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        <title>Un solitario</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <bibl>Murri, Dalla Democrazia Cristiana al Partito Popolare Italiano, Firenze, Battistelli, 1920, 128-144. <date when="1920">1920</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="130" />{{131}}Due morti, avvenute a distanza di pochi giorni, nell'ottobre 1918, ravvivarono per poco ed in piccolo cerchio i ricordi di quella che fu in Italia la democrazia cristiana. A Pisa, dove era dal 1880 professore di economia politica nell'università, moriva, il 7 ottobre, Giuseppe Toniolo, il maestro venerato ed acclamato, anche se non seguito, da tutti i cattolici di azione ortodossamente democratici e popolareschi. A Rimini, dove lo aveva condotto il servizio militare, moriva, il 24 dello stesso mese, I'avv. Eligio Cacciaguerra di Cesena; quegli che, dopo la crisi provocata dalle furenti condanne di Pio X e dalla scomunica di Romolo Murri, aveva raccolto intorno a sé e impersonato e diretto, con viva fede e tenace devozione, la democrazia cri¬{{132}}stiana autonoma, la <hi rend="italic">Lega</hi><hi rend="italic">democratica nazionale,</hi> ridivenuta, secondo il suo desiderio e la sua proposta, Lega democratica <hi rend="italic">cristiana.</hi> La quale, benché si distaccasse dal Murri, fu, sinché visse Pio X, disertata e circondata di sospetto da tutti i cattolici che temevano le condanne pontificie e le ostilità dei vescovi, e rimase raccolta in pochi, tutta intenta a conciliare il più pio e ortodosso cattolicismo con la proclamata autonomia politica, alimentando la fiamma nei seguaci, attendendo tempi migliori. E quando Pio X morì, e le direttive di ferrea reazione caddero con lui, c'era già la guerra europea; né le circostanze e i nuovi doveri permisero al Cacciaguerra ed ai suoi amici democratici cristiani di profittare dell'avvenuto mutamento e sperimentare, operando, che cosa questo potesse significare per essi, quali nuove possibilità addurre.</p>
      <p>Ma non molto migliore era stata. la sorte di Giuseppe Toniolo. Il suo programma di azione sociale cristiana fu anzi tanto più duramente colpito in quanto esso, per definizione, supponeva ispiratrice e direttrice assidua l'opera stessa della suprema autorità della Chiesa. Giuseppe Toniolo, cattolico ossequentissimo, non disse ad alcuno le sue delusioni ed i suoi dolori, continuò anzi a partecipare, <pb n="133" />quando lo invitavano o gli davano incarichi di onore, all'attività delle organizzazioni ufficiali. Ma la sua attività di propagandista, così giovanilmente fervida sotto Leone XIII, era finita, la sua Associazione di studi sociali non diede più segno di vita; le sue ardenti confessioni di fede nella nuova missione sociale della Chiesa che, ponendosi a capo del proletariato o ancora fedele o disilluso del torbido sogno socialista, realizzasse la democrazia del lavoro, facendone base ed ambiente di una nuova egemonia spirituale, sarebbero suonate come uno stridente anacronismo. sotto un pontefice per il quale non esisteva una questione sociale, ma solo la questione della più severa disciplina canonica e pietistica del clero e dei fedeli, nello spirito della contro-riforma.</p>
      <p>Né le ampie lodi date in coro dai cattolici della tendenza media al morto maestro di Pisa, lodi ed omaggi ai quali così visibilmente partecipava F. Meda, allora ministro, possono illudere alcuno. Nel suo sogno di democrazia cristiana. Toniolo fu un solitario, sempre; e questa fu la sua sola e vera grandezza. Ed egli fu tutto in quella idea e per quella idea. L'insegnante di economia politica, l'autore di saggi diligenti e pregevoli di storia eco¬{134}}nomica medioevale e dei due primi volumi di un corso di economia politica, attestano una mente aperta a diligentissime ricerche ed una severa volontà di compimento del proprio ufficio scientifico, ma non offrono nulla di particolarmente notevole nella storia della scienza. E il suo lavoro di propaganda è anche tutto in quella idea nella quale egli ebbe tanta fede e pochissimi altri ebbero fede: poiché egli non fu un organizzatore, un suscitatore di volontà, un abile inventore di risorse e di espedienti; e non lascia ricordi spirituali. Il suo sogno finisce con lui.</p>
      <p>ln che cosa esso consistesse é brevemente detto.</p>
      <p>Innanzi tutto Giuseppe Toniolo é la negazione vivente e combattente dell'economia<hi rend="italic"> pura</hi> o, piuttosto, delle scuole utilitarie e positivistiche che cercarono nelle <hi rend="italic">leggi</hi> economiche la norma suprema della vita delle nazioni e dei rapporti fra le classi. Il Toniolo, concorde in ciò con tutta la scuola sociale cristiana, così numerosa e fiorente fra i cattolici delle varie nazioni sotto Leone XIII, pensò ed insegnò che <hi rend="italic">l'economia</hi> non è che una categoria, un punto di vista, una astrazione; che la realtà vera è l'azione umana e la coscienza e lo spirito umano; e che questo è innanzi tutto valore <pb n="135" />morale; ed agisce moralmente, o immoralmente, anche quando fa economia, per l'attuazione di un ideale di vita e la ricerca di fini di vita i quali lo riguardano nella intierezza della sua personalità e del suo essere; e che quindi non ci sono leggi economiche, fissità di rapporti quantitativi convertibili in numeri di valore monetario, le quali meritino d'esser chiamate leggi, cioè criteri normativi della condotta di individui o di Stati. L'economia è spiegazione e traduzione in formule di rapporti quantitativi e di attività umane considerate astrattamente sotto un solo aspetto, la produzione e lo scambio della utilità; ma, in quanto essa voglia suggerire norme pratiche e regolare rapporti umani, deve mettersi in contatto con la morale e fare i conti con questa.</p>
      <p>Ed in ciò egli e la scuola sociale cristiana hanno pienamente ragione. L'errore, un errore pratico, incominciava quando l'economista, dimenticando che la sua scienza è appunto una astrazione, non si limitava a cercare fatti e formule economiche, né a stabilire il metodo e i limiti della propria disciplina — che é diritto e dovere di ogni studioso aver chiari in sé e di ogni insegnante far chiari agli alunni — ma si dava alacremente alla ricerca, ap¬<pb n="136" />punto, delle norme morali che debbono guidare l'attività e i rapporti economici; trasformandosi così in politico, e, più che in politico, in moralista e in teologo.</p>
      <p>E infatti dai cattolici che hanno commemorato il maestro abbiamo sentito dire che egli fu un sociologo e un filosofo, una guida di anime ed un costruttore della società ideale. Ma la sociologia è disciplina spuria, positivismo larvato — caratteristica l'ammirazione del Toniolo per E. Spencer, — e non è riuscita mai a fissar chiaramente i suoi metodi e le sue pretese; ed è, quindi, alogicità e confusione. Né filosofo fu o pretese di essere il Toniolo, perché il suo assunto stesso, come vedremo, glielo impediva; se egli ebbe perfetta fiducia nella consonanza e nella identità delle esigenze del domma e della grazia cattolica con la ragione e la libertà umane, era la sua fede che gli ispirava questa fiducia piena, e la sua economia sociale è, per molta parte, teologia.</p>
      <p>Nel che possiamo anche vedere una reazione spiegabile, e quindi in certo senso legitima, contro un altro eccesso, anche più pericoloso: quello degli utilitari e positivisti e materialisti i quali, muovendo dal concetto di legge, e cercando le <pb n="137" />leggi della vita umana e della società politica nell'economia, arrogano a questa i diritti della filosofia o della morale, e diventano così dei dommatici.</p>
      <p>Oltre a questo, e a differenza di molti della scuola sociale-cristiana, il Toniolo ebbe una fede ingenua e sincera nel popolo, nelle classi lavoratrici e nella loro in parte riconosciuta ed in parte preconizzata ascensione; egli fu un mistico della fraternità umana e del lavoro, un democratico con lo spirito di Francesco d'Assisi. Per ciò egli fu quindi anche sinceramente e spontaneamente italiano, della più pura italianità.</p>
      <p>Ma a giudicare delle origini ideali e della importanza e delle <hi rend="italic">esigenze</hi> immanenti e delle lotte e dell'avvenire del proletariato a lui mancava qualche cosa di essenziale: la conoscenza del mondo moderno e dello spirito contemporaneo. E per la conoscenza a lui mancava la simpatia; poiché da questo mondo egli era irreparabilmente diviso dalla sua fede. Egli non vide nel socialismo un momento dialettico delle rivendicazioni che, iniziatesi nel campo filosofico, in Italia stessa, e nel religioso, in Italia e poi più efficacemente altrove, negavano la società antica, ecclesiastica e imperiale e feu¬<pb n="138" />dale, sospingevano le classi, l'una dopo l'altra, all'autonomia, al dominio della società storica, delle sue leggi e dei suoi istituti.</p>
      <p>Nel suo tentativo di comprendere il movimento sociale contemporaneo — e le preoccupazioni «sociali» dominavano gli animi quando egli incominciò ad insegnare e ad agire pubblicamente — a lui fu necessario rivolgersi all'età ed alla società che campeggiavano nella sua fede e nel suo spirito, al Medio Evo ed alla Chiesa cattolica. E nei moti sociali e proletari egli vide quindi non un processo di autoeducazione e di autonomia, del quale la rivoluzione era il precedente necessario, ma un implicito ritorno all'antico, un rinascere, su più largo campo, del comune libero e delle corporazioni medioevali. In questo senso, egli fu un romantico in. economia. E non potè mai intendersi con quelli i quali già nella loro democrazia, pur dichiarata cristiana e cattolica, portavano implicito, e spesso inconsapevole, lo spirito del loro tempo; e benché per qualche tempo facesse viaggio insieme con i giovani democratici cristiani, i dissensi incominciarono subito ed andarono poi gradualmente e fatalmente aggravandosi. Ed egli piacque invece, sotto Leone XIII, agli ambienti vaticani, al <pb n="139" />papa e ai vescovi e a qualche raro gesuita avventuroso che nel programma della <hi rend="italic">Rerum Novarum</hi> vedevano principalmente un mezzo politico per trattenere le masse dall'accorrere al socialismo e per legarle agli interessi ed alla causa della Chiesa ufficiale. Ma anche da questi doveva poi dividerlo la profonda sincerità del suo misticismo democratico, dal quale discende direttamente l'intima contraddizione del suo programma, conciliata o piuttosto velata da una fede ardente.</p>
      <p>Poiché quando il Toniolo dice: <hi rend="italic">Tutto per popolo</hi><hi rend="italic">e lutto per mezzo</hi><hi rend="italic">del popolo</hi>, e in questo motto riassume il proprio programma, egli dice cosa che, nel suo più vero pensiero, è fondamentalmente falsa, nel secondo inciso. Tutto per il popolo, sì; poiché della vita egli ha una concezione ascetica, e dispregia profondamente la potenza e la ricchezza e gli agi e gli ozii e le iniquità delle classi dominanti. Le quali possono bensì avere un ufficio sociale, e l'hanno in parte, e da esso, quando lo compiono, è legittimata anche la loro posizione ne' gradi della gerarchia sociale e la loro ricchezza; ma questa é funzione a vantaggio del tutto, e massima parte del tutto è il popolo lavoratore e massima dignità della vita è <pb n="140" />il lavoro. In quanto dunque i fini della vita umana si compiono quaggiù, e in quanto lo Stato e la società servono al raggiungimento di questi fini, è giusto che tutto sia per il popolo: cioè per quell'insieme armonioso di attribuzioni e di funzioni in cui il popolo che lavora ha la massima parte ed è trattato, in una società pagana e materialistica, con la massima ingiustizia.</p>
      <p>Ma tutto per mezzo del popolo? Questo certamente no. Poiché nel pensiero del Toniolo il popolo non era a sua volta che un mezzo, uno strumento nelle mani della Chiesa, un gregge docile a questa, che sola poteva trarlo dal male a salvamento; ed alla cui autorità, divinamente costituita, esso doveva, con filiale docile affetto, sottostare. Tutto dunque, piuttosto, per mezzo della Chiesa; e del popolo solo in quanto, nell'epoca nuova da lui preconizzata, alla grande massa dei lavoratori, oltrepassando i potenti e i ricchi della terra, la Chiesa stessa si sarebbe rivolta, e si rivolgeva, con Leone XIII e la sua enciclica. <hi rend="italic">Rerum novarum</hi>, la <hi rend="italic">Magna Charta</hi> della nuova democrazia, per compiere, a vantaggio di essa, e con la forza delle sue organizzazioni dirette e disciplinate dal clero, il nuovo assetto sociale. Il popolo dunque <pb n="141" />era, nella mente del Toniolo, e per parlare il linguaggio della sua filosofia, la materia, della quale la Chiesa doveva esser la forma, la mente, l'anima direttrice.</p>
      <p>Questo portava e porta, in sostanza, la dottrina cattolica del peccato, della grazia, della redenzione per Cristo, dell'autorità e della funzione della Chiesa; ed egli era logico, come credente. Ma era la logica di un mistico; e la Chiesa ufficiale, per i suoi fini politici e terreni, preferisce ed applica criteri politici, necessariamente illogici ed alogici. E la Chiesa si era abituata da secoli a ottenere i suoi fini con il mettersi d'accordo, piuttosto che con il popolo sfruttato, con i suoi sfruttatori; con i sovrani e le aristocrazie e le caste militari ed, ora, dopo l'avvento dell'industrialismo, anche, in quanto fosse possibile, con i signori dell'industria. E furono le preoccupazioni destate in questi dai primi moti della democrazia cristiana e dal fervore di quelli che la avevano sinceramente accettata che condussero dalla <hi rend="italic">Rerum novarum</hi> alla<hi rend="italic"> Graves de communi</hi>; un documento senza più slancio e fede. pieno di se e di ma, in cui si cercava di tarpar le ali al movimento senza sconfessare i principi già posti. Era la sorte che era sempre toccata, nella <pb n="142" />Chiesa, ai movimenti mistici spontanei e profondi; la Curia vaticana ha delle ragioni che non sono le ragioni del cristianesimo originario ed evangelico.</p>
      <p>Ma Toniolo era dei mistici docili: ed accettò la <hi rend="italic">Graves de communi</hi>, cercando di interpretarla come un temporeggiamento ispirato da prudenza; pronto a dare a sé tutti i torti ed all'autorità, che vedeva più alto e più da lontano, tutte le ragioni.</p>
      <p>Venne Pio X; e le faccende della democrazia cristiana del Toniolo si aggrovigliarono anche più. La Chiesa ufficiale vide con terrore ritorcersi contro di essa il principio democratico. Questo, non se lo era aspettato. Società, nella sua presente struttura storica, essenzialmente costituita sulla eteronomia e sulla autocrazia, essa vide nello spirito dei giovani democratici cristiani una minaccia di dissoluzione; e, con Pio X, corse subito al riparo: che fu la condanna severa, irosa e inflessibile. Toniolo, abbiamo detto, non era di questi: dinanzi ai timori del Vaticano egli si sentiva senza colpa. Quando aveva detto, correggendo il grido di Marx: Proletari di tutto il mondo, unitevi in Cristo, per Cristo egli intendeva il Papa, suo vicario visibile.</p>
      <p>Ma in un altro senso Pio X era anche la nega¬<pb n="143" />zione del suo programma. Quel grande sogno di <hi rend="italic">palingenesi</hi> (parola cara al professore pisano) era dunque estraneo al pontificato; del proletariato, questo non sapeva davvero che fare, se non in quanto si accostasse ai sacramenti, smettesse ogni orgoglio, obbedisse con immutabile docilità al clero e a tutti i poteri costituiti. Che c'era più altro da fare? Rimettersi alla Provvidenza e prospettar più lontano, oltre i termini della possibile breve esperienza  palingenesi. E raccogliersi nel silenzio e nella preghiera.</p>
      <p>Ma perché allora intorno al morto squittiscono i «pappagalli lusingatori?» Perché non hanno rispettato il silenzio del solitario studioso di Pisa? Se egli era stato un Veggente, certo questi cattolici non sono della sua generazione. Se era stato soltanto un Evocatore, essi lo avevano vinto in praticità e saper fare, ed agilmente superato. E certo non il pontefice che è succeduto a Pio X mostra di voler riprendere, con più audace e largo volo, il programma cui Leone XIII stesso, sulla fine del suo pontificato, strappò molte penne. Egli è piuttosto erede delle cautele che delle audacie di Leone XIII; ed assai più vicino ai cattolici il programma dei quali non va oltre l'immediato doma¬<pb n="144" />ni: molte organizzazioni economiche, mezzo milione di operai nella Confederazione generale del Lavoro, 2000 sezioni del P.P.I., un centinaio, se è possibile, di cattolici deputati in parlamento e una buona parte al governo; le conquiste, insomma, del poter politico, in qualunque gradino della scala sociale.</p>
      <p>iì1</p>
      <p>Noi, Giuseppe Toniolo possiamo stimarlo per la illimitata sincerità ed il generoso disinteresse del suo misticismo cristiano, ammirarlo con il rispetto che si ha per un grande passato, i cui ultimi raggi illuminarono la sua anima ardente, ma che è tutto e solo passato.</p>
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