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        <title>Per la solenne inaugurazione della cassa rurale di prestiti S. Giacomo</title>
        <author>Sturzo, Luigi</author>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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        <bibl>Scritti inediti, vol. i. 1890-1924, a cura di Francesco Piva, pref. di Gabriele De Rosa, Roma, Cinque Lune-Ist. Luigi Sturzo, 1974, pp. 30-45. <date when="1897">1897</date></bibl>
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            <catDesc>Politica</catDesc>
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      <p>Eccellenza, Presidente, Signori,</p>
      <p>I. Dopo quattordici mesi di studio e di lavori sono lieto di potervi annunziare che la Cassa Rurale di prestiti S. Giacomo in Caltagirone non è più un sogno, non un fantasma suscitato da calda fantasia, non una cosa di là da venire, ma una realtà. Sì, il Comitato Diocesano che s'è fatto promotore efficace di bene nella città e nella diocesi, con zelo pari alla sua importanza, oggi, secondando il movimento sociale cristiano della penisola, fonda e inaugura la cinquecento quarantesima prima Cassa Rurale.</p>
      <p>E per questo io son qui a parlarvi: né vi dovete maravigliare che un sacerdote, lasciando per poco le alte regioni della teologia, scenda a discorrere di economia politica e di società commerciali. È finito il tempo che noi stavamo rincantucciati in sagrestia; ma oggi, stretta la mano al laico, siam venuti in suo aiuto, per portare Gesù Cristo tra il vecchio egoismo dei liberali che van scemando, e il nuovo ardire dei socialisti che montano. Agli uni e agli altri apportatori di pace, se la vogliono; contro le teorie degli uni, uniamo i cattolici intimiditi in franche associazioni; contro le teorie degli altri, cerchiamo nelle nuove istituzioni i mezzi per sostenere la turba che grida: <hi rend="italic">pane e lavoro!</hi> Quindi il prete, la cui alta missione è quella di chiamar tutti a Dio, nulla perdendo col farsi aiutare dai laici, tutto acquista col divenir padre dei <pb n="31" />poveri: e laddove i liberali mettono ardimentosi le mani nelle banche, sudore dei popoli, il prete promuove invece delle Casse, ristoro dei popoli; e quando i socialisti, anelanti al potere, mutano la zappa in ferro, per ferire e distruggere, il sacerdote muta il danaro in zappa, per tornare fertili i campi e salvare.</p>
      <p>Ecco adunque, o Signori, presentarvi stasera la Cassa Rurale di prestiti S. Giacomo, come un piccolo, ma forte sasso dell'edificio che i cattolici van man mano innalzando, contro il liberalismo che domina e il socialismo che minaccia: udite.</p>
      <p>II. Signori, prima d'entrare in argomento è d'uopo ch'io divida la società in classi, secondo la ragione, onde ciascuno trae i mezzi di sostentamento; e mettendo da parte i ricchi possessori, i capitalisti e i grossi impiegati, che abbondano nell'oro; io credo che la maggior parte della società si possa dividere in poveri, operai e braccianti, in piccoli possessori, locatari e commercianti. Ai poveri è necessaria la beneficienza, dal soldo d'elemosina ai grandi stabilimenti di ricovero; agli operai e ai braccianti è necessario il lavoro come nei campi, così nelle officine; al piccolo possessore, al locatario e al commerciante è necessario il capitale, per trarre dalla terra, dalle industrie e dai commerci i frutti necessari al sostentamento della vita e al miglioramento delle condizioni economiche.</p>
      <p>Però, poiché se si ha il capitale, si ha il lavoro; e dato il lavoro, ne viene il risparmio; e col risparmio si migliora la beneficienza; fa mestieri trovare quel capitale che per lo spesso manca o si ottiene a grande usura.</p>
      <p>Per andar oltre, restringo la quistione all'agricoltura, come quella che è la principale sorgente di ricchezza nelle nostre contrade, della quale perciò interessa in ispecial modo studiare i bisogni; e anche come quella che è la meno curata dagl'istituti di credito e dalle banche commerciali. Non perciò la Cassa Rurale restringe le sue operazioni all'agricoltore, escludendo l'operaio o il commerciante; ma soddisfacendo a questi ultimi, ha più di mira i bisogni del precipuo e più trascurato fonte di ricchezze. Onde ben comprenderà ognuno che se io ragiono di agricoltura, non per ciò le altre industrie s'intendono omesse o trascurate.</p>
      <p>Dicevo adunque che, al piccolo possessore, al mezzadro, al <pb n="32" />locatario, manca per lo spesso il capitale; onde delle due l'una, o cade nelle mani dello strozzino che l'ingoia, o non può trarre dal campo i dovuti frutti. È chiaro che per uscire da tale crudo e straziante dilemma, deve avere del credito personale o reale, onde ottenga il danaro che gli manca. Il credito, cioè quella facoltà di disporre di capitali ricevuti da altri sotto l'obbligo della restituzione, questo credito, mentre è alto nel commercio, è assai caduto in basso nell'agricoltura. L'agricoltore per lo spesso non ha credito reale, onde possa con ipoteca sui suoi beni trovare chi gli dia il necessario danaro; ma come il commerciante, gli è d'uopo del credito personale, cioè di quel credito per cui assicuri una banca o chi altri volete, che egli dal lavoro delle sue braccia o dalla sua terra caverà tanto, da poter fedelmente rendere a suo tempo le somme ricevute. Sin tanto che non si può trovar modo di formare il credito agrario, per cui i capitali possano affluire nell'agricoltura, noi correremo inevitabilmente a due terribili conseguenze; da una parte al capitalismo distruttore delle piccole proprietà, dall'altra alla turba miserabiledi ventidue milioni, che in Italia traggono il diretto sostentamento dall'agricoltura. Ma come formare il credito agrario, o Signori, se poco o nulla si presta a garanzia di questa industria? Il commerciante ha una bottega di merci, che tuttodì rivende, per cui le grandi case lo provvedono di capitali circolanti; ma l'agricoltore, che ha esso mai da poter dare a garenzia se non la terra, che spesso tiene in fitto, e il lavoro; terra e lavoro, che in condizioni normali, data l'agricoltura così primitiva e niente progredita, non possono dare che dal 6 al 10 per cento e anche meno?</p>
      <p>Ecco il problema che cerca risolvere la Cassa Rurale. Questa istituzione chiama gli agricoltori di una o più parrocchie e li unisce insieme con vincolo solidale a responsabilità illimitata. Mi spiego: questi piccoli possessori, mezzadri, gabellotti, i quali presi uno ad uno non hanno tanto di credito personale o reale, da poter avere dei capitali circolanti, secondo i loro bisogni; si stringono insieme, chiamandosi responsabili con tutti i loro averi delle operazioni della Cassa. Così queste piccole proprietà unite, formano una grande possessione, che può vantare il più sicuro credito che esista. Dico il più sicuro credito, perché la responsabilità dei soci, solidale in faccia ai terzi, ha solo quei limiti che essi soci <pb n="33" />s'impongono e che i terzi accettano. Onde se un depositante o mutuante dà alla Cassa L. 2000, la Cassa con tutti gli averi dei soci deve rispondere di quelle 2000 lire. Qui sta una differenza interessante tra la banca e la Cassa Rurale. Quella, formata per azioni, è responsabile col capitale sottoscritto, dei depositi che accetta e dei mutui che contrae; terminato quel capitale, o trasformato per incanto da proprietà sociale a proprietà individuale, secondo i celebri sistemi della Banca Romana e di mille altre, anche di nostra conoscenza, chi si è visto, si è visto; e chi non si è visto, può andar limosinando. Nella Cassa Rurale invece il depositante o il mutuante per riavere il suo capitale, può procedere contro la Cassa e contro i singoli responsabili, sino all'estinzione del suo credito.</p>
      <p>III. A questo punto mi accorgo che sorge nella vostra mente una grave difficoltà, che m'impedisce d'andar oltre, se tosto non ve la sciolga. Voi dite; questa responsabilità è condizione così grave e impossibile che delle due l'uno, o i soci di questa Cassa sono tutti agricoltori di poco conto, e la Cassa non potrà prestare loro il danaro necessario, perché non presenta sufficiente credito reale; o vi sono anche dei forti possessori, e costoro non si piglieranno addosso una responsabilità illimitata delle operazioni della Cassa con tutti i propri averi. Prego di prestarmi la massima attenzione, perché trattiamo di cosa che decide della vita o della morte di questa istituzione. Io sono per la vita, ed ecco le ragioni. Se tutti i soci sono piccoli possessori, e allora la Cassa avrà un credito assai limitato, ma avrà sempre un credito. Cento soci, per esempio, dei quali ciascuno possegga L. 500, formano il credito di L. 5000; ma posto che nessun mutuante voglia darne 5000 ma 4000; e posto ancora che non tutti, ma solo i due terzi dei soci abbisognino di danaro, ne viene che un socio non possa avere dalla Cassa che L. 65 in circa. Ciò poco monta; lasciate che il socio con quelle poche lire possa aumentare in parte il proprio avere, e ne sarà così accresciuto il credito della Cassa. Del resto l'agricoltore ha bisogno di piccole somme; seio ho un ettare di terreno, e il frumento costi L. 60 la <hi rend="italic">salma</hi> per semenza non ho <pb n="34" />bisogno che di L. 15. Onde se un agricoltore in un anno potrà avere dalla Cassa due o trecento lire, egli sarà dei più fortunati. A ogni modo questo caso è così raro che lo chiamo impossibile.</p>
      <p>Non vi è paese al mondo, che non vi siano quei buoni proprietari, i quali vedendo le condizioni miserrime dell'agricoltura, non si prestino in favore della piccola possessione, che va rapidamente scomparendo da per tutto, ma più in Sardegna, in Sicilia e nelle Puglie, dove, maraviglia a dire, vi sono agricoltori (e non son pochi) che per non avere chi loro mutui poche lire, cadono sotto l'unghie dell'usuraio o del fisco, che vale lo stesso.</p>
      <p>Ma la responsabilità illimitata, voi dite, non vi par nulla? Chi è quel proprietario che voglia rispondere delle operazioni della Cassa con tutti i suoi averi? Signori, potrei sciogliere la vostra difficoltà col fatto che, dal 1849 che [sic] Raiffeisen, germano, piantava in Flammersfeld la prima Casa Rurale a base della responsabilità illimitata, sin'oggi 1897, che la Germania conta quattromila e più Casse Rurali, la Francia cinquecentocinquanta circa, l'Austria più di trecento, il Belgio una cinquantina e la nostra Italia circa seicento; molti sono stati quei ricchi possidenti, non dico che si sono ascritti alle Casse Rurali, ma che ne hanno promosso con ogni zelo la fondazione. A parlare solo della nostra Sicilia, o meglio di quelli che io conosco, il barone Mendola in Favara, l'ingegnere Lamonica in Castiglione, il signor Mammano in Agira, il barone di Crotone in Cerami, il notaro Francesco Luigi Sagone, il Can. Luigi Tasca e molti altri in Caltagirone non <pb n="35" />han temuto questa responsabilità illimitata. Ma più che questo argomento che potrebbe indicare l'audacia di molti (del resto non privi di sagacia e di prudenza), prima di venire alle ragioni, voglio portarvi un'altra prova di fatto assai più valevole. Dal 1849 sino oggi cioè in 48 anni, proprio quando la disonestà bancaria ha invaso le società per azioni, specialmente in Italia (il paese della usura e dei fallimenti, come è chiamata all'estero); nessuna delle cinquemila e più Casse Rurali d'Europa, fondate sulla responsabilità illimitata solidale, è mai fallita. Questo fatto maraviglioso, tra le gesta dei cassieri volanti per ignote regioni e i commendatori e deputati di <hi rend="italic">Regina Coeli</hi>,forma l'ammirazione di quanti, amici e avversari, conoscono questa istituzione.</p>
      <p>Ma lasciamo i fatti, che pur dicono assai, passiamo a cercarne la natura; voi tosto vedrete che questa responsabilità illimitata non è quel terribile fantasma che altri crede. Ecco adunque; essa non vincola i beni dei soci, i quali possono liberatamente donare, vendere, far testamenti, cessioni ed altri contratti consentiti dalle leggi; solo obbliga i soci a non far parte di altre società a responsabilità illimitata, perché con tutti e gli stessi beni non si può rispondere delle operazioni di due società di credito della stessa natura (Cod[ice] di Comm[ ercio] art. 112).</p>
      <p>Secondo, dà diritto ai soci di stabilire essi i limiti della loro responsabilità; la quale si chiama illimitata solo per indicare che non ha un termine imposto dalle leggi o dai capitali versati; ma può dai soci essere ristretta a poche centinaia di lire o estesa a più milioni, secondo il loro volere e i loro beni. Onde se voi al principio dell'esercizio dell'anno volete rendervi responsabili solo di lire cinquemila, e non più; gli amministratori non possono affatto passare quella cifra e se presteranno più di quanto fu stabilito, loro danno; sono essi e non voi i responsabili di quelle operazioni. Ad un tal limite, che forma la maggiore delle sicurezze della Cassa e di voi, se ne aggiunge un altro: io dico il limite che l'assemblea di tutti i soci assegna, determinando il massimo dei prestiti da accordarsi ad ogni singolo socio.</p>
      <p>Dissi ad ogni singolo socio, perché la Cassa non può fare operazioni con altri che non sia tale. Questa disposizione è una salvaguardia e un bene. Il socio, cioè uno ammesso a far parte della Cassa dopo studio, prova e conoscenza, su cui grava la <pb n="36" />responsabilità delle operazioni e che è interessato al benessere di essa, soggetto alla vigilanza del Consiglio di Presidenza e della Commissione di Sindacato, soggetto alla legge commerciale sulle società cooperative in nome collettivo, e agli statuti e regolamenti della società, il socio in condizioni normali offre un credito personale, che vale tante volte più dello stesso credito reale. Ma del resto, credete forse che si presteranno danari alla cieca, così al primo richiedente, senza un avvallo, un pegno, un'ipoteca? Si vuole aiutare il piccolo possessore, si vuole rialzare il credito agrario; ma chi ha mai preteso che un istituto commerciale o rurale di credito [sic] voglia rovinare proprio per venire in soccorso del non abbiente? Ma non è tutto, o Signori; la nostra istituzione, lo dissi in sul principio, aiuta i piccoli possessori e locatari, i quali non abbisognano che di piccole somme. Onde sono vietate le operazioni aleatorie o d'azzardo, i grandi affari, che sono per lo spesso la rovina delle banche.</p>
      <p>E v'ha ancora di più: lo statuto della nostra Cassa stabilisce che i pochi utili netti non si dividano fra i soci; ma si serbino per fondo di cassa o per opere cattoliche.</p>
      <p>Fo notare che i soci non comprando azioni che la Cassa non vende, e solo versando lire 2 di quota sociale per una sola volta, non han diritto a ripetere i lucri della cassa. Questo disposto impedisce quella ingordigia di danaro, quel desiderio di lucroso dividendo, quell'impegnarsi in affari rischiosi, che darebbe la morte ad una istituzione di credito come la nostra. Onde il socio, responsabile delle operazioni della Cassa Rurale e non sollecitato da grandi utili, non cercherà altro che la sicurezza degli affari, il benessere dei soci, la prosperità dell'istituzione. Strette le cose in questa cerchia di ferro, io domando, o Signori, se più vi faccia paura, o se invece non debba credersi una salvaguardia, un bene, un mezzo di prosperità la responsabilità illimitata.</p>
      <p>Ma so che alcuni dei più ritrosi dicono che tra noi questo spirito di associazioni solidale e di mutua vigilanza manca del</p>
      <p>tutto, e sarebbe meglio fondare una banca per azioni. Signori, non è così; in quanto al meglio o al peggio, io credo che sempre possa dirsi: ogni istituto ha le sue qualità. Ma se si vuole aiutare non il ricco commerciante, che domanda le dieci, le venti e anche <pb n="37" /> le centomila lire, ma l'agricoltore, è necessità fondare una Cassa Rurale. Quanto all'altro, che lo spirito di associazione e solidarietà tra [noi] non s'intenda, io ho il bene di rispondere, che se lo scopo e la natura della società tocca i nostri interessi vitali, un tale spirito si desterà ben tosto. È l'amore e l'interesse (celeste o terreno) che ci unisce: l'amor di Dio unisce il monaco nei conventi; l'amor di patria o l'amor dell'oro i laici nelle associazioni elettorali; quanto il fine è più alto, tanto meglio unisce e affratella. Del resto, chi mi ha seguito in questo arido ragionare, .si sarà accorto, che il vincolo della responsabilità illimitata, mentre per nulla può mettere a repentaglio le nostre sostanze, esso solo forma il credito agrario, ed è la migliore sicurezza dell'istituzione.</p>
      <p>IV. Ancora un altro passo: l'agricoltore non trae dalla terra in condizioni normali che dal 6 al 10 per cento di guadagno; onde per poterla durare ha bisogno dei capitali al più mite interesse. Questa è cosa o Signori, quanto interessante, altrettanto barbaramente trascurata. L'usura, parola che corre per tutte le bocche, è un flagello che affligge la società demoralizzata; è un vampiro che dissangua l'agricoltura e l'industria; è un male che elude la legge umana, che non sa rimediarvi, e si ride della divina, che non sempre paga al sabato. E intanto il povero colono cade nelle unghie spietate degli usurai, che col riso mal celato, mutuano danaro, sangue dei poveri, a prezzo di nuovo sangue. E spesso accade che al termine dei lavori ei si trovi più misero di prima, aggravato di maggiori debiti e di quelli che chiamano i frutti del danaro, il venti, il trenta, il cento, il duecento per cento. Non è rara, ma comune, ma di tutti i giorni questa usura spaventevole in Italia; i liberali la vedono e non sanno o non vogliono rimediarvi; perché dopo che hanno fatto loro dio il danaro, dopo che han dilapidato le private e le pubbliche amministrazioni e le banche e i comuni e lo stato, lasciano le città ormai esauste, e corrono essi liberali anelanti alle campagne, che danneggiano coll'usura, per arrivare alle sognate ricchezze di Creso. Onde si veggono questi signori novelli, più o meno commendatori o deputati, surti dalla miseria, scorrere le vie delle più popolose città, come gli antichi Torlonia e Borghese.</p>
      <p>
        <pb n="38" />E i socialisti intanto, nulla recando di bene alle popolazioni, eccitano il malcontento tra i miseri spolpati e ridotti all'osso, e armandoli di rivoltella, gridano loro: <hi rend="italic">ucciditi</hi>,o <hi rend="italic">uccidi!</hi></p>
      <p>Se si dovesse far la statistica della miseria dell'Italia Una (classica terra degli usurai) ci sarebbe da inorridire. Solo chi non vive in mezzo al popolo, chi non è a parte dei dolori degli agricoltori, chi non è, come il sacerdote, il confidente delle miserie altrui, può cullarsi nella sciocca apparenza di benessere sociale, e creder segno di prosperità i nuovi palazzi dei Prati di Castello in Roma, i monumenti di coloro che han peggio servito la patria, disseminate nelle cento città d'Italia e i teatri aperti alle pubbliche immoralità. Vane apparenze, che coprono la più squallida miseria, della quale abusa il mestatore e il fazioso alle urne elettorali, mentre il popolo redento si riversa numeroso in America a cercarvi l'oro mutato, come per incanto, tra noi in carta straccia.</p>
      <p>Ebbene, le Casse Rurali, che non hanno altro scopo che venire in aiuto del piccolo possessore sfruttato e misero; che non dividono tra i socii i lucri, che non intraprendono affari per aumentare a costo altrui il capitale sociale, sono le istituzioni di che oggi abbisogniamo. Vero rimedio dell'usura, danno il danaro al più mite interesse; favoriti dalle leggi, sono nel primo quinquennio le cambiali esenti di tasse di bollo, e il prestito attivo di ricchezza mobile; aiutate dai migliori cattolici, vengono amministrate gratuitamente; per questo è che i saggi d'interesse dei prestiti attivi non vanno oltre il sei per cento, netti da qualunque altro gravame. Ecco l'opera umanitaria! Così il piccolo proprietario, il mezzadro, il colono acquista quel credito che non aveva e usufruisce del danaro al più mite interesse.</p>
      <p>V. Ancora un altro vantaggio: l'agricoltura non è come l'industria e il commercio; essa ha bisogno di capitali a tempi determinati, e a lunghe scadenze. Oggi, per esempio, è tempo di seminare il grano; chi piglia del danaro per comprar la semenza, non può ridarlo dopo tre o sei mesi, ma al raccolto. E se invece io voglio comprare un vitello per venderlo bue, deve trascorrere per la scadenza del prestito due o più anni. E così fate voi per le coltivazioni delle viti e dei giardini e simili industrie. Dunque le <pb n="39" />scadenze dei prestiti devono essere determinate dall'uso che il richiedente vorrebbe far del danaro. Ecco un altro bisogno, interessante oltre modo, al quale poco o nulla possono provvedere gli altri istituti di credito. Onde vedete, che se un agricoltore ottiene per tre o per sei mesi del denaro da una banca, e l'investe in armento; quando ancora non ha potuto trarre nulla dal capitale investito, è forzato a rendere la somma. Ma dove trovare il danaro? Domani, per esempio, la cambiale scade, non si ammettono proroghe; l'effetto può essere protestato... Dalla padella si cade nella brage: ed è gioco forza dar nelle unghie dell'usuraio.</p>
      <p>Ma dite voi, oggi il mutuario o l'avvallante si trova in condizioni da poter soddisfare a tempo il suo debito. Domani un rovescio di fortuna, e tutto è finito. E la sicurezza della Cassa è andata a monte. Così parrebbe; o Signori; però la Cassa nei suoi statuti fondamentali ha stabilito che il prestito si effettui per via di cambiale da rinnovarsi ogni tre mesi. Né ciò porta gravezza, perché non vi è tassa di bollo sulla cambiale, né aumento di interesse, né provigioni [sic] da parte della Cassa. Però è una sicurezza, perché se il mutuario dopo i tre mesi si trova in condizioni tali da infirmare il credito, la presidenza, non rinnovando la cambiale, può richiedere il rimborso. Ciò par duro, ma la salvezza della Cassa esige in caso eccezionale, ciò che una banca vuole in via ordinaria. Il danno di un solo non può paragonarsi al danno di molti, che traggono tanto bene da questa istituzione.</p>
      <p>Del resto bisogna osservare che questi casi son rari; un rovescio di fortuna può darsi, ma non si dà sempre; e non sempre quando si dà, si è immuni da negligenza o da colpa. Ad ogni modo o per negligenza o per colpa o per la mano di Dio la Cassa Rurale cerca ripararvi in parte con due beni che possono venire da essa, il risparmio e il lavoro da una mano, la beneficenza dall'altra.</p>
      <p>VI. Io dissi in sul principio che dato il capitale, ne verrà il risparmio. Se io ho a mite interesse e a larga scadenza delle somme da poter impiegare nel mio campo, potrò al ricolto ridare il capitale e mettere a risparmio quel poco che avanza, che altrimenti andrebbe sciupato alla bettola o alla bisca.</p>
      <p>
        <pb n="40" />La cura di educare il nostro agricoltore al risparmio, quando la Cassa accetta fin mezza lira, è una delle precipue [sic] che ha questa istituzione. E poiché essa non ha bisogno, anzi rifiuta le grandi somme, fa conto delle poche lire di deposito, pagando il tre per cento a conto corrente, il tre e mezzo o il quattro per le somme vincolate a semestre o ad anno. Educando alla previdenza e al risparmio, invogliando sempre più il socio a recare in deposito quel che in fin d'ogni settimana gli avanza, diviene in certo modo un buon riparo contro ai funesti e inevitabili colpi di fortuna.</p>
      <p>Al risparmio si aggiunge il lavoro che, ove i capitali abbondano, anch'esso si moltiplica, togliendo dalla miseria molte migliaia di braccianti, padri di numerose famiglie, che altrimenti cercherebbero invano all'albeggiare d'ogni dì chi li conduca. Lo dissi: il problema sta nel trovare i capitali, o meglio, nel formare il credito; il resto viene da sé, come necessaria conseguenza.</p>
      <p>Ma abbiamo inoltre la beneficenza; non solo la beneficenza privata, perocché chi ha trovato il capitale, lavora, risparmia e anche dona, ma la beneficenza collettiva della Cassa. Uno degli articoli dello statuto stabilisce che il tenue guadagno, detratte le spese necessarie e formato un mediocre fondo di cassa, non vada diviso tra i socii, ma che invece venga erogato ad opere cattoliche; come a dire, l'istruzione religiosa dei fanciulli, o le cucine economiche o i monti frumentarii o qual altra lo zelo dei socii e le circostanze vorrà che sia caldeggiata. Ed ecco le Casse Rurali basate sul principio cristiano dell'aiuto scambievole e non sull'egoismo liberale o sul sovversivo comunismo, trovare il mezzo ad associare le grandi ricchezze colle piccole proprietà, i modesti capitali coll'assiduo lavoro, i giusti risparmi colla generosa beneficenza; proprio quando i doppi nemici che ci tocca combattere, nell'ordine economico han portato lo scompiglio delle ruberie e delle miserie; e nell'ordine sociale l'ismodato desiderio di ricchezza senza lavoro, di capitali senza credito, di beneficenza senza bisogno.</p>
      <p>VII. Signori, arrivato qui, mi appello a voi, uomini e cristiani, e domando: su qual fondamento stabiliremo la nuova istituzione perché prosperi sempre? Sulla sola scienza dell' <pb n="41" />economia politica o commerciale? Ma, o Signori, fallirebbe chi il crede; e son sicuro che nol crede nessuno: non mancava certo acume e studii ai direttori e agli azionisti della fu Banca Romana; né essa o il Credito Mobiliare o il Banco di S. Spirito o le mille istituzioni di simil natura si disfecero per ignoranza o negligenza dei novecento e più cavalieri, dei trecento e più commendatori o simil conio, che dalla costituzione del beatissimo regno d'Italia sin oggi, sono stati processati per furti e ladrerie. La scienza sola non basta, se si scompagna dall'onestà. Onestà! Parola rimasta quasi solo nel vocabolario, dopo che abbiamo assistito alla danza macabra dei cassieri fuggitivi per altri mondi, ai milioni scomparsi dalle tasche dei cittadini e dalle Casse pubbliche, ai deplorari di <hi rend="italic">Regina coeli</hi>,alle celebri commissioni dei sette e dei cinque, ai fondi pel terremoto, ai monopoli per la felice campagna africana. Onestà! Parola che par debba sonare altrimenti, da che abbiam visto soggiogati popoli e regni da quel liberalismo, che in religione ammette libertà di culti, in morale il divorzio, in istruzione le scuole laiche, e che in finanza, costretto dalle conseguenze, deve ammettere il furto.</p>
      <p>Tolto di mezzo nelle relazioni dell'uomo con Dio e con la famiglia il decalogo, è necessità che venga meno anche nelle relazioni colla società. E il settimo: <hi rend="italic">non rubare</hi>,deve cadere quando è tolto il primo: <hi rend="italic">adorerai il Signore Dio tuo</hi>; <hi rend="italic">non avrai altro Dio avanti di me</hi>.Poiché il cercare onestà senza religione è lo stesso che volere religione senza Dio. Adunque prima, essenziale base delle istituzioni economiche si è, non il liberalismo ateo che ruba i danari, né il socialismo ateo che distrugge la proprietà; ma il cattolicismo, che adorando il vero Dio, ingiunge anche di rispettare i danari e le proprietà altrui. Questo è il vero sostegno, su cui si fonda la Cassa Rurale: l'onestà e la buona fede. Ma onestà e buona fede saranno nomi vani, ove non siano sorrette dalla religione cattolica, apostolica, romana. Nessuno pertanto che non sia franco e praticante cattolico potrà essere dei socii, né trarrà dalla Cassa utile alcuno.</p>
      <p>Dissero molti, e s'impegnò lunga disputa tra il Luzzatti, oggi ministro del Tesoro, lo Schiratti e il P. De Besse da una parte, il Don Cerutti e la <hi rend="italic">Civiltà Cattolica</hi> dall'altra, che questa è una condizione non equa; se si vuol far del bene, bisogna farlo a <pb n="42" />tutti. Vero! Ma quando un'istituzione per non cadere deve restringersi ad una sola cerchia di persone, non fa torto ad alcuno, ma esercita un diritto innato, il diritto della propria conservazione. E certo verrebbe meno questa istituzione, se [ca]desse in quelle stesse mani, che han rovinato le aziende comunali, le opere pie, le banche di credito e le casse dello Stato.</p>
      <p>Ma, si replica; non accettando a soci che solo i cattolici praticanti, fomentate l'ipocrisia e il bigottismo; voi così mutate il credito in opera confessionale, usate e abusate della costrizione morale, per attirare a voi il povero che cerca pane e lavoro. Così <pb n="43" />ha blaterato più volte il giornalismo massonico, nella speranza di farci desistere. La costrizione morale! Signori, non vi è più cieco di chi non vuol vedere. E non è questa costrizione morale quella che governa il mondo in tutti gli ordini sociali, privati e pubblici? Il fanciullo che studia pel timor del castigo o per l'allettativa del premio, l'adulto che non si vendica dell'offesa per non dar nelle mani del giudice, l'onesto impiegato che va assiduo al suo banco, per la promozione che aspetta, sono tutti costretti moralmente al dovere. Il paradiso, a cui aneliamo, l'inferno che temiamo, sono vere costrizioni morali al ben vivere. Onde Davide diceva: <hi rend="italic">inclinavi cor meum ad faciendas iustificationes tuas in aeternum propter retributionem</hi> (P. 118). Chi oserebbe accusar d'ingiustizia il premio, perché non si dà a tutti? Ovvero di violenza la promessa, perché in certo modo costringe a un fine? O secolo sciocco, che volendo togliere ogni timore e ogni speranza, ogni premio e ogni castigo, riduce l'uomo allo stato di bestia! Ma si cela il reo intento, declamando ai quattro venti, che bisogna fare il bene solo per sentimento del bene! E quando il cattivo esempio, gli empî discorsi, le oscene letture, dal Lucrezio Caro al Zola, hanno spento il sentimento del bene, che resta? Il suicidio e i peculati per puro sentimento di bene!</p>
      <p>Ah Signori, via gl'inganni! Se tutto quanto ci circonda non è che leggi, limiti, <hi rend="italic">costrizioni morali</hi> a ben fare (per usar questo termine), parrà strano che un istituto di credito abbia anch'esso la missione di costringer moralmente al bene? Voi dite che così d'ogni uomo ne facciamo un bigotto; peggio per chi s'infinge, o Signori, ma la finzione non dura a lungo; dai frutti si capisce l'albero. Pur, questi sono i casi rari: il nostro popolano sarà scaduto dall'avita bontà ma tuttavia è credente. Ma se alcuno che frequentava la bettola o la bisca, che lavorava la domenica o che bestemmiava, per usufruire della Cassa Rurale, si corregge e si emenda, noi avremo fatto un gran bene all'individuo e alla società. Leggevo in un giornale, non è molto, che un gabellotto si trovava nella brutta condizione di doversi ridurre alla miseria; il padrone gli aveva detto chiaro, o paghi o ti mando via. Soleva costui ubbriacarsi spesso, onde non era stato ammesso alla Cassa rurale del villaggio: in quelle strette andò dal Parroco, pregandolo di intercedere per lui presso la Presidenza. Il parroco <pb n="44" />rispose: se per tre mesi non andrai alla bettola, né ti ubbriacherai, io ti farò iscrivere socio alla Cassa; ma frattanto, se lo prometti da vero, pregherò il padrone a lasciarti ancora per tre mesi la gabella del fondo. Il contadino tenne la promessa, ebbe i danari dalla Cassa, restò ai servigi di quel signore, né più si ubbriacò mai; e tutta la sua famiglia con lui benedice alla istituzione che ha per base la così detta <hi rend="italic">costrizione morale</hi>.Via adunque le lustre di argomenti falsi, coi quali si vorrebbe tirar noi cattolici dalla parte viziata, e sfruttarci e gettarci via come limoni spremuti.</p>
      <p>VIII. No, no; abbiamo gran tempo sofferto e taciuto, credendo che non le istituzioni fossero cattive, ma gli uomini malvagi; si è sperato invano tempi migliori: si credette, semplici che siamo stati, che la rivoluzione, dopo i primi sfoghi d'ira e di rabbia, si sarebbe rabbonacciata; e senza nostro sforzo, sarebbero d'un tratto tornati i beati tempi antichi. Folli! Ci siam destati come da un sogno e ci siam trovati spogliati d'ogni bene in mezzo a due nemici formidabili, io dico il liberalismo e il socialismo.</p>
      <p>Che ci resta che non abbiano mandato a male? Nulla; tutto si deve riedificare, dai conventi soppressi, agl'istituti di beneficenza soggetti al concentramento, alle scuole senza Dio, alle banche senza fondo, alle amministrazioni senza onestà. È una lega la nostra, anzi una santa crociata, sempre nei limiti consentiti dalle leggi, contro il liberalismo e il socialismo, i quali non sono né lo Stato, né la Nazione, né la Patria, ma la rovina di tutto. Sottratti adunque gli operai e gli agricoltori cattolici con un istituto di credito dalle indecorose pressioni dei faccendieri della politica e dei partiti, allontanati dal pericolo socialista, resi liberi dalla Cassa Rurale, potranno professare apertamente e francamente quella Fede, che rendendoli più che uomini li avvicina a Dio. Ecco l'ultimo nostro scopo, a cui si subordina tutto: Dio. Per tornare l'operaio e il colono a Dio, sono questi nostri sforzi; per tornare a Dio la società apostata da Lui, abbiamo dedicato danaro, potenze, vita. Questo sublime ideale come campeggia nelle scuole catechistiche da noi impiantate, nelle pratiche da noi iniziate per ottenere l'insegnamento religioso nelle scuole elementari, nella lega contro la bestemmia, nella diffusione della buona stampa, nelle <pb n="45" />biblioteche cattoliche circolanti, nelle opere di beneficenza a pro' dei poveri, si manifesta, è anzi il movente della istituzione della Cassa Rurale. È quello spirito che muovea Davidde a dire al Signore: Ti confessino Dio tutte le genti, perché la terra ha dato i suoi frutti; è quello spirito che mosse S. Gaetano a fondare il Banco di Napoli; è quello spirito che solo ha la Chiesa del Signore; pel quale mentre si guarda coll'occhio sinistro questa terra che ogni giorno ci fugge, col destro si guarda il cielo che ogni giorno ci si avvicina.</p>
      <p>Signori, io conchiudo, ben certo che anche voi dal profondo dell'animo fate un vivo e caldo augurio a questa istituzione novella, alla Cassa Rurale di prestiti S. Giacomo: che viva di una vita rigogliosa, al bene della classe agricola, operaia, commerciale; alla gloria di quel Dio, che dà la ricchezza alla terra, la forza al lavoro, la prosperità ai commerci, la vita all'universo intero.</p>
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