Guido de Gentili, sull’«Alto Adige» si ghignava fingendo orrore: Un prete, un gesuita addirittura! (Ilarità) E di lui si metteva in dubbio il sentimento nazionale. Ora io affermo che il comitato elettorale incaricato di presentare le candidature, una cosa deve deplorare sopra tutte, che il dr. Gentili sia sovraoccupato in altri incarichi ben più importanti, affidati a lui dal partito e dagli elettori, e che del resto la sua volontà in riguardo sia così decisa, da non permetterci di presentare questa volta la sua candidatura per il terzo corpo. La faremmo con entusiasmo per dimostrare anche a L’Alto Adige che dopo l’attività spiegata dal dr. Gentfli alla Dieta e al Parlamento, dopo che a lui in buona parte si deve se il prestigio nazionale degli italiani specialmente ad Innsbruck si è risollevato, vorremmo vedere se a Trento non si trovasse una grande maggioranza che desse ragione a quest’uomo, il quale già in quel tempo aveva tanto lavorato per la vita pubblica! (fortissimi applausi e acclamazioni al d.r Gentili).
L’oratore avverte però che se tutti questi partiti, sorti quasi ovunque per la conquista delle libertà religiose, scolastiche e famigliari entro lo Stato liberale, hanno assunto un carattere democratico, il Partito popolare italiano, sopraggiunto più tardi quando lo Stato moderno era divenuto monopolizzatore anche sul terreno economico sociale, della libertà ha fatto addirittura il fulcro del suo programma, onde, nella presente crisi della libertà, il mettersi dalla parte della reazione equivarrebbe a tradire le ragioni d’esistenza del partito. Difendendo la libertà, i popolari difendono la loro bandiera. Dopo aver ricordato che il carattere democratico del partito è una logica conseguenza del movimento sociale, da cui esso deriva, l’oratore ha terminato con un inno entusiastico alla democrazia cristiana. (Una lunga ovazione ha coronato infine il discorso).
Ma si può dire per questo che egli favorisca la costruzione della ferrovia o addirittura spinga il convoglio? Ben altri, come abbiamo visto, sono i motori di questo treno, e non nel campo nostro vanno ricercati i macchinisti.
Ma quando si ricorre alla Dieta o al Parlamento per avere i contributi provinciali ed erariali, ovvero si chiede addirittura che la ferrovia venga costruita dallo stato, in questo momento è necessario contare sull’appoggio dei partiti e quindi la questione diventa anche politica. Purtroppo quasi ogni questione economica diventa al Parlamento anche questione politica; anche il contributo alla ferrovia giudicariese venne assicurato ai deputati sotto il ministero Beck non per ragioni economiche ma perché i voti degli italiani erano necessari alla sua maggioranza. Ora la questione di Fiemme è già complessa se la si considera dal semplice punto di vista economico; non v’ha dubbio che commercialmente parlando la linea avisiana, è la più importante, specialmente ora che anche la maggior parte del commercio d’importazione non venne più da Bolzano ma da Trento. D’altro canto è anche certo oramai in base agli ultimi studi di dettaglio che la linea di S. Lugano è più breve e meno costosa. Mentre la prima però passa allo sbocco delle selve della comunità e soddisfa oltre che tutti i comuni fiemmesi (tranne la frazione di S. Lugano) anche l’intiera vallata di Cembra, la seconda, a vista d’occhio, soddisfa agli interessi non di tutti i paesi fiemmesi e tiene conto piuttosto dei passeggeri e dei forestieri che dell’esportazione dei prodotti. Queste difficoltà economiche diventano maggiori quando vengono naturalmente in nesso colla politica. Il deputato di Moena e anche deputato di Moline e Capriana; oltre a ciò per ottenere i contributi deve naturalmente cercare l’appoggio dei deputati delle altre valli o almeno riuscire ad impedire che qualche altro rappresentante di altri interessi metta il suo voto ad una data soluzione della questione tramviaria. Poichè è certo che di fronte al governo basterebbe l’energica opposizione di uno o più deputati dello stesso gruppo per offrirgli il pretesto di non far fuori un soldo. Per Fiemme poi s’aggiunge anche la questione nazionale, la quale, volere o no, sorge da sé, perché da una parte lo sbocco è in terra italiana, dall’altra in terra prevalentemente tedesca. Io non esagero il valore del capolinea. Credo anzi — dice a questo punto l’oratore — che la razza fiemmese s’imporrà al miscuglio italotedesco dei paesi dell’Alto Adige e che del resto un capolinea di confluenza, non troppo vicino ad un grande centro di attrazione non risenta molto dell’ambiente rurale che lo circonda. Quello che va assolutamente evitato nell’interesse stesso di Fiemme e del suo carattere è che la ferrovia diventi uno strumento politico-economico in mano di certi circoli bolzanini. Su questo punto capitale, dice l’oratore, spero che saranno tutti d’accordo. Se la maggioranza della valle per l’impossibile potesse pensare diversamente, egli si dimetterebbe. Il D.r Degasperi si rifà quindi alla conclusione del compromesso, il quale ha avuto lo scopo di eliminare la competizione di Trento e Bolzano, e di fissare il centro di gravità della questione in Fiemme stessa presso la Comunità generale. Le dichiarazioni del governo per il compromesso erano molto serie e, siccome in Austria di simili soluzioni se ne sono attuate parecchie in varie provincie, c’era ragione di sperar bene. Certo queste ragioni erano prevalentemente di carattere politico. Esse vennero meno quando la situazione politica si cambiò, in seguito alle ultime elezioni, in nostro sfavore. Qui l’oratore rifece la storia delle trattative viennesi e di quelle dietali notando che i fiemmesi devono essere grati alla deputazione trentina che per l’interesse della valle mantenne la solidarietà fino all’ostruzione, a costo di gravi sacrifizi per i rispettivi collegi. Il compromesso naufragò per l’agitazione svoltasi nel Tirolo in seguito al comizio di Egna dei 3 gennaio e per la posizione del nuovo governo Stürgkh, il quale rinnegando gli impegni del gabinetto Bienert sotto l’influsso della nuova maggioranza tedesco-nazionale, lasciò in asso la maggioranza italo-cristiano-sociale alla Dieta. L’agitazione della minoranza conservativa tirolese arrivò alla conclusione: prima la Venosta e le sue congiunzioni colla Svizzera, poi la Egna-Moena o Egna—Predazzo. Sulla stazione finale i tedeschi sono ancora in dubbio, ma dalle trattative viennesi e da altre dichiarazioni è risultato che per motivi finanziari vorrebbero che la linea terminasse a Predazzo. Il governo invece si limitò a non rispondere né si né no, ma una tale risposta minatoria equivalse nei suoi effetti ad una negativa. Il governo mantenne il diniego anche di fronte a proposte ridotte. Esso negò il suo contributo per il momento tanto a tutte e due le linee, come a due tronchi di esse, come ad una sola e ad un piccolo tronco per l’altra linea. Gli italiani ammisero già nel compromesso la linea Egna-Moena, e durante le trattative dietali a questa congiunzione avevano concessa la preferenza, i tedeschi dell’opposizione invece non solo non ammisero per ora la linea avisiana, ma addirittura la vollero esclusa per sempre con una prepotenza semplicemente sbalorditiva. La linea migliore è quella che soddisfa due vallate; ma, in ogni caso, nessuna delle due può arrogarsi il diritto di escludere la congiunzione dell’altra. L’oratore illustra qui la posa del borgomastro di Innsbruck che vuole imporre ai fiemmesi non solo il corso della tramvia, non solo la privazione di un’altra congiunzione, ma anche il modo di finanziarla e di amministrarla. Tutte queste trattative del resto diventarono accademiche di fronte al postulato della precedenza della Venosta e delle sue congiunzioni. Dopo quest’esposizione ch’io riassumo molto scarsamente, un giovanotto di qui tentò qualche considerazione, uscendo con certi luoghi comuni, che oramai non hanno proprio ragione di essere. Il D.r Degasperi ribattè felicemente ed invitò i presenti a dichiararsi in forma precisa sulla sua relazione e sull’attività dei deputati trentini alla dieta. Il presidente, dopo alcune parole di ringraziamento all’on. Degasperi, per le sue prestazioni personali, propose di mandare un ringraziamento ed un plauso ai rappresentanti della valle ed a tutti i deputati per l’energia dimostrata in favore di Fiemme, invitandoli a continuare ad insistere perché la tramvia arrivi fino a Moena. Messa ai voti, tutti, meno l’oppositore, alzarono la mano. Il nostro deputato ci parlò poi dell’attività parlamentare e venne infine calorosamente applaudito. Il pubblico l’avrebbe ascoltato volentieri ancora a lungo, se egli non avesse dovuto partire ancora la stessa sera per Tesero.
Denuncio fin d’ora, o signori, queste perfide intenzioni che non si ha il coraggio di portare alla luce del sole, perché si sappia qual valore dobbiamo accordare alla cooperazione, che costoro vorrebbero fingere alla nostra causa, le denuncio con tutte le forze dell’anima contro un tale programma, destinato a buttare presto o tardi, e probabilmente nel momento più difficile della lotta, il flagello della guerra civile tra gli italiani dell’Austria e magari a distruggere per sempre tanti sforzi ininterrotti ch’essi hanno fatti per migliorare le condizioni intellettuali della loro nazione; le denuncio esortando i nostri deputati di parte non clericale a continuare nella campagna universitaria col metodo seguito fino ad oggi; cioè col prescindere affatto dai clericali, anzi con l’ignorarne addirittura l’esistenza poiché essi non offrono per tutte, indistintamente, le varie correnti del pensiero moderno, quelle garanzie di libertà che noi saremmo sempre disposti a garantire anche al loro pensiero; e perché noi piuttosto di mettere capo ad una università, che riuscirebbe un pericolo costante per la civiltà ribadendo i ceppi dell’ingegno umano, preferiamo mille volte e più di rinunciarvi per ora e per sempre». Signori! io non v’ho letto questo sfogo del signor Pasini per avere occasione di un attacco personale. E certo però ch’egli è un ingannato o un ingannatore. Giacché, come fu già dichiarato da un mio collega in una solenne adunanza di studenti ad Innsbruck, è falso che l’Associazione universitaria cattolica tridentina abbia avuta l’idea di un’università italiana cattolica, ovverosia confessionale; e sappia il signor Pasini, che se l’idea l’avessimo avuta, avremmo avuto anche il coraggio di pubblicarla come abbiamo avuto il coraggio di manifestare tant’altre idee di ordine religioso che hanno costato a qualcuno di noi, oltre che ingiurie e isolamento perfetto, anche pugni e schiaffi. Ma di questo, o signori, si è già parlato abbastanza ad Innsbruck. Volevo soltanto «denunciare» anch’io qualche cosa qui davanti al vero popolo trentino, innanzi ai suoi rappresentanti, volevo, ripeto, «denunciare» anch’io qualche cosa. Denuncio fin d’ora, o signori, — dirò anch’io col Pasini, — questo perfido sistema di creare pregiudizi o false opinioni in riguardo agli avversari per poi annientarli, sistema che è tanto più da deplorarsi quando si tratti di una questione che è di tutti gli italiani. Riguardo a noi, i fatti vennero a smentire queste false insinuazioni. Nessuno di noi mancò in quei giorni né al lavoro delle assemblee, né a quello dei comitati. Pareva che la pace fosse fatta e non si dovesse temere «il flagello della guerra civile». Ma poi, passate le burrasche, parvero ritornare i consigli antichi, e da Vienna si tentò ogni mezzo per cacciarci dal comitato, si tirarono in campo le nostre opinioni religiose ed ecclesiastico—politiche, e si tentò in pubblica adunanza di metterle in contraddizione, udite, o signori, con l’università italiana. Era la pratica della teoria, tanto applaudita a Rovereto, di Ferdinando Pasini, il quale non contento di escludere noi studenti e di presentare ordini a nome di tutti gli studenti accademici trentini, esortava «i deputati di parte non clericale a continuare nella campagna universitaria col metodo seguito fino ad oggi, cioè di prescindere affatto dai clericali, anzi con l'ignorarne addirittura l’esistenza». Ebbene, o signori, contro tale altezzoso sistema di sorpassarci e di ignorarci, noi protestiamo energicamente e con tutta l’anima e v’assicuro che cercheremo di far sentire in tutte le occasioni la nostra esistenza. Vivaddio! Non è questo nostro paese nella sua gran maggioranza cattolico? Non sta il popolo, il vero popolo, dietro di noi, o i suoi rappresentanti non sono in maggioranza di parte cattolica? Non c’è bisogno di esortazioni, ma se fosse il caso noi vorremmo dire ai nostri deputati: Rispondete a queste esortazioni di parte anticlericale con l’occuparvi con sempre maggiore energia della questione universitaria, e gli studenti e l’immensa maggioranza del Trentino saranno con voi. Ancora una cosa. Il signor Pasini terminava la sua applaudita filippica, motivandola con l’assicurare che i clericali non concederebbero agli avversari la libertà di pensiero e di ricerca. Lasciate che gli risponda con un augurio. No, o studenti anticlericali, andate pure nei laboratori, nei gabinetti, nelle biblioteche, cercate di ricercare, studiate e ristudiate col vostro ingegno libero da tutti i ceppi. Cercate! Novelli Ulissi, ripartite da Itaca, non cacciati dalla noia, come diceva nella sua ultima conferenza sulle funzioni sociali del pessimismo il prof. Pasini, ma attirati dalla sete del vero e del buono. Avventuratevi sul mare tempestoso, passate le colonne d’Ercole, lanciatevi arditamente per l’oceano infinito, vagate e cercate! Se la stella vi sarà propizia, se non farete prima naufragio, troverete il monte della salute. Dopo tante fatiche e tante aberrazioni ritornerete sulle antiche vie degli avi, alla religione delle vostre madri, al Vero davanti al quale chinan la fronte e Dante Alighieri e Michelangelo e Raffaello e il Vico e il Muratori e Alessandro Manzoni e tutte le maggiori glorie italiane.
Certo, col tempo, noi vorremmo arrivare a sostituire addirittura la burocrazia nei gradi superiori con uomini eletti dal popolo. Sarebbe eresia il chiedere la stessa cosa anche per l’Italia? Allora accettiamo volentieri l’accusa di eretici, giacché sentiamo che questa guerra che ha tutto sconvolto sarebbe inutile senza il trionfo delle nuove idee (applausi). Del resto noi non facciamo che prevenire e sussidiare quel movimento decentralistico che si manifesta anche in Italia dove, se forse le autonomie non sono ancora intese come le intendiamo noi perché manca alla tendenza la forma concreta, si è però d’accordo sul principio di ridurre il potere della burocrazia e aumentare quello degli enti locali. Su questo dobbiamo insistere anche se ci troviamo a cozzare contro l’accusa dei pavidi che volessero gratuitamente tacciarci di antipatriottismo (applausi). Si dirà: aspettate un po’, fidatevi delle dichiarazioni ripetute degli uomini di governo.
In Austria i socialisti si divisero, uno dei capi più ammirati, il Dasynsky, col suo gruppo votò non solo per le spese della guerra ancora nel giugno 1917, ma organizzò addirittura le legioni polacche contro la Russia mentre va rilevato che nessun deputato trentino votò mai in favore delle spese o dei prestiti di guerra. L’Arbeiterzeitung stessa, organo del partito internazionale austriaco di cui facevano parte anche i socialisti italiani soggetti all’Austria, scrisse in favore della guerra contro la Russia. Che dire poi dei socialisti sull’altra sponda? Proprio il capo del Bureau socialista internazionale il Vandervelde fu membro del gabinetto di guerra del suo paese e grande propugnatore della guerra a fondo; in Francia furono ministri durante la guerra i socialisti Guesde, Sembat e Thomas quest’ultimo addirittura delle munizioni: in Italia basti ricordare Bissolati, Canepa, Bonomi. Nella stessa Russia i capi socialisti Plechanow, Burzew e Kropotkin (proprio quello ch’è citato stabilmente nella testata dell’«Internazionale») furono ferventi sostenitori della guerra. È vero che tutti costoro partecipando alla guerra si giustificarono con ragioni riguardanti la difesa della loro patria o la civiltà, ma ciò vale anche per i cattolici. Se l’«Internazionale» accusa i cattolici, deve condannare anche i socialisti, se assolve questi, non può accusare i primi. I socialisti trentini non hanno diritto oggi di riesumare Carlo Marx, fondatore dell’Internazionale, per rifarsi una verginità innanzi alla guerra e di richiamarsi a quella internazionale che fece all’atto pratico completo fallimento. In quanto ai preti bisogna distinguere un atto di culto, qual’è quello della benedizione delle bandiere, dall’eccitamento all’odio e alla guerra. Chi ha scritto pagine più feroci contro il nemico di Hervé? E di contro a questi fatti quali atti di propaganda pacifista sanno i socialisti apporre che equivalgano agli appelli, alle proposte, alle iniziative del capo della Chiesa cattolica? E qui si potrebbero ricordare tutti gli atti pontifici in favore della pace. Già nel settembre 1914 Benedetto XV scriveva: «Bastino le rovine che già sono state prodotte, basti il sangue che è già stato sparso; si affrettino dunque ad accogliere nell’anima sentimenti di pace...». Tali appelli il papa ripeté al 1° novembre e nel Natale dei 1914 esclamava: «Deh cadano al suolo le armi fratricide, cadano alfine queste armi troppo macchiate di sangue: e le mani di coloro che hanno dovuto impugnarle tomino ai lavori dell’industria e del commercio, tornino alle opere della civiltà e della pace!». E qual grido fu più commovente, quale appello più forte di quello che il papa dirigeva ai potenti nel primo anniversario della guerra? Rievocate quelle parole che noi, profughi o combattenti per forza, per una causa straniera, leggemmo allora piangendo. «Nel nome Santo di Dio, nel nome del celeste nostro Padre e Signore, per il sangue benedetto di Gesù, prezzo dell’umano riscatto, scongiuriamo voi, che la Divina Provvidenza ha posto al governo delle nazioni belligeranti, a porre termine finalmente a questa orrenda carneficina che ormai da un anno disonora l’Europa... Voi portate innanzi a Dio ed innanzi agli uomini la tremenda responsabilità della pace e della guerra: ascoltate la nostra preghiera, la paterna voce del vicario dell’eterno e supremo giudice, al quale dovrete render conto…». Questo scongiuro fece tale impressione che l’Austria ne proibì la ristampa nel «Bollettino diocesano». I socialisti allora, dall’Avanti all’Arbeiter Zeitung, riproducevano il documento a caratteri di scatola. Ora vorrebbero che tutto ciò fosse dimenticato. Il mondo dovrebbe affidarsi per l’avvenire unicamente alla nuova internazionale che Lenin sta ricostruendo col ferro e col fuoco. Quale è il mezzo con cui essi vorrebbero distruggere il militarismo se non con un altro militarismo alla Trotzky o alla Bela Kun? La dittatura del proletariato, la guerra civile, la violenza insomma dovrà trionfare delle vecchie violenze? Non la lotta di classe, spinta fino alle sue ultime conseguenze, può bandire le guerre future, ma la riorganizzazione della società in base ad una rinnovata coscienza cristiana. La fratellanza di Cristo e solo questa ha la forza di attuare la prima. L’oratore termina applauditissimo ricordando la statua del Redentore che domina la scalea del palazzo della pace all’«Aia», posta come sulla soglia del nuovo mondo che deve venire.
D.r Degasperi: Signori socialisti, dimandatelo ai vostri compagni dell’Umanitaria di Milano, che restarono addirittura meravigliati della nostra cooperazione e vennero apposta a visitare i nostri istituti (applausi). Del pari si dica delle organizzazioni per il bestiame, per i forni essicatoi. Voi direte, tutto questo è in massima per i contadini. È vero, ma anche per gli operai industriali abbiamo tentato il possibile. A Trento si fabbricarono le case operaie, si fondò una cassa d’assicurazione e abbiamo tentato anche le Unioni professionali. Di chi la colpa, se troviamo tanta diffidenza negli operai? Dei capi socialisti, che hanno dipinto i cattolici e il prete come gli strozzini, come i primi nemici degli operai. E ci hanno creduto a questi capi, e quando noi dicevamo, non fidatevene, siamo stati scherniti.
La scienza rimase dimezzata e vacillante sulle sue basi, anche nella scuola metodologico-storica; ma nella sociologia collettivisti addirittura distrutta. Attraverso le vicende del collettivismo, lungo il secolo XIX, in seguito alla inesorata autocritica degli stessi corifei di esso (i quali pur vantavasi di aver dato una «costruzione scientifico-positiva» al socialismo dapprima «utopistico»), dopo aver rigettato i famosi apoftegmi di Carlo Marx, si concluse che la sorte del divenire socialistico è raccomandata esclusivamente al gioco dinamico della violenza materiale delle classi in lotta fra loro (sindacalismo) o di quella coercitiva dello Stato legiferante sopra di tutti e di tutto (riformismo).
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. — Sollecita più tardi di correggere gli effetti sinistri di un fallace liberalismo, restituì addirittura l'arbitrio economico autoritario. — E intenta da ultimo a prevenire o contenere le indiscrete pretese del socialismo, ne incoraggiò e giustificò il programma, colla duplice dottrina della evoluzione di ogni istituto economico e della statolatria, in nome e a servigio del divenire fatale e mal definito della civiltà. Tutto questo per aver accolto la compromettente guida di una morale umana evolutiva.
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In particolare quella funzione giuridica che dicemmo costituente,cioè d'introdurre l'ordine, si addentra addirittura nelle viscere dell'organismo sociale economico. Per ricollegare e stringere ad unità in servizio della sovranità politica e dei suoi compiti i cittadini, frattanto assorbe una parte di preziose intelligenze utilissime alle industrie e le adibisce alla amministrazione politica (funzionari); assottiglia e rende inerti coll'esercito le forze delle moltitudini disponibili per il lavoro materiale; soprattutto sottrae agli usi privati una quota parte del capitale o del reddito della nazione per comporne un patrimonio proprio, cioè la finanza. E si formano così due sistemi di economia sovrapposti, nazionale e di Stato («Volks-und-Staatswirtschaft») in mutua dipendenza, né sempre armonici fra loro, talora in conflitto (Schäffle, Wagner, Lampertico).
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Questi due atteggiamenti dell'organismo economico-sociale segnano addirittura due immense epoche di civiltà,e forse compongono la più decisiva fra le premesse positive dell'economia, perché nella storia tutte le leggi economiche piegano rispettivamente a risultanze opposte, a seconda che la orientazione di quell'organismo è verso i pochi o verso i molti. E se quella era il prodotto del paganesimo, questa lo è evidentemente del cristianesimo. Bensì anche nelle genti cristiane questa tendenza verso la espansione ed elevazione dei molti (senza scapito anzi a profitto della gerarchia economica) soffre resistenze e regressi; ma quelle ne rimasero siffattamente impregnate, che a lungo andare ripigliano sempre il proprio corso progressivo, contribuendovi anche gli errori e le colpe (Kidd). Così si può riconoscere, come dopo il restringimento degli ordini economici in odio al popolo, (nei secoli XVI-xviii) nella rinascenza neo-pagana (che riprodusse financo la schiavitù nell'America) e nella riforma protestante, e dopo l'incentramento della ricchezza per il capitalismo-utilitarista del secolo xix; — il prorompere di una democrazia socialista che oggi sobolle e minaccia, prepara più larghe e normali fondamenta ad una democrazia industriale (Webb); la quale poi, avuto riguardo alle sue tradizioni, probabilmente sarà una novella espansione di democrazia cristiana (Leone XIII).
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Wyndham colla legge del 1903 propose in favore degli acquisti contadineschi e del progresso agrario e sociale addirittura l'abolizione del landordismo in Irlanda, cioè delle grandi proprietà, e cioè moltiplicando al massimo le agevolezze sui capitali prestati ai contadini per comprare e le utili combinazioni finanziarie e i premi pecuniari ai proprietari per vendere.
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Dovunque, e specialmente nel campo promiscuo (come dicemmo) la lotta continua stridente o insidiosa; ma tuttavia è fatto consentito che se fra le minori imprese talune cedono, altre coll'aiuto di que' presidi si ritemprano, altre prosperano addirittura, porgendo esempio rassicurante che di fronte alle grandi rimarrà ognora una forte proporzione di piccole industrie vitali anche per l'avvenire (vedi Branca).
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., sia per il buon nome (essendo indecoroso tornare in casa con la merce invenduta) vendono addirittura a baratto, rovinando sé e le piccole industrie dei luoghi ove si recano.
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Non avendo tanto il gabellotto quanto il subaffittuario o il mezzadro o l'inquilino altro interesse che la speculazione, per quei pochi anni o per quel solo armo che la coltivano, sfruttano addirittura la terra; onde di anno in anno il totale della produzione va diminuendo.
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La parola “dissipare l'equivoco legittimista” nella sua misurata espressione non significa “dar la caccia ai borbonici” ma trovar modo come nelle nostre fila di cattolici non s'infiltrasse una questione di carattere prettamente politico, che noi con la gran maggioranza dell'Italia riteniamo una questione addirittura morta, e che altri si sforza credere ancora viva.
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Le affrettate generalizzazioni, tanto più facili, quanto meno sono gli elementi conosciuti e di fatto, sui quali dovrebbero basarsi, han servito a creare tanti ostacoli, addirittura insormontabili alla conoscenza del Meridionale; mentre una folla di interessi antagonistici ha trovato il facile pretesto per affermarsi sulle condizioni politiche diverse, da creare lo stacco vero, reale, di due Italie che si guardano in cagnesco; con la differenza che il disprezzo o la commiserazione, la noncuranza spesso, concorrono a determinare un urto di animi, assai più disastroso che l'urto degli interessi.
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