Considerato che è in via di fatto esclusa la possibilità di ottenere per ora la istituzione della Facoltà giuridica a Trieste; Considerato che è di grande interesse della nazionalità italiana in genere e del Trentino in ispecie, di ottenere un istituto universitario in terra italiana; Considerando che venendo eletta la Facoltà nel Trentino, Trento per la sua posizione, per la sua storia e per la sua importanza, si presta indubbiamente come sede più adatta di quella proposta dal Governo, il comizio pubblico tenuto ai 17 settembre in Fondo, pur associandosi al voto generale degli italiani per una futura università completa a Trieste e presupposto che il Governo mantenga la promessa di ritirare le disposizioni linguistiche lesive i nostri sentimenti nazionali, chiede che la facoltà giuridica italiana venga eretta provvisoriamente a Trento. Il d.r Degasperi propone poi la seguente aggiunta: Il comizio di Fondo, visto il contegno energico e decisivo degli onorevoli deputati Delugan e Conci nel mentre approva la loro linea di condotta, esprime loro un voto di plauso e d’incoraggiamento.
Si tratta della concezione organica dello stato, adatta allo sviluppo della sua economia, dei suoi istituti, della sua storia. Ora, come è già stata superata la economia pura, individualista, che sem¬brò una conquista, e lo fu, quando si trasformò l’industria piccola, di mestiere e artigiana, in industria grande, complessa e manifatturiera, a base di salariato; e quindi caddero le vecchie corporazioni che erano intristite a danno della economia stessa, e caddero quali enti politici privilegiati, allo stesso modo e per la stessa ragione per cui caddero i privilegi di casta ed i diritti dei nobili, dei militari e degli ecclesiastici; e venne la borghesia, il cittadino, l’elettore e il parlamentare insieme al salariato e alla grande azienda; come oggi il semplicismo organico del regime capitalistico e il salariato puro della grande industria si trasformano insieme alla trasformazione dello stato individualista accentratore, e tornano sotto altre forme organismi distrutti e pur sempre viventi, legalmente annullati ma spiritualmente reali, perché rispondenti all’intima natura della civiltà, della razza, della struttura fisico-etnica ed alle ragioni economiche e morali del nostro popolo; nascono alla loro vita organica il sindacato di arte, il comune libero, la regione autarchica. Distinti per caratteristiche e finalità diverse, sono raggruppamenti a criterio specifico, nuclei di vita sprigionantisi dal nesso collettivo popolare. Si teme che con i sindacati si soffochino la industria e i commerci e si paralizzi l’agricoltura, come si teme che col comune autonomo e con la regione autarchica si attenuino i poteri dello stato. Problema, questo, eminentemente politico, e perciò di equilibrio, nella visione delle forze che si {{183}}completano o che, si elidono, perché la risultante sia tale che elimini gli inconvenienti dell’attuale sistema e crei forze vive per l’evolu¬zione degli istituti atti alle nuove esigenze. La legge sanziona e riduce a ragione concreta quello che è maturato nella coscienza e nella economia, e ne previene per quanto è possibile gli inconvenienti; altrimenti la politica sarebbe fissità, osservazione cieca, reazione: e questo noi neghiamo. E poiché il problema oggi e posto ed è vivo, nessuno può rifiutarsi di risolverlo, chiudendo gli occhi per non vederlo. Il movimento sindacale è un fatto: sorto sotto la pressione del salariato della grande industria, come difesa dei diritti elementari della vita e del lavoro, assurse a carattere politico col socialismo, confondendo il regime economico produttivo con un regime politico rappresentativo, e teorizzò la lotta di classe, non solo come mezzo di conquista economica, ma come ragione di sopraffazione politica. Sul puro terreno parlamentare, con tutta la trasformazione e tutti gli adattamenti, i socialisti, da anticostituzionali e rivoluzionari, sono anche stati collaborazionisti, e sarebbero perfino arrivati a divenire ministeriali, come ci arrivarono, nel desiderio Enrico Ferri, e nel fatto Bissolati e Bonomi. Ma sul terreno sindacale ormai si è al bivio famoso: o avvantaggiare un partito, il socialista, e renderlo assoluto dominatore dei sindacati operai; ovvero ricostruire nel libero sindacato l’organizzazione giuridica della classe, l’ente esistente per sé nella sua legittima rappresentanza, nella sua portata economica, nella sua vera responsabilità giuridica. Non si concepisce che possano politicamente considerarsi inesistenti i sindacati e avulsi ufficialmente dalla vita, quando in questa vita operano ed agiscono e sono rappresentati. Né si creda che l’opposizione politica e la violenza della rappresaglia (che è il fenomeno passeggero dell’oggi) annulli trent’anni di costruzione nel campo operaio. Dall’altro lato, la coesistenza e la forza rappresentativa della confederazione industriale e di quella degli agricoltori dà ormai il senso sicuro, che sul terreno economico si è già molto avanti per una necessaria costruzione giuridica di enti saldamente concepiti, al di fuori del monopolio dei partiti, campo aperto e necessario alle affermazioni esplicite delle correnti eco¬nomiche del nostro paese. La vita nazionale ci guadagnerebbe anche perché il centro politico degli interessi economici viene spostato dai corridoi e dalle sale dei ministeri ove si congiura, e dalle chiuse rappresentanze senza base, scelte di ufficio dai pre¬fetti e dai ministri, e dalle circoscritte cerchie di persone che maneggiano, con fittizi titoli di rappresentanze che non hanno, minoranze audaci che si sono arrogate la tutela di delicati inte¬ressi, intrighi bancari che pervadono industrie e maestranze, forze occulte che assiderano iniziative private promettenti; e così trasporta questi interessi nella sede naturale dei sindacati e delle rappresentanze di tutte le classi del capitale e del lavoro legalmente organizzate e opportunamente decentrate, ove possano i contrasti di interesse e di partiti esistere, avere voci, potersi affrontare nella loro realtà, e sfatare quanto di finto e di illusorio portano i partiti, e quanto di illegittimo è sostenuto sul terreno politico a danno delle classi interessate. Il problema è maturo, non solo come organizzazione nazionale, ma come ragione di decentramento organico regionale. È sentito tanto più quanto più sono varii gli aspetti dei problemi economici distinti per regione. In modo speciale il problema è stato affermato nel campo dell’agricoltura, che è la fonte principale della nostra ricchezza e del nostro lavoro, e che varia da una regione all’altra per condizioni naturali profondamente diverse. Oggi il problema agrario tormenta il paese non solo come problema tecnico ed economico, ma come problema politico: guai a risolverlo allo stesso modo in tutte le regioni! Fin dal 1916 fu alzato il grido: «la terra ai contadini!»; e fu grido borghese, detto in trincea, e ne fu mallevadore lo stato. Però nulla si fece durante la guerra, perché in politica interna allora prevalevano la retorica e la imprevidenza; nulla fu fatto dopo la guerra, tranne il famoso decreto Visocchi, il quale, sotto la pressione dei socialisti romani che per il 22 agosto 1919 avevano decretato l’occupazione delle terre del Lazio, il 2 settembre successivo si affrettò a estendere il fenomeno a tutta l’Italia, con un decreto-legge che è restato tra i monumenti più insigni della incoscienza burocratica italiana, avallata dalla firma di un ministro latifondista. Vi era e vi è un vizio di origine, la impossibilità di regolamentare per legge una economia così varia e così vasta da un capo all’altro d’Italia; e questa impossibilità, mentre paralizzava il parlamento, rendeva più acuti e vivaci i problemi agrari, che impongono provvedimenti razionali assoluta¬mente necessari per l’addensamento demografico, senza più sfogo migratorio, per le esigenze economiche del costo della vita, per la regolamentazione del lavoro e dei patti annuali, per la sete della terra, che non viene assolutamente estinta né con gli espropri che fa d’autorità l’opera dei combattenti, né con le concessioni temporanee per motivi di occupazione. E la leggina sugli escomi e sui fitti, testé approvata come una transazione fra le diverse esigenze economiche delle regioni italiane, ha rimesso a nudo le enormi divergenze della nostra economia agraria e le difficoltà straordinarie nel regime vincolativo eguale per tutto il paese, facendo risaltare ancora una volta la necessità delle istituzioni delle camere regionali di agricoltura, validamente volute dal nostro partito; alle quali camere, oltre la regolamentazione dei patti agrari, verrebbero affidati anche i problemi della colonizzazione interna, del credito agrario, della formazione e dell’incremento della piccola proprietà domestica e lavoratrice, che è il programma agrario del partito popolare italiano. Sulla questione della terra ai contadini anche i fascisti hanno la loro formula: «giuriamo e proclamiamo i diritti e la volontà dei contadini di conquistare, con preparazione tecnica ed economica, attraverso ogni forma transitoria di compartecipazione, la proprietà reale, completa, definitiva della terra». Così in Campidoglio han giurato il 21 aprile, giorno del Natale di Roma. Non diranno gli agrari, che hanno creduto di avere i fascisti dalla loro parte, che si tratta di «bolscevichi tricolori», come dissero dei popolari quando li chiamarono «bolscevichi bianchi», allorché assistevano i contadini nelle gravi agitazioni agrarie incanalando le loro esigenze entro un reale programma tecnico ed economico. Per noi il problema ha caratteristiche locali diverse, dal latifondo siciliano alle grandi proprietà della Val Padana, e perciò abbiamo presentato progetti diversi. Non v’è rapporto di somiglianza, non vi è possibilità di uno schema legislativo attraverso un minimo comune denominatore. La realtà sfugge e, se legata da provvedimenti, è offesa nella rispondenza degli interessi reali delle popolazioni. Perché sottoporre l’agricoltura, la nostra principale fonte di ricchezza, al martirio di Procuste? Tutti a gran voce ormai reclamano il decentramento economico e sindacale insieme al decentramento amministrativo. Risorge ora la regione da secolare sonno, ingigantita nella sua figura, rifatta nella sua funzione, non negatrice dell’unità della patria, ma integratrice delle sue forze e delle sue attività, ampliata con il crescere del ritmo della vita economica e civile del nostro paese: non solo essa risorge come organo rappresentativo di interessi economici e sindacali e locali nel triplice nome di industria, agricoltura e commercio, non solo nella nuova sintesi con cui si concepisce il lavoro, oggi elevato a ragione morale dal cristianesimo e a ragione politica da un concetto di sana democrazia, ma anche risorge la regione come organo amministrativo di quel che è specifico carattere naturale per ogni circoscrizione territoriale, in una unità storica, che è anche sintesi di abitudini, di bisogni e di energie; mentre la amministrazione statale si sfronda del superfluo e tornerà ad essere una realtà vissuta. Il nostro consiglio nazionale, nella seduta del 10 marzo di quest’anno, affrontava il problema della regione con queste parole: «Ritenuto che una vera rinascita del nostro paese non può basarsi che sul rinvigorimento delle forze locali e sulle libertà organiche degli enti che rappresentano tali forze e le sintetizzano nel campo amministrativo ed economico; affermando quel centralismo statale dannoso alla stessa, compagine della vita na¬zionale ed al più completo ristabilimento dell’autorità statale, crede matura, ormai, la costituzione dell’ente regione autarchica e rappresentativa di interessi locali specialmente nel campo del¬l’agricoltura, dei lavori pubblici, dell’industria, del commercio, del lavoro e della scuola...». È un’affermazione che oggi diviene anche un impegno elettorale, ma e un logico corollario del nostro programma ove così si legge al capo terzo e al capo sesto: «riconoscimento giuridico e libertà di organizzazione di classe sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il comune, la provincia e lo stato» (capo terzo); «libertà e autonomia degli enti pubblici locali, riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione in relazione alle tradizioni della nazione ed alle necessità di sviluppo della vita locale. Largo decentramento amministra¬tivo, ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro» (capo sesto). Oggi, alla vigilia della battaglia elettorale, riaffermiamo i due caposaldi del nostro programma nella sintesi delle libertà organiche e delle libertà economiche; riforme ormai mature per la vita nazionale.
. – Il sistema di Smith infatti coi suoi logici svolgimenti componeva una teoria, la quale si dimostrava più che mai adatta: — ad insinuare profondamente lo spirito di cupidigia materiale,specialmente nelle classi dominanti, abituando a considerare l'uomo come mezzo alla ricchezza e non viceversa, e ciò in danno specialmente delle classi lavoratrici; — a sollevare in una concorrenza sfrenata ed universale i potenti e a deprimere i deboli, incrementando così il capitalismo nelle classi borghesi e diffondendo il salariato nella classe operaia; — a favorire gli interessi cosmopolitici e di ricambio a sacrificare l'autonomia economica delle singole nazioni.
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E viceversa, quando un popolo non riesca a vincere la natura matrigna del suo territorio o gli manchino, entro quel ciclo chiuso, i presidi sociali per usufruirlo, esso non si adatta a morire, ma vi si emancipa; e colle emigrazioni procura un soggiorno più benigno al suo vivere presente e avvenire. Anzi normalmente, dopoché un popolo è pervenuto alla propria sede territoriale egli non vi si adagia, ma modifica, adatta, plasma a seconda del proprio genio, il suolo della patria; il quale pertanto cessa in buona parte di essere un fatto naturale-primigenio, ma diviene un fatto derivato-artificiale, sopra di cui ogni nazione lascia scritto a caratteri indelebili la storia dei propri errori, ma ancor più dei propri meriti; rendendo così (avvertasi bene) più intima e proficua la rispondenza fra il territorio e la popolazione che l'abita, fra la scena e l'attore del dramma umano, fra i mezzi materiali e i fini morali della civiltà.
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Ma economicamente (ciò che qui interessa), la nazione è adatta a recare al più alto grado la sua potenza di produzione. Ciò per la convergenza (dietro una comune idea di solidarietà) delle forze del suo territorio, della educazione e tradizioni delle sue classi, e per l'adattamento opportuno delle sue leggi e della sua politica di Stato. A certi momenti l'onore nazionale o l'emulazione con altre nazioni o l'ambizione di egemonia del proprio paese sprigionano forze sconfinate in un popolo e decidono del suo primato economico in un momento storico decisivo. È la storia di Francia sotto Enrico IV, di Inghilterra sotto Elisabetta, oggi della Germania. Del resto la nazione compone il circolo di consumo della produzione indigena che appresta la normale capacità di assorbimento di essa; e quindi il prossimo e più sicuro mercato dei propri scambi. Guai a un popolo che produce quasi esclusivamente per altre nazioni, e vive quasi affatto di traffici esterni remotissimi, e perciò incerti e vacillanti, senza questa solida base di operazione. È la ragione giustificativa a certi momenti delle dottrine protezioniste; perché senza intensificare la ricchezza all'interno, non sarebbe possibile la espansione all'estero. Essa suggerisce oggi (e da lungo tempo) ai nord-americani di chiudersi nel proprio bacino per bastare a sé stessi nel loro piccolo mondo (microcosmo), per poi avanzarsi con più audacia alla conquista del mondo grande. Così la nazione è la scala naturale e storica per salire alle relazioni umane universali.
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. — Inoltre la doppia potestà, maritale sulla moglie e paterna pei figli, ampia ma affettuosa presso gli ebrei, dura e illimitata presso gli altri popoli, in certi momenti fino all'iusvitae et necis,adatta a temprare forti guerrieri e cittadini. — Infine podestà reggitrice (rex e autorità regia) sopra quanto interessa il bene comune della famiglia; inizio di poteri pubblici, in virtù dei quali il patriarca definisce diritti, doveri, giudica, sanziona, provvede allo stanziamento, alla migrazione, alle contese belligere della famiglia di fronte alle altre (Bibbia).
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Era l'attuazione dei principi cristiani intorno ai doveri della proprietà privata; — per essi Iddio è il sovrano padrone della terra, che la destinò alla sussistenza e al benessere di tutti mercé la coltivazione, e la proprietà particolare è legittima anche per questo che essa è meglio adatta normalmente a rendere la terra più produttiva a beneficio individuale e sociale insieme. Cosicché rimane condannato moralmente (non sempre giuridicamente) il proprietario che disvia dalla naturale destinazione il terreno, lasciandolo incolto, appena ciò si traduca in un danno comune (Brants, Pesch, Cathrein). Questi stessi concetti della bibbia, del vangelo, del diritto canonico, ispirano i documenti (pubblicati da G. Ardant), per cui i papi dal sec. XVII al XVIII fino a Pio VI, per ovviare al danno del latifondo incolto, autorizzarono (pur troppo invano) i coltivatori a lavorare e seminare la campagna romana, anche riluttanti quegli inerti latifondisti.
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Il primo (dei casali o villaggi) meglio si adatta agli originari dissodamenti e alle vaste bonifiche che richiedono numerosi fasci di lavoratori disciplinati; e perciò il sistema anticipa e prepondera nelle antiche e medie età storiche e persiste oggi dove domina la coltura uniforme granaria, industriale o quella pratense; ed è tratto caratteristico tuttora della Germania settentrionale, delle terre inglesi, delle piantagioni americane, del Napoletano, ove spesso le città sono semplici agglomerazioni di genti campagnole.
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Essi con incroci di razze animali scelte da ogni plaga e con adatta alimentazione, accanto al cavallo da corsa, dagli stinchi snelli e dal collo allungato, si formarono il cavallo per i campi e pel trasporto, dal petto quadro e dalle zampe poderose, emulo del bove nella trazione dell'aratro e dei carri; e dal bue da lavoro cogli stinchi alti e muscolosi distinsero il bove da macello, dalle carni adipose e succolente. Essi quasi da soli consumarono tutto il guano delle isole Cincha (Perù) sopra le loro terre e di continuo raccolgono e versano sopra di queste gli immensi residui delle fabbriche loro e del continente; e si calcola che nel decennio memorando, dal 1860-70, essi profondessero nell'agricoltura miglioratrice della patria britannica, un miliardo di franchi annualmente. — Ma non essi soltanto; gareggiano ormai con gli inglesi i belgi da lungo tempo, la Francia sotto il secondo impero e più sotto la terza repubblica, le province italiane settentrionali non mai decadute, ma negli ultimi anni più che mai novatrici.
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È impresa adatta e quasi necessaria ad iniziare le trasformazioni fondiarie e la coltura estensiva sulle terre incolte per mezzo del lavoro manuale, primo e massimo vantaggio.
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. — Talora queste si presentano allo stato di prodotto utile completo,cioè di cosa immediatamente adatta al consumo od uso dell'uomo senz'uopo di altro lavoro da parte di esso, che quello di estrazione, raccolta, appropriazione. Tale il carbon fossile nelle viscere delle miniere per il riscaldamento, i banani e i datteri dei paesi tropicali per l'alimento, il foraggio delle pianure vergini d'America per le mandre, ecc. — Tal altra (ed è questa la condizione normale) le materie non vengono offerte dalla natura che allo stato di utilità potenziale a vario grado, cosicché non diventano prodotti completi, definitivamente utilizzabili, che in seguito ad una applicazione più o meno intensa di lavoro umano. Tale il vello naturale della pecora, che, prima di essere ridotto ad un prodotto utile (una veste), richiede il lavoro prolungato e complesso della tosatura, digrassatura, filatura, tessitura, sartoria, ecc. Ciò a gradi indefiniti che misurano il maggiore o minore contributo quantitativo della natura all'industria.
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Triplice specializzazione tecnica di imprese, rispondente a vera legge economico-storica,come quella che consente i vantaggi edonistici di sempre più competenti e perite abilità personali (in un ramo ristretto) e di una suppellettile stromentale per ogni impresa meno varia e dispendiosa, e più adatta o perfetta. Per essa l'industria promiscua e complessa di prodotti od operazioni anche affini, ultime figure dei «Jean fait tout», sparisce; e si semplifica con propaggini indefinite e vigorose. In ciò uno dei secreti dei rapidi progressi e de' più alti profitti delle arti manifattrici (Jannaccone, Ottolenghi).
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Fra le molte discussioni sembra preferibile quella definizione in senso ampio, salvo di soggiungere: — che l'impresa, come organo elementare di economia particolare o privata («Wirtschaft») con cui si effettua la produzione, da un canto si adatta alla natura profondamente differente delle varie industrie produttrici, p. e. minerarie, agricole, mercantili, ecc., con indefinite modalità per cui nel suo congegno talora rimane «entomata in difetto», talaltra raggiunge una articolata e compiuta esplicazione (quale differenza fra un'impresa rurale, mineraria e bancaria!), e da un altro canto nella destinazione, le tre forme caratteristiche di essa (per consumo interno, per commissione, per speculazione) in ogni ramo di produzione, rispondono a tre gradi di sviluppo, di cui l'ultimo ne designa la maturità. Donde il criterio metodico che suggerisce di analizzare qui la funzione della impresa, laddove questa si presenta più sviluppata, come p. e. industrie manifattrici per anticipazione o speculazione dell'economia moderna;ciò che fornirebbe il concetto di impresa in senso stretto.
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Questo principio si è voluto presentare come una novità mentre è la legge storica e perenne della Chiesa che non invecchia, ma che trasforma le potenzialità naturali della società in mezzi o coefficienti di vita soprannaturale, e che insieme adatta le modalità del suo ministero alle esigenze delle epoche, dei popoli, delle nazioni, allo stato e mentale e volitivo degli uomini, alle aspirazioni individuali e collettive.
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E il seminario, che è il semenzaio dei sacerdoti, che debbono nella multiforme attività delle diocesi, nella diversità dei bisogni e delle opere sacerdotali, edificare il regno di Dio nelle anime, deve saper destare e coltivare nei chierici i diversi desideri e le attitudini disparate, perché possa formarsi una specializzazione adatta ai bisogni, e perché non solo non si sciupino tante potenzialità in posti ed uffici, non adatti alle inclinazioni speciali, ma si destino nuove e potenti energie di attività e di zelo.
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Nessuno certo pensa che i chierici siano dei militari messi in riga ad attendere il marche di un sergente qualsiasi; io della disciplina chiericale ne ho un concetto assai alto, e credo che non consista solamente in una determinata regolarità e uniformità di atti, che chiamerei automatica,ma nell'abito di soggezione, nel sentimento del dovere, nello spirito vivificante, che devono penetrare quelle regole o norme, che son fisse pel giovane, ma che il superiore adatta ai tempi, ai luoghi, alle finalità dell'educazione. con libertà, malleabilità e discrezione. Anzi io credo qualche cosa di più; son sicuro che quando non si sente oppresso dalla regola, ma può in certo modo aver coscienza della propria personalità, il giovane esplica meglio le sue facoltà e diviene per convinzione e per abito di coscienza, quel che la sola regola morta lo costringerebbe a divenir in apparenza. Del resto, se un giovane (parlo dei più grandicelli, di coloro che frequentano le scuole scientifiche), quando ha da esplicare in certo modo la sua attività, e gli è perciò concessa una misurata libertà, non sa mantenere la virtù ed il carattere chiericale; se per assistere o per fare una conferenza o per scrivere un articolo o per occuparsi degli affari di un congresso cattolico, egli è capace di abusare, di violare la disciplina; allora è meglio cacciarlo dal Seminario; la sua virtù è falsa, è fittizia, è insufficiente; non potrà mai essere buon sacerdote in mezzo al popolo, in mezzo ai mali che inondano la società, nel vivo contrasto delle passioni individuali e sociali.
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Durante un mese io dovrò intrattenervi di verità religiose: rivolgermi alla vostra coscienza per eccitarla, con 1'esposizione adatta di queste verità religiose, alla purificazione morale, a uno sforzo più intenso nella ricerca e nel compimento del bene, di tutto il bene. È giusto che prima di incominciare io vi esponga i criteri con i quali ho assunto questo delicato o difficile ufficio.
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La bellezza, la sanità, le soddisfazioni varie del senso e dello spirito hanno una funzione utile nella vita, hanno la loro parte nel tradurre in atto le attitudini umane al bene, ma non possono trasformarsi in ideali separati: chi cerca l'una cosa o l'altra più intensamente perde di vista l'armonia dell'insieme, ma chi spinge l'occhio più lontano le incontra nella sua via e le adatta ai suoi scopi; e gode della sanità e della natura circostante e dell'arte e dei progressi del benessere umano, gode del bene dovunque, d'ogni minima traccia di gloria del Padre diffusa nelle creature, come Gesù ne godeva nella Galilea.
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Coloro i quali non riconoscono Gesù Cristo Dio cadono per ciò stesso e necessariamente nel campo del più stretto relativismo religioso: poiché se egli fu solo uomo forse si ingannò, forse fu vittima di qualche sua illusione soggettiva; certo, se egli fu solo uomo, non poté uscire dal fenomenismo della coscienza religiosa svolgentesi secondo le condizioni dei tempi e dei luoghi, poté presentarci un aspetto e un momento della coscienza religiosa, come altri genii religiosi ce ne presentarono altri aspetti ed altri momenti, ma non interpretare l'assoluto e l'eterno della coscienza religiosa; la sua opera, quindi, opera puramente umana, per quanto favorita da eccezionalissime condizioni, è pur sempre soggetta alla revisione ed alla critica della scienza e della coscienza umana; ed ogni uomo ha il dritto e il dovere di accettarla, non quale essa è, ma nei limiti e nella misura che essa si adatta alle sue idee ed alla sua coscienza. E, in altre parole, ciò vuol anche dire che la coscienza religiosa dell'umanità, abbandonata a sé stessa, si avvolge nella cerchia insuperabile delle proprie concezioni soggettive, e che l'opera di Dio nella storia e nelle anime non ha in nessun uomo e in nessun caso il sigillo di ciò che è assoluto e divino ed eccede visibilmente i limiti dello spazio e del tempo. Se dunque Dio vive ed opera nell'umanità, e la via che conduce la coscienza umana a lui è la via buona e sicura, Gesù Cristo è Dio; negata la divinità di lui non solo il cristianesimo, ma ogni religione positiva, ogni certezza del divino si risolve nell'errore di anime vaganti per i campi delle loro creazioni.
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Il simbolo, il lavacro del corpo, si adatta mirabilmente a rappresentare la verità interna, lo spogliare l'uomo vecchio, deporre l'immondezza delle colpe, delle passioni sensuali, del desiderio terreno, e vestire l'uomo nuovo, che fu creato, secondo Dio, nella giustizia e nella conoscenza della verità.
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Queste difficoltà, noi sappiamo bene quali siano, diverse nei tempi e nei luoghi, ma provenienti dalla medesima origine, dalle stesse intime ragioni di quel processo di reazione, di nutrizione, di assimilazione e di secrezione, di quella evoluzione organica che adatta e assume e trasforma, secondo lo spirito di un impulso interiore, la materia ed il mondo circostante. L'individuo non diviene cristiano praticamente ed efficacemente senza questo lungo e difficile lavoro interno, lavoro a volte a volte di vigilanza paziente, di iniziativa operosa, di abnegazione, di mortificazione, del quale abbiamo innanzi esaminato il processo. Ma questo processo non è puramente individuale, la vita di ogni singola anima essendo ad ogni istante condizionata dall'influenza del mondo circostante e specialmente delle persone e degli istituti sociali con le quali e fra i quali la vita di ciascuno si svolge; e quindi, in ogni cristiano, la necessità di coinvolgere in misura più o meno larga la società alla quale egli appartiene nel processo della sua attività interiore: la società religiosa, nella quale egli cerca le condizioni più adatte e gli aiuti necessari alla cultura della sua vita spirituale, ed anche la società esterna civile e le sue varie frazioni, dinanzi alle quali egli è portato, secondo le circostanze, od a reagire e resistere od a penetrarle del suo spirito e piegarle ai suoi voleri ed al suo programma.
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Quando il centro d'Europa avrà normalizzato i cambi, avrà raggiunto una possibile capacità di acquisto, e sarà risolto il problema delle riparazioni che oggi ci tormenta, dovremo trovarci con l'attrezzatura commerciale e industriale adatta, perché tornerà ad essere, anche meglio di prima, un futuro mercato italiano. E qui cade acconcio accennare a quel tentativo di unione doganale, che nell'agosto scorso parve per un momento possibile con l'Austria. Tale unione, se concepita come una soluzione del problema austriaco, che tanto interessa l'Italia, era certo un errore; però, se prospettata come un elemento di un piano politico futuro, sarebbe di grande importanza, anche perché risolverebbe il problema di Trieste e di Fiume. Quando le condizioni monetarie lo potranno consentire, una unione economica e possibilmente doganale dell'Italia con la Jugoslavia, l'Austria, la Cecoslovacchia e l'Ungheria potrà inaugurare un regime di liberi scambi. Potrebbe soffrirne qualche industria, ma i commerci aumenterebbero, e una nuova vita si infonderebbe nel vecchio corpo della nostra economia.
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Anche oggi, nelle convulsioni delle nazioni vinte, nelle gioie e nelle crisi delle nazioni vincitrici, sentiremo la voce della verità e dell'amore realizzarsi nella nostra coscienza e prospettarsi al di fuori negli eventi, anche indipendentemente dallo stesso organismo della chiesa nel campo politico e sociale, se sapremo maturarla questa voce con ogni cura assidua, e attraverso dolori e sacrifici, come a novella missione; questa voce che varia e si adatta ai tempi, si trasforma nelle contingenze pur essendo una e perenne nella sostanza immortale.
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Si tratta della concezione organica dello stato, adatta allo sviluppo della sua economia, dei suoi istituti, della sua storia. Ora, come è già stata superata la economia pura, individualista, che sem¬brò una conquista, e lo fu, quando si trasformò l’industria piccola, di mestiere e artigiana, in industria grande, complessa e manifatturiera, a base di salariato; e quindi caddero le vecchie corporazioni che erano intristite a danno della economia stessa, e caddero quali enti politici privilegiati, allo stesso modo e per la stessa ragione per cui caddero i privilegi di casta ed i diritti dei nobili, dei militari e degli ecclesiastici; e venne la borghesia, il cittadino, l’elettore e il parlamentare insieme al salariato e alla grande azienda; come oggi il semplicismo organico del regime capitalistico e il salariato puro della grande industria si trasformano insieme alla trasformazione dello stato individualista accentratore, e tornano sotto altre forme organismi distrutti e pur sempre viventi, legalmente annullati ma spiritualmente reali, perché rispondenti all’intima natura della civiltà, della razza, della struttura fisico-etnica ed alle ragioni economiche e morali del nostro popolo; nascono alla loro vita organica il sindacato di arte, il comune libero, la regione autarchica. Distinti per caratteristiche e finalità diverse, sono raggruppamenti a criterio specifico, nuclei di vita sprigionantisi dal nesso collettivo popolare. Si teme che con i sindacati si soffochino la industria e i commerci e si paralizzi l’agricoltura, come si teme che col comune autonomo e con la regione autarchica si attenuino i poteri dello stato. Problema, questo, eminentemente politico, e perciò di equilibrio, nella visione delle forze che si {{183}}completano o che, si elidono, perché la risultante sia tale che elimini gli inconvenienti dell’attuale sistema e crei forze vive per l’evolu¬zione degli istituti atti alle nuove esigenze. La legge sanziona e riduce a ragione concreta quello che è maturato nella coscienza e nella economia, e ne previene per quanto è possibile gli inconvenienti; altrimenti la politica sarebbe fissità, osservazione cieca, reazione: e questo noi neghiamo. E poiché il problema oggi e posto ed è vivo, nessuno può rifiutarsi di risolverlo, chiudendo gli occhi per non vederlo. Il movimento sindacale è un fatto: sorto sotto la pressione del salariato della grande industria, come difesa dei diritti elementari della vita e del lavoro, assurse a carattere politico col socialismo, confondendo il regime economico produttivo con un regime politico rappresentativo, e teorizzò la lotta di classe, non solo come mezzo di conquista economica, ma come ragione di sopraffazione politica. Sul puro terreno parlamentare, con tutta la trasformazione e tutti gli adattamenti, i socialisti, da anticostituzionali e rivoluzionari, sono anche stati collaborazionisti, e sarebbero perfino arrivati a divenire ministeriali, come ci arrivarono, nel desiderio Enrico Ferri, e nel fatto Bissolati e Bonomi. Ma sul terreno sindacale ormai si è al bivio famoso: o avvantaggiare un partito, il socialista, e renderlo assoluto dominatore dei sindacati operai; ovvero ricostruire nel libero sindacato l’organizzazione giuridica della classe, l’ente esistente per sé nella sua legittima rappresentanza, nella sua portata economica, nella sua vera responsabilità giuridica. Non si concepisce che possano politicamente considerarsi inesistenti i sindacati e avulsi ufficialmente dalla vita, quando in questa vita operano ed agiscono e sono rappresentati. Né si creda che l’opposizione politica e la violenza della rappresaglia (che è il fenomeno passeggero dell’oggi) annulli trent’anni di costruzione nel campo operaio. Dall’altro lato, la coesistenza e la forza rappresentativa della confederazione industriale e di quella degli agricoltori dà ormai il senso sicuro, che sul terreno economico si è già molto avanti per una necessaria costruzione giuridica di enti saldamente concepiti, al di fuori del monopolio dei partiti, campo aperto e necessario alle affermazioni esplicite delle correnti eco¬nomiche del nostro paese. La vita nazionale ci guadagnerebbe anche perché il centro politico degli interessi economici viene spostato dai corridoi e dalle sale dei ministeri ove si congiura, e dalle chiuse rappresentanze senza base, scelte di ufficio dai pre¬fetti e dai ministri, e dalle circoscritte cerchie di persone che maneggiano, con fittizi titoli di rappresentanze che non hanno, minoranze audaci che si sono arrogate la tutela di delicati inte¬ressi, intrighi bancari che pervadono industrie e maestranze, forze occulte che assiderano iniziative private promettenti; e così trasporta questi interessi nella sede naturale dei sindacati e delle rappresentanze di tutte le classi del capitale e del lavoro legalmente organizzate e opportunamente decentrate, ove possano i contrasti di interesse e di partiti esistere, avere voci, potersi affrontare nella loro realtà, e sfatare quanto di finto e di illusorio portano i partiti, e quanto di illegittimo è sostenuto sul terreno politico a danno delle classi interessate. Il problema è maturo, non solo come organizzazione nazionale, ma come ragione di decentramento organico regionale. È sentito tanto più quanto più sono varii gli aspetti dei problemi economici distinti per regione. In modo speciale il problema è stato affermato nel campo dell’agricoltura, che è la fonte principale della nostra ricchezza e del nostro lavoro, e che varia da una regione all’altra per condizioni naturali profondamente diverse. Oggi il problema agrario tormenta il paese non solo come problema tecnico ed economico, ma come problema politico: guai a risolverlo allo stesso modo in tutte le regioni! Fin dal 1916 fu alzato il grido: «la terra ai contadini!»; e fu grido borghese, detto in trincea, e ne fu mallevadore lo stato. Però nulla si fece durante la guerra, perché in politica interna allora prevalevano la retorica e la imprevidenza; nulla fu fatto dopo la guerra, tranne il famoso decreto Visocchi, il quale, sotto la pressione dei socialisti romani che per il 22 agosto 1919 avevano decretato l’occupazione delle terre del Lazio, il 2 settembre successivo si affrettò a estendere il fenomeno a tutta l’Italia, con un decreto-legge che è restato tra i monumenti più insigni della incoscienza burocratica italiana, avallata dalla firma di un ministro latifondista. Vi era e vi è un vizio di origine, la impossibilità di regolamentare per legge una economia così varia e così vasta da un capo all’altro d’Italia; e questa impossibilità, mentre paralizzava il parlamento, rendeva più acuti e vivaci i problemi agrari, che impongono provvedimenti razionali assoluta¬mente necessari per l’addensamento demografico, senza più sfogo migratorio, per le esigenze economiche del costo della vita, per la regolamentazione del lavoro e dei patti annuali, per la sete della terra, che non viene assolutamente estinta né con gli espropri che fa d’autorità l’opera dei combattenti, né con le concessioni temporanee per motivi di occupazione. E la leggina sugli escomi e sui fitti, testé approvata come una transazione fra le diverse esigenze economiche delle regioni italiane, ha rimesso a nudo le enormi divergenze della nostra economia agraria e le difficoltà straordinarie nel regime vincolativo eguale per tutto il paese, facendo risaltare ancora una volta la necessità delle istituzioni delle camere regionali di agricoltura, validamente volute dal nostro partito; alle quali camere, oltre la regolamentazione dei patti agrari, verrebbero affidati anche i problemi della colonizzazione interna, del credito agrario, della formazione e dell’incremento della piccola proprietà domestica e lavoratrice, che è il programma agrario del partito popolare italiano. Sulla questione della terra ai contadini anche i fascisti hanno la loro formula: «giuriamo e proclamiamo i diritti e la volontà dei contadini di conquistare, con preparazione tecnica ed economica, attraverso ogni forma transitoria di compartecipazione, la proprietà reale, completa, definitiva della terra». Così in Campidoglio han giurato il 21 aprile, giorno del Natale di Roma. Non diranno gli agrari, che hanno creduto di avere i fascisti dalla loro parte, che si tratta di «bolscevichi tricolori», come dissero dei popolari quando li chiamarono «bolscevichi bianchi», allorché assistevano i contadini nelle gravi agitazioni agrarie incanalando le loro esigenze entro un reale programma tecnico ed economico. Per noi il problema ha caratteristiche locali diverse, dal latifondo siciliano alle grandi proprietà della Val Padana, e perciò abbiamo presentato progetti diversi. Non v’è rapporto di somiglianza, non vi è possibilità di uno schema legislativo attraverso un minimo comune denominatore. La realtà sfugge e, se legata da provvedimenti, è offesa nella rispondenza degli interessi reali delle popolazioni. Perché sottoporre l’agricoltura, la nostra principale fonte di ricchezza, al martirio di Procuste? Tutti a gran voce ormai reclamano il decentramento economico e sindacale insieme al decentramento amministrativo. Risorge ora la regione da secolare sonno, ingigantita nella sua figura, rifatta nella sua funzione, non negatrice dell’unità della patria, ma integratrice delle sue forze e delle sue attività, ampliata con il crescere del ritmo della vita economica e civile del nostro paese: non solo essa risorge come organo rappresentativo di interessi economici e sindacali e locali nel triplice nome di industria, agricoltura e commercio, non solo nella nuova sintesi con cui si concepisce il lavoro, oggi elevato a ragione morale dal cristianesimo e a ragione politica da un concetto di sana democrazia, ma anche risorge la regione come organo amministrativo di quel che è specifico carattere naturale per ogni circoscrizione territoriale, in una unità storica, che è anche sintesi di abitudini, di bisogni e di energie; mentre la amministrazione statale si sfronda del superfluo e tornerà ad essere una realtà vissuta. Il nostro consiglio nazionale, nella seduta del 10 marzo di quest’anno, affrontava il problema della regione con queste parole: «Ritenuto che una vera rinascita del nostro paese non può basarsi che sul rinvigorimento delle forze locali e sulle libertà organiche degli enti che rappresentano tali forze e le sintetizzano nel campo amministrativo ed economico; affermando quel centralismo statale dannoso alla stessa, compagine della vita na¬zionale ed al più completo ristabilimento dell’autorità statale, crede matura, ormai, la costituzione dell’ente regione autarchica e rappresentativa di interessi locali specialmente nel campo del¬l’agricoltura, dei lavori pubblici, dell’industria, del commercio, del lavoro e della scuola...». È un’affermazione che oggi diviene anche un impegno elettorale, ma e un logico corollario del nostro programma ove così si legge al capo terzo e al capo sesto: «riconoscimento giuridico e libertà di organizzazione di classe sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il comune, la provincia e lo stato» (capo terzo); «libertà e autonomia degli enti pubblici locali, riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione in relazione alle tradizioni della nazione ed alle necessità di sviluppo della vita locale. Largo decentramento amministra¬tivo, ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro» (capo sesto). Oggi, alla vigilia della battaglia elettorale, riaffermiamo i due caposaldi del nostro programma nella sintesi delle libertà organiche e delle libertà economiche; riforme ormai mature per la vita nazionale.
Questa esteriorità della vita pensata e descritta e la conseguente inettitudine al raccoglimento e alla vita interiore si spiega facilmente attesa l'indole fugace e universalistica (foggio la parola, non trovandone una più adatta) del giornale: ma nuoce grandemente alla formazione del carattere e allo sviluppo dell'amore tacito e saldo del bene.
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Come via di mezzo, adatta alle condizioni presenti della coscienza dei popoli civili, noi proponiamo le norme seguenti:
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Combattere il socialismo come si fa oggi in Italia, senza distinguere, prendendo parte per i moderati o per i padroni, ostacolando o spezzando l'organizzazione proletaria, combattendo sempre e per partito preso i così detti sovversivi, fra i quali sono pure parecchi che potrebbero meglio essere chiamati ricostruttici, èun errore del quale i moderati che lo commettono non tarderanno ad avvedersi; è una politica dalle corte vedute, che si limita a numero delle posizioni guadagnate o perdute, senza preoccuparsi punto del futuro andamento della lotta: è un logorare le proprie riserve, lasciando agli altri il vantaggio di rafforzarsi di sempre nuove reclute per gli scontri di domani: è, in una parola, un accettare, nella lotta, la posizione della grassa e gaudente borghesia capitalistica, invece di prendere la posizione più adatta all'indole ed alle condizioni delle forze e delle energie delle quali dispone la Chiesa.
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Oltre di che, questa dottrina si è raccolta intorno, per la virtù originaria che la ha assistita nel suo sviluppo, elementi meravigliosi di successo, così dapoter essere, ed essere in verità, per l'ampiezza e la coesione della sua gerarchia per la bellezza espressiva del suo rituale, per l'efficacia della sua attività sacramentaria, per la umana soavità dei suoi simboli, adatta meravigliosamente ad essere la filosofia della vita, pratica e viva, non di pochi solitarii asceti, ma di un popolo intiero e di tutta una vasta consociazione di genti.
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