Solo qualcuno fece lo scandolizzato, accusandoci con una parola sciocca – austriacantismo - di volere quasi una specie di restaurazione legittimista; qualche altro, specie tra i giornalisti delle vecchie provincie d’Italia, giudicando poco favorevole per noi la congiuntura elettorale, pur approvando, esprimeva le meraviglie che fossimo proprio noi a chiedere l’appello al popolo e il rinnovamento degli istituti democratici locali. Gli uni e gli altri ignorano, pare, il nostro programma politico che non è di oggi né di ieri. La democrazia cristiana è sempre stata avversaria dell’unità meccanica degli stati moderni, di questi artefatti colossi politici, in cui non esistono che milioni di atomi di fronte ad un governo centrale e ad una rigida uniformità amministrativa; unità meccaniche, diceva il nostro grande maestro, Giuseppe Toniolo «di continuo minacciate da pletora al capo e da paralisi agli arti», ed ha sempre propugnato invece «gli stati come unità organiche, cioè stati risultanti dal coordinamento di vari circoli concentrici di vita autonoma comunale, provinciale, regionale in una vasta unità nazionale politica». È assurdo che si tenti di creare qui un contrasto fra trentinismo e italianismo. Lo Stato è come un organismo umano e trae la sua vitalità dalle sue cellule elementari. Provvediamo a che queste cellule siano sane, e si riempiano di energia animatrice, ed avremo dato il più cospicuo tributo ai progressi della nazione. Attingiamo anche qui del resto alle fonti più pure della nostra storia. Le nostre vicinie, i nostri municipi, le nostre comunità, che cosa furono se non i gangli più vivi e resistenti del nostro organismo di fronte alla prepotenza assorbente del dominio straniero e questi gangli a che cosa ci ricongiungono se non alle fulgide tradizioni dei comuni italiani che irradiarono tanta civiltà nel mondo? (applausi fragorosi) Non abbiate quindi paura, voi che vi chiamate progressisti e siete pur così pudibondi conservatori, in un momento in cui altri parla di costituente e altri ancora organizza un supremo sforzo per conquistare la dittatura, di proclamare alto il diritto alle nostre libertà e di rivendicare le nostre autonomie. Non ci parlate semplicemente di decentramento amministrativo, cosa desiderabilissima anche questa, ma cosa vale un decentramento delle istanze burocratiche, se non vi è unito un proprio e fondamentale decentramento dei poteri? Per concludere: nessuna meraviglia perciò che i popolari abbiano issato per i primi, in quest’ora storica per il nostro paese, la bandiera delle rivendicazioni democratiche: era nel loro programma, e solo ci è grande conforto che questo corrisponda così bene all’esigenze psicologiche e agl’interessi più urgenti del nostro paese a questa svolta della sua storia. Aggiungeremo di più. Poiché il programma autonomista, sostanziato di postulati concreti, lanciato in mezzo alla nazione, ove, come abbiamo visto, raccoglie il suffragio delle energie più sane e capaci di rinnovare l’Italia, è programma di dignità e di fierezza, esso contiene anche una forza educativa del costume politico. Solo se salverà le sue autonomie, il Trentino e i trentini avranno politicamente una personalità propria e poiché saranno forti di una maggiore libertà e di una maggiore sicurezza dei loro diritti potranno dimostrare agli altri con qual virtù si possa servire la patria, quando si e forti di una forza propria (applausi). Rifacciamoci ora di nuovo al momento della nostra liberazione politica. Con quale ansia, amici miei, abbiamo atteso la grande giornata! Quando venne finalmente, le aspre lotte per la nostra esistenza nazionale, il diuturno contrasto per dimostrare la legittimità delle nostre aspirazioni, avevano inciso nelle nostre menti un concetto altissimo di quello ch’è per l’individuo la nazione e di quanto dovesse valutarsi per noi il ricongiungimento colla madre patria. Il fatto che s’invocava non era il cambiamento di dogana, il mutamento di governo: era a traverso l’unione politica, l'unione morale colla nostra nazione. Quest’unione morale abbiamo quindi esaltato perché ci chiama ad un sentimento comune di grandezza, ci fa partecipi di un patrimonio glorioso del passato, ci associa alle conquiste civili dell’avvenire e, facendo di ciascuno di noi un figlio della grande nazione italiana, irradia su noi una luce nuova che eleva il nostro spirito e moltiplica i nostri impulsi di progresso. Nessun pericolo quindi per noi di svalutare l’opera di unificazione nazionale.
Dobbiamo poi ricordare a voi che questi uomini, fatta alcuna eccezione, avversarono sempre, o più specialmente negli ultimi anni, ogni libera iniziativa dei giovani, impedirono ogni nostro sforzo diretto a dare ai cattolici una rinnovata coscienza politica, spezzarono, in odio a noi, le organizzazioni che eravamo riusciti ad occupare, vollero deliberatamente un periodo, di anarchia, per annodare i loro complotti ed hanno spesso dimenticato per sé, la facoltà di agire vendendo noi giovani ad ire possenti e tenaci di pochi, mentendo a sé stessi per metterci in mala vista, ed accusandoci di un programma che non avevamo, per poter più liberamente sfruttare il nostro, sin dove ad essi facesse comodo. E in noi, o di proposito o per vile spirito di opportunità, si volle appunto combattere una nuova politica, sinceramente democratica e liberatrice.
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