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        <title>La regione</title>
        <author>Sturzo, Luigi</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Opera omnia. Seconda serie (Saggi, discorsi, articoli), vol. iii. Il partito popolare italiano: Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), 2a ed. Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 194-231. <date when="1921">1921</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="194" />
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      <div>
        <head>I.</head>
        <p>Le questioni delle quali debbo riferire al terzo congresso nazionale del partito popolare italiano sono comprese nell'enunciazione del tema, ed hanno un nesso logico e un principio politico comune, anzi sono aspetti di un medesimo problema sostanziale: «il decentramento amministrativo, le autonomie locali e la costituzione della regione».</p>
        <p>Le ultime fasi della vita parlamentare hanno rimesso in primo piano nel paese i problemi inerenti al decentramento amministrativo, ed hanno fatto riaccendere le polemiche sull'istituto regionale. Deciso assertore della regione è stato il nostro partito, il quale, si può dire, ha preceduto il movimento di pensiero e quello politico verso una revisione dei poteri attribuiti allo stato dal continuo accentramento; ed alla critica contro l'elefantiasi dei servizi burocratici statali ha contrapposto non solo un decentramento dei servizi con allargamento delle circoscrizioni, ma un vero e proprio decentramento amministrativo organico e istituzionale per i servizi pubblici di carattere locale.</p>
        <p>
          <pb n="195" />La vecchia e assillante questione delle autonomie degli enti locali — per le quali da molti anni combattono l'associazione dei comuni italiani e l'unione delle provincie, e per le quali fu costituita nel maggio del 1918 una apposita commissione reale che ancora continua i suoi studi — viene ripresa nel maggior complesso delle questioni, che dovrebbero esser risolte nel nuovo fondamentale riordinamento dell'amministrazione dello stato. Attorno a questa dovrebbe svolgersi tutta l'organizzazione di carattere sociale e sindacale, che non può oramai avere vita avulsa dall'organismo locale e centrale, amministrativo e politico.</p>
        <p>È uno sguardo d'insieme che bisogna dare per conoscere ed approfondire il problema, il quale oggi non può essere posto nei termini nei quali veniva discusso nel 1860 da Cavour e da Minghetti; per il fatto che le funzioni e la struttura stessa dello stato si sono tanto sviluppate ed ampliate, quanto è mutata, attraverso leggi e abitudini, la situazione e la organizzazione locale; mentre lo sviluppo degli istituti democratici dà una diversa caratteristica alla politica del paese.</p>
        <p>Da molti si è creduto sinora che le questioni del decentramento amministrativo, dell'autonomia locale e della costituzione della regione fossero da lasciare ai professori ed ai comunalisti, perché l'opinione pubblica e gli uomini esponenti di essa non si sono appassionati a tali problemi; si seguiva in ciò quasi inconsciamente quell'indirizzo che la politica burocratica italiana ha assunto come suo speciale cómpito: svuotare, cioè, l'amministrazione libera ed autonoma di ogni cómpito specifico, rendere i controlli amministrativi e contabili strumento politico, ridurre a semplice attività dipendente dallo stato, quella che doveva essere manifestazione e attività amministrativa libera e responsabile. D'altro lato ogni ulteriore forma di attività, specialmente nel campo sociale, veniva organizzata dal centro al di fuori di ogni organo elettivo e rappresentativo di interessi generali, tendendo contemporaneamente alla formazione di organi classisti, speciali, particolaristici; ai quali perciò veniva tolta la caratteristica propria e la libertà organica, per il fatto stesso che si affidava a elementi burocratici la ragione politico-sintetica e la decisione definitiva di ogni questione tecnica e amministrativa. Quali e quanti siano i comitati, le <pb n="196" />commissioni, le giunte consultive, autonome, miste, presso le prefetture e presso i ministeri, non lo può sapere nessuno, e sarà difficile fare una guida del perfetto cittadino, che dia il filo, novella Arianna, per girare sicuro il labirinto della nostra burocrazia. Come ultima espressione di simile tendenza, fin da prima della guerra, ma con sistema accelerato e durante e dopo la guerra, sono stati creati monopoli, enti, consorzi, federazioni, istituti amministrativi, commerciali e industriali, per poter riuscire a risolvere un problema assillante, quello di sfuggire agli eccessivi controlli dello stato e alle barriere amministrative costruite dall'abile mano burocratica per il cosidetto gioco di scaricabarile, ovvero rimbalzo delle responsabilità, e avere nello stesso tempo il denaro dello stato, al di fuori di quella elementare responsabilità politica che costringe il ministro a rispondere dei suoi atti al parlamento.</p>
        <p>L'esperimento della cosiddetta <hi rend="italic">economia associata</hi>, della quale è una mastodontica falsificazione l'amministrazione <hi rend="italic">autonoma</hi> (!)delle ferrovie dello stato, non poteva essere più disastroso; le condizioni eccezionali durante e dopo la guerra hanno svelato a molti gli errori accumulati in decenni di accentramento statale e di elefantiasi burocratica. Il grido di allarme è venuto; manca però l'orientamento politico e tecnico verso la soluzione del problema.</p>
        <p>A parte le affermazioni generiche, gli ordini del giorno votati o ritirati, i discorsi più o meno chiari attorno all'arduo problema della riforma amministrativa statale e locale, il parlamento ha creduto di poter isolare il problema economico della burocrazia indirizzando le riforme verso uno sfollamento di impiegati sulla base di una regolamentazione quasi meccanica, e tentando di recidere i rami di quell'evidente superfluo, che si è venuto accumulando nei ministeri o negli uffici decentrati, sì da ottenere una economia da devolvere alla perequazione degli stipendi del personale. Questa direttiva consacrata nella legge dell'agosto passato e in corso di esecuzione, con le notevoli difficoltà da affrontare, manca di una ragione sintetica e di una costruzione sicura, tale da poter dare, ai provvedimenti che saranno escogitati, il diritto di chiamarsi «riforma». Invano con l'ordine del giorno Tangorra del febbraio scorso, ripreso poi dall'on. <pb n="197" />Cingolani nella discussione del luglio e con le richieste dell'on. De Gasperi di esplicite dichiarazioni sulla regione e (nell'incerta e agitata discussione dell'art. 1 della legge) con l'emendamento Carapelle sulle autonomie locali, il gruppo parlamentare popolare tentò di impostare seriamente il problema: la camera vi sfuggì, perché non era convinta della riforma, impostata col semplicismo giolittiano solo per evitare le spine dell'agitazione degli impiegati.</p>
        <p>Quale che sia per essere l'esito dell'applicazione della legge 13 agosto, e lo sforzo della commissione consultiva e del comitato interministeriale, rimane nella sua piena efficacia aperto e pressante il problema della riforma del decentramento amministrativo-organico, delle autonomie locali e della istituzione della regione; per noi si tratta di orientare definitivamente la nostra battaglia politica.</p>
      </div>
      <div>
        <head>II.</head>
        <p>Prima di entrare in argomento, credo opportuno riassumere brevemente come si sia svolto il pensiero e l'attività del partito popolare italiano attorno a tali problemi e alla loro pratica soluzione.</p>
        <p>1. - La prima e solenne affermazione è nell'<hi rend="italic">appello</hi> al paese e nel programma ove è detto: «Libertà ed autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione in relazione alle tradizioni della nazione e alla necessità dello sviluppo della vita locale. Riforma della burocrazia. Largo decentramento ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro» (<hi rend="italic">Capo VI</hi>).</p>
        <p>2. - Il primo atto collettivo fu quello del congresso di Bologna (giugno 1919), approvando l'ordine del giorno di monsignor Gentili per il rispetto delle autonomie delle terre redente; e seguì tosto altra affermazione politica nelle dichiarazioni del presidente del consiglio on. Nitti nel luglio 1919 ad una commissione di deputati popolari prima e al segretario politico del partito dopo, a favore delle autonomie delle terre redente, specialmente scolastiche, che per il significato della nomina dell'on. <pb n="198" />Credaro a commissario di Trento sembravano compromesse. Questa posizione presa dal partito popolare fu costantemente continuata dal succedersi di ministeri; si ottenne che nel discorso della corona e nella legge di annessione, se ne facesse speciale accenno; si deve all'azione singola e collettiva dei deputati popolari e della deputazione trentina la più oculata e strenua difesa di quelle autonomie. Come a coronamento di questa azione il sottoscritto, segretario politico del partito, andò a Trento nel gennaio 1921 per una solenne affermazione autonomistica e regionale.</p>
        <p>3. - La prima proposta concreta di decentramento regionale autarchico, organico, speciale, a base sindacale, fu fatta dal gruppo parlamentare il 6 febbraio 1920 con la presentazione del progetto di legge sulle <hi rend="italic">camere regionali di agricoltura</hi>,che fu seguito da altro disegno del ministro Visocchi, ritoccato poi dal ministro Micheli; i quali due progetti, ripresentati all'aprirsi della XXVI legislatura parlamentare, sono tuttora allo studio della sesta commissione.</p>
        <p>4. - Il congresso di Napoli (aprile 1920) riconferma il voto sulle camere regionali di agricoltura (ordine del giorno Martini), approvò il concetto dei consigli di lavoro regionali e provinciali (ordine del giorno Gianturco) e riaffermò il programma autonomista degli enti amministrativi alla vigilia della lotta elettorale comunale e provinciale (ordine del giorno Sturzo); equindi il nostro consiglio nazionale nella prima seduta dopo il congresso (maggio 1920) impostò la questione regionale col seguente ordine del giorno Pini-Sturzo:</p>
        <p>«<hi rend="italic">Il consiglio nazionale del partito popolare italiano</hi>, mentrericonosce che il progetto del gruppo parlamentare sulle camere regionali di agricoltura è un primo passo verso la costituzione di rappresentanze regionali, afferma la necessità (anche per. meglio risolvere il problema meridionale) <hi rend="italic">che le regioni siano organi di decentramento amministrativo e di rappresentanza politica di interessi locali</hi>; fra iquali in modo speciale sono da riguardare i lavori pubblici, le scuole secondarie e professionali, i problemi agrari, industriali e del lavoro; e secondando i voti dei fratelli redenti, domanda che vengano subito <pb n="199" />ricostruite in tutta l'efficienza le loro rappresentanze regionali autonome. — Pini-Sturzo».</p>
        <p>In rapporto a tale voto, i deputati popolari del mezzogiorno (luglio 1920) deliberarono il seguente importante ordine del giorno:</p>
        <p>«<hi rend="italic">I deputati dell'Italia meridionale e insulare del partito popolare italiano</hi>,sentito il segretario politico del partito stesso, prof. Luigi Sturzo:</p>
        <p>«<hi rend="italic">riconfermando</hi> i voti del congresso di Napoli dell'11 aprile e del consiglio nazionale del partito del 15 maggio riguardanti la questione meridionale e il proprio ordine del giorno presentato alla camera e discusso il 9 luglio;</p>
        <p>«<hi rend="italic">ritenuto</hi> che uno dei postulati fondamentali del programma del partito popolare è l'autonomia e il decentramento amministrativo a base regionale; e che a tale criterio si e ispirato il gruppo parlamentare nel proporre l'istituto delle camere regionali di agricoltura, come ente autarchico, primo esperimento di decentramento amministrativo dell'agricoltura (che è così varia e distinta nelle diverse regioni d'Italia) e di rappresentanza di interessi di classe a base sindacale (vero elemento ricostruttivo del paese);</p>
        <p>«<hi rend="italic">affermando</hi> che i consorzi di provincie, proposti da alcuni, se possono avere efficacia per interessi speciali e transitori comuni a provincie limitrofe, non possono giammai rappresentare né un equivalente né un omologo dell'ente regionale, che è organico con proprie finalità complessive e rappresenta una somma di interessi e di bisogni, che lo stato non deve rifiutarsi di riconoscere e di soddisfare;</p>
        <p>«<hi rend="italic">additando</hi> nelle nuove provincie la dimostrazione più eloquente dei vantaggi reali di un decentramento regionale, e ricordando che appunto le caratteristiche regionali hanno dato individualità propria alle nuove terre italiane;</p>
        <p>«<hi rend="italic">ritenuto</hi> che il decentramento amministrativo concretizzato nelle autonomie della regione autarchica rafforza l'unità statale, la quale invece nel centralismo trova le difficoltà maggiori di funzionalità e di rispondenza ai bisogni;</p>
        <p>«<hi rend="italic">delibera</hi> di intensificare la propria azione parlamentare nella più energica e insistente difesa di quegli interessi del mezzogiorno continentale ed insulare, che solamente nelle autonomie regionali e nel decentramento amministrativo <pb n="200" />possono trovare le garanzie sufficienti ed il necessario incremento, per la soluzione del grave problema meridionale, che deve essere finalmente affrontato e risolto come problema nazionale».</p>
        <p>5. - La battaglia per la proporzionale amministrativa è stata impostata come uno strumento di autonomia e di libertà; e le affermazioni notevoli dal centro alla periferia, in ordini del giorno e in discorsi, crearono un ambiente adatto alla più larga propaganda nel paese a favore della riorganizzazione dello stato sulla base del più largo decentramento e delle forze regionali del paese. I discorsi dei nostri parlamentari nelle vivaci discussioni del luglio e del novembre 1920, e tutto il periodo della lotta elettorale amministrativa e il successivo delle assemblee provinciali dei comuni popolari, ebbero per elemento-forza il nostro programma autonomista. Le circolari della direzione del partito (novembre 1920), i discorsi del sottoscritto a Torino ed a Roma nell'ottobre 1920, a Napoli nel novembre 1920, a Torino, Padova, Brescia, Verona, Genova e Trento nel gennaio 1921, gettarono la base concreta del successivo movimento regionalistico svolto nel presente anno e che ha autorevole e importante espressione nell'attuale congresso nazionale.</p>
        <p>6. - Altra posizione politica per il decentramento amministrativo, fu presa dagli organi del partito, e specialmente dal gruppo parlamentare e dal consiglio nazionale dall'inizio dell'agitazione degli impiegati fino all'approvazione della legge. In seguito al voto concorde della direzione del partito e del direttorio del gruppo, l'on. Tangorra e altri (febbraio 1912) proposero alla camera il noto ordine del giorno, che poi l'on. Cingolani ripresentò durante la discussione della legge (luglio 1921), il quale suonava così:</p>
        <p>
          <hi rend="italic">La camera, convinta</hi>:</p>
        <p>«1° — che un largo decentramento amministrativo sulla base della regione, che deve essere costituita come ente autarchico per i servizi amministrativi di interesse locale oggi <pb n="201" />centralizzati e di una maggiore autonomia degli enti locali, è condizione necessaria alla soluzione razionale ed organica del problema della riforma della pubblica amministrazione; </p>
        <p>«2° — che sono da attribuirsi agli organi locali della pubblica amministrazione di stato, con le necessarie garanzie e con il maggiore senso di responsabilità, quelle funzioni e competenze che rispondono alla vita sociale, sicché per tale parte il cómpito degli organi centrali sia soltanto di direzione, coordinamento e vigilanza; </p>
        <p>«3° — che siano semplificati i controlli e resi veramente efficienti e si tenga a garantire la pubblica amministrazione più che altro nel momento di agire e deliberare, impersonando la responsabilità senza attenuazioni preventive, con la molteplicità di organi e col funzionamento di competenze;</p>
        <p>«4° — che siano ridotte allo stretto necessario le funzioni statali nel campo della economia privata, dovendosi limitare l'azione statale alla funzione stimolatrice e integratrice e non mai a quella di soppiantare le attività economiche della nazione con artificiose costruzioni di enti, di consorzi e di istituti, spesso fatti in modo da sfuggire al controllo amministrativo e alle responsabilità politiche degli stessi organi statali;</p>
        <p>«5° — che nell'ordinamento centrale si tenga a riunire le funzioni simili in forma organico-sintetica per impedire la suddivisione di competenze sulla base di una oggettivazione schematica di categorie prestabilite, che impedisce la visione completa di un affare qual è prospettato dalla realtà per la molteplicità di interferenze unilaterali da ministero a ministero e da divisione a divisione, sì da intralciare l'andamento dei servizi stessi; e si proceda quindi alla riduzione di ministeri, di direzioni generali e divisioni, create spesso più per sfogo di carriera e per eccesso di centralizzazione che per necessità organica dei pubblici servizi;</p>
        <p>«6° — che, delle proposte che sarà per fare la commissione parlamentare, talune reclamano per loro natura un'applicazione immediata ed urgente, specialmente in relazione alle strettezze economiche in cui versa buona parte della classe dei pubblici funzionari;</p>
        <p>
          <pb n="202" />«<hi rend="italic">confida</hi> che a tali criteri fondamentali saranno ispirati gli studi e le proposte della commissione e la conseguente azione del governo».</p>
        <p>Gli onorevoli Tovini, Tangorra e Di Fausto sostennero questi criteri nella commissione parlamentare di inchiesta sulla burocrazia.</p>
        <p>Il consiglio nazionale nelle sedute su ricordate (marzo 1921) riprese largamente questa discussione, e propose questo tema al presente congresso con un ordine del giorno che, può dirsi, riassume in poche parole il senso di tutte le affermazioni precedenti:</p>
        <p>«<hi rend="italic">Il</hi><hi rend="italic">consiglio nazionale del partito popolare italiano</hi>, mentre fa suo l'ordine del giorno presentato dall'on. Tangorra a nome del gruppo parlamentare popolare a proposito della riforma dei servizi pubblici;</p>
        <p>«<hi rend="italic">rileva</hi> con soddisfazione la campagna iniziata dalla direzione del partito e promossa dadi convegni dei rappresentanti popolari dei comuni e delle provincie per il decentramento amministrativo e l'autonomia degli enti locali; e ritenuto che una vera rinascita del nostro paese non possa basarsi che sul rinvigorimento delle forze locali e sulle libertà organiche degli enti che rappresentano tali forze e le sintetizzano nel campo amministrativo ed economico, attenuando quel centralismo statale, dannoso alla stessa compagine della vita nazionale e al più completo ristabilimento dell'autorità statale; </p>
        <p>«<hi rend="italic">crede</hi> matura oramaila costituzione dell'ente regione, autarchica e rappresentativa di interessi locali, specialmente nel campo dell'agricoltura, dei lavori pubblici, delle industrie, commerci e lavoro e degli interessi scolastici;</p>
        <p>«<hi rend="italic">delibera</hi> di portare l'argomento al terzo congresso nazionale per un'azione decisiva; </p>
        <p>«<hi rend="italic">impegna</hi> il proprio gruppo a tutelare e favorire le autonomie e libertà locali esistenti nelle terre redente e a promuovere la riforma, in senso autonomistico, dei comuni e delle provincie, riforma già promossa con R. D. 18 maggio 1918 e ancora allo studio della speciale commissione;</p>
        <p>«<hi rend="italic">invita</hi> la direzione del partito a promuovere <pb n="203" />pubblicazioni atte a creare attorno al problema del decentramento e dell'autonomia amministrativa una coscienza popolare, necessaria perché le soluzioni invocate siano assistite dal consenso e dal favore generale».</p>
        <p>7. - Sciolta la camera, la questione regionale fu riaffermata come una delle tre <hi rend="italic">libertà</hi> messe a base della lotta elettorale politica, come cioè: <hi rend="italic">la libertà organica</hi>,e fu segnata come una conquista della nuova legislatura con le seguenti parole messe nell'appello al paese: «maturata oramai nella coscienza pubblica la necessità della riforma dell'organamento statale, sulla base di un largo decentramento fino alla costituzione amministrativa della regione, che si riallaccia alle pure tradizioni italiche e che servirà a rafforzare lo stato nelle sue vere funzioni politiche»; e fu riaffermata da me solennemente nel discorso elettorale dell'Augusteo a Roma («Parlamento e Politica»); e nei discorsi elettorali di De Gasperi e Anile.</p>
        <p>Giolitti l'aveva consacrata nella relazione al re pel decreto di scioglimento del parlamento e poscia ebbe a farla ripetere al re nel discorso della corona. I giornali parlarono di vittoria popolare.</p>
        <p>Subito dopo le elezioni fu ripresa l'agitazione degli impiegati (giugno 1921); e la direzione del partito nel fissare il suo punto di vista riconfermò le tesi del decentramento amministrativo; che fu poscia sostenuto brillantemente alla camera dai nostri amici, con le modifiche all'art. 1 del disegno di legge, ove furono introdotte le parole: «ad attuare un largo decentramento amministrativo con una maggiore autonomia degli enti locali» e con le dichiarazioni del presidente del consiglio on. Bonomi, provocate dall'energico contegno dell'on. De Gasperi, e che furono precisate dal noto comunicato, che suona così: «Per chiarire la portata delle dichiarazioni fatte ieri dal presidente del consiglio sull'emendamento aggiuntivo proposto dall'on. De Gasperi per i popolari (con il quale si invitava il governo a presentare sollecitamente il disegno di legge per l'autonomia regionale) oggi verso le 16 ebbe luogo un colloquio tra gli on.li Tovini, Fino e Bosco Lucarelli, in rappresentanza del gruppo popolare, e S. E. il presidente del consiglio.</p>
        <p>«S. E. Bonomi non ebbe nessuna difficoltà a dichiarare che le affermazioni venute dal banco del governo non <pb n="204" />volevano in alcuna guisa limitare per i popolari la libertà d'azione che spetta ad ogni gruppo della maggioranza.</p>
        <p>«Quanto al merito della questione, S. E. Bonomia confermò essere suo preciso intendimento di profittare delle vacanze per preparare un disegno di legge che, tenendo conto degli studi già fatti in questa materia, attui un decentramento amministrativo a base regionale soprattutto in fatto di lavori pubblici, istruzione, agricoltura, sanità, assistenza sociale.</p>
        <p>«Con ciò, il presidente del consiglio ritiene di sostanzialmente corrispondere agli impegni assunti quando costituì il ministero.</p>
        <p>«La commissione del gruppo popolare, considerando che nelle dichiarazioni soprascritte il presidente del consiglio abbia corrisposto anche nella essenza della proposta formulata nell'emendamento aggiuntivo presentato dal gruppo popolare, ringraziò vivamente il presidente del consiglio di queste dichiarazioni che dissipano ogni possibile malinteso».</p>
        <p>- Altra occasione di affermazione autonomista è stata la battaglia sulla libertà scolastica: battaglia iniziale per l'esame di stato; però un primo cenno a proposito di autonomia scolastica regionale si ebbe al congresso di Napoli, nell'ordine del giorno Anile, riguardo al problema universitario; altro più deciso si è avuto nella posizione presa dal gruppo parlamentare a favore dei comuni autonomi nell'amministrazione delle scuole elementari (legge 4 giugno 1921) per i quali nel luglio passato fu presentato apposito progetto di legge. La questione dal lato tecnico viene oggi ripresa nel congresso nazionale, su relazione dell'on. Piva.</p>
        <p>- Anche a proposito della riforma delle finanze locali, il cui progetto fu presentato al governo dalla commissione reale fin dal 1920, il gruppo parlamentare fece notevoli affermazioni con l'interrogazione dell'on. Bazoli e nella relazione di minoranza dell'on. Tovini sulla proposta di legge per la proporzionale amministrativa, affermazioni anche e più volte ripetute dalla direzione del partito e dalla segreteria politica.</p>
        <p>Questo rapido e sintetico esame ci fa conoscere gli sforzi <pb n="205" />fatti dal partito popolare italiano per impostare nel paese così grave problema — attraverso le fasi molteplici, mutevoli e diverse della vita pubblica — con un orientamento, che nell'orbita della base programmatica dell'art. VI, è andato evolvendosi e rafforzandosi. Oggi è il momento della più larga e notevole discussione che mai si sia fatta in Italia sul problema della regione.</p>
      </div>
      <div>
        <head>III.</head>
        <p>Per ragioni di metodo e perché questione centrale e di carattere politico, comincio dall'analisi della <hi rend="italic">regione</hi> qual è da noi oggi concepita e sostenuta.</p>
        <p>Anzitutto credo opportuno sgombrare il terreno da un pregiudizio affacciato dagli antiregionalisti, che cioè non esista un serio movimento in Italia a favore della costituzione della regione e che sia un artifizio di parte, sfruttando un movimento istintivo di reazione contro il centralismo burocratico; che la regione non abbia precedenti storici, non abbia vere circoscrizioni definite; che possa divenire un movimento disgregativo dello stato e perciò politicamente pericoloso.</p>
        <p>Nel precisare le caratteristiche della regione e le sue funzioni, i timori politici cadranno facilmente; tanto più che oggi, dopo sessant'anni di unità nazionale, la cui forza morale e penetrata nelle masse ed è base sentita dell'educazione politica del nostro popolo, nessuno può onestamente pensare che una costruzione amministrativa e rappresentativa della regione possa avere caratteri o ripercussioni antinazionali. Né è serio l'altro timore, affermato anche recentemente sopra una rivista, che il movimento regionale disgreghi lo stato; secondo noi lo rafforza nella sua caratteristica <hi rend="italic">statale</hi> eliminando la debolezza organica dell'accentramento amministrativo. Certo noi non neghiamo, anzi confermiamo la nostra tendenza politica espressa nell'appello al paese del 18 gennaio 1919 in questi termini: «Ad uno stato accentratore, tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali — la famiglia, le classi, i comuni — che rispetti la personalità <pb n="206" />individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto alle donne, e il senato elettivo, come rappresentanza diretta degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali; vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione; invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento nelle <hi rend="italic">unità regionali</hi>».</p>
        <p>Questo programma non è antistatale, ma è contro l'invadenza della burocrazia statale, che bisogna correggere. Su questo argomento il nostro pensiero è stato sempre chiaro, rettilineo, convincente; e non ho che da riferirmi alle molteplici affermazioni del nostro partito, che ho cercato di illustrare nei vari discorsi da me tenuti, a cominciare da quello di Milano del novembre 1918, «problemi del dopo guerra», che preludeva alla costituzione del nostro partito.</p>
        <p>La regione è concepita da noi come una unità convergente, non divergente dallo stato. Ricercare caratteristiche amministrative e organiche nella storia delle regioni d'Italia, può servire quale esercitazione polemica; la regione da noi esiste come unità specifica di lingua, di storia, di costumi, di affinità. Vi sono regioni circoscritte naturalmente, come la Sardegna, la Sicilia, la Liguria; altre sono state storicamente sempre une, altre politicamente sono legate alle grandi storie delle repubbliche e dei principati; una varietà che non ha mai soppresso il senso di una realtà vissuta benché non sempre politicamente. Così, oggi si parla ancora di Lombardia o di Puglie, di Marche o di Liguria come unità non soppresse né sopprimibili. Le piccole questioni storiche o territoriali, quali quelle della Lunigiana o del Monferrato o della Lomellina, accennate anche dai giornali seri come difficoltà antiregionali, dànno invece la più viva prova che l'Italia ha vissuto in ogni suo angolo, come forza perenne della sua razza. Le ventuno regioni italiane rispondono a una realtà, che neppure l'unitarismo burocratico in sessant'anni poteva far scomparire; ecco perché in Italia si può parlare di regioni, non come una eventuale o burocratica o sistematica <pb n="207" />divisione di territorio, ma come una regione geografica, storica e morale, come una realtà esistente e vivente nell'unità nazionale e nella compagine statale.</p>
        <p>Quando nel 1860 fu posto il problema, dopo l'unione della maggior parte dell'Italia col Piemonte, il ministro dell'interno Carlo Farini, d'accordo con Camillo Cavour, fece costituire la commissione legislativa per il nuovo ordinamento amministrativo. Il Faringi nell'inaugurare i lavori affrontò in pieno il problema della regione; escluse, e si comprende, la circoscrizione politica dei vecchi stati, escluse il criterio delle circoscrizioni francesi, ammettendo l'unità morale e storica delle regioni italiane.</p>
        <p>«La circoscrizione politica — egli affermava — che dobbiamo stabilire, non vuol essere frutto di un concetto astratto, ne un'opera arbitraria, ma deve rappresentare quelle suddivisioni effettive che esistono nelle condizioni naturali storiche di quei centri di forze morali le quali, se fossero oppresse per pedanteria di sistema, potrebbero riscuotersi e risollevarsi in modo pericoloso, ma che legittimamente soddisfatte possono mirabilmente concorrere alla forza e allo splendore della nazione».</p>
        <p>Per noi il movimento regionalista non ha pertanto carattere di semplice base di circoscrizione territoriale per un migliore assetto degli organi statali decentrati; ha una caratteristica amministrativa organica autonoma; è un'unità specifica, ragione della vita rappresentativa delle forze locali.</p>
        <p>Escludiamo subito che con queste parole si possa direttamente o indirettamente tendere alla struttura politica della regione e al sistema federalistico della nazione; dico neppure indirettamente, perché le funzioni fondamentali dello stato, politica interna, estera, finanze e tesoro, guerra, marina, colonie, giustizia, trattati commerciali, servizi generali, non possono avere che un'unica espressione popolare: il parlamento nazionale; un unico organo di attuazione: il governo dello stato; un'unica ragione fondamentale: gli interessi collettivi della nazione. Lo stato italiano è unitario, non federale, e la sua struttura non solo non viene per nulla toccata, ma viene rafforzata dalla eliminazione di quello che lo stato ha di meno appropriato, di superfluo, di accentrato nel campo della pubblica amministrazione e della economia.</p>
        <p>
          <pb n="208" />Da questa idea fondamentale sgorga naturale la conseguenza su quali oggetti dovrebbe svolgersi l'attività dell'ente regione, quale anche in embrione fu concepita da Minghetti e da Cavour, cioè anzitutto i lavori pubblici, compresi i porti, le scuole, specialmente medie e professionali, le industrie, i commerci, l'agricoltura, il lavoro, la beneficenza, l'igiene e i servizi statali che per ragione di semplificazione o perché di natura mista e locale, possono essere delegati alla regione o ad organi misti regionali in rappresentanza e nell'interesse dello stato (*)<note n="1">(*) Nel primo studio dell'ente regione, fatto dalla commissione legislativa nel 1860, prima sotto Cavour e poi sotto Minghetti, il criterio organico della regione era fissato da altro punto di partenza" il consorzio interprovinciale per gli interessi dei lavori pubblici, delle scuole superiori, del regime delle acque: e come allora le provincie facevano capo anche amministrativamente ad un prefetto, così le regioni avrebbero fatto capo ad un governatore con poteri politici; perciò tutta la materia amministrativa locale oggi centralizzata nello stato veniva distribuita alle provincie e alle regioni.</note>.</p>
        <p>Un rapido esame di tali oggetti dà chiara la visione dell'importanza e della necessità dell'ente che viene a costituirsi, e quindi ne determina anche la ragione organica e rappresentativa.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Lavori pubblici. —</hi> Lamaggior parte dei lavori pubblici, pur avendo riflesso più o meno indiretto sulla vita nazionale, hanno o importanza o caratteristica locale; meno le grandi arterie di comunicazioni stradali, ferroviarie e fluviali, meno le opere militari o demaniali, meno i grandi porti emporio internazionale e simili, per il resto basta che lo stato stabilisca i criteri direttivi dei regimi e degli sfruttamenti economici (bonifiche, acque, forze idroelettriche), controlli e integri le iniziative locali, faccia opera di tutela dell'erogazione del pubblico denaro, e prenda le iniziative di leggi speciali secondo i bisogni ordinari e straordinari e lo sviluppo dei vari servizi nel paese.</p>
        <p>Per sgombrare l'accentramento statale e attenuare le formalità burocratiche si sono prese iniziative di enti autonomi quali l'<hi rend="italic">unione edilizia</hi> che è divenuto un ente privilegiato, senza controllo politico; ovvero si vanno creando enti di stato quali gli enti stradali per le Calabrie e i nuovi enti di bonifica, gli enti <pb n="209" />portuali e simili. Il magistrato delle acque è tipico al riguardo. Sono enti troppo autonomi per il centro e troppo burocratici per la periferia, e soffrono delle due malattie. Tutte queste costruzioni fittizie dovrebbero essere soppresse e i servizi analoghi passati alle regioni.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Scuole</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Le scuole elementari, secondo il nostro programma, debbono tornare ai comuni, con le necessarie garanzie per i padri di famiglia. Le scuole universitarie debbono essere autonome e liberamente operanti; lo stato e gli enti locali, compresa la regione, debbono integrarne i mezzi e concorrere allo sviluppo e partecipare all'amministrazione di tali corpi, entro le direttive generali delle leggi. Le scuole secondarie e professionali debbono passare amministrativamente alle regioni, presso le quali dovrà esistere un organo scolastico elettivo con rappresentanza del governo, dal quale esse dipendano per la parte tecnica entro l'ámbito e le direttive delle leggi generali.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Industria e commercio</hi>. <hi rend="italic">—</hi> Una ben piccola attività è riservata in materia di commercio alle camere di commercio; tutta la vita industriale e commerciale si svolge al centro; e gli stessi organi statali decentrati, come la camera agrumaria e il consorzio zolfiero, soffrono del soffocamento centrale. Il controllo industriale e commerciale della vita del paese è confuso con una speculazione economica che grava su quel dicastero; il quale dovrebbe essere unificato con quello dell'agricoltura e del lavoro, e chiamarsi della <hi rend="italic">economia nazionale</hi>, e dovrebbe limitarsi a funzioni di statistica, di controllo, di propulsione, e trattare sul serio quello che è suo cómpito: tariffe doganali, trattati di commercio, sviluppo di forze economiche, legislazione sociale. Accanto a questo ministero della economia nazionale dovrebbe funzionare il consiglio superiore del lavoro o meglio il consiglio economico.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Agricoltura</hi>.<hi rend="italic"> —</hi> Lo stesso è da dirsi dell'agricoltura; anzi con più ragione, essendo varia e diversa per le regioni d'Italia: foreste, bacini montani, colonizzazione, propaganda, istruzione agraria, credito agrario, è tutta materia di azione regionale, come esecutiva di leggi generali, amministrativa di fondi e rappresentativa di interessi.</p>
        <p>
          <pb n="210" />
          <hi rend="italic">Lavoro</hi>. — L'organizzazione del lavoro è appena agli inizi: lo stato ha finora contenuta la sua azione entro limiti poco sviluppati; però come tendenza accentratrice ha avversato il sorgere e lo sviluppo degli uffici di lavoro provinciali e comunali, ha tenuto lontano dagli organi locali ogni ingerenza e ogni potere, quasi geloso e sempre diffidente. Invece anche a scopi statistici e per lo sviluppo e l'applicazione delle leggi sociali, l'azione locale è necessaria e deve svilupparsi di pari passo con le organizzazioni locali di carattere sindacale, cooperativo, assicurativo, previdente, mutualista. È un campo immenso di attività, che lo stato deve regolare e gli enti debbono attuare, nell'evolversi e progredire di tale nuova struttura sociale.</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Beneficenza-igiene</hi>. — Questo campo è di carattere locale e provinciale anziché regionale. Però vi sono delle grandi organizzazioni da fare, come nel campo igienico la lotta contro la malaria e quella contro la tubercolosi; nel campo della beneficenza l'assistenza agli orfani di guerra o all'infanzia abbandonata, assistenza che pur avendo i suoi sviluppi provinciali, dovrà avere un coordinamento regionale per meglio raggiungere gli scopi. All'ente regionale può essere riserbato il controllo di secondo grado sulle opere pie che oggi esercita lo stato (ministero degli interni).</p>
        <p>
          <hi rend="italic">Servizi statali delegati</hi>. — Come i comuni hanno servizi statali delegati (a cominciare dal sindaco che non solo è ufficiale di stato civile, ma nei piccoli comuni ha funzioni di pubblica sicurezza), come le provincie provvedono a determinati servizi igienici (fornitura del pus vaccinico), così alle regioni possono attribuirsi, nello sviluppo delle leggi, dei veri servizi statali: ad esempio potrebbero far parte di organi misti presso le amministrazioni dello stato, come potrebbero essere una specie di consigli misti di finanza presso le intendenze regionali (e a sperare che si sopprimano le intendenze provinciali) per quegli atti amministrativi che entro una certa cifra possono essere compiuti sul posto, senza intervento del ministero. È inutile insistere in un elenco di proposte; il sistema è vantaggioso allo stato e ai cittadini, e non è contrario alle tradizioni della nostra vita pubblica.</p>
        <p>Come dai brevi cenni fatti si vede bene, la regione risponde allo sviluppo dei servizi su accennati, quale oggi è richiesto dal ritmo delle attività collettive, dalla <pb n="211" />impostazione di nuovi problemi sociali, dalle necessità di sviluppo delle singole energie che, se sono riportate al centro, avulse dalla caratteristica e dai bisogni locali, nel quadro delle influenze politiche, creano e sviluppano ancora di più il burocraticismo formalistico, la meccanizzazione dei servizi, il procacciantismo parlamentare e la sopraffazione politica; mali che nel regime locale o vengono attenuati o vengono eliminati, come prodotto di fatto, col controllo degli organi amministrativi, nel contatto con la realtà vissuta e con gli interessi diretti e più facilmente controllati.</p>
        <p>A completare l'esposizione credo opportuno accennare in proposito allo stato di <hi rend="italic">diritto</hi> e di <hi rend="italic">fatto</hi>,trovato nelle provincie annesse riguardo alle autonomie (amministrative e legislative); anche in riferimento ai corpi tecnici esistenti.</p>
        <p>La «provincia» nella Venezia Giulia e nella Venezia Tridentina è qualche cosa di più della provincia nostra anche nei rispetti territoriali, e per la stessa sua genesi storica si avvicina molto a quella che noi chiamiamo «regione». Sostanzialmente, poi, è anche maggiore la concordanza fra la competenza delle diete provinciali e quella che noi vorremmo attribuita agli organi rappresentativi della regione. Le diete provinciali delle terre redente hanno anzitutto (patenti imperiali del 1861) una vera e propria funzione legislativa: per alcune materie (come p. es. l'agricoltura, le pubbliche costruzioni, la beneficenza) sono anzi l'unico organo legislativo, essendo esclusa ogni ingerenza del parlamento centrale. Per altre materie (come per es. gli affari comunali, la pubblica istruzione elementare, gli oggetti di culto ecc.), la competenza legislativa delle diete, pur soverchiando i limiti dei regolamenti d'esecuzione, è sussidiaria e complementare, tenuta com'è a rispettare le norme generali dettate dal parlamento. Ma in qualcuna di tali materie (come per i comuni) negli ultimi decenni il parlamento aveva ceduto ogni suo potere a favore delle diete. Quando non fosse chiaro se una materia rientrava nella competenza del parlamento centrale o delle diete provinciali, la presunzione era a favore delle diete, per disposizione espressa sancita dal parlamento di Vienna nel 1907.</p>
        <p>La «provincia» o «regione» che dir si voglia, non è, nel concetto vigente delle nuove nostre provincie, soltanto una rappresentanza e un organo di legislazione; è anche un governo e un'amministrazione, affidati alla giunta provinciale, <pb n="212" />nominata dalla dieta, presieduta dallo stesso presidente della dieta (capitano provinciale) e composta interamente di deputati alla dieta con esclusione di ogni elemento governativo. Senza toccare della sorveglianza sui comuni, divisa tra governo e giunta provinciale con prevalenza di quest'ultima, la provincia non solo deve provvedere all'amministrazione vera e propria nei campi riservati alla sua competenza, ma può dettare anche disposizioni (art. 12 della costituzione austriaca riformata con la legge 26 gennaio 1907) «sull'organamento delle autorità amministrative dello stato, le quali per la competenza della legislazione provinciale risultino necessarie all'ordinamento delle autorità amministrative autonome».</p>
        <p>La regola e che la provincia provvede ai servizi affidatile con uffici od istituti propri, direttamente o indipendentemente da ingerenze statali, al di là della sanzione sovrana delle leggi che vi provvedono. Ma non mancano le eccezioni alla regola, dettate o da particolarità politiche proprie a singole materie o da situazioni speciali di luogo. Così per l'azienda scolastica elementare, preoccupazioni politiche da una parte e finanziarie dall'altra, hanno portato ad affidarla virtualmente ad organi misti — i consigli scolastici provinciali, distrettuali e locali la cui composizione però, in parte di provenienza autonoma, in parte statale e in parte elettiva (delegati dei maestri), è pur sempre regolata solo da leggi provinciali. Così, d'altra parte, per l'agricoltura in alcune provincie (Venezia Tridentina ed Istria) la massima parte della gestione pratica fu dalle diete delegata a consigli provinciali agrari di composizione mista ma non prevalentemente governativa. Altrove invece (p. es. nella provincia di Gorizia e Gradisca) anche l'agricoltura è posta alla diretta dipendenza della giunta provinciale, con un proprio ufficio agrario. In qualche campo, come in quello delle strade non nazionali, l'esperienza dell'ultimo periodo prebellico è contro gli organi separati e misti (comitati stradali distrettuali), e la legislazione provinciale tendeva a porre le strade, che non <pb n="213" />siano di valore puramente comunale, alla diretta dipendenza di uffici della giunta provinciale.</p>
        <p>Il recente decreto-legge 31 agosto 1921 n. 1269, relativo alla sistemazione amministrativa delle nuove provincie, riconosce, seppure in via provvisoria, l'esistenza giuridica dell'ordinamento autonomistico delle provincie stesse, del quale può farsi perciò un esperimento «in atto», per ora attraverso giunte provinciali straordinarie di nomina reale, ma poi in un secondo stadio attraverso organi elettivi. Per studiare e proporre l'assetto definitivo delle nuove provincie ed in particolare — si noti la dizione molto esplicita e promettente — «per i limiti e le modalità delle autonomie <hi rend="italic">regionali</hi>,provinciali e comunali, ivi compreso l'esercizio dei <hi rend="italic">poteri legislativi</hi> spettanti alle diete provinciali», sono costituite commissioni consultive regionali (a Trento, Trieste e Zara) ed una commissione consultiva centrale presso l'ufficio centrale per le nuove provincie alla presidenza del consiglio dei ministri (R. D. 8 settembre 1921, n. 1319) (*)<note n="2"> (*) Il governo del tempo seguì il criterio di togliere qualsiasi tradizionale autonomia alle nuove provincie, estendendo le leggi vigenti nel regno per tutti gli ordinamenti provinciali e comunali. Il partito popolare italiano fu a ciò recisamente contrario.</note>.</p>
      </div>
      <div>
        <head>IV.</head>
        <p>Arrivati a questo punto ci si presentano vari problemi fondamentali, per i quali l'opinione degli studiosi, anche nel nostro campo, è divisa fra varie correnti che hanno un notevole peso; sono i problemi costituzionali e rappresentativi dell'ente regione, che io tenterò di esporre con la maggiore chiarezza e sui quali dirò la mia opinione.</p>
        <p>Il primo problema va posto così: — si deve tendere a fare della regione un ente unico, organico, rappresentativo, che adempia, con propria amministrazione, finanza e responsabilità, ai vari compiti indicati nella elencazione delle funzioni suddette; ovvero la regione rimane come circoscrizione, ragione collettiva e differenziata di vari enti o meglio organismi specifici rappresentativi, diretti o misti, per ogni singola funzione importante? Nell'attuale ordinamento <pb n="214" />delle terre redente è già, in embrione, posto e risolto il problema. Per chiarezza è meglio esemplificare: — attualmente esistono in ogni provincia camere di commercio, con rappresentanza diretta delle classi o categorie interessate e a scopi determinati; si riconosce oramai da tutti che per la circoscrizione limitata (la provincia) e per le funzioni date dallalegge, tali camere non rispondono allo scopo e dovranno esser trasformate; supposto che prevalga (com'è da augurarsi) l'organizzazione commerciale per regioni, devono tali camere essere organo specifico a sé o essere assorbite dall'organo edalla rappresentanza regionale?</p>
        <p>Altro esempio ancora: — Il nostro partito ha sostenuto anche con larga ripercussione nel paese, e poi con un progetto speciale del gruppo parlamentare, la costituzione rappresentativa e organica delle camere regionali di agricoltura; — debbono queste camere coesistere nella regione come quelle di commercio, ovvero la loro funzione dovrà essere riunita alle altre in un'unica rappresentanza organica della regione? Lo stesso è a dirsi per esempio del magistrato delle acque nel Veneto, dei consorzi ed enti portuali, degli enti per lavori pubblici a carattere locale decentrato, dei consigli scolastici per regione, delle commissioni per la disoccupazione, degli enti per le assicurazioni e previdenze sociali, delle future rappresentanze locali delle classi lavoratrici e così via. In sostanza, si deve arrivare ad una sintesi regionale rappresentativa, ovvero ad una serie di organismi ed enti a contenuto specializzato di categoria e quasi classista?</p>
        <p>Alcuni preferiscono il secondo al primo sistema, anzitutto per una ragione politica; creando una serie di organismi regionali specializzati non si crea l'ente regione come vera rappresentanza collettiva, che possa rappresentare democraticamente gli interessi locali; ma invece questi interessi vengono ad essere frazionati e svuotati di ogni contenuto politico, e resi nella semplice espressione di classe o categoria o specialità. In questo secondo caso, per evidenti ragioni di costruzione giuridica, per il coordinamento politico statale, e per un correttivo di tendenze particolaristiche che potrebbero prevalere su altri legittimi <pb n="215" />interessi, tali organismi non dovrebbero avere origine elettorale diretta, o anche rappresentanza di secondo grado, ma carattere misto statale e locale.</p>
        <p>Al motivo organico-politico, che per me è in antitesi con l'idea dell'ente regione, si aggiungono i motivi sostenuti da quelli che reputano solo gli organismi specializzati costituire rappresentanza diretta di interessi reali, e quindi rispondere allo scopo; e che per la costruzione dello stato democratico, quale oggi e concepito e quale è nel fatto, credono che ad ogni specializzazione di servizi debba corrispondere un organismo speciale; così si sono moltiplicati i dicasteri, le direzioni generali, le divisioni, con nuovi corpi consultivi, commissioni permanenti, giunte tecniche, e chi più ne ha più ne metta, con un crescendo tale, che sovente manca la competenza ove si credeva di insediarvela; perché la realtà non è divisibile in categorie, le interferenze delle cause creano il complesso reale della vita, e la tutela degli interessi collettivi viene turbata dalla vivisezione dei così detti interessi specifici e di classe.</p>
        <p>Non è possibile valutare esclusivamente l'interesse degli agricoltori, senza metterlo in correlazione con quello dei consumatori; non è possibile dar corso agli interessi degli industriali, senza valutare il contraccolpo che ne viene agli agricoltori; non è possibile isolare l'interesse dei lavoratori, senza controbilanciarlo con quello dei datori di lavoro. La scuola non può essere solamente dei tecnici, vi è l'interesse dei padri di famiglia e l'interesse collettivo della società; e così di seguito, in un nesso organico, per cui la semplicizzazione analitica minaccia di svuotare di contenuto l'organizzazione di primo grado, intralciata nelle spire di un ulteriore organismo coordinatore e potestativo che in sostanza sarà il ministro competente o altro organo statale.</p>
        <p>Ne verrebbe quindi, anche senza volerlo, come conseguenza di un'organizzazione regionale analitica, la necessità di un governatore, con un suo corpo consultivo, emanazione dello stato, che costituirebbe la forza connettiva politica e l'organo sintetico del nuovo decentramento: il quale verrebbe costretto in linee particolari, e oppresso dai limiti di competenza, e tormentato dalla tendenza di sopraffazione e di invasione nel campo misto di attività, dove i lavori pubblici diventerebbero interesse <pb n="216" />dei lavoratori disoccupati, l'agricoltura servirebbe all'industria, la cooperativa alla speculazione commerciale, e la scuola non sarebbe altro che un semplice avviamento all'impiego.</p>
        <p>* * *</p>
        <p>Riconosco valida l'obiezione che mi viene fatta come conseguenza di questa mia critica: vuoi allora sopprimere o comprimere o correggere la tendenza moderna dei corpi speciali e delle organizzazioni di interessi, cioè dei grandi sindacati? E non si va forse così a gran passi verso il parlamento economico anche in Italia?</p>
        <p>La domanda merita subito una risposta chiara e precisa: — premetto che, secondo me, nell'esame di questo problema, come nell'esame del problema della ricostruzione organica dello stato, si fa confusione tra le caratteristiche e le funzioni dell'organo sintetico che e politico — nel quale come in una camera di compensazione si coordinano gli interessi specifici per una visione reale e simultanea degli interessi generali, della loro immediatezza, della loro maggiore o minore importanza, della così detta gerarchia dei valori — e le caratteristiche e le funzioni degli organi speciali o particolari, che non dovrebbero essere puramente consultivi o emanazione, come oggi, dell'organo politico (parlamento) o dell'organo esecutivo (governo), ma dovrebbero essere emanazione diretta degli interessati ed avere cómpiti limitati all'ámbito delle proprie ragioni prevalentemente di carattere tecnico.</p>
        <p>Così si può concepire una camera economica quale corpo consultivo permanente e sintetico di tutti gli interessi economici, come verrebbe ad essere il futuro <hi rend="italic">consiglio superiore del lavoro</hi> o meglio <hi rend="italic">consiglio superiore dell'economia nazionale</hi>,essendovi in esso le rappresentanze paritetiche o quasi di tutta l'economia produttiva del paese; e nessuno nega che tale corpo abbia anche mansioni tecniche e regolamentari, ovvero di prescrizione legislativa su deliberazioni parlamentari di massima. Si può anche concepire (in sostituzione e non in aggiunta) un senato elettivo a base amministrativa ed economica, che legiferi di pari grado con la camera dei deputati; non si possono <pb n="217" />concepire corpi amministrativi locali specializzati, senza spezzare l'unità reale della vita e senza che divengano o enti rachitici, organi impacciati, forze avulse dalla realtà, oppure forze guidate a scopi sovvertitori dell'ordinamento politico.</p>
        <p>Per questo io sostengo che la regione da far sorgere deve essere sana, valida, completa, e quindi con la caratteristica fondamentale di ente <hi rend="italic">elettivo-rappresentativo</hi>,<hi rend="italic"> autonomo-autarchico</hi>,<hi rend="italic"> amministrativo-legislativo</hi>,sommando in sé stessa tutti gli interessi collettivi locali dentro i limiti del proprio territorio. Chiarisco le parole in corsivo: ente <hi rend="italic">elettivo-rappresentativo</hi>,perché non sia formato tramite elezioni di secondo grado di enti locali, né per via di nomina statale, ma in base a elettorato diretto, a suffragio universale, comprese le donne, e a sistema proporzionale; ente <hi rend="italic">autonomo-autarchico</hi>,perché esso in base alla sua legge costitutiva governi veramente, e da tale legge derivi il suo carattere; non sia quindi un ente statale, con poteri delegati che abbia per capo un governatore; ente <hi rend="italic">amministrativo-legislativo</hi>,che abbia finanza propria, con facoltà di imporre tributi; che amministri tali fondi con legge di bilancio; che, nel complesso della sua attività specifica, statuisca leggi e approvi regolamenti tali da avere vigore nell'ámbito del proprio territorio. Non nego, con ciò, il possibile intervento statale; quale esso debba essere, vedremo più innanzi.</p>
        <p>Ad eliminare l'inconveniente per cui in questo ente con funzione prevalentemente economica (agricoltura, industria, commercio, lavoro) mancherebbero la legittima rappresentanza delle classi interessate e la voce specializzata dei tecnici, si possono seguire due vie: la prima è quella di costituire corpi speciali consultivi etecnici, a elezione mista dei sindacati (e per le scuole dei vari corpi interessati) presso il consiglio regionale; così attorno all'ente regione potrebbero sorgere il corpo agrario, il corpo del lavoro, il corpo della scuola e via via, in modo che gli interessi sindacali e tecnici acquistino figura e ragione diretta e la parte amministrativa e direttiva e coordinatrice rimanga nel consiglio e nelle giunte regionali.</p>
        <p>La seconda via e quella delle rappresentanze sindacali dirette e autonome, che avrebbero voce nel consiglio e nella giunta regionale, quando si trattassero questioni di carattere speciale e di interesse diretto; e parteciperebbero parzialmente <pb n="218" />alle nomine delle commissioni speciali, arbitrali, tecniche e permanenti o temporanee.</p>
        <p>L'una e l'altra via dovrebbero essere in pratica adottate secondo lo sviluppo e l'attività nelle varie regioni.</p>
        <p>Riassumendo riduco alla più semplice espressione le due tendenze:</p>
        <p>gli organi regionali specializzati autonomi come corpi misti non possono essere veri enti autarchici amministrativi, e quindi cadrebbero nell'ingranaggio governativo; </p>
        <p>l'organo centrale regionale rappresentativo deve avere poteri amministrativi e carattere rappresentativo, sviluppando, con le rappresentanze consultive specializzate, la sua funzione economica e sociale.</p>
        <p>Io scelgo questa soluzione che crea la regione, e la crea, senza disintegrarla, come un ente robusto, sano, come rappresentanza dei più importanti interessi locali.</p>
        <p>* * *</p>
        <p>Quale la finanza di tale ente? Sarà una finanza rispondente all'attuale costruzione della finanza locale, ovvero sarà una finanza <hi rend="italic">autonoma</hi>?Anzitutto intendiamoci bene sulla portata della parola <hi rend="italic">autonoma</hi>, applicata alla<hi rend="italic"> finanza</hi>; si trattacioè di dare ad un ente la facoltà di fare delle leggi tributarie di sua propria competenza e con propri criteri, al di fuori del ritmo della finanza generale e senza obbligo di osservare le prescrizioni e i limiti legali. Oggi nessuno può concepire in tal senso una finanza <hi rend="italic">autonoma</hi>,che potrebbe degenerare in una finanza <hi rend="italic">anarchica</hi>; oggi anche i più irriducibili comunalisti ed autonomisti accettano la tesi della <hi rend="italic">finanza locale coordinata</hi>,perché la pressione tributaria sia omogenea e proporzionata e non vi siano interferenze che isteriliscano alcuna categoria di tributi. Fissata così la caratteristica, io non esito a dire che debba essere la finanza regionale <hi rend="italic">coordinata</hi>;però non basta avere dei cespiti prestabiliti da leggi, entro il cui ámbito si possa svolgere l'attività tributaria della regione; ad essa dovrebbero essere devoluti quei fondi che oggi lo stato amministra a mezzo dei vari ministeri <pb n="219" />dei lavori pubblici, lavoro, agricoltura, industria e commercio e istruzione, a scopi specifici locali; purché, come vengono date alle regioni le funzioni oggi attribuite ai vari dicasteri, così verrebbe ad essere attribuito il relativo normale bilancio di spesa, sotto forma di concorso ordinario e straordinario.</p>
        <p>E qui cade opportuno accennare alle funzioni e competenze statali in ordine alle regioni, per completare il quadro della costruzione del nuovo ente. È chiaro anzitutto come una funzione coordinatrice delle attività speciali delle regioni spetti ai vari dicasteri specifici; dico <hi rend="italic">coordinatrice</hi>, sianei rapporti fra varie regioni tra di loro, sia nella distribuzione e assegnazione a ciascuna regione di fondi speciali (agricoltura, istruzione, lavori pubblici e così via), sia per la parte reclami in seconda istanza per le materie nelle quali la legge stabilisce un intervento statale; oltre, s'intende, a quanto dà luogo ad azione contenziosa o giurisdizionale, per le quali restano ferme le attuali leggi vigenti, salvo una revisione per migliorare gli istituti stessi, cosa che non ha diretta connessione con la riforma regionale.</p>
        <p>Altra competenza dello stato o meglio di un corpo misto speciale, con prevalenza statale, è quella del controllo contabile preventivo e consuntivo. Come i ministeri sono soggetti al controllo consuntivo politico del parlamento e al controllo consuntivo contabile della corte dei conti, così la giunta regionale sarà soggetta al controllo amministrativo del consiglio regionale e a quello contabile di una corte mista di rappresentanza statale e regionale. Si crede opportuno che sia <hi rend="italic">mista</hi> perché la regione, sia per sé, sia per gli organi speciali da essa amministrati, ottiene fondi dal governo o in concorso o in rimborso, ovvero in anticipazione; deve quindi lo stato partecipare al controllo contabile dell'ente.</p>
        <p>Ogni altra ingerenza amministrativa o politica dello stato resta esclusa dalla natura autonoma dell'ente regione, anche per non ripetere gli errori del passato che hanno turbato profondamente, con l'inframmettenza politica del governo centrale, il libero regime degli enti locali.</p>
        <p>Mi sembra di avere così completato il quadro costruttivo del nuovo ente; non credo opportuno entrare nel dettaglio delle cariche interne presidente, giunta, deputati) e delle competenze <pb n="220" />del consiglio e dei corpi speciali. Quello che ne consegue risponde alla natura organica, autonoma, amministrativa sopra descritta.</p>
      </div>
      <div>
        <head>V.</head>
        <p>Una precisa domanda mi verrà fatta subito: che cosa fare della provincia? Deve sopravvivere alla regione? E con quali caratteristiche amministrative e politiche? La questione può essere studiata da vari lati; la parola provincia, oltre che un ente autonomo, indica una circoscrizione politica con a capo il prefetto; non vi è dubbio che tale circoscrizione, insieme alla funzione del prefetto e alle funzioni politiche inerenti, deve rimanere; come si esclude un governatore capo politico di una regione, si esclude anche che la funzione del prefetto venga instaurata nelle sedi regionali, sopprimendola nelle attuali provincie.</p>
        <p>Oltre che ragioni di ordine pubblico, ciò è consigliato dal fatto che il governo centrale deve avere il contatto con tutto il paese, il che non potrebbe essere fatto con una enorme riduzione di prefetture e un ampliamento esagerato delle circoscrizioni. Certo, sia alle competenze amministrative e di controllo dei prefetti e degli organi di prefettura, sia alle stesse circoscrizioni provinciali, occorre dare un assetto più rispondente e più armonico con il nuovo indirizzo ed i reali bisogni della vita locale, ma una riduzione di prefetture non è consigliabile.</p>
        <p>Sgombrato così il terreno da una questione non direttamente connessa al tema, occorre esaminare se l'ente provincia possa continuare a sussistere e con quali caratteristiche funzionali e rappresentative. Premesso che alcune regioni per la loro estensione o si confondono con la provincia (Basilicata, Lazio, Umbria, Trentino, Istria), ovvero sono tali nello spirito e negli interessi da potersi facilmente confondere, per cui il passaggio alla regione dei più importanti servizi oggi di carattere provinciale (strade, brefotrofi e manicomi) avverrebbe come naturale sviluppo della nuova competenza; è da osservare che non dappertutto può essere uguale l'interesse o l'utilità del passaggio di questi e di molti altri servizi facoltativi assunti dalle provincie, come gestioni di consorzi di consumo, tranvie interurbane e così <pb n="221" />via. Occorre perciò che venga stabilito un coordinamento organico fra i servizi per i quali si riconosca l'utilità di una gestione provinciale, e la regione, che avrà facoltà di stabilirne i limiti e il coordinamento, con cautele e garanzie rispondenti al carattere autonomo degli enti provinciali. Però questa parte di servizi che di fatto o dovranno passare alla regione o dovranno dalla regione stessa essere coordinati, non possono formare la ragione di essere della provincia, che anche oggi soffre dello svuotamento di una reale funzione amministrativa e politica, rimanendo spesso come organo di secondo grado per le nomine di una cinquantina di giunte, commissioni, comitati e consigli, i quali si annidano, più o meno come inerti organi del prepotere politico, nelle prefetture. Di questi organi quattro veramente sono vitali e importanti: la giunta provinciale amministrativa, il consiglio provinciale scolastico, la commissione provinciale di beneficenza e la commissione provinciale dei tributi diretti.</p>
        <p>Ma ben altre funzioni dovrebbero essere demandate all'ente provincia, rispondenti a necessità organiche della vita locale. In primo luogo, l'organizzazione e la rappresentanza (diretta o indiretta) di quanto nel campo della cooperazione, delle assicurazioni sociali, della previdenza, della beneficenza, del lavoro, dell'agricoltura viene creato come organo tecnico o arbitramentale o di propulsione o di propaganda attualmente presso le prefetture e le intendenze di finanza o come organi autonomi di enti centrali, da passarsi, come abbiamo detto, alle regioni, dovrebbero trovare nelle provincie un mezzo di decentramento locale adatto a funzioni amministrative permanenti e a dare naturale sviluppo a quanto corrisponde agli interessi collettivi, senza le preoccupazioni politiche o burocratiche, di prefetture o di intendenze. E anche quando, nei vari corpi tecnici e consultivi da creare, occorra la rappresentanza del governo o di enti statali o semistatali, l'ente provincia è molto più adatto della prefettura a dare a tale corpo carattere amministrativo non politico.</p>
        <p>Altra funzione però ancora più importante deve riservarsi all'ente provincia come propria caratteristica organica, quella della rappresentanza permanente degli interessi comunali, sia <pb n="222" />sotto forma di consorzio generale (per acquisti, per formazioni d'impresa, per gestioni di strade intercomunali, per uffici tecnici e legali), sia sotto forma di consorzi speciali temporanei o permanenti per servizi limitati ad alcuni comuni.</p>
        <p>Il grave problema dei consorzi intercomunali oggi affatica molto la nostra vita amministrativa; sia per l'enorme numero dei piccoli comuni, a cui è gloria e orgoglio la loro tradizionale e forse anche storica autonomia; sia per l'aumento dei costi dei servizi pubblici, che per le perequazioni a cui tendono tutti gli impiegati, non possono essere più assolutamente sopportati dalle limitate finanze locali; sia per l'ampliamento del ritmo della vita collettiva, la facilità delle comunicazioni, lo spostamento demografico, il contatto dei comuni fra di loro, tramite l'utile e già formato collegamento nel capoluogo della provincia (meno in alcune circoscrizioni da doversi rivedere). Per tutte queste ragioni riesce naturale una specie di rappresentanza giuridica consorziale dei comuni, con una facile e automatica formazione di giunte consorziali, per luogo o per oggetti, come un prodotto naturale, di un organo effettivo permanente. È tipico il caso del consorzio dei comuni del Trentino per una cassa o banca collettiva, e il tentativo per lo sfruttamento delle forze idriche, tentato in vari comuni delle terre redente. La tendenza è legittima e organica assieme.</p>
        <p>Stabilito questo complesso di funzioni e il tipo dell'organo, è facile arrivare alla sua trasformazione, cioè sostituirlo come espressione permanente dei comuni, anche nella sua ragione elettorale: rappresentanza di secondo grado nominata dai comuni (con criteri proporzionali da stabilirsi) come consorzio permanente di interessi collettivi dei comuni. Il corpo elettorale avrebbe così una espressione diretta locale, l'elezione del consiglio comunale; — una espressione diretta di interessi più ampi nel campo regionale, le elezioni del consiglio regionale; — come organo intermedio, espressione sempre elettorale e organica ma di secondo grado, la rappresentanza provinciale dei comuni quale consorzio permanente. Questo consorzio avrebbe funzioni proprie autonome, quelle di interesse comunale; funzioni attribuite coordinate con l'attività delle regioni (per il naturale decentramento) e transitoriamente le attuali funzioni provinciali nel <pb n="223" />periodo di trasformazione o di consolidamento; infine funzioni elettive e rappresentative degli organi giurisdizionali, di tutela o di amministrazione, le quali debbono sussistere non più presso le prefetture come espressione politica, ma nella stessa provincia, sia pure con la congrua rappresentanza del potere centrale.</p>
        <p>Così io concepisco la provincia nel nuovo regime regionalistico e nel tentativo di organizzare con un carattere nuovo le forze locali.</p>
      </div>
      <div>
        <head>VI.</head>
        <p>Dalle proposte da me illustrate circa la regione e la provincia, balza netto il piano delle autonomie locali, che da venticinque anni vado sostenendo, e per il quale vado battagliando, come per un'alta missione. I criteri fondamentali, che in gran parte sono stati accettati dalla commissione reale per la riforma dei comuni e delle provincie, sono i seguenti:</p>
        <p>1) abolizione del controllo preventivo di vigilanza, e intervento dell'autorità politica nel caso di reclami per violazione di legge; </p>
        <p>2) riduzione delle tutele, in base ad una regolare classifica dei comuni, ai soli atti che impegnano straordinariamente le finanze comunali o che ne alterano il patrimonio o che possono gravare tributariamente; </p>
        <p>3) assegnazione di tale tutela ad organi tecnici misti al di fuori di ogni ingerenza politica; </p>
        <p>4) assegnazione ai consigli di prefettura, con una rappresentanza elettiva, del solo controllo contabile dei consuntivi e degli accertamenti di eventuali responsabilità di amministratori o di impiegati; e in via consultiva di questioni speciali secondo la classifica dei comuni;</p>
        <p>5) estensione alla provincia, ai consorzi intercomunali, e alle regioni solamente del diritto dello stato di intervenire sui reclami per violazione di legge e di esercitare il controllo contabile sui consuntivi.</p>
        <p>
          <pb n="224" />Il progetto di modifica alla legge comunale in questo senso da me redatto, fu approvato in linea di massima dalla sottocommissione reale il 12 agosto u. s.</p>
        <p>Così il principio di autonomia è corretto dal principio di classifica dei comuni e dal principio delle responsabilità amministrative e contabili, ed ha tutta la sua ampiezza nel ritmo della vita locale.</p>
        <p>La questione principale che si connette coll'autonomia degli enti locali è quella finanziaria; fino a che si ha una finanza in costante deficit, senza elasticità, senza criteri organici, infarcita di concorsi, di rimborsi, non si può pretendere una vera autonomia. Perciò, il più importante studio della commissione reale è stato quello di redigere il progetto sulla riforma dei tributi locali, sulla base dei seguenti criteri:</p>
        <p>1) riordinamento delle sovraimposte sui redditi dei terreni e dei fabbricati;</p>
        <p>2) compartecipazione delle provincie al gettito dell'imposta complementare di stato e abolizione delle tasse comunali o focatico, valore locativo e vani goduti;</p>
        <p>3) istituzione a favore dei comuni di un'imposta generale sulla spesa con carattere indiziario ed a larga base e abolizione delle imposte speciali che ora colpiscono indici di agiatezza, cioè: valore locativo dell'abitazione, vetture e domestici, cavalli da sella e da tiro, pianoforti, bigliardi e simili;</p>
        <p>4) istituzione di un'imposta comunale con sovrimposizione a favore delle provincie sui redditi delle industrie, commerci e professioni; abolizione della tassa di esercizio e rivendita; </p>
        <p>5) modificazione dell'imposta di soggiorno, ampliando le sue basi di applicazione; </p>
        <p>6) istituzione a favore dei comuni di un'imposta ad alta aliquota sul consumo delle bevande alcooliche e abolizione della corrispondente tassa di licenza; </p>
        <p>istituzione di contributi di miglioria obbligatori a favore dei comuni e delle provincie per devolvere a loro vantaggio il <hi rend="italic">plus</hi> valore di beni stabili dipendenti dalla esecuzione <pb n="225" />di opere pubbliche e abolizione dell'imposta comunale sulle aree edificabili;</p>
        <p>7) concorso obbligatorio dei proprietari di beni stabili alla esecuzione di determinate opere pubbliche; </p>
        <p>8) istituzione di speciali contributi a favore dei comuni e delle provincie a carico di coloro che più intensamente fruiscono di determinati servizi pubblici;</p>
        <p>9) passaggio a favore dei comuni delle imposte sui pubblici spettacoli di ogni specie con diritto ed applicazione di aliquote accentuatamente progressive. Passaggio ai comuni della tassa di bollo sui biglietti delle tramvie urbane; </p>
        <p>10) cessione definitiva a favore dei comuni di tutti i dazi interni di consumo di spettanza dello stato; </p>
        <p>11) compartecipazione dei comuni al gettito della nuova imposta sul vino.</p>
        <p>Il progetto accettato dal ministro Facta che promise di portarlo presto alla camera, e oggi nelle mani del suo successore; spero arrivi sano e salvo in porto, senza i soliti ritocchi delle persone incompetenti (*)<note n="3"> (*) Il ministro Soleri fece proprio il progetto e lo presentò alla camera. Il ministro Bertone attuò la cessione dei dazi di consumo ai comuni. Altri provvedimenti speciali dati per decreto erano stati elaborati in armonia con tale progetto.</note>.</p>
        <p>Altra questione fondamentale dell'autonomia locale è quella delle competenze, ossia degli oggetti sui quali può svilupparsi l'attività degli enti locali. All'uopo gli accenni fatti in questa relazione sulla competenza della regione e della provincia, danno il chiaro quadro delle attività, che sono e debbono essere funzioni locali, e non più funzioni di stato. Su questa questione occorre anzitutto avere un criterio negativo, non mettere barriere troppo rigide, né elencazione di oggetti troppo dettagliata; la vita è dinamismo, lo sviluppo delle attività collettive segue o precede lo stimolo dei bisogni; un servizio sorto localmente può divenire di ragione generale, e altro creduto generale può localizzarsi. Così si creano i contatti e le specificazioni e si <pb n="226" />determina la vita. Per questo la commissione reale suddetta accettò la tesi dei comunalisti di togliere la barriera di spese obbligatorie e facoltative, e invece distinguere i servizi in necessari e complementari, lasciando la facoltà di giudizio di tale classifica, comune per comune e provincia per provincia, ai singoli consigli. Sarà per esempio <hi rend="italic">necessaria</hi> la spesa per la lotta contro la pellagra o la malaria là ove ancora vi sono queste malattie, e sarà complementare in altri posti ove non vi è che qualche caso sporadico.</p>
        <p>Precisati così i criteri e i limiti dell'autonomia locale, tutte le altre questioni speciali hanno il loro inquadramento e la loro soluzione in base a queste direttive.</p>
        <p>* * *</p>
        <p>Potrà sembrare a qualcuno che nella soluzione del problema locale (comuni, provincie, regioni), non si sia tenuto sufficientemente conto di uno dei nostri postulati organici, cioè: il riconoscimento giuridico delle classi, la loro rappresentanza e il loro coordinamento nella vita locale e generale del paese.</p>
        <p>Nel discutere se l'ente regione debba essere un organo unitario sintetico (e quindi politico nel senso originario e tipico della parola) ovvero una circoscrizione per enti specifici a tendenza o a tipo classista o almeno sotto l'aspetto di rappresentanza di interessi, ho già dato la chiave per la soluzione del problema, nel senso di aver fissata la linea di massima che arriva al consiglio economico al centro, e alla periferia a corpi speciali rappresentativi nell'unità regionale; ed ho aggiunto, accennando alle funzioni provinciali, che gli organi del lavoro, della cooperazione e della mutualità, che oggi hanno una vita stentata, assiderati anche dal prevalente carattere statale, debbono nella loro rappresentanza, diretta o mista, trovare nelle provincie il coordinamento, lo sviluppo e la sede.</p>
        <p>Non è questa, e non poteva esserlo, una vera organizzazione per classi, sia perché oggi manca il substrato giuridico: la classe come organo vivente, né si può improvvisare; sia perché non può riportarsi la classe al semplice campo chiuso della vecchia corporazione, per la struttura varia, molteplice, a ritmo accelerato dell'economia moderna; sia infine perché tutta la <pb n="227" />costruzione attuale del movimento sociale s'impernia sopra tre caratteristiche: sindacale, cooperativa e assicurativa, il che crea una rete di grandi interessi collettivi, che superano la pura classe e tendono verso il «solidarismo».</p>
        <p>In questo stato di formazione e di sviluppo, la tendenza più sana è quella di non fissare le forze economiche vaganti contraddicentisi, in lotta di concorrenza (anche sotto l'aspetto politico) nei propri organismi autonomi e tecnici e nella loro caratteristica specializzata; ma dare a tali forze, attraverso rappresentanze locali, provinciali, regionali e nazionali, armonizzate con gli organi sintetici di politica locale o nazionale (comune, provincia, regione, stato), la voce necessaria affinché classi e interessi possano farsi valere, senza prevalere, ed abbiano veste propria libera e diretta, senza ricorrere a menzogne di rappresentanze burocratiche o a intrighi politici di corridoi e di gabinetti.</p>
        <p>Con questi criteri si può validamente affrontare l'ultima e la più grave difficoltà che si oppone alla costituzione della regione, non tanto come ente rappresentativo locale di peculiari interessi, ma come ente che sostituisce localmente le varie amministrazioni statali di carattere economico, quali lavori pubblici, agricoltura, industria, commercio e lavoro. Si dice che proprio quando la tendenza nel campo della vita economica è centralizzatrice, e si procede per organizzazioni che chiamo a linea <hi rend="italic">verticale</hi>,a grandi sindacati specializzati, a grandi <hi rend="italic">trusts</hi> industriali ecommerciali, e quando perfino l'agricoltura, tipicamente locale, assurge a grande organismo unitario, con confederazioni e banche, e gli interessi dei lavoratori tendono ad un livellamento unico di salari, di tipi di contratti, di sistemazione rappresentativa e giuridica, e quando si è lavorato indefessamente a svuotare gli enti locali, comune e provincia, di ogni competenza od ingerenza nello sviluppo di tali attività, lasciando ad essi solo le beghe e le lotte elettorali e l'obbligo di mettere tasse e pagare stipendi; si vuole invece con un colpo secco mutare rotta stabilendo o promuovendo un'organizzazione che chiamiamo a linea <hi rend="italic">orizzontale</hi>,che interrompe per regioni e per provincie la costruzione unitaria e crea organi diretti e locali dell'amministrazione pubblica del paese.</p>
        <p>
          <pb n="228" />È chiaro che l'audacia del progetto sta proprio in questo: far passare i contatti dei grandi sindacati, dei grandi <hi rend="italic">trusts</hi>,dei grandi consorzi, attraverso rappresentanze pubbliche e organi diretti degli interessi locali, perché venga corretta la tendenza dell'annidamento di una serie di grandi e piccole speculazioni nello stato, e venga superata la tendenza di fare dello stato un ente economico; si guidi perciò e si controlli l'azione di queste grandi forze economiche e sindacali in un equilibrio di organismi e di interessi, che abbiano la diretta responsabilità morale e politica verso le masse elettorali rappresentate. Questa funzione di equilibrio, di organicità, di controllo oggi manca e deve crearsi. Né è a temere che queste grandi forze trovino ostacolo nel loro naturale sviluppo; al contrario, si avrà maggiore sviluppo quando da un lato lo stato rinunzia a fare il commerciante, l'industriale, l'agricoltore e a impacciare con l'intrusione burocratica la libera economia, quando gli organi decentrati sono mantenuti nei limiti di rappresentanza e amministrazione degli interessi pubblici locali, e i corpi tecnici ed economici mantengono la loro caratteristica di rappresentanze di interessi e di classi coordinate insieme. Pertanto è cómpito e dovere del partito popolare italiano affrontare questa nuova battaglia nell'interesse reale della vita organica e dello sviluppo economico e morale della nostra nazione.</p>
        <p>Ho detto anche sviluppo <hi rend="italic">morale</hi>, perché il decentramento amministrativo e l'autonomia locale saranno causa ed occasione dello sviluppo degli ingegni, delle personalità, delle energie libere locali, quali oggi non si può avere, perché la vita è centralizzata, burocratizzata, meccanizzata. Le leggi di razza non si superano; noi siamo un popolo che ha avuto la sua caratteristica storica, sempre identica, nella quale hanno primeggiato la personalità e la genialità; i nostri comuni erano «stati», le nostre glorie sono in ogni angolo d'Italia, le nostre zolle hanno tutte una storia pari in grandezza con la storia dei grandi stati e dei grandi imperi. Questo esercizio di virtù, di forza, di attività, di genio non può essere ridotto ad unico centro assoluto, a poche città d'industria e di politica; deve trovare il suo sforzo, la sua energia dappertutto, anche attraverso lotte di parte e gelosie di capi, e deve poter foggiare un italiano che vive una sua vita <pb n="229" />senza aspettare tutto dal governo, come i clienti del patrizio romano che a migliaia affollavano gli atri degli immensi palagi.</p>
        <p>Deve essere ridotta a vera funzione politica e legislativa quella del deputato, e non considerare costui come un agente di favori che devono piovere dal centro fino all'ultimo angolo della terra italiana, attraverso le letterine di gabinetto che cominciano con il <hi rend="italic">son lieto</hi> ovvero il <hi rend="italic">sono dolente</hi>. Questo mercimonio di favori, questa speculazione parassitaria, questo affarismo economico statale, dovuto ad una forte centralizzazione di una infinità di interessi pubblici e privati, che paralizza lo stesso stato, deve pur ricevere un colpo reciso in nome di quella <hi rend="italic">libertà</hi> che è il motto del nostro partito.</p>
        <p>Ho fede che la nostra campagna, presto o tardi avrà un esito favorevole. Purtroppo vi sono gli scettici e i dubbiosi; vorrei che anche essi avessero fede nella bontà del programma di decentramento organico e lo affrontassero in pieno; e sono lieto che gli amici delle terre redente siano venuti a noi col proposito di difendere ad ogni costo e con tutte le forze le autonomie delle loro regioni. Mando l'augurio più fervido che essi trionfino della burocrazia livellatrice, del pregiudizio unitario e della speculazione patriottica, armati contro le loro autonomie. Il partito popolare italiano è pronto alla battaglia.</p>
        <p>***</p>
        <p>Ecco l'ordine del giorno che presento all'assemblea come riassunto della relazione:</p>
        <p>«<hi rend="italic">Il terzo congresso nazionale del partito popolare italiano</hi>, preso atto della relazione,</p>
        <p>«<hi rend="italic">ritiene</hi> che a risolvere l'attuale crisi organica dello stato e ad assicurare il più forte sviluppo nelle attività nazionali che ad esso competono in politica interna ed estera, in finanza, nella legislazione e nell'organizzazione della difesa e della giustizia, sia necessario procedere alla smobilitazione di quanto nel campo dell'amministrazione e della economia è stato centralizzato con sovrastrutture burocratiche statali e semistatali, spesso senza sufficienti controlli e senza possibilità di effettiva responsabilità politica del governo; — che pertanto s'imponga non solo la <pb n="230" />semplificazione dei servizi statali, col decentramento burocratico, ma una vera riforma organica degli enti locali che dia ai comuni e alle provincie l'autonomia rispondente alle loro funzioni; crei le regioni come enti elettivi-rappresentativi, autonomi-autarchici, amministrativi-legislativi degli interessi circoscritti al proprio territorio, nel campo dei lavori pubblici, dell'agricoltura, industria, commercio e lavoro, della scuola e dell'assistenza sociale, beneficenza e igiene; — che a tali enti regionali debba coordinarsi, con sufficiente autonomia tecnica e rispondenza rappresentativa, quel movimento sindacale cooperativo e mutualista, che forma il substrato dello sviluppo sociale moderno, e che non può essere avulso dalle attività della vita regionale e provinciale; — che tali enti regionali siano organi centrali di coordinamento dell'attività provinciale nel campo amministrativo e mezzi normali di decentramento dell'attività statale per quella parte nella quale possano collaborare organi e rappresentanze elettive; — e che l'attività provinciale si colleghi con quella comunale sul tipo di consorzi permanenti dei comuni con rappresentanza di secondo grado delle attività locali;</p>
        <p>«<hi rend="italic">delibera</hi> di dare larga diffusione a questi cardini di riforma organica e preparare all'uopo un'azione generale di studio e di propaganda;</p>
        <p>«<hi rend="italic">approva</hi> le ripetute affermazioni fatte alla camera dei deputati dal gruppo popolare su tali problemi e gli atteggiamenti assunti verso l'istituzione della regione;</p>
        <p>«<hi rend="italic">invita</hi> lo stesso gruppo: 1) a far opera perché il governo mantenga gli impegni di presentare un progetto sulla regione, e, se del caso, a presentare anche altro progetto d'iniziativa parlamentare, perché il problema venga posto in termini concreti e definiti; 2) a coordinare a tale fine il proprio atteggiamento nella discussione delle leggi in corso di esame (camere regionali di agricoltura; consiglio superiore del lavoro) altre già elaborate (riforma della finanza locale) o proposte (riforma delle camere di commercio), in modo da non pregiudicare il concetto fondamentale organico dell'ente regione, anzi da realizzarne i criteri direttivi; 3) a interessarsi perché sia concretizzato in effettivi provvedimenti organici, in rispondenza ai nostri criteri <pb n="231" />programmatici, l'art. 1° della legge 13 agosto 1921, n. 1030 dove è stato stabilito di «attuare un largo decentramento amministrativo con maggiore autonomia degli enti locali»;</p>
        <p>«<hi rend="italic">stabilisce</hi> di difendere contro tutti gli attacchi e tutte le insidie le autonomie regionali, provinciali e comunali delle terre redente». (*)<note n="4"> (*) Molte delle idee e delle proposte contenute in questa redazione han trovato pratica formulazione legislativa e attuazione pratica nella costituzione del 1947 e negli statuti regionali delle quattro regioni a statuto speciale. (N. d. A.)</note></p>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>