>
          <p>Ma le applicazioni sono continue e crescenti nel campo economico. La proprietà particolare rimane sacra, ma discipline speciali di varia intensità ne impediscono l'incentramento e ne favoriscono la diffusione; le società fra industriali e mercanti sono libere, ma se ne previene il pericolo del monopolio a danno dei consumatori; tutto il regime monetario e di credito, pur servendo alle private contrattazioni, è atteggiato in guisa che esso serbi carattere di stromento universale di cambio. Le discipline giuridiche riguardanti gli <hi rend="italic">enti collettivi di classe</hi> (p. e. le unioni professionali) intendono a mantenere la solidarietà fra i vari ceti sociali; e gran parte della così detta <hi rend="italic">legislazione sociale</hi> si ispira al concetto supremo di favorire l'unità armonica del corpo sociale nel bene comune finale. Quanto più si rivela, fra il denso intreccio delle istituzioni ed opere private, il nesso delicato e riposto che le collega al fine sociale comune, tanto più diviene importante la funzione coordinatrice delle leggi, cui è congiunto il perfezionamento dell'ordine sociale e con esso il progresso della ricchezza.</p>
          <p>
            <pb n="1.321" />Secondo ufficio sociale-civile dello stato. ‒ 1. Fin qui lo Stato provvede al bene comune, assicurandolo mercé l'ordine <hi rend="italic">estrinseco coercibile</hi> del diritto. Ora, al di là di questa funzione giuridica esclusiva e sua propria, lo Stato, con la <hi rend="italic">funzione sociale civile</hi>,viene ad accrescere il bene comune dei cittadini stessi, cooperando con essi al progresso umano-sociale fisico, intellettuale, morale, che è il <hi rend="italic">fine intrinseco</hi> della civiltà ed ai crescenti mezzi economici di essa.</p>
          <p>Se la funzione giuridica è necessaria e principale per lo Stato, perché senza di essa non si conseguirebbe il beneficio esteriore della <hi rend="italic">sicurezza</hi> dell'ordine, che è la ragione di essere dello Stato medesimo — questa funzione <hi rend="italic">sociale-civile</hi> èinvece per esso <hi rend="italic">secondaria</hi> ed <hi rend="italic">accidentale,</hi> perché i beni di perfezione spirituale sono <hi rend="italic">intrinseci e finali</hi> per i singoli individui in società, cioè corrispondenti alla natura di enti morali e al fine doveroso della loro ultima felicità, e come tali da conseguirsi colla loro personale e meritoria operosità; rispetto alla quale l'azione dello Stato non può essere che <hi rend="italic">coadiutrice</hi> o <hi rend="italic">integrante</hi> del progresso etico-civile. Ciò vale anche per il fine del benessere economico, come mezzo ai beni dello spirito.</p>
          <p>2. Ma lo Stato <hi rend="italic">può</hi> e <hi rend="italic">deve</hi> a questi beni <hi rend="italic">interiori finali di civiltà</hi> cooperare? Avvertasi che, costituita una volta la società giuridicamente allo scopo della <pb n="1.322" /><hi rend="italic">sicurezza</hi> dell'ordine, lo Stato continua tuttavia a comporre un immenso e potente fascio (coattivo) di forze individuali, disponibili eventualmente per altri fini, e capaci perciò di contribuire ancora a que' progressi umani di civiltà a cui non basterebbero né gli individui da soli né le minori e spontanee associazioni. Allora, se lo Stato questi ulteriori benefici <hi rend="italic">può</hi> conseguire, anco <hi rend="italic">lo deve</hi>,essendo dovere umano non solamente di conservare i beni morali finali, ma di <hi rend="italic">accrescerli nel più alto grado possibile</hi>;e all'uopo di giovarsi di tutti que' soccorsi che le forme di convivenza, compreso lo Stato, gli forniscono. Se pertanto la funzione giuridica dello Stato è prevalentemente <hi rend="italic">conservatrice</hi> (dell'ordine esterno), la funzione sociale civile è prevalentemente ed immediatamente <hi rend="italic">coadiutrice del progresso</hi> dell'umanità; ma in tale qualità essa è <hi rend="italic">suppletiva</hi> per eccellenza, chiamata cioè a supplire, per que' più alti gradi di perfezione, alla insufficienza delle spontanee energie individuali e collettive.</p>
          <p>3. Tale carattere suppletivo e integrante della funzione sociale dello Stato si palesa in tutte le esplicazioni del progresso. Lo Stato curerà la igiene, ma spetta però ai singoli di provvedere primamente alla propria salute fisica; — esso contribuirà alla maggiore istruzione generale, ma chi non sa che questa massimamente è un dovere e un diritto degli individui <pb n="1.323" />e delle famiglie? — La beneficenza è immediata e spontanea estrinsecazione di carità individuale o collettiva (di enti sociali); e lo Stato soltanto la integra coattivamente sotto forma di assistenza pubblica. Ma tutto ciò si rende più sensibile nella vita economica: — l'azione più intensa dello Stato moderno (come p. e. in Germania) sul progresso della ricchezza non raffigura in ogni caso che una frazione dell'immensa attività individuale e sociale nella produzione, negli scambi, nei consumi di ogni popolo. I redditi percepiti ed erogati delle odierne poderose finanze (dei grandi Stati europei con due, quattro, sei miliardi di bilancio) sono ancor poca cosa rispetto ai redditi annuali della nazione intera. Né può essere altrimenti; salvo in condizioni patologiche di un decadimento ruinoso come nell'impero romano sotto Diocleziano, o di violenti autocrati rapaci, come nei sultanati orientali. Dovunque sorviva un bagliore di ordine morale-razionale, lo Stato riconosce bensì il proprio dovere verso il progresso materiale, ma come riflesso di quello che incombe alla società, e vi consacra bensì mezzi utili propri, ma derivati dal consorzio civile. L'ideale di Machiavelli e del neo-umanesimo del secolo XVI «di uno Stato ricco in mezzo a popolazioni povere» è un assurdo logico e storico, e cela una serie di ingiustizie. Il tramutare la funzione <hi rend="italic">suppletiva</hi> del governo in ordine alla ricchezza in <pb n="1.324" />un compito <hi rend="italic">principale</hi> di iniziativa e di gestione economica sociale contrassegna oggi il socialismo di Stato.</p>
          <p>Politica economica. ‒ Nella osservanza di questa <hi rend="italic">funzione suppletoria</hi> dello Stato, si racchiudono i canoni di una retta <hi rend="italic">politica economica,</hi> che rientra in questa propedeutica.</p>
          <p>1. L'intervento dello Stato per il progresso economico della società è legittimo ogni qualvolta si esperimenti (è una nozione di fatto) la insufficienza delle spontanee energie individuali e collettive (sociali). Ciò può avverarsi nelle forme di <hi rend="italic">attività economica</hi>:</p>
          <p>o per <hi rend="italic">difetto di iniziativa</hi>;qual privato o società aprirebbe un porto, con enorme dispendio di capitale, per l'incremento del commercio generale, senza alcuna previsione di compenso proprio?</p>
          <p>O per <hi rend="italic">difetto di continuità</hi>;si può concepire che una impresa privata costruisca ed eserciti una vasta rete ferroviaria, finché questa le torni proficua, salvo di abbandonarla quando cessi d'essere lucrosa?</p>
          <p>O infine per <hi rend="italic">difetto della necessaria uniformità ed armonia</hi>;sarebbe possibile regolare il regime di un lungo corso fluviale, senza unità di criteri e di provvedimenti idraulici, lasciando ai privati di difendere la fronte dei propri terreni, ciascuno da sé?</p>
          <p>In tutti questi casi sopravviene l'opera coadiutrice o integrante dei pubblici poteri.</p>
          <p>
            <pb n="1.325" />Legittimato l'intervento governativo, lo stesso carattere <hi rend="italic">suppletivo</hi> di esso ne definisce i <hi rend="italic">gradi di intensità,</hi> in ragione inversa dell'azione spontanea sociale.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Prima esso promoverà indirettamente</hi> il progresso economico; e precisamente con quest'ordine: — coll'illuminare l'azione privata (statistiche, inchieste, studi, ecc.); — col rimuovere gli ostacoli (p. e. autorizzando la esplorazione di una miniera, anche repugnanate il proprietario della superficie); — coll'obbligare i privati ad agire (p. e. prescrivendo consorzi coattivi per le bonifiche, ecc.).</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Dipoi direttamente</hi>,<hi rend="italic"> effettuandolo</hi> coll'azione propria: e ciò semplicemente col sussidiare le opereeconomiche altrui; o più, col fornirle esso medesimo in concorrenza coi privati; o, infine, col fare da sé ad esclusione di essi (monopolio di Stato).</p>
          <p>Bene inteso che in questi gradi e forme dell'intervento dei poteri pubblici vi ha molta parte di <hi rend="italic">relativo</hi>;in ispecie nella loro applicazione decide lo sviluppo comparato della energia individuale e delle associazioni collettive da un canto — e da un altro la potenza e virtù di organizzazione dello Stato. Mature codeste forme pubbliche di organizzazione in Germania, esse sono labili e deficienti nelle razze latine e si equilibrano invece colle energie e coi congegni privati nelle società e Stati anglo-sassoni; donde <pb n="1.326" />vari limiti <hi rend="italic">relativi</hi>.Bensì ogniqualvolta lo Stato <hi rend="italic">agisce economicamente da sé</hi> (in concorrenza e con monopolio), in tal caso assume il carattere di una <hi rend="italic">impresa</hi>,cioè di un ordinamento di fattori produttivi conversi ad un effetto utile materiale, al pari delle altre imprese private; ciò peraltro quanto alla <hi rend="italic">costituzione</hi>,non già quanto al fine, essendo nelle imprese pubbliche il <hi rend="italic">fine del lucro particolare</hi> più o meno dominato da fini di bene generale, non sempre strettamente economico.</p>
          <p>Estensione e limiti delle funzioni di stato. ‒Ripetiamo che gli uffici e i corrispondenti poteri dello Stato hanno razionalmente, per unica norma e misura di legittima esplicazione, il <hi rend="italic">bene comune</hi> o <hi rend="italic">generale</hi> della società ed esso <hi rend="italic">soltanto</hi>.In questo la loro <hi rend="italic">estensione</hi> e i loro <hi rend="italic">limiti assoluti</hi> (Antoine).</p>
          <p>1. Le funzioni dello Stato (sieno giuridiche che sociali) si estendono a quanto interessa il <hi rend="italic">bene generale</hi>;avvertendo che la società civile è un organismo che si allarga nello, spazio (nel mondo), che si perpetua nel tempo (nei secoli) e che si perfeziona (nell'essere e nella vita) con legge di solidarietà. Ciò vale ancora per tutta la vita economica.</p>
          <p>Ciò posto, avvertasi che l'azione dello Stato in pro del <hi rend="italic">bene generale</hi> talora si dispiega <hi rend="italic">sulla totalità dell'essere sociale</hi>; e ciò: — o sull'unità dell'organismo sociale, p. e. colla difesa dell'indipendenza della nazione e dell'autonomia economica di essa (p. e. con <pb n="1.327" />trattati di commercio); — o subordinatamente sul complesso degli ordinamenti collettivi di esso, come le classi (p. e. con leggi sociali sulle corporazioni); — o infine sopra tutti i singoli cittadini, elementi primi della società (p. e. con il codice civile, con leggi sanitarie, col diritto sulle obbligazioni commerciali). Qui vi ha sempre bene generale.</p>
          <p>Tal'altra, l'azione del governo si dirige invece <hi rend="italic">ad una parte soltanto della società</hi>,p. e. con una legge sulla istruzione superiore; e ciò, perché educando i ceti dirigenti sa che essa definitivamente converge al bene generale. Ciò è più manifesto nei provvedimenti agrari dello Stato, che poi si integrano con quelli industriali e commerciali.</p>
          <p>Qualche volta, infine, l'azione dello Stato riguarda esclusivamente un gruppo sociale particolare, senza estendersi con leggi analoghe ad altri; p. e. con la legislazione sociale operaia, per quella tutela speciale dei deboli che non è certo richiesta a pro dei forti e doviziosi. Ma essa serba sempre carattere generale, per connessione di <hi rend="italic">solidarietà</hi>,per cui la tranquillità e soddisfazione delle moltitudini si traduce in bene presente e avvenire di tutti.</p>
          <p>2. È anzi in virtù di questa solidarietà di interessi fra le parti e il tutto, che le funzioni (giuridiche e sociali) dello Stato, e quindi la legittimità dell'intervento di questo per il bene generale, si <pb n="1.328" />dispiega storicamente con latitudine e limiti variabili e relativi; ciò che è spiccatissimo nell'economia. Vi hanno momenti storici, in cui la vita di qualche industria sembra chiusa ed estranea agli interessi dei più; più tardi invece si fa sentire la riposta relazione fra essa e il bene di tutti. Accadde così che in luogo della secolare indifferenza od opposizione fra le vicende rispettive della agricoltura, della manifattura e del commercio, oggi si riconosce come lo sviluppo di tutte le industrie sia indispensabile al progresso dell'economia generale. E così i limiti dell'azione dello Stato si allargano sempre più, fino ai provvedimenti internazionali per la stessa agricoltura, che è pur cotonato legata a singoli territori.</p>
          <p>3. Ma rimane sempre insuperabile il <hi rend="italic">limite assoluto</hi> dell'azione dei poteri pubblici (colle leggi e colle provvidenze loro) segnato dal <hi rend="italic">bene generale</hi>. Lo Stato non entra nell'ambito del bene privato, cioè entro i confini sacri della vita individua e familiare, fino a che questa in nessuna maniera si ripercuota sul bene comune. Qui lo Stato non ha che a riconoscere, rispettare, tutelare questa cittadella della libertà personale, che è pure la cellula prima vitale dell'economia.</p>
          <p>È questo un limite assoluto che sta, per così dire, al di sotto del <hi rend="italic">bene generale</hi> aperto all'azione pubblica. <pb n="1.329" />Ve n'è un altro non meno assoluto che sta al di sopra. Il diritto è una <hi rend="italic">facoltà morale</hi> irrefragabile (resa inviolabile colla coazione). Perciò ogni legge positiva di Stato, che sia manifestamente contraria alla legge <hi rend="italic">etica</hi>,<hi rend="italic"> razionale</hi>,<hi rend="italic"> divina</hi> (e quindi al giure naturale), da cui il diritto trae la sua ragione di essere come mezzo per assicurare il bene morale nel civile consorzio, è intrinsecamente nulla. Se il potere dello Stato colà si arresta, qui si annienta. Questo limite supremo salva la integrità delle energie prime e delle istituzioni cardinali dell'ordine vitale economico; e se esso è valicato, il diritto degenera in tirannia, distruggendo in radice la stessa vita economica.</p>
          <p>Il diritto nella storia. ‒ La genesi storica del diritto in sé e nelle sue esplicazioni pratiche nella società e quindi dei poteri dello Stato, fu l'oggetto di studi caratteristici nell'età nostra. Qui appena un cenno a tracciare il nesso generalissimo fra le vicende parallele del diritto e della vita economica.</p>
          <p>Il diritto (in senso <hi rend="italic">obbiettivo</hi> come norma dell'autorità umana imperante) ha di sua natura due fonti: la <hi rend="italic">legge morale</hi> di cui è autore Dio, e la <hi rend="italic">ragione umana</hi>,che la riconosce, la definisce concretamente, la svolge sotto il pungolo delle necessità e delle esperienze di fatto.</p>
          <p>1. Storicamente <hi rend="italic">rispetto alle fonti</hi> del diritto positivo umano, in que' periodi e in quei paesi in cui prevalse fin dall'origine il concetto che la vera autorità <pb n="1.330" />imperante è in Dio, della quale il principe non è che il rappresentante nelle relazioni esterne sociali, e in cui pertanto le leggi giuridiche si trovano confuse o intimamente connesse con quelle etico-religiose, come nei <hi rend="italic">libri sacri</hi> dell'oriente, — le leggi pigliano origine e forma di prescrizioni autorevoli più o meno sistematiche in raccolte provenienti dallo Stato ieratico ed accentrato; — e in esse predomina il punto di vista del diritto pubblico sul privato e quindi degli interessi generali, con tendenze panteistiche e non già individualistiche. È la caratteristica del giure nella cultura orientale; ed esso, se poté per l'autorità dall'alto, disciplinando vastamente e fortemente i rapporti umano-sociali, provocare e sostentare una economia anticipata e prosperosa, — a lungo andare per la compressione delle libere energie, insieme al decadere dell'ossequio della morale stretta alla religione per mezzo dello Stato, corruppe ed esaurì, insieme colla civiltà, la ricchezza di quelle popolazioni.</p>
          <p>Viceversa nell'occidente ario-europeo, più remoto da quelle tradizioni etico-giuridiche, e frazionato in minori tribù etniche e gentilizie, senza robuste ed ampie organizzazioni politiche, — il diritto positivo esce prevalentemente (pure adombrando una remota origine superiore) dalla vita pratica di quegli enti <pb n="1.331" />collettivi in forma di <hi rend="italic">consuetudini giuridiche</hi>,a cui soltanto tardivamente e parzialmente lo Stato aggiunge leggi scritte. Nella primitiva cultura dei popoli europei pertanto, il diritto contribuisce allo sviluppo di una economia gentilizia e locale, dalla quale lentamente si dispiegano le economie private, a tipo di più in più individualistico, preparando la evoluzione della ricchezza. Lo stesso diritto romano, così maturo, è il prodotto di una mirabile <hi rend="italic">evoluzione storica</hi>,in cui la <hi rend="italic">ragione pratica</hi> assurge a funzione progressivamente legislatrice, imprimendo però il <hi rend="italic">corpus iuris</hi> di un carattere <hi rend="italic">individualistico</hi>,che perciò nel <hi rend="italic">giure privato</hi> raggiunge grande perfezione, ma che rimane inferiore nel <hi rend="italic">giure pubblico</hi> ove, anzi, nell'età decadente per influenze orientali, degenera in statolatria personale, <hi rend="italic">quod principi placuit legis habet vigorem</hi>,non ultima cagione dell'irrigidirsi della economia romana imperiale.</p>
          <p>Solo il cristianesimo mercé la <hi rend="italic">filosofia scolastica</hi> ed il <hi rend="italic">corpus iuris canonici</hi> distinguendo la <hi rend="italic">fonte remota</hi> (Dio e la sua legge) dalla fonte prossima (la ragione educata dall'esperienza), alimentò una duplice corrente, di un <hi rend="italic">diritto universale scritto</hi> proveniente dai grandi centri di autorità (la Chiesa e l'impero), e di un <hi rend="italic">diritto consuetudinario</hi> risalente dalla vita concreta dei popoli e comprendente, nella sua progressiva e pieghevole formazione, tutte le relazioni esterne del <pb n="1.332" />vivere. E così il <hi rend="italic">diritto statutario</hi>,accanto al <hi rend="italic">diritto comune</hi> (intreccio del giure romano e del canonico sulle basi di consuetudini latine e germaniche) svolgendosi in tutte le applicazioni di diritto civile, commerciale e pubblico, poté divenire uno dei fattori della nuova svariatissima ed esuberante attività economica dei Comuni medioevali, specialmente italiani (Pertile, Bruder, Ashley), presentando il duplice aspetto integrante di diritto permanente e di diritto progressivo.</p>
          <p>2. Storicamente del pari il diritto positivo, <hi rend="italic">rispetto al suo contenuto</hi> (sostanza), seguì vicende decisive per la economia dei popoli. Infatti il diritto (sempre obiettivamente) è norma imperativa sostanzialmente <hi rend="italic">morale</hi>, regolando la condotta umana nella convivenza; — la quale, definita in modo concreto positivo dall'autorità umana, torna <hi rend="italic">utile</hi> alla convivenza stessa; — sicché ad assicurarne i fini cioè il bene comune, si trova munita di <hi rend="italic">forza</hi> coercitiva. Eticità, utilità e forza (coercizione) sono dunque tre caratteri del diritto, che si esplicano variamente nella storia. Veggasi:</p>
          <p>come regolatore della condotta <hi rend="italic">morale</hi>,soltanto il diritto cristiano venne ad applicarsi in giusta proporzione a tutte le relazioni umane nel civile consorzio, così ai rapporti individuali privati, come ai rapporti sociali-collettivi distinti dallo Stato, non meno che ai rapporti politici fra i cittadini e lo Stato; donde i germi <pb n="1.333" />nel giure medioevale di un diritto <hi rend="italic">privato</hi>,di un diritto <hi rend="italic">pubblico</hi>,e infine (grande novità) di un diritto intermedio <hi rend="italic">sociale</hi> propriamente detto. Come ciò conferisse allo sviluppo organico di tutte le forme naturali di una economia individuale, collettiva e pubblica in debito equilibrio, è storicamente assodato (Taparelli, Rodriguez de Cepeda, Giercke).</p>
          <p>Di qui la retta comprensione anche dell'aspetto <hi rend="italic">utilitario</hi> del diritto. È noto, come questo nel medioevo cristiano fosse inteso (meglio ancora che nel giure romano) quale una <hi rend="italic">proportio</hi> o <hi rend="italic">adaequatio</hi>,per cui i presidi del diritto, mercé lo Stato, devono accomodarsi alla varia natura dei rapporti umani. Ne sorse una <hi rend="italic">giustizia commutativa</hi>,che regola le relazioni da <hi rend="italic">pari a pari</hi>,valevole p. e. in modo speciale per tutta l'attività privata, industriale e commerciale in un regime di eguaglianza di trattamento e di libera concorrenza. Poi una <hi rend="italic">giustizia distributiva</hi>, che disciplina le relazioni fra <hi rend="italic">superiori e inferiori</hi>,p. e. fra classi abbienti (di proprietari e capitalisti) e nullatenenti (di lavoratori), germe della legislazione sociale moderna, che mantiene l'equilibrio sociale, infrenando i forti e sorreggendo gli umili. Infine una <hi rend="italic">giustizia legale</hi> o meglio <hi rend="italic">politica</hi>,per cui al bene dello Stato tutti i cittadini devono prestarsi in misura, non già materialmente uniforme, bensì adeguata alla <hi rend="italic">rispettiva capacità contributiva</hi> (Antoine, Pottier, Rivalta).</p>
          <p>
            <pb n="1.334" />Di qui finalmente la legittimazione e insieme la limitazione dei poteri dello Stato e della forza coercitiva di esso. Lo Stato (giusta il concetto cristiano medioevale) esiste per la società e non viceversa, e così il principe serve al bene comune e non altrimenti; e per avvalorare questo <hi rend="italic">ordine finale</hi> voluto dalla legge etica, la forza munisce il diritto, altrimenti essa è stromento di tirannia. E così il medioevo, appunto perché faceva derivare da <hi rend="italic">Dio</hi> e dalla legge etica intangibile il diritto coercitivo, consacrava insieme la autorità e la libertà. Quanto se ne giovasse (fra le stesse imperfezioni e contrasti) la vita economica delle nazioni (in mezzo allo slancio delle libere energie personali e collettive ed alle stesse fazioni intestine) sempre in cerca di equilibrio fra il bene individuale e sociale, fra quello privato e pubblico, è stato rigorosamente dimostrato dagli storici del diritto medioevale. In esso incontransi le radici delle migliori norme di legislazione e politica economica dei tempi presenti (Janssen).</p>
          <p>3. Ma dall'esordire dell'evo moderno, scossa la fede nella morale cristiana e nei principi del diritto in essa radicati, — vacillò nelle menti dei filosofi e dei legislatori il concetto <hi rend="italic">etico</hi> del diritto, e gradualmente signoreggiò in esso l'elemento <hi rend="italic">utilitario</hi>;e a servizio di questo (in vario ed opposto senso) si abusò dei <hi rend="italic">poteri coercitivi</hi> dello Stato.</p>
          <p>
            <pb n="1.335" />Già vedemmo (nella «Storia delle dottrine economiche») come imperò dal secolo XVI al XVIII l'<hi rend="italic">utilitarismo politico</hi> o di Stato ed anzi dinastico, in pro di un assolutismo neo-pagano, che con tutti gli abusi del privilegio, dei monopoli, del regolamentarismo asfissiante e spesso violento, sacrificò, pervertì, e infine aduggiò la normale espansione della ricchezza, con immenso regresso sull'economia medioevale, e colla immolazione dei ceti laboriosi, principio e fomite della odierna crisi sociale (Mayer, Loria).</p>
          <p>Dipoi, dalla rivoluzione francese fino alla metà del secolo XIX, succede nel diritto stesso (nella legislazione e politica economica) il periodo liberale, in cui trionfa l'<hi rend="italic">utilitarismo individualistico</hi>. La forza imperante e coattiva dello Stato (ristretto alla funzione giuridica lo <hi rend="italic">Stato di diritto</hi>) converge allora a sciogliere e talora violentemente a recidere in pro dell'individualità i vincoli di continuità storica e di stabilità sociale, atomizzando la società e abbandonando alla lotta capitalismo e proletariato, in mezzo alla quale vacilla sul precipizio l'edificio immenso della ricchezza moderna. Il diritto ebbe così, colla sua azione negativa e spesso distruttiva, grande e sinistra parte nella crisi sociale economica moderna (C. Jannet).</p>
          <p>Ma per reazione ad ambedue queste forme giuridiche di utilitarismo politico e poi individualistico, <pb n="1.336" />il diritto, nell'ultimo scorcio del secolo xix, si ripiegò e precipitò verso un <hi rend="italic">utilitarismo sociale</hi> (solidarismo), sia per ragioni di salvezza della società di fronte alla crisi immanente (legislazione sociale riformatrice), sia per il preconcetto dottrinale che spetti allo Stato, come organismo supremo panteistico, di provvedere per mezzo delle leggi alla indefinita evoluzione della civiltà (ciò che si chiama lo <hi rend="italic">Stato di cultura</hi>),giusta i concetti di Hegel, Bluntschli, Treitschke, Wagner. In esso l'economia di Stato, grandeggiando di fronte a quella privata, diviene organo di trasformazione, non sempre giustificata, spesso invadente (imprese pubbliche, monopoli e privative, assorbente regolamentarisimo, proprietà demaniali, regime proibitivo) delle istituzioni e relazioni materiali economiche. In quest'ultima forma il diritto, in servigio dell'utilitarismo collettivo, identificando la funzione giuridica con quella sociale dello Stato e sostituendosi al posto della morale, intronizza la propria onnipotenza anche nel dominio della ricchezza (Cathrein, Weiss, Pesch).</p>
          <p>Bensì in questi dì, una certa rivendicazione di <hi rend="italic">finalità</hi> (teleologiche) nello stesso diritto (Jhering), alcune tendenze di psicologia sociale (Lazarus, Steinthal, Kidd), lo studio delle tradizioni del giure medioevale (Janssen, Kohler, Gierke), la ripresa delle dottrine cristiane del diritto (Rivalta), promettono <pb n="1.337" />di porre un argine a questa invadenza dell'utilitarismo giuridico-sociale dello Stato moderno. Il socialismo stesso non sempre si appella a rivendicazioni di grossolane utilità materiali, bensì alle ragioni di una conculcata giustizia; in ciò d'accordo coi migliori giureconsulti ed economisti, che nella soluzione della crisi sociale odierna scorgono un grande problema di giustizia distributiva nella società. Il diritto così promette di avere un vasto compito nel futuro riordinamento sociale economico, e già fin d'ora esso lo dispiega così intensamente da imporre alla scienza il quesito dei suoi limiti di applicazione.</p>
          <p>
            <pb n="1.338" />
          </p>
        </div>
        <div>
          <head>III. Principi economici</head>
          <p>Dove si fondino. ‒ Succede finalmente la serie dei <hi rend="italic">principi speculativi economici</hi>,ossia di utilità materiale. Dati i tre fatti fondamentali di immediata osservazione, di mezzo ai quali si genera e svolge la ricchezza individuale e sociale, cioè l'<hi rend="italic">uomo</hi>,il <hi rend="italic">cosmo</hi> (il mondo fisico) e la <hi rend="italic">società</hi> (il mondo morale), essi sgorgano dall'intima natura e dalla destinazione finale di que' fatti stessi.</p>
          <p>Tali principi campeggiano in tutta la scienza e ne formano quasi la parte metafisica; e da, essi dipende la giusta posizione e soluzione dei maggiori problemi teoretici di questa. Ond'è che intorno alla più rigorosa formulazione di codesti principi versano, da lungo tempo e tuttora con crescente abilità e fervore, gli economisti e i filosofi, talvolta anche con speciali monografie, come già Whately, J. S. Mill, Cairnes, Garnier, Neumann, Cossa, Lampertico, Ricca-Salerno, e, fra i coetanei e viventi, Wagner, Schmoller, Sidgwick, Graziani, Supino, e col Menger tutta la scuola psicologico-esatta di cui i valenti <pb n="1.339" />continuatori e perfezionativi fra noi Pantaloni e Pareto.</p>
          <p>Ciò nella dottrina degli interessi materiali per eccellenza, quasi a protesta contro le pregiudicate esclusioni della astratta speculazione nelle scienze positive. Tali per noi i seguenti concetti fondamentali.</p>
          <p>Utilità. ‒ 1. L'economia è parte della più vasta <hi rend="italic">dottrina dell'utile</hi> od <hi rend="italic">edonistica</hi>,la quale è scienza dell'utile riferita ai mezzi di qualunque natura che convergono razionalmente ad un effetto concreto. L'edonistica colle sue teorie si dispiega dovunque intervengano rapporti di mezzi ad un fine, donde il concetto di utilità: è utile ciò che risponde ad un risultato finale, viceversa inutile ciò che non vale a raggiungerlo. L'astronomia obbedisce a leggi utilitarie (del minimo mezzo) che definiscono i rapporti fra il sistema siderale e le energie che dinamicamente lo determinano e governano. La meccanica applicata studia la rispondenza fra il dispendio di alcune forze e il loro rendimento (effetto utile). I filologi stessi nella genesi e sviluppo delle lingue discernono una legge di semplicità, per cui si tende progressivamente ad esprimere il pensiero, colla minor possibile complessità di struttura organica e di inflessioni della parola. Sono tutti aspetti della dottrina dell'utile e delle sue leggi.</p>
          <p>
            <pb n="1.340" />2. Ciò premesso per l'economista: <hi rend="italic">utilità è l'attitudine delle cose materiali a servire ai fini umani e quindi a soddisfare ai bisogni corrispondenti</hi>.Si dice inutile ciò che non arreca alcun appagamento all'uomo, e utile l'inverso.</p>
          <p>È concetto complesso, risultante dai due elementari, di fini umani (e analoghi bisogni) e di mezzi pur essi umani cioè a disposizione dell'uomo; fra cui intercede un rapporto, che è appunto quello di <hi rend="italic">utilità</hi>,la quale (avvertasi bene) è misurata dalla <hi rend="italic">soddisfazione</hi> dei bisogni, cioè dal godimento che sperimenta l'uomo per l'applicazione delle cose ai propri fini. Si dice perciò che sono cresciute o diminuite le <hi rend="italic">utilità umane</hi>,quando aumentano o scemano per l'uomo i godimenti finali, conseguiti colle cose materiali.</p>
          <p>3. Questo concetto di utilità è il punto di partenza e di arrivo dell'economia (dottrina dell'utile); sicché la legittimità teoretica e l'importanza pratica delle sue leggi vanno giudicate dalle <hi rend="italic">utilità</hi> che si intendono di conseguire e che sono di volta in volta effettivamente conseguite, cioè dagli appagamenti dei bisogni finali per mezzo della ricchezza. Quale è il criterio ultimo del progresso della produzione nel mondo? L'incremento generale e costante del consumo ossia dell'uso finale dei prodotti. Come si misura definitivamente il grado di benessere economico della classe operaia o quello di una intera nazione? <pb n="1.341" />Dalla somma delle soddisfazioni che l'una o l'altra coi redditi rispettivi abitualmente si procura.</p>
          <p>Attività economica. ‒ <hi rend="italic">È l'esercizio delle facoltà umane dispiegato sulle cose materiali, per applicarle alle umane soddisfazioni</hi> (dei bisogni). È questo il modo ordinario e necessario per collegare il mezzo al fine e conseguire l'utilità.</p>
          <p>L'attività economica involge il concetto di una serie di <hi rend="italic">sforzi</hi> o <hi rend="italic">sacrifizi</hi> o <hi rend="italic">difficoltà</hi>,da incontrarsi dall'uomo all'intento fondamentale di <hi rend="italic">procurarsi</hi> e <hi rend="italic">usufruire le cose utili</hi> propriamente <hi rend="italic">materiali</hi> (senza di che sarebbe una attività più elevata, ma non economica), ovvero all'intento coordinato di <hi rend="italic">ripartirle e concambiarle</hi> (ciò che più specialmente contrassegna il carattere sociale di essa). È attività economica pertanto in amplissimo senso la produzione, il consumo (uso), come la distribuzione e la circolazione della ricchezza.</p>
          <p>Il concetto di <hi rend="italic">attività economica</hi> deriva da quello di <hi rend="italic">utilità</hi> delle cose, combinato con l'altro dello <hi rend="italic">sforzo</hi> o <hi rend="italic">sacrifizio</hi> imposto all'uomo dalla <hi rend="italic">limitazione</hi> dell'utilità stessa (inerente alle cose). E ciò: — o <hi rend="italic">per lo stato della materia</hi> in cui l'utilità si investe, cosicché la utilità, che trovasi nelle cose in forma per lo più latente o potenziale, ha d'uopo di una serie di <hi rend="italic">sforzi</hi> o<hi rend="italic"> sacrifici di effettuazione</hi>,per rendersi attuale e concreta, p. e. la utilità della lana greggia prima di <pb n="1.342" />tradursi in una veste giovevole all'uomo; — ovvero <hi rend="italic">per la quantità della materia</hi> utile, la quale, non essendo assolutamente aumentabile dall'arte umana, diventa rara, imponendo ai più lo <hi rend="italic">sforzo</hi> o <hi rend="italic">sacrifizio di astensione</hi> dal godimento; p. e. l'utilità inerente ad una perla del mare Indiano o di un diamante del Transvaal. Nel primo caso si tratta di <hi rend="italic">attività onerosa positiva</hi> (di effettuazione), nel secondo <hi rend="italic">negativa</hi> (di astensione).</p>
          <p>Ricchezza. ‒ 1. Per ricchezza in senso economico o <hi rend="italic">beni economici</hi> si intende: l'<hi rend="italic">insieme delle cose utili materiali accessibili alla attività umana sociale</hi>.Analizzandone il concetto, ne sgorgano questi caratteri:</p>
          <p>la ricchezza ha carattere di <hi rend="italic">mezzo utile</hi> ai fini e quindi alle soddisfazioni umane, e in quanto è un mezzo essa partecipa (come dicemmo) alla natura di altri ordini di mezzi. È il carattere generico; ma vi si aggiungono altri caratteri specifici:</p>
          <p>di <hi rend="italic">mezzo materiale</hi>,la cui utilità è inerente alla <hi rend="italic">materia</hi>;donde la ricchezza rimane distinta dai beni immateriali (morali), come la cultura, l'estivazione, i diritti, ecc.;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">mezzo accessibile alla attività umana</hi>,in modo da divenire <hi rend="italic">oggetto di essa</hi> e ricadere perciò nel suo dominio (appropriazione); e come tale mezzo <hi rend="italic">esterno</hi> all'uomo, che non si immedesima colle facoltà umane corporee (distinguendosi così dalla forza organica, <pb n="1.343" />dalla salute, ecc.), — e inoltre <hi rend="italic">limitato</hi>,per cui essendo pure esteriore, la sua utilità non si può usufruire dai singoli e da tutti senza qualche sforzo di acquisizione (distinguendosi così dalle cose materiali illimitate, come l'aria, il mare, ecc.). Ed invero ciò che ha natura di cosa utile e materiale, ma non è esterno e limitato, potrà essere sussidio e condizione al proficuo esercizio dell'attività umana, ma non mai oggetto di essa, come un bene di cui si abbia la piena disposizione ossia la proprietà. Quale condizione indispensabile e sussidio prezioso è un buon clima per l'agricoltura, specialmente per certe colture! Ma quale produttore direbbe che il clima e i suoi elementi termici, idrometrici, anemometri ecc. sono <hi rend="italic">ricchezza</hi> sua propria e la computerebbe nel bilancio del <hi rend="italic">suo patrimonio</hi>?</p>
          <p>Le cose utili, fornite dei tre caratteri di <hi rend="italic">materialità</hi>, <hi rend="italic">esteriorità</hi> e <hi rend="italic">limitazione</hi>,contraddistinguono dunque come differenza specifica i beni economici (o ricchezze propriamente dette) da altre qualità di beni le quali escono da quella categoria; come p. e. i beni <hi rend="italic">spirituali</hi> (il vero, la scienza, la virtù), ovvero <hi rend="italic">corporei</hi> ma <hi rend="italic">interni</hi> (la forza muscolare, lo stato igienico) o infine i beni <hi rend="italic">esterni</hi> ma <hi rend="italic">illimitati</hi> (la luce diffusa nell'universo).</p>
          <p>2. Tali sono i beni propri della economia anco privata. Ma l'economia li ascrive alla <hi rend="italic">ricchezza sociale</hi>,quando presentino que' caratteri stessi in <pb n="1.344" />ordine all'<hi rend="italic">attività</hi> ed ai <hi rend="italic">fini di tutti</hi> e quindi come mezzi utili all'universale. Così l'oggetto che può essere utile a chi sente un bisogno specialissimo, p. e. un amuleto per un idolatra, è un bene per lui ma non già per la generalità; come nol sono quelli che si dicono beni di affezione (una lettera del proprio padre, una ciocca di capelli della madre defunta, ecc.), i quali in nessuna maniera nemmeno per ripercussione interessano o le attività o le soddisfazioni aperte ai più.</p>
          <p>Ora, siccome soltanto i beni materiali, che sono esterni e limitati, divengono materia di scambio fra gli uomini, e lo scambio alla sua volta suppone la società o almeno una moltitudine di individui e famiglie (che ne sono gli elementi), così la <hi rend="italic">ricchezza sociale</hi>,col linguaggio dei vecchi economisti, può semplicemente con ogni verità scientifica definirsi: <hi rend="italic">il complesso delle cose utili, materiali, permutabili</hi>.</p>
          <p>Classificazione dei beni. ‒ Tanto la ricchezza privata, che quella sociale, comprende due categorie fondamentali di beni, necessarie alla intelligenza delle leggi economiche. Tali — i <hi rend="italic">beni finali</hi> (altri dice diretti), i quali, servendo immediatamente alla soddisfazione dei bisogni o fini umani, sono <hi rend="italic">mezzi di consumo od uso personale</hi>, p. e. il pane, il vino, le vesti, gli ornamenti; — e i <hi rend="italic">beni stromentali</hi> (indiretti), i quali a vario grado immediatamente si adoperano soltanto come <hi rend="italic">stromenti o mezzi di produzione e di circolazione</hi><pb n="1.345" />per produrre o procurarsi que' beni finali: p. e. la terra coltivabile, gli edifici industriali, le macchine, ovvero la moneta per gli acquisti commerciali.</p>
          <p>Ciò è nella natura del fatto economico e dei suoi scopi; sicché dall'origine e successivamente nella storia crescono parallele con mutuo ricambio queste due serie di beni finali e stromentali, di cui si avvantaggiano in particolare i popoli moderni. Ma se i beni stromentali sono coordinati ai finali, sinché la quantità e perfezione dei beni di produzione, i terreni bonificati, le ingenti fabbriche, le ferrovie e i piroscafi, determinano la odierna dovizia dei beni di consumo nel mondo, — questi ultimi beni di godimento signoreggiano definitivamente gli altri, porgendo la ragion d'essere e la misura dei beni stromentali. Se infatti l'uso (l'utilità) e il corrispondente bisogno delle foglie di tabacco per fumare sparisse, cesserebbero di essere beni (stromentali) anche i semi, le piante, gli stromenti di manifattura e gli empori commerciali del tabacco stesso (Supino). Nell'economia si afferma in questo senso il <hi rend="italic">concetto predominante dei beni finali di consumo umano</hi>.</p>
          <p>Valore. ‒ <hi rend="italic">Cenno storico</hi>.I precedenti concetti quasi si sintetizzano in quello di valore. Se in un trattato generale trovasse posto la <hi rend="italic">storia dottrinale</hi> di singole teorie (storia speciale), apparirebbe come il concetto del valore, delle sue distinzioni in <hi rend="italic">valore d'uso</hi><pb n="1.346" /><hi rend="italic">e di scambio</hi> e delle rispettive leggi, abbia avuta una genesi remota, complessa, progressiva e insieme dibattuta, quale nessun'altra nozione economica. Ne scrissero come storia teoretica anche fra noi, Ricca-Salerno, Alessio, Conigliani, Loria, Valenti. Basti qui avvertire che del duplice aspetto caratteristico di tale concetto, che da Aristotele ai fisiocrati tutti intravvidero — i filosofi ed economisti, specialmente tedeschi, dal principio fino alla metà del secolo XIX, quali Hufeland, Lotze, Müller, e principalmente von Thünen ed Hermann, dettero nelle loro analisi importanza prevalente al valor d'uso. — Invece i fondatori della scuola classica A. Smith, Ricado, J. S. Mill, e quasi tutti gli economisti liberali inglesi e francesi si concentrarono nello svolgimento teoretico del valor di scambio. — Ma infine nella seconda metà del secolo stesso fino ad oggi, pur continuando la trattazione teoretica del valore di scambio, questa si trovò predominata da ricerche profonde sul valor d'uso, perfezionatici di quelle originarie, aiutate dai progressi della psicologia empirica intorno ai sentimenti utilitari ed allo svolgimento interiore dei bisogni, i quali spesso economisti matematici si applicarono a rappresentare quantitativamente e graficamente. Benemerita in proposito rimase la scuola anglo-austriaca — specialmente fra gli anglosassoni Jevons (dal 1862), Wicksteed, Hearn (australiano), <pb n="1.347" />A. Marshall, essi stessi preparati dai grandi matematici francesi Cournot e Walras; — e fra i tedeschi C. Menger (dal 1883), Wiesser, Sax, Böhm-Bawerk, Pierson (fiammingo); — riassunti in Italia da Graziani, proseguiti con originalità da Pantaloni, Pareto, ecc. Ciò non toglie che in un corso generale non debbasi tentare di ridurre la teorica a qualche maggiore semplicità (le sottigliezze ne formano il difetto), unità logica e certa proprietà scientifici di linguaggio.</p>
          <p>Nozione. ‒ <hi rend="italic">Il valore è la stima di una cosa materiale nel duplice riguardo della sua utilità, e della limitazione dell'utilità stessa.</hi></p>
          <p>La natura e i caratteri del valore possono designarsi come segue.</p>
          <p>1. Il valore non esprime alcunché di materiale, bensì è un <hi rend="italic">giudizio della mente</hi>,il quale risulta da altri due elementari, — l'uno intorno alla <hi rend="italic">utilità</hi> delle cose materiali, in relazione al bisogno umano e quindi alle soddisfazioni che quella apporta, — l'altro intorno alla <hi rend="italic">limitazione</hi> (dell'utilità stessa), in relazione alla attività onerosa umana e quindi al sacrificio che quella importa. È un giudizio pertanto fondato sopra un duplice rapporto fra il mondo esterno e l'uomo.</p>
          <p>2. Fra questi due elementi del concetto di valore, l'<hi rend="italic">utilità è essenziale</hi> e ne forma il presupposto logico, indeclinabile, sicché senza di essa il concetto del valore non può sorgere. Nessun uomo (il quale sempre <pb n="1.348" />giudica in ordine ai propri fini) stima, e pregia, come già avvertimmo, una cosa che gli è inutile, e men che mai è disposto a sopportare per essa sacrifizi. Sinché la potenzialità del valore, ossia la possibilità che le cose acquistino valore, dipende innanzi a tutto dall'utile; e si allarga, cresce o scema col dominio dell'utile in corrispondenza coi bisogni umani.</p>
          <p>3. La <hi rend="italic">limitazione</hi> dell'utilità stessa è elemento <hi rend="italic">secondario</hi> bensì, ma <hi rend="italic">integrante</hi> del concetto di valore, perché essa porge la condizione non più alla semplice possibilità ma alla <hi rend="italic">determinazione concreta</hi> del valore stesso. Una cosa utilissima anzi indispensabile ai bisogni umani, come l'aria per la nostra respirazione o per far vegetare le piante, non acquisterà mai valore finche quella utilità sia per l'uomo illimitata; perché nessun uomo (che giudica, ripetiamo, del mondo esterno sempre in rapporto a sé stesso) è disposto a far sacrifizi per cosa che può acquistare e godere senza limiti e senza sforzo alcuno. Il valore sorge invece appena che la <hi rend="italic">utilità</hi> inerente alle cose è <hi rend="italic">limitata in quantità: —</hi> o perché è ristretto il numero delle cose od enti in cui essa è investita (le perle rare) — o perché essa è allo stato latente o iniziale (il vello della pecora, che è appena la materia greggia di una veste) — o per ambedue insieme questi titoli; nei quali casi sempre si richiedono <hi rend="italic">sacrifizi</hi> per l'usufruimentò delle cose. E allora in ragione di questi <pb n="1.349" />sacrifizi prende consistenza concreta il valore, il quale sarà <hi rend="italic">valore di rarità</hi> se la limitazione è nelle unità (numeriche) delle materie utili, imponendo un'attività negativa, cioè un sacrifizio <hi rend="italic">di astensione</hi> o privazione, perché l'aumento in tal caso di utilità non è possibile; ovvero <hi rend="italic">valore di produzione</hi>,se la limitazione di utilità non è nel numero ma nello stato delle materie utili, esigendo una attività positiva, sacrifizio <hi rend="italic">di effettuazione</hi> (come nei prodotti dell'industria), perché a questa condizione soltanto possibile un aumento della utilità stessa.</p>
          <p>Nel concetto di valore pertanto, <hi rend="italic">l'idea di utilità si trova sempre congiunta a quella di limitazione quantitativa</hi> di essa, la quale importa sacrifizi. Il valore è quindi la stima delle utilità limitate e quindi onerose.</p>
          <p>4. Se il valore è una stima dell'utilità colle sue soddisfazioni e della limitazione coi suoi sacrifizi, logicamente però nella genesi di esso <hi rend="italic">domina sempre l'utilità.</hi> E ciò, non solo perché senza di essa non è possibile il concetto essenziale di valore (non si apprezzano cose inutili), ma perché<hi rend="italic"> a stima del sacrifizio si fa in relazione alle utilità che ne derivano</hi>;sicché l'utilità porge il criterio ultimo di estimazione del sacrifizio medesimo. In tal modo (deduzione importante) il concetto di valore delle cose <hi rend="italic">risale al valore dei servigi umani onerosi</hi> rivolti a procurarle, precisamente in vista dell'utilità. Noi stimiamo le prestazioni <pb n="1.350" />nostre o di un operaio rivolte alla produzione, dall'effetto utile che esse trasfondono nelle cose prodotte; e se cresce la quantità di utilità prodotta cresce anco la stima dei servigi meritori che la produssero.</p>
          <p>Ma tale criterio di utilità predomina anche praticamente. Perché il giudizio del valore dispieghi una funzione pratica nella vita economica, ossia divenga un movente e regolatore della attività umana rivolta alla produzione, alla permuta, al consumo, conviene che nella mente estimatrice dell'uomo <hi rend="italic">le soddisfazioni dell'usufruire le cose, superino i sacrifizi per acquistarle</hi>.Chi affronterebbe una attività penosa, per ritrarne una semplice elisione del piacere od anche un residuo in più di dolori? Il risultato sarebbe un <hi rend="italic">non valore</hi> o un <hi rend="italic">valor negativo</hi>:un assurdo teorico e pratico.</p>
          <p>Distinzione del valore. ‒ 1. Il giudizio del valore si istituisce con <hi rend="italic">duplice fine o intenzione</hi>:<hi rend="italic"> —</hi> o immediatamente, al fine di applicare le cose utili all'appagamento personale (di usarle), — o mediatamente, al fine di ottenere con esse dai nostri simili altre cose utili (di concambiare). Di qui:</p>
          <p>
            <hi rend="italic">il valore di uso, che è la stima delle cose, per l'intento immediato di usarle o consumarle da parte di quelli stessi che se le procurano da sé direttamente.</hi> Esso risulta da un giudizio comparativo istituito dalla stessa persona fra i bisogni <hi rend="italic">propri</hi> e i sacrifizi <hi rend="italic">propri</hi>,per conseguire le cose utili; e perciò in esso i due elementi utilità e <pb n="1.351" />limitazione si stimano in ordine ad immediate ragioni personali. E pertanto gli economisti lo intitolano <hi rend="italic">valore soggettivo</hi>.Un selvaggio isolato il quale, premuto dalla fame, guardi un frutto pendente dall'albero, stima l'<hi rend="italic">utilità</hi> ossia la soddisfazione che quello gli apporterebbe saziando il suo bisogno, e la <hi rend="italic">limitazione</hi> di essa, ossia lo sforzo o sacrifizio che dovrebbe sopportare per arrampicarsi a cogliere il frutto e sfamarsi; ed esso ha con ciò formato un giudizio che si chiama valor d'uso;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">il valore di scambio è la stima delle cose all'intento di permutarle (concambiarle) con altre da parte dei rispettivi dispositori</hi>.Il valore di scambio ha lo stesso fondamento od elementi costitutivi del valore d'uso, cioè <hi rend="italic">utilità</hi> e <hi rend="italic">limitazione</hi> (bisogni e sacrifizi). Solamente è giudizio complesso, istituito dapprima sopra ciascuna cosa singolarmente presa, e poi fra tutte quelle che si vogliono concambiare, comparate fra loro, per riconoscerne il grado di eguaglianza di stima (equivalenza, equazione di valore). Questo giudizio di comparazione fra le cose genera l'altro di <hi rend="italic">permutabilita;</hi> sicché il valore, perciò detto di cambio, può egualmente definirsi: <hi rend="italic">attitudine di più cose a permutarsi reciprocamente</hi>,o ancora, <hi rend="italic">capacità di una cosa di acquistare altre cose nel cambio</hi>.Tale stima umana cadendo prossimamente sopra più cose esterne materiali (oggetti) comparate fra loro, e solo <pb n="1.352" />remotamente riferendosi a ragioni personali interne (bisogni e sacrifizi personali), giustamente si intitola <hi rend="italic">valore oggettivo.</hi></p>
          <p>Queste due distinzioni fondamentali (dipendenti dalla finalità intenzionale) del valore implicano una analoga <hi rend="italic">differenza specifica</hi>.Il valore d'uso è un giudizio nella sua genesi prima essenzialmente individuale e proprio perciò della economia privata, salvo poi di ripercuotersi nella società. Il valore di scambio è invece collettivo per eccellenza e pertanto proprio dell'economia sociale.</p>
          <p>Rapporti fra valore d'uso e di scambio. ‒ 1. Il valore di scambio però si collega a quello d'uso e ne dipende; e qui pure teoricamente e praticamente.</p>
          <p>Dal punto di vista logico, perché il valor di scambio sorge da una applicazione più complessa degli stessi criteri genetici del valor d'uso. Donde questa deduzione razionale: <hi rend="italic">tutte le leggi del valore di scambio trovano la loro ragione prima nelle leggi del valore d'uso.</hi></p>
          <p>Ma altrettanto dal punto di vista pratico. L'uomo non passa dalla economia privata in cui produce e consuma direttamente da sé, all'economia sociale in cui produzione e consumo si effettuano indirettamente attraverso l'intreccio degli scambi, se non quando egli sperimenti che mercé le permutazioni sociali ottiene maggiori soddisfazioni con minori sacrifizi, al confronto della sua operosità isolata.</p>
          <p>
            <pb n="1.353" />Donde questa deduzione positiva: <hi rend="italic">il valore d'uso è il punto di partenza e di arrivo del fenomeno dello scambio</hi>.Infatti lo scambio piglia le mosse dal valor d'uso che domina nella economia primitiva di popolazioni selvagge, per la speranza di accrescere le esigue e penose soddisfazioni della attività isolata. Ma nel valor d'uso, il cambio trova i limiti della sua progressiva irradiazione; la quale invero si arresta laddove le utilità ossia le soddisfazioni, procurate ai singoli dal congegno degli scambi, riescano più scarse e onerose di quelle conseguibili direttamente dall'insieme delle economie interne private. In tal caso i singoli individui (anche in piena economia di scambio) si procurerebbero da sé le cose utili, rinunciando agli acquisti.</p>
          <p>2. Il <hi rend="italic">valore d'uso</hi> bensì da individuale può esso medesimo diventare collettivo, quando si riguardi la società umana universale come un unico e immenso ente economico, il quale, prescindendo dallo scambio intermedio, <hi rend="italic">produce per consumare</hi>.In tal caso la società intera (non meno dell'individuo isolato dagli scambi) stima la ricchezza alla stregua di ragioni soggettive. E perciò la ricchezza per la società universale, a pari sacrifizi complessivi per conseguirla, si misura definitivamente dalla somma delle soddisfazioni che quella fornisce e quindi dalla quantità delle cose utili disponibili per i fini umani; e non già dalla capacità <pb n="1.354" />di queste a concambiarsi più o meno copiosamente con altre: in altre parole dal valor d'uso e non dal valore di scambio.</p>
          <p>3. Il <hi rend="italic">valore di scambio</hi> suppone invece rapporti reciproci fra individui e gruppi in società, fra cui la permutazione delle cose interviene. Perciò, a pari sacrifizi per aver una ricchezza disponibile per gli scambi, l'uomo stima questa non già in ordine agli appagamenti finali, bensì alla stregua della sua <hi rend="italic">capacità di acquisto</hi>,ossia della sua utilità non finale ma stromentale, in altre parole dal punto di vista della permutabilità. Questo criterio prossimo ed accidentale è valevole per stimare la ricchezza di un individuo dinanzi agli altri, di una classe rispetto ad un'altra e di una nazione di fronte a quelle straniere, ma non già per valutare la ricchezza della umanità intera. Una singola nazione p. e. è ricca in ragione composta della <hi rend="italic">quantità di cose utili possedute e del loro valore di scambio</hi> ossia della loro capacità di acquisto; e accresce perciò la sua ricchezza quando, rimanendo anco uguali le cose possedute, ne sia aumentato il valore, sicché vendendole all'estero possa acquistare una quantità maggiore di cose in cambio. L'umanità è invece più ricca solo quando possegga una maggiore quantità di cose utili al paragone di un momento anteriore.</p>
          <p>4. Il <hi rend="italic">valore di scambio</hi> nei singoli momenti e per ciascuna serie di beni può essere più o meno alto del valore di uso. Ma siccome il meccanismo <pb n="1.355" />delle permutazioni, in mezzo a cui si svolge il valore di scambio, conferisce, come vedemmo, a diminuire i sacrifizi e ad aumentare i risultati della ricchezza prodotta, così il valore di scambio attraverso le sue vicende alterne, converge ad accrescere il valore di uso, cioè ad elevare la stima che della ricchezza si fa dal punto di vista delle soddisfazioni definitive, ossia delle cose utili disponibili per esse. Il valore d'uso è sempre l'ultima parola.</p>
          <p>Variazioni del valore in genere. ‒ Il valore delle cose è <hi rend="italic">essenzialmente variabile</hi>.Quali le cause e l'ordine di procedimento o leggi di queste variazioni?</p>
          <p>1. Quale premessa logica, si rammenti che il valore è un giudizio complesso di stima delle cose, che risulta da altri giudizi elementari posti in correlazione fra loro; e precisamente di una stima — fra l'<hi rend="italic">utilità</hi> delle cose in relazione ai bisogni e quindi alle soddisfazioni umane da un canto, — e la <hi rend="italic">limitazione</hi> della utilità delle cose in relazione ai sacrifizi (negativi o positivi) umani dall'altro. Come ogni rapporto, il valore pertanto varia col modificarsi dei suoi termini; cioè <hi rend="italic">dell'utilità giusta il variare dei bisogni, e della limitazione giusta il variare dei sacrifizi</hi> necessari ad acquisire quella utilità.</p>
          <p>2. Queste variazioni del valore economico sono figlie dunque del mondo reale (fisico), in rapporto col mondo umano (morale), e dominano tutta l'economia. Esse si ripercuotono su tutte le manifesta<pb n="1.356" />zioni della attività economica: — se il valore <hi rend="italic">d'uso</hi> cresce o scema nel giudizio soggettivo delle cose, si esalta o si deprime anche l'attività personale per usufruire le cose stesse; — se il valore <hi rend="italic">di scambio</hi> si eleva, il consumo si restringe, si rallenta la circolazione, e infine la produzione sminuisce e si arresta; viceversa se il valore si abbassa, si amplia il consumo, si espande il commercio e infine si provoca la produzione; e tali oscillazioni del valore si riflettono poi sui compensi della attività umana, e quindi sulla ripartizione dei beni utili e dei consumi.</p>
          <p>Bensì, perché si alteri il rapporto fra utilità e limitazione e quindi il valore, è necessario che si tratti di una <hi rend="italic">variazione reciproca</hi> dei due termini di comparazione; ed ogni modificazione invece che si riflettesse <hi rend="italic">sopra ambedue nello stesso senso e misura</hi>,non modificando il rapporto, non si tradurrebbe in variazione di valore. Vede ugualmente (è l'esempio volgare) una moltitudine di persone poggianti tutte sulle calcagna, come ritte tutte sulla punta dei piedi.</p>
          <p>3. Fin qui delle <hi rend="italic">cause logiche</hi> essenziali di tutte le variazioni del valore. Ma queste però seguono <hi rend="italic">ordinati procedimenti</hi> o <hi rend="italic">leggi</hi>,che dipendono da <pb n="1.357" />atteggiamenti accidentali di quelle cause stesse a contatto delle contingenze indefinite della vita, in ordine ai fini intenzionali per cui la ricchezza si stima. Per quest'ultimo rispetto, che è fondamentale, si distinguono le <hi rend="italic">leggi del valore d'uso</hi> e <hi rend="italic">quelle del valore di scambio</hi>.Soltanto <hi rend="italic">quelle</hi> sembra trovino necessariamente il loro posto in questa trattazione di principi, perché veramente porgono la ragione prima anche delle leggi del valore di scambio; mentre <hi rend="italic">queste</hi> meglio si disegnano a contatto del sistema concreto economico, cioè della <hi rend="italic">circolazione</hi> che ricollega produzione e consumo. Così forse si dirime la controversia oggi rinfrescata (persone), se convenga in una «Introduzione» esaurire tutta intera la teoria del valore. Veggasi in particolare.</p>
          <p>Cause del valore d'uso. ‒ Richiamiamo qui la nozione e le rispettive deduzioni del <hi rend="italic">valore d'uso</hi>.Siccome una <hi rend="italic">stima della utilità e limitazione delle cose</hi> istituita dalla stessa persona (individuo, famiglia, società) che intende procurarsi tali cose o beni da sé <hi rend="italic">direttamente</hi> colla propria attività, al fine immediato del proprio godimento (uso) di esse, prescindendo da ogni intento ed operazione intermedia di scambio con altri beni fra altre persone. In ciò le <hi rend="italic">cause</hi> o meglio <hi rend="italic">ragioni logiche</hi> del valore d'uso; sicché le variazioni o leggi di tale valore dipendono dal variare dei due giudizi elementari, che la stessa persona forma <pb n="1.358" />in ordine alla utilità e quindi alla soddisfazione che un bene economico le apporta, ed alla limitazione (dell'utilità stessa) e quindi agli sforzi o sacrifizi che quel bene le importa.</p>
          <p>A meglio comprenderle si rammenti quanto fu esposto più sopra:</p>
          <p>
            <hi rend="italic">a</hi>) che il valore d'uso in particolare è un giudizio di rapporto fra appagamenti e sacrifizi personali, inerenti ad una cosa che si vuole <hi rend="italic">usare</hi> e all'uopo <hi rend="italic">acquisire</hi> o <hi rend="italic">produrre</hi>,iquali si considerano in correlazione o in funzione gli uni cogli altri;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">b</hi>) che, come nel valore in genere l'<hi rend="italic">utilità delle cose è essenziale</hi> (chi darebbe pregio ad una cosa inutile?) e la <hi rend="italic">limitazione è accidentale</hi> sebbene <hi rend="italic">integrante</hi> (vi hanno cose utilissime che non costano sacrifizi perché illimitate, p. e. l'aria respirabile), — così logicamente è <hi rend="italic">prevalente la stima dell'appagamento</hi> (uso) rispetto a quella dello <hi rend="italic">sforzo</hi> o <hi rend="italic">sacrifizio per acquisirlo, —</hi> e non vi ha pertanto valore d'uso, se le <hi rend="italic">soddisfazioni</hi> (utilità) <hi rend="italic">non superino i sacrifizi</hi> (sforzi, dispendi, costi) per procurarsele, e quindi se non vi abbia un residuo in più di <hi rend="italic">utilità netta</hi>;sicché un bene economico, che p. e. fornisse <hi rend="italic">due</hi> di godimento, eliso da <hi rend="italic">due</hi> di patimento, avrebbe <hi rend="italic">valore zero</hi>;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">c</hi>) che tale eccedenza di utilità (netta) rappresenta «<hi rend="italic">quel tanto di soddisfazione</hi> che si reputa <hi rend="italic">bastevole compenso</hi> ad affrontare il sacrifizio stesso <pb n="1.359" />nell'acquisire o produrre la cosa <hi rend="italic">utile</hi>».Donde il grado di valore maggiore o minore, che si attribuisse ad un bene economico, risulta bensì dall'<hi rend="italic">utilità netta</hi>,ossia dalle <hi rend="italic">soddisfazioni</hi> superanti il sacrifizio, ma tali soddisfazioni non entrano nel computo del valore economico in tutta la loro entità fisiopsichica interiore, ma soltanto <hi rend="italic">per quella frazione di esse</hi> che sospinge e determina lo sforzo a procurarsele. Più semplicemente deve dirsi «che il valore sta in ragione dell'utilità, nella misura che costa ad essere procacciata». Una persona estremamente assetata non stima un'anfora d'acqua all'<hi rend="italic">infinito</hi>,quanto vale la sua vita che è così sottratta alla morte, ma solamente giusta quella intensità e durata di fatica, che tale persona deve in tali circostanze sopportare per attingere quell'acqua alla fonte lontana, e procurarsi così l'appagamento della sete. Quale differenza!</p>
          <p>
            <hi rend="italic">d</hi>) Ogni bene economico apporta pertanto all'uomo una utilità e quindi una soddisfazione in parte <hi rend="italic">gratuita</hi> e in parte <hi rend="italic">onerosa</hi>;ma il valore risulta soltanto dalla stima della <hi rend="italic">utilità onerosa</hi>.</p>
          <p>Tale la genesi del valore nelle sue <hi rend="italic">cause</hi>,considerato cioè <hi rend="italic">staticamente</hi> nel punto in cui di volta in volta si arresta.</p>
          <p>Variazioni o leggi del valore d'uso. ‒ Chiedesi ora giusta quali leggi vari il valore di uso. — Data una quantità o massa di <hi rend="italic">beni omogenei</hi> (p. e. di dieci <pb n="1.360" />pani), distinguansi le variazioni del <hi rend="italic">valore unitario</hi>, cioè di ogni singola unità o frazione di quella massa, e le variazioni del <hi rend="italic">valore totale</hi>,cioè della somma di queste unità.</p>
          <p>Valore unitario. ‒ 1. Per ogni unità successiva di uno stesso bene, <hi rend="italic">la utilità e quindi la soddisfazione diminuisce coll'attenuarsi della intensità del bisogno</hi>,fino a compiuto appagamento. Per chi ha fame un primo pane soddisfa a un bisogno urgente, un secondo, un terzo pane, ecc. soddisfano regressivamente a bisogni sempre più tenui, fino alla scomparsa della fame, mercé la sazietà.</p>
          <p>2. Contemporaneamente <hi rend="italic">lo sforzo o sacrifizio inerente alla attività</hi> (onerosa) per procurarsi ogni successiva unità di quel bene, aumenta colla ripetizione degli atti fino all'esaurimento. Un'ora di lavoro per manipolare un primo pane costa poco sacrifizio per l'operaio fresco di forze, affaticano di più progressivamente le altre ore di lavoro, fino all'arresto di ogni energia.</p>
          <p>3. Ciò posto, il <hi rend="italic">valore unitario</hi> o di singole unità di uno stesso bene (p. e. una serie di pani), risultante da una duplice stima, delle soddisfazioni che seguono una <hi rend="italic">linea discendente</hi>,e dei sacrifizi (sforzi o costi) che seguono una <hi rend="italic">linea ascendente —</hi> lasciano un margine di <hi rend="italic">utile netto</hi> (cioè di soddisfazioni superanti il sacrifizio) per ogni pane successivo <hi rend="italic">sempre più esiguo</hi>, fino all'incrocio di quelle due linee <pb n="1.361" />opposte; il quale segna il <hi rend="italic">punto di indifferenza</hi> in cui la soddisfazione è elisa dal sacrifizio, e perciò il valore sarebbe <hi rend="italic">nullo</hi>.</p>
          <p>4. Di qui la <hi rend="italic">legge del valore unitario</hi>.In una <hi rend="italic">serie</hi> omogenea di unità o frazioni di bene disponibile per un certo uso immediato «ciascuna unità di bene decresce rispettivamente di valore fino ad un minimo, oltre al quale, nella stima soggettiva, le soddisfazioni non compenserebbero più il sacrifizio corrispondente ».</p>
          <p>Si abbiano p. e. <hi rend="italic">cinque unità di pane</hi>,e veggasi come si potrebbe formulare, in modo molto elementare ma evidente, questa legge.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">a</hi>)Il <hi rend="italic">primo pane</hi> offre 10 di piacere, meno 2 di pena: donde valore uguale ad 8; cioè 8 di <hi rend="italic">utilità netta</hi> ossia di soddisfazione che supera e compensa il sacrifizio di 2. — <hi rend="italic">b</hi>)<hi rend="italic"> Secondo pane:</hi> per questo, se dal primo, che vale 8, si sottragga 1 di piacere (per lo scemare della fame) e si aggiunga 1 di pena (per crescere dell'affaticamento), il valore scende a 6. — <hi rend="italic">c</hi>) <hi rend="italic">Terzo pane</hi>:rispetto al secondo che vale 6, il valore di esso, meno 1 di piacere, più 1 di pena, torna uguale a 4. — <hi rend="italic">d</hi>)<hi rend="italic"> Quarto pane</hi>:rispetto al terzo che vale 4, meno 1 di piacere, più 1 di pena, valore uguale a 2. — <hi rend="italic">e</hi>)<hi rend="italic"> Quinto pane</hi>:rispetto al quarto che vale 2, meno 1 di piacere, più 1 di pena, valore uguale a 0 (zero).</p>
          <p>
            <pb n="1.362" />Chiamato <hi rend="italic">valore iniziale</hi> quello del primo pane = 8 e <hi rend="italic">punto di indifferenza</hi> il valore zero del quinto pane, il <hi rend="italic">valore finale</hi>,nella <hi rend="italic">sua tendenza inevitabile a decrescere</hi>,si arresta a 2, perché esso non può discendere ulteriormente senza rinunziare a qualunque utilità o soddisfazione che compensi il sacrifizio, ciò che sarebbe assurdo; mentre quel valore del quarto pane, che è di 2 e <hi rend="italic">sta al margine prossimo</hi> al punto di indifferenza senza raggiungerlo, rappresenta, rispetto al terzo pane di valore 4, un <hi rend="italic">utile netto</hi> ossia un appagamento che superando di 2 lo sforzo, è bastevole compenso di esso; e la produzione del pane al prezzo di 2 può continuarsi. Di qui la nomenclatura in proposito usata dagli economisti: di <hi rend="italic">grado finale</hi> o <hi rend="italic">marginale di utilità</hi> («finale degree of utility», «marginal utility» di Jevons e Marshall) o di un <hi rend="italic">valore limite</hi> («Grenzwert» di Menger) o forse meglio di <hi rend="italic">infimo valore seriale.</hi></p>
          <p>La legge di variazione del <hi rend="italic">valore unitario</hi> si può pertanto esprimere in altre parole così: «il valore unitario di un prodotto tende a decrescere fino ad un <hi rend="italic">minimo relativo</hi>,il quale, fra soddisfazioni e sacrifizi, lasci un margine infimo di utilità netta, bastevole (in grazia del godimento, ossia del consumo) a compensare il patimento della produzione; permettendo per ciò la continuazione del consumo e della produzione insieme. Il valore unitario di un <pb n="1.363" />bene si arresta così a quell'infimo, al di sotto del quale edonisticamente si cessa di produrre e di consumare il bene medesimo».</p>
          <p>Valore totale. ‒ 1. Fin qui del <hi rend="italic">valore unitario</hi>,di una serie di beni omogenei (unità di pane). Ma quale è il valore della intera serie dei beni stessi, cioè il valore totale? Rispondesi: «essa è data dal <hi rend="italic">valore dell'ultima unità della serie</hi> (o valore limite) moltiplicato per il numero delle unità della serie medesima». Nel nostro esempio di una serie di quattro pani (escluso il quinto di valore nullo) successivamente prodotti e consumati direttamente dalla stessa persona, il valore totale o complessivo non risulta dalla somma dei valori unitari 8 + 6 + 4 + 2 = 20; bensì dal valore infimo marginale che è 2, moltiplicato per il numero delle unità della serie stessa che è 4, e pertanto da 2  4 = 8. In altre parole: «se per soddisfare ai gradi decrescenti della fame, il valore unitario di ogni singola porzione discende da 8 a 6, 4, 2, — questo valore 2 della porzione finale o marginale si accomuna a tutte le porzioni superiori della serie intiera, e determina così il valore totale di essa».</p>
          <p>2. Perché ciò? Si rammenti che siamo nel dominio della <hi rend="italic">psicologia empirica</hi> e perciò di <hi rend="italic">giudizi soggettivi</hi>,proporzionati allo <hi rend="italic">stato d'animo</hi> cioè di <hi rend="italic">sentimenti</hi> e <hi rend="italic">criteri</hi> di persone di varia tempra psichica ed operanti in successivi momenti di vita. Un selvaggio torpido reputa non valga la fatica di <pb n="1.364" />arrampicarsi sull'albero per cogliere e mangiare un frutto, se non sotto la stretta della fame più mordente cioè dell'<hi rend="italic">appagamento di bisogni acutissimi</hi> ed urgenti; mentre un uomo civile più alacre e sensibile è pronto ad affrontare eguali o maggiori fatiche anche per bisogni e piaceri secondari. — Similmente si riscontra che le stesse persone (anche nel medesimo ambiente), le quali <hi rend="italic">dapprima</hi> non affrontavano una fatica, p. e. un'ora di lavoro, se non per utilità e soddisfazioni altissime rispondenti a bisogni indispensabili, più tardi si inducono ad aggiungere altre ore di lavoro, cioè altri sacrifizi di operosità produttiva, per ulteriori appagamenti, sebbene sappiano che per la legge (fisiopsicologica) del bisogno decrescente e del sacrifizio crescente, quelle soddisfazioni finali si assottiglino sempre più, cioè apportino un <hi rend="italic">compenso</hi> del lavoro oneroso <hi rend="italic">sempre minore</hi>, degradando analogamente il valore delle unità successive del prodotto medesimo.</p>
          <p>Ciò si effettua per la ragione che l'uomo è sospinto dal <hi rend="italic">desiderio di accrescere il suo benessere complessivo</hi>,cioè di conseguire, mercé l'aumento del suo lavoro utile ed oneroso, una più estesa e completa soddisfazione del suo bisogno fino all'accessorio, al voluttuario ed alla sazietà. E pertanto se egli fu tratto prima col suo sforzo o sacrifizio iniziale a produrre un primo pane per un appagamento elevato di 8, rispondente alla necessità di acquetare i primissimi <pb n="1.365" />latrati della fame, — successivamente si accontenta, per giungere gradualmente alla completa tacitazione del bisogno, di ritrarre dalla produzione degli altri pani appagamenti rispettivamente minori, nella misura decrescente di 6, 4, 2, corrispondenti al valore del secondo, terzo, quarto pane; <hi rend="italic">i quali tutti però, aggiunti al primo</hi>,gli apportano finalmente la sazietà. Ma in tal caso si può bene argomentare, che se l'uomo medesimo continuò nella produzione anche colla tenue soddisfazione di 2, cioè sino all'infimo valore marginale del quarto pane, ciò significa aver egli ormai giudicato che i suoi sacrifizi per produrre questa ultima unità di pane fossero bastevolmente compensati da quell'assottigliato valore finale; assommando (avvertasi bene) <hi rend="italic">nella unità della sua coscienza</hi> questa tenuissima utilità e soddisfazione marginale con tutte le altre superiori di cui egli simultaneamente usufruisce, e così completando il suo benessere.</p>
          <p>Allora avviene una <hi rend="italic">conversione</hi> psicologica definitiva del suo giudizio, ossia della sua stima intorno al complesso di quei pani: «egli a lungo andare si abitua a stimare alla stregua del valore di quest'<hi rend="italic">ultima unità anche le unità superiori, e quindi il valore totale della serie intera</hi>»;<hi rend="italic"> —</hi> la quale, perciò, risulta da quel <pb n="1.366" />valore di 2 moltiplicato per le 4 unità della serie medesima. E pertanto, nel nostro esempio, mentre la <hi rend="italic">somma</hi> dei <hi rend="italic">singoli valori unitari</hi> delle 4 <hi rend="italic">porzioni di pane considerate distintamente</hi> sarebbe stato 20, il <hi rend="italic">valore totale</hi> di quelle, considerate complessivamente, si trova ridotto ad 8.</p>
          <p>3. <hi rend="italic">Quale espressione ha questa contrazione del valore totale</hi>,rispetto a quello unitario? Rispondesi: <hi rend="italic">a</hi>)il valore unitario viene a degradare fino all'infimo valore marginale (di 2), di mano in mano che vengono ad aumentare nel loro complesso le unità di pane da 1 a 4, cioè, via via che crescono i beni destinati all'uso umano, i quali risultano in parte di utilità gratuita (inerente alle proprietà fisiche delle cose) e in parte di utilità onerosa (dovuta al lavoro o sacrifizio umano), cosicché «quanto più basso è il valore marginale, si deve riconoscere che tanto più completa è la soddisfazione del bisogno». — <hi rend="italic">b</hi>)Perciò stesso si deve ammettere «che il <hi rend="italic">benessere cresce con la quantità dei beni usati</hi> per l'appagamento dei bisogni, e <hi rend="italic">si proporziona pertanto alla quantità dei bisogni appagati</hi>».Invero se il primo pane acquetava appena imperfettamente il bisogno più stridente, aggiunti <hi rend="italic">dipoi gli altri 3 pani</hi>,<hi rend="italic"> il bisogno</hi> riusciva appagato completamente; ed il benessere era quadruplicato. — <hi rend="italic">c</hi>)Ma non si deve confondere l'aumento del benessere complessivo, cioè la <hi rend="italic">somma dei beni</hi> acquisiti e goduti da un individuo o da un gruppo <pb n="1.367" />sociale (donde il benessere) — coll'<hi rend="italic">aumento del valore totale</hi> di essi. Se infatti, crescendo da 1 a 4 i pani, il benessere fisico-psichico o l'appagamento si quadruplica, il valore totale dei quattro pani non cresce di rispondenza, perocché, mentre il benessere (o la ricchezza) <hi rend="italic">si conguaglia alla quantità dei beni posseduti ed usati</hi>,<hi rend="italic"> i</hi> quali apportano utilità ossia soddisfazioni (in parte gratuite, in parte onerose), — invece la <hi rend="italic">stima</hi> che si fa di que' beni o il valore di essi (come più sopra abbiamo fermato) normalmente <hi rend="italic">si pareggia soltanto alle utilità onerose</hi>, vale a dire a quella porzione di utile e di appagamento che è risultato dei nostri <hi rend="italic">sacrifizi produttivi</hi> di lavoro e di capitale, per rendere effettive le virtù potenziali (utili) della natura; giusta l'esempio del viandante assetato, che stima (apprezza) l'acqua che lo salva da morte, non già l'infinito, ma quanto a lui costa di fatica per ricercarla e attingerla alla fonte dell'oasi lontana. E perciò, data una certa <hi rend="italic">massa complessiva di beni</hi> a cui è salito e da cui è misurato il benessere di un individuo o di una famiglia, di una tribù chiusa in un dato momento, — se il valore unitario si deprime proporzionalmente ad ogni unità di beni utili, il <hi rend="italic">valore totale</hi> si deprime <hi rend="italic">più che proporzionalmente</hi>,rispetto al complesso di quelle unità medesime. Sicché, dietro l'esempio suddetto, se il valore unitario di quelle quattro porzioni di pane discende da 8 a 6 a 4 a 2, e se ulteriormente <pb n="1.368" />quest'ultimo valore marginale (di 2) degrada alla propria misura infima tutta intera la serie dei pani componenti la massa, il valore di essa invece di 20 diventa 8.</p>
          <p>Deduzioni. ‒ Di qui le seguenti deduzioni riguardanti <hi rend="italic">le leggi del valore totale d'uso</hi> nella sua applicazione alla società universale, considerata come una sola famiglia, la quale (all'infuori di ogni scambio) produce direttamente per consumare.</p>
          <p>1. Ad ogni elevazione quantitativa, p. e. del doppio, verificatasi nei beni complessivi e quindi nel benessere effettivo della società, «il valore totale di ogni serie omogenea di beni decresce di quanto raffigura la differenza fra la somma dei valori delle singole unità di esso, <hi rend="italic">distintamente estimati</hi> (valori unitari), e quella risultante dal valore marginale (finale) <hi rend="italic">dell'ultima unità della serie</hi>,<hi rend="italic"> moltiplicato per le unità della serie stessa</hi>»,discendendo pertanto nel nostro esempio di quanto è <hi rend="italic">la escursione fra 20 ed 8</hi> (differenza 12).</p>
          <p>2. Così staticamente, — rimanendo cioè il benessere (ossia la quantità dei beni utili) eguale nella somma delle soddisfazioni personali, — il valore totale, ridotto nel nostro esempio ad 8, rappresenta la <hi rend="italic">utilità onerosa</hi>,e la differenza in più di 12 rappresenta la <hi rend="italic">utilità gratuita</hi> che si aggiunge come premio crescente del fattore natura ai sacrifizi umani della società, la quale, considerata (nei riguardi del valore d'uso) come una sola e grande famiglia, è nello stesso tempo produttrice e consumatrice.</p>
          <p>
            <pb n="1.369" />3. E analogamente, sotto un punto di veduta dinamico, il <hi rend="italic">valore totale d'uso</hi> rivela la attuazione della legge suprema edonistica; — per cui nel progresso economico avviene che «ad <hi rend="italic">ogni aumento nel complesso dei beni</hi> crescano le soddisfazioni e diminuiscano relativamente i sacrifizi; con tendenza (sotto certe condizioni) di sopravanzare quelle sopra di questi non solo in modo proporzionale ma <hi rend="italic">progressivo</hi>».E tal legge ha la sua radice nella stessa natura del bisogno, il quale signoreggia immediatamente il <hi rend="italic">valore di uso</hi> nella economia privata di chi produce direttamente per consumare. Il bisogno infatti, — da un lato ha bensì una <hi rend="italic">funzione passiva</hi> traendo l'uomo a ricercare l'appagamento, nel quale, siccome <hi rend="italic">effetto</hi> delle sue aspirazioni, tende ad acquetarsi; ma da un altro lato dispiega una <hi rend="italic">funzione attiva</hi>,siccome <hi rend="italic">causa impellente</hi> della operosità umana per produrre e moltiplicare i beni utili quali mezzi dell'appagamento stesso. Operosità, la quale importando per l'uomo una pena (fatica, sofferenza), esso tende a rendere sempre meno onerosa. Ciò precisamente in due modi del pari soggettivi: <hi rend="italic">col suo ingegno</hi>,sostituendo alle energie proprie organiche altre forze di natura (progresso intellettuale tecnico); e <hi rend="italic">colla</hi><pb n="1.370" /><hi rend="italic">sua virtù</hi>,abituandosi ad estimare meno gravosa ed anzi gradita una operosità, anco prolungata e più intensa, in vista dei fini elevati della esistenza che con essa consegue (perfezionamento morale). Così il bisogno raggiunge il suo termine mercé il moto accelerato di più coefficienti. È ciò che farebbe per sviluppo di energie interiori un selvaggio od un Robinson Crusoe nell'isolamento che esclude ogni relazione di scambi; esempio che rafferma frattanto questo vero: — che il principio edonistico nell'economia coincide con la duplice legge del valore d'uso, unitario e totale; la quale ne è la espressione fondamentale, radicata nella natura dell'uomo stesso, perché involge, nella sua progressiva attuazione nel tempo, le <hi rend="italic">due condizioni</hi> psichiche dello sviluppo dell'intelletto e della volontà, cui è connesso tutto l'incivilimento.</p>
          <p>Ecco la legge del <hi rend="italic">valore d'uso</hi> per i beni in generale. Essa è espressa: «dall'aumento delle soddisfazioni in paragone dei sacrifizi nella stima dei beni serventi ai bisogni; o altrimenti dalla <hi rend="italic">progressiva diminuzione relativa dei sacrifizi medesimi che lascia un margine di godimenti sempre crescente</hi> ai fini umani».</p>
          <p>
            <hi rend="italic">La condizione fondamentale</hi> ad effettuare questa legge del valore d'uso totale è pertanto <hi rend="italic">la moltiplicazione della ricchezza complessiva</hi>, servente ad una <pb n="1.371" />maggior somma di bisogni. Ciò è del pari dipendente dalla natura psicologica dell'uomo.</p>
          <p>I bisogni infatti, che — (dinanzi ad una quantità determinata di ricchezza disponibile al loro appagamento) vedemmo già inchinevoli a decrescere in varietà ed intensità fino alla sazietà, — con processo inverso, di momento in momento storico, <hi rend="italic">tendono ad aumentare</hi> (avvertasi bene) <hi rend="italic">coll'elevarsi del concetto dei fini della vita</hi>,della sua dignità, dei suoi doveri cioè della stima di essa; donde il desiderio e la volontà efficace di più completi e nobili appagamenti, <hi rend="italic">che danno nuovo slancio alla attività produttiva, moltiplicando la ricchezza</hi>.Con questa, aumentato il benessere cioè le soddisfazioni e quindi la <hi rend="italic">stima della utilità</hi>,si inaugura un nuovo periodo, nel quale per ciò stesso cresce il <hi rend="italic">valore totale d'uso</hi> dei beni economici; salvo che da questo più elevato ed ampio ciclo di ricchezza ricominci, per il nuovo processo discendente dei bisogni verso la sazietà, la discesa del valore stesso, fino ad ulteriori riprese. Così definitivamente è la <hi rend="italic">stima della vita</hi> che di volta in volta determina le vicende della <hi rend="italic">stima dei beni</hi>;ed è attraverso questa alterna esaltazione e assopimento del bisogno, che si effettua nella storia la legge generale del valore d'uso (unitario e totale insieme).</p>
          <p>Il valore di cambio. ‒ In tale teorica del valore d'uso e delle sue variazioni, giusta la quale queste <pb n="1.372" />seguono di caso in caso quella <hi rend="italic">stima delle cose</hi> in cui, nel giudizio della stessa persona produttrice e consumatrice, i sacrifizi suoi propri trovano equo compenso nei godimenti suoi propri, — stanno le ragioni prime anche delle leggi del <hi rend="italic">valore di cambio</hi>,quale si esplica nelle permutazioni delle cose (utili e limitate) in società:</p>
          <p>
            <hi rend="italic">la legge del valore di cambio commerciale</hi> seconda, di momento in momento statistico, il variare accidentale di quella stima delle cose permutabili, nella quale trovano equilibrio (instabile) la domanda e la offerta dei commercianti, cioè le privazioni e i vantaggi dei compratori e venditori sul mercato;</p>
          <p>
            <hi rend="italic">la legge del valore di cambio normale</hi> è designata invece, di periodo in periodo storico, da quella stima media delle cose, nella quale rinvengono un equilibrio (stabile) i costi e i profitti dei produttori coi dispendi e le soddisfazioni dei consumatori.</p>
          <p>Ciò per ora può bastare. Il resto al tema de «La circolazione ».</p>
          <p>Prezzo e moneta. ‒ 1. Concetto connesso è quello di <hi rend="italic">prezzo</hi>,cioè di <hi rend="italic">valore espresso in moneta</hi>;intendendosi per questa <hi rend="italic">un prodotto destinato a servire come mezzo generale degli scambi.</hi></p>
          <p>Ogni scambio di cose si fa dietro un giudizio di <hi rend="italic">equivalenza</hi> fra gli oggetti che si vogliono permutare; e quanto più questi si moltiplicano tanto più si <pb n="1.373" />complica la difficoltà di una stima comparativa reciproca e della effettuazione pratica degli scambi. Così p. e. un bue può valere un cavallo, otto vitelli, venti ettolitri di grano, trecento metri di tela; e di ricambio varia la stima o valore di ognuno di questi oggetti, con tutta la serie indefinita delle cose permutabili con cui può essere paragonato. Se si adottasse un <hi rend="italic">oggetto (prodotto) generico</hi>,al cui valore relativamente fisso si confrontassero i valori di tutte le cose e le rispettive loro variazioni, il computo di equivalenza reciproca si semplificherebbe e gli scambi si troverebbero agevolati ed ampliati. Chi possegga p. e. un <hi rend="italic">pezzo di argento</hi> cui attribuisce una stima o <hi rend="italic">valore di uno</hi>,egli, paragonando a questa unità le altre cose, facilmente può ricondurre il valore di tutte queste ad un comune denominatore e dire: un bue vale 400 pezzi di argento, un vitello 50, un ettolitro di grano 20, un metro di tela 1,3 pezzi argentei. E dietro questa unità di misura o di estivazione del valore, chi vende il bue ne riceve 400 pezzi; e se voglia acquistare due vitelli vende ossia cede 100 pezzi in cambio dei vitelli stessi; e ulteriormente 20 pezzi per avere un ettolitro di grano.</p>
          <p>2. Tale è la <hi rend="italic">moneta</hi>,d'ordinario un metallo prezioso o inferiore, la quale, essendo utile come ottimo stromento di estimazione e di acquisto delle cose, ed essendo onerosa (costando sacrifizi) quale prodotto <pb n="1.374" />dell'arte umana (mineraria e metallurgica), riceve essa stessa un valore che segue fondamentalmente (non già negli accidenti) le leggi generali del valore di scambio. — Ma viceversa presentando essa una maggiore stabilità di valore proprio, in grazia soprattutto dell'immenso accumulo (poco variabile in quantità) della massa monetaria formatasi lungo i secoli (scorta metallica storica) e sempre disponibile agli scambi, si presta opportunamente a servire come termine di misura (relativamente inalterato) delle variazioni di valore di tutte le altre cose.</p>
          <p>3. Ne deriva che il <hi rend="italic">prezzo</hi> il quale denota e misura il <hi rend="italic">valore di tutte le cose, paragonato col valore della moneta ed espresso in unità di essa</hi>,(si dice p. e. che una cosa vale una, due, tre unità di moneta o lira), può crescere e scemare — o per alterazioni di valore inerenti alle cose concrete, p. e. per mutazione di domanda, offerta, costo e consumo del pane, vino, vesti; — o per alterazioni di valore inerenti alla moneta stessa cioè allo stromento di acquisto. Donde la regola: siccome il prezzo riflette questo duplice ordine di mutazioni, così esso <hi rend="italic">varia in ragione diretta del valore delle cose, e in ragione inversa del valore della moneta.</hi> Nel primo caso, se il pane è raddoppiato di valore (stima) perché è cresciuta la fame o aumentano le spese di panificazione, il suo prezzo da <hi rend="italic">uno sale a due</hi> in ragione diretta del suo valore. Nel secondo <pb n="1.375" />caso, se il pane non ha mutato valore perché uguale la fame e anco le spese di panificio, ma invece è raddoppiata la massa monetaria, svilendo in proporzione (come di ogni oggetto soverchio) il valore della moneta, — avviene che lo stesso pezzo monetario non è più capace di acquistare la stessa quantità di pane, ma occorrono due pezzi; cosicché il <hi rend="italic">prezzo sale a due</hi> cioè <hi rend="italic">al doppio</hi>,inversamente al <hi rend="italic">valor della moneta sceso a metà</hi>.</p>
          <p>Basti questa regola nelle sue linee generali, avvertendo soltanto che <hi rend="italic">ordinariamente</hi> le oscillazioni dei prezzi rivelano mutazioni nel <hi rend="italic">valor delle cose</hi>,perché indefinite e continue sono le circostanze influenti nel mercato sulla produzione ed uso di esse; e solo <hi rend="italic">eccezionalmente</hi> e <hi rend="italic">subordinatamente</hi> riflettono le mutazioni nel valore della moneta, perché sono rari gli sconvolgimenti vasti e profondi nella massa monetaria o nell'assetto complesso degli stromenti di acquisto o di scambio.</p>
          <p>4. Solamente tengasi fermo fin d'ora, che la introduzione e generalizzazione dell'uso della moneta (grande fatto storico) non solo contribuisce ad estendere e moltiplicare gli scambi, ma ancora a maturare la costituzione di classi distinte fra cui quelli si effettuano, e a diversificare e perfezionare il sistema fondamentale della produzione e del consumo; e così per queste vie a dare una decisiva prevalenza al <hi rend="italic">valore</hi><pb n="1.376" /><hi rend="italic">di scambio,</hi> e a rendere più esatte, pieghevoli, diffuse le leggi di esso. Tuttavia non si dimentichi che, anco nel suo più complesso e perfetto sviluppo, il valore di scambio trova le sue cause prime ed ultime e i limiti delle sue leggi nel valore d'uso; cioè il valore sociale obbiettivo nel valore individuale soggettivo.</p>
          <p>La legge economico-edonistica. ‒ 1. Rientra nel novero di questi principi fondamentali, tenendovi anzi il posto supremo, perché informa e regge tutto l'essere e la vita economica, «la <hi rend="italic">legge dell'utile</hi> o con espressione greca la <hi rend="italic">legge edonistica</hi>». Essa esprime la norma, giusta la quale si costituisce e si esplica nella sua cospirazione finale l'<hi rend="italic">attività economica</hi> ossia l'ordine statico e dinamico della ricchezza; e può designarsi, siccome <hi rend="italic">quel principio regolatore che mira a conseguire il massimo effetto utile col minimo impiego di mezzi onerosi</hi> (<hi rend="italic">o reali,</hi> materie e forze, <hi rend="italic">o personali</hi>,sacrifizi) <hi rend="italic">per l'uomo</hi>.</p>
          <p>2. Si osservi che tal legge è <hi rend="italic">universale</hi>:essa regge ogni sistema di fatti che abbia ragione e carattere di mezzo utile e limitato (in quantità), e così il mondo siderale come quello sociale, le forze meccaniche come le energie umane; per cui primamente Galileo la riscontrava e definiva nella astronomia, denominandola <hi rend="italic">legge del minimo mezzo</hi>.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">È perfettamente razionale</hi>.A conseguire un certo <hi rend="italic">effetto finale</hi>, sarebbe assurdo impiegare una somma di <pb n="1.377" />mezzi o forze inferiori al bisogno, cioè inadeguata a raggiungere lo scopo; ma assurdo del pari, cioè uno spreco irragionevole, l'adoprare una quantità di mezzi che fosse superiore a quanto basta per conseguire il fine stesso. Perciò essa coincide col concetto di <hi rend="italic">ordine</hi>,che è appunto proporzione di mezzi al fine e da cui dipende l'<hi rend="italic">equilibrio</hi>,sia logico che cosmico o sociale. Perciò tal legge come nozione speculativa fu primamente intuita da filosofi, quali Pitagora e Platone (Minghetti).</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Essa si riproduce in tutte le grandi manifestazioni</hi> omomenti <hi rend="italic">della vita economica</hi>,come già altrove accennammo. Nella <hi rend="italic">produzione</hi> della ricchezza, essa importa che si effettui il massimo prodotto col minimo dispendio di fattori produttivi, cioè di forze efficienti, del lavoro, della natura, del capitale. Nella <hi rend="italic">circolazione</hi>,che si attui il più rapido, ampio e continuato scambio di ricchezze finali (d'uso personale) col minimo impiego di ricchezze stromentali (di strade, di veicoli, di moneta). Nella <hi rend="italic">distribuzione</hi>,che si raggiunga la più diffusa ed equa partecipazione di tutte le classi alla ricchezza novellamente prodotta, ossia al reddito netto nazionale, colla minima diminuzione della preesistente potenza produttiva di ciascuna classe. Nel <hi rend="italic">consumo</hi>,che si consegua il più completo appagamento dei bisogni colla minima dissipazione delle ricchezze disponibili.</p>
          <p>
            <pb n="1.378" />Essa finalmente, applicandosi alla ricchezza servente ai fini umani, suscettivi di una attuazione sempre più completa e di un raggiungimento sempre più elevato, racchiude e <hi rend="italic">designa la legge del progresso</hi> nella vita economica, la quale si traduce in realtà concreta, mercé la tendenza costante: «di accrescere le ricchezze e quindi le soddisfazioni indefinitamente, perché ad esse risponde un piacere, e di diminuire ad un tempo indefinitamente gli sforzi e quindi i sacrifizi per conseguirle, perché ad essi risponde un dolore». Cosicché l'ideale (impossibile all'uomo) sarebbe: — <hi rend="italic">effetto utile o benessere = infinito; — sforzo</hi> o <hi rend="italic">sacrifizio = zero;</hi> ciò che è proprio di Dio, <hi rend="italic">che crea tutto dal nulla</hi>. Ma intanto la attuazione di un rapporto sempre più favorevole fra questi due termini, per il quale <hi rend="italic">si amplia sempre più l'effetto utile</hi> cioè il godimento mercé la ricchezza, <hi rend="italic">restringendosi sempre più il dispendio di forze</hi> cioè la pena, mercé la intelligenza e la energia umana, — segna i gradi del progresso economico nella storia.</p>
          <p>
            <pb n="1.379" />
          </p>
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        <div>
          <head>IV. Premesse positive. Fatti primi: l'uomo</head>
          <p>Programma. ‒ L'ordine economico nella sua genesi e costituzione non consta solo di principi speculativi (o premesse etiche, giuridiche, utilitarie), bensì ancora di <hi rend="italic">fatti primi</hi> e di <hi rend="italic">istituti fondamentali</hi> derivati, colle rispettive <hi rend="italic">energie impellenti</hi> (moventi e <hi rend="italic">leggi di esplicazione</hi>),come appunto, per analogia, qualunque organismo vitale risulta di <hi rend="italic">elementi primi</hi> nella loro varia <hi rend="italic">composizione</hi> (organizzazione) e di <hi rend="italic">forze determinanti</hi> (vita); cosicché nell'ordine stesso economico i principi speculativi vengono ad integrarsi con un <hi rend="italic">sistema di premesse positive</hi>,cioè fondate sulla osservazione dei fatti sensibili.</p>
          <p>Questi fatti, istituti e leggi l'economia attinge da singole scienze o discipline di osservazione: l'antropologia, la psicologia, le scienze naturali e geografiche, la biologia, e le singole scienze e discipline sociali-politiche; tutte però coordinate dalla scienza sintetica, la sociologia, intesa come <hi rend="italic">la dottrina generale</hi> (<hi rend="italic">razionale-positiva</hi>)<hi rend="italic"> dell'incivilimento</hi>,che ricerca come di fatto si atteggia la società nei suoi elementi <pb n="1.380" />e nelle sue cause e leggi di perfezionamento, in cui è civiltà. La sociologia studia così ciò che v'abbia di comune nelle molteplici manifestazioni (fisiche, civili, politiche, economiche, etiche) dell'essere e della vita umana sociale, in relazione al fine dell'incivilimento. È ciò che sembra risultare anche fra noi da recenti discussioni (F. C. Gabba, Croce, Chiappelli).</p>
          <p>Or bene: è il caso di ricordare come questi <hi rend="italic">fatti primi</hi> ed <hi rend="italic">istituti fondamentali</hi> della <hi rend="italic">sociologia</hi> colle rispettive <hi rend="italic">cagioni</hi> e<hi rend="italic"> leggi</hi> appartengono all'<hi rend="italic">ordine sociale</hi> nell'ampio e comprensivo senso della parola; e come l'ordine economico perciò ne dipenda e ne rimanga variamente influito. L'uomo colla sua vita, essenzialmente morale-civile, è anteriore e superiore al lavoratore e consumatore; la società coi suoi fini civili è anteriore e superiore alle associazioni economiche di lucro; la civiltà nel suo contenuto essenzialmente spirituale è anteriore e superiore al benessere materiale della ricchezza. Ciò valga per escludere la confusione frequente fra sociologia ed economia.</p>
          <p>È però nella sociologia, disciplina positiva e storica per eccellenza, che si devono rinvenire questi rapporti fondamentali di fatto della economia; e se i principi speculativi ne compongono le <hi rend="italic">premesse logiche</hi>,questi fatti sociologici ne formano i <hi rend="italic">presupposti positivi</hi>.Bensì di quest'ultima devesi considerare il nesso reale progressivo colle istituzioni e leggi <pb n="1.381" />fondamentali dell'economia. Questa ricerca fa parte di quella trattazione che, sui primi saggi di Messedaglia, Lampertico, e poi dei tedeschi Schäffle, Roscher, Schmoller, Pesch, si comprende sotto il nome di <hi rend="italic">teoria generale della vita economico-sociale</hi>.Noi ne rileviamo alcune risultanze.</p>
          <p>I <hi rend="italic">fatti primi</hi> su cui, quasi piedistallo, si erige l'edificio dell'<hi rend="italic">ordine sociale</hi> in tutta la sua ampiezza e quindi ancora dell'ordine economico, sono tre: l'<hi rend="italic">uomo</hi> (l'individuo), il <hi rend="italic">cosmo</hi> (l'ambiente fisico-tellurico), la <hi rend="italic">popolazione</hi> (la specie umana); ed è su questi fatti elementari che mercé un sistema di reciproche relazioni normali viene primamente a sorgere e comporsi l'<hi rend="italic">ordine sociale di civiltà</hi>.</p>
          <p>In prima presentasi l'<hi rend="italic">uomo</hi> colla sua <hi rend="italic">esistenza autonoma</hi>,coi suoi <hi rend="italic">bisogni</hi>, colle sue <hi rend="italic">facoltà</hi>.Qui siamo nel campo delle osservazioni empiriche interne ed esterne, fornite dalla antropologia e psicologia in servigio della scienza sociale e subordinatamente della economia. Ai fini umani doverosi, dimostrati dalla morale e dal diritto, corrispondono infatti nell'uomo dei <hi rend="italic">sentimenti</hi> e delle <hi rend="italic">facoltà</hi>,ambedue dominate dalla <hi rend="italic">coscienza del proprio essere autonomo</hi>;ciò che concorre a sospingere, attuare, assicurare il raggiungimento di que' fini stessi.</p>
          <p>L'uomo e la sua autonomia morale. ‒ 1. Sopra tutti i sentimenti dell'uomo domina la <hi rend="italic">coscienza del <pb n="1.382" />suo essere autonomo,</hi> o convinzione di avere una esistenza distinta dai suoi simili, con fini individuali a cui è inerente il <hi rend="italic">proprio bene</hi>,e del cui conseguimento egli è libero e responsabile <hi rend="italic">autore</hi>,donde la <hi rend="italic">personalità</hi> etica e giuridica (s. Tommaso, Cathrein). Tale sentimento dell'io personale e morale è così congenito all'uomo, che si palesa nelle società selvagge e perdura tenacemente in quelle più raffinate e corrotte; e perciò tale concetto e sentimento di umana autonomia, se troppo spesso si incontra assopito e degenerato, non mai del tutto si spegne. Esso normalmente, nella storia della antica civiltà asiatica come nella moderna, si aderge e si intensifica in proporzione della concezione crescente di <hi rend="italic">fini morali</hi> cioè distinti da quelli fisici, <hi rend="italic">doverosi</hi> siccome imposti da una autorità, ed <hi rend="italic">utili</hi> in quanto promettono godimenti in premio del merito. Nella educazione del quale sentimento è manifesta l'efficacia prima e massima che ha la religione (Périn, Cathrein, Pesch, Lecky, Tarde, Kidd).</p>
          <p>2. Le deduzioni positive sono importanti. Dinanzi al crescere di tale <hi rend="italic">coscienza</hi> della propria morale autonomia, è notevole come la ricchezza nel comune giudizio venga di più in più estimata come un mezzo a fini spirituali, e l'uomo come principio e fine di essa, e le leggi economiche siccome umane per eccellenza, ritraenti i caratteri del loro autore: <hi rend="italic">homo</hi><pb n="1.383" /><hi rend="italic">sum, nihil humani a me alienai puto</hi> (Terenzio). Prosperità e miseria in popolazioni arretrate sono considerate come fatali, o come doni e castighi esclusivamente della divinità; e invece più tardi e in misura sempre maggiore, come risultati risalenti ancora a merito e demerito dell'uomo.</p>
          <p>Da questa esistenza autonoma, che impronta la personalità individua coi fini suoi propri, deriva il <hi rend="italic">sentimento della dignità umana</hi>,e quindi la grandezza e fecondità delle sue esplicazioni. E perciò la saldezza e vigoria della società stessa economica tiensi in relazione col concetto dominante dell'uomo, della nobiltà dei suoi destini e della potenza sua, siccome fabbro delle proprie sorti; e si misura pertanto dal valore degli individui che la compongono. Questa è la radice della inferiorità di gran parte delle nazioni antiche, compresa Grecia e Roma, nelle quali era stimato il cittadino, non già l'uomo in tutta la dignità di ente morale autonomo. Questo fu il rivolgimento intimo introdotto dal cristianesimo, il quale, affermando la libertà e sublimità dell'anima umana, generò una società nuova e in essa aperse una fonte inesauribile di energie economiche. Questa è la ragione della superiorità economica degli odierni anglosassoni; ché in essi, insieme al crescere del sentimento di solidarietà, è più vigoroso il sentimento della individualità e più rispettata la sua autonomia.</p>
          <p>
            <pb n="1.384" />Elevandosi pertanto vieppiù nella coscienza dei popoli il concetto dei beni superiori della esistenza, cui ogni uomo ha dovere e diritto di aspirare, si aderge pur anco il concetto del <hi rend="italic">benessere materiale</hi>, che egli può e deve procacciarsi; e ne prende elaterio tutta l'attività sociale e quella stessa economica; la quale perciò dipende definitivamente dal <hi rend="italic">pregio della vita</hi> (H. Mailock) e dei suoi legittimi appagamenti finali. Ecco perché l'indiano, che la vita presente dispregia, ha perduto ogni virtù di operosità. Ecco la ragione della esuberante vigoria di lavoro dei liberi cittadini nei Comuni cristiani medioevali, presso di cui la vita coi suoi sublimi ideali (religiosi, civili, estetici) e coi corrispondenti benefici reali era profondamente stimata ed amata. Ecco il segreto per il rialzamento (anche materiale) dell'odierno proletariato: quello di insinuare in esso e in tutte le classi il sentimento della dignità del lavoratore e quindi del dovere e del diritto, in virtù del proprio merito, di partecipare in più alto grado ai benefici della civiltà. È un concetto, che già depresso dal neo-umanesimo pagano del sec. XVI e dal razionalismo materializzato del sec. XIX, oggi è accettato da tutti gli economisti recenti e dai socialisti stessi riformatori (da Lassalle a Bernstein), riconoscendo che tutta l'economia si risente del concetto dei fini della vita (il lavoro, il valore, le mercedi, i consumi), e che le leggi di quella seguono definitivamente le vicende degli ideali di civiltà.</p>
          <p>
            <pb n="1.385" />L'uomo coi suoi bisogni. ‒ 1. Intendesi per bisogno «il sentimento di privazione di un bene accompagnato dalla tendenza a possedere quel bene stesso e di trarne godimento» (C. Supino). Quanti sono i fini umani, altrettanti i bisogni nell'uomo i quali cercano il proprio appagamento; e così <hi rend="italic">bisogni fisiologici</hi> per il fine della esistenza fisica, bisogni <hi rend="italic">intellettuali</hi> al fine della conoscenza del vero, bisogni <hi rend="italic">morali</hi> al fine dell'adempimento del bene.</p>
          <p>La <hi rend="italic">scienza etica</hi> ne studia l'intrinseca onestà razionale. Essi sono impulsi ed aiuti ad adempire i fini umani doverosi in modo continuato e crescente, donde la loro legittimità; sicché il bisogno è sentimento razionale e ordinato (al fine), proprio dell'uomo, mentre l'istinto cieco è proprio degli animali inferiori. Anzi (fatto decisivo) non solo la persistenza attivistica, ma la molteplicità, la estensibilità, e la inesauribilità dei bisogni è caratteristica esclusiva della specie umana, riflesso del predominio in essa dello spirito, quasi partecipe dell'infinito.</p>
          <p>La <hi rend="italic">sociologia</hi> considera la genesi e la funzione dei bisogni nella civiltà: nella quale — ai bisogni individuali, che mirano al bene personale-privato, si aggiungono in proporzione crescente i bisogni sociali che hanno per fine il bene della collettività; — ai <pb n="1.386" />bisogni immediati del presente quelli duraturi dell'avvenire; — ai bisogni di semplice conservazione (di esistenza) quelli di perfezionamento (di cultura).</p>
          <p>2. Gli studi antropologici ed etnologici sembrano riuscire a questi ammaestramenti positivi: — stirpi umane viventi sotto l'impressione esclusiva di bisogni così detti <hi rend="italic">naturali</hi> cioè di soli <hi rend="italic">istinti animali</hi> non esistono nella etnografia comparata (Cathrein). Sempre, anche nelle popolazioni più appartate e degenerate (come in Africa o nella Nuova Zelanda), essi si intrecciano a qualche rudimento di abilità nell'arti loro, grossolane e manesche, a qualche lampo di ingegno che è spesso maligna furberia, a qualche impulso di affettività, fosse pure il terrore del mistero divino; ciò che sempre rivela l'uomo (Schmoller). Ma per quanto congenita la espansione dei bisogni, <hi rend="italic">non vi ha una evoluzione continuata e progressiva di essi</hi>.Ogni popolo, secondo la razza e l'ambiente, in ogni momento storico presenta una somma di bisogni abituali, rispondenti al grado di suo avanzamento; e può dirsi che la civiltà progredisca coll'elevarsi di quella media. Ma passano talora secoli e millenni in cui questi bisogni e rispettivi costumi rimangono inalterati: come la vita delle tribù germaniche descritte da Tacito, confermate dagli storici odierni (Lamprecht) o come le abitudini semplici ed uniformi delle famiglie pastorali dell'Asia centrale, <pb n="1.387" />dipinte dalla Bibbia. Ma questa stessa media di bisogni può sempre discendere; nè solo ai costumi sontuosi e corrotti dei romani succedette la rozzezza vergine e feroce dei barbari, ma anco nell'Europa moderna i bisogni e le consuetudini elevate delle cittadinanze francesi, di cui gloriava Enrico IV, poterono scadere a quello stato di deiezione, per cui si disse che ai prodromi della rivoluzione francese il lavoratore dei campi mal serbava la figura di uomo (vedi Taine).</p>
          <p>3. Viceversa <hi rend="italic">la elevazione e raffinamento</hi> di bisogni che è nella natura umana, uscendo dall'assopimento, <hi rend="italic">non si dispiega che laboriosamente</hi> sotto l'impulso di grandi avvenimenti storici, anche militari, politici, geografici, soprattutto di contatti ed urti di razze (Novikow) o sotto l'azione intima di fattori educativi, in ispecie la scienza e la religione, i quali scuotono e pervadono la psiche dei popoli, sprigionando dal fondo delle anime maggiori aspirazioni ed energia (L. Stein), che poi l'imitazione e le consuetudini fissano ed accomunano (Tarde, Leroy-Beaulieu), segnando un nuovo passo nella civiltà. Perocché la causa prima dell'espandersi del ciclo dei bisogni sta nell'<hi rend="italic">idea dei fini della vita</hi> e del suo elevarsi successivo, la cui provocazione viene dal di fuori e dal di sopra, cioè da fonti superiori (Cantù, Balbo). Perciò l'<hi rend="italic">espandersi e intensificarsi dei bisogni nella civiltà è intermittente, e per lo più lentissimo.</hi> Invero il <pb n="1.388" />passaggio e infine il predominio fra i popoli dei <hi rend="italic">bisogni sociali sopra gli individuali</hi> (l'altruismo sull'egoismo, H. Spencer), dei <hi rend="italic">bisogni del futuro sopra quelli immediati del presente</hi> (Kidd), dei <hi rend="italic">bisogni di perfezionamento su quelli di semplice conservazione</hi> (Schmoller, Pesch), non si compié durevolmente che dopo millenni, nel momento in cui le predisposizioni del cosmopolitismo romano, la espansione della cultura greca, accoppiate alle tradizioni del monoteismo dell'oriente nella Palestina, si trovarono assorbite dalla dottrina di Cristo, che donando nuovi ideali e sconfinati bisogni morali, creò la civiltà occidentale indefinitamente progressiva (vedi Périn, Cathrein).</p>
          <p>4. Bensì allo sviluppo dei bisogni in vario modo conferisce <hi rend="italic">la presenza della ricchezza;</hi> e l'economia ricerca la funzione del bisogno in ordine a questa. — Il bisogno da un canto <hi rend="italic">prefigge il termine</hi> o fine della ricchezza, che è appunto l'appagamento del bisogno stesso a cui si prestano i beni materiali: alla fame il pane, alla curiosità di sapere il libro, all'ascetismo religioso il tempio. — Da un altro lato i bisogni diventano i <hi rend="italic">moventi</hi> (mobile, «Triebe») <hi rend="italic">interiori</hi> e <hi rend="italic">immediati</hi>,ossia la molla della operosità economica dell'uomo. Quanta parte del lavoro nei popoli si arresterebbe, se tacessero i morsi dello stomaco. Anzi la estensione ed intensità della attività economica di un individuo, di una classe, di una nazione, è predisposta potenzialmente dalla somma dei rispettivi loro bisogni; e invero la distanza <pb n="1.389" />immensa fra il lavoro di un maoro od ottentoto e di un europeo può computarsi dalla differenza fra i bisogni elementari di genti selvagge predatrici, e la quantità, l'acutezza, la successione incalzante dei bisogni che perseguitano i popoli civili.</p>
          <p>5. Sotto questo rispetto interessa l'economia soprattutto la circostanza della <hi rend="italic">estensibilità</hi> o <hi rend="italic">elasticità</hi> dei bisogni, la quale si ripercuote prima sopra l'attività produttiva, ma poi sul valore, sul commercio, sui consumi, e può dirsi intanto che tutti i bisogni, essendo suscettivi di espansione, <hi rend="italic">l'ambito di espansione dei bisogni misura il progresso economico tutto intero.</hi> Ad iniziare l'operosità e gli scambi fra selvaggi, cominciano gli inglesi a destare in quelli dei bisogni anco artificiali, regalando gingilli, vesti variopinte e purtroppo bevande inebbrianti; ma poi la sfera degli scambi si allarga da sé collo stimolo dei desideri crescenti.</p>
          <p>Ma non ogni qualità di bisogni è estensibile allo stesso grado, né perciò la operosità economica che ne dipende. <hi rend="italic">Meno quelli fisici che gli intellettuali e morali.</hi> Il bisogno della alimentazione, che eccezionalmente va dal cibo dell'anacoreta alle mense luculliane, per le popolazioni in generale con una mediocre dieta raggiunge la sazietà; ma dove si arresta il bisogno del sapere, la passione del bello, i desideri del bene? <hi rend="italic">Meno quelli individuali che i sociali</hi>.Mediocri consumi, redditi, patrimoni, bastano all'accontentamento della maggior parte delle famiglie, e i miliardari sono sempre pochi fra i privati; ma dove è il limite dei bisogni che <pb n="1.390" />intendono al bene delle nazioni, degli Stati, della fratellanza universale? Veggasi come crebbero i bilanci finanziari odierni. <hi rend="italic">Meno i bisogni volti a soddisfazioni presenti,</hi> che sono definite dallo stato personale e sociale di un momento dato; ma dove si arrestano i bisogni che vogliono provvedere <hi rend="italic">al lontano avvenire</hi>?Si pensi agli ingenti risparmi ed alla capitalizzazione del secolo nostro. In complesso, relativamente <hi rend="italic">minimi i bisogni di semplice conservazione o di esistenza</hi>,al paragone di quelli di <hi rend="italic">miglioramento</hi> che possono dirsi infiniti. L'accessorio è diventato la parte massima dei presenti nostri consumi (C. Supino).</p>
          <p>La deduzione è importante. Se chiamiamo <hi rend="italic">superiori</hi> tutti questi bisogni che traggono origini da virtù psichiche più elevate, e <hi rend="italic">inferiori</hi> gli altri, si scorge che questi ultimi governano l'attività economica di genti arretrate e decadenti; — ma quelli divengono i moventi e regolatori della operosità illimitata dei popoli progredenti. Si lavora nel progresso della civiltà, sempre meno per la necessità quasi animale del cibo, della veste, del riparo domestico; e sempre più <pb n="1.391" />dietro i moltiplicati ed acuti desideri del comodo, dell'eleganza, della cultura intellettuale, del costume squisito, dell'amore del bene privato, civile, etico, religioso. Viene un momento in cui ciò che il volgo chiama superfluo, diventa la porzione migliore delle gioie umane (Schmoller, Roscher, Baudrillart). Così dietro il prevalere degli impulsi spirituali, la vita economica alla sua volta nei suoi oggetti si <hi rend="italic">spiritualizza</hi>.</p>
          <p>6. Ciò peraltro <hi rend="italic">nei limiti etico-razionali</hi>.Tutti i bisogni, anco scorretti, divengono bensì occasione e stimolo di operosità economica; ma quelli <hi rend="italic">soltanto razionali e onesti</hi> determinano uno sviluppo normale e progressivo di questa. Si lavora in certi momenti di civiltà decadente, in modo febbrile per un lusso sfacciato che appaghi bisogni artificiali e disonesti, ma poi a lungo andare la cupidigia di questi consumatori santuari si esaurisce colla ruina di queste classi; e disviati frattanto i capitali da produzioni rivolte a bisogni più solidi e duraturi, tutta quell'attività economica effimera cade in languore. Anzi se i bisogni in un momento storico si moltiplicano ed acuiscono eccessivamente, senza che vi secondi la possibilità di appagarli, si genera col malcontento una crisi letale per la società. L'equilibrio pertanto fra i desideri e le ricchezze disponibili rimane condizione di ordine sociale.</p>
          <p>
            <pb n="1.392" />L'uomo colle sue facoltà. ‒ 1. <hi rend="italic">È</hi><hi rend="italic">per mezzo di queste</hi> e del loro esercizio, ciò che chiamasi attività od operosità (nell'ampio senso), <hi rend="italic">che l'uomo riesce a soddisfare ai propri bisogni.</hi> Esse sono fisiche e psichiche, fra loro intrecciate e proporzionate a tutti i bisogni stessi; e in esse le facoltà psichiche cioè intellettive (ragione) e morali (volontà) informano quelle fisico-organiche, e danno perciò a tutta la attività umana ed ai suoi risultati una impronta spirituale, come esplicazioni non deterministiche ma di <hi rend="italic">energie razionali e libere</hi>.</p>
          <p>2. <hi rend="italic">Nella psiche individuale colle sue facoltà è la facella di tutta la vita sociale</hi>,salvo che questa sopra di quella reagisca con proficuo ricambio, come una lampada che irradia la sua luce sulla società, e riceve da questa l'olio che l'alimenta (Schmoller). Perciò non vi ha fatto umano individuale o sociale che non partecipi a questo carattere prevalentemente psichico anche nei fatti stessi fisiologici comuni cogli animali. L'alimentazione p. e. per noi varia di continuo per qualità, quantità, ordine dei pasti, a seconda dei nostri redditi, delle nostre conoscenze di sostanze nutritive, dei gusti personali, della sobrietà o della ghiottoneria o delle abitudini sociali; seguendo le mutevoli norme igieniche, le nostre virtù, le leggi civili, morali, religiose; e per mezzo della alimentazione noi, fino ad un certo punto, <pb n="1.393" />diveniamo autori del nostro benessere o malessere, della salute o delle malattie, della vita longeva o della morte precoce. Per quanta parte le leggi della mortalità di un popolo non dipendono dai suoi costumi corretti o guasti, dagli esercizi di lavoro o dall'ozio, dalla agiatezza o dalla miseria, da cure terapeutiche, da istituzioni civili e militari, ecc., riflettendosi sulla società con curve le più diverse dall'uno all'altro momento storico? Vi ha nulla di simile fra gli animali inferiori?</p>
          <p>3. <hi rend="italic">Queste facoltà sono nella loro essenza comuni a tutti gli uomini, ma negli accidenti svariatissime</hi>.Non vi hanno due foglie identiche (dice l'osservazione volgare), ma nemmeno due corpi e due anime umane perfettamente eguali; dai corpi formosi del Caucaso a quelli deformi della Papuasia, dalle stature gigantesche dell'ottentotto a quelle nane degli akkà e dei boscimani d'Africa, dagli ingegni mobili e scrutatori dei greci ai cretini di Val d'Aosta, dalla tempra psichica affettiva degli italiani del sud a quella riflessiva e fredda dei teutoni settentrionali. — Né ciò fra i vari popoli soltanto; bensì fra gli elementi compositivi di ciascun popolo, con differenze estesissime, altre originarie altre acquisite. Anzi in queste varietà fisiopsichiche individuali sta il germe primo della specificazione delle razze, l'origine interiore della distinzione delle classi, e il segreto della differente energia dei popoli, prodotto della molteplicità degli <pb n="1.394" />elementi compositivi, che coll'intreccio o contrasto delle varietà destano l'emulazione e l'intraprendenza. Nel cammino dell'incivilimento la uniformità (anche fisiopsichica) è causa di rallentamento; la varietà fonte di rinnovamenti incessanti (Spencer).</p>
          <p>4. <hi rend="italic">Tutte le facoltà umane sono suscettive di sviluppo e perfezionamento</hi>,ma in modo particolare quelle intellettuali e morali, appunto come i bisogni. Si può dubitare che col migliore regime igienico, dietetico e ginnastico si possa triplicare al dinamometro la forza brachiale o renale di un uomo; ma quale distanza nella cultura di un «fellah» egiziano e di un meccanico inglese ? Fra le abilità strategiche di un capo zulù colle sue orde predatrici e la scienza di uno dei generali dei nostri poderosi eserciti? Fra il governo di un «ras» o regolo di tribù selvaggia al paragone della amministrazione di una delle odierne nazioni, da parte di un uomo di Stato moderno? Fra i sentimenti e i costumi morali dei migliori popoli della antichità, e l'educazione delle nazioni occidentali dopo il trionfo del cristianesimo, sebbene remote ancora dagli ideali etico-civili di quest'ultimo?</p>
          <p>Fa d'uopo pertanto conchiudere che l'incivilimento <hi rend="italic">tiensi immediatamente in rapporto collo svolgersi delle facoltà spirituali dell'uomo</hi>.Ciò massimamente in forza delle influenze multiformi delle cause esterne, cioè del mondo della natura e del mondo <pb n="1.395" />sociale, le quali tutte convergendo sulle <hi rend="italic">facoltà umane</hi> interiori, ne provocano l'esercizio incessante, aggiungendo così alla <hi rend="italic">potenzialità primigenia</hi> dello spirito, una capacità effettiva <hi rend="italic">acquisita,</hi> che è figlia di <hi rend="italic">educazione</hi> e di <hi rend="italic">cultura</hi>;grandi fattori storici codesti, che vanno a suo luogo considerati, ma che frattanto ci abilitano a pronunciare che il progresso civile sarà indefinito.</p>
          <p>Ma tale sviluppo delle facoltà umane è pur sempre limitato, negli individui come nei popoli: <hi rend="italic">con limiti relativi</hi>,a seconda del momento storico, e <hi rend="italic">con limiti assoluti</hi> inerenti alla natura umana, che non può trascendere sé stessa ne le proprie imperfezioni originarie; donde quel progresso di civiltà che è indefinito, <hi rend="italic">non sarà mai infinito</hi>,come escogitarono i dottrinari della rivoluzione francese, o certi seguaci recenti dell'evoluzionismo o gli utopisti di ogni tempo.</p>
          <p>5. L'economia partecipa a queste leggi più ampie. Ma — da un lato l'<hi rend="italic">attività economica</hi>,sebbene estrinsecazione di tutte le facoltà umane, dipende ben più che la molteplice operosità civile, giuridica, politica, morale, dalla struttura e sviluppo delle potenze organico-fisiche dell'uomo, dirigendosi essa alla ricchezza, la quale è materiale ed a contatto delle forze cosmiche della natura; — e da un altro lato l'attività stessa economica, pur svolgendosi in proporzione della potenza psichica (mentale ed etica) dei popoli, <pb n="1.396" />si avvantaggia non solo della educazione e cultura in generale, ma in particolare delle <hi rend="italic">cognizioni</hi> e dei <hi rend="italic">presidi tecnici</hi>, che sono un prodotto specifico della cultura stessa, servente quale mezzo al progresso della ricchezza; sinché la <hi rend="italic">scienza</hi> e l'<hi rend="italic">arte tecnica</hi>,nella qualità e grado di loro sviluppo concreto, vengono ad esercitare una azione decisiva in tutti i fenomeni del l'economia, come si vedrà a suo luogo.</p>
          <p>
            <pb n="1.397" />
          </p>
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          <head>V. II cosmo</head>
          <p>Il mondo esterno. ‒ Le vocazioni positive del sapere moderno e in particolare le ricerche mirabili delle scienze naturali e della geografia lungo i secoli XVIII-XIX fino ad oggi, accoppiate agli studi storici e sociali, hanno illustrato da Montesquieu, ad Herder, Ritter, Peschel, Ratzel, Reclus, Buckle fino a Messedaglia e Lampertico, il nostro globo nelle sue relazioni coll'umanità, riuscendo a questo risultato, che giova fin d'ora di riferire: — che cioè tali relazioni non riguardano soltanto la vita fisica delle umane generazioni, e nemmeno la loro economia, ma tutta intera la costituzione sociale e la civiltà; — e che esse si dispiegano con duplice ricambio di influenze od azioni, <hi rend="italic">del mondo sull'uomo</hi> e <hi rend="italic">dell'uomo sul mondo</hi>.Le leggi economiche pertanto, pure raffermando questa multiforme e più ampia interdipendenza, la presuppongono e la seguono.</p>
          <p>Influenze del cosmo sull'uomo. ‒ Talune influenze infatti del mondo esterno (il così detto <pb n="1.398" /><hi rend="italic">ambiente fisico</hi>)si proiettano sull'umanità, che quasi ne è l'oggetto passivo, e di riflesso sull'incivilimento.</p>
          <p>1. Il territorio colla sua costituzione geologica e morfologica, coi suoi sistemi orografici, idrografici, col clima, colla flora e fauna, influisce sulla struttura corporea, sulla tempra intellettuale, sugli abiti morali delle popolazioni. — Specialmente in periodi primitivi, in cui forze cosmiche oltrepotenti si trovano a contatto di vergini generazioni umane, queste subiscono profondamente nella costituzione loro fisiologica l'influsso di climi torridi o frigidi, del suolo aspro od agevole, pianigiano o montuoso, di una flora scarsa o copiosa; ed è questo il punto di partenza, donde per virtù di esercizi corporei affine di adattare a quell'ambiente le esigenze della propria conservazione, insieme al fatto dell'incrocio dei sangui, derivano le varie stirpi umane, le quali poi con legge di atavismo si perpetuano. Di qui le grandi razze umane gialla, bianca, nera e le minori discendenze derivate coi loro tipi differentissimi per statura, fecondità, resistenza, ecc. E sembra legge etnologica, che stirpi meglio disposte a civiltà sieno quelle che si temperano a più svariati influssi tellurici, oltre che a maggiori commistioni di sangue; ciò che spiegherebbe il primato della razza aria dell'Iran, scesa abitatrice dell'India, della Persia, di Europa intera.</p>
          <p>A parte esagerazioni antiscientifiche, non si <pb n="1.399" />può negare che un cielo quasi perennemente sereno, come nell'Egitto, nella Mesopotamia, nell'Indostan, e lo spettacolo solenne di eccelse catene montane come l'Imalaia, non predispongano a trascendentali concezioni dell'intelletto ed alle scienze speculative; mentre la varietà e i contrasti del suolo e del clima alimentano la fantasia e il gusto artistico di alcuni popoli; e in altri la natura rude e matrigna piega gli ingegni alle scienze ed alle arti utili di applicazione. In ciò una ragione della cultura filosofica e astronomica dell'oriente, del genio estetico di Grecia e d'Italia, delle discipline tecnologiche oggi più fiorenti nel nord-europeo. — E se le vaste e uniformi pianure, coi pascoli sconfinati, preparano i popoli pastori alla calma degli animi e alla continuità dei costumi patriarcali, la esiguità di un paese interciso da monti, accidentato e chiuso ovvero assediato da foreste e da animali feroci, insinuano nelle popolazioni spiriti irrequieti, indipendenti, battaglieri, crudeli. Quale differenza fra i popoli sedentari della Cina e le invadenti razze tartaro-mongoliche dell'altopiano asiatico o i torbidi selvaggi nel cuore dell'Africa.</p>
          <p>2. Il mondo, anche considerato semplicemente come <hi rend="italic">spazio</hi>,ha importanza decisiva sulle sorti della civiltà, come campo aperto alla attività della specie umana; moltiplicando all'uopo gli inviti e tracciando le linee del cammino e del dominio di essa.</p>
          <p>L'immensa superficie del globo fin dall'origine diventò la palestra di esplorazione, di conquista e di <pb n="1.400" />diffusione indefinita della specie umana; presentando sempre maggiori orizzonti, occasioni, e stimoli alla energia umana sotto tutte le forme. Perciò le trasmigrazioni primitive dei popoli dell'Iran — quelle posteriori germaniche sul mondo greco-romano — i viaggi e la trasfusione degli europei nel levante latino medioevale — la scoperta dell'America per parte di Colombo e della Polinesia per parte di Cook — ed oggi le esplorazioni africane, le colonizzazioni intertropicali e le emigrazioni mondiali — segnano non solo gradi di espansione economica, ma altrettanti momenti critici dell'incivilimento, cioè di esaltazione fisica, civile, politica e financo religiosa dei popoli che sanno profittarne.</p>
          <p>3. Ma lungo questo cammino diffusivo di popoli e di civiltà avviene frattanto gradualmente il fatto successivo della <hi rend="italic">occupazione dei vari territori</hi>.Grande fatto codesto nell'interesse della civiltà, per cui cessa il periodo millenario delle popolazioni nomadi, e comincia e si rafferma il loro stabile insediamento. La superficie terrestre così <hi rend="italic">appresta la sede</hi> in determinati e crescenti circoli territoriali a' vari gruppi della convivenza umana. Sarebbe eccessivo affermare che, senza stabili dimore, non sia possibile esistenza di nazionalità né di vita civile. Certo carattere iniziale (talora bastevolmente progredito) di nazione e di cultura offrono anche popoli nomadi; come gli ebrei vaganti nel deserto, le <pb n="1.401" />tribù patriarcali dei re pastori, le razze trasmigranti primitive, più tardi gli arabi stessi scorridori e conquistatori del Mediterraneo, che custodirono e trasferirono seco germi e talora tesori di cognizioni, credenze, ordinamenti civili. Ma ben può dirsi che normalmente, senza territorio stabile, non guarentigia piena di esistenza autonoma per i popoli, non continuità progressiva di tradizioni, non rapporti civili saldi e duraturi; ma nell'insieme forme di convivenza accidentali, relazioni interne od esterne allentate ovvero violente, cultura incerta e caduca. Per lo più sono questi i popoli <hi rend="italic">esostorici</hi>,destinati a formare i materiali della grandezza altrui.</p>
          <p>Invece <hi rend="italic">le diverse unità telluriche</hi> fra naturali confini, divenute rispettivamente la sede stabile di differenti razze, <hi rend="italic">distinguono nettamente, scolpiscono e sviluppano i caratteri etnici e le vocazioni psichiche</hi> di ognuna. Nessuna altra stirpe come quella degli arii presenta un saggio di questo accomodamento psichico interiore alla natura esterna nelle varie sue sedi; nell'India essi divengono sedentari e filosofi meditabondi; nella Persia grandi ordinatori e amministratori politici; in Europa guerrieri, lavoratori, assimilatori di ogni specie di cultura. Le sedi geografiche poi generano il <hi rend="italic">sentimento della patria</hi> e quello di <pb n="1.402" /><hi rend="italic">nazionalità</hi>,di cui pertanto il suolo rimane un fattore quasi inscindibile; e l'amore della patria alla sua volta diviene un focolare inestinguibile d'impresa collettive di indipendenza e di emulazione fino all'eroismo, di fronte alle altre nazioni. E (avvertasi bene), attraverso gli stessi egoismi nazionali, l'amor patrio forma un gradino per trapassare all'amore dell'umanità. Questi sono i popoli <hi rend="italic">storici</hi> per eccellenza, quelli cioè la cui storia intrecciata al proprio territorio è chiamata a compiere e dominare le vicende dell'incivilimento.</p>
          <p>4. Ma sopra il genere umano o peregrinante o insediato sul globo le condizioni esterne di natura esercitano finalmente una potente e continuata <hi rend="italic">azione provocatrice dei bisogni e delle facoltà</hi> di esso. Ciò a vario grado e modo, a seconda dei luoghi; ma due circostanze meglio concorrono al progresso, <hi rend="italic">il mare e il clima</hi>.</p>
          <p>A differenza delle popolazioni sperdute nelle impervie e compatte masse continentali (come l'altopiano di Gobi, o la stessa Russia europea), le popolazioni marittime, specie risiedenti sulle rive di bacini chiusi (mediterranei) ove trovansi ravvicinati territori e popoli differenti, risentono felicemente della efficacia associatrice del mare, in grazia delle facili comunicazioni navali; e queste, col contatto e confronto di varie razze, istituzioni, religioni, culture, produzioni, suscitano idee, desideri, ardimenti, energie operative in tutti, divenendo così lievito di alti e duraturi avanzamenti comuni. <pb n="1.403" />Perciò non a caso il nostro Mediterraneo rimase per millenni il <hi rend="italic">lago della civiltà</hi>,che di qua si irradiò a tutto il mondo.</p>
          <p>Il clima, assunto come «il complesso delle influenze cosmiche sensibili sugli organismi» (Humboldt), decide esso pure, tenendo desta o assopendo l'attività umana, precisamente per la via dei bisogni. Così le contrade tropicali, dove la natura è generosissima e lussureggiante, e dove come fu scritto «il pane spunta, come le frutta, spontaneo» e dove pertanto è ridotta al minimo la preoccupazione delle sussistenze e della vita fisica, concedendo tutto l'agio alle speculazioni più elevate dello spirito, videro sbocciare prime le forme più splendide di civiltà, come quella egiziana e indiana. Ma esse non valsero, a mantenerle durature, perché i favori sconfinati di natura, diminuendo nell'uomo i bisogni più sensibili e dispensandolo da energica operosità, lo trassero ad inerzia e infingardaggine: ed esse caddero nella immobilità o nella barbarie. Per contrario i popoli residenti in territori di clima meno propizio, ove sono più acuti i bisogni e più urgente il provvedervi, come gli abitanti di Europa rispetto agli antichi continenti, ereditarono quell'incivilimento che fra maggiori difficoltà, esercitando l'ingegno e il braccio, più non <pb n="1.404" />perdettero dappoco lungo i secoli. Così (<hi rend="italic">coeteris partibus</hi>)la zona tropicale sembra destinata ad <hi rend="italic">iniziare</hi> la civiltà, la zona temperata a <hi rend="italic">perpetuarla</hi>.</p>
          <p>Influenze attive dell'uomo sul mondo. ‒ Ma l'uomo non risente queste influenze dal di fuori quasi passivamente; egli reagisce attivamente sul mondo esterno, modificandone le condizioni naturali in modo «da rimuovere o correggere le influenze che gli tornano dannose, e da conservare e migliorare quelle che gli sono propizie». In ciò pure la distinzione dalle altre esistenze che vivono sul globo. Nelle epoche geologiche ed anche storiche, interi ordini o famiglie di animali e di piante disparvero per l'influsso inesorabile di condizioni cosmiche divenute infeste alla loro esistenza. Non così l'uomo; presto o tardi, per sua virtù psichica interiore, provocata ed esaltata dal mondo stesso esterno, egli si leva al di sopra di questo; e a vario grado <hi rend="italic">lo modifica ed atteggia a proprio servigio</hi>.</p>
          <p>Noi vediamo lungo i secoli l'azione umana modificatrice (ora deteriorante ora migliorante) estendersi a tutti gli elementi cosmico-tellurici. Come le energie fisiologiche volgonsi primamente a ristorare i materiali della vita corporea e poi ad accrescerli, così fece l'uomo rispetto alla natura esteriore. In onta alle insipienti dissipazioni del suolo coltivabile, quale accumulo di agenti chimici restauratori fu introdotto lungo i secoli dai popoli <pb n="1.405" />nel terreno, colle concimazioni naturali e con quelle artificiali odierne! Ma poi stagni e paludi l'uomo, con dispendio di braccia e di capitali, bonifica. Corregge il regime idraulico dei fiumi con argini, sostegni, conche, scaricatori, come nel Nilo, nel Gange, nel Po, in tutti i fiumi europei, ed ora nel Mississipì. Apre canali artificiali di comunicazione, come quelli fra i grandi laghi e i tronchi fluviali degli Stati Uniti, di Linguadoca sotto Luigi XIV in Francia, fra Reno e Danubio sotto Luigi I in Baviera; o di irrigazione, come in Cina, in Egitto, in India, in Lombardia dall'antichità fino ad oggi; o di scolo come quelli di Olanda e del Veneto. Modifica le coste e i bacini marittimi, colle dighe olandesi, coi murazzi veneziani, coll'asciugamento dello Zuidersee. Con opera morfologica più gigantesca, taglia l'istmo di Suez e di Panama, trafora le Alpi, supera colle ferrovie le Ande, e colle abbreviate comunicazioni accorcia il mondo geografico. Con lavoro millenario disgombra dalle foreste le immense pianure e trasferisce con successive migrazioni le piante fruttifere dall'Asia all'Europa, di qui all'America; e similmente l'erculea distruzione delle belve feroci, esso fa seguire dall'opera di addomesticamento degli animali utili, e da quella del loro perfezionamento zootecnico. E come risultante di tali multiformi operazioni sul globo, egli sanifica e {{1.406}}trasmuta il clima stesso, preparando così più confortevoli e proficue sedi e circostanze alla energia individuale ed alla conservazione, moltiplicazione e prosperità sociale; con profitto non solo degli interessi materiali ma dell'intera civiltà.</p>
          <p>Risultati dell'indagine. ‒ Con tali distinzioni nei rapporti di interdipendenza della natura e dell'uomo, sembra preparata la soluzione scientifica della questione intorno <hi rend="italic">alla natura ed al grado di influenza che il cosmo esercita sul progresso civile</hi> (Roscher, Schmoller); e ciò fra le interpretazioni idealistiche che menomano soverchiamente l'importanza delle forze materiali esterne (Hume, Waitz, in parte Peschel contro Ritter), ed altre eccessivamente realistiche che sminuiscono o negano quella delle virtù psichiche umane (Montesquieu, Herder, Baer, Comte, i geologi e antropologi odierni). Eccone i criteri.</p>
          <p>Per mezzo di tutti gli agenti cosmico-tellurici, la Provvidenza ha preparato le condizioni elementari di vita, le occasioni e gli impulsi estrinseci alla operosità del genere umano con azione predisponente, anticipando da epoche geognostiche sterminate l'esistenza e l'opera dell'uomo; e con azione concomitante, segnando e scolpendo sulla crosta terrestre all'uomo stesso le linee maestre e permanenti della sua condotta. Per <pb n="1.407" />questi rispetti l'umanità si ricollega al cosmo ed alle sue leggi, che essa può dirigere ai suoi fini, ma non può distaccarsene senza distruggere sé stessa e annichilire il proprio regno. Questa più stretta colleganza dell'uomo al mondo esterno, è un risultato incontestabile della scienza odierna.</p>
          <p>Ma d'altronde è certo che questa influenza territoriale l'uomo non subisce inesorabilmente, né in male né in bene; mentre egli colla sua energia psichica riesce invece vieppiù a dominarla, contrastando le forze di natura nemiche, usufruendo quelle amiche del suo benessere. Invero la costituzione geografica d'Italia fu sempre ugualmente favorevole a civiltà; eppure dall'età predomina, ai latini, ai Comuni medioevali, ad oggi, quanti avanzamenti e trionfi ma insieme quali decadimenti, languori, vergogne! E viceversa, quando un popolo non riesca a vincere la natura matrigna del suo territorio o gli manchino, entro quel ciclo chiuso, i presidi sociali per usufruirlo, esso non si adatta a morire, ma vi si emancipa; e colle emigrazioni procura un soggiorno più benigno al suo vivere presente e avvenire. Anzi normalmente, dopoché un popolo è pervenuto alla propria sede territoriale egli non vi si adagia, ma modifica, adatta, plasma a seconda del proprio genio, il suolo della patria; il quale pertanto cessa in buona parte di essere un fatto naturale-primigenio, <pb n="1.408" />ma diviene un fatto derivato-artificiale, sopra di cui ogni nazione lascia scritto a caratteri indelebili la storia dei propri errori, ma ancor più dei propri meriti; rendendo così (avvertasi bene) più intima e proficua la rispondenza fra il territorio e la popolazione che l'abita, fra la scena e l'attore del dramma umano, fra i mezzi materiali e i fini morali della civiltà.</p>
          <p>Questa, che dapprima apparisce soggiogata sotto le forze di natura, risulta sempre più il prodotto delle libere energie dello spirito, cioè del progresso, del sapere e della virtù. Dal dì della prima comparsa dell'uomo, quante trasformazioni per opera dell'uomo sulla superficie terrestre che egli nel suo lavoro ardimentoso e pertinace inaffiò del proprio sudore e troppo spesso del proprio sangue; ma tuttavia, levando la fronte al di sopra di quella, egli sente di essere ignora il <hi rend="italic">re della natura</hi> e scorge adempiuta in sé stessa la sentenza divina: tu dominerai la terra.</p>
          <p>Importanza del cosmo nella vita economica. ‒ 1 . Più diretto è il nesso fra la natura esteriore e l'economia; perocché <hi rend="italic">la natura</hi> non offre solo occasioni e impulsi alla attività economica ma è <hi rend="italic">fattore diretto di ricchezza,</hi> apprestando <hi rend="italic">materie e forze</hi> contenute nell'immenso serbatoio del globo alla produzione ed al consumo. Si calcolò p. e. che la cascata di Niagara rappresenti essa sola una forza motrice uguale a quella che oggi muove tutte le fabbriche di Inghilterra; e che un <pb n="1.409" />campo di banani della zona torrida, per dono di natura nutra 24 volte di più uomini che un campo a grano, ottenuto con tanto stento dall'uomo (Ritter). Ma di ciò a suo luogo.</p>
          <p>2. Anche considerata la natura soltanto come <hi rend="italic">spazio</hi>,essa si ripercuote in tutti i fenomeni economici: — dove prevalgono le pianure e i pascoli naturali, sorgono anticipatamente i popoli agricoltori e pastori; — dove più s'addensano le foreste, i popoli cacciatori; — e lungo le spiagge marittime, quelli navigatori e trafficanti. E così la fisionomia primitiva del territorio di un popolo prepara anche <hi rend="italic">il tipo</hi> caratteristico <hi rend="italic">della futura economia</hi> di questo. Più favorito, del resto, dalla natura è un paese pedemontano sui contrafforti di grandi catene, non lungi da vaste pianure ed acque fluviali e marittime, perché in esse si dispiegano simultaneamente agricoltura, industria e commercio. Non a caso forse il primato degli arii si preparò nel soggiorno primitivo sui grandi terrazzi dell'Iran, aventi sotto di sé le pianure della Mesopotamia e non lungi il golfo Persico.</p>
          <p>Il suolo poi diventa <hi rend="italic">oggetto di proprietà</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> e dove esso è ampiamente uniforme, agevola la introduzione del latifondo; dove è accidentato e vario, del piccolo podere. L'occupazione o meno di tutto il territorio coltivabile (terra appropriata e libera) si ripercuote profondamente sopra la rendita, i profitti, l'accumulo dei capitali, il sorgere di classi sfruttatrici e servili, e <pb n="1.410" />su tutto l'atteggiamento economico di una nazione. Ciò anzi contrassegna i distinti stadi di civiltà economica nella storia; e forma oggi il contrasto fra la vecchia Europa, la giovane America e le colonie australiane (Loria). Infine l'angustia dello spazio genera e svolge le leggi dei monopoli areari, e anticipa o aspreggia la lotta per l'esistenza e le questioni sociali. Ciò dai tempi delle repubbliche greche al capitalismo moderno e al socialismo contemporaneo (C. Marx, Sombart, Pöhlmann). E così se in modo diretto o indiretto il mondo è mezzo e condizione all'attività economica, esso moltiplica da ogni parte le difficoltà e le resistenze, opponendo barriere insormontabili ad ogni illusione che il progresso materiale divenga infinito.</p>
          <p>3. Anzi (ciò è decisivo) entro l'ambito amplissimo di tali avanzamenti produttivi e quindi ben prima che questi urtino contro dei limiti assoluti, la natura, nel tempo stesso che concorre quale fattore necessario e potente alla produzione, fa sentire la sua azione gradualmente imitatrice del progresso di essa. Ciò si avvera ogni qualvolta la natura cooperi con materie e forze immobilizzate nel suolo. Essa determina in tal caso la <hi rend="italic">legge di produttività decrescente</hi> nelle industrie territoriali (del suolo e sottosuolo) e di ripercussione in qualche misura sulle altre (manifatture, commerci ecc.). Dalla potenza vegetativa di un <pb n="1.411" />terreno coltivabile, con successive unità di lavoro e capitale si possono ottenere nuove addizioni di derrate; ma prima 10, e poi altre 9, altre 8, 7, 6 fino a zero, cioè fino all'esaurimento. Nelle stesse unità di tempo p. e. di una giornata, si estrae da una miniera 100 di carbone se quella è alla superficie, 60 se è alla profondità di mezzo chilometro, 30, 20, 5 se scende a mille metri e s'inabissa. E la corda telodinamica animata da una cascata, mette in movimento in tre stabilimenti a distanza, 300, 200, 50 telai, perché attraverso lo spazio, per la dispersione di forza iniziale, scema il rendimento utile effettivo di essa. E così dapprima le industrie territoriali e poi in qualche misura le industrie manifattrici (che impiegano forze immobilizzate) vengono ad ottenere un prodotto netto (rispetto alle spese) sempre minore. E poiché il prodotto netto, di volta in volta conseguito, forma il fondo di rimunerazione dei fattori immediatamente produttivi (dei lavoratori e impresari-capitalisti), così per ogni unità del loro impiego, essi conseguono compensi minori. Donde la <hi rend="italic">legge,</hi> all'altra coordinata, <hi rend="italic">dei compensi decrescenti</hi> (Marshall, Valenti, Graziani).</p>
          <p>Bensì a queste tendenze, all'esaurimento di una natura sempre più restia, l'uomo di continuo tenta sottrarsi coll'ingegno ed intraprendenza, cercando nuovi intatti tesori di materie e forze ed usufruendo con maggiore efficacia gli antichi; e così <pb n="1.412" />la legge naturale di produttività e dei compensi decrescenti spesso si arresta o si rovescia. Tuttavia con incessante ricorso, alla fine di ogni ciclo storico di progresso, rispunta ognora la tendenza cosmica al degradamento e la natura fa sentire la sua azione relativamente limitatrice, quasi ad ammonirci, a somiglianza dello schiavo che rammentava al trionfatore romano di esser uomo, che anche nei progressi della ricchezza, che sono vittorie dello spirito, noi siamo sempre incatenati al mondo della materia.</p>
          <p>
            <pb n="1.413" />
          </p>
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        <div>
          <head>VI. La popolazione</head>
          <p>La popolazione. ‒ 1 . È il terzo fatto fondamentale della sociologia e subordinatamente della economia. Fuori del singolo, non esiste solo la natura cioè il mondo esterno materiale, ma la popolazione, che è <hi rend="italic">il mondo esterno umano.</hi></p>
          <p>Prodotto della procreazione lungo i secoli, la popolazione (nel significato specifico della scienza demografica) è il complesso organico degli uomini, in quanto si trovano legati da leggi comuni fisio-psicologiche, per il fine: la riproduzione e diffusione delle umane esistenze. Essa è<hi rend="italic"> la estensione dell'individuo nel tempo e nello spazio</hi>,la quale, perpetuandosi con continuità storica e distribuendosi con varietà etniche sul globo, diventa la base fisica e quasi la <hi rend="italic">materia prima</hi> a quegli ulteriori rapporti essenzialmente morali-civili, coordinati ad unità di fini superiori, da cui risulta la <hi rend="italic">società</hi> ossia l'<hi rend="italic">ordine sociale</hi>.</p>
          <p>2. Questo fatto complesso della popolazione è certamente il risultato nell'uomo di cause fisiologiche non meno che nelle specie animali inferiori; però, <pb n="1.414" />a differenza di queste, tali leggi trovansi inscindibili da fattori psicologici che sempre in qualche grado le informano. Prendasi p. e. il matrimonio: l'accoppiamento, che negli animali è istintivo, per noi nella scelta delle persone, negli impulsi ideali e affettivi, nei godimenti elevati della convivenza domestica, nei fini morali di perfezionamento, nelle utilità economiche, nella durata, nelle condizioni, forme e sanzioni religiose e civili, se non perde, certo adombra completamente il suo carattere animale fisiologico sotto l'involucro della spiritualità. Così dicasi di ogni altro rapporto demografico; e gli sforzi di statistici, sociologi ed economisti di ricondurre la moltiplicazione umana a <hi rend="italic">leggi puramente fisiche</hi>,sempre fallì al rigore della scienza.</p>
          <p>Studi di statistica, per questo rispetto della demografia, che vanno dal secolo XVIII con Süssmilch al XIX con Quetelet eWappäus, fino ad oggi con una fioritura universale, sorretti dalle discipline fisiologiche, etnografiche, biologiche, hanno dimostrato il carattere organico della popolazione: — <hi rend="italic">colla sua costituzione</hi> (<hi rend="italic">statica</hi>),poggiante sopra tre gruppi umani distinti per sesso, per età, per stato personale-civile (celibi, coniugati, vedovi); — <hi rend="italic">colla sua vita</hi> (<hi rend="italic">dinamica</hi>)che si esplica con altri tre fatti: il matrimonio, le nascite, le morti (fonte, inizio, cessazione della vita stessa); — e <hi rend="italic">colle sue risultanze</hi>,le quali si affermano <pb n="1.415" />con tre capitali manifestazioni: la <hi rend="italic">moltiplicanzione</hi> della popolazione e la sua <hi rend="italic">diffusione</hi> nel mondo, cioè il duplice movimento riproduttivo e dislocativo, che poi rifluisce sui singoli, determinando sinteticamente la <hi rend="italic">vita media</hi> individuale.</p>
          <p>3. Spetta al sociologo considerare la connessione della popolazione coll'ordine sociale di civiltà, come più o meno felicemente lo Schäffle, e agli economisti colla ricchezza, come in vario senso questi da R. Malthus fino a noi. Frattanto valgano le seguenti prenozioni.</p>
          <p>La popolazione, cioè la presenza accanto all'uomo di altri suoi simili, con cui si trova legato in ordine al fatto <hi rend="italic">della vita</hi> (fisiologica), ferma e svolge intorno a lui i primi anelli, per cui egli viene a partecipare di una nuova esistenza collettiva integrando, elevando, ampliando così il suo valore personale non solo nei riguardi fisiologici ma psicologici ancora. Quanto debole e caduco l'uomo senza la prosecuzione e il soccorso della prole! Quanto poco è ciò che l'uomo impara da sé e quanto maggiori le cognizioni che si acquistano mercé degli altri! Quali occasioni e stimoli di nobili affetti e di forti virtù nella convivenza! Per mezzo della popolazione, che è una continuazione dell'opera creatrice di Dio, l'uomo riesce ad attribuire alla propria esistenza una certa perennità e universalità; a conseguire sussidi che <pb n="1.416" />accrescono all'indefinito la sua potenza operativa; a scorgere fini che trascendono l'egoismo del presente e si allargano all'altruismo in un remoto avvenire; donde la prima mossa verso quel bene, sempre più alto, ampio, che inizia il progresso morale-civile (Schäffle, Kidd). Or bene di queste virtù di progresso la radice si cela nell'organismo vitale demografico; sicché ogni deviazione da esso, come ogni prosecuzione del suo normale assetto, si ripercuote, attraverso vie indirette, sul cammino della civiltà, e quindi sull'economia.</p>
          <p>Ciò per il fatto demografico nel suo sistema, come in qualche misura per singoli aspetti di esso. Veggasi per cenni (p. e. Schmoller, Pesch, G. Mayer, Salvioni, ecc.).</p>
          <p>4. <hi rend="italic">La costituzione biologica. I sessi</hi>.<hi rend="italic"> ‒</hi> Qui dell'organismo statico della popolazione.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Il sano ordinamento sociale</hi> riposa in prima sull'equilibrio dei sessi, dal quale il coniugio e la famiglia, rudimenti del vivere civile. Tale divisione in due gruppi, maschi e femmine, è la fondamentale forma di specificazione nelle funzioni umano-sociali, le quali per la donna si incentrano nella vita domestica e nei suoi fini interiori, per l'uomo si irradiano di qui alla vita esteriore collettiva. Tutto ciò è raffermato ovvero sconvolto, a seconda che esista o meno proporzione fra i sessi.</p>
          <p>Profondi i disquilibri fra popolazioni selvagge («Naturvölker »). Per lo più scarsissime vi sono le <pb n="1.417" />donne per l'uccisione dei neonati-femmine, per maltrattamenti abituali, per maternità precoce e senza tregua; sicché in qualche tribù contanti 4-5 maschi per una femmina e talora invece fra genti predone e cacciatrici come fra i selvaggi indiani o fra gli esquimesi nelle escursioni sui ghiacci, eccedono le donne fino a 200 femmine per 130 maschi. Le quali condizioni perdurando per secoli, determinano il lungo impero della poligamia, della poliandria, della endogamia (unioni fra parenti), protraendosi il ratto e infine la compra-vendita delle donne fino al medioevo. Viceversa oggi la statistica sopra 600 milioni di osservazioni in popoli di qualche civiltà, constata l'equilibrio fra sessi, guarentito anzi da una lieve eccedenza di nascite maschili, destinata a riparare al maggior logorio del maschio fra industrie, navigazioni, guerre, ecc., quasi imponendo così il matrimonio monogamico colle sue virtù civilizzatrici. Che se in qualche regione civile circostanze accidentali e passeggere, ma abbastanza sensibili, riproducono certo disquilibrio sessuale, ivi ne ricomparirono le tristi conseguenze; come nelle colonie più recenti dell'Unione Americana, ove l'eccesso maschile che accompagna la forte immigrazione, insidia la saldezza dei vincoli familiari.</p>
          <p>5. Altrettanto <hi rend="italic">nei rapporti economici.</hi> Ove è equilibrio di sessi torna più facile che l'uomo abbia <pb n="1.418" />naturale preponderanza in ogni ramo di lavoro e che la donna, facendo quivi opera soltanto complementare, riservi la parte massima di sé nella gestione e uso finale della ricchezza, rassodando così i due fatti fondamentali dell'economia, produzione e consumo; mentre laddove, p. e. nelle Alpi italiane per l'emigrazione maschile o in Germania per lunghe tradizioni di vita belligera ed oggi per il militarismo sistematico, rimane disponibile maggior quantità di donne, queste trovansi aggravate da enormi fatiche materiali e più numerose in tutti gli impieghi economici. Anzi l'eccesso di donne che vieppiù addensa le fabbriche moderne è una debolezza per la economia sociale presente e insieme un'occasione di trascurando della gestione domestica popolare.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Stato personale civile. ‒</hi> 6. Incardinata così sulle unioni normali dei sessi, la popolazione viene a ripartirsi in altri tre gruppi organici di <hi rend="italic">coniugati</hi>, <hi rend="italic">celibi</hi> e <hi rend="italic">vedovi</hi>, vari per importanza quantitativa in ogni nazione, ma ben definiti e resistenti; sì che appariscono il prodotto complesso di cause e consuetudini non solo fisiologiche, ma morali, religiose, civili, economiche, difficilmente modificabili.</p>
          <p>E ciascun gruppo dispiega una nuova funzione di civiltà: i<hi rend="italic"> coniugati</hi> rappresentano la energia di <pb n="1.419" />conservazione e di continuità sociale; i<hi rend="italic"> celibi</hi> (nelle prime età) le forze individua in preparazione, più tardi (nel celibato permanente) le libere energie disponibili per le iniziative novatrici e di comune progresso (nella vita di studio, di esercizi militari, di governo, di beneficenza); e i <hi rend="italic">vedovi</hi> raffigurano quasi una rinascita nella libertà dai sensi, di virtù spiritualizzatrici nel tramonto della vita; tutto ciò ripercuotendosi sull'economia. Solo il cristianesimo riconobbe il valore di tutti e tre questi stati, tenendo in grande onore il celibato, e in gran reverenza la vedovanza; e così non sospingendo sregolatamente il coniugio, che pur santifica e considera come stato normale di moralità; donde certa proporzione ben nutrita e stabile fra i gruppi di stato civile, ed anzi una lieve tendenza a crescere il rapporto dei celibi, in misura del crescere dei molteplici interessi generali su quelli particolari (Schmoller).</p>
          <p>In Italia sulla popolazione intera i <hi rend="italic">celibi</hi> rappresentano il 58%, superati dalla Germania 59, rimanendo Francia a 55 e Austria a 52, scendendo Irlanda a 43%; i <hi rend="italic">coniugati</hi> (su tutta la popolazione) in Italia 36, Germania 34, oscillando nei vari paesi fra 33-39; <hi rend="italic">i vedovi</hi> da 6 a 5%. E queste cifre per ogni paese civile rimangono di una stabilità mirabile, crescendo lievemente i celibi nei paesi di grande intraprendenza economica (Belgio) o di grande depressione (Irlanda).</p>
          <p>
            <pb n="1.420" />7. Per contrario presso i popoli in istato di natura questa organica tripartizione scompare; non si conosce quasi verginità, le vedove spesso muoiono sul rogo col marito; informi accoppiamenti invadono ogni gruppo; e come riflesso economico, questa selvaggia comunione delle persone è parallela ad una rudimentale comunione di beni (Roscher), protraendosi tali abitudini fra i popoli migranti, nei quali però i germani facevano una nobile eccezione (Tacito).</p>
          <p>Sulla stessa via corrono le nazioni civili ma decadenti. Come la poligamia dissipatrice diventa anche oggi, fra i mussulmani, privilegio dei ricchi, e condanna altre classi per miseria ad un forzato e avvilente celibato, così nelle antiche civiltà pagane un nocciolo sempre più esiguo e vacillante di coniugati ad un certo momento trovasi assediato dalla marea di una sfacciata corruzione, nella quale cresce a dismisura un celibato licenzioso, fra la procreazione illegittima, la prostituzione, i vizi più contrari a natura. Così l'Egitto negli ultimi secoli del suo millenario impero, di cui scrisse Marziale <hi rend="italic">nequitias tellus scit dare nulla macis</hi>, Babilonia che suona abbominio, i fenici che questo abominio coonestano e diffondono col culto, e porgono alla Grecia gli esempi di scostumatezze che quivi trionfano col soccorso dell'arte e delle lettere ai tempi stessi di Solone e <pb n="1.421" />Pericle, e che di qua penetrano nella Magna Grecia (Sibari) e in Roma già così severa. In questa, fin dai tempi di G. Cesare e di Augusto, gran parte delle classi superiori vivevano nel celibato scandaloso; e dalle influenze della dissolutezza, recata sul trono imperiale, non poterono schermirsi né l'ottimo degli imperatori Traiano, né il fiore dei letterati, filosofi, uomini di Stato: <hi rend="italic">corrumpere et corrumpi saeculum vocatur</hi> (Tacito). In oriente come in occidente del pari questo corrompimento fisiologico-morale condusse alla inanizione della civiltà e della ricchezza.</p>
          <p>Classi di età. ‒ 1. Ognuna di esse ha la sua funzione nella società, altrettanto decisiva. Le <hi rend="italic">classi giovanili</hi> vi apportano forza militare non solo, ma promessa d'ogni progresso sociale in avvenire; quelle <hi rend="italic">senili</hi>,colle esperienze accumulate, vi fungono un sapiente ufficio moderatore; mentre le classi <hi rend="italic">adulte</hi>,nel periodo della più intensa e regolare energia di pensiero e di azione, sono le autrici massime della vita intellettuale, morale, politica, e finalmente economica di un popolo; perché tutto ciò si ripercuote sulla ricchezza.</p>
          <p>2. Ma non ogni nazione conta una uguale proporzione di gruppi di età, e le differenze influiscono diversamente sulle rispettive manifestazioni di civiltà. Se si prendesse in largo senso per <hi rend="italic">classe giovanile</hi> quella fra 0-25, <hi rend="italic">adulta</hi> fino a 70, e <hi rend="italic">senile</hi> da 71 in <pb n="1.422" />su (Mayr, Salvioni, Benini), l'Italia ne conterebbe rispettivamente 50,06 — 46,44 — 3,60 (1881, ben poco modificato dal 1901), condizione media e bene equilibrata. Ma il vedere la Germania p. e. con 53% di gioventù, mentre la Francia ne ha 44, l'infimo assoluto dei grandi Stati europei, porge una ragione della superiorità militare di quella su questa. E se l'Unione Americana del nord ostenta (in parte per la immigrazione) da 58-60% di giovani (fino a 25 anni) e solo 2,60 di vecchi (da 70 in su), ciò porge una grande spiegazione della esuberanza di vita vertiginosa di quella popolazione, cui sembra manchi zavorra. Viceversa se Francia vanta da 49-40% di sua popolazione adulta (fino età di 70) mentre Germania solo 42-44, ciò, in combinazione col lieve sovraccarico di fanciulli, rivela il segreto della potenza produttrice e risparmiatrice della ricchezza fra i francesi. Di qui il tema più ampio della popolazione improduttiva (vecchi e fanciulli) che vivono sulle spalle di quella produttiva (adulti) che tanto decide sulla economia di una nazione (Engel, Pareto, Bertillon).</p>
          <p>Ma non per questo alcuno si augura, come un dì, che troppo assottigliate sieno le generazioni adolescenti (vedi Firks). L'ideale, che tende a tramutarsi in realtà confortante solo in popoli onesti, progredienti e vigorosi, è che tutte le tre classi di età si ingrandiscano proporzionalmente, rinnovandosi di <pb n="1.423" />sempre maggiori polloni giovanili, che poi si protraggano fino a tarda età, tenendo il loro centro di equilibrio in una potente classe adulta, il cui valore tutti magnificano (Schmoller, Gini); — mentre la sottile base di gioventù, che in Francia scende a 44,20% (l'infimo fra grandi nazioni), mal compensata colà dal massimo di vecchi in Europa cioè di 5,60%, è caratteristica di popolazioni civili bensì, ma già corrose e decadenti.</p>
          <p>Di mano in mano invece che si risale nella storia della civiltà, tanto minore è il numero degli adulti e dei vecchi, perché quelli fra pericoli e stenti quotidiani sono decimati da una vera lotta per l'esistenza; e dei sorviventi, che già a quarant'anni presentano tracce di decrepitezza e quasi nessuno perviene a tarda età; sicché è la meraviglia dei viaggiatori di non trovare fra essi quasi affatto vecchi (Roscher).</p>
          <p>Concludendo: è <hi rend="italic">definitivamente dai gruppi di età che deriva il flusso delle generazioni nel tempo</hi>,senza di cui non si comprendono le vicende dell'incivilimento, e nemmeno quelle dell'economia (Schmoller).</p>
          <p>La vita fisiologica. ‒ Alla costituzione succede la vita, cioè alla statica la dinamica della popolazione, di cui manifestazioni essenziali sono: matrimoni, nascite, morti; essi pure fatti biologici inferiori ma dominati da ragioni ideali e morali, in connessione strettissima colla economia.</p>
          <p>
            <pb n="1.424" />Matrimoni. ‒ 1. Il matrimonio in forma monogamica permanente, l'unica naturale e perfetta relazione fra i sessi che meriti tal nome, stato normale per l'uomo, germe di vita sociale, scuola di educazione morale, più di ogni altro fatto congenere presentasi come un <hi rend="italic">prodotto</hi> e insieme un <hi rend="italic">fattore</hi> di civiltà.</p>
          <p>I selvaggi non hanno matrimonio (nel vero senso) o solo adombrato: fra essi vi hanno soltanto unioni sessuali che (come vedemmo) alterano in radice ogni risultanza fisiologica e impediscono ogni rudimento di civiltà (Westermark, Spencer). All'estremo opposto, il sintomo più allarmante di popoli civili morituri è dato dal discredito e pervertimento dei matrimoni, scarsi per numero, infecondi per la prole, avvelenati dall'adulterio e dal divorzio. La decadenza greca e romana costituisce il periodo classico di questi malanni divoratori.</p>
          <p>Tali sintomi in Grecia già si rivelano paurosi nelle commedie di Aristofane, nell'odio delle donne (misoginia) di Euripide, nell'avvilente concetto del matrimonio di Crisippo e di Platone, e nella corruzione universale della famiglia sotto i successori di Alessandro. In Roma già Metellus Numidicus (131 a. Cr.) proclamava il matrimonio un male necessario; la virtù romana familiare che avea dato le Lucrezia, Virginie, Cornelie, avea fatto posto alle descrizioni <pb n="1.425" />desolanti della corruzione domestica di Cicerone <hi rend="italic">(pro Cluentio</hi>); più tardi, alla avversione sistematica dal connubio che provocò la <hi rend="italic">lex Iulia et Papia Poppea</hi> di G. Cesare; infine alle terribili descrizioni di Seneca e Giovenale dei divorzi, per cui le donne <hi rend="italic">non consulum numerum, sed maritorum annos suos computant</hi>,agli scandali di ogni grande famiglia romana, agli adulteri, dal tempo del triumvirato fino agli ultimi imperatori, divenuti spettacolo pubblico ributtante. E la popolazione frattanto degradante preparava l'agonia civile ed anche economica di Roma imperiale.</p>
          <p>2. Preceduto dall'ebraismo, il cristianesimo riconduce al tipo primigenio il matrimonio e con esso la benedizione ai fecondi talami, al nodo indissolubile e alle numerose famiglie; sicché nei nostri Comuni medioevali sappiamo che le coppie matrimoniali davano in media da 6-12 figli (comunque presto assottigliati dalla mortalità infantile). Anzi l'età moderna, in onta alla perturbazione nelle leggi e nelle abitudini matrimoniali, recate (specie nelle classi superiori) dalla riforma luterana, poté oggi nei popoli presenti portare ad alta cifra il numero medio della nuzialità (dei matrimoni relativi alla popolazione).</p>
          <p>L'Europa (media 1885-94), contava per 1000 abitanti la seguente nuzialità (giusta i dati di Körösi): Russia 8,62, Germania 8,5, Austria cis. 7,79, Italia 7,70, Inghilterra 7,45, Francia 7,38, con un massimo in <pb n="1.426" />Serbia di 10,46 e un minimo in Irlanda di 5,40 (Benigni); con una costanza nella rispettiva media mirabile. Ciò prova, evidentemente, che in popoli maturi l'assetto del fatto matrimoniale è relativamente stabile, perché intimamente legato, più che alla razza o al clima, alle condizioni caratteristiche sociali-civili, morali, religiose, economiche di ciascun paese, le quali non mutano che trapassando da un grado all'altro di civiltà. Di qui la lieve distanza della media di nuzialità fra i grandi Stati dell'Europa centrale, ogni dì più conguagliati nelle condizioni di vita; mentre quel minimo d'Irlanda rispecchia le croniche sofferenze dell'isola disgraziata, e quel massimo in Serbia e Russia risponde a speciali istituzioni delle popolazioni slave orientali come la «zadruga» balcanica e il «mir» russo (specie di beni comunali), che agevolano le nozze.</p>
          <p>È notevole che, come il numero medio dei matrimoni è proporzionato alle condizioni civili complessive di un popolo, così in modo diretto <hi rend="italic">si colleghi collo stato economico</hi>;perché i redditi presenti combinati con quelli sperati (Mayr) determinano la possibilità materiale per ogni persona di fondare una famiglia; ciò che è manifesto nel popolino che vive del frutto delle proprie braccia. Ma di ricambio tutte le cause e circostanze che arrecano offesa, discredito o rilassamento ai vincoli familiari e ai <pb n="1.427" />loro fini, deggiono rifluire sinistramente sulla potenza economica di un paese, che nella famiglia addita la cellula della produzione e dei consumi della ricchezza. Anche ai dì nostri questi pericoli non difettano. I parti illegittimi vanno p. e. da 42,4 in Inghilterra, a 124 in Sassonia, a 140 in Baviera, a 148 in Austria (Firks) per <hi rend="italic">mille abitanti</hi>.I divorzi oscillano fra il 18,5 in Germania, il 20,5 in Danimarca, il 27,5 in Francia, il 41,7 in Isvizzera per <hi rend="italic">mille matrimoni</hi>.A queste cause dissolutrici si aggiungano ora le teorie di un vecchio e nuovo malthusianismo, che disvia dalle nozze e ne sminuisce la fecondità; quelle della emancipazione della donna e del libero amore (Bebel e i socialisti); e poi si argomenti il pericolo che corre, insieme alla vita morale civile, la biologia e la stessa prosperità economica moderna. Ogni anormalità o disordine anche fisiologico è dispendioso e dissipatore; esso immiserisce a lungo andare i popoli. Il perdurare della poligamia è una ragione della povertà degli osmano-turchi in Europa; e la vita licenziosa, come ruinò dovunque le vecchie aristocrazie, così logora le presenti democrazie, compresi i robusti corpi e il piccolo bilancio delle classi lavoratrici.</p>
          <p>Nascite. ‒ 1. La fisiologia umana segna i limiti estremi della possibilità di procreare, ma entro questi <pb n="1.428" />limiti assoluti, il numero delle nascite di momento in momento storico è retto da cause di civiltà, soprattutto da fattori volontari e dal costume. Fu ed è quesito dibattuto, ma la risposta inconfutabile l'offre oggi stesso la Francia, la quale ha il minimo di natalità (rapporto fra popolazione e nascite) in Europa, cioè 21 figli per mille abitanti. Non ne dà ragione la razza, ché in alcuni dipartimenti (p. e. in Bretagna) è fecondissima, come i francesi del Canadà; né le strettezze economiche, ché invece i francesi sono fra le popolazioni più prosperose del mondo. Ciò dipende prevalentemente da una calcolata violazione dei doveri di procreazione, poiché, sebbene i matrimoni sieno colà numerosi quanto la media europea, la figliolanza è all'infimo in tutte le classi anche campagnole. È la nazione che più di ogni altro accolse e pratica la teoria malthusiana. Che ciò sia ripugnante alle leggi morali sociali, alla potenza politica, agli interessi economici è attestato dal giudizio pressoché concorde degli scienziati e della pubblica coscienza intorno alle conseguenze di quella condizione morbosa: essa attesta moralmente che la corruzione è entrata nel talamo; essa preannunzia, che politicamente, a ragione di forze politico-militari, in breve la Francia sarà caduta a potenza di secondo ordine; ed economicamente essa addita che mentre i francesi non possono popolare le loro colonie, al di {{1.429}}dentro deggiono ogni dì più affidare la loro poderosa industria ad immigranti stranieri, donde il recente trattato internazionale del lavoro fra Italia e Francia (1904). Ecco l'efficacia delle idee e del volere nel fatto fisiologico delle nascite. Si impose così il più pauroso problema demografico dell'età nostra; e dopo di esso la teoria di R. Malthus fu sottoposta da tutti a profonda revisione.</p>
          <p>2. Soltanto in popolazioni barbare o di mediocre cultura, nel fatto della procreazione domina l'istinto fisiologico; ivi la natalità è elevatissima, da 50-60 figli per mille abitanti (Schmoller), salvo poi che muoiano in gran parte bambini, che li ammazzino (Africa, Polinesia), che li espongano (Cina).</p>
          <p>Ma già ai tempi remotissimi delle grandi civiltà del centro asiatico, la rapida propagazione di quelle genti procedette sotto l'idea consacrata dalla religione, che la numerosa prole (ivi favorita dall'ubertosità del suolo) sia benedizione del cielo; ciò che è fermato nei libri sacri in specie nella Bibbia e si riflette nelle famiglie semitiche specialmente ebraiche. Ciò involge <hi rend="italic">un alto concetto della vita</hi>,che poi il cristianesimo riprese e trasfuse universalmente, sciogliendo un grande problema. La vita è un bene per sé, per la società nel presente e nel futuro, anche per il mondo al di là, ed essa nello stesso dolore si nobilita e torna più meritoria e proficua; donde la procreazione, continuazione della creazione divina, per la generalità è dovere, e diviene (notisi bene) accrescimento di dignità, <pb n="1.430" />di gioia e di potenza per l'uomo. Di qui il valore stesso economico: se la ristretta ricchezza può essere un ostacolo alla numerosa prole, di ricambio le obbligazioni e l'amore verso di questa aggiungono impulsi sconfinati alla attività produttiva e all'accumulo della ricchezza.</p>
          <p>Così nella civiltà d'occidente, specialmente dall'età dei Comuni fino all' «ancien régime», la numerosa figliolanza diventò caratteristica di famiglie e di popolazioni cristiane e insieme argomento di prosperità (C. de Ribbe, Périn). Oggi pure in tutta Europa la natalità oscilla nei grandi Stati più civili fra 28 l'Inghilterra e Galles, e 39 l'Austria cis. <hi rend="italic">per mille</hi> abitanti; tenendo il sommo per circostanze locali la Russia (48,7) e l'infimo, come dicemmo, la Francia (21).</p>
          <p>Il dato medio rispettivo oggi si deprime sensibilmente soltanto sotto la pressura di eccezionali sventure pubbliche (guerre, carestie, epidemie), salvo di ricondursi tosto al livello con misteriosa forza riparatrice. Nulla di più sistematico di questo processo di natalità; nulla di più rispondente all'odierna civiltà, che ha bisogno di contare sopra grandi fiotti regolari di esistenze, per le poderose industrie, per gli arruolamenti militari, per i suffragi politici, per la propaganda di civiltà in cinque continenti.</p>
          <p>3. Certamente l'umanità prima e dopo il cristianesimo accolse talora dottrine e pratiche in odio alla vita e alla sua propagazione. Così nell'India, <pb n="1.431" />dove le dottrine filosofiche religiose, che il vivere considerano una condanna, arrestarono se non le popolazioni, lo slancio dell'operosità economica per mantenerle degnamente. Così accadde nei lunghi secoli dell'agonia dell'impero romano, che rimase diradato, prima che dalla miseria e dalle invasioni, dall'egoismo antibiologico, sorretto dalle teorie di un epicureismo disperato. Ritorna oggi pure, col pessimismo di Schopenhauer, Hartmann, Nietzsche, l'odio alla vita che avvalora in Germania, Inghilterra e altrove la teoria pratica dei <hi rend="italic">due figli</hi> e non più. Ma il sociologo addita in ciò i sintomi di un periodo di dissolvimento, palesi oggi in Francia; ma pur sempre ripugnanti allo spirito di espansione e progresso dell'odierna civiltà.</p>
          <p>Mortalità. ‒ 1. Bensì la vita è beneficio, nella misura che si può fruirne, cioè a patto che non sia anticipatamente troncata; e così l'importanza delle nascite è del tutto connessa con quella delle morti. Non i molti nati sono forza e decoro delle generazioni, se essi vengono a spegnersi in culla, come larve che non si schiudono, o fiori che avvizziscono prima di dar frutto; e il fatto confortevole di una lieta corona di bambini può tramutarsi non solo in sorgente di dolori, ma di immense perdite <hi rend="italic">sociali</hi> ed <hi rend="italic">economiche</hi> per una nazione. Sono energie inestimabili di intelletto e di virtù, che diverrebbero forse la salute e la gloria di un popolo, le quali rimangono breve ora in potenza e non diverranno mai <pb n="1.432" />effettive; sono forze numerose di lavoro e di intraprendenza economica, che tosto disperse non solo rappresentano un <hi rend="italic">lucrum cessans</hi>,ma anche un <hi rend="italic">damnum emergens</hi>,quest'ultimo misurato dalle spese di allevamento, educazione ed istruzione tecnica di figli, che poi morirono prima di poterle coi loro guadagni restituire ai genitori ed al paese. Detrimento immenso, se si avverta che tuttodì in Europa dal 18 al 39% di tutti i nati sono mietuti dalla morte, prima di raggiungere il quinquennio di vita (Schmoller), e se si consideri che l'allevamento di un operaio fino a vent'anni costa in media verso 5000 fr. (Pareto). Di qui p. e. l'enorme divario di potenza economica comparativa fra la Norvegia, che sopra 100 abitanti conta superstiti a 20 anni ben 76 dei suoi nati, e l'Italia che ne ha 55 e la Spagna 49 (Benini).</p>
          <p>2. È manifesto che ben altrimenti delle nascite, sulle quali mediatamente (per mezzo del matrimonio) si ripercuotono cause, in ogni momento storico, relativamente uniformi e durature, — le morti rimangono soggette in modo immediato e profondo non solo a cause deleterie naturali, ma ancora <pb n="1.433" />all'azione molteplice e pressoché indefinita di cause volontarie e libere, variabilissime nelle vicende della civiltà. Così noi siamo esposti a morire quotidianamente per tutta la serie sconfinata di malattie ordinarie che insidiano il corpo umano e quelle straordinarie di epidemie e di disastri tellurici (terremoti, inondazioni, ecc.); ma poi possiamo morire volontariamente per suicidi, omicidi, guerre, alcoolismo, dissolutezze di ogni guisa; come al contrario possiamo ritardare la morte colla onestà del costume, la sobrietà del cibo, l'osservanza dell'igiene, le cure terapeutiche, la regolata operosità, compresa quella economica, che assicuri ed aumenti il benessere materiale.</p>
          <p>3. <hi rend="italic">Ne deriva che la mortalità è l'indice più diretto del grado d'incivilimento</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> La fortissima e perdurante mortalità contrassegna massimamente le popolazioni arretrate. Ivi il massimo assoluto dei bambini, i quali però soggiacciono appena nati ad una ecatombe; e le tribù selvagge (specie poi cacciatrici) a tutte le età sembrano dì per dì votate alla morte; e ciò per il cannibalismo, per i sacrifizi in massa delle vedove, dei figli, degli schiavi sul rogo del marito e del padre defunto, per l'uccisione dei vecchi nei momenti di carestia, soprattutto per lotte incessanti, feroci, distruttive; ciò che si avvera oggi ancora presso gli zulù o nella Polinesia.</p>
          <p>Immolazioni alla morte che si proseguono in massa presso quasi tutti i popoli dell'antichità, anche quelli per altri rispetti civili, i quali, nell'atto <pb n="1.434" />di assoggettarle, trucidavano e in parte menavano schiave le vinte popolazioni; così gli assiri ferocissimi nell'Asia orientale, i greci con Alessandro Magno, i romani da Scipione l'Africano che radeva al suolo Cartagine al mite imperatore Tito, che nella conquista di Gerusalemme e nella seguente ribellione, ben 17.000 ebrei tradusse ai lavori forzati in Roma e forse 60.000 sterminò; senza dire delle devastazioni, veri spopolamenti (<hi rend="italic">depopulationes</hi>) degli anni nel secolo V in Italia, o di quelle desolatrici dei tartaro-mongoli rinnovatesi con Gengiskan in pieno medio evo, a cavaliere dei secoli XIV e XV, fin nel cuore della Russia europea.</p>
          <p>4. Chi pensò mai per millenni alla conservazione almeno delle forze economiche produttive, e ciò non solo fra popolazioni conquistatrici e guerriere, ma ancora fra quelle pacifiche e sedentarie delle Indie e della Cina? Di qui la miseria che, fra la pompa fugace e irritante della ricchezza usurpata col sangue o incentrata con privilegi di casta o di Stato in ristrette classi dominanti, premendo massimamente sulle moltitudini, genera il pauperismo abbrutito e universale degli schiavi e dei volghi. E di qui (avvertasi bene) una nuova causa insidiosa e permanente: <hi rend="italic">la mortalità per inedia</hi> («starvation» degli inglesi), e con essa la niuna resistenza agli infortuni tellurici (terremoti, inondazioni, invasioni parassitarie) che moltiplica senza schermo le vittime; caratteristiche codeste di tutte le genti decadenti o decadute. Così l'impero della morte, che <pb n="1.435" />contrassegna il tramonto del dominio romano in Italia, che spopolò vieppiù le genti latine durante le invasioni germaniche, che raggiunse l'esaurimento fra il 500 d. C. e l'anno 1000, considerato questo non a torto anche biologicamente dalle atterrite popolazioni come la fine del mondo. Così oggi ancora la esposizione abituale e la mortalità stemperata dei bambini presso le addensate e miserrime moltitudini cinesi; le carestie desolatrici, che tuttora infieriscono al più ogni settenario nell'Indostan, fino a quella del 1901, e che, in onta agli eroici provvedimenti e sacrifizi del governo inglese, annoverarono p. e. soltanto in tre anni (1876-79) ben 6 milioni di morti per fame (Schmoller).</p>
          <p>4. Ma anche nella rinascenza comunale, dopo Gregorio VII (secolo XI), in onta alle rinnovatrici abitudini cristiane, della cura ai bambini, del culto della vecchiaia, della stima delle forze lavoratrici, della beneficenza verso i poveri, combinate colla meravigliosa ripresa della ricchezza, — le cause di mortalità ordinarie e straordinarie non gravavano ancor <pb n="1.436" />terribilmente su quei nuclei cittadini, esuberanti di vita? Fra queste cause: l'addensamento delle famiglie in anguste abitazioni, in vie ottuse, fra ristrette mura cittadine; infelicissima l'igiene privata e pubblica; mediocre e spesso insalubre la alimentazione; soprattutto la carestia e la peste a breve termine ricorrenti e collegate, alla loro volta, collo stato delle campagne, colle fazioni militari, coi pellegrinaggi, col vagabondaggio, colle imprese mercantili e con guerre o crociate in levante (Cibrario). Condizioni letali che si accomunarono più tardi in gran parte ai Comuni d'altre nazioni, e che si protrassero, forse aggravandosi, a gran parte dell'evo moderno. Della sola storica <hi rend="italic">peste nera</hi> in tutta Europa, dalla Russia all'Inghilterra e Italia, fra il 1345-50 morirono da 8 a 12 milioni di persone; e d'allora fino a tutto il secolo XVII le popolazioni europee si rassegnarono ad essere, al minimo ogni venti anni, «spazzate da grosse morie» precedute alla loro volta da guerre devastatrici fino alle ultime dei turchi nel 1711, e da carestie desolatrici fino all'ultima generale europea del 1816 (Cunningham, Rogers, Schmoller).</p>
          <p>6. È certo però che dal secolo XVIII, e più dopo il periodo napoleonico, <hi rend="italic">la mortalità si ridusse a rapporti più favorevoli e normali</hi>.Dal primo autore di demografia (Süssmilch) ai grandi fondatori della statistica moderna (Bernoulli, Wappäus, Quetelet) fino <pb n="1.437" />a Bertillon, questo è un fatto dei meglio accertati. Rawson dà <hi rend="italic">come medie attuali</hi> (1896), per l'Europa orientale decessi 35,7; per la centrale 28,3; per la meridionale 25,5; e per l'Europa nord-occidentale 20,5 per mille abitanti (Schmoller); — con un massimo nel 1900 in Ispagna di 29 e un minimo in Norvegia di 15 (l'Italia 23) per mille (<hi rend="italic">stat. uff.</hi>)<hi rend="italic">.</hi> Ed è più <hi rend="italic">decisiva la generale e sensibile diminuzione delle morti</hi>,che in Germania scese da 28,2 morti su mille abitanti nel 1850, a 24,5 nel 1895; e in Isvezia (che conta le più antiche tabelle dal 1750) la mortalità da 27,6 nel 1770 declinò a 23,4 nel 1840, a 17,3 nel 1903; in poco più di un secolo la mortalità era scemata ivi d'un terzo (Schmoller).</p>
          <p>Le deduzioni interessano sommamente la sociologia e la economia.</p>
          <p>1. Se le relazioni umano-sociali poggiano sulla biologia della popolazione, esse trovansi più direttamente strette alla <hi rend="italic">mortalità</hi>,la quale alla sua volta, più degli altri fenomeni concomitanti (matrimoni e nascite) è sensibile all'azione diretta, sia delle cause ordinarie che straordinarie; <hi rend="italic">e finché il processo della mortalità è irregolare e convulso, tutta la costituzione e la vita sociale rimane vacillante e caduca</hi>.In seguito p. e. ad epidemie e guerre disastrose, la storia rassegna spesso gravi rivolgimenti politici, spostamenti e lotte di classi, talora profondi pervertimenti morali. <pb n="1.438" />È ciò che gli storici di ogni nazione constatarono in seguito alla peste del 1348 in tutta Europa.</p>
          <p>2. <hi rend="italic">In particolare ne risente la economia nazionale</hi>.Ogni mortalità eccezionale ne scuote le fondamenta, colpendo ad un tempo produttori e consumatori; ingenera squilibri fra popolazione attiva e passiva (che vive a carico d'altri); altera violentemente le relazioni precedenti fra le classi economiche. E così aumento subitaneo di salari e sollevazioni di ceti lavoratori; annullamento dei consueti profitti e incremento di immeritati guadagni di congiuntura; incentramento in pochi superstiti di patrimoni e insieme dispersione per i più di ricchezze; soprattutto aggravamento e propagazione di pauperismo, e talvolta rivoluzione sociale. Sono questi i fenomeni che accompagnarono quella stessa epidemia del secolo XIV, , che si ripetono durante il periodo della riforma luterana, in quelle immense distruzioni di popolo in Germania, dalla sollevazione dei contadini e degli anabattisti alla fine della guerra dei trenta anni; e nella Gran Bretagna dalle desolazione del suolo irlandese sotto il ferro di Cromwell sino alla fine della anarchia inglese; e in Francia nel periodo delle guerre civili e religiose fino ad Enrico IV. <hi rend="italic">La forte quota di mortalità</hi> (chi può dubitarne?) è<hi rend="italic"> la grande nemica del progresso civile ed economico insieme</hi>,il quale <hi rend="italic">non può svolgersi con</hi><pb n="1.439" /><hi rend="italic">regolarità continuata</hi>, che quando la mortalità rispetto alle nascite abbia assunto un procedimento progressivamente temperato, dando luogo ad una <hi rend="italic">normale eccedenza di nascite sulle morti</hi>.</p>
          <p>3. Ma se la mortalità è il fatto più direttamente soggetto alle influenze dell'incivilimento, bisogna dunque soprattutto <hi rend="italic">sulla diminuzione relativa delle morti</hi> fondare le speranze di un ulteriore miglioramento sociale e della ricchezza. Ma tale diminuzione di mortalità non si avvera che in tempi di grande maturità civile.</p>
          <p>Incremento biologico. ‒ Vi ha infine una <hi rend="italic">espressione sintetica di tutti gli elementi biologici demografici</hi>,la quale si traduca in un grande fatto umano-sociale? Certamente; ed è l'<hi rend="italic">incremento della energia vitale</hi> nelle popolazioni; fatto unico, complesso, il quale si esplica con tre fenomeni: due intrinseci, la <hi rend="italic">elevazione della vita media</hi>,cioè la prolungazione della esistenza negli individui, e l'<hi rend="italic">aumento numerico della specie</hi>,cioè la moltiplicazione degli uomini nel tempo; ed un terzo estrinseco, la <hi rend="italic">crescente diffusione</hi> dell'umanità nello spazio ossia la sua distribuzione locale sul globo, ciò che è insieme derivazione e integrazione di quel duplice incremento individuale e sociale di vita.</p>
          <p>1. <hi rend="italic">È questo triplice movimento vitale</hi> di intensificazione (individuale) e di espansione (sociale) riproduttiva e dislocativa <hi rend="italic">che, nella unità della sua azione</hi><pb n="1.440" /><hi rend="italic">convergente, sta al fondo delle leggi dell'incivilimento e della ricchezza</hi>,con intimo e molteplice ricambio di influenze. Intravvidero questo nesso riposto e fondamentale filosofi dell'antichità (Platone); lo ripresero uomini di Stato nei riguardi politici sui primi dell'età moderna (Botero); e alla fine del secolo XVIII, R. Malthus (1798) preceduto da G. M. Ortes, lo ripropose in modo esplicito ma unilaterale, come un problema economico soltanto; ed oggi con più ampia comprensione si colloca dai più al vestibolo della sociologia ed economia insieme.</p>
          <p>2. Avvertasi frattanto che il triplice incremento vitale rinviene la causa prossima nel fatto di <hi rend="italic">aumento continuato di nascite, simultaneo alla diminuzione relativa delle morti</hi>;sì da fornire di momento in momento una <hi rend="italic">eccedenza</hi> di energia vitale, la quale da un lato prolunga la resistenza nei singoli alla morte, dall'altro moltiplica i generatori e quindi i viventi in società; e infine, per ragioni estrinseche, sospinge le accresciute popolazioni ad irradiarsi nello spazio. Aumento di nascite rispetto alle morti, che è la <hi rend="italic">risultante di un assetto e procedimento normale di tutti gli elementi biologici</hi> di una <hi rend="italic">popolatone.</hi></p>
          <p>Offre perciò un carattere scientifico la affermazione che tale eccedenza di nascite sulle morti fosse per secoli, anche nelle società prosperose e non solo in quelle rudimentali, un fenomeno accidentale, <pb n="1.441" />saltuario, caduco, facendo luogo poco più che a semplici surrogazioni delle perdite cogli acquisti, e spesso rovesciando la bilancia della vita e dando alla morte un triste e inesorato sopravvento. Fatto patologico decisivo, che porge lume intorno a talune vicende civili ed economiche nella storia. Di qui il facile alternarsi in ditta l'antichità classica e nello stesso medio evo, in alcuni centri demografici importanti per la civiltà, come Corinto, Siracusa, Cartagine e più tardi Amalfi, Pisa, di rapidi slanci e di precipiti decadimenti fino alla disperazione; e similmente ad abbaglianti momenti di prosperità economica il succedere improvviso di periodi di inedia fino all'esaurimento. Ciò torna evidente: era la popolazione nella sua energia biologica che veniva meno a sé stessa, che mancava alla vita, e quindi alla continuità delle sue speranze avvenire.</p>
          <p>3. Or bene questo più saldo sustrato biologico e <hi rend="italic">questo più copioso e progredente flusso di vita, hanno finalmente rinvenuto le genti moderne nel secolo XIX</hi>.L'Italia soltanto dal 1872 al 1900, per semplice eccedenza di nati sui morti, andò progredendo regolarmente da 6,27 ad 11,15 abitanti per <hi rend="italic">mille</hi>;ciò che importa oggi (<hi rend="italic">Anna. uff. it.</hi> 1904) 365.000 vite in più all' anno; ma Inghilterra e Russia (1865-83) crebbero di 13, e Germania di 12 per mille (Rawson, Pierson); e nell'insieme l'Europa (pur detratti gli emigranti) <pb n="1.442" />dal 1800 al 1900 è più che raddoppiata (Pierson). Si pensi quali scosse profonde ha subito la società del secolo XIX, nell'ordine civile ed economico, dalle rivoluzioni politiche (1821, '31, '48) alle agitazioni formidabili socialistiche (1848 e 1863 ad oggi), alla abolizione della schiavitù in America (1860-65) e della servitù in Russia (1960), fino alla ecatombe quasi periodica di vite e di miliardi ad ogni guerra e crisi mercantile. E tuttavia una riposta <hi rend="italic">vis medicatrix</hi>, che deriva in gran parte (non esclusivamente) da questa crescente riserva di energie biologiche, la abilitò finora a riprendere alacre il cammino dell'incivilimento e della poderosa sua produzione.</p>
          <p>Vita media. ‒ Come avviene nella vita morale-civile dei popoli, che la potenza individuale si traduca in accrescimento di valore della società, la quale poi rinvigorita si ripercuote in un'ulteriore elevazione della personalità individua (è questa una delle leggi più certe della sociologia), — così si riscontra nella biologia sociale. Il primo risultato sintetico di un miglioramento in tutti i rapporti biologici di una popolazione, è quello di accrescere ossia intensificare la vita, <hi rend="italic">prolungando la media durata della esistenza individuale</hi>.Prezioso incremento biologico che è il premio alla sua volta di tutti i progressi tecnici, economici, morali di civiltà, per cui ogni singolo può ripromettersi dalla nascita un maggior numero di anni e di forze <pb n="1.443" />disponibili per il bene proprio e altrui; e che perciò aderge il valore della personalità, inizio di ogni grandezza nazionale, gli concede di partecipare più a lungo al flusso delle generazioni succedentisi, e ai loro crescenti acquisti spirituali e materiali, e di trarre da quell'ambiente nuovi impulsi a più continuata operosità.</p>
          <p>Inutile ricercare nemmeno una mediocre lunghezza di vita fra genti arretrate o in pieno decadimento su cui incombe, come la spada di Dammele, ogni giorno la morte. Invece la <hi rend="italic">vita media</hi> relativamente elevata, caratteristica e vanto di tempi recenti, che nella varia sua misura rispecchia il grado di civiltà comparativo di ogni Stato, con 35 anni di promessa di vita (dalla nascita) all'italiano, 36 al germanico, 40 al francese, 43 all'inglese (<hi rend="italic">Anna. stat.</hi> 1904), che è in aumento dovunque, e che in Inezia passò, dal 1775 al 1890 (Sundbärg), da 35 a 50 anni (il massimo assoluto); — la vita media, ripetiamo, che protraendo l'esistenza risparmia i dispendi di chi non arriva a maturità (5000 fr. per ogni operaio morto a 20 anni, ben più per le classi superiori), che ingrossa le classi adulte toccanti il massimo di produttività economica sui 40 anni (Benini), che protrae l'attività intellettuale e civile di scienziati, educatori, uomini di Stato fino a tarda età, — porge la spiegazione, non solo della <hi rend="italic">potenza di capitali e di lavoro economico</hi><pb n="1.444" />nella società presente, ma (avvertasi bene) della <hi rend="italic">confidenza sopra di sé e sul proprio avvenire</hi> la quale manca a chi si sente precario quaggiù, mentre forma il segreto dello spirito di progresso delle nazioni moderne.</p>
          <p>Aumento sociale e demografico. Movimento riproduttivo. ‒ 1. Ma non la vita soltanto del singolo si prolunga, bensì ancora il numero dei viventi, tramutandosi in un fatto sociale per eccellenza. Esso si combina <hi rend="italic">normalmente</hi> coll'altro di elevazione di <hi rend="italic">vita media</hi>,per cui questa, protraendosi vieppiù lungo il periodo della generazione, può moltiplicare le nascite, lasciando rispetto alle morti sempre nuove eccedenze di vite, che vengono a sovrapporsi e poi a riprodursi progressivamente dalle prime coppie generanti sul globo fino ad oggi, come un capitale che si aumenta ad interesse composto, determinando nei singoli momenti statistici la <hi rend="italic">popolazione assoluta</hi> coesistente, e nei singoli spazi ove è insediata la <hi rend="italic">popolazione relativa</hi> ossia la densità.</p>
          <p>2. Questo aumento complessivo o quantitativo di popolazione, sotto condizione bene inteso che sia soffolto da proporzionati incrementi economici e civili, è necessità indeclinabile ed immenso beneficio. Alle grandi marce dell'umanità non bastano i pochi soldati resistenti alla fatica ed alla morte, ma occorrono i grossi e crescenti battaglioni; e invero la <pb n="1.445" />formazione di questo esercito in cammino è un prodotto storico-biologico, cui vien seguace la genesi ed il corso dell'incivilimento. Vi ha unità e continuità psicologica cioè di fede, di pensiero, di tradizioni ed opere fra il genere umano, perché avvi primaente una <hi rend="italic">continuità biologica</hi>.Guai se si fosse completamente recisa! E se, d'altra parte, l'Asia conta oggidì 885 milioni di popolazione con 20 per kmq., e le due Americhe soltanto 180 con 3,8 per kmq., — queste cifre additano il fatto storico, che l'umana specie colla sua civiltà è nata colà ed ebbe 6000 anni di tempo, per moltiplicarsi ed addensarsi; mentre sul continente nuovo, quella popolazione per lo più derivata dall'Europa, non ebbe da Colombo in qua che quattro secoli soltanto per svilupparsi.</p>
          <p>3. Ma più diretto e decisivo il nesso fra quantità assoluta (nel mondo o in singoli Stati) della popolazione in ciascun momento storico, e gli interessi economici e civili. Le originarie popolazioni scarse e disperse dovevano necessariamente rimanere soggiogate dalle oltrepotenti forze di una natura selvaggia. Le prime e grandiose operazioni idrauliche, fondiarie, stradali o monumentali della civiltà non si eseguirono che da indiani, cinesi, egizi, babilonesi, romani, componenti i primi nuclei demografici potenti, accresciuti dalle conglomerazioni di schiavi. Nei paesi di colonizzazione americana od australiana il problema <pb n="1.446" />supremo è tuttodì, non quello delle soverchie ma delle deficienti braccia umane, per usufruire dei tesori di una sterminata natura; come, viceversa, per vecchi paesi, specialmente europei, giganteggia l'altro problema di trovare più numerose popolazioni consumatrici che assorbano l'ingente produzione moderna. Né le progredite genti occidentali potrebbero addensare nelle colossali fabbriche odierne eserciti di operai, che solo nell'industre tessili mondiali dirigono oltre 2.200.000 telai meccanici (Cauderlier), tenere costantemente sui mari un milione di marinai, frugare con 4.700.000 mineranti costantemente il sottosuolo del globo (Conrad), se Europa ed America non ostentassero oggi 500 e il mondo 1500 milioni di popolazione. Per altri rispetti, soltanto ai grandi Stati per altissimo numero di cittadini è dato di pesare sulla bilancia della politica internazionale; serbare indipendenza e far valere il diritto con nerbo di forze militari spesso di più milioni di soldati in campo; di farsi arbitri di civiltà nel mondo come oggi la Gran Bretagna, che col suo impero coloniale conta 398 milioni di abitanti (1904). E infine socialmente solo quelle nazioni che penetrano non già con poche eccelse individualità, ma con numerosi drappelli entro ogni ramo di operosità intellettuale morale e civile, possono sperare di arrivare alla testa del progresso.</p>
          <p>
            <pb n="1.447" />4. Più importante ancora la <hi rend="italic">densità</hi> della popolazione, relativamente al territorio. Il benessere economico dipende, come si disse, dal numero assoluto della popolazione, che ne è la prima massima autrice; ma, convien soggiungere, <hi rend="italic">in combinazione coll'ambiente e coi mezzi di produzione</hi>,fra cui è il territorio nella sua ampiezza, cioè con quel tanto di spazio che tocca a ciascuno per esplicarvi la propria attività. Tuttavia non dall'ampiezza soltanto, ma da questa in funzione colla qualità del territorio e colle qualità spirituali della popolazione; per cui difficile torna nei singoli casi formare un giudizio sui vantaggi o svantaggi dei vari gradi di densità. Ma, <hi rend="italic">di regola, densità nei popoli civili esprime prosperità</hi>,ed è condizione di ulteriore progresso economico; ché un certo grado di difficoltà della vita è stimolo agli ingegni, alla operosità, alla preveggenza risparmiatrice; e in popoli densi sono più agevoli le potenti associazioni produttrici, più sicuri e pronti i consumi, più rapidi gli scambi, soprattutto più intensa e febbrile la concorrenza stimolatrice. E non è un caso se l'Inghilterra e Galles con abitanti 215 per kmq. (1900) tiene il sommo nell'economia fra i grandi Stati europei, come, fra i minori Stati, Sassonia con 280, Belgio con 229, Lombardia con 164. — Ma guai una sproporzione profonda fra popolazione e territorio. La rada e dispersa popolazione in vastissima superficie come in Russia <pb n="1.448" />(in tutto l'impero di 21 milioni di kmq., meno di 6 abitanti), fu grande ostacolo fino a tempi recenti allo sviluppo economico dell'immenso dominio. Viceversa, il fatto di abitanti che si accalcano soverchiamente in angusti spazi, facilmente acutizzano e sconvolgono i naturali rapporti economici. In questi veramente la lotta per l'esistenza, i disoccupati e le vili mercedi, i facili monopoli dei prezzi, il capitalismo cogli alti profitti e lo sfruttamento usurario, il possesso terriero incentrato, le rendite fondiarie assorbenti, l'alto costo della vita, il problema sociale, le agitazioni e le riforme comunistiche in permanenza. È la storia economica delle piccole repubbliche elleniche, di Cartagine, di taluni Comuni medioevali, riprodotta oggi su vasta scala in Europa, che supera di gran lunga colla sua popolazione relativa (37 abitanti per kmq.) gli altri continenti.</p>
          <p>Ma altrettanto e più la densità demografica si ripercuote sulla vita politica. L'efficacia, l'energia, il dispendio di un governo, dipende in gran parte da essa. Più diretta, pronta, economica l'azione dello Stato sopra popolazioni raccolte in breve spazio; più debole e onerosa su popolazioni sparpagliate in vastissimo territorio. In queste, veggasi come torna facile il disgregamento dell'unità politica appena manchi la violenza accentratrice; quali spese per ricollegare le distantissime membra d'immensa <pb n="1.449" />contrada con ferrovie, che poi rimangono passive per scarso movimento; quanto incerta e perigliosa la difesa del paese agli estremi confini di esso, senza basi di operazione in centri demografici intermedi. Sono questi i duri esperimenti fatti dalla Russia contemporanea, coi suoi disordini finanziari cominciati colle ferrovie (dal 1860), colla guerra disastrosa in Manciuria (del 1904-5) e colla cancrenosa trasformazione di quella colossale autocrazia (dal 1906). E di ricambio questi sono (per qualche rispetto) gli ammaestramenti offerti dalle recenti fortune del Giappone, raccolto nelle sue isole fitte di popolazione (48 milioni di abitanti, 116 per kmq.).</p>
          <p>Ancor più nei riguardi sociali, intercede una grande differenza fra paesi in cui migliaia di persone si trovano quotidianamente a contatto, e quelli dove pochi uomini vivono quasi nell'isolamento reciproco. Di regola, l'addensata popolazione importa ben più che un semplice scambio di merci, bensì comunicazioni e attrito di idee, vivace intreccio di sentimenti, intima solidarietà, fervida emulazione, moltiplicati incitamenti ed occasioni all'esercizio della carità sociale. E solo le numerose popolazioni consentono quella estesa divisione di lavoro e di funzioni sociali, la quale è condizione a tutti i progressi civili. Veggasi p. e. quanto più progressivi i centri civici, rispetto alle aperte campagne; e come la Grecia <pb n="1.450" />antica, le repubbliche cittadine medioevali, l'Olanda del secolo XVI, oggi il Belgio e l'Europa intera, rispetto agli altri continenti, tutte regioni di forte densità, sieno state sempre all'avanguardia della civiltà.</p>
          <p>Ma in modo particolare, se la <hi rend="italic">densità</hi> della popolazione non genera i fenomeni primi dell'economia, come altri sostenne (Loria), certamente determina prossimamente <hi rend="italic">i gradi di sviluppo economico</hi>.Così nella <hi rend="italic">produzione</hi>,l'addensarsi crescente della popolazione sotto la pressura dei suoi bisogni provoca il passaggio più rapido ed esteso — dalla <hi rend="italic">semplice occupazione</hi> dei prodotti di natura (caccia, pesca, frutta selvagge) all'arti propriamente dette cioè all'ottenimento di prodotti artificiali (agricoltura, manifattura ecc.); — poi dalla agricoltura estensiva, — dal piccolo mestiere alle manifatture e alle grandi fabbriche. E nella <hi rend="italic">circolazione</hi>,la transizione dallo scambio a permuta (per lo più per consumo interno) al commercio monetario lucrativo nei mercati locali, nazionali e mondiali. Nel <hi rend="italic">riparto</hi>,attraverso la formazione sempre più spiccata, figlia essa pure della crescente popolazione, di classi economiche (specialmente abbienti e nulla tenenti) con specifiche funzioni (ceti fondiari, capitalisti, operai), il trapasso da sistemi di distribuzione dei redditi e compensi fondati sulla consuetudine, a quelli contrattuali eretti sul valore dei servigi economici.</p>
          <p>
            <pb n="1.451" />5. Sicché la densità delle popolazioni rimane causa benefica (almeno occasionale) di queste forme normali di progresso economico, fino a che (avvertasi bene) a quella spinta demografica crescente venga seguace in ciascun momento storico la <hi rend="italic">potenzialità produttiva</hi> (cognizioni tecniche, virtù di intraprendenza e risparmio, favori di suolo, tutela giuridica ecc.) della popolazione stessa. Che se tale potenza di produrre si arresti ed esaurisca, quella densità di popolazione («Volksdichtigkeit»), convertita in un eccesso assoluto o relativo di popolazione («Ueberbevölkerung», «overpopulation»), diventa causa di perturbazione di tutti i rapporti economici, come avvertimmo; e in specie un fomite di violazioni della morale e della giustizia, che incentrando la ricchezza nelle classi più potenti a danno di quelle nullatenenti, perpetua in queste il pauperismo. È questo da secoli il fatto patologico delle nazioni economicamente immobilizzate, sebbene fisiologicamente feconde, dell'India e della Cina; ben prima di arrivare ai fenomeni più complessi della questione sociale fra le addensate e progredenti popolazioni europee.</p>
          <p>Tutto ciò ammaestra che il beneficio di numerose popolazioni sottostà a definite condizioni. E nessuno direbbe che l'impero del sole, che nelle province soltanto (senza paesi annessi e soggetti) conta almeno 320 milioni di abitanti (1894) con 60 per kmq., in media e <pb n="1.452" />in qualche provincia (Chantoung) con 221 abitanti per kmq., proceda alla testa del progresso; bensì apparisce che le condizioni di tale progresso consistono in un <hi rend="italic">dispiego proporzionale</hi> di energie spirituali, intellettuali, etiche, civili, di cui quelle della ricchezza sono in gran parte un risultato e un premio.</p>
          <p>Ma intanto ciò rafferma, sotto tutti gli aspetti, l'importanza dell'incremento demografico. E in via generale deve dirsi che i fini <hi rend="italic">provvidenziali di civiltà non si compiono che per virtù di numerose popolazioni</hi>. È questa una delle premesse positive più importanti della nostra scienza; e ad essa deve tener fisso lo sguardo l'economista per estimare le leggi della ricchezza.</p>
          <p>Cause e leggi dell'aumento demografico. ‒ Con ciò è detto quali sono le cause di questo grande fatto che sta alla radice della economia: cause biologiche di riproduzione della specie, e cause economiche che vi apprestano i mezzi materiali di sussistenza e continuità in mutua dipendenza; ambedue dominate da cagioni ed influenze spirituali di civiltà. E quale la <hi rend="italic">legge di progressione biologica</hi> delle popolazioni? Può ben dubitarsi che possa ridursi in formule scientifiche positive, e men che mai matematiche, un fenomeno, che pur essendo di sua natura fisiologico, è così informato e trasformato da cause e influenze di libera volontà, o diretta, quanti sono gli atti volontari <pb n="1.453" />che rifiutano od ostacolano la procreazione, o indiretta, quante sono le condizioni di ambiente privato e sociale, preparate e modificate incessantemente dall'uomo stesso. Potrà discorrersi (come del resto anche nella matematica applicata) di possibilità ipotetica o di massimi o di minimi relativi in circostanze variabilissime di tempo, di luogo, di civiltà; non già di una vera legge biologica evolutiva.</p>
          <p>In ogni caso, attesa la immediata e costante interdipendenza <hi rend="italic">fra lo sviluppo della popolazione e quello della ricchezza destinata a sostenerle</hi>,la soluzione compatibile colla natura della nostra scienza potrà convenientemente rintracciarsi soltanto alla fine dell'economia, quando, coordinate sinteticamente tutte le forme del progresso economico, si potrà apprezzare l'efficacia che questo esercita sull'incremento definitivo della popolazione in ogni sua manifestazione. Pertanto, se nella «Introduzione» si studia la biologia delle nazioni <hi rend="italic">come causa</hi> o fattore della loro economia; si deve riservare invece alla fine la ricerca del progresso biologico <hi rend="italic">come effetto</hi> del pieno sviluppo della ricchezza, anzi come espressione normale del-l' incivilimento .</p>
          <p>Induzioni storico-statistiche. ‒ Frattanto bastino qui questi criteri demologici, tratti dalla statistica storica, risultato di studi speciali recenti <pb n="1.454" />(Roscher, Schmoller, Bücher, Rogers, Ashley, Cunningham, Beloch, Salvioni).</p>
          <p>1. <hi rend="italic">Non si riscontra</hi> storicamente nell'umanità intera, come nelle singole nazioni, <hi rend="italic">un aumento demografico in forma di continuata e fatale evoluzione.</hi></p>
          <p>Le tendenze fisiologiche, generali e costanti della specie umana alla riproduzione, e poi quelle fisiopsichiche alla conservazione (mercé gli acquisti economici), attribuiscono a quella una <hi rend="italic">capacitò</hi> o <hi rend="italic">potenzia-lità</hi> ad un incremento progressivo numerico, cui non corrisponde un <hi rend="italic">aumento di fatto</hi>.Se quella è la regola, si moltiplicano però gli esempi di popolazioni in cui i morti superano i nati, le quali pertanto in breve regrediscono e scompaiono; e con esse, come effetto concomitante, ogni ricchezza e memoria di civiltà. Vi hanno razze sopravviventi e progredenti dall'origine, massime quelle arie e mongoliche (bianca e gialla); ma viceversa Polinesia e la primitiva America del nord apparvero agli etnologici le immense regioni delle razze spente che non hanno storia, in cui la morte sopraffece la vita. È il pericolo sovrastante a tutte le popolazioni selvagge («Naturvölker») in condizioni cosmiche sfavorevoli.</p>
          <p>Anzi, fra le popolazioni stesse civili, altre si perpetuano da millenni, addensandosi vieppiù fino alla <hi rend="italic">iperantropia</hi> (eccesso di popolazione); ma appressandosi con ciò alla saturità, cioè alla immobilità demografica, corrispondente alla immobilità <pb n="1.455" />economica e degli istituti civili, come presso i cinesi e gli indiani. Altre, che già toccarono alti fastigi della cultura e della ricchezza, a un certo punto si arrestarono nella loro demografica grandezza, degradando numericamente ed esaurendosi per <hi rend="italic">oligantropia</hi> (scarsezza di popolazione). Dove sono le nazioni relativamente potenti e numerose degli assiri, medi, persiani, che furono per secoli minaccia di Europa, e quelle stesse greche e romane? Scomparse; e le poche reliquie assimilate a popoli più vigorosi. Tale anzi il destino di tutte le genti dell'antica cultura pagana asiatico-europea; quasi celassero il seme della morte, che svolgendosi deleterio colla morale corruzione traeva dietro a sé inesorabilmente la decadenza della vita, e con essa della ricchezza e della civiltà.</p>
          <p>2. Ma non solo in queste, ma anche nelle popolazioni dotate di indefinita virtù progressiva, l'<hi rend="italic">incremento si effettua in modo intermittente</hi>,attraverso soste, ricorsi, riprese; accompagnando le vicende parallele della ricchezza e dell'incivilimento, e perciò con passo lentissimo.</p>
          <p>Il cristianesimo, preparato dall'ebraismo, sembra avere di ricambio innestato nelle stirpi umane il germe dell'immortalità; come lo attestano le genti cristiane, che da ben 19 secoli, progressivamente e senza accenno ad esaurirsi, dominano il mondo colla <pb n="1.456" />stessa propagazione numerica, compagna della ricchezza e della civiltà. Ciò fu il risultato dei precetti divini della Bibbia perfezionati dal Vangelo: i quali (avvertasi bene) prescrivevano e santificavano, con sapientissima armonia, la <hi rend="italic">procreazione e</hi> il <hi rend="italic">lavoro</hi>,cioè la genesi della vita e il mezzo di sua sostentazione; benedicevano le nozze feconde e le numerose famiglie e nello stesso tempo esaltavano il celibato virtuoso; così sospingendo e contemperando insieme l'aumento delle esistenze, e indirizzandolo ad altri fini ed idealità spirituali, che vi attribuiscono i presidi del sovrannaturale e della civiltà. Sotto queste condizioni si poteva intimare sicuramente alle coppie umane: <hi rend="italic">crescite et multiplicamini</hi>.Nessuna filosofia o codice sacro aveano posto così perfettamente il problema della popolazione, nell'interesse del vero incivilimento (Champagny, Périn, Cilleuls). Il cristianesimo, pertanto, fu anche nel senso biologico (rispetto ai tempi pagani) una palingenesi, la quale avrebbe però fruttificato in proporzione dell'osservanza di que' precetti e dell'avverarsi di quelle condizioni economiche, etiche, civili, non sopprimendo frattanto l'alterno e incerto progresso demografico.</p>
          <p>3. Con ciò si spiega la scarsa popolazione (rispetto alla comune leggenda) dei tempi remoti anche più prosperosi, e il cammino irregolare di essa anche nell'età cristiana.</p>
          <p>
            <pb n="1.457" />La Cina da 2200 anni a. Cr. fino a 600 d. Cr., sembra oscillasse fra 60-80 milioni di abitanti (Sakaroff). L'Egitto non superò mai i <hi rend="italic">7</hi> milioni di abitanti e discese a 3 dopo la conquista di Alessandro. La Grecia, colle sue popolazioni anche biologicamente espansive, raggiunse forse 4 milioni nell'intera penisola e altrettante nelle colonie, fino al dominio macedone; poi dislocazione e spopolamento irreparabile. Lo Stato romano da mezzo milione ai tempi della guerra coi sabini, allargandosi <hi rend="italic">in tutta Italia</hi> perveniva sotto Augusto a 51/2 milioni, sotto Claudio a 7; e <hi rend="italic">tutto l'impero romano</hi> in tre continenti nel primo secolo cristiano abbracciò forse 54 milioni (Beloch).</p>
          <p>I germani invasori dell'impero erano conglomerazioni accidentali di piccole tribù; vandali, longobardi, normanni p. e. non superavano ciascuna 60-80 mila persone, temibili per fierezza, non per numero. Italia intera parve poi destinata a scomparire demograficamente, fra calamità, devastazioni e languori; e non a torto i millenari sognavano l'apocalisse della morte trionfatrice. Poi, dopo Gregorio VII, fra i sec. XI e XII per l'Italia, e dal sec. XIII e XIV per la restante Europa durante l'età dei Comuni, <hi rend="italic">fu resurrezione di vita</hi> nelle città e circostanti campagne, primo frutto di quel rinascimento cristiano. Ma tuttavia la potente Firenze medioevale non oltrepassò mai 90 mila abitanti; lo Stato veneto intero un milione; e <pb n="1.458" />all'esordire dell'età moderna (1400) Italia tutta arrivava forse ad 11 milioni, l'Europa a 60-80 (Schmoller).</p>
          <p>Poi nei tre primi secoli dell'evo moderno, dopo le scoperte e colonizzazioni extracontinentali (di Africa, America, Australia), in quegli Stati grandeggianti e prepotenti una certa espansione demografica si accoppia a contrazioni vieppiù convulse, fra rivoluzioni sociali-religiose, in Germania, Gran Bretagna e Francia, e fra guerre poderose di potentati cristiani e devastatrici coi turchi, e fame e pesti ricorrenti; sicché a stento fino al 1700 la popolazione poté recarsi a 110 milioni. Ed è soltanto dalla metà del secolo XVII per qualche paese, e in generale dal 1815-16, dopo le distruzioni della rivoluzione e di Napoleone, che piglia slancio insolito, regolare, acceleratissimo il movimento demografico universale; per cui Europa che nel 1800 avea 175 milioni nel 1890 s'era alzata a ben 357; e il mondo in soli 30 anni (dal 1860 al 90) da 1350 a 1500 milioni (Behm e Wagner).</p>
          <p>4. Risulta chiaro così il nesso fra la quantità delle popolazioni e lo stato economico e civile in ogni momento storico; ciò che taluno tentò di ribadire coi dati della densità.</p>
          <p>In media, nel mondo, le orde cacciatrici dei paesi nordici o delle steppe rappresenterebbero il grado infimo di popolazione relativa al territorio, (0,0617 ‰) <pb n="1.459" />cioè una frazione millesima per kmq., la quale sale a 0,70 fra cacciatori tropicali (della Pampas), e ad 1,77 per kmq. fra nomadi pastori. Un passo risentito al paragone segna l'agricoltura vaga con allevamento di bestiame, e tocca il 5 e più per kmq. fra i celti e i germani primitivi fino a Cristo, tramutandosi in salto decisivo colla agricoltura fissa a maggese, intrecciata al prato e al bosco, insieme alle prime industrie civiche, già caratteristica d'Italia a cavaliere dell'era cristiana, e dell'Europa centrale soltanto dal 1200-1500; le quali oscillano fra 17 e 26 abitanti per kmq. Ma chi il crederebbe? Questo dato in Europa rimane di poco alterato fino a metà del secolo XIX, indizio della resistenza dell'empirismo e della stazionarietà economica. Ma infine i risultati delle trasformazioni tecniche ed economiche, ormai generali in Europa, si palesano con queste cifre meravigliosamente cresciute: per le regioni puramente agricole dell'Europa meridionale si giunse a 70 abitanti per kmq ; per le regioni europee dei grandi distretti industriali e centri mercantili, fino a 266; e per le regioni che a questi ultimi progressi aggiungono anche quello agrario, specie vinicolo, fino a 318 (Ratzel).</p>
          <p>Deduzioni. ‒ Esse sono importanti a preparare la soluzione del problema demografico in rapporto colla economia: — il movimento della popolazione di momento in momento storico <hi rend="italic">procede in certa ampia corrispondenza coll'assetto e col progresso della ricchezza</hi>,perché ambedue subiscono le simultanee influenze di quell'insieme di condizioni spirituali, <pb n="1.460" />civili, politiche, che scolpiscono i gradi di civiltà; e perciò entro i rispettivi cicli storici le <hi rend="italic">sproporzioni per eccesso o per difetto demografico non sono di regola che relative</hi> (e non assolute) <hi rend="italic">e passeggere. —</hi> Nella continuità dei secoli l'<hi rend="italic">aumento della popolazione appare irregolare e lentissimo</hi>,come le conquiste incerte e contrastate di una vera lotta per la vita fisica, simultanea a quella per gli acquisti economici e della cultura. — Ma di ricambio la efficacia del sistema biologico-demografico sull'economia <hi rend="italic">non si dispiega in tutta la sua pienezza che in popolazioni vigorose ed adulte</hi>,ciò che non si avverò che a' tempi maturi della civiltà cristiana occidentale. Senza le odierne popolazioni <hi rend="italic">dai grandi numeri</hi> non sarebbe possibile sostentare e mantenere progressiva la ingente economia moderna.</p>
          <p>Incremento diffusivo o movimento dislocativo. - 1. Ma le umane esistenze non solo si intensificano (vita media) e si moltiplicano nel tempo (movimento riproduttivo), ma <hi rend="italic">si diffondono nello spazio</hi> con movimento dislocativo; fenomeno demografico, integrante degli altri due, anche nella colleganza colla civiltà e coll'economia (Roscher, Schmoller, Bertillon, Leroy-Beaulieu). Il precetto divino infatti non si limita al <hi rend="italic">crescite et moltiplicamini</hi>,ma soggiunge: <hi rend="italic">et replete terram</hi>. 2. Ne è causa impellente la difficoltà della vita per certa relativa densità della popolazione, donde la dipendenza dal <hi rend="italic">fatto biologico ed economico</hi><pb n="1.461" />insieme, cioè dal bisogno di rinvenire sedi più proprie all'incremento della popolazione. Ma non da ciò solamente; vi concorrono anche ragioni etico-psicologiche. Altrove nella Bibbia è detto all'uomo: <hi rend="italic">tu dominerai la terra</hi>;e l'idea invero di essere il sovrano del mondo (Pesch), e quindi il sentimento implicito che alla crescente conoscenza e signoria di questa sua reggia sia collegata la propria felicità e grandezza, ebbero sempre ed hanno tuttora larga parte nelle peregrinazioni del genere umano; e tale più alta coscienza sembra anzi caratteristica dei popoli che hanno più elevate vocazioni nella civiltà.</p>
          <p>Gli arii (iapetici) fin dalle origini a preferenza di ogni altra razza (adempiendo in sé medesimi la profezia diretta ad Iafet: tu soggiogherai i figli di Cam, e abiterai nelle tende di Sem) dimostrarono e mantennero sempre questa virtù di espansiva signoria, mentre altre razze l'assopirono o perdettero. La convinzione di essere chiamati ad assimilare i popoli nella cultura sorresse gli elleni nella loro compenetrazione nelle circostanti nazioni, e l'orgoglio di aver la missione di reggere il mondo colle armi e con le <pb n="1.462" />leggi, guidò i romani ai confini dell'orbe antico. Né i barbari erano sempre tratti dalla fame o da ferocia ad invadere l'impero, ma ancora dal nome fatidico di Roma e dall'ebbrezza di puntare l'asta vendicatrice contro le colonne del foro. Anzi fra gli impulsi di dislocazione un posto preponderante spetta allo spirito di avventura e alla sete di dominazione, che non è soltanto di principi conquistatori da Alessandro, a Cesare, a Tamerlano, ma di popoli interi; ciò che sembra distinguere le razze in dominatrici e servili. Oggi ancora non soltanto calcoli economici fanno degli anglosassoni i colonizzatori per eccellenza, ma il sentimento di una missione civilizzatrice nel mondo (Balbo, Novikow, Kidd).</p>
          <p>Forma ed importanza. – Il movimento dislocativo si dispiega nella storia con <hi rend="italic">tre forme</hi> successive: la <hi rend="italic">trasmigrazione</hi>,la <hi rend="italic">colonizzazione</hi>,e la <hi rend="italic">migratone</hi>,e con effetti civili ed economici della più alta importanza; sicché Wagner (Maurizio) poté scrivere la teoria della migrazione (comprendente le tre forme suddette) essere la dottrina fondamentale della storia del mondo (Schmoller); e invero senza di essa è manchevole la intelligenza delle stesse leggi economiche.</p>
          <p>La trasmigrazione. – 1. È la traslocazione successiva di una popolazione in massa dall'una all'altra regione: immenso <hi rend="italic">fatto etnico-primitivo</hi> che dopo il diluvio separò i noachidi, moltiplicatisi nell'alta Mesopotamia, — <hi rend="italic">in tre massime correnti</hi><pb n="1.463" /><hi rend="italic">demografiche</hi>:dei <hi rend="italic">camiti</hi>,che dalla bassa pianura del golfo Persico per il deserto arabico e Suez penetrarono in tutta l'Africa; dei <hi rend="italic">semiti</hi>,che con altre frazioni di razze si diffusero dal Tigri al Mediterraneo nell'Asia anteriore; e degli <hi rend="italic">iapetici</hi>,che dalle altezze dell'Iran si estesero in tutta Europa; — e <hi rend="italic">successivamente nelle stirpi derivate</hi> (turanico-mongoliche) occupatrici dell'Asia settentrionale e orientale, propagandosi poi in America e nella Polinesia. <hi rend="italic">Primitiva trasmigrazione</hi>,che attraverso soste intermedie si riproduce una seconda volta colla <hi rend="italic">trasmigrazione germanica</hi>,la quale si dispiega per tre secoli prima e tre dopo la caduta dell'impero romano occidentale; ed una terza che dal secolo VI d. Cr. inaugura quella <hi rend="italic">arabo-saracena</hi>,che dal Turkestan, a Bagdad, a Damasco, invade le regioni circummediterranee fino alla presa di Costantinopoli (1453); senza dire della invasione tartaro-mongolica che dalla Cina settentrionale all'Asia centrale perviene con Gengiskan a dominare la Russia (sec. XIII-XV) in piena età di mezzo.</p>
          <p>4. Trattasi dunque di un immenso flusso istintivo di razze in cammino, lungo intere epoche storiche, il quale si completa ed estende per opera coattiva di principi conquistatori, che la dominazione su nuovi territori accoppiano al trasferimento autoritario e violento di popolazioni vittrici o vinte.</p>
          <p>
            <pb n="1.464" />Già sembra tradizione degli indo-germanici nelle loro marce remotissime, quella detta delle <hi rend="italic">primavere sacre</hi> (<hi rend="italic">ver sacrum</hi>,perchésotto auspici della divinità), per cui mandavano innanzi la scelta gioventù a conquistare successivamente nuove sedi (Jhering); ciò che con simile nome e solennità, nel tempio di Delfo, proseguono i greci dal sec. IX a. Cr. in poi, popolando così l'arcipelago e l'Italia ionica: — imitatori essi medesimi dei fenici che avevano fondato colonie sociali-politiche autonome all'ingiro del Mediterraneo. Con forma più spiccata politico-militare, una dislocazione violenta di popolazioni effettuarono gli imperi orientali (specie gli assiri) già traducendo più volte dall'occidente nella schiavitù di Babilonia i vinti israeliti; ciò che più tardi di ricambio farà Alessandro Macedone, trasferendo invece i vincitori per fondare 70 città ed ellenizzare l'oriente conquistato. Saggi questi ultimi, che ricopiò Roma nelle sue colonie sociali-politiche, assicurando e latinizzando coi rustici, coi veterani e colla plebe prima 300 città marittime, poi Gallia cisalpina, infine, sotto Cesare ed Augusto, i confini dell'impero e i paesi d'oltremare (Roscher, Mommsen).</p>
          <p>3. Ma come la trasmigrazione spontanea o coartata di popoli nomadi o non bene ancora radicati al suolo, doveva cessare collo stabile insediamento sul territorio, così generalmente nell'età pagana l'egoismo o l'orgoglio di <pb n="1.465" />razza riuscì a sopire e spesso a spegnere questo senso di migrazione cosmopolita. Così seguì ad un certo momento degli egiziani (specie dopo la invasione degli hyksos fino ai Tolomei), dell'India braminica, e soprattutto della Cina, fattesi non solo sedentarie ma chiuse ad ogni comunicazione e trasfusione di popolazioni. Ma nei greci stessi la congenita vocazione diffusiva trovò un limite nella orgogliosa coscienza della propria superiorità; sicché, al di là della sfera ove si irradiava la influenza ellenica, non vedeano che barbari indegni di competere con essi; e la vasta compenetrazione dell'elemento greco negli altri popoli non seguì che dopo la perdita del loro essere di nazione, sotto i macedoni e le aquile latine. Ed i romani del pari, nella ebbrezza di essere i dominatori del mondo, non scorgevano negli stranieri che genti da asservire e conquidere, <hi rend="italic">parcere subiectis et debellare superbos</hi>,sicché le colonie per essi (come per tutti i conquistatori antichi) aveano un carattere interno, di un mezzo di assoggettare i vinti al loro dominio politico. In tutto il paganesimo l'idea nazionale politica (raffermata da <hi rend="italic">religioni nazionali</hi>) arrestò il moto dell'umanità universale.</p>
          <p>Evoluzione dislocatrice del cristianesimo. ‒ 1. Nulla più di questo valse a ridestare tale virtù espansiva nel mondo mercé il dogma della comune <pb n="1.466" />paternità e redenzione divina; donde la sublimazione della dignità umana che le restituiva la sovranità su tutta la terra (Périn).</p>
          <p>Predisposto storicamente dal grande accentramento politico di Roma, antica assimilatrice di tante stirpi, e dallo stritolamento e rimescolio di tanti popoli nel corso delle invasioni germaniche, soffolto e maturato, fra vecchi e nuovi pregiudizi e fra violenze di razze, di classi, di governi, dal concetto religioso di «cattolicità» e da quello civile di « repubblica dei popoli cristiani » sotto il papa e l'imperatore per la difesa della comune civiltà, fermentato dai pellegrinaggi nazionali e internazionali, in Ispagna, a Gerusalemme, a Roma e soprattutto dalle crociate, che per secoli riversarono l'occidente sull'oriente, — il movimento dislocativo delle genti cristiane, iniziandosi nel secolo XI col risorgimento dei Comuni italiani, presenta nella storia (fra gli stessi abusi) <hi rend="italic">uno sviluppo sistematico e continuato</hi>;il quale, attraverso nuove forme di colonizzazione, tiene il suo culmine nella emigrazione spontanea e universale dei nostri dì, rifluendo per mille meandri sull'economia.</p>
          <p>La civiltà cristiana pertanto apparisce anche in ciò novatrice.</p>
          <p>La colonizzazione. ‒ Cessato in generale l'immenso fatto della <hi rend="italic">trasmigrazione</hi> delle razze, e costituitesi queste in nazione politica con sedi fisse, la <pb n="1.467" /><hi rend="italic">colonizzazione</hi> della novella età venne a significare: «la costituzione all'estero (non più dunque colonizzazione interna) con elementi demografici della madre patria, di taluni circoli autonomi di esistenza sociale politica, in varia dipendenza da quella».</p>
          <p>Essa si dispiega con tre forme organiche rispondenti ad altrettanti fasi storiche di civiltà e di economia.</p>
          <p>1. <hi rend="italic">La colonizzazione civica commerciale</hi>,dell'età di mezzo con nome di <hi rend="italic">fattorie</hi>.È l'emigrazione ristretta dei rappresentanti (fattori) di <hi rend="italic">ditte mercantili</hi>,iquali, dipartendosi dalle città industriali, prima-mente italiche, più addensate (nesso col fenomeno biologico), aprono succursali in altri centri d'Italia, Francia, Inghilterra, Germania e negli scali circummediterranei di Catalogna, di Barberia, d'Egitto, di Bisanzio. Ivi fondano depositi di merci (fondachi) della madre patria per la vendita all'estero, facendo di ricambio acquisto di materie prime (lana, lino, materie ausiliari, ecc.) da rinviarsi in Italia per la lavorazione; più tardi (specie in Francia) compiendo sul luogo, con braccia forestiere sotto artigiani no-strali, una prima elaborazione industriale; e infine avvivando questi rapporti con operazioni monetarie e di credito (banchi). Emigrazione pertanto civico-commerciale, più di capitalisti che di persone, di iniziativa privata ma avvalorata da ordinamenti <pb n="1.468" />corporativi di classe, e più in alto dalla protezione politica del Comune di origine; per cui le fattorie (spesso federate in un'ampia nazione col titolo di <hi rend="italic">colonie</hi>)componevano all'estero un circolo autonomo, con diritto di extraterritorialità (quasi Stato nello Stato), con leggi, statuti, tribunali, magistrati propri, e fruendo di speciali favori fiscali spesso confermati da trattati di commercio (Heyd).</p>
          <p>Tale prima forma di emigrazione colonizzatrice spontanea e normale si collega a caratteri sociali, giuridici, economici della vita comunale del medio evo; si incardina sull'ordinamento di classe; si munisce di diritti privilegiati concessi a singoli Comuni e Stati (donde gelosie e guerre fra essi); ed economicamente rinviene la sua ragione nella <hi rend="italic">sproporzione tecnica e specialmente commerciale</hi> fra città italiche arbitre degli scambi monetari e popolazioni d'oltre Alpi, atteggiate per lo più ad economia di natura. Perciò stesso questa forma, iniziatrice (sotto veste di privilegio) di libertà ed eguaglianza, dovea cadere col salire progressivo nelle attitudini economiche e civili di Francia, Fiandra, Germania, Olanda; e così fu al chiudersi dell'evo medio, raffermando frattanto la legge storica che come ogni progresso civile così anche l'emigrazione esce dalle città e dietro la bandiera del commercio. L'importanza del fatto è attestata dalla potenza delle fattorie di Venezia, Genova,</p>
          <p>
            <pb n="1.469" />Firenze, imitate dalle anse (federazioni cittadine) commerciali del mare del Nord e Baltico; e la sua efficacia duratura dalla circostanza di aver esso precorso quell'insediamento di case mercantili forestiere, in libera concorrenza coi nazionali, che l'età nostra vanta oramai in ogni capitale ed emporio del mondo.</p>
          <p>4. <hi rend="italic">La colonizzazione politico-agricola</hi>.Al paragone spiccano i tratti profondamente diversi della emigrazione colonizzatrice nel periodo delle grandi scoperte ed occupazioni degli europei in Africa (B. Dias, 1486), in India (Vasco di Gama, 1497), nelle due Americhe (Colombo, 1492), fino a Cook nell'Australia (1768-76).</p>
          <p>Sebbene il movimento avesse prevalenti scopi politici, di accrescere la potenza degli Stati europei assoggettando territori e popoli extracontinentali, e subordinatamente economici, di obbligare con regime restrittivo le colonie a vendere esclusivamente alla madre-patria le materie greggie del suolo, in vantaggio delle industrie e commerci della metropoli; e in onta che questo <hi rend="italic">regime coloniale</hi>,colle sue concessioni privilegiate di terre, colle compagnie monopolizzatrici dei trasporti e del traffico, sia in parte fallito e nel resto decaduto, — tuttavia quella colonizzazione transoceanica dei portoghesi, spagnoli, di Olanda, Francia, Gran Bretagna riuscì a lungo <pb n="1.470" />andare ad un resultato storico ben degno di contrassegnare il passaggio all'età moderna, cioè quello di avviare una <hi rend="italic">emigrazione territoriale agraria</hi> (Fanno).</p>
          <p>Tali scoperte e conquiste politiche ponendo a contatto e in contrasto <hi rend="italic">immensi continenti,</hi> l'emigrazione colonizzatrice venne a dipendere, non più da sproporzioni civili ed economiche accidentali ma <hi rend="italic">da sostanziali e durature differenze demografiche e telluriche</hi>,che predominano in gran parte tuttodì, forse senza scomparire totalmente mai più (Leroy-Beaulieu, Fanno). E ciò:</p>
          <p>fra contrade già atteggiate più o meno a tipo mercantile ed industriale (progredienti verso una economia monetaria e di credito) e regioni sterminate e vergini, adatte a produzioni prime e fondamentali («Urproductionen») di miniere, di foreste, di pastorizia e agricoltura;</p>
          <p>negli stessi rispetti fondiari, fra terre europee anticamente appropriate e terre libere extraeuropee, aperte alle occupazioni dello Stato, dell'avventuriere, dello speculatore;</p>
          <p>fra popolazioni civili, fortemente ordinate, relativamente numerose, e genti scarsissime, disperse e (salvo Messico e Perù) quasi in istato selvaggio.</p>
          <p>Immenso contrasto, il quale se da un lato, colla spinta che vi dava allora il feticismo di uno Stato neo-pagano, spiega lo spogliamento e la distruzione <pb n="1.471" />di quegli indigeni e l'assoggettamento politico di que' territori, da un altro trasse i conquistatori nei secoli XVI e XVII, dinanzi alle esigenze di una sconfinata natura cui mancavano sul luogo le braccia, ad importare coattivamente dall'Africa gli schiavi neri ed arruolare a lungo termine i lavoratori bianchi («indented servants») dell'Europa.</p>
          <p>Ma la dipendenza politica come la servitù personale, circostanze transitorie, dovevano scomparire dal sec. XVIII al XIX, mercé l'emancipazione delle colonie americane da quelle inglesi (1776), fino all'ultima spagnola di Cuba (1888), e mercé la abolizione della <hi rend="italic">schiavitù</hi> negli Stati Uniti (1865); non così il fatto dei loro sterminati territori aperti a produzioni naturali e bisognevoli di braccia per usufruirne i tesori, di fronte al continente europeo denso e industrioso (Loria). E così, cresciute rapidamente le genti d'Europa e quivi il prezzo delle derrate lungo il secolo XIX, l'America diviene l'ingente sede di gravitazione di una spontanea e indefinita emigrazione, principalmente agricolo-fondiaria, che sostenta lo scambio fra prodotti agrari americani e quelli industriali europei. Dall'Europa manifatturiera con 40 abitanti per kmq. all'America tuttora diradata con meno di 4 (3,8) per kmq., fra il 1800 e 1891 uscirono ben 26 milioni di emigranti in gran parte diretti all'America, la quale, fra gli stessi rapidi progressi industriali <pb n="1.472" />degli Stati Uniti, mantiene ognora fisionomia essenzialmente agricola, colle sue derrate inondando l'Europa; mentre l'Italia sola, a quell'afflusso di lavoro in 27 anni, dal 1876 al 1903, contribuì con oltre tre milioni di braccianti, quasi tutti campagnoli (Schmoller, Colaianni, <hi rend="italic">Ann. uff.</hi> 1904).</p>
          <p>Chi avrebbe pensato che le caravelle, che recavano ai lidi americani poche potenti individualità, Colombo, Vespucci, Almagro, Cabrál, o un pugno di conquistatori avventurieri con Pizzarro e Cortes o pochi avidi cercatori delle «pepitas» di California, farebbero luogo agli ingenti piroscafi tragittanti al di là dell'oceano milioni di lavoratori della terra; e che di ricambio, ben più dei galeoni spagnoli, occultanti nel proprio grembo l'argento del Perù e del Messico, avrebbero interessato l'economia mondiale il cotone ed il frumento, che per il valore di miliardi si riversano ogni anno su tutti gli scali europei? Ma è legge storica che quella colonizzazione agricolo-fondiaria grandeggi e perduri, finché sia scomparso (e forse nol sarà mai dal globo) il disequilibrio tellurico-demografico fra contrade a tipo agricolo e a tipo manifatturiero.</p>
          <p>3. Ciò in qualche misura si prepara colla terza forma storica di <hi rend="italic">colonizzazione politico-industriale</hi> (<hi rend="italic">capitalistica</hi>).</p>
          <p>Le diffuse innovazioni tecniche delle industrie manifattrici in tutta Europa lungo il secolo XIX, <pb n="1.473" />mentre collo immenso spaccio dei prodotti a basso prezzo <hi rend="italic">aumentano profitti e capitali</hi> dei fabbricatori e mercanti, e <hi rend="italic">moltiplicano la popolazione</hi> specie <hi rend="italic">lavoratrice</hi>,sospingono l'America del nord e l'Australia (già abituate da lunga mano ai sistemi di <hi rend="italic">pimetagione</hi> capitalistica) a produrre materie prime industriali, a volgersi con vorticosa rapidità a lavorarle sul luogo, e a resistere così alla importazione europea.</p>
          <p>Di qui a lungo andare nell'Europa una crisi del consumo, incapace di assorbire l'enorme sua produzione per la saturità dei bisogni degli europei, per la scarsa potenzialità di acquisto del miserabile salariato, aggiunte alla concorrenza del mercato industriale americano e australiano. Donde una pletora di produzione europea che si esplica colla <hi rend="italic">disoccupazione del lavoro e del capitale insieme</hi>,cioè colle difficoltà di impiego e di compensi per ambedue. Quindi — la recente emigrazione (anche italiana) verso le più industriose regioni del Nord America e dell'Australia in cerca di lavoro, simultanea all'esodo dei capitali verso l'India e i paesi tropicali, per ricercare, nei vili salari di quelle addensate popolazioni e nel basso costo di materie prime, più lauti profitti; due fatti integrati da un terzo di una politica coloniale conquistatrice (imperialismo) fin nell'estremo oriente e Polinesia, destinata dovunque a seguire, assicurare, predisporre, coll'azione dello Stato, la <pb n="1.474" />espansione universale dei fattori di produzione della civiltà occidentale e a dischiudervi gli amplissimi mercati dell'avvenire. Ed ecco i caratteri di questa <hi rend="italic">colonizzazione industriale</hi> dell'età contemporanea, la quale, occasionata dal graduale pareggiamento fra continenti agricoli e manifatturieri, è la risultante di <hi rend="italic">correnti migratorie di uomini e di capitali insieme</hi>,e poggia sopra sproporzioni fra tutte le condizioni economiche proprie di <hi rend="italic">differenti gradi di civiltò</hi>,mirando remotamente all'equilibrio (Fanno).</p>
          <p>Emigrazione autonoma. ‒ 1. I vari momenti storici della colonizzazione, in cui l'ordinamento politico s'accompagna e si impone al fatto demografico dislocativo, fanno luogo crescente alla <hi rend="italic">emigrazione autonoma</hi>,nel senso che l'azione politica dello Stato colonizzatore si subordina sempre più al fatto sociale della emigrazione, e questa si dispiega anche indipendente da quella.</p>
          <p>Siccome risultato definitivo di una serie di progressi civili: — della successiva emancipazione politica di tutta l'America dall'Europa (fra la costituzione di Washington 1782, e la separazione di Cuba 1898); — della abolizione della schiavitù nelle colonie inglesi (1833) e negli Stati Uniti (1865); — della autonomia civile ed economica concessa dalla Gran Bretagna alle sue colonie (1833, 1850), fino al riconoscimento della Federazione australiana (1902); — <pb n="1.475" />della rimozione dei divieti legali alla uscita dalla patria (dal 1820 in poi), e del connesso slancio dei rapporti economici cosmopolitici (specie dal 1860) congiunto alle agevolezze delle comunicazioni e alle leggi internazionali di libero cambio; — l'emigrazione, senza arrestare lo sviluppo della colonizzazione politica, spicca come un <hi rend="italic">fenomeno demografico</hi> più ampio di essa e stretto direttamente coll'incivilimento.</p>
          <p>4. Il nuovo fatto <hi rend="italic">sociale</hi> per eccellenza, consistente in un «ricambio spontaneo e duraturo (periodico o definitivo) di elementi demografici (individui, famiglie, gruppi sociali) fra i vari Stati e nazioni», è espresso oggi dalla penetrazione reciproca di emigranti in ogni regione di Europa, e dal flusso degli europei nell'Asia Minore, Egitto, Tunisia, Marocco, nel nuovo Stato del Congo e in tutta la periferia dell'Africa, nell'America e nell'Australia, nella penisola indiana, e nell'estremo oriente, e dei cinesi nel Transvaal e dei giapponesi in Corea e Polinesia; dominando dovunque oggi per numero gli italiani lavoratori, dalle coste del Pacifico alla linea transiberiana.</p>
          <p>Per la prima volta nella storia l'emigrazione, che nei precedenti secoli moderni era esigua ed incerta, si dispiegò sotto i nostri occhi come un <hi rend="italic">fatto demografico grandioso, sistematico, continuato, direttamente collegato colle leggi sociali della civiltà</hi>.E ciò lungo il secolo XIX, specie dalla metà di esso, di mano in <pb n="1.476" />mano che la pace politica, le libertà civili, compresa quella di emigrare, l'incremento biologico, l'aumento della ricchezza, le trasformazioni tecniche, le vicende dell'economia, la patologia dell'ordine sociale e in ispecie delle classi inferiori, col favore soprattutto delle comunicazioni universali, vi porgevano impulso ed alimento (Geffcken).</p>
          <p>Si prescinda pure dalle <hi rend="italic">migrazioni interne</hi> (in ogni Stato) che tuttavia sono aspetto integrante del moto dislocativo, — e quindi dall'<hi rend="italic">inurbamento</hi> (dalle campagne in città) per cui p. e. la popolazione civica di Prussia dal 1881-95 salì da 57 a 81%, e New York in</p>
          <p>cento anni (fino al 1900) da 60 mila abitanti ingrossò a 3½ milioni; — o dalla <hi rend="italic">circolazione interregionale</hi> che p. e. sposta ogni anno circa 2 milioni di contadini dall'una all'altra regione della sterminata Russia. E si ricordi appena la <hi rend="italic">emigrazione temporanea</hi> (che è vero moto internazionale) in cerca di lavoro periodico, quasi esclusiva degli italiani, che negli ultimi tempi disperde annualmente ben 250-280 mila lavoratori in tutti i paesi d'Europa ed oltre, fino alla Siberia, con esempio non imitato dalle altre nazioni. Ma l'emigrazione <hi rend="italic">permanente</hi> o <hi rend="italic">definitiva</hi> (senza animo di ritorno), che trasfonde per sempre un popolo in un altro ed è quasi tutta extracontinentale, cominciata nel 1815 con 2000 persone dalla Gran Bretagna, quivi nel 1852 trovasi salita a 368 mila; e, <pb n="1.477" />partecipatasi circa il 1870 a Germania, Italia e a tutto il continente, negli ultimi 25 anni (1880-1905) s'aggira sopra 600 mila europei, che annualmente vanno a stanziarsi in tutte le plaghe del mondo (Colaianni).</p>
          <p>Così, finalmente, col linguaggio dei <hi rend="italic">grandi numeri</hi>, il moto dislocativo e quello riproduttivo apparvero come due facce dello stesso fenomeno demografico, che sta alla base dell'organismo vitale della società e dell'economia.</p>
          <p>Importanza. ‒ In tal maniera il movimento dislocativo della specie umana, che dalla emigrazione attraverso la colonizzazione si ricongiunge alle originarie trasmigrazioni, e che si potrebbe ricondurre a tre forme di migrazione <hi rend="italic">etnica</hi>,<hi rend="italic"> politica</hi>,<hi rend="italic"> sociale</hi>,si può estimare in tutta sua la importanza nella sociologia ed economia.</p>
          <p>1. Colla <hi rend="italic">trasmigrazione</hi> piglia le mosse la diffusione nello spazio dei fattori elementari della civiltà e della stessa ricchezza. Nelle sue marce millenarie l'umanità trasporta seco non solo delle esistenze viventi, ma con esse le primitive verità religiose, le originarie memorie storiche, i germi delle istituzioni sociali, gli elementi linguistici, gli usi economici, gli stromenti dell'arti; annodando così al territorio le fila di una comune coscienza dell'unità della specie, base delle future relazioni internazionali. — Con fiotti successivi migratori, popoli più freschi e <pb n="1.478" />vigorosi sopravvengono a ritemprare la fibra di quelli antiquati e morituri; ciò che accadde delle razze germaniche rispetto a quelle corrotte latine. — E se correnti etniche, provenienti per diretta via da que' primi focolari di cultura e di ricchezza, si pongono a contatto di genti più arretrate e povere, esse ne affrettano il progresso civile ed economico. Così fu dei greci ancor rozzi e guerrieri ai tempi omerici, dopo la conquista della Colchide (del vello d'oro) e della Troade; e si ripete per gli italiani nell'età comunale per il secolare urto ed intreccio cogli arabi e saraceni, venuti dalle sedi asiatiche di Boccara, di Bagdad, di Damasco, i quali, dalla Siria alla Sicilia, alla Spagna, dominarono il circummediterraneo più che coll'armi, colla raffinata cultura. Senza gli architetti moreschi non sarebbe stata così originale l'arte di Amalfi, di Pisa e di Palermo, né senza la filosofia di Averroè (Ibn Rushd, sec. XII) così poderosa la scolastica nel combatterla, né senza la scienza matematica e naturale di Avicenna (Ibn Sina, sec. XIV) e i traffici degli arabi, non così ricche la merceologia e la tecnica dei mercanti e artigiani d'Italia dopo le crociate.</p>
          <p>4. Colla <hi rend="italic">colonizzazione politica</hi> (della madre patria) si affretta la fondazione di Stati e di società civili in regioni nuove, arretrate e rudimentali. Popolazioni scarse, appartate nella loro selvaggia <pb n="1.479" />indipendenza, senza, di ciò non rientrerebbero forse mai nel giro della civiltà, come finora il centro africano e la Polinesia. Le fattorie di Firenze e Venezia accelerarono l'educazione economica e civile di tutta Europa centrale e occidentale. In onta alle cupide prepotenze di borghesi spagnoli, anglosassoni, senza la loro opera colonizzatrice e i loro duri sperimenti, le due Americhe non vanterebbero oggi popolazioni così doviziose, libere e culte. E la Gran Bretagna compie tuttodì, in Egitto, India e dovunque, una vera funzione civilizzatrice.</p>
          <p>3. Ma è <hi rend="italic">l'emigrazione autonoma</hi> che dispiega tutto il valore della funzione demografica dislocatrice. Il flusso spontaneo di emigranti che, senza distinzione di colonie nazionali o straniere scende a tutte le spiagge, in tutti gli Stati, fra tutte le razze del mondo, al pari della circolazione del sangue nel corpo umano, è condizione indispensabile di vita e di sviluppo fisiologico e spirituale per l'umanità.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Etnograficamente</hi> è generazione di popoli nuovi: l'immenso territorio del Nord America, in cui prima del 1600 vagavano scarse tribù di pelli rosse, oggi sostenta ben 75 milioni di abitanti, figli della emigrazione olandese, inglese, irlandese, francese, ancora resurrezione di razze antiche: di regola l'uomo nel paese di immigrazione quadruplica <pb n="1.480" />l'energia e il valore individuale e sociale che avea nella madre patria (Child) ove forse era elemento nullo o deleterio. Ciò si riscontra nella ridesta alacrità degli irlandesi agli Stati Uniti, nelle virtù civili degli italiani nell'Argentina, nella rigenerazione morale di quegli inglesi, già deportati per pena nell'Oceania, che oggi compongono i liberi cittadini della federazione australiana. L'aria delle colonie è purificatrice e vivificante.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Civilmente</hi>,l'emigrazione è tramite di prolungazione e rinnovamento della civiltà storica dei popoli, dei quali rifeconda la semenza e le tradizioni in un campo più vergine ed ampio. Così l'America meridionale prosegue la storia delle stirpi latine; l'America del nord ringiovanisce la vecchia Inghilterra; e l'Argentina è per noi una seconda Italia. Altrove plasma nuovi cicli di civiltà: chi sa dire quali tipi civili usciranno dalle colonie australiane, ove nel parlamento seggono accanto bianchi, negri e meticci? O quale civiltà si prepara a Giava e nella Sonda, ove alle primitive genti e agli europei si sovrappongono le correnti cinesi?</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Socialmente</hi>,il moto migratorio è integrazione di quello riproduttivo delle popolazioni, e vi adempie l'ufficio di bilanciere, moderando e ripartendo la vigoria riproduttiva. Come sfolla l'Irlanda che dal 1845 ad oggi vide scendere la sua popolazione da 8 milioni a 4.400.000, e come nei paesi europei l'aumento <pb n="1.481" />puramente biologico annuo, che varia da 8-14, si riduce, per la sottrazione migratoria, da 4-8‰secondo gli Stati, così in genere mantiene lievemente attiva, per colmare i vuoti, la natalità nei paesi di partenza ed esalta per la facilità della vita, la potenza generativa in quelli di arrivo.</p>
          <p>Per altro rispetto, diffondendo nello spazio le forze umane colle loro virtù fisiche e psichiche, sovrapponendole e intrecciandole all'indefinito, — da un lato l'emigrazione estende ogni specie di umane relazioni e con esse la solidarietà universale, e dall'altro, per la varietà e competizione di sangui, vocazioni e culture, mantiene desta la emulazione fra le stirpi e le nazioni; — donde un duplice impulso ai progressi della umanità. Come le trasmigrazioni arie in Europa iniziarono da millenni il conflitto fecondo col mondo asiatico, così l'emigrazione nel continente di Colombo alimenta tuttodì la gara degli europei cogli americani in tutti gli sperimenti civili; ed ora le correnti migratorie verso la Manciuria, la Corea e l'Australia, suscitano la concorrenza simultanea d'Asia, Europa ed America nella conquista civilizzatrice dell'immenso Pacifico. La vita sociale stagnerebbe negli egoismi nazionali o nel tradizionalismo continentale, senza le correnti migratorie che recano i missionari, i mercanti, gli operai dove ancor non giungono le armi e la scienza.</p>
          <p>
            <pb n="1.482" />Anzi (questo è decisivo) se le copiose e continuate emigrazioni, in tempi maturi, attestano esuberanza di vita fisiologica, esse divengono ognor più sintomo e alimento di vita intensa spirituale e quindi di superiorità nell'incivilimento. Esse suppongono già, o accendono, presto o tardi, gli ideali di un miglioramento indefinito, insinuano abitudini di intraprendenza e di pertinacia nell'attività, che poi educano la fede nel progresso umano e la coscienza di una speciale missione di ogni popolo nell'incivilimento. Sono queste le «virtù colonizzatrici» le quali, coincidendo colle virtù cristiane di operosità e di abnegazione per fini superiori e generali, diventano dispensatrici di civiltà nel mondo.</p>
          <p>Romani moderni, gli anglosassoni di oggidì, imponendo colle loro espansioni migratorie istituzioni e lingua inglese a ben 400 milioni di abitanti, hanno acquistato coscienza del proprio primato nella civiltà contemporanea; e l'Europa, fino a ieri il solo continente che non riceve ma porge a tutti gli altri i suoi emigranti, vantando di avere disseminato dalla fine dell'evo medio ben 130 milioni negli altri continenti di popolazione di origine europea, può ben gloriarsi di essere l'alfiere della civiltà cristiana in tutto il mondo.</p>
          <p>4. Ma, <hi rend="italic">economicamente</hi>,la funzione della emigrazione è più manifesta e tangibile. Si afferma comunemente che la circolazione delle merci precorre sempre nella storia i progressi economici; ma quanto più la circolazione degli uomini!</p>
          <p>
            <pb n="1.483" />Questa trasferisce e moltiplica le forze di lavoro in ogni punto dello spazio; schiude nuovi campi alla applicazione fruttuosa dei capitali; e infine lavoro e capitale mette a contatto di più vasti e intatti, tesori di natura per una indefinita produzione.</p>
          <p>Alleggerisce di soverchie braccia paesi addensati e popola quei diradati; apre più vasti mercati e centri di assorbimento delle merci, correggendo così viziati rapporti di distribuzione e proporzionando prodotti e consumi.</p>
          <p>Nell'insieme l'emigrazione, mentre forma l'avanguardia dell'esercito procedente all'assoggettamento della terra per gli scopi dell'economia, funge in questa un duplice ufficio equilibrante e propellente; ed è così divenuta un mezzo terapeutico indispensabile nella questione sociale e una condizione necessaria ai progressi mondiali della ricchezza. Che cosa sarebbe dell'Europa minacciata dal socialismo, senza la valvola di sicurezza della emigrazione? E basterebbe oggi alla poderosa economia cosmopolita piantare delle bandiere militari nei due emisferi, senza i fiotti immensi dei nostri emigranti?</p>
          <p>5. Ma di ciò a suo luogo. Qui le conclusioni immediate di queste premesse positive.</p>
          <p>
            <pb n="1.484" />La importanza e funzione del movimento demografico riproduttivo non può scompagnarsi da quelle del movimento dislocativo, per intendere la natura e le vicende dell'incivilimento e della economia.</p>
          <p>Frattanto devesi riconoscere che l'atteggiamento dell'uno si tiene in corrispondenza con l'altro in ciascun momento storico, ma che l'incremento demografico, come la sua diffusione migratoria, non dispiegano tutta la loro normale efficacia che in popolazioni adulte e numerose, come quelle dei tempi nostri.</p>
          <p>E finalmente può rilevarsi fin d'ora che il fenomeno della emigrazione si riconnette da un canto a cause biologiche, e da un altro a quelle economiche, ma che ambedue dispiegano la loro azione sotto la influenza crescente dello spirito e di quell'insieme di condizioni che contrassegnano la civiltà.</p>
          <p>Per questi rispetti, la connessione fra il moto riproduttivo e diffusivo della popolazione è perfetta. La indagine poi, se v'abbia una <hi rend="italic">legge definita nello svolgimento dell'uno e dell'altro fenomeno demografico</hi>,non si può scientificamente affrontare e sciogliere che alla fine di tutta l'economia.</p>
          <p>
            <pb n="2.1" />
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          <head>VII. Premesse positive. L'ordine sociale e i suoi fattori</head>
          <p>I fattori superiori dell'ordine sociale. ‒ Sui tre fatti elementari: l'uomo, il cosmo, la popolazione, si erige il fatto derivato dell'<hi rend="italic">ordine sociale,</hi> che è un <hi rend="italic">sistema di relazioni</hi> (prestazioni, servizi) <hi rend="italic">fra gli uomini, intuite, volute, attuate dallo spirito umano</hi> e perciò morali. Gli sforzi di una sociologia più o meno materialistica, per identificare gli organismi fisici colla società, fallirono davanti alle rivendicazioni dello spirito nella più recente sociologia. Così nella realtà dell'essere umano-sociale, la <hi rend="italic">psicologia</hi>,nel senso ampio di leggi spirituali, senza distaccarsi (notisi bene) dalla biologia e dalle connesse influenze fisico-cosmiche, sopra di questa si innesta e trionfa. E ciò sul fondamento della osservazione interna ed esterna; per cui l'ordine sociale nella sua genesi e costituzione reale storica (che integra quella genesi razionale filosofica, di cui dicemmo) rientra nelle premesse positive della economia (Dilthey, Schmoller).</p>
          <p>Cause psicologiche intellettuali (soggettive). – Nel fondo dell'anima umana la sociologia ricerca la origine di fatto dell'ordine sociale. Sotto lo stimolo dei <pb n="2.2" /> sentimenti interiori e dell'ambiente esteriore (territorio e popolazione), prima a destarsi quasi da sopore o da uno stato latente è <hi rend="italic">l'idea di un fine</hi>,che precede l'azione. L'uomo che scalda una vivanda, che si arma di una fionda, che congegna un aratro, che edifica un tempio, sempre opera per <hi rend="italic">un fine</hi>:saziare la fame, difendersi dal nemico, preparare la messe, adorare la divinità.</p>
          <p>Tali svariatissimi <hi rend="italic">scopi particolari e concreti della vita,</hi> che di continuo la intelligenza propone alla umana volontà, nei quali questa rinviene altrettanti beni conseguibili, <hi rend="italic">danno la mossa e la direzione alla attività</hi>,la quale perciò assume carattere <hi rend="italic">di mezzo al fine</hi>.In ciò la nozione di ordine razionale, che è proporzione di mezzi al fine, coincide coll'ordine pratico, compreso quello sociale. Come infatti nell'uomo dietro il sentimento dell'amore o proprio (egoismo) o altrui (altruismo) ugualmente congeniti nell'animo suo, spunta l'idea di fini e di beni individuali, così gli balena l'idea di fini e di beni collettivi; e poi sprigionano le sue energie operative ad attuarli, preparando così i rudimenti dell'ordine sociale, il quale è pertanto il prodotto di cause prossime psicologiche (soggettive), precedute dall'idea.</p>
          <p>Tutta la vita umana è una catena di fini e di mezzi proporzionati, la cui conoscenza determina l'azione, <pb n="2.3" /> sicché <hi rend="italic">le idee reggono i fatti</hi>.E poiché tali idee intorno ai particolari fini e mezzi utili del vivere individuale e sociale, si succedono, si moltiplicano, variano e di momento in momento storico si alzano ed ampliano ovvero si deprimono e restringono o deviano, così avviene del progresso e del regresso nell'ordine civile. E ciò attesta come, a differenza delle operazioni istintive ed uniformi degli animali inferiori, tale ordine civile vario e perfettibile sia figlio immediato dello spirito umano, guidato dalla facella della ragione; sicché fuor d'ogni dubbio la intelligenza e le cognizioni acquisite sono le precorritrici dell'incivilimento (Buckle). Chi oggi lo negherebbe?</p>
          <p>Causa spirituale sovrannaturale (obbiettiva). ‒ 1. In mezzo a questa affannosa ricerca di fini e di beni particolari, si manifesta però la tendenza costante del pensiero e del volere verso il <hi rend="italic">fine</hi> e <hi rend="italic">il bene perfetto</hi>,che comprende e assomma tutti i singoli fini e beni relativi e accidentali. E poiché a questo bisogno del suo spirito verso un <hi rend="italic">bene finale immutabile e comprensivo</hi> non può rinunziare, perché inscindibile dalla sua natura, così esso è tratto ad attribuire questo bisogno all'autore stesso della sua natura, come rivelazione della sua volontà imperante. Dio si rivela così il <hi rend="italic">fine assoluto</hi> e il <hi rend="italic">bene necessario</hi> della esistenza umana; e l'attuazione di que' fini e beni singoli e relativi risulta come una scala a salire a quel termine <pb n="2.4" /> supremo, in virtù di una <hi rend="italic">legge divina</hi>,imposta ad ogni essere intelligente e libero, al cui adempimento è connessa la sua felicità.</p>
          <p>Ciò posto, questa concezione (teleologica o metafisica) di un fine in cui è il bene supremo, per cui l'<hi rend="italic">uomo intuisce ciò che deve fare</hi> per raggiungerlo, diviene la <hi rend="italic">causa prima impellente</hi> e la <hi rend="italic">ragione ultima</hi> del suo operare (causa finale) anche nelle relazioni sociali, affinché queste si atteggino alla volontà ed alla gloria di Dio. Così, insieme alla libertà, l'<hi rend="italic">autorità</hi> e primamente quella sovrannaturale, si appalesa come il fattore massimo dell'ordine sociale (Cathrein, Pesch, Périn). È questo un passaggio da cause psicologiche soggettive, l'uomo, ad una causa trascendente oggettiva, Dio, <hi rend="italic">che sta al di fuori e al di sopra di lui</hi>;ciò che sembra essere tardivo nella vita dei popoli, ma che invece la storia addita come fatto spontaneo e generale, e parecchi scrittori (Jhering, Simmel, Stammler) inclinano ad ammettere col nome di cause teleologiche (finali) dell'incivilimento. Fra i sentimenti umani vi ha pure il bisogno del sovrannaturale (James), e nulla è più di ciò rigorosamente dimostrato dagli studi antropo-etnografici odierni in servigio della sociologia.</p>
          <p>2. Presso tutte le genti, anche degradate, il bene e il male delle azioni umane è sempre inteso (più o meno chiaramente) come osservanza o violazione di <pb n="2.5" /> prescrizioni date e sanzionate dalla divinità (M. Müller). Sempre l'autorità religiosa, investendo in nome della sovranità di Dio tutto l'essere e la vita umana, adempie a vario grado nell'umanità ad una <hi rend="italic">funzione unificatrice</hi> dei pensieri, dei voleri, delle azioni di tutti, in omaggio alla legge morale, ciò che è principio dell'ordine. Anzi nella storia incontrasi non solo dettare essa certe verità religiose e precetti di condotta, ispirare la filosofia e la scienza, informare i sentimenti, ma in vario modo (avverti bene) plasmare e sacrare gli istituti privati e pubblici, famiglie, classi, professioni, soprattutto il potere politico, spesso immedesimato con quello religioso, sempre concepito come derivazione da Dio. Donde il sorgere e il costituirsi di concreti ordinamenti civili, come una piramide scaglionata colla punta al cielo, che tende a ritrarre nel fatto l'ideale di legge trascendente che i popoli adorano in Dio.</p>
          <p>3. Ideale di perfezione spirituale in Dio (da tradursi in atto nelle relazioni umane), che genera tutti gli altri ideali e che diventa così una indefinita <hi rend="italic">forza sociale</hi> (Schäffle) di ordine o disordine, a seconda che quello viene intuito ed accettato più o meno correttamente; ciò che frattanto, a seconda dei vari popoli e momenti storici, spiega la varietà dell'assetto civile, perché la stessa qualità di legami (<hi rend="italic">religio</hi> da <hi rend="italic">religare),</hi> che l'uomo intende di avere con Dio, trasferisce ai suoi simili in società.</p>
          <p>
            <pb n="2.6" /> La religione di Brama, che in un panteismo universale assorbe Dio, il mondo e l'uomo, irrigidisce e immobilizza nelle caste tutta la società indiana. Il fondo della religione cinese, che è il culto degli antenati domestici, cui aggiunse Confucio una morale utilitaria, restringendo e deprimendo ogni sublime ideale, forma della società cinese una immensa conglomerazione di cellule familiari, allivellate sotto una asfissiante burocrazia. Il politeismo estetico in Grecia favorisce l'autonomia, varietà e mobilità di quelle repubbliche; e le divinità etniche degli antichi arii spiegano la vita collettiva delle tribù germaniche; come la religione nazionale politica dei romani, prepara posteriormente l'accentramento sociale e di Stato dell'impero. Analogamente le dottrine filosofiche del rinascimento riproducono nel secolo XVI l'assorbimento della società nell'assolutismo politico pagano; e più tardi l'individualismo della rivoluzione e di E. Kant disgrega e polverizza la società del secolo XIX; ed oggi il panteismo hegeliano trasfonde ogni dì più la individualità nella socialità e nello Stato, mentre l'archetipo di perfezione infinita nel Padre Celeste, offerto dal cristianesimo a tutti gli uomini, da ricopiarsi per virtù di meritoria libertà e di sovrannaturale carità, insinuò nell'anima delle società occidentali una pieghevolezza ed espansione di ordini civili, che sembrano inesauribili. Veramente {{2.7}} l'<hi rend="italic">idea si converte nel fatto</hi> (Vico) <hi rend="italic">e i supremi ideali della vita misurano la perfezione civile.</hi> Di qui il <hi rend="italic">valore sociale</hi> della religione, che la scienza oggi ammette come un presupposto della sociologia e della stessa economia.</p>
          <p>Causa psicologico-morale. ‒ L'intelletto che scorge i fini dell'operare e poi la volontà che si alza fino ad una divina autorità che li consacra, ridiscende poi nel cuore dell'uomo ad accendervi e nutrirvi la <hi rend="italic">coscienza morale</hi>;cioè la convinzione nell'uomo di essere una <hi rend="italic">unità spirituale autonoma</hi>, la quale, avendo fini propri conformi ad una legge morale cui è connessa la propria dignità e felicità, sente il dovere di conseguirli sotto la propria responsabilità. — <hi rend="italic">Coscienza morale</hi> (Cathrein, Pesch) che è essenzialmente <hi rend="italic">individuale</hi>;ma che poi di riflesso genera una <hi rend="italic">coscienza sociale</hi>,cioè la consapevolezza di fini e di doveri comuni fra gli uomini, da cui dipende il bene collettivo. La <hi rend="italic">coscienza morale</hi> èil ganglio motore e moderatore dell'azione pratica e del costume, la <hi rend="italic">causa prossima efficiente</hi> dell'ordine, in proporzione della rettitudine, intensità ed ampiezza del sentimento del dovere, sanzionato dal bene o dal male che ne consegue. Ciò primamente per la <hi rend="italic">coscienza individuale</hi>; ma non mancano mezzi speciali ad educare e diffondere la <hi rend="italic">coscienza sociale</hi>,cioè la comunanza di idee, di sentimenti, di aspirazioni che affrettano la costituzione e <pb n="2.8" /> lo sviluppo dei consorzi civili (Lazarus, Steinthal). E tre specialmente.</p>
          <p>1. <hi rend="italic">La lingua</hi>,«il privilegiato mezzo umano, che altri chiama divino (Herder), di trasferire, propagare e perpetuare il pensiero individuale in quello sociale». Di qui la <hi rend="italic">cultura</hi> di un popolo che è «la compartecipazione di esso ad un comune patrimonio acquisito di idee», quasi primo tessuto connettivo della società. Sicché — la formazione mentale, attraverso la molteplicità di linguaggi ristretti e variabili di una <hi rend="italic">lingua organica e matura</hi> per una intera nazione (fra noi al tempo di Dante), — la introduzione della <hi rend="italic">scrittura</hi> (specie a segni fonici dei fenici) che è l'organo accumulatore della parola viva, — e i processi di diffusione degli scritti per mezzo della <hi rend="italic">stampa</hi>,segnano non solo tre stadi di espansione della cultura ma della <hi rend="italic">coscienza sociale</hi>,destinata ad ampliarsi indefinitamente. Si pensi p. e. quanto l'odierno giornalismo contribuisca alla rapida formazione di una pubblica opinione (Schmoller).</p>
          <p>2. <hi rend="italic">Le religioni positive</hi>. Laddove la mitologia antropomorfica leggendaria e volgare si trova sostituita, come in India, Egitto, nel giudaismo, da un sistema di dogmi, di morale, di culto, con libri sacri, riti e gerarchia sacerdotale, — esse adempiono non solo ad una <hi rend="italic">funzione unificatrice</hi> ma ancora <hi rend="italic">spiritualizzatrice</hi> e <hi rend="italic">universalizzatrice</hi> (Tarde); vale a dire <pb n="2.9" /> fondono le moltitudini nel sentimento del <hi rend="italic">dovere morale</hi> sotto la comune autorità sovrannaturale, in che sta la sostanza della <hi rend="italic">coscienza sociale.</hi> Quale religione positiva può vantare come il cristianesimo coi suoi veri e precetti rivelati di aver educato universalmente una <hi rend="italic">coscienza sociale</hi>,incardinata non già sulla paura o sull'utile calcolato ma sul dovere per tutti?</p>
          <p>3. <hi rend="italic">Le tradizioni civili</hi> divengono, infine, il fattore delle varie direzioni della coscienza sociale ogniqualvolta alcuni avvenimenti storici solenni, coinvolgendo nelle loro cause o nelle risultanze intere popolazioni, lascino nell'animo di tutti impressioni che piegano ed abituano a determinati modi di intendere, sentire ed operare, e che trasmettendosi durevolmente formano l'educazione storica vivente delle nazioni. Così qualche grande individualità, G. Cesare, Gregorio VII, s. Tommaso e Dante, o qualche fatto collettivo, l'iniziativa delle crociate pei francesi, gli splendori dei liberi Comuni per l'Italia, la guerra delle investiture e la ribellione luterana per la Germania, la rivoluzione francese e Napoleone per l'Europa moderna, o talune massime riforme amministrative dello Stato, divengono fattori che improntano la <hi rend="italic">psiche sociale di ogni popolo</hi> in singoli periodi dell'umanità.</p>
          <p>Mercé questi fattori di cultura, di religione e di storia civile, accanto alla <hi rend="italic">coscienza della persona</hi><pb n="2.10" /><hi rend="italic">indivdua</hi> si educa e cresce la <hi rend="italic">coscienza della personalità sociale</hi>.Spetta alla sociologia illustrare l'efficacia di queste <hi rend="italic">cause spirituali</hi>,che al di sopra di quelle cosmiche e biologiche ispirano e signoreggiano l'ordine e la vita della civiltà. A noi conviene soltanto accennare come esse si traducano in talune risultanze concrete che interessano le leggi dell'economia.</p>
          <p>La tecnica economica. ‒ 1. Quel primo fattore psicologico intellettuale (logico), che addita i <hi rend="italic">fini e mezzi</hi> dell'operare umano, come genera storicamente la <hi rend="italic">scienza</hi> «serbatoio sistematico delle riflessioni ed esperienze delle generazioni nei secoli», nei suoi due grandi rami di scienza di ragioni finali (<hi rend="italic">filosofica</hi>)e di scienza di argomenti di fatto (<hi rend="italic">positiva</hi>),<hi rend="italic"> —</hi> nel rispetto dell'economia suggerisce i mezzi utili materiali di effettuazione della ricchezza, componendo la <hi rend="italic">tecnologia economica</hi>,la quale consiste nella <hi rend="italic">somma di cognizioni riguardanti le sostanze, i processi e gli stromenti materiali della ricchezza stessa</hi>.</p>
          <p>2. Vi ha una correlazione fra la scienza in genere e la tecnologia in particolare, che è manifesta; e può dirsi che questa <hi rend="italic">segue la stessa traiettoria della cultura spirituale dei popoli</hi>.Elevate anticipamente le dottrine teologiche, filosofiche, civili nelle antiche nazioni dell'Asia centrale, ed ivi progredite anche le nozioni tecnologiche; nelle popolazioni selvagge, meschine le une e le altre. Ambedue infatti, sia che mirino <pb n="2.11" /> a finalità ideali ovvero a scopi materiali, sono sempre frutto di virtù razionali d'intelletto; anzi ogni nuova cognizione di materie o di forze, di operazioni e di stromenti utili per l'uomo, importa un'idea crescente di mezzi proporzionati ad un fine; ciò che è <hi rend="italic">atto di ragione</hi> ordinatrice e operativa, e segue pertanto lo sviluppo di essa ossia del sapere.</p>
          <p>3. Della tecnologia, come insieme di cognizioni riguardanti i presidi estrinseci della economia, si discorre in questa introduzione, solo in quanto l'efficacia pratica della tecnica non interessi singole parti dell'economia, bensì tutte, la produzione (p. e. le macchine), il consumo (p. e. i sistemi di alimentazione), la circolazione (p. e. gli stromenti monetari o i mezzi di trasporto) e di riflesso la ripartizione della ricchezza; ed anzi essa (la tecnica) si ripercuota mediatamente sopra l'ordine e le relazioni sociali di civiltà. È sempre l'uomo che effettua ed usa la ricchezza mercé le sue energie psichiche, ma gli atti fisici che abitualmente compie o gli stromenti materiali che adopra, reagiscono sullo spirito e vi insinuano speciali attitudini e inclinazioni, non solo private ma anche sociali; come la veste del monaco, gli esercizi del soldato, gli ardimenti del mare, danno impronta particolare a certi individui, classi, popolazioni.</p>
          <p>I recenti progressi delle scienze applicate, uniti a quelli della storia economica e della sociologia, <pb n="2.12" /> hanno mirabilmente illustrato questi aspetti della tecnica, di cui qui appena qualche cenno propedeutico (Schmoller).</p>
          <p>Genesi e sviluppo della tecnica. ‒ 1. L'adozione e l'uso di mezzi e processi tecnici, storicamente non presenta una origine ed uno sviluppo uniforme fra gli uomini, giusta il preconcetto di uno stato primitivo selvaggio; sì da potersi designare, come si fece, l'età della pietra, del rame, del bronzo, del ferro, ovvero quella della alimentazione vegetale, lattea, carnea, quasi altrettante epoche storiche successive della tecnica e della economia umana. Dopo tanti dibattiti fra i cultori della preistoria, l'economista riscontra soltanto che la tecnica stessa primitiva segue le esigenze della ragione, la quale sotto lo stimolo dei molteplici bisogni <hi rend="italic">riflette ed inventa</hi> (preziosa virtù dell'invenzione, propria dell'uomo soltanto) <hi rend="italic">metodi e mezzi</hi> sempre più adatti ad appagare i bisogni stessi, ma però <hi rend="italic">con varietà e successioni storiche differenti</hi>,a seconda delle condizioni territoriali, p. e. la presenza di praterie, del bosco, del suolo minerario, di certi animali; ovvero di quelle demografico-sociali, p. e. di popolazioni rade o dense, nomadi o sedentarie, guerriere o pacifiche. Ciò che rimane costante nella storia è solamente la <hi rend="italic">tendenza razionale all'utile,</hi> la quale svolgesi (fra quelle svariatissime occasioni dell'ambiente) in proporzione delle osservazioni <pb n="2.13" /> ed esperienze del singolo e di quelle accumulate delle generazioni, — determinando così per millenni una <hi rend="italic">tecnica empirica e tradizionale</hi> («routine»); — la quale poi, in condizioni eccezionali o di maturità, viene e ad essere illuminata e guidata da rigorose e complete giustificazioni teoretiche (di dottrine fisico-matematiche), assumendo qualità e pregio di <hi rend="italic">tecnica scientifica</hi>,ciò che accadde soltanto nel secolo XIX. È la prima distinzione storica, che va qui fermata.</p>
          <p>2. In questo cammino razionale, ben prima della tecnica produttiva (propriamente detta) si afferma con certi indizi anticipati la <hi rend="italic">tecnica dei consumi</hi>; intendendosi per essa l'arte di accomodare i prodotti elementari all'uso definitivo umano (ammannire il cibo, adattare e abbellire le vesti, corredare le abitazioni), arte domestica e femminile per eccellenza. La quale tecnica si combina per lo più colla <hi rend="italic">economia occupatoria</hi>,cioè colla apprensione di quanto la natura fornisce senza lavoro dell'uomo, p. e. le frutta spontanee dell'albero, l'erba della prateria, la pelle della belva, la carne del pesce, la pietra del torrente o della cava. Grado rudimentale della tecnica, — in cui segnano un progresso i metodi di <hi rend="italic">conservazione dei raccolti</hi> e il loro <hi rend="italic">accumulo in riserve</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> e in cui sembra decisivo il passaggio alla <hi rend="italic">ittiofagia</hi> od uso delle carni; perché importa l'impiego del <hi rend="italic">fuoco</hi>,il quale fu sempre considerato <hi rend="italic">sacro</hi> per la sua <pb n="2.14" /> importanza. Mentre infatti il fuoco determina un centro di convivenza (focolare domestico), esso, trapassando alla produzione, diventa il mezzo per rimaneggiare le materie prime dell'industria, donde col fuoco lo spezzamento delle pietre, l'incandescenza dei metalli, il bruciamento delle radici, ecc. Di qui il rinvenimento nelle primitive abitazioni di arnesi di consumo, forchette, stoviglie, arredi abbastanza progrediti quando ancora gli stromenti dell'arte acquisitiva (spesso tutt'uno con quelli di <hi rend="italic">difesa)</hi> si riducono all'arco, alla freccia, alla clava, alla rete. Ma frattanto deve notarsi come questa tecnica dei consumi in una economia occupatoria rappresenta anche uno <hi rend="italic">stadio infimo di civiltà</hi>,«perché l'uomo che si limita passivamente alla semplice raccolta dei doni di natura, rimane alla balìa di essa, quasi mendicante nel giardino e talora nel deserto del mondo» (Schmoller).</p>
          <p>Però questo stadio tecnico-economico, che razionalmente è l'infimo, non appare storicamente generale per l'umanità. È speciale piuttosto di dati luoghi in cui la presenza di certa fauna rende i popoli dalla origine pescatori, cacciatori o pastori come lungamente nell'Asia centrale, o di altri in cui favori straordinari di clima permettono di vivere dei prodotti spontanei del suolo, come tuttodì nei paesi tropicali.</p>
          <p>3. Uno stadio di economia e di civiltà più avanzato è invece quello della <hi rend="italic">tecnica produttiva,</hi><pb n="2.15" /> contrassegnata dalla adozione di <hi rend="italic">processi</hi> e <hi rend="italic">stromenti</hi> del lavoro con cui l'uomo <hi rend="italic">determina la formazione del prodotto</hi> (produzione artificiale); e con cui pertanto, mercé una più ardita applicazione di <hi rend="italic">mezzi al fine</hi>,fa atto di <hi rend="italic">impero razionale</hi> sulla natura e si afferma autore del proprio benessere.</p>
          <p>Condizione pertanto di una <hi rend="italic">tecnica produttrice</hi> (rispetto a quella <hi rend="italic">occupatoria</hi>)di gran lunga più elevata, ma che in molti rami di produzione (agricoltura, industria) è stata originaria, tanto il lavoro coi suoi stromenti è in lui connaturato e necessario. Questa è la <hi rend="italic">tecnica propriamente detta</hi>, che è certo destinata a diventare, sempre più diffusa e a progredire indefinitamente, determinando una produzione sempre più <hi rend="italic">artificiale ed intensiva</hi>,sotto la spinta di una natura esteriore ritrosa ed avara e sotto lo stimolo dei bisogni individuali e della moltiplicazione sociale: sicché è provvidenziale che la tecnica progredisca colla difficoltà della vita. Ciò è evidente anche ne' popoli moderni, ove la tecnica industriale risulta più ricca e perfezionata nei paesi settentrionali, nella Inghilterra, Belgio, Germania.</p>
          <p>4. Quali rami poi della tecnica in questi progressi anticipino, ritardino, maturino, è determinato dalla <hi rend="italic">qualità</hi> o<hi rend="italic"> specie delle singole industrie</hi> e da infinite circostanze di fatto. Ma in mezzo a queste varietà accidentali spiccano queste tendenze (leggi) razionali e storiche.</p>
          <p>
            <pb n="2.16" />
            <hi rend="italic">Rispetto ai processi</hi> o <hi rend="italic">metodi tecnici</hi> delle operazioni umane, — il primo passo del progresso sembra generalmente palesarsi coll'arte di <hi rend="italic">conservare</hi> la integrità delle forze di natura: non troncar l'albero per cogliere la frutta, non esaurire il terreno ma lasciarlo talora in riposo, non distruggere le razze animali; un secondo coll'arte di <hi rend="italic">incrementare</hi> le forze stesse, donde le prime forme di concimazione (bruciamento dell'erba), l'allevamento e riproduzione sistematica degli animali (Hahn).</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Riguardo agli stromenti tecnici</hi>,il progresso è manifestamente segnato dal passaggio dall'uso di <hi rend="italic">organi propri</hi> specialmente della mano, stromento naturale prototipo di ogni altro, per cui si scrisse «che dal pollice uscì la storia economica del mondo» — all'impiego di <hi rend="italic">stromenti artificiali</hi> per armare con essi le forze umane (il martello, la sega, la lima) o per soggiogare e applicare le forze di natura, sieno queste le forze <hi rend="italic">organiche</hi> degli animali (il giogo e l'aratro per il bue, il freno e il carro per il cavallo), ovvero le forze <hi rend="italic">inorganiche</hi> del cosmo (la ruota idraulica, il molino a vento, lo stantuffo del vapore).</p>
          <p>Questi progressi fondamentali della tecnica <hi rend="italic">abbracciano secoli di sviluppo.</hi> Dei quali, due stanno ai capi estremi di questa meravigliosa catena: — remotamente l'<hi rend="italic">addomesticamento</hi> degli animali per renderli docili al servigio umano; — prossimamente, la <pb n="2.17" /><hi rend="italic">esplicazione artificiale delle forze di natura,</hi> con que' presidi con cui oggi si provoca la espansione del vapor acqueo, la energia elettrica o lo scoppio della benzina ecc., per renderle del pari suddite dell'umano lavoro. Di mezzo si aggirarono e tramutarono più cicli di civiltà.</p>
          <p>5. Subordinatamente, <hi rend="italic">ogni singola industria annovera i suoi momenti decisivi di sviluppo tecnico</hi>.E così nell'agricoltura il passaggio dalla coltivazione colla <hi rend="italic">marra</hi> («Hackbau») a quella coll'<hi rend="italic">aratro</hi> («Ackerbau»); nell'industria manifattrice la fusione dei metalli e l'impiego del ferro come materia stromentale, dall'ascia del boscaiolo ai poderosi nostri meccanismi; e nella industria circolatoria (scambio e trasporto) il conio dell'oro e dell'argento come moneta, e i mezzi di locomozione artificiali (vie e forze di trazione, preparate dall'arte).</p>
          <p>Ciascuno di questi momenti critici della tecnica (non simultanei per ogni nazione) determinò atteggiamenti nuovi, espansioni diverse, talora rivoluzioni vaste e profonde nella vita economica dei popoli, e di rimbalzo su quella sociale civile; sicché il designare i<hi rend="italic"> periodi storici</hi> della tecnica diventa fin d'ora necessario ad estimar lo stato e le leggi dell'economia e della civiltà (Roscher, Schäffle, Schmoller).</p>
          <p>La tecnologia nella storia. nell'antichità pagana. ‒ 1. Se si consideri l'insieme delle <pb n="2.18" /> cognizioni tecniche dei popoli col nome di <hi rend="italic">tecnologia</hi> (che può essere anche empirica, ma tuttavia illuminata), studi eruditissimi in proposito (Pictet, Lenormant, Zimmer) assodano questo duplice vero: che <hi rend="italic">tutta la tecnologia</hi> conosciuta e applicata dall'antichità pagana, <hi rend="italic">è partita dall'Asia</hi>,specialmente dalla Mesopotamia (ove si intrecciarono tutte le razze dei noachidi) — e che <hi rend="italic">tali nozioni tecnologiche</hi> dei babilonesi, assiri, persiani, in buona parte comuni all'India, Egitto, Fenicia (per non dire della Cina), erano <hi rend="italic">remotissime, copiose e relativamente mature.</hi></p>
          <p>Ciò era il riflesso di quella <hi rend="italic">cultura orientale</hi>,risalente da 2 a 5000 anni a. Cr., che già vedemmo meravigliosa nei riguardi religiosi, filosofici, etico-giuridici ed estetico-letterari; la quale cultura riguardante le grandi <hi rend="italic">finalità</hi> della vita, rifrangeva i suoi raggi sulla vita pratica economica e sui presidi materiali di essa, delineando così questa legge di civiltà: <hi rend="italic">che quanto più alta è la visione dei fini interiori della umanità</hi> Weltanschauung »), <hi rend="italic">tanto migliore è la predisposizione alla invenzione dei mezzi esteriori che vi servono di scala.</hi></p>
          <p>Non si innalzano enormi massi sulla cima delle piramidi, né si scavano dalle viscere montane le colonne del palazzo di Karnack, non si erige l'obelisco del Luxor, né si regola sapientemente il regime fluviale del Nilo, né il sistema delle irrigazioni dell'Eufrate, <pb n="2.19" /> né si compone la rete stradale dei persiani, né si costruiscono i templi dell'India, o si munisce Menfi, Ninive, Persepoli di mura ciclopiche e di palazzi sontuosi, né si congegnano i carri falcati e l'armi degli eserciti di Serse o di Assurbanipal, né fioriscono i pensili giardini di Babilonia, né si tessono le stoffe smaglianti di bisso a Tiro e Sidone, né solcano veloci le navi dei fenici — senza cospicue cognizioni meccaniche, idrauliche, metallurgiche, fisico-chimiche, botaniche e zoologiche, geografiche e soprattutto matematiche.</p>
          <p>Dicemmo già quanto fossero anticipate le nozioni di astronomia, di algebra, trigonometria, di scienze naturali di que' primitivi popoli asiatici; le quali pertanto portarono una certa razionale precisione anche nella pratica tecnologica. Ne favorivano l'applicazione spesso le classi o <hi rend="italic">caste sacerdotali</hi> (ierocrazia) di Egitto ed India, autrici e custodi delle prime cognizioni anche naturali. L'attestano i libri sacri, massime fra tutti la <hi rend="italic">Bibbia</hi>,non schiva a scendere a precetti e norme tecnico-economiche. Lo comprovano più tardi (nell'età cristiana) le cognizioni degli arabi, versatissimi nelle dottrine botaniche e mediche (Albucasi, Avicenna), perfezionatori della trigonometria (sferica) e della chimica, quasi fondatori coi loro viaggi della cosmografia (A. Humboldt); i quali trasferirono (nel sec. IX) in Europa dagli indi il <hi rend="italic">sistema</hi><pb n="2.20" /><hi rend="italic">numerale</hi> e dalla Cina l'ago magnetico, la carta (di stracci), le materie esplodenti, il cotone, la canna da zucchero, il filugello, la prassi mercantile e navale (Schmoller, Cibrario); non tanto novatori, quanto eredi e propagatori della antichissima cultura dell'oriente.</p>
          <p>La quale risulta pur sempre avanzatissima, sebbene (ciò è caratteristico) ristretta quasi esclusivamente: — alla <hi rend="italic">tecnica edilizia</hi> in que' popoli fondatori di città magnificenti con case a più piani e monumenti insuperati; — alla <hi rend="italic">tecnica bellica</hi>,favorita dalla grande industria del ferro (di origine turanica, Cina, Egitto, mar Nero) e di quella del bronzo (semitico-fenicio); — e alla <hi rend="italic">tecnica</hi>,invero trionfatrice che potrebbe dirsi <hi rend="italic">civile</hi> a servizio pubblico, comprendente l'arte degli acquedotti, canali irrigui, fontane, strade, porti, compresa l'arte navale (presso i fenici, navi che facevano 20-30 miglia al giorno con 50 rematori); e accanto a queste, la meravigliosa <hi rend="italic">tecnica suntuaria</hi> di tessuti, di ornamenti, di arti estetiche. Tutto ciò in relazione al tipo di quegli ordinamenti politici accentrati, militari, sacerdotali, burocratici, eretti su classi doviziose e privilegiate.</p>
          <p>2. Rispetto a questa <hi rend="italic">tecnica</hi> progredita e caratteristica, presenta una certa inferiorità quella <hi rend="italic">ellenico-romana</hi> in occidente, propaggine tardiva dell'arte orientale (Helbing, Blümner, Roscher). Nei rispetti <pb n="2.21" /> agricoli, per molti secoli le due penisole greca e italica non uscirono da quei metodi di coltivazione propri delle razze arie semi-nomadi nel cuor d'Europa, scolpiti da Tacito; e più tardi, dopoché Sicilia e Magna Grecia si erano assimilate i progressi agrari del levante, il latifondo a schiavi, deplorato dagli storici dell'impero morente, respinse anzi le terre latine ad un grado più depresso della stessa agricoltura germanica. Industriosa e mercantesca, la Grecia non pareggia le arti dei fenici e dei lidi; Roma, col genio politico, nelle sue strade militari imita i persiani, nelle sue navi rostrate i cartaginesi, i sistemi monetari ricopia dall'oriente, e l'arte edilizia col foro, il teatro, l'acquedotto, tiensi pure al di sotto per grandiosità ai monumenti egizi e babilonesi. Roma li supera soltanto per le proporzioni armoniche dell'architettura, come la Grecia per la perfezione plastica delle sue sculture; ma le stesse industrie suntuarie, risplendenti nel secolo di Augusto e dei suoi successori, sono per lo più esercitate da schiavi e artefici tradotti in Roma da tutto il mondo, specialmente orientale.</p>
          <p>3. Nell'insieme, la tecnologia dell'antichità pagana è propria di una <hi rend="italic">economia di Stato a base servile</hi>. Abbastanza potente per erigere le piramidi dei Faraoni o la Roma dei Cesari, essa poggia pur sempre sulle spalle ricurve e sull'opera forzata dello schiavo, <pb n="2.22" /> che gira la macina del grano, che geme nelle cave di metalli, che erige gli anfiteatri, che apre strade e canali, che porta la lettiga, che suda nell'ergastolo e nei ginecei, senza mai sollevare il braccio affaticato o la fronte avvilita. I progressi di quella tecnica non valsero a scalzare questa radice sanguinante della economia orientale e classica. Tale il criterio della sua estimazione.</p>
          <p>Nell'età cristiana. Medio evo. ‒ 1. I barbari può dirsi seppellissero tutta intera la decaduta civiltà classica, e a più ragione la sua <hi rend="italic">tecnica economica</hi>.Occorreva una resurrezione, e questa si avverò (Inama-Sternegg, Maurer, Lamprecht, Cunningham, Cibrario, Bertagnolli).</p>
          <p>2. I vescovi insediandosi nelle città (latine e cristiane più che le campagne) e riaccendendovi colla fede anche le ultime scintille di vita civile, ridestarono anche qualche tradizione dell'arti romane (Schmoller). I monaci di occidente, in ispecie i benedettini del sec. VI e i cistercensi (un ramo di essi dal XIII sec.), nonché i premonstratensi (dal XII sec.), prima in Irlanda e in Inghilterra, poi in Germania (dopo s. Bonifacio, m. 755), iniziando nelle deserte campagne i primi circoli di coltura agricola, e in breve collocandovi accanto officine d'arti ausiliari e murarie (fabbri, falegnami, muratori) insieme a quelle architettoniche ed artistiche (musaici, miniature) e talora certe industrie tessili (gli umiliati) e <pb n="2.23" /> farmaceutiche (i carmelitani e certosini), — insinuarono nuove pratiche tecniche nell'agricoltura, nell'industrie, nelle arti estetiche, massimamente nelle costruzioni edilizie di conventi e cattedrali. — Dietro questi esempi Carlo Magno, restauratore dell'impero romano (800), nella sua residenza di Aquisgrana, nei resti delle colonie latine, negli immensi demani, raccoglie coltivatori, artigiani, e dà norme al lavoro nei capitolari; e lo imitano successori e più tardi principi feudali nelle ville e nel borgo sottoposti al castello. — Risorti specialmente dopo il 1000 i Comuni italici, sotto l'impulso potente di Gregorio VII, e poi quelli di tutta Europa, ivi le popolazioni manufattrici, strette nelle Corporazioni dell'Arti, raccolgono e maturano nei giornalieri sperimenti e negli statuti i segreti di una tecnica industriale viva e progrediente la quale si assimila via via le tradizioni tecniche dell'Asia, nei contatti cogli arabi-saraceni sul Mediterraneo, accrescendole indefinitamente colla frequenza degli scali levantini, coi viaggi di missionari e mercanti fin all'estremo oriente, colle colonie e fattorie in tutta Europa medioevale. Era veramente risorta una <hi rend="italic">tecnica indefinitamente novatrice</hi> sulle reliquie ammortite dell'antico paganesimo; la quale, prendendo le mosse dal secolo VI, raggiunge il suo apogeo in Italia nel XIII-XIVe nei paesi d'oltr'Alpi (Francia, Fiandra, Inghilterra, Germania) nel XV. </p>
          <p>
            <pb n="2.24" /> 3. Essa ravviva tutti i rami della economia. Nelle <hi rend="italic">produzioni territoriali</hi> dà norme al taglio regolare dei boschi (Michael) e nelle estese praterie all'allevamento del bestiame. Dietro l'esempio dei benedettini, i grandi «défricheurs» d'Europa (Montalembert), si estende l'arte di dissodare i terreni, bonificarli, irrigarli, e l'agraria (fatto importante) generalmente in Europa <hi rend="italic">fra il XII e il XIV sec. trapassa al metodo di coltivazione a tre campi</hi> («Dreifelderwirtschaft»), due parti a culture alterne, una terza a riposo vedi in Schmoller); si intensifica colla vite, il frutteto, l'orticoltura e floricoltura, anche in Germania fin dal XII sec. (Michael); si perfeziona ed amplia in Lombardia coi grandi canali di irrigazione dal 1179 e di trasporto di derrate nell'Italia del nord dal 1203 e in Olanda con le chiuse dal 1295 (Cibrario); e l'arte mineraria diviene potente in Germania per l'estrazione del ferro, rame, piombo, oro, specie dal sec. XV, dal Reno all'«Erzgebirge», alla Siria (Janssen). — <hi rend="italic">L'arte edilizia</hi> con originale ispirazione <hi rend="italic">religioso-popolare</hi>,rinata nei conventi (Subiaco, Mantecassimo, Cluny, Bangor, Fulda), grandeggia nelle cattedrali; prima in Italia (Lombardia sec. IX, Venezia sec. X, Pisa sec. XI, Firenze sec. XIII, Milano sec. XV), poi in Germania (prima quella di Aquisgrana), e dovunque: — <hi rend="italic">arte la quale divenuta civile</hi> colla ricostruzione delle città italiane (dal sec. XI) e coi palazzi e <pb n="2.25" /> torri del Comune, <hi rend="italic">opus italicum</hi> per eccellenza (i <hi rend="italic">maestri comacini</hi> ricordati da Rotari), fattasi poi tedesca, poi universale, intrecciandosi all'arti estetiche pittoresche e scultorie (miniature, freschi, vetri dipinti, intagli, bassorilievi) superò per ardimento e squisitezza l'edilizia architettonica orientale e romano-ellenica. — Nella <hi rend="italic">manifattura</hi>,cospicui metodi tecnici nella lavorazione di metalli (alti forni in Germania dal sec. XV), e sottili processi nelle industrie di cuoi, di pellicce, specialmente nell'arti tessili della seta, del lino, dei velluti, dei broccati, soprattutto nel lanificio copiosissimo e diffuso a tutta Europa, e dell'annessa arte tintoria coi suoi smaglianti colori (vegetali) specialissima nel medio evo. E a servigio industriale il filatoio della lana a mulinello (dal 1298) e la gualchiera (il mangano o follo) per sodare i panni, mossa dai molini («Mühlen», «mills»). I quali, usati nella antichità solo per il grano, nel medio evo servivano, oltre che per macinazione, per frantoi, per macerazione della carta, per le industrie siderurgiche, per l'adacquamento dei terreni, ma soprattutto per la <hi rend="italic">follatura</hi> nel lanificio (Schmoller). Negli <hi rend="italic">scambi e comunicazioni</hi> del medio evo (pur cotanto inferiore in ciò all'età nostra), estesa e progressiva la tecnica navale, in specie di Pisa, Genova, Venezia; indefiniti i tipi delle navi e attrezzi mercantili e militari; e a servigio dei viaggi marittimi, fari, carte <pb n="2.26" /> nautiche, portulani. Non arte di costrurre strade terrestri ma regolati i trasporti fluviali sui fiumi francesi, sul Reno, sul Danubio; e passaggi custoditi (con ospizi) delle Alpi, sullo Spluga, sul Moncenisio, soprattutto sul Gottardo; e depositi di merci e alberghi (ostellerie) in ogni città dell'estero, e sistemi di corrispondenze ordinati dalle Corporazioni italiane in tutte le colonie e dall'ordine teutonico in tutta Germania; e carovane organizzate dalle coste della Siria e del mar Nero fino alla Persia e all'India. A migliaia le materie utili e i prodotti conosciuti e usufruiti dal traffico e dalle industrie (merceologia) specie dopo le crociate (Heyd, Noël); e fra le frequenti imperfezioni e adulterazioni monetarie, perfetta invece l'arte del conio, negli zecchini veneti, nei fiorini di Firenze, nelle sterline inglesi; rinnovata la computisteria mercantile (dopo la numerazione arabico-indiana diffusa da Fibonacci, sec. XII), sottili e arditi i congegni mercanteschi nei banchi e nelle fiere o in centri di cambio monetario e di credito, massime in Firenze. Veramente la tecnica del medio evo avea superato l'antichità; e specialmente in ciò, che mentre questa raffigurò un ciclo chiuso, quella si presentava aperta ai progressi dell'avvenire.</p>
          <p>4. Era <hi rend="italic">tecnica</hi> empirica bensì, in mano di artigiani, coloni, mercanti, ma spesso <hi rend="italic">illuminata</hi> perché irradiante da que' focolari di sapere e di lavoro <pb n="2.27" /> insieme che furono i monasteri, o da quelle università (dopo Gregorio VII e scuole speciali ove si coltivavano scienze naturali: scuole di medicina di Salerno, sec. XII, e di Montpellier, sec. XIII), o da uomini i quali, come oggi fu rivendicato, fondarono fin dal medio evo le scienze fisiche, Gerberto di Reims (m. 1003), Ruggero Bacone (m. 1294), P. Crescenzio, agronomo (m. 1310), Niccolò di Cusa (m. 1464), P. Toscanelli (m. 1482), Leonardo da Vinci (1452-1519) e N. Copernico (1473-1543); sicché le stesse invenzioni delle lenti (dal sec. XIV), della polvere pirica (dal sec. XIII), delle armi da fuoco (dal XIV) e della stampa (dal 1468) già dal medio evo prepararono le grandezze delle scienze applicate moderne. — Per la prima volta dopo l'antichità (e in opposizione ad essa), senza sminuire i contributi alle arti suntuarie di classi doviziose, la <hi rend="italic">tecnica</hi> si era ampliata in forma <hi rend="italic">sociale</hi> cioè in favore di produzioni d'uso generale, adatte a quella progrediente democrazia; per cui il lanificio per la veste di tutti, divenne «l'arte regina» del medio evo, come oggi «re cotone». — Era perciò stesso <hi rend="italic">tecnica perfettibile ed espansiva</hi>, ma i suoi progressi nel medio evo riguardavano per lo più la conoscenza di materie e di operazioni industriali poste alla mano dell'operaio, e molto meno l'arte di comporsi stromenti meccanici, con cui impiegare le forze di natura, le quali dispensano l'opera dell'uomo; e pertanto essa era <pb n="2.28" /> (ciò è decisivo) <hi rend="italic">tecnica manuale</hi>,propria di una economia poggiante sulla perizia di moltitudini di operai; donde la potenza e la gloria dell'artigiano medioevale<hi rend="underline">.</hi></p>
          <p>Età moderna. La tecnologia scientifica. ‒ 1. In questa età tuttavia le vocazioni progressive della tecnica medioevale, che promettevano ulteriori svolgimenti, subirono un inatteso rallentamento: in parte per gli studi con gran danno disviatisi al neoclassicismo e alle interminabili disquisizioni filosofiche e teologiche durante la rivoluzione e le guerre religiose del luteranesimo, e per il decadere del primato economico d'Italia colle sue gloriose tradizioni tecnologiche; in parte per al certo bisogno di raccoglimento delle menti per sistematicamente assodare su basi teoretiche le dottrine fisico-naturali.</p>
          <p>Cosicché l'età moderna per tale rispetto rimane distinta in due momenti. In un <hi rend="italic">primo momento</hi> di ben tre secoli, in onta all'espandersi dei traffici e delle industrie in Olanda, Francia, Inghilterra, Germania, in sostituzione dell'Italia, e malgrado singoli sviluppi delle precedenti invenzioni e pratiche tecniche p. e. il filatoio a pedale per il lino (1530), la macchina da nastri e da calze (1570 e 1590), i congegni idraulici per la torcitura della seta (159o), l'arte delle ceramiche e dei tappeti, ecc., e malgrado un certo sviluppo d'arte navale (navigazioni di lungo corso) e di <pb n="2.29" /> corrispondenze terrestri (le poste germaniche da Massimiliano in poi), la storia perviene a questa caratteristica proposizione: — che tanto nelle industrie manifatturiere e dei trasporti, quanto nelle industrie agricolo-fondiarie (compromesse queste dalla distruzione del ceto dei coloni: «Bauernstand», «yeomanry»), <hi rend="italic">lo stato tecnico generale</hi>,quale era al chiudersi dell'evo medio, <hi rend="italic">si mantenne pressoché inalterato fino ad un secondo momento</hi>,verso il cadere del sec. XVIII (Schmoller).</p>
          <p>2. Questo secolo invero iniziava e il sec. XIX compiva, la prima volta dall'origine della civiltà, il grande passaggio dalla <hi rend="italic">tecnica empirica</hi>, più o meno razionale, alla <hi rend="italic">tecnica propriamente scientifica</hi>,per la quale «tutte le sostanze, le operazioni e la suppellettile stromentale della produzione vengono fornite da rigorose nozioni scientifiche, di cui quelle non sono che oggetti di applicazione utile di queste». Fu il risultato della ripresa graduale fin dai primi del 1600, e infine di un rinnovamento profondo degli studi fisico-matematici, riannodantisi al medio evo, per cui Galileo si lega a Copernico. Studi di <hi rend="italic">scienza pura</hi>,i quali si affermano sistematicamente coi grandi scopritori di leggi del cosmo, dopo Galileo, con Keplero, Newton fino a Galvani, Volta, Faraday, Helmholtz, insieme a tutti i fondatori e perfezionativi delle scienze naturali; e che si tramuta poi in <hi rend="italic">scienza applicata</hi> (alle <pb n="2.30" /> industrie), nel sec. XVIII specialmente dal 1770 fino ad oggi, con Lavoisier, Watt, Stephenson, Morse, Siemens, Liebig, Pasteur, apportando la maggiore rivoluzione tecnica che conosca il mondo.</p>
          <p>3. Della quale questi i caratteri grandiosi. — L'arte industriale ormai è figlia di una <hi rend="italic">tecnologia veramente scientifica</hi>,che si avvantaggia delle teorie di tutte le discipline positive, della fisica, chimica, fisiologia animale e vegetale, della mineralogia, meteorologia, soffolte dalla matematica, innovando tutto intero il proprio dominio, cioè: la nozione compiuta di infinite sostanze utili (all'industria), i processi multiformi di elaborazione e la suppellettile stromentale in amplissimo senso. Per quest'ultimo rispetto essa guidò e sospinse l'ardita e definitiva transizione dal regno millenario dell'utensile e delle macchine semplici a quello sconfinato e oltrepotente della <hi rend="italic">meccanica complessa</hi>,con ogni forma di <hi rend="italic">macchine esecutrici</hi> e soprattutto di <hi rend="italic">macchine motrici</hi>,idrauliche, a vapore, a gas, ad agenti chimici, ad elettricità.</p>
          <p>Questa tecnica scientifica con specificazioni opportune divenne <hi rend="italic">generale</hi> nelle sue applicazioni a tutti i rami dell'attività economica, rimovendo le ultime tracce dell'empirismo; e quindi <hi rend="italic">tecnica sociale</hi> per eccellenza a beneficio economico del pubblico, non di poche classi privilegiate: fatto decisivo che amplia indefinitamente la tendenza della tecnica del medio evo.</p>
          <p>
            <pb n="2.31" /> Essa infatti col suo carattere <hi rend="italic">generale</hi> penetrò tutta la produzione trasformandone i metodi e i congegni completamente: e ciò — non solo nelle industrie manifattrici, ove segnò i massimi trionfi, — ma in quelle minerarie, ove le prime macchine a vapore di asciugamento (idrovore), — in quelle chimiche e metallurgiche, donde gli alti forni di Bunsen, e l'acciaio di Bessemer, — nelle arti edilizie, stradali e nautiche (architettura civile), che trapassarono alle costruzioni metalliche (cemento armato, tettoie e ponti in ferro, navi corazzate) e a mezzi di elevazione (gru) e di trazione (locomotive a vapore o elettriche) meccanica, — nelle manifatture in cui pervenne alla <hi rend="italic">meccanica automatica</hi> (ove la macchina fa tutto), — e nella stessa agricoltura, in cui, dopo secoli di immobilità, dalla metà del secolo XVIII (dopo A. Young) attua gradualmente ma decisamente la triplice transizione caratteristica verso l'avvicendamento continuo (senza riposo della terra), le concimazioni chimiche, la zootecnica razionale.</p>
          <p>Essa pure col suo <hi rend="italic">carattere sociale</hi> moltiplicò all'indefinito colle sue invenzioni prodotti e mezzi di uso comune. Valga quale prototipo: — la <hi rend="italic">filatura meccanica</hi> del cotone, che dal 1730 coi graduali perfezionamenti dovuti ad Highs, Hargreaves, Arkwright, Crompton, Roberts, arrivò al <hi rend="italic">filatoio automatico</hi> nel 1825, mettendo in moto oggi circa 90 milioni <pb n="2.32" /> di fusi; — nonché la <hi rend="italic">tessitura meccanica</hi> che inventata da Cartwright nel 1786, oggi sorregge nella sola Gran Bretagna 700 mila telai, per il cotone soltanto, sicché i tessuti di cotone divennero (accanto al lino, alla canapa, a prodotti misti) l'indumento universale (Schmoller).</p>
          <p>Ma soprattutto per la ingente ampliazione della suppellettile stromentale in ispecie dei <hi rend="italic">motori meccanici,</hi> che da un lato esigono enormi mezzi di impianto o di esercizio e dall'altro sostituiscono in larga parte il lavoro manuale, questa tecnica moderna è <hi rend="italic">capitalistica</hi> per eccellenza, servì cioè massimamente ad una economia incardinata sui possessori della ricchezza mobile; sicché (con singolare contrasto), se è democratica in ordine ai consumi universali a buon prezzo, ritorna aristocratica o meglio borghese rispetto alla produzione. Così essa doveva apportare uno dei maggiori rivolgimenti della storia nella vita economica, ma di rimbalzo sulla costituzione organica sociale e sulla civiltà, Di qui il tema seguente.</p>
          <p>Influenze della tecnica. – Di queste si dirà a suo luogo nelle varie parti della scienza economica; ma occorrono qui taluni concetti come <hi rend="italic">premessa sociologica</hi> generalissima.</p>
          <p>1<hi rend="italic">. Economicamente</hi> la tecnologia è il vincolo diretto con cui la <hi rend="italic">cultura</hi> in genere (il fattore psicologico-intellettuale) dispiega la sua efficacia <pb n="2.33" /><hi rend="italic">sugli interessi materiali</hi> (economici), sicché la qualità dei mezzi materiali, conosciuti ed applicati ad acquistare e godere la ricchezza, atteggia in qualche grado i rapporti economici e ne scolpisce la fisionomia tipica. E così potemmo per tre grandi periodi storici segnalare la rispondenza fra la tecnica — e una <hi rend="italic">economia servile</hi> o a schiavi durante l'antichità orientale e classica, — una <hi rend="italic">economia manuale artigiana</hi> nel medio evo fino a tutto il sec. XVII — e una <hi rend="italic">economia meccanico-capitalistica</hi> dal secolo XVIII ad oggi. Guai all'economista che non estimi al giusto la profonda differenza di questi vari atteggiamenti storici in cui ebbe tanta parte la tecnologia, nel seno dei quali con profonde differenze si svolgono le leggi dell'utile.</p>
          <p>2. <hi rend="italic">Socialmente,</hi> si avverta che il risultato più sensibile e duraturo delle trasformazioni tecniche e quindi economiche si ripercuote sulla <hi rend="italic">costituzione organica</hi> e sulla <hi rend="italic">importanza comparativa delle classi sociali</hi>.Ogni mutamento profondo tecnico-economico alza o deprime, distrugge o ricostruisce le varie classi sociali. Ciò è più che mai manifesto nella tecnica contemporanea, il cui effetto fu di infrangere e disperdere la <hi rend="italic">classe artigiana autonoma</hi> e organizzata dai secoli precedenti e di tramutarla in un proletariato individuale, disgregato, precario; di fronte alla borghesia industriale e mercantile divenuta di ricambio il <hi rend="italic">ceto capitalistico signoreggiante</hi>. <pb n="2.34" /> Molti aspetti della crisi sociale odierna hanno in ciò radice e spiegazione.</p>
          <p>3. Ma <hi rend="italic">civilmente</hi> la tecnica nel vario suo assetto e avanzamento viene per occasione estrinseca ad informare e svolgere diversamente <hi rend="italic">i concetti e le istituzioni della civiltà</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> La tecnica rudimentale, propria della vita fortunosa e randagia di genti cacciatrici nel bosco, in cui lo stromento di acquisto è quello stesso di difesa e di offesa, insinua abitudini guerriere e feroci. — L'arte dei re pastori custodi e guide di numerosi greggi vaganti, in mezzo a cui solo nesso durevole fra gli umani sono i grossi nuclei familiari, educa alla vita onesta e pacifica. — La tecnica agraria, specialmente dopo il suo passaggio dalla <hi rend="italic">marra all'aratro</hi>,coi bovini addomesticati, colla lavorazione più continuata ed intensa, coi dispendi di stalle, d'ingrassi, di stromenti, rassoda il concetto giuridico di proprietà (collettiva e poi individuale), e legando stabilmente le popolazioni al suolo, favorisce l'affetto della patria e dell'ordine pubblico; sicché Cerere è salutata dea delle messi e dello Stato insieme. — E se la tecnica manuale dei nostri Comuni suscitò ivi lo spirito di associazione e di classe fra il popolo, la <hi rend="italic">tecnica capitalistica</hi> moderna alimentò, insieme alla intraprendenza, il cupido spirito di predominio sociale e politico fra la borghesia procacciante; mentre il sistema meraviglioso dei trasporti ferroviari e navali <pb n="2.35" /> in tutto il mondo, non solo unificò il mercato universale, ma poté talora contrapporre il sentimento di un ibrido cosmopolitismo e umanitarismo all'amor del luogo natio. Ma v'ha di più: alla rivoluzione tecnica presente venne seguace non solo la questione sociale, ma insieme una mutazione profonda, non ancor bene definita, intorno ai concetti ed agli ideali di un futuro incivilimento.</p>
          <p>Non occorre di più per dimostrare come la tecnologia stessa, al pari di tutta la scienza, sia fattore psicologico del vivere sociale.</p>
          <p>L'ordinamento tipico distributivo. ‒ 1. Se il fattore spirituale intellettivo, e quindi la scienza, mercé la tecnologia diventa la scorta immediata dei progressi economici, — la religione, <hi rend="italic">fattore spirituale sovrannaturale</hi>,di cui dicemmo, come si traduce nell'ordine economico positivo?</p>
          <p>Siamo del pari dinanzi a solenni induzioni e lezioni storiche. Noi rileviamo (ricchissime le prove nella etnografia dei popoli civili o selvaggi) le religioni dovunque, in nome della divinità, fin dalle origini consacrare non solo gli istituti sociali (famiglia, classi, Stato) a cui quelli economici si appoggiano, ma ancora prescrivere e disciplinare gli atti, gli ordinamenti che direttamente riguardano gli interessi materiali.</p>
          <p>2. Queste prescrizioni e discipline degli interessi economici riscontransi non solo nelle grandi <pb n="2.36" /> religioni asiatiche a tipo monoteistico e nei loro libri canonici (come riferimmo altrove), ma con singolare estensione e persistenza ripetonsi sotto forme mitologiche nei popoli politeisti, dagli arii peregrinanti alle genti più degradate. Ogni atto della vita economica è posto sotto la tutela di un nume, Diana per la caccia, Cerere per l'arte dei campi, Mercurio per il commercio; feste designate dai pontefici in Roma sono i dì della semina, della mietitura, della vendemmia, da essi stabiliti giorni e luoghi di mercato; fra i greci nel tempio di Delfo custodita e battuta la moneta; solenne così l'insediamento temporaneo (i termini degli accampamenti) come le partenze periodiche (le primavere sacre) dei popoli migranti; e sacra l'<hi rend="italic">alma tellus</hi> presso i romani, e in Germania il bosco, in Egitto il bue, in India gli animali domestici, presso ogni popolo anco selvaggio, il fuoco. Al quale simbolismo mitico che consacra e assicura gli interessi materiali, se si aggiungano le norme etico-giuridiche spesso minute e severe, con cui i libri dell'oriente disciplinano gli istituti, i contratti, i rapporti economici, in specie la Bibbia contenente un sistema di diritto e di politica economica, proprio di quella unica e vera teocrazia, può ritrarsi questo postulato, ormai consentito: che, come <hi rend="italic">le religioni hanno dato fin dall'origine la soluzione dei fondamentali problemi dell'ordine individuale e civile</hi> (personalità, <pb n="2.37" /> famiglia, diritti, doveri, classi, autorità) che avrebbero affaticato invano per secoli la umanità imperita ed agitata, — altrettanto <hi rend="italic">le religioni hanno anticipato dovunque a vario grado gli ordinamenti concreti della ricchezza</hi>,la cui genesi altrimenti sarebbe stata lenta ed incerta.</p>
          <p>3. Così trapassò e rimase nelle tradizioni positive (e non solo nelle idee speculative) dei popoli, che gli istituti economici sottostanno almeno remotamente al sovrannaturale, nel senso che rientrano, come mezzi al fine, nell'ordine sociale-morale prestabilito dal disegno e dall'autorità di Dio. E così le vicende di quegli istituti economici rimangono avvinte in qualche misura alla storia delle religioni.</p>
          <p>Ma se in tal senso taluno poté scrivere «che le istituzioni economiche sono propaggini delle religioni (Schmoller)», in nessun altro riguardo tale derivazione o subordinazione apparisce più diretta, quanto in quello della distribuzione dei beni, nella quale il criterio edonistico od utilitario è più che mai avvalorato e dominato dai principi e sentimenti di morale e giustizia (J. S. Mill), di cui è vindice la religione; e dei quali pertanto ognuno si arma per sostenere più vigorosamente i propri interessi nella partecipazione ai beni materiali. Sicché, in qualunque consorzio di qualche maturità e in ogni tempo, gli sforzi convergenti, di tutti, i dibattiti più <pb n="2.38" /> appassionati e le lotte più fiere, si drizzano alla distribuzione dei beni, e a lungo andare (ecco la risultanza decisiva) <hi rend="italic">l'impronta tipica dell'economia di un popolo</hi> nei successivi momenti storici <hi rend="italic">è data nettamente dall'ordinamento distributivo</hi>.Oggi stesso il riparto dei beni non è il problema massimo dell'economia contemporanea? E chi è oggi fra gli stessi socialisti che non ne faccia questione di moralità e di giustizia, in nome o in odio della religione?</p>
          <p>Due tipi storici. ‒ 1. <hi rend="italic">Nella civiltà pagana</hi>.Tutta l'antichità orientale e classica sotto l'influsso di religioni <hi rend="italic">esoteriche</hi>,affidate ai pochi iniziati delle classi privilegiate, soffolte da analoghi ordinamenti politici, legislativi, sociali e di cultura, venne sempre, fra le stesse varietà di luoghi e di tempi, ad indirizzare le istituzioni economiche e quindi <hi rend="italic">la partecipazione alla ricchezza ed il suo godimento ad esclusivo e crescente profitto dei ceti superiori dominanti</hi>.Le dottrine teologiche di que' libri sacri connesse talora a squisite concezioni etico-sociali; i tentativi posteriori di restauratori filosofi Buddha, Zarathustra, Confucio, Platone, Cicerone, Seneca, e tutti gli stoici fino a Marco Aurelio; — la sapiente equità dei giureconsulti latini; — e, quel che è più, le riforme economiche più ardite e felici, come quelle dei Gracchi in Roma o di Solone nell'Attica, e quelle anteriori e più radicali sul tipo comunistico a Sparta, nell'Arcipelago, nell'Asia <pb n="2.39" /> minore (Pöhlmann), rimasero definitivamente infruttuosi. Quasi travolte da un fato, le antiche società videro l'ordine economico in mezzo ad esse volgersi sempre più a profitto dei forti, dei potenti, dei principi, incentrando in questi progressivamente dovizie e trionfi colla contrapposta degradazione, spogliazione, immolazione delle moltitudini asservite e sanguinanti. Così dovunque (attraverso brevi soste e ricorsi) in Caldea, in Egitto, a Sidone, a Cartagine, in Roma, con un cammino accelerato, irrefrenabile, segnato dal diffondersi del latifondo, dall'incentrarsi dei capitali, dal lusso insultante, dalle usure divoratrici in alto; e di ricambio dal dilagare del pauperismo, dell'abbrutimento e della schiavitù in basso. Le formule più odiose e provocanti dell'odierna critica del socialismo contro il capitalismo spadroneggiante, quali la lotta per la conquista del potere, la prevalenza dei forti su i deboli, il trionfo dei ricchi sempre più ricchi sopra i miseri sempre più esausti — sono per quell'età storicamente vere. Esse trovano reale e terribile attuazione lungo 5000 e più anni di paganesimo imperante.</p>
          <p>2. <hi rend="italic">Nella civiltà cristiana</hi>.Or bene: Gesù Cristo arrestò e rovesciò questo ciclo fatale, nel campo stesso della ricchezza.</p>
          <p>Non più con teologie esoteriche o chiuse ma col suo Vangelo aperto ad ogni nazione e ad ogni classe, <pb n="2.40" /> predicato ai poveri prima che ai ricchi, accessibile ai semplici meglio che ai dotti, — il Salvatore divino, subordinando alla giustizia e carità sublimate dal sovrannaturale tutte le relazioni umane e quelle stesse economiche, e facendone applicazione sapiente e pietosa in ragione del merito misurato del sacrifizio personale, e in proporzione del bisogno accresciuto dalla inferiorità sociale, venne a spostare il centro di gravità dell'ordine economico in favore delle classi più numerose.</p>
          <p>Con linguaggio non mai inteso si udì — chiamare beati i miseri, quelli che piangono e soffrono; — annunziato che saran deposti i potenti ed esaltati gli umili; — intimare castighi e guai a quanti sono in delizie; e vendetta in cielo a chi defrauda la mercede dell'operaio; maledizione eterna ai ricchi se nella persona di Cristo non hanno satollato e vestito il povero; e la condanna ai soprastanti, fossero pure i re, se non servono più che farsi servire e se non si sacrificano per i loro soggetti.</p>
          <p>3. Parole di vita di questa <hi rend="italic">Buona Novella</hi> annunziata a tutti i vinti del passato, e preparatrice delle loro vittorie avvenire; per cui d'allora in poi il cristianesimo assumeva sopra di sé la tutela, la rivendicazione e la <hi rend="italic">elevazione di tutti i deboli</hi>,che il paganesimo scherniva, respingeva, oppressava.</p>
          <p>E così i <hi rend="italic">fanciulli,</hi> che l'antichità spesso metteva a morte, gettava dal Tappeto e, come oggi i cinesi, <pb n="2.41" /> abitualmente esponeva o faceva oggetto di nefandezze. — In essi si additarono invece i fiori immacolati del celeste giardino, i quali è immenso reato scandalizzare, anzi soltanto dispregiare (<hi rend="italic">videte ne contemnatis unum ex his pusillis</hi>,s. Matteo), la forza della repubblica e il pegno di future conquiste nel mondo; sicché per essi è condannata la esposizione (fin dal sec. V) e sorgono orfanotrofi ed istituti educativi d'ogni specie e scuole gratuite parrocchiali, palatine, episcopali, dal primo medio evo fino ad oggi, in cui l'insegnamento primario conta fra i compiti e dispendi più poderosi delle genti civili.</p>
          <p>Così le <hi rend="italic">donne</hi>,per tutti i secoli anteriori vittime della brutalità e della prepotenza virile in casa, del ludibrio pubblico al di fuori, schiacciate sotto il fondo della fatica. Le donne per il cristianesimo si trovarono spiritualmente pareggiate all'uomo, regine del suo cuore, sublimate nella loro verginità, onorate nella maternità; educatrici delle generazioni crescenti, arbitre perciò del costume, che vale più delle leggi; partecipi alla cultura generale, con Caterina di Alessandria, con Paola ed Eustochio (studi biblici e filosofici), alle riforme sociali con Melania (abolizione della schiavitù), a quelle civili politiche con Matilde, con Giovanna d'Arco, con Caterina di Siena, con Isabella di Castiglia; e per loro difesa e dignità si corregge il <hi rend="italic">ius</hi> civile (dote, eredità), si <pb n="2.42" /> modifica il diritto costituzionale (successione al trono) e si propaga l'istituto meraviglioso della cavalleria.</p>
          <p>Così i <hi rend="italic">poveri</hi>,abbandonati all'universale vitupero e alla persecuzione anche nella civiltà ellenica per consenso e testimonianza di Platone, Demostene, Orazio, Giovenale; i quali invece divennero oggetto di venerazione, dacché nel povero fu insegnato a scorgere Cristo stesso e nella povertà accanto alla ricchezza, con sapiente ed ardito concetto, in virtù del ricambio di servici si additarono le due basi dell'ordine provvidenziale civile e dei suoi progressi. Donde per i poveri e per tutti i pazienti e sventurati, — e conviti caritatevoli (agapi) — e aiuti collettivi, dalle prime elemosine organizzate fra i fedeli nella Chiesa d'Asia, alle diaconie di là trasferite in Roma (nel sec. III); — e ricoveri, e spedali, e ospizi (nosocomi, <hi rend="italic">ptocotrofeia</hi>) in occidente (fin dal sec. IV); — e difese legali severissime, e gratuito patrocinio, e provvedimenti suntuari: — anzi tutta una fioritura rigogliosa di spontanee istituzioni e opere pie (beneficenza privata), e un nuovo ramo di amministrazione civile (beneficenza pubblica) insieme ad una speciale e ricca letteratura economico-giuridica, riguardante la prevenzione, il sollievo, il rimedio della povertà; letteratura che si protrasse crescendo fino ai dì nostri (Ratzinger, Benigni).</p>
          <p>
            <pb n="2.43" />
            <hi rend="italic">Altrettanto e più il popolo lavoratore</hi>,nel quale massimamente sembrano convergere tutte queste sollecitudini cristiane verso gli umili; popolo che non esistette mai prima o fuori del cristianesimo, se non sotto i nomi obbrobriosi di schiavo, di volgo, di plebe e nel quale fu sempre avvilito e dispettato il lavoro nella sua fonte personale e nella sua funzione sociale; — e ciò indistintamente presso tutti i popoli (ad eccezione degli ebrei) dai greci e romani (Polibio, Terenzio, Cicerone), ai germani e galli, fino alle pellirosse del Nord America, ed al bramino indiano, il quale oggi ancora, se tocca un paria lavoratore, diventa esso stesso immondo. Per il lavoratore invece, nell'età novella, quasi primavera dischiusa al popolo diseredato dopo quel verno millenario, — prima rivendicata la libertà dell'anima, poi la dignità del lavoro (i due argomenti di abolizione della schiavitù); e il lavoro, massimamente manuale, santificato da un Dio, operaio nell'officina fabbrile, dagli apostoli, da monaci, che vivono delle lor mani; dichiarato libero da ben 300 atti e decreti ecclesiastici nel medio evo in favore degli schiavi; e per esso rivendicato il diritto alla mercede; e tutta una legislazione canonica e civile che la difende dalle usure, dai monopoli, dallo sfruttamento. E sotto la feconda ispirazione cristiana e per il ministero della Chiesa, non paga a questo ufficio di affrancazione e tutela del lavoratore, <pb n="2.44" /> il moltiplicarsi di ogni sussidio al suo miglioramento, perché si avveri in lui storicamente la promessa del salmo: «perché tu mangi delle fatiche delle tue mani tu sei beato e sarai felice» (Ps. 127). Donde la forza delle <hi rend="italic">associazioni</hi>,che nelle campagne cominciano colle <hi rend="italic">universitates</hi> rurali intorno alla pieve, colle <hi rend="italic">domuscultae</hi> di Gregorio Magno nell'agro romano, in que' campi o poderi sperimentali di ogni monastero, da Bangor in Scozia, a Falda, a Cluny, a Farfa; e le trasformazioni dell'enfiteusi che il campagnolo fa condomino del proprietario, e della mezzadria che lo fa socio del padrone. Organizzazione che nella città si inaugura colla confraternita, si amplia in sodalizi di mutuo sovvenimento, si matura colle Corporazioni, ove il ceto lavoratore ormai costituito rinviene ordine, ricchezza, potere. Potere di fatto che si tramuta in autorità di diritto, della quale il popolo si avvantaggia mercé le leggi tutrici e adiutrici del lavoro, spuntato già nel codice teodosiano, nei capitolari carolingi, nel <hi rend="italic">corpus iris canonici</hi> e poi negli statuti rurali e civici, ordito di quella legislazione sociale del lavoro che grandeggia oggidì; autorità, a cui inoltre partecipa egli stesso nelle vicine campagnole, nei Consigli dell'Arte, nei parlamenti del Comune, aprendosi l'accesso alla futura vita politica moderna.</p>
          <p>RISULTANZE. ‒ 1. Spetta al sociologo analizzare ed <pb n="2.45" /> estimare questa misteriosa influenza di energie molteplici, per cui in un momento solenne segnato dalla comparsa del cristianesimo, <hi rend="italic">dal seno delle classi più umili e numerose cominciano le vere ascensioni umane sociali</hi>,che di continuo rinnovellando dalle radici le classi superiori (con legge che fu detta di <hi rend="italic">capillarità</hi>)promettono vitalità e svolgimenti indefiniti all'ordine sociale. Ma era necessario farne richiamo qui, per meglio lumeggiare la corrispondente conversione dell'ordine economico, in contrapposto assoluto con quello antecedente.</p>
          <p>La piramide dell'ordine economico dell'età pagana, che poggiando sull'ecatombe permanente delle moltitudini servili e immiserite drizzò ognora il suo vertice ad esclusivo e iniquo vantaggio delle classi doviziose, — fa luogo nell'età cristiana ad una piramide (per continuare la metafora) eretta sulla base di moltitudini libere e laboriose, nella quale il sistema dinamico di tutte le forze provenienti dall'alto e dal basso convergono di più in più alla elevazione crescente delle moltitudini stesse. In essa non si allivella la gerarchia economica; ma si moltiplicano le spinte e gli aiuti ai più, per salirne legittimamente i gradi sul fulcro del lavoro meritorio.</p>
          <p>2. Questi due atteggiamenti dell'organismo economico-sociale segnano addirittura <hi rend="italic">due immense epoche di civiltà</hi>,e forse compongono la più decisiva fra le <pb n="2.46" /> premesse positive dell'economia, perché nella storia tutte le leggi economiche piegano rispettivamente a risultanze opposte, a seconda che la orientazione di quell'organismo è verso i pochi o verso i molti. E se quella era il prodotto del paganesimo, questa lo è evidentemente del cristianesimo. Bensì anche nelle genti cristiane questa tendenza verso la espansione ed elevazione dei molti (senza scapito anzi a profitto della gerarchia economica) soffre resistenze e regressi; ma quelle ne rimasero siffattamente impregnate, che a lungo andare ripigliano sempre il proprio corso progressivo, contribuendovi anche gli errori e le colpe (Kidd). Così si può riconoscere, come dopo il restringimento degli ordini economici in odio al popolo, (nei secoli XVI-xviii) nella rinascenza neo-pagana (che riprodusse financo la schiavitù nell'America) e nella riforma protestante, e dopo l'incentramento della ricchezza per il capitalismo-utilitarista del secolo xix; — il prorompere di una democrazia socialista che oggi sobolle e minaccia, prepara più larghe e normali fondamenta ad una democrazia industriale (Webb); la quale poi, avuto riguardo alle sue tradizioni, probabilmente sarà una novella espansione di democrazia cristiana (Leone XIII).</p>
          <p>Il risultato definitivo pertanto della influenza religiosa sulla economia è quello che colpisce la distribuzione dei beni, e si risolve nella sostituzione ad un regime <pb n="2.47" /> oligarchico, di un <hi rend="italic">ordine distributivo progressivamente popolare</hi>.Questa è divenuta legge economica nella civiltà cristiana.</p>
          <p>La solidarietà economica. ‒ Finalmente, accanto agli altri due fattori spirituali dell'ordine sociale, a quali risultati conduce nel campo della ricchezza il fattore psicologico della <hi rend="italic">coscienza collettiva</hi>?Rispondiamo tosto: attraverso alcuni fenomeni psichici intermedi, essa riesce al grande fatto comprensivo e finale <hi rend="italic">della solidarietà economica</hi>.La genesi di tale concetto, sentimento e del corrispondente prodotto storico apparisce lunga e contrastata ma sicura.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">La coscienza economica</hi>.<hi rend="italic"> –</hi> 1. Lo vedemmo già: la coscienza individuale e di riflesso quella collettiva, la quale è consapevolezza di fini e di mezzi umani riconosciuti da <hi rend="italic">ragione,</hi> accettati come dovere dalla <hi rend="italic">volontà,</hi> trasfusi in <hi rend="italic">sentimento</hi> impellente e moderatore, mentre è una causa <hi rend="italic">unificatrice</hi> dell'uomo (la convinzione di esistere per fini morali propri, distintamente dagli altri) e della società (di comporre un ente morale autonomo), <hi rend="italic">si dispiega</hi> al di fuori <hi rend="italic">con una funzione operativa direttrice</hi> per eccellenza.</p>
          <p>È un aspetto illustrato a fondo dalla odierna psicologia empirica e dalla sociologia, spesso sotto il titolo di spirito pubblico (Lazarus, Steinthal); e tali nozioni occorre trasferire alla economia come premesse delle sue leggi. La coscienza, come <hi rend="italic">unifica la</hi><pb n="2.48" /><hi rend="italic">facoltà</hi> dell'anima (il sentimento dell'<hi rend="italic">io</hi>) nell'uomo individuo, così unifica gli uomini conviventi (il sentimento del <hi rend="italic">noi)</hi> in una idea comune, in comuni voleri, sentimenti ed aspirazioni, per tradursi da ultimo in una <hi rend="italic">comune operosità diretta a determinati fini concreti</hi>,la indipendenza di una nazione, la difesa della patria, il primato di una razza, il rinnovamento della cultura, la trasformazione delle leggi e dei costumi civili, certe forme di acquisto e di destinazione della ricchezza.</p>
          <p>È ciò sperimentiamo ogni dì nella vita privata, ma ancora in quella sociale, specialmente in condizioni psicologiche di sovraeccitazione, in cui un popolo intero <hi rend="italic">si leva come un solo uomo ad opere ardimentose verso definite direzioni di civiltà</hi>; determinando così dei veri momenti critici della storia («tournantes de l'histoire», «Zeitwenden»). Si svolge così dentro di ciascuno e all'ignaro di noi, avuto riguardo ai suoi obbietti, — una <hi rend="italic">coscienza religioso-etica</hi>,di cui molto se non sempre bene si scrisse (p. e. James); — una <hi rend="italic">coscienza giuridica</hi>,che forma il sustrato della scuola storica del diritto (Savigny); — una <hi rend="italic">coscienza civile-politica</hi>,che è il fondo della dottrina sociologico-evolutiva (Hegel); — e del pari, ciò che è meno avvertito, una <hi rend="italic">coscienza economica</hi>;siccome <hi rend="italic">un insieme di concetti, di sentimenti, di propositi, cui partecipano le popolazioni intorno ai loro interessi materiali.</hi> La quale <pb n="2.49" /> in particolare riguarda lo spirito di acquisizione o di lucro, di intraprendenza industriale e mercantile, di risparmio, di condivisione delle ricchezze; e può riferirsi a differenti cicli sociali; parlandosi così di coscienza economica di classe, o fondiaria, o borghese, o popolare, ovvero di coscienza civica, o nazionale, o universale.</p>
          <p>2. Coscienza economica, però, che non è scissa dalle altre forme di coscienza. Siccome altrettante irradiazioni della psiche umana, fra esse intercedono mutue influenze tendenti ad introdurre un <hi rend="italic">equilibrio proporzionale</hi> all'importanza rispettiva. Ciò è decisivo per la vita economica delle nazioni. — Da un lato, la coscienza economica nella realtà della vita non esprime mai esclusivamente la somma dei sentimenti utilitari, ma di questi combinati con quelli giuridici, civili, religiosi o altrimenti morali (Wagner); sicché si può parlare in vero senso anche di <hi rend="italic">virtù economiche</hi> dei vari popoli (Schmoller). — Da un altro lato, se la proporzione armonica fra i fattori utilitari ed etici nella coscienza economica profondamente si altera, si sconvolge pure il cammino normale della ricchezza. Se p. e. l'equilibrio si rompe in favore di una coscienza religiosa esaltata fino al misticismo, l'economia rimane soffocata, come fra gli eredi del trascendentalismo braminico in India o nel Tibet sotto il gran lama; o langue e si spegne fra le dispute </p>
          <p>
            <pb n="2.50" /> di un popolo teologizzante come a Bisanzio. Ma guai, viceversa, se la coscienza religiosa ed etica si fiacca fino all'indifferentismo scettico: allora i sentimenti cupidi dell'interesse materiale per rivincita si acuiscono fino alla prepotenza; e allora il mondo del lavoro geme sotto la tirannia dell'utilitarismo, come accadde lungo il secolo xix in Europa ed America.</p>
          <p>Checché si scrivesse per tale rispetto del cristianesimo accusato di «avvizzire il fior della vita » (Hegel, Bebel, e in parte Harnack) in forza di un preteso ascetismo, — storicamente è indubbio che esso soltanto potè vantare di aver educato nei popoli, in giusta armonia, la più robusta ed alta coscienza morale e insieme la più operosa coscienza economica. Il medio evo, specie nel culmine della potenza comunale, fu l'età della fede nelle sue più sublimi manifestazioni fino all'ascetica, e degli ideali dell'arte, della libertà, della democrazia, fino all'entusiasmo. Ma in essa le popolazioni sentivano a fondo tutte le realtà della vita colla sua dignità, colle sue gioie, coi suoi dolori, colle sue speranze; viveano di una vita intensa come oggi gli americani, e le loro stesse passioni e colpe attestavano la esuberanza non l'esaurimento della energia; — mentre la coscienza economica, a quel turbinio intrecciata, a Milano, a Genova, a Firenze, a Parigi, nelle Fiandre, nei borghi inglesi, coinvolgeva con vivacità febbrile tutte le classi, non solo <pb n="2.51" /> negli ardimenti del lavoro, ma nei dibattuti problemi, sperimenti, conflitti sulla distribuzione della ricchezza. Non mai come allora la coscienza economica fu cotanto diffusa e potente (Perrens, G. Capponi, Villari, Romanin, Zdekauer).</p>
          <p>Di tale coscienza appartiene al sociologo ricercare le cagioni dei differenti gradi e indirizzi in quanto essa è figlia di una vera educazione storica, dalla quale poi sgorgano le esplicazioni più elette della civiltà, l'estetica, il costume, la carità, le relazioni umane universali. Ma certo è che <hi rend="italic">la stessa coscienza economica</hi> nella sua funzione operativa, <hi rend="italic">non è qualche cosa di fisso</hi>.</p>
          <p>La coscienza non crea (come molti affermano) né i dogmi, né l'etica, né il diritto, né gli stessi principi economici, nelle loro fonti prime e nella loro realtà obbiettiva, ma solo essa rispecchia in sé stessa que' principi, per poi farne coll'<hi rend="italic">intelletto</hi> e colla <hi rend="italic">volontà</hi> applicazione alle indefinite e progressive contingenze della vita pratica; trasformandoli in altre intimazioni concrete, che dal di dentro dell'anima alzano la voce, prescrivono, giudicano, sanzionano l'attività umana (Cathrein, Franceschini). Ma in tal modo (avvertasi bene) <hi rend="italic">la coscienza diviene il mezzo soggettivo, con cui que' principi (veri e precetti) obbiettivi trapassano nella vita pratica delle nazioni</hi>;e precisamente <hi rend="italic">nella proporzione in cui la coscienza li intuisce e li accoglie.</hi></p>
          <p>
            <pb n="2.52" /> 3. A seconda che la visione di que' principi direttivi della stessa economia entro lo specchio della coscienza dei popoli s'abbuia o si illumina, e vi rinviene osservanza integra o imperfetta o vacillante, e a seconda che quelli vibrano diversamente nel fondo degli animi ora calmi, ora appassionati, o torbidi o eccitabili, — si formano anche nei rispetti economici <hi rend="italic">stati di coscienza</hi> che variano all'indefinito; a cui corrispondono altrettante <hi rend="italic">sfere di efficienza o di operosità economica</hi>, ora <hi rend="italic">normali</hi> ora <hi rend="italic">anomale</hi> (o patologiche), le quali poi diversificano per <hi rend="italic">intensità</hi> e per <hi rend="italic">estensione</hi>,cioè per il grado di vivacità con cui si perseguono gli interessi economici e per l'ampiezza delle relazioni fra cui questi si intrecciano.</p>
          <p>Quali differenze e contrasti fra lo stato di coscienza, vale a dire fra il giro dei pensieri, dei bisogni e delle pratiche proprie della economia patriarcale uniforme e tranquilla come i distesi pascoli e i cieli sovrastanti della pianura asiatica; o fra le idee, le consuetudini e il regime regolamentare di una economia civica nelle città germaniche o nei borghi inglesi del medio evo, — e la nostra coscienza imbevuta di concetti e di sensi di concorrenza, di lotte e di cupidigie lucrative, la quale plasma il tipo della economia mondiale, vorticosa, aggressiva dei giorni nostri! Ciò abilita a fermare: che prossimamente (a parte le cause remote già esposte) <hi rend="italic">l'ordine economico si atteggia e si</hi><pb n="2.53" /><hi rend="italic">svolge, di momento in momento, nel modo e nella misura in cui si compone ed esplica la coscienza collettiva delle nazioni.</hi></p>
          <p>4. Di qui per l'economista e per l'uomo di Stato la importanza della formazione di una <hi rend="italic">coscienza economica sociale</hi> per il progresso della ricchezza. Le circostanze più propizie del territorio, le scoperte più fortunate della scienza, le iniziative più ardite delle individualità, restano inefficaci finché la coscienza interiore non venga con que' fattori esteriori ad incontrarsi e fondersi. E così la terra libera non affrettò la genesi e la diffusione della proprietà individuale né presso i germani di Tacito, né fra le colonie dei gesuiti del Paraguay; e la scoperta del continente colombiano, non profittò alla ricchezza degli spagnoli; né le organizzazioni delle «trade-unions», risorte potenti da oltre mezzo secolo fra le classi operaie inglesi, trovarono pronta ed efficace imitazione fra il proletariato del continente europeo; appunto perché in tutti questi casi mancò il connubio fra le circostanze estrinseche e lo <hi rend="italic">spiritus qui intus alit</hi>.E se oggi la mala distribuzione dei redditi in danno dei lavoratori promette di correggersi, ciò avviene non tanto per gli assalti del socialismo, quanto perché intorno alla legittimità di certe riforme a sollievo del proletariato va formandosi in qualche luogo una più retta coscienza popolare, avvalorata dalla <pb n="2.54" /> acquiescenza dei ceti capitalistici, dalla propaganda di moralisti e filantropi, e da un migliore concetto del dovere sociale dei governi. Noi siamo certi che anco domani alla qualità e direzione della coscienza si informerà l'ordine economico.</p>
          <p>Economia sociale individualistica e collettivistica. ‒ 1. Per quanto però si moltiplichino e si differenzino queste sfere economiche di vita rurale, civica, industriale, mercantile, di classi, di nazioni, di Stati, componenti nel loro insieme la vita economico-sociale, — spicca sempre in quelle la tendenza a disporsi e ad aggirarsi intorno a due fochi massimi di attrazione, corrispondenti ai due centri direttivi della <hi rend="italic">coscienza individuale</hi> e della <hi rend="italic">coscienza collettiva</hi>.Trattasi pur sempre di economia generale (e non privata); ma questa costantemente si atteggia e ricade verso l'uno o all'altro di questi due tipi: — <hi rend="italic">di una economia generale individualistica</hi> ovvero <hi rend="italic">collettivistica</hi>, a seconda che il complesso dei rapporti economici sieno piegati a servizio prevalente e definitivo degli interessi individuali-privati o di quelli sociali-pubblici (C. Supino).</p>
          <p>2. Or bene: questa caratteristica distinzione sociale-economica, che è pure un grande fatto storico, è il <hi rend="italic">risultato del differente sviluppo della coscienza sociale e individuale,</hi> e del vario modo di intenderne il rispettivo coordinamento pratico. Valgono all'uopo questi criteri.</p>
          <p>
            <pb n="2.55" /> Fra la sfera di coscienza e quindi di vita individuale privata, comprendente (avvertasi bene) la persona individua, la famiglia, e le associazioni volontarie e libere (p. e. società di studi, di industria, di speculazione) — e la sfera di coscienza e di vita sociale pubblica (che abbraccia le classi, lo Stato, la Chiesa), intercedono rapporti di coesistenza e di ricambio, di una importanza decisiva in tutte le vicende dell'incivilimento.</p>
          <p>Di mano in mano che dalla cellula elementare della economia privata (famiglia, impresa), in cui vive la coscienza individuale colle sue indefinite varietà accidentali proprie dell'io, talune concezioni e pratiche economiche (metodi e forme di arti, di lucri, di consumi) si irradiano al di fuori, — se queste pratiche rinvengono (o per imitazione, o per adattamento, o per razionale consenso) seguito, adesione, ripetizione da parte di altri nel più largo giro della comune convivenza, si ingenera una <hi rend="italic">coscienza economica collettiva</hi>,la quale risultando dal concorde sentire ed operare di molti in società, ritrae gli uniformi interessi generali; e viene così a distinguersi dalla coscienza individua la quale rispecchia invece gli svariati interessi particolari. Senza bisogno di supporre (con un errato pensiero hegheliano) un'anima sociale al luogo dell'anima personale, si forma in tal modo, al di sopra della serie indefinita dei <hi rend="italic">focolari</hi><pb n="2.56" /><hi rend="italic">psicologici individuali</hi> ardenti di luce propria entro ogni economia privata, — un'altra serie di maggiori <hi rend="italic">focolari psicologici sociali</hi>,di luce derivata ma di energie accumulate, che avvivano l'economia generale: — duplice serie di centri di coscienza (individuale e sociale) che non si confondono o scompaiono più, perché rispondenti ai due sentimenti distinti del bene proprio e altrui (egoismo e altruismo) e ai due fatti indistruttibili l'uomo e la società (I. Petrone).</p>
          <p>I due centri e circoli di coscienza individuale e sociale sono anzi destinati ad allargarsi ed elevarsi mutuamente. Quanto più le individuali iniziative economiche si moltiplicano e differenziano fra loro, tanto più i raggi variopinti che escono dalla coscienza e dalla vita privata si intersecano, si rifrangono e si intrecciano nella coscienza e nella vita collettiva, e riescono infine, fra l'attrito dei giudizi comuni, in parte ad elidersi e in parte ad assommarsi, per fondersi in quelle pratiche economiche che sono le più elette (selezione) o preferite dai più, formando così un crescente fascio centrale di nozioni ed esperienze economiche, che splende in alto ad illuminare e dirigere l'operosità di tutti.</p>
          <p>Allora questo fascio di luce e di energie, il quale risulta di una somma di forze sociali superanti in quantità e forse in pregio quelle singole di ogni cellula individuale, penetrando entro ciascuna di queste, <pb n="2.57" /> vi esercita una prevalente attrazione la quale — da un canto trae gli arretrati ad assimilarsi i più vantaggiosi procedimenti — e da un altro incita i più alacri a tentare altri perfezionamenti per procurarsi, al di sopra dei generali vantaggi, ulteriori profitti particolari. Così si accomunano i progressi conseguiti e se ne preparano di nuovi con alterna vicenda; per la quale <hi rend="italic">si estendono e si intensificano con parallelo beneficio la coscienza e la sfera degli interessi economici individuali-privati e di quelli sociali pubblici.</hi></p>
          <p>3. L'importanza di questa trasfusione ed ampliazione alterna di vita privata e sociale si rende più che mai sensibile nel campo economico, specialmente in momenti di rapida evoluzione.</p>
          <p>In breve ora le invenzioni industriali, i processi tecnici, gli artifizi mercantili, privilegio di pochi iniziatori privati, diventano patrimonio di idee e forze collettive di progresso, che si impongono ai più sotto pena di rimanere travolti o respinti. La genesi dei prezzi generali delle merci, la estimazione del credito delle grandi banche, delle potenti ditte mercantili, della finanza pubblica, non ha origine e funzione diversa; e ne dipendono gli scambi universali nella loro onestà ed efficacia. Né diversamente di regola nei rapporti più delicati della ripartizione dei redditi: — una modificazione nel regime delle mercedi, degli interessi, dei lucri di ogni specie spesso nasce inavvertita nella coscienza e condotta di alcuni più <pb n="2.58" /> retti custodi di giustizia distributiva; ma poi l'esempio della equità e dell'utile bene inteso vince pregiudizi e riluttanze, e si trasmuta in consuetudini generali di più squisito riparto dei beni, le quali contrassegnano un'epoca di civiltà. E altrettanto e più vale pei consumi della ricchezza, ove l'uso che si fa dei beni nella vita familiare, si trasmuta in costumanze generali, profonde, tenaci, a cui poi i singoli con crescente difficoltà si ribellano, delineando così le economie risparmiatrici o dissipatrici delle varie nazioni.</p>
          <p>Ma è del pari palese che in questo intimo ricambio di vita economica, le virtù di progresso penetrano nella coscienza sociale attraverso il prisma rifrattore della coscienza individuale, per poi rifluire novellamente sopra di questa, ampliando ed avvivando la sfera di efficienza di ambedue. L'inizio e il termine del moto ritrovansi nell'ente uomo; ma gli impulsi e la leva di crescenti ascensioni provengono dall'ente derivato, la società; e la risultante è un incremento di <hi rend="italic">benessere umano</hi>,prodotto dal bene delle parti e del tutto della cellula individuale e del corpo sociale insieme.</p>
          <p>Concetto di ordine solidale. ‒ 1. Ecco, finalmente, che dietro queste osservazioni ed esperienze storiche si elabora un nuovo fatto psicologico: vale a dire che accanto alla coscienza della individualità <pb n="2.59" /> coi suoi interessi speciali ed alla coscienza della socialità coi suoi interessi generali — sorge, si educa, e si rafferma la <hi rend="italic">coscienza della solidarietà</hi>,cioè «la consapevolezza che il più diffuso e completo bene particolare degli individui si ottiene mediante il bene generale della società e subordinando pertanto il bene proprio al bene altrui, in omaggio ad una legge morale superiore, in cui ambedue rinvengono la ragione ultima e la loro sanzione».</p>
          <p>Questa coscienza di solidarietà è di una importanza suprema nella sociologia e nella economia, perché essa è necessaria ad <hi rend="italic">equilibrare e coordinare</hi> le <hi rend="italic">altre due</hi>,atteggiando i rapporti della umana convivenza in guisa che conferiscano definitivamente al massimo vantaggio dell'umanità. Per virtù di essa infatti si introduce un ordine sociale solidale per eccellenza, in cui si <hi rend="italic">insolidano</hi> cioè si armonizzano (anche nel campo economico) gli interessi individuali con quelli collettivi; — precisamente perché «la subordinazione (che tale solidarietà di volta in volta richiede) dei singoli individui alla società, prepara sempre nuove e migliori condizioni estrinseche generali, sopra di cui gli individui puntano ognor più in alto la leva delle ulteriori proprie ascensioni o migliorie».</p>
          <p>2. Or bene: quanto necessaria questa concezione di solidarietà, altrettanto essa è ardua ad insinuarsi e <pb n="2.60" /> prevalere nella condotta dei popoli. Infatti il bene proprio (degli individui) non coincide sempre e spontaneamente col bene altrui (della collettività), in modo da attuare un complesso adeguato dei sacrifizi dei singoli verso la generalità, mercé i benefici che da questa ridonderanno sopra di quelli nel corso della esistenza individuale, in cui il compenso può risentirsi; in altre parole «non vi ha sempre pareggio fra il bene privato e sociale dietro il calcolo dell'<hi rend="italic">utile personale</hi>».</p>
          <p>Non vi ha medesimezza e proporzione fra l'utile individuale e sociale nella vita civile e nemmeno in quella economica: — nel caso del soldato che muore sul campo per la indipendenza della patria, di cui egli non godrà; o in quello di una prima occupazione coloniale, che immola vite e capitali, per fruttare soltanto alle lontane generazioni; o fra il languore di artigiani negli antiquati opifici, e il fiorire di operai nella fabbrica moderna, che si avvantaggiano della disperazione altrui; o per il capitalista che eleva per giustizia il salario, certo che questo restringerà il profitto; o per chi si spoglia della ricchezza per beneficenza, incerto se ne ritrarrà almeno riconoscenza. L'armonia fra interesse individuale e quello collettivo e quindi la solidarietà economica poggia certamente sopra <hi rend="italic">nozioni utilitarie</hi>,e l'esempio dell'industriale, che con processi tecnici perfezionati diminuendo il prezzo dei prodotti e <pb n="2.61" /> moltiplicando lo spaccio avvantaggia sé e i consumatori, può aversi per normale; ciò che è certamente un grande cemento di saldezza sociale. Ma al di là di certi limiti «i computi e <hi rend="italic">i sentimenti dell'utile</hi> non bastano ad alimentare una piena, perdurante, efficace <hi rend="italic">coscienza di solidarietà senza che quelli siano raffermati e integrati da motivi della legge morale e precisamente religiosa</hi>».</p>
          <p>3.Solo questa, che per l'autorità e per l'amore di Dio prescrive di amare il prossimo come se stessi, può imporre all'individuo di sacrificare se medesimo per il bene generale, aggiungendovi le sanzioni di castighi e premi, che qualora non si avverino per lui nella vita terrena, si adempiono nell'altro mondo.</p>
          <p>Per questa legge morale-sovrannaturale soltanto, la coscienza di solidarietà acquista virtù di dispiegarsi nella operosità pratica delle popolazioni in tutta la sua pienezza; e per essa il sacrifizio personale rientra come condizione integrante dei comuni vantaggi nella convivenza.</p>
          <p>Il conflitto secolare fra individuo e società. ‒ 1. Tale nozione e valore della <hi rend="italic">solidarietà</hi>,già comune alla filosofia tradizionale, taluni (Schäffle, Kidd) già tentarono di riannodare al sovrannaturale nel campo stesso della sociologia positiva; sicché si afferma che l'accenderne il concetto e assicurarne l'osservanza nei popoli è la massima funzione civile della religione, <pb n="2.62" /> come a titolo di onore di H. Pesch e di Rössler, di aver illustrato la solidarietà come principio di organizzazione sociale ed economica, risalendo ai più alti principi.</p>
          <p>Or bene, per poco che la religione nel pensiero e nel sentire dei popoli venga meno alla sua perfetta comprensione ed ossequio, la coscienza di solidarietà si perverte e con essa l'ordine sociale. Rimossa od attenuata l'autorità di una legge morale religiosa, inesorabilmente l'umanità ricade verso il concetto e il sentimento dell'<hi rend="italic">utilitarismo</hi>,a questo informando a vario grado sia la <hi rend="italic">coscienza individuale</hi> sia la <hi rend="italic">coscienza sociale</hi>;sicché gli arbitri della vita privata (individui e famiglie) come i dominatori della vita collettiva (classi dirigenti e poteri pubblici) si sforzano di volgere e coartare tutte le relazioni sociali (comprese quelle economiche, ridotte ad un affare, «business society») ad esclusivo interesse dei singoli o a quello del pari esclusivo della totalità.</p>
          <p>Si dispiega così e talora infierisce l'<hi rend="italic">immane conflitto</hi> fra l'individualità e la socialità, sotto forme molteplici ma perduranti di <hi rend="italic">egoismo privato</hi> o di <hi rend="italic">egoismo pubblico</hi>,che è la chiave del dramma umano nella storia (Kidd, Lugan).</p>
          <p>2. Il concetto di solidarietà bensì balenò agli sguardi della umanità in ogni tempo. Il sentimento popolare, dai trecento alle Termopili, ai giapponesi sotto Porto Arthur, immolandosi per fini <pb n="2.63" /> che trascendono la personale esistenza, attesta che i grandi sacrifizi individuali per la salvezza sociale si compiono dietro potenti impulsi affettivi non già utilitari e per una indistinta convinzione di adempire ad una misteriosa legge morale. Già il <hi rend="italic">Mahabharata</hi> (ind.) e il <hi rend="italic">Libro dei re</hi> (pers.) celebrano i doveri della coscienza individuale verso il bene sociale. E l'Egitto informa tutte le sue istituzioni non già agli interessi di un'ora che passa, ma al senso dell'eterno. E i primi secoli di Roma, come alcuni momenti di Grecia antica, danno saggi splendidi di solidarietà collettiva. Ma non mai si matura un ordine di concezioni che sieno gelose di elevare la <hi rend="italic">solidarietà</hi> sul rispetto ed equilibrio della <hi rend="italic">individualità e socialità</hi> insieme. E nell'oriente in breve giganteggia un ingente panteismo politico, e in esso si cristallizzano gli ordini politico-civili nelle mani di dinastie, di classi chiuse di sacerdoti, di guerrieri, di funzionari, i quali rimaneggiano gli interessi generali a proprio profitto coll'assorbimento di ogni individualità; — e Roma alla sua volta, sulle spalle di un <hi rend="italic">individualismo</hi> proprio delle razze arie, più tardi divinizza l'assolutismo personale dei Cesari, sfruttato da «manieurs d'argent», da ambiziosi politicanti e pretoriani prepotenti. E più o meno si perpetua nei secoli questa alternanza di equilibrio instabile.</p>
          <p>
            <pb n="2.64" /> 3. Solo il cristianesimo, riprendendo e perfezionando le tradizioni religiose primitive, geloso dell'anima umana e della sua libertà, generò e nutrì la <hi rend="italic">coscienza della individualità</hi>,e insieme distinguendo lo Stato dalla società, le funzioni di quello contenendo entro i limiti della legge di giustizia e le relazioni di questa ampliando alla universalità in virtù della legge di carità, creò la <hi rend="italic">coscienza sociale</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> equilibrandole e coordinandole mercé il dovere del <hi rend="italic">sacrifizio</hi>,che attende compensi morali e sovrannaturali. Ecco la <hi rend="italic">solidarietà</hi>,e non già il <hi rend="italic">solidarismo</hi>.Spuntò così la <hi rend="italic">coscienza di solidarietà</hi> nel bene comune fra individui e collettività, fra le classi superiori e le inferiori, fra le nazioni e il genere umano, fra il presente e il futuro. E l'<hi rend="italic">ordine civile</hi>, compreso quello economico, venne in essa a trovare il centro di gravità, arrestando il millenario processo di un panteismo sociale-politico che affoga la individualità e di un individualismo che dissolve la socialità e lo Stato. Il medio evo comunale vide per la prima volta elevarsi e grandeggiare le più potenti individualità, poggiando la leva sopra le più robuste organizzazioni non tanto politiche, quanto sociali; mentre lo spirito di abnegazione o sacrifizio per grandi idealità morali-civili era penetrato nel pubblico costume, come una forza assimilatrice potente.</p>
          <p>4. Certo la vittoria fu ed è graduale e contrastata. <pb n="2.65" /> Il rinascimento e la riforma ricondussero nei secoli xv-xvii il panteismo assorbente dell'antichità pagana, anche nel campo economico; come il secolo xix vide riprodursi il saggio dell'individualismo atomizzatore della società, colla perversione delle razionali e cristiane tradizioni di solidarietà. Ma oggi per mezzo della scuola etica, contro il solidarismo si disegnano ancora le linee maestre di questa solidarietà, promettitrice di vaste applicazioni future. Se essa trionfa, niuno farà più getto della larghezza conquistata di libertà individuale, nell'atto stesso che si invocano e introducono leggi e provvidenze di Stato, disciplinatrici della vita sociale; ma di mezzo rinascerà e si espanderà la <hi rend="italic">coscienza di una solidarietà</hi>,che vuole distendersi nello spazio a tutte le nazioni, protrarsi nel tempo fino al lontano avvenire, e infine penetrare dalle classi più elevate alle moltitudini popolari. Sarà questo il frutto della educazione cristiana, che circola tuttora nelle membra delle nazioni moderne, e tende ad atteggiare l'<hi rend="italic">ordine stesso economico</hi>,in modo che ne ritragga elaterio così l'energia individuale che sociale.</p>
          <p>Schäffle e Schmoller affermano come l'ideale della convivenza sociale stia in un coordinamento delle numerose forze umane, per cui i movimenti singoli si compiano colla minor perdita possibile di energia propria e colla minor perturbazione degli altri <pb n="2.66" /> movimenti. Tale è il principio della meccanica formulato da Gauss. Esso col nome di <hi rend="italic">solidarietà</hi> vale anche per la vita sociale ed economica; ma in virtù non di soli criteri edonistici, bensì principalmente della morale e della religione.</p>
          <p>
            <pb n="2.67" />
          </p>
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          <head>VIII. L'ordine sociale: organi, istituti, leggi</head>
          <p>Nomi generali. ‒ 1. Finora si disse dei fatti primi elementari della società: l'uomo, il cosmo, la popolazione; — poi dei fattori spirituali o psicologici in ampio senso, la scienza, la morale e quindi la coscienza sociale, i quali, innestandosi su quelli naturali biologici, sono veramente le virtù generatrici e moderatrici dell'ordine sociale. Ora si esponga (sempre quali premesse positive o di fatto) <hi rend="italic">come questo si componga, si guarentisca, ed operi</hi>, ossia quale ne sia <hi rend="italic">la costituzione e la vita</hi>. Un cenno nel quale, tesoreggiando alcuni migliori risultati della sociologia, apparirà vieppiù il nesso fra l'ordine sociale in genere e quello economico in ispecie (Taparelli, Cathrein, Weiss, Pesch).</p>
          <p>2. L'ordine sociale in genere «sistema di relazioni umane converse al bene comune», risulta di organi ed istituti. Per analogia di nome e di concetto colle scienze naturali, e senza dividere la fallacia o almeno gli abusi della sociologia naturalistico-morfologica (da Spencer ad Ammon), per <hi rend="italic">organi</hi> si intendono <pb n="2.68" /> «forme di consociazioni e convivenze umane, distinte ciascuna per un proprio fine specifico e per corrispondenti funzioni, aventi pertanto una esistenza autonoma, rispetto a quella complessiva della società alla quale esse cospirano». Fra questi organi uno è di carattere individuale privato: la <hi rend="italic">famiglia</hi> (società domestica), che racchiude in germe ogni forma di convivenza collettiva, e sta alla base dell'edificio sociale: <hi rend="italic">primum humani consortii rudimentum</hi> (Vico). Parecchi invece gli organi collettivi, le <hi rend="italic">razze</hi> o<hi rend="italic"> stirpi</hi>,le <hi rend="italic">classi</hi>,<hi rend="italic"> le convivenze territoriali</hi>.Gli <hi rend="italic">istituti</hi> sono invece «sistemi distinti di rapporti giuridici che avvalorano quegli organi stessi». Fra quelli privati, gli istituti della <hi rend="italic">libertà personale</hi>,del <hi rend="italic">matrimonio</hi>,della <hi rend="italic">proprietà</hi>; fra quelli pubblici la <hi rend="italic">corporazione</hi>,lo <hi rend="italic">Stato</hi>, la <hi rend="italic">Chiesa</hi>.</p>
          <p>Plessi o gangli organici sociali e giuridici che sono permanenti e duraturi, cioè derivazione e sviluppo della natura umana, chiamata a generare la società civile; e perciò forme di associazioni e istituzioni assolutamente o relativamente <hi rend="italic">necessarie</hi> (sarà mai possibile che non esista alcuna specie di famiglia o di Stato?), a differenza delle associazioni ed istituzioni <hi rend="italic">volontarie</hi>,che l'arbitrio umano può erigere o sopprimere senza distruggere la società (può esistere e non esistere indifferentemente una compagnia di commercio o una società di cultura).</p>
          <p>
            <pb n="2.69" /> 3. Valga frattanto una avvertenza preliminare, che è un richiamo alla nozione di <hi rend="italic">solidarietà</hi> nell'ordine sociale-economico.</p>
          <p>In quest'ordine costitutivo e operativo, <hi rend="italic">tutto scaturisce</hi> prossimamente dalla coscienza personale e quindi dalla sfera di <hi rend="italic">vita individuale e privata</hi>. Ma tosto dipoi gli incitamenti ad espandersi e intensificarsi del vivere privato provengono dal di fuori, cioè dalla sfera di coscienza e di attività collettiva la quale, appunto perché risulta da un fascio di forze combinate e crescenti, sopraggiunge con impulsi preponderanti a stimolare e perfezionare la energia di singoli. Perciò degli istituti giuridici di libertà, matrimonio, proprietà, gioverà in questa breve analisi riservare per ultimo il discorso, perché meglio allora si potrà estimare come quelli d'ordine pubblico, le corporazioni, lo Stato, la Chiesa, gangli di forze collettive, conferiscano a sviluppare, guarentire e rendere più efficaci gli istituti privati, che non sono soltanto la base ma ancora il fastigio dell'ordine sociale.</p>
          <p>Carattere organico della società. ‒ 1. Un'altra nozione che signoreggia tutto questo tema. La definizione già offerta di ordine sociale, conduce ad una concezione <hi rend="italic">organica</hi> di esso; siccome la risultante di più gruppi autonomi di elementi umani, convergenti ad unità di vita collettiva. Chi dubita che la famiglia, le classi, le nazioni, pur vivendo da sé, non <pb n="2.70" /> conferiscano alla vita complessiva dell'umanità? Questa maniera di concepire la società universale è del tutto consona alla educazione e al sentire della nostra civiltà. Eppure tutta l'antichità passò senza che la coscienza pubblica non solo, ma nemmeno uomini di genio assorgessero ad una simile concezione organica dell'ordine sociale. Il <hi rend="italic">divino</hi> Platone, che (nella <hi rend="italic">Repubblica</hi> e nelle <hi rend="italic">Leggi</hi>)propone di rimaneggiare dietro un suo disegno aprioristico egualitario tutti gli elementi della convivenza e Aristotele, il <hi rend="italic">maestro di color che sanno</hi>, e invero ingegno osservatore per eccellenza, il quale dichiara l'uomo un <hi rend="italic">animale politico</hi> volendo dire socievole, fanno di ciò testimonianza. Per essi l'organismo della società non esisteva nelle idee, perché questo non esisteva nei fatti e nemmeno nelle predisposizioni di quelle popolazioni. Merita rilevare questo tratto caratteristico dell'antica vita sociale. — In qualche luogo infatti, — per la esiguità dei primi nuclei demografici p. e. delle famiglie patriarcali o dei re pastori o dei gruppi gentilizi dei qui-riti in Roma o delle tribù germaniche, e quindi per il loro carattere amorfo (indeterminato), in cui ogni relazione domestica, religiosa, economica, si compenetra in quella politica, richiesta urgentemente dalla sicurezza interna ed esterna; — in qualche altro per la facilità di formare grandi e precipitose conglomerazioni di genti molto affini di razza e di sedi, sotto <pb n="2.71" /> l'esaltazione della difesa o della conquista, come nelle grandi despozie dell'oriente o nell'impero uscito dalle orde tartare di Gengiskhan; — dovunque poi per l'avvilente concetto dell'uomo, della sua dignità e libertà morale, è innegabile che presto o tardi nell'antichità la costituzione sociale trovasi tutta intera assorbita dallo Stato. L'uomo, dice Aristotele, è di necessità più ancora dell'ape forzato a stringersi in consorzio, perché <hi rend="italic">solo quando è divenuto parte di uno Stato egli può conseguire un valore legale</hi>.Allorché pertanto egli parla dell'uomo, come di un <hi rend="italic">animale politico</hi>,intende la socievolezza, quale intrinseca <hi rend="italic">tendenza umana</hi> a formare lo Stato coercitivo. Questa è la essenza della dottrina e della coscienza antica intorno alla <hi rend="italic">società</hi> (Pfleiderer, Weiss). In seno a questa, una forza irresistibile travolgeva tutto nel meccanismo artificiale degli ordinamenti pubblici, e sotto di esso ogni cellula vitale umana rimaneva atrofizzata, ogni espansione sociale compressa e dispariva il concetto della costituzione organica della società. Un ordine sociale propriamente detto non esisteva.</p>
          <p>2. Quale meraviglia che in Grecia e in tutto l'Arcipelago, anche in mezzo a circostanze di suolo e di ingegni propizi alla versatilità individuale, si fosse sempre pronti a forme di comunismo (Creta, Megara, Sparta) imposta da filosofi signoreggianti lo Stato? (Pöhlmann). O se Roma, in onta al fiero <pb n="2.72" /> individualismo dei primitivi quiriti, con lungo processo storico, riuscisse infine al regolamentarismo asfissiante di Diocleziano? Qualunque fosse quivi lo sviluppo del giure privato mercé l'editto pretorio e i senatoconsulti, quello allora valeva sotto la condizione sottintesa dell'assioma giuridico di Ulpiano: <hi rend="italic">quod principi placuit, legis habet vigorem</hi>;ciò che era riflesso alla sua volta del supremo concetto informativo delle antiche e nuove despozie orientali dai faraoni ai sultanati odierni, per cui in potenza ogni diritto della collettività si impersona nel capo dello Stato, il quale è sempre arbitro della vita, della morte, della attività e delle ricchezze dei sudditi. Anzi (questo è decisivo), quando parlasi di assolutismo dello Stato antico (Roscher, Messedaglia), ciò deve intendersi più ancora che nel senso di accentramento amministrativo degli ordini politici, in quello di completo assorbimento in essi di tutta la vita sociale e privata.</p>
          <p>3. Dinanzi a questo spettacolo desolante, suona come l'annunzio di un'alba inattesa la sentenza di s. Paolo, il quale rassomiglia la società novella dei cristiani, raccolti nella Chiesa, ad un <hi rend="italic">corpo mistico</hi>, in cui la vita, che circola nelle <hi rend="italic">singole e distinte parti</hi> di esso, rifluisce alla <hi rend="italic">comune perfezione.</hi> Concetto mistico bensì, ma che prelude ad un rinnovamento <hi rend="italic">organico</hi> della sociale convivenza; per cui da quel dì <pb n="2.73" /> la storia ci fa assistere ad un procedimento più nuovo ancora, il quale spezzando, o meglio dissolvendo quel mostruoso panteismo politico, — perviene a distinguere in prima la <hi rend="italic">famiglia</hi>,integrazione della individualità, da ogni altra specie di consociazione umana, come un germe che precede e nutre ogni altro; e più tardi <hi rend="italic">tutto l'essere sociale</hi> da quello <hi rend="italic">politico</hi>,vale a dire la <hi rend="italic">società</hi> dallo <hi rend="italic">Stato</hi>,salvo a ricollegare per gradi gerarchici questi distinti circoli autonomi all'umanità universale mediante la Chiesa (Périn, de Decker, Lampertico).</p>
          <p>Col concetto organico di società, era spuntato pertanto l'unico e vero ordine sociale. Questa rinnovazione compendia tutte le altre seguite dappoi, e misura sinteticamente il <hi rend="italic">valore sociologico</hi> del cristianesimo.</p>
          <p>Genesi storica dell'organismo sociale. ‒ 1. Fu conquista sudata e gloriosa contro lo Stato antico. Essa cominciò coll'educare alla indipendenza interiore dello spirito, senza por mano alle relazioni civili esteriori, che poi si sarebbero modificate analogamente. È l'<hi rend="italic">anima</hi> (si proclamò) che ha fini propri, doverosi per l'uomo, preziosi al cospetto di Dio, che trascendono quelli dello Stato, sicché per que' fini morali sovrannaturali, bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini. E per conseguirli occorre padroneggiare sé stessi; e all'uopo non farsi vilmente servi <pb n="2.74" /> degli altri, né schiavi delle cose stesse di cui usiamo, ma volere ed operare fortemente, sapendo che tutto è possibile in colui che ci conforta (s. Paolo). Così l'individuo era primamente esercitato in nome della religione alla legittima e sacra indipendenza del pensiero, della coscienza, della volontà, cioè dello spirito interiore, nella quale tutti si trovano eguali, l'uomo, la donna, il libero e lo schiavo. Ma perché tale sentimento non tralignasse nell'egoismo superbo che facea dire agli stoici «il savio deve bastare a se stesso e non curarsi degli altri» (Marco Aurelio, Epitteto), separandolo dalla società; il cristianesimo imponeva insieme il dovere di amare il prossimo, anzi di sacrificarsi per esso; condividendo gioia e dolori, rallegrandosi coi lieti, piangendo coi mesti, soffrendo cogli infermi (s. Paolo). Era codesto un primo e massimo vincolo sociale non più di carattere giuridico-politico, ma etico-religioso per eccellenza, con cui si affermava implicitamente la origine e natura della società universale trascendere i confini dello Stato, sicché per essa non esisteva più divario fra cittadini e stranieri, e sopravanzare perciò stesso la autorità arbitraria ed esclusiva dello Stato antico; sicché i rapporti sociali (avvertasi bene) nella loro essenza morale venivano a ricadere sotto il governo supremo di quella legge etico-religiosa che li aveva creati e conservati (Périn, Weiss, Lugan).</p>
          <p>
            <pb n="2.75" /> 2. Di qui l'affrancazione graduale del vivere privato e sociale, dalla prepotenza politica della antichità, che poi avvenimenti storici provvidenziali sopravvennero a maturare. La libera coscienza dei fedeli e dei martiri si temprò fra le secolari persecuzioni religiose dei despoti romani fino a Giuliano e Domiziano; si raccolsero i <hi rend="italic">primi adepti</hi> della nascente società cristiana fra le plebi e gli schiavi, cioè fra gli oppressi del regime politico antico e fra le vergini tribù invadenti, nemiche di esso (fra i bretoni, fin dal sec. II); penetrano lentamente per più secoli le razze germaniche nell'impero, e non solo l'atterrano (sec. V) ma col loro individualismo ne disgregano e stritolano la corpulenta compagine; gradualmente, per impotenza e inanizione, l'autorità di Roma imperiale si spoglia di ogni suo potere accentratore e al suo posto si sostituiscono prima regni barbarici informi, federativi e deboli (fino al sec. VIII), e più tardi dopo il dissolvimento dell'impero carolingio (dal sec. X) le sovranità feudali spezzate, graduate e decentrate in tutta Europa; e parallelamente cresce e si propaga il bisogno di individui e popoli di ricorrere e soggettarsi all'unica forza tutrice essenzialmente morale della Chiesa, la quale nelle diocesi, nei monasteri, sui territori ecclesiastici, ne assume la tutela, il raggruppamento e la unificazione. Fatti storici coordinati, che condussero definitivamente a questo, <pb n="2.76" /> che è uno dei maggiori risultati sociologici che annoveri la storia, — la ricostituzione <hi rend="italic">ab ovo</hi> di un ordine civile, il quale ricomincia la sua genesi embriologica dell'individuo dalla vita interiore e poi s'alza ed amplia sino alla vita sociale multiforme, vivace e universale del tempo delle crociate e dei Comuni (secoli XI-XV); — mentre fra questo prorompere di energie personali e sociali, i governi e i loro congegni politici si dimostrano e mantengono incerti, mobili, relativamente esigui. L'artificioso, pletorico Stato pagano era sparito; e di ricambio la <hi rend="italic">costituzione organica della società</hi> (in largo senso) era assicurata. Nuove tendenze politiche (o piuttosto rinascenza delle antiche) nei sec. XV e xvi, e più recenti esigenze sociali maturarono la più robusta formazione dello Stato moderno del sec. xix-xx; — ma esso, salvo l'apostasia completa dalle tradizioni cristiane di civiltà o l'avvento passeggero del socialismo al potere, poggerà sempre sopra l'autonomia dell'individuo e della società.</p>
          <p>3. La <hi rend="italic">deduzione economica</hi> e di supremo momento. Le vicende e le risultanze della sociologia sono in perfetta correlazione con quelle della economia: — le sorti della ricchezza, soprattutto le forze generatrici di essa, non si trovano più incatenate allo Stato, da esso soffocate e compresse. Ed oggi, nella maturità dei tempi nostri, si aggirano e si dispiegano mercé tre grandi <hi rend="italic">circoli autonomi</hi> di vite economiche: — una <hi rend="italic">economia privata</hi>,veramente effettrice della <pb n="2.77" /> ricchezza, colle sue imprese colossali, le sue associazioni multiformi, la sua tecnica poderosa; — una <hi rend="italic">economia sociale</hi> colle sue monete, i suoi banchi, le ferrovie, i cambi, internazionale, irradiatrice di quella; — e una <hi rend="italic">economia di Stato</hi> robusta e complessa; la quale deriva la sua potenza politico-finanziaria dalle due sfere economiche privata e sociale, e che dispiega sovr'esse soltanto una funzione integrante e coordinatrice. Ecco l'ordine economico della civiltà cristiana, di cui passiamo a designare le parti organiche.</p>
          <p>Organo sociale privato: la famiglia. – Se vi ha una nozione sociale, tolta per analogia dalle scienze naturali-biologiche, che sia legittima ed esatta, tale è senza dubbio questa: la famiglia essere la cellula vitale della società.</p>
          <p>La sociologia positiva, scorta dalla filosofia, riconosce nella <hi rend="italic">famiglia</hi> un sistema di rapporti (organo) risultante da un triplice vincolo che risponde ad altrettanti fini: — <hi rend="italic">fisiologico</hi>, fra uomo e donna per la procreazione, che della famiglia è l'origine; <hi rend="italic">psicologico</hi>,per l'educazione morale reciproca e dei figli, che ne è l'anima; — e subordinatamente <hi rend="italic">economico</hi>,che appresta i sovvenimenti materiali, che ne sono il mezzo esteriore (ricchezza). Adempiendo a tutti i <pb n="2.78" /> fini dell'uomo-individuo, a ragione la famiglia è detta dai filosofi società perfetta; e come tale il sociologo addita in essa un ordinamento elementare privato che sta alla base della società, ma le cui radici penetrano in tutti i domini della vita collettiva. Le classiche opere di Laboulaye, di Summer Maine, di Fustel de Coulanges, di Le Play, di Riehl — vi hanno apportato luce preziosa. Per noi un cenno nel prevalente riguardo economico.</p>
          <p>Origini. ‒ Se la teoria della evoluzione biologica della società civile (specialmente di Haeckel) avesse fondamento, essa dovrebbe rinvenire la sua prima prova positiva nella genesi della famiglia, che ne è l'embrione. Parecchi (Morgan, Lennan, Backhofen, corretti da Starcke e Westermark) credono di averne trovati argomenti positivi nelle popolazioni selvagge in ispecie della Polinesia e del centro africano, per cui queste presentano i saggi di una promiscuità di vita negatrice d'ogni famiglia o di convivenze rudimentali grossolane, che sarebbero il punto di partenza da cui poi si ascese per gradi alla famiglia dei popoli civili. A parte l'equivoco di assumere per primitive certe forme di vita domestica, che sono manifestamente degenerazioni posteriori (Weiss), o di generalizzare fatti parziali e localizzati (Westermark) — noi troviamo invece dappertutto nei popoli che ci tramandarono le più longeve memorie della umanità, <pb n="2.79" /> nei loro libri sacri e giuridici (Bibbia, Manu, Zarathustra), nella letteratura (i Vedas), nei miti e leggende popolari (Esiodo), ricordato il tipo di una <hi rend="italic">famiglia,</hi> tanto più integra quanto più remota per tempo, e in ogni caso pur sempre rispondente al concetto sostanziale di essa, in India, Cina, Egitto, Persia, fra gli ebrei, fino ai greco-romani e germani. È l'attestazione di un fatto originario universale, consono alle primitive loro dottrine religiose morali ealla natura dell'uomo.</p>
          <p>La famiglia patriarcale. ‒ 1. Anzi noi riscontriamo (fenomeno decisivo) quest'organo familiare con processo talora anticipato e rapido, poi diffuso alla generalità, riuscire al tipo caratteristico della <hi rend="italic">famiglia patriarcale</hi>,con tratti più originali e spiccati nelle popolazioni semitiche ed arie (Schmoller). Gli indiani in seno alle loro comunità di villaggio, gli israeliti pastori nelle pianure asiatiche o stanziali nella terra promessa (Bibbia), i regoli dell'Asia anteriore o i principi greci conquistatori della Troade, i lucumoni in Etruria, i quiriti in Roma, porgono esempi di questo fatto dominante nell'antichità, quasi espressione di una legge costitutiva della storia.</p>
          <p>2. Proviamo a delineare la fisionomia della famiglia patriarcale nel suo tipo medio costante (Le Play), desunto principalmente dagli ebrei e dagli arii greco-latini (Fustel de Coulanges), per stimarne poi il valore sociale-economico. <pb n="2.80" /> Essa raffigura una convivenza gerarchica di persone componenti un ciclo chiuso, distinto da altri congeneri, con un patriarca o <hi rend="italic">paterfamilias</hi> alla testa; e — sotto di esso moglie (e talora più mogli, ove è ammessa la poligamia) e figliolanza numerosa (fatto connesso col concetto di famiglia patriarcale) e nipoti e pronipoti fino alla terza e quarta generazione (l'augurio biblico diretto ad ogni coppia nuziale); — e ulteriormente figli e nipoti adulti colle rispettive mogli, tolte di regola dal di fuori (esogamia in contrapposto ad endogamia) colla rispettiva prole: tutti rami di famiglie derivate, comprese nel tronco di quella maggiore progenitrice.</p>
          <p>Ai fianchi di questa colonna vertebrale i parenti collaterali, il gruppo del lato paterno e quello del lato materno. — Al di sotto i dipendenti (non consanguinei) per i servigi manuali della casa, di due specie, <hi rend="italic">mercenari</hi> contrattati a tempo e servi o <hi rend="italic">schiavi</hi>,questi ultimi soggettati in guerra o comperati. — Qualche volta un'altra serie di persone (in Roma i <hi rend="italic">clienti</hi>) che si pongono a disposizione del <hi rend="italic">paterfamilias</hi>,per negozi e servigi esteriori, fruendo del suo patronato. Ecco la piramide della famiglia patriarcale.</p>
          <p>Il patriarca o padre di famiglia possiede la pienezza della autorità, e non di quella soltanto connessa colla generazione. E prima quella <hi rend="italic">religiosa</hi>, di sacerdote nei riti domestici (sacrifizi, abluzioni, preghiere) coordinati fra gl'israeliti al monoteismo rivelato, e quasi dovunque al <pb n="2.81" /> culto degli antenati domestici, (lari, penati); autorità suprema presso i latini, dalla quale ogni altra derivava anche nella famiglia (Fustel de Coulanges). — Inoltre la doppia potestà, <hi rend="italic">maritale</hi> sulla moglie e <hi rend="italic">paterna</hi> pei figli, ampia ma affettuosa presso gli ebrei, dura e illimitata presso gli altri popoli, in certi momenti fino all'<hi rend="italic">ius</hi><hi rend="italic">vitae et necis</hi>,adatta a temprare forti guerrieri e cittadini. — Infine podestà <hi rend="italic">reggitrice</hi> (<hi rend="italic">rex</hi> e autorità regia) sopra quanto interessa il bene comune della famiglia; inizio di poteri pubblici, in virtù dei quali il patriarca definisce diritti, doveri, giudica, sanziona, provvede allo stanziamento, alla migrazione, alle contese belligere della famiglia di fronte alle altre (Bibbia).</p>
          <p>Nel padre si incentra la rappresentanza e la gestione degli interessi economici. A lui spetta la proprietà della tenda, della casa, dei greggi ed armenti; per mezzo di lui la famiglia partecipa all'uso dei pascoli e dei terreni collettivi (cioè disponibili per tutte le famiglie). Egli divide le funzioni produttive fra i dipendenti, considerati come altrettante forze di lavoro, dalla moglie e figlie nell'arti degli indumenti (<hi rend="italic">lanam feci</hi>,vanto di tutte le donne dell'antichità) e in quella degli alimenti («Tochter» ted. e «daugther» ing. cioè <hi rend="italic">figlia,</hi> èdi radice sanscrita che significa mungitrice di latte), fino alle ancelle e servi (nel gineceo e nell'ergastolo greco-romano); rimanendo ai figli e congiunti le operazioni <pb n="2.82" /> fuor della casa, la custodia del gregge, l'agricoltura. Egli regola attorno al focolare domestico i consumi della famiglia, lasciando per lo più alla moglie la minuta vigilanza e gestione interna, riservando a sé le grosse provvisioni, i negozi di vendita, gli acquisti patrimoniali esterni.</p>
          <p>Caratteri. – Di questo grandioso organismo familiare si colgano i caratteri salienti e le ragioni di varietà accidentali.</p>
          <p>1. È società che ha origine dal matrimonio; ma in nessun luogo limitata direttamente ai generati dal padre in linea diretta, ma estesa ai collaterali anzi ad estranei ad ogni vincolo di sangue; ciò che attesta che essa proviene dal concetto religioso più ampio della <hi rend="italic">paternità divina del Creatore</hi>,di cui la generazione umana è prosecuzione, ritenendo così alcunché della spiritualità e universalità di quella; ciò che è manifesto soprattutto nella religione degli ebrei, ma anche nel culto domestico, ove agnati erano considerati tutti quelli che partecipavano al sacrifizio. — Perciò stesso più numerosa la famiglia patriarcale, ove in più alta stima si tiene la unione coniugale e la figliolanza; presso gli israeliti è obbrobrio per la donna la sterilità, è onore dei genitori e benedizione la mensa circondata dai figli. — Propizia pertanto ad accrescere i membri dipendenti dalla famiglia, <pb n="2.83" /> la convivenza <hi rend="italic">pacifica,</hi> come quella dei re pastori nell'Asia centrale o dei patriarchi nella Palestina o dei romani agricoltori nel Lazio. Viceversa la famiglia quasi sparisce nelle orde tartariche randage e rapaci (Champagny, Félix, Cantù).</p>
          <p>2. Nella famiglia patriarcale è caratteristico <hi rend="italic">l'as-sommarsi in essa di ogni autorità o potestà</hi>,religiosa, privata, politica, nonché di quella economica. È legge sociologica. All'origine e per lungo tempo la famiglia è tutta intera la <hi rend="italic">società civile</hi> (<hi rend="italic">civitas</hi>);e nella assenza o insufficienza di questa, quella dispiega tutti gli uffici e poteri dell'umana convivenza. Ma frattanto questa <hi rend="italic">complessa potestà</hi> implica il concetto, nella famiglia patriarcale, di una triplice serie di obbligazioni: — nel padre di <hi rend="italic">protezione</hi> sui subordinati; — in questi di <hi rend="italic">associazione</hi> stabile di servizi e di mutua assistenza in dipendenza da quello; — in tutti di <hi rend="italic">solidarietà</hi> di fronte a terzi, nelle offese, nelle pene, nella responsabilità. Ciò peraltro <hi rend="italic">con varietà di gradi e di indirizzi</hi> a seconda dei fini specifici che nella famiglia vengono a prevalere. Nella famiglia della Bibbia signoreggia lo scopo di custodire nelle generazioni la legge divina e nel popolo la sua missione provvidenziale, e vi prevalgono le sollecitudini di morale educazione; ed ivi analogamente l'autorità del patriarca si ispira a giustizia, a misericordia, a dilezione domestica e al bene del popolo eletto; e si dispiega con <pb n="2.84" /> carattere <hi rend="italic">sociale</hi> ed <hi rend="italic">etnico,</hi> come tutta la legislazione ebraica (Weiss). — Invece presso i latini, nei quali spunta in breve fra i capi delle antiche famiglie (quiriti) la coscienza di una missione politica di Roma, l'autorità del <hi rend="italic">paterfamilias</hi> si converte in un potere rigido e assoluto, per disciplinare fortemente sotto di sé consanguinei ed estranei (clienti) e così aumentare con essi la propria personale potenza civile; donde quell'incentramento <hi rend="italic">individualistico</hi> del diritto familiare nel suo capo, che è caratteristico nel giure domestico e civile romano (Roscher). — All'opposto presso i germani, ove la necessità quotidiana di contare sopra il complesso delle forze familiari per scopi militari, di migrazione in massa, di comuni accampamenti, di bellicose difese e conquiste, sminuisce l'autorità del capo di famiglia; e così i poteri di questa poggiano sulla <hi rend="italic">collettività</hi> di essa, cioè sul <hi rend="italic">parentado</hi>;ciò che è decisivo nelle consuetudini e nel giure germanico.</p>
          <p>3. <hi rend="italic">Tuttociò si ripercuote sull'elemento economico della famiglia patriarcale</hi>,nella quale la potestà del padre sulle persone (<hi rend="italic">maritalis et patria potestas</hi>)sempre si accoppiò al <hi rend="italic">potere materiale</hi> s<hi rend="italic">ulle cose (dominium);</hi> e tendono anzi a confondersi, estendendosi a vario grado il concetto di dominio alla moglie, ai figli, alla loro attività e guadagni, oltre che ai servi. «Dovunque trovasi sviluppata (dice Summer Maine) <pb n="2.85" /> la patria potestà, sorge ad ogni momento il dubbio se la coesione domestica poggi su rapporti di sangue o di padronanza». Il dominio o la padronanza (osserva Schmoller) prevale in Roma per l'accentramento dei diritti nel padre, donde il nome latino <hi rend="italic">familia</hi>, di origine osca da <hi rend="italic">famel</hi> servo (soggetto a padrone), e il passo di Ulpiano «<hi rend="italic">paterfamilias appellatur qui in domum dominium habet</hi>»;mentre in Germania spicca il concetto di potestà morale del padre stesso nella unione coniugale («Ewa», «Ehe») e parentale («Sippe»).</p>
          <p>Se perciò stesso nei germani perdura più a lungo la <hi rend="italic">proprietà collettiva</hi> e fra i romani anticipa la <hi rend="italic">proprietà individuale</hi> (del padre di famiglia come rappresentante di questa), tuttavia l'unità robusta della famiglia storica si palesa dovunque con questi risultati: — tutti i membri di essa entro il suo grembo trovano assicurata la <hi rend="italic">sussistenza</hi> e all'ombra del suo tetto la <hi rend="italic">convivenza</hi> (da <hi rend="italic">oicos</hi> casa, <hi rend="italic">vicus</hi> gruppo di case); — tutti compongono una naturale e permanente <hi rend="italic">associazione</hi> di lavoro per l'interesse comune (p. e., per i dissodamenti di terreni); — tutti partecipano alla <hi rend="italic">proprietà</hi> ed <hi rend="italic">eredità pro indiviso</hi> del bene paterno (patrimonio domestico) e all'uso della proprietà collettiva comune;  tutti sopportano la <hi rend="italic">responsabilità in solido</hi> delle obbligazioni economiche della famiglia. Così la costituzione economica si impronta a quella organica familiare; e a questa si <pb n="2.86" /> abbarbicano primamente le radici poderose delle istituzioni destinate a dare per secoli saldezza alla economia delle nazioni.</p>
          <p>Circostanze influenti <hi rend="italic">sulla grande famiglia.</hi> –1<hi rend="italic">.</hi> Molto influisce sulla genesi e persistenza dei grossi fasci familiari la <hi rend="italic">sede</hi> delle popolazioni. Ove il territorio montuoso e accidentato forma altrettante zone o insenature appartate, la famiglia si conglomera e si mantiene essa stessa chiusa ed isolata; come già in antico sui terrazzi dell'Iran, ed oggi ancora sulle alte valli alpine o sui Pirenei (Le Play). L'opposto nelle aperte e uniformi pianure, specialmente se popolose per favori di suolo e di clima; nelle quali i facili contatti, confondendo le famiglie, disperdono i nuclei primitivi; ciò che avviene ben più nelle addensate città.</p>
          <p>2. Ancor più decide l'<hi rend="italic">abitazione</hi> o la <hi rend="italic">casa</hi> nella sua forma tecnica, che è il nido umano. Favorevoli al formarsi di <hi rend="italic">agglomerazioni familiari</hi> sono le abitazioni o gli alloggi sui carri viaggianti dei nomadi (oggi gli zingari), le tende dei popoli pastori in Asia, le capanne di legno e paglia, addensate in certi punti agricoli, che poi divennero i villaggi dell'India e della Cina odierna, e che precedettero il sorgere delle città (queste in Germania solo dal sec. xii); forme tutte di abitazioni facili a moltiplicarsi con poca fatica e a disporsi all'ingiro di quella del capofamiglia, che le vigila e domina.</p>
          <p>
            <pb n="2.87" /> Rispetto invece alla <hi rend="italic">durata</hi>, favorì la famiglia patriarcale il progresso dell'edilizia <hi rend="italic">(aedes</hi>,sede fissa), cioè il passaggio alle grandi costruzioni <hi rend="italic">stabili in legno</hi> (<hi rend="italic">casa</hi> antico nome latino) come gli odierni «chalets» delle regioni forestali (in Germania dal sec. XIII), ovvero <hi rend="italic">in muratura</hi>, di mattoni e pietrame (forse primi gli assiri), ove la stabilità e comodità della casa dette ampiezza e saldezza alla famiglia (Jhering, Schmoller). Ma ciò generalmente nelle campagne soltanto, ove la copia del materiale e la larghezza dello spazio agevolarono l'ampliarsi di abitazioni solide, completate (avvertasi bene) da stalle, granai, e da mura che ricingevano l'orto adiacente alla casa (l'«Hof» dei tedeschi). È questa una forma di abitazione rurale che risale ai greci di Omero ed ai romani di Cincinnato; nella quale, a rassodare e perpetuare la numerosa famiglia, si aggiunge alla stabilità dell'alloggio la continuità del lavoro agrario in massa, l'affetto alla zolla natia e il sentimento incipiente della proprietà. Così questi alveari di vita patriarcale resistettero in campagna fino ai dì nostri.</p>
          <p>Non così nelle città, ove per il valor di monopolio dell'area e per la costruzione di case a più piani (già nelle antiche città d'oriente), lo spazio abitabile per i singoli si fa angusto e dispendioso; ed ivi più famiglie unite sono impossibili o vivono accumulate in modo incivile. Soltanto ai principi e ai doviziosi nelle <pb n="2.88" /> città è dato di ostentare le grandi magioni colle ingenti famiglie; ed Omero ci descrive il palazzo di Priamo in Ilio, che ospita 500 persone, figli, nuore, generi, parentado, domestici e servi; e Roma imperiale ci addita le ville suntuose dei patrizi e neo-arricchiti (<hi rend="italic">homines novi</hi>) colle famiglie gentilizie e con centinaia di schiavi ed ancelle. Ma allora come ora, per i mediocri e per il popolo, le abitazioni cittadine tornano di ostacolo al vivere di grosse famiglie.</p>
          <p>Funzione storica <hi rend="italic">della famiglia patriarcale.</hi> – Questa funzione nella storia dell'umanità e dell'incivilimento fu illustrata largamente (Devas, Gaume, Cathrein).</p>
          <p>Dalla famiglia patriarcale uscirono, come polloni crescenti da un tronco annoso sempre vegeto, — i consorzi parentali (la <hi rend="italic">gens</hi>)<hi rend="italic"> —</hi> e poi le classi gerarchiche, — infine il tessuto organico di popoli interi i quali, attraverso genealogie continuate e consuetudini protratte di vita, perpetuano sempre nelle stirpi o razze qualche tratto fisiognomico del ceppo familiare primitivo. Dio che intima alla prima coppia di riempire la terra; Noè che colla famiglia scesa dall'arca in breve ripristina la specie umana scomparsa nel diluvio; Deucalione della leggenda greca che fa nascere gli uomini dalle pietre, sono espressioni reali o simboliche di questo grande compito demografico della famiglia. </p>
          <p>La famiglia patriarcale fu la depositaria e la trasmettitrice (insieme ai libri sacri ed alle classi ieratiche) <pb n="2.89" /> delle <hi rend="italic">tradizioni</hi> religiose, etiche, civili dell'umanità, attuando il legame, come dei sangui, così del pensiero e della coscienza nelle generazioni intorno ai propri destini. Senza di essa, colla sua esistenza chiusa, e col suo culto degli antenati, sarebbe stata possibile una prima ed essenziale <hi rend="italic">educazione storica</hi> dei popoli?</p>
          <p>Per l'autorità complessa e venerata del patriarca la famiglia divenne la palestra o il <hi rend="italic">gimnasium</hi> ove l'umanità si esercitò ai principi di ordine, mercé la <hi rend="italic">disciplina</hi>;donde, col costume e colle consuetudini giuridiche evolventisi nel suo seno, quell'altro argomento di <hi rend="italic">educazione viva e progrediente</hi> da cui la specie umana rude e manesca trasse le prime lettere di nobiltà (Riehl).</p>
          <p>Sopra della famiglia patriarcale si plasmarono per secoli gli ordini politici: nei grandi governi monarchici dell'antico oriente, nell'impero celeste della Cina, e nello stesso zarismo russo, il monarca apparisce sempre come il patriarca, rivestito di una funzione quasi divina; e nei governi democratici degli ari occidentali (elleni, latini, germanici), fino a tempi recenti nella Svizzera, le assemblee poggiarono sulla rappresentanza delle famiglie.</p>
          <p>E nei riguardi economici? Se, in onta alla piaga cronica della schiavitù e il preponderare di abitudini violente, vi furono fin dall'antichità inizi e sviluppi <pb n="2.90" /> notevoli di arti produttive, di pastorizia, di agricoltura, di industrie tessili e suntuarie, tutto ciò si deve alla famiglia patriarcale. In questa la umanità operosa fece il proprio tirocinio del lavoro; in essa rinvenne lo stimolo massimo alla formazione della proprietà (che fu lungamente domestica e gentilizia); ed essa fu la prima e più costante scuola di ordinata gestione ed utilizzazione dei beni materiali, sicché da <hi rend="italic">oicos</hi> (casa), lo stesso nome di economia.</p>
          <p>Insomma «nelle memorie, nella letteratura, nel costume, nel diritto dei popoli civili, la famiglia patriarcale prese un posto così dominante, che da innumeri generazioni fu considerata come una forma eterna della vita sociale e una istituzione intangibile di origine divina» (Schmoller).</p>
          <p>La famiglia normale. – Eterna e intangibile bensì rimase la famiglia; non già quel tipo patriarcale dell'antichità, il quale, sebbene così grandioso, avea un valore storico, connesso con certe condizioni di civiltà. Questo organismo complesso e corpulento doveva disgregarsi, per cagioni di progresso e di pervertimento insieme.</p>
          <p>1. Il fatto stesso dell'<hi rend="italic">incremento biologico</hi> delle generazioni alla dipendenza di un patriarca rende ad un certo momento impossibile all'autorità e forza di questo di tenere legata sotto di sé la ramificazione sempre più estesa delle famiglie soggette, le quali <pb n="2.91" /> così si distaccano dal ceppo primitivo, e con esse molte funzioni sociali-civili trapassano agli organismi intermedi della <hi rend="italic">gens,</hi> delle classi, della tribù; come vedemmo anticipatamente in Germania.</p>
          <p>Anzi, in condizioni singolarmente propizie di <hi rend="italic">territorio</hi>,di clima, di fertilità, di facili comunicazioni, come nel bacino della Mesopotamia, nell'Egitto, nella Cina, il moltiplicarsi e intrecciarsi delle popolazioni nelle città (poco propizie come vedemmo ai grossi fasci familiari), fanno in breve preponderare le esigenze generali della convivenza e soprattutto quelle di un vasto potere coercitivo politico. Grandeggia ivi precocemente lo Stato (gli imperi) e questo fa quasi dimenticare la famiglia, la quale si trova ricondotta colà anticipatamente all'embrione naturale e spesso atrofizzata, insieme a tutta la vita privata.</p>
          <p>Vi si aggiungono, a danno della famiglia patriarcale, le <hi rend="italic">ragioni economiche</hi> del progresso tecnico, della divisione del lavoro, soprattutto degli scambi commerciali; con influenza però limitata (al paragone dell'età moderna) nell'economia dell'antichità prevalentemente agricola; salvo nelle capitali doviziose, da Babilonia a Roma, ovvero nell'Asia minore e nelle spiagge circummediterranee, ove que' lidii, frigi, punici, da Sardi, a Sidone e Cartagine, svilupparono una economia civica industriale e mercantile, individualistica e perciò infesta alle grosse famiglie.</p>
          <p>
            <pb n="2.92" /> 2. Ma oltre a queste circostanze estrinseche nessun popolo dell'antichità, presto o tardi, poté resistere ad una causa intrinseca, deleteria per la famiglia patriarcale anzi per ogni vincolo domestico, la <hi rend="italic">immoralità</hi>.Già in forza della schiavitù tre quarti del mondo antico viveva senza matrimonio e senza famiglia, e ciò era fomite di corruzione per i nuclei stessi familiari. Poi sopravvenne lo scadimento o la degenerazione delle antiche religioni, che più o meno consacravano i rapporti del sangue e l'autorità patriarcale; nonché l'addensarsi crescente delle popolazioni nei moltiplicati centri cittadini, dissolventi della famiglia. Già dicemmo (parlando del fattore biologico) del pervertimento del costume, penetrato nel talamo e nel nido domestico, della sterilità coniugale, del celibato licenzioso, del divorzio, d'ogni forma di contaminazione. Basti accennare come, al par del microbo, che ad un certo momento tutto invade ed ammorba, la <hi rend="italic">dissoluzione della famiglia</hi> nei rapporti fisiologici, in quelli educativi e in quelli economici (per la dissipazione dei beni) presto o tardi <hi rend="italic">divenne a vario grado universale</hi>; e tutt'altro che evolversi, essa retrocesse verso la inanizione. Ciò non solo nelle popolazioni selvagge colla anticipata degenerazione brutale d'ogni vincolo del sangue, ma altrettanto nei popoli civili più antichi dell'Asia centrale specie della Caldea, in cui già remotamente come dice la Bibbia «ogni carne era corrotta nelle sue vie», provocando la divina maledizione; come più tardi si ripeté colle <pb n="2.93" /> abominazioni dei camiti, e colla corruttela della famiglia greca ai tempi di Pericle e di quella tristemente famosa dell'impero, Roma farneticava ancora nelle dissolutezze il giorno in cui Alarico dava l'assalto e il saccheggio alla novella Babilonia (Gibbon). E le stesse razze germaniche, invaditrici negli ultimi anni dell'impero, erano quivi ben lungi dalla severità del costume familiare descritta da Tacito (Maurer). Così al chiudersi dell'età pagana precipitava tutto intero il mondo antico, perché non esisteva più famiglia. Si avrebbe potuto ancora parlare di una ordinata economia domestica?</p>
          <p>La famiglia nel cristianesimo. <hi rend="italic">– Suo valore sociale-economico.</hi> 1.Fra la durezza primitiva e la corruzione posteriore della famiglia storica pagana, aveva tenuto un posto singolare la famiglia semitico-ebraica dei patriarchi della Bibbia, la quale dispiegò per tutti i secoli una virtù civilizzatrice senza paragone.</p>
          <p>Essa avea serbato fede alle grandi leggi fisiologiche colla numerosa figliolanza; — portato al sommo le virtù educatrici interiori, cogli esempi di sapienza paterna, di materna abnegazione, di pietà filiale; — conservata viva la attività economica fra i suoi membri, per cui la <hi rend="italic">donna forte</hi> colla vigilanza e col suo lavoro vantasi di aver cresciuto il patrimonio domestico; — soprattutto volle rispettata di fronte allo Stato la libertà e intimità della convivenza coniugale e familiare, per cui <pb n="2.94" /> (saggio unico nelle legislazioni) il giovane soldato era dispensato dalla guerra nel primo anno del suo matrimonio (Weiss). Su questo tipo il cristianesimo rifece la famiglia e la società nuova.</p>
          <p>2. In che la originalità è l'efficacia sociale ed economica di tale restaurazione?</p>
          <p>Ha ripristinato e perfezionato la famiglia nelle sue funzioni primitive naturali. Ristabilita la <hi rend="italic">unità</hi> (monogamia), la <hi rend="italic">perennità</hi> (indissolubilità) del vincolo matrimoniale e insieme la <hi rend="italic">eguaglianza</hi> sostanziale fra i coniugi nei doveri della procreazione, della educazione dei figli e della ordinata gestione economica (di produzione o di consumo), — vi restituì fecondità di vita fisiologica, e sublimità di uffici spirituali, e insieme saldezza di presidi materiali. Gradualmente, fin dai primi secoli cristiani e generalmente nel medio evo comunale, si riprodussero così nelle campagne non meno che nelle città le numerose famiglie; in esse ricominciarono le tradizioni educatrici religioso-morali; rinacque il lavoro e il benessere rimanente sotto il tetto domestico. Ecco la famiglia, prodotto della generazione nella pienezza dei suoi fini essenziali (Champagny, Félix).</p>
          <p>Ne preparò la distinzione da altri uffici accidentali e da altri organi del civile consorzio. Originata dall'amore e non dalla prepotenza maschile sulla debolezza femminile, <hi rend="italic">fondata sul dovere</hi> reciproco e <pb n="2.95" /> non sul diritto di un solo dei coniugi, non servì più ad accrescere la potenza egoistica ed arbitraria del capo sopra i suoi soggetti, ma questa potenza trovò i suoi limiti nel fine immediato e doveroso della generazione, nel rispetto della comune legge morale e quindi nella dignità della moglie e dei figli. Così la famiglia novella accanto all'autorità collocò un <hi rend="italic">principio espansivo di libertà e di autonomia</hi>;si dispogliò lentamente di funzioni estranee alla diretta consanguineità ed ai fini privati e, pur mantenendo vincoli morali colla lontana parentela, preparò per mezzo di questa il distacco progressivo di organi sociali, civili, da essa procedenti ma di finalità differenti. Il medio evo assistette invero alla grande elaborazione di organi autonomi gentilizi, di classi, di stirpi intorno alla famiglia; la quale ne rimase rinfrancata ma non più assorbita (Périn).</p>
          <p>Della vita familiare infine rivendicò e difese la intangibilità etico-giuridica davanti allo Stato. Quel carattere religioso che ebbe dalle origini e nelle tradizioni dei popoli la famiglia, il cristianesimo sublimò colla autorità positiva divina eaccrebbe coi presidi speciali della grazia; sicché l'essenza e i fini <pb n="2.96" /> di essa rimanessero al di sopra della ingerenza dello Stato (Weiss).</p>
          <p>Le nozze riconsacrate nel Vangelo, il matrimonio regolato dalla Chiesa, il diritto analogo svolto nel <hi rend="italic">Corpus iuris canonici</hi>,le lotte sostenute per la santità della famiglia, contro le pretese dello Stato e il mal costume delle popolazioni, — accerchiarono di un vallo la cittadella della società domestica e assicurarono la libera espansione della vita privata moderna. </p>
          <p>Importanza sociale <hi rend="italic">della famiglia. –</hi> Soltanto in questo nuovo e normale atteggiamento, si può apprezzare l'importanza della famiglia nella sociologia ed economia.</p>
          <p>La famiglia è <hi rend="italic">il prototipo dell'unità organica della società civile</hi>:<hi rend="italic"> —</hi> i figli ad immagine dei genitori rappresentano l'eguaglianza essenziale di tutti gli umani; — le differenze di sesso ed età ne additano le varietà accidentali; — il padre e la madre impersonano l'autorità; — le singole attitudini e vocazioni fisio-psichiche dei figli, rivelano la personale libertà.</p>
          <p>Essa, colle sue successive generazioni, alimenta nelle nazioni il duplice senso della conservazione e del progresso. È scuola di idee e di virtù, le quali poi si rifrangono nel consorzio civile: scuola di responsabilità nel comando per i genitori, di obbedienza per i figli, di amore sino al sacrifizio per tutti. Donde la coscienza di s<hi rend="italic">olidarietà</hi> per il bene <pb n="2.97" /> comune, ivi raffermata dal sangue, dalla intimità di vita e dagli interessi materiali. </p>
          <p>Ed <hi rend="italic">economicamente</hi>?Meglio se ne ritrae l'importanza dalle risultanze storiche, con questa proposizione: ricostituita dal cristianesimo la famiglia, questa <hi rend="italic">creò una vera economia privata autonoma e vitale</hi>, a cui con reciproco ricambio si trovò sempre avvinta la economia sociale in tutti i successivi momenti della civiltà.</p>
          <p>Tutta l'economia sociale del medio evo, di questa gioventù dell'ordine sociale cristiano, poggiava sulla base ampia dei gangli domestici, cioè su famiglie numerose, soffolte da enti che ne erano le propaggini vegete ma distinte, le comunanze campagnole, le consorterie nobiliari, i Collegi dell'Arti. Per legge storica di progresso, fin d'allora da questa economia domestica, quasi ad accrescerne la libertà spirituale, si staccarono, dolorando come da viscere materne, le imprese autonome; ma non senza che nella piccola officina si continuasse per più secoli fra maestri e compagni la intimità dell'industria familiare; né senza reclamare oggi stesso che l'industriale sui moltiplicati operai della fabbrica moderna riprenda un patronato, che rinnovelli lo spirito della famiglia patriarcale (Le Play). — Le svariate e oltrepotenti società di commercio odierne rinvennero il primo e classico tipo nelle <hi rend="italic">società in nome collettivo</hi> fra i membri <pb n="2.98" /> della famiglia medioevale. — Il regime della partizione dei beni familiari patrimoniali nei nostri Comuni segnò le grandi linee della distribuzione della ricchezza sociale nella nazione. — E la oculatezza delle famiglie repubblicane operose nell'economia medioevale, al paragone del fasto dissipatore della aristocrazia oziosa di Filippo II e di Luigi XIV, misurò il crescere e il decadere dei grandi Stati.</p>
          <p>Oggi stesso la intensità della crisi sociale in Europa ed America risale alle radici prime dell'economia privata familiare. Invero — le preoccupazioni lucrative che soffocano le virtù morali educatrici nelle famiglie borghesi; — il languore, lo sfruttamento, la scomparsa del lavoro a domicilio, le donne e i fanciulli dispersi nelle fabbriche, la precarietà e la dispersione dei redditi giornalieri nelle famiglie popolane; — l'individualismo disgregatore della domestica unità ed armonia in tutte le classi; — infransero il nucleo vigoroso e saldo della famiglia contemporanea. La quale non oppone più alcuna virtù di resistenza, né dispiega alcuna funzione moderatrice di fronte al vortice di una economia sociale che tutto travolge compresa se stessa, e forse prepara una economia socialistica, in cui i beni sarebbero allivellati e accomunati al pari delle famiglie. Ma di ciò a suo tempo.</p>
          <p>Organi sociali: ‒ <hi rend="italic">Unioni gentilizie, stirpi,</hi><pb n="2.99" /><hi rend="italic">nazioni, società universale</hi>. –<hi rend="italic"> Classi, convivenze territoriali, città e campagna.</hi></p>
          <p>Diconsi <hi rend="italic">organi sociali</hi> «le consociazioni e convivenze umane, determinate dal bisogno di curare e svolgere una somma di interessi collettivi, distinti da quelli privati della famiglia e da quelli pubblici dello Stato, e perciò propri della società universale». Organi sociali propriamente detti, confusi all'origine coll'organismo domestico e politico, i quali vengono con processo laborioso e secolare ad assumere, in forma autonoma, proporzioni e complessità crescenti.</p>
          <p>Qui tosto una distinzione. Nelle popolazioni orientali, per una serie di circostanze convergenti, venne per lo più a grandeggiare lo Stato negli storici imperi dell'Asia centrale, e quivi gli organi sociali, specialmente le classi, nel loro sviluppo subiscono più profonde influenze provenienti dall'autorità, le quali attraggono e stringono a sé fortemente quegli enti intermedi ai poteri pubblici; e quelli partecipano alla grandiosità e resistenza di questi, ma perdono di elasticità e autonomia. Invece nelle popolazioni occidentali frazionate e dislocate nelle lunghe trasmigraazioni fino alle sedi europee, l'accentramento politico essendo ritardato, — la genesi degli organi sociali procede spontanea dai nuclei familiari e dai gangli più ristretti e localizzati delle popolazioni. Sono <hi rend="italic">due leggi di formazione organico-sociale,</hi> che contrassegnano <hi rend="italic">due civiltà,</hi> l'una a tipo <pb n="2.100" /> gentilizio-autoritario, l'altra individualistico e libero (Cantù, Balbo). È questo secondo tipo che meglio rivela il processo embriologico della società.</p>
          <p>La società gentilizia. – La <hi rend="italic">gens</hi> latina (la «Sippe» ted., la «sept» irland., il «clan» scozz., la «zadruga» slava), ossia il gruppo delle famiglie derivate, le quali staccatesi da quella patriarcale mantengono tuttavia fra loro in grazia della consanguineità una certa intimità di rapporti, è la matrice per mezzo della quale si effettua il passaggio dalla vita domestica a quella di Stato, preparando fra queste due l'ordito della vita collettiva. Scorgesi infatti, storicamente, la società gentilizia — rinfrancare da un canto le singole famiglie autonome da cui risulta, mercé una <hi rend="italic">solidarietà</hi> più estesa nella difesa, nelle obbligazioni, nel culto di ciascuna, — e da un altro, mercé i capi delle stesse famiglie raccolti insieme, esercitare le funzioni d'ordine pubblico nelle prime assemblee politiche.</p>
          <p>Precisamente da questa solidarietà, allargata successivamente a serie sempre più numerose di famiglie, anche allora che è smarrita la traccia di una prossima genealogia, — solidarietà che, originata dai doveri del sangue, continua per la comunanza di interessi sempre più generali, specialmente (ecco l'elemento economico) pel diritto fra le famiglie della <hi rend="italic">gens</hi> alla coltivazione periodica degli appezzamenti <pb n="2.101" /> sorteggiati dei terreni in proprietà collettiva (distinta da quella familiare) — derivò la virtù fomentatrice delle più svariate e tenaci forme di consociazione e convivenze sociali. Dalle società gentilizie uscirono per gradi in tutta Europa le università rurali (comunanze), le vicinie o società di villaggio, le convivenze tutte territoriali (comuni civici e rurali, cantoni, ecc.).</p>
          <p>Le stirpi o razze umane. – 1. Dai gruppi gentilizi, moltiplicatisi alla lor volta, ma che fra loro mantengono la memoria di un remoto ceppo comune, attestato estrinsecamente da specifiche qualità corporee (colore della pelle, angolo facciale, statura, ecc.) quasi, stigmate fisiche sorridenti a longeve lor vicende comuni, derivano le <hi rend="italic">razze</hi> o <hi rend="italic">stirpi</hi>.Gruppi etnici pertanto distinti per caratteri prevalentemente fisici, ma che involgendo ancora un senso di solidarietà di vicende storiche, compongono frattanto un nuovo organo specifico della immensa famiglia umana; del quale non e difficile ricercare la genesi nel nesso coi fattori stessi economici.</p>
          <p>2. Forse che il Creatore non abbia deposto nell'uomo elementi e semi di accidentali varietà, che sotto date influenze vengono a svolgersi con fenomeni duraturi? Fra queste influenze contasi certamente il <hi rend="italic">clima</hi> e il <hi rend="italic">territorio</hi>.L'antropometria e l'etnografia statistica (Quetelet, Ratzel, Firks) misurano l'azione delle sedi montane o pianigiane sulla struttura corporea o delle zone climatiche sulle popolazioni odierne. Quali maggiori impressioni <pb n="2.102" /> somatologiche non dovevano esercitare sopra la giovane umanità quelle stesse cause, avuto specialmente riguardo — ad una natura esteriore allora selvaggia ed oltrepotente (la terra coperta quasi del tutto da foreste, stagni e paludi sterminate, animali mastodontici), — ed alla incapacità umana di schermirsi, in quei primordi della civiltà, senza le cognizioni ed i mezzi dell'arte ancor bambina (indumenti, abitazioni), dagli influssi deleteri del clima? Sta bene che l'uomo in certe regioni assorgesse rapidamente (come avvertimmo) a miglioramenti tecnici, ma frattanto poteva rimanere insensibile sullo stato corporeo l'alloggio sulle palafitte lacustri o all'aperto, flagellato da soli tropicali e da piogge torrenziali? — Col progresso stesso si aggiunsero modificazioni morfologiche accidentali, <hi rend="italic">acquisite con determinati esercizi fisici</hi>.Oggi riscontrasi tutte le professioni lasciare tracce o fisiologiche o morfologiche (malattie) sugli operai; quanto più gli esercizi o straordinariamente rudi o secolarmente uniformi di generazioni dedite alla caccia, alla pastorizia, alla pesca? E soprattutto quali differenze fisiche fra gli abiti corporei di popolazioni presto fattesi sedentarie in climi snervanti come i cinesi o quelle durate per millenni nella vita vagabonda e aggressiva, come le razze turaniche dell'altopiano di <pb n="2.103" /> Gobi? E in tempi più avanzati sopravvengono le cause differenziali della <hi rend="italic">agiatezza</hi> o della <hi rend="italic">miseria</hi>,della <hi rend="italic">morigeratezza</hi> o del <hi rend="italic">mal costume</hi>,che oggi stesso lasciano impronte così varie e visibili fra ceti e popoli integri ovvero corrotti. </p>
          <p>3. Quale meraviglia che si formassero spiccate differenze tipiche, le quali poi una legge di trasmissione ereditaria tende talora fra elementi omogenei a perpetuare, tal'altra per innesti eterogenei a modificare; dando luogo così a stirpi primarie e derivate? La importanza di questa costituzione di organi etnici (comunque elementari) non può sfuggire; sarebbe lo stesso che asserire che la formazione di tre famiglie distinte (fra gli arii occidentali) latina, germanica, slava, non abbia avuto alcuna parte nella storia di Europa.</p>
          <p>Ma nelle razze si celano ancora i primi germi delle differenti attitudini economiche specie nel lavoro manuale fra i popoli. Vi ha qualche cosa di connesso all'organismo fisico nella minuziosa squisitezza del lavoro cinese o giapponese, come fra noi nella spigliatezza dell'operaio francese ed italiano, al paragone delle mosse misurate del tedesco nerboruto. E v'hanno anche, nella moderna Europa, razze sane e degenerate che pesano diversamente sulla bilancia della produzione.</p>
          <p>Le nazioni. ‒ 1. Bensì le varie attitudini fisiche <pb n="2.104" /> delle stirpi non mai si scompagnano da qualche <hi rend="italic">predisposizione psichica</hi>;e nell'anima dei francesi, dei belgi, dei germani noi riconosciamo ancora i caratteri di quelle razze, già scultoriamente descritte da G. Cesare e Tacito; e taluno (Fairbain) nella genialità idealistica e sentimentale dei francesi e degli irlandesi moderni addita una sopravvivenza della razza celtica, fra le più antiche e colte dell'Europa occidentale.</p>
          <p>Ma arriva un momento nella storia che <hi rend="italic">que' distintivi fisici</hi> di una razza si trovano <hi rend="italic">assorbiti da quelli dello spirito</hi>,traducendosi, ben meglio che nelle differenze della pelle o della ampiezza del torace, con una particolare maniera <hi rend="italic">di pensare</hi>, <hi rend="italic">di sentire e di operare</hi>;e allora la razza si eleva <hi rend="italic">a nazione</hi>.Momento decisivo nel quale le razze si suddistinguono in popoli o meglio in nazioni; e si matura un <hi rend="italic">novello organo sociale</hi> di ben altra importanza nella civiltà. Perocché la nazione — pur mantenendo le sue radici nel precedente <hi rend="italic">fatto fisico della razza —</hi> normalmente si rinsalda mercé la sede fissa su determinato <hi rend="italic">territorio</hi> (meglio se fra confini naturali, come la Spagna e l'Inghilterra, l'Italia) e mercé un <hi rend="italic">governo</hi> proprio tradizionale, — ma si afferma soprattutto colla <hi rend="italic">coscienza di una speciale missione</hi> nell'incivilimento. Triplice elemento della nazionalità, fra cui però è quello spirituale, che in seno alla razza ancor indeterminata insinua una nuova virtù unificatrice, la quale crea <pb n="2.105" /> l'anima di un popolo e con essa la nazione. Tanto è vero, che questa è «vincolo di anime in ordine ad uno speciale fine civile», che vi hanno popoli in cui è indistruttibile il sentimento di nazione, sebbene non abbiano un territorio definito nei suoi confini come la Polonia, o vi imperassero governi molteplici per più secoli come l'Italia, o contengano nel proprio seno elementi di razze differenti come celti, gallici e normanni nella Francia.</p>
          <p>Perciò stesso gli statistici computano i partecipi ad una stessa nazionalità dalla lingua parlata (e non più dal sangue che scorre nelle vene), appunto perché questa esprime il pensiero e il sentire di un popolo e segue le vicende delle sue idealità pratiche. Noi fummo nazione allorché Dante unificò la nostra lingua; gli Stati Uniti lo saranno quando gli immigranti di ogni razza parleranno tutti anglosassone; e un paese perde l'essere di nazione, non già quel dì che perde la indipendenza politica, ma quando dimentica la propria lingua.</p>
          <p>2. Ma con ciò torna evidente che l'<hi rend="italic">essere di nazione</hi> èsostanzialmente il <hi rend="italic">prodotto di una educazione storica</hi>,in virtù di una serie di avvenimenti che unificano gli ideali, le aspirazioni, gli affetti di un popolo: — per l'Italia il fatto per cui il cattolicesimo e il pontificato hanno ripreso la missione civile dell'antica romanità nel mondo, — per gli spagnoli otto secoli di battaglie contro gli arabi, — per i germani le <pb n="2.106" /> lotte da Enrico IV a Federico II per emanciparsi dalla egemonia latina.</p>
          <p>Così il formarsi di una nazione, nel seno più ampio della razza, dipende dalla genesi, in un gruppo distinto di essa, di una <hi rend="italic">comune coscienza civile</hi>, di cui spetta al sociologo apprezzare la funzione ed importanza. Per noi basti accennare come essa si accompagni presto o tardi alla formazione di una <hi rend="italic">coscienza economica nazionale</hi> cioè alla convinzione di una speciale comunanza di interessi materiali. Allora colla unità morale di al popolo coincide la unità economica.</p>
          <p>3. Tale coscienza economica soggettiva, pertanto, trova il suo sustrato ed alimento nel fatto obbiettivo di una «<hi rend="italic">economia nazionale</hi>»,cioè «nella formazione reale di un sistema di rapporti d'interesse materiale, il quale si distingue per spiccati caratteri da quello di altri popoli». Essa è la risultante complessa — delle condizioni speciali del <hi rend="italic">territorio</hi>,e delle particolari predisposizioni della <hi rend="italic">stirpe</hi>, cui si aggiungono la varia <hi rend="italic">struttura organica e psichica</hi> della società, la composizione demografica, le forme concrete del diritto, delle istituzioni politiche, della cultura intellettuale, morale, religiosa, e del corrispondente costume in ampio senso, <hi rend="italic">quali si svolsero storicamente</hi> nel suo incivilimento; — in quanto tutto ciò sia venuto a ripercuotersi nell'assetto enella vita economica di quel giro di popolazione. L'economia nazionale raffigura pertanto un tutto armonico di interessi, — in <pb n="2.107" /> cui si assommano tutte le economie private (personali e domestiche), le economie di classe (superiori, medie, inferiori) e le economie locali (di città, di campagna, di zone continentali e marittime) di un vasto paese — e in cui i tratti distintivi della propria fisionomia riproducono a vario grado quelli della vita spirituale superiore (cultura, religione, governo), e si fondono reciprocamente. Come tale essa risulta <hi rend="italic">un prodotto storico</hi> per eccellenza; che mentre presenta un tipo distinto da quello di altri paesi, — determina nella popolazione certe tendenze, consuetudini, abilità tradizionali nell'esercizio dei propri interessi materiali, — e a lungo andare insinua «la convinzione che il rispettare e svolgere quelle tendenze e vocazioni torna vantaggioso al bene comune di quella popolazione e agevola l'adempimento della sua stessa missione nella civiltà avvenire». Allora la nazione viene a significare la somma dei suoi interessi spirituali e materiali insieme.</p>
          <p>IMPORTANZA. – L'importanza a questo punto dell'<hi rend="italic">organismo nazionale</hi>,quale illustrarono sociologi, giuristi, ed economisti della scuola storica, fra questi ultimi Roscher, Knies, Wagner, Schmoller, Pesch, appare evidente.</p>
          <p>1.<hi rend="italic"> Socialmente</hi> la nazione è la più matura e salda forma di coesione fra tutti gli organi da cui risulta la società universale, perché compendia nella pienezza del <pb n="2.108" /> proprio sviluppo e fusione tutti gli altri elementi vitali dell'umana convivenza. È l'organo sociale per eccellenza, con cui l'umanità, con varietà di forme concrete e di virtù operative, prende parte all'attuazione della civiltà, ciascuna giusta la propria missione come drappelli di diversa consistenza e attitudine, i quali ascendono per differenti sentieri allo stesso culmine. Si comprende quale moltiplicazione di energie per una popolazione importi e sostenti la coscienza e dignità di nazione. Genti che non assurgono a nazione, non hanno storia dietro di sé, non hanno avvenire davanti a sé.</p>
          <p>Ma <hi rend="italic">economicamente</hi> (ciò che qui interessa), la nazione è adatta a recare al più alto grado la sua potenza di produzione. Ciò per la convergenza (dietro una comune idea di solidarietà) delle forze del suo territorio, della educazione e tradizioni delle sue classi, e per l'adattamento opportuno delle sue leggi e della sua politica di Stato. A certi momenti l'onore nazionale o l'emulazione con altre nazioni o l'ambizione di egemonia del proprio paese sprigionano forze sconfinate in un popolo e decidono del suo primato economico in un momento storico decisivo. È la storia di Francia sotto Enrico IV, di Inghilterra <pb n="2.109" /> sotto Elisabetta, oggi della Germania. Del resto la nazione compone il circolo di consumo della produzione indigena che appresta la normale capacità di assorbimento di essa; e quindi il prossimo e più sicuro mercato dei propri scambi. Guai a un popolo che produce quasi esclusivamente per altre nazioni, e vive quasi affatto di traffici esterni remotissimi, e perciò incerti e vacillanti, senza questa solida base di operazione. È la ragione giustificativa a certi momenti delle dottrine protezioniste; perché senza intensificare la ricchezza all'interno, non sarebbe possibile la espansione all'estero. Essa suggerisce oggi (e da lungo tempo) ai nord-americani di chiudersi nel proprio bacino per bastare a sé stessi nel loro piccolo mondo (microcosmo), per poi avanzarsi con più audacia alla conquista del mondo grande. Così la nazione è la scala naturale e storica per salire alle relazioni umane universali.</p>
          <p>2. Per ciò la costituzione organica della nazione e della corrispondente economia nazionale <hi rend="italic">non si matura in forma autonomo-sociale, che tardivamente</hi>.In tutta l'antichità raramente vi ha il fatto e la coscienza di nazione, distintamente dall'idea di Stato politico; appena con eccezione nella nazionalità greca, legata all'alto sentimento della propria cultura, e negli ebrei per la coscienza religiosa di essere il <hi rend="italic">popolo eletto</hi> da Dio per un fine superiore, separato da quello di ogni <pb n="2.110" /> altro. L'età medioevale parlò di continuo di nazioni o popoli nei primi secoli, ma ciò era inteso nel senso genealogico-fisico, come stirpi figliate da un medesimo ceppo; e già G. Cesare annoverava da 300-400 <hi rend="italic">populi</hi> nella Gallia. Più tardi al tempo dei Comuni si passò da una <hi rend="italic">economia civica</hi> di un salto ad una <hi rend="italic">economia cosmopolita</hi>,dietro lo spirito di universalità ispirato dal cattolicesimo e mercé le relazioni commerciali che da que' centri cittadini si irradiavano a tutto il mondo allor conosciuto. — Ma la coscienza di <hi rend="italic">nazione</hi> in senso moderno non si educò che al cadere dell'evo medio (sec. XV) e nei due secoli XVI e XVII, e prima al di là dell'Alpi che fra noi. Molto vi contribuì la <hi rend="italic">politica economica</hi> chiusa del mercantilismo e l'affermazione della onnipotenza di Stato, in mezzo agli stessi abusi. Anche economicamente la nazione francese si costituì soltanto al tempo di Enrico IV per merito di Sully, e quella inglese per gli atti di navigazione di Cromwell e di Carlo II e per le leggi di Elisabetta. La Germania non iniziò una vera economia nazionale che con Federico II (sec. XVIII), e meglio alla metà del secolo XIX con List e lo «Zollverein». L'Italia non ha formata ancora (vedi il contrasto fra nord e sud), colla fusione dei propri interessi, la sua economia nazionale.</p>
          <p>Società universale. – Ma attraverso le singole <hi rend="italic">nazioni</hi> si arriva alla <hi rend="italic">società universale</hi>, rispetto alla quale dopo le cose predette, possono porsi questi postulati <pb n="2.111" /> positivi: — la società universale non risulta da rapporti fra individui (o sodalizi privati) e il genere umano nel mondo. È questa la falsa concezione dell'enciclopedia del secolo XVIII e dell'individualismo del secolo XIX. La stessa società universale è un <hi rend="italic">organismo mondiale</hi>, le cui parti compositive sono le <hi rend="italic">razze</hi> e le <hi rend="italic">nazioni,</hi> le quali, con varietà di atteggiamenti e gradi di sviluppo indefiniti, coesistono nel globo; sicché <hi rend="italic">varietà</hi> e <hi rend="italic">graduazione</hi> ne sono qui pure elementi integranti. — Anzi normali rapporti, che conferiscano alla solidarietà del bene comune, non si possono intrecciare efficacemente fuorché fra popoli che sieno <hi rend="italic">costituiti in nazione</hi> (nel senso territoriale e giuridico-politico detto più sopra), e collegati almeno remotamente dal <hi rend="italic">concetto unificatore di civiltà universale</hi>;e a condizione che in tale concetto si dispieghi (come fra le classi superiori e inferiori all'interno) una funzione, non già utilitario-sfruttatrice, bensì di <hi rend="italic">educazione o tirocinio civile</hi>,che dalle nazioni più progredite si eserciti in favore delle più arretrate; di che dicemmo parlando della emigrazione. — Infine, economicamente, può affermarsi che una economia internazionale è destinata ad essere sempre instabile e forse dannosa, se essa non poggi sopra una serie di robuste e mature economie nazionali. È questa la tendenza odierna. Ma di ciò basti per ora.</p>
          <p>
            <pb n="2.112" /> Le classi. – I. Se le <hi rend="italic">gentes</hi>,razze, nazioni, sono organi sociali <hi rend="italic">estensivi</hi>,nel senso che sono connessi con una espansione nello spazio della popolazione, le classi sono organi sociali <hi rend="italic">intensivi</hi>,che rappresentano una graduazione dall'alto in basso della popolazione in gruppi gerarchici. Le <hi rend="italic">origini prime</hi> stanno nella <hi rend="italic">varietà</hi> e <hi rend="italic">graduazione</hi> accidentale delle <hi rend="italic">facoltà fisico-psichiche</hi> umane, da persona a persona. Questa causa interiore individuale sta al fondo di ogni graduazione esteriore umana; e già vedemmo la gerarchia anche nella famiglia. Ma quali le cause generatrici, le funzioni ed importanza delle classi nel consorzio civile?</p>
          <p>Certamente nel processo genetico dei vari organi sociali, questo delle classi appare più che mai sconvolto e falsato da fattori fortuiti (gli avventurieri nella società), dalla violenza (i prepotenti che si impongono), dall'abuso delle leggi stesse (i privilegi ai favoriti) fin dalla più remota antichità. È questo il teatro dove troppo spesso e a lungo la storia porge il triste spettacolo della prevalenza dei forti coll'asservimento dei deboli. Basti ricordare la schiavitù delle moltitudini sotto le classi dominatrici, riprodottasi e incancrenita per millenni.</p>
          <p>Ma quali sono le cause positive <hi rend="italic">normali</hi> della formazione delle classi?</p>
          <p>2. In tale quesito riceve una solenne smentita il <pb n="2.113" /><hi rend="italic">materialismo storico</hi>,quando pretende che sempre ed esclusivamente le differenze di classe abbiano origine dalla ricchezza ossia da cause economico-materiali (C. Marx, Loria, Sombart).</p>
          <p>Dovunque riscontrasi a ragione di tempo, comporsi <hi rend="italic">molto prima e con grandezza di sviluppo storico le classi morali-civili</hi>,adibite particolarmente alle funzioni più elevate della convivenza sociale, quelle della religione, del diritto, della cultura, soprattutto quelle (in cui tutte le altre spesso si fondono) politiche o di Stato. Esse sorgono pertanto in virtù <hi rend="italic">del principio di autorità,</hi> di cui sono o si considerano ministre per diritto proprio (p. e. le caste sacerdotali) o per delegazione di un monarca, dal quale sono chiamate a condividere l'esercizio del potere imperante e coattivo della società (p. e. classi di militari, di legislatori-filosofi, di funzionari amministrativi). E per esse la ricchezza è l'emolumento o il premio delle loro funzioni morali civili; ricchezza che esse si appropriano o che il principe (in cui si reputa concentrarsi ogni diritto) loro compartisce, come conseguenza della posizione superiore sociale (classe) che già posseggono, e come mezzo all'esercizio di essa. Certo la ricchezza vi apporta un sostrato materiale di stabilità e permanenza solidissime, ma essa è il munimento di quelle classi, non già il fulcro e la leva.</p>
          <p>
            <pb n="2.114" /> Questo concetto generatore di una gerarchia sociale, derivante non da titolo economico ma da funzioni autorevoli (morali-civili), giganteggia da remotissime età nelle classi ieratiche, militari, burocratiche di Egitto, dell'India, degli imperi asiatici. Ma si riproduce in forme rudimentali nelle tribù germaniche, ove i ceti superiori hanno il primo germe nei comitati ossia nei compagni d'arme più valorosi attorno al re, o nelle più antiche e benemerite famiglie patrizie fondatrici dello Stato di Roma nel Lazio, o negli anziani ed ottimati nel governo civile di varie città elleniche. Superstruttura di classi provenienti dall'alto, che in condizioni sociali pur tanto differenti, sotto nuove forme ricomparisce nel medio evo colla gerarchia feudale, la quale possiede potere e proprietà insieme, in virtù di una investitura di autorità del sovrano; e più tardi nel rinascimento colla nobiltà di corte, creata dall'assolutismo politico, colle munificenze principesche, coi privilegi di Stato.</p>
          <p>Grande fatto storico codesto della formazione anticipata e continuata di ceti superiori morali civili; la quale attesta la necessità razionale e positiva di <hi rend="italic">talune funzioni dirigenti</hi> del vivere collettivo, coordinate alla autorità; nelle quali queste classi trovano la loro genesi e la loro giustificazione, secondo una legge sociologica costante.</p>
          <p>
            <pb n="2.115" /> 3. Tuttavia in quella stessa costituzione gerarchica sociale dell'antichità, fondata sulla autorità dello Stato — nella quale alle classi dominatrici fornite di ogni diritto e potere (cittadini), tutti gli altri servivano mercé la schiavitù, si interponevano (ciò che spesso si dimentica) per la natura stessa delle cose altri elementi (tollerati o sfuggenti a quell'ordinamento artificioso) di lavoratori semi-liberi, di coloni, di industriosi e trafficanti; — e questi, che già raggiunsero certo sviluppo in Grecia, fra i fenici, a Babilonia, più ancora che in Roma, furono i germi delle <hi rend="italic">classi economiche;</hi> in cui la ricchezza da loro stessi prodotta diviene il piedistallo e la forza della propria elevazione.</p>
          <p>Il cristianesimo riconsecrando e spiritualizzando i fini della società e dello Stato nonché il principio di autorità in Dio, legittimò la gerarchia delle <hi rend="italic">classi morali-civili</hi>, come organi di attuazione dei beni superiori nelle umane convivenze, le quali n'ebbero elaterio e prestigio. Ma la maggiore sua originalità, di fronte ai tempi pagani, fu quella di aver dato <hi rend="italic">una base legittima, permanente ed estensibile senza limite alle classi economiche</hi> propriamente dette, fondate sull'attività produttrice di ricchezza. Fu il risultato, legittimo nell'ordine sociale, della <hi rend="italic">religione del lavoro</hi>, per cui si formò una seconda gerarchia sociale, che trasse d'allora in poi la sua origine immediata, non già da un atto autorevole dell'alto, bensì dalle <hi rend="italic">energie personali risalenti dal basso</hi>;gerarchia, la quale provenendo <pb n="2.116" /> dalla ricchezza come punto di partenza, perviene bensì ad acquisire alla fine autorità morale, civile, politica, ma come conseguenza e riflesso di quella e perciò come termine di arrivo. Donde nei secoli della civiltà cristiana lo svolgersi successivo di classi lavoratrici erette sul lavoro manuale, prime ad annunziarsi all'alba del cristianesimo (il nome di <hi rend="italic">operaio</hi> fin dalle catacombe), di classi industriali e mercantili (di ricchezza mobile) figlie di intelligente intraprendenza, maturatesi nell'età medioevale e moderna, e di classi agricole fondiarie (di ricchezza immobiliare) dispositrici della terra, non più a titolo politico, ma per virtù di iniziative personali e di migliorie redentrici del suolo.</p>
          <p>Questo processo storico, che abbraccia due epoche, anzi due civiltà, sembra fecondo di importanti induzioni, intorno ad uno dei più complessi quesiti di sociologia (la genesi delle classi), cui non basteranno gli studi di più generazioni a sciogliere positivamente (L. Stein); ma a cui frattanto apportarono contributi pregevoli Schäffle, Simmel, Champagny.</p>
          <p>Induzioni storiche. ‒ 1. Tale processo storico rivela che la distinzione delle classi deriva in prima dalla molteplicità dei fini sociali concreti (altra espressione della finalità nella vita) di cui due serie fondamentali, che non spariranno <pb n="2.117" /> giammai: — i fini <hi rend="italic">morali civili</hi> (<hi rend="italic">spirituali</hi>) dell'umana convivenza, la vita religiosa etica, la cultura, l'ordine giuridico-politico, — e i fini <hi rend="italic">economici materiali</hi>,l'acquisto dei mezzi utili della ricchezza serventi alla umana convivenza.</p>
          <p>Differenza obbiettiva di fini, alla quale viene ad accomodarsi, a seconda di corrispondenti varietà accidentali soggettive dei singoli che vi si adibiscono, <hi rend="italic">due gruppi fondamentali di classi di differente specie e grado</hi>.Ma nell'ordine di tempo, prima si svolgono con forme organiche spesso poderose le classi morali-civili; e ciò per la <hi rend="italic">eccellenza</hi> e <hi rend="italic">necessità</hi> indeclinabile dei loro uffici per la società e per lo Stato, rivestendosi del prestigio ed autorità di <hi rend="italic">ceti dirigenti</hi>,a cui gli altri ceti (senz'uopo di supporre sempre la violenza) volontariamente si sottomettono per essere protetti e guidati dai più capaci. Ciò spiega il sorgere anticipato di caste sacerdotali (caste ieratiche), di nobiltà di uffici civili (satrapi, ottimati, mandarini, filosofi), di aristocrazie militari, che sotto l'una e l'altra forma grandeggiano in oriente, si ripetono in Grecia e a Roma, ed anche fra i germani. E tanto più si rinsaldano, in quanto, per l'autorità stessa giuridico-politica di cui trovansi munite, attribuiscono a sé la proprietà territoriale e subordinano coattivamente le forze di lavoro (le moltitudini), assicurandosi così le condizioni economiche con cui meglio dispiegare le loro funzioni superiori.</p>
          <p>
            <pb n="2.118" /> L'anticipare pertanto per importanza delle classi <hi rend="italic">civili-politiche</hi>,ritarda la costituzione di classi autonome <hi rend="italic">economiche</hi>,le quali anzi non si svolgono sistematicamente che nel medio evo cristiano.</p>
          <p>2. Ma entro questi due gruppi fondamentali di classe, come viene a formarsi ogni singola classe elementare?</p>
          <p>Certo <hi rend="italic">la coscienza della propria eccellenza personale</hi>,per forza fisica, per ingegno, per virtù, per qualunque superiorità innata od acquisita, sotto forma spesso di prepotenza, di orgoglio, di cupidigia, ma non mai disgiunta da un concetto di capacità a fare il bene altrui, e quindi dal sentimento latente di <hi rend="italic">doverlo</hi> fare e di avere il <hi rend="italic">diritto</hi> di farlo, in virtù di una legge morale superiore, — è la spinta la quale solleva i più eletti sopra la comune degli uomini.</p>
          <p>Ma la superiorità personale diviene superiorità di classe dietro la tendenza di ampliare e perpetuare la propria azione (ecco l'espansione sociale), <hi rend="italic">per via di associazione</hi> o <hi rend="italic">volontaria</hi> o <hi rend="italic">gentilizia</hi>.Il primo caso si avvera nei ceti intellettuali e morali, per cui tutti gli elementi affini uniti dalla coscienza di avere una vocazione autorevole, talora di origine divina, si stringono con mutuo vincolo morale (che spesso diviene giuridico) per fungere e continuare collettivamente la propria missione. Così le caste ieratiche dell'antichità; e similmente gli ordini religiosi nel cristianesimo; e in certo senso l'intera gerarchia ecclesiastica nel cattolicesimo; e talora alcune <hi rend="italic">scuole filosofiche</hi> fondatrici di comunità di vita (i pitagorici).</p>
          <p>
            <pb n="2.119" /> Il secondo caso può aversi più normale ed è caratteristico della civiltà occidentale. Qui generalmente la specificazione e gerarchia che preesiste fra gli individui di ogni famiglia, si proietta nella società, mediante l'associazione gentilizia (o parentela). Le famiglie singole, che già per entro alla complessa famiglia patriarcale aveano una certa divisione di uffici, di difesa, di culto, di lavoro, distaccandosi da quella per comporre la associazione parentale (o <hi rend="italic">gens</hi>),tendono a continuare in questa più larga sfera fra i consorti, ognuna il proprio precedente ufficio; — e proseguendo tale proposito, di mano in mano che la <hi rend="italic">gens</hi> diviene tribù e infine nazione, si formano in questa le distinte classi sociali colle loro indefinite specie e graduazioni organiche.</p>
          <p>3. A rassodare i nuovi organi di classe si aggiungono altri fattori: — la <hi rend="italic">generazione</hi>, fattore fisiologico, per cui ogni nuova classe tende a trasmettere le proprie funzioni sociali nei discendenti; tendenza comune alla nobiltà di uffici civili, alla aristocrazia dell'armi, come agli esercenti di ogni arte, sempre e dovunque; — poi le <hi rend="italic">tradizioni</hi>,fattore storico che collega colla educazione, colla consuetudine, colle esperienze accumulate, le generazioni passate alle <pb n="2.120" /> presenti, sicché ogni classe ha la sua storia, che vi apporta rispetto e virtù dirigenti; — infine la <hi rend="italic">solidarietà,</hi> fattore psichico, che è convinzione di avere una distinta funzione nella società, dal cui esercizio dipende il bene generale di quanti vi sono addetti, coordinato al bene generale; e che si traduce in una comunanza sentita di ideali, doveri, diritti, la quale sospinge e regge la operosità collettiva; fattore che compendia tutti gli altri e forma la <hi rend="italic">coscienza di classe</hi>.Questo «esprit de corps» temprava l'anima delle classi fondiarie nobiliari dell'«ancien régime», per l'oblio del quale, più che per l'abolizione dei privilegi, esse si disciolsero. Le classi capitaliste moderne, anche in un regime di libertà, devono il loro predominio alla comune aderenza ad alcuni principi di condotta sociale e politica, la quale ne assicurò il predominio. E masse di operai che condividono le stesse condizioni liete e tristi del lavoro, divengono classe solo quel dì che acquistano la convinzione della propria speciale importanza nel corpo sociale, cioè quando si forma in esse la <hi rend="italic">coscienza</hi> di speciali doveri, diritti ed interessi. L'educare una retta coscienza in quelle classi è anzi il problema dell'indomani.</p>
          <p>4. Ma nella formazione delle classi il <hi rend="italic">fatto economico</hi> ha una parte decisiva, come in nessun altro processo organico sociale. Esso vi interviene in più modi caratteristici.</p>
          <p>
            <pb n="2.121" /> Fornisce le condizioni materiali di esistenza e prosperità alle classi morali-civili, che direttamente per sé non creano la ricchezza. Ed ecco l'attribuzione di patrimoni o redditi o emolumenti, che lo Stato fece per secoli a quelle classi dirigenti spesso coordinate al proprio ordinamento politico; nell'antichità orientale, come nel feudalesimo medioevale, come nella nobiltà di corte delle monarchie moderne. Ed ecco il partecipare delle odierne professioni liberali alla ricchezza delle classi produttrici, come compenso delle prestazioni che quelle rendono a queste (retro-distribuzione). </p>
          <p>Ulteriormente, fornendo un piedistallo a quella seconda gerarchia di ceti, i quali, dedicandosi immediatamente alla produzione della ricchezza, compongono le <hi rend="italic">classi economiche</hi> propriamente dette; moltiplicando in queste (e di rimbalzo nelle altre) le occasioni a varie, profonde e incessanti modificazioni nell'essere e nella vitalità. </p>
          <p>E tre serie di distinzioni di classi ne derivano: —l'una rispetto alla <hi rend="italic">forma di esercizio</hi> della attività economica; e così spuntano e si incalzano tante classi distinte quante <hi rend="italic">specie di industrie</hi> si costituiscono e succedono nel progresso economico, classi agricole, manifattrici, minerarie, marittime, mercantili, ecc.; —l'altra per la <hi rend="italic">qualità della proprietà</hi> di cui sono dispositrici, in ispecie le classi fondiarie e capitaliste, <pb n="2.122" /> frazionate in più sottospecie. — Infine per il <hi rend="italic">grado di mezzi economici</hi> di cui sono fornite, procedendosi dalla dovizia alla povertà all'indefinito; ma di cui due gruppi caratteristici stanno agli estremi, gli <hi rend="italic">abbienti</hi> forniti di un patrimonio e i <hi rend="italic">nullatenenti</hi>,forniti soltanto della propria facoltà di lavoro (intellettuale o manuale). Suddivisioni di classi, che seguono non solo la produzione, ma il riparto e i consumi della ricchezza; e per cui (circostanza decisiva) ogni vicenda della vita economica risale a modificare e spesso a sconvolgere l'assetto organico delle classi sociali.</p>
          <p>Alle quali azioni dirette del fatto economico seguono altre influenze, che da questo per riflesso si espandono sopra le classi, — insinuando in queste certi abiti psichici che sono connessi col possesso o meno della ricchezza, ovvero col grado di benessere economico, o infine colla specie della attività materiale; i quali abiti, intrecciandosi alle predisposizioni soggettive delle classi stesse e ad altre cause morali, ne raffermano le rispettive <hi rend="italic">virtù civili</hi>. E così — le classi fondiarie e agricole, legate al suolo, alla stabilità e regolarità delle sue leggi, attingono da esso lo spirito dell'ordine civile e quindi dell'autorità; — i possessori della ricchezza mobile, impiegata nelle industrie e nei commerci mercé le proprie abilità personali, il senso di progresso e di libertà; — mentre <pb n="2.123" /> alla presenza di grandi moltitudini lavoratrici, che vivono sul frutto del proprio sudore, è connessa nella società intera la sollecitudine per gli interessi essenziali dell'umanità e la virtù di sociale carità. La tempra psichica o morale di una nazione dipende, pertanto, fino a certo punto dal vario contemperamento delle sue classi e delle rispettive virtù. È un aspetto importantissimo della psicologia sociale nel suo nesso coll'economia.</p>
          <p>Degenerazione e ricostituzione delle classi. – Bensì questa legge di formazione normale delle classi trovasi, fin dall'origine della civiltà, accompagnata da cause di degenerazione, per lo più con queste tendenze: — di <hi rend="italic">incentrare in una sola classe dominatrice</hi> le funzioni sociali dirigenti ed i rispettivi diritti e benefici economici, <hi rend="italic">escludendone</hi> tutti gli altri. È la negazione della gerarchia sociale, che al di sotto di quella dominatrice organizzata e privilegiata, non riconosce che <hi rend="italic">moltitudini</hi>,come la plebe in Roma, destituita all'origine di ogni esistenza organica; senza dire di intere popolazioni spogliate anche di diritti personali privati mercé la schiavitù. — Quando pure si riconoscono più classi fra loro graduate, la tendenza di <hi rend="italic">chiudersi ciascuna nel proprio ciclo artificiale</hi>,impedendo il reciproco trapasso dall'una all'altra. È non solo il regime delle <hi rend="italic">caste</hi> chiuse di alcuni paesi orientali (o ieratiche, o burocratiche, o militari) che si <pb n="2.124" /> protrasse fino a tempi recenti anche nel Giappone; ma che si perpetuò, attenuato sotto forma di privilegi speciali nei <hi rend="italic">tre stati</hi> dell'«ancien régime», nei «lords» inglesi, nella nobiltà feudale germanica, austriaca, russa, fino ai dì nostri; e che tentò sempre di riprodursi anche fra i ceti mercantili coi monopoli del secolo XVII, o fra gli artigiani dei Collegi dell'Arti sotto il mercantilismo. È l'irrigidirsi artificioso della gerarchia sociale. — La tendenza, anche allora che rimane (di fatto o di diritto) libera la costituzione e trasfusione delle classi, di <hi rend="italic">tramutare la reciproca emulazione in lotta di classe</hi>.Sono quelle che si dispiegano in Roma per l'acquisto graduale del diritto pubblico in favore della plebe, e che stanno al fondo di parecchie vicende degli ordinamenti socialisti di Grecia o ben più tardi nella rivoluzione dei paterini, (sec. XIII) o dei contadini sotto Wykliffe (sec. XIV), o degli anabattisti sotto T. Münzer (sec. XVI), senza dire dell'età contemporanea.</p>
          <p>Cause di ristorazione. – 1. Di fronte a questa patologia quasi congenita degli arti sociali, può estimarsi il succo rigeneratore, che vi ha innestato il cristianesimo.</p>
          <p>La gerarchia sociale fece rientrare nel concetto di <hi rend="italic">ordine morale</hi>,voluto da Dio e rispecchiato nel cosmo ove tutto è varietà e gradazione. Gli uomini (già nell'<hi rend="italic">Ecclesiaste</hi>) sono eguali davanti a Dio; ma il Signore <pb n="2.125" /> nella profondità della sua sapienza li ha separati ed <hi rend="italic">ha distinte le loro vie</hi>.Perciò, consacrando una legge di natura «la formazione e funzione delle classi poggiò <hi rend="italic">sul dovere</hi> di ognuno (e così di ogni gruppo sociale) di contribuire con libere e meritorie attività, in proporzione della specie e grado delle proprie attitudini, all'attuazione di quest'ordine sociale per il bene comune». Nel Vangelo i servi buoni e fedeli, che avevano colla propria abilità raddoppiato i cinque, quattro, due talenti ricevuti, vengono dal padrone encomiati e premiati; l'inerte, che il talento nascose nella fossa, fu, come servo inutile ed iniquo, riprovato.</p>
          <p>2. Questo principio del dovere proporzionale e solidale, predicato a tutte le classi e ribadito in mille guise cogli esempi, fu come soffio creatore passato sugli arti atrofizzati della latinità pagana e su quelli rudimentali della germanità.</p>
          <p>Tutte le forze vive di qualunque specie e grado, capaci di rendere un servigio distinto alla società, pareggiate nel dovere proporzionale, lo furono anche nel <hi rend="italic">diritto di costituirsi con debita graduazione nella dignità di classe autonoma</hi>. E col titolo giustificativo comune di una <hi rend="italic">attività utile</hi> ai fini sociali, sia essa di pensiero o di braccio, trovarono posto e consacrazione le classi morali-religiose nella gerarchia ecclesiastica, le classi politico-militari nel feudalesimo, le <pb n="2.126" /> classi dotte nelle università non solo; ma inoltre, con grande novità rispetto all'evo antico, mercé una intensa <hi rend="italic">glorificazione</hi> del lavoro economico, levaronsi con fiotti incalzanti i ceti della borghesia mercantesca, degli artigiani laboriosi, dei coloni campagnoli, ricostruendo <hi rend="italic">ex novo</hi> la piramide della società medioevale, incardinata sulle classi (Gierke, Kurth, Périn).</p>
          <p>In nome di un <hi rend="italic">dovere morale</hi> (dato a comunità di uomini che vogliono liberamente), <hi rend="italic">l'attività generatrice delle classi doveva essere meritoria cioè libera</hi>.Il concetto di libertà si trovò così gradualmente congiunto a quello di attività di ogni specie, compreso il lavoro materiale (dopo millenni che si identificava colla servitù); e fra le tendenze sorviventi o rinascenti anche nell'età cristiana (specie nel cadere dell'età di mezzo, nel rinascimento e nella riforma) verso la vita chiusa, privilegiata, regolamentare delle classi, — esso sempre rimase nella civiltà occidentale a ravvivare la fioritura della gerarchia sociale, incitando tutte le superiorità ad elevarsi, tutte le iniziative ad affermarsi colle associazioni, tutte le energie ad espandersi e trasfondersi fra tutti i ceti. Titolo massimo della propria e collettiva elevazione divenne (non tanto l'autorità dall'alto) ma il <hi rend="italic">merito personale</hi>:le virtù e l'ingegno che l'ultimo popolano solleva ai più alti gradi della dignità <pb n="2.127" /> ecclesiastica, le benemerenze civili che ringiovaniscono di nuovi elementi la nobiltà inglese, la intraprendenza economica, che già nei nostri Comuni il villano del contado in poche generazioni recava al sommo della borghesia grassa coi Peruzzi, cogli Alberti, coi Medici; e che oggi in Europa ed America, con circolo vertiginoso dal basso in alto, sospinge la vita espansiva della gerarchia sociale.</p>
          <p>Urti e conflitti di classe segnarono l'ore sanguinose, anche nell'evo cristiano, della abolizione della servitù colla «jacquerie» francese (1358) e colla guerra dei contadini (1525), dell'avvento al potere delle Arti minute nel tumulto dei Ciompi (1378), della distruzione della nobiltà e del trionfo del terzo stato (1789) in Francia, dell'emancipazione degli schiavi bianchi nelle campagne e nelle città industriali in Inghilterra nei primi del secolo XIX, e della proclamazione ed attuazione della lotta sistematica da parte del proletariato contro il capitalismo, a cavaliere dei due secoli XIX e XX. — Ma non più si smarrì totalmente in Europa il <hi rend="italic">sentimento del dovere di tutte le classi, specie delle superiori verso la società</hi>;ed anco nel pervertimento dell'«ancien régime» era proverbiale il motto che <hi rend="italic">tutte le classi servono al pubblico bene</hi>,il clero colla preghiera, la nobiltà colla spada, la borghesia colla borsa. Né le più gloriose migliorie conseguite fra le classi furono il risultato di quelle violenze; ma ben <pb n="2.128" /> più del sentimento cristiano di giustizia e carità da parte delle superiorità sociali in pro dei ceti inferiori, col patronato del signore feudale, colle affrancazioni dei servi da parte della Chiesa, coi Collegi degli artigiani e colle libere associazioni fra le moltitudini. Ed oggi la ricostruzione in classe del proletariato non si annunzia già come il risultato probabile di una <hi rend="italic">lotta catastrofica</hi> a danno del capitalismo, ma come il premio di una <hi rend="italic">legislazione operaia</hi>,la quale riproduca l'antica armonia cristiana dei ceti superiori e inferiori, sulla base del riconoscimento della autonomia delle classi rispettive.</p>
          <p>Importanza. – Da tutti i precedenti spicca l'importanza della gerarchia delle classi.</p>
          <p>La classe è l'organo necessario della costituzione sociale. Si può dispogliarlo del riconoscimento giuridico e di superfetazioni orbose; non distruggerlo. L'età contemporanea tolse ogni privilegio alle classi e credette abolirle; invece trovasi alle prese col fatto di due classi gigantesche, cioè coll'impero della classe capitalistica, e colla gestazione convulsiva della classe operaia.</p>
          <p>Le classi, col loro sistema gerarchico, sono il mezzo normale di assicurare alla vita sociale il suo perfezionamento. È sulle spalle della propria classe, che le individualità migliori più agevolmente si afforzano e si elevano; e di là possono efficacemente influire sul <pb n="2.129" /> bene generale. Quanto più vario e libero sarà il ricambio fra esse, tanto più attivo il progresso civile.</p>
          <p>La divisione economica del lavoro ha la sua prima matrice nella divisione sociale delle classi; e ambedue si avvantaggiano di reciproci sussidi. Il tipo statico e la energia dinamica della economia di un popolo si abbarbicano alla costituzione, intreccio, vitalità delle sue classi sociali.</p>
          <p>Le convivenze territoriali. – <hi rend="italic">Campagna e città.</hi> 1. Intendonsi per quelle «un insieme di mutue relazioni umane connesse col fatto della <hi rend="italic">dimora</hi>»<hi rend="italic">.</hi> Or bene, come dall'insediarsi di un popolo sopra un territorio proprio piglia origine la maggiore convivenza sociale che è la <hi rend="italic">patria</hi>,la quale dà saldezza all'organismo di nazione, altrettanto, nel giro di essa, il disegnarsi di minori sfere di convivenze si dispiega con sensibili effetti sociali ed economici. Tali i villaggi, le province, le regioni, spontanee sedi territoriali di valore civile prima che amministrativo. Ma nulla pareggia l'importanza della distribuzione demografica fra <hi rend="italic">città</hi> e <hi rend="italic">campagna</hi> e quindi fra popolazione urbana e rurale. Momento decisivo per ogni popolo è quello in cui di mezzo alla distesa campagnola viene a sorgere e torreggiare la <hi rend="italic">città</hi>,cioè una conglomerazione di genti e di rispettive dimore in un punto del territorio, nella quale per la contiguità stessa del soggiorno vengono a insinuarsi abitudini e coscienza di una distinta e più <pb n="2.130" /> elevata funzione di civiltà. <hi rend="italic">Duplice elemento materiale e psicologico,</hi> in cui quest'ultimo è preponderante; sicché nell'India, Cina, Russia, nel nostro Napoletano, vi hanno grossi addensamenti di abitazioni e di uomini, che tuttavia serbano tipo ed abito di campagna; e invece minori centri come quelli di Toscana e d'Italia del nord, che hanno spiccata impronta e spirito di città.</p>
          <p>2. La importanza della città rispetto alla campagna nell'incivilimento e nella stessa economia (in cui si distinsero Summer Maine, Ratzel, Curtius, Maurer, Hansen) meglio risulta dallo studio dei fattori storici che concorrono a formarla. E brevemente si può premettere che la cagione remota delle conglomerazioni cittadine sta nel sentimento umano di <hi rend="italic">socialità</hi>,icui benefici meglio si conseguono, ove più intimi sieno i contatti della dimora; sicché maggiore è già la spinta al progresso laddove (per circostanze di suolo e di clima) più addensate sieno sul territorio le popolazioni; come da remota età nella Mesopotamia, ove sorse la prima città (Babel). Ma in generale per millenni la convivenza tipica umana è quella del <hi rend="italic">villaggio</hi>, tuttora persistente in India, Cina, nell'Africa centrale; trasferita in Europa cogli arii occidentali, e quivi perdurante specie fra i germani. In Gallia ai tempi di Cesare i 400 popoli vivevano distribuiti in gran <pb n="2.131" /> numero di villaggi e la vita caratteristica del villaggio («Gau») per i tedeschi non si dileguò che negli ultimi due secoli del medio evo (Schmoller).</p>
          <p>Fattori storici. ‒ 1. Fra i fattori prossimi della formazione di città precedono nel tempo le cagioni <hi rend="italic">politico-militari</hi> di conservazione collettiva. Più palese è il fenomeno dove grandeggiano le monarchie, come nell'Asia centrale e in Egitto, in cui le città massime, le capitali, sorgono per atto imperativo di sovrani e conquistatori, col doppio intento di costituirvi un centro di dominazione interna e di resistenza strategica esterna; ciò che si ripete dovunque, collocando, trasferendo, atterrando, ricostruendo le città in quei luoghi e modi che a queste esigenze supreme rispondano. Così Babilonia e Tebe colle loro mura e torri gigantesche; così il trasferirsi della capitale fra i persiani da Ninive a Persepoli e poi a Susa. Ma altrettanto fra antiche popolazioni od oligarchiche o democratiche: gli etruschi sedentari (forse orientali) rizzano le loro città federate colle loro mura ciclopiche sulla vetta dei monti, e fra popolazioni guerriere il loro stanziamento è segnato dalla fondazione della città, che ha forma primitiva di accampamento con vallo (<hi rend="italic">castrum</hi>)come <hi rend="italic">Roma quadrata</hi>;specie fra i germani, più lenti a ridursi a vita stabile e civica (non prima del medio evo), le prime città sorgono dai <pb n="2.132" /> quaranta <hi rend="italic">castra</hi> già presidi del dominio latino; e nell'Europa feudale è all'ombra del castello che spunta il borgo (distinto dalla villa). Anzi la moltiplicazione di città sembra ognora privilegio di principi e popoli, che hanno il genio dell'<hi rend="italic">imperium</hi>.Così Filippo ed Alessandro disseminarono le città dalla Macedonia alla Grecia e fino all'Indo. Così Costantino, per difesa contro le minacce orientali trasferisce la capitale a Bisanzio, e Teodosio a Milano contro le invasioni barbariche. E altrettanto Carlo Magno fa sorgere Aquisgrana, a cavaliere del suo dominio di Gallia e Germania; Barbarossa ad affermazione di sua potenza rade al suolo Milano, e a rivendicazione dei suoi diritti la lega lombarda vi erige di contro Alessandria; fino a Filippo II, che a raffermare l'accentramento della Spagna e della sua monarchia, fonda Madrid.</p>
          <p>2. Nulla di più certo di queste ragioni politiche nella genesi delle città, destinate ad essere campi trincerati e sedi di governi. Ma il <hi rend="italic">fattore religioso</hi> vi si accoppia, o congiuntamente o distintamente. —Talora le religioni nazionali pongono lor templi e tabernacoli nelle capitali; e il tempio di Gerusalemme è esso stesso una fortezza posta sull'altura, perduto il quale fu più volte vinta e dispersa la nazione di Israele e di Giuda. — <pb n="2.133" /> Tal'altra religione e culto dispiegano forze autonome accentratrici, fondando città religiose distinte da quelle politiche, Dehli in India, Tokio al Giappone, Delfo in Grecia, Mosca in Russia. E nel cristianesimo la genesi e la storia civile della città si confonde con quella delle chiese parrocchiali (specie in Inghilterra), o delle sedi episcopali (specie in Italia e Francia), dovunque con quella dei monasteri; e in una città, Roma, si collocò e si mantiene da 19 secoli il governo religioso del mondo.</p>
          <p>3. Costituitisi questi centri cittadini di attrazione (o politici o religiosi) sorvengono <hi rend="italic">cagioni sociali</hi> ad ingrossarli. Si dispiega il secolare moto concentrico d'inurbamento. Intorno ai primi centri o militari o burocratico-amministrativi, o sacerdotali, confluiscono e si agglomerano le classi aristocratiche e doviziose, gli uomini d'ingegno e colti e gli avventurieri politici, a fruire di quella più diretta protezione delle armi e delle leggi, delle influenze di casta, delle frequenti occasioni di eccellere e di far pompa di sontuoso metodo di vita; tratti caratteristici di tutte le grandi città antiche, che sono il ritrovo di ogni superiorità sociale e civile, e divengono ritrovi del sapere e del vivere squisito, da Atene di Pericle e da Roma imperiale ad Alessandria d'Egitto. Elementi di incremento urbano, cui si aggiungono (con fenomeno originale che determina la rinascita delle nostre città medioevali) il popolo campagnolo, transfuga <pb n="2.134" /> dalla gleba servile, che vi accorre a ricercarvi non tanto il pane quanto libertà personale e civile.</p>
          <p>4. <hi rend="italic">E il fattore economico</hi>?Certo esso è inscindibile dalla costituzione e vita della città; ma dagli stessi precedenti storici risulta che vi tenne per secoli una parte o affatto eccezionale o subordinata alla azione anticipata e preponderante degli altri fattori. L'eccezione vale per certi empori commerciali, che si immedesimarono fin dall'antichità con talune città del golfo Persico, della Co1chide, dell'Egitto, in ispecie della Fenicia, ove Cartagine contava 700 mila abitanti, cifra che forse di poco superò la rivale Roma al tempo di Augusto (Beloch) .</p>
          <p>Ma la regola è offerta da quelle città politiche per eccellenza, che economicamente non erano che ingenti centri di consumo e di godimento, non già di produzione nell'ampio e multiforme senso moderno; in cui si addensavano appena artefici e venditori di prodotti suntuari, e poi pubblicani, appaltatori, prestatori usurai, clienti politici (l'ordine dei cavalieri), nonché grandi masse di plebe e schiavi (forse <hi rend="bold">⅔</hi> del totale), per fruire delle briciole cadenti delle accumulate ricchezze e della assistenza pubblica (<hi rend="italic">panem et circenses</hi>),non già classi industriali e lavoratrici. Roma è stata sempre una vorace consumatrice a spese del mondo intero.</p>
          <p>5. Quale fattore di agglomerazioni cittadine, l'elemento economico apparisce ben distinto e spiccato soltanto nel medio evo e affatto dominante appena nell'età moderna; occorrendo che si costituissero prima in forma autonoma <pb n="2.135" /> quelle che dicemmo <hi rend="italic">classi economiche</hi>,e che poi ad esse le vicende del progresso tecnico e civile vi dessero <hi rend="italic">mobilitazione</hi>.</p>
          <p>Ciò si avverava per la prima volta nella civiltà occidentale, in quella magnifica fioritura di vita cittadina che fu l'età comunale in tutta Europa e prima in Italia; fatto solenne maturatosi attraverso tre momenti storici: — la diuturna incubazione di popolazioni artigiane e agricole attorno ai monasteri, ove fecero il tirocinio di ogni specie di industrie dal secolo VI all'XI, — il distaccarsi graduale delle moltitudini lavoratrici dalle sedi campagnole verso le antiche città latine, ove sorviveano, sotto la protezione dei vescovi, tradizioni delle arti romane, o verso centri nuovi a ricercarvi affrancazione dal dominio feudale (donde i nomi di Villafranca, Castelfranco, Francavilla), dal secolo XII al XV; — infine la simultanea costituzione in questi recinti di nuovi Collegi dell'Arti, che a quegli industriosi e mercanti assicurassero diritti di classe autonoma, di fronte al ceto rurale da cui erano usciti.</p>
          <p>Ciò in generale; salvo però che anticipassero, nella origine prima e nello sviluppo poderoso, per ragione di ubicazione sulle grandi linee del traffico col carattere di empori commerciali, alcune città marittime, Venezia, Amalfi, Pisa, Genova, Palermo, Costantinopoli, Marsiglia, Barcellona, ed altre terrestri come Milano e soprattutto Firenze, il massimo ganglio mercantile e monetario del medio evo. E salvo ancora che intere nazioni <pb n="2.136" /> spostassero alquanto questo momento critico di sviluppo di città; altre precedendo come l'Italia, altre seguendo con più lento passo come Francia (con Troyes, Lyon, Parigi) e le Fiandre (con Bruges), poi Inghilterra (coi celebri suoi borghi), infine Germania (Strasburgo, Münster, Norimberga e le città anseatiche).</p>
          <p>Questo periodo medioevale pose le basi della costituzione civica dei popoli europei, in cui l'elemento economico apparisce per la prima volta come un coefficiente importante e normale. La <hi rend="italic">popolazione urbana</hi> pertanto venne a risultare di classi artigiane e mercantili formanti il sustrato dei ceti superiori civili-politici, avvalorate da proprie associazioni dell'arti e da crescenti presidi giuridici di vita libera e democratica. Di fronte ai quali contorni tipici si delinea vieppiù la fisionomia della <hi rend="italic">popolazione rurale</hi> coi suoi tratti caratteristici, composta di coltivatori e lavoratori prevalentemente agricoli, radicati alla campagna, con duplice forma o di <hi rend="italic">dimora collettiva</hi> in villaggio («Dorfsystem») o di <hi rend="italic">dimore isolate</hi> sul podere («Hofsystem », o fattorie, le <hi rend="italic">villae</hi> romane), più antiche quelle <pb n="2.137" /> e connesse col regime dei beni collettivi, più recenti queste e strette al sistema di libere proprietà private (Roscher, Inama-Sternegg, Meitzen); popolazione costituita in classe rudimentale per l'uso di possessi comuni, con proprie consuetudini giuridiche, e soggetta a vario grado al diritto e all'azione giuridico-politica delle classi fondiarie sovrastanti.</p>
          <p>Così la costituzione organica di città e campagna in ogni suo rispetto erasi nettamente definita nel medio evo, non accentrando però quella (la città) nell'Europa civile più del 10, 20%, e raramente le maggiori città (forse appena Venezia, Milano, Firenze) toccando o superando i 100 mila abitanti; sicché la popolazione era pur sempre diffusamente insediata (Rogers, Schmoller, Bücher). Le successive vicende fra popolazione urbana e rurale non furono che l'effetto del vario atteggiamento dei fattori civili-politici e del fattore tecnico-economico. Nei tre primi secoli dell'età moderna l'<hi rend="italic">afflusso dei campagnoli in città</hi> fu preparato dalla distruzione legale, specie nei paesi protestanti, della classe colonica autonoma («yeomanry», «Bauernstand») origine del proletariato, trattenuto però in parte sul suolo dal rincrudimento di vincoli feudali e servili. Ma nel secolo XIX esso precipitò vertiginoso per effetto della trasformazione tecnica industriale e agraria, della proclamata libertà di insediamento, e soprattutto (dal 1845-50) dalla <pb n="2.138" /> diffusione delle reti stradali e dei mezzi di comunicazione anche interni. Immensa rivoluzione, che dette un predominio assoluto e universale alle cause economiche nel fenomeno dell'odierno <hi rend="italic">inurbamento</hi>,il quale spopola le campagne colla ipertrofia delle città; sicché l'Europa occidentale conta oggi il 46% di popolazione civica (da 2000 abitanti in su), e la Gran Bretagna il 65% (Sundbärg). Ma di ciò nel corso della economia.</p>
          <p>Importanza e funzioni. ‒ 1. Nel rispetto sociologico città e campagna raffigurano <hi rend="italic">forme di specificazione</hi> demografico-sociali determinate dalla sede, che procedono parallele alla genesi di certe classi, e le cui funzioni si integrano reciprocamente. Spetta alla <hi rend="italic">città</hi>,per il fatto di più numerosa ed intima consociazione e per la sua genesi storica: — di esplicare più maturi e pieghevoli ordini civili politici; — una maggiore varietà ed emulazione di classi civili, morali, economiche in ispecie di quelle più intraprendenti; — una maggiore elevatezza e intensità di vita spirituale e di cultura. E così nella storia la città ha una funzione di iniziativa e di diffusione del progresso sotto tutte le forme. Tale funzione nell'incivilimento è trionfalmente attestata da Roma antica, che riuscì a dominare e assimilare a sé negli ordini politici e nelle leggi un mondo intero; da Atene che irradiò la sua cultura sopra tre continenti; e modernamente da <pb n="2.139" /> Venezia e Firenze, che ispirarono tanta parte della civiltà europea nell'evo medio (Balbo, Tommaseo).</p>
          <p>2. La <hi rend="italic">campagna</hi> invece rimane a rappresentare, coll'isolamento delle famiglie o di gruppi collettivi: — il sentimento di saldezza degli organismi elementari della società; — gli interessi essenziali e permanenti dell'umanità, come quelli del suolo cui questa è abbarbicata; — il culto delle consuetudini e tradizioni sotto la tutela della autorità imperante. In una parola ha ufficio di conservazione fisica, morale, politica.</p>
          <p>Di qua si dipartono le generazioni per le conquiste del progresso; e quivi ritornano affaticate o corrotte a ritemprarsi. Sempre dalla zolla si traggono i forti soldati; e nei momenti solenni per un popolo si tolgono i Cincinnati dall'aratro, i Washington dai piantatori della Virginia, i Bismarck, Windthorst e i Moltke delle pianure dell'Hannover e del Brandeburgo. E la Gran Bretagna protrae la sua felice evoluzione sociale e politica, alternando il governo della nazione tra le mani della borghesia civica e dei signori della terra («Lords»).</p>
          <p>3. Dalla proporzione pertanto fra popolazione civica e campagnola dipendono la struttura e lo spirito di una nazione; e certo oggi stesso segnano diversi gradi di civiltà l'India con 9, la Russia con 13, l'Inghilterra con 70% di popolazione urbana, <pb n="2.140" /> rispetto a quella rurale. Dal mutuo ricambio fra città e campagna deriva la normale circolazione della vita fisica e morale; guai se fisiologicamente le stirpi sane e feconde della campagna non scendessero a colmare i vuoti della sterilità e della corruzione nelle città; e guai se l'egoismo campagnolo trionfasse, non contemperato dall'altruismo espansivo delle moltitudini urbane. Anzi la emulazione fra quelle due opposte convivenze fu sempre impulso a grandi progressi civili, come quelli seguiti alla lotta fra le democrazie riparate dentro le mura dei liberi Comuni e il feudalesimo trincerato nei castelli della campagna.</p>
          <p>4. La nostra scienza non potrebbe prescindere da tale duplice ambiente; ma di più essa vi scorge <hi rend="italic">due distinte economie</hi>,una <hi rend="italic">civica</hi>,l'altra <hi rend="italic">rurale</hi>,egualmente necessarie allo sviluppo normale della ricchezza: l'una di produzione delle materie prime ed alimentari, fondata sulla natura e sulla proprietà immobiliare, l'altra di elaborazione di prodotti accessori ma indefiniti, eretta sul lavoro personale e sulla ricchezza mobile; e raccomandate rispettivamente a due serie di ceti agricolo-fondiari e industriali-mercantili. Ove manchi questo dualismo fra città e campagna l'economia rimane sempre bambina e stagnante, come quella de' germani fino al sec. XII dell'era nostra. Il sorgere <pb n="2.141" /> della città rappresenta la crisi dello sviluppo economico, in ispecie per virtù della classe commerciale, che dalle città inizia la sua funzione di precorritrice dei progressi in tutta l'economia nazionale e internazionale.</p>
          <p>Proporzione ed emulazione feconde di forze economiche tanto più decisive in quanto possono degenerare in forma patologica. Perché fra economia civica e rurale si cela un contrasto naturale: la città ha bisogno di prodotti alimentari, che essa non crea, e che la campagna (per la legge di produttività decrescente del suolo) tende ad offrirle a prezzi rincariti; la campagna ha bisogno di capitali, che essa per i limitati redditi non può risparmiare, e che la città, abituata ai lauti profitti dell'industria e dei traffici, non le fornisce che a condizioni onerose. Il contrasto non è insolubile; ma per il concorso di circostanze particolari esso può divenire acuto e ruinoso. Nella storia dei Comuni in guerra colla feudalità si può in parte scorgere un conflitto fra ricchezza immobiliare e mobile: e al di dietro dell'odierno rivolgimento delle classi lavoratrici e del socialismo, si cela forse una lotta silenziosa e profonda fra ceti fondiari e capitalisti, fra campagna e città (Petrone).</p>
          <p>Istituzioni pubbliche. ‒ <hi rend="italic">La tribù. Lo Stato. La Chiesa</hi>.Sono <hi rend="italic">organi sociali rivestiti di autorità pubblica</hi>,e quindi associazioni aventi a vario grado carattere giuridico-imperante; perocché nella storia <pb n="2.142" /> apparisce che ogni associazione reca con sé un principio di sovranità od <hi rend="italic">imperium</hi> (H. Spencer). Dicesi a vario grado, perché nella genesi storica delle pubbliche istituzioni elementi organici di varia maturità entrano a comporle; di cui la <hi rend="italic">tribù</hi> è generalmente il primo nucleo, e la <hi rend="italic">Chiesa</hi> il complemento come organismo pubblico internazionale. Trattasi ora in particolare di additare per cenni come il fatto economico concorra alla formazione della società politica, e se questa sullo sviluppo di quello si ripercuota (Schmoller, Summer Maine, Gneist, Périn, Pesch).</p>
          <p>La tribù. ‒ 1. Se lo Stato (come avvertimmo) rinviene il suo embrione nella grande famiglia patriarcale, esso <hi rend="italic">prossimamente esce dalla società gentilizia</hi> (la <hi rend="italic">gens</hi>,la «Sippe», il «clan»); ente intermedio, che per la derivazione da un ceppo comune ritrae del carattere privato, e per l'esercizio di funzioni che trascendono gli scopi familiari assume ancora una fisionomia pubblica; raffermando la propria esistenza autonoma (intorno ad una famiglia originaria) mercé l'insediamento in un punto del territorio, ciò che dà luogo alla prima agglomerazione locale, la <hi rend="italic">comunità di villaggio</hi> (<hi rend="italic">vicus</hi>)colle sue prime relazioni di vicinato; la quale comunità villereccia sembra universale presso ogni razza che abbia raggiunto una relativa stabilità, e certo è caratteristica delle stirpi arie, dall'India a tutta Europa (Summe Maine).</p>
          <p>
            <pb n="2.143" /> Col moltiplicarsi di queste società gentilizie (e rispettivi villaggi) in una sfera alquanto più estesa, – esse fanno luogo ad una complessa consociazione in vari gruppi di tre (le fratrie di Grecia), di 12, 24, 48 e più spesso di un <hi rend="italic">centinaio</hi> di famiglie, quasi reminiscenza di drappelli in stazioni militari, quali sono le <hi rend="italic">centene</hi> (forse i <hi rend="italic">cantoni</hi> degli ebrei in Palestina, le <hi rend="italic">centurie</hi> latine, «hundred» degli anglosassoni, «Hunderschaft» dei tedeschi); — e ulteriormente in un territorio più ampio e meglio delimitato (la <hi rend="italic">marca</hi>)<hi rend="italic">,</hi> riesce al coordinamento ulteriore di più <hi rend="italic">centene</hi> in una <hi rend="italic">tribù</hi>,che sembra il primo nocciolo organico di vita pubblica in questo processo ontogenetico dello Stato. La tribù si trova quasi dappertutto, in Israele, nel Lazio, presso i germani; e il suo carattere di <hi rend="italic">ente pubblico</hi> èdato dalle funzioni politiche che adempie, dispogliandosi più in più degli uffici privati familiari degli organismi gentilizi.</p>
          <p>2. A rinsaldare questo nocciolo della <hi rend="italic">tribù</hi> contribuiscono gli altri fattori, che anche altrove vedemmo cemento di solidarietà. Il <hi rend="italic">culto domestico</hi> (lari, penati) e poi del parentado (<hi rend="italic">sacra gentilitia</hi>)diventa <hi rend="italic">culto pubblico</hi> o <hi rend="italic">di Stato</hi>,per lo più degli eroi comuni ad una razza. Altrettanto l'<hi rend="italic">elemento economico della terra</hi>;emembri della tribù sono i <hi rend="italic">liberi</hi>,che non soltanto coll'armi e col consiglio concorrono alla difesa degli interessi comuni, ma che insieme hanno diritto <pb n="2.144" /> alla terra, ad una proprietà privata (l'«Hof», la <hi rend="italic">curtis</hi>)e alla coltivazione di una proporzione a sorte della zona dei beni collettivi (della marca), nonché all'uso comune della zona (non coltivabile di bosco, pascolo, stagno), di cui la tribù si considera investita perennemente a pro di tutti (comunanze), inizio dei beni demaniali dello Stato.</p>
          <p>3. Ad attestare poi il carattere pubblico di questo organismo stanno le <hi rend="italic">assemblee della tribù</hi>,a cui partecipano tutti i liberi aventi diritti privati e pubblici cioè gli atti alle armi, e in cui si decidono degli interessi politici, guerre, paci, migrazioni, giustizia punitiva; — mentre le riunioni gentilizie di villaggio hanno carattere amministrativo di polizia e di condivisione periodica dei beni collettivi fra il vicinato; — e quelle delle centene curano per ogni gruppo l'uso dei pascoli comuni e la raccolta in armi (si marciava in guerra come si sedeva in pace): sicché i supremi uffici della sovranità ricadono alle convocazioni periodiche dell'intera tribù (nei campi di maggio) o della federazione di più tribù, dove comparisce alla testa il re, eletto fra le famiglie più antiche e nobili. Roma, ritraendo questo ordinamento primitivo in forma più matura, ci presenta similmente (nella costituzione di Servio Tullio) i <hi rend="italic">comizi curiati</hi>,composti dei capi famiglia di ciascuna <hi rend="italic">gens</hi>;capi i quali, serbando tradizioni di comune parentela, di <pb n="2.145" /> uffici e di ricchezza, divengono il gruppo nobiliare dirigente l'intera tribù col nome di curia, più tardi di senato. Poi i <hi rend="italic">comizi centuriati</hi>,i quali, risultando di rappresentanti eletti di gruppi convenzionali di famiglie (le centene) già per scopo militare ed economico, col modificarsi degli ordinamenti perdono di importanza. Ma la costituzione politica di Roma si aggira sul cardine dei <hi rend="italic">comizi tributi</hi> cioè sulla totalità della popolazione libera del piccolo Stato (tribù), la quale personalmente interviene a quella assemblea e che, diminuita all'origine di facoltà per il prevalere di que' primitivi ceti nobiliari (che escludevano dai diritti politici la popolazione inferiore nullatenente), mercé i tribuni della plebe consegue poi con mirabile evoluzione storica la pienezza dei diritti politici, ascendendo alle magistrature e trasformando il governo aristocratico in democratico (Fustel de Coulanges).</p>
          <p>4. Questa è la prima tappa nella formazione dello Stato, che talora si arresta alla comunità di villaggio (India e Cina) ma per lo più si concreta nella tribù. Gli ulteriori svolgimenti pigliano poi due direzioni, riuscenti a <hi rend="italic">due grandi tipi opposti</hi>;e ciò sotto la combinata influenza della demografia (elemento associativo-umano), della genesi delle classi (elemento gerarchico) e del concetto di autorità (elemento etico-giuridico unificatore).</p>
          <p>In oriente e nell'Egitto, dove per favori di suolo e clima si moltiplicano rapidamente le popolazione, e si rende quindi più necessaria <hi rend="italic">la potente forza unificatrice della sovranità politica</hi>,e questa per <pb n="2.146" /> anticipata cultura intellettuale e morale si trova sorretta da poderose classi sacerdotali e di pubblici ufficiali, anticipano e grandeggiano le monarchie dinastiche e le costituzioni gentilizie di classe, interrompendo la genesi intermedia che dal villaggio va allo Stato accentratore. Dove invece per <hi rend="italic">la dispersione di piccoli gruppi demografici</hi>,come fra gli arii migranti all'occidente, non si sente bisogno di un grande potere centrale, né si adergono in esse classi di alta cultura etico-giuridica, che rafforzino l'autorità dall'alto, lo Stato svolgesi dal basso attraverso forme intermedie, che sono una evoluzione dei primi nuclei delle <hi rend="italic">gentes</hi> e delle tribù. Il duplice procedimento si delinea nettamente come due leggi sociologiche di civiltà.</p>
          <p>Lo stato accentratore. ‒ <hi rend="italic">Antichità orientale e classica. –</hi> 1. Il saggio tipico di un grande Stato unitario è offerto dalla Cina, ove un imperatore, figlio del cielo, si aderge <hi rend="italic">ab immemorabili</hi> al di sopra di una moltitudine di minuscole comunità familiari e di villaggio; ed ivi l'atrofia degli organi sociali sembra completa. — Similmente in Egitto, ove le dinastie dei faraoni si innalzano e si perpetuano sul dorso di remotissime e poderose classi sacerdotali guerriere <pb n="2.147" /> e burocratiche, le quali sostentano la massima potenza accentratrice che conosca la storia. — L'organizzazione giuridica (di diritto consuetudinario) delle classi in India con genesi storica, che va da 1400 a 500 anni a. Cr. (dopo la conquista aria sopra la razza negra) perviene anzi, sotto l'azione penetrante religioso-ieratica, al regime di <hi rend="italic">casta</hi>.E questo regime col triplice carattere, di <hi rend="italic">specificazione</hi> in gruppi distinti di popolazione per funzioni pubbliche e professioni private, del <hi rend="italic">divieto dei matrimoni</hi> fra i vari gruppi, e di <hi rend="italic">ereditarietà</hi> delle rispettive condizioni sociali e civili, — si insinua dappertutto, dalle caste dei sacerdoti e dei guerrieri scendendo con ramificazioni minute fino alla base del popolo (esclusi i sudra), e si protrae attraverso i secoli modificandosi di continuo ma perpetuandosi nella sostanza, sicché anche oggi ogni località conta più decine di caste, e Madras oltre 300 (censi. ingl. 1872). Ma tale complesso sistema cristallografico di caste, se ivi difficulta l'unità del grande Stato, sicché una volta l'India ebbe un impero, rimanendo del resto divisa in più Stati e regoli («rajah») come oggi sotto l'alta dominazione inglese, esso compose pure quel poderoso organismo giuridico-sociale di classi, da cui non si staccò mai lo Stato. E del resto somiglianti organizzazioni di classi superiori politiche (se non interamente chiuse in caste), facenti capo per lo più ad un monarca <pb n="2.148" /> accentratore, incontransi fra assiri, medi, persiani, negli imperi antichi del Messico e del Perù, e fino ad ieri nel Giappone.</p>
          <p>2. Tanto è irresistibile sullo Stato fra popoli crescenti la influenza dell'<hi rend="italic">elemento monarchico e gentilizio</hi>,che Roma stessa, sebbene appartenga originariamente ad un opposto ciclo storico, pure ricade infine verso il tipo degli <hi rend="italic">imperi orientali</hi> coi loro ordinamenti accentratori, dietro il succedersi delle proprie classi dominanti. — <hi rend="italic">Patrizi e sacerdoti</hi> della primitiva costituzione gentilizia formarono una lega fortemente chiusa, di fronte all'ascendere dellaplebe. Fin dai tempi di Servio Tullio la <hi rend="italic">classe media</hi> economica bensì, in mezzo a quella, introduce nella costituzione l'elemento della ricchezza. È questa ricca borghesia plebea, che moltiplicando le <hi rend="italic">sodalitates</hi> (società private) di appalti pubblici, imposte, forniture e appoggiandosi ai <hi rend="italic">collegia opificum</hi> fin da Numa e dei <hi rend="italic">tenuiorum</hi> (del popolino per funerali e mutui soccorsi), riesce coll'ordine dei cavalieri a pareggiarsi all'ordine dei patrizi nello Stato. Ma infine l'impero crea al proprio fastigio una <hi rend="italic">nobiltà di uffici e di ricchezza</hi> insieme, con <hi rend="italic">diritto ereditario negli impieghi pubblici</hi>;e altrettanto nei municipi autonomi, ove i <hi rend="italic">possidentes</hi> compongono la <hi rend="italic">curia</hi>,da cui non si può uscire. E similmente i coloni vengono vincolati alla gleba; e i <hi rend="italic">collegia opificum maggiori</hi>,<pb n="2.149" /> che già avevano ottenuto personalità giuridica, culto, patrimonio proprio, e acquistato influenza politica nelle guerre civili, furono soggettati a concessioni di Stato, ed anzi da Silla e poi da Cesare ed Augusto in gran parte soppressi, e i <hi rend="italic">minori</hi> resi coattivi. Tale trasformazione, che attinge la sua maturità fra Alessandro Severo e Diocleziano, aveva riprodotto per autorità dall'alto, lo Stato accentratore dell'oriente. (Mommsen, Schmoller).</p>
          <p>Lo stato organico. – <hi rend="italic">Nella civiltà occidentale cristiana.</hi> Èin questa che svolgesi e perviene a perfezione la genesi opposta dello Stato dal basso, la quale si riannoda al genio etnico degli indo-europei; delineando un secondo ciclo tipico, in cui dietro un principio di autorità (i <hi rend="italic">sacra gentilicia</hi> e <hi rend="italic">publica</hi>)l'ordine politico spunta concretamente dal seno delle forze sociali.</p>
          <p>Fra gli arii occidentali anche in Grecia e in Italia (nell'età primitiva) e di preferenza fra razze germaniche, rimaste per secoli estranee alle posteriori influenze latine, il reggimento pubblico <hi rend="italic">poggia sulle assemblee popolari</hi> (dei liberi, atti a portar le armi); sicché il re è eletto solo in tempo di guerra. Se talora questo regime della tribù e dei re elettivi fa luogo anticipatamente (come nella penisola greca e italica) a repubbliche aristocratiche poi democratiche, tal'altra nel nord-ovest europeo si prolunga molti secoli fino <pb n="2.150" /> al cristianesimo. Ma dovunque lo Stato più ampio si compone di leghe fra città (le anfizionie greche, e la federazione latina) o di alleanze fra tribù affini (i <hi rend="italic">populi</hi> di G. Cesare, componenti la Gallia). La potestà regia diviene stabile solo coll'incalzare delle conquiste romane; è sempre temperata, e il re è <hi rend="italic">primus inter pares</hi>.Infine tutto l'ordinamento sociale ed economico risponde a quell'assetto di eguaglianza, per cui tutti i liberi hanno diritto ad una parcella in proprietà privata, alla coltivazione dei beni collettivi, all'uso del bosco e del pascolo pubblico. — Or bene: questa genesi primitiva europea, <hi rend="italic">nella maturità dei tempi cristiani</hi>,riesce alla erezione di uno <hi rend="italic">Stato organico gerarchico</hi>;il quale segue l'<hi rend="italic">organizzazione</hi> di classi politiche, la costituzione di <hi rend="italic">autonomie locali</hi>,(comuni, province) e l'incremento del <hi rend="italic">potere centrale</hi>. Prodotto storico originale, che si svolse per virtù di vocazioni speciali delle razze germaniche (spirito di associazione), dei principi del cristianesimo (libertà e autorità), e di talune tradizioni romane (il municipio).</p>
          <p>Giova seguire la traiettoria di questa legge sociologica, per rilevare la parte che v'ebbe l'elemento economico; giusta studi di incontestabile pregio (Meitzen, Lamprecht, Gneist, Levasseur, Périn, de Decker).</p>
          <p>Organizzazione pubblica del clero. ‒ <hi rend="italic">Il sacerdozio</hi> nei popoli selvaggi, e ben più in quelli civili <pb n="2.151" /> della stessa paganità, ebbe sempre influenza massima nella formazione e nelle funzioni dello Stato; divenendo però esso medesimo un <hi rend="italic">organo</hi> di questo, che ora lo domina (Oriente, Egitto) ora lo serve (Grecia, Roma). Invece la società cristiana si trovò dall'origine accompagnata da un fattore nuovo, quasi inavvertitamente cresciuto nel proprio seno, quello di una <hi rend="italic">gerarchia sacerdotale</hi>,munita della pienezza di autorità dogmatica e morale; la quale — da un canto non si chiude in casta, ma rimane invece aperta a tutti, né si trasmette per eredità — e da un altro per le stesse sue finalità spirituali, distinte e indipendenti, non si confonde collo Stato né come organo dominatore né come stromento di esso; gerarchia ecclesiastica perciò, che, sebbene capace per la autorità e ordinamento di assumere anco funzioni politiche, è<hi rend="italic"> normalmente</hi> chiamata a promuovere solo per indiretto la costituzione dello Stato e ad integrarne le funzioni, non a soppiantarlo, rimanendo un organo di diritto pubblico ma non già propriamente politico.</p>
          <p>Quest'azione politica indiretta del clero cattolico, la quale proviene dalla natura della Chiesa, che è <hi rend="italic">società gerarchica</hi>,distinta in dirigente e discente, <hi rend="italic">perfetta</hi>,fornita di tutte le facoltà anche giuridiche proporzionate alla sua missione ed <hi rend="italic">universale</hi>,estesa a tutti gli uomini e che era destinata a crescere d' <pb n="2.152" /> efficacia mercé la <hi rend="italic">cultura</hi> e la <hi rend="italic">ricchezza</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> venne a dispiegare storicamente, comunque in via transitoria, funzioni <hi rend="italic">politiche anco dirette</hi> in tre momenti caratteristici.</p>
          <p>
            <hi rend="italic">Momenti storici. –</hi> 1<hi rend="italic">. Nel</hi> tempo bizantino il clero già munito in germe dalla Chiesa di un diritto proprio (il giure canonico), da Costantino a Giustiniano è chiamato in ogni municipio dell'impero (ove perduravano le curie di Diocleziano) nella persona del vescovo a presiedere le assemblee popolari, in cui si eleggono i <hi rend="italic">curiali</hi> (<hi rend="italic">duumviri</hi> e <hi rend="italic">curatores</hi>),ad assumere l'ufficio di <hi rend="italic">defensor civitatis</hi> (dinanzi all'imperatore), a partecipare alle elezioni dei rettori delle province ed a funzioni giudiziarie (Benigni). — Questi poteri civici perdono i vescovi in Italia sotto i barbari, che insediano duchi e gastaldi dentro e fuori della città; ma di ricambio i vescovi, per la loro giurisdizione disciplinare sui fedeli e come eredi della civiltà romana e delle sue tradizioni, vengono ad acquistare una autorità di fatto sui barbari e sui latini; — entrano nei consigli dei re, ne ispirano le leggi (Rotari, Liutprando); figurando già nella nobiltà di corte (fra longobardi e i franchi) e talora partecipando alle assemblee pubbliche (Spagna sotto i visigoti, Inghilterra sotto gli anglosassoni). E d'altra parte negli episcopi, nelle loro scuole e tribunali essi diventano centro di spontanee relazioni civili fra i <pb n="2.153" /> dominatori germanici e l'<hi rend="italic">elemento popolare</hi> specialmente romano (Calisse, Gneist).</p>
          <p>2. Nel nuovo impero (800 d. Cr.), per Carlo Magno il vescovo entra a far parte integrante dell'organismo politico-amministrativo dello Stato, sicché di diritto esso diviene il <hi rend="italic">conte</hi> (ufficiale imperiale nella città); nei «capitolari» carolingi sono confermate ed ampliate politicamente al clero le immunità reali e personali del diritto ecclesiastico; e la fondazione dell'ordine giuridico-politico di tutta la <hi rend="italic">cristianità</hi> intorno al papa e l'imperatore, eleva a canone di diritto interno e internazionale il dovere dello Stato temporale di coadiuvare ai fini spirituali della Chiesa e della civiltà cristiana; donde il massimo prestigio morale, pronto a tramutarsi in potenza politica, del papato (Kurth).</p>
          <p>3. Di qui, in un terzo momento, due risultati diuturni e decisivi sulla formazione delle future classi politiche e sulla potenza di quella ecclesiastica.</p>
          <p>Da un canto nelle città (specialmente sotto gli Ottoni dal 1002) nelle quali non erano cessati uffici economici e di polizia (i <hi rend="italic">curatores</hi>),<hi rend="italic"> —</hi> il vescovo, già stretto per il suo ministero religioso alla popolazione latina, trovandosi sempre più difficultato (per i divieti crescenti di canoni e concili agli ecclesiastici di occuparsi permanentemente di negozi temporali) nell'esercizio degli uffici politico-amministrativi di <pb n="2.154" /><hi rend="italic">conte</hi>;si vale per questi, in luogo dei chierici, sempre più dei laici e li consulta nei Consigli cittadini di ogni classe, cui già spettava la elezione allora popolare del vescovo; e così abitua alla gestione degli interessi della città il popolo stesso, il quale alla morte del pastore ne continua, sede vacante, l'amministrazione civile e si prepara a più alte funzioni politiche (Balbo, Calisse); nel tempo stesso che eleva il prestigio del clero, quale patrono della democrazia civica (guelfismo) specialmente latina.</p>
          <p>D'altro canto i favori del popolo e delle leggi civili incrementano il patrimonio ecclesiastico. Il clero secolare e regolare (già vissuto all'origine di oblazioni spontanee e di decime in natura) diviene coi <hi rend="italic">benefici</hi> o donazioni di terre private per l'esercizio del loro ministero, proprietario di cospicui patrimoni fondiari. I quali, già amplissimi in Inghilterra nel secolo IX e X all'epoca anglosassone e danese, per cessione di gran parte del demanio pubblico, e altrettanto in Francia sotto merovingi e carolingi, vennero ad aumentarsi dovunque per oblazioni (<hi rend="italic">commendationes</hi>) alla Chiesa di terre e persone private, affine di godere della protezione e delle immunità di essa; e inoltre a rendersi que' beni più produttivi per le trasformazioni tecnico-agricole e per la introduzione di coltivatori <pb n="2.155" /> livellari <hi rend="italic">(libellum)</hi> più frequenti sulle terre di vescovati e monasteri; accrescendo così colla potenza economica quella politica territoriale del clero stesso.</p>
          <p>Una parte pertanto della gerarchia ecclesiastica, specie nei paesi germanici, colla ricchezza immobiliare e colle annesse giurisdizioni e poteri politici (già fra i barbari sempre connessa colla proprietà), mentre acquistava dominio sulle genti campagnole, assumeva carattere di <hi rend="italic">nobiltà fondiaria politico-ecclesiastica</hi> porgendo esempio e rinfranco (coi benefici ed immunità) a quell'altra <hi rend="italic">aristocrazia terriera politico-militare</hi> che a suo fianco dal secolo IX al XIII, andava robustamente a costituirsi col feudalesimo, confondendosi e corrompendosi con essa. E s'ebbe il periodo dei signori ecclesiastici feudali, dei vescovi elettori dell'impero, dei pastori guerrieri. Felicemente la lotta per le investiture fra papato ed impero (dal secolo XI), per merito di Gregorio VII, dispogliò il clero di questo carattere politico-feudale, che assorbiva quello superiore religioso, nell'atto stesso che assicurava la vittoria alle classi popolari cittadine; sicché l'apogeo del pontificato e del guelfismo (secolo XIII, sotto Innocenzo III) segna il principio della decadenza dell'<hi rend="italic">azione diretta</hi> politica del clero in Italia e fuori. Tuttavia il clero mantenne un posto eminente nell'organismo dello Stato, continuando a far parte della Camera dei lords in Inghilterra, a formare uno dei tre bracci del parlamento di Federico II ed uno dei tre Stati generali in Francia.</p>
          <p>
            <pb n="2.156" /> 4. Coll'evo moderno l'organizzazione politica del clero si trasformò, decadde e quasi disparve. Tuttavia perdurando in essa soltanto la <hi rend="italic">potenzialità politica</hi>,e limitandosi normalmente a semplice azione mediata, di consacrare, ispirare, informare colla sua influenza morale religiosa, la vita dello Stato, la gerarchia ecclesiastica continuò sempre ad essere un fattore integrante di questo. — Invero la classe del clero sta per ogni tempo a rammentare che la legittimità e autorità dello Stato derivano massimamente non <hi rend="italic">dalla forza</hi> ma <hi rend="italic">da un principio morale</hi>; èquesto, non quella, che ha trasformato per mano del clero tutti gli ordini politici della corrotta latinità e quelli rudimentali del germanismo. — Essa ricorda coll'esempio della sua azione storica sulle altre classi, che lo Stato non è fine a se stesso, ma mezzo al <hi rend="italic">bene sociale</hi> e specialmente delle moltitudini e dei deboli; sicché il diritto canonico è un grande codice di legislazione sociale in senso moderno (Rivalta, Bruder, Ashley). — Essa finalmente sopra gli immensi beni patrimoniali largiti dalla gratitudine dei popoli, facendosi iniziatrice di innovazioni tecnico-economiche in pro delle popolazioni e di istituti di pubblica utilità, ammaestrò intorno ai doveri della proprietà, specialmente terriera (Montalembert).</p>
          <p>Organizzazione politica della nobiltà. – 1. Nell'occidente, fra i primitivi germani la nobiltà <pb n="2.157" /> d'arme e di funzioni pubbliche è il primo organo politico. Ivi necessità di guerra insieme a quelle di sussistenza distinguono in prima coloro che coll'armi adempiono al massimo ufficio della difesa della tribù, dagli altri che attendono ai mezzi di alimento; e quelli (calcolasi nella tribù germanica non più del 20% sul totale) forniti perciò stesso della pienezza dei diritti («Hermann», <hi rend="italic">arimanni esercitales</hi>)si elevano sopra di questi (donne, fanciulli, schiavi, servi di lavoro) che rimangono privi del diritto e soggetti. La superiorità di fatto (e poi di diritto) dei primi fondatori e difensori di associazioni politiche, — dovunque venerati quasi divinità, — trae questi a <hi rend="italic">perpetuare nei figli</hi> il <hi rend="italic">proprio ufficio</hi>.E dappertutto in Roma, in Germania, in Inghilterra, incontransi queste aristocrazie politico-militari di carattere gentilizio, da cui si traggono i re, lungamente elettivi. Ecco l'origine della classe nobiliare in Europa in un primo remoto periodo, giusta studi autorevoli (Roscher, Schmoller).</p>
          <p>2. In un secondo momento i re, alla lor volta, sollevano al proprio fianco i più valorosi e fedeli come compagni d'arme («Gesinde», <hi rend="italic">comites</hi>,cioè familiari del re), nobiltà nuova di elezione regia spesso confusa colla prima, talora distinta e crescente (in Inghilterra «earle» per sangue, «thane» per valore), cui essi attribuiscono parte del territorio libero o non occupato («Volksland» ted., «folcland » ingl.) in <pb n="2.158" /> premio della loro fedeltà nei servigi militari; e divengono perciò stesso proprietari. Ecco pertanto in germe per tutta Europa i <hi rend="italic">caratteri della nobiltà</hi> fino dal tempo di Carlo Magno: — fedeltà («treu», «trust», <hi rend="italic">antrustiones</hi>)al principe che la elesse, — funzione militare politica, — possesso del suolo; la prima volta che la proprietà terriera privata entra come <hi rend="italic">condizione</hi> essenziale a funzioni politiche.</p>
          <p>3. Il <hi rend="italic">feudalesimo</hi>,dai carolingi al secolo XIII, segna il periodo in cui la nobiltà sviluppando questi caratteri assume una <hi rend="italic">compiuta organizzazione gerarchica</hi>,<hi rend="italic"> autonoma e duratura</hi> (ereditaria). — Il signore feudale per il suo giuramento di fedeltà (vassallaggio) investito dal principe di poteri politico-militari, investe alla sua volta di simili diritti ed obbligazioni sulle terre conferitegli altri feudatari minori, suoi vassalli; e così ulteriormente, con graduazione simile a quella della gerarchia ecclesiastica. — Rappresentanti del re, essi si attribuiscono — certe <hi rend="italic">immunità reali</hi> e <hi rend="italic">personali</hi> cioè esenzioni da speciali oneri tributari inerenti ai loro servigi pubblici; — ed esenzione dalla giurisdizione dei magistrati regi sulla popolazione dipendente, perché essi sono personalmente <hi rend="italic">ufficiali del re</hi> e in nome di lui esercitano essi stessi gli uffici giudiziari, amministrativi, finanziari sopra le persone residenti sui beni feudali (Calisse). Sviluppo complesso, per cui il corpo della nobiltà — si distacca dalla rimanente <pb n="2.159" /> costituzione dello Stato e con privilegi propri (negativi e positivi) acquista <hi rend="italic">autonomia</hi> giuridico-politica di fronte allo stesso poter regio; — e si matura infine mercé la <hi rend="italic">ereditarietà</hi> degli uffici di padre in figlio e dei corrispondenti beni feudali; ereditarietà conseguita con processo storico contrastato in Germania e in Italia, dal capitolare di Kiersy (877) di Carlo il Calvo fino alla costituzione di Corrado il Salico (1037).</p>
          <p>L'organismo di classe nobiliare era così robustamente e durevolmente costituito; vieppiù rinsaldato da un corpo di leggi e consuetudini, che raffigura nella storia il massimo <hi rend="italic">sistema di diritto di una classe politica</hi> (diritto feudale).</p>
          <p>Doveva perciò la nobiltà acquisire per secoli un posto distinto anche nell'ordinamento dello Stato nazionale; ed essa forma dappertutto, spesso coll'alto clero, il nerbo delle assemblee intorno ai re e all'imperatore, nella «Witenagemöt » anglo-danese e poi nella Camera dei lords normanna in Inghilterra, nella Dieta dell'impero, negli Stati generali di Francia. Essa ebbe la sua poesia colla cavalleria, il suo periodo eroico colle crociate, il culmine di sua potenza dal secolo XI al XIII fino a Federico II, non tanto coadiuvando, ma (avvertasi bene) per diritto proprio <hi rend="italic">limitando</hi> idiritti della Corona; ed essa riuscì a plasmare sul proprio tipo gli ordini sociali-civili <pb n="2.160" /> (vescovati, monasteri, diritti familiari, rapporti economici) della lunga età che s'intitola feudale.</p>
          <p>4. L'aristocrazia feudale, come classe politica, nell'età moderna dai principi assoluti fu tramutata in <hi rend="italic">nobiltà di corte</hi>, precipitandone la decadenza. Ma frattanto lasciò impronte indelebili negli ordini politici e in quelli stessi di civiltà. Essa per secoli rappresentò nello Stato: — la necessità della forza coercitiva nella vita pubblica, nella quale, se il militarismo è il vizio, le funzioni militari sono preservazione dell'ordine ed educatrici di virtù civili; — le tradizioni storiche della patria congiunte con quelle gentilizie, donde la continuità nel progresso stesso degli istituti politici e civili, in cui sta il segreto e la originalità della costituzione inglese; — infine (ciò è di somma importanza per noi) la connessione diretta fra la costituzione di un ceto nobiliare politico e il regime economico della proprietà fondiaria e delle classi rurali. Per secoli lo stato della campagna, dei contratti agrari, dei volghi rurali, ben poco dipesero da progetti tecnici, dal capitale o da iniziative private; bensì dai dominatori del suolo, che agli antichi gruppi di popolazioni rurali, di servi, di aldi (semiliberi), di liberi livellari, specialmente per opera del feudo si fondono col nome di <hi rend="italic">rustici</hi> in una complessa subordinazione politica, giuridica ed economica dal feudo e dalle forme derivate di esso. È impossibile <pb n="2.161" /> comprendere l'economia agraria del medio evo e di buona parte dell'età moderna senza le classi politico-nobiliari dominatrici della terra.</p>
          <p>Organizzazione giuridico-politica del popolo. In contrapposto alla classe ecclesiastica e nobiliare, il <hi rend="italic">popolo</hi> storicamente comprende le <hi rend="italic">classi economiche</hi>, medie e inferiori, e il loro ordinamento in <hi rend="italic">corporazioni</hi>, in senso stretto (colleggi, «gilds», «jurandes», «Zünfte». «Innungen»). Le questioni scientifiche intorno alla loro origine si semplificano, quando si consideri il fenomeno nella generalità, come un <hi rend="italic">prodotto storico delle stirpi medioevali</hi> in tutta Europa; cosicché più schietto apparisce il procedimento comune, laddove meno sentita fu l'influenza romano-pagana (Brentano, Salvioni, Hartwig, Thierry, Glasson).</p>
          <p>1. Lo spirito naturale di associazione, più caratteristico nella razza germanica e raffermato dal cristianesimo, dovea sentirsi più vivo fra i deboli e sottoposti; e tali erano le classi economiche medie e inferiori, finché predominò la vita guerriera.</p>
          <p>Al disciogliersi della primitiva società germanica fondata sulle associazioni gentilizie e rurali (per i beni collettivi) e sulla rispettiva solidarietà di diritti ed obblighi, e dove la potestà regia era ancora temporanea ed incerta, — sorgono dovunque e in qualunque ceto, in ispecie in certi momenti di anarchia, <hi rend="italic">associazioni fra elementi affini</hi> (fra pari), che giurano <pb n="2.162" /> di difendere solidamente i propri diritti e interessi <hi rend="italic">(coniurationes</hi>,«jurandes») provvedendo all'ordine pubblico cioè al mantenimento della pace («Friede»). Ciò in tutta Europa e fin dai tempi barbarici, fra i <hi rend="italic">proprietari</hi> del suolo (ingl. «thans», «thegns», più tardi «cnithen»); fra i<hi rend="italic"> rustici</hi> per la conservazione dei diritti di pascolo (Rotarci e <hi rend="italic">cap</hi>.Carlo Magno 779); come fra gli <hi rend="italic">artigiani</hi> dal sec. VIII in poi in Italia, Germania, Inghilterra, col nome di <hi rend="italic">confratriae</hi> (fratellanze) o <hi rend="italic">gildoniae</hi> (da «geld» denaro, per gli usi sociali); le quali tutte in Inghilterra passano dapprima col titolo generico di «frith-gilds» o gilde della pace. Senonché fra gli esercenti le arti, dispersi in piccoli gruppi nei <hi rend="italic">villaggi</hi> o raccolti nel <hi rend="italic">borgo</hi> sotto il castello signorile, tenuti in dispregio perché in condizioni semiservili, — la prima forma di unione non fu politica bensì semplicemente di pietà, di culto, di mutuo soccorso materiale e spirituale; donde una serie in tutta Europa di <hi rend="italic">confraternite</hi>,di «confréries», «mysteries gilds», cioè di associazioni popolari <hi rend="italic">religioso-sociali</hi>,pronte però ad ampliarsi alla difesa di classe, e ad aspirare a funzioni politiche (Toulmin Smith, Salvioni, Howell, Rogers).</p>
          <p>2. Circostanza decisiva per la <hi rend="italic">formazione di nuclei mercanteschi ed artigiani</hi> fu più tardi il comporsi, ravvivarsi, crescere di centri demografici distinti dalle campagne. Tali: — le antiche città (<hi rend="italic">municipia</hi>, <pb n="2.163" /><hi rend="italic">civitates</hi>) ovesorridevano coi vescovi popolazioni latine, e in esse <hi rend="italic">artifices</hi>,<hi rend="italic"> negotiatores</hi> e reliquie dei <hi rend="italic">collegia opificum</hi> dei romani; — i borghi («Burg» ted., «bourg» fr., «borough» ingl.) presso le sedi di grandi signori feudatari o delle corti regie o di ritrovi politici (assemblee, campi di maggio, Inghilterra, Germania); — i luoghi di mercato e di fiere, spesso intorno alle chiese matrici (pievi) di campagna, ai monasteri o in luoghi di sbarco fluviale o marittimo pei frequenti scambi («staple-town», Inghilterra). Tale critico momento per l'Italia è l'età carolingia, in virtù delle funzioni civili-politiche impartite al vescovo nelle città (dal sec. IX); per l'Inghilterra l'età normanna (dal 1066); per la Germania i secoli XIII, XIV.</p>
          <p>In questi centri demografici accorrono successivamente: — i proprietari terrieri spogliati o impoveriti da nuove conquiste (p. e. in Inghilterra la spogliazione normanna col catasto, «domesdaybook», 1081), — più tardi i piccoli feudatari oppressi dai grandi, — i contadini sospinti dalle usurpazioni dei beni comuni — i mercanti ed artefici, attratti dal facile spaccio. E tutti vi trasferiscono le proprie associazioni già preesistenti per il mantenimento della pace o «frith-gilds»; — le quali in breve, di tante organizzazioni speciali di classe tendono a formare una <hi rend="italic">associazione</hi> o<hi rend="italic"> corporazione unica</hi> o meglio una <hi rend="italic">lega</hi> delle precedenti; la quale, assumendo la amministrazione cittadina, <pb n="2.164" /> tuteli e rappresenti gli interessi comuni di tutta la popolazione di città, di fronte alla classe nobiliare della campagna. Componevansi così le Corporazioni civiche dei nostri «Comuni» e le «burghers'» o «town gilds» delle città inglesi, colle loro assemblee («townships», consigli) con alla testa un «burgomaster», un «alderman», fra noi anziani e consoli; — in cui trovarono, come già clero e nobiltà, organizzazione propria politica le classi popolari. Questo grande fatto si inizia in Italia nel periodo del governo vescovile, che dovunque prepara quello del Comune, e dove tutti i gruppi di popolazione erano chiamati al governo della pubblica cosa; e poi si afferma fra noi solennemente colle leghe di città che condussero alla battaglia di Legnano (1176) e alla pace di Costanza (1183), la quale riconobbe le antiche consuetudini e diritti politici delle città coi loro magistrati e parlamenti.</p>
          <p>3. Nel quale governo civico, quasi dovunque come legge storica ma più nettamente in Inghilterra e Italia, — vengono a preponderare dapprima le associazioni politiche territoriali dei <hi rend="italic">nobili proprietari</hi> di terre e guerrieri; p. e. in Inghilterra dei «thegne» o «knight-gilds» («thane» o «thegne» proprietario, «knight» cavaliere), fra noi dei <hi rend="italic">signori</hi> o <hi rend="italic">grandi</hi> per lo più germanici militari (<hi rend="italic">milites</hi>) stretti in società delle torri o consorterie; ciò che si diffonde in Italia dopo il 1183, <pb n="2.165" /> colla magistratura nei Comuni del <hi rend="italic">Podestà</hi> (in luogo dei consoli), rappresentante dell'elemento nobiliare imposto dall'imperatore; — e quelli attraggono dalle campagne in città altri confratelli d'arme e di possesso terriero.</p>
          <p>Seguono per reazione a questo predominio fondiario o militare le <hi rend="italic">corporazioni dei mercanti</hi>:in Venezia le <hi rend="italic">scuole</hi> grandi (con nome greco), in Firenze i <hi rend="italic">collegi</hi> (dei mercanti) ossia le Arti maggiori, in Inghilterra le «merchants-gilds», comprendenti il commercio colle manifatture dipendenti, il quale trafficava all'ingrosso fra più regioni o nazioni, col favore delle crociate e degli scambi levantini. Le quali Corporazioni si affermano politicamente nel Comune — col <hi rend="italic">Capitano del popolo</hi> contrapposto al Podestà, fra noi intorno al 1250; — cogli <hi rend="italic">Ordinamenti di giustizia</hi> (metà del sec. XIII. Firenze I293), con cui il diritto di cittadinanza e quindi il potere di eleggere i Consigli e magistrati (in Inghilterra dopo il 1215 anche il deputato al parlamento) viene sottoposto alla condizione di ascriversi alla Corporazione mercantile — e infine coll'<hi rend="italic">assoggettamento del contado.</hi> Ed esse crescono in potenza — coll'attrazione dei mestieri sparsi nelle campagne offrendo cittadinanza, e dei servi della gleba assicurando affrancazione; — colle compagnie (società) e federazioni mercantesche sulle fiere nazionali e internazionali (di Provenza, di Augusta, <pb n="2.166" /> di Londra), ottenendo privilegi e favori politico-commerciali negli empori all'estero. Fu l'epopea del ceto mercantile organizzato politicamente in tutta Europa, alla cui testa per tre secoli sta l'Italia. </p>
          <p>Ma frattanto i commercianti, per legge economica di sviluppo del capitale, mercé i traffici internazionali (Arti maggiori, ital.) s'eran levati in ricchezza al di sopra delle numerose e piccole officine di <hi rend="italic">artigiani</hi>,a cui commettevano la produzione industriale (sistema di manifattura), senza ammetterli tuttavia a parte dei magistrati e dei Consigli pubblici. Quindi gli artigiani, già stretti nelle confraternite o gilde religioso-sociali, ma dipendenti economicamente e politicamente dai collegi dei mercanti (il procedimento è netto nell'Inghilterra), si trasformano in <hi rend="italic">gilde di mestiere</hi>,«trading-companies» più spesso «craft-gilds» o collegi di artigiani, i quali pretendono di aver parte alla cosa pubblica. D'onde contrasto fra ceto mercantile e industriale, che si complica (in Italia) per la inferiorità economica e politica di fronte a quelle Arti maggiori, delle Arti minori o industrie volte al commercio locale, le quali riescono talora ad afferrare il potere (in Firenze, le Arti minori nel 1345); — e ulteriormente in tutta Europa colla tendenza dei <hi rend="italic">compagni</hi> di staccarsi dal <hi rend="italic">maestro</hi> nel seno dello stesso mestiere («compagnonnage»); — opposizione che si inasprisce e diffonde in città e campagna, in seguito <pb n="2.167" /> alla perturbazione profonda recata dalla peste del 1345-48, per la elevazione dei salari, presentandosi col carattere complesso di lotta fra capitale e lavoro. </p>
          <p>È questo il periodo della formazione in Inghilterra delle «craft-gilds» autonome («trading» o «trade unions») dal sec. XII in poi, specie fra i tessitori, emule in potenza nei secoli XIII-XIV delle «merchants-gilds»; e quelli arrivano (sotto Edoardo III) al governo dei borghi e città, come più spesso le Arti minori in Italia; — periodo che comprende nei sec. XIV-XV l'agitazione del «compagnonnage» e del salariato (la rivoluzione dei Ciompi 1378 a Firenze) in Francia e dovunque. — La lotta generalmente in Europa si compone coll'intervento spesso del poter regio; sicché le gilde artigiane, rinunziando per lo più alla diretta partecipazione politica, si dedicano in forma autonoma allo sviluppo e disciplina dei propri interessi economici, ottenendo in ricambio dal Comune e dallo Stato privilegi e monopoli locali («Zunftzwang»). Le posteriori vicende politiche delle classi mercantesche ed artigiane seguirono quelle del potere monarchico nell'evo moderno.</p>
          <p>4. Ma intanto l'ordinamento giuridico-politico delle classi medie popolari non fu inferiore anzi superiore, per influenze profonde e durature, di quello della nobiltà. Invero: di fronte a questa colle sue vocazioni militari, anzi a tutti i ceti sociali politici <pb n="2.168" /> dominanti nello Stato dall'antichità in poi, tale ordinamento raffigura la prima e massima organizzazione non solo sociale ma politica, che presenti la storia di una classe economica eretta sopra l'attività materiale (della ricchezza), la quale attribuisce al <hi rend="italic">popolo</hi>,nell'ampio senso medioevale (cioè al ceto medio in cui lungamente si fusero elementi mercanteschi, industriali ed operai), una propria e potente funzione civile di libertà e progresso nell'organismo dello Stato.</p>
          <p>Propriamente per virtù dei presidi giuridici e politici, compendiati nel regime corporativo delle Arti, la ricchezza mobile rappresentata da quella classe poté costituirsi indipendente dalla ricchezza immobiliare e fronteggiarla con feconda emulazione anche nella amministrazione dello Stato, con profitto non solo dell'economia ma della civiltà. Non vi ha odierno problema sociale, che la <hi rend="italic">classe media</hi> nelle città non abbia affrontato con ardimento di mercanti, e sciolto sovente con civile sapienza. E alcuni <hi rend="italic">Comuni</hi> come Genova, Firenze, Venezia, nel governo delle loro fattorie e colonie in tutta Europa, dal Baltico al Mediterraneo e ai paesi levantini, porsero i primi saggi felici non solo di una economia ma anche di una politica internazionale. Né mai le classi popolane anche lavoratrici rinvennero, come in quegli organismi cor <pb n="2.169" /> porativi, tanta dignità e potenza economica, sociale e politica.</p>
          <p>Nella legislazione, si deve a questi ordinamenti di classe la formazione del <hi rend="italic">diritto commerciale</hi>;ed i primi saggi (negli statuti dei Comuni o delle Corporazioni) di una <hi rend="italic">politica economico-sociale</hi> in pro delle classi operose; sicché l'ingresso fin dal medio evo della borghesia operosa nei parlamenti d'Europa, divenne ai dì nostri un pegno del possibile avvento al governo delle più elette classi lavoratrici.</p>
          <p>Le autonomie locali. ‒ 1. La triplice organizzazione giuridico-politica, che in forma distinta con proprie tradizioni e funzioni si maturò nella storia, dinanzi e talora di fronte al grande Stato nazionale, collocando le proprie sedi, la nobiltà nelle campagne, le classi medie-popolari di preferenza nei circoli cittadini, il clero in ambedue, — lasciava per legge sociologica tracce nello spazio, colle <hi rend="italic">autonomie locali</hi>.È un passaggio da un ordinamento autonomo <hi rend="italic">personale</hi> (di persone giuridiche o corporazioni) a quello <hi rend="italic">territoriale</hi>,che lo rinsalda e assicura.</p>
          <p>2 . Un duplice processo parallelo osservasi anche qui nella storia (Calisse).</p>
          <p>Le graduazioni minori del ceto aristocratico fondiario, di origine militare, giuridicamente e politicamente si attenuano e scompaiono, confondendosi (salvo distinzioni araldiche di nome) nel titolo comune di <hi rend="italic">nobiltà</hi>;<hi rend="italic"> simile</hi> alla fusione che nei sottoposti volghi <pb n="2.170" /> (già originariamente distinti in liberi, semiliberi e servi) si avvera nella comune condizione e denominazione di <hi rend="italic">rustici</hi>.</p>
          <p>Più caratteristica l'assimilazione che avviene nel ceto medio delle città; ove da un lato le classi fondiarie ivi residenti si avvicinano per tenore di vita a quelle capitalistiche (rentiere, mercantili, industriali), e da un altro i mezzani o piccoli artigiani e collegi tendono a ricadere verso il <hi rend="italic">popolo</hi>;tutti insieme i due ordini comprendendosi infine sotto il titolo di <hi rend="italic">cittadini</hi> (<hi rend="italic">cives</hi>)<hi rend="italic">.</hi></p>
          <p>Al posto delle antiche graduazioni giuridico-politiche, rimangono allora e si accentuano sempre più quelle <hi rend="italic">economiche della ricchezza</hi> (ceti superiori, medi, inferiori) e quelle <hi rend="italic">di cultura</hi> e <hi rend="italic">di uffici civili</hi>,(classi professionali e liberali), sempre meno fra esse distanti; e sopra tali distinzioni, in luogo della precedente <hi rend="italic">solidarietà di classe</hi>,viene a prevalere la <hi rend="italic">solidarietà di vita civile</hi>,cioè nei <hi rend="italic">rapporti pubblici</hi>,connessi o col circolo cittadino o con quello campagnolo, in una parola le <hi rend="italic">autonomie locali</hi>.E queste, in nome delle rispettive differenze di sede, di tradizioni storiche, di educazione civile, e ancora degli opposti interessi materiali (di prevalente ricchezza mobiliare ovvero fondiaria) — si arrogano ciascuna nel rispettivo ambito territorio <hi rend="italic">proprie e distinte facoltà nell'esercizio di funzioni politico-amministrative</hi>,di fronte al potere centrale.</p>
          <p>La trasformazione è lentissima ma abbastanza <pb n="2.171" /> accentuata dovunque alla fine dell'evo medio; più anticipata e originale in Inghilterra, nelle Fiandre, in Italia.</p>
          <p>3. Ma frattanto <hi rend="italic">le autonomie locali</hi> (la facoltà e diritto di reggere da sé certi interessi pubblici) lungo il medio evo si radicarono in molteplici circoli concentrici (parrocchie, Comuni, province, regioni) dappertutto, divenendo un focolare di vitalità, resistente fin verso la rivoluzione francese. — Talora questa vita locale esuberante, dipartendosi dal centro cittadino, ove avevano autonomie proprie anche singole <hi rend="italic">contrade</hi> (Siena) o quartieri o sestieri, e assoggettando poi la circostante campagna (il contado e distretto), riconosceva consimili libertà a borgate e perfino a castella signorili, ridotte a servigio del Comune. — Tal'altra il feudatario dalla campagna, che già rispettava le immemorabili consuetudini locali della popolazione rurale nelle <hi rend="italic">vicine</hi> e nei <hi rend="italic">parlasci</hi> (parlamenti) sul sagrato o sotto l'albero tradizionale o sul ponte del villaggio, — pure estendendo il suo dominio sulle prossime città, impartiva («octroyait») a queste, in nome proprio o del re, <hi rend="italic">carte di libertà</hi>.</p>
          <p>Veggasi quanta varietà, spigliatezza, e insieme tenacità di energie doveva derivare da questa specificazione di circoli autonomi, che dalla pieve rusticana saliva al borgo castellano, fino alla torre delle storiche città. Per <hi rend="italic">intensità</hi> di vita pubblica, prorompente dalle autonomie comunali, nessun paese pareggia l'Italia. Alcuni <pb n="2.172" /> Comuni salendo a piena <hi rend="italic">autarchia</hi> cioè a Stati sovrani, contribuirono alla storia politica più dei grandi imperi dell'età antica o moderna; sicché Firenze porge l'esempio della più grande democrazia, come Venezia della più sapiente e duratura aristocrazia del mondo. E perciò stesso intorno alla loro autonomia, le nostre città videro aggirarsi la ricchezza di mezza Europa, di cui furono maestre in ogni congegno e presidio economico; sicché i popoli che non parteciparono al flusso della libertà e degli ordinamenti dei nostri Comuni medioevali, si trovano oggi ancora in arretrato di secoli, non solo nella vita civile e politica ma anco economica dell'evo moderno (Besta, Perrens).</p>
          <p>Il potere centrale dello stato ‒ 1. Terzo fattore storico (primo logicamente) del grande Stato nazionale, fu il <hi rend="italic">potere unificatore</hi> rappresentato per lo più nell'Europa dal re. Anche per questo rispetto grandeggia il contrasto coll'antichità pagana. In luogo del monarca che in questa per lo più perpetua nelle proprie mani una illimitata autorità, il potere regio nella civiltà occidentale apparisce: — <hi rend="italic">complementare</hi>, siccome integrazione d'altri poteri organici di classe; — lungamente <hi rend="italic">elettivo</hi> (anche gli imperatori romano-germanici); — e sempre <hi rend="italic">limitato</hi> nel suo esercizio; presentandosi, non già come un dominatore, <pb n="2.173" /> bensì come il <hi rend="italic">tutore</hi> (mundio dei ted.) <hi rend="italic">degli interessi generali</hi> o di tutti singolarmente o di tutti collettivamente. La storia civile-politica e del diritto occidentale comprovano questi caratteri della nuova sovranità.</p>
          <p>Ciò è prodotto delle vocazioni etniche e degli ordinamenti a tribù dei popoli germanici; ma soprattutto della innovazione cristiana, che contro l'assolutismo monarchico orientale dell'antichità si esplica con questo duplice principio originalissimo: — che il principe è ministro di Dio per l'attuazione di una legge morale nei rapporti esterni sociali (<hi rend="italic">diritto pubblico</hi>)che egli non deve oltrepassare ma dentro ad essa contenersi; — che egli stesso tiene il potere non per sé, ma per il bene generale del suo popolo, cui egli deve servire più che essere servito; potere dal quale altrimenti virtualmente decade. Duplice obbligo pubblicamente assunto dal principe, con formule religiose e giuramento, nella solennità della incoronazione, e sanzionato da parecchie conseguenze fino alla deposizione. Sicché la potestà regia nell'età cristiana (<hi rend="italic">rex</hi>,da <hi rend="italic">reggere</hi>)si accosta ad una <hi rend="italic">magistratura</hi>,che si esercita sotto la propria responsabilità morale e qualche volta giuridico-politica; carattere che trapassò in tutta la gerarchia dei funzionari del medio evo, specialmente dei nostri Comuni, coll'istituto del <hi rend="italic">sindacato</hi> (de Decker, Gneist).</p>
          <p>Basti ciò a rilevare il freno che derivava (almeno <pb n="2.174" /> per principio) al potere regio anche dinanzi alla ricchezza ed ai diritti economici privati; per cui p. e. le contribuzioni dovevano di regola chiedersi e consentirsi dalle assemblee debitamente convocate dalla nazione.</p>
          <p>2. Tali ragioni storiche spiegano la protratta limitazione ed anche la debolezza del potere regio in Europa; salvo il caso di uomini di genio, come Carlo Magno o Federico II. Ma quella, tutt'altro che nuocere, permise nella costituzione dello Stato lo svolgimento grandioso delle tre classi autonome del clero, della nobiltà e del popolo; — le quali contrapposero secolarmente (e non senza beneficio pubblico) forze organiche poderose all'assolutismo principesco, riuscendo a farsi riconoscere i propri diritti di classe, e a partecipare ai parlamenti centrali nei vari rami della Camera dei signori e dei Comuni e talora del clero, e a fondare così la libertà politica dell'evo medio. Di questa età, e non già del rinascimento e della riforma, è figlia la costituzione inglese.</p>
          <p>Perciò in Europa il potere regio non si affermò che lentamente, — facendo valere al di sopra dell'autonomia di quelle classi, gli interessi privati e pubblici della generalità dei cittadini, che al re avevano sempre diritto di ricorso (<hi rend="italic">ius reclamando</hi>), atteggiandosi esso in modo speciale quale rappresentante del popolo; — ovvero destreggiando in <pb n="2.175" /> proprio favore nelle lotte continue e talora immani, fra clero, feudalità, Comuni. Ciò riassume le vicende del potere centrale per gran parte delle nazioni medioevali.</p>
          <p>3. Ma nei due secoli XV e XVII interviene nel rispetto del potere regale un mutamento che, soffocato dalle teorie assolutiste di un paganesimo rinascente, distingue profondamente lo Stato medioevale da quello moderno, fino alla rivoluzione francese; ripercuotendosi con trasformazioni violente e antidemocratiche nell'ordine sociale ed economico. — Nell'atto che la classe ecclesiastica negli Stati perdeva di autorità civile e politica, nonché religiosa, collo scisma di occidente e poi colla ribellione luterana, — la classe nobiliare per contrario aumentò in potenza politico-militare. Così p. e. la nobiltà francese nella guerra dei cento anni contro Inghilterra (chiusa nel 1483); l'aristocrazia inglese nella guerra delle due Rose (1459-85) fra le famiglie di Lancaster e di York; i principi e nobili tedeschi (grandi e piccoli) nelle lotte religiose e civili che straziarono Germania dalla sollevazione dei contadini (1525) alla fine della guerra dei trent'anni (1648); e di nuovo in Francia colle fazioni intestine fra i Guisa e i Montmorency dal 1559, sospese sotto Enrico IV (1643), riprese colla Fronda (dal 1648); senza dire delle immense guerre di preponderanza <pb n="2.176" /> francese, spagnola, austriaca e quella coi turchi fino all'assedio di Vienna (1683); — guerre incessanti in cui la nobiltà ebbe parte decisiva e con cui poté aumentare il proprio prestigio e potere nelle sedi territoriali a scapito delle libertà nazionali e delle autonomie cittadine; e insieme indebolire o talora minacciare e scuotere l'autorità regia e imperiale stessa.</p>
          <p>Donde, per salvezza propria e sociale, e per il bisogno fra tanti pericoli di ordinamenti politici più ampli e robusti e di una economia finanziaria più poderosa, <hi rend="italic">lo sforzo prolungato e tenace</hi> (fra la comune stanchezza) <hi rend="italic">da parte delle monarchie</hi>, dai Tudor in Inghilterra ai principi tedeschi, fino agli ultimi Valois ed ai Borboni in Francia ed a Filippo II in Ispagna, <hi rend="italic">per accrescere il potere centrale dello Stato in forma assoluta</hi>, contro la aristocrazia prepotente, anzi contro tutti gli organismi autonomi del clero, della nobiltà, delle Corporazioni, che tradizionalmente quel potere avevano limitato.</p>
          <p>E generalmente vi riuscì: — sottomettendo la Chiesa (cattolica o le comunità protestanti) ad un regime politico, in cui il clero era fatto mancipio dell'autorità regia (regime giurisdizionale, Chiese di Stato); — trasformando l'aristocrazia di classe autonoma in una nobiltà di corte privilegiata, ma servile; sistema riuscito in parte nella Gran Bretagna, completamente in Francia e dovunque; — legando a sé la nuova borghesia mercantesca, cresciuta nei traffici intercontinentali, mercé i monopoli (sistema mercantile e <pb n="2.177" /> coloniale), e soggettando le Corporazioni dell'Arti al regolamentassimo di Stato e facendone stromento di finanza.</p>
          <p>Le antiche assemblee nazionali d'ora in poi menomate e combattute (in Inghilterra da Enrico VII alla <hi rend="italic">rivoluzione gloriosa</hi>,1688) e talora del tutto sospese (gli Stati generali in Francia dal 1614), fecero luogo all'assolutismo accentratore, trionfante con Luigi XIV («l'état c'est moi»).</p>
          <p>4. La sovranità regia centrale si era finalmente costituita; ma non senza una corrispondente trasformazione economica.</p>
          <p>Il predominio della ricchezza mobile, per mezzo delle classi intraprendenti popolari nell'economia civica dei Comuni autonomi medioevali, — si trovò sostituito gradualmente da una artificiale prevalenza degli <hi rend="italic">interessi fondiari-territoriali</hi>,su cui ricollocò la propria base il nuovo ordine politico.</p>
          <p>Furono ricostituiti, per leggi spogliatici di grandi e piccoli proprietari (in Inghilterra, Scozia, specialmente Irlanda, da Enrico VIII a Cromwell), per arbitrio di principi sui patrimoni ecclesiastici incamerati (Germania), per usurpazioni di speculatori privati a danno delle comunanze rurali (« enclosures»), <pb n="2.178" /> talora per investimento nel suolo dei capitali di ditte mercantesche e banchiere decadenti (Italia, da Lorenzo de' Medici in poi), <hi rend="italic">furono ricostituiti</hi> (ripetesi) i <hi rend="italic">latifondi</hi> in tutta Europa. — E questi vennero dovunque, dalla Spagna, alla Germania, all'Italia immobilizzati nelle grandi famiglie col regime del <hi rend="italic">fedecommesso</hi> divenuto universale. — Il colonato sotto ogni forma (livellari, piccoli finanzieri, mezadri, «tenanciers», «copyholders») fu tramutato in salariato, e dalle campagne, ridotte a prato o a parchi, respinto nelle città (specie in Inghilterra; ricollegando il rimanente alla terra quasi novella servitù della gleba (Germania, Gran Bretagna).</p>
          <p>Fu una rivincita (questa volta partita dal trono) della campagna sulle città; — ma non già come ripresa spontanea di energie sociali economiche, ma come un fatto coercitivo, imposto agli interessi sociali dalla <hi rend="italic">ragione di Stato</hi> a scopo politico; né già in pro di una classe autonoma vitale, bensì della regalità dinastica, a cui una nobiltà dissipatrice e corrotta dovea servire di puntello (Taine). Degenerazione pertanto della economia terriera, che trovava riscontro nella servitù del popolo artigiano, regolamentato politicamente nelle corporazioni chiuse (Francia, Germania, Italia), e sacrificato dalle speculazioni capitalistiche di novelle compagnie, borse, e banche privilegiate («incorporated») di Olanda, di Londra, di Francia (vedi Bry).</p>
          <p>
            <pb n="2.179" /> 5.Era indispensabile ricordare in quale modo si costituisse definitivamente il <hi rend="italic">potere centrale</hi> dello Stato nei tre primi secoli dell'età moderna, in connessione coll'analogo atteggiamento dei rapporti economici: perché esso determinò un periodo storico di pervertimento sociale ed economico i cui effetti perdurano tuttodì. Esso spiega: — la terribile reazione ideologica e positiva della rivoluzione francese dal sec. XVIII fino a noi, contro i privilegi di classe nobiliare e l'assolutismo di trono insieme, — la formazione di un capitalismo antipopolare, signoreggiante tutta l'economia, — e il proletariato contemporaneo, invocante la spogliazione della ricchezza terriera e mobile insieme. Tutti gli scrittori riconoscono nel periodo dell'assolutismo monarchico l'origine della crisi sociale e del socialismo presente (Mayer, Sombart, Loria).</p>
          <p>Risultato complessivo. – Ma prescindendo dalle degenerazioni, rimane netta la genesi dello Stato nella civiltà occidentale, sul triplice piedistallo delle <hi rend="italic">classi</hi>,dell'<hi rend="italic">autonomia locale</hi>,del <hi rend="italic">potere centrale coordinatore</hi>. In essa, come la società, così lo <hi rend="italic">Stato</hi> è<hi rend="italic"> organico</hi> per eccellenza; immensa elaborazione storica che, di fronte allo Stato assorbente dell'antichità, elevò questo tipo normale dello <hi rend="italic">Stato libero cristiano</hi>; alla cui ricostruzione, di mezzo agli odierni pericoli di un nuovo panteismo politico, volgonsi oggi le migliori aspirazioni dei popoli.</p>
          <p>
            <pb n="2.180" /> La chiesa universale. ‒ E allora pure torna perspicua la funzione <hi rend="italic">ordinatrice</hi> ed <hi rend="italic">integratrice</hi> (come dicemmo) della Chiesa; di questo massimo organismo informatore di tutta la vita della società, in relazione allo Stato.</p>
          <p>La Chiesa infatti, rappresentante della autorità divina, fonte remota di quella umana, adempié storicamente ad un ufficio <hi rend="italic">di consacrazione e di limitazione</hi> insieme dei poteri dello Stato, affinché coadiuvassero, senza trascendere, la <hi rend="italic">legge morale</hi> a cui è connesso l'ordine umano-civile. Essa fu così alternamente custode di autorità e di libertà.</p>
          <p>Essa supplì allo Stato in tutti i momenti di insufficienza o di anarchia: ciò che spiega la sua potenza anche politica nei periodi critici della civiltà d'ogni nazione, in ispecie nell'età medioevale; e i suoi atti di resistenza in tutti i tempi, a schermo delle libertà popolari, contro ogni arbitrio e prepotenza di troni o di parlamenti. Di qui lo slancio degli interessi stessi economici, che vivono di libertà nell'ordine.</p>
          <p>Essa colla sua robusta organizzazione gerarchica in tutto il mondo, prepara, contro gli egoismi nazionali, il diritto internazionale e agevola le relazioni universali. Perciò stesso nell'età cristiana il commercio e le istituzioni economiche furono più presto cosmopolitiche che nazionali.</p>
          <p>
            <pb n="2.181" /> Essa colle sue finalità etico-spirituali, al disopra degli immediati fini giuridici dello Stato (il mantenimento del diritto in tutti), tiene alti pure i fini morali sociali della umanità; e come tale di sua natura si fa promotrice nello Stato ed educatrice nei popoli di progresso nella civiltà. Non vi ha un solo de' grandi problemi etico-sociali ed anche economici delle popolazioni, a cui essa non trovisi nei secoli, colla sua autorità morale, colle sue leggi positive, colle sue influenze civili efficacemente intrecciata, dalla abolizione della schiavitù personale, all'ordine familiare, alle libertà popolane, ai problemi del lavoro, degli scambi, della proprietà. Essa affrontò e sciolse da sola il problema sociale nell'età di mezzo; essa presentasi consigliera e coadiutrice alla soluzione di esso anche oggidì. È una forza viva che accompagna il cammino storico dell'incivilimento, dalla quale il sociologo e l'economista non possono prescindere (Weiss, H. Pesch).</p>
          <p>Istituti privati. ‒ <hi rend="italic">La libertà personale. L'associazione. La proprietà particolare.</hi> Tutto l'organismo sociale coi suoi istituti pubblici mira definitivamente a munire della protezione del diritto i tre fondamentali istituti privati della <hi rend="italic">libertà personale</hi>,della <hi rend="italic">associazione</hi>,della <hi rend="italic">proprietà</hi>.Comunque sieno questi il ganglio centrale a cui tutte le forze del consorzio civile convergono, qui basterà un cenno di essi più <pb n="2.182" /> breve, dovendo la economia nella sua trattazione analitica discorrere a più riprese delle loro forme e della loro efficacia sulle leggi della ricchezza.</p>
          <p>La libertà personale. – Primo e massimo istituto privato, essa è «il riconoscimento giuridico della <hi rend="italic">persona umana</hi>,cioè di quelle qualità essenziali della natura dell'<hi rend="italic">uomo</hi>,per cui questo distinguesi da tutti gli altri esseri»; qualità di <hi rend="italic">ente morale</hi> autonomo, avente suoi propri <hi rend="italic">fini spirituali</hi> (ed altri a questi coordinati), che esso ha il dovere per legge etica superiore di conseguire colla sua <hi rend="italic">energia psichica libera e responsabile</hi>;e nel cui esercizio, pertanto, ciascuno nella società ha il diritto di non essere impedito (<hi rend="italic">libertà</hi> negativa), bensì coadiuvato (<hi rend="italic">libertà</hi> positiva) dai propri simili e all'uopo di venire dalla autorità dello Stato protetto ed integrato.</p>
          <p>In questo riconoscimento sociale e giuridico della sua <hi rend="italic">personalità</hi> (libertà spirituale) sta tutta la <hi rend="italic">dignità</hi> e<hi rend="italic"> potenza civile</hi> dell'uomo.</p>
          <p>La schiavitù. – 1. Storicamente invece, quasi condizione patologica congenita, sopra gran parte della umanità noi troviamo l'opposto della libertà personale, cioè non già la padronanza di sé, ma la <hi rend="italic">schiavitù</hi> o meglio la negazione della autonomia morale-psicologica nei propri simili, mercé la padronanza dell'uomo sopra altri uomini, affermata dal fatto e sanzionata dalle leggi positive.</p>
          <p>
            <pb n="2.183" /> Risalendo alle <hi rend="italic">cause speculative</hi> della schiavitù, questa generalmente scorgesi in tutta l'antichità derivare: — da una imperfetta concezione della natura umana, in ispecie dei suoi fini morali sovrannaturali e della sua spiritualità; — dal presupposto filosofico di uomini e di razze sostanzialmente (non già nel grado soltanto) superiori e inferiori; — e dalla nozione della onnipotenza dello Stato, come autore unico ed arbitro del diritto nelle relazioni reciproche, per cui le facoltà giuridiche derivano dalla qualità non già di uomo ma di cittadino, cioè dai poteri arbitrariamente dallo Stato conferiti ai suoi membri e agli altri negati.</p>
          <p>E <hi rend="italic">cause positive</hi> furono: — il sentimento di autorità e della sua necessità, facilmente confuso colla forza materiale dei potenti a carico dei deboli, sicché i primi schiavi sono la moglie e i figli nella mano ferrea (<hi rend="italic">in manu</hi>)del marito e del padre; — la coscienza della utilità sociale racchiusa in ogni superiorità, che traligna in orgoglio per innalzare sé stessi col sacrifizio altrui; — alcune esigenze economiche, quali la miseria dei ceti inferiori che trae a vendere la libertà per vivere, e la cupidigia dei ceti superiori che spinge ad arricchire senza lavorare.</p>
          <p>Le quali esigenze economiche in particolare contribuirono notevolmente per secoli alla introduzione e mantenimento della schiavitù universale. In <pb n="2.184" /> periodi rudimentali in cui popolazioni demografiche molto scarse trovanti di continuo occupate nella difesa militare, — il bisogno di braccia per i servigi economici indispensabili alla vita fisica (l'alimento, la veste, la casa, ecc.), trae a ricorrere agli individui soggetti per ragione di parentela (figli, donne), al ratto o alla compravendita di persone estranee, alle genti vinte in guerra e risparmiate alla morte o alla immolazione agli dei; e tutte queste forze umane, considerate come indispensabili <hi rend="italic">forze di lavoro</hi> vengono ridotte in schiavitù. Tale necessità economica perdura in popolazioni progredite, in cui gli <hi rend="italic">uffici civili</hi> (il governo della pubblica cosa) in regimi di panteismo politico assorbono totalmente il cittadino che perciò reputa impossibile e disdicevole l'occupazione materiale, e come uomo libero e sovrano condanna al lavoro lo schiavo. E prolungasi ulteriormente, quando a tali necessità relative di economia sottentra la febbre di moltiplicare i godimenti sensibili e perciò gli stromenti umani passivi della propria ricchezza.</p>
          <p>2. Così, per la confluenza di queste cagioni, la schiavitù si rende universale e si perpetua; anzi col processo del tempo fra nazioni decadenti cresce e dilaga: e sui latifondi dell'impero morente gli schiavi erano moltiplicati all'infinito.</p>
          <p>Variano soltanto nella storia le forme: — vi ha <pb n="2.185" /> la <hi rend="italic">schiavitù personale e di famiglia</hi>,in cui il contatto con questa mitiga le relazioni padronali; — la <hi rend="italic">schiavitù di Stato</hi> di popolazioni vinte e trasferite in massa da stranieri paesi a disposizione dei poteri sovrani, che li impiegano nei lavori pubblici, nelle miniere (<hi rend="italic">ad metalla</hi>),nelle costruzioni edilizie, ecc., la quale ne è la forma peggiore; — la <hi rend="italic">schiavitù di casta</hi>,reggimentata nei suoi uffici economici in classi coattive e permanenti; la quale consente almeno continuità di certe tradizioni e consuetudini dell'arte. — Ma nell'insieme queste forme di schiavitù si connettono così intimamente al pensiero, agli ordinamenti, e agli interessi della antichità, che uomini di genio (Aristotele, Platone) la reputano necessaria; severi cittadini (Catone il censore) se ne fanno avidi sfruttatori; ed essa riesce ad atteggiare siffattamente tutti i rapporti della ricchezza da comporre il sistema caratteristico di <hi rend="italic">una economia a schiavi</hi>,propria di tutto l'evo antico.</p>
          <p>Sua abolizione. ‒ 1. A mutare quella pietra angolare dell'edificio sociale-giuridico basato sulla schiavitù, occorreva una virtù che partisse da una regione superiore a questo ambiente di pregiudizi e pervertimenti, costituito da millenni, la quale, cominciando dal <hi rend="italic">rinnovare a fondo i concetti spirituali intorno all'uomo</hi>,tesoreggiasse tutte le forze individuali, sociali, giuridiche, per convergerle con un <pb n="2.186" /> processo storico secolare alla abolizione della <hi rend="italic">schiavitù.</hi> Ciò fece il cristianesimo per mezzo della Chiesa. Esso, partendo dalle idee, proclamò l'uomo un essere creato ad immagine di Dio ed avente un'anima a fini sovrannaturali, da cui <hi rend="italic">non può essere disviata dagli altri uomini</hi>,tutti uguali in questa finalità morale. Ed analogamente esso predicò l'<hi rend="italic">affrancamento dello spirito umano</hi> da ogni ostacolo esteriore sociale-giuridico nel raggiungere i suoi fini sovrannaturali; facendo in tal modo atto strettamente etico-religioso, e limitandosi lungamente a questo.</p>
          <p>Ma accettato e rispettato questo principio, <hi rend="italic">la schiavitù nella sua essenza era mutata</hi>. Lo schiavo non poteva più essere dal padrone costretto a violare la legge divina; e così la sua qualità di <hi rend="italic">ente razionale e libero</hi>,e tutta la sua dignità spirituale erano rivendicate (<hi rend="italic">agnosce christiane dignitatem tuam</hi>,s. Paolo); e <hi rend="italic">nella sua coscienza morale</hi> egli rimaneva indipendente dal suo padrone, sebbene avesse continuato a trovarsi dipendente da lui <hi rend="italic">in ogni atto esteriore</hi>, non offensivo di quella legge etica.</p>
          <p>2. Dichiarata salva e protetta questa facoltà o libertà dello spirito di osservare la legge morale, la <hi rend="italic">schiavitù</hi> che ne è la sostanziale negazione, <hi rend="italic">intrinsecamente non esisteva più</hi>;e di essa non rimasero che le <hi rend="italic">relazioni estrinseche</hi> ossia certe prestazioni coattive verso altri uomini, bensì sconvenienti alla <pb n="2.187" /> dignità umana, civilmente imperfette e a vario grado nocive del bene individuale e sociale, ma non assolutamente immorali. Relazioni coercitive, le quali, per logica conseguenza di quella libertà morale, erano destinate a tramutarsi presto o tardi in altrettante <hi rend="italic">libertà civili</hi>,o fisiche (incolumità, locomozione, sede) o intellettuali (propaganda del vero) od etiche (effettuazione del bene) od economiche (attuazione dell'utile) nell'ambito crescente della vita domestica, sociale, politica; — la cui assenza o insufficienza però poteva essere frattanto tollerata, fino a che la educazione della coscienza umana e il favore di circostanze storiche non avessero consentito e agevolato il legittimo e proficuo asseguimento di quelle libertà medesime (Talamo).</p>
          <p>Così fu salvo anche il <hi rend="italic">procedimento storico di una esplicazione graduale</hi> della libertà personale, mercé la garanzia legale di <hi rend="italic">libertà civili</hi> sempre più numerose ed ampie; — senza di che lo spezzamento subitaneo e violento degli esteriori vincoli secolari fra classi dominatrici e servili avrebbe accresciuta la resistenza dei padroni offesi nei loro interessi, e peggiorata la sorte degli schiavi impreparati a fruire della piena libertà; compromettendo società e Stato, e ritardando di secoli la massima rivendicazione umana.</p>
          <p>I fattori storici. – Di questa graduale <pb n="2.188" /> attenuazione e abolizione della schiavitù e di forme derivate non mancarono.</p>
          <p>1. Già dalle origini ripugnò a popoli vincitori di ridurre i vinti di razza affine a stato di piena schiavitù, e imposero ad essi una condizione di libertà più o meno limitata; così in India nei vari gradi della casta servile dei sudra (connazionali) a differenza dei veri schiavi o paria (stranieri); e così presso i germani. — Talvolta la impotenza dello Stato di mantenere l'istituto della schiavitù su popolazioni agricole in vasti e remoti territori suggerì di legarli, più che ai padroni, alla terra, come nell'impero romano. — Tal'altra il calcolo di classi dominanti consigliò di accrescere la propria influenza pubblica, meglio che col numero degli schiavi, con uomini a sé obbligati coi vincoli di gratitudine e di servigi civili, quali i <hi rend="italic">clienti</hi> in Roma. — Dovunque, poi, gli affetti familiari e l'intima convivenza mitigarono la schiavitù dei consanguinei e dei servi domestici. — Più tardi il sentimento di umanità, sorretto in qualche misura da teorie filosofiche (p. e. dello stoicismo), si aggiunse a dare diffusione all'antico istituto della <hi rend="italic">manumissione</hi> degli schiavi; — senza dire delle vicende politiche, che alla plebe romana (probabilmente all'origine in tenue schiavitù dai primi occupanti) conferirono successivamente i diritti privati (<hi rend="italic">ius connubii</hi>)e pubblici (<hi rend="italic">ius suffragii</hi>)dei liberi <pb n="2.189" /> cittadini. E così per ragioni etniche, civili, familiari, politiche s'ebbero <hi rend="italic">forme intermedie</hi> fra schiavitù e libertà personale, in tutta l'antichità: quella dei perieci in Grecia, del colonnato e dei liberti in Roma, dei servi della gleba nelle province romane, degli aldi e liti fra i germani, ben distinti, quivi come dovunque, dai veri e propri schiavi (Schmoller, Maurer, Lampertico).</p>
          <p>2. E qual parte vi ebbe l'<hi rend="italic">interesse economico?</hi> —Questo, che fu decisivo, come vedemmo, nell'introdurre la <hi rend="italic">schiavitù</hi>,nol fu altrettanto durante il paganesimo nel sopprimerla o restringerla. Omero avea bensì cantato che Giove allo schiavo «toglie metà dell'anima», accennando alla fiacchezza del braccio servile cui manca l'impulso psichico del proprio miglioramento, ciò che più tardi confermano Plinio, Varrone, Columella, ecc. Ma tuttavia l'antichità greco-romana, supplendo alla scarsa produttività degli schiavi <hi rend="italic">col loro numero</hi>,progressivamente li moltiplicò; sicché nell'Attica come in Roma essi da forse 1/3 della popolazione nei primi tempi, da ultimo salirono a 2/3 (Schmoller, Abignente); e la cupidigia del proprietario terriero (vedi Seneca, Plauto, Macrobio) continuò crudelmente a speculare fra il prezzo dello schiavo e la sua resistenza animale, facendo una concorrenza disastrosa in Grecia come in Italia e altrove al lavoro libero (Curtius, <pb n="2.190" /> Mauri); donde le congiure degli schiavi (dalle guerre puniche a quelle dei gladiatori), simultanee alle agitazioni dei collegi degli artefici (dalle guerre civili in poi) ed egualmente infruttuose.</p>
          <p>Solamente negli ultimi tempi dell'impero occidentale l'esaurimento dei latifondi e la ruinosa decadenza d'ogni ricchezza trassero i romani a liberarsi dal peso di grandi masse di schiavi, riuscendo però a questo risultato: — non già all'abolizione generale della schiavitù ma ad un restringimento del numero degli schiavi, accompagnato dalla moltiplicazione di <hi rend="italic">liberti</hi> derelitti e ridotti alla miseria — nonché alla diffusione sistematica per opera di Diocleziano di uno stato di semi-schiavitù imposto anche ai lavoratori liberi, estesissimo e perdurante per secoli, che consisteva nell'adibire gli artigiani ai <hi rend="italic">collega opificum</hi> dei municipi (città) e i coltivatori alla terra o zolla dei padroni (nelle province); e ciò colla duplice <hi rend="italic">servitù corporativa e della gleba</hi> (<hi rend="italic">servitus glebae</hi>),la quale così venne a distinguersi vieppiù dalla antica e <hi rend="italic">piena schiavitù</hi>.</p>
          <p>3. Era tuttavia un progresso, perché sopra di questa, la <hi rend="italic">servitù</hi> dava il sopravvento ad uno stato di <hi rend="italic">semi-libertà</hi>,il quale pure obbligando ad altri per tutta la vita il <hi rend="italic">lavoro</hi> (l'attività), riconosceva la incolumità fisica e morale della <hi rend="italic">persona</hi>.Nondimeno si può con rigore critico affermare che queste ragioni <pb n="2.191" /> filosofiche, civili, economiche non sarebbero bastate senza il cristianesimo ad una abolizione generale e definitiva sì della schiavitù che della servitù. Le quali, in onta ai nuovi principi cristiani, per sorvissuti pregiudizi pagani, per abusi rinnovantisi, per connessione con altri istituti storico-giuridici (p. e. il diritto bellico o il regime feudale), sotto varie forme attenuate persistettero secolarmente nella cristianità; — quella (la schiavitù), bensì assottigliata in numero, ma applicata dai germani stranieri ai vinti latini, più tardi dagli italiani agli infedeli orientali (slavi, schiavi) fatti prigionieri in guerra o comperati sulle coste mediterranee, ed usata nelle città mercantili e doviziose nei <hi rend="italic">servigi domestici</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> questa (la servitù), invece estesa vieppiù come eredità della gleba romana sui beni pubblici e privati, ribadita dovunque dai barbari sulle soggiogate ed espropriate genti campagnole, perpetuate sulle terre feudali più o meno per tutto il medio evo. Ma infine ambedue, fra gli stessi ripetuti conati di prepotente riproduzione, vennero definitivamente nella civiltà occidentale moderna a disparire.</p>
          <p>Procedimento storico. ‒ Ciò con quel longanime procedimento della Chiesa, di cui questi furono i modi principali.</p>
          <p>1. <hi rend="italic">Di fronte alla vera schiavitù.</hi> Si continua la costante e universale propaganda del dogma <hi rend="italic">dell'</hi><pb n="2.192" /><hi rend="italic">uguaglianza di tutti gli uomini nei doveri morali</hi> religiosi dinanzi a Dio e dell'obbligo dei padroni di rispettarla negli schiavi, sebbene nei rapporti esteriori rimanga l'obbedienza e si condanni la ribellione (s. Paolo), e così si trasforma virtualmente la schiavitù; si limita la padronale (<hi rend="italic">herilis</hi>)potestà sullo schiavo; se ne condanna la uccisione; si riconosce la santità, monogamia, indissolubilità del matrimonio anco fra schiavi; si mitiga il trattamento di essi. Una nuova coscienza morale, figlia delle dottrine dei santi Padri, dei dottori, del giure canonico, proluse così per secoli alla soppressione della schiavitù, con un rivolgimento interiore, che fu il lievito di quella rigenerazione esteriore. Anche nel traffico degli schiavi, proibito nelle nostre città a Roma, Venezia, Genova (fin dal sec. VIII, IX, X) eppure tollerato fino al XVII, si rendeva omaggio alla dignità umana, provvedendo al loro battesimo, istruzione, moralità (Lampertico).</p>
          <p>La soppressione effettiva si attua <hi rend="italic">con molteplici impulsi e vigorose iniziative</hi>.Si incoraggiano gli atti di spontanea affrancazione in massa da parte dei padroni, a titolo di giustizia, di carità, di fede religiosa coi mezzi di riscatto della beneficenza privata e pubblica; se ne santifica e popolarizza la forma colla manumissione agli schiavi «<hi rend="italic">in Ecclesia</hi>»;si obbligano i chierici a liberarli; si vendono beni e <pb n="2.193" /> arredi di chiesa, si raccolgono offerte, più tardi si istituiscono ordini religiosi per redimerli a danaro; si aprono asili allo schiavo fuggitivo; e questo, liberato ed educato, si eleva a dignità ecclesiastiche e civili. Il momento culminante è segnato dall'opera emancipatrice universale di papa Gregorio Magno (m. 604), già preparata e segnata da oltre 200 decisioni autorevoli dei concili provinciali o generali e dei pontefici e sempre sanzionata dal diritto canonico (Wallon, Périn).</p>
          <p>L'opera redentrice insieme si rafferma mediante la remota e protratta <hi rend="italic">influenza del cristianesimo sulle antiche leggi civili</hi>;sicché il diritto romano serba le tracce di questa influenza cristiana per mano di filosofi, giureconsulti, legislatori in tre momenti ben distinti: — sotto l'impero pagano fino ad Antonino Pio e Marco Aurelio nelle correzioni dell'editto e nelle sentenze di Gaio e Ulpiano; — poi nelle riforme novatrici degli imperatori cristiani da Costantino a Teodosio II e a Valentiniano III; — infine nella sistemazione del <hi rend="italic">Corpus iuris</hi> per Giustiniano. E ricompaiono crescenti e sovrane le ispirazioni della Chiesa negli editti e leggi di barbari (Rotari, Liutprando) nei capitolari carolingi, negli statuti comunali; e nella legislazione universale, mercé le encicliche pontificie, non mai interrotte da Gregorio Magno ad Alessandro III, a Benedetto XIV, a <pb n="2.194" /> Leone XIII informatrici del giure internazionale fino ai nostri dì (Troplong, Ferrini, Bougaud).</p>
          <p>2. <hi rend="italic">Dinanzi alla servitù. —</hi> Qui non trattavasi invero di rivendicare la <hi rend="italic">libertà morale</hi>,che nella <hi rend="italic">servitù</hi> propriamente detta del tempo cristiano era per massima riconosciuta, riducendosi a vincoli e limiti di attività esteriore; bensì soltanto: — di sciogliere dapprima le moltitudini dal <hi rend="italic">legame alla gleba</hi>,cioè dall'obbligo di lavorare tutta la vita sul podere padronale e di trapassare ad altri colla proprietà di questo; — ed inoltre di attenuare o sopprimere certe <hi rend="italic">prestazioni forzate</hi> (non contrattuali e non rimunerate) di cose e servigi verso i proprietari del suolo a titolo di dominio privato e di signoria pubblica (angarie, prestarie, comandate).</p>
          <p>Tale affrancazione — in questi due obbietti e momenti distinti — si effettuò massimamente dalla Chiesa, assumendo l'ufficio di <hi rend="italic">tutrice degli umili e degli oppressi</hi> cioè mediante un <hi rend="italic">patronato civile</hi>,che creasse ed educasse nuove classi lavoratrici autonome; nel quale patronato in pro della libertà il fattore economico ebbe parte cospicua. — Colla glorificazione cristiana del lavoro manuale, essa iniziò (come vedemmo) i volghi legati alla gleba e gli artefici addetti ai collegi, già coattivi, a nuovi processi ed esercizi tecnici, coi quali i lavoratori accrebbero il proprio valore economico dinanzi alle classi <pb n="2.195" /> dominanti. — Li educò al governo di sé e dei propri interessi, chiamando le antiche associazioni campagnole (<hi rend="italic">universitates</hi>)per l'uso dei beni comuni, a trattare di negozi civili sul sagrato della pieve o nella parrocchia, primo circolo di vita amministrativa rurale in Italia, Inghilterra, Svezia, quasi dovunque. — Alle novelle società delle arti, già a scopi di culto e di carità (confraternite, gilde religioso-sociali), dando armi a gonfaloni, attribuì le prime funzioni militari di pubblica difesa (le sedici compagnie dell'arti in Firenze). — Soprattutto allentò e trasformò il legame personale alla zolla sui beni di Chiesa e dei chiostri, considerando i lavoratori non più servi per coazione bensì «<hi rend="italic">serventes pro amore</hi>» (<hi rend="italic">Liber diurnus</hi>),associandoli a sé con migliori rapporti agricoli consuetudinari, riducendo il canone dei poderi a semplici atti di omaggio padronale, attribuendo ai coltivatori l'incremento del reddito e il possesso del capitale formatosi sul suolo col loro sudore; — e assumendo di ricambio i proprietari la protezione dei propri dipendenti nei diritti, nelle offese, negli infortuni. Dappertutto in Inghilterra, Germania, Francia, la storia comprova tale preferenza nello stato dei lavoratori delle proprietà ecclesiastiche sopra quelle secolari (Ashley, Janssen, Glasson).</p>
          <p>Questo <hi rend="italic">patronato benefico</hi> (imitato in parte dai signori feudali) avea così adunato gli elementi di <pb n="2.196" /> nuove classi autonome, imbevute del sentimento della <hi rend="italic">libertà</hi>, munite dei mezzi per reclamarla e dello spirito pubblico per ottenerla (Le Play). V'ebbero pertanto momenti storici in Europa di ebbrezza per l'affrancazione dei servi nell'evo medio (Montalembert). E così la libertà essi in fatto a vario grado conseguirono: — fuggendo dalla zolla servile nelle città, ormai centri di altri liberi lavoratori nei rinnovati Collegi dell'Arti; — riscattandosi a prezzo da sé o col concorso finanziario dei Comuni civici (caratteristica d'Italia), per indennizzare così i signori e principi terrieri; — infine fruendo delle carte di libertà da questi elargite; — e successivamente sostituendo le prestazioni forzate in natura, con servigi contrattuali e corresponsioni in danaro ai padroni, e con imposte allo Stato.</p>
          <p>Altro meraviglioso movimento sociale (dopo quello contro la schiavitù) questo per la affrancazione dalla servitù della gleba e da oneri servili; il quale, anticipato in Inghilterra e Italia fin dal secolo XI, già rapido in Francia nel secolo XIV («la jacquerie») e bene avviato nel sec. XV in Germania, — avrebbe fornito in breve il suo corso, senza gli avvenimenti infesti alla libertà, sorvenuti in sul tramonto del medioevo e nell'aprirsi dell'età moderna.</p>
          <p>Retrocessione. ‒ 1. Infatti i principi universalmente predicati e le sapienti provvidenze attuate in <pb n="2.197" /> favore della libertà umana per quindici secoli, avevano già assicurato che la causa di questa era vinta e che l'abolizione graduale ma completa della schiavitù, come l'affrancazione della servitù, avrebbero distinto la civiltà cristiana dalla pagana.</p>
          <p>Ma che il merito principalissimo dovesse risalire al cristianesimo fu attestato poi dal duplice fatto solenne: — che la schiavitù e le altre forme derivate da questa più o meno persistettero in tutti i popoli ove esso non dominò; — e quel che è più, che le stesse nazioni più civili vi ricaddero nei periodi di pervertimento dello spirito cristiano e dell'azione della Chiesa, come in breve si sperimentò. Invero:</p>
          <p>il moto diffusivo dell'affrancazione della servitù della gleba e degli oneri personali si rallentò generalmente in Europa nel secolo XV, pel decadimento dell'autorità sociale della Chiesa in seguito allo scisma di occidente, e più nel secolo XVI, per il predominio di idee pagane ostili al popolo, nel cimento di nuove vicende demografiche e politiche. — Ciò anticipatamente in Inghilterra, ove la spinta più che altrove sensibile data dalla <hi rend="italic">peste nera</hi> (1345- '48) all'aumento dei salari e quindi alla emancipazione del «villenage» precipitò una serie di ordinanze regie restrittive reclamate dalla nobiltà e borghesia, le quali dallo «statute of labourers» di Edoardo III (1349) e dalla tariffa delle derrate e merci di Enrico VI (1437 e <pb n="2.198" /> '45) arrivano alle spogliazioni del popolo di Enrico VII e VIII (Rogers, Cunningham). Altrettanto si aggravarono i pesi feudali («Frohndienste») sui contadini sotto la crescente prepotenza dei signori e principi tedeschi, che prepararono la riforma di Lutero; come si intensificarono gli oneri personali e i diritti giurisdizionali a carico delle campagne, durante le guerre civili e religiose dal XV al XVII sec., che accrebbero i privilegi della nobiltà in Francia. Le agitazioni campagnole dei «poveri preti» sotto Wyckliffe (1381) in Inghilterra, i 12 articoli e la guerra dei contadini in Germania (1525), e la stessa rivoluzione francese (1789) furono protesta e talora terribile vendetta di questo rinnovato servaggio.</p>
          <p>2. V'ebbe di peggio rispetto alla <hi rend="italic">schiavitù</hi> vera e propria. Le immani guerre coi turchi dopo la caduta di Costantinopoli (1453), le quali moltiplicarono i prigionieri infedeli, il bisogno di braccia per il lavoro delle terre nelle colonie, il rinato feticismo dello Stato imperiale pagano, colle sue istituzioni ostili al lavoro, alle moltitudini, alla libertà, vi dettero occasione, materia, spiegazione; e così la schiavitù si riprodusse e ravvivò nei paesi circummediterranei, ed anzi si trasferì nei continenti discoperti. Quivi, iniziata dai portoghesi (nel sec. XV e forse prima) sulle coste d'Africa, fu introdotta sistematicamente dagli spagnoli nelle Americhe del sud e</p>
          <p>
            <pb n="2.199" /> del centro, sotto la forma inumana della « tratta dei negri» conquistati o comperati nell'Africa, legalmente disciplinata da Carlo V e successori (leggi sugli «asientos», 1580-1701), estesa dagli olandesi e dagli inglesi nelle loro colonie del Nord America, continuata cupidamente nelle piantagioni della libera Unione (1776), sanzionata con tirannie inaudite in qualche Stato (il <hi rend="italic">codice nero</hi> della Virginia), regolata ancora da trattati internazionali (1713).</p>
          <p>Libertà definitiva. ‒ 1. Ma il principio cristiano della dignità personale e libertà, rivendicato dai papi e da filosofi (Francesco da Victoria, Cano, Suárez contro Sepulveda) intorno al tempo del concilio di Trento, e dall'apostolo degli schiavi, il vescovo Las Casas in America, trasfuso più tardi nel sentimento universale di umanità in pro degli schiavi di cui si fecero socialmente fervidi propugnatori Franklin, Wilberforce, B. Stowe, e politicamente uomini di Stato, Pitt, Fox, Huskisson, Jefferson, — riusciva primamente al «bill» del 1833 nella Gran Bretagna per la liberazione degli schiavi (verso indennità ai padroni) in tutte le sue colonie, — seguito dalla analoga legge francese del 1848 (già predisposta dalla <hi rend="italic">Convenzione</hi>,1794);<hi rend="italic"> —</hi> e infine alla abolizione <hi rend="italic">improvvisa e violenta</hi> della schiavitù, dopo cinque anni di guerra micidiale (1860-65), nell'Unione nord-americana, per opera di A. Lincoln, e <hi rend="italic">graduale</hi> nella rimanente <pb n="2.200" /> America; — traducendosi ancora il procedimento in convenzioni internazionali per la soppressione universale della tratta, già nel trattato del 1815, e meglio nella conferenza diplomatica del 1889 a Bruxelles.</p>
          <p>2. Più tardiva fu la <hi rend="italic">soppressione legale della servitù</hi> e <hi rend="italic">delle prestazioni forzate</hi>. Subitanea in Francia per entusiastica rinunzia della nobiltà nella notte del 4 agosto 1789, fu decretata in Prussia con leggi del 1806-8, in Russia del 1860; e poi scomparve nel sec. XVIII e XIX lentamente dappertutto.</p>
          <p>Così si riparava al più vergognoso fra tutti i regressi dei primi tre secoli dell'età moderna, quello della libertà personale; e si compiva giuridicamente nella civiltà occidentale la <hi rend="italic">massima rigenerazione umana</hi>.Essa era durata 19 secoli.</p>
          <p>Conclusione. ‒ L'acquisto e lo svolgimento parallelo di singole forme di <hi rend="italic">libertà civili</hi>,cioè <hi rend="italic">private</hi>, <hi rend="italic">sociali</hi>,<hi rend="italic"> economiche</hi>,<hi rend="italic"> politiche</hi>,non poteva essere e non fu che la derivazione logica e pratica lungo i secoli del riconoscimento della dignità morale e della personalità giuridica dell'uomo; a cui «<hi rend="italic">avea posto mano e cielo e terra</hi>»,dalla religione fino al calcolo economico utilitario.</p>
          <p>Tali sembrano i risultati accettevoli di copiose ricerche critiche obbiettive intorno a questa suprema conquista del cristianesimo nella civiltà (Wallon, Maurer, Janssen, Ashley, Cibrario, Abignente, Lampertico, Talamo, — e di contro Maynz, Renan, Laurent, <pb n="2.201" /> Rogers, Ciccotti). Se vi ha contrasto di giudizi, ciò dipende da preconcetti anticristiani o da facili equivoci fra libertà etico-personali e libertà civili, fra schiavitù e servitù (della gleba), fra l'affermazione di principi o di precetti morali e gli espedienti o mezzi di applicazione. Ma frattanto si può con sicurezza farne questi apprezzamenti.</p>
          <p>La <hi rend="italic">libertà personale</hi> divenne la pietra angolare del nuovo ordine sociale; il quale non poggiò più sulla qualità privilegiata di <hi rend="italic">cittadino</hi> impartita dallo Stato, ma sulla natura irreformabile e inalienabile dell'<hi rend="italic">uomo</hi> e dell'umanità.</p>
          <p>Essa fu il principio di ogni ascensione umana e sociale. Chi è riconosciuto legalmente <hi rend="italic">padrone di sé</hi> in ordine ai suoi fini doverosi morali, presto o tardi deve esserlo anche nella scelta ed esercizio libero di ogni forma di attività esteriore che meglio conferisca a quel fine; e così essa generò tutte le libertà civili e storicamente insinuò nelle genti cristiane uno spirito inesauribile di espansione e progresso.</p>
          <p>Il processo storico di abolizione della schiavitù e servitù e della affermazione legale della libertà rimarrà ognora l'esempio tipico dei metodi pratici di ogni salutare riforma sociale, ammonendo: — di prender le mosse dai principi razionali e morali, ricollegati ai veri sovrannaturali; — di procedere <pb n="2.202" /> ad applicazioni concrete con forme successive e graduali; — e di tesoreggiare all'uopo le molteplici forze vive e le vicende storiche della convivenza civile. Le conseguenze di essa sulla ricchezza si estimeranno in tutte le leggi economiche. Basti qui dire che la libertà non soltanto sospinge e favorisce il lavoro più intenso, intelligente, efficace, ma quel che è più, educa alle più svariate, ardite e perduranti iniziative economiche; — e più ancora, che tende ad elevare e nobilitare tutte le classi, sul fondamento comune della multiforme e meritoria attività produttiva e distributiva. Così l'economia cristiana del libero lavoro riuscì il contrapposto dell'economia servile pagana.</p>
          <p>Il diritto di associazione. – È la immediata deduzione pratica della libertà personale siccome una espansione della persona individua nella persona sociale. È il passaggio dal diritto di libertà personale in senso negativo (essere rispettato) al diritto stesso in senso positivo (essere coadiuvato) cioè «la facoltà riconosciuta dalle leggi positive di stringersi con altri per il conseguimento dei propri fini».</p>
          <p>Invero essa apparisce come una concomitanza e filiazione della libera personalità. Il medio evo fu il periodo della <hi rend="italic">individualità</hi> (emancipata dalla antica schiavitù) e delle <hi rend="italic">associazioni</hi> perfezionate e moltiplicate sotto mille <pb n="2.203" /> forme. Ma in tre principalmente: — di <hi rend="italic">associazioni necessarie</hi>,prima e massima la <hi rend="italic">società familiare</hi>,ricostituita per la sua più intima unità <hi rend="italic">sul matrimonio monogamico</hi>,<hi rend="italic"> sulla indissolubilità di esso</hi>,<hi rend="italic"> sulla uguaglianza nei fini o doveri morali fra</hi> i coniugi, divenendo la matrice su cui le altre si plasmarono; — di <hi rend="italic">associazioni volontarie</hi>,create cioè immediatamente dal consenso dei suoi membri; — a cui si aggiunsero (fioritura caratteristica del diritto cristiano) le associazioni od <hi rend="italic">enti morali giuridici</hi>,cioè sodalizi costituenti una persona collettiva, distinta dai membri che la compongono, servente ai <hi rend="italic">fini generali e permanenti</hi> del consorzio umano civile (<hi rend="italic">universitates rerum et personarum</hi>),quali fondazioni, opere pie, corporazioni, rappresentanze di classe, istituti di pubblica utilità (Ferrni).</p>
          <p>Queste ultime appariscono siccome la più alta affermazione sociale e perpetuazione storica della libera persona individua. Tutte le associazioni nel medio evo rivelano la tendenza potente ad assumere questa figura robusta di ente giuridico (<hi rend="italic">corpus</hi>),in qualche luogo la famiglia stessa (Beauchet), altrove le banche o gli istituti di credito, riflesso della predominante coscienza di socialità e di perennità (Gierke); ed oggi simile tendenza alla costituzione di enti forniti di personalità giuridica promettente di divenire caratteristica dei popoli liberi, che hanno fede nei loro duraturi destini sociali. In breve le <pb n="2.204" /> moltiplicate fondazioni di pubblica utilità e le ingenti organizzazioni di classe nella Gran Bretagna e Stati Uniti, fornite di personalità giuridica, ridoneranno saldezza vittoriosa alle stirpi anglo-sassoni di mezzo alla mobilità vertiginosa della società moderna (C. Jannet).</p>
          <p>Così i due istituti della libertà e della associazione nella realtà della vita si integrano a vicenda: — l'<hi rend="italic">associazione</hi> divenne il munimento della <hi rend="italic">individualità</hi> emancipata, troppo vacillante nel proprio isolamento, presidio necessario specialmente per le classi inferiori; — ma di ricambio la libertà conferì ad avvivare del proprio soffio la associazione, insinuando in questa lo spirito di iniziativa e di pieghevolezza, nelle applicazioni multiformi del progresso sociale collegato colla libertà personale. E basti per ora; premessi questi sommi concetti, l'istituto della associazione ricomparirà con vesti svariate nell'analisi scientifica di ogni tema economico.</p>
          <p>La proprietà particolare. – Questo istituto giuridico alla sua volta è «una proiezione della personalità obbiettivata nel mondo materiale». Pietra fondamentale della economia privata e centro di gravità di quella sociale (di cui pertanto ricorre il discorso di continuo nello studio di questa), essa ha importanza per tutta la sociologia o dottrina dell'incivilimento.</p>
          <p>Ciò risulta dal concetto stesso di <hi rend="italic">proprietà particolare</hi> in contrapposto ad universale (che non esiste se <pb n="2.205" /> non in forma potenziale) ed è: «il riconoscimento giuridico della spettanza o appartenenza esclusiva alla persona umana (individua o collettiva) delle cose utili materiali, per un atto di energia psichica e fisica, che a sé le colleghi per tutti i fini legittimi dell'uomo nella società, e quindi per il bene particolare coordinato al bene generale». Il contrapposto sarebbe «l'attribuzione dei beni a tutta l'umanità in comune, ad esclusione di singoli ossia di persone particolari», vale a dire il comunismo e vari gradi di esso col titolo di socialismo.</p>
          <p>1. Spetta alla filosofia morale e del diritto definire e giustificare questo concetto di proprietà particolare; il cui contenuto e valore sull'economia sociale si ripercuote nella produzione e circolazione, nel riparto e nel consumo della ricchezza, o come condizione o come risultato di questa, moltiplicando le occasioni a trattarne. Ma qui basti rilevare come premessa, che tale diritto complesso <hi rend="italic">nella sua pienezza</hi> importa in favore delle persone che ne sono investite: — in primo luogo, per l'<hi rend="italic">oggetto</hi>,la disponibilità completa, sia dei <hi rend="italic">beni finali</hi> utilizzabili immediatamente per i bisogni umani (il frutto, il pane, la veste), cioè dei prodotti naturali o artificiali (proprietà redditizia o del prodotto), sia dei <hi rend="italic">beni stromentali</hi> cioè delle potenze produttive, naturali o <pb n="2.206" /> artificiali, accumulate nel mondo esterno (terreno, miniere, edifizi, macchine, capitali, ecc.), in quanto sono fonti e mezzo di continuati redditi e godimenti (proprietà patrimoniale); — in secondo luogo, per il <hi rend="italic">modo</hi>,implica un legame tra que' beni e i singoli, che risponda il più integralmente possibile alla natura dell'uomo e delle cose, cioè un atto soggettivo di volontà e di operosità, che si estrinsechi e si obbiettivi nelle cose determinate, sì da indurne un vincolo estrinseco e sensibile, esso stesso il più possibile duraturo; poiché né l'attività umana, né le attitudini delle cose tornano pienamente utili, se non nelle continuità e permanenza del legame; — da ultimo, rispetto al <hi rend="italic">fine</hi>,tale diritto (di proprietà) presuppone che esso serva al migliore conseguimento di tutti gli scopi razionali di conservazione e di perfezionamento dei singoli, e per mezzo di questi di tutta la umanità; sicché la proprietà particolare, sotto debite condizioni, meglio conferisca allo stesso bene materiale e morale della società intera.</p>
          <p>Tutti i fini pertanto fisici e morali della vita privata e sociale e quindi dell'incivilimento vi sono cointeressati; e rispetto ad essi l'istituto della proprietà particolare ha carattere di <hi rend="italic">mezzo</hi>.Ed essa diventa legittima, appunto perché è il mezzo più naturale (di ragione) e insieme più efficace (di utilità) per raggiungere il <hi rend="italic">bene dei singoli e di tutti.</hi></p>
          <p>
            <pb n="2.207" /> Non è ora il caso di dire quali vicende abbiano trapassato queste idee, incluse nel concetto complesso di proprietà. Bensì va nettamente confermata, contro persistenti equivoci, la nozione che la <hi rend="italic">proprietà particolare</hi> include tre specie di essa: — la <hi rend="italic">proprietà privata-individuale</hi> appartenente ad una persona fisica (un uomo), ad una famiglia (complemento di essa), ad una società volontaria di individui, p. e. una società commerciale, sempre per fini privati; — la <hi rend="italic">proprietà collettiva-sociale</hi>,spettante a persone etico-giuridiche del consorzio civile, distinte dagli individui e per fini generali e duraturi di esso, p. e. le università rurali (delle famiglie di un villaggio per l'uso dei pascoli), le corporazioni di classe (per il loro miglioramento professionale), le fondazioni di beneficenza o pie, di utilità pubblica; — la <hi rend="italic">proprietà collettiva-pubblica</hi>,attribuita ai fini della persona giuridico-politica dello Stato, beni demaniali e patrimoniali, o alla personalità della Chiesa, beni ecclesiastici. — In tutti questi casi la proprietà è inerente a <hi rend="italic">singoli enti</hi> con fini distinti da quelli altrui; <hi rend="italic">vera proprietà particolare</hi>,che es<hi rend="italic">clude</hi> dalla partecipazione ad essa altri enti singoli e la università degli uomini. All'uopo valga qui il richiamo ad una legge storica dominante.</p>
          <p>2. Noi assistiamo per lunghi secoli nella storia di ogni paese, in specie indo-europeo (in oriente <pb n="2.208" /> ciò è meno palese e più discusso), accanto a saggi elementari di proprietà individuale, al fatto di una <hi rend="italic">prevalenza continuata di forme di proprietà collettiva</hi>,nella marca germanica, negli «Allmenden» svizzeri, nel «folkland» inglese, nel «mir» russo, nel «kamarskipt» svedese, oltre all'<hi rend="italic">ager publicus</hi> latino ed altre forme analoghe, perfino nelle isole della Sonda e nel Giappone, come ordinamento remotissimo della proprietà (Laveleye). Il tipo fra gli arii occidentali è offerto più nettamente dai germani; tipo già descritto a certo grado di sviluppo da Cesare e da Tacito, illustrato con prove rigorose e comparate presso molti popoli (Schupfer, Tamassia, Brunner). — Appena nei popoli migranti cominciarono le prime stazioni, la terra trovasi di fatto distinta in tre zone all'intorno d'ogni villaggio («Gau» ted., <hi rend="italic">pagus</hi> lat., «by» sved.) per entro al più grande giro della marca, appartenente alla tribù: — un gruppo di piccole parcelle di terreno («Hufe»), attiguo ad ogni villaggio, dove ogni singola famiglia ha la sua casa con annesso orto ricinto («Hof») di <hi rend="italic">proprietà privata</hi>;<hi rend="italic"> —</hi> più in là una zona più ampia di terreno («Gevanne» ted.) in proprietà collettiva della associazione di tutte le famiglie del villaggio, i cui rappresentanti ne assegnano il <hi rend="italic">possesso temporaneo</hi> a sorte («kamarskipt» sved.) per <hi rend="italic">coltivazione</hi> (per uno, tre, nove anni) alle singole famiglie; sorteggio che ripetono periodicamente con <pb n="2.209" /> successive assegnazioni (<hi rend="italic">arva per annos mutant</hi>);<hi rend="italic"> —</hi> più largamente ancora (<hi rend="italic">et superest ager</hi>) una zona esuberante non attribuita a nessuno (né al singolo, né al gruppo di villaggio per turno), ma appartenente alla tribù complessivamente; <hi rend="italic">proprietà collettiva</hi> codesta non dissodata (Weide), ma <hi rend="italic">a prato naturale</hi>,<hi rend="italic"> a bosco</hi>,<hi rend="italic"> a stagno</hi>;nella quale tutti sono liberi di fruire in comune del diritto di pascolo, di legnatico, di pesca, tenendone la custodia le assemblee della marca, più tardi il re, <hi rend="italic">per l'uso di tutti</hi>;forma incipiente di proprietà fiscale. Di qui la coesistenza rudimentale di proprietà individuale e collettiva.</p>
          <p>Solo successivamente e con processo intralciato e lento (nella Svezia fino al sec. XIV), la duplice assorbente proprietà collettiva viene di più in più a trasferirsi a singoli individui e ad enti morali giuridici. Ciò: — o per <hi rend="italic">svolgimento storico</hi>,per cui i beni d'uso comune (non coltivati) della popolazione della marca, passano a titolo di <hi rend="italic">ius eminens</hi> al re, divenendo proprietà fiscale, la quale poi i principi in parte largiscono a compagni d'arme e di corte; — o per <hi rend="italic">usurpazione</hi> diretta dei potenti («inclosures» ingl.); — o per <hi rend="italic">occupazione</hi> di privati a fine di coltivarli (<hi rend="italic">ademprisio</hi>,<hi rend="italic"> comprehensio</hi>); <hi rend="italic">—</hi> ma soprattutto mercé la <hi rend="italic">distribuzione legale</hi> per mezzo dei poteri pubblici (le autorità della marca), per cui i lotti in possesso temporaneo e le terre non occupate si attribuiscono ai singoli in proprietà definitiva <pb n="2.210" /> («solskipt», sved.). Grande fatto codesto della <hi rend="italic">distribuzione o attribuzione legale-autoritaria</hi> (<hi rend="italic">distribuito solaris</hi>)<hi rend="italic"> della terra</hi> che con forme religiose, con orientazioni astronomiche, con regole tecniche e giuridiche, con speciali ufficiali, si riscontra secolarmente in Asia, in Egitto, a Roma (i celebri agrimensori romani), nelle razze germaniche e nei Comuni medioevali; e che segnano lo storico passaggio dalla proprietà collettiva, a crescenti specie di proprietà privata. Così, attraverso forme intermedie, la <hi rend="italic">proprietà privata</hi> diventa preponderante; quella <hi rend="italic">collettiva</hi> (compresa la fiscale) complementare (Laboulaye, Beauchet, Brugi, Leicht).</p>
          <p>3. Occorreva richiamare l'attenzione sopra questo <hi rend="italic">grande processo storico</hi> che governa la proprietà, perché esso rileva positivamente la dipendenza di questa nella sua costituzione concreta alla <hi rend="italic">personalità umana</hi>; e perché esso, come derivazione di questa, ribadisce il carattere naturale di <hi rend="italic">mezzo</hi> che ha <hi rend="italic">l'istituto giuridico della proprietà</hi> al bene (conservazione progresso) dei singoli e di tutti. </p>
          <p>Nei lunghi secoli in cui la persona umana si palesa debole, impotente, precaria, per assenza di cultura e di nozioni tecniche, per deficienti virtù morali e per grossolani costumi, soprattutto per disconoscimento giuridico della sua dignità morale, colle sue iniziative intraprendenti di fronte agli altri uomini ed al cosmo, il dominio del mondo esterno mercé il lavoro economico, meglio si acquista e usufruisce col fascio delle forze che non con forze isolate; e quindi rimane preferibile e legittima la proprietà collettiva, in ordine ai fini umano- <pb n="2.211" /> sociali. Ma quando siasi maturata la <hi rend="italic">virilità</hi> della persona umana nel pieno sviluppo e riconoscimento giuridico delle sue facoltà intellettuali, morali, economiche, — la <hi rend="italic">proprietà privata</hi>,coll'efficacia dell'interesse individuale, torna più utile ai singoli ed alla generalità; o, in altre parole, essa assicura la conservazione e il miglioramento della specie umana tutta intera (giusta la legge morale sociale dell'umanità), di regola ben meglio della proprietà collettiva; e allora quella riesce a predominare progressivamente sopra di questa.</p>
          <p>Questa legge storica conferma i principi della filosofia etico-giuridica, riconoscendo la <hi rend="italic">legittimità della proprietà particolare</hi>,o individuale o sociale o pubblica, sempre coesistenti; sicché la questione è soltanto di preponderanza relativa. Mentre così il medio evo, in generale, fu l'età del dominio collettivo e individuale insieme, equilibrando la stabilità sociale colla libertà privata, l'età contemporanea, colla proprietà soverchiante individualizzata e colla soppressione degli enti collettivi (specialmente giuridici), apportò instabilità in tutte le relazioni sociali, rompendo una proporzione che oggi si tende a ricostituire.</p>
          <p>Bensì la preponderanza assorbente della proprietà collettiva è propria di <hi rend="italic">condizioni</hi> umane sociali <hi rend="italic">imperfette</hi> e <hi rend="italic">transigenti</hi>;mentre il prevalere della proprietà individuale o privata è sintomo di uno <hi rend="italic">stato normale</hi> e <hi rend="italic">progrediente</hi>,<hi rend="italic"> —</hi> «perché <hi rend="italic">la natura di un</hi><pb n="2.212" /><hi rend="italic">istituto</hi> si estima <hi rend="italic">a posteriori</hi>,dall'atteggiamento costante che tende ad assumere nella storia, verso un tipo che è il suo centro di gravità ».</p>
          <p>Ambedue però queste forme storiche di <hi rend="italic">appropriazione particolare</hi> sono una condanna positiva del comunismo (anche del collettivismo odierno), come negazione di ogni proprietà che non sia <hi rend="italic">sociale-universale</hi>.Delle leggi riguardanti le forme accidentali e la distribuzione economica della proprietà si dirà ampiamente altrove.</p>
          <p>In generale rimane comprovato dal fin qui detto che senza la comprensione del cammino razionale e storico di costituzione e sviluppo di questi tre grandi istituti privati, — cioè <hi rend="italic">la libertà personale</hi>, <hi rend="italic">l'associazione e la proprietà particolare</hi>,non sarebbe possibile sciogliere alcun problema sociologico ed economico, perché <hi rend="italic">sopra di essi gravitano tutti gli istituti sociali</hi> componendo la pietra fondamentale di tutto l'ordine della società nell'incivilimento, e specialmente dell'economia.</p>
          <p>Leggi sociali naturali. ‒ Così implicitamente è detto quale sia la <hi rend="italic">natura delle leggi sociali</hi>,comprese <pb n="2.213" /> quelle economiche; e quanto fu scritto in questa «Introduzione» conferisce a giustificarla, di mezzo a nozioni tuttora dibattute (vedi H. Pesch).</p>
          <p>Tali <hi rend="italic">leggi sociali</hi> «sono procedimenti della <hi rend="italic">libera attività umana</hi>,suggeriti dalla <hi rend="italic">retta ragione</hi> e avvalorati da prevalenti <hi rend="italic">esperienze storiche</hi>;attraverso il contatto di tutte le condizioni di fatto interiori ed esteriori all'uomo, le quali conferiscono al conseguimento dei fini armonici dell'incivilimento, consistenti nella più alta e progressiva partecipazione al bene morale e materiale di tutta l'umanità».</p>
          <p>Del pari per l'economia, scienza del benessere materiale e dei mezzi corrispondenti, le <hi rend="italic">leggi economiche</hi> sono: — <hi rend="italic">razionali</hi>,compendiate in quella suprema edonistica «dell'assegnamento del massimo effetto utile, col minimo dispendio di mezzi»; — attuate di volta in volta con quelle modalità (atteggiamenti ed inflessioni) <hi rend="italic">positive</hi> che sieno richieste dalle condizioni di fatto (altre essenziali, altre accidentali, varie e mutevoli) in cui l'attività umana sociale volta alla ricchezza si dispiega; — di cui tre principalmente: lo stato psicologico (interno), la struttura cosmica (esterna), la costituzione e vita della società nella sua esplicazione nello spazio e nel suo progresso nel tempo. Leggi pertanto <hi rend="italic">razionali</hi> e <hi rend="italic">positive</hi> insieme, in parte <hi rend="italic">assolute</hi> in parte <hi rend="italic">relative</hi>,e nella loro pratica attuazione perfettibili cioè <hi rend="italic">progressive.</hi></p>
          <p>
            <pb n="2.214" /> Bensì, in grazia della <hi rend="italic">libertà psicologica</hi> dell'uomo, vittima spesso della ignoranza e delle passioni, quelle leggi sociali e queste stesse economiche possono rimanere perturbate e sconvolte; ma in via normale nella lunga serie delle esperienze, esse vengono seguite e attuate sempre più perfettamente, perché sanzionate (avvertasi bene) dal bene e dal male, ed economicamente dall'utile e dal danno che conseguono alla violazione di que' principi di ragione, e all'inosservanza degli avvenimenti positivi.</p>
          <p>Cosicché di tali leggi (in senso di tendenza prevalente dell'attività verso procedimenti razionali) si deve delineare una duplice serie: quelle <hi rend="italic">normali</hi> e quelle <hi rend="italic">anormali</hi>.Perciò il sociologo discorre di <hi rend="italic">ordine sociale</hi> come risultato di un sistema di leggi che conferiscono al fine della civiltà, il cui opposto raffigura il <hi rend="italic">disordine</hi>, nel quale il consorzio umano compromette la stessa sua esistenza, come nei momenti di <hi rend="italic">crisi sociale</hi>. E altrettanto l'economista delinea le leggi dal <hi rend="italic">progresso della ricchezza</hi>,ma insieme analizza quella delle varie <hi rend="italic">crisi economiche</hi> della produzione, degli scambi, della distribuzione, de' consumi. Ma anco per l'economista «il criterio supremo per distinguere il normale dall'anormale è dato <hi rend="italic">dai fini sociali di civiltà</hi>».È normale soltanto quella legge economica, che raggiungendo il massimo utile della ricchezza, alla sua volta conferisca alla maggiore <pb n="2.215" /> perfezione morale dell'umanità, in cui è l'essenza dell'incivilimento, e di cui la ricchezza stessa è un mezzo ed una guarentigia.</p>
          <p>Conclusione. – Tale proposizione rimane ancora l'ultima parola di questa «Introduzione»; la quale metodicamente innesta l'economia (senza confonderla) sui principi speculativi e sulle fondamenta positive della sociologia. I <hi rend="italic">fatti primi</hi> elementari, cui è legata l'esistenza umana collettiva, ci sollevano al concetto filosofico dell'<hi rend="italic">ordine</hi> morale-sociale, nella sua unità sintetica ed armonica, il cui archetipo è in <hi rend="italic">Dio</hi>,autore dell'universo e nella sua legge morale; e da questa altezza di <hi rend="italic">verità obbiettiva</hi>,lungo la china dei secoli, noi ridiscendiamo ai <hi rend="italic">fatti derivati</hi> delle relazioni ed istituzioni storiche della società, in cui si concreta e dispiega la costituzione e la vita del consorzio universale, non meno che il normale sviluppo della ricchezza nell'incivilimento. Ma questo ciclo compiuto, ideale e reale insieme, non si avverò che nella civiltà cristiana. Per essa sola, il vero che balena nelle menti ebbe virtù di scolpirsi nel linguaggio della storia.</p>
          <p>È questa la conclusione che dovrebbe balzare da tutto il tessuto di questo volume propedeutico della economia sociale.</p>
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