Vocabolario dinamico dell'Italiano Moderno

UNICT

Risultati per: abbassando

Numero di risultati: 26 in 1 pagine

  • Pagina 1 di 1

La fatica

169095
Mosso, Angelo 1 occorrenze
  • 1892
  • Fratelli Treves, Editori
  • Milano
  • Paraletteratura - Divulgazione
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Ed è un incanto vedere come tubano, come si girano intorno, abbassando e strisciando le ali, allargando la coda, e come si baciano. Appena incominciano le cure della famiglia, il maschio cova lui pure le ova, dalle dieci del mattino fino alle quattro pomeridiane: e la femmina nella rimanente parte del giorno. Dopo anni ed anni si ritrova ancora la stessa coppia nel medesimo nido. De'miei, sono quaranta o cinquanta famiglie in una stanza; ciascuna ha il suo numero e la sua casella negli scaffali intorno alle pareti; non c'è pericolo che abbandonino e scambino mai la loro casa, tanto è grande e indissolubile l'affetto del primo amore. Le femmine od i maschi staccati dal loro nido, dalle uova, o dai loro piccini, sentono più prepotente il bisogno di ritornare colla loro famiglia. È incredibile ciò che sopportano di fatica e di stenti per ritrovare la casa, quando sono portati lontano. Se smarriscono la via non hanno più pace: non vi è tempesta o burrasca che li trattenga. Si direbbe che solo acciecati, che non conoscono più pericoli, che non pensano più alla loro vita, che sono impazziti d'amore. Essi volano sul mare, attraversano le nubi, sfidano i fulmini, passano di città in città, indeboliti, estenuati, affranti, cercando la loro soffitta, vagando sui tetti, posandosi sulle torri a prender fiato, cercando spauriti nei campi qualche granello di cibo, finchè dopo l'affanno di giorni e di settimane, passate errando nella foga della ricerca, arrivano ansanti alla loro casa e si fermano sui tetti vicini, di fronte alla loro finestra e cadono guardandola, come se mancassero loro le forze, e soccombessero per la fatica e gli stenti.

Pagina 13

Sull'Oceano

171184
De Amicis, Edmondo 1 occorrenze
  • 1890
  • Fratelli Treves, Editori
  • Milano
  • Paraletteratura - Divulgazione
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Me ne diede l'annunzio la mattina presto il solito cameriere, abbassando gli occhi: poichè aveva fra l'altre anche questa civetteria, d'abbassare gli occhi, mentre parlava, come per non lasciarsi leggere nell'anima la gioia del suo ultimo trionfo amoroso. Il tropico del Cancro! Era l'annunzio sgradito di quasi tremila miglia di zona torrida che s'avevano a percorrere prima di risentire la carezza fresca degli alisei dell'altro emisfero, e al solo pensarvi mi pareva di sentirmi filare due gocciole tepide giri dalle tempie. Misi il viso al finestrino: una maraviglia! L'oceano placidissimo, tutto argento e rosa, coperto d'un velo diafano di vapori a cui il sole nascente dava l'aspetto d'un leggerissimo polverìo luminoso, e a poche miglia lontano, in mezzo a quella bellezza immensa e virginea dell'acqua e dell'aria, un bastimento grande, che pareva immobile, con tutte le vele aperte e candide, come un gigantesco cigno dall'ali tese, che ci guardasse. Apro, e mi vien nella fronte e nel petto un soffio delizioso d'aria marina, che mi ricorre per le vene, e mi riscote tutto, come l'alito d'un mondo ringiovanito. Il bastimento era un veliere svedese che veniva probabilmente dal Capo di Buona Speranza, il primo che incontravamo dopo Gibilterra. Per pochi minuti mi biancheggiò agli occhi nella chiarezza di quell'aurora incantevole, simpatico come il saluto d'un amico: poi si nascose; e allora l'oceano mi parve più solitario e più silenzioso di prima; ma benigno sempre, come non l'avevo visto ancora, e d'una bellezza gentile, che faceva immaginare all'orizzonte le rive d'un giardino infinito. Era una di quelle mattine in cui i passeggieri si vanno incontro sul cassero col viso ridente e con le mani tese, come se il primo sofflo d'aria avesse portato a ciascun di loro una buona notizia. Ma quel bel tempo a capo di poche ore s'intorbidò, il cielo si coperse di nuvole, e l'aria divenne greve e calda, come se avessimo fatto un salto dalla primavera nell'estate. Eravamo entrati in quella grande massa di vapori, antico terrore dei naviganti, che il caldo dell'equatore solleva dall'oceano e ammonta su tutta la zona intertropicale: e che le creature fortunate di Giulio Verne, quando viaggiano per il cielo, vedono come una fascia oscura tesa attorno al nostro pianeta, simile alle strisce della faccia di Giove. Il bel mare della mattina era stato l'ultimo sorriso della zona temperata, blandita dall'ultimo soffio degli alisei. Ora navigavamo nella regione della nebbia, degli acquazzoni e dell'uggia. E se ne mostrarono subito gli effetti nelle terze classi. L'agente mi venue a cercare nel salone. - Venga a vedere, - mi disse, - le baruffe chiozzotte. Lo spettacolo comincia.

Pagina 120

Come devo comportarmi. Le buone usanze

184854
Lydia (Diana di Santafiora) 1 occorrenze
  • 1923
  • Tip. Adriano Salani
  • Firenze
  • paraletteratura-galateo
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I Romani, che non portavano cappello, si salutavano stendendo la mano in avanti e abbassando la testa. Oggi, ci si leva il cappello. Le donne, naturalmente, salutano soltanto con la testa. Vi figurate voi una donna che dovesse a ogni momento, per la strada, togliersi il cappello? Sarebbe un disastro! Ogni saluto richiederebbe, dopo, un quarto d'ora per accomodare i capelli e fermarsi di nuovo il cappello, e ci vorrebbero specchi sui muri di tutte le case. Il saluto dell'uomo dev'esser fatto con eleganza e con semplicità, soprattutto con naturalezza. Il gesto dev'esser sobrio e disinvolto, senza affettazione e nello stesso tempo senza impaccio: esso sarà tuttavia diverso nelle diverse circostanze. Una persona di rispetto, una signora, un uomo illustre devono esser salutati con una certa cerimonia, e il gesto avrà una certa ampiezza e solennità. Per gli amici, le persone di confidenza, i parenti basterà un saluto più semplice. Senza arrivare alla esagerazione di certuni, che colgono continuamente l'occasione di salutare, per far vedere che hanno molte conoscenze, ricordatevi che il saluto è un atto di civiltà, e non ne siate avari. Soprattutto, rispondete sempre a chi vi saluta: non c'è cosa più brutta che vedere un uomo che, salutato, non risponde, o si contenta di un vago cenno del capo. A chi si leva il cappello incontrandovi, fosse anche il vostro servitore o il vostro contadino, rispondete con un saluto uguale. Molte persone, per salutare, hanno la brutta abitudine di portar la mano al cappello, senza levarselo. Un tal gesto non è permesso che a un vetturino; in una persona civile, si considera a buon diritto come un atto di negligenza o anche come un'impertinenza. Quando salutate una persona di rispetto, se avete il sigaro o la sigaretta in bocca, levateveli prima di salutare. Se una signora, che avete salutata, si ferma a parlare con voi, sarà un atto cortese da parte vostra di parlarle col cappello in mano, finchè essa non vi preghi di coprirvi; ed è cortesia da parte sua pregarvene. Salutate la bandiera nazionale, quando sventola in testa a un reggimento o a un corteo: è un atto di patriottismo, doveroso in ogni buon italiano. Salutate i cortei funebri, i carri-lettiga che trasportano malati o feriti; è un omaggio all'infelicità e alla sventura. Non entrate mai in una casa, anche di persone di gran confidenza, col cappello in capo; ma levatevelo sulla porta d'ingresso, e non rimettetevelo che sul pianerottolo delle scale. Quanto alla precedenza del saluto, di regola l'inferiore deve salutare per il primo il suo superiore; ma il superiore preverrà il saluto dell'inferiore, se questo è accompagnato da una signora. Un uomo deve sempre salutare per il primo una signora, anche se inferiore a lui di condizione. In omaggio a quelle norme di civiltà che debbono osservarsi anche fra persone strettamente congiunte, noi stimiamo doveroso il saluto anche fra i componenti la stessa famiglia. È bello vedere un figlio salutare il padre o la madre con la stessa cortesia con la quale saluterebbe un superiore, o un fratello togliersi il cappello incontrando la propria sorella. Chi assiste a tali incontri, si fa subito un buon concetto di quel figlio o di quel fratello. In generale, il saluto, una volta fatto, non si ripete dopo breve tempo. Accade non di rado, su una passeggiata o per le vie d'una piccola città, d'incontrare di nuovo persone già salutate poco tempo prima: non è buona educazione ripetere il saluto. Se incontrate delle persone, e non siete sicuri se esse vi vedono o no, salutate lo stesso, senza avervi a male se il saluto non vi viene reso. Meglio un saluto perduto che il rischio di passare per ignoranti. In questo caso, incontrando di nuovo la stessa persona, rinnovate il vostro saluto. Se siete seduti in un giardino pubblico, salutate levandovi il cappello e facendo l'atto di alzarvi, se si tratta di uomini; se passano davanti a voi delle signore, salutatele alzandovi del tutto da sedere. Se vi trovate al caffè o al ristorante, e siete senza cappello, salutate con la testa. Oggi è di moda girare per la città senza cappello. L'uomo che è senza cappello, o che, per un caso qualunque, lo tiene in mano, saluterà inclinando la testa, su per giù come le signore. Se il saluto dovrà esser profondo e rispettoso, all' inclinazione della testa s'aggiungerà quella del busto, sempre però senza esagerazione. Avvezzate i vostri bambini a salutare tutte le volte che voi salutate. Le signore, come abbiamo detto, salutano con la testa. Come regola generale, esse non salutano mai per le prime, ma restituiscono il saluto, quando s'incontrano con uomini: potranno tuttavia, anzi dovranno salutare per le prime gli uomini di età, gli uomini illustri, coloro cui son legate da vincoli di obbedienza o di rispetto; ma questi, alla lor volta, faranno di tutto per prevenire il loro saluto. Incontrandosi con persone del loro sesso, osserveranno le stesse regole che abbiamo date per gli uomini.

Pagina 20

Otto giorni in una soffitta

204632
Giraud, H. 1 occorrenze
  • 1988
  • Salani
  • Firenze
  • Paraletteratura - Ragazzi
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. - Che cosa direste - riprende la signora d'Aufran abbassando il tono - se vi portassi una sorellina? - Una sorellina! - I tre fanciulli hanno fatto questa esclamazione ad una voce e con lo stesso tono deluso. - Sì, so che non vi piacciono le bambine, ma questa è così carina! - Uhm!... - fa Maurizio. Francesco è atterrito. Alano pure. - Sì, - continua la giovane signora - ho adottato una bambina. - Anche tu! - grida Francesco. La mamma sembra maravigliata. - Come anch' io? Ne hai forse adottata una anche tu? - No, - borbotta Francesco. - Ho detto così per dire.... - Una povera bambina infelice, senza genitori. Ho pensato che vi assocereste alla mia opera buona essendo buoni e gentili con lei. - I tre fanciulli si guardano con un'espressione imbronciata e afflitta. Come sono statì stupidi a non scrivere subito alla mamma la storia di Nicoletta!... Perchè, certamente, non possono adottarne due, ed è quella della mamma che resterà.... E la povera Nicoletta dove andrà? A meno che non provino a non accettare questa qui. E Francesco comincia: - Una bambina.... - Noi non vogliamo bambine, - dichiara Maurizio con energia. - Non quella.... - Perchè non quella? Ne vuoi un'altra? - No, - dice Maurizio - bambine, no. - Ma questa è tanto infelice! Vorreste rimandarla via? - È qui?... - domanda Alano. - Si annoierà con noi, - dice Francesco con un po' d' ipocrisia. - Una bambina con tre ragazzi, capirai, mamma.... - Se fossero due, - comincia Maurizio, il quale pensa che dopo tutto, quanto ad adottare bambini, tutto sta nel cominciare. Perchè non prenderebbero anche Nicoletta, insieme con « quella della mamma »?... - Ah, no! - protesta la mamma. - Io ne voglio soltanto una. Se voi non ne volete nessuna, oppure due, non potremo intenderci. Allora nessuna? Devo rimandar via questa poverina? - I tre fanciulli sono molto imbarazzati. E la mamma chiamava quella una bella sorpresa?! - Ebbene, - dice la signora d'Aufran - andate ad aprire quella porta, e dite voi stessi a quella povera bambina di andarsene. - Poverina! - esclama Francesco. Dopo tutto, se i ragazzì accettano quella fanciulla adottata dalla loro mamma, perchè la mamma alla sua volta non accetterebbe la loro? E tossicchiando per rischiarare la voce, egli prende la parola: - Ebbene, mamma, prendila, ma a una condizione.... - No, no, no! - protesta la mamma mettendosi le mani agli orecchi. - Niente condizioni! E con grande stupore dei ragazzi chiama: - Matù! - Prima che i fanciulli abbiano capito, la porta si apre e.... la loro figlia Nicoletta, fresca e ben vestita, entra. Non vi sono parole che possano descrivere questa scena. Grida, risate, baci, Maurizio che balla vertiginosamente, spiegazioni confuse e sconnesse.... Ma alla fine s' intendono, e i tre babbi, lieti di ritornare fratelli, sono ancora più felici che la mamma abbia accolto così bene Nicoletta. - Sì, - dice la mamma un po' severa - non voglio sciuparvi questa bella giornata sgridandovi, e rattristare Nicoletta, ma sono però molto afflitta di tutte queste menzogne. - L' intenzione era buona, però, - obietta Alano. - Non erano bugie cattive, - aggiunge Maurizio. - Una bugia è sempre cattiva, - riprende la mamma. - Perchè non mi avete scritto? - Francesco riprende la parola: - Avevamo paura di farti interrompere la cura, mamma; ed eri così sofferente, quando partisti! - Infine, - dice la mamma - per oggi non ne parliamo più: è giorno di gioia. - Ma ecco che arriva Maria, la quale non riesce a capire la storia se non dopo molto e molte spiegazioni. La sua

Pagina 113

Giovanna la nonna del corsaro nero

204796
Metz, Vittorio 2 occorrenze
  • 1962
  • Rizzoli
  • Milano
  • paraletteratura-ragazzi
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gridò alzando ed abbassando la mano a sua volta ed aprendo ora uno, ora due, ora tre dita. "Due, due, tutta!" Si riprese e si guardò intorno. "Che cosa mi fai fare, imbecille!" scattò. "Se mi avesse visto la signora contessa! Perché vuoi giocare alla morra?" "Non volevo giocare alla morra" si giustificò Nicolino. "Volevo dire che non ho avuto un'allucinazione, ho avuto una paura tremenda!" "Appunto, un'allucinazione causata dalla paura! Comunque, se hai tanta paura di stare solo, vieni con me ad esplorare l'esterno del tempio..." "Ecco, è meglio... Tutto quello che vuoi, basta che non mi lasci qui solo..." "Andiamo... E smettila di battere i denti!" "Non sono io che batto i denti, sono loro che non vogliono stare fermi... Andiamo..." I due uscirono. Quasi immediatamente entrarono Raul e il capitano Squacqueras. "E ora che abbiamo mangiato," disse Raul "direi che ci potremmo mettere a dormire..." "Ottima idea, giovanotto... Chi dorme non piglia pesci e a me il pesce non piace... Dove ci mettiamo?" Raul si avvicinò all'ara dei sacrifici che indicò al capitano. "Io direi di metterci qui" consigliò. Il capitano si avvicinò all'ara e ne saggiò la pietra con la punta delle dita come se si trattasse di un letto. "Qui? Molto bene... Per quanto il materasso sia piuttosto duretto, eh?" "Sono stanco morto" disse Raul sbadigliando. "Credo proprio che dormirò come un sasso..." "Appunto... Niente di più adatto, allora, di un letto di pietra..." Il capitano così dicendo si distese sull'ara e Raul fece altrettanto, accomodandosi accanto a lui. "Buonanotte" disse. "Speriamo bene" disse il capitano. "E voi cercate di non sognare Jolanda, la figlia del Corsaro Nero... Buonanotte..." Pochi istanti dopo dormivano saporitamente tutti e due. Ma, nonostante la raccomandazione fattagli dal capitano Squacqueras, molto probabilmente Raul dovette vedere in sogno la dolce figura di Jolanda, perché, ad un certo punto, cominciò ad agitarsi sul suo letto di pietra, chiamando nel sonno: "Jolanda! Jolanda!" Jolanda stava risalendo dai sotterranei, mentre dalla porta del tempio rientravano Nicolino e Battista. "Mi è sembrato di aver sentito chiamare il mio nome" disse "da una voce d'uomo..." "Mi sia consentito il dire che la cosa è impossibile, contessina" le fece rispettosamente osservare il maggiordomo. "Io e Nicolino eravamo fuori e non vi abbiamo chiamato... In quanto alla voce della signora contessa, nonostante i suoi toni baritonali, non si può dire che sia una voce d'uomo..." "Eppure," disse Jolanda, pensosamente "mi sembrava la voce di quel giovane... Sì, del Corsaro Blu..." "E allora," piagnucolò Nicolino "avevo ragione io... Quello è morto e adesso il suo fantasma vaga per la foresta in cerca di pace..." "Dio non voglia!" esclamò Jolanda, turbata. "Piuttosto, dov'è la nonna? I sotterranei di questo tempio costituiscono una specie di labirinto e l'ho perduta... Sentite, prendete un ramo acceso da quel fuoco e andiamo a vedere..." "Sì, signorina, è meglio" approvò il nostromo Nicolino. "Non so com'è ma con la signora mi sento più sicuro... Lei non ha paura di niente, beata lei!" Nicolino si avvicinò al fuoco e ne tolse un ramo che sollevò in aria servendosene come di una torcia. I bagliori della fiamma illuminarono Raul che disteso sull'ara con le braccia incrociate sul petto sembrava un morto. Non ci volle di più per paralizzare completamente Nicolino. "Il fantasma del Corsaro Blu!" farfugliò. Vide il capitano Squacqueras disteso accanto a Raul. "C'è anche il Doppio Barbanera Illustrato!" gridò. Risvegliati dagli urli di Nicolino, il capitano Squacqueras e Raul balzarono a terra, pensando all'attacco di qualche nemico. Raul rimase di stucco nel trovarsi davanti Nicolino. «Ma voi... Che cosa fate qua?" "Pietà, signor fantasma!" gridò Nicolino cadendo in ginocchio e tendendo le mani supplici verso il giovanotto... "Macché fantasma d'Egitto!" esclamò Raul. "Io sono vivo!" Jolanda non riuscì a trattenere la propria gioia. "Vivo!" esclamò. Raul si voltò dalla parte di Jolanda e nel vederla lanciò un grido di contentezza. "Jolanda!" esclamò. "Anche voi siete qua!" Poiché il giovanotto le si era avvicinato quasi per abbracciarla, Jolanda si trasse indietro e abbassando pudica gli occhi: "Sì, e c'è anche la nonna..." "Ci ritroviamo tutti!" esclamò il capitano Squacqueras, facendo buon viso a cattivo giuoco. "Come luogo di ritrovo, però, lo abbiamo scelto piuttosto maluccio!" Il maggiordomo Battista si rivolse a Nicolino. "Lo vedi, pezzo di cretino, che non c'era nessun fantasma?" Nicolino fissò con gli occhi sbarrati la scala da cui era salita Jolanda e rispose balbettando: "Lo dici tu!" "Che c'è ancora?" domandò Battista. "Il serpente piumato!" "Ma fammi il piacere!" Battista si voltò dalla parte verso la quale stava guardando Nicolino e annichilì vedendo la spaventosa figura che tanto aveva impressionato il nostromo avanzare verso di lui. Perdendo la sua naturale compostezza, gridò: "Mi sia consentito il dire: Aiuto!" Il sedicente Corsaro Blu sguainò la spada mentre il capitano Squacqueras correva ad acquattarsi dietro l'ara. "Capitano!" lo rimproverò Raul."Perché vi nascondete?" "Nascondermi io? Niente affatto! Mi accoscio per poter saltare meglio addosso a quella creatura infernale!" Da dietro la spaventevole figura sbucò Giovanna. Teneva in mano la spada sguainata che aveva tenuto puntata fino a quel momento dietro la schiena del mostro. "Niente paura," disse. "To', ci siete anche voi!" esclamò vedendo Raul e Squacqueras. Quindi, agli altri due: "L'ho acchiappato. E non è affatto un fantasma o un dio incas, o un gigante..." Si rivolse alla fantasmagorica figura che quatta quatta tentava di riguadagnare la porta. "Fermo là, non ti muovere, se non vuoi fare conoscenza con la punta della mia spada..." "Non è un gigante?" domandò Raul. "E come fa ad essere così alto?" Giovanna con un colpo secco strappò il mantello che ricopriva il finto serpente piumato, mostrando che si trattava di un erculeo incas sulle cui spalle si era posto a cavalcioni il gran sacerdote il quale, visto che oramai il suo trucco era scoperto, si tolse la maschera di serpente. L'uno sull'altro i due formavano la fantastica figura che per poco non aveva provocato un infarto al povero Nicolino. "Semplicissimo, guardate" spiegò Giovanna. "Volevano spaventarci per allontanarci dal favoloso tesoro degli incas che è nascosto in questo tempio..." 7. Giovanna Giovanna con un colpo secco strappò il mantello che ricopriva il finto serpente piumato... "Il tesoro degli incas?" esclamò Raul. "E dov'è?" "Eccolo" disse Giovanna. Si rivolse verso il sotterraneo da cui era sbucata chiamando: "Ehi, venite avanti voialtri, se non volete che del vostro gran sacerdote faccia un fodero per la mia spada!" Gli incas e le incas che abbiamo visto presenziare al sacrificio del tacchino, sbucarono dai sotterranei portando delle barelle cariche di vasi d'oro, braccialetti e collane di smeraldi, armille, corone d'oro, tiare, armi tempestate di pietre preziose, statuette e persino padelle tutte d'oro massiccio. Mentre i sei si affollavano intorno al tesoro, il maggiordomo Battista che era andato a guardar fuori del tempio, attratto da un rumore, si trasse di lato appoggiandosi con le spalle al muro: "Un drappello di soldati spagnoli!" annunciò con voce ufficiale. "Spagnoli!" esclamò Giovanna. "E noi siamo quasi inermi! Ma niente paura! Li conceremo per le feste ugualmente... E voi" seguitò, rivolto a Raul e al capitano Squacqueras "ci darete una mano, signori..." Raul esitò un istante, poi sospirando dichiarò: "Io non posso stare con voi, signora..." "Perché?" domandò Jolanda, sorpresa. "Perché fino ad ora vi abbiamo mentito... Io non sono il Corsaro Blu... Sono Raul di Trencabar, figlio del governatore di Maracaibo..." "Il figlio di Trencabar!" esclamò Jolanda, annichilita. "Sì, Jolanda, perdonatemi!" esclamò Raul. "Vado a raggiungere i vostri nemici, che altri non sono che i miei soldati... Andiamo, capitano Squacqueras..." "Non è il Doppio Barbanera Illustrato?" domandò Nicolino. "No, ma mi raccomando," scongiurò l'ex almanacco "non ci sparate alle spalle! Non è corretto! Non sta bene!" Uscì in fretta dietro Raul mentre Giovanna gli gridava dietro: "Non spariamo alle spalle, noi... Non siamo spagnoli!" "Non avrei mai creduto!" sospirò Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, con lo sguardo fisso nel vuoto. "Non ci pensare, Jolanda, e aiutami... Li sistemeremo noi questi spagnoli... Fate tutti come me!" Si avvicinò al tesoro degli incas, afferrò dei gioielli a casaccio e corse verso la porta. Fuori del tempio il sergente Manuel che comandava il drappello di soldati spagnoli sollevò una mano. "Alt!" comandò. Quindi, rivolto ai suoi uomini: "Attenzione," disse"qualcuno sta venendo verso di noi procedendo fra le rovine..." Quindi, a voce altissima: "Chi va là?" domandò. "Spagna!" rispose Raul. "E Milano!" aggiunse il capitano Squacqueras. "Ah, siete voi!" esclamò il sottufficiale. "Siete salvi, grazie alla Beata Vergine del Pilar... E ditemi! Non c'è nessuno nel tempio?" Raul esitò un momento. "No" dichiarò poi. "Non ci sembra, almeno..." "Sarà meglio assicurarsene... Avanti, soldati..." Sulla soglia del tempio apparvero Giovanna con i suoi compagni, le mani cariche di gioielli. "Pronti?" comandò Giovanna. "Fuoco!" Tutti lasciarono i gioielli contro gli spagnoli. I gioielli caddero intorno agli spagnoli che si fermarono interdetti. Il sergente Manuel ricevette in un occhio un enorme smeraldo che gli cadde in mano. "Caramba!" esclamò. "Uno smeraldo..." "Qui piove oro!" gridarono i soldati gettandosi a pesce sui gioielli provenienti dal tesoro degli incas e facendo a spintoni fra loro. "A me!" "A me!" "Lascia stare!" "Questo l'ho visto prima io!" "E togliti di mezzo, tu!" "Lascia quel vaso o ti ammazzo!" "Fermatevi!" gridò Raul gettandosi sulla mischia. "Capitano, aiutatemi a fermare questi energumeni!" "Magnifico!" esclamava intanto Giovanna, soddisfatta. "I soldati combattono fra loro per arraffare quanti più gioielli possono! Il sergente afferra una tiara di smeraldi, la passa a un soldato che la passa ad un altro, questo la lancia sulla testa del sottufficiale, goal! Lo ha preso in pieno! I soldati spagnoli si azzuffano, magnifici per continuità e resistenza! Il figlio di Trencabar tenta invano di opporsi alla loro furia, ma è travolto. I soldati si pestano fra loro. Siamo appena al primo minuto e già non c'è più un uomo valido in campo. Presto, approfittiamone per barricarci nel tempio!"

"È giusto" disse Giovanna, abbassando la mano. Quindi rivolta al maggiordomo Battista: "Digli che ci conducano dal loro capo..." Il maggiordomo Battista si rivolse all'indiano che gli stava più vicino e gli disse una lunga frase in dialetto caraibo. Il selvaggio esitò un istante poi rispose qualche cosa. "Cosa ha detto?" domandò Giovanna. "Ha detto che ci condurrà dal suo capo. Può darsi che sia una persona gentile..." "Speriamo che ci inviti a pranzo!" esclamò Nicolino. "Quando ho paura mi viene appetito..." "Infatti," disse Battista "ha detto questo qui che aspettano solo noi per mangiare..." Nel bel mezzo del villaggio dei caraibi, Giovanna, Nicolino, Jolanda e il maggiordomo Battista, legati strettamente a quattro pali sormontati da mostruosi totem, guardavano gli indigeni che danzavano intorno ad essi la cosiddetta "danza della morte". A un certo punto due donne indiane che portavano una enorme marmitta attraversarono il cerchio dei danzatori e andarono a collocarla sopra un gran fuoco che ardeva a poca distanza dai quattro prigionieri, cominciando a riempirla d'acqua che attingevano da una sorgente che scaturiva lì accanto. "Ci preparano l'acqua calda per il bagno" commentò Nicolino, cercando di essere ottimista ad ogni costo. "Sono gentili..." "Non sono gentili," rispose il maggiordomo Battista, amaramente, "sono semplicemente cannibali..." "Sì, mio povero Nicolino," gli spiegò Jolanda "quella marmitta serve per far cuocere il primo di noi che verrà mangiato..." "Oh, mio Dio, quanto mi dispiace!" esclamò ipocritamente Nicolino. "Povera contessa Giovanna!" "Perché pensate che comincino proprio da me, imbecille?" esclamò Giovanna, in tono irritato. "Perché bisogna dar sempre la precedenza alle signore anziane..." "La mia carne è vecchia e coriacea" disse Giovanna. "Forse questi indiani conoscono qualche polverina che ringiovanisce le carni" disse Nicolino. "In Italia la usano... Oh, mamma mia!" Questa ultima esclamazione di Nicolino era stata causata dal fatto che due indiani si erano messi a girare intorno al suo palo, indicandoselo l'uno con l'altro e scambiandosi misteriose parole nel loro dialetto. "Ci preparano l'acqua calda per il bagno..." 4. Giovanna "Questi" disse Nicolino, allarmatissimo "ce l'hanno con me..." "Proprio così" confermò il maggiordomo Battista. "Pe... perché?" balbettò Nicolino, impallidendo. "Che cosa hanno detto?" "'Cominciamo con questo viso pallido" disse il maggiordomo. "Conoscete anche la loro lingua?" esclamò Jolanda, ammirata. "Un perfetto cameriere deve conoscere tutte le lingue" rispose il maggiordomo. "E perché vogliono incominciare proprio con me?" piagnucolò Nicolino. "Lo hanno detto loro che sono pallido... La carne bianca non è buona per il lesso..." Quindi, indicando con un cenno della testa il maggiordomo ai due selvaggi: "Cominciate con lui, che è bello colorito" disse. "Lui sta bene... Guardate che bella faccia di salute che tiene..." E, cantilenando come un venditore napoletano che, è risaputo, mette anche le sue grida in musica, gridò: "È bianco! È rosso! Quant'è buono! Jammo, magnate, magnate!" "È inutile" disse Jolanda. "Non conoscono la vostra lingua..." "Ma Battista, che la conosce, glielo può spiegare..." "Bravo!" disse Battista. "Così mangiano prima me di te!" I due indiani si avvicinarono al palo di Nicolino e, senza parlare, cominciarono a scioglierlo dai suoi legami. Nicolino, terrorizzato, si mise a gridare: "Aiuto! Signora contessa, aiuto, mi vogliono mangiare! Mi vogliono fare lesso!" Come se fossero rimasti impressionati dalle grida che uscivano dalla gola del nostromo, gli indiani si guardarono, poi uno di essi gli disse qualche cosa nel suo dialetto. Nicolino si rivolse a Battista. "Che... Che cosa mi ha detto?" "Ti ha detto" tradusse Battista: "'Sta' tranquillo, viso pallido! I guerrieri della tribù dei Guana Guana non ti vogliono fare lesso!'..." Il povero nostromo respirò di sollievo. "Oh, meno male!" esclamò. "'Ti vogliono fare arrosto'..." concluse Battista. "Quella pila serve soltanto per sbollentarti e toglierti i peli..." "Ma io non voglio essere sbollentato e spelacchiato!" protestò Nicolino. "A me l'acqua bollente mi scotta!" Attratto dagli strilli di Nicolino che urlava come una scimmia rossa, un tipo di indiano dall'aspetto autorevole si avvicinò al gruppo composto da Nicolino e dai due indiani che stavano trascinando il malcapitato nostromo verso la pila. "Zitto, arrosto!" disse a Nicolino parlando in tono autoritario come persona abituata al comando. Quindi, rivolto ai due indiani: "Attizzate il fuoco!" "Ehi, buon uomo!" disse Giovanna, rivolgendogli la parola. L'indiano dall'aspetto autorevole, che era il Cacicco della tribù, si voltò verso Giovanna. "Cosa vuoi, vecchia pallida?" le domandò, parlando uno spagnolo abbastanza comprensibile. La faccenda di essere chiamata vecchia pallida da un selvaggio impermalì Giovanna che fu pronta a rispondergli: "Meglio essere pallida che con la faccia rossa e dipinta come la tua!" Quindi indicando il nostromo Nicolino con il mento: "Come avete intenzione di cucinare quell'uomo?" domandò. "Allo spiedo, vecchia pallida" rispose il Cacicco. Giovanna abbozzò una smorfia di disprezzo. "Peuh!" esclamò. "Che cucina primitiva! Io, se fossi in voi, lo cucinerei in tutt'altro modo..." "E in che modo?" domandò il Cacicco, incuriosito... "Ci sono mille maniere per cucinare il nostromo... Io, però, penso che la ricetta migliore sia quella chiamata: 'nostromo arrosto alla moda'." "E come faresti, vecchia pallida, a cucinarlo in questa maniera?" "È facilissimo" rispose Giovanna."Si prenda un nostromo e dopo averlo aperto e pulito come si deve, lo si disossi completamente..." "Ma io non voglio essere disossato completamente!" protestò Nicolino. "Le ossa servono! Altro che, se servono!" "Zitto, arrosto!" gli dette sulla voce il Cacicco. Quindi, rivolto a Giovanna: "Seguita pure, vecchia pallida..." "Dunque, dopo averlo disossato completamente farcitelo con un ripieno fatto delle sue stesse interiora e di prosciutto di porco selvatico tritati, pane grattato, cinque o sei grossi pizzichi di pepe, un grosso pugno di sale, tre o quattro pizzichi di noce moscata, due pugni di carne secca e un pugno di erbe aromatiche..." "Qui, fra pizzichi e pugni, mi riducono un 'ecce homo'!" esclamò Nicolino. "Aggiungete quindi sette od otto spicchi d'aglio..." "No, l'aglio no, non lo digerisco!" protestò Nicolino. "Zitto, arrosto!" gli impose il Cacicco. "Continua, signora pallida" disse in tono molto più gentile di prima a Giovanna. "Una volta che sia riempito per bene, lardellatelo con delle fettine di guanciale, e adagiatelo su un letto di cipolle e olio bollente... Fatelo cuocere a fuoco lento per tre ore, poi toglietelo dal fuoco e fatelo riposare per un'ora..." "Ma come volete che faccia a riposare su un letto di cipolle e olio bollente?" "Zitto, arrosto! E poi?" domandò il Cacicco, rivolto a Giovanna. "E poi non resta che circondarlo di patate arrosto che se non mi sbaglio sono un prodotto locale e servirlo in tavola. La dose è per venti persone... Vedrete che mangiarlo sarà proprio un piacere!" "Sarà un piacere per voi, ma non per me!" blaterò Nicolino. "Silenzio, arrosto!" "Questo qui che continua a chiamarmi arrosto, mi dà fastidio!" bofonchiò Nicolino di pessimo umore. Il Cacicco stette a pensare un momento leccandosi le labbra, poi sul suo viso apparve un'espressione di diffidenza. "I visi pallidi" disse "hanno la lingua biforcuta. Forse carne cucinata così diventa velenosa..." "Datemi un maiale selvatico ed io lo cucinerò come ho detto e lo mangerò" propose Giovanna. "In tal modo avrete la prova che il 'nostromo arrosto alla moda' non può far male." "E invece fa male, malissimo!" esclamò Nicolino, rivolto agli indiani. "Ricordatevi che non mi avete comprato al mercato, mi avete trovato nel bosco... Io non sono un nostromo mangereccio, sono un nostromo velenoso..." "Silenzio, arrosto!" "E dagli!" esclamò Nicolino. Il Cacicco senza più esitare si rivolse ai due selvaggi che erano accanto a lui. "Si faccia la prova con il maiale selvatico!" ordinò. I due si allontanarono, mentre Nicolino disperato esclamava: "Tutta colpa di quel dannato Trencabar! Ah, se avessi a portata di mano qualcuno di quei maledetti spagnoli che hanno affondato la Tonante!"

Una famiglia di topi

205079
Contessa Lara 1 occorrenze
  • 1903
  • R. Bemporad &Figlio
  • Firenze
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. - Non lo farò più, mamma, - promise Nello un po' mortificato, abbassando gli occhi sul piatto. In quel momento la Letizia, che doveva portar il caffè e latte co' panini imburrati per la fine di tavola, entrò tutta turbata nella sala da pranzo, e domandò alla padrona: - Perdoni, signora contessa: li ha presi lei i tovaglioli per il caffè e latte? - Io, no, - rispose la signora. E soggiunse: - O che si sono smarriti? - Mah!... io non ci capisco nulla. Gli avevo messi nel cassetto di sotto della credenza, e non mi riesce più di trovarli. - O come va questa faccenda? Basta, porta il caffè e latte: i tovaglioli si cercheranno; intanto, prendine degli altri in guardaroba. - La donna portò il caffè e latte; ma scappò in fretta a cercare i tovaglioli che mancavano. Dove potevano essere andati? Lei avrebbe giurato che di lì non gli aveva mossi; e pure non c'erano! E non era entrato nessuno, nessuno! Proprio, era il diavolo che ci metteva la coda! E frugava, e rimescolava, e buttava tutto per aria: tempo perso! Quando la contessa Sernici e i suoi figliuoli si furon levati di tavola, la contessa andò a cercare la Letizia, e le chiese: - Be', gli hai poi ritrovati questi tovaglioli? - Signora mia, non me ne parli: io, proprio, mi ci sbattezzerei! - La signora conosceva la Letizia per incapace di commettere una cattiva azione; ma d' altra parte non voleva nè anco ch' ella fosse così sbadata da non sapere dove avesse messa la roba che le era stata data in consegna; così che fissò la donna severamente, e le disse: - Guarda bene di ritrovare que' tovaglioli, perchè mi dispiacerebbe assai d'aver affidata sinora la casa a una mosca senza capo.... Tu sai se te ne voglio, del bene; ma intendo che al mio servizio ci sia della gente che sappia dove ha la testa. - All'udire quelle parole della sua buona padrona, la Letizia non potè più tenersi, e diede in un dirotto pianto. La contessa stette a guardarla un momento; e vedendola così afflitta e smarrita, non ebbe cuore di rattristarla di più. - Via.... - disse - che c' è da piangere? Una volta si può sbagliar tutti. Animo, su: cerchiamo insieme. Ma sei poi certa di aver riposti que' tovaglioli nella credenza? - Sì signora;... - rispose la donna ancor singhiozzando. In quel momento s' udì Nella gridare dall' altra stanza: - Mamma! mamma! vieni a vedere! - La signora, non sapendo di che si trattasse, accorse subito; e trovò Rita e Nello che accoccolati davanti a un cantuccio della sala, tutto nascosto da una tenda pesante di velluto paonazzo, si tenevano i fianchi dal ridere. - Che c' è? - domandò la signora. - Guarda, guarda, mammina! - La contessa si curvò, e vide la Caciotta tutta affaccendata a tirar dentro con le zampine e co' denti qualcosa di bianco che strascicava per terra.... Guardò bene: era un de' famosi tovaglioli.... Alzò la tenda: c' eran lì dietro, tutti! - Ah, brutta ladra! - esclamò la contessa fra stizzita e ridente. - E io che me l' ero presa con quella poverina!... Letizia! Letizia! - Comandi! - gridò Letizia arrivando lei pure.

Pagina 36

Lo stralisco

208586
Piumini, Roberto 3 occorrenze
  • 1995
  • Einaudi
  • Torino
  • paraletteratura-ragazzi
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La stretta nave filava sulle onde allungate, propizie, abbassando e rialzando di poco la prua, terminante a chiocciola come la punta di una pantofola. I nove marinai, lanciandosi ogni tanto brevi richiami con voci acute, fischianti, regolavano le vele per raccogliere al massimo il vento compatto da Settentrione. Gentile, che durante le giornate burrascose era rimasto quasi continuamente sdraiato sulla cuccetta rigida, tormentato da malesseri d'anima e di corpo, alternando sonni agitati a veglie torpide, al calmarsi del mare sali sul ponte, e trovato un luogo appartato a prua, senza conversare con i marinai affaccendati, rimase per ore a guardare l'orizzonte: svarianti danze di gabbiani, affollate fughe di pesci appena sotto la superficie, ai lati della chiglia tagliente. A destra, netta e lontana, la sagoma di Sciro sembrò stare immobile a lungo: poi, quasi d'un tratto, apparve indietro, come una gigantesca balena all'improvviso fuggita nel mare. Riportando avanti lo sguardo, appena a destra della linea di prua, a tre o quattrocento metri dalla nave, Gentile notò qualcosa di bruno e irregolare, e si alzò incuriosito, coprendosi la fronte con la mano. Una zattera di lato beccheggiava sulle onde. Un palo alto poco piú di una persona, spoglio, stava al centro. Se mai aveva portato una vela, era del tutto scomparsa. La zattera sembrava vuota: ma presto, nei momenti in cui l'onda la inclinava a favore della nave, qualcosa di chiaro si poté scorgere: un misterioso groviglio. Gentile si voltò verso i marinai, per richiamare l'attenzione: ma il turco dalla pelle buia che stava alla barra già spingeva per piegare la rotta verso il relitto. Il capitano e gli altri si riunirono a prua, a mano dritta, mentre la vela, piú chiusa al vento, si afflosciava, facendo rallentare la nave. La zattera, quasi immobile sul mare, si avvicinava: alghe verdastre e nere le orlavano il bordo, smangiato dal sale: ma il corpo di tronchi era saldo. Spinta da vento e correnti, chissà da quanto vagava, inanimata, per le aperte acque dell'Egeo. Quando fu ancora piú vicina, da bordo videro cos'era quel bianco: due scheletri, uno grande e l'altro minuto, intricati, legati ai tronchi da robuste corde di pelle, che resistendo ad ogni strattone del mare non avevano ceduto, stringendosi anzi e tirandosi, saldando quel groviglio di ossa al legno muschioso. I due scheletri erano abbracciati, con le bocce bianche dei crani appoggiate uno alle spalle dell'altro, in figura di strana e spaventosa tenerezza. — Sono pescatori? — chiese Gentile a Mutak Amat, il capitano. — Uno doveva essere molto giovane... Un ragazzo. Forse padre e figlio... La zattera, quasi ormai a contatto con la nave, sfilava dondolando e ruotando lentamente lungo la fiancata. Nessuno, da bordo, allungò pali o lanciò funi per trattenerla. — Pescatori, forse, — disse il turco, salutando gli scheletri con un bacio veloce. — Ma di solito i pescatori annegano sulle loro barche... Potrebbero essere naufragati su un'isola e aver costruito la zattera per tentare il ritorno... Certo, quel legno è in mare da piú di due anni. Rallentando e sbandando vistosamente sulla scia della nave la zattera restò indietro, e diede l'impressione di dirigersi, senza fretta, verso la sfumata Sciro. — Ma lo scheletro piccolo ha ossa troppo sottili, - disse Mutak Amat dopo un silenzio. — Scommetterei la mia nave contro una conchiglia che quello è uno scheletro di donna... Gentile si senti chiudere la gola, come se una mano violenta gliela stringesse. — Sposi? — disse piano. — Sposi naufragati? Il capitano indugiò. — Forse, — disse, e lanciò un corto comando al timoniere, che spinse la barra per catturare il vento. Subito la vela si gonfiò, e la nave, leggermente scricchiolando, si inchinò alla spinta e accelerò. — O forse amanti... — disse Mutak Amat. — Certe tribù dell'Egitto, o della lontana terra dei Berberi, usano legare gli amanti illegittimi su una zattera, e affidarli alla crudele pietà del mare... Gentile rispose allo sguardo del turco senza una parola. Poi tornò a guardare a Nord. Ormai la zattera non si distingueva piú. Talvolta sembrava al pittore di vederne uno spigolo, breve forma scura sul profilo di un'onda. Ma altre macchie, simili a quella, apparivano in altre parti, e subito scomparivano nel misterioso orizzonte.

Pagina 144

. — Solo quelli necessari, del resto, — disse Filippo, abbassando il capo con esemplare, remissiva discrezione. — Assegnerò il compito ad una monaca semplice e paziente, frate Filippo: non ti sarà di nessun disturbo. — Di questo son sicuro, e ti ringrazio. — Infine, caro pittore, cosa di pochissimo conto, a suor Marta non sarà concesso vedere, né prima né poi, il ritratto che farai, giacché la regola della modestia, nel nostro ordine, è assoluta. — Capisco perfettamente, madre Pia, — disse il pittore, sollevando lo sguardo con quasi allegra simpatia. — E sono preso da profonda ammirazione, da profondo rispetto per questa vostra disciplina, così forte da saper togliere a donne l'eterno desiderio, nato nell'Eden, di guardarsi... Ma dovrà pur accadere che, quando il volto della Madonna sarà fatto, suor Marta lo veda... — Naturalmente, frate Filippo, — disse la badessa, dolcemente. — Ma sarà appunto il volto di Maria. Se è tolta a suor Marta la vanità della propria bellezza, concessa le sia la gioia di farne dono alla Madre di Cristo! — Amen, amen! — disse Filippo, in convenevole tono.

Pagina 171

Quando suor Caterina tornò, svegliando al passaggio il finto sopito con uno stropiccio di gola, ed entrò abbassando la testa per non vedere nemmeno di sfuggita il ritratto, e posò l'ampollina d'olio sul tavolo di Filippo, Lucrezia sedeva al suo posto, quietamente. E allora rientrò il pittore dal chiostro, con un petalo di rosa fra le dita macchiate di vernice bruna. Guardò Lucrezia, vide uno sguardo di pianto felice. Guardò il dipinto, e notò sullo specchio, nella parte vuota del volto, l'impronta fresca e ancora vaporante di un bacio. Un bacio a sé, al ritratto incantato, a lui stesso? Non importava: era dato.

Pagina 188

D'Ambra, Lucio

220524
Il Re, le Torri, gli Alfieri 1 occorrenze
  • 1919
  • Fratelli Treves
  • Milano
  • Paraletteratura - Romanzi
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Mi sia quindi permesso di sorvolare, abbassando un pudico velo, su la cena con Manon Manette e su le tenere manifestazioni che la seguirono. Ma non posso tacere che la mia riconoscenza verso Sua Altezza fu letteralmente raddoppiata, tanto che vedendo il pendentif che Manon Manette aveva ancora intorno al collo sentii che non era possibile lasciarvelo più oltre. Spiegai a Manon Manette i miei sentimenti e i miei scrupoli e tentai ancora una volta di muoverla a pietà verso Sua Altezza. Presi allora il mio coraggio a due mani, e non solo il mio coraggio ma anche il pendentif, che slacciai dal collo palpitante della graziosa attrice. E, poichè Manon manifestava la sua meraviglia nel vedermi riprendere ciò che ella poche ore prima si era spontaneamente regalato, dovetti spiegarle che quel pendentif non aveva per una donna come lei altro valore che quello d'un attestato di riconoscenza e d'un affettuoso ricordo e che era perciò assai strano, per non dir peggio, che io manifestassi tutti questi nobili sentimenti con un gioiello che non era mio. Anch'ella doveva del resto trovare assai strano d'aver al collo un attestato di riconoscenza di Sua Altezza che non le doveva nulla e un ricordo di Sua Altezza con cui ella non aveva ancora scambiato una parola. La rituazione era complicata e delicata; ma assicurai Manon Manette che avrei saputo risolverla l'indomani. Si trattava semplicemente d'annodare intorno al suo collo un gioiello che fosse veramente un attestato della mia personale riconoscenza e un ricordo del piacevole modo in cui avevamo occupato le ore di una siesta dopo colazione e d'una siesta dopo cena. Superata così ogni difficoltà ero sul punto di riporre nella tasca posteriore della mia marsina il gioiello di Sua Altezza quando l'imminente scomparsa del pendentif ebbe un effetto immediato e imprevedibile sul quale avevo avuto l'ingenuità di non contare. E, riprendendo con dolce violenza dalle mie mani il gioiello di Sua Altezza, Manon Manette dichiarò che avrebbe accettato assai volentieri il ricordo che avevo avuto la cortesia di offrirle, ma che era assai più corretto, a suo parere, che il pendentif fosse stato restituito a Sua Altezza, l'indomani, da lei in persona. Così fu stabilito. E l'indomani, a palazzo, quando ricevetti Manon Manette e la introdussi nel salotto privato di Sua Altezza, potei sùbito osservare che Manon Manette aveva addosso tutti e due i gioielli, quello di Sua Altezza ed il mio. Ero adesso meno ingenuo della sera prima, tanto è vero che nella mattinata, mandandole al Suprême Hôtel il promesso ricordo, avevo scelto invece del pendentif un braccialetto. Era perfettamente stupido e superfluo attestare nello stesso modo la riconoscenza anticipata di Sua Altezza e la mia riconoscenza posticipata. Appena fatte le presentazioni di Manon Manette a Sua Altezza e di Sua Altezza a Manon Manette mi ritrassi immediatamente, col pudore riguardoso d'un cameriere di albergo che ha accompagnato nella stanza a loro destinata due giovani sposi appena arrivati e impazienti di mormorare alla loro volta il leggendario: Enfin seuls! Ebbi appena il tempo di ammirare, richiudendo la porta, il profondo inchino con cui la bella atirice repubblicana dimostrava a Sua Altezza che per un'autentica repubblicana il figliuolo di Sua Maestà il Re di Fantasia rappresenterà sempre qualche cosa di più suggestivo del figliuolo, mettiamo, del signor Poincaré. Ed ebbi appena il tempo di vedere dal volto e dagli occhi di Sua Altezza che il privilegiato rampollo d'una vecchia monarchia come quella di Fantasia ha le idee cosi larghe da non temere il berretto frigio, sopra tutto quando questo gli appare sul capo della piu deliziosa donnina che mai si possa immaginare. E su questo, ahimè, avrebbe dovuto calare il sipario. Ma fortunatamente il mio regale amico, eroe di commedia modernissima, aveva in comune coi più illustri eroi delle tragedie classiche l'irresistibile bisogno di un confidente. Non dovetti quindi che aspettare l'ora del pranzo per ricostruire attraverso il dire e il non dire di Sua Altezza la scena cui non m'era per decenza stato concesso d'assistere e per ricostruirla così come adesso la consegno alle pagine di questi annali veridici e modesti. Sorvolo su le prime formalità che non hanno alcun interesse. Compiute queste, Sua Altezza, che aveva offerto a Manon Manette l'esposizione dei suoi medaglieri e una tazza di tè, riservò il tè per più tardi e diede sùbito mano alle manovre d'approccio per cui le pesanti custodie che racchiudevano le preziose medaglie offrivano una meravigliosa piattaforma. Le custodie erano già pronto in bell'ordine su una grande tavola e, aprendole l'una dopo l'altra, Sua Altezza cominciò sùbito un nutritissimo corso di numismatica. Solo quando la sua testa poteva, senza aver l'aria di nulla, avvicinarsi a quella di Manon Manette inchinata e intenta ad ammirare qualche medaglia di maggior pregio, Sua Altezza osava arrischiare i primi tentativi per passare ad altro discorso. Ma questi tentativi non erano affatto incoraggiati dall'attrice che, impassibile, continuava ad esaminar le medaglie, ad una ad una, quasi che non fosse venuta che per questo. Sua Altezza, intimidita, non osò quindi bruciare i suoi vascelli che all'ultimo momento, quando cioè aprì la custodia che racchiudeva i più incliti esemplari, i famosi Pisanello oramai cosi popolari fra le signore dell'alta società pulquerrimese. Manon Manette che, prima di rappresentarlo, aveva letto Bourget, non sapeva bene chi fosse quell'incisore, ma sapeva che era di quelli da considerare, per far buona figura, coi segni del maggiore rispetto. Terminate quindi le più svariate esclamazioni del suo vocabolario, prese in mano una medaglia e cominciò a guardarla con quello sguardo attento e indifferente delle persone che sanno di dover ammirare un oggetto che non desta in loro nessuna ammirazione. E siccome non v'ha ammirazione calorosa che non sia prolungala Manon Manette tenne così a lungo nella sua mano sinistra il Pisanello depostovi da Sua Altezza che il principe ebbe il tempo di vincere la sua timidezza e di prendere la mano della bella attrice per portarla alle sue labbra e baciarla. Ma la bella attrice si ritrasse immediatamente, con gli occhi bassi, il volto acceso, e mormorando a guisa di protesta un «Oh, Altesse!» che, secondo l'impressione der mio regale amico, valeva un Perù. Sua Altezza attribuiva evidentemente tanto valore a quella dignitosa ritirata solo perchè il Perù non era roba sua, ma è certo che l'atteggiamento dell'attrice indusse Sua Altezza a una prudente riserva che si prolungò durante altri dieci minuti occupati da una fittisima conversazione su autori francesi e commedie parigine. Un romanziere non si farebbe sfuggire l'occasione di descrivere in tutti i suoi particolari la lunga scena durante la quale Sua Altezza cercò le vie per ottenere quello che Manon Manette sembrava non avere alcuna intenzione d'accordare. Come i più prudenti guerrieri, Sua Altezza temporeggiava. Io mi sono imposto di non sviluppare tutto quello che mi basta indicare e perciò devo omettere il racconto di tutti questi temporeggiamenti che fecero perdere a Sua Altezza e a Manon Manette molto tempo, tutt'il tempo necessario per far giungere, inaspettata, la visita della duchessa di Frondosa. L'annunzio della visita era stato, a bassa voce, comunicato a Sua Alteza, la quale, immediatamente, trovandosi in una situazione difficile, fece chiamare me per sbrogliarla. Quando entrai nel salotto, trovai il principe con gli occhi fuori della testa e Manon Manette che ci guardava un po' spaurita senza capire bene se si trattava di un attentato anarchico preparato contro Sua Altezza o se Sua Altezza era stata improvvisamente colpita da un furioso attacco di mal di denti.... Traendomi in disparte, il mio regale amico mi mise sùbito al corrente di quanto avveniva. Era proprio nato, poverino, sotto una cattiva stella e il destino avverso si divertiva a giuocare con lui: dopo essersi fatta attendere per tanto tempo invano, la duchessa di Frondosa, vinta finalmente dal fuoco dell'inestinguibile amore di lui, si decideva a venire e ad arrendersi. Ma quando? Proprio quando Sua Altezza si trovava su le braccia un'altra donna che non poteva tenere nè poteva mandar via, così, su due piedi, quando appena una parte dei programma era stata espletata. Con decisione fulminea spiegai al principe ch'egli non poteva fare altro che o rinunziare alla duchessa di Frondosa o mettere Marion Manette di là, con me, nella biblioteca, col pretesto di un'udienza di somma importanza che Sua Altezza doveva immediatamente concedere, costretto a interrompere una così piacevole conversazione, la quale sarebbe stata, appena libero il principe, ripresa. Fu attribuita a Sua Altezza Reale il Principe Leopoldo, zio di Sua Altezza, e che in quel momento tagliava certamente il suo banco pomeridiano di baccarat in un club parigino, la parte antipatica d'arrivare nel momento più inopportuno che si possa immaginare. Con molte scuse Manon Manette fu affidata momentaneamente alle mie cure, e l'eccellente figliuola invitò Sua Altezza a discutere con calma gli affari di Stato che reclamavano la sua attenzione poichè ella non aveva fretta ed avrebbe passato piacevolmente il tempo con me che ero un suo vecchissimo amico di ventiquattro ore. Inutile dire che il principe era fuori di sè dall'ansia e dalla gioia e che fremeva nella impazienza di vederci uscire dalla porta di destra per potere aprire sùbito quella di sinistra accogliere finalmente la tanto bramata preda che veniva a gettarglisi, viva, fra le braccia. Almeno cosi credeva. Gli avvenimenti non tardarono a deluderlo. Non ascoltai dietro la porta per tre ragioni: perchè ascoltare alle porte non è nelle mie abitudini; perchè questo è un sistema troppo comodo di cui si abusa solo nelle commedie; e particolarmente poi perchè le porte massicce del gabinetto del principe erano ovattate e non permettevano il passaggio di nessun rumore. E c'era anche questo: ero persuaso fermamente che la virtù della duchessa non correva nessun pericolo e che se ella, accogliendo, per non aver l'aria d'aver paura, l'insistente preghiera di Sua Altezza, s'era decisa a venire ad ammirare i Pisanello, doveva essere incrollabilmente risoluta a non interessarsi assolutamente di altro. La duchessa di Frondosa è come suo marito: non cambia le sue idee. S'è affezionata anche lei all'idea di essere una donna per bene. Prima ancora che questa mia persuasione mi fosse confermata, la sera, dalle confidenze di Sua Altezza, ebbi la prova che una volta di più non mi ero ingannato quando, venti minuti dopo, la mia conversazione con Manette fu interrotta da una porta che s'apriva e dalla voce nervosa di Sua Altezza che invitava f'attrice a raggiungerlo. Decisamente, anche se un giorno la virtù della duchessa di Frondosa avesse dovuto arrendersi, la difficile resa non sarebbe avvenuta in venti minuti. Quando uno è abituato a difendersi, si difende fino all'ultimo anche quando sa di dover perdere. Le buoni abitudini non sono, meno delle cattive, difficili a sradicarsi. La sera, l'ho detto, Sua Altezza mi raccontò quanto era avvenuto. Tutte le speranze erano di nuovo sfiorite. La visita della duchessa di Frandosa non era stata che una sfida, una spavalderia, e, per dir tutto, una maledetta presa in giro. E, quel che è peggio, la duchessa era stata più che mai prodiga di civetterie. Se fino a quel giorno il suo contegno si era contentato d'aprire uno spiraglio alla speranza, quel giorno l'indiavolata civetteria della duchessa aveva addirittura spalancato le finestre. E quando Sua Altezza s'era creduta autorizzata ad affacciarsi, le finestre gli erano state chiuse violentemente sul muso. Ne aveva ancora naso ed orgoglio ammaccati. E, su mia richiesta, Sua Altezza narrò succintamente anche la scena finale dopo l'uscita brusca della duchessa Isabella e il brusco richiamo di Manon Manette: — Si figuri! Si figuri il mio stato! — mi disse Sua Altezza. — Avevo tanto bisogno di sfogarmi.... Dopo avermi permesso tante speranze la duchessa m'aveva così inaspettatamente lasciato a mani vuote ch'era una vera fortuna trovar lì Manette a portata di mano. Ma lei, caro d'Aprè, le aveva fatto troppo bene la lezione. Aveva ricominciato come nella prima parte della sua visita a far la ritrosa, a sfuggirmi, a farsi pregare.... Oh, ma, le ho parlato chiaro, amico mio.... Non era più quello momento da sospiri..... «Cara mia, le ho detto, intendiamoci, ora basta, non resistete più oltre. So che lo fate per farmi piacere. Ma non insistete, vi prego.» — E Manette? — Ha gridato Vive le Roi e ha mandato per aria il berretto frigio. E, col berretto frigio, tutto il resto.... È andata avanti senza suggeritore. Se lei sapesse: recita a meraviglia.... Lo sapevo.

Mitchell, Margaret

221860
Via col vento 3 occorrenze
  • 1939
  • A. Mondadori
  • Milano
  • Paraletteratura - Romanzi
  • UNICT
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- le chiese egli abbassando la voce in modo che, nel vocio generale, giunse soltanto alle sue orecchie. - Perché non dite che sono un fiero mascalzone e non sono un signore, e che debbo andarmene o mi farete cacciar via da uno di quei valorosi giovinotti in uniforme? La risposta aspra era già sulla punta della sua lingua; ma dominandosi eroicamente, Rossella replicò: - Macché, capitano Butler! Come correte! Come se tutti ignorassero che siete famoso, che siete coraggioso e che... che... - Sono deluso sul vostro conto. - Deluso? - Sí. In occasione del nostro primo fausto incontro avevo supposto di aver finalmente trovato una ragazza che fosse non soltanto bella, ma anche coraggiosa. Ora vedo che siete soltanto bella. - Vorreste dirmi che sono codarda? - Si agitava come una gallina. - Precisamente. Vi manca il coraggio di dire quello che sentite. Quando vi conobbi, pensai: questa è una ragazza come ce n'è una in un milione. Non è come quelle altre stupidine che credono a tutto ciò che le mamme e le bambinaie dicono, e agiscono in conseguenza, quali che siano i loro sentimenti. E nascondono sentimenti e desideri e piccoli dolori sotto una quantità di parole gentili. Pensai: Miss O'Hara è una ragazza di uno spirito raro. Sa che cosa vuole e non ha riguardo a dire quel che le passa per la mente... o a gettare dei portafiori. - Oh! - esclamò ella lasciandosi vincere dall'ira. - Allora vi dirò proprio quello che penso. Se aveste avuto un briciolo di superiorità non vi sareste avvicinato a parlare con me. Avreste compreso che desideravo non avervi mai piú sotto gli occhi! Ma non siete un gentiluomo! Siete un individuo villano e ripugnante. E siccome le vostre luride e piccole navi riescono a passare sotto il naso agli yankees, voi credete di avere il diritto di venire qui a beffarvi di uomini coraggiosi e di donne che sacrificano tutto per la Causa... - Basta, basta, - pregò egli con un sorriso. - Siete partita ottimamente, dicendo quel che pensavate; ma ora non cominciate a parlarmi della Causa. Sono stufo di sentirne parlare e scommetto che lo siete anche voi... - Ma come potete... - ricominciò Rossella perdendo il controllo; quindi si trattenne subito, irritatissima contro se stessa per essere caduta in quella trappola. - Ero sulla soglia della porta prima che voi mi vedeste e osservavo le altre giovani. Sembrava che il volto di tutte fosse fuso in uno stesso modello. Il vostro no. Voi avete un viso sul quale si legge facilmente. Eravate svagata e potrei garantire che non pensavate né alla Causa né all'ospedale. Sul vostro volto era scritto che desideravate ballare, divertirvi, e che non potevate. Ed eravate furibonda di questo. Ditemi la verità. Ho ragione? - Non ho altro da dirvi, capitano Butler - ella rispose il piú cerimoniosamente possibile, cercando di raccogliere attorno a sé i brandelli della propria dignità. - Pavoneggiatevi quanto vi pare perché siete il «grande sforzatore del blocco» ma astenetevi dall'insultare le donne. - Il «grande sforzatore del blocco»! È uno scherzo. Vi prego di darmi ancora un attimo del vostro tempo prezioso prima di sprofondarmi nelle tenebre. Non vorrei che una cosí graziosa patriota facesse un errato apprezzamento su quello che è il mio contributo alla Causa della Confederazione. - Non tengo affatto ad ascoltare le vostre vanterie. - Il blocco per me è un affare che mi fa guadagnare dei quattrini. Quando non mi renderà piú lo abbandonerò. Che ve ne pare? - Penso che siete un mascalzone mercenario... proprio come gli yankees. - Infatti - sogghignò il capitano. - E gli yankees mi aiutano a far quattrini. Figuratevi che il mese scorso ho ancorato la mia nave proprio nel porto di Nuova York per caricare della mercanzia. - Come? - esclamò Rossella eccitata e interessata suo malgrado. - E non vi hanno sparato addosso? - Povera innocente! Neppur per sogno. Vi sono nell'Unione molti bravi patrioti che non sono affatto alieni dal guadagnare del denaro vendendo merci alla Confederazione. Io ancoro la mia nave dinanzi a Nuova York, compro dalle ditte yankee (naturalmente per contanti) e me ne vado. E quando la cosa diventa un po' pericolosa, vado a Nassau, dove gli stessi bravi patrioti hanno portato per me munizioni e articoli di moda. È piú comodo che andare in Inghilterra. A volte non è tanto facile riuscire a penetrare a Charleston o a Wilmington.... Ma non potete immaginare come si arriva lontani con un po' di denaro... - Oh, sapevo che gli yankees erano abietti; ma ignoravo... - Perché sofisticare sugli yankees che guadagnano onestamente qualche quattrinello vendendo il loro Paese? Fra cento anni nessuno se ne ricorderà piú. E il risultato sarà lo stesso. Essi sanno che la Confederazione sarà battuta: perché non dovrebbero guadagnarci sopra? - Battuti... noi? - Senza dubbio. - Volete farmi il favore di lasciarmi... o dovrò chiamare la mia carrozza e andarmene a casa per liberarmi di voi? - Un'ardente piccola ribelle - fece egli con un altro sogghigno. Si inchinò e si allontanò lasciandola ansimante di indignazione e di collera impotente. In lei era un amaro dispetto che non riusciva ad analizzare; simile a quello di un bimbo che vede crollare una sua illusione. Come aveva osato, colui, oscurare la gloria di quelli che attraversavano il blocco e come osava dire che la Confederazione sarebbe battuta? Bisognava fucilarlo per questo; fucilarlo come un traditore. Si guardò attorno e vide i visi noti, cosí sicuri del successo, cosí coraggiosi, cosí devoti; un piccolo brivido freddo le passò attraverso il cuore. Battuti? Ah no; non costoro! Certamente no! Il solo pensarlo era impossibile e sleale. - Che cosa stavate mormorando? - chiese Melania volgendosi a lei appena i suoi clienti si furono allontanati. - Ho visto che Mrs. Merriwether non ti lasciava con gli occhi; e sai che ha la lingua lunga... - Ah, quell'uomo è insopportabile! Un vero villanzone! - rispose Rossella. - Quanto alla vecchia Merriwether, lascia pure che parli. Sono stufa di far la bambina per suo uso e consumo. - Ma via, Rossella! - esclamò Melania scandalizzata. - Ssst! - fece Rossella. - Il dottor Meade sta per fare un altro discorso. Il chiacchiericcio si interruppe nuovamente e la voce del dottore si alzò ancora una volta, prima di tutto per ringraziare le signore che avevano dato cosí volenterosamente i loro gioielli. - Ed ora, signore e signori, vi proporrò una sorpresa: un'innovazione che forse potrà urtare qualcuna di voi. Ma vi prego di considerare che tutto ciò si fa per l'ospedale e a beneficio dei nostri giovani feriti o ammalati. Tutti si tesero in avanti cercando di immaginare che cosa avrebbe potuto proporre il dottore, un uomo cosí serio. - Stanno per cominciare le danze; e il primo numero, senza dubbio sarà una danza scozzese, un reel seguito da un valzer. Le danze seguenti, polke, mazurke e scottish, saranno precedute da brevi reels Reel (pron. riil): è una danza scozzese abbastanza vivace, ballata da due o piú coppie; la sua musica è scritta generalmente in tempo ordinario (quattro quarti) ma qualche volta anche in tempo di giga di sei per otto, o due terzine di crome. (N. d. T.). Conosco la gentile rivalità per condurre bene i reels, e perciò... - Il dottore inarcò le sopraciglia e lanciò uno sguardo canzonatorio verso l'angolo dove sua moglie sedeva insieme alle signore anziane. - Se voi, signori, desiderate condurre un reel con la dama di vostra scelta, dovete concorrere in un'asta di cui io sarò il banditore. Le dame saranno aggiudicate ai migliori offerenti e il ricavato andrà all'ospedale. I ventagli si fermarono improvvisamente e la sala fu attraversata da un'ondata di mormorii eccitati. L'angolo delle signore era in pieno tumulto e la signora Meade, desiderosa di sostenere suo marito in un'azione che in cuor suo disapprovava, si trovava in assoluto svantaggio. Le signore Elsing, Merriwether e Whiting erano rosse d'indignazione. Ma improvvisamente la Guardia Nazionale lanciò un'evviva che fu seguito da tutti i presenti. Le ragazze batterono le mani e saltarono eccitate. - Non ti pare che sia... che sia... come una piccola asta di schiavi? - sussurrò Melania, guardando incerta il bellicoso dottore che fino ad ora le era sempre apparso perfetto. Rossella non disse nulla, ma i suoi occhi brillarono e il suo cuore fu contratto da una pena leggera. Se almeno non fosse stata una vedova! Se fosse ancora Rossella O'Hara, con un abito verde mela guarnito di velluto verde scuro, e delle tuberose nei capelli neri... sarebbe lei a condurre quella danza. Sí, senza dubbio. Vi sarebbero una dozzina di uomini a battersi per lei e a pagare al dottore delle belle cifre. Oh, dover sedere qui a far da tappezzeria contro la sua volontà e vedere Fanny o Maribella condurre la danza come la piú bella ragazza di Atlanta! Al di sopra del tumulto risuonò la voce del piccolo zuavo col suo accento creolo: - Se posso... venti dollari per Miss Maribella Merriwether. Maribella si nascose arrossendo dietro la spalla di Fanny e le due fanciulle celarono il volto ognuna nel collo dell'altra ridacchiando mentre altre voci cominciavano a gridare altri nomi ed altre cifre. Il dottor Meade aveva ricominciato a sorridere, ignorando completamente i bisbigli indignati che venivano dalle signore del Comitato ospedaliero. Da principio la signora Merriwether aveva dichiarato fermamente e ad alta voce che la sua Maribella non avrebbe mai partecipato ad una simile gara; ma poiché il nome di sua figlia veniva gridato sempre piú spesso e la cifra aveva già superato i settantacinque dollari, le proteste cominciarono a diminuire. Rossella teneva i gomiti appoggiati al banco e guardava quasi ferocemente la folla eccitata che rideva affollandosi attorno alla piattaforma con le mani piene di banconote della Confederazione. Ora tutte ballerebbero, tranne lei e le vecchie signore. Tutti si divertirebbero, meno lei. Vide Rhett Butler dietro il dottore, e prima che potesse mutare l'espressione del suo volto, egli la scorse e abbassò un angolo della bocca sollevando un sopracciglio. Ella sollevò il mento e si volse altrove. In quel momento udí il proprio nome... pronunciato da un'inconfondibile voce charlestoniana che superò il frastuono. - Mrs. Carlo Hamilton... centocinquanta dollari... in oro. Un improvviso zittio attraversò la folla all'udire la somma e il nome. Rossella fu cosí sbalordita che non riuscí neanche a muoversi. Rimase seduta col mento fra le mani e gli occhi spalancati di meraviglia. Tutti si volsero a guardarla. Ella vide il dottore curvarsi sulla piattaforma e mormorare qualche cosa a Butler. Probabilmente gli diceva che essa era in lutto e non poteva ballare. Ma Rhett crollò le spalle incurante. - Forse un'altra delle nostre bellezze? - suggerí il dottore. - No - rispose Rhett ostinato, guardando la folla. - Mrs. Hamilton. - Vi dico che è impossibile - insistette il dottore. - Mrs. Hamilton non vorrà... La voce di Rossella le uscí di bocca quasi senza sua volontà, irriconoscibile. - Sí, son pronta! Balzò in piedi col cuore che le martellava cosí violentemente che temette di non potersi reggere; l'eccitazione di esser nuovamente il centro dell'attenzione, di esser la piú desiderata e - soprattutto! - la prospettiva di ballare... - Non me ne importa! Non m'importa quello che diranno! - mormorò trascinata da una specie di follia. Drizzò la testa e uscí dal banco battendo i tacchi come nacchere e tenendo il suo ventaglio nero completamente spiegato. Per un attimo scorse il volto incredulo di Melania, l'espressione delle vecchie signore, le fanciulle petulanti, i soldati che approvavano con entusiasmo. Quindi si trovò in mezzo alla sala e vide Rhett Butler che avanzava verso di lei, fra due ali di folla, col suo beffardo e detestabile sorriso. Ma non gliene importava... Stava per ballare... Per condurre il reel. Gli rivolse un piccolo cenno e un sorriso abbagliante; egli si inchinò con una mano sul petto. Levi, benché inorridito, si rimise rapidamente e urlò: - Scegliete le vostre dame! E l'orchestra intonò il reel più bello di tutti: «Dixie».

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- gli chiese Rossella abbassando le palpebre. Egli le lanciò un'occhiata inquisitiva come per rendersi conto di quanta civetteria fosse in quella domanda. Comprendendo il vero significato di quel contegno, rispose con indifferenza: - Sicuro. Ho investito in te un discreto capitale; e non mi piace perdere del denaro.

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- E abbassando la voce soggiunse: - Melly mi ha mandato qui per trattenerlo in modo che essa possa terminare di preparare ogni cosa per il ricevimento. Ugo sorrise, poiché anch'egli era a parte del complotto. Rossella pagò lui e i carrettieri e, lasciandoli bruscamente, andò verso l'ufficio mostrando chiaramente che non desiderava essere accompagnata. Ashley venne ad incontrarla sulla soglia e rimase nel sole pomeridiano coi suoi capelli dorati e sulle labbra un sorriso che era quasi una smorfia. - Come mai, Rossella, siete in città a quest'ora? Perché non siete a casa mia ad aiutare Melly nei preparativi per il ricevimento di stasera? - Oh, Ashley! - esclamò ella indignata. - Ma voi non dovete saperne nulla! Melly sarà molto delusa se voi non sarete sorpreso. - Ma io sarò l'uomo piú sorpreso di Atlanta - rispose Ashley con gli occhi ridenti. - E chi ha avuto la cattiva idea di informarvi? - Praticamente tutti gli uomini che sono invitati da Melania. Il primo è stato il generale Gordon. Mi ha raccontato che sa per esperienza che quando le donne preparano delle sorprese di questo genere, scelgono di solito le serate in cui gli uomini hanno deciso di pulire tutte le armi che sono in casa. Poi sono stato avvertito dal nonno Merriwether; mi ha raccontato che una volta sua nuora organizzò una riunione per lui senza dirglielo; e fu lei la piú sorpresa di tutti, perché il nonno aveva pensato bene di curare i suoi reumatismi con un'abbondante razione di whisky, ed era troppo ubriaco per partecipare al ricevimento... Insomma, tutti gli uomini per i quali è stato dato un ricevimento a sorpresa, mi hanno prevenuto. - Che infamia! - esclamò Rossella senza poter trattenere un sorriso. Quando egli sorrideva in quel modo le ricordava il vecchio Ashley delle Dodici Querce. Ma sorrideva cosí di rado! A un tratto ella si sentí come se avesse sedici anni: un po' ansimante ed eccitata. Provò un folle impulso di togliersi il cappello e gettarlo in aria gridando «Urrà». Ma pensò che Ashley sarebbe stato molto stupito e si mise a ridere; e rise fino alle lagrime. Anche Ashley rise gettando indietro la testa, credendo che la gaiezza di lei provenisse dall'amichevole tradimento degli uomini che avevano rivelato il segreto di Melly. - Entrate, Rossella. Sto riguardando i conti. Ella passò nella piccola stanza piena di sole e sedette sulla sedia dinanzi alla scrivania a coperchio scorrevole. Ashley la seguí e sedette sull'angolo della tavola lasciando ciondolare le gambe. - Oh, lasciamo perdere i conti oggi! Non voglio seccature. Quando porto un cappello nuovo, mi pare che tutte le cifre mi sfuggano dalla testa. - E quando il cappello è cosí grazioso immagino che le cifre sfuggano di gran corsa! Diventate ogni giorno piú carina, Rossella. Scivolò giú dalla tavola e, ridendo, le prese le mani e allargò le braccia per poter ammirare il vestito. - Come siete graziosa! Credo che non invecchierete mai! Al suo contatto ella si rese conto di avere sperato proprio quello, pur senza averne coscienza. Durante quel pomeriggio cosí felice, ella aveva anelato al calore delle sue mani, alla tenerezza dei suoi occhi, a una parola affettuosa detta da lui. Questa era la prima volta che essi si trovavano veramente soli dal giorno del frutteto; la prima volta che le loro mani s'incontravano in un gesto non soltanto formale; e durante quei lunghi mesi ella aveva desiderato quel contatto. Ma ora... Strano che il tocco delle sue mani non la eccitasse! Una volta la sola vicinanza l'avrebbe fatta tremare. Ora provava solo un senso di cordialità e di contentezza. Nessuna febbre si trasmetteva dalle mani di lui alle sue; e il cuore non accelerava i suoi battiti. Questo la sconcertava alquanto. Eppure era sempre il suo Ashley, che ella amava piú della vita. E allora perché...? Ma respinse questo pensiero. Le bastava essere con lui e che egli tenesse le sue mani sorridendo cordialmente, senza agitazione e senza febbre. Le sembrava un miracolo se pensava a tutte le cose inespresse che erano fra loro. Gli occhi di lui la fissarono chiari e brillanti, sorridenti come un tempo, e come se fra lei ed Ashley non vi fosse mai stato altro che felicità. Pareva che nessuna barriera piú li separasse. Rossella rise. - Oh, Ashley! Divento vecchia e decrepita. - No, Rossella; anche a sessant'anni sarete sempre la stessa. Vi ricorderò sempre come eravate nel giorno dell'ultimo banchetto, seduta sotto una quercia, con una dozzina di giovinotti attorno a voi. Potrei anche dirvi come eravate vestita: un abito bianco stampato a fiori verde scuro ed uno scialle di pizzo bianco sulle spalle. Portavate degli scarpini verdi con allacciature nere e un enorme cappello di paglia di Firenze con lunghi nastri verdi pendenti sulle spalle. Ricordo quest'abito perché quando ero in prigione e sentivo che le mie condizioni peggioravano, cercavo di raccogliere tutti i miei ricordi e sfogliarli come delle immagini, rivedendo ogni particolare... S'interruppe bruscamente e il suo volto si oscurò. Lasciò cadere dolcemente le sue mani ed ella rimase in attesa di altre parole. - Abbiamo fatto molta strada da quel giorno tutti e due, non è vero, Rossella? Abbiamo percorso sentieri che non credevamo di dover percorrere. Voi siete arrivata in fretta, direttamente; io con lentezza e riluttanza. Sedette nuovamente sulla tavola e la guardò; sul suo volto apparve ancora una volta un piccolo sorriso. Ma non era il sorriso che l'aveva resa cosí felice pochi minuti prima: era un sorriso pallido e triste. - Sí, siete giunta rapidamente, trascinandomi dietro a voi. A volte mi chiedo che cosa sarebbe accaduto di me senza il vostro aiuto. Rossella si affrettò a difenderlo contro se stesso con tanta maggior vivacità in quanto le tornarono in mente le parole di Rhett su questo argomento. - Ma io non ho mai fatto nulla per voi, Ashley. Vi sareste messo a posto ugualmente senza di me. Un giorno o l'altro sareste diventato ricco, come certamente state per diventare. - No, Rossella: il germe della grandezza non è mai stato in me. Credo che se non ci foste stata voi, io sarei stato annientato, come la povera Catina Calvert, e tante altre persone che una volta avevano dei grandi nomi. - Non parlate cosí, Ashley. Mi sembrate triste. - No, non sono triste. Non piú. Una volta... una volta lo ero. Adesso sono soltanto... S'interruppe ed improvvisamente Rossella comprese ciò che egli stava pensando. Per la prima volta si rese conto di ciò che Ashley pensava quando i suoi occhi guardavano lontano, assenti, chiari come cristallo. Finché la passione le aveva colmato il cuore, lo spirito di lui le era rimasto precluso. Ora, nella tranquilla cordialità che era tra loro, Rossella cominciava a comprenderlo. Ashley non era piú triste. Era stato triste dopo la resa, triste quando ella lo aveva pregato di venire ad Atlanta. Adesso era soltanto rassegnato. - Non voglio sentirvi parlare cosí, Ashley - esclamò con veemenza. - Parlate come Rhett. Anche lui non fa che ripetere cose di questo genere, e parla di ciò che chiama la sopravvivenza... non so di che e m'infastidisce tanto che mi metterei a urlare. Ashley sorrise. - Avete mai pensato che Rhett ed io siamo fondamentalmente simili? - Oh, no! Voi siete fine, onesto, mentre lui... - s'interruppe confusa. - Eppure lo siamo. Proveniamo da gente della stessa razza, siamo stati educati alla stessa maniera, abituati allo stesso genere di pensieri. Ma, abbiamo preso vie diverse. Pensiamo ancora nello stesso modo, ma le nostre reazioni sono differenti. Per esempio, nessuno di noi credeva alla guerra, ma io mi arruolai per combattere ed egli ne rimase fuori quasi sino alla fine. Tutti e due sapevamo che la guerra era un errore. Tutti e due sapevamo che si sarebbe perduta. Ma io ho voluto combattere in questa lotta inutile, e lui no. A volte penso che aveva ragione lui; e allora... - Ma quando smetterete di guardare i due lati di ogni questione? - Il tono di Rossella non era impaziente come sarebbe stato in altri tempi. - Non si arriva mai a nulla in questo modo. - È vero, ma... dove volete arrivare? Me lo sono chiesto molte volte. Io, per conto mio, non ho mai desiderato di giungere in nessun luogo. Ho solo desiderato di essere me stesso. A che cosa voleva arrivare? Era una domanda stupida. Voleva denaro e sicurezza. Eppure... Il denaro lo aveva; e anche tanta sicurezza quanta era possibile averne in un mondo cosí incerto. Ma ora che ci pensava, questo non le bastava. Tutto ciò non l'aveva resa felice benché l'avesse liberata dall'angoscia dell'indomani. «Se avessi avuto questo, e te per soprappiú» pensò guardandolo «allora sarei giunta all'apice dei miei desideri.» Ma non parlò temendo di sciupare l'atmosfera che si era creata fra loro. - Desiderate soltanto essere voi stesso? -. rise compassionevole. - Invece io ho sempre cercato di non essere me stessa. E quanto a ciò che voglio raggiungere, credo di esservi arrivata. Volevo essere ricca e sicura e... - Ma non avete mai pensato, Rossella, che a me non importa affatto di essere ricco? No; non aveva mai pensato che qualcuno potesse non desiderare la ricchezza. - E allora, che cosa desiderate? - Ora non lo so. Una volta lo sapevo, ma l'ho quasi dimenticato. Piú di tutto desidero essere lasciato solo, non essere tormentato da gente che non mi piace, trascinato a fare cose che non vorrei fare. Forse... desidero il ritorno degli antichi tempi che non torneranno mai, e sono ossessionato dal loro ricordo e dal ricordo di un mondo finito, scomparso. Il tono della sua voce richiamò alla memoria di Rossella i bei giorni di Tara, facendole dolere il cuore. Ma dopo quell'epoca era venuto il giorno in cui ella si era coricata triste e desolata sul terreno delle Dodici Querce e si era detta: «Non voglio piú guardarmi indietro»; e si era drizzata contro il passato. - Preferisco i tempi attuali - disse. Ma non lo guardò. - Accade sempre qualche cosa di eccitante, oggi, di brillante, di divertente. Gli antichi tempi erano scialbi e uggiosi. - (Oh, giornate serene e pigre, calmi crepuscoli sulla campagna! Risate gioconde e acute che provenivano dal quartiere dei negri! Vita piena di calore, piena del conforto di sapere che cosa porterà l'indomani, come posso rinnegarti?) - Preferisco l'epoca attuale - ripeté; ma la sua voce era tremante. Egli scivolò dalla tavola, ridendo dolcemente, incredulo. Mettendole la mano sotto il mento, volse il viso di lei verso il suo. - Come mentite male, Rossella! Sí, la vita è brillante adesso... E questo è il male. Gli antichi tempi non erano eccitanti, ma in essi c'era un fascino, una bellezza, uno splendore lento e tranquillo. Rossella abbassò gli occhi. Il tono della voce di lui, il contatto della sua mano riaprivano dolcemente delle porte che ella aveva chiuse per sempre. Dietro a quelle porte era la bellezza degli antichi giorni; ed ella sentí nascere in sé una struggente nostalgia. Ma qualunque fosse quella bellezza, bisognava lasciarla dov'era. Non si poteva procedere nel proprio cammino portando seco un fardello di ricordi dolorosi. Egli abbassò la mano che le carezzava il mento, prese una mano di Rossella, la trattenne fra le sue. - Vi ricordate... - cominciò; e nello spirito di lei un campanello ammonitore suonò: «Non guardare indietro! Non guardare indietro!» Ma lo trascurò, sentendosi trascinare in un gorgo di felicità. Finalmente lo comprendeva, finalmente i loro spiriti si incontravano. Era un momento troppo prezioso per perderlo, qualunque fosse il dolore che poteva venire dopo. - Ricordate... - e sotto l'incanto della sua voce le pareti nude del piccolo ufficio scomparvero, gli anni tornarono indietro ed ella si trovò insieme con lui, cavalcando in un viale di campagna, in primavera. Egli parlava stringendole lievemente la mano, e nella sua voce era il fascino triste di vecchie canzoni a metà dimenticate. Udiva il gaio tintinnare dei finimenti mentre essi cavalcavano sotto agli alberi di corniolo nella proprietà dei Tarleton; udiva il proprio riso spensierato, vedeva il sole che faceva brillare i capelli chiari di lui, osservava la grazia altera con la quale egli stava in sella. Nella sua voce era la musica dei violini e dei banjos al cui suono essi avevano danzato nella casa bianca che non esisteva piú. Vi era il lontano squittire dei cani da caccia nella palude, sotto la luna fredda e pura delle notti d'autunno, e il profumo di zabaglione servito nelle grandi ciotole ornate di agrifoglio nelle sere di Natale, fra i sorrisi dei volti neri e bianchi. E vecchi amici tornavano in massa ridendo come se non fossero morti da tanti anni: Stuart e Brent con le loro lunghe gambe e i capelli rossi, scherzosi e rumorosi, Tom e Boyd impetuosi come puledri, Joe Fontaine coi suoi occhi neri e ardenti, e Cade e Raifort Calvert che si muovevano con languida grazia. Vi era anche John Wilkes; e Geraldo, rosso per la grappa bevuta; e un sussurro e una fragranza che era Elena. Su tutto questo era un senso di sicurezza, la certezza che domani porterebbe la stessa felicità goduta oggi. La voce di lui tacque; per un istante essi si fissarono negli occhi; e fra loro giacque la gioventú piena di sole che avevano spensieratamente condiviso e che ora non era piú. «Ora so perché non può esser felice» pensò Rossella con tristezza. «Non lo avevo mai compreso prima, come non avevo mai compreso perché neanch'io potevo essere felice. Ma... Dio mio, parliamo come parlano i vecchi!» disse fra sé con dolorosa sorpresa. «I vecchi guardano indietro. E noi non siamo vecchi. Ma sono accadute tante cose e tutto è cosí mutato che sembra siano passati cinquant'anni. Ma non siamo vecchi!» Guardò Ashley; ma egli non era piú giovine e brillante. La sua testa era curva ed egli guardava distrattamente la mano che teneva ancora fra le sue; Rossella vide che i suoi capelli erano grigi, di un grigio argenteo come il chiaro di luna su un'acqua tranquilla. La bellezza del pomeriggio d'aprile era scomparsa anche dal suo cuore e la triste dolcezza dei ricordi era amara come il fiele. «Non avrei dovuto acconsentire a guardare indietro» pensò disperata. «Avevo ragione nel dire che non volevo mai piú voltarmi verso il passato. Fa troppo male e scava nel cuore profondamente finché non si può piú fare altro che rimpiangere. Questo è il male per Ashley. Egli è incapace di guardare in avanti. Non vede il presente; ha timore dell'avvenire e perciò guarda il passato. Non lo avevo mai compreso. Oh Ashley, amor mio, non dovete guardare indietro! A che scopo? Non avrei dovuto lasciarmi tentare da voi a parlare degli antichi giorni. Ecco che cosa succede quando si ricorda l'antica felicità: si prova dolore, crepacuore, scontentezza.» Si alzò in piedi, lasciando ancora la mano in quella di lui. Doveva andare. Non poteva piú rimanere e pensare al tempo di una volta vedendo il suo volto stanco, triste e malinconico. - Abbiamo percorso molta strada da quel tempo, Ashley - disse cercando di parlare con voce ferma. - Avevamo delle belle idee allora, eh? - E poi, con impeto: - Oh Ashley, nulla è accaduto secondo i nostri desideri! - È sempre cosí. La vita non è obbligata a darci quello che desideriamo. Dobbiamo prendere quello che ci càpita e ringraziare che non sia peggio. Ella si sentí improvvisamente il cuore pieno di stanchezza e di pena al pensiero della lunga strada percorsa. Rivide la graziosa Rossella O'Hara che amava i corteggiatori e i bei vestiti e che aveva l'intenzione di diventare, un giorno, quando ne avesse tempo, una gran dama come Elena. Improvvisamente, gli occhi le si riempirono di lagrime che le scorsero lentamente giú per le guance, mentre ella lo guardava muta, come una bimba stupita e addolorata. Egli non disse nulla, ma la prese dolcemente fra le braccia, le fece posare il capo sulla sua spalla e premette la sua guancia contro quella di lei. Ella si abbandonò e gli circondò il corpo con le braccia. La dolcezza di quella stretta le fece asciugare le lagrime. Com'era bello abbandonarsi senza passione, senz'ansia, come nelle braccia di un amico diletto. Solo Ashley che condivideva i suoi ricordi e la sua giovinezza, che conosceva il suo passato e il suo presente, poteva comprenderlo. Udí rumore di passi fuori, ma non vi badò, credendo che fossero i carrettieri che andavano a casa. Rimase un istante ad ascoltare il lento battito del cuore di Ashley. Improvvisamente egli si sciolse da lei ed ella fu sorpresa dalla sua violenza. Alzò gli occhi stupita, ma egli non la guardava; al disopra della sua spalla, Ashley fissava la porta. Si volse: sulla soglia erano Lydia, pallida, coi suoi chiari occhi fiammeggianti, e Baldo, malevolo come un pappagallo guercio. Dietro a loro era la signora Elsing.

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Il romanzo della bambola

222072
Contessa Lara 1 occorrenze
  • 1896
  • Ulrico Hoepli editore libraio
  • Milano
  • paraletteratura - romanzi
  • UNICT
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camera di stoffa forata, come l'usavano i nostri bisnonni, il quale si cavava l'orologio dal taschino del panciotto, e abbassando il capo canuto per antica bambagia, Io guardava e gli faceva batter l'ore, come si fa con gli orioli a ripetizione. In pari tempo, sur un teatrino meccanico si eseguiva una pantomima, dove a Pulcinella, ladro, secondo il solito, toccava un fracco di legnate, ch'egli si meritava; e più in là dei Beduini a cavallo, co' visi neri come il carbone e i bianchi mantelli al vento, galoppavano sotto gli alberi d'una strada di campagna, infilavano una porta ad arco e sparivano, per tornar a comparire di nuovo in fondo alla strada, sempre di corsa: una corsa che non s'arrestava mai. La calca cresceva ogni momento. - Oh, mamma, guarda come è carina quella bambola che sona il piano - esclamò una fanciulletta accanto al signor de' Rivani. Guardò anche lui dalla parte che la piccola mano additava; e la bambola gli parve carina davvero. Era quasi alta un metro, vestita d'un costume celeste, da ballo. Su' capelli, pettinati all'ultima moda, le si alzava un gruppettino di penne bianche; allo scollo, e su la sottana a strascico, portava delle trine tutte pieghe leggiere. La pupattola guardava verso la Galleria fisso fisso. In una manina, inguantata di bianco, teneva con gesto civettuolo un occhialino d'oro a lungo manico; appoggiava l'altra manina su la tastiera del pianoforte - un pianoforte da bambole - come chi cerca ricordarsi un accordo musicale. Il signor de' Rivani entrò nel magazzino e chiese che gli si facesse vedere la bambola celeste. Quella sì che sarebbe stata una bella cosa agli occhi della sua Marietta. Subito un commesso ritirò il giocattolo dalla mostra; e chi era di fuori vide una mamma farsi largo tra la folla per condur via una bimba piagnucolante, alla quale ella badava a ripetere: - Te ne compro un'altra, se sei buona, te ne compro un'altra! - No, voglio quella, io, quella che prende quel signore!... È la più bella di tutte!... Di fatti, la bambola scelta dal babbo della Marietta era proprio fra le più belle che si possano vedere. Il mercante ne chiese cinquecento lire. - È un po' cara! - disse, con un sorriso bonario, il signor de' Rivani. - Creda, anzi, che non è affatto cara - rispose subito il commesso - perché, osservi bene, è tutta di pelle di guanto carnicina; muove le gambe, le braccia, la vita, come si vuole; gira la testa, alza e abbassa gli occhi; ha i capelli veri, non di seta, sa? Chiama Mamma! tirando questo spago, vede? E dice anche T'amo!, tirando quest'altro. Poi non ha soltanto questo vestito; ha un ricco guardaroba; adesso glie lo mostro. Vede? Un abito da corse, di seta scozzese, col cappello grande guarnito di penne di struzzo; una veste da casa di crespo della China color limone e frange...; un abito da visita di velluto marrone ricamato d'oro, col cappello pure di velluto e penne di struzzo... - Va bene, va bene - l'interruppe il compratore - questo lo vedrà e lo ammirerà la mia bambina. Ma il commesso riprese: - Quanto al corredo di biancheria, è tutto di tela batista finissima, guarnito di pizzo vero!...vero, creda... - Lo credo, lo credo. - Sta in un baulino coperto di velluto, ch'è anch'esso un mobilino elegante... Vede, dunque, signore, che non è caro, tutto insieme... Il signor de' Rivani sorrise di nuovo, e pagò. Quando si trattava di far piacere alla sua Marietta, nulla gli pareva un sacrifizio. - Eccomi venduta! - pensò tra sè la bambola, mentre la involgevano delicatamente nella carta velina e la mettevano dentro una grande scatola di cartone piena di ovatta, come in un letto morbido e sicuro. E durante il viaggio da Milano a Roma, ch'ella fece sempre accanto al signor de' Rivani, stette come in un dormiveglia curioso, in cui alle memorie del passato s'univan le fantasticherie dell'avvenire. A dir vero, le memorie di codesta bambola non erano molte nè fino allora interessanti. Non avrebbe saputo precisare da quanti giorni o da quante settimane era nata: ma doveva essere al mondo da poco tempo, perchè tutto in lei era d'una modernità estrema. Si ricordava vagamente un grande laboratorio con tante donne che tagliavano, cucivano; cucivano, tagliavano... Il corpicino di lei, coperto, come aveva detto il mercante, d'una sottile pelle rosata, con le sue molle per giunture e un meccanismo nella pancia che le faceva dire due parole, a uso pappagallo, s'era completato con una testolina d'una leggiadria rara, abbellita da due larghi occhi azzurri di vetro. E quando ella ebbe su le spalle quella testolina dalla folta capigliatura bionda come il grano, sentì di aver acquistata un'anima; un'anima piccola, sì, molto soffocata tra la segatura che le riempiva il corpo, e impotente a manifestarsi in un movimento spontaneo, nella più leggiera vibrazione de' muscoletti di acciaio, ma, in fine, un'anima che aveva sensazioni piacevoli e dolorose, sentimenti d'affetto e d'avversione; qualche cosa tra l'anima de' fanciulli e quella delle povere bestie, che nè anch'esse possono parlare. A mano a mano che l'avevano vestita e fatta bella, la pupattola avea capito di poter fare un giorno o l'altro buona figura nel mondo; intorno a lei, nell'accomodarle addosso stoffe di seta e trine, c'era chi aveva detto: - È una principessina! - Allora, se lo confessava, le era venuta un po' d'ambizione; e l'ambizione era cresciuta quando ella fu posta quasi al centro della vetrina sfolgorante di luce, dove era rimasta esposta quattro o cinque sere davanti al pubblico estasiato della sua personcina. Guardava gli altri fantocci con superiorità. Non erano, certo, le contadine brianzuole quelle che potevano rivaleggiare con lei! Una marchesa del settecento appariva gentile nel suo gonnellino drappeggiato a fiorami e nastri rosei; una suora della carità era un modello d'esattezza, quanto al costume; ma la monaca, povera, s' intende, come tutte le monache, non aveva corredo; la marchesa aveva un lettino, non altro; Io scimiotto... Oh, lo scimiotto era un giocattolo per un maschio: come il cane barbone, come la carovana dei Beduini e tanti, tanti altri giocattoli. Dunque, lei era lì in mezzo una principessina; questo era vero; e non si curava di certe occhiate un po' canzonatorie che le dava il vecchietto dall'oriolo, scrollando il capo bianco davanti alla superba creaturina. Erano venute, in que' giorni, parecchie signore con delle bambine vogliolose a domandar di lei, ma nessuna se l'era portata via; a causa del suo prezzo, enorme per una pupattola. Chi, dunque, poteva essere il signore che l'aveva comprata? Pareva buono, e doveva esser più ricco di molti altri; sopra tutto si vedeva ch'egli adorava la sua figliuoletta, se per lei non badava a far certe spese. E la bambina, come l'avrebbe trattata? Purché non le avesse fatto troppo male! Le tornava in mente, a questo proposito, che nel nativo laborotorio, mentre la stavano vestendo, era stata riportata una bambola comprata due giorni avanti, alla quale la piccola padrona aveva aperto la pancia con le forbici, per vedere che cosa la facesse parlare quando le si tirava lo spago. Aveva tutto il ventre squarciato, la poverina, e versava segatura come gli uomini feriti versano sangue. Non si poteva accomodarla che male, disse una lavorante tra le più brave; e la pupattola era stata messa in un angolo, con le braccia aperte, come una morta... Brr! Uno strano brivido senza scossa apparente raggricciava la bella bambola! Dio mio, se anche a lei fosse toccata una sorte cosi infelice, quali sofferenze non viste, non intese, non indovinate da nessuno avrebbe dovuto sopportare. Chi mai, al mondo, sa quanto patiscono tante cose che ci sembrano insensibili? Cosi ragionava, tra' suoi sogni, la bambola, nell'oscurità della scatola, dove giaceva supina, immobile, in un rumore assordante, mentre il treno correva traversando tanto paese. Ogni volta che si fermavano a una stazione, ella credeva d'esser giunta a Roma; ascoltava, attenta, delle voci confuse... Ma no, no, non era Roma. E il treno ripigliava, rapido, il cammino; e il rumore, simile al brontolio cupo del tuono, ricominciava. Come Dio volle venne la volta in cui udì gridare: - Roma! Romaa!! - e di lì a un momento: - Avanti l'uscitaa! Ah, finalmente, erano giunti! La scatola della bambola venne afferrata da una mano ruvida. Era, certo, d'un facchino. - Fate piano! - esclamò la voce del signore che l'aveva comprata. D'improvviso, sonarono dolci parole interrotte da baci, da domande che s'incrociavano: - Babbo mio! - Ben arrivato! - Ben trovate, care! - Come stai? Hai fatto buon viaggio? - E voi, come state? - Come sono contenta, babbo! - Anch'io, tesoretto mio! - È la bambina alla quale son destinata! - pensava la pupattola. - Dimmi, babbo, m'hai portata una cosa bella, bella? - chiese la Marietta quasi a mezza voce. - No, me ne sono dimenticato - le rispose il padre, per celiare. - No, non è vero! Tu non ti scordi di me! - gridò la piccina con accento di sicurezza. Il babbo rideva, ripetendo: - Birichina, Io sai, eh? - È lì dentro a quello scatolone, babbo? - ripigliava la Marietta, messa in curiosità. - Non ti voglio dir nulla. Ora, a casa, vedrai. La carrozza di casa de' Rivani aspettava davanti alla stazione. I signori e la bambina vi salirono in fretta, e vi salì anche la pupattola dentro la scatola, occupando

Pagina 5

I mariti

224240
Torelli, Achille 1 occorrenze
  • 1926
  • Francesco Giannini e Figli
  • Napoli
  • teatro - commedia
  • UNICT
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(Abbassando lo sguardo e civettando)

Pagina 44

Parassiti. Commedia in tre atti

231584
Antona-Traversi, Camillo 2 occorrenze
  • 1900
  • Remo Sandron editore
  • Milano, Napoli, Palermo
  • teatro - commedia
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(abbassando la voce)

Pagina 154

(abbassando la voce)

Pagina 267

Manon

233423
Adami, Giuseppe 1 occorrenze
  • 1922
  • Edizioni Alpes
  • Milano
  • teatro - commedia
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(abbassando il tono della voce)

Pagina 81

Casa di bambola

236244
Ibsen, Eric 1 occorrenze
  • 1894
  • Maz Kantorowicz
  • Milano
  • teatro - commedia
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(abbassando la voce e guardando fissamente davanti a sè).

Pagina 69

Passa l'amore. Novelle

241446
Luigi Capuana 2 occorrenze
  • 1908
  • Fratelli Treves editori
  • Milano
  • verismo
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E lo zi' Pecoro sparava senza saper dove, tra il fumo, abbassando la testa a ogni fischio di palla. Ed ecco, dai fianchi, cannonate, fucilate! E uno sbandarsi improvviso: gente che scappa quasi impazzita, urli, bestemmie, uomini che cadono come mosche, e il leprino, sanguinante, che grida: - Zi' Croce, fratello mio, non mi abbandonate! Essere scampati vivi da quell'inferno gli era parso un miracolo. - Zi' Croce, fratello mio, non mi abbandonate! Il leprino aveva una palla nella coscia; e lo zi' Croce ora lo reggeva col braccio, ora lo prendeva su le spalle; così si erano trovati alla riva del Fiume Grande, tra una gran calca di fuggiaschi, con un immane ingombro di carri, di carrozze, di animali, e uomini, donne, vecchi, fanciulli, d'ogni condizione, tutti col terrore del massacro in viso, tutti con gli occhi rivolti verso Catania che bruciava e fumava sinistramente nella notte serena, lontano, quasi l'Etna, squarciati i suoi fianchi, riversasse sulla città fiumi di lava.

Pagina 195

- rispose il barone abbassando gli occhi. Don Emanuele tirò il cassetto del tavolino e presa una manciata di monete di rame, carlini, pezzi di sei grani e di due grani, contava: - uno, due, tre.... Sei tarì vi bastano? - Per due settimane. Prendetene nota. - Campate di vento! - esclamò don Emanuele, crollando compassionevolmente la testa. E mentre il barone ritirava con mano tremula i quattrini, prendendo una dopo l'altra le pilette dei tarì e mettendole in tasca, egli faceva quattro rapidi sgorbi sur un quadernetto dove si allineavano filze di cifre significanti altri e altri tari somministrati al barone durante la lite, e tutte le spese anticipate per lui, da riprendere assieme con gli onorari a lite vinta e finita. Questo, insomma, voleva dire che il procuratore legale era sicurissimo del buon esito di essa; ma voleva anche dire che quel povero vecchio gli ispirava profonda pietà, ridotto quasi a mendicare dalla cattiveria della moglie e dei figli. Moglie o figli si erano ribellati contro il barone appunto per quella lite, che durava da dieci anni, e nessuno poteva prevedere quando sarebbe terminata. Il marchese di Camutello, cugino del barone e suo avversario, prima gli aveva messo l'inferno in famiglia per mezzo del confessore della baronessa, facendole dipingere a nerissimi colori l'avvenire della casa poi aveva proposto, con lo stesso mezzo, una transazione. - Un'infamia! - diceva il barone. - Piuttosto farsi tagliare le mani, che sottoscrivere quell'attentato ai sacrosanti diritti della baronia di Fontane Asciutte e Cantorìa. Finchè campo io!... Ma dopo sei mesi di terribile lotta, un giorno, per le silenziose stanze del palazzo Zingàli erano risuonati urli di voci maschili, strilli di voci di donne che si udivano fin dalla via e facevano fermare la gente.

Pagina 86

Documenti umani

244190
Federico De Roberto 1 occorrenze
  • 1889
  • Fratelli Treves Editore
  • Milano
  • verismo
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Poi, abbassando lentamente le palpebre, con voce fievolissima, rispose: - Una volta.... fui molto amata.... - Ah! - Andrea! Perchè non mi guardi?... Che cosa ti ho detto?... Ti ho fatto male? Oh, non sei stato tu che l'hai voluto?... Andrea, io non ti conoscevo, allora!... Ne è passato del tempo!... Io sono vecchia; il torto è tuo, di esserti innamorato di una vecchia!... Ma ridi, parla, guardami una buona volta, in nome di Dio!... Egli restò a guardarla a lungo, muto, immobile. La baronessa non poteva sostenere la fissazione di quello sguardo. Due volte, tre volte, ella aveva fatto battere le palpebre sugli occhi stanchi, ma tutte le potenze dell'uomo parevano concentrate nella facoltà visiva. Poi, lentamente, egli avvicinò le labbra alla fronte di lei, vi depose un bacio lievissimo; e, chiudendole la bocca con la mano per impedire che ella nulla dicesse, uscì. Quella bocca era stata baciata! Quella fronte era stata baciata! Quelle mani erano state baciate! Quegli occhi avevano visto altri uomini in ginocchio dinanzi a quelle forme adorate! Dietro quella fronte, dei ricordi d'amore - di altri amori! - si svolgevano nell'istante preciso ch'egli metteva tutta l'anima nel parlarle dell'amore di lui! Quelle orecchie avevano sentite altre parole d'amore! Quelle labbra ne avevano pronunziate delle altre!... Ah! non era vero ch'ella fosse nata soltanto il giorno che era stata sua! Il passato esisteva, e fatale, irreparabile! Ah! ella aveva bene indovinato, prevedendo ch'egli sarebbe stato geloso del suo passato! Geloso egli lo era, e tanto più tormentosamente, quanto più inafferrabile era l'oggetto della sua gelosia. Disputarla ad un rivale presente, dare tutto il proprio sangue per conquistarla: che cosa sarebbe mai stato di fronte alla tortura del saperla stata già di altri, di non poterle cancellare dalla memoria il ricordo di altri? Egli non era più solo nel suo pensiero! Chi erano, quanti erano questi altri? Impossibile ancora saperlo; più presto egli si sarebbe fatta strappare la lingua, che chiederlo a qualcuno, che chiederlo a lei. Come infliggere alla donna idolatrata il tormento di rievocare una storia di pianto? Come sopportarne lui stesso il racconto? E perchè?... Noti od ignoti, i fantasmi inafferrabili di quegli uomini vagavano ancora intorno a lei; per le stanze, nel santuario suo, egli sentiva che la chiamavano: Costanza - come lui! che le parlavano di tu, come lui! Egli li vedeva, in attitudini familiari, avvicinarsi a lei! abbracciarla! baciarla!... Egli aveva paura di sedere dove quegli altri si erano seduti, di muoversi come gli altri si erano mossi, di parlare come avevano parlato. Con la sua sola presenza, egli contribuiva a ridestare più chiari, più netti, i ricordi di lei! E tra i ricordi del passato e le impressioni del presente un paragone doveva necessariamente determinarsi! L'amor suo infinito veniva dunque misurato, in ogni parola, in ogni gesto, in ogni bacio!... Dal posto dove se ne stava abbandonata, la baronessa lo attirava a sè; ma tutte le volte uno sforzo formidabile su sè stesso poteva soltanto deciderlo ad avvicinarsi a lei. Quando egli le si avvicinava, i fantasmi si frapponevano, glie la disputavano, lo afferravano con la loro gelida mano, facevano morire il suo bacio, scioglievano le sue braccia allacciate intorno alla vita di lei. E come più cresceva lo strazio dell'uomo dinanzi alla propria impotenza contro quella persecuzione, più lamentosa si faceva la voce della donna: - Andrea, tu non mi ami più!

Pagina 40

In Toscana e in Sicilia

245839
Giselda Fojanesi Rapisardi 1 occorrenze
  • 1914
  • Cav. Niccolò Giannotta, Editore
  • Catania
  • Verismo
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. - Eccellenza no - mi rispose, con un certo tremito nella voce e abbassando gli occhi. Dopo un breve silenzio riprese a dire, guardando il giovane che ormai era a molta distanza da noi: - Quello là è un bravo picciottu che lavora e guadagna bene. È poco tempo che è tornato da fare il soldato. Prima di partire dal paese, io non era ancor maritata, mi disse: - Sara, quando torno ci sposeremo. E se la buon'anima di mia madre non fosse morta, certamente l'avrei aspettato. Tornando, la prima cosa che pensò fu di cercar di me, e quando gli dissero che era maritata, jettò nu santiuni (disse una bestemmia). Dopo queste parole abbassò nuovamente gli occhi mentre il suo visetto rotondo era divenuto scarlatto. Poi soggiunse: - Meschino, mi conserva un po' di affezione; sa che son bisognosa, e ogni tanto viene a portarmi qualche cosuccia. Disse quest'ultima frase a reticenze e guardandomi come se avesse paura che io interpretassi malamente le sue parole, o cercasse d'indovinare l'effetto che mi avevano fatto. Il bambino principiò a piangere, a strillare in modo, che non ci lasciò più sentire quello che dicevamo. Seguitai la mia passeggiata, triste e commossa. Avevo letto più a fondo in quella povera anima, e vi avevo scoperta la vera causa dei suoi dolori. Pensavo a questo eterno romanzo del cuore, che si ritrova per tutto, in ogni classe sociale, dalla più alta alla infima, nella misera catapecchia e nello splendido palazzo, a questo amore che è sempre lo stesso, per diverse che siano le evenienze e l'ambiente in cui si svolge e respira, ma è lui, sempre lui che conduce gli avvenimenti più grandi come i più piccoli. In quell'istante mi sentii agghiacciare da un doloroso presentimento; mi voltai per rivedere ancora quell'infelice: si teneva il bimbo stretto stretto al seno e lo cullava per farlo acquietare. Senza spiegarmene la ragione, mi sentii gli occhi pieni di lagrime, ed il cuore gonfio di tristezza. Fu quella l'ultima volta che vidi la povera Sara.

Pagina 89

L'indomani

246319
Neera 1 occorrenze
  • 1889
  • Libreria editrice Galli
  • Milano
  • Verismo
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. - Senti - disse la signora Oldofredi prendendole le mani e abbassando la voce in ragione inversa dall'emozione crescente - facciamo un'altra supposizione. Mettiamo una donna, una giovane donna libera di sè, e mettiamo pure che ella incontri sulla sua via l'amore. - Dunque c'è. - Ma Dio! - gemette la signora Oldofredi con tutta l'anima negli occhi - c'è il desiderio, il sogno, l'illusione! C'è l'istante del delirio, c'è la febbre che fa dimenticare tutto, lo spasimo per cui il piacere rasenta il freddo della morte; ma poichè tutto ciò passa, poichè non resta nulla dei più sinceri trasporti, poichè gli amanti finiscono col diventare stranieri l'uno all'altro e incontrarsi senza che più nulla trasalisca del loro cuore nè dei loro sensi, bisogna rinnegare l'amore, bisogna dire l'amore non esiste! Credi a me... credi, credi. Colle mani strette nelle mani si guardarono in fondo all'anima, misurando le loro disperazioni; la madre violentata per non poter dire di più, la figlia temendo di indovinare troppo. - Allora - fece Marta, tergendosi la fronte quasi un sudore improvviso l'avesse bagnata - non c'è nulla. In quel momento si arrestò ascoltando. La stessa sensazione che l'aveva fatta trasalire il giorno prima nella casuccia dei due contadini, si rinnovava. Sentiva le sue viscere commoversi sotto un impulso di persona viva, colla strana rivelazione di un altro essere in se stessa. Sembrava una piccola mano che battesse contro il suo seno, una piccola mano che voleva dire: Aprimi, io sono l'amore e la verità. - Gli uomini - continuò la signora Oldofredi, presa nella foga vertiginosa delle proprie' parole - conoscono presto l'amore, lo valutano per quello che è e passano oltre, attratti dalla ambizione, dagli affari, della vita pubblica. Ma anche noi non possiamo vivere nella continua illusione dell'amore; per questo abbiamo la religione e la maternità. E ancora l'amore, ma l'amore che si trasforma; l'ideale risale al cielo, mentre la parte materiale di noi si anima e vive della nostra stessa carne... Marta non udiva, delle parole di sua madre, che il bisbiglio. Colle mani raccolte sul grembo, le palpebre socchiuse, il corpo abbandonato nei guanciali, aveva l'apparenza della più gran calma, ma un brivido la scuoteva internamente, un brivido e una puntura. Vedeva ancora quell'amplesso, quel bacio... come dubitarne, se tutto il suo essere ne era stato scosso, se all'improvvisa rivelazione aveva compreso, lei già donna, il mistero della virginità, quel mistero che è il segreto di Dio e che l'amore solo comunica agli uomini? Lievi lagrime brucianti sfuggivano dalle sue palpebre. - Marta! Marta! - Chiamava la mamma, curva su di lei, divinatrice amorosa della lotta che si combatteva nel di lei cuore. Marta, senza parlare, ripeteva fra sè: Sarà il raggio che sfolgora e muore, sarà l'illusione che passa, sarà il sogno, il delirio di un istante; pure esiste. Raggio che non scalda tutti i cuori, sogno che non rallegra tutte le notti... Ma intanto la piccola mano ripeteva con insistenza: Apri, io sono l'amore e la verità. E Marta rivedeva, in una specie di visione magnetica, la bella campagna estiva, gli alberi frondosi ramificanti sopra lo sfondo azzurro e un meschino insetto che tendeva i suoi fili d'argento. Spezzato un filo gettava l'altro, e un altro ancora e ancora, sempre avanti, la tela prendeva proporzioni gigantesche, i fili abbracciavano tutto il creato, salivano ad altezze vertiginose, toccavano il cielo. Era la vasta tela della vita umana, il lavoro ogni giorno rinnovato di chi soffre e combatte; il lavoro temerario che poggia nel vuoto guardando arditamente la luce; lo sforzo immane di milioni di esseri, intelligenze torturate, cuori spasimanti, schiavi in pena, tutti sorgenti dalle loro catene, tutti lanciando il loro filo d'argento al misterioso Ignoto. E i fili si spezzano, e la tela si strappa e la felicità dondola sempre sospesa all'impalpabile bava di un aracnide. Che importa? Tutto muore, tutto nasce, tutto cambia, tutto si rinnova, le tombe scoperchiate servono di culla, i cuori insanguinati e piangenti danno nuovo sangue e nuove lagrime alla vita. Avanti, coraggio! FINE.

Pagina 185

Il drago. Novelle, raccontini ed altri scritti per fanciulli

246676
Luigi Capuana 1 occorrenze
  • 1895
  • Enrico Voghera editore
  • Roma
  • Verismo
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— Per lo zucchero, — rispose Bice con un fil di voce, abbassando gli occhi. — Come, per lo zucchero? Nessuno dei due bambini rispondeva. La signora Elvira replicò la domanda e soggiunse: — Chi ve l'ha comprato? Non mi sona mai accorta che ne mancasse dal barattolo, — ella spiegò agli invitati.• — Non lo abbiamo nè comprato, nè sottratto, — balbettò Neo. — O dunque? Vi è piovuto dal cielo? — soggiunse la signora Elvira, che cominciava a sospettare qualche sconveniente monelleria del figliuolo. Bice, facile al pianto, aveva i lucciconi agli occhi; Neo restava lì muto, imbarazzato. Intervenne Maddalena che sapeva la cosa. Per un anno intero, Neo aveva bevuto senza zucchero affatto, e Bice con poco zucchero, il caffè e latte della colazione; e il croccante rappresentava trecento sessantacinque giorni di questo non piccolo sacrificio di gola per quella piacevole sorpresa alla mamma. La signora Elvira era commossa e gl' invitati pure. Bice e Neo si erano nascosti con le mani la faccia, quasi avessero fatto qualcosa di male. In quel momento la mamma perdonò facilmente al figlio tutte le cattiverie dell'annata. Peccato che poi egli ricominciasse peggio di prima!

Pagina 135