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        <title>Che  cosa fu il modernismo?</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <bibl>Murri, Dalla Democrazia Cristiana al Partito Popolare Italiano, Firenze, Battistelli, 1920, 6-36. <date when="1920">1920</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="6" />{{7}}Parliamo di cose passate. E lontane. Ma non così lontane che il ricordo — solo esso? — non ne sia vivo. Perché fra il 1900 e il 1910, per un decennio, di modernismo tutti sentirono parlare; e brevi, motuproprii, encicliche, scomuniche pontificie richiamarono l'attenzione del mondo su questo movimento che fu detto, infine, contenere il veleno di tutte le eresie. La Chiesa cattolica si commosse come per il fremito occulto di una nuova primavera di vita o si spaventò come per la minaccia di una rovina imminente, che bisognava a tutti i costi deprecare.</p>
      <p>E le altre Chiese guardarono stupite e con intensa aspettazione quello che avveniva nella Chiesa romana e cercarono in se stesse, scuoprendo i <pb n="8" />segni di una stessa rinascita o di uno stesso male; e anche i profani trovarono, per lo meno, esteticamente bello e pieno di interesse il gesto degli oscuri che uscivano dalle file additando nuove vie all'organismo millenario della Chiesa, e del papato, ansioso e fremente come non era mai apparso, che fulminava scomuniche, avvolto nei nembi di una delle più fitte bufere che si sieno mai alzate sino a tanta vetta.</p>
      <p>E oggi? A ripensarci, si ha l'impressione che prendeva Carducci sulle fonti del Clitummo quando, dopo la commossa evocazione delle guerre e dei trionfi romani, si guardava intorno osservando la bruna cerchia dei monti e ascoltando il gorgo¬gliare delle acque nel silenzio largo della verde campagna. Tutto tace.</p>
      <p>In mi sono spesso chiesto con meraviglia come mai fu possibile che un movimento così vasto e clamoroso, da scuotere dalle fondamenta la Chiesa di Roma e richiamare l'attenzione del mondo, potesse finire così, intieramente, nel nulla; sì che, a poco più di un quinquennio di distanza, non par che ci sia più né un modernista né uno il quale ritenga che valga la pena di occuparsi di modernismo (salvo, come si vede, il sottoscritto);- <pb n="9" />e Benedetto XV, succeduto al profligatore dell'eresia, non avrebbe avuto in alcun modo da occuparsi di modernismo, altro che per una rapida, disinvolta e sommaria liquidazione dell'eredità del predecessore, anche se egli non fosse stato, nei suoi primi anni, così occupato nella ricerca delle parole più neutrali e dei gesti più diplomatici e delle iniziative più proficue in occasione della guerra<hi rend="italic">.</hi></p>
      <p>Spesso mi son posto tale domanda; e, pur conoscendo, come pochi, le origini e i motivi e i principali attori e le vicende del modernismo e delle persecuzioni contro di esso, non riuscivo a darmi una risposta. La persecuzione, da sola, non spiega nulla; perché nessuna idea viva, nessun movimento che avesse le sue ragioni nelle cose, ha mai ceduto dinanzi ad una persecuzione. Se mai sarebbe potuto nascere uno scisma; molto più che gli scismatici, nei moderni regimi di libertà civile, se non religiosa, non avrebbero avuto da temere carceri o rogo, ma, se mai, solo il blocco economico e la sistematica diffamazione.</p>
      <p>La risposta mi è balzata viva, ultimamente, innanzi ai pensiero mentre leggevo il grosso volume della autobiografia di Giorgio Tyrrell e della <pb n="10" />biografia che ad essa ha aggiunto la signorina Petre<note n="1">"Giorgio Tyrrell"> Autobiografia (1884-1909), per cura di M. D. PETRE. Libreria ed. milanese, Milano</note>; e mi è apparsa così semplice ed evidente e conforme a tutto quello che sapevo già, di quel movimento, che essa è divenuta subito familiare al mio spirito, come le verità definitive, conquistate con lento sforzo, sulle quali nessun dubbio par più possibile.</p>
      <p>Perché dalla lettura di queste nitide pagine del Tyrrell, confessioni di una giovinezza scritte con meraviglioso candore, una verità balza evidente: che cioè il celebre teologo e gesuita inglese, entrando a diciotto anni nella Chiesa cattolica e nella compagnia di Gesù, <hi rend="italic">si è sbagliato;</hi> e tutto il suo modernismo non è stato che la lenta e penosa espiazione di quell'errore giovanile; come se qual¬cuno, cercando una fanciulla della quale gli avevano descritto ed egli aveva poi lungamente sognato la meravigliosa bellezza e bontà, sbagliasse il numero della casa e si trovasse, d'un tratto, dinanzi alla grazia insidiosa e al viso dipinto di una futura Santippe. E al suo distacco dalla Chiesa papale e dalla autorità di Roma e dalla Compagnia di Gesù si potrebbe applicare la frase di spi¬<pb n="11" />rito che A. Briand diceva del divorzio dopo un matrimonio male assortito: non mi divido da mia moglie; esco a cercar moglie.</p>
      <p>Giorgio Tyrrell, coscienza squisitamente religiosa fin dalla prima giovinezza, cercava la religione interiore: cercava, per la sua coscienza pura e la sua precoce esperienza mistica, la calma di una dottrina certa e di una vita raccolta e armoniosa. Egli, il pio e mite irlandese, non avrebbe cercato una Chiesa né sarebbe andato incontro al doloroso errore se non avesse pensato che quella religione interiore della quale aveva sete esistesse, certo, in una chiesa storica, proveniente dal Cristo; poiché per lui, come per tanti altri, il dono della rivelazione cristiana era appunto, e doveva essere, un sistema esteriore di <hi rend="italic">dottrina</hi> certa, di rito santo e divino, di pia confraternità dei credenti, nel quale la sete dell'anima fosse sopita, ed al viaggiatore giunto nella sua casa non rimanesse che prender possesso del patrimonio paterno ed amministrarlo e dispensarlo con amorosa bontà, per i fratelli minori; e non si fosse quindi dato a cercare quale delle Chiese con le quali le vicende della sua giovinezza lo avevano messo in rapporto possedesse intatto e venerando il tesoro della rivelazione cristiana. Chia¬<pb n="12" />mato a una vita di raccoglimento interiore e di fervore mistico egli anelava a perdersi per ritrovarsi, a darsi per giungere al possesso di se medesimo.</p>
      <p>L'esperienza dolorosa dell'errore fu, in qualche modo, immediata; ma, per mille cause d'ordine psicologico, non così decisiva, dal principio, da forzare il Tyrrell a chiedere garbatamente scusa dell'equivoco e ritirarsi con un sorriso acerbo.</p>
      <p>Alla delusione immediata, infatti, nel primo incontro con gesuiti e nei primi anni del noviziato, si intreccia tenacemente l'illusione voluta, ostinata, che cerca e, se non trova, attende da una ulteriore esperienza i motivi che la mantengano in vita; che esagera affettuosamente, e quasi affannosamente, l'importanza di quel poco che pure le è offerto; che, invece di inveire contro altri, dubita quasi di sé e si chiama in colpa dell'aver troppo preteso ed atteso o del non aver saputo scuoprire, e, sopratutto, rifugge dall'ansia di un nuovo, e forse desolato, vagabondaggio spirituale per le vie del mondo.</p>
      <p>Come si illuse; come fu deluso; come continuò per anni, i migliori della giovinezza e della vita</p>
      <p>sua, i pochi anni lungo i quali ha condotto i1 suo racconto, a persistere nella esperienza male avviata <pb n="13" />e meditare e cercare, questo ci dice il Tyrrell nell'autobiografia. Peccate che non abbia voluto o potuto condurla sino agli ultimi tempi; poichè il dramma sarebbe stato evocato intiero per i venturi, sino allo scioglimento della dolorosa liberazione.</p>
      <p>L'autrice della biografia, miss Maud D. Petre, amica e seguace devota ed erede spirituale del Tyr¬rell, ha ripreso il racconto dove l'autobiografia si interrompe, e lo ha continuato sino alla morte di lui. Ma per quanto bene conoscesse tutte le vicende e gli scritti, anche privati, e il pensiero del T. quale poteva più liberamente rivelarsi nella conversazione amichevole, la signorina Petre non ha osato raccogliere il filo conduttore delle pagine autobiografiche di lui, non ha osato confidare di poter cogliere e dire il segreto dello svolgimento d'un'anima così intima e così ricca; ha seguito il suo eroe, passo passo, nelle vicende esteriori e negli scritti, con delicata femminile riservatezza. E tuttavia il racconto stesso che essa fa del distacco del Tyrrell dalla Compagnia di Gesù e da Roma e gli scritti di lui, e più specialmente gli ultimi e i postumi, mostrano come egli, sciolto da ogni riguardo verso la gerarchia e il domma, andasse diritto verso una reinterpretazione storica e mistica dei cristianesimo <pb n="14" />nella quale appaiono nitide le direttive profonde della sua vita interiore.</p>
      <p>Al dramma Tyrrell l'umanità deve dunque talune delle più belle pagine sulla religione che sieno state mai scritte. Ma voi vedete come nel modernismo di Tyrrell la Chiesa cattolica c'entra un poco come quel numero di casa sbagliato del quale parlavo. Egli è <hi rend="italic">passato</hi> per <hi rend="italic">essa,</hi> portando nel suo animo il sogno e la speranza; non fu mai, non un momento solo, gesuita o cattolico per intiero, perché la ricerca non poté convertirsi mai in accettazione, anche se lottò a lungo e duramente contro una tenace volontà di accettazione.</p>
      <p>Il modernismo di Tyrrell non fu dunque, in realtà, che cosa e fatto di <hi rend="italic">una</hi> persona sola, crisi di un'anima, non ostante il valore universale della sua esperienza religiosa; esso è la storia di un errore di fatto; l'errore di chi, avendo già nell'inizio stesso della sua ricerca superato inconsciamente il cattolicismo, entra in questo con una aspirazione che riman subito insoddisfatta e che un poco alla volta corrode e sgretola le fragili basi di un edificio costruito su quell'errore. Chi non è cattolico, non può capir nulla di quella <pb n="15" />crisi interiore; chi è stato, anche per un giorno solo della sua vita, sinceramente ed interamente cattolico, non può mai esser modernista a quel modo.</p>
      <p>Prendete ora un altro caso, il caso di Loisy. Sostanzialmente diverso, come esperienza psicologica, esso ha, per quel che riguarda la domanda che ci siamo posta, lo stesso valore. Sarebbe facile dimostrarlo, con alla mano i volumetti rossi del celebre esegeta francese.</p>
      <p>Alfred Loisy è una intelligenza fredda, serena, ragionatrice, assetata di certezza; della certezza che si acquista indagando. confrontando, vagliando, che scuopre gli idoli, per vedere di che materia son fatti, che vuol possedere la realtà con quella speciale forma di presa di possesso che è l'intendimento accurato ed intiero; e una intelligenza che era fatta per essere sovrana in questo territorio. Tale egli ci apparisce fin dai suoi primi scritti; e così bisogna intenderlo, per comprendere lui e il suo caso. Immaginate voi, ora, un Ippolito Taine, ad esempio, cattolico e prete?</p>
      <p>Alfredo Loisy <hi rend="italic">si</hi> è <hi rend="italic">trovato cattolico e prete.</hi> Del fatto, la causa in parte risale a quella spontanea ed impersonale generazione e concatenazione di <pb n="16" />eventi che chiamiamo caso; in parte è nella stessa sua libera volontà; ma, si noti, una volontà nella quale è implicato il pregiudizio che nella Chiesa, ed essendo cattolici e preti, la ricerca della verità positiva e scientifica non è vietata, anche quando essa si applichi ai libri sacri ed alle dottrine ecclesiastiche; che il cattolicismo è la verità e la verità non solo non ha nulla da temer dal sapere, ma non può anzi che trarne vantaggio. Un caso Loisy c'era già stato, e si chiamò Renan, come c'era stato un caso Murri, e si chiamò Lamennais. Tyrrell è un caso nuovo, nella celebrità; ma quanti casi Tyrrell nell'ombra!</p>
      <p>Anche per Loisy dopo l'errore della giovinezza cattolica e clericale sopravvenne la delusione dolorosa, l'intima contraddizione fra quel che si è necessariamente, per natività spirituale, e quel che si è divenuti nella empirica vita esteriore; e poi il distacco lento, contrastato e pure inesorabile.</p>
      <p>Anche qui, dunque, il modernismo non è punto un vasto movimento di anime cattoliche, un precipitare di eventi collettivi; è la storia di un errore individuale, di <hi rend="italic">una</hi> coscienza; di una grande co¬scienza, naturalmente, come quella, che andando diritta ed inflessibile per la sua strada, trova la for¬<pb n="17" />za di scrollare da s'è qualche cosa che si chiama la Chiesa di Rorna ed il suo sacerdozio, in un paese, come la Francia, dove una logica convenzionale e sociale può essere, più che in ogni altro paese, giudice severo e fastidioso di chi la sfida.</p>
      <p>Ora che cosa c'è di comune, ad es., fra le timide audacie di un A. Baudrillart e di un P. Lagrange, un monsignore e un domenicano per i quali la ricerca scientifica non è la sostanza stessa dell'anima, la volontà di sapere e di esser fedeli alla verità, ma l'occupazione, l'impiego, il modo di avanzare, comando del p. superiore? Se questi sono i  capisce bene che il modernismo non poteva essere che una moda, un certo latitudinarismo dottrinale, un liberalismo alla Leone XIII; se modernismo è quello del Loisy. si capisce egualmente bene che qui non siamo avanti a nulla di sostanzialmente nuovo e di collettivo; è uno studioso sincero, appassionato della verità. avido di serena oggettività, ricercatore paziente, severo testimone della storia, smarritosi per caso in una casta che ha altro per la mente, anche quando studia, ed al quale la petulanza e cattivo gusto di coloro fra i quali è capitato rendono difficile la liberazione. Questo modernismo c'era prima </p>
      <p>
        <pb n="18" />di Loisy, e si chiamava critica; c'è dopo le scomuniche di Pio X, e si chiama critica.</p>
      <p>Lo stesso si può dire di qualche altro noto modernista. Eccone uno, ad es., che sin dalla prima giovinezza sogna democrazia e cultura e battaglie civili e giustizia e libertà. Gli capita d'esser educato in un seminario, ed egli sente dire e si persuade che la Chiesa cattolica è l'ambiente ideale per tutto quello che il mondo ha di bello e di buono e di giusto: e si fa prete, ma per questa persuasione e con quelle sue idee e con quei suoi propositi e per essi. Anche egli ha sbagliato il numero della casa; le baruffe domestiche e le infe¬licità coniugali non hanno nulla che fare con la sua vita vera e la ragione e lo scopo di essa; sinché un bel giorno egli esce di casa, cercando...se stesso; cercando cioè altrove quello che sempre e sopra a tutto volle essere o fare.</p>
      <p>Ora, bisogna esser maligni come un gesuita o come un giornalista clericale per dire: Tyrrell, l'infelice Loisy, l'infelice tale altro. Infelici, sì, ma solo di esser capitati nella loro compagnia; una volta riconosciuto l'errore commesso, non rimaneva ad essi altro che andarsene. E se l'andarsene é così difficile, ciò avviene solo per le <pb n="19" />male abitudini della brigata; dalla quale chi scampa tanto più ragione ha quindi di chiamarsi fortunato, anche se acquistò il diritto al loro odio, per tutta la vita.</p>
      <p>Gli esempi che abbiamo addotto parlano con sufficiente evidenza; perché in pochi nomi si raccoglie tutto il modernismo e perché essi ci permettono di giudicare della intima vacuità di tutto un grande movimento apparente, che si risolve poi in un piccolo numero di crisi individuali, dovute ad un errore di fatto. Queste, come esperienze «cattoliche», possono essere istruttive, ma solo per spiegare come nell'ultimo quarto del secolo XIX fosse ancora possibile l'illusione della quale caddero vittime. Nella Chiesa, per il. sistema di educazione che vi prevale, l'esperienza non si accumula né si continua, ma è sempre rifatta su tipi fissati una volta per sempre, e quel che non rientra in essi reciso; e ciò spiega gli anacronismi e gli equivoci dei quali abbiamo parlato, il ripetersi di illusioni identiche di generazione in generazione. L'uno non sa dell'altro.</p>
      <p>Lo spavento della Chiesa romana e il cattolici-smo del terrore si spiegano, non come provocati da una nuova eresia interna, ma come brividi pro¬<pb n="20" />vocati da un contatto occasionale con queste terribili forze dissolventi che sono il misticismo, la critica, la democrazia.</p>
      <p>La rapida sparizione del modernismo si spiega quindi anche essa assai facilmente; essa non è che la imposta separazione dalla Chiesa di poche anime capitatevi cercando altro. Un modernismo <hi rend="italic">cattolico</hi> non c'è stato che come fatto riflesso, secondario e diffuso. Ci sono stati degli uomini i quali, mossisi per cercare la religione interiore, la critica, la democrazia, hanno finito con l'imparare, attraverso dolorose peripezie, che esse non abitano al numero tale, della via tale, in quel quartiere di Roma che si chiama Borgo. La religione interiore continuerà ad essere il delicato affanno di poche anime elette; la critica e la democrazia erano prima di quel modernismo e rimangono, dopo di esso, quello che erano, senza commuoversi molto per la crisi d'anima per la quale è passato taluno dei loro seguaci, e continuano la loro via, chiusa la serie di taluni fatti personali di rappresentanti di esse con la Chiesa, modificando e svolgendo il mondo storico dello spirito nel quale la Chiesa stessa deve vivere, e quindi anche essa, ma solo mediatamente.</p>
      <p>
        <pb n="21" />Ma c'è forse chi non si persuade di questa così semplice e piana verità; e ci chiede: Ma, e tutte le dottrine del modernismo, esposte in innumerevoli libri? E la schiera enorme di modernisti e di periodici e di associazioni edi iniziative loro?</p>
      <p>E' facile rispondere. Una dottrina modernista non è mai esistita: non c'è una eresia di. Loisy, di Tyrell, di Murri. L'eresia, nel significato classico della parola, deve essere ed è sullo stesso terreno dell'ortodossia: domma opposto a domma, bibbia opposta a bibbia, Dio a Dio, Cristo a Cristo. L'ortodosso e l'eretico sono parimenti i custodi della «vera» rivelazione; e ogni ortodosso è eretico, per qualcuno, e viceversa.</p>
      <p>Una pretesa di questo genere manca intieramente nei modernisti maggiori. Tyrrell, un mistico puro, indaga e scruta la sua coscienza e fa della psicologia religiosa: sperimentatore, egli stesso, ed esperimento, ad un tempo, osserva e dice le esigenze e le leggi della vita interiore, con una incomparabile finezza, e dà quello che dice come sua esperienza, per coscienze sorelle. Il suo più forte vincolo con la Chiesa, negli ultimi anni, sarà questo piccolo mondo di coscienze sorelle che egli si era fatto e che son già qualche cosa di lui; ma che, dopo lui, timi¬<pb n="22" />dezza o nostalgia o insufficienza di conquistata libertà interiore legano ancora alla Chiesa. Lasciarle è duro; ma mentire ad esse è più grave. Quando il Tyrrell ha dinanzi autorità ecclesiastiche, quando si incontra con «verità» ecclesiastiche, il suo atteggiamento è di chi, non nega, ma vuol spiegare. Ci sono molti i quali non capirono che il modernismo non ha mai <hi rend="italic">negato</hi> nulla. Se si avesse 1a pretesa, assurda, di raccogliere in una frase quello che Tyrrell ha insegnato, si dovrebbe usare una quasi tautologia, dal significato il più semplice e innocuo, all'apparenza che cioè il bene è la volontà buona e il male è la volontà cattiva. Non c'è forse altro nel Tyrrell; ma in queste parole c'è la più fiera requisitoria che possa essere elevata contro l'ecclesiasticismo romano.</p>
      <p>Quando i gesuiti e il Vaticano cominciarono a trovare incomodo quest'uomo che diceva delle cose tanto semplici e tanto rivoluzionarie, non seppero che cosa opporgli; avevano dieci libri e cento articoli, di lui, e...lo pregarono di sottoporre a revisione la sua corrispondenza privata.</p>
      <p>E Loisy che cosa ha insegnato? Già oggi non si insegna più nulla, si suggerisce. La pretesa di insegnare è una caratteristica delle vecchie chiese: e, <pb n="23" />anche per questo, non è una dottrina, ma è un metodo che le abbatte.</p>
      <p>Oggi lo studioso o l'insegnante suggerisce ed anticipa; pronto a correggersi egli stesso, a cercare ancora, a integrare la <hi rend="italic">sua</hi> verità in una verità più comprensiva e più vasta, egli ha abolito in sé lo spirito dommatico; sa che ogni verità deve essere riconquistata e che ogni riconquista é una invenzione.</p>
      <p>Loisy ha trovato, formulate e applicate molto innanzi a lui, le norme della ricerca filologica e storica; le ha, dopo molti altri, con intenso lavoro personale, adottate nello studiare bibbia e vangelo; ha gioito interiormente della storia che gli si rivelava, di fra il velo delle leggende. Si può respinger tutto di lui, ma in nome di un esame critico più accurato; si può accettar tutto, ma provvisoriamente, per quello che vale, e salvo ulteriore revisione dei risultati. Ma un loisysmo non esiste e non è neanche immaginabile; si può tessere una lunga serie degli «errori» di Loisy, cioè di conclusioni critiche che sono in contrasto con le dottrine dei teologi; ma quelle conclusioni non pretendono in alcun modo di essere teologia; sono la critica stessa, nel suo sviluppo, fatale come le <pb n="24" />leggi della razionalità umana, indipendenti da ogni interesse di teologi o di Chiese, da ogni atteggiamento personale o vicenda di condanne e di resistenze.</p>
      <p>Lo stesso dicasi di quell'altra forma di modernismo che ebbe aspetto più particolarmente politico e sociale. Nessuno è, sino ad oggi, riuscito a dire esattamente quale fosse l'«errore» del così-detto murrismo; esso negò che ai papa si dovesse obbedienza assoluta anche in materia politica e sociale, ed era d'accordo, in questo, con tutta la dottrina e la tradizione cattolica e poteva esporre la sua tesi con le espresse parole di S. Tommaso d'Aquino. L'eretico, se mai, fu il Vaticano, in questa materia. Il suo più grande errore, quello per il. quale Pio X si rifiutò di lasciarlo rimaner nella Chiesa, l'autonomia politica dei cattolici, è diventato. dodici anni dopo. verità ufficiale, col P. P. I.</p>
      <p>E come il modernismo non fu eresia, dottrina e domma opposto a dottrina e domina, così esso non fu neanche scisma né tentativo di scisma. A nessuno dei capi passò in mente di proclamarsi Chiese e di fare anche solo due proseliti per essere. in tre. un <hi rend="italic">collegium.</hi> Anzi, e la cosa non fu sufficientemente notata, nessuno di essi volle prende¬<pb n="25" />re l'iniziativa del distacco dal cattolicismo: si lasciarono, tutti, metter fuori, ed opponendo la più lunga e tenace resistenza che fosse loro possibile. Più ancora, sin quasi all'ultimo essi furono, più che dei critici, degli apologisti del cattolicismo. Non ne erano contenuti, perché in tutti essi c'erano un postulato ed una esigenza irriducibile, che importava superamento del cattolicismo; ma si sforzavano di contenerlo, di adattarlo cioè ad uno sviluppo storico e ad una interpretazione, razionale o mistica, che lo conducesse, come verso il suo sbocco naturale, a nuove forme di vita; e non cedettero che dinanzi all'evidenza palmare della impossibilità di ogni accordo. Si direbbe quasi che essi fecero ogni sforzo per rimuovere dalle loro <hi rend="italic">crisi</hi> ogni elemento personale e soggettivo; per non essere, dinanzi alla storia, che dei documenti.</p>
      <p>Più ancora; questa loro crisi, esaminata nei documenti che possediamo amplissimi, non ci si presenta mai come uno stato di dubbio interiore e di angoscia. Né Tyrrell dubita mai della voce interiore che lo spinge a vivere la sua vita religiosa in intima comunione col Dio di sincerità e di verità, andando incontro a qualunque ostacolo, né Loisy dubita della giustezza delle esigenze critiche, nel <pb n="26" />l'opera alla quale si è accinto, né Murri è incerto un momento fra la religione della democrazia e la religione del clericalismo ufficiale. La loro scelta, sescelta deve essere, si sa già dal principio quale sarà. Tutto il loro sforzo è nell'evitare la scelta, ma senza infingimenti e compromissioni, e senza le reticenze e le riserve e gli alibi dei quali il cattolicismo ufficiale è maestro: il loro merito nel non evitarla più, quando la sincerità e la coerenza la esigono, e nell'andarle incontro ineluttabilmente, quasi ingenuamente, negli stessi sforzi che fanno per evitarla.</p>
      <p>Il fatto è dunque incontroverso, e gli ultimi capitoli della autobiografia del Tyrrell lo rivelano con una evidenza meravigliosa: tutta l'esperienza di questi uomini nella Chiesa è esperienza crescente, rivelazione progressiva di un insanabile dissidio e contrasto fra quello che essi pensavano, volevano, facevano e la Chiesa cattolica, quale essa è oggi, accentrata nel Vaticano, corpo ecclesiastico e dottrina di sola tradizione morta e di autorità. E il processo non era di insurrezione e di resistenza ma di discernimento. Se fossero stati degli eretici, dei veggenti, o anche solo dei romanticamente mistici, essi avrebbero appellato al <pb n="27" />cristianesimo primitivo, opposto dottrina a dottrina, Padri a Padri, riti a riti; appunto come fa quell'abbé Fouchet del romanzo di Paul Bourget <hi rend="italic">Le démon du</hi><hi rend="italic">midi,</hi> personaggio e tipo che non è esistito se non nella fantasia di un romanziere a tesi e che rivela una perfetta inintelligenza di quello che fu, nelle sue linee essenziali e nei suoi uomini caratteristici, il modernismo.</p>
      <p>Ma con che diritto, ci si chiederà, noi riduciamo un movimento così vasto e complesso solo a pochi uomini caratteristici e pretendiamo di trovarne nell'autobiografia di Tyrrell o in <hi rend="italic">Autour d'un petit livre</hi> e <hi rend="italic">Choses passées,</hi> o nella <hi rend="italic">Lettera a monsignor Castelli</hi> i tratti essenziali? E' vero, c'è altro da notare. Esso fu preceduto ed accompagnato da altre manifestazioni e correnti. Chi non ricorda, ad es., l'americanismo, con la sua esaltazione delle virtù attive, in opposizione alle passive, sorta di conciliazione cattolico-mistica fra il pessimismo paolino del peccato originale e l'ottimismo romantico della <hi rend="italic">strenuous live?</hi> Chi non conosce, almeno per la fine narrazione di Loisy e di Houtin gli sforzi fatti da Mons. d'Hulst e da tanti altri per conci¬<pb n="28" />liare il concetto tradizionale della rivelazione contenuta nei libri sacri degli ebrei e dei cristiani con talune più umili e decisive conclusioni della critica storica? Chi non sa le buone intenzioni di quei cattolici-sociali di Francia e d'Italia che si affaticarono tanto per conciliare la giustizia proletaria con l'egemonia ecclesiastica e papale, divellendo quella dalle sue origini storiche e dalla democrazia contemporanea per farle un tepido ambiente di serra nell'ovatta del Medioevo comunale e corporativista, scambiando le origini della borghesia con l'avvento del quarto Stato?</p>
      <p>E potremmo continuare. Tutti questi movimenti, sì, erano indigeni, e non allogeni, al cattolicismo; tanto è vero che continuano dentro di esso e vivacchiano, con tenacia degna di miglior causa.</p>
      <p>Ci fu sotto Leone XIII, frutto caratteristico del pensiero e della politica di questo papa umanisteggiante, un dilettantismo cattolico liberale che ebbe vastissima influenza e che ci offre in parte la spiegazione dell'errore psicologico e storico nel quale caddero i modernisti; ma col modernismo esso non va in nessun modo confuso, come non si può con¬<pb n="29" />fondere Loisy con Baudrillart, Tyrrell con il cardinale Newmann, Murri con Toniolo.</p>
      <p>E ci sono stati degli altri i quali si spinsero molto lontano, così lontano da mostrare che della <hi rend="italic">forma mentis</hi> cattolica non rimaneva oramai nulla in essi, come i famosi ignoti della <hi rend="italic">Risposta dei modernisti</hi><note n="2"> Il programma dei modernisti, Risposta all'enciclica di Pio X «Pascendi dominici gregis». Roma, Soc. Intern. Scientifica-Religiosa, 1908.</note><hi rend="italic"> all'enciclica</hi><hi rend="italic">Pascendi</hi> o delle <hi rend="italic">Lettere di un prete</hi><hi rend="italic">modernista</hi><note n="3"> Lettere di un prete modernista, Roma, Libreria Editrice Romana, 1908.</note><hi rend="italic">,</hi> od altri dei quali, in Italia, ad es., tutti conoscono i nomi; e che poi, quando venne la bufera, rimasero nel cattolicismo; spiegando risorse infinite di abilità per conciliare le esigenze del loro spirito con quelle della curia.</p>
      <p>Questi, sì, si provarono, subito dopo l'enciclica, a foggiare, contro il cattolicismo papale, un cattolicismo immanentista e assunsero, per un'ora, atteggiamento di anonimi eretici e di scismatici; ma l'inanità del loro effimero tentativo è anche essa, se ben si consideri, una riprova evidente di quanto ho detto. Per essere essi rimasti nella Chiesa – certo con molte delle loro idee – e per esservi <pb n="30" />rimasti altri, mistici, che accettarono l'autorità e la disciplina, e taluno sinanche il giuramento antimodernista con restrizioni autorizzate, si potrebbe forse oggi parlare di un modernismo di <hi rend="italic">dentro</hi> la Chiesa, distinto da quell'altro di <hi rend="italic">fuori</hi>, del quale parliamo, e tendente a ricongiungersi con esso, quandochesia. Ma, a parte il caso singolo di taluni mistici, la cui ortodossia è un singolarissimo fenomeno psicologico di rinunzia e insieme di superiorità e dì individualismo religioso (caso che meriterebbe anche esso d'essere attentamente esaminato) noi dobbiamo dare la sua parte, nella storia recente del romanismo, ad un altro fatto, che ha spiegazioni antiche quanto l'umanesimo. Tutta la storia del governo politico-ecclesiastico di Roma ci insegna che, per servire la Chiesa o, meglio, la Curia, e dirigere gli affari di questa non è necessario scegliere fra la fede o la dottrina cattolica ed altre dottrine e fedi e visioni della vita che sieno opposte a quella; in verità, assai poco intende del cattolicismo e del papato di questi ultimi secoli chi non capisce ciò. Il problema psicologico è, in questo caso, un altro; e può essere paragonato a quello del celibato del clero.</p>
      <p>Come, per questo, l'essenziale non è astenersi <pb n="31" />ma solo il considerare i rapporti con l'altro sesso come un peccato, dinanzi alle convenzioni sociali ed alla legge ecclesiastica, e quindi avvolgerli di peccaminoso pudore, così il problema, per le dottrine eterodosse, non è di rifiutarle, ma di considerarle come un peccato intellettuale e quindi perpetrare ed avvolgere anche esse dentro una specie di pudore peccaminoso. Non solo lo spirito istituzionale romano non ripugna a queste conciliazioni che salvano la dottrina e la causa cattolica, conservando alla Chiesa i servigi anche di chi nell'intimo se ne è distaccato, e salvano la virtù, assicurandole gli omaggi del vizio, ma vive anzi di esse ed è fondato su di esse in assai larga misura. E' la rivalsa della mondanità sul cristianesimo, in una Chiesa di autorità e di dominio. Ma non è qui il caso di insistere.</p>
      <p>Il modernismo ci si presenta, quindi, in sostanza, come un fenomeno di deflusso di energie vive, germi dispersi dello spirito, dal cattolicismo ecclesiastico. Sorgono, per un fortuito concorso di circostanze empiriche, nella Chiesa degli uomini quali appartengono spiritualmente ad altre correnti e famiglie ideali, sono figli di altri tempi; per la legge inesorabile che regola lo sviluppo delle personalità morali saldamente costituite, e che è un biso¬<pb n="32" />gno di sintesi e di coerenza, essi cercano di placare le loro esigenze spirituali e, nell'ambiente nel quale per caso si trovano, persuasi di non essere in esso degli estranei, ma di avere una missione da compiervi, parlano e agiscono richiamando intorno a sé molti nei quali sono in grado minore, più confuse ed inconscie, lestesse aspirazioni; sinché il conflitto immanente fra il loro spirito e le esigenze del cattolicismo ecclesiastico apparisce, si rivela, ingrossa, crea dolorose crisi interiori e vasti disagi, si risolve con il distacco; e il distacco lascia nella compagine ecclesiastica una debolezza che non rinsanguerà, un vuoto che non si colmerà se non lentamente e, spesso, solo apparentemente: sinché l'illusione rinasce e nuovi moti, nuove crisi, nuovi distacchi appariscono, impoverendo ancora l'istituto ecclesiastico e spingendolo verso la sua dissoluzione. Tale il processo, che perennemente si rinnova, sino alle dissoluzioni decisive, che restituiranno alla storia gli elementi vivi di cristianesimo e di romanità oggi imprigionati nell'irrigidito organismo, contributo forse prezioso alle nuove formazioni religiose che la coscienza umana attende e prepara.</p>
      <p>Ma non ci si interpreti erroneamente. Noi non <pb n="33" />diciamo che ogni manifestazione di modernismo non includa in sé una viva questione storica e spirituale, di natura strettamente religiosa; e che tale questione non riguardi più o meno, ma sempre, anche il cattolicismo come realtà da elaborare e dominare e modificare, come materia grezza di nuove creazioni religiose. Vorremmo anzi dimostrare che questo è proprio il caso, se la misura di questo scritto ce le permettesse. Prendete il caso Tyrrell. Esso è, concretato in una mirabile esperienza religiosa, il caso tipico di un misticismo rinvigoritosi alla fresca e ricca fonte dell'individualismo puritano inglese, che cerca la sua <hi rend="italic">disciplina interiore,</hi> nella tradizione, nel rito, nella socialità; e la cerca appunto nel cattolicismo, e vi trova sì una disciplina, ma che non è più capace di diventare interiore.</p>
      <p>Prendete il caso Loisy. Loisy concepì il cristianesimo come storia e come sviluppo; un poco alla volta, egli fu condotto a cercare sempre più da vicino i titoli e le giustificazioni storiche della fede cattolica; e le trovò difettose. La <hi rend="italic">fede si era costruita da sé le sue prove</hi>, secondo lo spirito e la cultura dei tempi nei quali la costruzione avvenne. Esse vissero e valsero sinché durò l'atteggiamento <pb n="34" />spirituale da cui erano sorte, e cadono con quello. Anche ieri, dopo Loisy, nella Francia stessa, a Parigi, i giovani che avevano bisogno di credere per agire, fosse anche solo per scuotere di dosso la minaccia germanica, volevano la fede e non si preoccupavano delle prove e tornavano cattolici: Huysmans, Peguy, Claudel e tanti altri. Ma e chi ha bisogno di sapere? Chi ha risolto le religioni storiche nelle loro origini, mettendo a nudo il momento decisivo in cui la fede <hi rend="italic">crea</hi> le sue prove? Il postulato dell'accordo tra la fede e la ragione l'ha posto, si noti bene, la stessa teologia cattolica medioevale. Come Tyrrell, Loisy è uno scolastico.</p>
      <p>Prendete, infine, il caso Murri. E' il problema della democrazia come movimento spirituale religioso. Può essa mettersi d'accordo con il cattolicismo? Può essa risalire direttamente al cristianesimo? Da quali fonti mistiche procede, quali concezioni della vita elabora, quali fedi va creando? Si tratta, anche qui, in sostanza, della ricerca di una <hi rend="italic">disciplina interiore,</hi> essenziale ad una dottrina e ad una pratica politiche che si fondano essenzialmente sulla libertà. L'autorità come posizione consapevole e voluta dello spirito, ecco il problema <pb n="35" />della democrazia. E quale profondo dramma spirituale in questa esigenza!</p>
      <p>Il modernismo, adunque, non fu un movimento interno della chiesa cattolica, ma appartiene ad un ciclo enormemente più vasto di generazioni e di creazioni spirituali; il problema che esso elabora non é quello di una riforma del cattolicismo, come parve, per l'errore che abbiamo mostrato, ai principali sostenitori, ma quello stesso delle assise spirituali della coscienza contemporanea, che ha eroso, con la critica e con la democrazia, ogni immaginata e presunta e creduta eteronomia della dottrina e dell'autorità. La chiesa cattolica aveva due buone ragioni di difendersi: quella che la toccava in proprio, in quanto i modernisti erano fra i cattolici, e quella che ha comune con ogni altro istituto o tradizione di eteronomia o di autorità discendente dall'alto e imponentesi dal di fuori.</p>
      <p>Nel più vasto ciclo degli affanni e delle esigenze della coscienza contemporanea il modernismo ha il merito grande, e non ancora riconosciutogli, dì aver posto la questione dell'autonomia dello spirito come una questione religiosa e di aver cercato nelle religioni storiche, e particolarmente nel cristianesimo, gli antecedenti e quasi la preistoria della nuova, <pb n="36" />e non ancora visibile, celebrazione religiosa della vita.</p>
      <p>Sotto questo aspetto esso non può essere in nessun modo concluso nella breve storia delle vicende ecclesiastiche di taluni modernisti più noti e del periodo dell'attività loro che si svolse nella Chiesa cattolica, ma continua e deve essere continuato. Ed allora altre domande ci si presentano. Quale fu, in ordine a questo problema di universa cultura umana, il messaggio proprio dei modernisti? E in che modo è possibile ed utile, ripigliando il solco che appare interrotto, rinnovare in qualche modo quel movimento con scopi meglio consaputi e con più adatte iniziative? </p>
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