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        <title>Il Partito Popolare Italiano</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <bibl>Murri, Dalla Democrazia Cristiana al Partito Popolare Italiano, Firenze, Battistelli, 1920, 92-127. <date when="1920">1920</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="92" />{{93}}I cattolici italiani si sono costituiti in partito politico. Senza etichetta confessionale, senza assistenti ecclesiastici, con non più — nel programma — che un discreto cenno alla Chiesa, per la quale chiedono «libertà e indipendenza nella piena esplicazione del suo magistero <hi rend="italic">spirituale»,</hi> con aperte dichiarazioni di lealtà nazionale, col nome significativo di partito popolare italiano e con grande lusso di rivendicazioni democratiche nei dettagli.</p>
      <p>L'importanza politica ed elettorale del fatto può difficilmente essere esagerata. Un giornale liberale di Milano, la <hi rend="italic">Perseveranza,</hi> osservava, all'annunzio della costituzione del nuovo partito (e tolgo la citazione dal <hi rend="italic">Corriere d'Italia,</hi> organo romano di questo, che non le aggiungeva commenti): “E' <pb n="94" />un bel gesto di autodecisione, col quale i cattolici italiani proclamano non soltanto la piena maturità, ma <hi rend="italic">la decadenza di ogni forma di tutela dell'opera loro</hi>». E un deputato dei loro, l'on. Cameroni, intervistato, dichiarava che i cattolici italiani «si sono, per così dire, conquistato colla forza dell'evidenza il pieno indiscutibile esercizio del diritto di cittadinanza e <hi rend="italic">si sono insieme svincolali,</hi> come tutte le altre genti, anche cattolicissime nello spirito quale il Belgio, <hi rend="italic">dalla soggezione</hi><hi rend="italic">alla Chiesa in</hi><hi rend="italic">materia civile, sociale</hi> e <hi rend="italic">politica.</hi> L'avvento del P.P.I. non è che la consacrazione ufficiale di questa importantissima evoluzione storica, della quale non può non compiacersi ogni spirito nobile e indipendente,. ma nella quale noi parlamentari delle prime ore difficili possiamo e dobbiamo salutare una prima <hi rend="italic">liberazione interna</hi> non meno giusta e non meno benefica di quella che nel campo internazionale è stata conseguita dai fratelli italiani irredenti».<note n="1">  A. GEMELLI e FR. OLGIATI - Il programma del partito popolare italiano. Milano, 1919, p. 33. </note></p>
      <p>E non certo a noi costa fatica il dichiararlo — non si potrebbe dir meglio. Consenziente, col si¬<pb n="95" />lenzio, il tutore, il Vaticano, i cattolici d'Italia possono oggi, finalmente, avere una loro politica, non subordinata e non sacrificata alle rivendicazioni politiche della Santa Sede. Le quali erano di duplice ordine: dottrinali ed universali le une, specificamente italiane le altre.</p>
      <p>Sulla posizione della Chiesa nella società cristiana, sui diritti del potere ecclesiastico e del chiericato, sulle libertà costituzionali la Chiesa stessa ha una dottrina notissima, che si può vedere in ogni canonista ortodosso e in innumerevoli documenti pontifici: dottrina di privilegio divino, di preminenza sullo Stato, di collaborazione fra i due poteri secondo norme dettate dalla Chiesa stessa o concordate con essa, di ripudio e condanna delle libertà, per un concetto teocratico della autorità e del governo degli uomini. In quanto debbono professare, se vogliono essere ortodossi, queste dottrine politiche, e lavorare alla riconquista della posizione sociale che la Chiesa si assegna e ha perduto e rivendica, i cattolici sono già senz'altro, e necessariamente, un partito politico. Ma la Chiesa che, sotto un tale aspetto, ha perduto tanto terreno, ne va ancora perdendo ogni giorno. Essa non riusciva già più in quasi nessun Stato a raccogliere <pb n="96" />i cattolici sotto un programma politico che avesse le sue finalità; e l'istinto di libertà e di autonomia, che è l'anima stessa dell'anima contemporanea, insinuandosi insidiosamente nei suoi, la sopraffaceva; o, se essa si appoggiava a Stati e ad autorità antidemocratiche, queste le facevano pagar caro il loro favore, con una protezione pericolosa e compromettente. Partiti <hi rend="italic">cattolici</hi> non ce ne sono in nessun luogo; neanche nella Spagna. La guerra. con la vittoria dell'Intesa e della democrazia, ha dato l'ultimo colpo al medioevalismo politico papale.</p>
      <p>Ma si noti qui l'equivoco in cui sono anche caduti molti dei commentatori della novità che ci occupa. Essi spiegano il carattere non confessionale del nuovo partito dicendo che i cattolici non possono costituire un partito. Falso: nella dottrina ufficiale cattolica sulla posizione della Chiesa nella società e di fronte allo Stato, e dei doveri verso di essa, c'è quanto basta ed avanza perché si abbia un partito, il partito <hi rend="italic">clericale</hi> nel senso stretto della parola, sino a che i diritti della Chiesa non sieno riconosciuti ed accettati dallo Stato. Chi segue rigidamente <hi rend="italic">quella</hi> dottrina non può non essere di <hi rend="italic">questo</hi> partito. La verità è che di cattolici i quali, sul terreno della loro azione politica, aderi¬<pb n="97" />scono lealmente a quel programma — che era il programma dell'Opera dei Congressi prima della crisi di questa — non se ne trovano più in numero sufficiente. Il clericalismo dichiarato e coerente fa bancarotta anche in Italia.</p>
      <p>Per questo gli apologisti del cattolicismo, sottilizzando, hanno introdotto la distinzione famosa della <hi rend="italic">tesi</hi> e della <hi rend="italic">ipotesi.</hi> Sì, il dovere e il programma politico dei cattolici di ogni paese è quel che è, fissato dai canoni, in forza di una tesi che non subisce negazioni o mutilazioni; e dove la fioritura della vita ecclesiastica sia tale da permetterne lo spiegamento, lavorare a questo è dovere indeclinabile dei cattolici. Ma vi sono condizioni storiche in cui ciò non è possibile. Anche in paesi che son dati per cattolici, nella loro grande maggioranza, il programma <hi rend="italic">massimo,</hi> cioè vero ed intiero, dei cattolici non trova che pochi seguaci, segnati a dito dalla universale diffidenza. E allora subentra l'ipotesi. Allora si accetta il terreno della libertà, si accetta una posizione di parità civile dei cattolici con protestanti e con non credenti, («Si intende che per libertà religiosa noi intendiamo libertà religiosa per <hi rend="italic">tutti i culti :</hi> dichiarava Don Sturzo, il segretario politico del nuovo partito, ad un redat¬<pb n="98" />tore del <hi rend="italic">Messaggero;</hi> e togliamo anche questa citazione dal <hi rend="italic">Corriere d'Italia),</hi> si rinunzia praticamente alle rivendicazioni della Chiesa non compatibili con la natura degli Stati moderni, si redige un programma minimo, il programma delle libertà, non cattoliche, ma «cristiane», come lo chiama Don Giulio De Rossi.</p>
      <p>In questo scartare la <hi rend="italic">tesi</hi> ed accettare l'<hi rend="italic">ipotesi</hi>, in questo mettersi sul terreno delle libertà ieri deprecate, sta l'importanza grande del partito — <hi rend="italic">non</hi><hi rend="italic">cattolico —</hi> popolare italiano, per la politica e per la religione del nostro paese.</p>
      <p>Questo passaggio acquista una particolare importanza in Italia, per la presenza, nella stessa Roma, del pontificato. Roma papale aveva con lo Stato italiano una doppia querela: quella del veder proclamati ed applicati nella stessa nazione e per lo stesso popolo in mezzo al quale il pontificato risiede i principii nuovi di autonomia totale del potere civile e di libertà religiosa di tutti i cittadini, e quello dell'essere stata privata dal <hi rend="italic">potere temporale</hi>, guarentigia dichiarata indispensabile alla effettiva libertà della Chiesa. Dopo il 20 settembre 1871, vinta questa sul terreno politico, non volendo accettare il nuovo stato di cose, impose ai cat <pb n="99" />tolici italiani di non <hi rend="italic">accettarlo</hi> neanche essi, e di associarsi durevolmente e fedelmente alla sua protesta. Espressione di questa fedeltà religiosa, che diveniva solidarietà politica fra il papato e i cattolici italiani, fu il <hi rend="italic">non</hi><hi rend="italic">expedit,</hi> che Leone XIII fece interpretare come <hi rend="italic">non</hi><hi rend="italic">licet</hi>. I cattolici rifiutavano di dar la loro adesione allo Stato unitario, di entrare a costituirlo, astenendosi dalle elezioni politiche, l'atto tipico della sovranità popolare sulla quale riposava il nuovo Stato. Cattolici prima che cittadini, devoti alla dottrina cattolica dei diritti e dell'autorità della Chiesa, essi stavano per questa. contro lo Stato anticattolico ed usurpatore.</p>
      <p>Rimane la protesta del Vaticano? D. Sturzo, il nuovo partito popolare non sa nulla. «Non abbiamo da sostenere nessun speciale programma circa i modi di questa libertà (della Chiesa), non dipendendo dal nostro apprezzamento»</p>
      <p>Ah, no, D. Sturzo. Col fatto stesso del costituirvi in partito politico aconfessionale e nazionale, voi cattolici sancite l'apprezzamento che fra i <hi rend="italic">modi</hi> di questa libertà non c'è più per voi quello che vi impedì così a lungo di esistere come partito, di accettare la nazione e il suo Stato e il diritto fondamentale su cui questo riposa e l'unità nazionale. E <pb n="100" />voi stesso, infatti, avete cura di aggiungere che l'antico dissidio fra Stato e Chiesa si è venuto attenuando e l'esito della guerra ha «eliminato molti tramestii internazionali ai quali fu a scopi politici spesso <hi rend="italic">ritenuta</hi> (sic) mescolata la Santa Sede, e «il problema dell'indipendenza della Chiesa è un problema spirituale al quale i cattolici italiani si interessano come si interessano i cattolici di tutto il mondo».</p>
      <p>Formule ambigue, meditatamente scritte perché il programma minimo non paia escludere definitivamente il massimo, l'ipotesi non uccida la tesi. Ma che pur dicono molto. Se la libertà, della Chiesa è un programma <hi rend="italic">spirituale</hi> che riguarda gli italiani <hi rend="italic">come</hi> i cattolici di tutto il mondo, vuol dire che esso oramai non è più un programma che tocchi la nazione nella sua integrità nazionale e nel suo diritto costitutivo, così come non tocca le nazioni francese o inglese o americana: è divenuto problema spirituale, evadendo dal terreno dell'antica contestazione: terreno che è così rimasto sgombro per voi. E questo, più che le vostre caute parole, dice del resto, inesorabilmente, la storia stessa. Conquistando oggi la vostra libertà politica, costituendovi a partito non confessionale, sostituendo alla <pb n="101" />libertà cattolica la libertà cristiana, voi avete vinto la guerra, la vostra guerra. Ma, se voi l'avete vinta, chi è che l'ha perduta? Non attendiamo la risposta.</p>
      <p>*</p>
      <p>Il valore di questo fatto nuovo lo si intenderà meglio ricordandone brevemente i precedenti. Da pochi e solo assai vagamente li abbiamo visti ricordati in questi giorni: perché c'è qualche nome di mezzo che non si osa scrivere, come per non toccar parti di anima dove geme una occulta piaga; e pure è storia recentissima e assai nota e senza di essa non si spiega nulla di quel che oggi avviene.</p>
      <p>Sin verso la fine del secolo scorso in Italia, a protestare e agitarsi contro il <hi rend="italic">non</hi><hi rend="italic">expedit</hi> e lapolitica vaticana non c'era che un piccolo gruppo di conservatori senza seguito, i quali si dolevano solo che le forze cattoliche non potessero essere impiegate in Italia per la reazione, per il consolidamento del potere civile e dell'ordine costituito che la marea montante dello spirito democratico pareva minacciare.</p>
      <p>Erano icattolici alla De Maistre e alla don Margotti, i qualinon vedevano la salute che nell'accordo fra potere regio e potere ecclesiastico, fra <pb n="102" />trono ed altare, contro il comune nemico; ma di essi alcuni volevano che lo Stato riconoscesse il suo errore e pericolo e si volgesse alla Chiesa; gli altri che la Chiesa, facendosi più concedevole e rinunziando al potere temporale, facesse un passo verso il trono.</p>
      <p>Il ‘98 fu l'anno critico per la borghesia conservatrice e reazionaria italiana. Allarmatasi per alcuni moti popolari spontanei e improvvisi, essa scese in campo donchisciottescamente e ferocemente contro un'immaginario piano di rivoluzione, volgendosi con eguale furore contro i supposti rivoluzionari e contro quei cattolici che negavano ostinatamente allo Stato il loro concorso; Don Albertario andò recluso con Filippo Turati.</p>
      <p>Quando la reazione vide svanita l'ombra della rivoluzione rise insieme e si irritò di quella sua grossa paura e ne ebbe vergogna; e quando i rivoluzionari videro lo Stato più solido, nella coscienza nazionale, di quel che credessero, lo spirito della politica italiana mutò radicalmente.</p>
      <p>Ma c'era già intanto un gruppo di giovani — e il lettore li conosce — il cui programma era di spingere la Chiesa a rientrare nella vita pubblica italiana, non a servizio della reazione, ma a servizio del popolo e della democrazia.</p>
      <p>
        <pb n="103" />Essi avevano preso sul serio certuni insegnamenti di Leone XIII, e fondarono la democrazia cristiana. La quale ebbe un così rapido successo che già due anni dopo, sorti in tutta Italia gruppi di aderenti, si pensò di istituire regolarmente un partito politico nazionale, di azione sociale, col nome di <hi rend="italic">democrazia cristiana italiana</hi>; e una adunanza numerosa fu tenuta a questo scopo in Roma nel settembre del 1900: e annunziata la fondazione del <hi rend="italic">Domani</hi>, organo del nuovo partito. Fu. allora che Leone XIII fece sapere a chi scrive questa nota, per mezzo del card. Respigli, vicario di Roma, che il Sommo Pontefice si riserbava egli solo di giudicare quando e come avrebbe potuto permettere la costituzione di un partito politico dei cattolici.</p>
      <p>Rileggiamo il testo del proclama pubblicato nella <hi rend="italic">Cultura del popolo</hi>, 10 nov. 1900. I lettori vedranno la sostanziale identità con l'appello del nuovo partito, il quale, a 18 anni di distanza, non fa, quasi, che ricopiare:</p>
      <p>«Cattolici italiani</p>
      <p>«Il sette dicembre prossimo uscirà il primo nu¬mero del nuovo giornale: <hi rend="italic">Domani</hi>!</p>
      <p>«L'esistenza di un complesso di forze cattoli¬<pb n="104" />che in Italia che segue orientamenti nuovi — in base sopratutto alle direzioni <hi rend="italic">sociali</hi> della Santa Sede — e tende a penetrare più efficacemente la vita pubblica italiana e a dare ai cattolici uni¬tà e forza di <hi rend="italic">partito politico,</hi> èfatto noto ed evidente da qualche tempo. Una efficace propa¬ganda di idee e di cultura, la difesa delle libertà della Chiesa, la tutela degli interessi delle classi umili in base ai dettami della giustizia, la tendenza verso una politica sociale nuova e molti altri orientamenti più precisi ed opportuni nelle questioni publiche costituiscono la sua impronta speciale.</p>
      <p>«Per dare a questo movimento democratico-cristiano, a questo <hi rend="italic">partito nascente</hi> un organo <hi rend="italic">popolare nazionale</hi>, noi fondiamo oggi, con l'ap¬provazione e l'appoggio di numerosi amici di tutta Italia, il <hi rend="italic">Domani!</hi> settimanale ora, quotidiano, speriamo, più tardi.</p>
      <p>Firmarono l'appello Murri, Mattei Gentili, l'attuale direttore del <hi rend="italic">Corriere d'Italia</hi>,organo del nuovo partito, e C. B. Valente, segretario attuale della Confederazione italiana (cattolica) del lavoro. Fra i rappresentanti regionali del Comitato centrale del nascente partito erano il sac. Luigi Stur¬<pb n="105" />zo, di Caltagirone, l'avv. Giovanni Bertini di Prato e molti altri degli attuali <hi rend="italic">leaders</hi> e deputati del P. P.<note n="2"> Uno dei partecipanti alle riunioni, Domenico Russo ora giornalista a Parigi, in un articolo del Correspondant 10 dec. 1919, dedicato al nuovo P. P., incomincia appunto col ricordare quel periodo lontano e i convegni di Piazza Torretta Borghese; ma senza fare, naturalmente il nome di quello che era, oltre al resto, il padrone di casa.</note></p>
      <p>Insieme con la costituzione del partito veniva vietata la pubblicazione del nuovo giornale. Intanto quei giovani avevano portato lo scompiglio nella vecchia Opera dei Congressi; e violentissime ardevano le polemiche fra i fautori e sostenitori di questa ed i giovani <hi rend="italic">murriani;</hi> e il Vaticano doveva spesso intervenire a sedar le discordie e imporre tregue, annunziando sue decisioni.</p>
      <p>Tre mesi dopo il divieto del quale ho detto era pubblicata l'enciclica <hi rend="italic">Graves de Communi</hi>. Allora, facendo le viste di aver vinta la causa, senza interpellare l'autorità, ma senza più far parola apertamente di un nuovo partito, iniziammo la pubblicazione del <hi rend="italic">Domani d'Italia,</hi> dando opera efficacemente all'organizzazione; tanto che dopo un anno appena si contavano già circa 300 associazioni <pb n="106" />d.c. in tutta Italia, delle quali talune come il Fascio di Milano, fiorentissime, e molte organizzazioni professionali di operai e contadini.</p>
      <p>Invano! Cresceva rapidamente, insieme con le nostre forze, la opposizione ostinata e violenta dei reazionari del cattolicismo e del ceto industriale. Il 3 febbraio del 1902 furono pubblicati i nuovi Statuti dell'Opera dei Congressi con istruzioni annesse; e ai democratici cristiani si imponeva di entrare nel secondo gruppo della nuova Opera, di dipendere gerarchicamente da esso e di accettare nelle Sezioni l'assistente ecclesiastico nominato dai vescovi. Era la morte della nostra autonomia politica. Il Vaticano schiacciava un partito politico, di  non confessionale.</p>
      <p>Grande fu la commozione fra noi. Il 9 febbraio il <hi rend="italic">Domani d'Italia</hi> pubblicava una breve dichiarazione redatta da me, ma non recante la mia firma, in cui, in termini molto rispettosi, si annunziava di non poter accettare il nuovo Statuto e la presentazione alla Santa Sede di un memorandum<note n="3">Ecco alcuni brani di quella memorabile dichiarazione «Abbiamo letto il nuovo statuto dell'opera dei congressi fatto conoscere ora ai cattolici, insieme a istruzioni emanate dalla S. Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari: e più specialmente la parte che riguarda la riorganizzazione della democrazia cristiana in Italia.«Cattolici sinceri e devoti alla Santa Sede, amanti sopra ogni altra cosa 1' unione sincera e costante con essa, ma gelosi altresì dei diritti e delle esigenze della attività civile e sociale dei cattolici italiani, e pieni di sollecitudine per l'avvenire delle nostre giovani associazioni operaie, noi ci sentiamo in dovere di osservare che nuove disposizioni statutarie dell'opera dei congressi contengono norme pratiche e regolamentari le quali ci sembrano non diradare un equivoco che in questo momento era necessario veder evitato — quello che vela la distinzione, necessaria a farsi, fra il compito religioso e i compiti civili e sociali delle organizzazioni popolari — e creano un pericolo serio per lo sviluppo ulteriore delle giovini forze operaie».Seguiva l'annuncio di un memorandum da sottoporre alla approvazione delle associazioni d.c. di tutta Italia per esser poi presentato alla Santa Sede.Fra i firmatari, tutti laici, era anche 1' avv. Mattei Gentili, oggi direttore del Corriere d'Italia.</note>. Per non compromettere io sacerdote, la resistenza <pb n="107" />dei miei amici, feci annunziare la mia partenza da Roma e rimasi per più giorni nascosto in casa, non vedendo che qualche fedelissimo collaboratire. Il Vaticano ebbe paura. Se, come ho detto sopra, il laicato cattolico, che aveva oramai un numeroso stato maggiore, in cui erano già quasi tutti gli antesignani di oggi, fosse stato <hi rend="italic">meno vile</hi>, la causa era vinta sin da allora e costituito, diciassette anni fa, il <hi rend="italic">partito popolare italiano.</hi></p>
      <p>
        <pb n="108" />Accettati, per la debolezza di molti dei nostri e per le larghe promesse fatte dal Vaticano, i nuovi Statuti, entrammo nell'Opera dei congressi e vi conquistammo una fortissima posizione. Morto, nell'estate dell'anno seguente Leone XIII, e succedutogli Pio X, chi scrive dovè chiedere ed ottenne il permesso di partecipare al primo congresso nazionale della rinnovata Opera che si teneva nel novembre a Bologna; e vi ottenne, con i suoi amici, una vittoria clamorosa e definitiva sui vecchi elementi. Poco appresso, Pio X sciolse l'Opera dei congressi; e continuò l'implacabile persecuzione incominciata già contro la democrazia cristiana.</p>
      <p>Nel 1908, quando chi scrive, già colpito dalla sospensione <hi rend="italic">a divinis,</hi> trattava con l'autorità per la revoca del provvedimento e si dichiarava disposto a ritirarsi da ogni attività pubblica, trovò la via della riconciliazione sbarrata da due pretese che non ritenne di poter accettare: impegnarsi a non aver più alcuna corrispondenza privata con i suoi antichi amici e collaboratori ed aderire formalmente al principio della assoluta obbedienza al pontefice anche in materia <hi rend="italic">politica e sociale.</hi> Per difendere, adunque, il diritto dei cat <pb n="109" />tolici a una loro politica non ufficialmente regolata e diretta dalle autorità ecclesiastiche, egli fu escluso dalla Chiesa e colpito di scomunica maggiore, nominalmente. Se non avesse avuto la strana pretesa di possedere una coscienza propria, nel cattolicismo, egli sarebbe oggi il segretario politico del partito, fondato diciotto anni fa in un modesto appartamento di Piazza Torretta Borghese, in Roma.</p>
      <p>Ma non fu male. Fu il processo ineluttabile dello spirito e della storia; della lenta erosione del cattolicismo tradizionale. La democrazia cristiana ripeteva e rinnovava, con felice ingenuità, un tentativo già due volte fatto, dopo la rivoluzione francese, in Francia, con La Mennais, e in Italia, con Gioberti: il tentativo di conciliare la Chiesa cattolica con la democrazia, sul terreno politico e sociale. Esso muoveva dalla consapevolezza della sostanziale identità fra lo spirito della democrazia e lo spirito del cristianesimo; e non avvertiva che tal coincidenza ed identità non può affermarsi storicamente se non con la laicizzazione del cristianesimo, cioè con la abrogazione delle pretese autocratiche della Chiesa romana, domma di trascendenza ontologica e di eteronomia, istituto <pb n="110" />giuridico-politico di privilegio e di dominio. Come da <hi rend="italic">l'Avenir</hi> si era passati alle <hi rend="italic">Paroles d'un croyant,</hi> dal <hi rend="italic">Primato</hi> al <hi rend="italic">Rinnovamento,</hi> così dalla democrazia cristiana si passava al modernismo. Due anime c'erano in quella, l'una, più profonda e filosofica, affaticata dalla concezione dell'umanesimo e dell'immanenza, che intendeva sempre più esplicitamente la libertà e la democrazia come dominio dello spirito su se stesso e sulla sua storia, l'altra, ortodossa, rivendicante solo una certa autonomia politica dei cattolici ed una efficace azione sociale, conforme ai tempi.</p>
      <p>li partito popolare italiano è l'antica democrazia  depauperata e immunizzata, attraverso la reazione di Pio X, di ogni germe di modernismo; è il risultato di una selezione che durò dieci anni. La guerra e il suo esito hanno accelerato il movimento, ma non vi hanno portato nessuna mutazione essenziale.</p>
      <p>Pio X, per il fatto stesso dell'aver riconosciuto nel modernismo, questo «veleno di tutte le eresie», la minaccia di una nuova filosofia (che non è proprio quella della <hi rend="italic">Risposta dei modernisti</hi> e delle <hi rend="italic">Lettere di un prete modernista)</hi> contro le basi tradizionali della dottrina cattolica, una espressione, <pb n="111" />sorgente dal seno stesso della Chiesa e rivolgentesi contro di questa, di quello spirito di autodecisione e di autogoverno che è il più intimo valore di tutta la vita contemporanea, si sentì tanto più fortemente mosso a chiamare a raccolta tutte le forze di conservazione, a riavvicinarsi allo Stato — secondo il concetto che egli ne aveva — egualmente minacciato dallo sviluppo ideale del principio democratico.</p>
      <p>Così egli diè impulso a quella che fu chiamata la politica del disastro; allentò il <hi rend="italic">non-expedit,</hi> e permise ai cattolici di accedere alle urne politiche, non apertamente come cattolici, ma come conservatori, fautori dell'ordine costituito. Egli tendeva la mano ad ogni elemento di eteronomia e di reazione che fosse nei partiti borghesi e nello Stato. Strinse più ferreamente i cattolici nelle organizzazioni ufficiali e favorì gli accordi elettorali con uomini di ogni colore, per la tutela dell'ordine. Capolavoro di questa politica fu il patto Gentiloni-Peano, per le elezioni del 1913.</p>
      <p>Ma i cattolici tipo Meda accettarono volentieri quello che il nuovo pontefice e la nuova situazione offrivano, senza per questo rinunziare intieramente all'antico programma popolare. Meno dialet¬<pb n="112" />tici e più abili, essi si proponevano bensì di far argine alla democrazia radicale e socialista, ma senza rinunziare alla forza ed al vantaggio che potevano venire dal legare a sé ed alla propria azione politica quanto più fosse possibile degli elementi popolari e delle aspirazioni delle masse al benessere. Essi offrono al popolo i risultati materiali d'una ascensione economica e politica come compenso per la rinunzia alle ragioni ed ai valori ideali della sua liberazione spirituale. Tendono ad averne, con benemerenze positive, un mandato di fiducia, del quale si avvantaggerà anche la Chiesa.</p>
      <p>Ciò facendo, essi. otterranno certamente un vantaggio che non sarà salo loro né della Chiesa, ma sì anche della stessa società. Poiché l'indisciplina è contraffazione della libertà e il popolo non divien libero davvero solo perché, perdendo ogni rispetto per i tradizionali valori sociali, si giova del potere per giungere alla dittatura del numero; il socialismo è un pericolo, e pericolo grave, non perché e in quanto vuol essere stimolo e strumento di autogoverno, ma perché, trascurando il lungo e delicato processo di educazione all'autogoverno, mediante la disciplina interiore. prepara una tirannide più insopportabile di ogni altra.</p>
      <p>
        <pb n="113" />Storicamente il cattolicismo in Italia è una somma di energie edi forze morali che è necessario non disperdere, ma affinare con la cultura e con l'educazione della volontà, sino a quando tutto quello che è in esso sostanza di valori spirituali possa reggersi da sé, senza superstizioni e servitù; e il cammino è lungo e difficile. Noi saremo grati ai cattolici e al nuovo partito, se ci daranno il tempo di compiere questo lavoro, di preparare le masse alla libertà religiosa, a quelle che essi chiamano, con frase che potremmo far nostra se non fosse la loro, le libertà <hi rend="italic">cristiane,</hi> pedagogia dei credenti alla libertà dello spirito.</p>
      <p>*</p>
      <p>Come Pio X doveva correggere Leone XIII, Benedetto XV doveva correggere Pio X. Sgombrato, momentaneamente, il terreno dal pericolo del modernismo, immunizzata la democrazia cristiana, bisognava oramai disfare quello che Pio X aveva fatto. Il rinnovarsi di qualcosa come il patto Gentiloni avrebbe coperto di obbrobrio la Chiesa, travolto essa e lo Stato nella abiettezza, nell'estinzione di ogni valore morale in politica.</p>
      <p>Ad accelerare il processo, a facilitare il compito <pb n="114" />del nuovo papa è venuta la guerra, cioè il tramonto decisivo della politica vaticana di tutto il secolo scorso, salvo la breve interruzione neo-guelfa del ‘46-‘48.</p>
      <p>La tremenda gara che si aprì il I agosto 1914 fra le nazioni europee interessava enormemente il Papato. Da una parte e dall'altra erano cattolici ed erano protestanti; molti interessi particolari dell'istituto cattolico suggerivano diversi criterii di preferenza fra i combattenti. Ma nell'insieme, nella sua configurazione ideale, il conflitto — salvo talune pretese dello czarismo panslavista — era nettamente posto fra una concezione medioevale degli Stati e dei popoli e il diritto delle nazioni, grandi e piccole, all'autonomia.</p>
      <p>I cattolici delle varie democrazie pretesero spesso che il Vaticano dovesse allearsi col diritto dei popoli, senza riflettere che questo diritto era <hi rend="italic">nuovo</hi>, sorto e svoltosi specialmente nel secolo XIX, in frequente contrasto dottrinale e pratico con la Santa Sede. A un cattolicismo che si andava rapidamente adattando qua e là alle esigenze della vita nazionale di Stati democratici e imbevendo di democrazia, il Vaticano era rimasto «superiore»: spesso aveva accondisceso, dinanzi a taluni pro¬<pb n="115" />blemi pratici, spesso aveva preso le parti di autorità e di Stati vecchio stile. Se dunque il Vaticano non poteva, con un più umano concetto di giustizia, mettersi risolutamente dalla parte dei principii proclamati dall'Intesa, ed insieme giudicava con diffidenza non del tutto ingiustificata l'idealismo di guerra di questa, d'altra parte esso non poteva neanche dar carta bianca all'imperialismo germanico, rifacimento luterano del vecchio impero romano che tante beghe gli aveva procurato, germanizzandosi.</p>
      <p>Solo nell'ultimo periodo della guerra, quando, per la crescente pressione degli Stati Uniti, e fallito il tentativo di pace dell'agosto 1917, la causa della Germania si poteva considerare come fatalmente destinata all'insuccesso e l'Austria, teste il rapporto Czernin, andava verso una certa rovina, Benedetto XV ha fatto una dichiarazione esplicita a favore <hi rend="italic">dei diritti delle nazioni, che</hi><hi rend="italic">non muoiono.</hi> Ed è l'atto più importante del pontificato nel corso del conflitto mondiale. L'adesione alla società delle nazioni, termine vago, che per la Chiesa può anche essere eco e ricordo della egemonia occidentale del papato nel Medio Evo, ha assai minore importanza, per la maniera fredda e gene¬<pb n="116" />rica in cui è stata annunziata, quando la proposta era già indissolubilmente legata al nome e all'iniziativa del protestante Wilson e in Vaticano la si riteneva già praticamente inconciliabile con una pace non di transazione e di accordi, ma dettata dai vincitori.</p>
      <p>La neutralità pontificia ebbe adunque motivi più profondi di quello che molti abbiano pensato; e non fu rotta neanche dai metodi di guerra tedeschi, dianzi ai quali, pure, il giudizio morale e religioso era molto più facile, e che provocarono solo ovvie riprovazioni generiche. Ma c'era un punto sul quale la condotta della S.S. doveva ritenersi predeterminata da una tradizione politica ininterrotta e tenace : quello che riguarda il giudizio della guerra nei rapporti con l'Italia. Qui gli interessi erano veramente antitetici. Quel che giovava all'Italia nuoceva al programma politico del Vaticano; e viceversa.</p>
      <p>Dopo che il governo italiano ebbe proclamato la neutralità, interesse politico del papato era che esso non passasse dalla parte dell'Intesa, determinandone forse la vittoria. E il Vaticano suggerì dichiaratamente ai cattolici suoi dipendenti la neutralità italiana, lavorò per essa, deprecò l'entrata <pb n="117" />dell'Italia in guerra. Il laicato cattolico, avido di ricuperare la sua libertà politica, poteva avere un interesse contrario, voler mettersi dalla parte della lealtà nazionale, auspicare una vittoria che avrebbe alfine sepolto la questione romana; e la partecipazione di due cattolici al ministero Boselli rispondeva a questo criterio. Ma altri erano trattenuti da preoccupazioni elettorali. Oltreché non si aveva fiducia nella vittoria dell'Intesa, non si voleva lasciare ai socialisti ufficiali lo sfruttamento elettorale dell'opposizione popolare alla guerra.</p>
      <p>La situazione mutò dopo Caporetto, dinanzi al grave eimminente pericolo nazionale. Astenersi dalla mirabile reazione nazionale alla sventura era far consapevolmente getto della patria; partecipare a quella era stringersi a questa con un fervore nuovo e purificante di affetto. Questa seconda fu la via che molti cattolici seguirono. E il mutamento politico implicito nella scelta fu sanzionato dalla vittoria venuta un anno dopo, improvvisa ed intiera. Oggi, per secondare e sfruttare questo movimento di ritorno spirituale alla patria, i <hi rend="italic">leaders</hi> cattolici prendono la mano agli stessi nazionalisti; la Giunta diocesana di Roma indice dei comizi pro Dalmazia e al congresso coloniale sono dei <pb n="118" />cattolici i quali chiedono che l'Italia partecipi con pari diritto della Francia e dell'Inghilterra alla spartizione dell'Africa e dell'Asia turca.</p>
      <p>Intanto la difficile situazione interna creata dai terribili sacrifici della guerra e dalle nuove esigenze dei lavoratori persuade i cattolici ad accorrere e profittare dei servigi che essi possono rendere per l'aumento della loro potenza politica. Così il Vaticano, perduta ogni speranza nel giuoco diplomatico e nel rimaneggiamento della carta d'Europa, adotta definitivamente il criterio, già espresso dal card. Gasparri in una sua lettera dopo l'intervista Latapie, che la Santa Sede, per la rivendicazione della sua indipendenza, si rimette alla libera volontà degli italiani, meglio illuminati e più saggi; e i cattolici che durante la guerra hanno sempre mostrato, in numerose riunioni ed iniziative, di occuparsi attivissimamente della loro organizzazione politica, favorita dalla tregua dei partiti, si affrettano a prender posizione nelle lotte politiche nella maniera più utile e conveniente, che è anche la più saggia. secondo le vedute del Card. Gasparri.</p>
      <p>
        <pb n="119" />Ed ecco il nuovo «partito popolare italiano», quello che non fu potuto costituire nel 1900; ed ecco il programma popolaresco e sotto certi aspetti ultrademocratico di esso.</p>
      <p>Diamo uno sguardo rapido a questo programma. Esso va diviso in tre parti. Una parte abbraccia otto dei dodici articoli dei quali è composto : il 4, il 5, il 6, il 7, il 9, il 10, l'11 e il 12. Questi articoli non hanno nulla di specificamente cattolico. Sarebbe interessante un accurato esame sui molti punti che vi sono inclusi — ad es., il voto alle donne — e su qualche postulato democratico escluso, come l'antiprotezionismo. o la libertà commerciale. Notevole anche, per il significato che può assumere di volontà di indebolire lo Stato e di aprirsi la via più facile alla penetrazione ne' suoi organi, il largo programma di decentramento; ma un esame particolareggiato di questi punti esula dal compito del presente volume.</p>
      <p>Ecco questi articoli : </p>
      <p>“IV. — Legislazione sociale nazionale e internazionale che garantisca il pieno diritto al lavoro e ne regoli la durata, la mercede e l'igiene. Svi¬<pb n="120" />luppo del probivirato e dell'arbitrato per i conflitti anche collettivi del lavoro industriale e agricolo. Sviluppo della cooperazione. Assicurazioni per la malattia, per la vecchiaia e invalidità e per la disoccupazione. Incremento e difesa della piccola proprietà rurale e costituzione dei bene di famiglia.</p>
      <p>V. — Organizzazione di tutte le capacità produttive della Nazione, con l'utilizzazione delle forze idroelettriche e minerali, con l'industrializzazione dei servizi generali e locali. Sviluppo dell'agricoltura, colonizzazione interna del latifondo a coltura estensiva. Regolamento dei corsi di acqua. Bonifiche e sistemazione dei bacini montani. Viabilità agraria. Incremento della marina mercantile. Risoluzione nazionale del problema del Mezzogiorno e di quello delle terre riconquistate e delle provincie redente.</p>
      <p>VI. — Libertà ed autonomia degli Enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del Comune, della Provincia e della Regione in relazione alle tradizioni della Nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale. Riforma della burocrazia. Largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli or¬<pb n="121" />ganismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro.</p>
      <p>«VII. — Riorganizzazione della beneficenza e dell'assistenza pubblica verso forme di previdenza sociale. Rispetto della libertà delle iniziative e delle istituzioni private di beneficenza e assistenza. Provvedimenti generali per intensificare la lotta contro la tubercolosi e la malaria. Sviluppo e miglioramento dell'assistenza alle famiglie colpite dalla guerra, orfani, vedove e mutilati.</p>
      <p>«IX. — Riforma tributaria generale e locale, sulla base della imposta progressiva globale con l'esenzione delle quote minime.</p>
      <p>«X. — Riforma elettorale politica con il collegio plurinominale a larga base, con rappresentanza proporzionale. Voto femminile. Senato elettivo con prevalente rappresentanza dei corpi della Nazione (corpi accademici, Comune, Provincia, classi organizzate).</p>
      <p>«XI. — Difesa nazionale. Tutela e messa in valore della emigrazione italiana. Sfere di influenza per lo sviluppo commerciale del Paese. Politica coloniale in rapporto agl'interessi della Nazione e ispirata ad un programma di progressivo incivilimento.</p>
      <p>
        <pb n="122" />«XII. — Società delle Nazioni con i corollari derivanti da una organizzazione giuridica della vita internazionale; arbitrato, abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria. Disarmo universale».</p>
      <p>Una seconda parte è costituita dai tre primi articoli. Essi dicono :</p>
      <p>«I. — Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell'infanzia, ricerca della paternità.</p>
      <p>«II. — Libertà d'insegnamento in ogni grado. Riforma scolastica. Lotta contro l'analfabetismo. Educazione e coltura popolare, istruzione popolare, diffusione dell'istruzione professionale.</p>
      <p>«III. — Riconoscimento giuridico e libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale, rappresentanza di classe senza esclusioni di parte negli organi pubblici del lavoro presso il Comune, la Provincia e lo Stato».</p>
      <p>Il primo è contro il divorzio: posizione naturale per un partito di cattolici ed accettabile anche per <pb n="123" />molti non cattolici, da un punto di vista strettamente giuridico e sociale.</p>
      <p>Ma esso dice molto di più, e in parte vagamente. La famiglia è la cellula dello Stato e in parte anche la base della società religiosa. Assumendone la tutela, contro certe tendenze che possono essere anche, da spiriti superficiali, addebitate alla democrazia, i cattolici fanno insieme opera efficace di penetrazione sociale e civile; e qui il partito si identifica veramente con la religione.</p>
      <p>Il secondo articolo c'è specialmente per rivendicare la libertà di insegnamento, in ogni grado. Molti significati può avere questa formula, che è ora vigorosamente sostenuta anche dal prof. G. Gentile. Per i cattolici essa ne ha uno assai preciso, chiarito da loro recenti polemiche. Essi vogliono che lo Stato si riconosca incompetente in materia di educazione, si spossessi del diritto di educare, metta i suoi fondi a disposizione della scuola libera, cioè delle scuole di ogni grado che i cattolici vogliono istituire per quelli che il P. Gemelli ed altri sacerdoti e frati dicono «i nostri figliuoli”. Questo è il dichiarato programma massimo, nel quale si rispecchia evidentemente un concetto dello Stato che vuota questo di ogni con¬<pb n="124" />tenuto e sostanza etica e ideale propria, a vantaggio della Chiesa.</p>
      <p>Nel terzo articolo si afferma con non sappiamo quale significato preciso l'unità  insieme si rivendica alle organizzazioni sindacali e professionali cattoliche il riconoscimento ufficiale dello Stato, che dovrebbe ammetterle, a parità di condizioni con gli organi di classe veramente economici, senza cioè uno speciale contenuto religioso, in tutti gli uffici pubblici del lavoro.</p>
      <p>La famiglia, la scuola, il sindacato, ecco i tre grandi strumenti dell'azione pubblica dei cattolici. Quando essi se ne saranno impadroniti, si tornerà della ipotesi alla tesi...</p>
      <p>Infine va considerato a parte l'ottavo paragrafo — il quale avrebbe logicamente dovuto essere il primo, e si intende bene perché sia stato cacciato in mezzo a una lunga lista di rivendicazioni politiche. Esso dice :</p>
      <p>«VIII. — Libertà ed indipendenza della Chiesa nella piena esplicazione del suo magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della Nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo».</p>
      <p>
        <pb n="125" />C'è in questo articolo una contraddizione insanabile, la quale mostra come il nuovo partito popolare sia null'altro che l'antica democrazia cristiana, depauperata di ogni tendenza modernistica. Anche i d.c. del 1900 parlavano — l'abbiamo visto della libertà della Chiesa. Ma allora la Chiesa non si fidò di essi; oggi si fida di questi. Quelli infatti che il Vaticano perseguitò e dei quali si liberò erano venuti un poco alla volta nella persuasione che la libertà della coscienza cristiana dovesse sovente, e prima che contro lo Stato, essere rivendicata contro la Chiesa. E tanto ciò è vero che solo oggi — e ci voleva la guerra! — la coscienza. cristiana degli italiani ha conquistato la libertà, lungamente contesale dalla Chiesa, di agire con lealtà nazionale, nell'unità nazionale, nel campo politico. Questa libertà cristiana, ostacolata e combattuta e negata in molti modi dall'istituto ecclesiastico, è un diritto fondamentale e personalissimo che lo Stato moderno, fondato sulle libertà, e prima di tutte la libertà religiosa, deve tutelare e proteggere esso, contro ogni avversario. E noi rimproveriamo appunto allo Stato italiano di aver mancato e di mancare, in molti casi e in molti argomenti, a questo suo dovere, preoccu¬{{126}}pandosi proprio, troppo e male, della libertà della Chiesa.</p>
      <p>Quando si è parlato di libertà cristiana (e meglio è dire libertà religiosa, e lo stesso D. Sturzo ammette, per conto del nuovo partito, la libertà dei culti) inutile è parlare di libertà della Chiesa, poiché si é già riconosciuto a ogni cittadino il diritto di appartenere alla Chiesa che preferisce, di farsi la Chiesa che vuole, ed affermato quindi il dovere che ha lo Stato di lasciar liberamente — cioè sul terreno della libertà e della parità di diritto — vivere e svolgersi e agire tutte le coscienze e le fedi e le Chiese. Quando, oltre le libertà cristiane, e prima di esse, si chiede la libertà della Chiesa, ciò non può essere praticamente inteso se non nel senso che si vuole aver libertà e modo di combattere a favore dei molti diritti che la Chiesa si attribuisce, delle molte pretese che ancora rivendica, delle molte colpe che essa ancora commette contro la libertà religiosa.</p>
      <p>Non sanno, è vero, e non possono i leaders del nuovo partito dichiararsi, come frate Gemelli pretende, per lo <hi rend="italic">Stato cristiano,</hi> cioè per la teocra¬<pb n="127" />zia; ma vietandosi espressamente, come fecero nel loro Congresso di Bologna, di entrare in materia di libertà pontificia e di politica ecclesiastica, riconoscono apertamente l'ipoteca sempre viva della Chiesa sulla loro azione politica; e l'autonomia baldanzosamente affermata dall'on. Cameroni si fascia di eteronomia.</p>
      <p>E qui è fra noi e il nuovo — e così vecchio! — partito il dissidio profondo e insanabile. Noi siamo francamente, risolutamente, intieramente, per la libertà religiosa. Essi sono per la libertà, cioè per il privilegio, della loro Chiesa, contro la libertà religiosa. E l'ipotesi è una maschera della tesi.</p>
      <p>E pure, incapaci oramai di dominare la storia, i cattolici se ne lasciano trascinare, la seguono e le si adattano. E servono la storia, cioè la causa dell'autonomia dello spirito, pur con le loro riserve ed astuzie ed ambiguità.</p>
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  </text>
</TEI>