Vocabolario dinamico dell'Italiano Moderno

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Risultati per: adattamenti

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Un discorso dell'on. Degasperi. I caratteri e l'azione del Partito popolare nell'attuale situazione politica

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Alcide de Gasperi 1 occorrenze

Non è nemmeno vero che ci manchi la serenità di valutare oggettivamente i provvedimenti del governo fascista, di alcuni dei quali fin da Torino abbiamo ammesso la bontà o la discutibilità; e di fronte ai quali in ogni caso già l’esperienza ha insegnato come una collaborazione di critica e di controllo potrebbe ottenere modificazioni e adattamenti. Anche l’antitesi dei principii non potrebbe venir invocata come ragione definitiva del nostro atteggiamento politico. Certo il popolarismo s’inspira alla legge evangelica della fraternità e della giustizia sociale, mentre il nazional fascismo si fonda sulla legge della forza; certo l’ideale pagano della nazione deificata contrasta col concetto cristiano della personalità umana. Ma questa innegabile antitesi può venir rinfacciata a chi spiritualmente, politicamente e organicamente si confonda col fascismo, non a chi, salvaguardando la propria fisionomia, collaborasse col governo fascista e molto meno a chi esercitasse in suo confronto una funzione critica. La solita distinzione fra tesi e ipotesi che fu invocata ieri in confronto del liberalismo e che vale oggi di fronte al socialismo, non può venir negata rispetto al fascismo.

Parlamento e politica

388115
Luigi Sturzo 1 occorrenze

Sul puro terreno parlamentare, con tutta la trasformazione e tutti gli adattamenti, i socialisti, da anticostituzionali e rivoluzionari, sono anche stati collaborazionisti, e sarebbero perfino arrivati a divenire ministeriali, come ci arrivarono, nel desiderio Enrico Ferri, e nel fatto Bissolati e Bonomi. Ma sul terreno sindacale ormai si è al bivio famoso: o avvantaggiare un partito, il socialista, e renderlo assoluto dominatore dei sindacati operai; ovvero ricostruire nel libero sindacato l’organizzazione giuridica della classe, l’ente esistente per sé nella sua legittima rappresentanza, nella sua portata economica, nella sua vera responsabilità giuridica. Non si concepisce che possano politicamente considerarsi inesistenti i sindacati e avulsi ufficialmente dalla vita, quando in questa vita operano ed agiscono e sono rappresentati. Né si creda che l’opposizione politica e la violenza della rappresaglia (che è il fenomeno passeggero dell’oggi) annulli trent’anni di costruzione nel campo operaio. Dall’altro lato, la coesistenza e la forza rappresentativa della confederazione industriale e di quella degli agricoltori dà ormai il senso sicuro, che sul terreno economico si è già molto avanti per una necessaria costruzione giuridica di enti saldamente concepiti, al di fuori del monopolio dei partiti, campo aperto e necessario alle affermazioni esplicite delle correnti eco¬nomiche del nostro paese. La vita nazionale ci guadagnerebbe anche perché il centro politico degli interessi economici viene spostato dai corridoi e dalle sale dei ministeri ove si congiura, e dalle chiuse rappresentanze senza base, scelte di ufficio dai pre¬fetti e dai ministri, e dalle circoscritte cerchie di persone che maneggiano, con fittizi titoli di rappresentanze che non hanno, minoranze audaci che si sono arrogate la tutela di delicati inte¬ressi, intrighi bancari che pervadono industrie e maestranze, forze occulte che assiderano iniziative private promettenti; e così trasporta questi interessi nella sede naturale dei sindacati e delle rappresentanze di tutte le classi del capitale e del lavoro legalmente organizzate e opportunamente decentrate, ove possano i contrasti di interesse e di partiti esistere, avere voci, potersi affrontare nella loro realtà, e sfatare quanto di finto e di illusorio portano i partiti, e quanto di illegittimo è sostenuto sul terreno politico a danno delle classi interessate. Il problema è maturo, non solo come organizzazione nazionale, ma come ragione di decentramento organico regionale. È sentito tanto più quanto più sono varii gli aspetti dei problemi economici distinti per regione. In modo speciale il problema è stato affermato nel campo dell’agricoltura, che è la fonte principale della nostra ricchezza e del nostro lavoro, e che varia da una regione all’altra per condizioni naturali profondamente diverse. Oggi il problema agrario tormenta il paese non solo come problema tecnico ed economico, ma come problema politico: guai a risolverlo allo stesso modo in tutte le regioni! Fin dal 1916 fu alzato il grido: «la terra ai contadini!»; e fu grido borghese, detto in trincea, e ne fu mallevadore lo stato. Però nulla si fece durante la guerra, perché in politica interna allora prevalevano la retorica e la imprevidenza; nulla fu fatto dopo la guerra, tranne il famoso decreto Visocchi, il quale, sotto la pressione dei socialisti romani che per il 22 agosto 1919 avevano decretato l’occupazione delle terre del Lazio, il 2 settembre successivo si affrettò a estendere il fenomeno a tutta l’Italia, con un decreto-legge che è restato tra i monumenti più insigni della incoscienza burocratica italiana, avallata dalla firma di un ministro latifondista. Vi era e vi è un vizio di origine, la impossibilità di regolamentare per legge una economia così varia e così vasta da un capo all’altro d’Italia; e questa impossibilità, mentre paralizzava il parlamento, rendeva più acuti e vivaci i problemi agrari, che impongono provvedimenti razionali assoluta¬mente necessari per l’addensamento demografico, senza più sfogo migratorio, per le esigenze economiche del costo della vita, per la regolamentazione del lavoro e dei patti annuali, per la sete della terra, che non viene assolutamente estinta né con gli espropri che fa d’autorità l’opera dei combattenti, né con le concessioni temporanee per motivi di occupazione. E la leggina sugli escomi e sui fitti, testé approvata come una transazione fra le diverse esigenze economiche delle regioni italiane, ha rimesso a nudo le enormi divergenze della nostra economia agraria e le difficoltà straordinarie nel regime vincolativo eguale per tutto il paese, facendo risaltare ancora una volta la necessità delle istituzioni delle camere regionali di agricoltura, validamente volute dal nostro partito; alle quali camere, oltre la regolamentazione dei patti agrari, verrebbero affidati anche i problemi della colonizzazione interna, del credito agrario, della formazione e dell’incremento della piccola proprietà domestica e lavoratrice, che è il programma agrario del partito popolare italiano. Sulla questione della terra ai contadini anche i fascisti hanno la loro formula: «giuriamo e proclamiamo i diritti e la volontà dei contadini di conquistare, con preparazione tecnica ed economica, attraverso ogni forma transitoria di compartecipazione, la proprietà reale, completa, definitiva della terra». Così in Campidoglio han giurato il 21 aprile, giorno del Natale di Roma. Non diranno gli agrari, che hanno creduto di avere i fascisti dalla loro parte, che si tratta di «bolscevichi tricolori», come dissero dei popolari quando li chiamarono «bolscevichi bianchi», allorché assistevano i contadini nelle gravi agitazioni agrarie incanalando le loro esigenze entro un reale programma tecnico ed economico. Per noi il problema ha caratteristiche locali diverse, dal latifondo siciliano alle grandi proprietà della Val Padana, e perciò abbiamo presentato progetti diversi. Non v’è rapporto di somiglianza, non vi è possibilità di uno schema legislativo attraverso un minimo comune denominatore. La realtà sfugge e, se legata da provvedimenti, è offesa nella rispondenza degli interessi reali delle popolazioni. Perché sottoporre l’agricoltura, la nostra principale fonte di ricchezza, al martirio di Procuste? Tutti a gran voce ormai reclamano il decentramento economico e sindacale insieme al decentramento amministrativo. Risorge ora la regione da secolare sonno, ingigantita nella sua figura, rifatta nella sua funzione, non negatrice dell’unità della patria, ma integratrice delle sue forze e delle sue attività, ampliata con il crescere del ritmo della vita economica e civile del nostro paese: non solo essa risorge come organo rappresentativo di interessi economici e sindacali e locali nel triplice nome di industria, agricoltura e commercio, non solo nella nuova sintesi con cui si concepisce il lavoro, oggi elevato a ragione morale dal cristianesimo e a ragione politica da un concetto di sana democrazia, ma anche risorge la regione come organo amministrativo di quel che è specifico carattere naturale per ogni circoscrizione territoriale, in una unità storica, che è anche sintesi di abitudini, di bisogni e di energie; mentre la amministrazione statale si sfronda del superfluo e tornerà ad essere una realtà vissuta. Il nostro consiglio nazionale, nella seduta del 10 marzo di quest’anno, affrontava il problema della regione con queste parole: «Ritenuto che una vera rinascita del nostro paese non può basarsi che sul rinvigorimento delle forze locali e sulle libertà organiche degli enti che rappresentano tali forze e le sintetizzano nel campo amministrativo ed economico; affermando quel centralismo statale dannoso alla stessa, compagine della vita na¬zionale ed al più completo ristabilimento dell’autorità statale, crede matura, ormai, la costituzione dell’ente regione autarchica e rappresentativa di interessi locali specialmente nel campo del¬l’agricoltura, dei lavori pubblici, dell’industria, del commercio, del lavoro e della scuola...». È un’affermazione che oggi diviene anche un impegno elettorale, ma e un logico corollario del nostro programma ove così si legge al capo terzo e al capo sesto: «riconoscimento giuridico e libertà di organizzazione di classe sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il comune, la provincia e lo stato» (capo terzo); «libertà e autonomia degli enti pubblici locali, riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione in relazione alle tradizioni della nazione ed alle necessità di sviluppo della vita locale. Largo decentramento amministra¬tivo, ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro» (capo sesto). Oggi, alla vigilia della battaglia elettorale, riaffermiamo i due caposaldi del nostro programma nella sintesi delle libertà organiche e delle libertà economiche; riforme ormai mature per la vita nazionale.

Trattato di economia sociale: La produzione della ricchezza

394732
Toniolo, Giuseppe 4 occorrenze
  • 1909
  • Opera omnia di Giuseppe Toniolo, serie II. Economia e statistica, Città del Vaticano, Comitato Opera omnia di G. Toniolo, vol. III 1951
  • Economia
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Ora qui basta soggiungere che è dai progressi tecnici, per sé stessi e per la loro ripercussione sui rapporti personali e sociali giuridici delle imprese, che massimamente si misura il progresso della produzione,in quanto danno al successivo assetto di questa un'altra virtù di plasticità,cioè di adattamenti sempre nuovi, ed alle sue leggi un'impronta sempre più rigorosamente scientifica.

Pagina 173

Ma può dirsi in generale che vi ha una legge di intensificazione anche nella industria fondiaria,per cui il suolo coltivabile, all'origine plasmato da natura, per successivi adattamenti diviene sempre più un prodotto dell'arte umana, la quale su quello condensa sudori e capitali delle generazioni. Ecco perché il terreno agrario si confonde colla storia di un popolo, che vi lascia impresse le orme della sua civiltà.

Pagina 306

Così: — i capitali delle industrie minerarie (pozzi, ascensori, impalcature); — quelli immedesimati nel suolo coltivabile (dissodamenti, allivellamenti, fognature, irrigazioni) sotto il nome generico di migliorie permanenti dei terreni; — gli edifizi serventi a scopo agricolo (granai, cantine), industriale (fabbriche, edifici), mercantile (magazzini di deposito e palazzi di banche, borse, logge di mercato); — adattamenti della superficie per locomozione (porti artificiali, strade, gallerie montane, ecc.).

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Rispetto poi ai mutamenti accidentali nella potenza produttiva di un fattore, i quali si ripercuotono sugli altri due, è noto come ad ogni scoperta di sostanze ad agenti fisici (natura) si impongano nuovi indirizzi e metodi al lavoro umano; e di ricambio, come ad un lavoro fattosi più scientifico ed ordinato seguano più complicati adattamenti del capitale e si rivelino e sprigionino inattese proprietà o più intense energie della natura. Questa solidarietà riflessa fra i singoli fattori produttivi spiega non pochi rivolgimenti della industria moderna.

Pagina 91

Costituzione, finalità e funzionamento del Partito Popolare Italiano

398478
Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1919
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 74-87.
  • Economia
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Con questo noi non vogliamo disconoscere il passato di quella azione elettorale, che dal 1874 in poi le organizzazioni cattoliche italiane sotto diversi nomi, con adattamenti locali e con limiti imposti nel campo elettorale politico, poterono tentare e svolgere — non solo sotto il concetto di difesa dei principi religiosi contrastati da una politica nazionale sospettosa dell'influenza della chiesa e del papato nella vita italiana — ma anche con una formazione iniziale e pratica di un contenuto sociale e amministrativo che è servito a maturare un vero e vasto programma di riforme politiche, quale è stato formulato oggi dal partito popolare italiano. E si deve anche riconoscere che l'aspro e difficile cammino compiuto in quarant'anni di tentativi e di sforzi nella vita pubblica italiana dalle organizzazioni cattoliche, senza la vera figura di un partito politico, in condizioni impari e con tutte le diffidenze e i pregiudizi antipatriottici creati da una scuola anticlericale, sono valsi a far rivalutare nella coscienza di tutti il dovere morale di partecipare alla vita pubblica della nazione senza restrizioni, per portarvi quello spirito cristiano di riforme sociali, economiche e politiche che possano contrastare al materialismo e al laicismo di che è imbevuta la società presente, che ne ha fatto così triste esperimento in cinque anni di cataclisma, e che ne vede gli effetti in quella conferenza di Parigi, che si sperò invano dovesse segnare il trionfo di principi morali e spirituali del mondo.

Pagina 76

Crisi economica e crisi politica

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Sturzo, Luigi 1 occorrenze
  • 1920
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 132-161.
  • Politica
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Il cozzo fra queste tendenze non è nel campo delle teorie, elaborate da scolastici e da studiosi; è nel concreto dell'azione, che trasportata dal campo economico in quello politico, genera una enorme confusione di elementi contrastanti, di forze combinate, di adattamenti momentanei, di soluzioni temporanee ed inadeguate. Non mancano la confusione del linguaggio, la sovrapposizione di tendenze, l'incertezza di criteri, tanto da non trovare più la linea logica e pratica dei provvedimenti politici.

Pagina 143

Crisi e rinnovamento dello Stato

401810
Sturzo, Luigi 2 occorrenze
  • 1922
  • Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 232-263.
  • Politica
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Tre anni di lavoro e di battaglie, di sforzi, di adattamenti, di sviluppo, mantengono tuttora integro, granitico l'appello come una sintesi di idee, di volontà e di organicità politica, formatasi nel travaglio delle forze sociali, per indicare, nel dopo guerra, una via che fosse una vita.

Pagina 232

Invano si cerca in lui un pensiero costruttivo: nel suo costante semplicismo tradusse i problemi del futuro in adattamenti del presente: superò le battaglie del momento o seppe evitarle e parve un vincitore: ebbe istinti demagogici pur nell'austerità delle forme. A lui si deve il primo avvicinamento della borghesia al proletariato: avvicinamento non disinteressato né organico, ma istintivo di colui che meglio degli altri conobbe o intuì la crisi della borghesia e tentò di salvarne il potere, facendo concessioni alla nuova forza del proletariato socialista.

Pagina 241

Parlamento e politica

401997
Luigi Sturzo 1 occorrenze

Sul puro terreno parlamentare, con tutta la trasformazione e tutti gli adattamenti, i socialisti, da anticostituzionali e rivoluzionari, sono anche stati collaborazionisti, e sarebbero perfino arrivati a divenire ministeriali, come ci arrivarono, nel desiderio Enrico Ferri, e nel fatto Bissolati e Bonomi. Ma sul terreno sindacale ormai si è al bivio famoso: o avvantaggiare un partito, il socialista, e renderlo assoluto dominatore dei sindacati operai; ovvero ricostruire nel libero sindacato l’organizzazione giuridica della classe, l’ente esistente per sé nella sua legittima rappresentanza, nella sua portata economica, nella sua vera responsabilità giuridica. Non si concepisce che possano politicamente considerarsi inesistenti i sindacati e avulsi ufficialmente dalla vita, quando in questa vita operano ed agiscono e sono rappresentati. Né si creda che l’opposizione politica e la violenza della rappresaglia (che è il fenomeno passeggero dell’oggi) annulli trent’anni di costruzione nel campo operaio. Dall’altro lato, la coesistenza e la forza rappresentativa della confederazione industriale e di quella degli agricoltori dà ormai il senso sicuro, che sul terreno economico si è già molto avanti per una necessaria costruzione giuridica di enti saldamente concepiti, al di fuori del monopolio dei partiti, campo aperto e necessario alle affermazioni esplicite delle correnti eco¬nomiche del nostro paese. La vita nazionale ci guadagnerebbe anche perché il centro politico degli interessi economici viene spostato dai corridoi e dalle sale dei ministeri ove si congiura, e dalle chiuse rappresentanze senza base, scelte di ufficio dai pre¬fetti e dai ministri, e dalle circoscritte cerchie di persone che maneggiano, con fittizi titoli di rappresentanze che non hanno, minoranze audaci che si sono arrogate la tutela di delicati inte¬ressi, intrighi bancari che pervadono industrie e maestranze, forze occulte che assiderano iniziative private promettenti; e così trasporta questi interessi nella sede naturale dei sindacati e delle rappresentanze di tutte le classi del capitale e del lavoro legalmente organizzate e opportunamente decentrate, ove possano i contrasti di interesse e di partiti esistere, avere voci, potersi affrontare nella loro realtà, e sfatare quanto di finto e di illusorio portano i partiti, e quanto di illegittimo è sostenuto sul terreno politico a danno delle classi interessate. Il problema è maturo, non solo come organizzazione nazionale, ma come ragione di decentramento organico regionale. È sentito tanto più quanto più sono varii gli aspetti dei problemi economici distinti per regione. In modo speciale il problema è stato affermato nel campo dell’agricoltura, che è la fonte principale della nostra ricchezza e del nostro lavoro, e che varia da una regione all’altra per condizioni naturali profondamente diverse. Oggi il problema agrario tormenta il paese non solo come problema tecnico ed economico, ma come problema politico: guai a risolverlo allo stesso modo in tutte le regioni! Fin dal 1916 fu alzato il grido: «la terra ai contadini!»; e fu grido borghese, detto in trincea, e ne fu mallevadore lo stato. Però nulla si fece durante la guerra, perché in politica interna allora prevalevano la retorica e la imprevidenza; nulla fu fatto dopo la guerra, tranne il famoso decreto Visocchi, il quale, sotto la pressione dei socialisti romani che per il 22 agosto 1919 avevano decretato l’occupazione delle terre del Lazio, il 2 settembre successivo si affrettò a estendere il fenomeno a tutta l’Italia, con un decreto-legge che è restato tra i monumenti più insigni della incoscienza burocratica italiana, avallata dalla firma di un ministro latifondista. Vi era e vi è un vizio di origine, la impossibilità di regolamentare per legge una economia così varia e così vasta da un capo all’altro d’Italia; e questa impossibilità, mentre paralizzava il parlamento, rendeva più acuti e vivaci i problemi agrari, che impongono provvedimenti razionali assoluta¬mente necessari per l’addensamento demografico, senza più sfogo migratorio, per le esigenze economiche del costo della vita, per la regolamentazione del lavoro e dei patti annuali, per la sete della terra, che non viene assolutamente estinta né con gli espropri che fa d’autorità l’opera dei combattenti, né con le concessioni temporanee per motivi di occupazione. E la leggina sugli escomi e sui fitti, testé approvata come una transazione fra le diverse esigenze economiche delle regioni italiane, ha rimesso a nudo le enormi divergenze della nostra economia agraria e le difficoltà straordinarie nel regime vincolativo eguale per tutto il paese, facendo risaltare ancora una volta la necessità delle istituzioni delle camere regionali di agricoltura, validamente volute dal nostro partito; alle quali camere, oltre la regolamentazione dei patti agrari, verrebbero affidati anche i problemi della colonizzazione interna, del credito agrario, della formazione e dell’incremento della piccola proprietà domestica e lavoratrice, che è il programma agrario del partito popolare italiano. Sulla questione della terra ai contadini anche i fascisti hanno la loro formula: «giuriamo e proclamiamo i diritti e la volontà dei contadini di conquistare, con preparazione tecnica ed economica, attraverso ogni forma transitoria di compartecipazione, la proprietà reale, completa, definitiva della terra». Così in Campidoglio han giurato il 21 aprile, giorno del Natale di Roma. Non diranno gli agrari, che hanno creduto di avere i fascisti dalla loro parte, che si tratta di «bolscevichi tricolori», come dissero dei popolari quando li chiamarono «bolscevichi bianchi», allorché assistevano i contadini nelle gravi agitazioni agrarie incanalando le loro esigenze entro un reale programma tecnico ed economico. Per noi il problema ha caratteristiche locali diverse, dal latifondo siciliano alle grandi proprietà della Val Padana, e perciò abbiamo presentato progetti diversi. Non v’è rapporto di somiglianza, non vi è possibilità di uno schema legislativo attraverso un minimo comune denominatore. La realtà sfugge e, se legata da provvedimenti, è offesa nella rispondenza degli interessi reali delle popolazioni. Perché sottoporre l’agricoltura, la nostra principale fonte di ricchezza, al martirio di Procuste? Tutti a gran voce ormai reclamano il decentramento economico e sindacale insieme al decentramento amministrativo. Risorge ora la regione da secolare sonno, ingigantita nella sua figura, rifatta nella sua funzione, non negatrice dell’unità della patria, ma integratrice delle sue forze e delle sue attività, ampliata con il crescere del ritmo della vita economica e civile del nostro paese: non solo essa risorge come organo rappresentativo di interessi economici e sindacali e locali nel triplice nome di industria, agricoltura e commercio, non solo nella nuova sintesi con cui si concepisce il lavoro, oggi elevato a ragione morale dal cristianesimo e a ragione politica da un concetto di sana democrazia, ma anche risorge la regione come organo amministrativo di quel che è specifico carattere naturale per ogni circoscrizione territoriale, in una unità storica, che è anche sintesi di abitudini, di bisogni e di energie; mentre la amministrazione statale si sfronda del superfluo e tornerà ad essere una realtà vissuta. Il nostro consiglio nazionale, nella seduta del 10 marzo di quest’anno, affrontava il problema della regione con queste parole: «Ritenuto che una vera rinascita del nostro paese non può basarsi che sul rinvigorimento delle forze locali e sulle libertà organiche degli enti che rappresentano tali forze e le sintetizzano nel campo amministrativo ed economico; affermando quel centralismo statale dannoso alla stessa, compagine della vita na¬zionale ed al più completo ristabilimento dell’autorità statale, crede matura, ormai, la costituzione dell’ente regione autarchica e rappresentativa di interessi locali specialmente nel campo del¬l’agricoltura, dei lavori pubblici, dell’industria, del commercio, del lavoro e della scuola...». È un’affermazione che oggi diviene anche un impegno elettorale, ma e un logico corollario del nostro programma ove così si legge al capo terzo e al capo sesto: «riconoscimento giuridico e libertà di organizzazione di classe sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il comune, la provincia e lo stato» (capo terzo); «libertà e autonomia degli enti pubblici locali, riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione in relazione alle tradizioni della nazione ed alle necessità di sviluppo della vita locale. Largo decentramento amministra¬tivo, ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro» (capo sesto). Oggi, alla vigilia della battaglia elettorale, riaffermiamo i due caposaldi del nostro programma nella sintesi delle libertà organiche e delle libertà economiche; riforme ormai mature per la vita nazionale.

La crisi religiosa in Francia (Lettere al "Corriere della Sera")

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Murri, Romolo 1 occorrenze
  • 1908
  • Murri, R., La politica clericale e la democrazia, I, ne I problemi dell’Italia contemporanea, Ascoli Piceno-Roma, Giuseppe Cesari–Società Naz. di Cultura, 1908, 207-245.
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Lo spirito francese è eminentemente logico; esso rifugge dai sottintesi, dagli adattamenti, delle combinazioni nelle quali noi italiani siamo invece così abili: la separazione e, direi quasi, la dissoluzione della Chiesa come grande organismo politico si opera quindi nelle coscienze e nel pensiero e farà la sua strada. inesorabilmente. A ciò concorre l'atteggiamento di netta resistenza preso dalla Santa Sede; il quale ha evidentemente tagliato corto con quella tacita condiscendenza e con quello stato quasi di attesa lenta e longanime che caratterizzò, sotto Leone XIII, la politica della Santa Sede in Francia.

Pagina 208