Vocabolario dinamico dell'Italiano Moderno

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Risultati per: abbelliscono

Numero di risultati: 14 in 1 pagine

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Ricordi d'un viaggio in Sicilia

169027
De Amicis, Edmondo 1 occorrenze
  • 1908
  • Giannotta
  • Catania
  • Paraletteratura - Divulgazione
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Così caldamente innamorati d'ogni bell'ideale che amano ed onorano anche chi ne abbia fatto loro balenare appena un vago riflesso con poca arte e con malsicura coscienza; cosi ingenuamente generosi che ingrandiscono e abbelliscono con l'immaginazione uomini e cose, credendo che sia loro virtù intrinseca quello che essi mettono in loro di proprio! Ma v'erano altri sentimenti delicati in quelle dimostrazioni. Tutta quella gioventù sapeva che quel suo ospite aveva sofferto dei grandi dolori, e lo festeggiava per consolarlo; pensava, vedendogli i capelli bianchi, ch'egli non aveva più lungo tempo da vivere, e voleva che la sua vita fosse coronata da una delle più profonde e dolci soddisfazioni ch'egli avesse potuto mai desiderare, gli voleva lasciar nell'anima un ricordo che gli desse impulso a lavorare ancora infaticabilmente fino agli ultimi suoi anni; prevedeva che in quella cara terra egli non sarebbe ritornato mai più, e voleva che gliene rimanesse una immagine più bella, più cara ancora di quella che n'aveva riportata quarant'anni innanzi, al tempo della sua prima giovinezza. O cari fanciulli del popolo, operai, studenti, buoni amici sconosciuti d'ogni età e d'ogni ceto, ospiti affettuosi e giocondi, come egli ha ben capito e sentito la gentilezza del vostro intento, e che profonda gratitudine ve ne serberà in cuore fin che gli anni e l'infermità non gli abbiano spento l'ultimo barlume di memoria delle giornate luminose e felici che ha trascorse sotto la bellezza incantevole del vostro cielo e in mezzo alle vestigia gloriose della vostra storia!

Pagina 140

Come devo comportarmi?

172851
Anna Vertua Gentile 1 occorrenze
  • 1901
  • Ulrico Hoepli
  • Milano
  • paraletteratura-galateo
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Saranno indispensabili i nostri moderni un po' invecchiati; Gozzi nel suo Osservatore così forbito, temperato, dal disegno corretto e il colorito vivace: nei Sermoni, in cui le gravi riflessioni e morali si abbelliscono di un fine sorriso di esperimentato e umorista; Parini l'uomo dell'anima grande e intera, che non piegò mai la dignità sua alla povertà. O chi non conosce e si piace di rileggere a ristoro del sentimento, la Caduta, la Vita Rustica, la Salubrità dell'aria, l'Educazione, A Silva, Il giorno? Presso a Parini la signora dovrebbe mettere le Liriche, l'Autobriografia, le Tragedie dell'Alfieri; in seguito le opere del Foscolo, le poesie di Monti dalla ricca fluente armonia del verso, il Pindemonte, Leopardi, la cui nera malinconia però non dovrebbe offuscare il sereno sorriso delle lettrici. Di fianco alla cupa disperazione di Leopardi, la signora metta Silvio Pellico con la sua dolcissima rassegnazione. Poi Berchet immortale come il greco Tirteo per l'efficacia morale delle sue poesie; poi il Giusti dall'arguto sorriso, dalla festevolezza toscana, sotto la quale spesso si cela il dolore, come nel Sant'Ambrogio. La signora darà certo sommo luogo a Manzoni, di cui dovrebbe avere tutte le opere, cominciando dai Promessi Sposi, il più grande romanzo sperimentale del nostro secolo, nel quale i nostri monti, il nostro lago, le nostre città, le stesse nostre tradizioni famigliari, ogni nostra reminiscenza infantile, sono stati animati da tanto alito di poesia. Non dimenticherà il Marco Visconti, la Fuggitiva, l'Ildegonda, Ulrico e Ida di Tommaso Grossi, e ne pure, dimenticherà quella bell'indole di artista, pittore scrittore, nobile gentiluomo antico, carattere schietto, retto costante, integerrimo, che è Massimo d'Azeglio. Quel volume de' Miei Ricordi, la signora lo dovrebbe unire con altre narrazioni della vita di quei generosi, che pensarono, scrissero, operarono per la redenzione della patria; e fra questi dovrebbero essere le Memorie di Settembrini e quelle di Federico Confalonieri, eroico prigioniero dello Spielberg. Arricchirà la biblioteca con le opere di Fogazzaro, il poeta, il romanziere che parla a l'anima il dolcissimo, santo linguaggio della virtù e della fede. Se la signora e madre si provveda di libri nobilmente educativi e non tema la lettura di qualche filosofo; come Herbert, Spencer e Ralph Emerson, per non dire di molti altri. Del resto degli scrittori modernissimi, nostri contemporanei, la signora faccia una scelta giudiziosa, secondo la sua mente, il suo sentimento, il suo gusto. Nè basta che nella biblioteca della signora siano le opere italiane. È pure necessario vi sia quanto di buono viene dalla letteratura straniera. Un tempo la preminenza nelle lettere e nelle arti era dell'Italia; ma ora l'ingegno delle altre nazioni s'è fatto grande; francesi, inglesi, tedeschi, tengono la preminenza intellettuale. La signora che conosce le lingue, legga gli autori stranieri: e se non le conosce, li legga nelle traduzioni e vi troverà fantasie nuove, pensieri e sentimenti nuovi. Shakespeare, Goethe, Schiller, Gessner, Auerbach, Victor Ugo, Lamartine, Dickens, devono avere un posto distinto nella biblioteca della signora; la quale, avrà pure una raccolta di libri adatti alle giovinette, alle signorine; i libri additati da persone competenti e conosciuti per buoni e utili; libri italiani e stranieri. E fra questi alcuni che oggi sono quasi dimenticati e che io credo, gioverebbero assai all'educazione. I libri di M.me de Genlis, della Necker Saussure e della signora di Remusat; il libro la Famiglia di Paolo Janet e i molti racconti di Emilio Souvestre, che ebbe tanta rinomanza a suo tempo, e che per la costante onestà dei pensieri e per la nobiltà degli intenti, merita d'essere chiamato l'Aristide della letteratura.

Pagina 372

Il successo nella vita. Galateo moderno.

178997
Brelich dall'Asta, Mario 1 occorrenze
  • 1931
  • Palladis
  • Milano
  • Paraletteratura - Galatei
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162 L’accettazione dei regali 162 L’elemosina 163 Il signore che fa la corte 164 La domanda di matrimonio 164 Il matrimonio 164 Le signore che aspirano ad essere corteggiate 167 Sul comportamento nelle feste ed altre occasioni solenni 170 Battesimo 170 Compleanni e feste di nome 171 La prima comunione 171 Cresima 171 Confermazione 171 Fidanzamento 172 Le nozze 172 Nozze d’argento e nozze d’oro 173 Natale 173 Festa di San Silvestro 173 Casi di lutto 174 In viaggio 176 Turismo 179 In ferrovia 181 Alcune norme delle F.F.S.S. per il trasporto dei passeggeri 185 A bordo 189 In velivolo 190 All’albergo 191 In villeggiatura ed alle stazioni climatiche 193 All’estero 194 Comportamento nella vita professionale 197 Subalterni 197 Principali e imprenditori 198 Fra colleghi 199 La donna nella vita professionale 199 Le aderenze 200 Come si procurano le aderenze 200 Protezione 201 Concorso ad un posto 202 La discussione, Metodi, Abilità 203 La lotta soggettiva 204 « Argumentum ad Hominem » 204 L’offesa all’onore 205 Studenti universitari 206 Il comportamento del samaritano 206 Primo soccorso nelle malattie repentine e nei casi di disgrazia 207 Perdita di coscienza 207 Svenimento 208 Colpo apoplettico 208 Congestioni 208 Colpo di calore ed insolazione 208 Commozione cerebrale 209 Attacco epilettico 209 Dolori di testa 209 Convulsioni infantile 209 Trattamento di ferrite 210 Legatura 212 Frattura delle ossa 212 Lussazioni 212 Distorsioni 212 Lesioni emorragiche 212 Scottature 213 Accidenti causati dalla corrente elettrica 213 Lavaggio e trattamento degli annegati 213 Respirazione artificiale 216 Avvelenamenti 216 CURA DELLA BELLEZZA Cura della bellezza nella vita quotidiana 219 Divisione del giorno e regolarità 218 Temperanza 219 Abitazione e vita domestica 219 Vestiti 220 Riposo, ricreazione 221 Il sonno 221 Movimento e portamento 222 L’espressione del viso 223 La nutrizione 224 Come dobbiamo nutrirci razionalmente 228 Divenire e rimanere snelli 229 Ingrassare 229 Cibi che abbelliscono e cibi che rendono brutti 230 Ginnastica e sport 231 Ginnastica da camera 231 Ginnastica occasionale 233 Esercizi di tensione muscolare 234 Esercizi di respirazione 234 Sistemi di ginnastica 235 Sport e cura della bellezza 235 Massaggio 236 Cura della pelle 238 Bagni 241 Il sapone 243 Ingredienti per il bagno 243 Aria e sole 244 Unguenti ed olii 244 Cipria 245 Belletti 246 Difetti della pelle 246 Come doni e pustole 247 Foruncoli 248 Lentiggini, macchie epatica, voglie materne 248 Verruche e porri 249 Escoriazioni 249 Sudore, odore della pelle, profumi 249 Cura dei denti 251 La cura dei denti 251 Le più importanti malattie dei denti 252 Cosmetica dei denti e supplemento dei denti 253 Cura dei capelli 254 Struttura e sviluppo dei capelli 254 La cura regolare dei capelli 256 Acconciatura dei capelli 258 La perdita dei capelli 259 Quali sono le cause della perdita dei capelli e della calvizie? 260 Come si può combattere la perdita dei capelli 261 La canizie 261 Tintura dei capelli 262 Cura della barba 262 Allontanamento dei peli superflui 263 Consigli per la cura della bellezza 264 Il viso 264 Mani e braccia 267 Piedi e gambe 269 Il petto femminile 271 Cura medica della bellezza 272 L’ORGANIZZAZIONE DEI PASSATEMPI IN SOCIETÀ Giochi di società 275 Giochi da sala 275 Giochi da scrivere 290 Giochi all’aperto 299 Le ombre 303 Enimmistica 305 Rompicapi, giochi d’abilità, trucchi e pazienze 309 I giochi con le carte 322 La chiromanzia o l’arte di predire la ventura dai segni della mano 332 I giochi delle carte 338 La briscola 339 La scopa 339 La bazzica 340 Il ventuno 343 I tarocchi 343 Piquet 347 L’« écarté » 351 Bridge 356 Il « poker » 361 Giochi d’azzardo 364 Gli scacchi 367 La dama 370 Il biliardo 372 Un po' di musica 376 CIÒ’ CHE SI DEVE SAPERE 1000 domande a cui non tutti sanno rispondere 377 Pensieri e sentenze italiani 397 Citati latini 433 Citati francesi 441 Citati inglesi 442 Citati tedeschi 444 Dell’automobilismo 445 Le più usate espressioni sportive 453

Pagina 459

Come devo comportarmi. Le buone usanze

184880
Lydia (Diana di Santafiora) 1 occorrenze
  • 1923
  • Tip. Adriano Salani
  • Firenze
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Quei denari che, è proprio il caso di dire, vanno in fumo, spendeteli piuttosto in quei mille gingilli che sapete scegliere con tanto gusto, che adornano la vostra toelette, che abbelliscono il vostro salotto; spendeteli in fiori, degno emblema della vostra gentilezza; spendeteli in opere di carità; buttateli via, piuttosto! Di un'altra cattiva abitudine, sempre a proposito di tabacco, ci sbrigheremo in poche parole. C'è ancora qualcheduno che annusa tabacco: sono, in generale, persone di grave età, che presero quel vizio davvero nauseante una cinquantina d'anni addietro, quando tutti pigliavan tabacco e pochi fumavano. Oggi, se Dio vuole, pigliar tabacco da naso non usa più: i giovani, e anche le persone di media età, non conoscono quell'abitudine; sicchè c'è da sperare che fra un'altra ventina d'anni le nostre Regìe non fabbricheranno più nè macubino, nè semolino, nè scaglietta. E sarà quello un bel giorno. L'annusar tabacco, oltre ad offendere il senso dell'olfatto, è causa spesso di spettacoli stomachevoli, sui quali non è neppure decente insistere. Per finire questo capitolo di miserie, resterebbe a parlare di certi atti sconvenienti, ai quali le persone poco fini si abbandonano non di rado: tali sarebbero, grattarsi, pulirsi le unghie in pubblico o mordersele, ficcarsi le dita nel naso, ecc. ecc. Ma noi non ci spenderemo sopra parole inutili. Sono atti, questi, che tutti sanno non esser permessi alle persone per bene; sono atti che si proibiscono perfino ai bambini, all'inizio della loro educazione. Tanto più dunque debbono astenersene i grandi, per i quali non vale la scusa dell'ignoranza o del poco giudizio, che invece vale tanto per i bambini. Del resto, questi ed altri simili atti o cattive abitudini sono ormai così universalmente condannati dal moderno galateo, che non c'è da temere che qualcuno possa innocentemente crederli leciti. Riassumendo, l'uomo civile deve, in ogni circostanza della vita, attenersi rigorosamente a quelle regole di vita sociale, sancite dalla lunga esperienza di secoli e affinate e ingentilite con l'avvento della moderna civiltà. Più egli si atterrà scrupolosamente ad esse, più osserverà le norme universalmente conosciute e approvate, più avrà fama di persona corretta e finemente educata. Sappia egli adattarsi all'ambiente in cui vive, e, se gira il mondo, sappia anche, pur mantenendo intatti i fondamenti della propria educazione, rispettare le abitudini degli altri paesi; accolga le usanze straniere, se è in paese straniero, senza maravigliarsene, senza criticare, senza alterarsi. Si ricordi che, accanto a certe regole fisse, alle quali ogni galantuomo deve sottostare, ce ne sono tante altre, che dipendono dalla moda, dalle diverse abitudini, dal clima, dal carattere, dalla razza, le quali cambiano da paese a paese, da regione a regione, da città a città; e non si può dire quali siano le migliori, quali siano da preferire. Tutte son buone, quando non contraddicono alla legge suprema della morale, della decenza e della civiltà.

Pagina 36

Nuovo galateo

189847
Melchiorre Gioja 2 occorrenze
  • 1802
  • Francesco Rossi
  • Napoli
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Dalle foglie degli alberi e dalle rozze pelli degli animali che sono gli abiti de' selvaggi, sino ai serici ammanti che abbelliscono i popoli inciviliti, v' è una lunga serie di lavori. Questa serie di lavori viene eseguita dalle classi cittadinesche cui mancano altri mezzi di sussistenza. I capricci della moda mantenendo costante variazione ne' suddetti lavori, guarentiscono costanti mezzi di sussistenza alle persone bisognose. Crescendo i capricci della moda crescono le eventualità di guadagno per chi vuole lavorare. Dunque i capricci della moda 1.° Danno valore a materie che resterebbero inutili; Per es., il consumo dell' ambra che succedeva in Roma, indusse alcuni popoli Germanici a raccorla sulle sponde del mare e ricevere in cambio e con sorpresa l'oro de' Romani; dunque il lusso dei Romani ( giacché ciò che dico qui dell'ambra deve dirsi di tutti gli altri oggetti di cui il lusso fa uso) da un lato diminuiva l'ozio delle popolazioni, dall'altro, dando valore a cose che sarebbero rimaste inutili, somministrava loro un mezzo di guadagno. Supponete che in tutto il mondo cessi l'uso dei nastri, de' veli, delle cordelle, de' drappi serici di qualunque specie; e vedrete tosto il prezzo de' bozzoli dalle tre lire alla libbra ridursi a zero o poco meno, e quindi cessare il più lucroso prodotto dell'Italia per conseguenza crescere la miseria dei già miserabili contadini; cioè della massima parte della popolazione. 2.° Sono il mezzo per cui le ricchezze concentrate nelle mani degli uni, sugli altri si distribuiscono, e per cui il ricco alimenta il povero non a titolo di limosina, ma di lavoro. Le numerose forme della moda si possono dunque paragonare ai canali che comunicano con laghi e simili serbatoi d' acqua, e per cui l'irrigazione e la fecondità sui vicini e sui lontani paesi si diffonde. Ed ecco la ragione per cui negli scorsi secoli essendo minori le variazioni della moda, erano maggiori che al presente le fondazioni di pubblica beneficenza, e per cui una parte del popolo veniva alimentata non a titolo di lavoro, ma di limosina. Atteso le variazioni della moda, i tempi moderni sono si preferibili agli antichi, come il lavoro é preferibile all'ozio, la vita alla morte, la floridezza alla sterilita. IV. Un abito che presenta l'apparenza della novità, dell'eleganza, della bellezza, é tosto ricercato dalle persone più ricche, e diviene l'oggetto delle brame di quelle che lo son meno. Per adattarsi a queste brame, gli artisti imitano con materie meno costose e minor finezza di lavoro la prima foggia, dimodoché divenuta questa quasi comune, le persone ricche restano ecclissate. Il desiderio di distinguersi induce allora i ricchi ad abbandonare quella foggia ed a seguire una seconda recentemente inventata. La prima foggia, tuttora atta al consumo, esce dunque dalla circolazione del mondo più elegante, per conseguenza ne decade il prezzo. Decadendo il prezzo diviene proporzionato alle finanze delle persone quasi povere, le quali per ciò vengono messe a parte di piaceri, da cui senza, le variazioni della moda resterebbero escluse. V. La moda, presentandosi sotto nuove forme, eccita nella massa popolare la voglia di parteciparvi; quindi diviene pungentissimo stimolo contro la naturale inerzia che tende all'assopimento: divengono dunque attive alcune forze che ristagnerebbero, sono messi a profitto de' momenti che andrebbero perduti. Le variazioni della moda tendono dunque a diminuire l'impero dell'ozio, che d'ogni specie di vizi è fonte copiosa e inesauribile. VI. I poeti satirici volendo far pompa di zelo, diedero prove d'ignoranza; essi accusarono di finzione i ritrovati della moda, quasi che le arti più ammirate a finzioni non si riducessero. Il pittore riesce a dare rilievo alle cose piane, luce alle scure, lontananza alle vicine, vita ed anima ad una tela inanimata. Il musico con finte imitazioni non solo esprime mirabilmente le passioni tutte e i più delicati sentimenti dell' animo, ma le stesse cose inanimate rappresenta alla fantasia in modo che crediamo di sentire rumoreggiar il tuono, scoppiar il fulmine, garrir gli augelli, calmarsi l' onde. . . Ora le invenzioni della musica e della pittura, per essere finte ed illusorie, lasciano forse d'essere piacevoli? Producono lo stesso effetto le invenzioni della moda. Eccovi ad un giardino d'ospitali ombre ridenti,

Pagina 142

I poeti satirici, che s'arrestarono sui difetti della moda, devono essere paragonati ai raccoglitori di mondiglie, i quali conoscono tutti i viottoli oscuri e fecciosi delle città e non conoscono i palazzi, le chiese, gli archi, le statue, i trofei che le abbelliscono. VII. La natura creò la donna per essere compagna dell' uomo e rendergli più cara e men penosa la vita. In questa associazione il sesso più forte tentò sempre di soggiogare ii più debole e tiranneggiarlo. L' arma con cui la donna si difende é la bellezza. Presso i popoli barbari, ove la naturale bellezza non é spalleggiata dalle arti, la donna é sempre succumbente. Presso i popoli inciviliti, ove le arti prestano mille pregi alla bellezza naturale e la conservano, la donna succumbe meno, e non di rado è vincitrice. Le donne inventarono dunque le cuffie, i nastri, i veli, i ventagli, le pomate, ecc., per la stessa identica ragione per cui gli uomini inventarono i cannoni e i razzi alla Congreve; e allorché io veggo

Pagina 145

Le buone usanze

195562
Gina Sobrero 1 occorrenze
  • 1912
  • Fratelli Treves, Editori
  • Milano
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La moglie di un ufficiale; di un impiegato, i quali cambiano dimora secondo i capricci del Ministero della Guerra o degl'Interni, non può facilmente pretendere di avere tutti i comodi, i bibelots che abbelliscono le residenze stabili. Però per tutti è possibile il non commettere certi errori grossolani, quali per esempio collocare un armadio a specchio in sala, o in camera da pranzo quegli orrendi legni scuri scolpiti, a buon mercato e pretensiosi; assai preferibili i legni chiari purchè si tengano perfettamente puliti. Non sono certo del parere di quelli che riuniscono nella stanza destinata ai ricevimenti tutti i migliori mobili della casa trascurando le altre; ma tuttavia dico che, quando si può avere un salotto, è giusto abbellirlo quanto è possibile, per il piacere dei visitatori i quali si sentono subito in un ambiente ospitale e simpatico. Ammiro i gingilli, ma dichiaro di cattivissimo gusto ingombrarne tutti i mobili, sicchè non si sappia dove posare un oggetto qualunque, e trovo detestabile, per soddisfare la mania dell'ornamento, coprire le pareti di vecchi cenci, di litografie, stampe; ritratti sbiaditi così facilmente dal sole, dal calorifero, dalla polvere; mi pare subito di sentirmi in una portineria rispettabile, sì, sotto tutti i lati, ma certo non imitabile per il gusto. Chi possiede mobili di stile, non li confonda con oggetti di fantasia, a meno di avere uno di quei salotti senza pretesa, fatti proprio per viverci secondo l'uso inglese, e in cui è perdonabile l'accozzaglia più disparata di tinte, di forme, di epoche. In questo caso però bisogna avere un altro salotto, anche se minuscolo, destinato proprio agli estranei e dove lo sguardo si riposi sull'armonia più completa dell'insieme. La rivoluzione nel mobilio inglese ha consistito sopratutto in questo: a far sì che ogni oggetto avesse un fine di praticità, fosse appropriato all'uso, avesse insomma ragione d'essere in ogni parte o nell'insieme. È vero che non sempre si raggiunge il bello, ma si evita la demenza di certa nostra mobilia, e si è sulla via dell'arte. C'è un mezzo semplicissimo per rendere bella e attraente qualsiasi abitazione: empirla di fiori; costano poco, si rinnovano, e col loro profumo e con la loro grazia celebrano le lodi della padrona di casa. I fiori stanno bene nel salotto, sulla tavola centrale della sala da pranzo; stuonano nell'entrata, nei corridoi. Per questi luoghi sono più adatte le piante. Si mettano alle finestre o sui balconi, e siano piante scelte, curate, amate; si ricordi che tener le piante in camera, ambiente chiuso che ad esse riesce sempre malsano, non è amarle: è ucciderle. Il disporre i fiori nelle camere è tutta un'arte in cui si rivela la personalità di chi se ne occupa. Scegliere i fiori, tener conto dei loro colori e delle loro varietà nell'avvicinarli, nel dare ad essi un posto piuttosto che un altro, metterli in un vaso od un altro, è per i giapponesi un'arte ed una scienza: e da ciò risulta la bellezza originale dei vasi che ci vengono dal fecondo impero del Sole Levante. In camera da letto, poi, nè fiori nè piante; nuociono alla purezza dell'aria, e l'igiene è in molti casi una forma dell'educazione. Nelle case eleganti, oltre al gabinetto di toeletta, c'è quello destinato al bagno in tutte le forme dell'idroterapia moderna; ma quando quest'ultimo non si possiede, è indispensabile una vasca nel gabinetto di toeletta, che permetta complete e giornaliere abluzioni. Tornerò ancora sull'argomento della pulizia che mi pare indispensabile; intanto dal semplice lato della mobilia dico che giudicherei subito male una casa nella quale in un posto o nell'altro non scorgessi questa vasca, sia essa di metallo, di marmo, o d'altro. Nell'anticamera, se è possibile, si evitino gli armadi, i cassettoni, le casse, tutto ciò che serve per i comodi della vita; a quelli che ci visitano va riservato ciò che soddisfa la vista. Nell'entrata sono indispensabili un attaccapanni, un posa ombrelli (tanto più adesso che se gli uomini vanno in una casa per rimanervi un pezzetto, a pranzo, od in serata, depongono nell'entrata il cappello ed il bastone), un vassoio per posarvi le carte da visita della giornata, qualche bella pianta o qualche sedia. Tutto ciò poi può essere elegante e ricco quanto si vuole, ma deve serbare un carattere di serietà quasi solenne, perchè ne acquisti dal contrasto maggior gaiezza l'appartamento intimo. In molti appartamenti, o per vanità della padrona, il cui volto forse non può più sfidare la luce sfacciata, o per economia, affinchè il sole non sciupi e scolorisca le stoffe, o per seguire la moda, si mantiene una oscurità così completa che i visitatori corrono il rischio di sedersi sulle ginocchia dei primi giunti, d'incespicare, confondersi nel salutare, e rendersi ridicoli e magari scortesi dicendo cosa spiacevole o dolorosa agli altri ospiti non indovinati nelle tenebre eleganti. Le tende sono un bell'ornamento di ogni camera, ma debbono avere per iscopo di velare, non di escludere l'aria e la luce. La biancheria fa parte della mobilia di una casa, e va curata come cosa essenziale. La finezza, il valore, possono essere relativi, adattarsi alle rendite, ma l'abbondanza è indispensabile, perchè la nettezza è la prima delle eleganze, quella alla quale non rinunzia nemmeno il povero che tende la mano all'angolo della via, se ne ha l'istinto. Sarebbe assurdo dettar cifre per il numero dei vari oggetti; bisogna però pensare che nella casa più modesta la tovaglia e i tovaglioli vanno mutati almeno due volte per settimana, salvo il caso di accidenti; che le lenzuola richiedono il cambio almeno ogni otto giorni, che i servi hanno lo stesso diritto, e che la biancheria di cucina deve essere rinnovata soventissimo, se vogliamo pretendere dalla cuoca, o dal cuoco la pulizia piacevole a noi che ci pretendiamo raffinati. Bisogna prevedere i casi di malattia, in cui la più volgare medicina impone il cambio frequente di tutto ciò che avvicina l'infermo; non che i casi di nascite, giacchè nulla è più indispensabile della biancheria netta durante il puerperio. È molto fuori posto destinare la biancheria un pò sciupata per la cucina; sia ruvida e grezza la tela, ma comprata apposta e usata nuova; le vecchie tovaglie lasciano il pelo sugli oggetti che si asciugano, senza accennare che è molto più bello vedere una tovaglia di quella forte tela detta casalinga, che non di quella di fiandra rattoppata e rammendata. Le vecchie lenzuola, le tele liscie tornano utili per preparare i pannilini al bimbo futuro, per i casi di ferite, di piaghe, di scottature; vi sono poi tanti e tanti poveri, tanti ospizi di carità che giornalmente chiedono il nostro aiuto e ai quali possiamo offrire simili vecchiumi; non manca mai il mezzo di sbarazzarsi di tutti quegli ingombri! La cura della biancheria è affidata alla signora; per quanti servi vi siano in una casa, si può essere certi che essa sarà sempre trascurata da questo lato se non vi sopraintende, vigile e intelligente, l'occhio della padrona.

Pagina 73

Galateo morale

197889
Giacinto Gallenga 2 occorrenze
  • 1871
  • Unione Tipografico-Editrice
  • Torino-Napoli
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Si adonteranno i loro spiriti immateriali delle ferite che tu possa arrecare alle sociali convenienze, agli umani affetti, essi che diedero per sempre al mondo il loro addio, essi che abbandonarono, abbandonando la terra, tutto le soavi emozioni che abbelliscono la vita? — Si, cari miei, anche i morti esigono da noi dei riguardi. Per esempio, non fa d'uopo d'avere un cervello romantico, esser dotato di fibre di poeta per essere convinti che si copre di vituperio un individuo, una nazione che non rispetta i proprii morti. Ma v'ha di più: non è d'uopo che un popolo sia giunto a un grado molto elevato di civiltà, perché esso senta profondamente l'orrore per chiunque o con isfregi o con insulti ne deridesse la memoria o ne violasse le solitarie dimore. A una povera tribù selvaggia (non avrei coraggio di chiamarla barbara) dell'Asia alcuni viaggiatori europei facevano invito di seguirli in altre terre, promettendole agi e piaceri migliori che non le fosse date di godere nel loro desolato paese privo d'ogni comodo e ricchezza. «Vi seguiremmo, si! risposero unanimemente uomini e donne, quando non avessimo qui i nostri morti; possiamo noi dire alle ossa dei nostri padri, delle nostre spose, dei figli nostri: sorgete, venite con noi alle nuove terre, ai nuovi fratelli, ai nuovi gaudii che colà ci aspettano?». Chiedeva Serse a Temistocle esiliato da Atene che cosa egli amasse tanto in quella sua patria, di cui gli tornava così amara la lontananza; ed egli:

Pagina 495

«E ben comincia, osserva il Tommaseo, dalle ceneri degli avi, perché dai sepolcri fiorisce la vita delle memorie che adornando ogni casa, proteggono e abbelliscono la città intiera».

Pagina 496

Eva Regina

204184
Jolanda (Marchesa Plattis Maiocchi) 2 occorrenze
  • 1912
  • Milano
  • Luigi Perrella
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La collera è manifestata dalla contrazione delle sopraciglia, il dolore dalla loro depressione, la gioia dal loro rilasciamento. » Oltre essere una protezione per gli occhi, sopra i quali sono come un piccolo baluardo di difesa, le sopraciglia ne fanno risaltare lo splendore, ne abbelliscono le linee. Le donne tengono molto a questo ornamento naturale e ne correggono volentieri la scarsezza o la interruzione con qualche ingegnoso tratto di matita bruna. Certi tipi forti hanno le sopraciglia foltissime, prolungate, sino quasi a formare una linea non interrotta alla radice del naso. La voce popolare dice che è sintomo di gelosia. Deux longs sourcils noirs qui se fondent ensemble, così celebrò queste sopraciglia un poeta. Altre sopraciglia sono appena indicate da un tratto leggero, elegante; altre fuggono in alto agli angoli e conferiscono alla fisionomia un'espressione strana, che non dispiace. Si dice che le sopraciglia folte vicine agli occhi denotano un temperamento tenace, volonteroso; un po' collerico, anche. È raro che le sopraciglia non abbiano lo stesso colore dei capelli; ma quando sono diverse hanno una gradazione più oscura, mai più chiara. Così le bionde dalle sopraciglia brune sono bellissime, per il contrasto del volto bianco e dei capelli d'oro. Oh bei capelli femminili, degni « di poema magnifico e di storia » ! Come l'uomo ha l' ambizione dei suoi baffi e della sua barba, segnali di virilità, la donna ha l' ambizione dei suoi lunghi capelli, dolce prerogativa della femminilità. Chiome nere, folte, lucide come velluto, dai riflessi d' acciaio; chiome bionde, leggere come un nimbo d'oro ; capelli del candido e fosco colore delle foglie autunnali, ondulati come la sabbia del mare dopo il passaggio dell'onda: capelli fulvi come la fiamma e attorti in capricciose volute com' essa; pallidi capelli color del lino cadenti in treccie languide; capigliature riunite in tutte le gradazioni del bruno, sfuggenti ai piccoli pettini di gemme e d'argento: voi passaste certo nell'ultimo sogno del vecchio don Giovanni come uno dei più acuti rimpianti. Sarebbe uno studio poetico e gentile quello delle capigliature femminili che lasciarono ricordo di sè: dai prolissi capelli di Eva bionda che coprirono come un manto la sua nudità non più casta, alle chiome che i nostri poeti moderni celebrarono in rima nel ricordo delle loro amanti. E non bisognerebbe dimenticare nè i capelli biondi di Maddalena che asciugarono i piedi di Gesù, nè la chioma fulva delle eroine delle cronache cavalleresche, nascoste sotto l'elmo guerriero, nè i lunghi capelli che protessero il pudore di Lady Godiva quando il marito brutale le ingiunse di attraversare ignuda a cavallo la città di pieno mezzogiorno, nè i riccioli della sventurata amica di Maria Antonietta :

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L'uso degli anelli dovrebbe venir sottoposto alla forma della mano: certe mani si abbelliscono con gli anelli, certe altre no. Gioverà più avere pochi anelli ma ricchi, che molti e di poco valore o di gusto comune. Finora la moda delle lunghe maniche non è stata favorevole ai braccialetti, ma ora le maniche corte li rimetteranno in uso. Una signora di buon gusto preferirà i braccialetti leggeri, anche di lusso, ai braccialetti massicci, larghi, troppo sfacciatamente adorni. E una donna che possiede senso d'arte farà in modo di intonare lo stile dei suoi gioielli e il colore delle pietre al genere della propria bellezza. Ma, a questo proposito, ecco il curioso significato che gli antichi attribuivano alle diverse gemme. Servirà alle gentili superstiziose per guardarsi da alcune di esse o per ricercarle. L'agata e la corniola rallegrano. Il topazio consola e domina l' incostanza. Il diaspro guarisce le malattie di languore : la turchese impedisce ed attenua le cadute, è buona anche contro gli svenimenti e le malinconie. L'ametista vince l'ebbrezza. Lo zaffiro rappresenta le aspirazioni elevate dell'anima, conserva il vigore delle membra ed allontana la paura. La calcedonia rappresenta la carità o fa vincere nelle lotte. L'onice significa candore ; il berillo la scienza teologica; il rubino accheta la collera, lo smeraldo rafferma fede, la rende incorruttibile e si spezza non appena chi lo porta non è più casto. Le perle significano lagrime; l' opale parta sventura. La regina d'Inghilterra è la sovrana che possiede i più bei diamanti, fra i quali il kohinoor, che finora è considerato come la più fulgente fra le gemme. La regina Margherita è, come tutti sanno, innamorata delle perle. Ne possiede una collana di centoquaranta dalla quale non si separa mai. Anche l'imperatrice di Germania ha magnifiche perle; e una celebre collana di 186 perle nere fu ereditata dall'arciduchessa Valeria dopo la morte dell'imperatrice Elisabetta. L' imperatrice di Russia ha un tesoro notevole per il valore storico e la lontana provenienza delle sue gemme. Ogni nascita nella famiglia imperiale ne accresce la ricchezza, poichè lo Czar festeggia l'avvenimento col dono di brillanti e smeraldi. Si dicono miracoli dei gioielli delle principesse orientali, ma non è dato ad alcuno di ammirarli, ed essi scintillano nei chiusi harem tra i profumi e i vapori inebrianti, fra i veli del mistero.

Pagina 606

La giovinetta campagnuola

208039
Garelli, Felice 1 occorrenze
  • 1880
  • F. Casanova
  • Torino
  • Paraletteratura - Ragazzi
  • UNICT
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Essi dànno la vita, rallegrano l'occhio, profumano l'aria, abbelliscono l'orto. Alle rose di varia fioritura aggiungi garofani, reseda, gerani, ecc. Non dimentica tra essi il gelsomino, il giglio, e la viola màmmola: e questi ti ricordino sempre le virtù che fanno di te, giovinetta, il fiore più bello, e più caro della famiglia.

Pagina 135

La freccia d'argento

212032
Reding, Josef 1 occorrenze
  • 1956
  • Fabbri Editori
  • Milano
  • paraletteratura-ragazzi
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Chi non ha con loro molta familiarità li distingue soltanto dalle lentiggini che abbelliscono il loro naso: Mikro ne ha tre e Makro cinque. Tutti e due vorrebbero un giorno diventare meccanici di autorimessa. Cosino è soprannominato così perché ogni due parole dice «coso» e «cosare». La sua caratteristica è di mangiar molto, a tutte le ore e con gran soddisfazione. Amministra inoltre la cassa dei crociati e riesce a disporre sempre di un fondo di riserva di trenta pfennig, pari a circa quarantacinque lire. Winnetou 4 si chiama così soltanto dal primo d'aprile di quest'anno. Gli hanno fatto credere in quel giorno che era stato pubblicato un quarto volume delle avventure di Winnetou Il pellirossa Winnetou è il più popolare degli eroi di Karl May, noto scrittore tedesco autore di numerosissimi libri d'avventure. Poiché Karl May era morto da tempo, e precisamente nel 1912, non era possibile che fosse uscito un quarto volume di Winnetou., oltre i tre già esistenti, ed egli per un palo di settimane non ha fatto che girare da una libreria all'altra in cerca del quarto volume di Winnetou. I capelli di Winnetou 4 sono color carota, ma lui va superbo della sua chioma, che dice di un biondo tizianesco. Stucchino è quello che sta seduto sullo scafo capovolto e ha indosso il camiciotto della tribù. Egli ha la parlantina più sciolta degli altri, ed è probabile che l'abbia ereditata da suo padre, l'avvocato Ramthor. La passione di Stucchino è quella di storpiare i proverbi. Ma avremo presto modo di conoscerlo a fondo! Alo è il capogruppo dei crociati. Egli parla poco e per lo più si limita a sorridere. Però, quando parla, dice sempre cose piene di buon senso. Alo fa il garzone muratore e spera di diventare un giorno architetto. No, non ti sei sbagliato: è lui, quel ragazzo sorridente, vicino alla morsa, che porta la tuta. Hai devo presentartelo per ultimo, perché tra i ragazzi del gruppo ha sempre l'ultima parola. Veramente si accontenta di ripetere le ultime 3 - La Freccia d'argento parole di chi ha parlato prima di lui... Lo dicono un po' zuccone. Né lui né i suoi genitori sono oriundi di qui. Durante un freddissimo inverno dovettero fuggire verso occidente, in una carrettella, con le truppe russe alle calcagna: dal Memel, sulla laguna gelata del Baltico, da un capo all'altro della Germania. Qui a C. si è trovata una nuova possibilità di lavoro per il padre di Hai, che in Curlandia era pescatore di salmoni. Al tempo della grande fuga Hai aveva sei anni, e in quelle terribili notti invernali gli si congelarono tre dita della mano destra, che poi gli dovettero venir amputate. Tutti i ragazzi del gruppo gli vogliono un bene dell'anima. Ecco, ora sai l'essenziale di ciascuno di loro. Ma che cos'hanno i crociati, che se ne stanno lì pensierosi? Ora uno di loro parla: - Voglio andare a vedere se il toso è già tosato? - Be', ora ne sappiamo meno di prima! Che vuoi fare? - Voglio vedere se l'avviso è già affisso alle cosine... sì, cioè, alle cantonate? - Allora fila! Cosino parte a gambe levate. Nel silenzio che subentra si sente la voce di Alo che chiede: - Che cosa ci manca ancora? - La vernice, l'asse per il fondo, il parabrezza, due trasmissioni e lo sterzo - enumera Winnetou 4. - E chi se ne incarica?... - Dici forse a me? - sbotta Stucchino, alzandosi dallo scafo su cui stava seduto. - La faccenda del compensato avrà già fatto abbastanza chiasso a casa mia! A proposito: dov'è andato a finire quell'asse? - Dietro l'armadio degli attrezzi, dove sono le ruote di Mikro e Makro. - L'essenziale è... - Il cigolio della porta tronca a mezzo la frase di Alo. Cosino entra come un bolide. - La data della cosa è cosata! - Come sarebbe a dire? - La data della corsa è fissata! Ecco il manifesto! Attenzione! La cosa, voglio dire la colla, è ancora fresca. L'ho strappato ancora umido dal muro. - Fa' un po' vedere! Le teste dei sette crociati si chinano sul manifesto. È proprio vero! Ecco qua, nero su bianco:

Il marito dell'amica

245140
Neera 1 occorrenze
  • 1885
  • Giuseppe Galli, Libraio-Editore
  • Milano
  • Verismo
  • UNICT
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Questo concetto stoico che ben si attagliava al suo indifferentismo, era il perno d'ogni suo ragionamento; o almeno lo fu fino al giorno in cui, rivedendo Maria, gli scattò improvvisamente nel cuore una di quelle passioni tardive nelle quali l'amore sembra vendicarsi di chi troppo a lungo lo ha rinnegato; passioni fatali, spasmodiche, che hanno tutta l'amarezza dell'esperienza e nessuno dei sorrisi che abbelliscono la prima età. In lui non c'era ombra di calcolo, non sapeva mentire. Quella dichiarazione che era parsa a Maria un ironico insulto, scaturiva spontanea da un cuore non avvezzo alla sofferenza e che soffriva, non avvezzo ad amare e che amava come un pazzo. Nel suo inconscio egoismo d'uomo, Emanuele non ricordava più le ore che Maria aveva passate in una agonia di desiderio, quando egli viveva nel mondo, viveva della sua giovinezza, e a lei - a lei - erano pungolo, non balsamo i baci; aveva dimenticato il suo no crudele che doveva strappare brutalmente ogni illusione alla fanciulla pura. Lui che soffriva, lui che piangeva, non pensava che prima di lui ella aveva pianto, ella aveva sofferto; gli sfuggiva il lento lavorio di quell'anima di donna che aveva pure i suoi sdegni, le sue debolezze, le sue rivolte; e perché non capiva, sentiva dentro di sè un avvilimento, un cruccio nuovo e insopportabile. Se Maria fosse stata commossa dal suo amore, se gli avesse detto che l'amicizia per Sofia, la dignità di sè stessa le impedivano di corrispondergli, se avesse trovato uno solo degli sguardi di una volta, si sarebbe creduto meno infelice; ma alla sua schietta tenerezza ella era rimasta di ghiaccio, alle sue tacite suppliche, aveva riso. Ora non lo sfuggiva nemmeno. Discorreva con lui a fronte alta, colla più perfetta tranquillità, lasciandosi guardare fino in fondo agli occhi, sicura. Una sera, sul tavolino della sua camera, Maria trovò un biglietto suggellato. Non ebbe bisogno di aprirlo per sapere chi fosse; tuttavia lo aperse, calma, e lesse: «No, Maria, non è una larva l'amor mio. Io vi amo quanto più sinceramente si possa amare. Non mi sono mai sentito così inquieto, non ho mai avuto un vuoto così desolante nel cuore come ora che ho perduto l'amor vostro e sento che mi è necessario. Se poteste leggermi nell'animo, se vedeste le mie angoscie in questi giorni e le lagrime che con dispetto e vergogna di me stesso spargo sopra questi fogli, Maria, non dubitereste più.» Lo rilesse ancora, quasi avesse desiderio o paura di risentire l'emozione che provava, un tempo, leggendo le lettere contenute nel vecchio vaso di terraglia. Ma non sentì nulla. Ripiegò il biglietto e lo pose in una cassettina dove sedeva tenere tutta la sua corrispondenza; non le venne neppure il pensiero di stracciarlo. Come uno che abbia avuto ammalato un braccio, lentamente lo tocca per sentire se gli duole ancora, Maria provava ad ascoltare sè stessa quando Emanuele le stava vicino, quando la fissava con quei suoi occhi chiari o, nel salutarla, le stringeva la mano con disperato ardore. Lo guardava qualche volta con un senso bizzarro di curiosità, pensando: È per costui che ho sospirato otto anni, che ho sciupato in ansie e desideri vani le forze vitali del mio cuore; è per costui che sono stata tanto infelice, è per costui che quasi morivo. E si metteva ad esaminarlo attentamente, minuziosamente nei capelli, sulle guancie, sulla bocca bella e gentile, fresca come quella di un bambino, nel collo forte, nelle larghe spalle quadrate, nelle mani virili. E poi ricordava i violenti amplessi sulla scala buia, quei baci, quei fremiti che la seguivano tormentosi nella sua cameretta di vergine, che per lungo tempo aveva creduto fossero anche a lui le sole gioie concesse: e il sorriso scettico le saliva sulle labbra, ed era in quei momenti che essa poteva guardarlo colla freddezza sprezzante che lo faceva disperare. I giorni di Emanuele erano diventati un supplizio senza nome. Trascurava gli studi, gli amici, le solite occupazioni, gli affari. Girava per la casa come un maniaco, spiando Maria, aspettandola ore ed ore, inventando il modo di poterle toccare la mano o sfiorare, con un pretesto, i capelli. Alla notte non dormiva, e se dormiva sognava di lei. Cercò tutto quello che gli restava di memorie, un ritrattino, una ciocca di capelli, due o tre libri; le lettere le aveva distrutte, ma faceva sforzi di pensiero per rammentare i brani più appassionati. Una sera, c'era qualche amico in salotto, e Sofia accompagnò sul piano un vecchio baritono che si fece applaudire nel coro del Nabucco. Quegli accenti così toccanti di un popolo che piange la patria perduta, quel malinconico lamento del passato, gli strapparono dal cuore un lungo gemito. La durezza della sua vita di stoico si fondeva nelle strette acute del rimpianto; l'anima ribelle all'amore ed al dolore, pagava finalmente il suo più largo tributo. Nascosto fra le tende della finestra, colla faccia contro il muro, Emanuele singhiozzava. Il giorno dopo Maria riceveva un altro biglietto, scritto convulsamente, quasi illegibile. «Vorrei poter rifare l'esistenza per consacrarla tutta a voi: vorrei essere giovane, vorrei essere poeta, vorrei essere ricco per conquistare il mondo e metterlo ai vostri piedi. Ohimè, Maria, il mio cuore è consunto, i miei capelli diventano bianchi... Perdonate il male che vi ho fatto e amatemi, se non potete per amore, almeno per pietà.» Questa volta Maria si accinse a rispondergli una lettera affettuosa e ragionata, una lettera calma da persona educata e gentile. Aveva cento buoni argomenti per persuaderlo a desistere da quella frenesia; gli ricordava le sue stesse frasi di altri tempi, quando egli parlava non da innamorato ma da filosofo; accennava brevemente a Sofia e chiudeva assicurandolo che gli aveva perdonato, ma che amarlo non poteva più. Rileggendo la lettera, che era riuscita di quattro pagine, le parve troppo lunga; e poi non le piaceva l'allusione a Sofia; la stracciò in tanti piccoli pezzettini, ripromettendosi di scriverne una seconda più corretta; e difatti ci pensò per un po' di tempo, col desiderio di trovare delle frasi incisive come quelle di Emanuele. Dopo alcuni giorni, non avendo concluso nulla, decise di lasciare anche quel biglietto senza risposta. Coll'insistenza di Emanuele ritornò in Maria la paura di trovarsi sola con lui - o meglio che paura un senso di noia e di irritazione - ma per fortuna non sembrava che questo dovesse essere probabile, perchè era venuta a Milano la nutrice col bambino, i quali riempivano la casa. Sofia poi, che era guarita perfettamente, stava in moto dalla mattina alla sera, correndo dietro al piccino di camera in camera, ora per baciarlo, ora per provargli una vesticciuola; si nascondeva dietro agli usci facendo: bau! con risate clamorose, divertita da quel nuovo passatempo. Le poltrone erano seminate di cuffiette e di bavettine, le finestre di pannicelli; dagli usci sempre aperti passavano colle folate di vento primaverile gli strilli dell'erede, e la ninna-nanna della nutrice. Era, per tutta la casa, una gaiezza, una vivacità insolita. In pochi giorni, il dottore dalla barba mefistofelica si era fatto amico di casa. Veniva a tutte l'ore, o per guardare i denti al bambino, o per il latte della nutrice, o solo per prendere notizie della signora, discorrere un poco con lei sul divanuccio, giuocando di spirito e di civetteria. Sofia diceva: Il mio vecchio dottore: accompagnando la frase con una smorfietta piena di sottintesi. Ed era di una allegria! Sembrava rifiorire insieme alla stagione. Tutto, intorno a lei, si animava della sua espansività. Maria principalmente si sentiva attirata verso quella creatura mobile e cangiante, viva, impetuosa, guizzante come una serpe, misteriosa e indecifrabile sotto una apparente franchezza. Nel vuoto amaro del suo cuore Maria accoglieva quella amicizia così fervida, se ne faceva quasi un dovere, uno scopo umanitario, dal momento che Sofia aveva ascoltato i suoi consigli e aveva messo Bandini alla porta. Questo le sembrava un gran trionfo. Ora che cosa le rimaneva? Acchetare, colla sua freddezza il riacceso amore di Emanuele, rendergli la sposa onesta e pura, godere un istante della loro felicità, della loro pace, e poi... al di là dei mari, nella lontana America, la solitudine. Sofia insisteva perchè avesse a ristabilirsi in Italia; Maria non aveva preso ancora una decisione, ma nel suo paese tutto la rattristava; non la circondavano che memorie di lotte inutili, di sterili dolori, e il suo cuore ardente aveva bisogno di sacrificarsi ancora, di combattere, di amare. Molti progetti grandiosi le turbinavano nella mente. Pensava ai poveri, ai vecchi, agli abbandonati, agli infermi, ai bambini traviati, alle donne perdute e vedeva questa turba immensa di persone tendere le braccia a lei, chiederle quelle forze d'amore che non aveva potuto dare ad altri, quell'alta intelligenza del dolore che aveva acquistato soffrendo e prometterle in cambio un riposo di tutti i suoi affanni, una serenità completa e sicura nell'obblìo di sè stessa. Infervorandosi nella sua idea, andava più in là. Giunse al punto di chiedere a sè stessa se veramente avesse amato Emanuele, se tutto non era stato un sogno, una follìa di mente esaltata; e le parve in coscienza di dover conchiudere così. Da otto anni una ciocca di capelli biondi, chiusa in un piccolo medaglione d'argento con due iniziali intrecciate non l'aveva abbandonata mai. Ma ora, credette giunto il momento di distruggere anche questo ultimo avanzo di un amore che voleva rinnegare. Maria si avvicinò al caminetto, tenendo fra l'indice e il pollice la ciocca bionda, che il tempo aveva abbrunita come fosse oro vecchio; la contemplò per pochi istanti, con tristezza, e poi la lasciò cadere in mezzo alla fiamma, che divampò subito crepitando. Un odore disgustoso, leggermente nauseabondo, si diffuse per la stanza, odore di cosa morta, che fece indietreggiare Maria, mentre i suoi occhi aridi non abbandonavano il guizzo serpentino della fiamma. Così dunque, o amore, disseccato non sei altro che una putredine - pensava - ed io ti portai otto anni sul cuore, ciocca immonda, umida dei, baci di tutte le donne ch'egli avrà conosciute prima di me!... Prima e durante; quando ella lo aspettava sitibonda d'amore alla finestra, ed egli passava le serate fuori, tornando poi pallido e tranquillo... Ella avrebbe voluto ora avventarsi su quella ciocca già distrutta, perchè il fuoco le sembrava troppo nobile fine; e rammentava, indignata, la dichiarazione di poche sere prima, una dichiarazione d'amore, adesso che era marito e padre.

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