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                <title>Il compito dei giovani</title>
                <author>Alcide de Gasperi</author>
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                    <name>Claudia Tarallo</name>
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                <bibl>Alcide de Gasperi. Il compito dei giovani. Discorso tenutosi a Trento, il 16 febbraio 1903
                    <date when="1903">1903</date>
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                <p>Trento, 16 febbraio 1903 </p>
                <p>Il compito dei giovani</p>
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                <p>Signore! Signori! Amici! 
                    V’è nella storia degli italiani in Vienna dei periodi, la cui rimembranza fa nascere un momentaneo senso d’invidia: quando il Magalotti scriveva a Cosimo III di Toscana «non c’è in questa capitale persona che vesta civilmente, la quale non parli speditamente la dolce lingua». O quando Minatti, i Galeazzo, i Priorato, i Tintow, i Bonini e gli arciduchi, rinati arcadi, si raccoglievano all’Accademia italiana, intraprendevano coronati di lauro il necessario viaggio allegorico sul monte Parnaso, o discutevano «se un amante in presenza della sua dama debba impallidire o arrossire», «se le donne siano più vane che curiose» - e avevano la coscienza tranquilla e sicura di rappresentare la cultura ed il progresso, e il monarca ascoltava con interesse, con rispetto, come se ieri non avesse veduto partire gli eserciti alla difesa dei confini e oggi non si ripercuotesse ancora nell’aria l’eco dei rumori di guerra!
                    Ora non più: schiere d’italiani colla miseria in volto passano per la via coperta di fango, oscura per la nebbia, gridando pane e lavoro, esuli, non ospiti; e noi stessi in volontario esilio, quando sediamo a una tavola comune non occupa più il pensiero delle belle Clori o dei vedovi ritrovi d’Arcadia, ma sentiamo tutta la precoce serietà della vita. Parliamo d’armi, di battaglie, di piani di guerra, di conquiste e di vittorie, membri coscienti di una società che arma e prepara, lasciate per un momento le affannose occupazioni di ogni dì, liberati per un momento dalla miseria della vita individuale quotidiana, in quest’ora di entusiasmo, l’uno indovina negli occhi dell’altro il profondo sentimento comune, la comune visione d’un avvenire migliore.
                    E come dietro alle madonne ideali di Fra Angelico ritorna sempre la sua diletta valle del Chiana, così noi dietro al nostro ideale luminoso vediamo sempre delinearsi di lontano la cima dei monti e i colli e le torri dell'amata terra trentina.
                    Partimmo una sera mesta e piovosa. Il noto suono di una campana si diffondeva da una torre sulla città, che abbandonavamo. Quel suono era lugubre, tristi erano i nostri pensieri. Pensavamo ai tempi in cui la medesima campana chiamava i cittadini a legiferare e a pregare, al tribunale e alla chiesa, quasi interprete quotidiana dell’unica, armonica coscienza morale del nostro paese. Oggi la campana dava un suono fesso, piangente. Noi al lugubre quadro che quel suono ci creava dinanzi mormoravamo una promessa mentre salutavamo le ultime case, le ultime torri, che sparivano dietro la curva del monte. E ora ci accade lungo il nostro esilioo, pur da questa Vienna che sta facendo si lunghi passi verso l’idealismo cristiano, osservare giorno per giorno venir smosse o magari cadere una dopo l’altra le pietre di quel tempio di cui gittò le basi S. Vigilio ed edificarono e custodirono i buoni per lunga serie di secoli. Amici, l’esperienza quotidiana e fatti recenti insegnano che è venuto il tempo anche per il Trentino, in cui il problema interiore s’impone a qualunque altro, che l’ora in cui il problema morale richiede una soluzione collettiva è suonata!
                    La nostra borghesia liberale, impegnata in una lotta esterna, dalla quale a torto si crede dipendano principalmente le sorti di un popolo, dimenticò colpevolmente o volle ignorare che vale anzitutto l’unità interiore, l’unità morale e che un popolo è forte solo se inspirato ad un medesimo ideale, marcia ad una meta unanimemente voluta. E cosi si spezzò filo per filo tutta la mirabile tela intessuta dal cristianesimo. Ma d’altro canto forse anche da noi trovano applicazione le parole sfuggite recentemente all’Encken.
                    «Non c’illudiamo: un forte sentimento di scontento con la civiltà attuale passa per l’umanità; noi sentiamo che la coltura moderna non penetra fino alla radice dell’essere, ch’essa non è capace di dare un senso ed un valore intrinseci alla vita e di riempire le anime con quel grande amore che rialza sopra ogni miseria ed angustia».
                    Stretto fra contrasti sempre più risoluti pare che in gran parte della gente colta l’indifferenza se ne vada e che nello scontento generale si assista anche da noi alla rinascita dell’ideale positivo. Cattolici, aiutiamo questa tendenza, impadroniamocene! Se l’idealismo ritorna, se ritorna la tendenza a cose elevate, non si fermerà davvero alla conferenza del professore superuomo, ma passerà oltre all'antico cielo. Sarà un ritorno alle chiese, disse tempo fa un professore della Sorbona. Questo cambiamento però non avverrà senza il concorso di quella parte dei cattolici i quali si sono impossessati di quel corredo medio di cognizioni e di forme che passano sotto il nome di «coltura moderna». Le forme si sono mutate: e ora al pergamo si aggiunge la stampa quotidiana, la conferenza, l’opuscolo, la rivista scientifica. Questo è il campo, o amici, ove i cattolici colti devono gareggiare cogli avversari, stretto campo neutrale, ove è però possibile mantenere il contatto con loro. E questo è il campo ove noi giovani potremo far molto, se la preparazione sarà adeguata all’altezza del compito. Troppo spesso la buona causa ebbe cattivi avvocati, troppo spesso i cattolici inneggiarono all’avvento della vittoria invece di prepararla. Nessuno vuole che da noi escano altrettanti agitatori politici, ma questo aspetta la patria: che dispersi o raccolti, in qualunque posizione o carriera, fedeli agli ideali, sentiamo sempre ed ovunque il dovere di cooperare alla loro realizzazione.
                    E se la borghesia mancasse al richiamo dei tempi e alle nostre speranze e dovesse cedere il passo all’altro che sale al potere, avanti, o giovani entusiasti, avanti, o democratici; nelle nostre vallate alpine stanno tesori d’energie! Vi dico solo una parola. Quella parola che tre anni fa pronunciavamo quasi furtivamente nei convegni nostri, che spargemmo poi entusiasti nelle valli, ove ora corre di bocca in bocca, intesa, sentita dal più umile popolano come parola di redenzione che ammirando applaudimmo dalle labbra del Pontefice: democrazia cristiana. Quella democrazia che non conobbero né Atene, né Roma, ma portò alla metropoli latina un pescatore di Galilea. Modeste forze ausiliari del clero, ci siamo consacrati alla causa con zelo di neofiti, con l’entusiasmo e l’impeto della gioventù, criticati spesso anche da quei nostri amici, che avrebbero voluto mettessimo in serbo il buon valore e l’opera per gli anni in cui forse la libertà se ne sarà andata. Ed ora che l’Unione ci dà nuovi fratelli, passiamo innanzi la nostra parola, poichè la battaglia è ingaggiata su tutta la linea e molti sono i posti scoperti.
                    Io non vi dico: tenete conferenze, agitate per la stampa; vi dico: siate democratici cristiani convinti; e ovunque troverete un gruppo di gente che vuole istruirsi, che vuole salire, fate quello che sta nelle vostre forze e negli obblighi professionali; ma anche quello che vi detta il dovere inerente a un tale carattere.
                    C’è della gente, lo so, che ride del nostro entusiasmo e ci guarda in aria di compatimento. Lasciateli ridere. Ma non sarà meno vero che la patria è chiamata a grandi cose, solo se nella gioventù arde la face sacra dell'ideale. Non è meno vero che un male lamentato anche da noi è che i giovani ritornano dalle università rotti e sfiduciati della vita, invecchiati nell'anima a vent’anni, ridotti ad una sola beatitudine, quella che dice Giorgio ad Ippolita in un romanzo d’annunziano: «Beati i morti, i quali non dubitano più»; e il cui curriculum vitae si scriverà colle parole di Gellert: Er lebte, nahm ein Weib, und starb. No, abbiamo occhi per la realtà del presente, ma anche fede inconcussa nell’avvenire. La causa nostra è quella di Cristo e della sua Chiesa; e davanti a Cristo mille anni sono un giorno, e noi dobbiamo lavorare innanzi pazientemente ignorando chi raccoglierà i frutti, ma certi che verranno.
                    Alla fine della nostra giornata il nostro lavoro si aggiungerà al progresso di mille che marciarono tutti verso il trionfo del Bene e del Buono, ﬁduciosi in questo trionfo, checché ne dicessero i malvagi e gli indifferenti, col semplice motto serviendo consummar.
                    E così rinnoviamo anche questa sera la nostra promessa di buoni cristiani e buoni trentini in seno a quest’alma Unione la quale custodisca e conservi acceso il fuoco sacro per tutta la vita. Soldati di fede e d’entusiasmo, non ci nascondiamo le difficoltà della lotta e soprattutto che gli [anni] nostri sono di preparazione e di studio, ma sappiamo anche momenti in cui vale la parola di Goethe: «In der jetzigen Zeit soll Niemand schweigen oder nachgeben!» 
                    Nel mondo degli inganni e delle illusioni accoppiamo ad una fede grande nell’ideale un carattere integro ed irremovibile, tanto che finito il compito nostro col nostro tempo, si possa dire di ognuno di noi: 
                    «Né mosse collo, né piegò sua costa!».</p>
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