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        <title>La Democrazia Cristiana in Italia</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <bibl>Murri, Dalla Democrazia Cristiana al Partito Popolare Italiano, Firenze, Battistelli, 1920, 62-90. <date when="1920">1920</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="62" /> {{63}}Nel capitolo precedente, ho esaminato il modernismo come fatto ecclesiastico e momento della storia della Chiesa; ed ho mostrato come esso, che da principio fu accettazione docile e fiduciosa di questa, in quanto istituto e dottrina, e tentativo di modificazioni <hi rend="italic">esteriori</hi>, verso la cultura e la democrazia, per restituire ad essa nella vita e nella società l'influenza che andava rapidamente perdendo, dovesse poi, deluso dolorosamente nelle sue aspettative e premuto dalla logica immanente delle idee, volgere la sua critica verso la Chiesa medesima e finire con l'essere uno sforzo di superamento delle Chiese e di risoluzione di esse nella storia, interna ed esterna, dello sviluppo religioso.</p>
      <p>Ma il modernismo non è stato soltanto questo. <pb n="64" />O, essendo questo, ha dovuto entrare e provarsi in un campo assai più vasto di reazioni culturali e sociali. Ho detto già come, per taluni dei modernisti più rappresentativi, l'esser cattolici e il trovarsi a svolgere la !oro attività, da principio, nella Chiesa fosse, più che un <hi rend="italic">assunto,</hi> o una scelta consapevole, libera e personale, un <hi rend="italic">dato</hi>, una contingenza della vita: e come dalla legge intima di questa, tenacemente obbedita, fossero portati prima a cercare fiduciosamente di mettere d'accordo, in se stessi, la religione storica cui appartenevano con le esigenze della loro personalità spirituale, poi a rivendicar queste contro di quella, sino alla conquista della piena libertà.</p>
      <p>La <hi rend="italic">democrazia</hi><hi rend="italic">cristiana</hi> ci mostra anche più chiaramente questo carattere spirituale del modernismo; essa è un moto con scopi politici e sociali, che usa ed elabora taluni valori essenzialmente religiosi, e, in questo suo lavoro, ha per ambiente e per sfondo la Chiesa. Anche qui noi troviamo quel duplice momento che abbiamo detto. L'assunto è un ideale, o un programma, di rapporti civili nei quali si attui la democrazia. Il primo momento è caratterizzato dalla fiducia che i postulati ideali di questa ascensione civile dello spirito nella storia sieno in intimo <pb n="65" />sostanziale consenso con lo spirito e con la dottrina dell'istituto cattolico, così da dover essere rivendicati contro inetti od indegni interpreti di questo e promossi nell'interesse medesimo della Chiesa e di un nuovo e meraviglioso sviluppo della sua influenza civile e sociale. Poi, quando la Chiesa si sottrae a questo tentativo e resiste e respinge e condanna, il movimento si volge contro di essa facendo appello ad una libera ed intima reinterpretazione del cristianesimo primitivo e delle sue occulte o palesi derivazioni nella storia; e i principi che si era creduto di derivare dalla sua dottrina sono invece applicati a questa, ed alla costituzione interna del cattolicismo, come criterio di discernimento e di risoluzione; e l'incompatibilità diventa contrasto; processo spirituale cui si sottraggono solo le coscienze le quali, per docilità alla Chiesa o per difetto di coraggio, si rifiutino di vedere nella rivelatasi incompatibilità un dissidio teorico e storico risolutivo, e si adattino invece a considerarla come temporanea incapacità o colpa di uomini, ed attendano con rassegnata fiducia, e fra alternative di docilità e di resistenza, di speranza e di disperazione, che la storia si corregga e torni ad essi.</p>
      <p>La democrazia cristiana fa quindi parte, forse <pb n="66" />anche prima e più che della storia della Chiesa, della storia civile; tocca e sconvolge quegli strati profondi della coscienza, della volontà umana operante a costruire il suo mondo, nei quali Stato e Chiesa non sono più che due parole, due nomi della stessa realtà. La Chiesa è da principio chiamata in causa, non per quello che essa è interiormente, come istituto specificamente religioso, ma per il posto che essa occupa, l'atteggiamento che ha preso, l'influenza che spiega nella vita politica e sociale. Come è stata nei tempi della sua decadenza, religiosa a un tempo e politica, per principi e gruppi dominanti e classi privilegiate, uno strumento per piegare le coscienze e mantenerle in quello stato di soggezione politica che faceva comodo ai loro interessi, così ora sarà uno strumento per scuotere la potenza di queste, per destare i dominati e gli sfruttati, vincere con la forza di una persuasione religiosa la loro servilità ed apatia, eccitarli a sorgere in piedi, ad agire ed a conquistare. C'è, insomma, sia rapporto di classi, un possesso politico e sociale, una gerarchia di valori civili da invertire, e c'è una Chiesa storicamente immischiata nel vecchio regime, fatta strumento di taluni interessi, presa in un ingranaggio politico di dominio, che bisogna svin¬{{67}}colare da questo, volgere da destra a sinistra, impiegare come strumento di lotta e di liberazione.</p>
      <p>L'importanza del movimento è data dall'effettivo potere che questa Chiesa ha messo a disposizione dei vecchi istituti e dei dominatori politici; quanto più l'autorità di essa nelle coscienze è grande e questa si esercita nel senso voluto dai dominatori, tanto più vasta e profonda e gravida di conseguenze è la trasmutazione e la conversione che si vuole operare; e la riforma civile e sociale si converte in una lotta interiore della Chiesa stessa, fra quelli che vogliono difendere le posizioni politiche e il possesso per il quale essa sta, e tutti, gli stati d'animo e gli interessi molteplici, aperti o dissimulati, che favoriscono questo suo atteggiamento, e gli altri che vogliono invece distaccarla risolutamente da tali rapporti, metterla dalla parte delle nuove rivendicazioni e libertà.</p>
      <p>E a questa lotta partecipano, poi, appunto perché essa è un aspetto del contrasto per la potenza che si svolge nell'interno della società, tutti i ceti e gruppi sociali; e i conservatori, i liberali immemori di ogni libertà che non sia la loro, stanno per il partito ecclesiastico della reazione; i novatori, gli estremi, i radicali in politica, sono, o dovrebbero essere, per l'altro partito.</p>
      <p>
        <pb n="68" />Dovrebbero essere, ho detto. Perché poi qui la situazione si complica. Questi altri novatori (socialisti, repubblicani, liberali democratici, massoni, ecc.) sono abituati a considerare tutta la Chiesa in blocco come un istituto di dominio e di reazione: essi diffidano quindi dei novatori religiosi e temono nell'opera loro una insidia e, riguardano il contrasto come una bega interna della Chiesa. Od anche, essi hanno una loro dottrina, una concezione della vita, una filosofia, dei domini, derivati dalla filosofia francese del secolo XVIII : la trascendenza della Ragione, la verità razionale, la bontà naturale dell'uomo, il Progresso, provvidenza umanizzata ma esterna anche essa alla storia, gli immortali principii. Clericalismo alla rovescia. Diversi gli dei che si adorano, ma identico l'atteggiamento spirituale, di fanatismo e di intolleranza. Il tentativo di mettere una fede religiosa che non è la loro a servizio di un movimento sociale, di ravvivare nelle coscienze oppresse da una schiacciante tradizione ecclesiastica il senso dei valori religiosi irrita costoro e li contraria nelle loro credenze e dottrine. Una democrazia italiana la quale avesse conservato vivo l'insegnamento e lo spirito di Giuseppe Mazzini, il quale aveva detto essere {{69}}il problema della coscienza dell'Italia nuova un problema fondamentalmente religioso, avrebbe tenuto una assai diversa condotta verso la d. c. italiana.</p>
      <p>Così alla lotta fra novatori politici e conservatori se ne aggiunse un'altra fra novatori e novatori; lotta di supremo interesse, poiché è la stessa elaborazione, fra dissidi e contrasti, dei <hi rend="italic">nuovi valori</hi><hi rend="italic">umani,</hi> della concezione di vita, della filosofia, della fede da porre a base dei rinnovamenti civili e delle libertà agognate. E, in questa lotta, l'interesse della vecchia Chiesa è favorito da quelli che sembrano più risolutamente negarla; ed essa dà come può il suo favore ed aiuto a socialisti e liberali e massoni contro i novatori religiosi, idemocratici cristiani, i modernisti, dai quali ha assai più da temere. Perché chi la nega in blocco, in sostanza la lascia come è; e le permette di farsi forte di quel molto di praticamente vero e buono che la negazione improvvida minaccia.</p>
      <p>Per tali ragioni lademocrazia cristiana d'Italia — di essa sola ci occuperemo — appartiene alla storia politica ed alla storia della cultura del nostro paese; ed ha avuto, nell'una e nell'altra, una influenza profonda e durevole, della quale gli effet¬<pb n="70" />ti incominciano già ad apparire, in questo partito popolare italiano che sembra sorto a un tratto gigante quasi dal nulla e non è che il precipitato storico, dopo quindici anni di occulto lavoro, della democrazia cristiana italiana.</p>
      <p>Gli anni nei quali essa apparve sono già lontani nel ricordo dei più. Regnava allora incontrastato sugli animini pigri il positivismo, e il socialismo, nella giovanile pienezza del suo sviluppo, dominava gli spiriti più alacri; in politica, dopo la rovina morale rivelata dal primo ministero Giolitti, empiva le cronache la lotta parlamentare Cavallotti-Crispi, finché venne la rovina militare di Adua e poi le convulsioni sociali del maggio 1898; nel campo cattolico dominavano intangibili la <hi rend="italic">Civiltà cattolica</hi> e la vecchia temporalista opera dei congressi, soffocati, con una specie di furore demagogico, gli ultimi resti del liberalismo di Manzoni e Rosmini. Il misticismo di Daniele Cortis era un fiacco movimento di epigoni incerto fra <hi rend="italic">l'Imitazione</hi><hi rend="italic">di Cristo</hi> e l'<hi rend="italic">Evoluzione</hi> di Darwin.</p>
      <p>In questo marasma degli animi sorse e si propagò, con una rapidità stupefacente, la democrazia cristiana. Sorse, nel 1895-96, fra i giovani universitari. Al principio del 1898 usciva la <hi rend="italic">Cultura sociale;</hi><pb n="71" />al principio del 1900, dopo l'enciclica <hi rend="italic">Graves de communi</hi>, il<hi rend="italic"> Domani d'Italia;</hi> due anni dopo la democrazia cristiana aveva un organo settimanale con 14.000 copie di tiratura, parecchi periodici di studio, una casa editrice: la «Società di Cultura», più di 300 sezioni, in tutta Italia, senza contare i sindacati operai, le cooperative, i circoli di studio aderenti; riunioni regionali numerose si erano tenute nelle città più importanti, dalla Lombardia alla Sicilia, e nessuna speranza sarebbe parsa oramai troppo audace a quei giovani pieni di fede e di entusiasmo, se essi avessero potuto strappare al Pontefice il consenso definitivo.</p>
      <p>Intanto il movimento si impose all'attenzione di tutti, in Italia. Il cattolicismo e la Chiesa erano discussi di nuovo, come una grande possibilità di avvenire; la vecchia organizzazione clericale era in isfacelo; il socialismo fu affrontato e discusso, in assemblee numerose di operai, in nome di una dottrina sociale che ne accoglieva francamente i postulati economici e il metodo di lotta, ma correggendone radicalmente lo spirito e la filosofia: un soffio di fede e di idealismo religioso passò su tutta la gioventù italiana e inebriò, per qualche anno, il giovane clero e le reclute dei seminarii.</p>
      <p>
        <pb n="72" />Ma come cresceva il movimento, crescevano anche le opposizioni. L'allarme manifesto incominciò nel Veneto, o per opera di veneti, come il Sacchetti, direttore dell'Unità Cattolica. Tutti i seguaci delle dottrine filosofiche e politiche della controrivoluzione, gli avversari implacabili del liberalismo e del nuovo Stato italiano, i fedeli dell'Austria, i pretoriani del papato politico si commossero, si agitarono e fecero blocco. Tutta la stampa cattolica intransigente fu mobilitata; i direttori di coscienze, i predicatori di esercizi spirituali al clero, gli apologisti del cattolicismo tradizionale iniziarono una campagna insidiosa e tenace contro il nuovo pericolo.</p>
      <p>Il Vaticano rimase lungo tempo perplesso. Una sera del 1900, il card. Rampolla, segretario di Stato di Leone XIII, che io vedeva non raramente, mi disse : «qui piovono ogni giorno i ricorsi di vescovi contro di voi; ma voi andate innanzi, con prudenza. Noi vi appoggeremo». E tuttavia, un poco alla volta, la reazione incominciò a prevalere. La chiamata a Roma, all'ufficio di card. Vicario, del gretto e ignorante e fanatico arcivescovo di Ferrara, il card. Respighi, sulla fine del 1901, fu segno che, nell'animo dell'incerto e vecchio pontefice, la reazione aveva già vinto.</p>
      <p>
        <pb n="73" />Nel febbraio del 1902 venne, con le celebri istruzioni di Leone XIII, il primo gravissimo colpo; e cominciò la crisi interna della giovanissima organizzazione. Ma il movimento spirituale si era diffuso, e gli effetti di esso apparivano già anche in altre correnti. La rinascita degli studi religiosi in Italia data da allora; da allora la decadenza spirituale irreparabile del socialismo. Il movimento della <hi rend="italic">Voce</hi> fu per molta parte stimolato, sonetto, seguito da adepti del cattolicismo rosso o da anime che questo aveva risvegliate; anche l'idealismo crociano deve ad esso una parte della sua rapida diffusione.</p>
      <p>Altri segni della profonda e durevole influenza di quel movimento sono apparsi più tardi. Una nuova generazione di italiani, più seria, pensosa dei problemi dello spirito, avida di fedi e di devozioni ideali, è apparsa durante 1a guerra. Antonio Pagano scriveva nell'<hi rend="italic">Idea nazionale</hi> che le origini ne vanno ricercate in parte nella democrazia cristiana. E di molti movimenti di idee venuti dopo non è difficile rintracciare i precedenti nelle pagine migliori dei più noti scritti di democratici cristiani: così, ad es., del riformismo socialista, della critica dello Stato e della vita italiana daun punto di vi¬<pb n="74" />sta etico, della ricostruzione dei <hi rend="italic">valori morali</hi> tentata, pur con diverso spirito, dai nazionalisti, ecc. Le origini prime e dirette dell'atteggiamento che una gran parte dei cattolici italiani ha preso dinanzi alla guerra nazionale vanno anche ricercate in essa.</p>
      <p>Ma io non intendo far l'apologia della democrazia cristiana; e d'altronde sarebbe, ora, troppo tardi o troppo presto. Meglio giova intendere l'intima dialettica che presiedette al suo sviluppo, nel quale taluni videro trapassi bruschi, attribuendoli ad arbitrio capriccioso e ad incongruenze dei capi; e che, colto nei suoi momenti essenziali, ci gioverà a meglio intendere la natura di tutto il movimento e il valore di esso come di un segno dei tempi.</p>
      <p>Nasceva, esso, come un movimento cattolico; ed incominciò con una esaltazione ingenua, piena di confidente ottimismo, della Chiesa. Ancora oggi taluni rimproverano al Murri qualche sua dichiarazione dei primi tempi sulla questione romana e la sua parola d'ordine: con Roma e per Roma, sempre. Testè, nel <hi rend="italic">Correspondant</hi>, un biografo di F. Meda, E. Vercesi ricordava una polemica svoltasi nel 1900-901 nella <hi rend="italic">Cultura</hi> sociale, in cui il <pb n="75" />primo si dichiarava per la Chiesa contro lo Stato e per l'egemonia sociale di quella e il secondo per un savio e prudente parallelismo.<note n="1"> V. Battaglie d'oggi, v. 1º.</note></p>
      <p>Eppure, come punto di partenza, questa esaltazione della Chiesa era naturale. Le prime e fondamentali esigenze del movimento, apertamente dichiarate sin dal principio, con una serietà intellettuale e modernità di dottrina che furono fra le cause principali del rapido successo, erano: cultura e democrazia. Per esse si esigeva una rinnovata <hi rend="italic">funzione sociale</hi> della Chiesa. Questa funzione sociale era dedotta storicamente e romanticamente dal passato e dal periodo della maggiore grandezza. A uno spirito ecclesiastico fermo nella tradizione degli ultimi tempi, reazionario, <hi rend="italic">routinier,</hi> inacidito, scomunicatore di ogni libertà moderna intellettuale e politica, bisognava opporre un concetto grandioso della Chiesa suscitatrice di attività spirituali, somma e sintesi della cultura di un'epoca, dominatrice degli spiriti per potenza di intelletti e di iniziativa e per intimo e sostanziale accordo con le più vive e forti correnti della coscienza contemporanea. La Chiesa non poteva conver¬<pb n="76" />tirsi da destra a sinistra se non per ritrovare se stessa, e per ritrovarsi in tutta la sua grandezza. Illusione, ma sincera; e senza di essa la democrazia cristiana non sarebbe mai nata.</p>
      <p>Del resto parecchi di quei cattolici che oggi irridono alle esagerazioni di allora applaudono poi le stesse dottrine quando le veggono ripresentate da Charles Maurras, o in Italia — e con più cattolica coerenza — da Mario Missiroli<note n="2">"V. alcuni interessanti articoli di MARIO MISSIROLI sul modernismo. raccolti (e messi in nuova luce dalla vicinanza ed altri scritti dello stesso) nel volume"> La polemica liberale. Bologna, Zanichelli, 1919</note>; o almeno le pregiano e le vantano come un. segno di forte originalità di pensiero; e sono vecchie spoglie della democrazia cristiana.</p>
      <p>La differenza sta in questo che i nazionalisti francesi esaltano la Chiesa e la sua funzione contro i principi rivoluzionari e la democrazia e il liberalismo per una dottrina di autorità sociale e di saldo accordo fra Chiesa e Stato antidemocratico, con prevalenza ed egemonia — necessariamente — della prima e del papa infallibile sui fallibilissimi principi; mentre nella democrazia cristiana dei primi tempi il pensiero era ben diverso; e la Chie¬<pb n="77" />sa appariva come araldo e garante di tutte le libertà spirituali, come espressione storica di un ritorno delle coscienze e della storia ai fondamentali valori religiosi. Era, insomma, la Chiesa del sogno democristiano, sostanzialmente diversa dal cattolicismo politico che si era venuto, negli ultimi tempi, isolando dalla cultura e dalla vita ed irrigidendo nell'assolutismo papale, che in essa vide presto una contraffazione e una minaccia.</p>
      <p>Talune concessioni storiche che i d. C., nei primi anni, facevano alle pretese politiche della Curia romana erano ben distinte, sin dal principio, nello spirito e nel contenuto, dalle vecchie pretese dei temporalisti, ai quali esse erano opposte, e che non si illusero sulla loro portata; e furono presto spazzate via da un pensiero che affaticava l'inesorabile logica delle idee; ed, oggi, è puerile cercare in quelle prime timide ed ingenue manifestazioni, e non in tutto lo spirito del movimento, il carattere e il valore storico di questo.</p>
      <p>La lunga polemica con i clericali e l'opposizione crescente costrinsero i d. c. ad approfondire le loro idee. Se la Chiesa di autorità si allarmava, quello che essi volevano era un ritorno allo spirito originario ed autentico del cristianesimo, all'ideale <pb n="78" />francescano, alla purezza dei motivi e della condotta religiosa. Un poco alla volta, non si trattò più di formulare e suggerire un programma alla gerarchia, ma di creare un grande moto nelle masse cristiane, che sì fosse poi imposto a quella, traendola, anche se riluttante, con sé. La revisione dal costume ecclesiastico si estende gradualmente alla dottrina e alla disciplina. D.c. e modernismo teologico si avvicinano, un poco alla volta, sino a identificarsi.</p>
      <p>Ma un criterio fondamentale dominerà quella sino all'ultimo, criterio che potremmo dire prammatico. Dinanzi agli elementi tradizionali della Chiesa, essa non prende un atteggiamento di negazione e di resistenza. Dall'una parte vuole che la cultura e la ricerca scientifica facciano la loro via, fedeli ai propri metodi, senza limitazioni arbitrarie e conclusioni imposte d'avanzo; e dall'altra rispetta il valore pratico della fede popolare, cerca nei miti e nei riti l'espressione storica di una fede sincera, che importa far rivivere, non vuol turbare e scandalizzare le coscienze credenti, nella loro semplice e ingenua adesione al cattolicismo. Così la lotta con i reazionari di questo, e poi con l'autorità, conserva sino all'ultimo carattere di op¬<pb n="79" />posizione interna a postulati e metodi sociali e politici ed alla condotta pratica dei cattolici dinanzi ad essi.</p>
      <p>Da principio, adunque, la democrazia è accettata dai d.c. con tutto il fervore di un cattolicismo ingenuo e precritico. Essi credono di non far con ciò che accogliere docilmente il programma stesso del papa, di Leone XIII; di attuarne le direttive e svolgere le conseguenze di queste. Quando le cose si complicano, e l'autorità piega a una interpretazione e a una pratica nelle quali si rispecchiano interessi economici e politici ostili alla ascensione delle masse, contro questo programma restrittivo e mortificante l'accordo è cercato e affermato fra democrazia e cristianesimo; e, per persuadersi di esso e dimostrarlo agli altri, si impone una critica più penetrante e severa dell'una e dell'altro. E la critica è poi sollecitata e provocata anche dalla polemica con i socialisti. Contro di questi, i d.c. ripigliano la posizione di Mazzini; e cercano del moto rivoluzionario — borghesia contro le classi privilegiate — e del socialismo — proletariato contro borghesia — l'intima sostanza e il valore, che deve essere ed è, per essi, di natura essenzialmente religiosa. Trovare nella -democrazia e nel socialismo <pb n="80" />stesso, come moto di una classe nuova assetata dì libertà e di giustizia, una derivazione diretta dello spirito cristiano, contro le degenerazioni di una società ecclesiastica alleata al vecchio regime, interpretare e rivivere l'una e l'altro come moti intimamente ed essenzialmente religiosi, è oramai l'assunto dei d.c. Con che essi appartengono già alla storia ed al processo di autocritica dei moti e delle dottrine sociali contemporanee. E la loro posizione viene ad essere di primissima importanza nella storia dello sviluppo di queste in seno alla civiltà latina.</p>
      <p>Del socialismo accettarono il metodo: la lotta di classe, e in parte anche il realismo politico, scisso dalla filosofia del materialismo storico. Quanto al primo punto, non può esservi dubbio. Essi aderirono incondizionatamente alla organizzazione del salariato come classe a sé, in contrasto con gl'imprenditori e i detentori del capitale, anche se cristiani e cattolici; accettarono gli scioperi, come mezzo di lotta, ed indussero spesso propri seguaci a parteciparvi, accanto ai loro compagni di mestiere; qualche volta, ne promossero anche ed organizzarono per loro conto. L'accusa di krumiraggio, così frequente in quegli anni di scioperi vasti ed appassio <pb n="81" />nati, non potè essere portata contro di essi<note n="3"> Tipico il caso del celebre sciopero degli scaricatori dei porto di Genova, che ebbe poi per conseguenza la caduta del ministero Saracco (1900). I d. c. genovesi avevano rapidamente organizzato dei lavoratori liberi in buon numero. La direzione romana del movimento, saputolo, disapprovò vivamente la cosa, e le calate del porto furono disertate anche dai lavoratori d. c.</note>. Non essi, certo, volevano, predicando la benevolenza ai padroni, le trattative pacifiche e l'accordo a ogni costo ai lavoratori, smorzare e snervare, col pretesto della religione, e a servizio degli industriali e de' proprietari, il magnifico sforzo del quarto stato. Il movimento loro non avrebbe mai potuto divenire uno specchio per le allodole, o un modo dì far reclute elettorali per i partiti dell'ordine e della reazione.</p>
      <p>Questa condotta implicava, ho detto, una veduta realistica della politica. La costituzione sociale, il diritto, i rapporti economici e di classe non hanno nulla in sé di immutabile e definitivo. Da un lato essi sono indici di rapporti di forze, e come tali possono sempre essere modificati. Dall'altro, sono espressione di un certo grado di sviluppo raggiunto nella concezione e nella pratica della libertà umana e della giustizia, e come tali, anche. sono sem¬<pb n="82" />pre modificabili e perfettibili, sotto l'impero di forze morali e per il progresso dello spirito etico e religioso. Il proletariato non é solo, come vuole il marxismo, una classe che miri a invertire rapporti di forza e di potenza; è lo strumento per l'attuazione di una superiore e più vasta giustizia; e l'uso della forza deve essere, in esso, dominato da questo concetto etico, dinamico e non statico. Di qui i limiti del socialismo : la collaborazione delle classi, quando anche uomini e gruppi di altre classi sieno mossi non dal loro particolare interesse, ma da un concetto di diritto e di giustizia, come spesso avviene, poiché la più intima e sicura sede di ogni progresso etico è lo spirito umano nella universalità sua, la coscienza religiosa aspirante, oltre ogni divisione storica di gruppi e di classi, all'unità. Di qui anche rispetto e la rivendicazione dei valori nazionali.</p>
      <p>Quando sì vorrà o si potrà giudicare più serenamente si vedrà che talune cause ideali della cui difesa il nazionalismo si appropria il merito: la critica del liberalismo e della democrazia demagogica, la rivendicazione dell'autorità e della sua legittima funzione, l'importanza dei valori morali in politica, l'unità delle classi nella nazione, come vincolo spirituale, erano state già fatte proprie e vali¬<pb n="83" />damente difese dalla d.c. Poiché essa fu e volle ad ogni momento essere un moto religioso, cioè una valutazione e trasvalutazione religiosa dei rapporti giuridici e sociali; e la religione sua fu l'essenza stessa del cristianesimo considerato come dottrina morale o come posizione di una gerarchia di valori e di fini; nella quale ogni forma di materialismo e di immoralismo politico e di indisciplina interiore e di barriera elevata, nell'individuo o nella classe o nella nazione, alla universalità del bene e dell'amore trova la sua più recisa condanna.</p>
      <p>Ma un dissidio intimo dilacerava ancora la democrazia cristiana, finché essa designò se stessa con un nome di significato politico sociale e con un aggettivo religioso. Negli eventi esteriori questo dissidio si rivelava col fatto di una persistente adesione al cattolicismo, benché questo, poi, si manifestasse irreducibile, nella sua forma dommatica e gerarchica attuale, alla democrazia. Essa pretendeva di investire i rapporti politici e sociali di un nuovo spirito religioso, di tradurli in rapporti religiosi: ed insieme dichiarava la propria autonomia politica e sociale dalle autorità del cattolicismo, nel quale pure riconosceva e dal quale accettava la forma della sua vita religiosa. La religione do¬<pb n="84" />veva a un tempo legare i d.c. alla gerarchia e dividerli da essa, proprio quando diveniva forma e spirito di una nuova vita sociale.</p>
      <p>Di fronte a questa illogicità, la condotta del Vaticano appariva logica; poiché esso diceva, in sostanza: voi dichiarate di voler rifare religiosi lo Stato e la società; insieme, voi accettate da me la religione e mi professate obbedienza in materia religiosa; o dunque questa religione che voi accettate da me è quella che volete applicare allo Stato e alla società, ed allora dovete riceverne le norme da me; o è un'altra, ed io ho il diritto di sconfessarvi e di smascherarvi.</p>
      <p>Uno sforzo assiduo e sincero fu. fatto per evitare questa contraddizione; e conviene riconoscere che esso non fu, e non poteva essere, felice.</p>
      <p>Sino al 1902 la d.c. si era organizzata autonomamente dalla autorità ecclesiastica. Con le Istruzioni ricordate, Leone XIII imponeva che le sezioni avessero il loro assistente ecclesiastico, nominato dal Vescovo, e che il movimento fosse coordinato all'Opera dei congressi, opportunamente rinnovata, facendo capo all'Unione economico-sociale. Il <hi rend="italic">Domani d'Italia</hi> dichiarò fermo e rispettosamente di non poter accettare le nuove disposizioni; e la <pb n="85" />commozione fu grande. Era l'ora del laicato. Non si seppe afferrarla. Dopo pochi giorni, durare nella resistenza apparve impossibile, per la timidezza della maggior parte dei giovani; e il Vaticano, impaurito, si mostrava blando e pieno di condiscendenza. Si cedette. Il movimento, nella sua fase ufficiale, ebbe una nuova effimera fioritura; e nel congresso di Bologna del novembre 1903 parve oramai padrone, in un ultimo scontro decisivo fra le due tendenze, della stessa Opera dei congressi.</p>
      <p>Ma a Leone XIII era, nel frattempo, succeduto Pio X, con ben diverso programma; e nel marzo 1904 sciolse bruscamente l'Opera dei congressi, e incominciò, contro i capi del movimento, una implacabile persecuzione. Tutto gli giovò a questo. Dove giungeva la sua autorità, questa si impose con un rigore fanatico. Dove essa non giungeva giunsero le lusinghe el'intrigo. Lo Stato, o meglio Giovanni Giolitti che, dopo la reazione allo sciopero generale del sett. 1904, piegava a destra, si affrettò ad accettare la collaborazione politica dei cattolici conservatori e ad offrire in cambio la sua solidarietà al pontefice, secondando la repressione e l'isolamento dei novatori. Il giornalismo liberale che aveva spesso e volentieri, negli anni prece¬<pb n="86" />denti, accolto scritti di giovani cattolici e talora favorito apertamente la causa di questi, fu richiamato su migliore via, o con minacce aperte di proibizione da parte dell'autorità ecclesiastica — e se ne ebbe anche qualche esempio ammonitore, — o mediante accordi con i redattori e corrispondenti di quei giornali per le cose vaticane. Sicché in breve tempo tutta la stampa liberale (i piccoli giornali seguono sempre l'esempio dei maggiori, il che semplifica assai l'opera di...persuasione) o tacque o incominciò contro la democrazia una campagna di denigrazione e di scherno.</p>
      <p>In mezzo alla bufera, i democratici cristiani, padroni di sé, si ricostituirono nella Lega <hi rend="italic">democratica nazionale;</hi> bandito dal nome, e nel fatto, ogni carattere confessionale, questa non poteva più essere direttamente colpita dal Vaticano. Ma Pio X, con una lettera enciclica ai vescovi d'Italia, proibì ai sacerdoti di appartenere ad essa e comunque favorirla. Era la guerra dichiarata. Nel congresso della Lega tenuto a Milano nel 1906 i pochi sacerdoti che ne facevano ancora parte si dimisero.</p>
      <p>La Lega aveva nel suo nome stesso un magnifico programma. Scissa da ogni rapporto con la Chiesa ufficiale, essa poteva costituirsi, all'infuori di que¬<pb n="87" />sta, come centro di rinnovamento e di educazione dei valori <hi rend="italic">nazionali,</hi> spirituali ed etici; raccogliere giovani, delle più varie fedi, che concordassero nel suo indirizzo spirituale, e svolgere un'opera di cultura, di critica, di azione sociale. Ma, per far questo, bisognava uscire dal dissidio che ho detto; trovare in sé e nel proprio programma tutte le ragioni della vita; derivare direttamente dalla coscienza religiosa, senza passare pel tramite obbligato di una Chiesa, lo spirito e le norme della religiosità nuova che si voleva imprimere alla vita civile e sociale. Se la democrazia stessa era, nell'essenza sua spirituale, l'attuazione storica del cristianesimo; se era necessario rivendicar questo contro un istituto ecclesiastico che lo mortificava nella teologia e nella disciplina e nei vincoli politici con i quali l'essenza di esso non aveva nulla di necessariamente comune, la Lega democratica nazionale aveva in <hi rend="italic">sé</hi> tutto quello che le era necessario; si trattava oramai di prendere la nazione nella sua intierezza come proprio campo di azione rinnovatrice, di ricondurre la coscienza nazionale al senso della vita dello spirito ed alle sue più nobili tradizioni, di indurre lo Stato, i partiti e le classi a riconoscersi nella unità dei valori morali e di trarre dalla rinascita di <pb n="88" />questi un nuovo soffio di vita. La concreta Chiesa cattolica, l'insieme dei suoi fedeli in Italia, doveva apparir solo come una parte, e in qualche senso la più malata, del corpo nazionale; come quella che né sapeva dar vita in sé ai veri valori religiosi, né permetteva, rivendicando di questi, dinanzi a uno Stato pavido e  monopolio, che la società li ricuperasse per conto proprio. Forzare la Chiesa a trasferirsi dal regime di privilegio e di monopolio che essa gelosamente rivendica in un regime di piena libertà spirituale significava, non combatterla direttamente, né attentare alla fede ingenua e sincera dei suoi seguaci, ma mettersi contro di essa sul terreno politico ed indurre l'organo della nazione, lo Stato, a curare quei valori morali che sono nell'ambito delle sue attribuzioni e senza dei quali esso è una corrotta e corruttrice organizzazione di potenza, di intrigo e di sfruttamento. O il ritorno al cattolicismo o l'anarchia morale; questo pareva essere il dilemma al quale era ridotta l'Italia. Uscire da quel dilemma, dando alla nazione e allo Stato il senso della propria autonomia spirituale e dei doveri etici indeclinabili, era oramai il compito di questa nuova democrazia religiosa.</p>
      <p>Mancarono animi capaci di giungere a questo ul <pb n="89" />timo termine logico dello sviluppo della d.c.; capaci di un tale eroico senso di autonomia inferiore, di una così salda consistenza morale, di un cristianesimo così ricondotto alla essenza sua, di un così alto concetto della libertà religiosa. E i pochi che rimasero fecero un passo indietro, e nel titolo della loro organizzazione risostituirono alla parola «nazionale» la parola «cristiana».</p>
      <p>Uno andò innanzi per suo conto, solo oramai. Alludo a...R. Murri, che era nel frattempo divenuto deputato. entrando a rappresentare alla Camera un collegio rurale delle Marche. Ma la sua opera politica doveva offrirci, con drammatica evidenza, il singolare contrasto di un programma che proprio quando acquistava, portato nei dibattiti parlamentari, i suoi precisi contorni di programma eminentemente politico, di eguaglianza giuridica, di libertà popolari, di autonomie, di democrazia religiosa, rivelò la sua intrinseca debolezza come forza e consenso di numero e potere organizzato; ed urtò contro una resistenza che divenne facilmente sopraffazione, contro un clericalismo nel quale si rispecchiava tutta la vecchia <hi rend="italic">forma</hi><hi rend="italic">mentis</hi> di una Italia politica senza fede e senza dignità e senza ideali, immatura alla libertà, povera, corrotta da una dit¬<pb n="90" />tatura parlamentare, divisa in 508 staterelli, nella maggior parte dei quali il clero è divenuto la forza politica prevalente. E questa Italia clericale celebrò, come in un'orgia di vittoria, i suoi fasti nelle elezioni politiche del 1913, caratterizzate dall'accordo del potere esecutivo con il rappresentante delle forze elettorali cattoliche, il conte Gentiloni: e Romolo Murri fu escluso con grande sforzo dalla Camera<note n="4"> Come vinsero i preti nel collegio di Montegiorgio, Roma, 1914</note> e circa 300 deputati della nuova legislatura, eletti col voto dei cattolici, assicurarono alla politica...vaticana una strabocchevole maggioranza.</p>
      <p>Era l'ultimo gradino di abbiettezza al quale potesse discendere il paese, condotto da Giovanni Giolitti.</p>
      <p>Dopo, venne la guerra. </p>
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