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        <title>Da un Papa all'altro</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Murri, R., La politica clericale e la democrazia, I, ne I problemi dell’Italia contemporanea, Ascoli Piceno-Roma, Giuseppe Cesari–Società Naz. di Cultura, 1908, 30-55. <date when="1905">1905</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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      <p>DA UN PAPA ALL'ALTRO<note n="1">"Pubblicato nel nº 1 febbr. 1905 della Nuova Antologia, col titolo"> La nuova politica ecclesiastica in Italia. Questo e gli altri scritti, giù pubblicati, che entrano a far parte del presente -volume, sono stati solo leggermente ritoccati.</note></p>
      <p>Al periodo classico del risorgimento italiano conviene risalire per ritrovare le origini della presente politica ecclesiastica in Italia: poiché allora si disegnarono più chiaramente le due opposte tendenze che da quel giorno hanno tenuto il campo con alterna fortuna, la radicale battagliera e la moderata conciliatorista.</p>
      <p>Cadde, dopo l'allocuzione pontificia del 29 aprile 1848, il sogno e l'ideale neo-guelfo, che voleva ritessere su d'una unica trama i destini d'Italia e del papato: e quanti volevano l'unità della patria si persuasero che era inutile contare sul concorso della Chiesa di Roma o della Santa Sede. Ma uomini, i più, intimamente religiosi, dalle condizioni dello Stato pontificio e dal contrasto d'interessi fra Roma e l'unità d'Italia sotto casa Savoia trassero la conclusione che il raggiungere 1'unità fosse anche un liberare la Chiesa dal peso sempre più grave del potere temporale: e, molta parte del popolo italiano consentendo spontaneamente in questa opinione, gli <pb n="34" />avvenimenti fra il ‘60 e il ‘70 poterono compiersi senza che la protesta prima e poi l'astensione sdegnosa degli intransigenti assorgessero alla gravità di una profonda e insanabile lotta religiosa. Raggiunta l'unità d'Italia, gli animi ostili alla Chiesa si quietarono, come stanchi del grande sforzo, e la conservazione dello stato di cose raggiunto parve la miglior politica. L'anticlericalismo riapparve solo superficialmente ed a sbalzi, o come residuo retorico e passionale di movimenti caduti o come indizio precoce di movimenti non ancora maturi.</p>
      <p>E sinché la Destra rimase al potere, i rapporti del nuovo Stato con la Chiesa si ispirarono stabilmente a questo concetto: che l'atteggiamento di protesta del Vaticano fosse cosa passeggera e contraria alle tendenze stesse e agli interessi veri del cattolicismo: che la sistemazione data dalla legge delle guarentigie ai rapporti fra i due poteri fosse per 1'Italia e per la Chiesa egualmente un reale vantaggio, cui, anche quando il Vaticano non vi accedesse, era, non soltanto buona norma di opportunità politica, ma interesse duraturo dello Stato rimaner fedele, regolando i suoi rapporti con la Chiesa a concetti di larga e paziente liberalità ed evitando nell'indirizzo generale della politica offese ed attentati alla coscienza religiosa del popolo.</p>
      <p>Salita al potere la Sinistra, le cose non mutarono, nei primi tempi, per l'influenza sempre notevole dell'opinione delle classi medie, aliene da eccessi, sulla Camera, e della parte temperata di questa sul Governo stesso e sulla sinistra: l'Italia versava inoltre, in quegli anni, in gravi difficoltà interne ed urgeva il compito di riordinare le finanza e l'amministrazione dello Stato.</p>
      <p>Morto il Depretis, e succedutogli l'on. Crispi, le cose accennarono talora a mutare: in quel breve periodo, le sorti d'Italia parevano abbastanza sicure e lo Stato forte così <pb n="35" />da poter tentare una nuova politica ed attendere a problemi che erano sino allora rimasti in seconda linea: e l'on. Crispi oscillò, pare, — tanto incerte erano le designazioni dell'opinione pubblica e delle forze politiche organizzate e militanti — fra la conciliazione tentata e 1'anticlericalismo della statua a Giordano Bruno e delle dimostrazioni contro i pellegrini francesi nel 1901. Ma allora, come sotto Depretis, la sinistra non era base solida e coerente di governo di parte e i ministri dovevano, con frequenti rimaneggiamenti, adattarsi a scegliere amici ed appoggi presso i vani settori; all'Estrema cavallottiana nuoceva ancora troppo l'imbarazzo delle vecchie formule repubblicane perché essa potesse darsi ad un'azione positiva d'influenza sullo Stato e di operosità parlamentare. L'on. Giolitti fallì nel suo vacuo tentativo di risuscitare la Sinistra, l'on. di Budinì esitò incerto fra le varie tendenze, sinché poi finì coll'impaurirsi del pericolo clericale influendovi forse l'irritazione di parecchi per l'atteggiamento battagliero del Vaticano e dei clericali, del quale diremo ora.</p>
      <p>Dopo il ‘98 le cose non mutarono: il Governo Pelloux si occupava d'altro, ed occupò d'altro l'attenzione del paese: l'on. Saracco passò brevemente al governo; l'on. Zanardelli, che voleva una politica ecclesiastica forte ma rispettosa della libertà, e che pose fra le promesse del discorso della Corona il divorzio, era già troppo fiacco, per avere in ciò, come nel resto, un indirizzo risoluto e sicuro, e il progetto di legge pel divorzio, fiaccamente sostenuto dal Governo, fu occasione di un sollevamento di animi, che impedì di tentate le sorti d'un serio dibattito in Parlamento, e cadde ingloriosamente: la tarda età del pontefice Leone XIII, la cui figura solenne si imponeva anche agli avversarii, invitava ad attendere l'avvenire, e il mutamento avvenuto nella <pb n="36" />persona del monarca non fu tale da portare variazioni rapide e recise nell'indirizzo generale della politica italiana.</p>
      <p>Dall'altro lato invece, da parte cioè della Santa Sede, si eseguì una politica opposta; radicale e militante nella forma, benché seriamente minacciosa, mai. Pio IX, sinché visse, ebbe segretario di Stato l'Antonelli, l'uomo che aveva preparata e rappresentata la politica di lotta tenace e ad oltranza alla «rivoluzione», della quale lo Stato italiano era considerato come l'incarnazione; l'uomo che prima distrusse abilmente — egli che alla sua volta era strumento d'una tradizione e d'un indirizzo antichi e potenti — la politica liberale e neoguelfa dei primi tempi di Pio IX, poi volle condotte le cose all'assurdo della repubblica romana perché più vicina fosse la catastrofe, quindi si oppose tenacemente — sfidando anche il corrucio di potenti protettori — ad ogni piano d'indirizzo costituzionale e modernizzante nel governo degli Stati della Chiesa, aspettò imperturbabile la catastrofe del 1870 e continuò sino alla fine a considerare l'Italia nuova, come un'invasione passeggera, innanzi alla quale non ci fosse che da aspettare, con dignitosa protesta, la fine.</p>
      <p>Salito al trono Leone XIII, si pensò che le cose dovessero mutare; ma il nuovo papa, se aveva rappresentato l'opposizione ai metodi di governo antonelliani, quanto al contenuto ed alle aspirazioni della politica precedente la sua elevazione al trono, si trovò poi come preso da uno stato di cose dai quale non si poteva escire che inaugurando una politica radicalmente nuova: l'accettazione del fatto compiuto, quando questo era troppo recente perché gli fosse venuta dagli anni stessi e dal suo consolidarsi una tale apparenza di <pb n="37" />forza da giustificare un rilassamento nella protesta che gli si elevava contro, avrebbe avuto si vaste e radicali ripercussioni in tutta la politica vaticana chi, come Leone XIII, in quella politica era cresciuto e dei mezzi e delle risorse consuete e tradizionali di essa aveva si alta opinione, non si sentì di affrontare il nuovo: del resto la riserva o la protesta, se offrivano poca speranza di successo, erano ancora così piene di dignità e così utili all'istituto politico della diplomazia pontificia e all'internazionalità del papato, che Leone XIII potè sino all'ultimo rimanere fedele, se non fiduciosamente, almeno decorosamente, alla politica alla quale aveva legato oramai tutta la sua attività pontificale. Nei riguardi dell'Italia, caratteristica di quella politica era ancora il considerare il potere politico papale, non come l'indice e il fatto di un periodo storico che si andava chiudendo, ma come necessario al governo della Chiesa e divinamente dato per questo; il giudicare la situazione fatta al pontificato romano come «intollerabile»; il supporre quindi, in coloro che l'avevano creata e la mantenevano, un'animo ostile, un proposito fieramente avverso alla Chiesa ed alla religione stessa; e quindi anche il divider la propria causa da quella della rivoluzione e dei nemici della Chiesa, invitando i cattolici fedeli a staccarsi da quella ed unirsi a questa, attendendo e pregando. Tuttavia anche in questa politica radicale e militante, che supponeva e che perciò stesso tendeva a provocare uno stato d'animo avverso e persecutore nello Stato, maggiore era l'apparenza che la sostanza della lotta, dal punto di vista del conflitto vero e reale di interessi, di correnti e di parti nella vita pubblica. Come i cattolici i quali militarono per la restaurazione del potere pontificio furono sempre pochi, e si chiusero in forme di lotta accademiche, o quasi, così dall'altra parte, coloro che additavano nel clericalismo il nemico e volevano anche essi {{38}}la lotta ad oltranza e lo sterminio, furono sempre né molti né molto ascoltati.</p>
      <p>In questa bonaccia, che ebbe rare e brevi tempeste, maturavano nel profondo gli indirizzi nuovi, che oggi appariscono sempre più manifesti nell'autonomismo dei giovani democratici cristiani, nel modernismo, nell'anticlericalismo rinascente, nel problema dell'educazione ed in altri mille segni ed indirizzi; e dei quali è o sarà questo l'effetto: ricondurre le agitazioni religiose alla superficie della vita pubblica, ma dando ad esse una forma interamente nuova: quella di lotta, non più per il privilegio e per il potere politico dell'istituzione ecclesiastica, ma per l'influenza del principio cristiano e dello spirito religioso nella coscienza interiore e, per essa, nella vita intellettuale e morale dell'umanità.</p>
      <p>Ma la intanto, sinché questi tempi nuovi maturano, ciò che avviene oggi, se ha una grande importanza nel prepararli, significa pel momento un ritorno ai concetti ed alle vedute dei cattolici liberali che, dal ‘48 al ‘70, pensarono e vollero, come dicevamo, rendere anche un servizio alla religione, col liberarla dal peso del potere spirituale; e che desiderarono e preconizzarono l'accordo fra un Vaticano che, nel loro giudizio, rinsavisse, e l'Italia nuova, custode rispettosa, fra l'altro, della libertà religiosa e dello stesso pontificato romano. Contro le intemperanze e gli eccessi dell'estrema mazziniana alla Camera e nel paese, e contro il pericolo sempre rinascente d'una politica anticlericale dello Stato, dall'una parte, come contro gli eccessi e le proteste degli intransingenti, dall'altra, questi cattolici, numerosi ed influenti, sostennero la necessità dell'accordo <pb n="39" />fra tutte le forze dell'ordine, e l'identità od almeno la non difformità d'interessi dell'Italia una e della Chiesa: ed è appunto questo pensiero che oggi trionfa e riassume ed espone l'indirizzo della politica ecclesiastica in Italia nel momento che corre.</p>
      <p>Questa nuova condizione di fatti, rivelatasi, più che per positivo e manifesto proposito d'uomini, per una prepotente e come ineluttabile logica delle cose, contiene ed indica nel laicato cattolico una rinunzia, compiutasi silenziosamente, all'ombra delle formule esteriormente intatte d'una politica passata che essa rinnega e supera, e che pur tuttavia, in qualche senso, continua e rinnova come permettono le mutate esigenze dei tempi.</p>
      <p>Singolare incalzarsi d'eventi! La Francia, che aveva protetto negli ultimi decennii, dalla presa di Roma nel 1849 a Sédan, il potere politico della Chiesa, e che, dopo Napoleone III, era pur stata l'ultimo sperato presidio ed appoggio delle rivendicazioni pontificie, è divenuta, nel breve tratto d'anni che divide il ministero Méline dall'attuale, la più fervida propugnatrice del laicismo contro la Chiesa: mentre l'Italia che; inseguendo alle calcagna gli ultimi soldati francesi i quali si ritiravano da Roma, aveva tolto questa al papa e insediato di contro al Vaticano la monarchia, coglie prima i frutti della politica nuova, e vede accorrere i cattolici, trattenuti per tanti anni a far da scolta al Vaticano militante per il riacquisto di Roma, alla difesa della monarchia e dello Stato, con un impeto singolarmente spontaneo e vivace. E mentre Leone XIII, precorrendo in parte e timidamente i tempi, aveva tentato di chiamar la giovine e saliente democrazia alla difesa dei diritti storici del papato, più che su Roma, su la civiltà e la cultura occidentale, lui morto, l'atteggiamento della Chiesa, dinanzi all'Italia e al diritto nuovo dei popoli del quale la terza Roma s'era <pb n="40" />proclamata rappresentante, muta notevolmente; e questa conversione dal passato all'avvenire si compie con l'apparente e momentaneo sacrificio, da parte dei cattolici, della democrazia e dei democratici, a vantaggio delle classi conservatrici e dei loro rappresentanti e nel reale cordorglio dei più antichi e tenaci campioni della «causa papale».</p>
      <p>Uno studioso di sociologia avrebbe largo campo di esaminare in questi ultimi avvenimenti il rapporto delle soprastruzioni ideali, fissate nel concetto e nell'opera angusta degli uomini, alla sottostante realtà che le vuota lentamente e le «rivoluziona»; noi noteremo qui solo la singolare importanza di questa silenziosa rivoluzione, dalla quale il posto della Chiesa e del Vaticano nella vita pubblica dei popoli cristiani, e nello svolgersi parallelo del pensiero e dell'attività religiosa e civile dei popoli, esce rinnovato. Caduto il potere politico dei papi, la protesta della Santa Sede, ravvalorata ed espressa dall'astensione dei cattolici italiani dalle urne politiche, rappresentava ancora la continuità, nel cattolicismo ufficiale, di quello stato d'animo, di ideazioni, di rapporti costituiti, che del dominio temporale aveva fatto come il suo pernio e la sua base. Reclamare noi Roma o la libertà territoriale della Santa Sede significava evidentemente muovere ancora nella nostra vita pubblica, e innanzi alla coscienza religiosa, dall'antico concetto della necessità, per il cattolicismo, di un intimo accordo con lo Stato, e di un dominio politico: il titolo, più che esiger la cosa, la sostituiva e la continuava. Ma era intima necessità di quel quel titolo, o cambiarsi di nuovo in fatto, o esaurirsi e venir meno anch'esso: riconosciuto, come si è fatto ora, che era inutile sperare che i cattolici potessero direttamente <hi rend="italic">agire</hi> per il ritorno di un reale ed effettivo dominio politico del papato, non c'era che da abbandonare l'astensione e incominciare a tener conto, nella vita, delle necessità <pb n="41" />d'una revisione della condotta politica che si appoggiava su di esso; ricominciare da capo<note n="2"> Mostreremo più innanzi come spirito antico della politica vaticana per rispetto all'Italia, e allo Stato in genere, abbia mutato tattica, ma non sia sparito.</note>.</p>
      <p>Né ci si dica che la protesta della Santa Sede contro le condizioni fatte ad essa da <hi rend="italic">colui che detiene</hi> Roma, e la non avvenuta abolizione del <hi rend="italic">non expedit</hi> conservino immutato, per essi, quel titolo storico; noi possiamo bene spiegarci, dato lo stato d'animo della Curia romana per rispetto ai problemi generali di cultura e di vita sociale, il fatto e il significato che hanno queste riserve, riserve di un passato che non può sparire d'un tratto, e su di un avvenire che non è possibile prevedere oggi nei suoi minimi particolari: ma è evidente oramai che esse riserve hanno cessato di essere il pernio e la norma d'una politica astensionista; e questo a noi importa di constatare. La Santa Sede non  suo diritto «storico; » ma non è meno vero che essa ha visto con tacito ed operoso silenzio le forze dei cattolici volgersi a consolidare la posizione e la fora di coloro contro i quali quelle riserve sono mantenute; e ciò senza l'illusione, recente ancora fra cattolici laici e colti,<note n="3"> Era poi una illusione? O una poco abile manovra?</note> che ad una Italia e ad una monarchia forti fosse più facile venire ad accordi col papato, e definire amichevolmente la questione del possesso della città setticolle. Così la Santa Sede mantiene il <hi rend="italic">non expedit:</hi> ma vedremo innanzi in qual modo e con quale scopo.</p>
      <p>Noi non intendiamo entrare qui a discutere del grado e delle forme di libertà che sieno necessarie al governo della Chiesa per l'esercizio delle sue funzioni nella vita dei popoli cristiani e dei possibili modi di ottenerle: dovendo</p>
      <p>
        <pb n="42" />limitarci per questa parte a segnalare il mutevole aspetto che certe questioni assumono, col correr dei tempi, dinanzi alla coscienza religiosa, e il <hi rend="italic">divenire</hi> dei rapporti storici, egualmente mutevoli, della religione in genere e della Chiesa cattolica, e in essa e per essa del papato, con i problemi della civiltà e della cultura, con le costituzioni civili e con la vita dei popoli.</p>
      <p>Ma non possiamo neanche, per dovere di sincerità, trarci fuori della questione presente con facile disinvoltura, dicendo, come alcuno fece, che le rivendicazioni sulle quali si imperniava sinora la politica pontificia per rispetto all'Italia riguardino puramente la Santa Sede: dove invece conviene notare che, se ieri l'effettiva permanenza del <hi rend="italic">non expedit</hi> indicava una stretta solidarietà costituita nel fatto fra l'azione politica. dei cattolici e quelle rivendicazioni, poiché oggitale solidarietà di fatto cessa di esistere, convien pure che un mutamento, e non leggero, sia avvenuto nel modo di intendere e di far valere i diritti, nativi o storici, della Chiesa e del pontificato romano: o, più genericamente, nel modo di intendere i rapporti fra 1'attività religiosa dell'associazione ecclesiastica e l'attività civile e sociale dei cittadini e dello Stato: ridotto questo, assai borghesemente, ad essere l'interprete e il rappresentante di coalizioni di interessi e di lotte di partiti, nei governi parlamentari.</p>
      <p>Per chi consideri come la questione religioso-politica, più che sul diritto delle religioni e delle Chiese (prima fra queste la cattolica, che sola, anzi, si sottrae al geloso controllo diretto dello Stato) a reclamare e governare uni parte dell'attività umana e la coscienza interiore, verte. appunto sulla distinzione e sul crescente differenziarsi delle funzioni della società religiosa e della civile, e sulla portata del rivolgimento operatosi nei loro mutui rapporti, vedrà facilmente quale ricco significato e quanto larga importanza <pb n="43" />acquisti la scissione praticamente iniziatasi nei novembre scorso, non dissenziente il Pontefice fra l'azione politica dei cattolici e le rivendicazioni, anche se d'indole politica e territoriale, della Santa Sede; scissione la quale e nelle sue cause indica e nella sua efficacia prepara un più reale e positivo concetto, largamente operoso negli animi, del meccanismo vitale della società civile e della società religiosa: i cui culmini ed esponenti, lo Stato e la Chiesa, sono sempre più considerati, invece che come enti giuridici astratti e dittature sociali lottanti pel dominio dell'uomo, come funzioni ed esponenti di diverse attività ed esigenze di quelli che compongono insieme l'una e l'altra società: è la lotta classica fra i due istituti, smettendo l'apparato drammatico di altri tempi, si traduce sempre più chiaramente in <hi rend="italic">differenziazione</hi> di uffici e in contrasto di principi ideali della coscienza e di esigenze. pratiche della vita.</p>
      <p>E questo è il mutamento radicale che si va oggi manifestando nelle esteriori contingenze della nuova politica ecclesiastica, e tende a dare a questa, pel ritorno a una religiosità più personale e più spirituale, un carattere più intimamente democratico.</p>
      <p>Così quel che fu doveva essere: e fu appunto per la forza irrompente e soverchiante delle cose. Bergamo, che per le sue possenti organizzazioni cattoliche, per le sue amministrazioni comunale e provinciale in mano dei clericali, per la sua astensione esemplare era detta la Vandea d'Italia, fece essa appunto, alla vigilia delle ultime elezioni, con la pressione insistente dei suoi più vitali interessi, traboccare la bilancia a favore della «coscienza sicura» nel votare, ed aprì la breccia verso la quale si precipitarono poi i cattolici in massa: tanto era oramai il contrasto  realtà e le soprastruzioni giuridico-ecclesiastiche alle quali accennavano innanzi.</p>
      <p>
        <pb n="44" />Non ci rimane ora che notare il diverso atteggiamento dei cattolici e delle varie categorie politiche nelle quali è diviso il corpo dei cittadini italiani innanzi alla nuova politica e dei cattolici e della Santa Sede; e cogliere così, nella varia graduazione dei colori che la compongono, la iridescente politica ecclesiastica apparsa sul cielo di Italia nel novembre 1904.</p>
      <p>I cattolici moderati, quelli che per lungo tempo avevano sostenuto l'utilità della caduta del potere politico pontificio e il dovere per i cattolici di prendere il loro posto a difesa dell'ordine e della monarchia, ci videro la loro piena vittoria: ed un rappresentante laico di questo gruppo, il marchese Cornaggia, entrò, circondato da un'aura invidiabile di successo, in Parlamento, e fece intorno alla questione politico-ecclesiastica dichiarazioni personali lodevolmente sincere: un altro non laico, espresse nella <hi rend="italic">Rassegna nazionale</hi> la sua soddisfazione e diede consigli il cui succo è tutto in questo, nel voler fatta oramai definitiva, anche nel terreno delle lotte politiche costituzionali, la separazione fra religione e politica; nel proporre, non un partito nuovo, ma che i cattolici penetrino, con convincimenti e propositi religiosi, tutte le varie graduazioni del partito dell'ordine in Italia: devota maniera di proclamare l'accordo fra cattolici e moderati contro i partiti detti del disordine e rimetter così su nuove basi quell'altro accordo diplomatico e contrattuale fra religione e politica che si voleva abolito.</p>
      <p>Quelli dell'estremo opposto, i clericali intransigenti, o si erano opportunamente eclissati nel frattempo, come la <hi rend="italic">Voce della Verità,</hi> o si trovarono confusi e sperduti, colti in flagrante reato di una papalità che si levava, oramai, contro il papa medesimo: e si vanno sforzando, con la minor mala grazia possibile, di mutar tono.</p>
      <p>I cattolici dalle tendenze mediane, che non si preoccu¬ <pb n="45" />pavano molto di scrutare queste loro tendenze, non stettero a guardar molto pel sottile; e, contenti della nuova via aperta, si gittarono alacremente in essa, portati da convinzioni oscure e da interessi lampanti, a far uso dell'arma politica contro gli avversarii imprudenti provocatori; e lasciarono sul campo delle lotte politiche e amministrative distesi i corpi freddi di molti socialisti e repubblicani: e si divisero lietamente il bottino con i moderati, e arrotarono l'arma per nuovi combattimenti.</p>
      <p>I democratici cristiani si trovarono male, da principio, per una singolare ragione. Quel mutarsi dei tempi. e degli ideali, quel premere delle cose verso la vita pubblica, quell'entrar dei cattolici nell'agone politico essi l'avevano preveduto e preparato: ma preparato alla luce di un programma consapevole ed organico, pel quale la conversione dal passato all'avvenire sarebbe stata sicura ed intiera, ed alla politica antica, fatta di tradizioni ed avida di privilegio, se ne sarebbe prontamente sostituita un'altra, di libertà e di democrazia. E non si erano contentati di pensare e prevedere: ma prima per sé, poi — facendo di necessità virtù — nell'Opera dei congressi rinnovata, avevano preparato l'esecuzione di questo praticississimo piano. Nel breve corso di pochi mesi, quanti ne passano dalla caduta definitiva dell'Opera dei Congressi al 6 novembre 1904, essi videro sparire gli organismi già preparati o trasformati come per far luogo a questo caotico e precipitoso erompere ed irrompere nella vita pubblica di forze poco consapevoli e disciplinate, in un momento in cui un senso spontaneo e legittimo di reazione contro la dittatura di pochi facinorosi sulle giovani organizzazioni proletarie annebbiava negli animi la chiara visione dei doveri sociali incombenti sullo Stato e sull'azione pubblica dei cittadini, fonte e controllo dell'attività legislativa.</p>
      <p>E, del resto, chiunque, pur non essendo democratico, si <pb n="46" />preoccupasse della dignità edelle esigenze d'un normale sviluppo della nostra azione verso idealità più elevate, doveva sentire rammarico di quel dileguarsi nel nulla d'una politica alla quale, dacché era virtualmente superata dallo svolgersi della vita, rimase pure negli ultimi anni l'ufficio come di riparo all'ombra del quale si dovessero raccogliere e disciplinar le forze giovani e sane del cattolicismo italiano, per entrare con una azione consapevole e vigorosa nella vita pubblica: e ciò spiega e giustifica la condotta dei giovani e della <hi rend="italic">Cultura sociale</hi> in quelle elezioni.</p>
      <p>Fuori del nostro campo, il pubblico non vide malvolentieri l'ingresso dei cattolici nella vita pubblica. Le prevenzioni e le ostilità tenute vive, prima che un largo e profondo movimento di cultura e di democrazia apparisse tra i cattolici italiani, dagli estremi dei due opposti partiti, con mezzi molto diversi ma con eguale risultato, sono in parte scomparse, per far luogo a più equi apprezzamenti. I moderati si rallegrarono incondizionatamente del fatto che dava reclute nuove ai loro uomini, molto a corto di elettori, e alla loro rappresentanza alla Camera. I socialisti ne trassero motivo di inveire contro il prete e contro la Chiesa, mostrando, con la consueta esagerazione di animi appassionati e violenti, e senza tener conto, come sono usi fare, dacché il rivoluzionarismo s'è insediato all'<hi rend="italic">Avanti!,</hi> degli sforzi sinceri e vivaci dei democratici cristiani, il pericolo che da quella riscossa di un partito per lunga tradizione storica proclive a servire e seguire, più che ad agire, veniva alla causa della democrazia e del proletariato in Italia: il Governo, rappresentando in ciò la maggioranza del pubblico, prese atto, con mossa né lieta né triste, della presenza dei nuovi venuti: i quali erano giudicati uomini meno proclivi a passioni di parte e gare d'ambizione, ma che sarebbe stato per questo stesso più pericoloso avere nemici.</p>
      <p>
        <pb n="47" />Diversa ci apparisce la cosa, se consideriamo gli ultimi avvenimenti, non più in relazione con la precedente politica vaticana in Italia, ma nelle probabili ripercussioni ed effetti che potranno avere nel seguito. Chi non è nuovo alle polemiche dibattutesi recentemente fra cattolici, sul terreno teologico come in quello sociale, ha potuto certo misurare la profondità della crisi che si agita nel seno della cultura e della teologia cattolica: crisi che la solida organizzazione ecclesiastica del cattolicismo e l'enorme sviluppo preso dal potere centrale in parte comprimono ed in parte nascondono, moderandone gli effetti, ma senza poter attenuarne in nulla la portata e il valore.</p>
      <p>Due generazioni, due metodi, due culture si sono trovate di fronte, e si combattono e si disputano il terreno sempre più vivamente. Il conflitto è acutissimo; e tuttavia la scissura, che molti temettero, non ne venne né poteva venirne: perché la separazione, già attuata, del diritto civile dal canonico mette gli studiosi cattolici al sicuro da irritanti repressioni personali, e più perché, nonostante il mormorare che molti fanno di razionalismo e di infiltrazioni protestanti, il moto intellettuale, che rifiorisce nell'applicazione dei metodi critici e positivi alle scienze ecclesiastiche, è, salvo particolari manifestazioni e tentativi, di purissima origine cattolica: la Chiesa, considerata o come pura dottrina religiosa, o come organizzazione collettiva della vita religiosa dei credenti, come <hi rend="italic">società</hi>, non può nulla perdere nel progresso degli studi storici-psicologici sociali: essa ne trarrà anzi l'enorme vantaggio di adattare sempre meglio, con una revisione critica di tutto il suo passato, l'attività gerarchica e l'uso dei suoi mezzi sociali agli scopi ed allo spirito che la caratterizzano.</p>
      <p>Ora, io diceva, chi ha seguito l'acuto contrasto di questi ultimi anni fra le vecchie e le nuove tendenze nel seno <pb n="48" />del cattolicismo, e gli sforzi fatti da queste ultime per liberare le forme esteriori della vita religiosa dei popoli cattolici dalle infiltrazioni e dai sedimenti secolari di interessi e di tradizioni estranee, doveva, innanzi agli ultimi fatti, porsi una domanda: i mutati rapporti fra i cattolici militanti e il partito monarchico in Italia, e gli altri mutamenti che essi, per volere d'uomini o per spontanea necessità delle cose. suppongono e maturano nei rapporti fra Chiesa e Stato, costituiscono un vantaggio del cattolicismo considerato in sé e per sé, e cioè negli interessi universalmente umani ed intimamente religiosi che esso rappresenta, od un vantaggio, e come un estendersi e consolidarsi, di quelle tradizioni estranee e nocive che ne hanno per tanta parte mortificato l'influenza negli ultimi secoli, ed hanno creato malintesi sì gravi fra la cultura e la democrazia dall'una parte e il cattolicismo e la Chiesa dall'altra? Insomma, sono interessi moderati e conservatori che hanno rimorchiato il cattolicismo italiano, od è invece il pensiero religioso che rientra nel campo sinora contesogli della vita pubblica, ad esercitarvi, con forme opportunamente mutate, la debita influenza? E se l'una cosa e l'altra, quale delle due di preferenza?</p>
      <p>Noi cercheremo più innanzi una risposta all'arduo problema; il quale, tuttavia, nella realtà, non potrà esser risolto che dai fatti; dal prevalere cioè dell'una o dell'altra tendenza nella direzione della nuova attività politica dei cattolici: la lotta è ingaggiata.</p>
      <p>Qui sta oggi il pernio della questione politico-ecclesiastica in Italia: la tacita ed effettuale rinunzia della quale abbiamo parlato sopra è politica di grandissimi risultati, ma negativa e spontanea; e ci si è offerta come un rallentamento di resistenza, poiché a questa venne a mancare ogni fiducia nel successo più che come positivo orientamento nuo <pb n="49" />vo. Ma la politica negativa può essere un risultato o una crisi, non può essere un programma di azione; e se oggi noi non riesciamo ancora a discernere le linee d'un nuovo programma di politica ecclesiastica, adatto ai tempi e coerente, non dobbiamo meno per questo spiare ed indagare i fatti, per vedere che cosa essi ci dicono e che cosa vanno preparando.</p>
      <p>Ora la domanda che noi poniamo a noi stessi e alla vita che si va svolgendo è pur sempre la stessa: lotta o accordo dei due poteri? Politica pacifica o politica di combattimento?</p>
      <p>Intanto, una forma di accordo è unanimemente giudicata impossibile: quella che consisterebbe in una conciliazione formale ed espressa dello Stato italiano e della Santa Sede: essa non potrebbe aver luogo, nelle circostanze presenti, che sotto forma di una piena ed aperta abdicazione di questa seconda alle sue rivendicazioni su Roma, ed a questo, almeno per oggi e per parecchi anni ancora è impossibile venire. Né, del resto, quando una tale conciliazione avesse avuto luogo, la questione sarebbe risolta: poiché rimane l'altra, che è per noi principale, de' rapporti fra lo svolgersi dell'attività ecclesiastico-religiosa e lo svolgersi dell'attività politico-sociale, in Italia, dove la prima è ancora così intensa e potente e dove tanti sono ancora i punti di contatto e di intersecazione. E per questo è anche impossibile quell'altra forma di accordo che sarebbe la libertà piena della Chiesa ed il suo disinteressarsi d'ogni questione direttamente politica: il diritto comune è una norma sufficiente là dove la libertà religiosa costituisce una vigorosa tradizione, superiore ai dissensi religiosi, e dove il cattolicismo è in minoranza: in Italia, dove esso è religione comune ed ha una gerarchia solida e popolarissima e mezzi di azione e di influenza potenti, parlare d'una libertà all'americana come <pb n="50" />possibile oggi, e senza che una profonda trasformazione d'animi si sia prima prodotta fra i cattolici e abbia posto la religione <hi rend="italic">fuori della politica dei partiti</hi>, è un ignorare i termini storici e concreti della questione. La libertà religiosa piena e sincera sarebbe un privilegio «<hi rend="italic">di fatto»</hi> pel partito politico clericale.</p>
      <p>L'accordo potrebbe quindi solo voler dire cooperazione e collaborazione pacifica; la quale implicherebbe: la conservazione dello <hi rend="italic">statu quo,</hi> se non un miglioramento a vantaggio della società ecclesiastica, nel diritto e nelle consuetudini politiche riguardanti la Chiesa, ed una reciproca buona volontà nell'applicazione della legge, come è appunto avvenuto dagli inizii del nuovo pontificato ad oggi; la rinunzia, dall'una parte e dall'altra, a richieste ed agitazioni le quali turberebbero o la coscienza religiosa o la coscienza civile degli italiani; come sarebbero, ad esempio, o il divorzio o campagne clericali per limitazioni di libertà ispirate ai criteri del Syllabus; infine, una azione politica dei cattolici aconfessionale, che cioè non apparisca come un fatto chiesastico, e non troppo vincolata ad uno dei partiti politici, contro gli altri: fosse anche, questo vincolo, stretto col pretesto di portare un appoggio disinteressato alla monarchia ed allo Stato contro accentuarsi di tendenze sovversive ed antimonarchiche. E questo, se non erriamo, è per ora, più o meno chiaramente appreso, il pensiero e il programma medio fra le tendenze di coloro che predicano e tentano di fare l'accordo fra la Chiesa e lo Stato in Italia e quelle dei modernisti.</p>
      <p>Per quel che riguarda tendenze e programmi di lotta fra società religiosa e società civile in Italia, ci limiteremo qui a poche osservazioni preliminari.</p>
      <p>
        <pb n="51" />E innanzi tutto è da scartare quella forma di lotta che era rappresentata dal clericalismo; il militare cioè nella vita pubblica contro le conquiste civili della borghesia e contro l'unità nazionale, per il ritorno a un concetto autoritario della vita pubblica e per il ristabilimento di un dominio territoriale della Santa Sede. Questa <hi rend="italic">pregiudiziale</hi> temporalistica è, per comune confessione, divenuta impossibile oggi; il Congresso cattolico di Bologna del novembre 1903 ne disperse gli ultimi resti. Se, per un caso storico qualsiasi, in Italia si fosse giunti all'unificazione nella repubblica è certo che questa politica clericale, di fronte alla più larga irruzione di tendenze estreme nell'opera dello Stato che la repubblica avrebbe facilitato, poteva acquistare un vigore enorme e forse decisivo; ma la grande influenza moderatrice che esercitò la monarchia costituzionale nella vita politica nostra ha reso impossibile, come la violenza degli uni, così la reazione degli altri.</p>
      <p>Altra forma di lotta potrebbe essere l'organizzazione militante dei cattolici contro le tendenze democratiche nella vita pubblica e nello Stato, rafforzando le conservatrici e mettendo a servizio di esse le proprie forze elettorali. Lo sviluppo normale dello Stato moderno verrebbe impedito e ritardato da questo incunearvisi di una confessione religiosa, potentemente organizzata, e che esercitasse sui segnaci un potere come di coercizione e di soffocamento morale: e ne nascerebbe certo un conflitto acuto, come quello che ora dilania la Francia. Il pericolo di una tal forma di contrasti esisteva sicuramente sino a pochi anni addietro: oggi esso è forse minore, per merito della «<hi rend="italic">democrazia cristiana</hi>»: la quale, se anche non potesse impedire, come non poté nelle ultime elezioni, una troppo stretta coalizione fra le forze conservatrici e le cattoliche, riserva almeno una parte, e la più giovane e più vivace di queste, a vantaggio d'una po¬<pb n="52" />litica di libertà e di democrazia, impedendo così la formazione d'un blocco compatto clerico-moderato.</p>
      <p>Un'altra forma di lotta potrebbe aver luogo per rivendicazioni d'ordine religioso, e in tal caso essa non potrebbe essere provocata che dallo Stato: a nessuno il quale conosca le condizioni interne presenti del cattolicismo e della Chiesa in Italia può venire in mente che i clericali abbiano ad assumere da un momento all'altro una politica di offesa e di riconquista, per riavere nel paese condizioni più favorevoli di libertà e di dominio. Essi potrebbero invece assai facilmente mobilizzare le loro forze quando il tentativo di leggi che paressero lesive dei diritti e delle libertà religiose venisse dallo Stato, come apparve nell'ultima campagna popolare contro il divorzio. Ma anche da parte dello Stato velleità d'offensiva sono ancora poco probabili; perciò esso verrebbe a trovarsi contro due troppo forti nemici, a destra e a sinistra, e sarebbe assai facilmente condotto dalle vicende della lotta a stringersi troppo all'uno o all'altro e rimetterci la sua libertà; cosa facile ad accadere in regime repubblicano, dove manca continuità di tradizione di governo, non facile in monarchia costituzionale.</p>
      <p>E rimane allora un'ultima forma di lotta, che è solo assai impropriamente tale, ed è quella della quale noi siamo, più che fautori convinti, promotori tenaci, la <hi rend="italic">lotta per la cultura</hi>; la quale,più che pro o contro lo Stato, si svolge fra due opposte ed irreducibili concezioni dell'essere e della vita e conseguentemente della società: delle quali l'una presume di far capo alla ragione ed alla scienza ed ha i suoi più vivaci rapprentanti nel socialismo, e altra fa capo alla fede e ad un'etica trascendente, ed è rappresentata da quella che fu detta democrazia cristiana. Questa lotta, per rispetto allo Stato, ha od avrà, piuttosto il carattere di <hi rend="italic">pressione costante</hi> esercitata, sul terreno delle pubbliche li¬<pb n="53" />bertà, da organizzazioni politico-sociali, sulla vita pubblica e sullo Stato per imprimere all'attività collettiva una direzione che determini un più elevato concetto etico della vita umana e della convivenza sociale; ma rispettando la neutralità e la formale laicità dello Stato dinanzi alle concrete concezioni e confessioni religiose. Le due concezioni religiose dominanti oggi potrebbero dunque combattersi rimanendo lo Stato, fra esse, neutrale. Solo quando questo, in luogo di seguire una curva ondeggiante, quale risulta dal mutevole rapporto delle due forze opposte, si mettesse arditamente sul percorso d'una delle due tendenze, avvalorandola delle sue forze proprie, la lotta sarebbe pro o contro di esso. E quella pressione noi vediamo esercitarsi dovunque siano dei partiti di cattolici modernamente organizzati; i quali, costretti da necessità positive a metter da parte schemi astratti di società giuridiche perfette, accettano ed assumono lo Stato come una concreta organizzazione giuridico-politica, avente esigenze ed interessi nettamente determinati, e cercano solo di influire, o dal di dentro o dal di fuori, su di esso, in un determinato senso, senza tentare di trarlo da quella formale ed effettiva neutralità religiosa che le condizioni della coscienza contemporanea gli impongono. Ciò richiede da parte dei cattolici e della loro azione politica una abitudine di libertà, una maturità di senno civile, una larghezza d'animo che è dubbio se i cattolici italiani abbiano ancora acquistato, ma che, nella pratica della vita correggendo le antiche tendenze di intolleranza clericale, e negli studi positivi le abitudini d'un pigro dogmatismo logico e formale, essi potrebbero rapidamente acquistare.</p>
      <p>Il momento che corre di politica ecclesiastica<note n="4"> Si era al principio del 1905.</note> è carat¬<pb n="54" />terizzato da quel senso di sollievo e di espansione che nasce dallo sparire delle antiche animosità e dalla cooperazione recente per la «difesa dell'ordine»; le due società, non riconciliatesi in un accordo formale, ma trovatesi come di sorpresa più vicine di quel che pensassero, più che a piegare a proprio vantaggio la nuova situazione di cose, sembrano proclivi a gustarne tranquillamente i frutti, che essa offre da se; i cattolici, felici della libertà politica riacquistata, ne misurano, in questi primi momenti, assai più volentieri i vantaggi che le responsabilità; gli estremi, nel bruciore delle sconfitte recenti, meditano e preparano. la vendetta; ed assai probabilmente, sinché una nuova condizione di cose non si determini, si andrà innanzi così, con una specie di tacito compromesso per la conservazione dello <hi rend="italic">statu quo</hi>, compromessogarantito dal durare delle benevole reciproche disposizioni della Chiesa e dello Stato; e nella calma di questa o tregua o pace i cattolici si prepareranno a condurre e ordinare le loro forze nella vita pubblica al ritorno delle elezioni generali.</p>
      <p>Intanto il partito socialista, che, per la posa vanagloriosa di un rivoluzionarismo dommatizzante, si lasciò sfuggire la magnifica opportunità che gli era offerta dalle inclinazioni democratiche del nuovo re e dalla vittoria piena riportata sul Ministero Pelloux e sulle tendenze che esso, con incredibile imprevidenza, rappresentava; e che si dilaniò poi in una lunga ed atroce lotta interna; penserà a riparare i suoi danni e si rimetterà in assetto di battaglia per la lotta ventura. E spunta già, nei suoi giornali, il proposito di misurarsi di fronte con i cattolici e di strappare con più intenso sforzo le masse alla religione. Ma quando esso si sarà riavuto e riordinato e, riacquistando l'influenza perduta sui gruppi vicini ed affini che ora si vanno sgretolando, potrà ripigliare una politica propria, la quale sarà, certo risolutamente an¬<pb n="55" />tireligiosa; e quando, d'altra parte, anche i cattolici si saranno sistemati a partito ed incominceranno ad agire organicamente, le condizioni della politica dello Stato di fronte alla Chiesa potranno radicalmente mutare; in che senso e con quali effetti è oggi troppo presto dire.</p>
      <p>Questo solo noi crediamo di poter dire con certezza: che l'avvenire dipende in grandissima parte dall'atteggiamento, liberale o intollerante, democratico o reazionario, clericale o sociale, che prenderanno i cattolici.</p>
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