Bensì il progresso della cultura, le nuove costumanze e i cresciuti bisogni della vita esigono che queste corporazioni vengano adattate alle condizioni presenti»). Oggi che le corporazioni si riaffacciano col loro vecchio nome nel movimento sociale e vi vengono propagate, quasicché fossero riesumazione nuova dello statuto del Carnaro, i cristiano—sociali non hanno che da ricordare Vogelsang e De Mun, per scegliere tra i molti e rileggere le tesi dell’Unione di Friburgo (l’internazionale scientifica dei cattolici raccoltasi ogni anno a Friburgo dal 1884 in qua) una delle quali tesi dice: «Il regime corporativo è il modo di organizzazione sociale che ha per base l’aggruppamento degli uomini dietro la comunanza dei loro interessi naturali e delle loro funzioni sociali e per coronamento necessario la rappresentanza pubblica e distinta di questi differenti organismi». Queste citazioni, questi ricordi - continua l’oratore – vengono ravvivati per l’orientamento della generazione nuova; nel 1901 non ne avevamo bisogno, giacché si lavorava allora con entusiasmo e senza titubanza per la via segnata dal Pontefice. Il nostro compito di organizzare corporativamente o sindacalmente le masse operaie era chiarissimo. Ma al di là di questo compito, diremo, manuale e per uno studioso, ausiliare, non ne avevamo uno più diretto, più confacente alla nostra vocazione e che pur doveva servire ai progressi dello stesso mov1mento cristiano—sociale?
E se molti di noi ebbero per autorità, nell'educazione ricevuta, le loro credenze e pratiche religiose, viene poi spesso nella vita un periodo nel quale le energie interiori, male assoggettate e male adattate a quelle credenze, si sollevano e si ribellano, od almeno non offrono che una sottomissione parziale e difettosa. Tale è assai spesso il risultato della presente educazione religiosa, nei nostri collegi e nelle famiglie cattoliche, dei cui pochissimi effetti molti ignari si lamentano; la fede e la religione, non assimilate e non comprese, han l'aria di un giogo che si è impazienti di scuotere o che si porta di mala voglia.
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