Non coloro che gridano ogni cinque minuti viva l'Imperatore, per coonestare la prepotenza, hanno diritto di dirsi patrioti ed accusare noi d’irredentismo. Ma per l’Imperatore lavorano invece coloro che ne seguono le intenzioni, combattono i soverchiatori ed i nemici della giustizia e della pace nazionale. Codesti Meyer e Rohmeder vogliono fare anche della nostra provincia una Babele nazionale com’è la Boemia, vogliono entrare in casa nostra per portarci la guerra. Se il Governo assiste impassibile a tali agitazioni ne pagherà più tardi il fio, quando si troverà di fronte alla questione del Volksbund, assurta a questione politica di primo ordine, la quale distruggerà la breve tregua conchiusa fra le nazioni per l’amministrazione della provincia. Passando al caso specifico di Roverè della Luna, descrive, fra l’ilarità generale, che cosa può diventare un disgraziato bambino del paese che frequentasse l’asilo tedesco, la scuola italiana, forse ancora qualche classe tedesca, poi la famiglia e la chiesa italiana. Dimostra del resto l’impossibilità che i ragazzi imparino il tedesco in tal modo e legge in proposito la testimonianza delle Stimmen in cui si dice chiaro che il Volksbund butta via i denari. Ma agli aizzatori poco importa il vero interesse del paese: essi vogliono la guerra fino allo sterminio degli italiani, come hanno fatto dire al Tait nella serata di Innsbruck. A questo punto ripassa il corteo con la bandiera. L’oratore fa notare all’assemblea che a forza di gridare sono cresciuti da sei a cinque! Costoro, dice, fanno come si legge di san Pietro nel Passio odierno: egli negò ostinatamente d’esser discepolo di Cristo, finché un presente gli osservò che bastava sentirlo parlare per capire dal linguaggio ch’era galileo. Ma Pietro negava senza tregua ancora. Così fanno coloro che urlano in italiano di non essere italiani. Speriamo che il Signore rivolga loro un’occhiata di misericordia. L’oratore descrive ancora come sia organizzato il Volksbund, come gli ispiratori vi sorprendano la fede dei buoni, usando dei denari raccolti a corrompere la nostra gente ed a fabbricare nei nostri paesi palazzotti di prevaricatori e prepotenti. Cita giornali tedeschi che hanno messo in dubbio il patriottismo austriaco dei germanizzatori e finisce con una calda perorazione invitando ad opporsi alla germanizzazione in nome della pace e del progresso, in nome dei sentimenti religiosi (ricorda qui il caso di Sant’Egidio nella Carinzia), forti d’aver dato a Cesare quel che è di Cesare ed in nome dei più sacri diritti della natura. Rammenta che la furia nazionale, una volta discatenata, non risparmia nemmeno i luoghi più sacri, come avvenne a Dux, dove s’impegnò una feroce lotta tra slavi e tedeschi, per le scritte funebri, persino sulle tombe dei propri morti. Anche dal vostro cimitero, dai tumuli dei vostri cari parte oggi una parola ammonitrice. Chiude invitando ad esprimere il consenso generale alle idee da lui propugnate col gridare: Viva Roverè nazionale nella pace e nella concordia. Un’evviva generale si sprigionò da tutti i petti.
Non vengano quindi in tempo elettorale a fare un antimilitarismo a fuoco di bangala e ad accusare i popolari. Questi hanno in tal riguardo un programma molto chiaro: ogni volta che un voto negativo possa raggiungere un risultato od in ogni caso anche in cui l’espressione del volere contrario possa essere utile, i popolari voteranno contro aumenti ed aggravi militari. Può però anche intervenire il caso di un proprietario il quale di fronte alla richiesta, non voglia vendere il suo campo, ma che infine lo venda egualmente, perché sa che là deve passare la costruenda ferrovia. La legge di espropriazione è inesorabile e la ferrovia passerà lo stesso. In tali casi il proprietario vedrà di vendere al più caro prezzo possibile il suo possedimento. Ma si può dire per questo che egli favorisca la costruzione della ferrovia o addirittura spinga il convoglio? Ben altri, come abbiamo visto, sono i motori di questo treno, e non nel campo nostro vanno ricercati i macchinisti.
Se l’«Internazionale» accusa i cattolici, deve condannare anche i socialisti, se assolve questi, non può accusare i primi. I socialisti trentini non hanno diritto oggi di riesumare Carlo Marx, fondatore dell’Internazionale, per rifarsi una verginità innanzi alla guerra e di richiamarsi a quella internazionale che fece all’atto pratico completo fallimento. In quanto ai preti bisogna distinguere un atto di culto, qual’è quello della benedizione delle bandiere, dall’eccitamento all’odio e alla guerra. Chi ha scritto pagine più feroci contro il nemico di Hervé? E di contro a questi fatti quali atti di propaganda pacifista sanno i socialisti apporre che equivalgano agli appelli, alle proposte, alle iniziative del capo della Chiesa cattolica? E qui si potrebbero ricordare tutti gli atti pontifici in favore della pace. Già nel settembre 1914 Benedetto XV scriveva: «Bastino le rovine che già sono state prodotte, basti il sangue che è già stato sparso; si affrettino dunque ad accogliere nell’anima sentimenti di pace...». Tali appelli il papa ripeté al 1° novembre e nel Natale dei 1914 esclamava: «Deh cadano al suolo le armi fratricide, cadano alfine queste armi troppo macchiate di sangue: e le mani di coloro che hanno dovuto impugnarle tomino ai lavori dell’industria e del commercio, tornino alle opere della civiltà e della pace!». E qual grido fu più commovente, quale appello più forte di quello che il papa dirigeva ai potenti nel primo anniversario della guerra? Rievocate quelle parole che noi, profughi o combattenti per forza, per una causa straniera, leggemmo allora piangendo. «Nel nome Santo di Dio, nel nome del celeste nostro Padre e Signore, per il sangue benedetto di Gesù, prezzo dell’umano riscatto, scongiuriamo voi, che la Divina Provvidenza ha posto al governo delle nazioni belligeranti, a porre termine finalmente a questa orrenda carneficina che ormai da un anno disonora l’Europa... Voi portate innanzi a Dio ed innanzi agli uomini la tremenda responsabilità della pace e della guerra: ascoltate la nostra preghiera, la paterna voce del vicario dell’eterno e supremo giudice, al quale dovrete render conto…». Questo scongiuro fece tale impressione che l’Austria ne proibì la ristampa nel «Bollettino diocesano». I socialisti allora, dall’Avanti all’Arbeiter Zeitung, riproducevano il documento a caratteri di scatola. Ora vorrebbero che tutto ciò fosse dimenticato. Il mondo dovrebbe affidarsi per l’avvenire unicamente alla nuova internazionale che Lenin sta ricostruendo col ferro e col fuoco. Quale è il mezzo con cui essi vorrebbero distruggere il militarismo se non con un altro militarismo alla Trotzky o alla Bela Kun? La dittatura del proletariato, la guerra civile, la violenza insomma dovrà trionfare delle vecchie violenze? Non la lotta di classe, spinta fino alle sue ultime conseguenze, può bandire le guerre future, ma la riorganizzazione della società in base ad una rinnovata coscienza cristiana. La fratellanza di Cristo e solo questa ha la forza di attuare la prima. L’oratore termina applauditissimo ricordando la statua del Redentore che domina la scalea del palazzo della pace all’«Aia», posta come sulla soglia del nuovo mondo che deve venire.
Quindi o oggi sono libero di volere re il Principe di Caserta, o ieri non erano liberi i siciliani a chiamare dal Piemonte Vittorio Emanuele; o oggi il governo non si può opporre ad ogni libera manifestazione dei cittadini contraria alla dinastia, o ieri non si dovevano accusare di tiranni i governi che reprimevano i moti rivoluzionari. Se infine si oppone che un governo può demeritare la fiducia dei liberi cittadini, certo che anche il Sabaudo l'ha demeritata, io dico, che in ogni governo vi saranno i malcontenti, come gli affezionati, perciò o il mondo deve stare sempre in continue rivoluzioni, cosa contro il diritto di natura, o i cittadini non sono liberi di mutare i governi. Onde par si debba conchiudere che i plebisciti e le votazioni non hanno il diritto di mutar governi, e ordinamenti di stato; quindi non giustificò la violenta usurpazione di Roma il plebiscito del 2 ottobre 1870, anche che fosse stato unanime come i liberali vogliono dimostrare.
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Non possiamo oggi accusare gli uomini della democrazia e del liberalismo delle responsabilità politiche della guerra in Italia, non abbiamo ancora tutti gli elementi per una rielaborazione storica e morale; nessuno volle fare un torto al suo paese, però abbiamo elementi per poter dire che nessuno o quasi in Italia, del partito o dei partiti dirigenti e responsabili, ebbe una visione della realtà durante il periodo della neutralità; certo nessuno valutò la posizione politica, economica e militare dell'Italia, per prepararne sufficientemente gli avvenimenti; il patto di Londra fu la risultante del passato, non fu un patto di antiveggenza per l'avvenire. Non faccio una colpa a nessuno se gli avvenimenti giganteschi sorpresero gli uomini, tutti gli uomini e non solo gl'italiani. Solo rilevo la parte diretta pensata e voluta dai nostri dirigenti, cioè l'indirizzo politico di prima e di durante la guerra, che culminò nella politica adriatica e che determinò la crisi di tutta la nostra politica della ricostruzione e della pace. Alcuni credono colpevoli Salandra e Sonnino prima e Orlando dopo; e certo questi sono gli esponenti e i responsabili; ma invano cerco negli atti parlamentari dal 1914 al 1919 uno solo che avesse portato alla tribuna parlamentare un pensiero, una linea politica, una concezione organica da poter contrapporre al governo del tempo e da poter guidare il paese smarrito e disorientato. È vero: Giolitti il neutralista fu messo a tacere, e forse il suo silenzio fu più meritevole della sua parola; ma quando parlò, riportato per consenso generale al potere, molto era compromesso e molto egli compromise: fu più un liquidatore che un animatore.
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