Giovani, negli anni nei quali con tutta l’anima si cerca ovunque il vero e l’ideale, venuti alle università, che furono per tutto il secolo XIX le officine di nuovi rivolgimenti intellettuali e sociali ostili al cattolicismo, avrebbero dovuto accorgersi che, alle soglie dell’aula magna, vengono a toccarsi cogli estremi confini due mondi avversi: mondi di idee e di convinzioni, ma che fuori nel turbine sociale corrispondono a due grandi soluzioni pratiche e radicali della vita presente ed avvenire. Questo contrasto, questa lotta suprema essi avrebbero dovuto affrontare e coraggiosamente superare in sé stessi e consacrare gli entusiasmi e le forze giovani all’una causa o all’altra. Si preferirono invece — pochi eccettuati — alle soluzioni radicali le soluzioni intermedie. Le idee «moderne» fecero un vile compromesso con quel po’ di cattolicismo che doveva restare per amor delle tradizioni familiari, ridotto naturalmente ad una somma più o meno grande di messe basse per non disgustare le ferie alla mamma. E quel tanto di cattolicismo che non si adattava al compromesso venne chiamato clericalismo, e a noi, che decisamente avevamo preso le parti di uno dei combattenti e ci eravamo dichiarati per una soluzione radicale, si gridò: fanatici, e turbatori della pace. Signori, anche Cristo un giorno ha detto: Non vengo a portar pace, ma spada. Ma regnava una pace in cui il bene era confuso col male, col vantaggio del peggio. Il Trentino e un paese, negli abitanti dei suoi monti cattolico, nelle sue classi colte, nella borghesia, in genere, pagano. Mentre la fede dei lavoratori di questa dura terra trentina restò salda malgrado la marea, che ascendeva quasi difesa da baluardi naturali, non ne rimasero illese le nostre città, i nostri borghi. Lo spirito invadente del paganesimo, qualunque nome portasse penetrò in questa società colta, ove coltura divenne più o meno sinonimo di scetticismo. O chiamate voi forse religione cattolica quelle quattro usanze rimaste per forza d’inerzia, come far battezzare i bambini, assistere a qualche funzione di parata e far posare la croce sul feretro, mentre la vita privata e pubblica è informata a principii pagani o a vieti compromessi, mentre i libri,la stampa quotidiana, l’arte, il teatro, le istituzioni sono inspirati ad ideali che sono fuori o contro il cristianesimo? No, o signori, il cattolicismo è qualche cosa di più integrale, non estraneo a niente di bene, avverso a qualunque male, una regola fissa che deve seguire l’uomo dalla culla alla bara, l’anima e il midollo di tutte le cose. I nostri contadini comprendono che fra loro e i signori c’é una grande diversità di convinzioni, benché non sappiano misurare la profondità dell‘abisso; e quando muovono alla chiesa e vedono il dottore o l'avvocato seduti alla porta del pizzicagnolo o dell’oste del paese osservarli con un cert’atto di superiorità e disprezzo, brontolano qualcosa che esprime il voto di un popolo intero più che non avvenga in cento comizi. E se domandate loro dell'origine di questi mali, vi rispondono: Ma, sono stati all’università! Conosco un buon uomo intelligente che aveva posto le più belle speranze su di un nipote che in ginnasio non aveva mai fatto parlar male di sé. A suo tempo, espresse allo zio il proponimento di andare all’università, e lo zio, pur continuandogli la sua benevolenza, incominciò a dargli del lei. E al nipote meravigliato motivava la mancata confidenza così: Mio caro, lei ora va all’università, quando ritornerà non penserà più come me ed è meglio ci avvezziamo ora a trattarci con deferenza. Nessuno vorrà negare che i nostri popolani nell’indicare la origine del male, non colpiscano nel segno. Sì, dall’università ci venne il paganesimo intellettuale, se non sempre la crisi morale. Ebbene, o signori, volevate voi che giovani convinti della loro fede ed entusiasti della sacra poesia della religione paterna, saliti là dove più distintamente s’ode il rumore della battaglia suprema, se ne stessero indifferenti osservatori? No, noi abbiamo ascoltato la voce del dovere, ci siamo stretti in un fascio, abbiamo spiegato la nostra bandiera e abbiamo offerto alla causa cattolica il nostro tributo di forze giovanili. Noi, ricordandoci delle parole di Montalembert, non abbiamo nemmeno supposto di non accettare le condizioni di un’epoca militante. Non bastava conservare il cristianesimo in sé stessi, conveniva combattere con tutto il grosso dell’esercito cattolico per riconquistare alla fede i campi perduti. Contribuire ora e più tardi al ritorno delle classi colte trentine all’antica fede della città del Concilio, e distruggere così l’abisso fatale aperto fra il popolo e la colta borghesia, ricondurre quell’armonia necessaria ad un popolo tendente ad alti destini, ecco quello a cui noi tendiamo e che esprimiamo mettendo a capo del nostro programma la parola cattolici. E a questo scopo ci soccorre la fede che solleva i cuori e la scienza che arma la mente. A chi nega la conciliazione dell‘una con l'altra, risponda Pasteur. Disse una volta ad un cotale che gli domandava se fra i risultati delle sue esperienze e la Bibbia avesse mai trovato contraddizione: Signore, io passai la vita nello studio, e giunto alla fine credo quanto crede un povero contadino della Bretagna. Se vivessi ancora penso che le mie esperienze mi condurrebbero a quella fede che anima la più povera vecchiarella brettone! Signore! signori! I polacchi dicono che per loro polonismo e cattolicismo è la medesima cosa. Polacco significa già cattolico. Parlando di noi trentini potremo dire a più ragione: Cattolici significa già italiani. E avremo una parola di meno nella formula. Ma viviamo, o amici, in un paese di confine, ove valse fin'ora per buon italiano chi giurò spesso d’esserlo, ove una borghesia di petrefatti ricantò nei caffè e nelle accademie ideali vecchi, tramontati già, se non mai sorti, per le masse popolari, belli se commuovono un popolo intero, quando seguirli venga stimato virtù; spogli di splendore, abbrutiti quando non facciano conto della realtà delle cose e dell’anima popolare e vengano rappresentati senza uomini o partiti come passione senza il riconoscimento delle leggi morali e dell‘ordine civile! Questi uomini e questi partiti o giovani, che ne ereditarono il fonografo, ripetono ancora oggi in buona o mala fede una terribile accusa contro i cattolici: mancar essi di patriottismo ed amore alla propria nazione. Ricorderò sempre, o signori, con sdegno la risposta che a me e ad un mio collega diede uno studente radicale in Vienna, quando eravamo accorsi come tutti ad interessarci d’una questione comune: Voi cattolici — lo sapete — non vi teniamo come italiani. Ah! Viva Dio, avremo dovuto rispondergli, i cattolici sono italiani da secoli, da quando sorse la nazione intorno alla cattedra di San Pietro; voi siete — se lo siete — italiani da dieci-dodici lustri. I cattolici hanno dietro quasi due periodi storici che furono guelfi, voi, forse, il ghibellinismo di cinquanta anni. Ma ci parve meglio ridergli in faccia. E così dovrei far oggi e passar oltre e dire: Guardate che cosa hanno fatto i cattolici trentini per la difesa della loro lingua e dei loro costumi, e vi basti. Se oggi sviluppo alquanto il nostro pensiero, non è per rispondere a certi giovanotti che di questi giorni proprio vanno, a rovina della patria e a vantaggio di un partito, ripetendo antiche menzogne, né per ottenere la patente di buon italiano da certi signorini che poi dichiarerebbero, magari dal podio del teatro sociale, di non crederci; ma io penso alle madri ed alle famiglie, ove la calunnia poté trovare credenza. A loro gioverà gridare di nuovo: No, questi giovani che si propongono d’essere anzitutto cattolici, non dimenticano socialmente di essere anche buoni italiani. Difendendo la fede e i costumi dei padri, compiono il primo dovere che incombe ad ogni italiano che non abbia dimenticato Dante, Raffaello, Michelangelo, Manzoni per Proudhon, D’Annunzio o Zola, né san Tommaso per Kant o Nietzsche, né il nostro apostolo latino san Vigilio per il teutonico Marx. La differenza capitale fra noi e gli altri è questa: gli altri coscientemente o no seguono un principio che si ripresenta sotto varie forme dall’umanesimo e dalla rinascenza in poi, per la quale una volta agli uomini fu Dio lo Stato, poi l‘Umanità, ed ora è la Nazione. E come Comte e Feuerbach parlavano di una religione dell’umanità, così ora si parla d’una religione della patria, del senso della nazione, sull’altar della quale tutti i commemoratori delle glorie altrui ripetono doversi sacrificar tutto e idee e convinzioni. Questo concetto trapelò anche da noi in molte occasioni e quando si dice che davanti al monumento a Dante devono sparire tutte le misere divisioni di partito, che cosa si vuole insegnare altro alla gioventù se non altro che la Nazione va innanzi tutto, che essa solo può pretendere una religione sociale, mentre il resto è cosa privata? Signori, non è vero! Noi ci inchiniamo solo innanzi a un Vero supremo indipendente e immutato dal tempo e dalle idee umane e al servizio di questo noi coordiniamo e famiglia e patria e nazione. Prima cattolici e poi italiani, e italiani solo fino là dove finisce il cattolicismo. Pratica: non furono i cattolici che ordinarono i fatti di Wreschen, ma furono coloro che senz’altro ritegno di giustizia e moralità gridano: la nazione soprattutto. No, Iddio, il Vero innanzi tutto! Nella pratica della vita questo principio non ci ha impedito di accorrere ogni qualvolta lo richiedesse l’onore di tutti gli italiani: e noi giovani anche per l’avvenire non perderemo nella nostra propaganda democratica cristiana; rammenteremo sempre che vogliamo creare non soltanto buoni cattolici, ma anche buoni italiani, amanti della lingua loro e dei loro costumi, fieri di appartenere a quella Nazione che fu nella storia la prediletta della Provvidenza. Un’altra parte del nostro programma è espresso nella parola «democratici». Signore e signori! Se le esigenze del Congresso e la ristrettezza del tempo lo permettessero, io vorrei parlare a lungo su questo argomento. E non perderei tempo! A quei signorini universitari che se ne stanno anche durante gli anni dello slancio e dell’altruismo epicureamente lontani dal popolo e s’avvezzano per tempo al caffè donde c’è venuta una borghesia parassitaria, vorrei ripetere oggi questa parola. Anche in questo riguardo il periodo universitario e fatale: dall’università si esce democratici o aristocratici già fatti. O che da giovani ci si avvezza a ridurre il mondo ai giornali che si leggono e ai membri della propria classe, e allora il giovane, divenuto dottore, avvocato, non discenderà fra le grandi masse popolari come fratello ai fratelli, ma come rappresentante di quella borghesia che si attirò nei tempi nostri tanti odi e maledizioni. O che si vede già da giovani oltre la barriera borghese venire una moltitudine di gente che vuole passare e si comprende la giustezza della tendenza, e allora si stende al di là la mano; vi fate a loro compagno e considerate tutta la vita come una faticosa erta su cui dovete salire voi e il popolo ad una meta comune. Non è mancanza di modestia, o signori, se noi, studenti cattolici, ci mettiamo senz’altro fra i democratici. Io credo che nessuna associazione universitaria ha tanti membri che si siano, come molti dei nostri, buttati all’istruzione popolare ed abbiano affrontato con coraggio, quando i loro studi lo permisero, il problema di creare nel popolo trentino democratici cristiani. Ma questo spirito democratico che ci anima, non è, o signori, una concessione alle tendenze di oggidì, ma un frutto di quel cristianesimo compreso socialmente, praticato dentro e fuori dell’uomo, in tutta la vita pubblica. Signore! signori! Con questo programma che abbraccia tutta la vita, abbiamo alzato l’anno scorso, all’autora del secolo XX la nostra bandiera. Questa bandiera l’abbiamo portata in mezzo alla gioventù studiosa, chiamando a raccolta e continuando a combattere. Noi vogliamo creare caratteri, vogliamo chiarezza d’idee. La nostra società è sorta come un’accusa contro i compromessi morali e religiosi. Noi rompiamo questa massa incolore, fortemente, ma lealmente! Numquam incerti, semper aperti! Non tema qualche buono che con ciò creiamo dissidi incancellabili. Vogliamo la guerra, ma per la pace. Quando gli studenti si troveranno di fronte con ideali chiari, con propositi precisi, sarà più facile intendersi. Ma fino a che regna la nebbia e il mare batte furioso, noi — la cavalleria leggera dell’esercito cattolico — stiamo sull’attenti, e al primo rumore che precorre l’assalto, gridiamo rivolti a tutti: Alle dighe; e vi ci lanciamo per i primi!
Parve strano, ci è stato negato che fosse necessario proclamarlo perché esisteva, hanno dovuto accorgersi, nel travaglio del dopo guerra, che la libertà in gran parte non esisteva più, era soffocata. Non la libertà economica, nelle costrizioni statali, negli inceppamenti formalistici e nelle ingiuste protezioni; non la libertà organica, nei privilegi particolaristici, nell’abolizione dell’autonomia, nell’accentramento burocratico; non la libertà morale, nella scuola monopolizzata, nella chiesa ancora sottoposta a vincoli esterni ed economici ed a proibizioni giuridiche, resti di vecchio giurisdizionalismo vuoto di senso. Lo stato e debole dove dovrebbe essere forte: nella tutela della legge, nel rispetto al diritto dei cittadini, nella garanzia allo sviluppo di tutte le libere energie; è invece forte dove non dovrebbe avere ingerenza diretta, ma solo coordinatrice e integratrice: nello sviluppo di tutta la vita che ferve alla periferia e che crea le energie produttrici del paese, morali, organiche ed economiche. Non noi solamente, molti furono anche gli uomini, studiosi e parlamentari, che all’indomani della guerra affermarono la necessità del ritorno alla libertà economica, per riprendere rapidamente il ritmo della produzione alterata e arrestata durante la guerra. Gli stessi uomini di governo vi aderirono; però, strano a ricordarsi, non vi fu periodo più rovinoso per la nostra economia di quello, per l’appunto, del dopo guerra. Istituti, consorzi, enti, gestioni fuori bilancio, monopoli si moltiplicarono in maniera incredibile; quelli creati durante la guerra furono conservati ed ampliati, soffocando ogni libera iniziativa, impedendo con leggi e decreti improvvidi la ripresa del ritmo economico, credendo che con semplici paraventi di cartone si potesse arrestare la forza dell’imperativo economico, legge ferrea della vita. Gli stessi favori economici e giuridici alle cooperative debbono essere inquadrati in una esatta visione di tali problemi, per non creare facili illusioni e formare una economia fittizia a danno della finanza dello stato. Debbono essere ridotte le protezioni allo stretto necessario per le esigenze dello stato, ed essere dirette a creare industrie indigene che si possano reggere da sé. Debbono perciò rivedersi le tariffe doganali, con un largo spirito di economia produttiva, senza tendere a sovrapporre le industrie all’agricoltura; debbono essere soppressi i regimi di sovvenzioni, e attenuarsi e ridursi secondo le esigenze reali della vita del paese le statizzazioni in materia economica e produttiva. È un audace colpo a tutta la congerie demagogica dello stato produttore, dello stato economo, dello stato protettore, dello stato assicuratore; è una audace rinunzia a tutto un bagaglio di parassitismo economico, che si è vestito tante volte di ragione sociale, per cui hanno peccato tutti in Italia, meno pochi, pochissimi ed inascoltati. Ma fino a che qualche po’ di denaro e di credito c’era, da poterlo anche sciupare tentando gli esperimenti (come, ahimè, falliti! A cominciare dalle poste di stato, per finire alle ferrovie dello stato, ed all’ormai defunto monopolio del caffè che ha avvelenato tanti stomaci italiani), era tollerabile che tutti i democratici d’Italia battessero le mani, e che gli increduli nell’avvento della economia associata fossero ritenuti della gente vieta e sorpassata. Ma quando la lira italiana oscilla a 20 centesimi, e abbiamo nel nostro territorio almeno due milioni di italiani in più di quelli che comporti la nostra potenzialità lavoratrice e produttiva, oggi non è lecito buttare allegramente il denaro dello stato, cioè della nazione, in sì tristi esperimenti. Bisogna assolutamente avere un programma di smobilitazione economica dello stato, senza quella perdita di tempo che tiene tuttora in vita dei consorzi di approvvigionamento già condannati, e che fa temere la sopravvivenza del monopolio del grano con l’annunzio di un miliardo di presunti utili, quando manca la ragione della sua esistenza per il pareggio di costo fra il grano prodotto e quello importato, le cui oscillazioni potrebbero correggersi con un razionale regime doganale. Occorre sopprimere quei dicasteri dove si annida la speculazione parassitaria, creata con arte attraverso leggi, e regolamenti nelle cui pieghe non sanno leggere gli stessi ministri che li controfirmarono. Tre quarti almeno della legislazione economica esistente si dovrà annullare, e per buon tempo è bene che i deputati — avvocati o medici — si astengano dal fare nuove leggi in materia. Le mie parole sono forti; i desideri sono radicali, e vorrei avere il tempo per dimostrare quali errori economici sono stati compiuti e quanto sia necessaria la libertà economica che tutti invochiamo, ma che non si ha il coraggio e la forza di restituire al paese; perché in Italia il governo, qualunque governo, è ormai prigioniero della burocrazia legata, anche senza malizia, a una nuova classe di affaristi di stato. Questo nostro grido di libertà economica non è però un grido di iconoclasti, né vuole abbattere quelle conquiste sociali che sono state invocate da gran tempo da tutte le scuole. Il regime delle assicurazioni operaie, la tutela del lavoro igienico e morale, le provvidenze atte ad agevolare le forme economiche del partecipazionismo non contraddicono al concetto di libertà economica nel senso già espresso in confronto alla pretesa eco¬nomica statale; solo limitano la ragione economica privata per una funzione sociale del capitale, e ne determinano certi rapporti col lavoratore come persona umana operante, non come cosa o strumento dell’opera. Ciò è ormai pacifico anche fra i partiti e fra i rappresentanti diretti degli interessi dei produttori. Quello che non è pacifico e attesta sempre il medesimo errore, è che il regime sociale associativo, mutuale, previdente del lavoro, lo si voglia far divenire servizio statale, monopolistico, meccanico; e che lo stato voglia creare attorno a tali istituti una classe, un partito, una burocrazia, una casta privilegiata e predominante.
Parve strano, ci è stato negato che fosse necessario proclamarlo perché esisteva, hanno dovuto accorgersi, nel travaglio del dopo guerra, che la libertà in gran parte non esisteva più, era soffocata. Non la libertà economica, nelle costrizioni statali, negli inceppamenti formalistici e nelle ingiuste protezioni; non la libertà organica, nei privilegi particolaristici, nell’abolizione dell’autonomia, nell’accentramento burocratico; non la libertà morale, nella scuola monopolizzata, nella chiesa ancora sottoposta a vincoli esterni ed economici ed a proibizioni giuridiche, resti di vecchio giurisdizionalismo vuoto di senso. Lo stato e debole dove dovrebbe essere forte: nella tutela della legge, nel rispetto al diritto dei cittadini, nella garanzia allo sviluppo di tutte le libere energie; è invece forte dove non dovrebbe avere ingerenza diretta, ma solo coordinatrice e integratrice: nello sviluppo di tutta la vita che ferve alla periferia e che crea le energie produttrici del paese, morali, organiche ed economiche. Non noi solamente, molti furono anche gli uomini, studiosi e parlamentari, che all’indomani della guerra affermarono la necessità del ritorno alla libertà economica, per riprendere rapidamente il ritmo della produzione alterata e arrestata durante la guerra. Gli stessi uomini di governo vi aderirono; però, strano a ricordarsi, non vi fu periodo più rovinoso per la nostra economia di quello, per l’appunto, del dopo guerra. Istituti, consorzi, enti, gestioni fuori bilancio, monopoli si moltiplicarono in maniera incredibile; quelli creati durante la guerra furono conservati ed ampliati, soffocando ogni libera iniziativa, impedendo con leggi e decreti improvvidi la ripresa del ritmo economico, credendo che con semplici paraventi di cartone si potesse arrestare la forza dell’imperativo economico, legge ferrea della vita. Gli stessi favori economici e giuridici alle cooperative debbono essere inquadrati in una esatta visione di tali problemi, per non creare facili illusioni e formare una economia fittizia a danno della finanza dello stato. Debbono essere ridotte le protezioni allo stretto necessario per le esigenze dello stato, ed essere dirette a creare industrie indigene che si possano reggere da sé. Debbono perciò rivedersi le tariffe doganali, con un largo spirito di economia produttiva, senza tendere a sovrapporre le industrie all’agricoltura; debbono essere soppressi i regimi di sovvenzioni, e attenuarsi e ridursi secondo le esigenze reali della vita del paese le statizzazioni in materia economica e produttiva. È un audace colpo a tutta la congerie demagogica dello stato produttore, dello stato economo, dello stato protettore, dello stato assicuratore; è una audace rinunzia a tutto un bagaglio di parassitismo economico, che si è vestito tante volte di ragione sociale, per cui hanno peccato tutti in Italia, meno pochi, pochissimi ed inascoltati. Ma fino a che qualche po’ di denaro e di credito c’era, da poterlo anche sciupare tentando gli esperimenti (come, ahimè, falliti! A cominciare dalle poste di stato, per finire alle ferrovie dello stato, ed all’ormai defunto monopolio del caffè che ha avvelenato tanti stomaci italiani), era tollerabile che tutti i democratici d’Italia battessero le mani, e che gli increduli nell’avvento della economia associata fossero ritenuti della gente vieta e sorpassata. Ma quando la lira italiana oscilla a 20 centesimi, e abbiamo nel nostro territorio almeno due milioni di italiani in più di quelli che comporti la nostra potenzialità lavoratrice e produttiva, oggi non è lecito buttare allegramente il denaro dello stato, cioè della nazione, in sì tristi esperimenti. Bisogna assolutamente avere un programma di smobilitazione economica dello stato, senza quella perdita di tempo che tiene tuttora in vita dei consorzi di approvvigionamento già condannati, e che fa temere la sopravvivenza del monopolio del grano con l’annunzio di un miliardo di presunti utili, quando manca la ragione della sua esistenza per il pareggio di costo fra il grano prodotto e quello importato, le cui oscillazioni potrebbero correggersi con un razionale regime doganale. Occorre sopprimere quei dicasteri dove si annida la speculazione parassitaria, creata con arte attraverso leggi, e regolamenti nelle cui pieghe non sanno leggere gli stessi ministri che li controfirmarono. Tre quarti almeno della legislazione economica esistente si dovrà annullare, e per buon tempo è bene che i deputati — avvocati o medici — si astengano dal fare nuove leggi in materia. Le mie parole sono forti; i desideri sono radicali, e vorrei avere il tempo per dimostrare quali errori economici sono stati compiuti e quanto sia necessaria la libertà economica che tutti invochiamo, ma che non si ha il coraggio e la forza di restituire al paese; perché in Italia il governo, qualunque governo, è ormai prigioniero della burocrazia legata, anche senza malizia, a una nuova classe di affaristi di stato. Questo nostro grido di libertà economica non è però un grido di iconoclasti, né vuole abbattere quelle conquiste sociali che sono state invocate da gran tempo da tutte le scuole. Il regime delle assicurazioni operaie, la tutela del lavoro igienico e morale, le provvidenze atte ad agevolare le forme economiche del partecipazionismo non contraddicono al concetto di libertà economica nel senso già espresso in confronto alla pretesa eco¬nomica statale; solo limitano la ragione economica privata per una funzione sociale del capitale, e ne determinano certi rapporti col lavoratore come persona umana operante, non come cosa o strumento dell’opera. Ciò è ormai pacifico anche fra i partiti e fra i rappresentanti diretti degli interessi dei produttori. Quello che non è pacifico e attesta sempre il medesimo errore, è che il regime sociale associativo, mutuale, previdente del lavoro, lo si voglia far divenire servizio statale, monopolistico, meccanico; e che lo stato voglia creare attorno a tali istituti una classe, un partito, una burocrazia, una casta privilegiata e predominante.