SCURPIDDU
inondata di sole, come la terrazza dove stavano a discorrere lei e quei due benefattori: non li chiamava altrimenti. Ma ella, avvolta nella mantellina di
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quei libri pieni di figure ! Quante cose aveva appreso! Parecchie parole non le intendeva, nè il Soldato riusciva a spiegargliele bene, quando
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aver più responsabilità dello smarrimento della tacchina, poichè se l'erano presa quei di Poggio Don Croce, Il massaio penserebbe lui a farsela rendere
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voleva essere una carezza. Quel ragazzo bruno, magro, con quegli occhi neri, intelligenti e pieni di tristezza, con quei capelli neri, arruffati, che
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Come erano passati presto quei mesi d'inverno con la bacchiatura delle ulive e coi lavori per l'estrazione dell'olio! Poi la seminagione, poi la
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di barche e di legni. - Quant'acqua. Madonna santa! Si sentì diventare piccino piccino. In quei tre giorni Scurpiddu passò di meraviglia in meraviglia
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, per esempio, in quei giorni che egli stava occupato ad annodare coroncine e badava poco a fare il chiasso con lei! Gli teneva il broncio, si
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suo stambugio, e se n'era scordato. Facendo e rifacendo quei suoi càlcoli, gli erano tornati in mente, e mèssili nella tasca, li portava con sè, sempre
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viso così macilento, che quei capelli grigi, che quegli occhi così smorti fossero quelli di sua madre. Soltanto quando vide lo zi' Girolamo, che si era
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, impiastricciavano i capelli a un disgraziato, e quei capelli non potevano venire districati più: chi se li tagliava, moriva sul colpo. - Corbellerie
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sillabario e ricominciava a compitare. Spesso si fermava, meravigliato che quei segni potessero parlare. Come facevano per dire: Pa-ne, Pon-te, Can-na
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rivelate il nascondiglio, Dovrà mangiarseli la terra quei quattrini, vecchiaccio? - Tròvali, - aveva risposto il bovaro crollando la testa, - Se chiedessi
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intorno a quei paesi lontani, di là del mare. Erano più grandi di Mineo? C'era la chiesa di Santa Agrippina? Il Soldato sorrideva. - C'è il duomo a