Il partito popolare saluta il rinnovarsi delle organizzazioni professionali dei contadini, degli operai, dei funzionari e degli addetti ai pubblici servizi e vede in questa ricostituzione organica della vita sociale trentina l’attuarsi di uno dei caposaldi del proprio programma sociale. Assicurando queste organizzazioni di classe dell’appoggio del partito in tutte quelle rivendicazioni che dipendono dalla legislazione e dall’amministrazione dello Stato, della Provincia e dei Comuni, dichiara di voler rispettare per proprio conto il loro carattere indipendente da ogni partito politico, protestando contro il partito socialista che abusa delle organizzazioni professionali, costringendole, in contraddizione coll’asserita neutralità, a servire la sua azione politica. 2. L’assemblea plaude al risorgimento della vasta e magnifica organizzazione cooperativa del credito, del consumo, della produzione e del lavoro, vanto incontrastato della nostra regione, e reclama dal governo e dai pubblici fattori il più ampio appoggio alla cooperazione e alle sue iniziative.
Questo non riguarda per ora i nostri ferrovieri, che, fino all’annessione - salvo uno strappo - non parteciperanno alla nomina dei commissari centrali; ma ciò non diminuisce la necessità di illustrare bene la questione, perché questo segna un passo che formerà come lo spartiacque fra quelli che vogliono la collaborazione con le pubbliche amministrazioni per migliorare le condizioni degli addetti ai servizi pubblici e quelli che la collaborazione non vogliono. Circa le concessioni da noi richieste per tornare ai postulati immediati dei ferrovieri trentini, ne abbiamo di già ottenute e di altre da conseguire (i due anni e mezzo di anzianità, il vestiario, le trasferte). Per il vestiario, il ministero ha assicurato che furono ordinate 500 uniformi alla ditta Callegari, ma qui non sono giunte. Sulle indennità di trasferte, il governo si è mostrato d’accordo in via di massima, e solo aspettava il rapporto favorevole della Delegazione. Voci. È stato mandato. È insoluta, invece, la questione delle trasferte per quelli che durante la guerra furono mandati a lavorare in Germania. Precisiamo: un importo di 14000 corone fu versato alla Banca Cooperativa, ma dal ministero del Tesoro, per quanto se lo sia promesso, non è stato ancora concesso il cambio; per un altro importo di 63000 corone i denari non si sono avuti e ci sono soltanto i titoli accertati di credito. Poiché le cose vanno per le lunghe nelle pratiche fra ministero del tesoro e ministero dei trasporti, e poiché i creditori hanno indubbio ed urgente bisogno di soldi, non c’è che un’unica strada da seguire: che il debito se lo assuma e lo liquidi subito l’amministrazione. Per la richiesta dei caroviveri al cento per cento fu anche dal ministero del tesoro risposto che in via di massima si è d’accordo: rimane soltanto da stabilire il termine iniziale del riconoscimento del diritto alla parità. Fu invece risposto che se ne tratterà dalla commissione che deve recarsi a Roma la questione dei caroviveri mensile posteriore all’occupazione italiana. Infine, riguardo alle licenze, è stato accordato che esse rimangano quali vigevano nella antiche gestioni.
Grandi, per il rimpatrio dei prigionieri dall’Estremo Oriente, per il pagamento delle pensioni ai sinistrati, per l’applicazione della legge sul risarcimento dei danni di guerra, per i contributi al genio civile, per la ricostruzione, per i contributi dello Stato o dell’istituto federale veneto al consorzio dei comuni, per l’estensione dell’inchiesta parlamentare sulle spese di guerra e di armistizio anche alle terre redente, per la sistemazione dei pubblici funzionari, per miglioramenti ai ferrovieri, ai postelegrafonici, alla guardia di finanza, ai cancellieri giudiziari, per l’assimilazione agli effetti economici di tutte le categorie di addetti ai servizi pubblici, salvi sempre i loro diritti acquisiti, per sostenere memoriali di maestri e di operai del tabacco, dei segretari ed impiegati comunali, per prorogare l’imposizione di nuove tasse ai contadini per la questione dei vini e dei trattati commerciali, in favore della caccia, del concorso forestieri ecc.
A rassodare i nuovi organi di classe si aggiungono altri fattori: — la generazione, fattore fisiologico, per cui ogni nuova classe tende a trasmettere le proprie funzioni sociali nei discendenti; tendenza comune alla nobiltà di uffici civili, alla aristocrazia dell'armi, come agli esercenti di ogni arte, sempre e dovunque; — poi le tradizioni,fattore storico che collega colla educazione, colla consuetudine, colle esperienze accumulate, le generazioni passate alle presenti, sicché ogni classe ha la sua storia, che vi apporta rispetto e virtù dirigenti; — infine la solidarietà, fattore psichico, che è convinzione di avere una distinta funzione nella società, dal cui esercizio dipende il bene generale di quanti vi sono addetti, coordinato al bene generale; e che si traduce in una comunanza sentita di ideali, doveri, diritti, la quale sospinge e regge la operosità collettiva; fattore che compendia tutti gli altri e forma la coscienza di classe.Questo «esprit de corps» temprava l'anima delle classi fondiarie nobiliari dell'«ancien régime», per l'oblio del quale, più che per l'abolizione dei privilegi, esse si disciolsero. Le classi capitaliste moderne, anche in un regime di libertà, devono il loro predominio alla comune aderenza ad alcuni principi di condotta sociale e politica, la quale ne assicurò il predominio. E masse di operai che condividono le stesse condizioni liete e tristi del lavoro, divengono classe solo quel dì che acquistano la convinzione della propria speciale importanza nel corpo sociale, cioè quando si forma in esse la coscienza di speciali doveri, diritti ed interessi. L'educare una retta coscienza in quelle classi è anzi il problema dell'indomani.
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. — Colla glorificazione cristiana del lavoro manuale, essa iniziò (come vedemmo) i volghi legati alla gleba e gli artefici addetti ai collegi, già coattivi, a nuovi processi ed esercizi tecnici, coi quali i lavoratori accrebbero il proprio valore economico dinanzi alle classi dominanti. — Li educò al governo di sé e dei propri interessi, chiamando le antiche associazioni campagnole (universitates)per l'uso dei beni comuni, a trattare di negozi civili sul sagrato della pieve o nella parrocchia, primo circolo di vita amministrativa rurale in Italia, Inghilterra, Svezia, quasi dovunque. — Alle novelle società delle arti, già a scopi di culto e di carità (confraternite, gilde religioso-sociali), dando armi a gonfaloni, attribuì le prime funzioni militari di pubblica difesa (le sedici compagnie dell'arti in Firenze). — Soprattutto allentò e trasformò il legame personale alla zolla sui beni di Chiesa e dei chiostri, considerando i lavoratori non più servi per coazione bensì «serventes pro amore» (Liber diurnus),associandoli a sé con migliori rapporti agricoli consuetudinari, riducendo il canone dei poderi a semplici atti di omaggio padronale, attribuendo ai coltivatori l'incremento del reddito e il possesso del capitale formatosi sul suolo col loro sudore; — e assumendo di ricambio i proprietari la protezione dei propri dipendenti nei diritti, nelle offese, negli infortuni. Dappertutto in Inghilterra, Germania, Francia, la storia comprova tale preferenza nello stato dei lavoratori delle proprietà ecclesiastiche sopra quelle secolari (Ashley, Janssen, Glasson).
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Già nel regime della schiavitù entro l'organismo complesso della famiglia, si delineano due gruppi, maschile e femminile, addetti particolarmente alla produzione interna, l'ergastolo e il gineceo, sotto il comune padrone («Herr», famiglia erile).
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Chi confronterebbe oggi i pochi postiglioni, mulattieri e carettieri di un secolo fa col numero degli addetti ai servizi di vetture, di omnibus in tutte le città, delle tramvie e delle ferrovie in tutto il mondo civile? La Francia sola occupa più di un milione di persone nei trasporti terrestri.
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. — E se sorga pure l'industria similare, ma in altra nazione, non potranno gli operai trasferirsi in massa dall'uno all'altro Stato, come accadde agli addetti alla industria manuale del lino in Germania, sacrificati al principio del sec. XIX per la fondazione del linificio meccanico in Inghilterra.
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Ben più nella divisione tecnica,la quale seguì lo sviluppo della tecnologia ed economia industriale, distinguendo all'indefinito i gruppi degli operai, cui si affidano le singole incombenze di una grande fabbrica odierna, cominciando dalla custodia dei magazzini di materie prime, protendendosi attraverso la partizione dei congegni e delle funzioni meccaniche e chimiche e pervenendo fino agli operai addetti all'imballaggio ed alla spedizione. Anzi fu notato (come vincolo fra l'ordinamento tecnico e personale) che le macchine spinsero all'estremo la divisione del lavoro nell'industria moderna (Marshall).
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Viceversa la divisione del lavoro decompone l'atto produttivo in operazioni elementari, a ciascuna delle quali rimanendo addetti costantemente speciali operai, questi colla ripetizione di atti semplici acquistano abilità crescenti. È ciò che accade a tutti per l'abitudine assidua di operazioni anco complicate, p. e. del leggere, dello scrivere, del suonare uno stromento musicale. Ma è meraviglioso il perfezionamento delle attitudini in alcune industrie, p. e. nella fabbrica di tappeti di Gobelins, i filati per la tessitura sono classificati giusta la scala cromica di Chevreul per qualità, graduazione e ombratura in ben 14.420 combinazioni di tinte; che tuttavia un esperto operaio riesce a distinguere di primo acchito (Messedaglia);
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Non sembrerà soverchio tutto ciò, quando si pensi che nella sola Gran Bretagna la classe degli addetti alle miniere (impiegati e famiglie) comprende l'ottava parte della popolazione intera.
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Infine le funzioni di quello si esercitano in forme sempre più distinte, funzione commerciale, amministrativa-contabile e tecnico-direttiva; e gli uffici di questi si partiscono in speciali gruppi di personale: i bovai, i vignaroli, i cantinieri, gli addetti ai trasporti, i contadini braccianti, ecc.
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La poderosa industria metallurgica (distinta da quella mineraria) oggi si partisce in colossali stabilimenti, addetti a tre differenti serie di processi tecnici del ferro: — gli alti forni (di Bunsen) per la prima fusione di esso in ghisa; — le fonderie o seconda fusione per ottenere il ferro dolce e l'acciaio in barre (« lingots»);le ferriere e acciaierie per fabbricazioni di prodotti finiti, mercé la mazzeggiatura (col maglio a vapore), la cilindratura meccanica ed altri stromenti secondo i vari prodotti (lamiere, articoli fucinati, rotaie, corazze da navi, cannoni, ecc.). — Ma la massima specializzazione è data dalle arti tessili, e in tutto il mondo civile nel cotone e nella lana, numerosissime imprese non si adibiscono che alla filatura, altre alla sola tessitura, altre alla stamperia; e nella lana alcune anzi si limitano alla scardassatura, altre alla pettinatura, altre alle lane cucirine.
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. — Prendasi ora il personale.Dividendo ancora in Germania (1895) due milioni di esercizi industriali autonomi («Betriebe»), compresi gli artigiani soli che colà sono numerosissimi, per tutti gli addetti alle stesse professioni, i quali sono circa 8 milioni, risulta per ogni esercizio una media consistenza di 4 persone. Ridettasi su questa cifra di 4 persone simile a quella del Belgio e distante di 2 da quella di Francia (6 per impresa, ché qui si tenne conto a parte degli «ouvriers isolés»), e veggasi quanto poco le trasformazioni moderne della industria moderna abbiano scosso e sconvolto le radici storiche di essa. Non arrestate lo sguardo, dirò col Brants, alle muraglie immense della fabbrica coi suoi fumaioli; essa sorse e grandeggiò in gran parte sopra un terreno nuovo,aperto dai progressi tecnici recenti; in parte sopra la disparizione di artigiani solitari (questi massimamente) e di organismi rattrappiti, compensati da altri più vitali da essa stessa suscitati; ma al di là brulicano numerosissime ancora le medie e piccole industrie. Cresce il vertice e il volume della piramide industriale, ma essa non accenna definitivamente a restringere in modo sensibile la sua base di antiche e rinnovellate imprese di manifatture e mestieri.
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. – Così si comprende la radicale ed entusiastica reazione in favore della libertà in Francia, inaugurata dal ministro Turgot col celebre editto del 1776, che dichiarava «il diritto di lavoro come la prima, più sacra e imprescrittibile proprietà data da Dio all'uomo» (preambolo all'editto); libertà industriale che la rivoluzione, abolendo insieme ai privilegi di ogni specie (agosto 1789) i regolamenti sulle industrie e le stesse corporazioni, ed anzi proibendo (perché queste non risorgessero) ogni associazione fra gli addetti alla medesima arte ed anche le coalizioni fra operai e fra padroni (1791-93), — volle proclamare o introdurre in modo assoluto e universale.I successivi governi liberali in Francia ne fecero rapide applicazioni nel sec. XIX, fino alle ultime del ministro Rouher sotto Napoleone III; ciò che l'Italia memore delle antiche libertà avea anticipato fino dal sec. XVIII. E la Gran Bretagna, già di fatto per il grandeggiare delle fabbriche meccaniche emancipate dagli antichi statuti sul lavoro, questi dichiarava annullati di diritto dal 1856-83. Soltanto Austria e Prussia (seguite dagli altri Stati germanici) con lente modificazioni legali, da Maria Teresa e Federico II fino ai dì nostri, introducevano definitivamente la libertà industriale, quella appena nel 1859, questa nel 1869.
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Ma in queste plaghe propizie (e successivamente in tutte) le popolazioni addensandosi moltiplicano ancora le braccia lavoratrici; e allora l'ulteriore dominio della natura e quindi l'incremento della produzione si deve a moltitudini di operai,sistematicamente addetti al lavoro. Il lavoro diviene più potente, perché diviene collettivo. – Il grande progresso è espresso dal fatto della occupazione stabile da parte di genti nomadi di un proprio territorio,donde l'inizio di una produzione regolare; come ad esempio presso gli ebrei, i quali vaganti nel deserto presero poi sede in Palestina, processo seguito secolarmente pressoché dappertutto. Più tardi concorre all'aumento del lavoro collettivo il sovrapporsi di più stirpi conquistatrici e conquistate o di due classi possidenti e nullatenenti in ogni Stato, donde il lavoro coattivo in massa degli schiavi nell'antichità, ciò che segna, al paragone di popolazioni nomadi, un aumento di potenza produttrice. È quel lavoro servile in massa che scavava da millenni i canali irrigatori della penisola del Gange e della Cina, che introduceva il sistema stradale dei persiani, che in Egitto, sotto Ramsete II l'edificatore, non solo erigeva le regge dei Faraoni, ma iniziava il regime idraulico regolatore del Nilo ed apriva il lago artificiale di Meride; e più tardi sotto i romani costruiva non solo il palazzo dei Cesari e gli anfiteatri, ma ancora gli acquedotti, le vie militari e sorreggeva l'agricoltura dei latifondi. Infine vi contribuisce il lavoro di spontanee o storiche unioni di lavoro,come quelle che si formano nelle comunità di villaggio dell'India, ed in Europa nei clan scozzesi, nelle marche germaniche, poi nelle domuscultae della campagna romana ai tempi di Gregorio Magno, e successivamente in Irlanda, Inghilterra, Francia e dovunque, intorno ai monasteri e conventi di frati dissodatori di terre, come i benedettini, cistercensi, ecc.
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Colui al quale le mani venivano imposte entrava a far parte della comunità, non perché solo allora ricevesse la sua parte dei beni spirituali dei quali essa era depositaria, poiché la prima largizione di questi ha luogo nel battesimo, ma perché oramai era chiamato a dividerne anche esteriormente le sorti, difenderne gli interessi, conquistarle nuovi seguaci, rendere servigi fraterni ai consoci, ed anche collaborare ai varii uffici della vita economica e rituale di essa, prima che gli addetti a questi diversi ministeri costituissero un corpo gerarchico, distinto dal resto dei fedeli, e si aggregassero nuovi coadiutori, mediante una speciale iniziazione controssegnata anche essa dall'imposizione delle mani.
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A Parigi, di questi giorni, quattro nuove parocchie sono state create dall'arcivescovado, ed altre saranno create via via; ciò non sorprende quando si pensi che nei quartieri nuovi vi era qualche parocchia che aveva sino a 120,000 abitanti ed alla quale sei sacerdoti in tutto erano addetti. E si intende anche che a Parigi meno che altrove si presenti il pericolo della mancanza di denaro: anche sotto il regime concordatario gli assegni dello Stato erano una parte insignificante del reddito di quasi tutte le parocchie; quella di Site Clothilde, p. es., su di un bilancio di quasi 100,000 lire non ne aveva dallo Stato che 5000.
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