Io me ne stetti inerte a Tesero, mentre il Battisti girava la valle, trattando perfino col capocomune di Trodena, mentre si spargevano ad arte menzogne sul mio conto, accusato di agire contro gli altri colleghi di deputazione, sicché dovetti telegrafare all’on. Gentili perché smentisse la cosa, e sovratutto si è sollevata fra i singoli comuni la questione del quartiere, cioè del peso che, virtualmente avrebbe gravato su ogni singolo comune, se avesse dato voto favorevole la Comunità. Ma l’evoluzione più rapida e più fenomenale venne compiuta dalla delegazione di Cavalese con a capo il D.r Deleonardi, il quale votò contro la sua proposta!
Checché si scrivesse per tale rispetto del cristianesimo accusato di «avvizzire il fior della vita » (Hegel, Bebel, e in parte Harnack) in forza di un preteso ascetismo, — storicamente è indubbio che esso soltanto potè vantare di aver educato nei popoli, in giusta armonia, la più robusta ed alta coscienza morale e insieme la più operosa coscienza economica. Il medio evo, specie nel culmine della potenza comunale, fu l'età della fede nelle sue più sublimi manifestazioni fino all'ascetica, e degli ideali dell'arte, della libertà, della democrazia, fino all'entusiasmo. Ma in essa le popolazioni sentivano a fondo tutte le realtà della vita colla sua dignità, colle sue gioie, coi suoi dolori, colle sue speranze; viveano di una vita intensa come oggi gli americani, e le loro stesse passioni e colpe attestavano la esuberanza non l'esaurimento della energia; — mentre la coscienza economica, a quel turbinio intrecciata, a Milano, a Genova, a Firenze, a Parigi, nelle Fiandre, nei borghi inglesi, coinvolgeva con vivacità febbrile tutte le classi, non solo negli ardimenti del lavoro, ma nei dibattuti problemi, sperimenti, conflitti sulla distribuzione della ricchezza. Non mai come allora la coscienza economica fu cotanto diffusa e potente (Perrens, G. Capponi, Villari, Romanin, Zdekauer).
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Il partito popolare italiano già da più di un anno è andato insistendo su questo ordine di idee con memoriali e con affermazioni; fu accusato di germanofilia, ed anche nostri amici francesi ci ebbero in sospetto, quando abbiamo sostenuto una politica di risanamento economico dell'Europa, i cui riflessi si sentono assai più da noi, che siamo i più poveri dell'Intesa. Se l'Italia potesse arrivare al compenso fra crediti tedeschi e debiti anglo-americani, pur nulla prendendo di riparazioni, avrebbe un tale sollievo e creerebbe una tale fiducia all'estero, da porre una prima salda base alla sua rinascita economica.
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A quegli amici — pieni di zelo ardente e di fede nel partito — che hanno più volte accusato i dirigenti e i parlamentari di transigere dalle nostre direttive, debbo dire molto lealmente che — a parte la valutazione di errori, di che è intessuta tutta la vita umana, e che spesso hanno tanto la faccia dell'errore quanto quella della ragione, secondo il punto dal quale si guarda — nessun nostro organo direttivo e responsabile è venuto meno alla disciplina e alla fede nel partito, nella sua equazione con il bene nazionale per il quale è sorto. Se il nostro gruppo parlamentare spesso non ha potuto far valere alla camera la nostra concezione statale e i nostri postulati sociali ed economici, ciò fu perché, divenuto a un tratto grande di cento deputati, dovette assumere il ruolo di collaboratore necessario ed incomodo insieme. Se nel 1919-20 il nostro gruppo rinunziava a questo ruolo, la marea bolscevizzante avrebbe soverchiato i governi e precipitato il paese nell'anarchia; se rinunziava nel 1921-22, la camera non avrebbe più potuto funzionare, e le ripercussioni sarebbero state assai gravi.
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Nitti fu accusato di avere contribuito a deprimere i valori morali della vittoria; mai si ebbe in Italia un periodo inquieto e torbido come quello che dal giugno ʼ19 va al maggio del ʼ20; la sconfitta di Parigi soverchiava la gloria purissima di Vittorio Veneto; era naturale che il popolo italiano, che sul Grappa e sul Piave si era unito per virtù di fede, per sentimento di estrema difesa e per valore di soldati, piegasse lo spirito nell'abbattersi della crisi economica e politica, nello smarrimento di una via risolutiva perduta nelle spire di una nuova falsa diplomazia, per la quale i tanto decantati principî di civiltà e di fratellanza dei popoli, di nuovi orientamenti di politica internazionale, portavano alla quanto mai grave crisi europea. Forse oggi, dopo tre anni, a Cannes prima e a Genova dopo, si inizia una revisione, che speriamo abbia a far tesoro della triste esperienza che accomuna nel danno popoli vincitori e popoli vinti.
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La politica mediterranea è la base della nostra attività commerciale, ed è fatta di forza e rispetto nazionale e di espansione culturale e religiosa:.solo così si può penetrare in oriente; ma il governo della democrazia, per le varie fasi della politica interna, non ha saputo farsi rispettare all'estero, perché sarebbe stato accusato dai demagoghi e dai socialisti di imperialismo; ed ha avuto paura di proteggere le missioni per non essere accusato di clericalismo; così inventò le scuole laiche in oriente e fece sempre una politica debole di fronte alla Francia, alla Grecia, e alla Turchia. Perdette Tunisi ove i siciliani hanno fatto meraviglie di colonizzazione e cercò la Libia, ove importò la massoneria per gl'italiani, la debolezza e l'equivoco per gli arabi, secondo il vento infido della politica interna.
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Questo giudizio, non nostro del resto e non nuovo, potrà essere accusato di severità: ma noi non abbiamo nessuna voglia di essere severi.
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E ciò tanto più deve essere oggi, mentre il cattolicismo è accusato di aver sempre, in questi ultimi secoli, combattuto la democrazia, di non saper vivere con essa e quindi di portar tutte le sue forze ai partiti che la combattono e ne insidiano comunque i progressi. E l'inverso, invece, è quel che si va oggi facendo: poiché, come sempre, il non accettare, con passioni e per partito preso, un principio, conduce ad esagerare il principio opposto e portarlo fino all'assurdo.
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La guerra libica e la grande guerra furono il crogiolo dal quale venne fuori l'Italia di fine 1918, turbolenta, sinistroide, scontenta dal punto di vista nazionale, preoccupata dal punto di vista economico, senza un leader al governo: Nitti non aveva gran seguito ed era accusato di filo-socialismo; Giolitti scontava ancora il suo neutralismo, Orlando il suo gesto per Fiume, Salandra il suo destrismo. I capi socialisti, fra i quali principalmente Filippo Turati, non potevano avere alcuna posizione direttiva nel paese, perché i socialisti, con la pregiudiziale anti-borghese, avevano volontariamente rinunziato a partecipare a qualsiasi governo che non fosse socialista.
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