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        <title>Il modernismo che non muore</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <bibl>Murri, Dalla Democrazia Cristiana al Partito Popolare Italiano, Firenze, Battistelli, 1920, 37-59. <date when="1920">1920</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="38" /> {{39}}Ristabiliamo, prima di procedere oltre, i limiti esatti e la portata della nostra conclusione. Osserviamo, in linea pregiudiziale, che non noi potevamo metterci in mente di diminuire il valore del movimento modernista e di impiccolire il merito di quelli che vi ebbero maggior parte. Dei tre uomini che abbiamo più particolarmente nominato, uno, il Tyrrell, ci è mancato; ma nessuno dubita che, vivendo, egli avrebbe continuato ad occuparsi con eguale fervore, nella sua operosa solitudine di Storrington. del problema religioso, così come gli era apparso ed egli lo aveva, sino alla sua morte, studiato e discusso; <note n="1">"Si veggano in particolare, oltre all'Autobiografia, le ultime cose di lui">Da Dio o dagli uomini, in «Rinnovamento», I, 4Medievalismo, Roma, Libr. Editrice Romana, 1909Il cristinesimoal bivio, Roma, Voghera, 1910Il papa e il modernismo, Roma, Voghera, 1912</note> gli altri due, Loisy e Murri, con¬<pb n="40" />tinuano instancabilmente il loro lavoro : di critica religiosa, l'uno, di propaganda religiosa nella democrazia, l'altro. Chi riconosce d'aver sbagliato strada la muta. Se essi tirano innanzi per la loro via, mostrano nel miglior modo di ritenere che essa non era sbagliata.</p>
      <p>Ma questo non toglie che una illusione ed un errore di fatto, nella loro propaganda ed in quella di molti altri, non ci sieno stati; e quell'errore e quell'illusione costituirono sostanzialmente il modernismo così come molti lo intesero, quel modernismo che è, indubbiamente, finito, sotto le scomuniche di Pio X; e che, essendo finito, non può insieme vivere. Bisognava stendere l'atto di morte, stabilendo bene le generalità del defunto; ed è quello che abbiamo fatto.</p>
      <p> L'errore, dicevamo, fu di credere che nella Chiesa-istituzione e dottrina e gerarchia, così come essa è oggi, fosse possibile una evoluzione normale interiore, per la quale essa si adattasse alle esigenze fondamentali della cultura e della vita contemporanea; che nel suo governo delle anime ci fosse posta per la sovranità della coscienza, quale la intendeva il Tyrrell,- nella sua teologia per la critica, nella sua azione sociale per la democrazia. La fiducia <pb n="41" />nell'accordo, che era alla base del triplice tentativo, implicava la supposizione che la Chiesa fosse ancora il pernio o l'asse centrale dello svolgimento storico della cultura, la guidatrice delle coscienze, con autorità venutale da una missione divina: e che quindi ogni profonda e viva esigenza di cultura o di progresso sociale le appartenesse, per un diritto originario ed inalienabile; e che l'autorità della Chiesa fosse o dovesse, dopo momentanee deviazioni o malintesi, tornare ad essere il magistero di salvazione della scienza e della società; e in questo fu la loro illusione. Il conflitto nacque, e non poteva non nascere, per il fatto che i maggiori rappresentanti del modernismo, posti dinanzi all'ostilità violenta ed irreducibile delle autorità ecclesiastiche verso la coscienza, la critica e la democrazia, non <hi rend="italic">mollarono</hi>, non cercarono fuori di queste un criterio indiretto o personale di conciliazione, non sottilizzarono; ma continuarono diritti per la loro via, subendo e accettando la condanna che li metteva fuori della Chiesa gerarchica ed ufficiale. Il significato e il valore storico del tentativo, in quanto era tentativo di rinnovare dall'interno la Chiesa senza spezzarne la compagine esteriore, e cioè d'accordo con l'autorità, sta tutto in questa <pb n="42" />crisi. Le piccole soluzioni intermedie, le conciliazioni, gli accomodamenti sono cronaca di individui, non storia di un momento dialettico nella vita della Chiesa. Come dopo il 1848-49 il neoguelfismo era morto, e ben morto, benché continuassero ad esserci dei neo-guelfi per molto tempo ancora, e V. Gioberti ne stese l'atto di morte nel <hi rend="italic">Rinnovamento</hi>, così fra il 1907 e il 1910 il modernismo cattolico è morto, e ben morto; e giova prenderne nota, per andare innanzi.</p>
      <p>Allora, all'idea d'ottenere la libertà politica e ricostituire l'unità italiana auspice il papato, sopravvisse, e vinse, il moto liberale che tendeva a fare quell'unità senza e contro il papato politico, ma non contro il cattolcismo; così, oggi, al tentativo di introdurre nella Chiesa la fondamentale autonomia della coscienza e della intelligenza religiosa d'accordo col papato, con i teologi e con i vescovi, che tante giovani anime ha commosso, nel ventennio del modernismo, sopravvive, e vincerà, lo sforzo tendente ad imporre alla coscienza religiosa cattolica il rispetto delle esigenze della vita religiosa, checché ne pensino e comunque si conducano le autorità ecclesiastiche; contro di esse, non contro il cattolicismo.</p>
      <p>
        <pb n="43" />lo ho notato già con accuratezza, e non sarà sfuggito al lettore, un carattere essenziale del modernismo autentico: la condotta dei principali modernisti dinanzi alle condanne di Roma. Essi non smentirono sé stessi ed il principio che rappresentavano; ma non si posero, di loro iniziativa, contro l'autorità; si adattarono a tutte le rinunzie e al silenzio, solo che non si chiedesse loro un atto positivo contro quel che ritenevano vero e giusto; non presero atteggiamento di eretici e di scismatici; non si posero cioè mai, né prima né dopo la condanna, né con le loro affermazioni teoriche né con la loro condotta pratica, contro il cattolicismo e contro la stessa autorità, in quanto essa ha e conserva un titolo legittimo ad agire nel nome ed in rappresentanza della comunità dei fedeli. Il Loisy è venuto più tardi a delle conclusioni radicali sulla Chiesa e sulla teologia; ma anche con ciò egli non ha preteso di uscire dal suo punto di vista di critico; né crediamo sia venuta meno la sua simpatia per l'immanente tentativo della coscienza religiosa cattolica di ristabilir l'equilibrio, rotto da tempo, con le sue espressioni dottrinali e forme istituzionali.</p>
      <p>In questo tentativo sta il modernismo, quello <pb n="44" />che non può morire, che è cominciato da secoli, anzi al principio stesso della Chiesa, con la lotta fra la vecchia concezione messianica del giudaismo e il Regno di Gesù, poi fra paolinismo e giudaizzanti, e che è la storia stessa interiore, dialettica, della vita della Chiesa; ad esso appartiene, con ben altro valore e significato da quello che abbiamo veduto nel capitolo precedente, l'iniziativa e l'opera dei principali modernisti; la quale, in quanto esprime un momento caratteristico di questo perenne processo di adattamento della realtà allo spirito religioso, momento che è ancora ben lungi dall'avere avuto il suo epilogo, continua necessariamente, in essi o in altri; e può anzi e deve essere ripreso con più consapevole programma e più organica solidarietà di sforzi.</p>
      <p>Ed ora ci apparisce meglio la verità di quello che abbiamo detto. L'errore del modernismo morto, la sua illusione, fu nel fare dell'elemento Chiesa, istituzionale e gerarchica, la norma e il contenente; dello spirito religioso l'energia assoggettata alla norma, misurata e contenuta da quello; nell'avere insomma ingenuamente pensati che ci fosse un tale istituto storico, perenne e fondamentale nei suoi elementi costitutivi, il quale potesse, senza alcun <pb n="45" />suo rivolgimento e sovvertimento interiore, far proprie le nuove esigenze dello spirito- religioso: coscienza, critica, democrazia. Il modernismo che non muore sta nell'aver invertito il rapporto, nell'aver fatto della coscienza religiosa la dominatrice vera delle forme istituzionali e gerarchiche, considerate oramai tutte e solo come strumenti e mezzi esteriori riformabili e rinnovabili.</p>
      <p>Il punto fondamentale del conflitto fra ortodossia e modernismo sta tutto qui, in questo imporsi della Chiesa alla coscienza, o della coscienza alla Chiesa; della storia fatta, fissata, definita alla creazione storica assidua; del papa, in nome di un Dio esterno e delegante, al Dio interno, non delegabile, che è nello spirito e nella coscienza religiosa. Il modernismo del quale abbiamo pianto la morte precoce è morto, non perché era modernismo, ma perché era ancora ortodossia; contro la sua ortodossia diminuita e vacillante, precaria, ha avuto ragione l'ortodossia tutta d'un pezzo del parroco veneziano; in altre parole, non è morto il modernismo, ma l'illusione <hi rend="italic">ortodossa</hi> di taluni modernisti. E il loro non fu un errore nel senso volgare della parola, uno sbaglio che quei bravi signori potevano anche risparmiarsi, o che si può immaginare <pb n="46" />sarebbe stato risparmiato ad altri, i quali avessero occupato il posto loro. Fu un errore che doveva essere; fu lo sforzo di coscienze che rompevano in sé il tenace vincolo gerarchico dentro il quale si erano venute formando, risolvevano il passato nella storia che sempre si fa; fu una crisi interna della stessa ortodossia, la quale doveva così, contraddicendosi interiormente e dilacerandosi brano a brano, giungere alla suprema delle sue negazioni ed al supremo dei suoi innovamenti, nell'inversione definitiva dei rapporti fra coscienza e autorità esteriore<note n="2"> A questa coscienza il modernismo era giunto nel suo ultimo periodo, specialmente col Tyrrell e con taluni degli scrittori modernisti di Nova et Vetera ; e chi farà più tardi la storia del modernismo dovrà notarlo. Ma furono come dei battelli di salvataggio verso le rive dello spirito ; la nave s'era sfasciata.</note>.</p>
      <p>Come l'Italia non si sarebbe fatta se, attraverso il ‘48 neo-guelfo, non fosse stata aperta la via al ‘49 ghibellino e repubblicano; e se da quella crisi storica non fosse sorta la sintesi di guelfismo e mazzinianismo nel cattolicismo liberale, nel conservatorismo rivoluzionario, nella monarchia laica di Camillo di Cavour e della destra: e come quindi il <pb n="47" />neo-guelfismo, errore ed illusione delle quali ora possiamo misurare la tragicomica ampiezza, fu tuttavia un momento essenziale ed imprescindibile nella costituzione dell'unità italiana; così il modernismo, quando si potrà vederlo sotto altra luce (trattandosi qui di un moto enormemente più vasto e profondo di quello dal quale uscì l'unità italiana) quest'ultima e desolata forma di lealtà ecclesiastica, questa rivoluzione che si era sperato di fare con <hi rend="italic">motu proprio</hi> pontifici, apparirà alla sua volta come un momento essenziale nel superamento definitivo dell'ortodossia: di questa vecchia ortodossia ecclesiastica e papale, che starà alla nuova fede come il vecchio diritto canonico del Piemonte sabaudo sta alla quasi libertà religiosa dell'Italia unificata. Apparisce giàanzi, nello stesso sorgere e costituirsi del Partito popolare italiano; poiché solo il ripudio dell'autonomia modernista poteva condurre a questa dimidiata ed ambigua e provvisoria autonomia politica che oggi si afferma e che è, diremmo con frase hegeliana, la negazione della negazione; l'inverso della reazione piana. Nel modernismo, adunque, il moto di liberazione e di rinnovazione religiosa si è definitivamente liberato dagli ultimi pregiudizi di lealismo ortodosso; <pb n="48" />ha definitivamente superato e idealmente invertito la vecchia ortodossia, per la quale un papa era sopra la Chiesa, e un sillabo sopra la critica e un partito clericale sopra la coscienza civile e sociale dei credenti; ha aperto la via agli ulteriori sviluppi. Idealmente e storicamente, esso costituisce una conquista definitiva, sulla quale non ci sarà bisogno di tornare, ma che si tratta di applicare e di estendere alle coscienze ancora chiuse nel sonno dommatico, accelerando il lento moto del clero e delle masse cattoliche nella cultura e nella vita contemporanea, che <hi rend="italic">volentes ducit, nolentes trahit.</hi></p>
      <p>Ed appunto per questa sua efficacia ideale, per questo suo enorme valore di esperimento cruciale dell'ortodossia, esso non è passato invano, come passano le illusioni vuote, quelle che sono, ci si permetta la frase, di alcuni uomini, non della storia stessa, anche nell'ambito dei risultati compiutamente avvenuti e constatabili. Oggi, come ho detto, a soli quindici anni di distanza dalla democrazia cristiana di R. Murri e del <hi rend="italic">Domani d'Italia,</hi> la coscienza civile dei cattolici italiani, i rapporti di questa con il papato e con la nazione sono enormemente diversi da quel che erano nel 1898, da quel che sarebbero ancora stati senza quel moto: <pb n="49" />Benedetto XV ha, sotto questo aspetto, annullato Pio X; il murrismo <hi rend="italic">politico</hi> trionfa con D. Sturzo.</p>
      <p>Ma se quello che abbiamo detto é vero, una osservazione può parer legittima, che fu fatta già da G. Gentile al P. Semeria<note n="3"> GIOVANNI GENTILE – Il modernismo e I rapporti tra religione e filosofia, Bari, Laterza, 1909</note> il modernismo, incidente nuovo, non ha valore ideale, perché il suo momento essenziale va fatto risalire molto addietro; p. es. a Giordano Bruno od almeno a Hegel; dopo di allora, dal punto di vista ideale, non si tratta che di ripetizioni. L'obiezione varrebbe se la storia dello spirito e della vita religiosa potesse essere inclusa tutta nella storia delle filosofie recenti e del razionalismo. Il valore del modernismo, in quanto esso viene dopo l'idealismo trascendentale, sta per metà in questo: nell'essere stato, <hi rend="italic">contro</hi><hi rend="italic">lo stesso razionalismo,</hi> una rinnovata affermazione delle esigenze dello spirito religioso; nel non essersi presentato come il superamento del cattolicismo, ma anzi come una intima esigenza degli elementi religiosi vivi e verdi nella coscienza cattolica, verso una nuova sistemazione del loro mondo esteriore; <pb n="50" />e nell'aver ricondotto tutto quello che prima pareva definitivo e normativo nel cattolicismo ad esteriorità ed espressione e creazione passiva. Esso non é negazione di quel che è cattolico e quindi tradizione religiosa e credenza e rito, in nome di quel che è razionale; i diritti imprescrittibili della coscienza religiosa, del fare (non del <hi rend="italic">fatto)</hi> religioso, sono affermati in una con il diritto di sovranità di questa coscienza su tutte le sue manifestazioni e forme storiche esteriori e concrete. Un tempo si diceva che i più violenti anticlericali andavano cercati fra gli ex; oggi una tale affermazione sarebbe un luogo comune vuoto di senso. Il modernista che fu cattolico rimane non solo religioso, ma cattolico, in quanto egli rivendica la religiosità cattolica viva di oggi contro le forme morte della religiosità cattolica di ieri; in quanto tende, con un lavoro di revisione critica e di pratica autonomia, ad <hi rend="italic">aggiornare</hi> il passato, non a porre una barriera insormontabile, a creare un antagonismo fra esso e l'avvenire.</p>
      <p>Il problema di Tyrrell era: ricreare il cattolicismo, muovendo dalla autonomia della coscienza religiosa; il problema di Loisy in <hi rend="italic">l'Evangile et l'E¬</hi><pb n="51" /><hi rend="italic">glise</hi>:portare la fede cattolica oltre tutte le possibili negazioni e demolizioni della critica, rifarle, oltre queste, una base che non pericoli; il problema di R. Murri: vivere religiosamente la democrazia, inverare nella nazione democratica lo spirito e le tradizioni vive del cattolicismo italiano. Problemi, dunque, di revisione e di conservazione; non di anticattolicismo, ma di rinascita — per quanto e come è praticamente possibile — cattolica. Quegli uomini, progredendo, hanno finito col trovarsi soli; soli o, talora, male intesi dai pochi rimasti vicino. Perché il loro cattolicismo li divideva egualmente dagli ortodossi di dentro e dagli eterodossi di fuori, <pb n="52" />ortodossi di altre fedi e di altre intolleranze, di altri luoghi comuni e di altre Chiesuole; ed in ciò apparisce che essi sono stati davvero, non degli incidenti, ma un esperimento, compiuto sulle loro carni vive e doloranti nei gabinetti dello spirito religioso.</p>
      <p> Questo modernismo, a ogni modo, se nella presente generazione di cattolici non ha avuto continuazione durevole e organica di seguaci, non può morire; esso continua oggi nell'ombra, per vie sotterranee per lo stesso fatto del permanere storico del cattolicismo, e in esso, di una coscienza religiosa che cerca sé stessa, cioè la sua autonomia; e ritornerà alla luce, più vigoroso, quando i tempi saranno maturi, come chiara ed esplicita affermazione — senza più errori ed equivoci possibili — della sovranità della coscienza religiosa sulle sue forme storiche; le quali torneranno ad essere non sdegnosamente negate, ma piamente rivedute, esaminate e provate per vedere, al saggio della vita, che cosa di esse è vivo e che cosa è morto. E sarebbe oggi immaturo anticipare i risultati di questa esperienza, che è ancora da fare; per quanto chi l'ha fatta in sé avrebbe non inutili cose da dire. Ma dirle, <hi rend="italic">a chi?</hi></p>
      <p>Permane adunque nel nostro pensiero il moder¬<pb n="53" />nismo come una vicenda di pertinenza intrinsecamente cattolica, come un momento nella storia del cattolicismo? — A questa domanda abbiamo già implicitamente risposto. Finché i modernisti partivano dalla presunzione e dalla speranza di un tacito accordo fra la Chiesa «ufficiale» e le esigenze delle quali essi si facevano interpreti, essi erano nella Chiesa e il loro modernismo anche; fino aquando non furono negati, espulsi, annullati come valore ecclesiastico. Ma quando, liberati dall'illusione fugace, posti nell'alternativa di esser sé stessi o di esser la Chiesa, essi videro non l'incompatibilità dei due termini, ma la falsa posizione di un principio che voleva essere ricreazione dei valori storici religiosi e docilità alle forme morte, norma e soggetto alla norma; quando il modernismo, in quanto posizione storica di cattolici dinanzi al cattolicismo, fu infine pienamente conscio, fu senso di sovranità vera ed originaria ed inappellabile della coscienza religiosa sulla Chiesa, allora e per ciò stesso la Chiesa cattolica romana cessava di essere per esso <hi rend="italic">la</hi> Chiesa, istituzione sovrana ed autorità decisiva, e diventava semplicemente <hi rend="italic">una</hi> Chiesa, una delle molte forme positive di religione e di cristianesimo, un momento ed un ramo della sto¬<pb n="54" />ria di questo, un istituto soggetto come tutti gli altri alla legge delle variazioni e delle formazioni storiche, della relatività e della attualità; anche se esso, nella storia del cristianesimo, era stato e continuava ad essere il momento centrale, l'istituto sul quale più è necessario agire per gli ulteriore sviluppi dello spirito e della civiltà cristiana.</p>
      <p>Da quel momento, quindi, ci può essere un modernismo che ha avuto origine nel cattolicismo, che si applica in particolar modo alla rinnovazione del cattolicismo; ci può essere un modernismo di cattolici, come ce ne è uno di protestanti, di ebrei, di unitarii, ma non ci può essere un modernismo cattolico, nel senso ufficiale e corrente di questa seconda parola. Perché la coscienza religiosa che è giunta allo stadio del modernismo si rispecchia e si indaga nelle forme storiche note della religiosità pura come giudice comparante e discriminante e procedente oltre; riunisce insieme in sé — poiché il pensiero é anche sempre volontà — ed attua l'intima <hi rend="italic">vis</hi> creatrice delle Chiese; distingue sé da esse come il linguaggio interiore dalla parola esterna scritta o scolpita, come l'artefice dall'opera sua, come l'idea dalle incarnazioni varie dell'idea.</p>
      <p>Il modernismo é anzi, esso stesso, il nuovo catto¬<pb n="55" />licismo, il cattolicismo di domani, il concreto universale religioso, la conquista profonda dell'unità dello spirito nell'autocoscienza dei valori assoluti ed eterni, intravveduta dal cristianesimo primitivo, e poi dispersa e sommersa nell'oggettivismo naturalistico della cultura greco-romana; perché solo e primo, attraverso la molteplicità delle forme esteriori, delle istituzioni storiche, dei momenti di vita religiosa fatti realtà e passato, giunge alle scaturigini dello spirito religioso, immanente creatore, ed unifica in sé dall'interno tutte le membra sparse della società religiosa e le valuta e le gradua, secondo l'importanza che esse ebbero, apparendo ciascuna ad un definito momento dello sviluppo religioso, nella genesi storica della religione una e perenne dell'umanità.</p>
      <p>E da ciò apparisce, ora, quale sia il precipuo compito storico del modernismo. Questo avviene, nella storia, in un momento in cui in essa le forze nuove di creazione sono in conflitto sempre più grave con le vecchie forme religiose del passato, dentro le quali la religiosità si trova come compressa e soffocata, e incapace quindi di ogni intimo impulso di iniziativa e di costruzione; quando la vita umana intellettuale e morale sembra oramai vuotarsi <pb n="56" />di ogni religiosità viva e sentita, nel laicismo dall'una parte, nell'ortodossia cieca dall'altra. E se in taluni paesi — come ad es. nel mondo parlante inglese — focolari e istituti di libera religiosità cristiana permangono, essi sembrano destinati a portare con sé, nella premessa del loro non conformismo, un intimo demone di individualismo religioso, di dissociazione e di guerra spirituale. Nel momento più acuto di questo dissidio, dentro l'istituto ecclesiastico più tenace del passato e più potente d'armi per difenderlo accanitamente, il modernismo nasce come esigenza nuovamente sentita di superazione del dissidio, di sintesi e di cattolicità. Ed esso si adopera, dall'una parte a districare la religione vera e lo spirito religioso dai vecchi ceppi fradici delle ortodossie, dall'altra a districare dalle nuove forme di pensiero e di iniziativa, affettanti una dommatica laicità ed un dispregio cieco per il passato, l'essenziale loro valore religioso, come di atti e fatti di una coscienza che si cerca in sé, e vuol rispecchiare nel suo mondo i valori supremi ed assoluti.</p>
      <p>Primo suo ufficio era di restituire in qualche modo la coscienza religiosa a sé medesima, ridirle la formidabile parola: di fronte a ogni cosa concreta, <pb n="57" />finita, esteriore, di fronte ad ogni tua creazione o manifestazione passata, tu hai il tuo Dio in te, sei, in qualche modo, quando mortifichi e annulli la tua effimera individualità nella coscienza dei valori assoluti ed eterni, il tuo Dio a te, e non puoi abdicare a questa tua sovranità nelle mani di altri, e non puoi schermirti dall'essere te stessa e dal farti volontà buona, con nessuna lettera di precetti e di regole: ed a questo momento e compito è legato in modo indissolubile il nome di Giorgio Tyrrell<note n="4"> Si leggano, nel numero di febbraio 1918 della Riforma italiana, alcune pagine inedite di Tyrrell mirabilmente perspicue.</note>. </p>
      <p>In secondo luogo, conveniva affermare poderosamente, con animo scevro da ogni preoccupazione dommatica, le esigenze della critica; il diritto della ragione, non a sostituirsi alla fede, ma ad esaminare e vagliare ogni concreta posizione, ogni documento, ogni formula della fede; e di questa esigenza nobile documento è l'opera di Alfredo Loisy.</p>
      <p>Infine, era necessario ridar valore e contenuto essenzialmente religioso a quell'altro aspetto dello spirito cercante sé stesso e la sua autonomia che apparisce specialmente nelle dottrine politiche contemporanee e nelle correnti civili e sociali, nella <pb n="58" />democrazia, intesa nel suo più largo e comprensivo significato; ed a questa esigenza rispose inizialmente la democrazia cristiana dei diversi paesi: la quale dalla sua logica, dove essa fu seguita, fu condotta a rinunziare ad un avvicinamento e ad una giustapposizione di democrazia e di cristianesimo, come di due cose diverse e distinte, che negava il problema stesso che si proponeva di risolvere, ma a presentare i valori essenziali della democrazia come valori di per se stessi religiosi.</p>
      <p>Così si integra e si rivela, come necessità di una nuova sintesi spirituale, come ricerca della auto-nomia e della sovranità dello spirito religioso, il modernismo, nella sua vera natura e nel suo formidabile compito.</p>
      <p>E vediamo ora brevemente che cosa ci sarebbe da fare o potrebbe almeno esser tentato per ridar concretezza di iniziative e di istituti a un movimento che sembra essersi disperso e nascosto nelle oscure profondità della coscienza contemporanea.</p>
      <p>Stabiliamo prima un punto: il modernismo deve essere esigenza viva di concretezza e di universalità e quindi, storicamente, cosa italiana e romana. Fuori d'Italia, a parte l'opera di taluni pensatori isolati, ogni movimento religioso-sociale, salda¬<pb n="59" />mente vincolato alle esigenze ed alle attitudini ed agli interessi peculiari di dati popoli storici, ogni movimento di libertà religiosa conservò sempre carattere di particolarismo ed effetti di atomizzazione della coscienza religiosa; qui esso trova una tradizione storica, una disciplina spirituale, una contraddizione che lo ponga, ad ogni momento ed in ogni suo sviluppo, come esigenza di sintesi e di cattolicità. L'unità delle Chiese cristiane è e rimarrà un sogno, limitato ad alcuni paesi e sterile, sinché essa sarà ricercata lasciando fuori il cattolicismo. E il cattolicismo rimarrà fuori sinché il modernismo non l'abbia pervaso e permeato. La grande battaglia per l'unità religiosa va combattuta in Roma, contro la romanità papale, per una nuova romanità. Ma il movimento deve essere internazionale; collaborazione viva e feconda di spiriti di varie nazioni e confessioni religiose, pratico ed attuoso superamento di dissidi, ricerca disinteressata di nuove forme religiose, revisione dell'enorme patrimonio spirituale giacente nella vecchia Chiesa e in particolare nel cattolicismo.</p>
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