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        <title>Gesù contemporaneo</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <bibl>Murri, Dalla Democrazia Cristiana al Partito Popolare Italiano, Firenze, Battistelli, 1920, 179-211. <date when="1920">1920</date></bibl>
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        <p>PRIN 2012 - Accademia della Crusca</p>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="180" />{{181}}Nel numero 15 maggio 1919 di <hi rend="italic">Fede</hi> e <hi rend="italic">Vita,</hi> la rivista mensile di cultura religiosa, pubblicata a cura della Federazione studenti per la C. R. e diretta dal pastore Ugo Janni, leggiamo un articolo del signor W. L. una delle più nobili anime di credenti che noi conosciamo ed uno dei più operosi ed utili amici della Federazione, il quale ci interessa massimamente.</p>
      <p>Esso è l'eco di una conversazione di parecchi, fra i quali era il sottoscritto, autore dei dubbii ai quali il L. risponde. Si trattava delle necessità e delle aspirazioni religiose dei nostri giovani studenti e, in generale, della umanità uscita da questa terribile guerra; e chi scrive ripeté l'opinione, già espressa in queste pagine, che il «mes¬<pb n="182" />saggio» di Cristo corrisponda intimamente ad esse necessità ed aspirazioni; ma che l'umanità di oggi è spesso trattenuta dall'avvicinarsi ad esso dalla interposizione, che fanno le Chiese, della persona miracolosa e soprannaturale del Cristo stesso, nella quale, oggi, è più difficile credere. Seguì una discussione animata, benché, purtroppo, breve; e quello che il sig. L. rispose è più chiaramente ed organicamente detto nell'articolo di <hi rend="italic">Fede e Vita.</hi></p>
      <p>L'argomento è così interessante e grave che crediamo opportuno esaminare accuratamente questo articolo.</p>
      <p>Dunque, scrive il L., «una sera del mese di marzo alcuni amici si riunirono in casa mia per uno scambio di idee intorno alla nostra Federazione studenti per la cultura religiosa. Uno di essi suggerì che invece di accentuare l'importanza della fede in Cristo, sarebbe più pratico, per <hi rend="italic">attrarre un maggior numero di aderenti,</hi> insistere unicamente sulla fede nel messaggio di Cristo. Io risposi domandandogli se realmente egli credeva <hi rend="italic">più facile</hi> la fede nel messaggio di Cristo che quella nella persona di Lui, visto che il tema centrale del messaggio di Cristo è il Regno di Dio, e questo non già nel senso di un progressivo miglioramento dei costu¬<pb n="183" />mi e dei sentimenti dell'uomo, ma nel senso di una catastrofe cosmica nell'ultimo giorno che porrà fine al presente ordine del mondo e darà inizio ad un mondo nuovo per i figli di Dio rigenerati; un regno che la carne ed il sangue non possono ereditare, il quale, perciò. verrà dopo la resurrezione dei morti”.</p>
      <p>Fermiamoci; e, innanzi tutto, intendiamoci sullo scopo pratico della discussione.</p>
      <p>Che l'accettazione del messaggio di Gesù debba esser resa facile, o meno difficile, può esser detto in due sensi assai diversi. Nell'uno di essi, si tratterebbe di fare una riduzione pratica di quel messaggio, per avvicinarlo agli uomini; diminuirne l'asprezza, renderlo accettabile a una sfera più vasta di quella che esso può farsi, se preso nel suo proprio e preciso valore e significato eroico; diminuirlo, insomma, e annacquarlo. Nel corso del suo articolo, il L. mostra di ritenere che questo è, in genere, l'intento dei <hi rend="italic">cristiani liberali.</hi></p>
      <p>A ogni modo, esso non era affatto l'intento di chi quella sera distingueva fra Cristo e il suo messaggio. Quel procedimento fu spesso seguito dalle Chiese o da gran parte di esse, con la sempre rinascente protesta degli spiriti più sinceri ed eroici. <pb n="184" />Esso è in sé immorale, in quanto adultera la parola di Dio; e sempre ispirato, non dal proposito netto di servire a Cristo ed al suo messaggio, ma da quello di rendere più larga ed efficace l'azione dell'istituto che se lo appropria. Ma è applicato spesso sinceramente in quanto chi trasmette ed insegna quel messaggio lo ha già in se medesimo adattato ad una più oscura e pigra coscienza e mescolato, con maggiore o minore consapevolezza, ad altre tradizioni e costumi e interessi. È la storia tipica di quello che, secondo il Rossini, avvenne al <hi rend="italic">domma</hi> del purgatorio nel clero cattolico.</p>
      <p>L'altro modo di rendere più facile il messaggio è opposto a questo primo; e consiste proprio nel presentarlo secondo il suo vero significato e valore, per quello che è, purificandolo da quanto non è esso e fa invece parte dei modo come esso è stato inteso dagli uomini, tradotto nel linguaggio mistico o verbale che ad essi forniva la loro cultura, storicamente realizzato con il concorso di altri elementi e momenti spirituali, nella vivente unità degli spiriti che forma la storia.</p>
      <p>E questa è facilità relativa; poiché può darsi invece, ed è anzi questo proprio il caso,che ilmessaggio, così ricondotto al suo genuino significato e <pb n="185" />ideale, sia assai più difficile che non le sue volgarizzazioni storiche e pratiche. Più facile sarà solo nel senso che le difficoltà le quali si incontrino nell'accettarla saranno proprio quelle che esso presenta e non quelle che gli uomini vi hanno aggiunto.</p>
      <p>E, del resto, noi ammettiamo un processo e quindi un progresso della coscienza religiosa: e riteniamo esserci quindi oggi una coscienza religiosa più fine, più matura, più consapevole, la quale ha il dritto e il dovere di far suo il messaggio del Cristo. il contenuto spirituale del cristianesimo, purificandolo da tutto il passato morto, accogliendolo vivo in anime vive, rendendogli testimonianza con una piena integrità di vita.</p>
      <p>Ma qual'è, davvero, il messaggio dei Cristo? Il L. affronta subito la questione sostanziale, nelle parole che ho riferito, e dice in che <hi rend="italic">esso consista:</hi> la fede nel Regno, la catastrofe cosmica che lo inizierà, la resurrezione dei morti.</p>
      <p>Ora, qui è la differenza prima ed irreducibile. Noi riteniamo che questo sia non già il <hi rend="italic">messaggio,</hi> ma la <hi rend="italic">persona</hi> del Cristo; cioè il modo come Egli umanamente intese e visse e predicò la dottrina di vita che è indissolubilmente congiunta al suo nome. <pb n="186" />Certo, se quello che il L. dice è il messaggio del Cristo, egli ha poi intieramente ragione nel corso del suo articolo, ed ha diritto di concludere con l'alternativa: prendere o lasciare. Non ci sono mezzi termini, espedienti, facilitazioni, riduzioni di prezzo.</p>
      <p>Io non credo adunque nel Regno di Dio apocalittico, nella palingenesi finale, nella resurrezione dei morti. Chi mi vuoi lapidare mi lapidi. Ma intendiamoci. Non credo nelle <hi rend="italic">immagini</hi> che quelle parole e frasi richiamano alla fantasia: credo, invece, nel valore eterno di quello che esse hanno detto ad innumerevoli uomini e dicono anche a me. Non distinguo il tempo dall'eternità come due scenarii che si succedono, come una realtà che è in dentro ed un'altra realtà che è in fuori, come un prima e un dopo: il mio tempo è dalla eternità e nella eternità. C'è un Regno di Dio al quale io appartengo e per il quale lotto, con il sincero proposito di sacrificargli tutto quello che è effimero e contingente: ed è il regno della bontà, della giustizia, dell'amore fraterno, della affermazione laboriosa e vittoriosa dei valori assoluti e divini in tutto quello che è effimero e contingente e tuttavia umano, e quindi spirituale e pregnante di- assoluto. C'è una palinge <pb n="187" />nesi che non verrà per me alla fine dei tempi, ma che è, ad ogni momento, la negazione del tempo, la redenzione dalla incoscienza. dal male, dal peccato i quali qui ad ora mi velano e mi contendono la realtà vera e perenne, lo spirito, Dio, lo sforzo, la tensione, l'eroismo della volontà che è il bene, mentre la volontà che si rifà natura e cosa, che non sa volere, che si lascia esser voluta è il male, il mondo, la carne, o comunque altrimenti piaccia chiamarla. E c'è una resurrezione dei morti che le mie ceneri ignoreranno ma che io non ignoro: perché so che quello che io sono, nel più intimo della mia coscienza, è eterno, è prima del tempo e quindi dopo il tempo, e non muore se non per riaffermarsi e trionfare della morte nell'attimo istesso, solo che io voglia vivere, cioè che voglia la Vita.</p>
      <p>E lo stesso può dirsi di ogni altra cosa che è nei Vangeli e nei simboli della Chiesa primitiva; a cominciare dalla creazione e dalla incarnazione.</p>
      <p>Ma questo, dice il L., non è il messaggio del Cristo: questa è la vostra filosofia.</p>
      <p>No, innanzi tutto non è la mia filosofia, perché a questa verità io credetti e verso di essa andai e cercai di vivere per essa prima di avere una filosofia; ed anche oggi cerco faticosamente <pb n="188" />di avere una filosofia, cioè di acquistare consapevolezza dei mio pensiero e della mia fede, e medito i sistemi filosofici che sono più vicini alla mia cultura, ma nessuno di essi mi soddisfa ed io non so <hi rend="italic">se</hi> ho una filosofia e se arriverò mai ad averla: ma so che queste ricerche e i loro risultati non influiscono e non influiranno in nulla su quella fede, dalla quale, anzi, le une e gli altri discendono.</p>
      <p>Non è il messaggio di Cristo? Adagio. Se questa fede è in me, so donde mi è venuta; so quali spiriti viventi me l'hanno comunicata e in nome di chi; so attraverso quali simboli e riti e pratiche essa mi è divenuta familiare, dall'infanzia, e si è abbarbicata nel mio spirito, l'ha fecondato, è divenuta sostanza della mia personalità. Tutto questo è storicamente il cristianesimo; il mio albero genealogico è il cristianesimo: il mio cognome è: Cristiano. Ma poi ho anche un nome: e questo nome sono io stesso; ed io sono cristiano a modo mio, come ciascuno è cristiano a modo suo, e non c'è, nella realtà della vita, UN cristianesimo, ma tanti quante sono le coscienze che hanno in sé qualche cosa di cristiano non come una veste <pb n="189" />o un imparaticcio, ma come realtà della loro realtà, unica ed ineffabile. E, in questo senso, nessuno è cristiano come il suo vicino; e l'ideale del cristianesimo come istituzione sta nel fare del proprio spirito una cosa passiva, un cadavere, nel non pensare e non volere che con la testa e la volontà dei superiori: ideale morto e mortifero, ma irraggiungibile.</p>
      <p>Senonché, ripete il L., non è questo cha voi credete messaggio di Gesù. Egli non disse questo. Egli non vi riconoscerebbe.</p>
      <p>lo non so se Egli non mi riconoscerebbe. Certo so che non mi esaminerebbe con i criteri dei teologi. Tremerei per l'esame, ma non proprio pensando alle formule dei teologi e a tutti i fastidi che essi mi hanno procurato, in tempi oramai lontani. C'è UN suo duplice precetto e su quello egli mi interrogherebbe. Da Lui, a ogni modo, io ho imparato la libertà spirituale.</p>
      <p>«Egli non disse questo». Ma Egli era ebreo, del suo tempo. Per fissare l'idea di Lui il L. ricorre alla idea ebraica della figliuolanza. Io non sono ebreo. Quel che pensassero gli ebrei del tempo di Gesù non mi interessa gran che; e quello che Gesù ebreo pensasse non mi interessa gran <pb n="190" />che. Il padre Abramo e tutto il Vecchio Testamento — salvo quello che non è vecchio, perché non è né <hi rend="italic">storia</hi> né <hi rend="italic">cultura</hi> né <hi rend="italic">istituti</hi> ebraici, ma è eterna poesia — è intieramente estraneo al mio spirito. Quello che Gesù disse col linguaggio del suo tempo io debbo dirlo col linguaggio del mio. Il Gesù col quale ho da fare non è il figliuolo di Maria di Nazareth, il fratello di Giacomo; è il Cristo eterno, è la rivelazione di Dio nella sua coscienza e nella sua vita e, quindi, nelle sue parole. che sono giunte a me attraverso la coscienza e la vita e le parole di altri uomini.</p>
      <p>Il Cristo storico rimarrebbe su di un piano diverso da quello nel quale io vivo, a infinita distanza da me, inaccessibile, sarebbe anzi puro passato, cioè nulla per me, se la comunione fra me e Lui non avvenisse, fuori del suo tempo e fuori del mio tempo, nella unità di questa intimità vivente che è il suo spirito ed il mio spirito, che è semplicemente lo Spirito, Dio, nel quale Egli ed io viviamo e ci muoviamo e siamo. Qui appunto il Cristo vive; e, se vive, non è più quello che Maria partorì, di Giuseppe, e che Pietro conobbe e vide, con gli occhi della sua carne; se vive, e se io vivo, e se una é la nostra vita; Cristo nel quale io <pb n="191" />credo, ed anche il solo vivente Cristo, non può essere che quella realtà interiore spirituale e divina nella quale Egli ed io, ora, viviamo, ci muoviamo e siamo, il Cristo che <hi rend="italic">vivit in</hi><hi rend="italic">me,</hi> quegli che è Uno col Padre e con quanti sono, per loro attuale e consapevole volontà di unità, figli del Padre.</p>
      <p>Ma, se forse il signor L. ed io non possiamo intenderci in questa concezione di Cristo e del suo messaggio, non parmi che egli abbia il diritto di dire che il messaggio del Cristo è quello che egli intende e quello che egli deduce da una interpretazione critica dei Vangeli — nella quale certo sarebbe assai più forte di me —; ciò avviene perché qui entrano davvero in campo due diverse filosofie. Le quali tuttavia non sono così diverse e delle quali l'una non è così moderna che non trovi il suo posto nell'ambito stesso dei quattro Vangeli; perché il Cristo del IV non è il Cristo dei primi tre, non il Cristo st<hi rend="italic">orico</hi>, mail <hi rend="italic">logo</hi>, cioè lo spirito come parola e rivelazione, cioè l'eterna autorivelazione di Dio nelle coscienze o nel tempo. In Lui non c'è già più nulla di ebreo; Egli vive e si muove non fra persone vive ma fra simboli, vivi anche essi, ma di un'altra vita, extra¬<pb n="192" />temporale; in Lui anche la teologia di Paolo è già superata e risolta. Ma il cristianesimo che è venuto dopo, quello dei padri e della Chiesa romana e delle varie ortodossie protestanti è ancora, a parer mio, <hi rend="italic">anteriore</hi> al IV Vangelo: e tutta la filosofia precritica è anteriore al IV Vangelo, con il suo ingenuo oggettivismo dommatico, nel quale l'<hi rend="italic">unità</hi> nel Logo e nello spirito rivelantesi come pensiero e creante come parola immanente, unità divina nella sua opera, è ancora inintelligibile.</p>
      <p>E in quella filosofia precritica si intende bene la concezione del messaggio che il signor L. ci presenta, pur con così viva fede; e solo secondo essa il messaggio è miracolo perché la persona storica di Gesù è miracolosa, trascendente, superumana; e la rivelazione è proprio quella rivelazione esteriore, sensibile, immaginata e presentata in immagini, della quale il N. T. ci conserva le tracce; rivelazione la quale appunto perché è un <hi rend="italic">fatto,</hi> è tutta completa, avvenuta, conclusa, si mantiene esterioreallo spirito, documento, lettera; ed annunzia un altro miracolo, un'altra cosa extrastorica, superumana, che è la resurrezione fisica dei morti e la palingenesi cosmica e il Regno. E in questo senso Cristo e messaggio del Cristo sono <pb n="193" />una cosa sola, un solo miracolo il quale però, appunto perché recide ed esteriorizza e divinizza un frammento della storia, è fuori della storia e della sua vivente unità.</p>
      <p>Ma in discussione filosofica non posso qui entrare. Mi limito a riferire le parole con le quali si apre il volume della Dottrina morale di Fichte e che riferiscono con la maggior precisione e brevità il punto di partenza della filosofia moderna. «Come mai un oggettivo possa diventare soggettivo, un essere in sé trasformarsi in una rappresentazione — ammesso che io riponga in questo ben noto oggetto il problema di ogni filosofia — come avvenga, dico, un tal singolare passaggio nessuno spiegherà mai, se non trova un punto in cui l'oggettivo e il soggettivo non siano niente  facciano tutt'uno». Quest'UNO in cui oggettivo e soggettivo e i diversi soggetti e i diversi oggetti si uniscono è, nel linguaggio cristiano, il Verbo, il Logo, Cristo; ed Egli, come uno, è anteriore ad ogni divisione ed è in ogni riunificazione ed è il termine ideale, immanente, ma non mai compiuto e fatto, e quindi sempre trascendente l'attualità, della storia.</p>
      <p>E a chi ci oppone che, in questo modo, il mes¬<pb n="194" />saggio di Gesù, così come esso giunse ad orecchie mortali e fu inteso da cuori mortali, fu una illusione e un errore, rispondo che <hi rend="italic">quel</hi> messaggio di Gesù è passato, per sempre, con le orecchie mortali ed i cuori mortali che lo ascoltarono, e nulla può risuscitarlo, perché il passato non è; ma c'è un messaggio di Gesù giunto a noi, nostro, vivente della nostra vita che è la sua vita, perché questa vita è l'unità, il Logo che si fa carne, l'umanità che si fa spirito e bontà e amore e cielo; ed esso è la nostra fede.</p>
      <p>A chi ci oppone che il Gesù dal quale quel messaggio discende, nato in Nazareth e morto crocifisso sul Calvario, non è più Dio né figlio primogenito di Dio, rispondiamo che le questioni le quali affaticarono e dilaniarono per secoli la società dei cristiani appartengono ad una cultura e concezione filosofica del mondo che c'è oramai estranea; e che, secondo lo stesso pensiero della prima filosofia nella quale fu accolto il messaggio, filosofia mistica che oggi solo si illumina di piena consapevolezza, Gesù diviene ed è Dio immedesimandosi con la Parola eterna che crea il suo mondo e vive rivelandosi in esso.</p>
      <p>E taluno insisterà dicendo che questo nostro non <pb n="195" />è neppur più un Cristo «soprannaturale». O che è dunque un Cristo «naturale»? Natura e sopranatura sono termini <hi rend="italic">filosofici.</hi> Per noi non c'è nessun uomo «naturale» poiché si è uomini per lo spirito, <hi rend="italic">e</hi> lo spirito é sopranaturale; esso è anche natura, ma come diminuzione e negazione di sé, come estraniamento eoggettivazione. Cristo è sopranaturale nella misura in cui l'esempio, la dottrina, la vita di Lui, la fede in Lui ci giovano a vincere in noi e superare e spiritualizzare la natura, a diventare spirito, consapevolezza, volontà.</p>
      <p>Altri dicono: ma questo vostro non può essere il Cristo della Chiesa, anzi di alcuna Chiesa. Se fosse vero, tanto peggio per le Chiese. Esso non può essere il Cristo di nessuna Chiesa in cui la parte <hi rend="italic">docente</hi> si distacchi dalla parte <hi rend="italic">discente;</hi> in cui autorità e soggezione sieno scisse in diversi soggetti e quella si accentri in pochi od in uno e da quest'uno trasmigri ancora in una serie di dottrine stilizzate e di tradizioni morte. Il Gesù in cui noi crediamo è venuto perché le anime nostre abbiano la vita — non delle formule, dei precetti, dei riti da accettare e applicare passivamente e quasi meccanicamente — ma la vita, e l'abbiano con più abbondanza. Tocca alle Chiese aggiustarsi con Lui.</p>
      <p>
        <pb n="196" />Trovano accettabile il messaggio di Cristo, continua il L., sol perché essi lo hanno reso tale, {{196}}rinnovandone tutto quello che può essere antipatico o sembrare strano».</p>
      <p>È giudizio questo, come ho detto, che tocca specialmente le Chiese, le quali creano sempre un interesse istituzionale e di casta accanto e spesso sopra agli interessi dello spirito e di Dio; e che può riguardare anche molti semicristiani o neocristiani: ma non fa al caso nostro. Quello che noi diciamo è che il messaggio di Gesù non ci viene dal di fuori; è la Parola detta interiormente al nostro spirito, quando in esso la storia cristiana si fa vita. Ogni messaggio dal di fuori è inaccettabile, inutile ed impossibile. Io sono quel che io dico; sono quella mia fede che è la mia vita morale. La creazione interiore è accettabile non certo perché facile o piacevole o simpatica, ma perché è la sostanziale presenza in noi dello spirito che ci si rivela, la disciplina interiore della nostra libertà, l'atto del nostro io spirituale. Essa è tanto difficile che alcune espressioni, ad es., di Kant e di Fichte, sulla morale categorica o trascendentale, sono rimaste famose per la loro durezza e oggetto di epigrammatici scherzi; e non c'è nulla</p>
      <p>
        <pb n="197" />di più nobile del tragico senso di dovere che guidò tutta la vita di Mazzini. Una vita morale, per noi, non si definisce dal <hi rend="italic">premio</hi> che le è proposto, sia esso il Regno o che altro, ma dal suo stesso contenuto ideale, tanto più ricco quanto più vittoriosamente affermato; e quindi dal dovere che impone e dallo sforzo che costa. Rinnegare l'utile come momento a-morale dello spirito, imporsi una disciplina dei sensi, della «carne», dominata dalle esigenze della personalità morale, affermare in sé e riconoscere in ogni uomo l'umanità e i suoi valori assoluti, cercare in ogni atto l'aroma delle cose eterne, tendere, in ogni rapporto con gli uomini, alla unità, cercare Dio in questa calda atmosfera spirituale di amore e di elevazione, non è più facile che osservare i precetti evangelici, anche quando essi sieno deformati in un ascetismo monastico innaturale; è, anzi, la stessa cosa che osservare i precetti evangelici, nella loro sostanziale integrità.</p>
      <p>«Senza dubbi esso (il messaggio) è semplice, quando è ridotto a una mera cosa naturale». Strane parole per noi che neghiamo la natura. La realtà e la vita non sono che creazione spirituale, atto dello spirito. «Secondo quei liberali, il <pb n="198" />messaggio di Gesù consiste nel proclamare la paternità di Dio, la fratellanza degli uomini e il dovere di essere buoni; e ciò è naturale; ma se vogliono confessare a sé stessi tutta la verità — è</p>
      <p> anche piuttosto banale». Certo è banale «proclamare” la paternità di Dio e la fraternità degli uomini, e poi, come moltissimi cristiani fanno, affermare con i fatti tutt'altro; ma davvero che chi si proponesse sul serio di affermare praticamente in ogni suo atto, quei due principii — si ripensi allo sforzo, paradossale, ma generoso e sincero, di Tolstoi — non sarebbe un uomo banale: sarebbe un veroe cristiano.</p>
      <p>«Per Gesù il chiamare Padre, Iddio, com'egli fece, era tutt'altro che naturale. Pensate al Getsemane ed alla Croce! Chiamare Padre quel Dio <hi rend="italic">terribile</hi> che lo<hi rend="italic"> stringeva</hi> a bere fino all'ultima goccia il calice della sofferenza e dell'ignominia, è pronunziare un sorprendente enigma». Ma questo enigma non ci interessa; perché noi non crediamo in quel Dio terribile e in quella più terribile costrizione. Egli é la <hi rend="italic">dramatis persona</hi> di una fantasia orientale. Un tale Dio non è, non può essere Padre. Paterno é solo confortare chi soffre e dare alla sua sofferenza, fatta moralmente <pb n="199" />necessaria dalla malvagità degli uomini, dal processo storico del bene, un valore e un significato religioso, accettarla come strumento di redenzione, mutarla di necessità ineluttabile, per il buono che non vuoi cedere e farsi vincere dal male, in libertà, in affermazione vittoriosa di bene.</p>
      <p>Dio volle la morte di Gesù esattamente come questi la volle, per non rinnegare la sua missione, quando la riluttanza del senso egli vinse e dominò con la coscienza del valore divino del suo soffrire. L'altra concezione non è il messaggio di Gesù, ma, se mai, l'umano errore del Gesù dei sinottici e di moltissimi seguaci.</p>
      <p>Gesù non disse espressamente che tutti gli uomini sono fratelli... Egli non disse mai, e credo non implicò mai, che tutti gli uomini sono figli di Dio». Se questo è esatto — e il L. è così buon conoscitore del N. T. che debbo ritenere essere esatto — ancora una volta, me ne dispiace per il Vangelo e me ne dispiace per il Gesù storico del L. e delle Chiese; ma ciò mostra solo come il messaggio storico del Gesù di Nazareth si sia spiritualmente e religiosamente arricchito nelle coscienze che lo hanno accolto e fatto loro.</p>
      <p>E lo spirito vivo del Vangelo è stato il migliore <pb n="200" />interprete della <hi rend="italic">lettera,</hi> che soffre ancora limitazioni etniche e culturali molteplici e rispecchia l'anima meno vasta e i pregiudizii giudaici o ellenici degli interpreti; e l'idea di questa fratellanza universale, vasta quanto l'umanità, di questo Dio padre, non di Abramo o di Isacco o di Zaccaria, ma di tutti gli uomini, dell'umanità stessa, dovunque soffra e pianga ed erri, ci apparisce come la sostanza stessa del Vangelo. Tanto peggio, ripetiamo, per il L. se il suo Gesù storico non giunse a questa altezza.</p>
      <p>Certo, nel mondo dello spirito, la figliolanza deve essere attuale riconoscimento di essa, affermazione pratica di Dio come padre, e quindi della universale fraternità, volontà assoluta ed universale di bene. Poiché questo è Dio, negli uomini. Il male, il peccato, l'atto in cui la coscienza si smarrisce e si offusca, si fa senso e natura, è negazione di Dio. Eppure in altro modo, anche, tutti gli uomini, non esclusi i peggiori, sono figli di Dio; poiché in tutti, e specialmente nei più derelitti e miserevoli, Cristo comandava di vedere il Padre e Lui; perché l'umanità è una divina cosa, nell'uomo, sempre.</p>
      <p>«Per un uomo il chiamarsi cristiano quand'ei nega a Gesù il titolo e il carattere di Cristo è una <pb n="201" />contradizione in termini. Se voi date a Gesù quel titolo e non credete nella cosa che esso esprime voi sacrificate la vostra integrità intellettuale». Ho detto in che senso noi ci diciamo cristiani, tutti quanti noi ripudiamo, con atto positivo, l'eredità spirituale del cristianesimo. Esso è la nostra storia. Ed esso è anche l'interiore atto vivente del nostro spirito, e Gesù è per noi il Cristo — qualunque sia il significato che a questa parola attribuissero gli ebrei o Gesù stesso — perché egli è il pensiero fatto parola, la parola creante il bene, la più intima nostra sostanza religiosa, la fede che è la nostra volontà più profonda.</p>
      <p>«Non temo contraddizione affermando che non é un briciolo più facile di credere nel Regno, come egli lo proclamò, che di credere in lui come «Cristo». Ma non è neanche più facile imporre a sé stessi e alla propria fragilità quello stesso processo di negazione e superamento della natura e della carne, di affermazione vittoriosa del bene, per il quale Gesù divenne Cristo. E questa dialettica della volontà che si annulla e si trascende è il Regno; farlo, qui, fra gli uomini, come il proprio compito di ogni giorno e di ogni ora, è forse più difficile che <hi rend="italic">attenderlo.</hi></p>
      <p>
        <pb n="202" />«Cristo è il <hi rend="italic">superuomo</hi>. Al cristiano apparisce come una assurdità aspettare dal superuomo soltanto delle parole, (un messaggio) e non dei fatti; un'assurdità l'esser pronti a credere ciò che egli dice, ma non a credere in lui». Per noi non c'è l'uomo e non c'è il Superuomo. C'è l'umanità, crocifissa e vittoriosa, degli uomini, sempre. E c'è nell'umanità Dio,, nel quale appunto gli uomini sono uno. Sono, cioè debbono farsi; ma non potrebbero farsi se già non fossero e se si trattasse di altro che di affermare questa unità contro la molteplicità. E per noi non ci sono nella rivelazione religiosa, né parole né fatti; ma c'è il <hi rend="italic">fare</hi>, il vivere e muoversi, il Verbo che si fa carne, il pensiero che si fa realtà, la fede che si fa volontà, e questo è il cristianesimo, cioè Cristo,cioè Dio.</p>
      <p>«Gesù non fece distinzione tra l'insegnamento morale e quello religioso. Quando egli compendia la Legge e i Profeti mette in primo luogo il comandamento di amare Dio. Questa non è morale. Io dubito che Gesù abbia mai potuto pensare ad alcuno dei suoi comandamenti come soltanto morale. Egli pensa all'uomo come ad un essere che è in rapporto con due mondi: con una società in¬<pb n="203" />visibile e con una visibile. Ogni sua azione deve essere quindi determinata dalle condizioni di questi due ambienti, dal motivo religioso quanto da quello morale. La morale, strettamente chiamata così, riguarda solo le condizioni terrene e i rapporti che ha l'uomo nell'umana società». Siamo quasi intieramente d'accordo. Anche noi neghiamo ogni distinzione fra morale e religione, che non sia solo desunta da una astratta distinzione di momenti logici. La morale è per i simili e la società; la religione è per Dio. Ma siccome non ci sono simili né società se non per il nostro atto spirituale che accetta e pone questi suoi rapporti, e i valori assoluti sono il pregio di ogni atto umano, anche di quello con cui l'uomo pone i suoi simili e lo Stato e il diritto, così tutta la vita dell'uomo è religiosa.</p>
      <p>«Noi ingenuamente pensiamo di sfuggire al dogma del Regno, quando ci rivolgiamo all'etica di Gesù». Non mi pare, se riponiamo l'etica appunto nella attuazione e nella conquista del Regno, negata di questo la trascendenza miracolosa ed apocalitica, che è, nella nostra cultura, una immagine senza più significato vivo.</p>
      <p>«L'insegnamento morale di Gesù, così come il <pb n="204" />suo messaggio profetico, fu orientato verso l'oltretomba. Atteggiamento ultra-mondano, inclinazione celeste, per la nota distintiva della sua morale». Appunto; e da questa falsa prospettiva escatologica per la quale la prima generazione cristiana, Paolo compreso, aspettava di vedere con ì suoi occhi mortali l'avvento del Messia — è disceso tutto il male del cristianesimo storico. Ed è proprio quella illusione escatologica che pone fra il cristianesimo della lettera e delle ortodossie e la coscienza religiosa contemporanea un abisso oramai invalicabile. Rimessa l'attuazione della speranza cristiana all'al di là, il messaggio di Cristo è stato messo fuori della storia.</p>
      <p>Il cristianesimo dei monaci e del pietismo cristiano, avido del premio, era di là dalla storia; questa, regno di Cesare, del male, delle potenze delle tenebre, era irredimibile. Il vincolo che unisce gli uomini l'uno all'altro, l'amore, era spezzato dal precetto: si salvi chi può. La fame e la sete di giustizia fu ridotta spesso a ritirarsi dalla lotta contro il male ed a sospirare nell'impotenza della solitudine. Il Regno non è di questo mondo, perché appunto è negazione di mondanità, di dissipazione, di umiliazione dello spirito nelle cose; ma <pb n="205" />questo mondo, come attualità di esistenza, è il nostro mondo, è noi, è il tempo che lo Spirito eterno pone, il tempo categoria e una cosa, ed io non ho altro modo di volere il bene, di seguire il messaggio, che facendo buono il mondo della mia vita e dei miei rapporti, attuando ora e qui il Regno.</p>
      <p>«Soltanto i fatti e la personale esperienza dì essi possono obbligare a credere. Le Chiese, per acquistare aderenti ai loro sistemi confessionali, molto giustamente si adoperano a persuadere altri affinché credano». Ma questi sistemi confessionali sono parecchi e diversi; e ciascuno di essi implica una diversa versione dei fatti. Noi dovremmo dunque trovarci dinanzi a parecchie mistificazioni, se ci fossero davvero dei fatti immobili nella loro realtà storica e facilmente constatabili. Ma la verità è che i puri fatti non esistono; esistono invece le innumerevoli coscienze ciascuna delle quali rifà, cioè rivive e valuta i fatti a suo modo. E, salvo per alcuni dati storici elementari e di per sé stessi assai poco significanti, negli stessi Vangeli noi ci troviamo dinanzi non a dei fatti, ma a <hi rend="italic">testimonianze di una fede,</hi> ad una transvalutazione religiosa, e talora anche ad una invenzione, sulla <pb n="206" />base di «profezie», oppure di esigenze didattiche, dei fatti. L'esperienza personale é creazione personale di esperienza.</p>
      <p>«Ma la Fed. N. studenti per la cultura religiosa, conclude il. L., non ha un tale scopo né un simile compito: essa quindi non ha alcuna tentazione di far apparire il cristianesimo più <hi rend="italic">facile</hi> di quello che è». Noi speriamo che essa lo faccia invece apparire assai più difficile di quel che appaia al massimo numero dei seguaci, ad es., della Chiesa cattolica in Italia; perché è il solo modo di riconciliargli la stima e la fiducia di anime sinceramente desiderose di una pura ed alta vita religiosa e di un rinnovamento profondo della coscienza religiosa italiana e, in essa, di tutti i valori nazionali ed umani.</p>
      <p>«Lo scopo per cui la Federazione sorse fu di mantenere e ravvivare, in un'epoca non spirituale e materialistica, l'interessamento nella <hi rend="italic">religione</hi> come fatto del passato e del presente, nelle grandi religioni storiche, e tra esse sopratutto nella religione cristiana. Perciò esponiamo questa come un fatto storico, e lasciamo che provochi la reazione che può provocare, sia di repulsione che di attrazione. Parlando come studiosi della verità a stu <pb n="207" />denti, il più gran delitto che potremmo commettere sarebbe quello di esporre inesattamente il fatto».</p>
      <p>L'esposizione dei fatti è la critica delle precedenti esposizioni dei fatti, filologica e filosofica; è la ricostruzione dei fatti, nel mondo attuale del nostro pensiero, la ricreazione della storia nella nostra storia, fuori della quale quella non ha significato e valore. Un Gesù costruito con frammenti di storia esteriori ed oggettivati è anche egli un Gesù frammento, un fantasma; il Gesù vivente è quello al quale io do la mia vita, una vita per la quale la tradizione storica sia diventata disciplina interiore e nella quale la mia fede tocchi la stessa realtà vivente delle cose eterne che l'anima del Cristo visse e disse.</p>
      <p>Il compito della Fed. It. studenti per la cultura religiosa deve essere appunto quello di rifar cosa viva ed unità indissolubile la cultura e la religione; di avviare gli studenti,.con tutti i sussidi culturali e morali dei quali può disporre, a foggiarsi una vita religiosa alla quale la cultura non abbia nulla da opporre, una cultura che sia essa stessa vivente religiosità, cura e creazione di valori assoluti. Di questo specialmente ha bisogno <pb n="208" />l'Italia nostra, nella quale da secoli cultura e vita si sono quasi scisse, con una dolorosa mutilazione dello spirito e diminuzione di intima e sincera religiosità.</p>
      <p>Da quanto ho detto spero apparisca la necessità di distinguere nel messaggio storico di Gesù due cose: una dottrina di vita, edi valori umani, e la raffigurazione mitica di essa, l'espressione di essa in forma di tempo e di spazio. Noi possiamo perfettamente intendere la valutazione che Gesù fece e propose ai suoi discepoli delle cose apparenti e delle eterne, di Cesare e di Dio, della carne e dello spirito, dal mondo e delle cose assolute, dei rapporti dell'uomo con le cose, con i suoi simili, con gli ideali eterni, senza aver bisogno di vestire questa dottrina di vita con le immagini che furono il linguaggio di Gesù, sorto dalla cultura del tempo ed adatto agli uomini del tempo.</p>
      <p>Sempre, prima di oggi, il pensiero religioso ha avuto bisogno di temporalizzare la dottrina che professava, e distinguersi in tre momenti: una cosmogonia, una iniziazione ed ascesi, una palingenesi. La critica storica ha mostrato le origini di tali leggende, che il pensiero religioso ha comuni con la poesia e con !a scienza, e la critica filosofica le <pb n="209" />ha vuotate di ogni contenuto intelligibile. Ma questa duplice critica non intacca in alcuno modo i valori religiosi miticamente o poeticamente espressi: la valutazione, non teorica, ma pratica e vitale che miti e poesia esprimevano è altra cosa e può rimanere sostanzialmente identica; essa esprime quello che è in fondo al linguaggio e lo precede e sopravvive alle mutazioni di esso, che anzi determina via via linguaggio e mutazioni appunto perché è vita e processo e approfondimento e continuo rampollare di vita e di autocoscienza creatrice.</p>
      <p>Insistere nel tener fede a quello che nella dottrina dei vangeli e degli altri scritti del N. T. costituisce il linguaggio, il riflesso di opinioni popolari e di sistemi filosofici del tempo, la derivazione dai miti cosmogonici orientali e dalla tradizione nazionale ebraica, l'immaginosa anticipazione di una palingenesi cosmica, è voler mantenere a forza un dissidio sempre più manifesto fra il pensiero contemporaneo e il «messaggio» cristiano.</p>
      <p>Da quando Kant ha insegnato che il tempo è una categoria a priori, che lo spirito non é contenuto dal tempo ma lo contiene e lo fa, leconclusioni che ho brevemente indicato in queste pa¬<pb n="210" />gine si impongono. E noi non possiamo più considerare il dibattito come di indole <hi rend="italic">religiosa,</hi> come una differenza di fede, ma solo come diversità fra due culture filosofiche. Il che, in sostanza, riduce a ben poca cosa, per quel che riguarda gli essenziali valori religiosi, districati dalle filosofie storiche, il dissenso fra noi e il signor L.; dissenso che, se esistessero due diversi sistemi di notazione musicale, sarebbe simile alla differenza che correrebbe fra due diverse trascrizioni della stessa melodia. E, di fatto, quando ci troviamo dinanzi ad una fede la cui prima preoccupazione é andar diritto alla viva realtà spirituale dell'insegnamento del Cristo e tradurla nell'atto della propria vita, poiché in questo soltanto essa é viva realtà, discutere del vino nuovo che Gesù berrà nel Regno, della resurrezione di corpi di santi nell'ora della sua morte e della venuta di lui dalle nubi e del significato ebraico delle parole Cristo o messia, non ha, come si vede, molta importanza storica. <hi rend="italic">Ama et crede quod vis.</hi></p>
      <p>
        <hi rend="italic">Ma</hi> la differenza grande, e talora da tutto a tutto, rimane quando le due trascrizioni appaiono come due diversi e successivi momenti di storia e di cultura umana; e quando, nel primo, l'espressio¬<pb n="211" />ne, presa alla lettera, è tramutata in sostanza, per fondare su di essa e sulla supina docilità dei credenti alle formule esteriori ed al comando dei monopolizzatori dello spirito un meccanismo d'impero mondano e terreno che è di per sé totalmente estraneo ed ostile allo spirito eterno della dottrina cristiana.</p>
      <p>Ma questo non é il caso del signor L.e della Federazione studenti per la coltura religiosa.</p>
      <p>FINE</p>
    </body>
  </text>
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