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        <title>Il Parlamentarismo in Italia e la funzione del partito socialista</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Murri, R., La politica clericale e la democrazia, I, ne I problemi dell’Italia contemporanea, Ascoli Piceno-Roma, Giuseppe Cesari–Società Naz. di Cultura, 1908, 166-191. <date when="1907">1907</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="166" />{{167}}PARTE SECONDA</p>
      <p> CAP. I</p>
      <p>
        <pb n="168" />{{169}}IL PARLAMENTARISMO IN ITALIA</p>
      <p>E LA FUNZIONE DEL PARTITO SOCIALISTA <note n="1">Fu pubblicato col titolo la funzione parlamentare del partito socialista dopo il congresso di Roma, nel Rinnovamento, di Milano, gennaio 1907.</note>
  </p>
      <p>Noi non intendiamo qui di discutere il programma del partito socialista alla norma dei principii dell'etica <note n="2"> Rivista di Cultura, nov. decembre 1906.</note> e delle scienze sociali; abbiamo fatto altrove questo esame, sempre a proposito del recente congresso di Roma, e non vorremmo ripeterci; né, del resto, le conclusioni alle quali siamo venuti hanno il pregio di una grande novità, né sono necessarie per una utile discussione sull'argomento che qui ci proponiamo di trattare. Il partito socialista ha, non ostante le recenti perdite, una rappresentanza notevole alla Camera, la quale potrà piuttosto aumentare che diminuire per nuove elezioni; e l'importanza politica di essa è, per varie condizioni di cose alle quali verremo accennando nel seguito, assai maggiore di quello che la proporzione del numero (25 deputati su 508) farebbe supporre. Noi partiamo adunque da questo dato di fatto per chiederci quale potrà essere e sarà, presumibilmente, dopo le deliberazioni prese nel recen<pb n="170" />te congresso del partito, l'azione di quel gruppo in rapporto all'attività complessiva del parlamento nazionale; sia per i principii ai quali esso si ispira, sia per le condizioni delle sue origini e fasi elettorali, sia infine per i suggerimenti che gli verranno del corso medesimo degli eventi, quale può essere oggi preveduto con lo studio del presente. Quello che diremo del gruppo socialista varrà anche in parte pel repubblicano e per pochi uomini indipendenti del partito radicale.</p>
      <p>Un fatto che ha gittato molta luce sulle condizioni presenti della rappresentanza politica elettiva o <hi rend="italic">sulla degenerazione del nostro regime rappresentativo,</hi> e che merita quindi di essere attentamente esaminato, furono le brevi vicende del ministero Sonnino; le quali sono state in Italia, assai meno considerate di quello che meritavano, benché si fosse detto — con ragione — che il tentativo Sonnino fu specialmente voluto e sorretto dall'opinione pubblica della parte politicamente più seria e più matura del paese.</p>
      <p>Quel ministero non aveva base parlamentare: in qualche senso, anzi, era un ministero antiparlamentare. Esso sorse da questa curiosa situazione: l'inettitudine della maggioranza a dare un ministero serio abile vitale; inettitudine che risultò evidente alla presentazione dal secondo ministero Fortis, e che si impose siffattamente alla Camera da provocare l'immediata caduta di quel ministero, indice lacrimevole, certo e spontaneo, dei peggiori difetti che hanno caratterizzato l'azione di governo dopo le elezioni generali del novembre 1904. Non poteva, la maggioranza che si era così tenacemente raccolta intorno all'on. Fortis, e che era giunta pochi mesi innanzi a riconfermargli la fiducia mentre ne respingeva una proposta per la quale la Camera era stata convocata di urgenza in piena estate, raccogliere ancora una volta il potere così miseramente cadutole di mano; e questo passò, per legittimo di<pb n="171" />ritto di conquista, al capo dell'opposizione costituzionale, on. Sonnino.</p>
      <p>Ma alla maggioranza, momentaneamente esclusi per colpa propria dal potere, un breve periodo di tempo doveva bastare per riaversi e ricostituirsi: e dopo soli tre mesi, non ostante la serietà, unanimemente riconosciuta, del nuovo ministero, non ostante la bontà del lavoro da esso rapidamente preparato per la funzione legislativa, bontà che apparve poi manifesta dal fatto che il ministero seguente ereditò tutto quel lavoro e poté condurre rapidamente in porto, senza mutazioni notevoli, tutti i principali progetti preparati dall'onorevole Sonnino, non ostante il dovere costituzionale di vedere e giudicare alla prova un governo che per tanti versi si mostrava degno di fiducia, almeno provvisoria; per una futilissima questione di data di una discussione, dopo un dibattito miserevole per assenza di elevati principii e di vedute generali, il ministero Sonnino fu cacciato via: l'on. Giolitti, che non volle esser presente al voto e che aveva avuto in più di un anno di vacanze il tempo di rifarsi in salute, tornò al potere. La maggioranza, sodisfatta di sé e della propria ricostituzione, si lasciò guidare docilissimamente, in un periodo di intensa e ordinata attività parlamentare, sino alle vacanze estive; come se lo sforzo fatto per mettere al riparo le più care e viziose abitudini del nostro parlamentarismo le avesse quasi automaticamente restituito un certo vigore, e la coscienza del reato compiuto volesse riscattarsi con un periodo di severa laboriosità.</p>
      <p>Ora è necessario osservare in quali condizioni si era trovato l'on. Sonnino nel comporre il suo governo. Il gruppo dell'opposizione costituzionale era molto limitato. La destra è, di fatto, disorganizzata, e l'appoggio dell'on. di Rudinì e dei suoi non poteva valere gran che, essendo contrario il gruppo Tittoni e contrarii parecchi altri indipendenti. Un <pb n="172" />ministero, come dicono, di colore, avrebbe avuto una base irrisoria alla Camera e si sarebbe prima o poi trovato contro, oltre il grosso dell'antica maggioranza, tutta l'estrema. Un accordo con questa, per le condizioni stesse in cui era avvenuta la disfatta del ministero Fortis e per l'economia dei dibattiti parlamentari, si imponeva. Così l'on. Sonnino, chiamata la frazione radicale che faceva capo all'on. Sacchi, e qualche disperso deputato di sinistra, per opportunità, molto semplice ed evidente, andava anche più verso l'estrema, sino a trarre nel ministero alcuno del gruppo repubblicano e ad assicurarsi l'appoggio, almeno temporaneo, dei socialisti. E tutto ciò non bastò. Non sappiamo perché l'on. Sonnino, accettando il potere, non si assicurasse la facoltà di sciogliere, alla prima opportunità, la Camera; egli forse sperò di vincere questa con la bontà e la rapidità del lavoro, di potere giungere alle vacanze estive, lontane di soli quattro mesi e quindi a novembre, ed in questo tempo lavorare a procurarsi una maggioranza stabile, o aver tempo almeno di fissare le linee caratteristiche di un indirizzo di governo e cadere poi dignitosamente su questo. Ma quel che l'on. Sonnino sperava, la maggioranza antica temeva, e, a quel che si vide, temeva grandemente; per lo che si affrettò a rovesciare l'inviso ministero. È inutile chiedersi qui sino a che segno il proposito dell'on. Sonnino fosse basato su previsioni illusorie e quali doti mancassero a lui per riuscire nella prova. Certo egli parve difettare, nel momento della lotta, di quella sicurezza di sé e dei proprii atti di quel vigore di affermazione che dominano avversarii fiacchi e ne sconvolgono i piani e si impongono agli incerti; e questa sicurezza di sé mancò, oltre che a lui, anche al suo alleato, il partito socialista. Se esso fosse stato alla Camera, il giorno in cui si decisero le sorti del nuovo ministero, assai probabilmente queste, non sarebbe caduto; poiché pa{{173}}recchi voti di astenutisi e di contrarii si sarebbero uniti ai voti del partito socialista per procurare al governo uno maggioranza, benché debolissima.</p>
      <p>Ma il gruppo parlamentare socialista era allora agitato da forti dissensi interni; esso non era sicuro della sua politica, per le lotte fra sindicalisti e riformisti che dilaniavano il partito nel paese. Le dimissioni in massa del gruppo parlamentare, dopo uno dei soliti eccidii proletari,<note n="3"> Questi eccidi sono corto dolorosi; ma seno anche inevitabili, data la poca educazione delle nostre masse e la facilità del diffondervisi di moti impulsivi e violenti in periodi di agitazioni. L'ingenuo sentimentalismo del popolo, che facilmente si commuove al racconto di tali conflitti, è stato spesso sfruttato da avventurieri della politica in mariera deplorevole.</note> furono certo un grosso errore politico, da qualunque punto di vista esse vengano considerate; ma sarebbero state errore assai più grosso, e tale da caratterizzare una strana inettitudine del partito alla vita pubblica, se non avessero almeno avuto queste ragioni interne: che l'appoggio dato, e promesso dal gruppo parlamentare al Ministero Sonnino era contrario all'ultima solenne deliberazione del congresso nazionale del partito, tenutosi in Bologna nel 1904; che la campagna sindacalista aveva tenuto vive nelle file degli aggregati al partito le diffidenze contro i parlamentari, e vivo quel desiderio fanciullesco di mosse risolute e di atteggiamenti rivoluzionari contro il quale urtava, e si infranse, il ministerialismo del gruppo. Vincere le ire della folla eccitata, continuare, anche dopo la protesta popolana per l'eccidio, nell'appoggio al ministero Sonnino, mostrarsi, ai proprii, associati a questo ministero per l'esecuzione di un piano di riforme e di progressi legislativi del quale si erano pure avuti dal governo notevoli saggi e maggiori promesse, sarebbe stato pel gruppo parla <pb n="174" />mentare socialista un mettersi definitivamente per le vie del riformismo. Ma il seguir questa linea di condotta riconduceva, naturalmente l'on. Turati, e con lui il programma riformista, alla direzione del partito; e ciò non conveniva in nessun modo alla posizione assunta in questo, contro il deputato del V collegio e gli amici di lui, dall'on. Ferri, il quale propose le dimissioni in massa, che il comune senso di disagio fece accettare pare da quelli che le disapprovavano. Da quelle dimissioni in massa <hi rend="italic">nacque</hi> poi l'integralismo, l'ambigua posizione politica di chi non vuol giungere fino in fondo, e tien conto dello spirito delle masse, e di tutte le sue fanciullagini e di tutti i suoi difetti, per dominarle più facilmente; e l'on. Ferri ed i suoi amici integralisti conservarono nel partito la loro posizione e crearono la piattaforma per i dibattiti del futuro congresso; pur abbandonando al suo fato quel ministero Sonnino che era sorto da una situazione parlamentare creata in gran parte da essi, e sulle spalle del quale avevano così solennemente gittato un bel programma di democrazia di governo.</p>
      <p>Nel congresso, infatti, prescindendo per un poco dalla perturbazione che portarono nella discussione contrasti teorici ed idee generali, la questione unica viva e sentita fu appunto quella del ministerialismo del gruppo parlamentare e della condotta di esso di fronte al ministero Sonnino: gli uni — i sindacalisti — sostenendo che conviene lasciare la borghesia in preda alle sue difficoltà interne, e non stringere alcun accordo con questa o quella frazione di essa; gli altri invece — i riformisti — sostenendo che l'appoggio dato già <hi rend="italic">al ministero</hi> Zanardelli-Giolitti. ed ora al ministero Sonnino, si basava sulla più sana interpretazione dei principii socialisti e delle esigenze pratiche del movimento. Se, quindi, la discussione avesse avuto luogo sin dal principio sulla condotta del gruppo parlamentare, essa si sarebbe svolta senz'altro <pb n="175" />e direttamente fra riformisti e sindacalisti; ma ciò non conveniva al terzo gruppo, più numeroso, che si sarebbe trovato, per necessità, conglobato con i riformisti in una comune difesa. Anzi, se la condotta del gruppo verso Sonnino fu deliberata dal gruppo parlamentare all'unanimità, era tuttavia stato proprio l'on. Ferri quegli che ne aveva clamorosamente, assunto, nel giornale del partito, la responsabilità.</p>
      <p>Ora i congressisti di Roma si erano adunati col deliberato proposito di non darla vinta né ai riformisti né ai sindacalisti, per ragioni che qui sarebbe lungo indagare; e il primo segno certo di questa loro disposizione d'animo si ebbe quando l'on. Giacomo Ferri, a nome degli integralisti, propose di mutare l'ordine del giorno fissato dalla direzione rivoluzionaria del partito, e di premettere alla discussione sulla condotta del gruppo parlamentare — discussione che poi non ebbe luogo — una generica disquisizione sui programmi teorici ed i principii generali delle tre frazioni; nella quale era assai facile, con un poco di critica bilaterale, creare una apparente ragione di essere al terzo gruppo, il quale <hi rend="italic">doveva</hi> trionfare poiché così era scritto... nei fati.</p>
      <p>La posizione equivoca dei <hi rend="italic">futuri integralisti</hi> aveva, come abbiam detto, snervato, prima, e poi spezzato l'opera del gruppo parlamentare in favore dell'on. Sonnino; ma il criterio ispiratore di quella posizione equivoca ha poi trionfato al congresso con l'integralismo; poiché il partito si è deciso a tollerare <hi rend="italic">si e no</hi> l'appoggio a un ministero borghese, a permettere <hi rend="italic">si e no</hi> l'azione del gruppo a favore di un programma di riforma, e rende quindi possibile <hi rend="italic">si e no</hi> il costituirsi di un indirizzo e di un gruppo di governo, con programma nettamente democratico e sociale, pel quale l'appoggio e il concorso delle forze socialiste sia condizione prerequisita e prestabilita. I socialisti si sono proposti di essere alleati a metà, quanto cioè permetta il sentimento rivoluzio<pb n="176" />nario delle masse, sentimento che gli organi ufficiali del partito incoraggiano e promuovono…per la formazione delle coscienze socialiste; alleati incerti ed infidi sui quali, quindi, nessuna persona e nessun gruppo politico serio vorrebbe seriamente contare per assumersi la responsabilità del governo. Con che i socialisti, dicendo si, hanno in realtà stabilito no, ed assicurato il durare pacifico e lieto di quel ministero e di quella maggioranza che domani torneranno a combattere alla Camera, solo per la bellezza e l'utilità dello spettacolo che offriranno così ai loro, e senza alcun proposito <hi rend="italic">serio</hi> di creare una situazione nuova, e creatala, di conservarla. Tanto chiede il grosso del partito dal balocco parlamentare; e non permette di più. Ma con ciò stesso essi si sono condannati a non avere nessuna effettiva importanza nell'andamento della vita parlamentare; e mentre salvando e sorregendo l'on. Sonnino, sarebbero rimasti gli arbitri delle sorti di un ministero, riaprendo la via all'on. Giolitti hanno condannato sé stessi e la Camera al presente nullismo politico. Non è quindi meraviglia che un partito capace di commettere errori cosi gravi e che ha rivelato una tale assenza di intuito politico abbia in breve tempo perduto talmente importanza ed autorità.</p>
      <p>Le condizioni parlamentari delle quali abbiamo parlato riflettono evidentemente quelle più vaste della vita pubblica nel nostro paese. La maggioranza parlamentare è malata del male di questo; un breve esame dello stato delle cose ce ne persuaderà. Ma ci permetta prima il lettore una digressione.</p>
      <p>È un fatto notevole, nella storia dei popoli come in quella degli individui, nella ontogenesi come nella filogenesi <pb n="177" />psicologica, che da principio la natura pensa da sé, con le risorse spontanee e prepotenti dell'incoercibile appetito di vita che è in noi, a provvedere alle esigenze più comuni e fondamentali dell'attività psichica e sociale; la coscienza, vale a dire la consapevolezza dei fini e dei mezzi più atti per giungervi, incomincia a illuminarsi al margine di questa attività, in ciò che riguarda, non l'uomo stesso e la società in cui egli vive, ma i mezzi esteriori della vita; al confine, si direbbe, del mondo umano con il mondo della natura. Solo assai lentamente e per gradi il pensiero, e con esso, talora precorrendolo talora seguendolo, la coscienza, risalgono verso le sorgenti ed il foro centrale di questa attività. Così è nella vita politica: essa risulta di numerosi e complessi elementi fisici, fisiologici e psichici che in varie maniere concorrono al risultato collettivo; e, via via, sulle singole classi di questi varii elementi la consapevolezza umana, che è in questo caso la scienza, ha fatto e va facendo la luce: ma più considerandoli staticamente, nel passato e nella memoria che li conserva, che non osservandone il giuoco continuo nella vita; più cercando di esagerare l'importanza di ciascuno di essi separatamente, che tentando di risalire da essi alla più complessa realtà, la quale di essi si giova ed in essi si manifesta. <note n="4">Questa inettitudine risponde, del resto, alla tendenza così acutamente illustrata dai critici dei principii delle scienze naturali (Bergson, Poincaré, Duhem, Le Roy, Mach, ecc.) di cogliere delle cose solo i momenti isolati e le forme vuote, fissandosi poi, scolasticamente, in questi quasi fossero entità per sé stanti, e lasciandosi sfuggire la complessa realtà del flusso della vita.</note> Cosi oggi, se è possibile parlare con linguaggio scientifico — profittando di un metodo di indagine e di classificazioni che è in uso già da vario tempo — di finanza pubblica, di contabilità di Stato, di diritto amministrativo e costituzionale <pb n="178" />e via dicendo, nel considerare l'insieme, in opera, di tutti questi frammenti od aspetti della realtà sociale in moto e nel parlarne, prevale ancora, accanto al formalismo scolastico di professionisti della scienza, l'empirismo più grossolano ed approssimativo. La politica corrente non è nel suo insieme, oggetto di scienza; il trattar di essa è quasi abbandonato ai giornalisti, dei quali appena uno su cento porta al suo mestiere una seria o solo non risibile preparazione: e, dai giornali, l'equivoco, l'incertezza, le confusioni dilagano anche spesso nelle menti degli studiosi.</p>
      <p>Nel caso nostro noi abbiamo questo fatto: 508 cittadini del regno, scelti periodicamente dai maschi di una certa età e che abbiano certi requisiti, divisi in associazioni o collegi politici, si adunano in certi periodi dell'anno, designano alla corona uno di loro che assume la responsabilità del governo, danno a quest'uomo i coadiutori dei quali ha bisogno, e poi compiono, condotti da questo governo che è carne della loro carne, la funzione legislativa, e seguono, nelle discussioni dei bilanci e per altre vie, e controllano tutte le varie attività dello Stato. La conoscenza puramente storica e anneddotica si limita a seguire le discussioni parlamentari, le crisi ministeriali, gli intrighi di corridoio, per quanto appariscono; la conoscenza scientifica dovrebbe da questa attività esteriore e superficiale risalire ai suoi precedenti ed alle cause profonde; ristabilire intiero il processo della nostra vita pubblica, e, in questo, il nesso che lega- gli eletti agli elettori e questi a tutto il restante paese, e spiegare, con questo esame di tutte le varie condizioni dalle quali emerge e di tutte le attività private e sociali che ne determinano il corso, l'andamento della vita pubblica del paese.</p>
      <p>Ora per fare questo ci mancano quasi interamente i sussidii, ci manca il metodo che possa condurci a conclusioni oggettive ed utili. Innanzi tutto, noi siamo imperfettamente <pb n="179" />informati sulle condizioni presenti della vita nazionale. Gli studiosi liberi si contano in Italia sulle dita della mano: i professori pagati dallo Stato studiano le forme di matrimonio delle tribù australiane e rifanno la storia di una frase del diritto romano, ma disdegnano, come materia non apprezzabile nei corsi universitari, l'anima e l'attività vivente del loro paese; gli insegnanti di diritto costituzionale esaminano, al lume della storia o della filosofia del diritto, il sorgere e il concretarsi degli istituti astratti, ma non esaminano se e per quanta parte le pensate ragioni giuridiche coincidano con le operanti ragioni pratiche della nostra vita costituzionale; dei pochi che si occupano di questa, i più hanno un partito preso, debbono mostrare una tesi fissata precedentemente, preparare la carriera politica loro o di un loro amico; i giornali...fanno poi il resto.</p>
      <p>Quando fossero stati conosciuti complessivamente gli interessi che agitano e spingono innanzi la vita economica e sociale del nostro popolo, e conosciute insieme più da vicino le rappresentazioni ideali che dirigono l'attività pratica e le concrete soprastruzioni di istituti e di abitudini nelle quali questa si -è via via concretata e normalizzata, converrebbe poi studiare più da vicino il corpo elettorale; gli interessi maggiormente rappresentati in esso e da esso, e quelli che, più o meno, ne rimangono fuori; le sue capacità, i suoi precedenti, le sue abitudini elettorali; la sua organizzazione e la preparazione e l'organizzazione, nel seno di esso, della lotta: i rapporti che lo legano all'eletto e i servigi che esso chiede all'eletto. Per tutto questo sarebbero necessarie, innanzi tutto, dalle statistiche minuziose, delle ricerche monografiche, delle diagnosi ingegnose ed accurate: tutto materiale per ulteriori studi che manca quasi interamente.</p>
      <p>Dopo ciò ci offrirebbe da studiare l'attività dei singoli <pb n="180" />deputati; non quella che si esercita nella Camera, in poche votazioni per ciascun'anno, e che, purtroppo, è quella della quale gli eletti meno sanno e meno si interessano: ma si l'altra attività che si svolge ne' gabinetti dei ministri e dei sottosegretari di stato, nelle amministrazioni locali, nei vari corpi ed uffici sussidiarii dell'attività legislativa e amministrativa. Di tutto questo noi sappiamo assai poco, non solo, ma è da supporre che gran parte di tali intrighi sfuggirà anche ad ogni indagine futura, per l'interesse evidente che hanno deputati e ministri a far sparire ogni traccia di una tale attività clandestina. E si può, ora, osservare con successo che la disonestà politica d'un paese è appunto in relazione diretta col numero e l'attività di questi rapporti clandestini ed anormali che temono il controllo e sfuggono al controllo; e che ci par legge di progresso e di perfezionamento civile, in questo caso, che di ogni attività la quale si eserciti normalmente sia libero il giudizio a tutti e rimangano quindi le traccie.</p>
      <p>Torniamo, dopo questa digressione necessaria, al nostro argomento. Il vizio di un parlamento, il così detto <hi rend="italic">parlamentarismo,</hi> sta nel non compiere, i singoli componenti di esso, la funzione che sono chiamati a compiere, o, che è lo stesso o peggio, nel subordinare il compimento di quella funzione a scopi ed interessi che non siano quelli i quali nascono dalla natura stessa del mandato legislativo. Questa deviazione è, <hi rend="italic">caeteris paribus,</hi> tanto maggiore e più facile e più impunemente compiuta quanto maggiore è l'assenza di responsabilità diretta dei deputati verso i loro elettori, l'assenza di controllo e di sanzione: la quale assenza è, alla sua volta, tanto maggiore quanto più facilmente ciascun deputato può far partito per sé stesso, votando pro o contro un ministero o una legge o una commissione in base a criterii suoi personali, che saranno il più spesso criterii di tor<pb n="181" />naconto particolare, nei quali il bene comune ha poco o nulla che vedere.</p>
      <p>Questo controllo, al quale dovrebbe sottostare l'azione pubblica del deputato, potrebbe anche, in tesi assoluta, essere compiuto direttamente dal corpo elettorale. Ma condizione indispensabile perché questo avvenga, la quale assai raramente si verifica, anche presso i popoli più maturi alla vita costituzionale, è che questi elettori abbiano una sufficiente educazione politica, e che essi, collegio per collegio, costituiscano veramente un <hi rend="italic">corpo.</hi> Ora un corpo elettorale è, già qualche cosa di molto simile a un partito o ad un certo plesso di gruppi e partiti politici; poiché è ovvio che interessi collettivi, se e quando sono veramente sentiti ed oggetto di riflessione, diano luogo a raggruppamenti politici, sorgenti per sostenere e promuovere quella, delle varie soluzioni possibili, che sembra più atta e più rispondente a quegli interessi.</p>
      <p>La vita parlamentare, a meno che non si supponga un paese ideale, non può funzionare bene senza partiti, i quali assumono e tengono la rappresentanza degli elettori, che subito dopo l'elezione, tornano a disperdersi; compiono per essi, con organi adeguati, l'ufficio di studiare i problemi pubblici, di sorvegliare la condotta dei deputati, di chiamarli a render conto del loro operato, di impedire il sorgere di clientele particolaristiche, di preparare, negli interessi del partito stesso, e non di un singolo, l'organizzazione elettorale, di scegliere gli uomini che meglio rappresentano il loro principio politico e sono più atti a farlo trionfare. Il partito, così costituito, vincola il deputato; questi conosce gli uomini coli i quali gli è fatto dovere di intendersi ed agire di concerto nella vita pubblica; sa che la condanna del partito significherebbe la rovina del suo mandato, e che d'altra parte la fiducia di esso è, in gran parte, la fi <pb n="182" />ducia degli elettori, non ha bisogno di comprar questi con i grandi o piccoli servigi, non è in rapporti diretti e segreti col ministero, al quale possa di proprio arbitrio offrire o negare il suo voto, non si stacca dalla direttiva comune del partito se non quando abbia buone e certe ragioni da addurre, o quando si tratta di questioni di interesse secondario, in cui sia libero a ciascuno regolarsi come egli crede.</p>
      <p>Ora caratteristica è appunto, in Italia, l'assenza di partiti politici e parlamentari; e la <hi rend="italic">maggioranza,</hi> alla Camera bassa, è costituita appunto da quelli i quali non vogliono appartenere ad un partito o dipendere da esso, ma desiderano e procurano che continui la presente anarchia, la quale fa di ciascuno di essi un cliente del governo, nel commercio dei voti, e dei suoi elettori un corpo di clienti attaccati direttamente e personalmente a lui per i servigi che ne hanno avuto o che ne aspettano.</p>
      <p>È facile indovinare la situazione che si è così venuta facendo in Italia: la maggior parte dei deputati rappresenta delle clientele già costituite, dei gruppi di interessi particolari e locali che fanno capo a lui, una certa combinazione laboriosamente equilibrata, che è anche, per natura sua, debole e fragile. Nove volte su dieci il governo è l'alleato, il fautore, il patrono necessario di queste clientele politiche: esso ne ha in mano i fili, ed è in grado di sconvolgere quelle combinazioni, negando servigi, minacciando controlli, designando altri distributori di favori, proteggendo o infastidendo o sciogliendo amministrazioni locali, trasferendo prefetti ed alti impiegati, ecc.</p>
      <p>La conseguenza è chiara e di molta importanza per noi: un ministero rigidamente onesto, che avesse un programma preciso e sicuro da far passare, che mostrasse di voler trattare piuttosto con partiti politici che con deputati isolati: un ministero dal quale non si potessero sperare favori locali, scio <pb n="183" />glimento di consigli, fastidii burocratici per le persone invise, promesse opportune ed opportune minacce, significherebbe necessariamente lo sciogliersi, a breve scadenza, della maggior parte di quelle combinazioni e clientele che fanno capo ai deputati, e quindi, per molti di questi, o la perdita del collegio, od almeno un nuovo e maggior lavoro, nuove e maggiori spese per conservarlo. Ecco, ora, perché l'on. Sonnino è caduto; ed ecco anche perché la grande maggioranza della Camera è giolittiana, tittoniana o majoraniana, di chiunque, insomma, prometta o minacci di turbare il minor numero possibile di queste faticose combinazioni elettorali.</p>
      <p>Non ci si dirà che noi attribuiamo qui all'on. Sonnino un merito non provato. Chi, nel breve corso di quel ministero, aveva occhi per vedere ed orecchi per sentire quali fossero gli uomini e i giornali più decisamente avversi al ministero, <note n="5"> C'è, specialmente, a Roma, un certo numero di giornalisti e corrispondenti di giornali, clienti pitocchi e parassiti di tutti i ministri i quali....non pare abbiano alcuna velleità di abolire i fondi segreti, e questi furono ferocissimi contro l'on. Sonnino.</note> quali le accuse mosse contro di questo, quale la maggior parte degli uomini che quel ministero componevano, quali, infine, le sole possibili spiegazioni dell'ostilità parlamentare e del modo col quale il ministero fu rovesciato, modo che deve avere offeso l'on. Sonnino assai più del fatto stesso della caduta, deve riconoscere la giustezza di quello che noi, diciamo, non soli né primi.</p>
      <p>Certo, se l'on. Sonnino ai pregi e meriti riconosciutigli avesse aggiunto quelli di una più agile prontezza di percezione politica, di una più sicura volontà, di maggior tatto nel rimuovere almeno temporaneamente dal suo cammino difficoltà note e grandi, egli non sarebbe caduto si presto <pb n="184" />ma fra lui e la. Camera attuale il dissidio era inevitabile e doveva finire con la caduta dell'uno o dell'altra.</p>
      <p>Dopo ciò si intende come il grande merito del partito socialista, dal punto di vista parlamentare, sia quello appunto di essere un partito, ed un partito, non riposante su astratte idealità politiche, come è il repubblicano, ma saldamento basato su di una. classe speciale, quella dei lavoratori, dei cui interessi molteplici e gravissimi esso si è costituito rappresentante in parlamento. E questo è merito già da sé così grande che non può essere esagerato. Certo, se si esaminano le cose più da vicino, si vedrà che le basi elettorali di parecchi dei deputati socialisti, dall'on. Turati all'on. Tasca di Cutò, sono anche esse costituite da coalizioni economicamente e socialmente non omogenee; che anche questo o quel deputato socialista fa, come può, il sollecitatore di favori, e si inframette nelle cose delle amministrazioni locali. Ricordiamo, per citar solo un particolare, come, dopo le elezioni provocate dalle dimissioni del gruppo socialista parlamentare, il <hi rend="italic">Resto del Carlino</hi> ammonisse il Bentini, socialista, caduto contro l'on. Tanari in uno dei collegi del bolognese, che egli aveva avuto il torto di dimenticare come le sorti del suo collegio si decidevano, innanzi tutto, a Bologna, e che di Bologna il Bentini si era troppo poco occupato.</p>
      <p>Comunque, queste oscillazioni e deviazioni son poco notevoli, nell'insieme. Il deputato socialista ha bisogno, quasi sempre, dell'appoggio del partito per riescire, è vincolato a degli uomini e ad un programma, ha innanzi a sé una via tracciata, dalla quale nei momenti di maggior gravità, gli è impossibile allontanarsi. Inoltre, il partito ha il vantaggio <pb n="185" />di essere un partito di critica e di opposizione vivace. Denunziatore, per definizione e per ufficio, di tutto il putrido e il viziato che c'è nei governi borghesi, di tutto quel che nell'attività dello Stato obbedisce ad influenze e pressioni di gruppi particolari, di tutti i mezzi dei quali le classi abbienti si giovano per estendere o difendere il loro dominio economico e politico, esso ha in mano quasi solo ⸺ e ciò sia detto più particolarmente a vergogna di quei cattolici che mostrano una tanto facile adattabilità alle combinazioni ed agli intrighi locali e parlamentari di qualsiasi genere — quel poco di elementi vivi di pensiero e di coscienza i quali vanno operando dall'interno, faticosamente, nuove orientazioni nel nostro corpo elettorale. E solo esso non prende l'elettore <hi rend="italic">come è</hi>, avvicinandosi agli interessi ed alle aspirazioni sue particolari, ma cura di trasformate quest'elettore, conducendolo ad una disciplina di partito, all'accettazione di certi principii e vedute generali, e ad una visione degli affari pubblici che, se non coincide ancora con quella degli interessi collettivi, abbraccia almeno tutta una classe, e la più bisognosa, dalla società italiana.</p>
      <p>Ora sembrerebbe che questa funzione parlamentare del socialismo come partito di classe, in opposizione ad una maggioranza che non ha partiti nettamente distinti ed omogenei, e che, il più spesso dipende dagli interessi di coloro che li eleggono con mezzi subdoli e per scopi estranei al mandato parlamentare, dovesse risultare abbastanza chiara ai maggiori uomini del partito ed all'insieme di questi. E pure può dirsi che su questa funzione del patito si appuntino tutte le polemiche interne, e che su di essa, benché per vie tortuose e mal tracciate, si sia svolta <hi rend="italic">tutta</hi> la discussione dell'ultimo congresso nazionale.</p>
      <p>I punti principali della controversia, la quale, protraendosi, eliminò dalle discussioni del congresso tutto quello che <pb n="186" />riguardava l'azione economica del partito, l'organizzazione interna di questo e il merito delle varie riforme e dei miglioramenti da. propugnare, furono appunto i seguenti:</p>
      <p>Come si debba intendere che il partito socialista ed il gruppo che lo rappresenta in parlamento sono un partito ed un gruppo rigidamente di classe, vincolati ad una politica di lotta di classe.</p>
      <p>Se lo scopo di un tale partito di classe debba essere quello di trarsi nettamente fuori dalle competizioni, dai contrasti, dai tentativi varii verso il meglio cha dilaniano ed affaticano le classi borghesi, o se invece possano, nel seno di queste, venir designate delle tendenze e delle correnti che al partito socialista convenga promuovere, aiutare a venire alla superficie, ad organizzarsi ed a salire al potere, in opposizione a certe altre tendenze; se, in altre parole, il partito socialista debba accamparsi nella società presente <hi rend="italic">borghese</hi> come un nemico che considera ogni danno di essa come un suo vantaggio e quindi ne fa solo il danno, per quante può senza tagliare i nervi a sé stesso e privarsi delle condizioni di agire; o se invece vi siano degli interessi e delle evoluzioni nelle quali la classe proletaria è solidale con le altre, e si imponga quindi un alleanza, anche parlamentare, di essa con quelle frazioni della borghesia le quali di questi interessi abbiano una visione precisa, e lottino onestamente per il trionfo di essi.</p>
      <p>Il Congresso di Roma non ha risolto la grossa questione. Furono sconfitti i sindacalisti, pei quali la coscienza di classe del proletariato coincide con la coscienza dell'opposizione netta ed irreparabile degli interessi di quello con gli interessi della società capitalistica borghese, così come è costituita ed agisce e provvede al suo continuarsi, anche mediante il giuoco dei partiti in parlamento; e sostenevano, in conseguenza, che, se il socialismo è la preparazione della presa <pb n="187" />di possesso dei mezzi di produzione capitalistici, unica via per il proletariato è staccarsi nettamente dalla borghesia, e far concrescere in sé la forza che giovi per ha lotta finale, da cui deve, d'un tratto, sprigionarsi la società nuova.</p>
      <p>I riformisti, per evitare una eguale sconfitta, dovettero riparare nel seno dell'integralismo. Fedeli ancora, in principio, al vecchio programma collettivista, essi dichiaravano che le alleanze che il partito socialista stringe con le frazioni più affini della borghesia ricevono un carattere socialista dal fatto che esse mirano e conducono alla graduale «conquista del potere» da parte del proletariato. Senonché è facile vedere contro quali difficoltà urti questo criterio. Esso assume che le frazioni più avanzate e radicali della borghesia, quelle cioè che hanno più lucida e sicura la visione degli interessi nuovi della società borghese, non lavorino che contro sé stesse e la classe che rappresentano e gli scopi ai quali mirano; che cioè esse sieno condannate a questa risibile pena, di pungere e ridestare e trascinare la società borghese perché lavori appunto alla propria rovina. E questo mirabile postulato pende dall'altro; posto da Marx; che lo sviluppo della società sia una crescente semplificazione ed acutizzazione della lotta di classe, e che quindi non si possa veramente parlare di un divenire complessivo della società, ma solo di divenire di una classe nella società: e questa classe diveniente sarebbe oggiil proletariato.</p>
      <p>Ora è noto come le previsioni marxistiche sieno state risolutamente contraddette dai fatti. Non solo il meccanismo delle classi non si semplifica, ma nello stesso proletariato si accentua una divisione di sotto-classi; non solo il dissidio non si acuisce, ma la ricchezza circola più largamente e i redditi medii e bassi aumentano; l'evidenza mostra che un miglioramento progressivo delle condizioni del proletariato può accompagnarsi ad un eguale miglioramento di altre classi <pb n="188" />e gruppi sociali, e che quindi questi e quello, in luogo di prepararsi all'urto finale, si preparano invece ad una più armonica cooperazione.</p>
      <p>Il marxismo assumeva che divenire sociale e divenire socialistico coincidessero: ma le concezioni economiche e filosofiche sulle quali questa premessa dell'azione del partito riposava sono state criticate ed escluse. Se la teoria sindacalista dichiara che il socialismo non <hi rend="italic">diviene,</hi> ma si farà d'un tratto nella rivoluzione sociale, i riformisti dovrebbero confessare che, col migliorarsi delle condizioni economiche e morali del proletariato, quello che <hi rend="italic">diviene</hi> non è il socialismo, sibbene una società democratica in cui i diritti di tutti siano meglio contemperati con i diritti, di ciascuno, e le varie classi si interpenetrino sempre più, e l'associazione guadagni dovunque terreno sullo sforzo isolato:</p>
      <p>Ma se il riformismo non ha saputo né potuto riparare a questa stridente contraddizione dei suoi principii con la vita e con l'azione pratica, esso ha <hi rend="italic">in parte</hi> riparato ai vizi ed agli effetti dannosi di essi proiettando in un remoto avvenire, così remoto da sfumare nell'orizzonte del prevedibile, la verificazione del socialismo; così da far coincidere intanto il divenire del socialismo con il miglioramento — qualunque miglioramento — delle condizioni del proletariato. Quindi, poiché questo miglioramento può e deve essere procurato d'accordo con le frazioni più avanzate e radicali della borghesia, ne viene naturalmente che il riformismo spinga il partito a non limitarsi all'esame delle condizioni del proletariato, ed alla crescenza, nel seno di questo, degli organismi di lotta, staccati dal resto della società, ma ad estendersi <hi rend="italic">a creare nella società borghese la possibilità delle riforme e di un partito riformatore.</hi> Conche si aprirebbe innanzi al partito un vastissimo e praticissimo campo di azione; ed esso accetterebbe quest'altro principio: <hi rend="italic">che il partito socialista non può es</hi><pb n="189" /><hi rend="italic">sere indifferente a che l'uno o l'altro dei gruppi o degli uomini politici prenda il potere e governi: ma che esso deve, innanzi tutto, dare il suo appoggio a quel partito o uomo politico che, affrontando il parlamentarismo nelle sue più occulte radici, si proponga di assicurare al paese le condizioni prime ad essenziali di un normale funzionamento degli organi più delicati della pubblica attività.</hi></p>
      <p>Se non che il congresso di Roma non ha voluto dar ragione ai riformisti: non si è voluto decidere per questa linea di condotta: attanagliato fra i principii e la pratica, ha preferito rimaner nella morsa che continua a stringergli i piedi, perché non si muova. Esso non preparerà la rivoluzione e non preparerà le riforme, appunto perché crede nell'una cosa e nelle altre, accetta i contrarii, senza preoccuparsi di trovar la sintesi che li superi.</p>
      <p>Questa sensibilità schifiltosa, che fa disdegnare al partito i contatti prolungati con frazioni delle altre classi borghesi, se veramente applicata <hi rend="italic">anche</hi> alla tattica elettorale, potrebbe forse avere un modesto vantaggio: quello di dare al gruppo parlamentare socialista un più preciso carattere di rappresentanza di classe. Ma noi dubitiamo che essa possa essere sistematicamente applicata; ridotto alle sole e vere sue forze, il proletariato è troppo poca e povera cosa in Italia perché sia capace di una azione notevole e decisiva; la maggior somma di forze è pure venuta al socialismo, sino ad oggi, dal concorso di persone e di uomini dispersi di altre classi borghesi; è, diremo quasi, per forza inesorabile delle cose, l'elemento più vivo ed alacre della società moderna che, in difetto di altri movimenti di eguale intensità, cerca col socialismo di pungere e ridestare le alte classi sociali, e di spingerle ad acquistare nel conflitto una chiara e rinnovatrice coscienza di sé. Se il partito socialista disilluderà tutti costoro, se esso si chiuderà, parlamentarmente, in una rigida <pb n="190" />intransigenza, le simpatie che dalle frazioni più avanzate e più sofferenti delle classi piccole e medie rifluivano ad esso e lo ingrossavano, prenderanno altra via; e l'efficacia vera del partito nella vita politica del paese diminuirà, per l'inazione alla quale esso stesso si sarà condannato da sé. Il seggio parlamentare non può più essere considerato solo come una tribuna di propaganda, né il partito socialista potrà lungamente proibirsi di prendere una parte coerente ed organica nella risoluzione dei problemi che urgono e premono sull'attività parlamentare e nell'azione di governo.</p>
      <p>Servendo a questa sua occulta missione storica, il socialismo si estende ed accresce, e insieme perde le sue caratteristiche: un'anima più vasta lo spinge innanzi, lo <hi rend="italic">pone</hi> e insieme lo <hi rend="italic">supera</hi>; ribellandosi ad essa, il socialismo diviene, da un altro punto di vista, quel che è il partito repubblicano: un gruppo di uomini il quale lavora per una sua teoria, facendo di un <hi rend="italic">momento</hi> della coscienza sociale 1'assoluto del divenire sociale, imponendosi a questo dal di fuori e non favorendolo dal didentro; cessa di essere la rappresentanza <hi rend="italic">politica</hi> di un vasto agglomeramento di interessi economici e sociali, per divenire un partito filosofico e religioso, e partito, effettualmente, di violenza e di regresso, per giunta.</p>
      <p>Ci fu nelle ultime elezioni parziali, nei collegi lasciati vacanti dalle dimissioni del gruppo parlamentare socialista, un gruppo di giovani <note n="6">La Lega Democratica Nazionale.</note> i quali dichiararono che pur non essendo socialisti, essi non potevano assumersi né la responsabilità di concorrere a diminuire nel nostro parlamento l'esigua rappresentanza del partito di classe del proletariato, né, d'altra parte, quella di concorrere, adoperandosi e votando per i socialisti, a rafforzare un partito che si dibatte nell'equivoco, e subordina gli interessi della classe che dice di rappresen <pb n="191" />tare a vecchi principii di una monistica e materialistica filosofia della storia e ad uno spirito nettamente anticristiano. Chi abbia presenti le osservazioni da noi svolte in questo breve studio dovrà convenire che quei giovani erano nel giusto.</p>
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