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                <title>Una conferenza dell'on. Degasperi a Merano. Il contraddittorio coi socialisti</title>
                <author>Alcide de Gasperi</author>
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                    <name>Claudia Tarallo</name>
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                <bibl>Alcide de Gasperi. Una conferenza dell'on. Degasperi a Merano. Il contraddittorio coi socialisti. Discorso tenutosi a Trento, il 2 dicembre 1919
                    <date when="1919">1919</date>
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                <p>Trento, 2 dicembre 1919 </p>
                <p>Una conferenza dell'on. Degasperi a Merano. Il contraddittorio coi socialisti</p>
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                <p>L’on. Degasperi esordisce dichiarando che, data la situazione speciale di Merano, non intende farvi un’esposizione polemica del programma popolare, ma accennare ad alcuni punti, su cui potrà essere meno pronunciato il dissenso.
                    Non intende occuparsi ex professo della questione dell’Alto Adige né fissare il nostro atteggiamento di fronte ai tedeschi, ma non può non rilevare che, da quando egli ed i suoi amici venivano a parlare ai lavoratori italiani di Merano ad oggi, la situazione politica è radicalmente mutata ed egli può parlare questa sera in un comizio indetto dalla sezione più settentrionale del Partito popolare italiano. Nessuna intenzione aggressiva lo muove, anzi, poiché a Merano regnò quasi sempre una pacifica convivenza fra italiani e tedeschi, non sarà fuori di luogo che vengano rivolte proprio da qui ai tedeschi alcune parole che contribuiscono ad una spiegazione leale.</p>
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            <div>
                <head>Una parola ai tedeschi</head>
                <p>Noi trentini, dice l’oratore, comprendiamo la situazione dei tedeschi e ci spieghiamo fino ad un certo punto il loro stato d’animo. Appartenendo ad una razza che ha meditato l’impero sul mondo, avvezzi in Austria e in Tirolo in particolare ad esercitare un’egemonia secolare sulle altre nazioni, dopo una guerra, piena di sacrifizi, sostenuta per il loro sogno d’orgoglio, il ritrovarsi ora staccati dal resto della loro nazione, avvilita e depressa, ed inclusi in un altro Stato nazionale, infonde nel loro spirito un senso di delusione amarissima. Ma se comprendiamo questo, non possiamo tuttavia giustificare il linguaggio che ha assunto la loro stampa in questo ultimo periodo, specie quella dei cattolici.
                    Essi ci dicono che faranno sempre appello al nostro ideale di giustizia cristiana e ci opporranno la forza dei nostri principi. Non abbiamo difficoltà ad ammettere che la pace di Parigi non ha raggiunto l’ideale che l’umanità s’era proposto. Ammettiamo che, essendosi abbandonato il criterio assoluto dell’autodecisione e del principio nazionale, l’Italia, seguendo l’esempio delle nostre nazioni, si è adattata ad una soluzione di compromesso, in cui è commisto anche il criterio della difesa strategica. Noi trentini, che abbiamo invocato alla Camera austriaca il principio dell’autodecisione, non lo smentiamo di fronte a nessuno, per quanto converrà pur ammettere che una sua rigida applicazione per ogni lembo di territorio, per ogni città, per ogni villaggio, senza tener conto d’altri punti di vista, potrebbe condurre in pratica all’assurdo.
                    Ma dovevamo noi nel momento in cui si rivelava che tutte le nazioni nel consesso di Parigi ricorrevano in misura ben maggiore a questo criterio di difesa strategica, con l’animo ancora atterrito per il pericolo corso esigere - anche se fosse stato in nostro potere - che proprio l’Italia, la quale si atteneva ad esso in una misura ben più trascurabile, vi rinunziasse? Proprio l’Italia che per secoli fu teatro delle invasioni dei popoli nordici, in causa anche della debolezza dei propri confini? Dal nostro punto di vista, quando alcuni di noi furono richiesti del loro parere personale, era doveroso ci limitassimo a dire che la questione della frontiera settentrionale era questione che andava risolta dai rappresentanti gl’interessi di tutta la nazione e dal punto di vista di questo legittimo interesse generale, non con riguardo alle nostre esperienze locali, le quali ci hanno permesso tuttavia di aggiungere: in ogni caso meno tedeschi ch’è possibile. Siamo qui dunque sul terreno delle relatività umane e ci basti a dire che l’Italia è più vicina alla soluzione ideale di qualsiasi altro Stato europeo.
                    Confrontino del resto i tedeschi il loro atteggiamento col nostro. L’oratore ricorda qui, per non andar più indietro, i postulati del congresso di Sterzing del maggio 1918. A questo congresso i rappresentanti dei partiti tirolesi domandarono ad unanimità l’annessione all’Austria dell’altipiano dei 7 e 13 comuni, della valle superiore dell’Adda e dell’Oglio, di gran parte della provincia di Venezia e di Udine. Essi proclamavano l’indissolubilità e l’unità del Tirolo da Kufstein fino alla chiusa di Verona, ed il reciso diniego di ogni autonomia «del terzo meridionale della provincia, il cosiddetto Tirolo meridionale»; incameramento delle sostanze dei fuorusciti; vescovo e seminario tedesco e «completa trasformazione della scuola nel Tirolo italiano introducendo il tedesco, come oggetto obbligatorio». L’oratore vuol ricordare questo non per consigliare rappresaglie, ma appunto per dimostrare che la stampa tedesca avrebbe oggi il dovere di essere più modesta.
                    Quando i tedeschi hanno chiesto l’autonomia, la maggioranza dei trentini ha risposto che non intende opporsi a che i tedeschi sul terreno delle autonomie locali, che i trentini reclamano anche per sé, abbiano un’amministrazione separata.
                    I trentini non hanno mai consigliato una politica repressiva e mentre durante la guerra i tirolesi inveirono contro i nostri deputati confinati - basti ricordare l’on. Conci tenuto lontano dalla Giunta e costretto ad abbandonare perfino il convegno d’Innsbruck ove si dovevano discutere provvedimenti contro la fame — questi stessi deputati non ebbero difﬁcoltà ad intervenire in favore di un deputato dietale, tirolese. Questo il contegno nostro, conclude l’oratore, che ci dà diritto di deplorare il contegno di certa stampa. Certo che noi non potremo mai permettere che agl’italiani dell’Alto Adige venga ostacolato il loro libero sviluppo, in nome di una dottrina di Monroe che si vuole applicata a tutto il territorio sopra Salorno.
                    Infine un’enorme differenza — rileva il dr. Degasperi — esiste ancora in favore dei tedeschi al confronto di quella ch’era la situazione nostra rispetto allo Stato. Noi eravamo in Austria sudditi, essi in Italia sono cittadini.
                    Sopra noi regnava l’inquisizione del pensiero, ché non ci era lecito esprimere nemmeno la nostra simpatia verso la nostra nazione e ci si educava all’ipocrisia, esigendo da noi dichiarazioni di patriottismo. I tedeschi, invece, hanno potuto liberamente proclamarsi repubblicani, criticare nei loro giornali il trattato di S. Germain, proclamare le loro riserve e proteste di diritto statale. Ai tedeschi resta libero di usare di tutte le armi della libertà politica e della democrazia; e se quest’uso non è pieno in questo periodo di transizione, come non è nemmeno per i trentini, presto verrà il tempo in cui potranno eleggere i loro rappresentanti. Si mettano francamente e apertamente su questo terreno, lascino le diatribe infeconde e nel pieno esercizio delle libertà politiche impareranno ad apprezzare le garanzie civiche che offre lo Stato italiano e ad amare l’Italia, che non conoscono ancora.
                    Questo in sunto quanto espose in forma piana e senza pretese nella prima parte della sua conferenza l’on. Degasperi.</p>
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                <head>Movimento operaio, socialismo e democrazia cristiana</head>
                <p>Nella seconda, egli ricorda che gli amici che lo hanno invitato a parlare sono gli stessi che a Merano hanno da anni potuto sostenere un modesto ma valoroso gruppo di unioni professionali cristiane. Questi sindacati hanno saputo combattere delle lotte in difesa degl’interessi operai, talvolta anche assieme ai socialisti.
                    Ciò gli dà occasione di accennare rapidamente all’attuale momento politico, quale è caratterizzato dall’affacciarsi alla vita politica in forma imponente del movimento operaio.
                    Non è vero, come vanno affermando i propagandisti del socialismo, che movimento operaio e partito socialista siano la stessa cosa. Fin dall’inizio dell’epoca nuova si distinsero accanto a Saint Simon e Louis Blanc, Lammenais, Lacordaire e Montalembert, accanto a Marx Lassalle, Ketteler e Kolping. Due scuole, due teorie e due organizzazioni si divisero il campo in tutte le nazioni latine. Nei paesi anglosassoni, in Inghilterra, in America, in Australia le più grandi organizzazioni operaie sono fuori del socialismo. Questo fatto, che inutilmente si vuol negare, fa riflettere. Ciò vuol dire che la differenziazione non è causata dal non volere le organizzazioni non socialiste rappresentare l’interesse immediato ed il progresso indefinito della classe lavoratrice, ma è motivata dall’idea del materialismo storico, a cui il socialismo educa le organizzazioni sue. Chi non accetta tali principi non può essere socialista cosciente, per quanto sia caldo fautore della classe operaia.</p>
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                <head>Collaborazione democratica o dittatura rivoluzionaria</head>
                <p>La guerra ha reso ancora più evidente che sul terreno delle pratiche conquiste, anche di carattere politico, è possibile una collaborazione fra i rappresentanti dell’uno e dell’altro indirizzo e di queste e di quelle organizzazioni. In Austria, in Germania, nel Belgio i cristiano-sociali in questi due ultimi paesi, anche altri partiti democratici accettano di collaborare coi socialisti nell’amministrazione dello Stato per trasformare il regime capitalistico; ma tale concorso è possibile solo perché i socialisti abbandonano la concezione marxistica della storia, o per lo meno sospendono il loro giudizio in riguardo.
                    Si vedrà ora se anche in Italia ﬁnirà col prevalere tale indirizzo. L’oratore crede che ciò avverrà non tanto per volontà degli uomini quanto perché le cose ve li costringeranno. Intanto però i socialisti italiani, e con loro i compagni nostrani, si entusiasmano per i soviet e per la dittatura del proletariato. Essi sono ammiratori sconfinati del regime di Lenin e di quello tentato a Budapest da Bela Kun. L’oratore non vuole occuparsi di quello che sia avvenuto di fatto in questi due paesi. Le notizie sono così contraddittorie, che avrebbero dovuto consigliare ai nostri socialisti un certo riserbo. Tornata la pace e la libertà dei commerci, ci sarà la possibilità di studiare serenamente che cosa abbia portato l’esperimento comunista in Russia. Se ci sarà vero progresso, chi potrà negarlo o impedire che si attui in altri paesi?
                    Ma intanto quello che certamente non si può accettare è il sistema generale che si è voluto colà introdurre, cioè l’espropriazione violenta mediante la dittatura politica e militarista del governo dei soviet. Il sistema ha portato alla guerra civile. Abbiamo bisogno in Italia di una altra guerra, più sanguinosa e più crudele, perché fratricida?
                    Ha bisogno il nostro paese semidevastato che l’Italia, a cui è appena congiunta, si lanci nel caos dell’esperimento comunista, mentre c’è tanta urgenza che si riprenda il lavoro, si riordinino le finanze, si aumenti la produzione, affinché noi stessi possiamo uscire dalla crisi in cui ci ha lasciato il conﬂitto mondiale?</p>
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                <head>Un nuovo organo rappresentativo</head>
                <p>L’oratore s’augura che il buon senso italiano finisca col prevalere e che i socialisti stessi siano indotti nell’interesse della classe operaia a preferire «al colpo di stato» il legale esercizio del loro aumentato potere politico per iniziare la trasformazione del presente ordine economicosociale.
                    L’organo di questa trasformazione dev’essere non il soviet di dittatori, circondati dalle guardie rosse, ma la rappresentanza delle classi organizzate, costituita in consiglio del lavoro, con poteri ampi, ma ben delimitati, accanto al Parlamento. È questo un punto del programma del partito popolare. Il consiglio, che avrà anche alle sue dipendenze i consigli locali, dovrà avere poteri regolamentari non solo per l’applicazione ed attuazione di leggi sociali, ma anche per legiferare nella particolare attuazione di principi direttivi fissati dal Parlamento. Con questo organo, quello che si tenta in Germania ed in Austria riguardo ai consigli d’esercizio delle industrie, si potrà attuare in Italia. Toccherà alla Camera di elaborare un progetto concreto, ma chi non vede che questa è la via per giungere, a far prevalere nella vita politica e quindi anche in quella economica l’influsso del lavoro su quello del capitale, senza scosse violente? Certo che qui non si vuole la dittatura né della classe degli operai dell’industria, né dei contadini, né dei lavoratori dell’artigianato e dell’impiego, ma l’influsso delle classi che lavorano, rappresentate proporzionalmente. La proporzionale dev’essere introdotta anche in queste rappresentanze, come i trentini domanderanno che vengano introdotte nelle casse ammalati, ereditate dall’antico regime. 	Questo in sunto e con altre parole quanto espose, spesso applaudito, l’on. Degasperi.</p>
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                <head>Il contraddittorio</head>
                <p>Silvio Flor domanda la parola per i socialisti, parlando per circa una mezz’ora. Replica poi vibratamente l’on. Degasperi, a cui il Flor ribatte nuovamente. Il Degasperi dice infine alcune parole di chiusa. L’uditorio segue con calma e con interesse il dibattito, che si contenne sempre entro forme cortesi. L’adunanza durò così tre ore. Riassumere i termini della discussione mi è difficile, perché il Flor divaga da un argomento all’altro.
                    Rileverò alcuni punti principali, cercando di esprimere fedelmente il concetto degli oratori, pur non potendo ricostruire l’ordine esatto della discussione, che durò più di due ore.
                    Il Flor in complesso apparve in veste di socialista moderato.</p>
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                <head>Dittatura o democrazia</head>
                <p>I socialisti italiani [dice] non faranno la rivoluzione. Porranno semplicemente le loro condizioni alla borghesia. Se questa non le vorrà accettare, allora scenderanno in piazza e potranno dire agli operai: Ecco che i borghesi in Parlamento non vogliono cedere: bisogna ricorrere ad altri mezzi. La dittatura del proletariato non deve spaventare: la borghesia non esercita la sua dittatura da secoli?
                    In Russia la dittatura di Lenin c’è voluta per abbattere la dittatura dello zar. I bolscevichi avranno dovuto fare delle vittime, ma quanti milioni non ha ammazzato lo zar?
                    Il Degasperi ebbe facile gioco a replicare: Benché in veste da moderato, il Flor sostiene in realtà il principio della dittatura contro il principio democratico della rappresentanza parlamentare. I deputati socialisti, dice egli, metteranno le loro condizioni: se la borghesia le respinge, scenderanno in piazza. Ciò vuol dire che se la maggioranza della Camera eletta a suffragio universale dai cittadini italiani, non accetta le condizioni della minoranza socialista, essi ricorreranno alla violenza. Ecco il principio con cui non si può andare d’accordo, senza conculcare la libertà e la giustizia sociale. I socialisti, se vogliono attuare il loro programma, devono guadagnarvi l’adesione della maggioranza degli eletti o degli elettori. Altra via legale non esiste. Fuori di essa non c’è che la tirannide.
                    Non è vero che Lenin in Russia sia ricorso alla dittatura per abbattere lo zar. Lo zar era già caduto, la rivoluzione era già fatta pacificamente. Erano al governo socialisti e democratici, ed è contro l’assemblea costituente, rappresentante tutti i cittadini, che Trotzki e Lenin fecero funzionare le mitragliatrici.</p>
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                <head>La guerra</head>
                <p>Gran parte della sua esposizione il Flor dedica alla guerra.
                    La guerra l’hanno voluta e continuata i borghesi, specialmente i clericali, contro i proletari di tutto il mondo. Voi, dice rivolto ai popolari trentini, eravate la coda dei cristiano-sociali tedeschi a Vienna e del centro germanico che hanno votato la guerra, noi, socialisti italiani, siamo vergini di ogni colpa, quindi possiamo inveire contro la guerra e declinarne ogni responsabilità.
                    Piano, signor Flor, replica l’on. Degasperi, vi nego il diritto d’intrupparvi coi socialisti italiani, per rifarvi una verginità che non avete. Voi, socialisti trentini, prima e durante la guerra, sia come partito politico, sia come movimento politico eravate tutto una cosa col partito socialista internazionale austriaco. I deputati socialisti italiani di Trento e Trieste fecero parte del club socialista in compagnia dei tedeschi anche quando ne uscirono gli slavi. Se mai dei partiti locali trentini qualcuno deve assumere la responsabilità dei club parlamentari austriaci è proprio il vostro, non noi che eravamo costituiti in partito separato dai cristiano-sociali tedeschi.
                    Ma noi ci possiamo rivendicare Federico Adler soggiunge il Flor, che ammazzò Stürgh ed iniziò la nuova era.
                    L’atto di Federico Adler, replica l’on. Degasperi, fu sconfessato dal vostro organo centrale l’Arbeiterzeitung e dal club parlamentare socialista.
                    E il Flor insiste allora sul contegno del Centro germanico e simili partiti. Questi hanno votato per le spese militari avanti la guerra, quindi l’hanno preparata.
                    Certo, ammette l’on. Degasperi; i cattolici, come altri partiti che ebbero responsabilità di governo, votarono anche le spese militari, ma senza voler assumere la responsabilità di tutta la loro politica, e senza voler escludere che ci sia stato qualche imperialista cosciente, non è vero che la maggioranza dei deputati votavano tali spese a malincuore e per la preoccupazione che bisognasse armarsi per non essere assaliti dai vicini, già più agguerriti? Non era questa la teoria in voga da tanti secoli nonostante i pacifisti di tutti i partiti, che per voler la pace convenisse preparare la guerra?
                    Del resto qual differenza esiste fra il Centro che vota 300 cannoni prima della guerra e i socialisti germanici che votando i crediti militari e i prestiti di guerra germanici rendono possibile la costruzione di migliaia di cannoni, che serviranno a massacrare il Belgio e a devastare la Francia?
                    Nell’uno e nell’altro caso - la maggior parte in buona fede - credono che ciò sia inevitabile per evitare la guerra o un lungo prolungarsi di essa.
                    Il Flor insiste ancora: non vagate all’estero, parlateci dei socialisti italiani!
                    Degasperi lo accontenta. Cita Bissolati, Battisti.
                    Flor a questo punto s’impenna, dice che i socialisti hanno cacciato dal loro partito tutti i loro consenzienti che hanno sbagliato.
                    È facile a Degasperi dimostrare che per rimaner «vergine» Flor deve cacciar fuori la grande maggioranza dei socialisti d’Europa, ad incominciare dai classici epigoni di Carlo Marx.
                    A questo si arriva quando non si vuol distinguere fra le varie cause del conﬂitto mondiale, per ridurlo semplicisticamente ad una lotta fra i proletari ed i capitalisti di tutti i paesi. A tal fine non si distingue fra la guerra dell’Austria provocatrice e dell’Italia, tiratavi per i capegli, della Germania aggreditrice e del Belgio che difende la propria esistenza. Si abbandona la realtà storica per fare della demagogia.</p>
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                <head>La questione morale</head>
                <p>Infine, essendosi toccata nel dibattito la questione scolastica, mentre Flor vuole escluso dalla scuola l’insegnamento del catechismo, Degasperi rileva che in Italia più che mai il popolo ha bisogno di un’educazione morale. Senza un contenuto cristiano, il movimento popolare che si entusiasma per gli esperimenti asiatici di Lenin, minaccia di sboccare in una rinnovata barbarie.
                    Mandiamo l’augurio, conclude l’on. Degasperi, da questo estremo lembo d’Italia che la nostra nazione esca dalla presente crisi rinnovata per un più intenso progresso sociale: Viva l’Italia! La maggioranza conclama questo grido. Un gruppo intona: Viva il socialismo, viva la Russia!</p>
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