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        <title>Introduzione alla sezione "Dall'idea al fatto (1919)"</title>
        <author>Sturzo, Luigi</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 3-9. <date when="1955">1955</date></bibl>
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        <p>PRIN 2012 - Accademia della Crusca</p>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="3" /> Nel ripubblicare in unico volume le due raccolte di scritti e discorsi, la prima col titolo: «Dall'Idea al Fatto» (1921) e l'altra «Riforma statale e indirizzi politici» (1923), ho creduto opportuno inserire diverse pagine estratte da due volumi di Giulio De Rossi (*)<note n="1">"(*) Don Giulio De Rossi, capo dell'ufficio stampa del partito popolare italiano (1919-ʼ22), pubblicò due volumi dal titolo"> «Il partito popolare italiano dalle origini al Congresso di Napoli» (1920); «I popolari nella XXVI legislatura (dal Congresso di Napoli alla marcia su Roma)» (1923). Per gli estratti si è ottenuto il permesso degli interessati.</note>, che dànno il quadro storico dei discorsi e documenti scritti dall'armistizio del 4 novembre 1918 al gennaio 1923.</p>
      <p>L'interesse che oggi può destare il partito popolare italiano è duplice: per avere segnato l'inserimento nella vita politica del paese dei cattolici italiani organizzati in un partito; e per essere il precedente ideologico e politico della democrazia cristiana, che dal 1943 ad oggi tiene la direttiva del paese e dal 1945 ad oggi la direzione del governo dello stato.</p>
      <p>L'attività dei cattolici nella vita pubblica dei paesi europei ebbe i primi inizi con il centro cattolico in Germania che culminò nel <hi rend="italic">kulturkampf</hi>;con la resistenza organizzata dei cattolici svizzeri alla lotta anticattolica che sboccò nella formazione del partito conservatore (conservazione e difesa delle libertà e delle forme democratiche della vita cantonale svizzera, anche nella sua forma confederale); con la lotta per la scuola libera e confessionale nel Belgio, che diede il potere ai cattolici da soli per trentadue anni; con la tutela dei diritti dei cattolici nell'Olanda, che portò il partito cattolico alla direzione dello stato; con l'affermazione delle correnti cristiano-sociali <pb n="4" />nell'Austria e nell'Ungheria, che tennero fronte all'invadente socialismo.</p>
      <p>In Francia i cattolici sul terreno politico si affermarono più per le teorie e le idee sostenute da uomini quali De La Mennais, Lacordaire, Ozanam e Montalembert; mai arrivarono a organizzarsi in partito autonomo. Il tentativo dell'<hi rend="italic">Action</hi><hi rend="italic">libérale</hi>,costituito dopo la lettera di Leone XIII del 1892, non ebbe fortuna, fra i cattolici impegnati nella questione monarchica e legati al conservatorismo borghese. Solo nel 1924 si costituì il primo nucleo dei democratici popolari.</p>
      <p>Mentre il primo organizzarsi dei cattolici europei sul terreno politico portò l'impronta di difesa delle ragioni morali ed ecclesiastiche del cattolicesimo di fronte alla borghesia anticlericale allora dominante, lo sviluppo del movimento socialista e delle teorie marxiste e la imponenza del movimento operaio a base sindacalista, fecero orientare un'ala importante dei cattolici verso il movimento democratico-sociale. L'enciclica di Leone XIII sulla questione operaia servì di base teorica e di spinta a più larghe attuazioni; mentre nel campo dell'organizzazione si andavano affermando le leghe operaie, le cooperative agricole e le iniziative di mutualità, alle quali si dava un carattere extra-politico ma religiosamente e socialmente formativo; sul terreno politico si tentavano i primi saggi di legislazione sociale.</p>
      <p>Basta questo accenno per comprendere lo stato d'animo dei cattolici italiani che nel campo sociale avevano come antesignano autorevole e prudente il prof. Giuseppe Toniolo, mentre nel campo politico primeggiava Filippo Meda, in quello sociale, dopo i tentativi di Murri e dopo lo scioglimento dell'opera dei congressi, avevano preso posizione organizzativa l'avv. G. B. Valente nei sindacati e nelle mutue, il conte Zucchini nella cooperazione; mentre nel campo municipale e provinciale, e relative associazioni nazionali, tenevano il campo Meda, Rodiné e l'on. Gilardoni. Chi scrive fu per più di venti anni consigliere nazionale e vice presidente dell'associazione dei comuni e per quindici anni sindaco effettivo (col titolo di prescindano perché prete) al comune di Caltagirone.</p>
      <p>L'esperienza, fin dal 1895, nella vita municipale, l'attività nel campo delle opere sociali (leghe e cooperative) e di azione cattolica (circoli, comitati econgressi), portarono chi scrive <pb n="5" />fuori del cerchio della città natale, a frequenti contatti nel campo politico e ai dibattiti del tempo, riguardo la posizione dei cattolici nella vita del paese.</p>
      <p>Riassunsi il mio pensiero in un discorso pronunziato a Caltagirone nel dicembre del 1905, pubblicato in opuscolo e infine in appendice nel volume: <hi rend="italic">Sintesi sociali</hi>.Il discorso portava il titolo: <hi rend="italic">I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani</hi> (*)<note n="2">"(*) Il discorso fu ripubblicato in appendice nel volume"> Dall'Idea al Fatto; qui si omette perché prenderà il suo posto nel volume: Sintesi sociali.</note>, e sosteneva la tesi della necessità di organizzarsi in partito, non come cattolici ma come cittadini, sullo stesso piano degli altri, pur avendo ideali, piani, finalità e interessi diversi da quelli degli altri partiti.</p>
      <p>Le idee ivi esposte, dopo la defezione di Romolo Murri e la riorganizzazione dell'Azione Cattolica alla diretta dipendenza dell'autorità ecclesiastica, non circolavano facilmente nel campo dei cattolici organizzati. Dall'altro lato, le dispense caso per caso del <hi rend="italic">non expedit</hi>,date attraverso i vescovi a candidati cattolici, e più ancora a liberali moderati, per fronteggiare l'avanzata dei socialisti e opporsi alle candidature anticlericali (sostanzialmente anticattoliche), determinavano un lento ma certo franamento al precedente rigore nell'osservanza del <hi rend="italic">non expedit</hi>, e abituavano i pochi cattolici deputati (e non «deputati cattolici») all'esercizio parlamentare, creando speranze in un, più o meno lontano, propizio avvenire. Il patto Gentiloni, da me avversato nella qualità di consigliere dell'unione elettorale cattolica, fu come la lancia di Achille, della quale dice Dante: «soleva esser cagione, prima di trista e poi di buona mancia». Da un lato, quel patto legge ancora di più i cattolici alle consorterie clerico-moderate; dall'altro lato sviluppò due reazioni: l'anticlericale e socialista e quella dei cattolici sociali (organizzatori di leghe operaie e di cooperative contadine) e dell'ala democratica cristiana, ancora diffusa come tendenza pur non avendo una propria organizzazione.</p>
      <p>La guerra libica e la grande guerra furono il crogiolo dal quale venne fuori l'Italia di fine 1918, turbolenta, sinistroide, scontenta dal punto di vista nazionale, preoccupata dal punto di vista economico, senza un <hi rend="italic">leader</hi> al governo: Nitti non aveva <pb n="6" />gran seguito ed era accusato di filo-socialismo; Giolitti scontava ancora il suo neutralismo, Orlando il suo gesto per Fiume, Salandra il suo destrismo. I capi socialisti, fra i quali principalmente Filippo Turati, non potevano avere alcuna posizione direttiva nel paese, perché i socialisti, con la pregiudiziale anti-borghese, avevano volontariamente rinunziato a partecipare a qualsiasi governo che non fosse socialista.</p>
      <p>Durante la guerra la mia posizione personale aveva avuto rilievi, non cercati ma effettivi, quale vice presidente dell'associazione dei comuni italiani (presidente ne era il senatore Greppi sindaco dì Milano, che durante la guerra veniva a Roma molto saltuariamente). Nominato, in rappresentanza dei comuni, membro della commissione per gli approvvigionamenti, vi presi parte attiva. Nominato consigliere delegato della società editrice, che pubblicava il <hi rend="italic">Corriere d'Italia</hi>,dovetti per qualche tempo occuparmene fin che trovai opportuno dimettermi. Istituita la giunta direttiva dell'Azione cattolica (marzo 1919) vi fui nominato segretario del Pro-Schola; ne curai l'organizzazione e promossi la fondazione dell'associazione degli istituti di scuola privata. Fondai con don Luigi Boncompagni l'opera per gli orfani di guerra e la propagai in tutta Italia. Fondai con un gruppo di amici il consorzio di emigrazione e lavoro; partecipai attivamente alla fondazione della confederazione dei sindacati cristiani (bianchi) e quella delle cooperative. Tenni conferenze e partecipai a congressi in molte parti d'Italia.</p>
      <p>Era naturale che, appena firmato l'armistizio, mi recassi in un centro come Milano a pronunziarvi il discorso (17 novembre 1918) che, collegandosi a quello del 20 dicembre 1905, segnava la prefazione alla costituzione di «un partito fra cattolici».</p>
      <p>A trentasette anni di distanza e dopo tanti avvenimenti, principale il trattato del Laterano dell'11 febbraio 1929, è difficile che il lettore comune si renda conto della difficoltà principale ad attuare il proposito di costituire un partito fra cattolici, voluto, espresso ed attuato da un prete, che mai era venuto meno e mai sarebbe venuto meno ai doveri di disciplina ecclesiastica.</p>
      <p>Più volte nei miei scritti fu fatto cenno dei passi doverosi e cauti da me fatti nel novembre e dicembre 1918, e delle responsabilità prese sulle mie spalle. Il fatto straordinario che il 18 <pb n="7" />gennaio 1919 poté essere pubblicato l'appello con il programma del partito popolare, e che solo nel novembre successivo si ebbe il responso della S. Congregazione competente, secondo il quale il <hi rend="italic">non expedit</hi> cessava di aver vigore, deve segnarsi come uno dei passi più decisivi verso la conciliazione fra chiesa e stato in Italia. E questo fu per me il più largo compenso al travaglio di tutta una vita, prima e dopo la costituzione e direzione del partito con quel che ne è seguito fino ad oggi.</p>
      <p>La varie fasi del partito popolare potranno interessare lo storico; ma l'effetto principale: quello di avere messo i cattolici al centro della responsabilità politica del paese, quale elemento integrativo insopprimibile, ha portato e porterà una filiazione che, comunque vista, rimane intatta, anche quando venga minimizzata o perfino negata con le solite ipotesi dei <hi rend="italic">se</hi>,messe avanti a contraddire alla realtà dei fatti.</p>
      <p>Rimane anche intatto l'altro significato, quello di partito di centro, partito di confluenza delle categorie o classi sociali, e quindi, per sua propria essenziale vitalità, basato sulle libertà a carattere democratico. Chi guarda bene le strutture dei partiti, ne può rilevare o la formazione di <hi rend="italic">élites</hi> dominanti ed influenti: la militare e la nobile attorno ad una monarchia paternalista; la borghese liberale e i ceti medi negli stati costituzionali dell'ottocento e così via; ovvero la formazione di partiti di classe (lavoratori e proletari).</p>
      <p>È vero che Mr. Attlee, nella sua visita a Washington durante la guerra, ebbe ad assicurare il congresso americano, in un notevole discorso, che il partito laburista era un partito <hi rend="italic">interclassista</hi>;e forse era sincero, se vi computava l'<hi rend="italic">élite</hi> dirigente in parte di origine borghese con qualche nobile di razza, a parte i laburisti che il re aveva nominato <hi rend="italic">sir</hi> e<hi rend="italic"> baronet</hi>.Ciò non ostante il partito laburista è un partito di classe. Ma dal giorno che i cattolici dei vari paesi si distaccarono dalle coalizioni liberali e cessarono di prendere la figura di cattolici-liberali o di clerico-moderati (sia in Italia che fuori), e svilupparono l'attività sociale in mezzo alle masse, crearono il vero tipo di partito di centro. Il nome <hi rend="italic">centro</hi> venne dalla Germania; lo sviluppo da partito di difesa cattolica a partito di iniziativa sociale venne pure dalla Germania, mentre dal Belgio venne il nome di <hi rend="italic">democrazia cristiana</hi>, che là si concretezza in lega democratica <pb n="8" />cristiana divenuta poi l'ala sinistra, non sempre in armonia con quella di destra, del partito cattolico belga; finché dopo più di mezzo secolo si arrivò anche nel Belgio alla formazione del partito cristiano-sociale, simile alla democrazia cristiana d'Italia.</p>
      <p>Altro partito di centro, che non sia allo stesso tempo partito di massa e partito d'ispirazione cristiana, non è esistito e non potrà esistere. Il partito popolare ne diede in Italia il primo saggio che fu mantenuto intatto nelle lotte con liberali, con socialisti e con fascisti; varrebbe la pena, storicamente parlando, di mettere in evidenza i lati positivi e negativi di tali lotte.</p>
      <p>Una terza eredità viene ancora dal partito popolare: l'affermazione e la prova di essere un partito di cattolici italiani, e non un partito di tutti i cattolici, che, grazie a Dio, sono in Italia assai di più degli affiliati ad un partito. Questa affermazione fu classificata, da chi scrive, come <hi rend="italic">confessionalismo</hi>.La parola non diceva bene l'idea e la realtà impressa al partito popolare, e fu anche criticata in alcuni ambienti ecclesiastici; ma diceva tutto quel che allora era necessario dire. Il papa Benedetto XV nel dicembre 1918 (poche settimane prima dell'appello del partito popolare italiano) aveva sottolineato la distinzione tra la funzione dell'azione cattolica da quella di cittadini cattolici sul terreno della vita pubblica.</p>
      <p>Un'ultima posizione del partito popolare, significatici per quando apparve e capace di sviluppi nelle alterne fasi della vita politica, fu la posizione di lotta allo stato-tutto, allo stato-panteista, nelle sue due faccie di manomissione dei diritti degli enti locali e del cittadino nella sua libera personalità e attività; e di accentramento funzionale e burocratico in antitesi al decentramento amministrativo.</p>
      <p>La lotta dei popolari era allora contro le tendenze (e in parte contro le teorie) dello stato liberale italiano; era anche contro il socialismo che tendeva alle nazionalizzazioni, alle statizzazioni e alle non discriminate municipalizzazioni, per arrivare al cosiddetto <hi rend="italic">socialismo di stato</hi>.Era anche contro la burocrazia invadente e accentratrice. Preludiava la lotta contro il fascismo nazionalista e socialista allo stesso tempo, che portava verso la dittatura di stato-partito.</p>
      <p>Ma la concezione popolare dello stato, dopo l'esperimento fascista, non trovò <hi rend="italic">humus</hi> con la rinata democrazia cristiana; le <pb n="9" />autonomie regionali e locali e il decentramento amministrativo ebbero la fortuna di essere affermati nella costituzione. Ma già negli ultimi mesi della costituente liberali, radicali, socialisti ed ex fascisti ebbero paura di quel che si era fatto; non pochi democratici cristiani ne furono scossi; i comunisti seguirono la doppia politica del sì e del no, secondo le vedute pratiche e utilitarie del partito; con le autonomie locali essi speravano prendere in mano le amministrazioni; ma l'accentramento statale per gli affari economici e gli enti parastatali era per essi più vantaggioso ai fini della proletarizzazione impiegatizia e della sottomissione e infine manomissione della economia libera.</p>
      <p>Oggi la lotta dei popolari contro lo stato panteista non dice quasi nulla ai democristiani di nuova formazione, ai democristiani impegnati nella politica statale da dovere tenere in pugno contro le insidie dei partiti avversi; non dice nulla agli altri, democratici o no, perché attraverso l'accentramento dei partiti è più facile tenere il dominio di uno stato accentrato, e perché sui comuni e le provincie oggi imperano i partiti centralizzati, forse più di quel che non imperava nel periodo prefascista il gabinetto del ministero dell'interno.</p>
      <p>Battaglia perduta? I ricorsi storici non mancheranno. Forse la convinzione e l'esercizio delle autonomie locali e la difesa della economia libera, daranno lo spunto alle rivendicazioni di libertà, che oggi sembrano soffocate dall'incalzare dei problemi sociali, con la illusione, dura illusione, che questi possano venire più rapidamente e più equamente risolti a base di interventi statali e di leggi protettive.</p>
      <p>Il problema mi porta di là dalla linea di questa <hi rend="italic">introduzione</hi>, e mifa tornare ai temi dei miei volumi: <hi rend="italic">Politica di questi anni</hi>. Mabisogna convenire che fra il passato dal 1919 al 1926 e il presente dal 1946 in poi, c'è maggiore correlazione di quel che non si creda.</p>
      <p>Roma, 19 agosto 1955.</p>
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