Vocabolario dinamico dell'Italiano Moderno

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Risultati per: abbi

Numero di risultati: 78 in 2 pagine

  • Pagina 1 di 2

Come devo comportarmi?

171848
Anna Vertua Gentile 2 occorrenze
  • 1901
  • Ulrico Hoepli
  • Milano
  • paraletteratura-galateo
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È un dovere, per la moglie, quello di parlare sempre urbanamente con il marito, non dimenticando mai le amabili formalità del scusa ti prego abbi la compiacenza, grazie, che cambiano il comando in preghiera e compensano con l'espressione della gratitudine. Ma, per amor di Dio, non si ecceda; non si cada nelle sdolcinature, che urtano, come offese alla dignità. Chi mai non proverebbe disgusto a sentirsi dire :Angelo mio Cuore mioTesoro Benedetto Amore bello!» Non è un frasario che stizzisce e fa stomaco?

Pagina 19

Abbi fiducia in te stesso; accetta il posto che ti diedero la divina provvidenza, la società de' tuoi contemporanei, il concorso degli avvenimenti. Gli uomini saggi hanno sempre fatto cosi. Fa il tuo dovere di marito e di padre, sempre. Lagnarsi d'aver compiuto il proprio dovere è supporre che fosse stato meglio trascurarlo o tradirlo. Non indebolire la tua energia con vane aspirazioni, con snervanti illusioni. Ricorda, che la gioia sta solo in ciò che si sente; e gli uomini inuggiti dal piacere, non sentono più; la sazietà toglie all'anima l'appetito. La facolta della gioia è concessa solo a chi gioisce di rado. Come l'oro in Australia, la gioia si trova sparsa senza regola nè legge; qualche volta in fine polvere; di rado in grandi masse. Ricorda, che al di sopra della bontà, della prudenza, della moderazione, dello stesso amore, vi ha l'idea suprema, che sola può far fronte al dolore e alle disgrazie. Avrai bisogno di virtù per gli altri; per te stesso hai bisogno del sentimento religioso. Il malcontento, incresciosità, il fastidio, sono una mancanza di fiducia in sè stessi, sono malattie della volontà. Dice Emerson: «La sola cosa seria e potente in natura è la volontà. La società è servile perchè manca di volontà.» Dice un pensatore moderno: «Senza la fede in noi stessi, nelle promesse della scienza e della patria, nei sorrisi dell'arte, nella lotta contro il dolore e le sciagure umane, si cade nell' inerzia contemplativa, nella ripugnanza a la fatica, al pensiero; nella rassegnazione passiva e convinta a la violenza o al dominio altrui. «Le anime libere che sanno fissare il vero, non si logorano, non si sfibrano nel fervore della battaglia di ogni giorno, in questo eterno dramma dell'esistenza; non depongono tristamente le armi, nè si ritirano smarrite e ferite per sempre.»

Pagina 53

Il successo nella vita. Galateo moderno.

177943
Brelich dall'Asta, Mario 3 occorrenze
  • 1931
  • Palladis
  • Milano
  • Paraletteratura - Galatei
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Prima che si coppi abbi avvertenza di dir sempre in quante carte vuoi dare; e qualora tu voglia in progresso cambiar data, devi sempre chiederne permesso agli altri giuocatori, altrimenti ti faranno pagare la partita semplice. 5. Nel distribuirne le carte bada bene di non dar giuoco fallo, cioè una carta di più o di meno di quella che dar dovevi, perchè in tal caso ti farò pagare la partita, come la pagherò io, quando, coppando, andrò a vedere la carta che resta in fondo del mazzo coppato, se pur questo vizio non mi sarà passato per buono da tutta l'assemblea con cui giuoco, la quale ami praticare il simile. E' però inciviltà. 6. Prima di dare le carte dirai ancora ai compagni tuoi se giuocasi la rola, il marcio, quanti punti richiedansi per essere di smarcio; se avendo o il Folle o lo Scarto; o lo Scarto ed il Folle, si perde la partita rola, ecc., secondo si vuol giuocare a questo o a quell'altro giuoco. Tutto questo si deve conchiudere chiaramente prima di dar le carte, come pure di quanto si giuochi la partita semplice, qualunque sia il giuoco che facciasi. 7. Se darai o t'accorgerai d'aver dato giuoco fallo prima che abbi scartato, sarà bene che tu lo dica subito, perchè così non perderai la mano. 8. Debbo pur avvisarti che quando ti si porgono le carte a coppare, tu puoi, se ti piace, tralasciar di coppare; anzi per trattare civilmente, qualora vedessi che il tuo compagno sotto la tua coppa non avesse mai un giuoco di vaglia, farai bene una qualche volta a tralasciar di coppare, o far coppare da un altro. 9. Date le carte, non si deve nè parlare, nè guardare il giuoco d'altri, nè far segno nè cenno di sorta, massime se si giuoca tra più persone. Così si eviteranno parecchi litigi, e non si correrà il rischio di soggiacere ad alcuna penale. Chi parla o fa segni, pregiudica qualche volta sè stesso come gli altri. 10. Baderai pur bene di non dare le carte quando non ti spetti, e succedendoti, cesserai di dare al primo avviso che ti venga fatto, e rimetterai il mazzo a chi di ragione: così non soggiacerai ad alcuna penale, salvo che tu sia solito farlo per abuso o malizia. Se poi le carte fossero già date, e lo scarto fatto, saranno le medesime carte ben date, e tu che le desti pagherai il giro a suo turno come se non vi fosse stato sbaglio. Chi è stato saltato abbiasi il danno in pena della sua disattenzione. 11. Nel giuoco la parola vale tutto, così bisogna andar guardingo nel dire a monte, come usasi comunemente, e quando si è detto, bisogna adattarsi al danno che ne consegue. 12. Sta pur attento a non giuocare la carta, quando non ti tocca: e succedendoti, ritirerai subito la tua carta, se giuocasi in due persone; se in più, avrai pazienza e pagherai ciò che l'uso o l'accordo avrà stabilito. Studia pur bene prima di giuocare la tua carta, perchè, giuocata, non potrai più ritirarla. 13. Tu sarai sempre padrone di contare i tuoi punti, ma non quelli degli altri, cosicchè devi stare sempre attento alle carte non giuocate; da questa attenzione dipende mole volte il buon esito del giuoco. 14. Se dirai: ho scartato e poi volessi cambiare lo scarto, non potrai più, ancorchè t'accorgerai aver fatto errore; ed a questo proposito ritieni bene in mente che non si possono scartare gli onori, cioè nè il Re, nè l'Angelo, nè il Folle, nè il Bagatto, salvo che il Bagatto sia solo, senza il Folle ancora si potrà scartare, ma in un sol caso, cioè, quando si sia certo di far rola. In molti giuochi però, come a permesso, si potrà il Folle dar via quando torni in acconcio, cambiandolo in un'altra carta. 15. Se a bella posta o per inavvertenza rinnegherai, cioè non risponderai di quella sequenza o pallio che giocasi, avendone, sarai obbligato a pagare ai compagni la partita semplice, eccettochè le carte siano ancora in tavola da coprire; ed in tal caso chi ha giuocato il prima lascierà la sua carta, chi ha rinnegato la cambierà, e tutti gli altri appresso saranno ancora padroni di cambiarla. 16. Ti guarderai pur sempre dal prendere punti al tuo compagno, perchè se sarai colto sul fatto, pagherai, ancorchè avessi guadagnato. Farai dunque benissimo ad osservare che ciò non si faccia da altri con tuo danno.

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Pagina 416

Abbi rispetto alla sventura in tutti coloro che ne soffrono gli strali, se anche non giacciono in assoluta indigenza, se anche non ti dimandino alcun aiuto. Pellico, Doveri degli uomini. I grandi uomini sono figli delle sciagure e di un'avversa fortuna. La sorte lieta ed opulenta fa gli uomin dappoco. O Colecchi. Non ha l'animo gagliardo quell'uomo il quale non ha fatto sperienza di molti avversi casi. Gozzi. Molte sventure ci cadono addosso senza nostra colpa, ma noi possiamo moltissimo contro di esse colla forza d'animo e colla prudenza. Mantegazza, Il bene e il male. Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente. Leopardi. La sventura è un dono divino: ella affina gli spiriti, e rinforza gli animi degni di portarla. Gioberti.

Pagina 430

Le belle maniere

180183
Francesca Fiorentina 2 occorrenze
  • 1918
  • Libreria editrice internazionale
  • Torino
  • paraletteratura-galateo
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Abbi confidenza in lei, perchè tu sei ancora inesperta, avvicínati a lei con fiducia, áprile il tuo cuore, perch'ella possa leggervi fino in fondo, esprimile i buoni pensieri, chiedile, nel dubbio, un consiglio, nella tristezza - se tuo malgrado t'assale - un conforto. Certe persone, a volte, ci sembrano tanto lontane da noi, appunto perchè non tentiamo d'avvicinarle. Quante educande hanno la biasimevole abitudine di fare a tutti - magari alle domestiche dell'Istituto - le proprie confidenze, eccetto che a'superiori! Questa diffidenza indispone l'animo anche della persona più bene intenzionata. Ma se è bene lasciare aperto il nostro cuore a chi, amandoci, ha il diritto di giudicarci, non è prudente dare in pasto il nostro intimo alla malsana curiosità de'più, che non hanno affetto nè discernimento per un retto criterio. Solo i tuoi superiori possono giudicarti, ma tu sii degna di loro. Se nutrirai affetto per loro, ti verrà spontaneo il rispetto. Tuttavia ricórdati d'alcuni ammonimenti semplici, ma necessari per dimostrare l'uno e l'altro di questi sentimenti.

Pagina 206

Ebbene, allora abbi il coraggio di confessare che hai fatto la beneficenza al tuo io, attirando sulla tua persona qualche sguardo benevolo, qualche lusinghiera approvazione; o ammetti con me che fa vera beneficenza chi sa nascondere le proprie azioni, i propri trionfi sotto un velo d'umiltà e di grazia modesta, chi dimentica completamente se stesso per gli altri, chi fa come il grano, il quale muore nel solco per far germogliare la spiga fecondatrice. Non ti lasciar tentare così presto dalla smania della popolarità, che offusca ogni più mite sentimento, soffoca ogni stimolo di pietà, sconvolge perfino la retta visione de'più semplici doveri. Questa della beneficenza malintesa è uno de' mezzi con cui più facilmente le giovinette si fanno avanti e ottengono il loro scopo di mettersi in vista. Anche tu hai mirato a questa piccola gloria fugace, a questo misero interesse personale e per essi hai dimenticato l'affetto de'tuoi genitori, a cui hai imposto de'sacrifizi, l'amicizia della tua Silvia, che ti sei lasciata indietro senza neppure metterla a parte delle tue intenzioni; ti sei permessa una sfilza di piccoli scatti nervosi, di sgarbi, di disubbidienze, d'inesattezze nel compimento d'altri doverucci; e tutto ciò hai mascherato sotto la falsa apparenza di bene. Ricórdati che"il bene non fa rumore e il rumore non fa bene"; che per far vera carità bisogna dar qualcosa di noi insieme col denaro, che il benefizio sincero è quello che s'appaga di se stesso e non cerca altro esteriore compenso, e neppure esige riconoscenza. La carità, quando è residuo di feste, giunge al povero già sfiaccata, dissanguata, e non dà calore nè gioia: per essere efficace, bisogna che zampilli viva dal cuore che la fa al cuore che la riceve. Bisogna anche, e sopratutto, che non sia somministrata alla cieca, con l'ignoranza assoluta delle necessità altrui, alle quali dev'essere adeguato il soccorso. E' sciocchezza il credere di far vera carità dando un soldo al primo che ci tende la mano. Sappiamo se ne ha veramente bisogno? Senza contare che spesso chi dà quel s oldo vuol liberarsi dal tedio e dall'aspetto della miseria, o vuol farsi vedere. Purtroppo c'è qualche mendicante il quale trova più comodo accattare che lavorare:fargli l'elemosina sarebbe favorire il vizio. Occorre visitare le abitazioni di quelli che si beneficano, accostare la miseria per soccorrerla, imitare Gesù che, per rendere la vista ai ciechi, li avvicinava e poneva loro sopra le mani. E quel che vuoi dare, Clara, da'in fretta; non indugiare, non tentennare, non mostrare scontento, non rinfacciare, non accennare a ricambio:da', insomma, con slancio e con allegrezza. Ma tienti a mente che la carità non si fa soltanto di pane. Giorno per giorno, ora per ora puoi compiere atti di beneficenza semplici e pur tanto efficaci! Una buona parola detta, una cattiva trattenuta, un'antipatia vinta, una piccola vanità soffocata, un'affettuosa accondiscendenza che ti costi un tantino, uno sforzo per star ferma quando proprio tutti i muscoli sobbalzano:ecco il vero bene che puoi fare, senza ostentazione, senza secondi fini. Non cercar tanto lontano, però, non perder tempo nell'aspettare un'occasione d'esser utile, che non si presenta perchè troppo rara; non ti protendere verso la miseria ignota, quando puoi chinarti verso quella conosciuta e vicina; non sentir pietà soltanto del complesso de' "poveri", se ti mostri scontrosa e indifferente con quelli di cui conosci i bisogni; non correre da un estraneo malato, se poi ti rifiuti d'aiutare la domestica sofferente; non visitare l'ospedale soltanto per una frivola curiosità, ma per impulso del cuore che ti detta una parola di conforto per una povera madre condannata alla morte, ti trattiene presso un bimbo che ha il piccolo corpo ingessato, ti dà forza per assistere all'agonia d'una giovinetta a cui mancano le cure materne. Per tendere la mano non hai bisogno d'allungar troppo il braccio. Sii buona soprattutto, veramente buona di quella bontà che avvicina a Dio, perchè è imitazione di Lui che si manifestò agli uomini per mezzo del Cristo:allora la tua bontà sarà una corona ininterrotta di piccole, utili, schiette beneficenze, liete anche nel sacrifizio; sarà, occorrendo, l'immolazione di tutto il tuo essere per il prossimo, meritevole e immeritevole. Non è un ideale divino?

Pagina 226

Si fa non si fa. Le regole del galateo 2.0

180547
Barbara Ronchi della Rocca 1 occorrenze
  • 2013
  • Vallardi
  • Milano
  • paraletteratura-galateo
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Chi non fuma, fa benissimo a porre dei limiti («Abbi pazienza, non mi va che fumi in camera da letto»), ma si astenga dal fare prediche salutiste. Anche in caso di altri «vizi», l'ospitalità è sacra solo fino a un certo punto, quindi possiamo benissimo dire: «Per favore, non portare questa roba a casa mia, non mi va». Se si tratta di persone civili, rinunceranno. Se non lo sono, meglio che se ne vadano: noi non ci offenderemo!

Pagina 124

Il tesoro

181960
Vanna Piccini 1 occorrenze
  • 1951
  • Cavallotti editori
  • Milano
  • paraletteratura-galateo
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E tu, uomo, abbi pei difetti di tua moglie un po' d'indulgenza, e amala tanto. Ti sarà così meno difficile sopportare quei difetti, e chi sa, forse finirai per non soffrirne più. Più sarai indulgente e disposto alle concessioni verso tua moglie, in tutto ciò che non cede realmente la dignità dell'uno o dell'altro, più le sacrificherai un po' delle tue abitudini occupandoti di lei, accettando le sue predilezioni, e più acquisterai influenza nell'animo di lei. Ella sarà meglio disposta a darti retta in qualche circostanza più grave, se dovrà convenire che non sei nè prepotente nè contraddicente per carattere nelle piccole cose. La compiacenza giornaliera si può considerare come una moneta spicciola, in cambio della quale possiamo talvolta pretendere una grossa moneta d'oro.

Pagina 616

L'angelo in famiglia

182902
Albini Crosta Maddalena 2 occorrenze
  • 1883
  • P. Clerc, Librajo Editore
  • Milano
  • paraletteratura-galateo
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Ma è tempo perduto il mio a ragionarti della brutta figura che è la bugìa, mentre tu come me cordialmente l'abborri; ma siccome nel mondo tutto si sostiene con essa, incominciando da quelli che ti promettono la felicità per mezzo della colpa, fino a coloro che con un libro apparentemente morale tentano rovinarti nella mente e nel cuore, sento il dovere di prevenirti, affinchè attratta dal mal esempio non abbi tu pure un giorno a seguirne la scuola. Oh! la sincerità, quanto è bella, attraente la sincerità! Benchè sfornita di ogni vantaggio materiale, io la preferisco a tutti i vantaggi materiali aggruppati intorno alla bugìa! Tu vai in campagna. Da una parte vi ha un superbo castello, dall'altra una povera capanna: in quello molta gente raunata sbuffa e strepita in fare preparativi per un pranzo diplomatico, dove con squisite vivande gireranno i più lusinghieri parlari, i quali lasceranno, come hanno trovato, affatto affatto estraneo il cuore; in quella la moglie del fattore apparecchia un povero desco che guernisce di una ciotola di latte, di un pezzo di cacio, mentre il marito posto il ginocchio sulla predella del camino volta col matterello la polenta, operazione ch'egli riserba a sè soltanto nei giorni solenni: poi la donna corre sulla porta di casa, ti chiama ad alta voce, e non dicendoti neppur una di quelle parole che esprimono la gioja del riceverti presso di sè, te la mostra nel suo sorriso, nel suo sguardo e perfino nel suo imbarazzo. E perchè preferisci la capanna al castello, il desco povero al sontuoso pranzo, i poveri contadini ai ricchi cavalieri? Oh! bella! perchè in quelli vi è la sincerità; in questi, soltanto l'apparenza, e l'apparenza quando è fallace, ti è antipatica, odiosa... Per carità, non rifinisco di raccomandartelo, abbi tolleranza cogli altri, ma non ne avere un briciolo solo per te, poichè non andrebbe molto te n'avresti a pentire; e dall'aver tradito la verità in cosa di poco momento, passeresti poi a violarla in cosa di maggior rilievo. Ma io voleva finire il mio discorso di jeri sulla tua acconciatura, e non avevo in mente che di parlarti della sincerità che deve presiedere in essa; invece, il piacere di occuparmi del tuo bene mi ha strappato le parole dalla bocca, anzi dal cuore, e ho detto più di quanto volevo, o a dir meglio più di quanto credevo. La sincerità è sorella gemella della semplicità, sua indivisibile compagna, e molte volte l'una è così compenetrata coll'altra che riesce malagevole distinguerle, ed impossibile separarle. Il Signore ci ha messe al mondo, belle o brutte, grasse o magre, grandi o piccole, come gli è piaciuto, e com' era meglio per noi, ed è stoltezza pretendere di mutare l'opera sua, o comecchessia alterarla. È quindi stoltezza valersi di rigonfiamenti, di colori, di mezzi che bene spesso nulla giovano al nostro esteriore e danneggiano il nostro interno, e diretti ad ingannare gli altri, ingannano poi noi medesime. Quanto all'arte di dipingersi la pelle, ricordo quella stupenda apostrofe che ai suoi tempi lanciava S. Girolamo contro quelle dame che si colorivano il volto: Come mai, diceva egli, riconoscerà Iddio quella figura che gli apparisce sì diversa da quella ch'egli ha creato, e sulla quale non saprebbe scorrere una lagrima di pentimento senza segnare un solo nella vernice che la ricopre? Oh! sia semplice e sincero il tuo vestire, il tuo acconciarti; preferisci a tutti i cosmetici acqua pura e fresca; in essa è una virtù potente a conservare alla pelle la sua freschezza, e se il non giovarti di quelli ti priva dei vantaggi che essi promettono (e mantengono raramente) l'apparire schiettamente quella che sei te ne darà dei molto maggiori. Vi hanno talora dei matrimonj combinati e conclusi soprattutto da un certo fanatismo pei vantaggi esteriori, per l'esteriore bellezza: queste damine, viste davvicino, appariscono differenti da quello che apparivano in distanza, non diversamente della roba messa in mostra nelle vetrine; bella da lungi, scadente osservata dappresso. Menomata la causa del fanatismo, ne sono menomati gli effetti; l'età si avanza, e gli anni si portano via quel resto di bellezza che era rimasta; il marito ritorna tardi alle mura domestiche; in esse non più la serenità e la pace, ma regna la discordia se non svelata, però coperta e bugiarda essa pure come le apparenze fatali di quella fatale bellezza! Oh! figliuola cara, la sincerità dell'anima tua si riveli al di fuori, trapeli nella tua condotta, nei tuoi atti, nel tuo vestire, ed ognuno, esaminando la buccia che circonda la tua gentile persona, ne intuisca la interiore virtù, che appunto per non mentire, ti studierai di perfezionare sempre maggiormente, per renderla più assoluta e più vera. Adornati pure, ove lo richiegga il caso; ma fra gli ornamenti scegli i più semplici, e quindi i più gentili. Fra le tue trecce e sul tuo servo, in un dì di comparsa, spiccherà assai meglio un fiore come lo ha dato natura, di un giojello od un fino e ricercato lavoro; e una mussolina fresca porrà meglio in risalto i tuoi verd'anni di una stoffa di gran pregio. Se t'imbianchi il viso, non si vedrà quando t'arrossi, ed una damigella che non arrossisce perde ogni suo prestigio: e se tingi le gote, il tuo non sarà creduto rossore, ma... carmino: In non so quale raccolta di freddure, ho trovato le due che ti riferisco: queste ti convinceranno se non altro che anche il mondo, per così dire, mondano, non approva i mezzi ch'egli stesso suggerisce ed adopera, e questo fia suggel ch'ogni uomo sganni. Una signora con tanta cipria sul viso da parere una braciola infarinata, si scontrò con un suo conoscente, il quale, simulando un torso agitato, le chiese:Signora, andate a farvi friggere? - Un'altra volta in una società alcuni bontemponi si proposero di fare uno scherzo, ed all'uopo invitarono gli amici colle loro signore e colle loro figlie ad un'accademia dove si sarebbero dati alcuni esperimenti fisici. Alla fine della serata uscendo dalla sala piuttosto scura dell'accademia, si dovevano attraversare parecchie altre sale ben illuminate. Molte dame e damigelle furono viste in allora col viso rigato e chiazzato di violaceo, e i bontemponi ne risero sguajatamente per non so quanto tempo. Oh! nè tu, nè io, lo spero, vorremo esporci al rischio 33 che i preparati chimici decompongano la tinta artificiale della nostra pelle; ma sicure e contente seguiremo il numero di coloro che col viso pallido o colorito, bianco o bruno, come gliel'aveva dato natura, uscirono da quel luogo come vi erano entrate. E poi, dimmi, che valore ha la bellezza, che una malattia, che gli anni bastano a deturpare od a rapire? Sentiamo la risposta non da un prete, non da un moralista, ma dallo stesso Gian Giacomo Rousseau. Un suo amico venne a lui un giorno e gli partecipò le sue imminenti nozze con una bellissima giovane, ed il filosofo ginevrino colla penna che teneva nelle mani, quasi giocando segnò uno zero; indi chiese se la fanciulla avesse ingegno, ed avuta la risposta affermativa, giù un altro zero; e così di seguito dello spirito, del brio, della ricchezza e di tutti gli altri doni esteriori. Finalmente gli chiese se la giovane era buona e virtuosa; e lo sposo avendo detto di sì, egli mise un'unità avanti a tutti quegli zeri, dicendo all'amico che tutte quelle stupende qualità non erano che un ammasso di zeri, i quali prendevano valore unicamente dalla virtù interiore e dalla bontà del cuore. Credilo pure, figliuola, per quanto i libertini ed i miscredenti mettano in canzone la virtù e coloro che la praticano, dentro di sè però la lodano, l'apprezzano, e sono anzi i priori a condannare quei pregi che non hanno radice nell'anima, in quell'anima ch'essi si sforzano di negare, di avvilire, di contaminare. Abbi pure una cura conveniente della tua persona, ma non eccessiva, e soprattutto subordinata a quella che tu devi al tuo spirito intelligente, immortale, capace di buone azioni e nato alla virtù. Non ferir mai mai il pudore, quel fiore delicato che si appanna ed appassisce al più leggiero soffio meno puro; la cara modestia è la veste più splendida, l'ornamento più brillante di cui ti puoi circondare, e non esigere mai dai tuoi di casa un vestiario che ne sbilanci l'ordine o l'economia. Contentati di quello che ti vien dato; tutt'al più esterna con riserva e con sommessione il tuo desiderio, acconciandoti di buon grado a ricevere una negativa, quando non fosse conforme alle condizioni di famiglia od al pensiero della mamma la quale ne sa più di te. Se duri fatica ad accomodarti a quello, pensa ai poveretti che non hanno da coprirsi, e troverai molto di superfluo anche in quello che possiedi, e non vorrai di più.

Pagina 505

Clero, sia fra il popolo, i quali letta la tua opera stimarono che tu abbi perfettamente soddisfatto al proposito e di larghe lodi accumularono il tuo libro. Per la qual cosa, sebbene le gravissime e molteplici nostre cure non ci abbiano permesso finora di scorrere il libro da te offertoci, tuttavia questa comune sentenza di personaggi prudenti e probi non può a meno di conciliarti anche le nostre lodi, anzi di suscitare il desiderio che ti adoperi di restituire a chi te lo ha donato, il talento a te concesso per l'utilità del prossimo, accresciuto ancora con più fecondo frutto di scritti non dissimili, e ti guadagnerai così per sempre una più splendida corona di gloria. Implorando intanto larghissimo frutto spirituale a questo tuo lavoro, come auspice di esso e qual pegno della Nostra paterna benevolenza con tutto l'affetto, o Filia Diletta in Cristo, ti impartiamo l'Apostolica Benedizione. Dato in Roma presso San Pietro 13 Giugno 1881. Il quarto anno del nostro Pontificato. LEONE P. P. XIII.

Pagina I

Galateo ad uso dei giovietti

183999
Matteo Gatta 1 occorrenze
  • 1877
  • Paolo Carrara
  • Milano
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Ma abbi il riguardo di pigliarne uno alla volta, rifuggendo dal brutto esempio di coloro che non sanno leggere un giornale se non ne tengono innanzi uno o due come di riserva e di scorta. E nel dubbio che altri, com'è naturale se ne valga, ricorrono a puerili e sconvenevoli gherminelle: o nascondono il foglio in seno a quello che stanno leggendo, o vi pongono su il pugno, o lo fanno scomparire colla destrezza d' un giuocatore di bussolotti, per poi tirarlo in luce e spiegarlo al al momento opportuno. E v'ha colui che, entrato in caffè, confisca una mezza dozzina di giornali d'ogni specie e li pone a fascio sul proprio tavolino. Son cose ben fatte? Certo che no. Il caffè è luogo dove non si conoscono privilegi, dove c' è perfetta uguaglianza: e siccome leggere nello stesso tempo parecchi giornali è impossibile, il galateo prescrive di accontentarsi di uno solo per volta, anche nello scopo che nessuno abbia a restarne privo. Così pure non vuolsi tener occupato un foglio oltre i limiti della discrezione, specialmente se reca notizie che stuzzicano la generale curiosità. Vanno quindi noverati tra le persone incivili coloro che, non paghi di assaporare adagio adagio dalla prima all'ultima parola un ampio diario, ne interrompono spesso la lettura per confabulare con questo e con quello, avviar dispute, dilungarsi in commenti, come se il foglio fosse di loro proprietà o non avesse a servire per nessun altro. Non tutti hanno i medesimi gusti. Quelli che, invece di squadernare giornali, si piacciono di raccogliersi in crocchio a contar novelle e trattenersi in lieto chiacchierío, se la godano pure a loro voglia: solo abbiano l'avvertenza di non frastornare chi legge con risa incomposte e clamorose, coll'alzar troppo la voce, col parlar tutti insieme. La persona educata, ponendo piede in un caffè o consimile ritrovo, fa un leggiero saluto col cappello e lo ripete nell' andarsene. Inutile dire che il saluto dovrà essere più gentile se vi hanno signore. È debito di quanti sono in caffè il corrispondere all'atto cortese.

Pagina 133

Il pollo non si mangia con le mani. Galateo moderno

188769
Pitigrilli (Dino Segre) 5 occorrenze
  • 1957
  • Milano
  • Casa Editrice Sonzogno
  • paraletteratura-galateo
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Abbi una conversazione rosea e celeste. La suocera e la matrigna sono due manovelle dormienti nel cuore di tutte (TUTTE!) le donne, e pronte a mettersi in movimento più tardi. Abbi l'abilità di fare credere che la tua anima sia rosa e celeste come la tua conversazione, e che quelle manovelle della matrigna e della suocera siano latenti in tutte le giovinette, eccetto che in te.

Pagina 125

E se sei una signorina, abbi lo spirito gaio; ti servirà, prima che per la vecchiaia, per la tua carriera di moglie. Diceva il saggio Indiano Manù «Una donna sterile deve essere sostituita l'ottavo anno; quella i cui bambini sono tutti morti, il decimo anno; quella che non mette al mondo che delle femmine, l'undicesimo; e quella che parla con acredine, sui due piedi». I mariti delle donne acide di oggidì non possono più metterle fuori di casa, ma escono loro, i mariti, e rientrano alle quattro del mattino, un po' stanchi, dopo aver passato la notte in chissà quali filosofici studi.

Pagina 247

Lo zio si strinse nelle spalle, dandosi per vinto, e confessò: - Abbi pazienza, ma questa non l'ho capita. Un duello recente fra due giornalisti parigini cominciò con un «calembour» che l'altro non capì, o comprese a modo suo. Replicò con un altro «calembour» che, per un perverso gioco di coincidenze, non piacque al primo. Si spiegarono sul terreno. Duello alla pistola. Come tutti i duelli alla pistola doveva finire zero a zero, o al massimo, con la morte di un passero che curiosava da un albero o con un proiettile nel cappello a cilindro di uno dei testimoni. Questa volta il destino volle fare dello spirito anche lui, e tutti e due gli avversari risultarono feriti. Ma il peggior castigo dello spiritosissimo a ogni costo, gli tocca quando va all'estero. Al di là della frontiera lo spiritosissimo non fa ridere. Sulla sua valigia di fuochi d'artificio c'è un divieto di importazione. Gli attori che mettono in scena commedie straniere sono costretti a dare grandi sciabolate di lapis rosso, perchè «qui questa battuta non sarebbe capita».

Pagina 322

Abbi un orologio in cucina e un cronometro nella sala da pranzo. A tavola, quando ci sono degli invitati, marito e moglie evitino le conversazioni su argomenti casalinghi: II marito: - Carletto ha sei anni. La moglie: - Cinque. E' nato nel dicembre del '52. Fai il conto: 53, 54, 55, 56, 57... Il marito: - Ma siamo nell'ottobre: gennaio, febbraio, marzo... Ti ho dato un campioncino delle discussioni fra marito e moglie davanti a estranei, che sclassificano una tavola, una compagnia, una famiglia e sono una prova definitiva di cattiva educazione. Marito e moglie non si rivolgano la parola l'un l'altra, se non in occasioni eccezionali e per dirsi l'indispensabile. E' a questo o a quel commensale che ci si deve dirigere con una saggia oculatezza distributrice.

Pagina 40

Ma se capiti in uno di quei restaurants di lusso, dove ci sono due orchestre, una classica e una sincopata che si alternano, e una non ha ancora finito che già comincia l'altra, abbi la prudenza di collocarti lontano dalle sorgenti sonore. Indietro, indietro, vicino alla porta. Meglio sarebbe fuori della porta. Meglio di tutto, entrare nella trattoria bolognese di fronte.

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La giovinetta educata alla morale ed istruita nei lavori femminili, nella economia domestica e nelle cose più convenienti al suo stato

192004
Tonar, Gozzi, Taterna, Carrer, Lambruschini, ecc. ecc. 3 occorrenze
  • 1888
  • Libreria G. B. Petrini
  • Torino
  • paraletteratura-galateo
  • UNICT
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Abbi per prima e fermissima regola di non mai eccedere in essi, e di non mai abbandonarti ai brutali godimenti del mangiare e del bere; giacchè a ben altre cose siam nati e a ben altro Dio, che il ventre non è, dobbiamo servire. L'intemperanza snerva il corpo, distrugge la sanità, ottunde l'ingegno, abbatte l'animo, corrompe i costumi. Le temperanti ragazze non sono ghiottone, e si contentano di cibi semplici; imperciocchè quanto più un cibo è composto ed artefatto, altrettanto più indigesto diventa; non s'impinzano di cibi, ma quando sono satolle non si sforzano più a mangiare, ancorchè si trattasse di cibi molto appetitosi. Voi potete mangiare fintantoché siete sazie, cioè finchè avete appetito: mangiate solamente adagio, ma non tanto da recar nausea a chi vi vede; il cibo acquista il primo grado di digestione in bocca, purchè lo mastichiate bene e sia abbondantemente inzuppato di saliva; se l'appetito vi manca non mangiate nè bevete, imperciochè il vostro corpo allora non ne ha bisogno; non è ciò che mangiate che vi dà la vita, ma ciò che digerite. Talora avete un appettito morboso che potete distinguere facilmente dalla difficoltà che troverete a digerire; in questo caso dovete essere moderatissime e consultare il medico. Procurate di serbare un certo ordine nei vari pasti che fate nella giornata, e di noi mangiare tutti i momenti come fanno i polli, razzolando ogni ora, perciocchè questo vi gioverà molto per conservarvi in salute. Non mangiate subito dopo che avete sofferto un dispiacere, o l'animo vostro è agitato per qualche altra causa, ne dopo un esercizio corporale un po' violento, ma aspettate prima che ritorni la calma. Dopo il pasto astenetevi per un po' di tempo da ogni esercizio intellettuale o corporale troppo attivo: dopo il pranzo o la cena è buon costume lo stare in piedi o passeggiare lentamente e lietamente conversando: del resto il miglior moto é quello che si fa prima di pranzo e tre ore dopo. Chi non mastica bene il cibo difficilmente digerisce; le lente digestioni non solamente sconcertano lo stomaco, ma producono ancora certe esalazioni che imbiancano la lingua ed infettano i denti di certa materia detta tartaro o gromma, il quale li investe e nuoce allo smalto di essi; esso si forma pure nelle lunghe diete e quando per alcuna causa non si mastica che da un lato. Ma il tartaro non è la sola causa del guasto dei denti, sonovi altre ancora, come il rompere noccioli e simili, lo stuzzicarli con spilli acuti di ferro è peggio di ottone, si che talora le gengive sanguinano; e così gli acidi, come l'agro del limone, l'agresto, le frutta immature, tutto ciò insomma che vi allega i denti. Essi ne tolgono il liscio, ne lasciano aspra la superficie e la corrodono. Aggiungete ancora il masticare spesso confetti, e specialmente quelli che sono mescolati con materia tenace, e lo zucchero a lapilli, l'abuso dei liquori fermentati e dei cibi troppo salati, il bere freddo o ghiacciato, che mozza i denti dopo aver mangiato vivande calde; l'andare al freddo e prender aria fredda quando la testa cola di sudore. Per conservare adunque i denti bisogna che vi guardiate dalle dette cause, che togliate assiduamente col dentelliere i residui degli alimenti rimasti frammezzo di essi, perché non si putrefacciano; che ve li laviate sovente adoperando anche la setolina che conoscete, particolarmente al mattino e dopo il mangiare, non con quei certi specifici da cerretani, che sono o inutili o nocivi, ma con acqua pura; potete anche stropicciarveli colla polvere di carbone, purché essa sia finissima sì, che non possa rigarli. Se con tutte queste precauzioni v'avviene che si formino tuttavia concrezioni, bisognerà che ricorriate a quei dell'arte, perché esse non sieno causa di certo gemitio che li distacca dalle gengive e che gli scalza cagionando fetore di fiato ed altri malanni. Lo stomaco, perché adempia perfettamente al suo ufficio, non bisogna dargli di più di quello che, giusta le leggi di natura può contenere; sforzandolo smoderatamente s'indebolisce, non può consumare a dovere il di più che ricevette, quindo ne nascono crudezze e cattivi umori elle vie degl'intestini, per cui bisogna prendere purgativi, i quali indeboliscono di loro natura. Il ghiottone dopo il pasto sente un peso nello stomaco, una voglia vomitare, di sbadigliare, di dormire, e la testa grave ed ottusa : che tristo stato è questo! Oh, le mie ragazze, siate adunque temperanti, perchè non lo abbiate a provare.

Pagina 314

Ma abbi per prima precauzione di non aver paura; conserva la tua presenza di spirito per esser pronta a riparare ai danni che possono in tal caso accadere. Finalmente non credere che il temporale si dissipi col bruciare alcuni chicchi di sale o altro sulla paletta ; ma piuttosto prega di cuore il Signore , che te ne salvi.

Pagina 326

Il dì seguente tirò fuori due danari e datili all'ostiere, dissegli « Abbi cura di lui; e tutto quello che spenderai di più, ti restituirò al mio ritorno. Chi di questi tre ti pare averla fatta da prossimo verso colui che diede negli assassini? - E quegli (il dottor della legge ) rispose: « Colui che usò ad esso misericordia ». E Gesù : « Va, fa anche tu allo stesso modo ».

Pagina 36

Galateo morale

196646
Giacinto Gallenga 3 occorrenze
  • 1871
  • Unione Tipografico-Editrice
  • Torino-Napoli
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Abbi poi ognora presente che uno squarcio in un abito può esser dovuto a disgrazia, ma le macchie portano sempre disonore.

Pagina 129

Che se tuttavia le circostanze ti obbligassero a farlo, abbi cura almeno di non metterle a tavola l'una accanto all'altra, né in prospetto, perché non siano costrette a toccarsi e guardarsi continuamente. I ragazzetti, quando i convitati non siano persone di tua massima confidenza, falli pranzare e sorvegliare in disparte; il frammischiarsi delle loro grida, dei loro giuochi; della loro agitazione ai conversari della compagnia, toglierebbe assai a quella compostezza, a quella moderazione che sono il pregio dei conviti ammodo: d'altronde non è punto né poco necessario che i fanciulli ascoltino certe parole, osservino certi atti non perfettamente misurati che possono sfuggire nell'esaltazione delle dispute, nel riscaldamento quand'anche moderatissimo dei commensali e che perfettamente innocui per gente matura, non lo sarebbero in equal modo pei giovanetti e per le fanciulle. Non ti occuperai unicamente delle persone di maggior grado ed importanza, lasciando le altre in oblìo; queste potrebbero giustamente adontarsi di essere stati invitate unicamente per far numero a tavola e corona a quei pochi cui intendi di onorare.

Pagina 483

Abbi verecondia dell'amico tuo. ISOCRATE - Consigli. La più stretta amicizia non proscioglie dall'osservanza del Galateo. Il nome di amico che viene con tanta leggerezza prodigato non correrebbe così sovente alle labbra, né sarebbe le tante volte una parola vana e bugiarda, se quanti si dicono amici avessero una esatta conoscenza dei doveri che incombono all'amicizia. Fra gli amici hanno ad essere principalmente affetto, stima e cortesia. Pare che gli antichi avessero un'idea alquanto più sana dell'amicizia, poiché Cicerone, a mo'd'esempio, che scrisse un trattato sulla medesima, lasciò scritte molte sentenze che sarebbe pur bene avessero a loro conoscenza coloro che hanno sempre in bocca questa santa parola. «Di tutte le società, scrive egli nei suoi Discorsi, nessuna è più nobile, nessuna è più stabile di quella che esiste fra uomini dabbene, stretti da uniformità, di costumi e da amicizia. E altrove nei Doveri: Niuna cosa è più amabile né che più congiunga che la simiglianza dei buoni costumi». In altro luogo scrive: «che la virtù stessa e generatrice di amicizia; che non vi può essere amicizia fra i tristi, ecc.». Oggidì l'amicizia presso molta gente vale ad indicare, non solamente l'unione stabile, cordiale, virtuosa d'uomini costumati, ma ancora una lega di qualunque natura che venga per un certo tempo - talvolta di pochi giomi, di poche ore - ad esistere fra due o più individui di qualsivoglia carattere, di quali si vogliano principii, di qualunque condotta, di qualunque educazione. È mestieri, in nome della civiltà, in nome della morale rettificano il concetto.

Pagina 82

Signorilità

199531
Contessa Elena Morozzo Della Rocca nata Muzzati 1 occorrenze
  • 1933
  • Lanciano
  • Giuseppe Carabba Editore
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Abbi fede in tuo marito; egli avrà coraggio per tutti e due. 10. Se si allontana da te, aspettalo. Se sta molto a tornare, aspettalo. Se anche ti abbandonasse, aspettalo; perchè tu non sei solamente sua moglie, ma sei l'onore del suo nome. Ed egli un giorno tornerà e ti benedirà.

Pagina 447

Cipí

206588
Lodi, Mario 1 occorrenze
  • 1995
  • Edizioni E. Elle
  • Trieste
  • paraletteratura-ragazzi
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Ed ecco che un giorno il vento, ansante per avere spinto sin lí dalla montagna una pigra nuvola nera, riprese fiato sopra il tetto e Cipí e Passerì gli gridarono: — O buon vento, aiutaci a svelare il mistero del signore della notte ai nostri amici che non ci credono, abbi pietà di tante mamme che piangono! Il vento si asciugò il sudore, scrollò il capo e brontolò: — Quel mascalzone se la merita davvero una lezione! — Ci aiuti dunque? — chiesero trepidanti Cipí e la passeretta. — Ora non posso perché ho molto da fare ma appena finito il mio lavoro vi prometto che vi aiuterò —. Poi si buttò nel cortile per vedere se era pulito e poiché da tanto tempo il custode non lo scopava, buttò in aria la polvere, i pezzi di carta e le foglie secche, brontolando. E se ne andò spingendo la nuvola nera. — Com'è buono il vento! — sussurrò Passerì felice al suo compagno. — Chissà però fin quando dovremo aspettare. — Ci vuole pazienza, — rispose Passerì, — chi è nel giusto deve saper attendere.

Pagina 104

Angiola Maria

207423
Carcano, Giulio 2 occorrenze
  • 1874
  • Paolo Carrara
  • Milano
  • Paraletteratura - Ragazzi
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Essa leggeva, e l' incerto raggio del lume che ardevale vicino, sembrava quasi circondare la sua candida fronte di quell' aureola, che si suol vedere dipinta intorno alle teste de' santi. » Non si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia paura. » Abbi fede in me, e nella mia misericordia ti fida. » Quando tu pensi d'essermi più lontano, allora è spesse tolte ch' io ti son più vicino. » Quando tu credi quasi perduta ogni cosa, allora le più volte tu hai in mano maggior materia di merito. » Non è tutto gittato, perchè alcuna cosa ti sia avvenuta sinistramente. » Non dêi tu giudicar delle cose secondo il presente tuo sentimento; nè per alcuna disavventura, onde che ella ti avvenga, scorarti tanto perdutamente, nè in modo riceverla, come se ogni speranza ti fosse tolta di dovertene rilevare mai più. » Non volerti credere derelitto del tutto, se per alcun tempo io ti mandi alcuna tribolazione, oppure io ti ritolga la bramata consolazione; essendo che per tal via si va al regno de cieli.... » Quello che ti ho dato, il mi posso ritogliere, e rendertelo quando mi piaccia. » Quando alcuna cosa ti do, ella è mia; quando me la riprendo, non prendo del tuo; poichè mio è ogni bene e ogni dono perfetto. » Se io ti lascio venire gravezza alcuna o avversità, non isdegnartene, nè cader di animo; io posso rilevartene prestamente, e cambiarti in gaudio ogni noia. » Ma non pertanto io son giusto, e da commendare altamente, quando io fo questo con te!... » La fanciulla leggeva queste schiette e sublimi parole con tanta verità e dolcezza, che parvero alle due donne un consiglio venuto dal cielo. « Mamma! » disse allora Maria, « il libretto che vedete è un dono che m' ha fatto, da poco tempo, il nostro Carlo! E queste parole mi sembrare quasi le sue.... mi ricordo che fu lui che me le fece leggere un giorno, quando venne lassù a visitarci, dopo la morte di nostro padre. E ogni volta che ne rileggo solo una pagina, non so come, mi sento più coraggiosa, più in pace.... Oh! è buono, è un' anima santa, il nostro Carlo, e il Signore avrà pietà di lui e di noi! Caterina abbracciò sua figlia con tenerezza, poi si staccò da lei, per andare a coricarsi. La fanciulla, rimasta sola, riaperse a caso il libro, e le cadde sott' occhio un foglietto, di mano del fratello, e forse dimenticato là entro: eran gli ultimi versi ch' egli aveva scritti. IL CALICE DEL DOLORE.

Pagina 209

abbi compassione della mia vita!... Ho ricevuto or ora una lettera di mia sorella. M' annunzia che il mio povero e vecchio padre sta molto male, e che desidera vedermi ancora una volta prima di morire. O Signore! fa ch'io arrivi in tempo fa ch'io possa, compiere anche questo penoso e santo dovere!...

Pagina 376

La giovinetta campagnuola

207738
Garelli, Felice 9 occorrenze
  • 1880
  • F. Casanova
  • Torino
  • Paraletteratura - Ragazzi
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Abbi sempre la coscienza per guida delle tue azioni: essa ti fa conoscere ciò che è bene o male; ciò che è vizio, o virtù; ciò che è giusto, od ingiusto. Essa ti insegna a diventare una donna onesta, utile a te stessa, alla famiglia, ed al prossimo. Interroga sempre la tua coscienza, e segui i suoi consigli, se vuoi essere buona, virtuosa, e felice.

Abbi molta cura delle stoffe di lana, e degli abiti. Non lasciare queste stoffe per lungo tempo chiuse nei cassoni, specialmente in estate: esponile qualche volta all'aria. Avverti a ripararla dagli insetti, ponendovi in mezzo dei sacchetti di piante aromatiche, come lavanda, timo, o canfora.

Pagina 116

Dunque, prima di stirare, o piegare la roba, e riporla nei cassoni, abbi cura di ripassarla tutta, e farvi le rimendature necessarie.

Pagina 118

Abbi un termometro: con pochi soldi lo compri. In esso trovi notato il calore necessario allo schiudimento e alle singole età. Tienti a queste norme. Il calore più conveniente al baco è, per la nascita, tra i 16 e 18 gradi; nella prima età, da 17 a 18; nella seconda, di 17; e nelle età successive, di 16; e guarda che non scenda mai sotto i 14. Con queste cure sarai anche tu fortunata; le tue fatiche troveranno un discreto compenso.

Pagina 131

Eccone alcuni di saggio, che raccomando alla tua memoria: 1.Le buone azioni sono la benedizione della nostra vita. 2.Il corpo è sostenuto dagli alimenti; e l'anima dalle buone azioni. 3.Le radici della virtù sono amare, ma i frutti dolci. 4.Non si comincia bene, se non dal cielo. 5.Chi comincia male, finisce peggio. 6.Fa il dovere, e non temere. 7.Chi ben vive, ben muore; chi vive male, muore peggio. 8.Ogni tempo è buono al ben fare. 9.Il buon dì si conosce dal mattino. 10.Chi ben fa, ben trova. 11.Chi mal fa, mal pensa. 12.La botte dà del vin che ha. 13.Fuggi l'occasione, se vuoi fuggire il peccato. 14.Cura il buon nome, che val più dell'oro. 15.La riputazione perduta è come uno specchio rotto. 16.Il tempo scuopre tutto. 17.La verità, come l'olio, viene a galla. 18.La bugìa ha le gambe corte. 19.Abbi la ragione per guida anche nelle minime cose. 20.La compagnia delle persone oneste è un tesoro. 21.L'amicizia si conosce nel bisogno. 22.La miglior compagnia è una buona coscienza. 23.Chi tratta schiettamente, è caro ad ogni gente. 24.Il bel tratto assai vale, e niente costa. 25.La civiltà è una moneta che fa ricco chi la spende. 26.Le buone maniere trovano ogni uscio aperto. 27.È più caro un no grazioso, che un sì dispettoso. 28.Servizio reso non va perduto. 29.Chi piacer fa, piacer riceve. 30.La limosina non impoverisce chi la fa. 31.Chi del suo dona, Dio gli ridona. 32.Fa al tuo prossimo il maggior bene che puoi, e sempre che puoi. 33.Imparando ad obbedire, si impara a comandare. 34.L'ora del mattino ha l'oro in bocca. 35.Il bel tempo non dura sempre. 36.Un buon oggi val due domani. 37.L'attività è madre della prosperità. 38.Gioventù operosa fa vecchiaia decorosa. 39.Tempo perduto più non si riacquista. 40.Chi ha tempo, non aspetti tempo. 41.Le ore non tornano indietro. 42.Il riposo, e la salute si guadagnano col lavoro. 43.Ad imparare non è mai troppo tardi. 44.Povero è chi non sa far niente. 45.L'ignoranza è madre della miseria. 46.La necessità gran cose insegna. 47.Diligenza passa scienza. 48.Grave danno può venire da piccola negligenza. 49.Presto e bene, raro avviene. 50.Cosa fatta per forza non vale una scorza. 51.Esperienza madre di scienza. 52.L'istruzione è utile, la virtù è necessaria. 53.Bontà passa beltà. 54.Onestà e gentilezza, sopravanza ogni bellezza 55.La castità è la prima beltà. 56.La ragazza è come la perla; men che si vede, più è bella. 57.Anche tra le spine nascon le rose. 58.Casa senza regola è barca senza timone. 59.La roba sta con chi la sa tenere. 60.Perde il molto chi trascura il poco. 61.Donna economa è un tesoro. 62.Donna accorta val tant'oro. 63.La savia donna rifà la casa; la matta la disfà. 64.Chi compera il superfluo, venderà il necessario. 65.Non metter bocca dove non ti tocca. 66.Rifletti molto, e parla poco. 67.Chi parla, semina; chi tace, raccoglie. 68.Come si giudica gli altri, si è giudicati. 69.Chi ascolta le persone savie, diventa più savio. 70.Non ogni male vien per nuocere. 71.Ogni stato ha le sue spine, e ogni porta la sua croce. 72.Non è tutt'oro quel che luce. 73.Chi si contenta gode. 74.Cuor forte rompe cattiva sorte.

Pagina 38

Abbi dunque caro il sale. Sospendine una formella, o mettilo, se è in polvere, in un sacchetto, alla portata del bestiame, affinchè lo possa leccare a volontà, e regolarsene l'uso in ragione del bisogno.

Pagina 74

Abbi cura di non lasciarle troppo tempo al sole. Scegli i luoghi dove l'erba è migliore. A quando a quando loro parla, accarezzale, e non maltrattarle mai. Nella stalla distribuisci, ad ora fissa, le razioni; fa la pulizia giornaliera degli animali; rinnova la lettiera; spazza le corsìe, dà aria, e pulisci tutto. Pensa prima agli animali che a te. Non lasciarti vincere dal sonno: se fa bisogno, sii in piedi a qualunque ora di notte; àlzati per tempo al mattino; e alla sera va al riposo solamente dopo assestata ogni cosa.

Pagina 83

Abbi cura degli abiti e della biancheria; e fa a tempo le rammendature necessarie. Avverti che nulla si sperda di ciò che può essere utile alla casa, al bestiame, alle terre. Con queste avvertenze risparmierai molte spese, le quali a tutta prima paiono inezie, e non lo sono. Ricòrdati che col poco si fa molto, e che quindi per avere il molto, bisogna curare il poco.

Pagina 91

Più volte al giorno abbi in mano la scopa, e l'innaffiatoio. A rallegrare l'occhio ed il cuore, aggiungi un vaso di fiori alle finestre, e, se puoi, un quadro nella stanza.

Pagina 98

Il libro della terza classe elementare

210515
Deledda, Grazia 1 occorrenze
  • 1930
  • La Libreria dello Stato
  • Roma
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Allora il povero cieco alzò la voce, implorando: - Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me. - Il Divin Maestro udì la preghiera, si fermò, e comandò che l'infelice gli fosse condotto davanti e gli disse: - Che cosa vuoi che ti faccia? - Signore, fa che io veda! - fu la risposta. - Vedi! - replicò Gesù; - la tua fede ti ha salvato. - E subito il cieco riacquistò la vista e si unì alla turba, glorificando Iddio.

Pagina 190

Sempronio e Sempronella

214640
Ambrosini, Luigi 1 occorrenze
  • 1922
  • G. B. Paravia e C.
  • Torino - Milano - Padova - Firenze - Roma - Napoli - Palermo
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La volpe fece uno scarto e disse: - Abbi pazienza, prima di mangiarmi ascoltami. - Che c'è? - Voglio indicarti un posto dove, ora che fa caldo, potrai trovare un'acqua fresca che farebbe risuscitare un morto. - Dove? - Vieni con me. La volpe menò il lupo in un orto, dove era un pozzo con due secchie pendenti dalla carrucola. - È lì dentro - fece la volpe. - Entraci prima tu - quasi le comandò il lupo, che temeva si ripetesse il brutto scherzo della caldaia. - Questa volta non ti befferai di me. - Ubbidisco - disse la volpe. Entrò nella secchia vuota, si calò giù, e bevve quanto volle. Poi dal fondo chiamo il lupo: Vieni giù anche tu! Mettiti nell'altra secchia. - Adesso sì - disse il lupo. Ed entrò nell'altra secchia e calò giù, ma calando lui ch'era più pesante fece venire su la volpe ch'era nell'altra secchia. Quando la volpe fu sull'orlo del pozzo, d'un balzo saltò fuori e lasciò il lupo laggiù. - Lap, lap! Anche questa volta te l'ho fatta. E se ne andò pei fatti suoi. Il lupo scornato, sentendosi affogare, cominciò a mandare urla dal fondo del pozzo. Accorsero alcuni contadini, i quali, tirata su la secchia, e scoperto il lupo che s'era seduto dentro, gli furono addosso coi bastoni e lo accopparono. Il lupo era più forte, ma la volpe fu astuta...

Pagina 28

Il giovinetto campagnuolo I - Morale e igiene

215495
Garelli, Felice 6 occorrenze
  • 1880
  • F. Casanova
  • Torino
  • paraletteratura-ragazzi
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Abbi sempre la coscienza per guida delle tue azioni: essa ti fa conoscere ciò che è bene e male; ciò che è vizio o virtù; ciò che è giusto od ingiusto. Essa ti insegna a diventare uomo, a farti cioè onesto, utile a te stesso, alla famiglia ed al prossimo. Interroga sempre la tua coscienza, esegui i suoi consigli, se vuoi essere buono, virtuoso e felice.

Abbi dunque caro il sale. Sospendine una formella, o mettilo, se è in polvere, in un sacchetto, alla portata del bestiame, affinchè lo possa leccare a volontà, e regolarsene l'uso in ragione del bisogno.

Pagina 111

Ma abbi a compagni nuotatori abili, e fidi, e ricorda quel che ti dissi dei bagni. In questi esercizi non far lo spaccone, e il bravaccio. Nel saltar siepi, o fossi, scavalcar muri, nuotare, e rampicar sulle piante, non devi affrontare pericoli senza bisogno: ciò sarebbe temerità, e non coraggio. Infine lavora. Il lavoro, già te l'ho detto, è necessità, è dovere; ma è pur anche una ginnastica che ti dà appetito, salute, robustezza, ed allegria.

Pagina 116

Sàppiti dunque regolare, così nel lavoro, come nel riposo, e nel sonno: abbi moderazione in tutto. Dormi di notte, e veglia di giorno. Coricarsi presto, e levarsi per tempo è buona regola. Le ore del mattino han l'oro in bocca. Riposa la domenica. Dopo una settimana di continue fatiche, il riposo della domenica è necessario. Il corpo ritempra le forze, e si prepara a nuovi lavori. Anche l'anima gode di raccogliersi in Dio, e si conforta di oneste distrazioni. L'uomo non vive di solo pane.

Pagina 118

Abbi cara la patria, come ti è cara la madre, e obbedisci alle sue leggi. 12. Godi del benessere altrui, e studia di migliorare la tua condizione. 13. Povero o ricco, lavora: il lavoro è dovere, è gioia, è salute, è ricchezza. 14. Non crederti sapiente da te stesso: ascolta il savio, e diverrai più savio. 15. Tra gli uomini onesti, e tra quelli che sanno più di te, procura di farti un amico: avrai trovato un tesoro. 16. Sii modesto nei desiderii, calmo nella prosperità, forte nella sventura. 17.Cura il buon nome, che val più dell'oro: e fa di meritarlo. 18.Abbi ognora presente che niuna azione, buona o cattiva, sfugge agli occhi di Dio, e al giudizio della tua coscienza.

Pagina 60

Se non sai l'arte utilissima del nuoto, abbi chi ti assista, e ti aiuti in caso di bisogno. Ricòrdati del povero Nanni, che, inesperto al nuoto, si annegò; e di Gian Pietro che, quantunque fosse buon nuotatore, se la vide brutta assai, quando volle gettarsi nell'acqua, poco dopo aver mangiato.

Pagina 77

le straordinarie avventure di Caterina

215670
Elsa Morante 1 occorrenze
  • 2007
  • Einaudi
  • Torino
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Abbi pietà di me! I denti dei tre briganti battevano per la paura. Caterí ne sentiva il rumore, di sotto al tavolino dove s'era nascosta, e di dove guardava la scena con un occhio solo. Intanto, che cosa accadeva nell'animo di Tit? Egli guardò la trombetta d'argento che giaceva sul tavolino, e i suoi occhi s'intenerirono: — Che cosa avrebbe fatto, lei? — chiese come a se stesso. E d'improvviso si volse: — Quella è la finestra, — disse. — Saltate per di là, carte moschicide. Levatevi di qua, divoratori di brodo. E se vi farete vedere ancora da queste parti... — Ma non fu necessario che Tit finisse la minaccia, perché i tre, senza pugnali e senza barba, erano già fuori della finestra.

Pagina 43

Al tempo dei tempi

219481
Emma Perodi 1 occorrenze
  • 1988
  • Salani
  • Firenze
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Figlio mio, abbi dunque pazienza, costanza e fermezza! - La voce tacque, ma il giovane Principe si sentì consolato, e ogni volta che parlava col fabbro (sempre parlavano della lite, perchè, si sa, la lingua batte dove il dente duole) gli ripeteva: - Nessuno ci può aiutare, se non il re di Spagna. Lui solo ci può far rendere giustizia. Ci vuol pazienza, costanza e fermezza! - Il fabbro, a forza di sentir questo, si convinse che, di fatto, il Re solo poteva far rinsavire i giudici e, zitto zitto, di nascosto anche alla moglie, vende un'altra casa e le annunzia che deve partire per certi suoi affari. Invece s'imbarca per la Spagna, sbarca a Barcellona, piglia pratica alla Sanità e se ne parte per Madrid. Al palazzo non conosceva nessuno e non era vestito come le persone di Corte; per questo tutti lo sbirciavano con disprezzo, ma egli non ci badava. Era giorno d'udienza e il Re riceveva tutti. Dopo lungo aspettare il fabbro fece passare l'ambasciata al Re, disse che veniva da Palermo e fu ricevuto. Appena alla presenza del Re, che era nientemeno che Carlo V, disse, gettandosi in ginocchio: - Maestà, grazia per il principe di Cattolica! - Il Re lo guardò maravigliato perchè non pareva davvero un Principe, e lo invitò a rialzarsi ed a parlare. Il fabbro allora cavò fuori tutte le carte che comprovavano le ragioni del Principino e le copie delle sentenze. Il Re, senza indugio, le esaminò, chiamò un suo giureconsulto a esaminarle, poi un altro ancora, e vedendo che si commetteva a Palermo certe nefandezze, esclamò: - Povero me, come sono ben servito! Così si amministra in Sicilia la giustizia in mio nome? - Proprio così, Maestà, - rispose il fabbro - soltanto chi ha quattrini ha ragione, anche quando commette una sfacciata usurpazione. - Ma questo non accadrà più, - assicurò il Re, e preso penna, carta e calamaio, scrisse una lettera per il Vicerè che doveva esser comunicata ai giudici, la munì del suo reale suggello e consegnandola al fabbro, disse: - Tenete, andate in Sicilia e abbiate fiducia che nessuno oserà più trasgredire agli ordini miei. - Il fabbro, tutto consolato e pieno di speranza tornò a Palermo, consegnò la lettera del Re al Vicerè, fece riaprire la causa, ebbe di nuovo una sentenza contraria e non se ne curò. Però il Principino se ne afflisse molto, e la notte dopo che fu pronunziata la sentenza, non riuscì mai a dormire. Sempre invocava la madre ed esclamava: - Madre mia, ma la giustizia è proprio morta a Palermo? Come, non è rispettata neppure la volontà del Re? Come, dovrò vedere quel perfido abate godersi i beni della mia famiglia e non potrò neppure rimborsare quest'eccellente popolano dei sacrifizi che fa per me? Non vedi, madre mia, che s'è disfatto di tutto quel che possedeva; non vedi che stenta per mantenere tuo figlio? Non credi che questo sia uno strazio per me? - L'infelice, dopo questa invocazione sentì un alito freddo sfiorargli il viso e due labbra gelate si posarono sulle sue, e quindi la solita voce affettuosa pronunziò lentamente queste parole: - Figlio mio, abbi pazienza, costanza e fermezza. Io pregherò per te. - E suggellando la promessa con un lungo bacio, si allontanò. Il fabbro sbraitava per la sentenza dei giudici, e tante ne disse che stavano per arrestarlo; ma il Vicerè non lo permise perchè aveva nelle mani la lettera del Re e temeva qualche guaio serio. Il Principino, intanto, a tutti gli sfoghi del suo benefattore, rispondeva invariabilmente con le parole della madre: - Ci vuol pazienza, costanza e fermezza! - Ma che pazienza! - gridò una volta il fabbro. - Te lo faccio vedere io che cosa ci vuole! - E vende l'ultima casetta che possedeva con la bottega e tutto, e se ne va in Ispagna di nuovo. La moglie, che fino a quel momento non s'era lagnata e le era parso tutto giusto quel che il marito aveva fatto per il Principino, quando vide chiuder la bottega e dovette lasciar la casa, divenne una vipera. - Mio marito è pazzo - diceva a chi non voleva sentirla - è pazzo da legare! S'è mai veduto che un padre dia fondo a tutto quello che ha, riducendo la famiglia alla miseria, per far valere i diritti di uno che non è neppur suo parente? Ecco qui, la nostra Angelina, non per vantarmi, era la ragazza più ricca di tutto il rione, e ora ha appena la camicia! Chi se la piglierà così nuda bruca? Nessuno. Ed ella ci rimprovererà sempre di averla sacrificata. - Non lo farò mai, mamma, - disse la fanciulla. - Io sono felice e non mi dispiace punto di non trovar marito. Sto bene così. Non vi pentite di quel che avete fatto per il Principino; io vorrei col mio lavoro, aiutarlo. - Angelina era abilissima nel fare ricami sulla tela, riproducendovi cacce, cortei reali e tante altre cose, che davano un pregio singolare alla biancheria. Ella si mise a lavorare e lavorava per le nobili dame e guadagnava tanto da campare sè e la madre mentre il fabbro viaggiava per la Spagna. Il Principino s'era rimesso a lavorare pure, e così la moglie del fabbro non mancava di nulla. Ecco che il fabbro sbarca a Barcellona, giunge a Madrid e si presenta al Re. - Maestà, il Vicerè di Sicilia ne fece un bel conto della vostra lettera! - Il Re si turbò. - Che sentenza hanno pronunziato i giudici? - domandò. - Una bella sentenza! Hanno dichiarato che l'abate ha tutto il diritto di valersi dei beni del principe di Cattolica e che il Principino è un truffatore. E l'abate se la gode nel palazzo e il Principino tira il mantice e suda a battere da mane a sera il ferro sull'incudine! - Al Re vennero i brividi nel sentir questo. Poi incominciò a gridare e a battere i piedi. Prese la corona e la scaraventò contro il muro dicendo: - Che mi vale questa corona se non sono Re in Palermo -

I mariti

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Torelli, Achille 1 occorrenze
  • 1926
  • Francesco Giannini e Figli
  • Napoli
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- Abbi un po' di pietà! Sono tanto timida, lo sai... Vedi che tremo soltanto all'idea di restar sola! Senti...

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Un letto di rose

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Adami, Giuseppe 1 occorrenze
  • 1924
  • Arnoldo Mondadori editore
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Abbi pietà di me!

Pagina 58

Malia. Commedia in tre atti in prosa

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Luigi Capuana 1 occorrenze
  • 1891
  • Stabilimento tipografico di E. Sinimberghi
  • Roma
  • verismo
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Abbi prudenza, almeno per tua sorella!...

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Il ritorno del figlio. La bambina rubata.

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Grazia Deledda 1 occorrenze
  • 1919
  • Fratelli Treves, Editori
  • Milano
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Pare abbi litigato con Dio tanto hai l'aria confusa. L'altro non aprì bocca: potevano fargli quel che volevano, quel giorno, tanto era contento, d'una gioia un po' dolorosa di innamorato che è pronto a sacrificare anche il suo amore, purchè l'oggetto amato sia felice. Davide s'avanzava guardando il suo orologio. - Lo sai, moglie mia, che ora è? Manca un minuto a mezzogiorno. E le tue padrone ancora non hanno preparato la tavola. Bona fu pronta ad alzarsi, sorreggendo il bambino. - Ah, ah, siamo già calzati! Bisogna camminare, dunque. E parlare anche. Il bambino diede un grido: - Tata! - Curioso, non sembra più lui. È come ringiovanito: adesso è un bambino. Cammina, su, giovinotto. Davide s'era piegato a stendere le braccia ad arco invitando il bambino a staccarsi da Bona. E Bona lasciò libero il bambino: no, del marito non poteva esser gelosa.... Eppure un'ombra le attraversò il cuore.... Sì, era ancora gelosa perchè era ancora viva. Ma il miracolo al quale assisteva le rischiarò di nuovo il cuore. Il bambino camminava. Andava dritto dritto rapido a Davide : inciampò, ma l'uomo fu pronto ad andargli incontro facendo: - ah, bravo! - e l'accolse fra le sue braccia. II bambino gli sorrise. Davide allora si volse a pochi passi dal muro e lasciò andare il bambino: e il bambino andò dritto dritto rapido dal cieco; gli afferrò una gamba per appoggiarsi e sollevando il viso sorrise anche a lui.

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