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        <title>Don Sturzo</title>
        <author>Murri, Romolo</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Murri, Dalla Democrazia Cristiana al Partito Popolare Italiano, Firenze, Battistelli, 1920, 145-154. <date when="1920">1920</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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        <pb n="146" />{{147}}Nel gennaio 1898 avevo iniziato la pubblicazione della <hi rend="italic">Cultura sociale.</hi> Avevano promesso di collaborare, e collaborarono infatti, A. Mauri, G. Micheli, A. Boggiano, P. Mattei-Gentili ed altri parecchi dei cattolici del P. P. che sono oggi in prima linea. D. Sturzo non era ancora all'orizzonte. Non lo si era visto a Fiesole, a Padova, a Milano, nei congressi cattolici di quegli ultimi anni. Lo conobbi ad anno 1898 inoltrato. Aveva fatto non so che studii in Roma: stava per ripartire per la Sicilia e chiese di vedermi. Non ricordo nulla di quel primo colloquio; ma da esso cominciò una collaborazione assidua e cordiale durata sino alle ultime disgrazie della Democrazia Cristiana Italiana.</p>
      <p>Magro, pallido, vivace, nervoso egli era sin da allora, pulitamente dimesso, col suo naso strapiom¬<pb n="148" />bante. Veniva di buona famiglia e non aveva bisogno di beneficio per vivere; con lui convivevano un fratello maggiore, prete anche egli, ora vescovo di Piazza Armerina, e due sorelle nubili. Tornava a Caltagirone, la sua fredda e triste città, per dedicarvisi intieramente alla azione popolare, ai problemi cittadini, alla conquista del municipio. Ingegno pratico, fatto per lo studio di leggi, statuti e regolamenti, lavoratore instancabile, benché spesso malaticcio, allora, con nella voce una cadenza nasale poco simpatica, ma tutto praticità e dettaglio, egli dovè essere felice di vedere che quello che andava sognando di fare per la sua città altri già lo sognavano per altre città d'Italia; che il suo movimento avrebbe potuto integrarsi in un altro, dottrinalmente agguerrito, organizzato nazionalmente e che si sarebbe esteso in breve a tutto paese.</p>
      <p>Andò e non perdette il suo tempo. Organizzò i contadini, agitò i più gravi problemi municipali, fuin breve consigliere comunale, capo parte, pro-sindaco, consigliere provinciale. Sin dai primi tempi si tenne in rapporti costanti con noi. Quando sorsero la <hi rend="italic">Società di Cultura,</hi> centro della nostra propaganda intellettuale, e il <hi rend="italic">Domani d'Italia,</hi> or¬<pb n="149" />gano settimanale della democrazia cristiana, egli fu tra i primi aderenti, sottoscrittori, collaboratori. Nel settembre del 1900 si adunarono presso di me amici di tutte le parti d'Italia per fondare il nuovo partito popolare di cattolici, che avrebbe dovuto prendere il nome <hi rend="italic">Democrazia cristiana italiana</hi> e preparare la pubblicazione del suo organo, il <hi rend="italic">Domani.</hi> C'erano già in quel comitato, come ho detto, molti degli attuali dirigenti e deputati del P.P.D. Sturzo vi rappresentava, la Sicilia orientale.</p>
      <p>Le molteplici peripezie che il movimento nostro traversò in quegli anni non toccarono Caltagirone. D. Sturzo aveva la fiducia del suo vescovo e la sua azione si esplicava tutta sul terreno economico e municipale.</p>
      <p>Le giornate storiche di quel partito nascente dovevano essere quelle del primo congresso della rinnovata «Opera dei Congressi» che ebbe luogo a Bologna. La vigilia, a notte, oltre 500 giovani, di ogni parte d'Italia, si trovarono insieme per prendere gli accordi preliminari. La mattina seguente, dal banco della stampa, dove io era, vidi Don Sturzo nella folla dei giovani preti e laici, tumultuante d'impazienza per la battaglia che si annunziava, e lo chiamai presso di me ed accor¬<pb n="150" />se, e mi stava al fianco quando parlai, e il pensiero della grande maggioranza del congresso fu fissata fra un delirio di entusiasmo. Quattro mesi dopo Pio X scioglieva l'opera dei congressi. Sedici anni dovevano passare, e quante vicende in essi, prima che il partito si ricostituisse e tenesse a Bologna il suo secondo congresso.</p>
      <p>Un altro mio ricordo personale è legato a Don Sturzo: una visita che io gli feci a Caltagirone e la rassegna delle forze che egli aveva messo insieme. Convocò anche, per quella occasione, i suoi contadini, a quali tenni un discorso. Egli mi osservò che di quella massa di organizzati — potevano essere un cinquecento — soli tre erano alfabeti ed elettori.</p>
      <p>Da Caltagirone andammo a Piazza Armerina, dove fui ospite del fratello di lui Mario, vescovo, e dove la sera, presenti tutti gli alunni del seminario, tenni conferenza, a un pubblico numerosissima, sugli scopi e lo spirito del movimento cattolico, e ci fu, mi pare, contradditorio.</p>
      <p>Nel frattempo l'organizzatore attivissimo era divenuto anche un teorico del movimento. Pubblicai di lui un'accurato volumetto su <hi rend="italic">l'organizzazione professionale.</hi> Poco appresso pubblicai anche un <pb n="151" />volume di sue conferenze, intitolato: Sintesi sociali. Una di queste conferenze non piacque, non ricordo per quali motivi, al maestro del S.P. che negò <hi rend="italic">l'imprimatur</hi>; e fu stampata a parte, senza <hi rend="italic">imprimatur</hi>, allachetichella. Don Sturzo, affrettiamoci a dirlo, non ci ebbe colpa. La dialettica del movimento democratico cristiano, sotto i colpi reiterati della persecuzione ecclesiastica, lo svolgimento generale della cultura, il confluire di altre correnti e specialmente del criticismo di A. Loisy e del misticismo di G. Tyrrell associarono intimamente alla storia della democrazia cristiana quella del modernismo. Don Sturzo si tenne in disparte da questa seconda corrente. Non tanto per prudenza, quanto perché egli non la sentiva. Non ebbe mai bisogno di una revisione critica delle idee generali che il suo stesso movimento supponeva e implicava. Temperamento eccezionale di uomo politico, con la scarsa sensibilità dei problemi di vita interiore che la politica implica, tutto dedito all'azione, non aveva il tempo di sentir crescere in sé dei dubbi, di dedicarsi a speculazioni teoriche. Come F. Meda, egli non vide nelle persecuzioni pontificie contro la democrazia cristiana (della quale l'ex ministro, a differenza del prete siciliano, non ha mai fatto <pb n="152" />direttamente parte) che delle difficoltà contingenti, da superare con la paziente attesa e la prudenza. Gran parte del suo lavoro si svolgeva su di un terreno economico e amministrativo del quale le autorità ecclesiastiche non avevano alcuna ragione di adombrarsi. L'associazione dei comuni italiani lo ebbe dall'inizio membro e segretario operosissimo. Egli conosce come pochi il diritto amministrativo italiano e il meccanismo e la vita dell'amministrazione. La attività sua in questo campo è caratterizzata da una forte tendenza alle autonomie corporative e locali, e quindi della lotta assidua contro lo Stato accentatrore; un indirizzo, come si vede, che risponde a talune esigenze fondamentali della democrazia, intesa come educazione del cittadino all'autogoverno, ma che ha anche il merito di coincidere meravigliosamente con l'ostilità sorda e tenace della Chiesa contro lo Stato e crea a quella meravigliose opportunità di rientrare nella vita pubblica impossessandosi di questi istituti, famiglia, scuola, corporazioni, municipio, regione, dei quali si reclama l'autonomia. Quello che non si potè ottenere contro lo Stato unitario si può ben raggiungere operando su istituti singoli localmente e particolarmente. Questa fortunata coincidenza d'in¬<pb n="153" />teressi non è forse per Don Sturzo l'opportunità di un piano insidioso di clericalizzazione, per mezzo del P. P. e delle varie attività coordinate e dipendenti, della vita pubblica italiana; è frutto di una esperienza personale, è vita vissuta. Egli non ama molto le idee generali. Nella sua limitata cultura non penetrò mai o non ebbe tempo di sbocciare germe di criticismo. Per lui la Chiesa è amministrazione di anime, lo Stato amministratore di cose; esso non può avere un'idea propria di umanità e di eticità e quindi una vita veramente propria. La Chiesa è spiritualmente tutto; ma essa dovrebbe oramai avere un duplice sacerdozio; uno in sottana, per l'azione veramente spirituale; l'altro in veste laica, per la gestione degli interessi spirituali nel campo degli affari pubblici, Egli impersona, per il momento, l'unità dei due sacerdozii. Un giorno, e forse fra non molto, si avvedrà che l'autonomia è una mala bestia e non soffre a lungo le catene; essa si rivolgerà contro l'astuto custode. E il successo del P. P. L, se lo Stato e la democrazia, avvistisi finalmente del pericolo mortale, sapranno difendersi, finirà col rivolgersi contro la Chiesa, ma con certo vantaggio della religione interiore <pb n="154" />e quindi della coscienza religiosa italiana, così intimamente malata di clericalismo.</p>
      <p>Intanto D. Sturzo, prete e segretario di un. partito politico aconfessionale, esercita, con lo strano connubio, una duplice funzione di garante. Per la Chiesa, che si adombrerebbe facilmente, a lungo andare, di questa specie di protestantesimo civile che vuol essere, col suo spirito cristiano e con la sua autonomia, il P. P., garantisce una dipendenza di fatto quasi gerarchica di questo da essa: e per il pubblico italiano, che ama simboli, il prete capo di un partito politico aconfessionale significa, meglio che non potesse fare un laico, il cammino percorso, nel seno stesso della Chiesa, dal pensiero e dalla prassi cattolica verso lo Stato.</p>
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