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        <title>USI,COSTUMI E PREGIUDIZI DEL POPOLO DI ROMA</title>
        <author>Zanazzo, Giggi</author>
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          <name>Conversione in formato XML - TEI  curata dall'Istituto di Linguistica Computazionale "Antonio Zampolli" CNR Pisa 2014</name>
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        <distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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          <p>Available for academic research purposes only</p>
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        <bibl>testi ILC <date when="1860" /></bibl>
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      <p>Codifica XML-TEI secondo le norme del progetto PRIN</p>
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          <label>Oxygen XML Editor</label>
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        <p>PRIN 2012 - Accademia della Crusca</p>
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            <catDesc>storia</catDesc>
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      <head type="Titolo_Testo">USI,COSTUMI E PREGIUDIZI DEL POPOLO DI ROMA</head>
      <div type="Capitolo">
        <head type="Titolo">I. Medicina popolare </head>
        <p>
 INDICE
 I. — MEDICINA POPOLARE.
 II. — USI, COSTUMI, CREDENZE, PREGIUDIZI E LEGGENDE.
 III. — GIUOCHI FANCIULLESCHI, DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI.
 IV. — INDOVINARELLI, ECC.
 V. — VOCI ANTICHE E ODIERNE DEI VENDITORI AMBULANTI.
 VI. — REGOLE P’ER GIOCO DE LA PASSATELLA.
 VII. — SAGGIO DI VECCHIE PAROLE DEL GERGO DEI BIRBI, ECC.
</p>
        <div type="SottoCapitolo" n="1">
          <head type="Titolo"> Avvertenza </head>
          <p>
 La presente raccolta di rimedi simpatichi, come suole chiamarli il popolo, ed
 anche delle altre tradizioni che ho pubblicato o che sono in corso di
 pubblicazione in questa raccolta di "tradizioni popolari romane", sono il frutto
 di parecchi anni di assidue ricerche da me fatte vivendo in mezzo al popolo; e
 questi rimedi particolarmente io devo alle donne: poichè la scienza di curare
 qualsiasi malanno è generalmente riservata ad esse.
 Confesso il vero, mentre una trentina d’anni fa li raccoglievo, non immaginavo
 che un giorno mi sarebbero serviti a qualche cosa. Nel perdermi per lunghe ore
 tra quei chiassuoli, tra quelle viuzze anguste e fangose del Trastevere, non
 avevo allora altro desiderio che di far tesoro dei modi di dire o delle frasi
 più originali che avessero potuto interessarmi. In tali occasioni non di rado mi
 accadeva di udire ora il pregiudizio, ora il rimedio simpatico, ora la
 leggenda... ora una cosa, ora un’altra, di cui
 subito pigliavo nota; ma, ripeto, facevo ciò per semplice curiosità, e anche per
 quella vivissima passione che avevo ed ho per le cose che col popolo hanno
 attinenza. Tanto ero lontano in quel tempo dall’idea che siffatto materiale
 potesse interessare, all’infuori di me, altra persona: ed anche perchè ignoravo
 che già dotti ed illustri scienziati, quali il Pitrè, il d’Ancona, Salomone
 Marino, il Guastella, il De Nino, il Gianandrea, il Morandi, il Sabatini, il
 Menghini ed altri, attendevano con amorevoli cu
 re a salvare dalle ingiurie del tempo questi documenti intimi della psicologia
 di un popolo.
 * * *
 Molti di questi stessi rimedi furono consigliati a me stesso da alcune vecchie
 commari, alle quali, mi accusavo di aver cento malanni come il Cavallo di
 Gonnèlla; e ciò facevo per destare in loro maggiore interesse e darmi così agio
 a bene imprimermeli nella memoria. Fra queste ricorderò sempre con vivo
 compiacimento le due vecchie proprietarie di un’antichissima friggitoria, le
 quali, prima che si costruisse la nuova via Cavour, avevano la loro bottega alla
 Suburra.
 Parte di questi rimedi empirici li devo a loro; moltissimi altri alla mia povera
 mamma; e altri pochi di essi mi sono stati forniti dell’immortale poeta Belli,
 per mezzo de’ suoi meravigliosi Sonetti romaneschi.
 * * *
 Se al lettore questi rimedi sembrassero strani o ridicoli, risponderò con un
 adagio tutto romanesco che dice: peggio nun è morto mai. Poichè per quanto
 strani e ridicoli essi siano, non raggiungeranno mai l’assurdità di alcuni
 rimedi di celebrità mediche dei secoli XVI, XVII, e perfino del XVIII secolo. Ad
 esempio nel secolo XVI Giovan Matteo Fabbri ne assicura che si giudicava il
 suono delle campane essere ricetta salutare contro il dolor di capo e si
 scrivevano opere di questa fatta: De dolore capitis son
 itu campanarum sanato (!). Ed ancora nel 1759 il famoso Lemery, medico e chimico
 francese, insegnava che lo stercus humanus è digestivo, risolutivo emolliente,
 addolcente! E lo si prescriveva contro i mali di gola, contro l’epilessia,
 contro le febbri intermittenti, ecc. Disseccato, polverizzato e mischiato col
 miele, veniva applicato sui flemmoni, sugli antraci, sulle ulceri carbonchiose:
 ed era chiamato empiastro aureo! Ma ciò che sorpassa ogni immaginazione è che i
 vapori esalati dall’odorifera cottura e
 rano raccolti con cura e servivano a fare un’acqua antioftalmica!...1
 Basta: se questa mia breve raccolta troverà favore presso il pubblico (presso i
 dotti no di certo) lo dovrò forse allo studio che ho posto a purgarla dai pregi
 propri alle opere dello stesso genere, evitando note, chiose, confronti,
 citazioni e fin la parvenza della più lontana erudizione, poichè io non ho avuto
 la pretesa di offrire agli studiosi del Folk-lore un lavoro perfetto, ma
 soltanto un abbozzo di studio ed una traccia per chi voglia seguire lo svolgersi
 del popolo nostro.
 Roma, dicembre 1907.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="2">
          <head type="Titolo"> 1. — Come uno s’accorge che stà pper ammalasse. </head>
          <p>
 Quanno ve se fanno nere l’ógna de le mano, e cciavete l’occhi sbattuti e
 accallamarati, e la lingua spòrca, allora è ssegno che nun ve sentite troppo pe’
 la qualé.
 Presempio, a le donne, quanno nu’ stanno bbene, la féde jé s’appanna; e, ne lo
 spostalla un tantinèllo dar déto, ce se troveno sótto un cerchietto nero.
 Allora, a cchi pprème la salute, la prima cosa che ddeve fa’, appéna nun se
 sènte sicónno er sòlito suo, è dde pijasse un bon purgante.
 De tutte le purghe, la ppiù mmèjo perché llava lo stommico, sbòtta, e pporta via
 ’gni cosa come la lescìa, è ll’ojo de rìggine.
 Quanno, sorèlla, una quarsìasi ammalatia che tte vó vvienì’, trova pulito lo
 stòmmico, nun te pô ffa’ ttanto danno nun solo, ma tte se leva d’intorno ppiù
 ppresto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="3">
          <head type="Titolo"> 2. — Pe’ gguarì’ dda quarsìasi male. </head>
          <p>
 In prìmise la cosa che òpra in sur subbito pe’ gguarì’ qualunque ammalatia, è
 la manna miracolosa de San Nicola de Bbari.
 Ma siccomme adesso è indificile a ttrovalla, com’era a li tempi mii, che sse
 crompava da li ciarlatani, accusì bbisogna fàssela vienì’ appostatamente da
 llaggiù.
 Un antro sana-tòto, è ppuro l’ojo de le làmpene che àrdeno davanti a le sante
 immaggine de la Madonna de Sant’Agustino, de Santa Maria Maggiore, de San
 Giuvanni, de San Pietro, de San Pavolo, de Santa Cróce in Gerusalemme, e dde
 tante antre cchiese de Roma e dde fôra.
 Abbasta a intigne una pezzétta o un po’ dde bbambace dentro quell’òjo
 miracoloso, e strofinàccese bbene bbene la parte ammalorcicata, pe’ gguarì’
 pprima de subbito.
 Un antro arimèdio pe’ gguarì’ qualunque male, è la Triàca che in de li tempi mia
 faceva miracoli, e nun c’era cirùsico bbravo che nun ve l’ordinava.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="4">
          <head type="Titolo"> 3. — Pe’ gguarì’ da li dolori pe’ ll’ossa. </head>
          <p>
 Pijate una bbôna fatta de foje de sambuco e ccoprìtevece tutta la persona, una
 foja accanto a ll’antra tanto de sopre che dde sótto. Doppo invortateve bbene
 bbene co’ ’na cuperta de lana, e tienétecela insinènta a ttanto che quéle foje
 nun se sùgheno tutto quer sudore che vve s’è arimbevuto.
 Fatta ’st’operazzione, v’assicuro che vve sentirete mejo.
 Pe’ gguarì’ dda li dolori pe’ ll’ossa, dicheno che ffacci puro una mano santa a
 appricasse su la parte ammalorcicata, la pelle d’er gallo, der conijo o d’un
 agnèllo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="5">
          <head type="Titolo"> 4. — La cura de ll’occhi. </head>
          <p>
 Ce so’ un sacco d’arimèdî uno mejo de ll’antro.
 Presempio pe’ gguarì’ la frussióne, bbisogna mettesse de qua e de llà dde
 ll’occhi, prima de le tempie, du’ pezzetti de lèvito cuperti da du’ pezzette
 tonne de scarlatto rosso.
 Quer lèvito s’attira er sangue e ll’occhio ve se schiarisce.
 Pe’ la frussióne fa ppuro bbene, quanno se va a ddormì’, d’atturasse prima
 l’occhi co’ la ricótta che vve li rinfresca e li pulisce.
 Oppuramente, sempre pe’ la frussióne, pijate una mollica de pane arifatto,
 méttetece un goccétto d’acqua e ttre ppìzzichi de gomma ’rabbica in porvere,
 impastate tutto quanto bbene bbene, e quanno l’avete aridotto come un inguento,
 spianatelo sopra du’ pezzetti tonni de scarlatto rosso e appricateveli su le
 tempie.
 Quanno però sso’ vventiquattr’ora in punto che cce l’avete messe, ni un minuto
 de ppiù ni un minuto de meno, state bbene attenta a staccàvvele, si nno’
 artrimenti, la forza potente che ccià la mollica dar pane ve poterebbe fa’
 storce l’occhi.
 O anche fate bbulle un po’ de crimor de tartero, mettetece poi du’ gócce de sugo
 de limone romanesco, e ffàtevece li sciacqui.
 Volènno, ve potete mette’ du’ mosche de Milano su’ le bbraccia, una lèva e una
 mette.
 Sempre p’er medemo incommido, c’è cchi ppija un ôvo appena levato de sotto a la
 gallina, lo sbatte bbene, e quanno va a ddormì’ se lo schiaffa su ll’occhi, e
 cce se lo tiè’ ttutta ’na nottata.
 Apposta a li tempi de mi’ nonna, bbon’anima, puro a li fiji maschi quanno
 nascéveno, je se sbucàveno l’orecchie come a le femmine, e je se mettevano
 l’orecchini d’oro.
 L’oro attaccato a l’orecchie, rischiara e rinfresca la vista e ttiè’ llontani da
 ll’occhi tutti li malanni.
 Pe’ ppijasse er male a ll’occhi, nun ce vô gnente. Tante vorte (e questo è
 vangelio!) abbasta a guardà’ ffissa ’na persona che ccià ll’occhi ammalati per
 attaccasse er male.
 Dunque state bbene attenti a nun cascacce.
 E aricordateve poi che cciavemo, ner caso, un proverbio che ddice: Gnente è
 bbono pe’ ll’occhi.3
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="6">
          <head type="Titolo"> 5. — Pe’ gguari’ dda la fattura che sse chiama "Occhiaticcio". </head>
          <p>
 Pe’ gguarì’ da ’sta fattura che sse chiama occhiaticcio, oppuramente invidia,
 ecco u’ rimedio sicuro sicuro.
 Pijate dodici ranocchie vive, mettetele drento una marmitta de ferro sbattuto,
 co’ drento ttre sgummarelli d’acqua de pozzo, e ffatele allessà’.
 Allessate che sso’, pijate quell’acqua, passatela in der setaccio, e quanno ve
 s’è arifreddata fatece li bbagnoli a ll’occhi.
 Se chiama l’acqua de zzompi de ranocchie.
 Bisogna sta’ bbene attenta però che la marmitta sii de ferro sbattuto e cche
 l’acqua sii de pozzo si nnó e’ rimedio nun fa gnisun affètto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="7">
          <head type="Titolo"> 6. — Pe’ ffasse passà’ la "fuggitiva". </head>
          <p>
 Pe’ ffasse passà’ la fuggitiva o ddimo cacarèlla, o diarèlla come se chiama
 adesso, nun ce vô gnente.
 Pijate una bbella manciata de canipuccia e ppistàtela bbene bbene in der
 mortale. Fatto questo mettétela accusì ppistata in d’una pezza de bbucata. Poi
 pijate du’ bbicchieri: uno pieno d’acqua, e uno vôto. Intignete la pezza co’ la
 canipuccia drento ar bicchiere co’ ll’acqua: quanno s’è bbene arimbevuta,
 cacciatela, e spremétela drento ar bicchiere vôto.
 Quéla spremitura bbevétevela e la diarèlla ve sparisce.
 Fanno puro bbene li fumenti calli, o a ttienesse la panza cuperta bbene co’ la
 lana.
 Un antro arimedio è questo.
 Mettete un par de déta d’acqua in un bicchiere e sfragnétece drento u’ llimone
 romanesco sano.
 Bevetelo, e mme saperete a ddì’ si la fuggitiva nun ve se passa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="8">
          <head type="Titolo"> 7. — Contro l’"Orzaròli"3. </head>
          <p>
 Quanno, puta caso, accanto a ll’occhi ve viè’ uno de quela specie de pedicèlli
 che a Roma se chiàmeno orzaròli, l’unico rimedio pe’ ffalli sparì’ subbito, è
 quello de cucì’ ll’occhio. O ppe’ ccapisse mejo, de fa infinta de cucillo;
 perchè sse deve pijà’ ll’ago infilato e ffa’ infinta come si uno se cucisse
 l’occhio pe’ ddavero.
 Oppuramente, abbasta a ffasse toccà’ l’orzarolo da una donna gravida, pe’
 gguarì’ lo stesso.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="9">
          <head type="Titolo"> 8. — Pe’ le stincature, rotture e slogature d’ossa. </head>
          <p>
 Comprate ’na bbôna fatta de códiche, raschiàtele bbene; poi pijate quela
 raschiatura e strofinàtevece bbene bbene, e pper un ber pezzo infinenta che nun
 ve dôle ppiù la parte che vve s’è rotta, stincata o slocata.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="10">
          <head type="Titolo"> 9. — P’er mal d’urina. </head>
          <p>
 In prìmise, bbeveteve una bbôna bbullitura dé capélli de tútero, e vve
 sentirete subbito mejo; ma si a le vorte ’st’arimedio nun ve facesse affètto,
 fate un bell’impiastro de patate crude grattate e appricàtevelo bbello callo
 sopra ar pedignóne.
 Oppuramente, invece de le patate, un’impiastro de cipolle cotte su la bbracia e
 ppoi pistate, che ffa lo stesso affètto.%4
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="11">
          <head type="Titolo"> 10. — Pe’ ffa’ ppassà’ li dolor de panza a le crature. </head>
          <p>
 Dàteje due o ttre ccucchiarini d’acqua fatta bbullì’ co’ ddu’ fronne de
 lattuga. Si ppoi li dolori je seguitassino, allora fateje un impiastrino de ruta
 pistata oppuramente de seme de lino e appricàtejelo sur bellicolo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="12">
          <head type="Titolo"> 11.  Pe’ ffa’ sburà’ un pedicèllo o antro. </head>
          <p>
 Appricate sopre ar pedicèllo o ar bóbbóne un impiastrino de marva, ortica,
 palatana, e mollica de pane, e quello ve sbura subbito.
 Oppuro appricàtece sopre una o ddu’ fronne d’erba grassa da la parte der
 dedietro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="13">
          <head type="Titolo"> 12.  Pe’ gguarí’ le crature dar male de la "Lupa". </head>
          <p>
 Quanno una cratura ve magna ve magna, e nun ve s’ingrassa mai, e anzi v’arèsta
 nèrcia e ssécca com’un ancinèllo, è ssegno che quéla povera anima de Ddio cia’
 er male de la Lupa. Allora pe’ ffalla in sur subbito guarì’ se porta dar fornaro
 e sse fa infornà’.
 Ecco come se fa.
 Quanno er forno è ppieno de pane (si nno’ nun vale), l’infornatore tira la
 parata der forno, se pija in braccio la cratura, e la passa pe’ ttre vvorte
 davanti ar forno, dicènno ogni vorta che cce passa:
 — Sfàmete, lupa!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="14">
          <head type="Titolo"> 13.  Pe’ gguari’ da l’ongina. </head>
          <p>
 Pijate ’na ranocchia e un po’ de mortella, pistatele tutt’assieme insino a
 ttanto che vve viè’ ccom’un impiastro o ’na specie de bbattuto.
 St’impiastro poi appricàtevelo bbene intorno ar collo e tienétecelo pe’
 vventiquattr’ora.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="15">
          <head type="Titolo"> 14.  Contro le ’moroide. </head>
          <p>
 Comprate un po’ de ggèsso de Genova e ffatelo bbullì’ drento ’na certa quantità
 d’acqua. Quanno quer gèsso è addiventato come una specie de fanga, appricatevelo
 sopra la parte e gguarirete.
 Oppuramente comprate tre oncia de bbutiro, un puzzonétto nôvo o ddimo una
 piluccia de còccio, poi pijate una ranocchia viva e mettetela in de la pila a
 ffrigge insieme ar butiro. Fritto che hanno mettetece drento un sordo d’occhio
 de grancio.
 Quanno s’è ttutto bbene arifreddato, vie’ come ’na mantèca, che cce s’àpprica e
 sse strufina sopra a le moroide.
 Sibbè’ ch’er mejo arimedio ppiù mmijore de tutti pe’ scongiurà’ er malanno de le
 ’moroide, è dde portasse ’gni sempre in saccoccia una bbôna castagna porcina.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="16">
          <head type="Titolo"> 15.  Contro li ggelóni. </head>
          <p>
 Bagnateveli bbene bbene cor piscio callo, prima de ficcavve in de’ lletto.
 Fatelo pe’ quattro o ccinque sere de seguito, e vvederete che vve se passeranno.
 Pe’ gguarì’ li ggelóni fa puro bbene un impiastrino de marva cotta, o dde
 sarvia, oppuramente d’ajo pisto, o de mele cotte, de fravole mature o de farina
 de céci.
 Puro a ontalli cor ségo ce se prova rifriggerio.
 Si ppoi ve volete fa’ ppassà’ quer rosore che ddà ttanto torménto speciarmente a
 le crature, la sera prima d’annà’ a lletto, mettete a scallà’ un po’ d’acqua, e
 poi mettetece li piedi a mmòllo per una diecina de minuti.
 Vederete che mmanosanta!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="17">
          <head type="Titolo"> 16.  La cura a li denti. </head>
          <p>
 Pe’ presevvalli da le cariatide e dda qualunque antro malanno, sciacquàteveli
 matina e ssera cor piscio callo. Er piscio serve puro a mmantienelli bbianchi e
 ppuliti.
 Je fa puro bbene la povere der pane abbruscato, quella der carbone pisto, la
 cénnere der sighero o er bicarbonaro in porvere.
 Pe’ ffasse passà’ o ccarmà’ lo spasimo che ddanno li denti cariati, fa bbene a
 mettecce sopre un mozzone de sighero, o a sciacquasse la bbocca co’
 ll’acquavita.
 Un antro rimèdio, che ffa una mano santa, è questo:
 Pijate un osso de pèrsica, mettételo su la cennere calla a riscallà’, e ppoi
 mettétevelo in bocca da la parte der dènte che vve dóle, e vvederete ch’er
 dolore ve se carma.
 Sibbè’ che ll’unico arimedio, quanno queli bboja dènti dòleno, è d’annà’ da
 padre Arsènigo a San Bartolomeo all’Isola, e de fasse mette’ la radica ar sole.
 (Vedi: Pe’ guarì’ la tignola à li denti. N. 110).
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="18">
          <head type="Titolo"> 17.  Pe’ ffasse passà’ er singózzo. </head>
          <p>
 Bevete sette sórsi d’acqua senza mai aripijà’ ffiato; e a ’gni sórso dite a
 l’imprescia a l’imprescia:
 "Singózzo, singózzo
 Vattene in der pózzo
 In der pózzo e in de la funtana,
 Ner core de chi mm’ama.
 Si mm’ama se lo tiènga;
 Si nun m’ama m’ariviènga".
 Oppuramente pijate un tòcco de zucchero, mettétece sópre du’ gócce d’acéto,
 masticàtelo bbene e poi ignottìtelo.
 Er singózzo lo fa ppuro passà’ un sarto de pavura a ll’improviso.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="19">
          <head type="Titolo"> 18.  Contro la sciàtica. </head>
          <p>
 Pe’ gguarì’ da la sciàtica coprìteve infinenta che nun ve passa, tutta la parte
 ammalorcicata, co’ lo schertro der somaro, o der bôvo.
 C’è ppuro invece chi cce s’àpprica sur dolore le tevole der tetto prima infócate
 e poi invortate in d’una pezza de lana.
 E cchi cce mette sopre un impiastro d’una certa erba che mmo’ nun m’ aricordo
 ppiù ccome se chiama.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="20">
          <head type="Titolo"> 19.  Contro le "Porcherie"2. </head>
          <p>
 Se’ chiàmeno porcherìe (resìpole) perchè si uno, sarvognóne, s’azzarda sortanto
 a smentuvalle, se le pô ffa’ vvienì’; e si uno già cce l’ha avute, je pônno
 subbito aritornà’.
 E èccheve come se cureno.
 Se ségneno pe’ ttre ggiorni de séguito co’ la féde bbenedetta (l’anello
 nuziale), e in der mentre se ségneno sé dice quell’orazzione che incomincia:
 "In nome de la Santissima Ternità".
 ’Sta funzione sé déve fa’ la mmatina e la sera, a la levata e a la calata der
 sole.
 Sempre pe’ gguarì’ dda le porcherìe medéme, fa una mano santa a affacciasse la
 mmatina e la séra ar bucio der loco commido: e la mmatina dije: Bôna sera; e la
 sera dije: Bôn giorno.
 O anche sturà’ er loco medémo e stacce cór grugno sopre, infinenta che uno
 ciarisiste.
 Porcherìa scaccia porcherìa.
 Pe’ la resìpola fanno puro bbene le bbevanne de cremor de tartero, oppuramente
 quelle de marvóne e semprevivo mischiati insieme.
 A ppreposito de ’ste bbevanne, nun me vojo scordà’ de dì’, che ’ste bbevanne
 medéme, ortre a gguarì’ la resìpola, guarischeno un antro sacco de malanni.
 Farete dunque bbene a ttienè’ a ccasa, sempre pronti, tanto un po’ de’ crimor de
 tàrtero, quanto un tantino de marvóne e de semprevivo, e a la prima
 circostanzia, fanne uso.
 Un antro arìmedio che ffa ppuro bbene assai contro la risìpola so’ li lavativi
 d’acqua de capomilla e dde fónghi.
 A ppreposito de lavativi, tieneteve bbene a la mente che:
 "Dieta e sservizziali,
 Guarìscheno tutti li mali".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="21">
          <head type="Titolo"> 20.  Pe’ nun fa’ spellà’ la schina a cchi sta </head>
          <p>
 in un fónno de letto.
 Pe’ nun fa’ spellà’ la schina a quelli poveri ammalati incurabbili condannati a
 sta’ in d’un fónno de’ letto e ssempre in d’una posizzione, bbisogna metteje
 sotto a’ llètto u’ recipiènte quarsiasi pieno d’acqua calla bullita cor sale
 grosso.
 Ortre a nun faje spellà’ la schina, quell’acqua cura puro li decûpise che
 vviengheno a queli poveracci che stanno, come dicevo, sempre in d’una medema
 posizione.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="22">
          <head type="Titolo"> 21.  Pe’ li dolori de panza. </head>
          <p>
 Beveteve un par de déta d’ojo d’uliva drento un mezzo bicchiere d’acqua de
 marva e vvederete che ddoppo un tantinèllo li dolori ve se passeranno.
 Fa puro bbene a allongasse su’ lletto a bbocca sótto.
 Fate bbullì’ assieme un po’ dd’orzo e ssémmola; poi mettetece drento un’oncia
 d’ojo de riggine.
 Bevétela la mmatina a ddiggiuno e li dolori ve se passeranno.
 ’Sto medémo rimedio fa ppuro bbene p’er male d’urina; sortanto che vva bbevuto
 co’ ll’acqua de gramiccia.
 Però si finènta che ccampate nun volete mai soffrì’ de dolor de panza, èccheve
 u’ rimedio sicuro e cche nun ve costa gnente.
 Quanno sémo a li primi der mese de Marzo, ècco sì che ccosa avete da fa’. Pijate
 e arotolàteve pe’ quattro o ccinque vorte per tera, anche vestito come ve
 trovate, e state puro sicuro che infinènta che nun ve n’annate a barachaimmé nun
 soffrirete ppiù nemmanco d’un dolor de panza.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="23">
          <head type="Titolo"> 22.  Contro li dolor de réni. </head>
          <p>
 Comprate un sordo o dua de lardo de pórco maschio, strufinàtevelo bbene e pper
 un ber pezzetto su la parte che vve dôle, e vvederete che ddoppo un po’ dde
 tempo ve sentirete arifiatato.
 Va con sé, che avete d’avè’ ccura de coprivve li réni co’ ’na pezza de lana
 ariscallata.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="24">
          <head type="Titolo"> 23.  Pe’ gguarì’ da le Pannarice. </head>
          <p>
 Precuràteve un tantino de tàrtero de bbótte, poi comprate un bajòcco d’éllera,
 e ffàteli bbullì’ assieme, drento a una piluccia de còccio.
 Bullito che hanno fateli sta’ tutta una nottata de fôra de la finestra, a la
 seréna.
 La mmatina appresso, a ddiggiuno, sciacquateve la pannarice co’ quela
 bbullitura; e a ccapo a tre o quattro ggiorni de ’sta cura, guarirete.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="25">
          <head type="Titolo"> 24.  P’er male a la Mirza. </head>
          <p>
 Bisogna portà’ la persona che è ammalata de mirza in d’un sito andove lei nun
 ce sii mai passata. Come presempio in quarche parte de la Campagna romana.
 Arivati che ssaréte llì, l’ammalato deve fa’ dda sé un bbella bbucia pe’ ttera.
 Un passo addietro. Me so’ scordato de divve che l’ammalato se deve portà’ co’
 ssé un ber pèzzo de mirza de vaccina.
 Fatta dunque che ha la bbucia che vv’ho ddetto, l’ammalato ce deve mette drento
 da se, quer pezzo de mirza che ss’è pportato; poi deve aricoprì’ la bbucia co’
 la stessa tera; e una vorta cuperta ce deve fa’ ssopre una bbôna pisciata.
 In pochi ggiorni, doppo fatto ’st’arimedio, state puro certo ch’er dolore a la
 mirza je passerà der tutto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="26">
          <head type="Titolo"> 25.  P’er catarro intestinale. </head>
          <p>
 Annate dar sempricista e ffateve da’ ddodici bbajocchi de scorza de semirubba.
 Comprata che l’avete, fatene quattro parte, perchè ’sta cura se deve fa’ ppe’
 quattro ggiorni.
 Precuràteve un puzzonetto de coccio nôvo o ppiluccia che ssia, mettetece drénto
 un mezzo d’acqua e una parte de la scorza, e ffateli bbullì’ ar fôco, insinenta
 che dde quell’acqua ce n’arimànino tre o quattro déta.
 Mettétela la notte a la seréna, e bbevétevela la mmattina a ddiggiuno, pe’
 quattro, ggiorni; ma un giorno sì e un giorno no.
 State bbene attenta però che la pila sii de còccio si nno’ nun vale; e a ccapo a
 li quattro ggiorni de ’sta cura, chiamàteme bboja si nun ve guarirete.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="27">
          <head type="Titolo"> 26.  Contro li Pòrri. </head>
          <p>
 Pe’ llevasse l’incommido de li pòrri nun ce vô gnente.
 Annate dar pizzicarôlo, comprate un ber pézzétto de códica, e strufinàtevece
 bbene bbene tutti li pòrri che cciavéte sii pe’ la vita che pp’er viso.
 Fatta ’sta funzione pijate quela medema códica e annatela a bbuttà’ in d’un
 sito, indove, doppo che cce l’avete bbuttata, nun ciavete da passà’ ppiù in
 tutto er tempo de la vita vostra; perché si cce passate li porri v’aritorneranno
 e nun ve passeranno ppiù.
 Quanno poi quela códica medema che v’ha sservito se sarà seccata der tutto,
 allora li porri che ciavete ve se ne cascheranno da sé.
 Si nnó strufinàteve sopra a li porri un cécio o un faciolo che ddev’èsse
 rubbato, si nnó nun vale; eppoi bbuttatelo in der gèsso.
 C’è ppuro chi li lega cor un’accia de filo de seta crèmisi (attenta bbene ch’er
 colore sia cremisi!) infinènta che nu’ jé sé seccheno e ppoi jé càscheno da
 loro.
 Un antro arimèdio pe’ fa’ spari’ li porri è quello de daje un’abbagnatina pe’
 ddue o ttre vvorte co’ quer sangue de quanno la donna cià le cose sue.
 Oppuramente comprate un mazzétto de radicétte (ravanèlli) e strufinatevele bbene
 su li porri diverse vorte e ppe’ ddiversi ggiorni. Quanno ve sete servìto de
 quer mazzetto, mettetelo a sseccallo ar sóle.
 Una vorta seccate le radicétte, puro li porri se séccheno e vve càscheno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="28">
          <head type="Titolo"> 27.  Pe’ gguarì’ ddar pallone o guàllera che ssia. </head>
          <p>
 Pe’ ffa’ ppassà’ er pallóne a le craturélle in fasciola, la prima cosa è dde
 metteje subbito er cintarèllo o un sospensorio.
 In der medemo tempo però, bbisogna che la madre che l’allatta, se magni, pe’
 ssette o otto ggiorni in fila a la mmatina, a ddiggiuno, un spicchio d’ajo.
 E in poco tempo, state puro certi, ch’er pallóne piano piano je s’aritira e je
 sparisce.
 A le persone granne je fa bbene a appricàccese sopre, pe’ ’na quinnicina de
 ggiorni, un impiastrino de péce da carzolaro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="29">
          <head type="Titolo"> 28.  P’er lattime. </head>
          <p>
 Pe’ gguarì’ e’ llattìme a le crature ecco come se fa.
 Se compra da ’na cicoriara un sòrdo d’erba minchiona (?), se fa bbullì’, e poi
 quell’acqua se dà pe’ bbocca a la cratura ammalata.
 Sta cura che vv’ha ffatta pe’ quaranta ggiorni de seguito, la guarisce de
 sicuro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="30">
          <head type="Titolo"> 29 . — Contro l’aridropisia. </head>
          <p>
 Fateve dà’ ddar sempricista quela ràdica (che nun so ccome se chiama) che ccià
 ll’occhi, er naso, la bbocca, le bbraccia, e le gamme come un cristiano, fatela
 bbulle in d’un puzzonetto de còccio, pieno d’acqua, bbevetevela pe’ ’na ventina
 de ggiorni, la mmatina a ddiggiuno, e gguarirete.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="31">
          <head type="Titolo"> 30.  Pe’ le scrófole. </head>
          <p>
 Pijate un po’ de schertro de bbove ffrésco, mettetece un po’ dd’acéto,
 facennóce come un impiastro.
 Fatto questo, spannétene un po’ sopra una pèzza, e appricàtevelo su le scrófole.
 Doppo diverso tempo che cce lo tenete, cambiànnolo, se capisce, de tanto in
 tanto, vederete che le scrófole ve guariranno.
 A preposito. ’Sto medemo impiastro de schertro de bbove fresco co’ l’aceto è
 ppuro bbôno per ammorbidì’ gónfiori, bbòzzi, bbobboni, pedicèlli, eccètra,
 eccètra.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="32">
          <head type="Titolo"> 31.  Contro li gonfiori, li bbòzzi e le ferite. </head>
          <p>
 Ammalappena una persona riceve una bbastonata, un pugno, o anche una ferita,
 llì ppe’ llì, je fa subbito bbene a mmettecce una bbrava chiarata d’ovo
 sbattuto, oppuramente un po’ d’amido fatto a impiastro o un po’ dde strutto
 sopra un pezzo de cartastraccia.
 Jé fa ppuro ’na mano santa a appricacce er cerume de l’orecchia, o anche un
 impiastrino fatto co’ la porvere da sparo e ll’acquavita.
 Anzi giacché v’ho smentuvato la porvere da sparo, bbisogna che vv’avverti che u’
 rimedio mejo pe’ guarì’ ortre a li bbòzzi, li gonfiori, ecc., puro li sfoghi de
 la pelle e tanti antri malanni, nun se trova.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="33">
          <head type="Titolo"> 32.  Er Barsimo der Sudario. — Le Bbrugne de Cesanèlli. </head>
          <p>
 ’Sto bbarsimo che se chiama der Sudario perché da tanti anni se vénne a Roma in
 via der Sudario, da un cèrto Pàperi che l’ha inventato, è una mano santa pe’
 gguarì’ quarsiasi ferita, bbozzo, pannaricia, bobbone, giradétto, pedicèllo,
 accojitura, ecc., in quarsiasi parte der corpo.
 Bbisogna insomma provallo pe’ ppersuvadesse sì cche mmiracoli è bbono a ffavve
 vede.
 Le Bbrugne de Cesanélli ereno certe bbrugne purgative inventate dar sor
 Cesanèlli, un bravo spezziale che anticamente ciaveva la fermacia a la Ripresa
 de Bbarberi.
 A ttempo mio a cchi je stommicava l’ojo de riggine, la sènna-e-mmanna o
 quarch’antra purga, annava da Cesanèlli, se mannava ggiù una bbrugna de quelle o
 anche dua, e era bbello che ppurgato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="34">
          <head type="Titolo"> 33.  Pe’ gguarì le gràndole. </head>
          <p>
 Precuràteve quell’erba a mmazzettini che ffa ppe’ li tetti, e cche se chiama,
 me pare, la Pimpinélla. Poi pijate una fétta de lardo e ppistatela bbene bbene
 assieme a quell’erba.
 Una vorta pistati, fateli suffrigge in d’una padèlla E cco’ quer grasso che
 càcceno ognétevece bbene le grànnole o dder collo o d’antro, insinenta a ttanto
 che le grànnole nun ve se guarischeno.
 Oppuramente pijate un po’ dde merollo de crastato e un tantino d’erba cicuta,
 fateli scallà’ a ffôco lènto lènto; poi passateli drento una pezza de bbucata, e
 riponeteli in d’un bicchierino.
 La sera, prima d’annà’ a lletto, ognétevece bbene le grànnole, e appricatece
 sopre un bajocco o du’ bbajocchi de rame per ognuna.
 Seguitanno pe’ diverso tempo ’sta cura, nun solo le gràndole ve se n’anneranno
 via, ma nun ve schiopperanno nemmanco.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="35">
          <head type="Titolo"> 34.  Pe’ ffa passà’ l’etirizzia o male de fegheto. </head>
          <p>
 Pe’ gguarì’ da l’etirizzia, voi nun avete da fa’ antro che dde damme udienza a
 mme, che cce n’ho guarite tante che mme so’ arimaste disubbrigate de la vita.
 È ’na cosa da gnente. Domani a mmatina pijate un ovo fresco vivo, poi agguantate
 una cìmicia e bbell’e vviva come se trova, schiaffàtela drento a ll’ovo, e
 bbevétevelo a ddiggiuno.
 Nun me chiamate ppiù ccommare, si ddoppo domani, l’etirizzia nun ve s’è
 ppassata!
 Oppuramente fate bbollì’ un po’ de gramìccia, de terra fojola de tartero, e de
 cicoria de rebbarbero. De ’sta bbullitura bbevetevene un cucchiarino ’gni ora
 pe’ quarche ggiorno, e vvederete ch’er male ve se passerà.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="36">
          <head type="Titolo"> 35.  Pe’ l’infiammazzione der corpo. </head>
          <p>
 ’Sta cura fa bbene tanto pe’ le crature che ppe’ la ggente granne.
 Pijate dunque un ber pezzo de rete de castrato, appricatevela sur corpo, e
 ccercate de tienéccela pe’ ddue o ttre nnottate che l’infiammazzione ve se
 passerà.
 Oppuramente fate bbullì’ assieme un po’ dd’orzo e un po’ dde sémmola. Bullito
 che hanno sversatelo in un bicchiere indove ce sii un’oncia d’ojo de rìggine, e
 bbevetelo.
 Per un regazzino la metà de ’sta bbevanna abbasta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="37">
          <head type="Titolo"> 36.  Pe’ la sdilombatura. </head>
          <p>
 Bisogna che l’ammalato se metti steso lóngo a ppanza per aria sopra a ’na
 tavola da letto che starà appoggiata a li du’ capi su ddu’ zoccoli o ddu’
 ssediole bbasse.
 Intratanto ch’er malato stà accusì steso longo, una femmina che nun sii però ni
 una su’ parente, ni una donna de casa de lui, se deve arzà’ un tantinello la
 vesta, e sse deve mette a ccavallo a la tavola indove stà er malato, e ddritta
 in piede i’ mmodo che ppossi camminà’ in in su e in in giù.
 Fatta ’sta funzione, se deve arivortà’ ar pazziente che ccià ssotto ar cavallo,
 e ssempre camminanno in su e in giù, je deve di’ ’ste parole precise:
 DONNA — Omo perchè tte sdilombassi?
 OMO — E ttu perché accoppiassi?
 DONNA — Perché ppiacque a la Vergine Maria: che che ’sta sdilombatura le se ne
 vadi via.
 ‘Sto rimèdio è ttanto mai sicuro che nun passa er giorno che uno l’ha ffatto che
 ggià nun se senti mejo.
 Er giorno appresso poi pô sta’ ppuro certo che si stava a’ lletto s’arza e se ne
 pô ppuro annà’ p’er vantaggio suo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="38">
          <head type="Titolo"> 37.  Pe’ stagnà’ er sangue ch’esce dar naso. </head>
          <p>
 Ce so’ un sacco d’arimedi uno mejo de ll’antro.
 Se fa una croce cór un zéppo e sé mette in testa a la persona che j’èsce er
 sangue dar naso.
 Oppuramente co’ la féde (l’anello nuziale) je se ségna una croce in testa.
 O anche sé fa mmette la persona che ccià er sangue che je cola dar naso, su le
 punte de li piedi, e cco’ le du’ mano arzate e arampicate ppiù cche pô ssu p’er
 muro, insino a ttanto che nu’ je sparisce er sangue.
 Certe vorte er sangue se stagna arzanno su le du’ bbraccia.
 Presempio: si er sangue ve viè’ ggiù dda la fròcia dritta s’arza su er braccio
 dritto; s’invece ve cóla da la fròcia mancina allora arzate er braccio mancino.
 Fa ppuro bbene a cchi je cóla er sangue a bbuttaje a ll’improviso un po’
 dd’acqua fredda de dietro ar collo.
 Quell’impressione je lo stagna in sur subbito..
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="39">
          <head type="Titolo"> 38.  Gravidanza, Parto, Voje, Pericoli, ecc. </head>
          <p>
 Tanto la gravidanza come er parto vanno co’ la luna, ossia cor calà’ o ccor
 cresce de la luna.
 Quanno a ’na donna jé vièngheno sforzi de’ stommico, la mmatina appena arzata, o
 ggiramenti de testa o la sputarèlla, oppuramente antri disturbi, allora
 s’accorge d’esse arimasta incinta.
 Allora bbisogna che stii bbene attenta a ttante cose che ppàreno sciocchezze, e
 invece so’ ccose serie pe’ ddavero.
 Presempio, quanno jé viè’ vvoja de magnà’ quarche ccosa, bbisogna che se la
 manni a crompa e sse la magni subbito; si nnó, pô abbortì’ o ner peggio caso
 quanno partorisce fa’ la cratura cor segno o su la faccia o sur corpo, de la
 voja che llei nun s’è llevata.
 Anzi er segno de la voja je viè’ ar posto priciso der corpo indove la madre
 scavusarmente se’ tocca co’ la mano mentre je pija la fantasia e cche nun se la
 lèva.
 Stii a la lèrta la mmatina malappena s’arza, pe’ pprima cosa, de nun guardà’
 quarche mmostro o quarche ppersona bbrutta, si nnó (in der primo mese de
 gravidanza speciarmente), quanno la cratura nasce je poterebbe arissomijà’.
 Apposta, massimamente in cammera da letto, de le primaròlé ce sta bbene quarche
 bbella pupazza o quarche bber quadro, i’ mmodo che la mmatina, appena sveja, je
 ce vadi l’occhio.
 Senza contacce poi che la vista d’un ômo bbrutto e sformato je poterebbe fa’
 ttale impressione da falla abbortì’.
 Un’antra cosa. Siccome quanno la donna è ggravida, deve fa’ quarche ccascata de
 sicuro in de la gravidanza, sii pe’ le scale o in antri siti, stii bbene a la
 lerta quanno cammina indove mette li piedi, e vvadi, come se dice, co’ ll’ojo
 santo in saccoccia.
 In de la gravidanza cerchi de nu’ sta’ mmai co’ le gamme incrociate, si nnó a la
 cratura je se pó intorcinà’ er budello intorno ar collo.
 In der nono mese de gravidanza, affinchè er parto rieschi bbene, speciarmente si
 è pprimaròla, la donna incinta deve annà’ da li frati de la Ricéli a ffasse
 bbenedì’ la panza dar Santo Bambino ch’è ttanto miracoloso.
 E appena è entrata in der mese se deve caccià’ ssangue.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="40">
          <head type="Titolo"> 39.  Si ffarà mmaschio o ffemmina, ecc. </head>
          <p>
 Si la donna quann’è ggravida cià la panza pizzuta allora fa un fijo maschio de
 sicuro.
 Lo dice infinenta er proverbio:
 Panza pizzuta, fijo maschio.
 S’invece cià la panza tónna allora farà una fija femmina.
 E una femmina farà ppuro, si in der tempo de la gravidanza je seguiterà a ddôle
 uno de li fianchi.
 Sibbè’ che un proverbio antico nostro dichi:
 "Carne inzaccata,
 Mar giudicata".
 Si la donna gravida magna assai minestra, farà un fijo co’ la testa grossa.
 Le donne che sòffreno de bbrucior de stommico, fanno li fiji cor un sacco de
 capélli.
 Si a la cratura ch’è nnata, dedietro a la capoccétta je ce trovate un ciuffétto
 de capélli fatto a ppizzo, è ssegno che un antro fratelluccio che je vierà’
 appresso sarà de certo u’ mmaschio.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="41">
          <head type="Titolo"> 40.  Er parto. </head>
          <p>
 Le primaròle speciarmente, ariveno indificirmente a ffinì’ le nove lune; e,
 nnove casi su ddieci, tutti li parti se fanno sur fà’, sur calà’ dde la luna, o
 a lluna piena.
 Ammalappéna jé pijeno le dòje, bbisogna accènne la làmpena d’avanti l’immaggina
 de S. Anna che sse deve tienè’ ssur commó in cammera de la partorènte.
 Mentre stà cco’ le doje, è mmejo ch’er marito stii, si nnó ppropio in cammera,
 armeno drento casa, accusi llei sta’ ppiù ttranquilla e ppartorisce mèjo.
 Ammalappéna ha ppartorito, pe’ nun daje dispiacere, è mmejo che cchi l’assiste
 (e le mammane lo sanno tutte) nu’ je dichi llì ppe’ llì, si ha ffatto maschio o
 si ha ffatto femmina; perché si er fijo nu’ j’è nnato o ffemmina o mmaschio come
 la partorènte lo desiderava, je pó ffa’ mmale.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="42">
          <head type="Titolo"> 41.  Doppo partorito. — La frebbe der pélo. — </head>
          <p>
 L’uscita in Santise.
 Doppo er parto, a la partorènte, je’ viè’ la frèbbe der pélo, ossia la frèbbe
 de la separazione der latte o der calo der latte.
 Sicché lei deve stà uno o ddue giorni senza magnà’; se deve purgà’ có’ ll’ojo de
 rìggine, e ddeve sta’ cco’ le gamme incrociate pe’ ppavura de li córsi de
 sangue.
 Pô mmagnà’ quarche mminestra de pan grattato e bbeve, quanno ha sséte, antro che
 acqua panata.
 C’è cchi ffra lletto e ccammera stà quaranta ggiorni prima d’uscì’ dda casa; ma
 queste so’ ccaricature de le signore.
 Quanno la donna ch’ha ppartorito stà a lletto cinque o ssei ggiorni, j’abbàsteno
 e j’avànzeno.
 A la cosa invece che ddeve sta’ bbene attenta, insino che nun passeno li
 quaranta ggiorni, so’ le puzze de quarsìasi ggenere che je metteno in pericolo
 la vita.
 Apposta è mmejo che in cammera sua ce sii sempre pronto un ber vasétto de
 matricala, e la partorènte ne deve tiené’ ssempre quarche frónna in de le fròce
 der naso.
 La prima vorta che la donna esce da casa, doppo partorito, deve annà’ in chiesa
 a ppurificasse. Er prete la bbenedice co’ ll’acqua santa; e llei ringrazzia la
 Madonna e Ssant’Anna de la grazzia che j’hanno fatta e j’offre una cannéla.
 St’uscita de la provèrpera co’ la visita a la cchiesa, se chiama l’uscita in
 Sàntise.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="43">
          <head type="Titolo"> 42.  Chi nnasce affortunato. </head>
          <p>
 Si la cratura nasce co’ la camicia è sségno ch’è nnata affortunata.
 Allora quéla camicia nun bisogna perdéjela; sì nnó jé sé perde la furtuna. Jé sé
 lèva, sé piega bbène, sé mette in d’una bborsettina, e je s’attacca ar collo cor
 una féttuccia i’ mmodo che ssé la porti co’ ssé insinènta che ccampa.
 A le femminucce, pe’ ffa’ i’ mmodo che quanno so’ ggranne siino affortunate
 pijanno marito, c’è un rimédio spiccio spiccio.
 Jé sé dà ’na bbona inzuccherata fra le gammétte (propio, pe’ ccapisse, sotto ar
 cavallo). Accusì quanno so’ ggranne, l’ommini jé vanno apprèsso come le lape, e
 ttroveno subbito a mmaritasse.
 Tanto vero che a quele regazze che ssé mariteno prèsto e bbene, je se dice pe’
 pprovèrbio: Eh cche ciai mésso er zucchero, ciai messo?!.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="44">
          <head type="Titolo"> 43.  Er Battesimo. </head>
          <p>
 Bbisogna portalli a bbattezzà’ ppiù ppresto che sii possibbile.
 Er primo fijo s’ausa a pportallo a bbattezzà’ a San Pietro.
 Mentre se bbattezza er compare o la commare ner di’ er Crédo, bbisogna che stii
 bbene attenta a nu’ sbajasse; perchè si sse sbaja, quela póra cratura in vita
 sua sarà ttormentata da le streghe.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="45">
          <head type="Titolo"> 44.  Doppo er Battesimo. </head>
          <p>
 Ammalappéna la cratura è stata bbattezzata, abbadate bbène de nun bacialla su
 la bbocca, perchè si nnó soffrirà ssubbito de vèrmini.
 La mammana in de’ riconsegnà’ la cratura a la provèrpera je deve di’:
 "Me l’avete dato pagano
 E vve l’ariconségno cristiano".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="46">
          <head type="Titolo"> 45.  Pe’ ttieneje lontano l’occhiaticcio </head>
          <p>
 o er malocchio che sii.
 Je s’attacca subbito ar corpettino de la spalla a dritta una catenella
 d’argento cór pélo der tasso, er cornetto, er campanèllo, pe’ ttieneje lontane
 le streghe, ecc., e la ciammèllétta d’avorio, indove la quale la cratura ppiù in
 i’ llà, ce s’acciaccherà e cce se roderà le gengive ar tempo de la dentizzióne.
 A la medema catenèlla ce s’attacca pure un agnns-deo, che sserve a tteneje
 lontani tutti li malanni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="47">
          <head type="Titolo"> 46.  Cure che s’hanno d’avè’ a le crature. </head>
          <p>
 Nun bisògna mai bbacialli sur collo si nnó je se fa pèrde er sònno.
 La prima cosa che je se’ déve dà’ ppe’ ppurga è la savonèa.
 Insinènta che la cratura nun finisce un anno d’età, nun bisogna spuntaje l’ógna
 a le detine, si nno quanno so’ granni divènteno lombétti.
 Sino che nu’ spunteno er primo dènte, nu’ jè se deve mette, anche pe’ ruzza, un
 cappèllo da òmo in testa, si nnó li denti je vieranno néri e radi.
 Er sangozzo jé fa ccresce er core, e er pianto jé fa bbèlli l’occhi.
 A le crature nun bisogna menàje in testa co’ le canne; nun bisogna faje
 traversà’ da ’na parte a ll’antra li tavolini; nun bisogna fàsseli passà’ fra le
 gamme; e nun bisogna pesalli, si nnó artrimenti, cureno e’ rìsico de nun cresce
 de statura.
 Quanno sé loda una cratura e che ppresempio je sé dice: Come stà ggrassa e
 ggrossa; come stà bbene, ecc. ecc., bbisogna puro aggiuntacce: Che Ddio la
 bbenedichi, si nnó je se pó ffa’ er malocchio.
 Quanno fanno la cacca per tera, in der fà’ la pulizzia, nun bisogna bbuttacce la
 cénnere sopra, si nnó, povere crature, jé viè’ la sciòrta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="48">
          <head type="Titolo"> 47.  Pe’ ffa’ ssi cche pparlino bbene e svérti. </head>
          <p>
 Ecco quello che ss’ha dda fà’.
 Er primo pidocchio che je s’acchiappa su la testina, si la cratura è ffemmina,
 je se deve acciaccà’ su la padèlla; si è mmaschio je s’acciacca sopra er
 callaro. Si pperò uno jé ló sfragne sopra una moneta d’argènto, è mmejo perchè
 accusì quanno so’ ggranni, ciaveranno la voce forte e bbella.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="49">
          <head type="Titolo"> 48.  Allattaménto. </head>
          <p>
 Quanno du’ donne allàtteno, e cche una de loro in der magnà’ e bbeve, l’offre a
 quell’antra, e quélla accètta; a quella che s’è llevata er magnà’ jé sparisce e’
 llatte.
 Avviso a le donne che allèveno!
 Un proverbio nostro dice:
 "E’ llatte vié’ ppe’ le minèstre,
 E nô ppe’ le finestre".
 Vorebbe ciovè intenne che la donna che allatta bbisogna che sse nutrischi bbene.
 Si a le vorte la donna che allèva cià ppoco latte, ecco come se lo pó ffa’
 ccresce:
 Va ar convento de li Cappuccini, arimèdia un po’ dde queli tozzi che j’avanzeno
 a ttavola a li frati, se li porta a ccasa, l’ammolla bbene in de ll’acqua, e sse
 li magna.
 E ddoppo vederà’ ccome jé cresce e’ llatte!
 Quanno la cratura in de lo zzinnà’ mozzica er caporèllo a la madre, è un brutto
 ségno. Quanno sarà granne sarà’ cattivo e bboja; sicché insinènta che ccresce
 bbisogna tienello d’occhio.
 Nneróne infatti perchè addiventò un Neróne? Perchè quanno zinnava, nun faceva
 antro che mmózzicà’ er caporèllo a quéla poveraccia de la madre!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="50">
          <head type="Titolo"> 49.  Dentizzione, Infantijoli, ecc. </head>
          <p>
 Quanno la cratura principia a spuntà’ li dentini, allora soffre o dde calore o
 de stitichezza, e ccerte vorte puro de vormijoni o infantijoli che siino. Sarà
 poi strana tanto de ggiorno che dde notte.
 Bisogna avecce allora una gran pacenza; e ffaje tutte le cure che sso’ dder
 caso.
 Si presempio le crature spunteno li denti a quattro o ccinque mesi d’età, nun è
 ttanto bbon ségno; perchè er proverbio dice:
 "Chi ppresto addénta
 Presto sparènta".
 Pe’ scongiuraje l’infantijoli je fa una mano santa l’acqua de Piedemarmo, che a
 ttempo mio se venneva a la fermacia de li Domenicani in via de Piedemarmo.
 Quanno la cratura stà sbattuta assai je se dà ogni tanto un cucchiarino de
 quell’acqua che jé fa ’na manosanta.
 Un’antra cosa che ppuro jé fà bbene assai e cche io la proferisco a ttutti
 l’antri arimèdi è questa.
 Ammalappéna la cratura è nnata, dàteje pe’ bbocca una góccia de sangue de
 tartaruga, e vvederete che cco’ llei l’infantijoli nun ce l’appònno ppiù
 infinènta che ccampa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="51">
          <head type="Titolo"> 50.  Quanno se déveno slattà’. </head>
          <p>
 Pe’ mannà’ vvia e’ llatte a la madre.
 Quanno la cratura ariva a ttoccasse cor piedino la bbocca è sségno che ss’è
 bbevuta un barile de latte; allora è ttempo de levaje la zzinna.
 C’è cchi je dà la zzinna insino a ddu’ anni; ma nun va bbene, perchè a la
 cratura jé fa ppiù ddanno che antro; senza carcolà’ tutto er male che ne risènte
 la madre.
 Dodici mesi de zzinna so’ ppiù cche ssufficienti.
 Bbisogna slattalli o ssur principio de la primavera o ssur comincio der freddo.
 E ppe’ ffaje scordà’ ssubbito la sisa bbisogna levàjela un giorno de vennardì.
 Je se mette sur caporèllo un po’ dde cerumze de l’orecchia ch’è amaro, o sse
 tigne co’ ll’ónto de la padèlla.
 Quanno la cratura se va per attaccà’ che ssènte quell’amaro, o vvede quer néro
 se spavènta, e je passa la voja de zzinnà’.
 Se fa quarche pianto amaro llì ppe’ llì; ma ddoppo un giorno o ddua je passa e
 nun ce pensa ppiù.
 S’intènne che la madre, prima de levaje la zzinna j’averà a mmano a mmano
 imparato a mmagnà’ la pappétta co’ ll’ojo o ccor broduccio èccetra èccetra; in
 modo che una vorta che j’ha llevato e’ llatte, la cratura se possi sostienè’ co’
 ll’antro da magnà’.
 Pe’ mannà’ vvia è’ llatte a la madre.
 Pijate un po’ de capervènere e ffatelo bbulle assieme ar cremor de tartero.
 De ’sto decotto la madre ne deve bbeve ppiù che j’è ppossibbile, e ne vederà
 l’affetto.
 Se capisce che in der frattempo deve magnà’ poco: gnente maccaroni e gnente
 carne, antro che erba.
 Pe’ llevasse poi l’infiammazzione a le zzinne, pijate un po’ dde fiori de
 sambuco, un po’ de riso e llatte. Fate bbulle tutt’assieme, insino che diventa
 come ’na pulentina. Allora mettetece anche un cinìco de bbutiro e ognétevece le
 zinne e er caporello, insino a ttanto che nun ce trovate mijoramento.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="52">
          <head type="Titolo"> 51.  Ora de daje li piedi. </head>
          <p>
 Quanno la cratura ariva a ttoccasse li piedini co’ le manine, è sségno ch’è
 vvienuta l’ora de daje li piedi, ossia de levaje l’infascio e dde carzalli e
 vvestilli.
 Anche li piedi s’ausa a ddajeli o sur comincio de la primavera o de l’avutunno.
 Una bbôna occassione pe’ ddàjeli, è er giorno der sabbito santo, propio in der
 momento che sse sciójeno le campane.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="53">
          <head type="Titolo"> 52.  Li santi protettori de le crature. </head>
          <p>
 Quanno so’ grandicelli li regazzini so’ protètti da Santa Pupa; ma quanno so’
 cciuchi da latte er protettore de loro è San Todoro, che a Roma veramente lo
 chiamamo Santo Tòto.
 Sicchè ammalappena se sènteno male, povere anime de Ddio, portalle subbito in
 chiesa a Ssan Todoro, e ffalle bbenedì’ co’ la relliquia der Santo, è dde ppiù
 che un dovere de la madre.
 Tanto ppiù che San Todoro ortre a le crature da latte, protegge puro le donne
 che allèveno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="54">
          <head type="Titolo"> 53.  P’er calore e la stitichezza de le crature. </head>
          <p>
 Pe’ gguarì’ er calore e la stitichezza a le crature, comprate un sordo de
 trippétta de quella che sse dà ar gatto; fàtela bullì’ in de ll’acqua per
 un’oretta e ppoi fàtejece li lavativi.
 Quell’acqua je porta via er calore, e je rènne ubbidiente er corpo.
 Le femmine speciarmente soffreno ppiù de calore de li maschietti, perchè quanno
 nascheno, se porteno via tutto er maruvano der calore che ccià in corpo la
 madre.
 Pe’ cchi va stitico, sii ômo o donna d’età, je fa una mano santa la triaca.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="55">
          <head type="Titolo"> 54.  Quanno je dole lo stommicuccio. </head>
          <p>
 Quanno la cratura ha ppochi mesi, è assai facile ch’e’ llatte je s’ammalloppi
 su’ lo stommicuccio e je l’imbarazzi. In ’sto caso lei piagne e sse stranisce
 perchè nun pó diliggerì’. Allora mettete a scallà’ un par de déta d’acqua cor un
 po’ dde zucchero, dàtejene quarche ccucchiarino, e vvederete che vve se
 quieterà, perchè quell’acqua je farà ppassà’ l'indiggestione.
 Per infortille, le crature, e anche pe’ ttieneje lontani li vermini e ttanti
 antri malacci, nun è mmarfatto a ttieneje ar collo una collana de spicchi d’ajo.
 L’ajo, diceva la bbon’anima de mi’ nonna, ce sarva da mille malanni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="56">
          <head type="Titolo"> 55.  Pe’ la Rufa che viè’ in testa a le crature. </head>
          <p>
 Quela rufa che je fa in testa, poveri ciuchi, è mmejo a nu’ llevàjela; perchè
 si nnó je se pô fa’ ddanno ar cervelletto.
 Pe’ ffàjela ammollà’, je s’ógne tutte le mmatine cor un po’ dd’ojo de mmànnola
 dórce.
 Poi quanno er cervèllo je se chiude, quela rufa se sécca e jé casca da sé.
 Oppuramente se pijeno un po’ de foje de persica e se fanno bulle in dell’ojo
 d’ulivo drento a ’na piluccia.
 Quanno quele foje se so’ ingiallite se bbutteno, e cô quell’ojo ce s’ogne la
 cratura su la testa la sera e la mmatina.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="57">
          <head type="Titolo"> 56.  Pe’ ffà riposà’ le crature. </head>
          <p>
 Se pija un spicchio de papàvero — nun più dd’uno — jé sé lèveno li sémi, e sse
 mette a bbullì’ in d’una piluccia, co’ ddu’ deta d’acqua e un filetto de
 zùcchero. C’è invece chi in cammio der zùcchero, ce mette l’ojo de mmànnola
 dorce, che è lo stesso.
 Quanno ha bbullito, de quélo sciroppétto che sse forma, se ne dà uno o ddu’
 cucchiarini a la cratura, quanno sta a lletto e cche nun pô attaccá’ ssonno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="58">
          <head type="Titolo"> 57.  Ségno che le crature nu’ stanno troppo pe’ la quale. </head>
          <p>
 Quanno a ’na cratura li capellucci de dietro a la capoccétta je sé fanno duri e
 arsi come la stoppa, e je stanno dritti che nu’ je se ponno guasi pettinà’, è
 sségno che la cratura nun se sènte troppo bbene.
 Allora, bbisogna pijacce subbito ripparo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="59">
          <head type="Titolo"> 58.  Pe’ li vèrmini a le crature. </head>
          <p>
 Pijate u’ llimone romanesco, spremételo drent’un cucchiaro d’ojo bbôno,
 mischiatece poi un antro cucchiaio pieno de farina de grano. Sbattete tutto
 quanto assieme e ddàtejene un cucchiarino, a ddiggiuno, pe’ ttre mmatine.
 Oppuramente je se dà la sera una cartina de santonina in un deto de vino bbôno,
 e la mmatina appresso un tantino d’ojo de rìggine e de màndola dórce. La
 santonina j’ammazza li vermini, e ll’ojo je li caccia fóra.
 Je fa anche bbene quarche cucchiaro de corallina bbullita com’er caffè che je
 fa’ rifà’ li vèrmini a mmallòppi.
 Sèmpre contro li vermini, je fa ppuro bbene a ffaje magnà’ la pappétta còtta co’
 ll’ajo e ll’ojo.
 Un’antra cosa che ppuro jé fa una mano santa è d’ontaje li porsétti, la
 capoccétta, le frocette der naso, er pettarèllo, er collo e er bellicolo, cor un
 po’ de spirito de vino tienuto in fusione pe’ ’na ggiornata sana cor un po’
 d’ajo e un po’ dde cànfora drento a un puzzonetto de còccio.
 Sempre contro li vermini, una cosa che mme scordavo e cche ddavero fa mmiracoli
 è er séme-santo. Appena la cratura lo pija, è, sse pô dì’, gguarita. Apposta noi
 romani, a li fiji de li prèti jé dimo "Beati vojantri che arméno nun patite de’
 vèrmini: sete de seme-santo!"
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="60">
          <head type="Titolo"> 59.  Pe’ la tosse a le crature. </head>
          <p>
 Se pija un sordo de ràdica d’artèra, una quarta parte d’un papàvero, un pizzico
 de gomma in porvere, un friccico de zucchero, e sse fa bbulle tutto assieme in
 d’una piluccia de còccio.
 Quela bbullitura se mette in un bicchiere, ce se mischia un déto de latte, e
 appena messa a lletto la cratura, je se fa bbeve pe’ ttre ssére.
 Oppuramente pijate un pezzo de carta straccia, e ccor un fèro de carzetta fateje
 un sacco de bbucétti; fatti questi, mettetela sur fôco a riscallà’. Quann’è
 ccalla ontatela bbène bbene o dde sego e dde bbutiro, e accusi panónta,
 appricàtela sur pettarèllo de la cratura.
 A ccapo a le tre sere de ’sto rimedio o la tosse o e’ riffreddore je se
 passeranno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="61">
          <head type="Titolo"> 60. Pe’ la tosse asinina o convursa de le crature. </head>
          <p>
 Pijate quattro cipólle e quattro bbicchieri de latte. Fateli bbullì’
 tutt’assieme i’ mmodo che de li quattro bbicchieri de latte se ne cunsumino tre
 e cce n’aresti un bicchiere solo.
 Allora pijate una cipólla, spaccàtela; mmezza appricàtela ar collo de la
 cratura, e ll’antra mezza su la bbocca de lo stommico.
 Co’ ll’antre tre ccipólle fateje la medesima funzione pe’ ssei ore de fila.
 Intanto que’ llatte je lo darete a bbeve a ccucchiarini.
 Fatto ’sto rimedio me saperete a ddì’, si la cratura nun se sentirà arifiatata.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="62">
          <head type="Titolo"> 61.  Pe’ gguarì’ le crature racchitinóse. </head>
          <p>
 Precurateve ’na bbôna fetta de meróllo de porco maschio, un po’ de fonnaccia de
 vino e mmetteteli a bbullì in d’un puzzonétto de còccio nôvo.
 Quanno tutto averà bbullito bbene bbene, addiventerà com’un inguento. Allora
 ognétece ’gni sera la cratura a tutte le ggiunture der corpo, sino a ttanto che
 la racchìtine nu’ j’è ppassata der tutto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="63">
          <head type="Titolo"> 62.  Pe’ ttrastullà’ le crature quanno se fanno male. </head>
          <p>
 Avviè’ spesso che le crature, mó ppe’ ’na cosa mó per un’antra, se fanno male.
 O sbatteno la testina a un tavolino, o una manina, o un piedino, eccetra; o je
 succede quarch’antra disgrazzia; e sibbè’ cche sii cosa de gnente le sentite
 strillà’ (speciarmente si sso’ crature smorfiose), come anime addannate.
 Allora pe’ ffalle ride e trastullalle je se pija la parte indolenzita, je se
 strufina sopra co’ la mano, e je se dice:
 "Guariscia guariscia,
 Er gatto ce piscia
 Er gallo cià ppisciato;
 È gguarito l’ammalato!"
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="64">
          <head type="Titolo"> 63.  Pe’ la frebbe de staggione o dde malaria. </head>
          <p>
 Pijate una pila bbella granne, mettetece drento un par de bbucali d’acqua, e la
 coccia de’ ’na diecina de limoni romaneschi. Poi fateli bbulle insino a ttanto
 che dde quell’acqua se ne cunsumi ppiù dde la metà.
 Poi imbottijàtela e bbevètevene mezzo bbicchiere la mmatina, mezzo bbicchiere a
 mmezzoggiorno e mmezzo bbicchiere la sera.
 Cercate de sta’ bbene cuperti, de’ sudà’, e gguarirete.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="65">
          <head type="Titolo"> 64.  Contro le frebbe terziane. </head>
          <p>
 Mettete in d’una pila un par de bbucali e mmezzo d’acqua, du’ libbre de’ erba
 sarvia, una libbra de rosmarino. A fforza de falla bbulle fate che in de la pila
 d’acqua ce ne rimani la metà.
 Firtrate quell’acqua, imbottijàtela, bbevételala mmatina a ddiggiuno, e nun
 avete pavura de gnente.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="66">
          <head type="Titolo"> 65.  Contro le frebbe quartane. </head>
          <p>
 Se fa tutto come pe’ le frebbe terziane, sortanto che invece de mettecce
 l’acqua, in de la pila ce se metteno du’ bbucali o ttre de vino bbôno (maa, de
 quéllo de la chiavétta!).
 E sse ne bbeve mezza fojetta la mmatina, mezza a mmezzoggiorno, e mmezza la
 sera; insinenta a ttanto che uno nun sii guarito der tutto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="67">
          <head type="Titolo"> 66.  Doppo avuta ’na bbôna pavura. </head>
          <p>
 Si la pavura è stata grossa, allora bbisogna subbito fasse caccià’ ssangue. Si
 poi l’aresto nun è stato tanto forte allora abbasta a ppijasse una bbôna purga
 la mmatina appresso.
 Llì ppe’ llì pperò, qualunque sii stata l’impressione, bbisogna bbevesse in sur
 subbito un par de deta d’acqua o mmejo de vino cor carbone smorzato.
 Oppuramente se fa bbulle una certa quantità de corallina, come se fa er caffè, e
 se bbeve a ddiggiuno pe’ quarche mmatina, a le vorte però, che uno nun se
 sentisse mejo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="68">
          <head type="Titolo"> 67.  Cura de li capélli. </head>
          <p>
 Bisogna nun tajàsseli mai a lluna calante, che ppó ddasse er caso che nun
 creschino ppiù ttanto.
 Quanno ve trovate quarche capéllo bbianco, nun ve lo strappate; si nnó per
 ognuno bbianco che vve ne strappate, ve ne viengheno antri sei der colore
 medemo.
 Fa bbene a ontasseli co’ ll’ojo d’uliva o cco’ quello de mmàndola dórce, e anche
 cor petrojo, che j’infortischeno la radica e vve tiengheno pulita la testa da la
 rufa, che è la ruvina de li capélli.
 Li capelli che, ddonnétte care, ve cascheno in der mentre che vve pettinate, è
 mmejo che, ppettinate che vve séte, li ridunate, li riccojete, e li bbuttate ar
 gèsso.
 Pô ddasse er caso che ssi li trova quarchiduno che vve vô mmale ve ce pô ffa’
 quarche ffattura.
 Pe’ questo c’è cchi cce sputa sopre tre vvorte; e cchi ddoppo avelli bbuttati ar
 loco còmmido, ce piscia sopra.
 Pe’ fa ricresce li capelli cascati pe’ mmalatia fa bbene a strufinasse la testa
 cor merollo de l’ossa de vitella e er grasso, bullito assieme co’ l’ojo de
 riggine.
 Un antro rimedio pe’ ffa’ ccrésce’ li capelli.
 Pijate una taràntola de tetto; ammazzàtela; e ffatela sta’ ppe’ ttre ggiorni ar
 sole. Poi mettetela in una piluccia de còccio piena d’ojo, e ffatela bbullì’.
 Co’ quell’ojo ógnétevece la testa pe’ pparecchio tempo, e mme saperete a ddì, si
 li capelli nun ve cresceranno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="69">
          <head type="Titolo"> 68.  Pe’ le ggengive. </head>
          <p>
 La sera de la viggija de la festa de l’Ascensione, mettete una cunculina piena
 d’acqua fôra de la finestra, a la seréna.
 Siccome quela notte la Madònna va in giro, in der passà’ ddavanti a ccasa
 vostra, vve la bbenedirà.
 Quell’acqua bbenedetta è bbôna, ortre che pp’er male de le ggengive (abbasta a
 sciacquàccesele); è bbôna, come ve dico, a gguarivve un antro sacco de malanni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="70">
          <head type="Titolo"> 69.  Pe’ le così dette "Cose sue ". </head>
          <p>
 Quanno a ’na regazza jé sténteno a vvienì’ a capo a ’gni mese le cose sue,
 oppuramente nu’ je vièngheno troppe regolare, je se dànno a bbeve le bbulliture
 d’acqua de dìttimo grèco e capomilla.
 S’intenne che vvanno bbevute la mmatina prima de magnà’.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="71">
          <head type="Titolo"> 70.  Cantro er Mar caduto. </head>
          <p>
 Quanno ’sto malanno pija, sarvognone a quarchiduno, nun c’è antro che
 agguantallo e bbuttallo a l’improviso drento a ’na funtana o ddrento a ’na
 bbagnaròla d’acqua giaccia.
 Quer bagno ggelato preso a l’abborita, je fa un gran aresto de sangue e lo pô
 ffa’ ssubbito guarì’.
 O anche, siccome è un malanno che sse pija pe’ vvia de quarche gran spavento,
 mettennoje una pavura più ggajarda, è ccapace che quer malanno je se passi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="72">
          <head type="Titolo"> 71.  Er vèrmine der finocchio e ll’ova der Barbo. </head>
          <p>
 Un proverbio antico dice:
 "Dio te guardi dar malocchio,
 E ddar vermine der finocchio".
 State dunque bbene attenti quanno magnate li finocchi; perchè nun c’è peggio
 cosa che ffacci tanto male, quanto quer mazzato vèrmine.
 Come puro quanno se màgneno li Bbarbi, queli pesci che ffanno in der fiume
 nostro, bbisògna sta’ bbene attenti a llevaje bbene tutte l’ova che ccianno in
 corpo; perchè si uno ne magna puro una sola, è indificile assai che la
 ’ricconti.
 Tant’è vvero che un antro proverbio nostro dice:
 "Chi dder Barbo magna l’ova,
 Si nun môre ce fa la prova".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="73">
          <head type="Titolo"> 72.  Contro li mózzichi de le vipere. </head>
          <p>
 Pe’ li mozzichi de le vipere, che ffanno morì’ in sur subbito, fa bbene a
 ttoccà’ o ssegnà’ la parte mozzicata, co’ la relliquia de San Domenico de
 Cucullo.
 Fa ppuro bbene a ddasse subbito fôco a la parte mozzicata cor un fèro infocato;
 oppuramente a sciacqualla bbene bbene co’ l’immoniica.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="74">
          <head type="Titolo"> 73.  Contro li mozzichi de li cani arabbiati. </head>
          <p>
 Bisogna segnasse la parte mozzicata co’ la relliquia de San Domenico de
 Cucullo, e sse guarisce subbito.
 Oppuramente, sciacquasse la parte mozzicata subbito co’ l’acéto; poi pijà’ una
 bbôna fatta de pélo der medemo cane che vv’ha mmozzicato, mettesselo su la
 ferita e ffacce una fasciatura. Poi ’gni tantino lavassela e ccambiaje er pélo.
 Lo dice infinènta er proverbio:
 "Non me’ mózzica cane che nun me mèdico cor su’ pélo".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="75">
          <head type="Titolo"> 74.  Pe’ li taji a le déta. </head>
          <p>
 Pe’ li taji a le deta o in quarche antro sito, nun c’è antro, prima de tutto,
 che de sprémésse bbene er sangue dar tajo; e ddoppo poi stagnallo co’
 l’appricacce sopra una bbella tela de ragno.
 Chi pperò sse trovasse pe’ ccaso in campagna, pô addoprà’ er sugo che ccaccia er
 gèrso e infasciasse la ferita co’ la scòrsa de ll’arbero medémo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="76">
          <head type="Titolo"> 75.  Pe’ le scottature </head>
          <p>
 d’acqua, de brodo e dd’ojo bbullenti.
 Appena ve sete scottati pijate un pezzo de sapone de cucina e insaponàtevece
 bbene la scottatura.
 Quer sapóne ortre a nun favve arzà’ la vessica o la bbólla, ve carma subbito er
 dolore.
 Fa ppuro bbene a ógne la scottatura co’ l’inchiostro, co’ ll’ojo, cor
 semefreddo, ecc., ecc.
 Oppuramente pijate un po’ d’ojo d’uliva e un rosso d’ova tosta, impastateli
 bbene, e quell’inguènto che ve se forma stennételo sopre una pezza de téla, e
 ppoi appricatevelo su la parte indove ve sete fatta la scottatura, e gguarirete.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="77">
          <head type="Titolo"> 76.  Pe’ le scottature fatte cór fôco, </head>
          <p>
 cô la porvere da sparo e ccor fero infôcato.
 Pijate quattro o ccinque patate, grattàtele bbene, copritece la scottatura e
 tienétecele pe’ ’na mezza ggiornata.
 Poi pijate un po’ d’ojo, un po’ dde ségo e un po’ dde cera vergine, fatece come
 una pulentina, sparmàtela sopra una pezza de tela e appricàtevela sopre a la
 scottatura.
 E, ppossi morì’ qua, si er giorno appresso nun ve sentite arifiatato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="78">
          <head type="Titolo"> 77.  Quanno dôle er naso. </head>
          <p>
 Bisogna ontàsselo bbene bbene drento e ffóra, cor butiro de cacàvo.
 Si ppoi er cacàvo nun ve facessi affètto, ontatevelo co’ ll’ojo callo de’ llume.
 L’ojo callo de lume fa’ bbene pe’ ccento malanni.
 "Ojo de lucèrna
 ’Gni male guverna".
 dice er proverbio; e li proverbi so’ ccome er Vangèlio.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="79">
          <head type="Titolo"> 78.  Pe’ gguarì le postème. </head>
          <p>
 Quanno vé viè’ quarche ppostèma (che ppe’ lo ppiù vviengheno a l’orecchie),
 fàtevece scolà’ ddrento un po’ dde latte de la zzinna da ’na donna ch’allatta;
 poi atturàtevela cor un cinìco de bbambace e la postèma in pochi ggiorni ve
 sparisce.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="80">
          <head type="Titolo"> 79.  P’er mal de fégheto. </head>
          <p>
 Propio ar punto andove sentite che vve dôle, attaccàtevece cinque o ssei
 mignatte. Queste ve s’attireno er sangue infètto e er dolore ve se carmerà.
 Oppuramente fàtevece un bell’impiastro d’erba palatana, che vve farà gguarì’ lo
 stesso; abbasta che cce lo tienete appricato pe’ ddua o ttre ggiorni e si
 occorre anche de ppiù. [Vedi e’ rimedio 34: Pe’ l’etirizzia o male de fégheto].
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="81">
          <head type="Titolo"> 80.  Pe’ le còliche d’utero. </head>
          <p>
 Contro le còliche, le tirature, li dolori e er calore all’ùtero fanno bbène le
 lavanne d’acqua de marva bbollite co’ la capomilla e un tantino de papavero.
 Un’antra cosa che ffa bbene, è dde pijà’, a ddiggiuno la mmatina appena arzati,
 un cucchiaro de ojo de mmàndola dórce.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="82">
          <head type="Titolo"> 81.  La cura p’er sangue. </head>
          <p>
 Ammalappena entra la primavèra, la mmatina a ddiggiuno, pe’ quaranta ggiorni de
 seguito, bbevete la bbullitura d’acqua de mazzòcchi o ccrescióni che siino.
 Ve li potete precurà’ da qualunque cicoriara, e ccòsteno un bajocco er mazzetto.
 Per sangue nun c’è ccura che cce l’appò.
 C’è cchi invece de falli bbulle, li pista bbene in der mortale; poi passa quer
 sugo drento una pezza de tela in d’un bicchiere, li fa sta’ ttutta la notte a la
 seréna, e la mmatina a ddiggiuno se lo bbeve.
 Invece de li crescioni, se po’ ffa’ la cura d’acqua de cicòria.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="83">
          <head type="Titolo"> 82.  P’er dolor de testa. </head>
          <p>
 Se metteno li porzi de le mano intinti in d’una cunculina d’acqua giaccia, e
 cce se fanno sta’ un quarticèllo.
 Si er dolore nun ve passa, mettete li piedi a mmollo drento un callarèllo
 d’acqua calla che abbi bbullito assieme a due o ttre ppalettate de cennere.
 Fa ppuro bbene a bbagnasse le tempie, le froce der naso e la fronte co’ l’acéto
 de li sette Ladri, o anche co’ l’acéto solito abbasta che sii acéto de vino.
 P’er dolor de testa fa una mano santa a appricasse due, tre o anche quattro
 ranocchie sopre la fronte, o anche sopre la testa.
 Ma attenta a mettessele a ppanza per aria, perchè si nnó nun fanno affetto.
 Come fa puro passà’ er dolor de testa l’appricàccese sopre la fronte la pelle
 d’una serpa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="84">
          <head type="Titolo"> 83.  Pe’ l’ariffreddori. </head>
          <p>
 Ce so’ ddiversi arimèdi uno méjo de ll’antro.
 Presempio, a annàssene a lletto co’ la testa invortata in d’uno sciallo de lana
 e ccercà’ de fasse una bbôna sudata.
 Bevesse la sera, in de’ lletto, un bicchiere de latte cor mièle, callo
 bbullènte.
 O anche un ber gotto de vino bbôno, callo bbullènte che ce sii stato in fusione
 o e’ rosmarino o ll’erba genziana.
 Coprisse de lana e ccercà’ dde sudà’.
 Oppuramente pijà’ due o ttre rape cótte su la bbracia, capalle e mmagnàssele a
 ddiggiuno e ssenza sale.
 Oppuro arispirà li sorfumiggi de la marva fatta bbullì in d’un callarello.
 Ecco come. Mettesse e lletto, schiaffà’ er grugno sur callarèllo e ccoprisse
 testa e ccallarèllo cor una cuperta de lana.
 E’ ccapace, che ccor una vorta che cce se prova, e’ riffreddore passa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="85">
          <head type="Titolo"> 84.  Pe’ ffasse passà’ la tosse. </head>
          <p>
 Pe’ ttre mmatine a ddiggiuno bevéteve un bicchier d’acqua de seme de lino
 bbullito che nun c’è antra cosa come arinfresca.
 Si nnò, pprovate a bbeve e’ llatte de gallina.
 Ecco come se prepara. Pijate una piluccia, mettetece drento un po’ d’acqua, un
 tantino de sémmola, u’ rosso d’ovo sbattuto e un pizzico de zucchero.
 Fate bbulle tutto quanto assieme; e bbevétevelo callo, prima d’annà’ a slòffe,
 pe’ ttre ssere de séguito.
 Oppuramente fate un decotto de ràdiche de rebbarbero, radiche de liguorizia e
 ffoje de sabbina, che a fforza de bbulle vienghi consumato consumato.
 Mettétene un mezzo cucchiarino in mezzo bicchiere d’acqua che vve bbeverete pe’
 ttre vvorte ar giorno; e vvederete che nun sortanto ve passerà la tosse, ma vve
 guarirà ppuro er catarro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="86">
          <head type="Titolo"> 85.  Pe’ la ripienézza de stòmmico. </head>
          <p>
 Si la mmatina quanno v’arzate ve sentite come u’ gnòcco in gola che vve dà
 smagna, e vve lèva e’ respiro, nun c’è antra cosa che dde cure subbito da
 l’acquavitaro, e dde fasse subbito ’na palletta de purazzo.
 Farebbe puro bbene un caffè nnero rumato senza zucchero; ma ccerte vorte nun
 abbasta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="87">
          <head type="Titolo"> 86.  Er male der Lupo Manàro. </head>
          <p>
 È un malaccio accusì bboja che Ddio ne scampi ognuno.
 Pija de notte, quanno speciarmente piove e ffa ffreddo. Er poveretto che lo
 soffre, diventa tutto in d’un bòtto una bberva. Je s’allóngheno li capélli, e je
 créscheno l’ógna de le mano e de li piedi come si ffussi una bbèstiaccia. Se
 bbutta vicino a li pantani d’acqua, s’inzacchera de fanga, se mette a cure pe’
 le strade, e urla come ’n addannato. Dio ne guardi incontra quarchiduno! Je
 s’affiara addosso e sse lo sbrama. E mmanco ggiova a ccure, perchè e’ llupo
 manaro cià ll’ale a li piedi: vóla come ’na spa
 da!
 Pe’ ssarvasse, bbasterebbe de ferillo in fronte e ffaje uscì’ quarche ggóccia de
 sangue: rimedio che lo fa gguarì’ in sur subbito.
 Oppuramente, intanto che lui ve cure appresso, salì’ quattro o ccinque scalini:
 ché llui bbisogna che vve pianti nun potènno salì ppiù de dua o ttre scalini ar
 massimo.
 Un antro rimedio sicuro de guarillo, è de metteje in mano una chiave femmina.
 Er lupo manaro, appena s’incaja che je sta ppe’ ppijà’ er male, scappa da casa
 sua, e ssi ccià mmoje, je s’ariccommanna che nu’ j’opri casa, si pprima nun se
 sente chiamà’ a nnome da lui armanco tre vvorte, si nnó sse la sbrama.
 S’aricconteno tanti casi de moje sbramate da li lupi manari, perchè ppe’
 ccompassione, je so’ ite a upri’ la porta de casa a la prima chiamata!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="88">
          <head type="Titolo"> 87.  P’er male de pètto. </head>
          <p>
 Pijate ’na piluccia mettetece drento mezza fojetta d’acqua, e un po’ dde foje
 de lìchene secco aridotto in porvere. Quanno ’sta robba bbulle mettetece un po’
 dde seme-santo e smucinate bbene.
 Doppo un quarticello passate quer decotto in d’una pezza, e bbevetela infinènta
 che nun ve sentite mejo.
 Si ppoi er male seguita bbisogna mutà’ aria.
 Ar tempo d’una vorta, mutà’ aria, nun voleva mica intenne d’annà’ ffora de Roma.
 Voleva intenne d’annà’ a sta’ a vvia San Giuseppe a Ccapo-le-case o a la Ternità
 de Monti, ecc., indove c’è ddavero l’aria fina.
 Però er mejo arimèdio contro ’sto malaccio che sse chiama puro etisìa, è quello
 d’ariccommannasse o d’invotisse a la Madonna de Sant’Agustino.
 Se fa una bbôna confessione e ’na bbôna communione in quella cchiesa; e ppoi
 propio la sera der giorno ch’er sole entra in der canchero se va pe’ ttre ssére
 de seguito a ppiedi scarzi, dicenno e’ rosario pe’ le strade de Roma.
 Se capisce che nun ce deve mica annà’ l’ammalato; a ttempo mio ’gni parocchia
 ciaveva le su’ bbrave bbizzóche che cco’ ppochi bbajocchi, facéveno questo e
 antro.
 A ccapo a la terza sera de ’sta devozzione si l’ammalato nun guarirà der tutto,
 mijorerà dde certo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="89">
          <head type="Titolo"> 88.  Pe’ ffa sparì’ li ségni de le voje a le crature. </head>
          <p>
 Quann’a le crature, appena nate, jé védete o ssu la faccia o in quarche antro
 sito der corpo una voja de vino o dd’antra cosa, ecco come se fa ppe’ ffàjela
 passà’.
 Pijate ’na padèlla vecchia che stii da un ber pèzzo in servizio, e ccon quer
 tàrtero che ccià dde sotto ontàtece e strufinàtece la parte invojata a la
 cratura.
 ’Sta funzione, se capisce, che je v’ha ffatta pe’ ddiverse vorte, ma nno da la
 madre, si nnó nun vale.
 L’óntatura je la deve fa’ ’na regazza zzitèlla, che, a ogni óntatura, dev’èsse
 ’na regazza nôva.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="90">
          <head type="Titolo"> 89.  P’er male a l’orecchie. </head>
          <p>
 Pijate un po’ dde bbambace ognétela d’ojo de mmànnola dorce, mettétevela in de
 l’orecchia e er dolore ve passerà.
 Oppuramente pijate un po’ dde frónne de pèrsa de pila, e schiaffàtevele in de
 l’orecchia.
 Pèrsa de pila s’intenne de quéla pèrsa cresciuta in d’una pila de cóccio; perchè
 si ffusse pèrsa piantata e ccresciuta in d’un vaso qualunque, nun poterebbe
 favve gnisun affetto.
 Fa ppuro bbene p’er dolor d’orecchia, a mmettecce drento quarche góccia de latte
 de ’na donna che allèva.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="91">
          <head type="Titolo"> 90.  Pe’ gguarì’ la Pormonea — Le sanguigne. </head>
          <p>
 Quann’uno, sarvognóne, cià la pormonèa, l’unica cosa che (ssi sse vô sarvà’) se
 deve fa’ ssubbito, è una bbôna sanguigna.
 Mo’ li mèdechi so’ ccontrari a ccaccià ssangue; e ppe’ ’sta contrarietà cche
 ccianno, spedischeno ppiù ggente a ll’antri carzoni che nun se sa!
 A ppreposito de sanguigne, ecco quanno queste so’ nnecessarie.
 Quanno uno, come ggià ho ddetto, ha avuto una bbôna pavura; e in caso d’una
 pormonèa o pormonìta che sii. A cchi è dde comprissione sanguigna, a ccacciasse
 sangue quanno cambieno le staggione, je fa ’na mano santa; a cchi je pija,
 sarvognuno, un córpo; e a le donne in der nono mese de gravidanza.
 Bbisogna però sta’ bbene attenta ddoppo d’essese cacciati sangue, de nun
 appennicàsse subbito. Si nnó ce soffre la vista ar punto, che je ponno cascà’ le
 cateratte de ll’occhi, je ponno!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="92">
          <head type="Titolo"> 91.  Contro le convursione ’piléttiche. </head>
          <p>
 Si nun volete mai soffrì’ in tempo de vita vostra de convursione, speciarmente
 de quelle ’pilèttiche, c’è u’ rimedio sempricissimo e cche nun ve costa un
 sordo.
 Basta a ttienesse in bocca una cìca, o un mozzóne de sighero che sia. Credeteme
 a mme, è una vera mano santa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="93">
          <head type="Titolo"> 92.  Pe’ ffa sparì’ le petìne. </head>
          <p>
 Quanno sur viso o in d’un’ antra parte der corpo ve ce viengheno le petine,
 ecco si cche avete da fa’ ppe’ ffalle sparì’.
 Intignéte un déto in de l’acéto de l’insalata, e strofinàtevelo su’ le petine la
 sera e la mmatina, infinènta a ttanto che nun ve sparischeno.
 Intanto che vve strufinate, dite accusì:
 "Petina mia, a ddigiuno stó,
 Co’ ddieci frati dormìto ho
 Sì tte dico la bbucìa
 Petina mia, vàttene via".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="94">
          <head type="Titolo"> 93.  Contro la ’moraggìa moroidale. </head>
          <p>
 Bevete le bbulliture de radiche d’èllera.
 State però bbene attenta a precuravve quele ràdiche che ffanno drento a le mura;
 perchè ssi fùssino de quelle che nàscheno in de la tèra, nun ve farebbeno propio
 gnente affatto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="95">
          <head type="Titolo"> 94.  Contro la pèsta. </head>
          <p>
 Pe’ ppreservasse da la pèsta (che Ddio ce scampi e llibberi) bisogna portasse
 sempre in saccoccia li ’gnusdei (Agnus Dei) de San Giachimo de Compostèlla che a
 ttempo mio se compràveno da li ciarlatani.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="96">
          <head type="Titolo"> 95.  Contro er collera. </head>
          <p>
 Pe’ tienè llontano ’st’antro gastigo de Ddio, bbisogna tienè lo stommico sempre
 pulito, nun magnà’ frutti verde e mézzi, pummidori, ecc., ecc.
 Portà’ ssempre addosso quarche ppo’ dde’ cànfora, bbeve quarche bon gotto de
 vino, magnà’ ccibbi sani, e riccommannasse a San Ghetano.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="97">
          <head type="Titolo"> 96.  P’er torcicòllo. </head>
          <p>
 Pijate una bbôna fatta de stóppa, ontàtela cor un po’ dd’ojo callo de lucèrna,
 e ppoi cor un fazzolétto infasciàtevela intorno ar collo.
 State bbene attènta che la stóppa sii stóppa e nno bbambacé; si nnó nun ve fa
 gnisun affetto e la cura nun vale.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="98">
          <head type="Titolo"> 97.  Pe’ l’infiammazione a la góla. </head>
          <p>
 Pijate un po’ dde riso, un mazzetto de marva e un bicchiere de latte fresco,
 metteteli in d’una piluccia de coccio, e ffateli bbulle tutt’assieme.
 Quanno vv’è vvienuta come ’na pulentina spannètela sopra un fazzoletto e
 infasciàtevece er collo.
 Cambiàtela otto vorte in d’una ggiornata e, vve guarirete de sicuro.
 Mentre fate ’sta cura ariccommannateve a San Biacio, bbenedetto protettore de li
 mali de la góla.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="99">
          <head type="Titolo"> 98.  Contro er comincio de sordità. </head>
          <p>
 Pijate ’na bbona fatta de capomilla, mettetela a bbullì’ in d’un callarèllo
 d’acqua, e ccor fume de quell’acqua fatece li sorfumiggi a l’orecchia.
 Co’ ’na quinnicina de ggiorni de ’sta cura, sarete guarito.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="100">
          <head type="Titolo"> 99.  Pe’ la ’moraggìa. </head>
          <p>
 Pijate un po’ d’ortica e ppistatela bbene. Quer sugo che cc’esce mettetelo in
 d’un bicchiere e ffatelo sta’ una nottata a la serena.
 La matina appresso, a ddiggiuno, bbevetevela; e in capo a quarche ggiorno de
 ’sta cura la moraggìa ve se passerà.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="101">
          <head type="Titolo"> 100.  Pe’ le fistole ’moroidale. </head>
          <p>
 Pijate un mazzo d’erba valeriana, fatela bbullì in d’un callarèllo; e cco’ quer
 fumo fatevece li sorfumiggi a la parte che vve dôle.
 Poi sciacquateve la fistola co’ quella medema acqua, mettetevece un
 bell’impiastro de marva còtta co’ ’na fascia, e in pochi giorni de ’sta cura, me
 saperete a ddì’ ccome ve sentite.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="102">
          <head type="Titolo"> 101.  Pe’ gguarì’ la rógna. </head>
          <p>
 Pijate un po’ dde grasso de porco maschio e un par d’oncia de sórfo,
 mischiateli assieme, metteteli sur fôco e ffateli bbulle.
 Co’ quel’inguento che vve viè’ ognetevece la rógna e in quarche giorno de ’sta
 cura ce vederete quarche ggiovamento.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="103">
          <head type="Titolo"> 102.  P’er vèrmine sanitario. </head>
          <p>
 Questa ricétta me la diede un mèdico tanto bravo.
 Me fece, dice, pijate un po’ dde radiche de cotógna, un po’ de legno de
 durcamara e un po’ dde ràdiche de melagrana; tutte cose che le venne er
 sempricista.
 Fate bbulle tutt’assieme, la notte metteteli a la seréna e la mmatina, a
 ddiggiuno, bbeveteve quela bbevanna pe’ ttre ggiorni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="104">
          <head type="Titolo"> 103.  Pe’ nun attaccasse er morsarso. </head>
          <p>
 Nun magnà’ mmai salumi, ni robba salata; nun addropà’ e’ rasore de quarcuno che
 ccià’ er morsarso, e nemmanco bbeve in der su’ bbicchiere, o addropà’ quarche
 abbito o vestiario de li sua.
 Perchè nun c’è antra cosa facile per attaccasse come er morsarso.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="105">
          <head type="Titolo"> 104.  Pe’ qualunque dolore a la spina dorsale. </head>
          <p>
 Crompate dar sempricista radiche d’erba mandlàgora, un po’ d’ortica, un po’ dde
 cànfora, mettete tutto quanto in d’una pila de còccio, e aggiontatece un ber po’
 dde grasso de gallina vecchia.
 Fate bbullì tutt’assieme, ppoi ognétece er dolore, e ccopritevelo co’ le pezze
 de lana.
 ’Sta ricetta me la diede er celebbre professore Stramónni e a cchiunque persona
 l’ho insegnata m’è arimasta disubbrigata de la vita.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="106">
          <head type="Titolo"> 105.  Pe’ gguarì’ la tigna. </head>
          <p>
 Comprate ’na trentina de foje de mandlàgora, quattr’oncia de grasso de porco,
 una bbona fatta de pece greca e dde sórfo. Mettete a bbulle tutto quanto,
 smucinàteli bbene, insinenta che nun ve divènteno come ’na pomata. ’Sta pomata
 se stènne sopra ’na pezza de tela e ppoi s’àpprica su la parte ammalata,
 insinenta a ttanto che nun sete guarito.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="107">
          <head type="Titolo"> 106.  Contro l’èrprete. </head>
          <p>
 Lavàteve, indove ve vie’ quelo sfògo, pe’ ttre o quattro vorte ar giorno, co’
 l’acqua de foje de nóce bbullita.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="108">
          <head type="Titolo"> 107.  Pe’ le ’moroide asterne. </head>
          <p>
 Fa’ li sorfumiggi de fiori de sambuco, de capomilla romana e de valeriana.
 Se metteno sopra a un foconcino a bbrucià, e ppoi uno ce se mette sopre.
 Quer profume è ’na manosanta che vve sràdica addrittura le moroide.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="109">
          <head type="Titolo"> 108.  Contro l’allèntaménto de l’urina. </head>
          <p>
 Chi nun pô ritené’ er piscio o l’urina che ssia, è ssegno che ssoffre
 d’allèntaménto. Pe’ llevasse subbito ’st’incommido èccheve u’ rimedio ch’è ’na
 mano santa.
 Pijate un sorcio, ammazzàtelo, pulitelo bbene, côcételo, o arosto o in un antro
 modo, poi magnàtevelo, e l’incommido de l’allèntaménto ve se passerà.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="110">
          <head type="Titolo"> 109.  Una cura pe’ smagrisse. </head>
          <p>
 S’incomincia cor beve la mmatina, a ddiggiuno, un deto d’acéto, ma da quello
 bbôno; poi a mmano a mmano, invece d’un déto, du’ déta, poi mèzzo bbicchiere, e
 si uno l’arègge, anche un bicchiere sano. Ma bbisogna annacce piano; perchè si
 cchi fa ’sta cura nun è ppiú cche sincero, po’ insecchìsse ar punto da stennécce
 bbello che le gamme.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="111">
          <head type="Titolo"> 110.  Contro la tignóla a li denti. </head>
          <p>
 Se compra una piluccia nôva de quelle da un baiocco, ce se mette drento un
 tantino de radica de sarvia, un po’ dde radica d’ortica e mezza fojetta d’aceto
 bbôno.
 Se mette ar fôco e sse fa bbullé insino a ttanto che quel’aceto a fforza de
 bbulle se riduchi a un mezzo bbicchiere.
 Co’ ’sta robba fatevece li sciacqui a li denti e la tignóla ve sparirà. Vedi: La
 cura a li denti. N. 16.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="112">
          <head type="Titolo"> 111.  In che pposizzione se deve dormì’. </head>
          <p>
 Quanno a Ddio piacènno, ve cercate in de’ lletto, la mejo posizzione,
 p’ariposà’ ppropio paciosamente, è quella de mettesse da la parte de man dritta.
 C’è cchi sse mette a ppanza per aria; ma a ppanza per aria nun se dorme accusì
 ariposati come se dorme da la parte de man dritta.
 State poi bbene attenta mentre dormite a nun posavve le bbraccia o le mane su la
 testa o ssur core; si nnó l’insogni bbrutti che nun ve fate, se sprègheno.
 E si vvolete arisvejavve de sicuro la mmatina appresso, nun v’addormite mai, per
 carità, da la parte der core; si nnó un stravaso, sarvognóne, de sangue, o un
 antro diànciche qualunque, ve pô ffa’ arimane freddo sur fatto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="113">
          <head type="Titolo"> 112.  Li santi che cce protèggheno da li malanni. </head>
          <p>
 Er Santo che cce protègge contro li dolori de la vessica de l’urina è Ssan
 Libborio.
 Contro la tigna e la rógna San Galicano.
 Contro li dolori rumatichi San Mavuro abbate.
 Contro la podagra San Tomasso.
 San Biacio ce protègge da li mali de la góla.
 Sant’Erasmo da li dolori spasmôdichi.
 Sant’Antonio de Padova protègge tutte le bbestie da qualunque siesi malanno; e
 ll’ómmini da le cascate.
 Santa ’Pollonia ce guarda dar male de li denti.
 Sant’Irena e Ssanta ’Lisabbetta contro li furmini e ll’antre porcherie.
 Santa Bónósa contro er vajòlo.
 Santa Lucia contro tutti li malanni all’occhi.
 Sant’Anna protègge le donne partorènte.
 San Ghetano li collerosi.
 San Rocco l’appestati.
 Santa Marta ce sarva da le mmalatie ’pidèmiche.
 Sant’Agusto ce sarva dar dolor de testa.
 Sant’Andrea Avellino ce sarva (sarvognuno!) da l’accidenti.
 San Nicola e Sant’Emidio ce protèggheno da li taramoti.
 San Maturino e Sant’Aventino ce sarveno da la pazzìa.
 San Zaccaria fa pparlà’ li muti.
 Sant’Utropio guarisce li stroppi.
 Santo Toto (Teodoro) protègge li malanni de le crature e dde le bbalie o dde le
 donne che allèveno... E accusì via discurènno.
</p>
        </div>
      </div>
      <div type="Capitolo">
        <head type="Titolo">Proverbi igienici. </head>
        <p>
 1. Amore, rógna e ttósse nun s’anniscónneno.
 2. Grassezza fa bbellezza.
 3. Li nèi so’ bbellezze.
 4. L’acqua fa bbelli l’occhi.
 5. Moje, pippa e ccane, nun s’imprèsta manco ar compare.
 6. Beata quela verga che nun porta fiji.
 7. Donna de bbôna razza fa prima la femmina e ddoppo er maschio.
 8. Chi ccià ffiji cià mmalanni.
 9. Li peccati de li padri li sconteno li fiji.
 10. Er sangue nun è acqua.
 11. È mmejo che ppiagni er fijo che la madre.
 12. Le crature stanno sempre a bbecco a mmòllo come l’ucèlli.
 13. Panza pizzuta; fijo maschio.
 14. Majali e ffiji come l’allèvi li piji.
 15. Chi ppresto addenta, presto sparènta.
 16. Li dolori der parto se scordeno prèsto.
 17. Donna pelosa, o mmatta o virtuosa.
 18. Chi allèva un fijo l’allèva matto; chi allèva un porco l’allèva grasso.
 19. Madre bbrutta fa li fiji bbèlli.
 20. Fiji e affanni, scurteno l’anni.
 21. Mòreno ppiù agnèlli che ppècore.
 22. Créscheno l’anni e ccréscheno li malanni.
 23. Gallina vecchia fa bbon bròdo.
 24. Gioventù ddisordinata fa vvecchiaja tribbolata.
 25. La vecchiaja nun vô ggiôco: ma vô vvino, callo e ffôco.
 26. La gioventù vô er su’ sfògo.
 27. La Francia s’arivede in vecchiaja.
 28. Er giovine ha dda morì’ er vecchio deve.
 29. Li compagni der vecchio bbabbione, sò’ la scatola, l’occhiali e’ ’r pallone.
 30. Vecchia zzitella fa ggiovine madre.
 31. Aprile, dorce dormire.
 32. De Marzo cresci panni; d’Aprile nun t’alleggerì’; de Maggio vacce adacio; de Giugno bbutta er cuticugno.
 33. Pregamo er Patreterno ch’estate sii d’estate e inverno sii d’inverno.
 34. Chi nnasce de marzo, è mmatto.
 35. Cattivo inverno fa cattivo istate.
 36. Primo d’agosto, capo d’inverno.
 37. La quaja d’agosto cià la frebbe ggialla su la códa.
 38. Chi nnasce môre.
 39. Se cammini cor culo, ma sse campi.
 40. La morte e la vita stanno i ’mmano de Dio.
 41. Oggi in figura, domani in sepportura.
 42. Tigna e rógna, antro male nun ciabbisògna.
 43. A la salute nun c’è pprèzzo.
 44. Se dice a l’ammalati: poco e spesso.
 45. N’ammazza ppiù la góla che la spada.
 46. Piedi calli e ttesta fredda.
 47. Casa senza sole: mèdico a ttutte l’ore.
 48. Indove nun c’entra er sole, c’entra er medico.
 49. Frebbe quartana: ammazza li vecchi e li ggiovini sana.
 50. Braccio ar collo e ggamme a lletto.
 51. Dieta e sservizziali, guarischeno tutti li mali.
 52. Chi nun crede ar dolore, guardi er colore.
 53. Er male deve fa’ ’r su’ corso.
 54. La rosalìa tre ggiorni cresce e ttre ggiorni cala.
 55. Lascia er fôco ardente e corri a ddonna partorènte.
 56. Chi mmagna campa, e cchi ddiggiuna crèpa.
 57. Gnènte è bbôno pe’ ll’occhi.
 58. Er medico pietoso fa la piaga puzzolènte.
 59. Mejo ar fornaro che a lo spezziale.
 60. È mmejo a ppuzzà’ dde vino che d’acquasanta.
 61. E mmejo a ssudà’ cha stranutà’.
 62. Chi ppiscia chiaro fa la fica ar medico.
 63. A mmale fresco c’è rimedio.
 64. Finchè c’è ojo a la làmpena l’ammalato campa.
 65. L’appetito è bbon ségno.
 66. Er cuntinuvo ammazza l’omo.
 67. Le malatie longhe consumeno le case.
 68. Er male ariva come ’na cannonata, e vva via a oncia a oncia.
 69. Er mèdico è ccome er boja: se paga per èsse’ ammazzati.
 70. Guai, quanno l’ammalato chiede er vino!
 71. È mmèjo ’na bbôna ca... che ’na bbôna magnata.
 72. L’osso stii bbene; ché la carne va e vviéne.
 73. E’ llatte viè’ ppe’ le minestre e nno ppe’ le finestre.
 74. Sempre bbène nun se pô sta’; ssempre male nemmeno.
 75. Er sangue stagna; ma llassa la magagna.
 76. ’St’anno pédicellósa, ’st’antr’anno spósa.
 77. Quanno s’ariccónta nun è gnente.
 78. Mejo logrà’ le scarpe che le ssedie.
 79. Acqua e vvino, ingrassa er bambino.
 80. Beato quer parto che in ventiquattr’ora è ffatto.
 81. Lo spècchio de lo stòmmico è la lingua.
 82. Ojo de lume, ’gni male consuma.
 83. Ojo de lucerna ’gni male guverna.
 84. Bocca amara, tièttela cara.
 85. Carne fa ccarne; vino fa ssangue; erba fa mm...
 86. Se magna pe’ ccampà’, no ppe’ ccrepà’.
 87. Latte e vvino, véléno fino.
 88. Magna poco e spésso.
 89. Quer che appetisce, nutrisce.
 90. Sacco vóto nun s’arègge dritto.
 91. L’acqua ruvina li ponti e er vino la testa.
 92. Er vino è la zzinna de li vècchi.
 93. Bon vino fa bbon sangue.
 94. Moje ggiovine e vvino vècchio.
 95. La sera orsi; la mmatina arsi.
 96. Bacco, tabbacco e Vvènere, riducheno l’omo in cennere.
 97. È mmejo tajà’ er deto che la mano.
 98. Un diavolo scaccia l’antro.
 99. E’ riso fa bbon sangue.
 100. A Roma pe’ ttesta; a Nnapoli pe’ ggamme.
 101. Er male nun viè’ ssempre pe’ ffa’ mmale.
 102. Chi mmagna prima e mmagna dòppo, mmer... de galoppo.
 103. A ll’arberi le foje, a le donne le dòje.
 104. Chi ttócca lèva.
 105. Ar mèdico la visita; a lo speziale la ricètta.
 106. Cascata de foje, catalètto ammannito.
 107. Chi mmagna troppo, stima casa.
 108. Callo che ddóle, pioggia vicina.
 109. Er sale fa ll’ossa; e ll’ossa lo schertro.
 110. Ne sballa ppiù la jottonizia ch’er cortèllo.
 111. La pelle è una; chi sse la sa guardà’ è ’na gran furtuna.
 112. Cascata de ggioventù, ossa ammaccata; cascata da vecchio, morte
 avantaggiata.
 113. Dimme che vvita fai, e tte dirò la morte che ffarai.
 114. Er male de ll’occhi se guarisce cor gommito.
 115. Magna bbene, ca... forte, e nun avè’ ppavura de la morte.
 116. Carne insaccata, mar giudicata.
 117. A mmagnà’ e a ggrattà’, tutto stà a incomincià’.
 118. Sette ore le dorme un còrpo, otto ore un pòrco.
 119. Aria dé fessura té manna in sepportura.
</p>
      </div>
      <div type="Capitolo">
        <head type="Titolo">II. USI, COSTUMI, CREDENZE, PREGIUDIZI E LEGGENDE. </head>
        <p></p>
        <div type="SottoCapitolo" n="1">
          <head type="Titolo"> Avvertenza </head>
          <p>
 Il raccoglitore delle presenti tradizioni patrie, dettate nel dialetto più
 prossimo al latino di quanti se ne parlano in Italia, avendo vissuto quegli anni
 durante i quali si ricevono le più forti impressioni, sotto il regime dei Papi,
 rammenta, come se vi assistesse ancora, le pompose feste, forse le più
 strepitose, che da oltre un secolo la Roma papale ricordasse. Egli ha infatti
 assistito all’apertura dell’ultimo Concilio ecumenico vaticano, alle feste per
 il XVIIIo centenario del martirio dei Ss. Pietr
 o e Paolo, con l’intervento dei Vescovi di tutto il mondo; alla messa novella di
 Pio IX, alla santificazione dei martiri del Giappone, a centinaia di
 processioni, compresa quella del Corpus Domini, uno spettacolo di tal
 grandiosità teatrale, raro ad imaginarsi non che a descriversi. Ricorda le
 benedizioni papali sulle loggie valicane e lateranensi, l’illuminazione della
 cupola di San Pietro, le magnifiche feste del 12 aprile, anniversario del
 ritorno di Pio IX da Gaeta, il caffè del Veneziano in piazza Scia
 rra al Corso, le visite alle sette Basiliche, gli ebrei perseguitati, i ladri
 alla berlina, il barbero vincitore portalo in trionfo, il Senatore romano in
 abito di gala, il Carnevale, il saltarello, le serenate, le ottobrate, le
 bbisboccie a Testaccio, le sfide fra poeti estemporanei, gli scatti terribili
 d’odio degeneranti in vere, tremende battaglie, le rappresentazioni sacre;
 nell’ottavario de’ morti, i riffaroli, i mannatari, le prefiche, le monacazioni,
 i forzati in catene girare per la città, i missio
 nari predicanti sulle piazze; e poi il lago a piazza Navona, i roghi, che non
 potendo più bruciare gli eretici, bruciavano libri ed altri oggetti proibiti; le
 streghe, i gatti mammóni, l’imperatore della dottrina cristiana, le Madonne che
 aprivano gli occhi, i maghi, le monache e i frati viventi e già in odore di
 santità, i quali predicevano l’avvenire; i pifferari, i frati cercatori che
 medicavano tutti i mali e davano i numeri per il lotto; le donne che spiegavano
 i sogni, gli spiriti, i tesori nascosti e
 la Befana, ed i racconti più strani e terribili che turbavano gli allora
 innocenti sonni dello scrivente. Al quale sembra ancora vedere la biancheria
 sciorinata al sole ingombrare finestre e strade, l’immondezza accumulata
 arrivare fin sotto le finestre, le vie male illuminate e... cento altre cose.
 Poi... poi ricorda i Francesi dell’ultima occupazione con le loro prepotenze, i
 loro disordini e la loro iattanza straniera; la battaglia di Mentana, l’eccidio
 della casa Ajani, il crollo della caserma Serristori e le conseguenti
 decapitazioni di Monti e Tognetti, con tutto lo spaventoso apparato de’
 fratelloni, delle tavolozze appese sui canti delle strade e del lugubre suono di
 tutte le campane di Roma... Ed ancora le inverosimili leggende che udiva
 bisbigliare sul conto di Garibaldi. L’Eroe di quando in
 quando compariva (ora vestito da mendicante, ora da frate o in altra foggia, un
 giorno sulle barricate di porta Pia, talvolta alla basilica di San Paolo, vi
 diceva la messa e partendo rivelava il suo nome!... Ricorda poi l’aurora boreale
 del 1870 sulla quale si ricamarono dal popolo le più strane predizioni; la
 guerra franco prussiana, gli ultimi giorni del dominio Papale con i relativi
 caccialepri (guardia urbana) e gli zampitti...
 Egli vide Pio IX il 19 settembre benedire le barricate... e vide anche la
 breccia di porta Pia, il sincero entusiasmo dei romani, l’ingresso delle truppe
 italiane, lo sfogo contro i soldati del Papa; la Guardia nazionale, l’alluvione
 del Tevere, l’ingresso di Vittorio Emanuele II. Conseguentemente le inevitabili
 disillusioni e la estrema miseria per l’inevitabile rivolgimento nelle
 condizioni in ogni ceto della popolazione, dovute in tutto modificarsi.
 Modificazioni sopportate senza mormorare, anzi con una
 docilità e una pazienza che non ha esempio.
 Ecco quanto il raccoglitore ha visto ed ha in parte modestamente descritto con
 la convinzione di essersi riservata qualche piccolissima scoperta, di questa
 grande Roma, mille e mille volte ricorsa e frugata per ciò che ha riguardo
 all’arte, all’antichità ed alla storia, per le quali il Mondo a Lei si prostra.
 Io marzo 1907.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="2">
          <head type="Titolo"> I. — Contro er malocchio. </head>
          <p>
 Contro er malocchio o occhiaticcio che sii, bbisogna portà’ addosso la mollica
 der pane, er sale, er pelo der tasso, l’acqua de le sette Bbasiliche e’
 llumencristi, o li cornétti de corallo, speciarmente de quelli trovati pe’
 strada o cche vve so’ stati arigalati.
 E quanno quarchiduno ve fa er malocchio bbisogna dije: "Malocchio nun ce possi,
 e ttaràntola t’entri in cu...", — e in der medemo tempo faje tanto de corna.
 Bbisogna puro fa’ li consuveti scongiuri quanno quarcuno ve dice: "Come ve séte
 rimésso bbene! Come state bbianco e rosso che Ddio ve bbenedichi! Come state in
 salute e eccetra eccetra", perchè ppó èsse’ che vve lo dichi per invidia.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="3">
          <head type="Titolo"> 2.  Furtuna, sfurtuna o jettatura. </head>
          <p>
 Ammalappena uscite da casa la mmatina, che vvedete, pe’ pprima cosa, un prete,
 e un cavallo bbianco è ssegno de bbôn’ugurio, e ttutti l’affari de la giornata
 v’anneranno a ffaciòlo.
 Si ppoi incontrate un gobbo, speciarmente a ddu’ bbotte, allora state alegri;
 ché la giornata incomincia bbene; ma s’incontrate ’na gobba è ssegno de sfurtuna
 o dde jettatura che ssia.
 Ar gobbo cercate de strufinàvvece addosso; a la gobba sputàtejece appresso.
 Sibbè’ cche dda noi pe’ scongiurà’ la jettatura ciavemo u’ rimedio che ffa mmejo
 de le corna: un’attastatina ar... vivo!
 P’avé’ ffurtuna bbisogna portasse sempre in saccoccia, o una nocchia, o una
 noce, o ’na castagna a ttre ccantoni.
 P’avecce la furtuna a ccasa, nun c’è antra cosa che mantienécce viva una
 lucertola a ttre ccode (che sso’ ttante indificile a ttrovasse), oppuramente una
 lucertolina de quelle solite, ammalappena nata. E ddedietro a la porta de casa
 tienecce attaccati o inchiodati li ferri vecchi da cavallo che uno ha la fortuna
 de trovà’ ppe’ strada.
 Doppo sônata l’Avemmaria, state bbene attenta a nu’ scopà’ ccasa, perchè si unò
 scacciate via la furtuna.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="4">
          <head type="Titolo"> 3.  A ttavola. </head>
          <p>
 Mentre se stà a ttavola, nun se deveno fa’ le croce co’ li cortelli o cco’ le
 posate, si nnó uno se fa ccattivo ugurio; nun se deve sverzà’ er sale, perchè er
 sale sversato porta disgrazia; e quanno uno môre è ccondannato pe’ ssette anni
 in purgatorio, a riccoje quer sale sversato co’ le pennazze de ll’occhi,
 granèllo pe’ ggranèllo.
 A ttavola nun bisogna mai metteccese a mmagnà’ in 13 persone, artrimenti drento
 l’anno, er più ppiccolo o un antro de li 13 che ccià mmagnato, môre.
 Quanno poi uno è invitato, nun deve a ppranzo finito, piegà’ la sarvietta, si
 nnó in quela casa nun ciaritorna ppiù.
 E ttienete bbene a la mente che, quanno su la tavola c’è la tovaja, nun ce se pô
 ggiocà’ a gnisun gioco; perchè su la tavola apparecchiata, li sordati ce se
 ggiôcorno a ddadi la vesta de Ggesù-Cristo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="5">
          <head type="Titolo"> 4.  La Madonna de Sant’Agustino. </head>
          <p>
 Chi sse lo sarebbe mai creso che la Madonna de Sant’Agustino, detta der Parto,
 tanta miracolosa e ttanta mai bbella, fussi anticamente stata una statuva che
 gnentedemeno, arippresentava la madre de Nerone cor fijo in braccio?!
 Eppuro è ppropio accusì.
 Chi je l’avessi detto, a una madre de un Nerone, a ddiventà’ Madonna, a èsse
 odorata da tutti li cristiani, e a ffa’ ttanti miracoli!
 Cose der monno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="6">
          <head type="Titolo"> 5.  Quann’è nnotte. </head>
          <p>
 Doppo sônata l’Avemmaria, nun se pô ppiù scopà’ ppe’ ccasa, si nno’ mmôre er
 capo de la famija nun solo, ma, ccome v’ho ddetto, se scaccia da casa puro la
 furtuna.
 Nun se deve mai passà’ pper una porta co’ ddu’ lumi accesi; perchè si nno’ da
 quela stessa porta ce sorte er morto.
 Un proverbio de nojantri dice:
 "Quanno sôna l’Avemmaria,
 Chi sta a ccasa de ll’antri se ne vadi via".
 Su ’sto proverbio c’è un fattarello che si lo volete sapè’, lleggete le Novelle,
 favole e leggende romanesche, a paggine 311, Novella XLII.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="7">
          <head type="Titolo"> 6.  E’ llètto. </head>
          <p>
 E’ lletto, in cammera, nun se deve mai mette’ in d’una posizzione che li piedi
 de chi sta a lletto guardino la porta; si nnó pô èsse’ che in quela medema
 posizzione (che, ssarvognone, vorebbe intenne morto) uno presto presto se ne pô
 annà’.
 Su’ lletto de le regazze zzitelle nu’ sta bbene che cce se sdraji o cce se metti
 a ddormì’ un ômo.
 Quanno se rifà’ e’ lletto in tre ppersone, er più ppiccolo de li tre mmôre.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="8">
          <head type="Titolo"> 7.  Cajòstro. </head>
          <p>
 Era u’ stregone che ss’era vennuta l’anima ar diavolo (Gesummaria!).
 Lui, dice, che qualunque cosa voleva l’ottieneva. Si, ppresempio, voleva che un
 baiocco je fussi addiventato un marengo, er baiocco je ce diventava.
 Ve sapeva a ddi’ er tempo che ffaceva domani, quanto regnava er papa, e ssi
 vvoleva, v’azzeccava infinenta una cinquina a’ llotto.
 Insomma era tarmente zózzóne, che ppuro adesso er nome de Cajòstro è arimasto
 pe’ ddì un bojaccia, un imbrojone, un assassino, un fattucchiere, un Nerone.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="9">
          <head type="Titolo"> 8.  Le visite. </head>
          <p>
 Vedesse ggirà’ intorno u’ mmoscone o anche una farfalla, è ssegno de quarche
 nnôva o dde quarche visita.
 Si, mmettiamo caso, ve viè’ a ttrova a ccasa una persona, e nun se vô mmette a
 ssede, è ssegno che quela persona l’ha cco’ vvoi.
 Quanno se va a ffa’ vvisita a quarchiduno, nun bisogna mai rimette la ssedia ar
 posto indove stava; si nnó pô èsse’ che in quela casa nun ce s’aritorni ppiù.
 E a ppreposito de visite, aricordateve der proverbio: "Chi va in casa d’antri
 senz’èsse invitato, o è mmatto o spiritato".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="10">
          <head type="Titolo"> 9.  Er canto der gallo e er tempo. </head>
          <p>
 Si er gallo quanno canta, canta dìspero, er tempo mette a ppioggia: s’invece
 canta paro, er tempo sarà bbôno.
 Sì pperò er tempo è ggià ccattivo e er gallo aricanta dìspero, allora er giorno
 appresso piove de peggio. Co’ gran dispiacere de li Tresteverini e dde li
 Monticiani che la maggior parte de ll’anno se la passeno pé’ strada o fôra de
 ll’osterie a bbeve o su la porta de casa a chiacchierà’.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="11">
          <head type="Titolo"> 10.  S. P. Q. R. </head>
          <p>
 Su ’ste quattro lettere che ppe’ Roma se leggheno insinenta su li lampioni,
 ciavemo ogni sempre scherzato.
 Chi j’ha vvorsuto dà’ un significato e cchi un antro.
 Chi ddice che vvonno intenne: Sempre Papi qui regneranno — o anche: Sempre
 preti... — Oppuramente: Sono preti questi romani. — Oppuro: Sorcio perchè cqui
 rosichi? Rosico questi pochi stracci. — E ttante antre bbuscarate che è mmejo a
 ffacce passo e a llassalle in de la penna.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="12">
          <head type="Titolo"> 11.  Le serenate. </head>
          <p>
 Ah le serenate a li tempi mii che ccose bbelle!
 Si cchiudo l’occhi, me pare incora adesso de vedelle e dde sentille.
 Le strade staveno guasi a lo scuro: perchè allora li lampioni ereno rari come le
 mosche bbianche, speciarmente pe’ la Regola, pe’ li Monti e ppe’ Ttrestevere.
 A quanto se sentiva in de la silenziosità de la notte una bbella voce che
 ccantava una tarantella accompagnata dar calascione o ddar mandolino.
 Si la serenata era fatta da quarche ggiovinotto che stava in collera co’ la su’
 regazza, e questa, a ssentillo a ccantà’, s’inteneriva e upriva la finestra pe’
 ssalutallo, la pace era fatta co’ li lanternoni!1
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="13">
          <head type="Titolo"> 12.  Cose che pporteno disgrazia: </head>
          <p>
 Specchi, ojo, scarpe, ssedie, sale, stelle cométe, ecc.
 Si vve se roppe uno specchio, è ssegno che una gran disgrazia v’ha dda succede
 de certo de certo.
 Accusì ppuro si vve se sverza per tera l’ojo: lo dice infinenta er proverbio:
 "Ojo: si nun so’ ddisgrazie, so’ ccordojo".
 Posà’ le scarpe sur commò o ssur tavolino porta disgrazia.
 Fa ggirà’ una ssedia, sopra una gamma sola, porta disgrazia.
 Si ppe’ ccombinazzione, ve casca da le mano un oggetto quarsiasi e vve se roppe,
 a ’sto danno che avete fatto, in de la ggiornata, vve n’hanno da succede pe’
 fforza un antri dua.
 Come v’ho ddetto, parlanno de quanno se sta a ttavola, porta disgrazia anche si
 vve se sverza er sale; manco male però cche ppe’ scongiuranne la disdétta c’è u’
 rimedio.
 Se pija subbito un pizzico de quello stesso sale che ss’è sversato e uno se lo
 bbutta de dietro a le spalle.
 Quanno disgrazziatamente comparisce in cielo quarche stella cométa, state puro
 certi che in de l’annata quarche catacrisma ha dda succede.
 O guerra o ccarestia o ttaramoto o illuvione o colèra o ppesta o quarche antro
 diavolo che sse li porti tutti quanti a lo sprefonno!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="14">
          <head type="Titolo"> 13.  L’architetti Bbernini e Bboromini. </head>
          <p>
 A ppiazza Navona, su la funtana de mezzo, quella che ccià la guja armata, si
 cce fate caso, da la parte che stà dde faccia a la cchiesa de Sant’Agnesa, c’è
 una de quelle statuve che stà tutta spaventata e cco’ le mane per aria come si
 ss’aripparasse er grugno da la facciata de la cchiesa che je stasse un pélo pe’
 ccascaje addosso.
 Mbè’ ssapete che vvór dì’ tutto quello spavento?
 È uno scherzo de Bbernini, l’architetto de la fontana, contro Bboromini,
 l’architetto ch’ha fatto la facciata de la cchiesa de Sant’Agnesa.
 Boromini però pp’aripagasse, che ffece? Je fece un antro scherzo. Infatti,
 fatece caso, su in cima de la cchiesa da la parte indove guarda quella statuvona
 spaventata, cià ppiantato una bbella Madonna tutta de pietra.
 Accusì ppare che la statuva de Bernini se spaventi a vvede la Madonna.
 Nun se poteveno vede fra architetti pe’ ggelosia de mestieré.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="15">
          <head type="Titolo"> 14.  La Santa Casa de Loreto. </head>
          <p>
 Quanno la Santa Casa de la Madonna fu pportata da ll’angeli da Nazzarette a
 Lloreto, l’angeli je fecero fa’ quela strada de stelle fitte fitte (la via
 lattea) che quanno è ssereno, la notte, se vede in cielo in arto in arto.
 Dice che la Santa Casa s’arègge per aria da sé. Ma gnisuno se pô annà’ assicurà’
 si è vvero; perchè una vorta che una gran signora ce vorse provà’ arimase cèca
 der tutto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="16">
          <head type="Titolo"> 15.  La sagra scudella. </head>
          <p>
 In de la Santa Casa medema, c’è ppuro la sagra scodella, indove ce magnava er
 pancotto Gesù Cristo da regazzino, che si uno drento ce strufina bbene bbene una
 corona, quela corona arimane tarmente bbenedetta, che cchi sse la porta addosso
 non ha ppiù ppavura de gnente.
 Defatti lei ve scongiura da ’gni sorta de pericoli, da cascate, da temporali, da
 mmalatie, eccetra. Insomma fa mmiracoli, sopra mmiracoli.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="17">
          <head type="Titolo"> 16.  Er portone der palazzo Sciarra ar Corso. </head>
          <p>
 Una de le maravije de Roma, non ce se crederebbe si non fossi vera, è er
 portone der palazzo de Sciarra, a ppiazza Sciarra ar Corso.
 Gnentedemeno, che quer portone è ttutto d’un pezzo de marmo, senza nemmanco una
 ggiónta.
 Figuramese dunque quanta doveva èsse grossa quela pietra p’aricavacce fóra er
 portone tutto sano, co’ li contorni, le colonne, li zoccoli de le colonne, li
 capitelli e la cimasa der portone!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="18">
          <head type="Titolo"> 17.  La Sabbatina. </head>
          <p>
 Era un’usanza che mmó nun c’è ppiù, e cche cconsisteva, la sera der sabbito, a
 aspettà’ cche ssonassi mezzanotte, per annà’ a mmagnà’ a’ ll’osteria la trippa e
 ll’antro da magnà’ dde grasso.
 L’artisti, la sera der sabbito, doppo pijata la paga, s’aridunaveno in diversi,
 e annaveno a ffa’ le serenate, o la partita; e quanno poi era sônata mezzanotte,
 magnàveno, bbeveveno, s’imbriacàveno, e ttante vorte se sciupàveno tutto er
 guadambio de la sittimana, e ppoi arestaveno loro e la famija, a ccrocétta antri
 sette ggiorni, ossia insinenta ar sabbito appresso, sarvo che nun
 aricominciassino da capo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="19">
          <head type="Titolo"> 18.  Pe’ rifà’ ppace co’ regazzo. </head>
          <p>
 Quanno, regazze mie, state in collera cor fritto, ecco com’avete da fa’ ppe’
 rifacce pace.
 Ammalappena se fa nnotte, metteteve in finestra; e a la prima stella che vvedete
 apparì’ in cielo, diteje accusì:
 "Stella der mare turchin celeste,
 Fa cch’er core de chi mm’ama stii in tempeste:
 Stii in tempeste tale che nun possi ariposà’,
 Ni bbeve, ni mmagnà’,
 E ssempre a mme ppossi pensà’".
 Dette ’ste parole, occhio a la penna!
 Si abbaja un cane, è ssegno ch’er vostro regazzo v’è ffedele.
 Si ssentite un ômo che ffischia, ve tradisce; si ssentite sonà’ una campana è
 ssegno che ppensa a vvoi.
 Intesa che avete una de ’ste tre ccose, fateve u’ nnodo a’ llaccio der zinale e
 ddite tre ppaternnostri.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="20">
          <head type="Titolo"> 19.  Un antro modo pe’ rifa’ ppace co’ regazzo. </head>
          <p>
 Annate a ttrova una bbrava fattucchiera, speciarmente de quelle che stanno in
 Ghetto, e dditeje de che sse tratta.
 Quella allora, vederete, che ppijerà ddu’ fettucce bbelle lónghe, una bbianca e
 una rossa, l’annoderà assieme e cce farà una tréccia.
 Fatta ’sta tréccia, ve la consegnerà, e vve dirà:
 "Ogni otto ggiorni, sciojete u’ nnodo da ’na parte de ’sta treccia, e rifatelo
 da ll’antra; e mmentre lo sciojete, dite:
 "Diavolo fatte capace:
 Scioje l’odio e llega la pace".
 E nun passerà er mese, che er vostro regazzo ve se vierà a ristrufinàvvese
 un’antra vorta intorno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="21">
          <head type="Titolo"> 20.  Un antro incora. </head>
          <p>
 Quanno se sta in collera co’ regazzo e cche cce se rivó ffa’ ppace, èccheve un
 antro arimedio.
 Ammalappena sôna un’or de notte, affacciateve a la finestra, e mmentre annodate
 un fazzoletto, dite ’sta preghiera:
 "Un’ora bbatte, un’ora sôna,
 Io sto ddrento, lui stà ffôra.
 Vadi a llevante, vadi a pponente,
 Vadi (er nome de’ regazzo) co’ ttanta ggente:
 Che ffai? che ppensi? Indove vai?
 — Vado da quella fattucchiera (er nome de la regazza).
 Che mme fa ’na fattura potente e fforte
 Che nu’ la possi lasciare fino a la morte".
 Qui ppoi se lega er fazzoletto e sse seguita a ddì’:
 "In questo modo té voglio legare;
 Come un Cristo té voglio incrociare
 Ché nun me possi mai lasciare!"
 Detto questo, se pija una manciata de sale grosso, e sse bbutta pe’ le scale de
 casa; poi s’infila un cortello sotto ar tavolino da pranzo e cce se lassa
 infinenta a la sera appresso.
 Bbisogna sta’ bbene attenta che ttutta ’sta robba se deve fa’ e sse deve dì’ in
 de lo spazzio d’un’ora sana.
 Si nnó artrimenti nun vale gnente.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="22">
          <head type="Titolo"> 21.  Le streghe. </head>
          <p>
 Quanno uno nun pô ffa’ condemeno de smentuvà’ la parola strega, pe’ ffa’ cche
 quella nun vienghi davero ner sentisse chiamà’, bbisogna (si ner mentre ne
 parlate ve trovate a ssede) tienè’ le gamme incrociate; perchè, ccome sapete, le
 streghe de la croce hanno pavura.
 Si ppoi volete un antro rimedio ppiù sbrigativo, ner parlà’ dde le streghe dite:
 "Oggi è ssabbito a ccasa mia!" .
 Perchè, ccome saperete bbene, er sabbito le streghe non ponno annà’ in giro,
 perchè stanno aridunate sotto a la Noce de Bbenevento; e ddunque dicenno accusì
 vve ne ridete de loro.
 Pe’ ssolito le streghe s’ariduneno sotto a la Noce de Bbenevento, la viggija der
 mercordì e dder sabbito.
 Apposta c’è er proverbio che ddice:
 "Ni dde Venere, ni dde Marte,
 Nun se sposa, e nun se parte, ecc.".
 E pperchè?
 Pe’ nun passà’ er pericolo in queli du’ ggiorni d’incontrasse pe’ strada co’ le
 streghe che sse ne vanno ar sabbito, e cche incontrannove pe’ strada ve
 potrebbeno stregà’ affatturà’, o ffavve quarch’antro bbrutto scherzo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="23">
          <head type="Titolo"> 22.  Pe’ ssapé’ cchi vv’ha stregato. </head>
          <p>
 Pe’ ssapè’ chi vv’ha ffatto la fattura, ossia pe’ cconosce chi vv’ha stregato,
 se metteno tutti l’abbiti de la persona stregata in d’un callaro pieno d’acqua
 che ppoi se mette sur fôco.
 Quanno er callaro bbulle, la persona che vv’ha stregato, ve se presenta a ccasa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="24">
          <head type="Titolo"> 23.  Le diavolerie de le streghe. </head>
          <p>
 Ho conosciuto una strega che sse tieneva sempre un galletto vivo in saccoccia.
 Quanno lo cacciava fora e je diceva: "Cresci", quello diventava debbotto granne
 e ggrosso; quanno je diceva: "Canta e mmagna" quello cantava e mmagnava.
 Insomma: quer galletto era er diavolo (Gesummaria!) in persona.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="25">
          <head type="Titolo"> 24.  Agguantanno ’na strega sur fatto. </head>
          <p>
 Si agguantate una strega cor sorcio in bocca o ppe’ ccapisse mejo, sur fatto, e
 l’agguantate pe’ li capelli, lei ve strillerà:
 — Che ttienghi in mano?
 Voi j’avete da risponne:
 — Crini de cavallo.
 Perchè si vvoi, nun sia mai detto, j’arisponnete:
 — Capélli.
 Lei allora dice in sur subbito:
 — Diavolo, portetélli!
 E ner dì’ accusì, li capelli de la strega v’arèsteno in mano, e llei pija l’erba
 fumaria.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="26">
          <head type="Titolo"> 25.  Le fatture. </head>
          <p>
 Pe’ vvede si ssete affatturato, fate accusì.
 Pijate un piatto, bbuttatece drento un po’ dd’acqua, poi pijate er buzzico de
 ll’ojo, e sversàtecene drento tre o quattro góccie.
 Si ll’ojo se spanne è ssegno de no; ma ssi ll’ojo nun se spanne, è ssegno, com’è
 vvero er sole, che la fattura ve l’hanno fatta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="27">
          <head type="Titolo"> 26.  Precavuzzione contro le fatture. </head>
          <p>
 Apposta quann’uno se pettina o sse taja li capelli, a ttutti li capelli che je
 cascheno per tera, bbisogna che cce sputi sopre tre vvorte oppuramente li
 riccoja, li bbutti ar gèsso e ppoi ce pisci sopre.
 Pe’ ppreservasse da certe fatture, fa una mano santa, a ttienè’ ssott’a’ lletto
 er treppiède.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="28">
          <head type="Titolo"> 27.  Diverse specie de fatture. </head>
          <p>
 Una vorta, presempio, trovai per tera un core tutt’infittucciato cor un sacco
 de spille appuntate sopre. Era ’na fattura
 Intanto che lo riccojevo, Tota la lavannara me strillò, ddice:
 — Lasselo; ché quello è ’na fattura!
 Dice che infinenta che ttutte quelle spille nun se so’ cconsumate, hanno da
 durà’ le pene de l’affatturato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="29">
          <head type="Titolo"> 28.  Un’antra fattura. </head>
          <p>
 L’urtimo pezzetto de pane che llassa a ttavola la persona che vvolete
 affatturà’, pijatelo e infilatelo a un zeppo. Poi mettete u’ rospo a ppanza per
 aria, e appuntateje quer zeppo cor pane in cima, propio in der mezzo de la
 panza.
 E’ rospo, se capisce, cercherà dd’arivortasse, e in der mòvese che ffa, er pane
 che stà sur zeppo se smollica, e llui co’ quele molliche ce campa.
 Finito er pane, e’ rospo môre, e cco’ llui môre consunta la persona che è stata
 affatturata accusì.
 S’intenne che ’ste fatture valeno sortanto quanno so’ ffatte da le streghe, li
 stregoni e li fattucchieri che ttiengheno er demonio pe’ lloro Ddio.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="30">
          <head type="Titolo"> 29.  Un’antra. </head>
          <p>
 Se pija ’na carzetta o un pedalino, che l’abbi portato la persona che je se vó
 ffa’ la fattura, e sse mette in d’una cunculina piena d’acqua e sse lassa
 infracicà’.
 Quanno quer pedalino o quela carzetta s’è infracicato ar punto che ccasca a
 ppezzi, allora la persona affatturata stira le cianche.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="31">
          <head type="Titolo"> 30.  Un’antra incora. </head>
          <p>
 S’arza un mattone, ce se mette u’ rospo sotto, e je se dann’a mmagnà’ li
 capélli de la medema persona affatturata.
 Quanno e’ rospo ha ffinito de magnasse li capélli, schiatta e assieme a llui se
 ne va a ll’antri carzoni l’affatturato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="32">
          <head type="Titolo"> 31.  Pe’ cconosce u’ lladro che vv’ha rubbato. </head>
          <p>
 Quanno v’hanno arubbato quarche oggetto, e vvolete conosce chi è stato e’
 lladro o la ladra, ecco com’avete da fa’.
 Annate in Ghetto, cercate de conosce quarche strega ggiudìa, perchè ssortanto le
 streghe ggiudìe so’ bbone a ffavve la ccusì ddetta Caraffa.
 Consiste in d’una bbottija che la strega ggiudìa, facenno un sacco de scongiuri,
 ve la prepara, ve la mette su la tavola, e vvoi a quanto drento a ’sta Caraffa
 ce vedete comparì’ e’ llombetto o la ladra che vv’ha rubbato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="33">
          <head type="Titolo"> 32.  Pe’ scongiurà’ le streghe. </head>
          <p>
 Quanno e ccome er Papa le mmalediva.
 Ortre a li rimedi che vv’ho ddetto prima, pe’ scongiurà’ le streghe, ce ne so’
 ttanti antri che li leggerete in ’sto medemo libbero a la Notte de S. Giuvanni
 ar no 170.
 Si ppoi volete sapè’ quarch’antra cosa su le stregonerìe, leggete le mi’ sestine
 romanesche intitolate: Streghe, Stregoni e Ffaffucchieri, ossia la Notte de S.
 Giuvanni, indove la quale se vede che, gguasi sempre, la strega che strega le
 crature, è la sòcera.
 A ppreposito de le streghe, anticamente, tutte le vorte ch’er Papa pontificava a
 Ssan Pietro o in quarch’un’antra de le sette bbasiliche, mannava una
 maledizzione speciale contro le streghe, li stregoni e li fattucchieri.
 ’Sta maledizzione er Papa la tieneva scritta sopra un fojo de carta; e quanno
 l’aveva letta, stracciava er fojo e lo bbuttava in chiesa in mezzo a la folla.
 Che, pper impossessasse de queli pezzi de carta, manco si ffussi stata pe’
 strada, faceva a spinte, a ppugni, a ttuzzi, e a sganassóni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="34">
          <head type="Titolo"> 33.  Er Leofante. </head>
          <p>
 È un animalone tutto d’un pezzo e cche ccià infinènta le cianche senza
 ggiuntura. Tant’è vvero che si ccasca per tera o cce se bbutta, nu’ je la fa
 ppiù a riarzasse in piede.
 Dice che la notte s’addrizza tutto addosso a un arbero, e llì llui ce s’addorme.
 E quelli che ne vanno a ccaccia ségheno quell’arbero indove ce s’è appoggiato;
 accusì lui ccasca per tera assieme a ll’arbero segato, e non potènnose ppiù
 addrizzà’ in piede, li cacciatori je zzompeno addosso, lo légheno, e o
 l’ammazzeno o sse lo porteno via.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="35">
          <head type="Titolo"> 34.  Li lupi e li struzzi. </head>
          <p>
 Li lupi o le lupe che siino, se ponno, in un giorno, divorà’, abbasta che lo
 vonno, puro un branco de pecore, in uno o in dua de loro.
 ’Sto gran da magnà’ che lloro ponno fa’, ddipenne da un budello unico e ssolo
 che ccianno in corpo, che je va ddar gargarozzo dritto dritto insino a ll’ano.
 Lo struzzo, invece, sibbè’ che nun sii fatto in corpo come e’ llupo, cià
 l’abbilità dd’avecce uno stommico che sse divora infinenta er ferro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="36">
          <head type="Titolo"> 35.  La scala de San Michele e Mmagno. </head>
          <p>
 Come adesso se salisce in ginocchione la Scala Santa, anticamente ce se saliva
 puro la scala de la cchiesa de li santi Micchele e Mmagno, che sta in Borgo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="37">
          <head type="Titolo"> 36.  Er santo battesimo e er Compare e la Commaré. </head>
          <p>
 Quann’un ômo e ’na donna tiengheno a bbattesimo una cratura, facènnoje da
 compare e dda commare, nun se ponno sposà’ tra dde loro, si pprima nun so’
 ppassati un anno e ttre ggiorni dar giorno der battesimo.
 Armeno che nun ottienghino dar Papa la dispensa.
 La cratura, appena è stata bbattezzata, bbisogna sta’ bbene attenti e nun
 bacialla in bocca, si nno’ artrimenti patisce subbito de vermini.
 E mmentre er prete la bbattezza, er compare e la commare stiino bbene attenti a
 nun imbrojasse ner dì’ er Credo, si nnó quella pover’anima de Ddio, curre e’
 rìsico d’esse tormentata da le streghe pe’ ttutta la vita.
 È mmejo a nun metteje mai er nome d’un antro fratelluccio che j’è mmorto, o
 anche de quarch’antro parente morto, si nnó la cratura nun campa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="38">
          <head type="Titolo"> 37.  Affetti de ll’acqua santa fatta de fresco. </head>
          <p>
 Quanno una persona da granne cià er vizzio in atto de rabbia de strappà’ la
 prima cosa che je capita i’ mmano, è ssegno che quann’è nnata, è stata
 bbattezzata co’ ll’acqua santa fresca, fatta, o mmejo, bbenedetta in de la
 ggiornata.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="39">
          <head type="Titolo"> 38.  Li bbagni de Donn’Olimpia. </head>
          <p>
 Se chiamava accusì un ber palazzo cor un ber giardino, cor commido de potè’
 ffa’ li bbagni a ffiume, che Donna Olimpia Panfili ciaveva in Trestevere, vicino
 a Ssanta Maria in Cappella, che adesso co’ la cosa che ccianno frabbicato li
 murajoni der Tevere, nun asiste ppiù.
 Donna Olimpia ciannava guasi sempre a ddiverticcese e a ffa’ li bbagni.
 Tant’è vvero che a mmezzanotte in punto, incora adesso, se sente la carozza de
 Donna Olimpia traversà’ pponte Sisto, per annassene ar su’ palazzo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="40">
          <head type="Titolo"> 39.  L’invotizzione a la Madonna. </head>
          <p>
 Si una regazza o una donna qualunque, riceve una grazzia da la Madonna o dda
 Gesù Nnazzareno co’ la promessa d’invotijese per un anno, dua, tre, siconno er
 tempo che j’ha promesso, prima d’ottienè’ la grazzia, ecco che ccosa deve fa’.
 Se deve vestì’ ccor un abbito de bbaraccano nero o vviola scuro, lucido, co’
 ddu’ nastri de séta pennènti a li fianchi, der medemo colore de ll’abbito che
 pporta addosso la Madonna che j’ha fatta la grazzia.
 ’Sta cosa a Roma se chiama invotisse a la Madonna.
 Si ppresempio la persona ch’ha ffatto er voto pe’ quarche raggione nun ce se pô
 vvestì’, fa la limosina a ’na poveretta che cce se veste pe’ llei pe’ tutt’er
 tempo der vóto, e l’invotizzione vale lo stesso perchè è vvarsa a ffa’ ffa’ un
 atto de carità.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="41">
          <head type="Titolo"> 40.  San Marco e le Cerase. </head>
          <p>
 A Roma se dice ch’er Papa er giorno de San Marco, che vviè’ a li 25 d’aprile,
 magna le cerase; perchè San Marco, pe’ quer giorno, le fa mmaturà’ ppe’ fforza.
 Si vvolete sapé’ com’è stato er fatto, leggete la leggenna XXVIII ner volume:
 Novelle, favole e leggende romanesche.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="42">
          <head type="Titolo"> 41.  San Martino. </head>
          <p>
 Prima der settanta, e ppuro quarch’anno doppo, la mmatina de la festa de San
 Martino, che vviè’ a li undici de novembre, guasi tutti li cornuti contenti de
 Roma, se trovàveno le porte de la casa de loro infiorate de mortella, de fiori,
 de nastri, de corna, de sonetti, e dde ’réna ggialla sparsa per tera.
 ’Sto regalo je lo faceva in de la nottata quarche amico affezzionato, che si
 ppoi er cornuto lo vieniva a scropì’, spesso spesso ce scappava l’ammazzato.
 Come saperete tutti, San Martino è er protettore de li sordati e dde li cornuti.
 De li sordati, perchè ppuro quer santo è stato sordato; de li cornuti poi nun ve
 lo so a ddì’: armeno che anche lui nun ciavessi avuto moje!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="43">
          <head type="Titolo"> 42.  La morte e li mortorii. </head>
          <p>
 Si quanno una persona de casa in der mori’ cche ffa, aresta co’ ll’occhi
 uperti, è ssegno che quarch’un antro de la famija presto je va appresso.
 Apposta è mmejo subbito a cchiudéjeli.
 Si quarche vvorta ve sentite come un friccichìo de dietro a le spalle, a
 ll’improviso, che vve fa tutto scotolà’, nun è gnente: è la morte che vv’è
 ppassata pe’ la persona e vv’ha fatto provà’ quer senso.
 Quanno uno s’insogna che je casca un dente, è ssegno de morte de quarche
 pparente.
 Lo dice anche er proverbio.
 Quanno uno stà a lletto ammalato e cche ssotto casa sente passà’ un morto, se
 deve mette a sséde’ su’ lletto, si nun vô ppassà’ e’ risico d’annaje appresso
 puro lui.
 Appena è uscito er morto da casa, pijate la scopa e ddatejece una bbrava scopata
 appresso, da la porta infinenta ar primo ripiano de le scale, e mmagari puro pe’
 ttutte le scale infinenta ar portone.
 ’Sta scopata serve a scongiurà’ er pericolo ch’er morto se porti appresso
 quarch’un antro de casa.
 Quanno l’ammalato nun se cura de scacciasse le mosche che lo vanno a infastidì’,
 è ssegno che nun c’è ppiù speranza de guarizzione.
 Quanno piove, che ppassa un morto, seguita a ppiove per antri tre ggiorni sani.
 Mette e’ llume a li piedi de quarcuno che stà a lletto, è un malagurio che je se
 fa.
 Si un morto ner trasportano casca o dda le spalle der beccamorto o ddar
 cataletto, è ssegno che ll’anima der morto stà a l’inferno.
 E ssiccome quanno uno è mmorto, come je bbutteno malamente er corpo in de la
 fossa, accusì mmalamente l’anima sua va a sprefonnasse in de l’inferno;
 bbisogna, quanno morimo, che sse famo ariccommannà’ ar beccamorto, che, in der
 seppellicce, ce cali sotto tera dorce dorce ppiù cche j’è ppossibbile.
 Da noi, pochi anni fa, quann’un ammalato stava pe’ stirà le cianche, la famija
 guasi sempre se n’annava via da casa. C’era sempre quarche pparente o quarche
 amico pietoso, che ppe’ nun fa’ ssoffrì’ la famija der moribonno, cercava
 d’allontanalla da casa.
 Nun s’accompagnava, come ausa adesso, er morto ar Camposanto.
 Ce pensaveno li preti, li frati e li fratelloni de quarche Cconfraternita. Ma li
 parenti nu’ l’accompagnaveno mai.
 Si er morto era un prete, oppuramente quarche principe o quarche principessa o
 un’antra persona nobbile, lo vestiveno co’ ll’abbiti de gala, e lo portaveno sur
 cataletto a vviso scuperto.
 Allora appresso je ciannaveno li servitori in gran riverea co’ le torcie accese,
 le carozze e li cavalli der morto, o dde la morta.
 Si er morto era una craturella o un regazzino, se faceva accompagnà’ in chiesa
 da la Compagnia de’ ll’Orfenelli, che allora vestiveno da pretini, tutti de
 bbianco.
 Er morticello se portava scuperto, tutto vestito puro de bbianco e cco’ ’na
 corona de fiori bbianchi a li piedi.
 Appena era ito via da casa er morto se pensava a scaccià’ vvia la malinconia co’
 quarche bbona cenetta o cco’ quarche antro divertimento.
 E er giorno appresso, ognuno de la famija cercava de mettesse in regola lo
 stommico, scombussolato p’er dolore sofferto, cor pijasse un bravo purgante.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="44">
          <head type="Titolo"> 43.  Pe’ suffregà’ li morti. </head>
          <p>
 Quanno uno va ar Camposanto, si vvô suffregà’ ppe’ ddavero l’anime de li poveri
 morti, ortre a ddije li deprofúnnise e li requiameterni, ecco si cche ddeve fa’.
 Deve ammucchià’ intorno e ssopra la croce ppiù bbrécciole e ppiù ssassetti che
 j’è possibbile: pe’ ’gni sasso e ’gni brécciola che uno je mette je se libbera
 un anno de purgatorio.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="45">
          <head type="Titolo"> 44.  Pericolo che sse passa ner camminà’ </head>
          <p>
 ssopre le sepporture.
 Quanno state ar Camposanto, nun ve fermate e nun ve mettete mai a spasseggià’
 sopre a le sepporture; perchè si in quer tramente che state llì, sotto a vvoi,
 schioppa er core o er fièle a quarche mmorto, in der medémo tempo, ve schioppa
 puro a vvoi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="46">
          <head type="Titolo"> 45.  Er giorno de li morti. </head>
          <p>
 Che vviè’ a li dua de novembre, a ttempo mio, s’annaveno a vvede le
 rippresentazzione sagre che ffaceveno guasi tutti li cimiteri de le
 Confraternite de Roma.
 Le faceveno sopra ’na specie de parcoscèno, co’ ccerti pupazzi de céra arti ar
 naturale, che ppareveno ômmini come che nnoi.
 Io, in quer giorno e in de ll’ottavario de li morti, de ’ste rippresentazzione,
 m’aricordo d’avenne visitate da dieci a ddodici.
 A ll’Oratorio de la Confraternita de la Morte, una vorta ciò vvisto er Giudizio
 universale; a quello der Santa santòrumme, er collèra d’Arbano, quelle che ffece
 stragge in der 1867.
 Però ppe’ ssolito s’arippresentaveno tutti fatti der vecchio e dder nôvo
 Testamento.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="47">
          <head type="Titolo"> 46.  La ciovetta e mmodo de falla fugge. </head>
          <p>
 Nun c’è un antro animalaccio de malagurio come la ciovetta!
 Infatti, fatece caso, quanno in d’una casa c’è quarche ppersona che sta ppe’
 mmori’, llei che ssente la puzza de mortaccino, pe’ ttre ssere de seguito je va
 ssur tetto a ppiagne.
 Dico a ppiagne, perchè la ciovétta cià un canto pe’ ppiagne, e uno pe’ ride.
 Si ride nun è sségno cattivo; ma ssi ppiagne, Iddio ve ne scampi!
 Apposta si a ccasa, a le vorte, ciavete quarche ccratura in fasciòla, bbisogna
 che cce state attenta.
 Presempio, appena è ssonata l’Avemmaria, si ffôra de la finestra ce tienete le
 fasce stése, annatele in sur subbito a ritirà’.
 Perchè?! Mme fate ride, me fate! Perchè, nun sii mai detto, la ciovetta ve ce fa
 er malocchio, quela pover’anima de Ddio ve pô mmorì’, vve pô!
 Sibbè’ cche cc’è u’ rimedio, che, io che vve parlo, l’ho insegnato a ttante
 madre, e ttutte m’hanno aringrazziato in ginocchione, m’hanno.
 E’ rimedio è questo.
 Ammalappena voi vedete la ciovetta, metteteve a strillà’ cco’ ttutt’er fiato:
 "Sóra Checca, portale la palétta, pe’ scottà’ er culo a la ciovetta!".
 E nun fate a ttempo a ffinì’ che llei che ssente ’st’antifona se mette a vvolà’
 ttarmente, ch’er fugge je serve pe’ ccompanatico, je serve!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="48">
          <head type="Titolo"> 47.  Er significato de certi insogni. </head>
          <p>
 Insognasse pesce, mer..., fichi, acqua torbida, è ssegno de guadambio.
 Insognasse le serpe, vôr dì’ mmardicenza o llingue cattive; frati, preti,
 mmaschere o ddonne, vôr dì’ facce finte.
 Insognasse che ccascheno li denti, vôr di’ mmorte de parenti.
 Insognasse l’oro, è ssegno d’angustie; l’argento invece è ssegno de piacere.
 Acqua chiara e uva bbianca so’ ssegni de lagrime.
 Polli, ucelli o ppénne, so’ ppene sicure.
 Insognasse l’òva è ssegno de chiacchiere e dde pettegolezze.
 Insognasse che vve càscheno li capelli, è ssegno che ddovete passà’ un gran
 dispiacere.
 Donna strappata o ignuda, vôr dì’ scànnelo dato.
 Una bbestia che cce mozzica, vôr dì’ ddispiacere che sse deve passà’ per un
 affare che uno cià ppe’ le mano.
 Si vv’insognate li maccaroni, è ssegno che vv’ariva ggente a ccasa.
 Insognasse Madonne o cchiese, è ssegno de mmalatia, ecc., ecc., ecc., ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="49">
          <head type="Titolo"> 48.  Li sposalizzi in carcere. </head>
          <p>
 Quanno in der tempo der Papa, a Roma un giovenotto faceva quarche bbuscarata
 co’ ’na regazza, e cche la cosa, o ppe’ vvia de li ggenitori de loro, o ppe’
 pparte de quarche spia, armava a l’orecchia der Guverno, l’ômo veniva agguantato
 e cchiuso in de le Carcere Nôve. D’indove nun ce riusciva ppiù insinenta a
 ttanto che nun arimediava la bbuscarata che aveva fatta, cor un’antra bbuscarata
 ppiù grossa, ossia cor matrimogno.
 Si acconsentiva a sposà’, allora er giorno distinato, er curato portava la spósa
 a le carcere, e stanno lo sposo de dietro a la ferrata e la spósa de fôra, se
 faceva er pangrattato.
 Fatto questo, s’upriveno li cancelli, e lo sposo, rimesso in libbertà, cercava
 de svignàssela in sur subbito assieme a la spósina, pe’ llevasse da li stinchi
 tutta la folla che li stava a sficcanasà’, e cche ppe’ ffaje coraggio, daje che
 je tirava addosso manciate de confètti bbôni, a ppiù nun posso.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="50">
          <head type="Titolo"> 49.  La statuva der Mòro a ppiazza Navona. </head>
          <p>
 La statua der Móro che stà in mezzo a quela funtana che stà dda la parte der
 palazzo Braschi a ppiazza Navona, dice che è ttanta bbella, tanta stimata, che
 ’na signora ingresa ce crepó dda la rabbia, perchè er Guverno nu’ je la vorse
 venne, co’ ttutto che llei je la voleva pagà’ tant’oro pe’ quanto pesava!
 Su ’sto fatto er Belli cià ffatto un sonetto che vale un brillante per ogni
 lettera.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="51">
          <head type="Titolo"> 50.  Segno che uno è ddesiderato. </head>
          <p>
 Quanno da le mano ve cascheno li bbajocchi oppuramente quarch’antra cosa, è
 ssegno che ssete desiderato da quarche ppersona.
 Accusì ppuro una persona che ccià er sangózzo, è ssegno ch’è ddesiderata.
 Come so’ ddesiderate quele regazze o ddonne che sieno, che je se scioje o la
 vesta o er zinale.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="52">
          <head type="Titolo"> 51.  Quanno se desidera quarcuno. </head>
          <p>
 Quanno desiderate una persona e vvolete sapé’ si vve sta llontana o vvicina,
 ecco come avete da fa’.
 Se pija la lunghezza d’un télo de robba che sse porta addosso; p’er solito der
 zinale. Poi cor parmo de la mano, s’incomincia a mmisurà’ da un capo a ll’antro
 der télo, e a ’gni parmo se dice:
 "Santa Maria,
 Scurta la via,
 Slonga li passi
 Dimme si ccammina".
 Siconno quanto der parmo de la mano v’aresta fôra der télo che mmisurate, la
 persona desiderata starà ppiù llontana o ppiù vvicina.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="53">
          <head type="Titolo"> 52.  Un antro modo pe’ ssapéllo. </head>
          <p>
 Oppuramente se fa mmisuranno da li detini de le mano a la punta der naso,
 sempre cor parmo de la mano, una vorta a annà’ in su, e una vorta a vvienì’ in
 giù; e sse dice:
 "Parmo de San Giulliano,
 Passo de ..."
 E qui sse smentùva la persona che sse desidera.
 Si li du’ detini s’aricombìneno ggiusti ggiusti, allora è ssegno che la persona
 desiderata stà a mmomenti per arivà’.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="54">
          <head type="Titolo"> 53.  P’arìtrovà’ una persona o una cosa che vve séte persa. </head>
          <p>
 Prima de tutto provate a ddì’ quer sarmo che ddice:
 "Qui abbita in uditorio, eccetra".
 e vvederete che l’aritroverete senza gnisun dubbito.
 Ma si mmai la cosa che vve séte pèrsa è dde valore, come sarebbe a ddì’ un
 portafojo co’ li sordi, un anello d’oro, eccetra, allora bbisogna dì’ 400
 requiameterne a li quattro cantoni de casa: ossia che bbisogna dinne cento pe’
 ’gni cantone, spartite accusì: cento a ll’anime scordate; cento a ll’anime
 ggiustizziate; cento a ll’anime sacerdotale; e ccento a ll’anime der purgatorio.
 Se dice puro ’sta preghiera a Ssant’Elena Imperatrice:
 Preghiera a SSant’Elena Imperatrice p’aritrovà’ una cosa pérsa.
 "Sant’Elena de Roma Imperatrice,
 Madre de Costantino Imperatore.
 Voi ch’andaste de llà del mare e ritornaste,
 E la Croce de Cristo la trovaste;
 Trentatré pparmi sotto terra la scavaste,
 Nell’acqua del Giordano la bbagnaste,
 A Ssan Pietro de Roma la portaste.
 Pe’ quella Croce, per quelle piaghe,
 Pe’ le pene da voi provate,
 Ve prego, Sant’Elena mia,
 De famme la grazzia che cchiedo io".
 E ppoi se dice un patrennostro.
 Io una vorta m’ero persa un orloggio d’oro, feci ’sta preghiera e l’aritrovai
 subbito.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="55">
          <head type="Titolo"> 54.  Amore: Pe’ ssapé’ cchi avete da sceje pe’ mmarito. </head>
          <p>
 Pe’ ssapé’ vojantre regazze, su cchi avete da fa’ ccascà’ la scerta pe’
 mmettevve a ffa’ l’amore sur serio, ecco si ccome avete da fa’.
 Prima de tutto fate una novena a Ssan Pasquale Baylonne, protettore de le
 zitelle da marito; la sera che la novena è ffinita, quanno ve n’annate a lletto,
 metteteve a ddormì’ tenenno li piedi in modo che quanno San Pasquale, intanto
 che dormite, ve viè’ a ttrova (perchè er santo, a nnovena finita, ha dda
 vienivve a ttrova pe’ dde filo), ve possi pijà’ ppe’ li piedi e ttirà’ in su e
 in giù (sempre mentre dormite, s’intenne) pe’ ffavve sbatte er core.
 Ito via San Pasquale, èccheve che vve vierà in insogno quer tale, fra ttutti li
 cascamorti che cciavete intorno, che vv’averete da sceje pe’ mmarito.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="56">
          <head type="Titolo"> 55.  Un antro modo pé’ ssapello. </head>
          <p>
 Aspettate che arivi er giorno de la festa de San Giuvanni.
 Arivato quer giorno, voi a mmezzoggiorno in punto, pijate un pezzo de piommo,
 squajatelo sur fôco, e ppoi quann’è squajato, buttatelo in d’una scudella piena
 d’acqua.
 Allora vederete che quer piommo, in der gelasse che ffarà, fformerà un sacco de
 giôcarèlli de tutte le specie. Si ffra queli ggiôcarèlli ce ne vederete
 quarchiduno che rissomija a uno de li tanti ordegni, che uno de li vostri
 protennenti addopra in der su’ mestiere, allora, state certa che quer tale,
 propio lui, sarà quello destinato a sposavve.
 Si ppe’ ccombinazzione però, er piombo sciorto, in der gelasse in de ll’acqua,
 nun facessi gnisun scherzo de quer genero, allora pijate quella stessa acqua,
 spalancate la finestra, e bbuttatela pe’ strada.
 Er primo de li vostri caschènti che ppasserà ssopra a quell’acqua, sarà er
 fortunato o lo sfortunato che vve sposerà.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="57">
          <head type="Titolo"> 56.  Pé’ vvede si llui ve vô bbene. </head>
          <p>
 Pijate uno de queli fiori bbianchi e ggialli che sse chiameno Margherite, e
 strappànnoje quela specie de frangia fatta a ffili, dite a ’gni filo che
 strappate:
 "Me vô bbene — accusì accusì — poco — assai —me minchiona". L’urtima parola de
 una de queste che vve capita a ll’urtimo filo che strappate, quella ve dice er
 vero.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="58">
          <head type="Titolo"> 57.  Pé’ vvede si una ne ll’anno nôvo che vvié’, sposerà. </head>
          <p>
 Regazze mie, er primo giorno de ll’anno nôvo, annate su la porta de casa,
 pijate una ciavatta, e bbuttàtela o su’ ripiano der primo capo de scale,
 oppuramente de fôra der portone.
 Si la punta de la scarpa o dde la ciavatta, in der cascà’ cche ffa ppe’ ttèra,
 arimane arivortata verso la porta o er portone de casa che ssia, allora è ssegno
 che puro drento l’anno nôvo nu’ sposate; ma ssi la punta de la ciavatta arimane
 vortata verso l’uscita, allora è ssegno che ddrento l’anno ve maritate
 certamente.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="59">
          <head type="Titolo"> 58.  La prova de le tre ffava. </head>
          <p>
 Er primo de ll’anno, pe’ vvede si ddrento l’anno nôvo le regazze se mariteno,
 hanno da fa’ ’st’antra prova.
 Hanno da pijà’ ttre ffava secche: a una je deveno levà’ ttutta la còccia, a una
 mezza còccia, e a la terza gnente. ’Ste tre ffave poi l’incarteno in tre
 ppezzetti de carta, e sse le deveno mette’ sotto ar cuscino prima d’addormisse.
 La mmatina, ammalappena sveje, ne deveno pijà’ una a l’inzecca.
 Si la fava ch’hanno pijata cià ttutta la còccia, è ssegno che drento l’anno
 sposeranno un partito ricco: si pijeno quella co’ la mezza còccia un marito
 moscétto; e ssi je capita quella senza la còccia, uno spóso migragnóso
 migragnóso.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="60">
          <head type="Titolo"> 59.  La prova de li tre aghi infilati. </head>
          <p>
 S’infileno tre aghi: uno cor filo rosso, uno cor filo nero, e un antro cor filo
 bbianco. Poi da una persona qualunque ve li fate appuntà’ tutti e ttre de dietro
 a le spalle, senza divve indove.
 Voi allora, stiracchianno er braccio a la mejo, ne pijate uno a l’inzécca.
 Si vve capita l’ago cor filo bbianco, arimanete zzitella; quello cor filo rosso
 che vve maritate; e quello cor filo nero che vve morite drento l’anno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="61">
          <head type="Titolo"> 60.  E’ llibbro da messa. </head>
          <p>
 Quanno se fa l’amore, si uno de l’innammorati fa ppe’ rigalo a quell’antro un
 libbro da messa, je succederanno guai seri o ddisgrazie; perchè nun c’è antra
 cosa, come in amore, porti sfurtuna un libbro da messa!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="62">
          <head type="Titolo"> 61 . — Pe’ ttrovà’ mmarito. </head>
          <p>
 M’ariccontava mi’ nonna (bbenedetta sia!) che a ttempo suo, tanto le zitelle
 che vvoleveno trovà’ mmarito, tanto le donne maritate che vvoleveno fa’ ffamija,
 saliveno la scalinata de San Pietro in ginocchione, tienenno in de le mano una
 cannéla accesa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="63">
          <head type="Titolo"> 62.  Per èsse felice in amore. </head>
          <p>
 Acciocché quanno se fa l’amore vadi tutto bbene co’ l’innammorato, e nun
 succedino ni pettegolezze, ni ggelosie e ni bbaruffe, bbisogna annà’ dda quarche
 bbrava fattucchiera e ffasse preparà’ una certa calamìta, che nun sanno
 preparalla antro che lloro, e cche in amore porta tanta furtuna.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="64">
          <head type="Titolo"> 63.  Pe’ ffa’ ddiventà’ innamorata morta de voi una persona. </head>
          <p>
 Precurateve un po’ de piscio de ’sta persona; poi mettetelo drent’una piluccia,
 con un sordo de chiodi e uno de spille.
 Mettete ’sta piluccia sur fôco, e quanno piscio, spille e cchiodi hanno bbullito
 bbene bbene, annate a ccasa de quela persona che vvolete che s’innammori de voi,
 e ssenza favve accorge’ sversateje tutta quela pila o in cantina o in soffitta o
 in d’un antro sitô anniscosto de la casa.
 Doppo pochi ggiorni, vederete che smagna d’amore che je pija
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="65">
          <head type="Titolo"> 64.  Un antro rimedio. </head>
          <p>
 Oppuramente fate accusì. Annate a ttrova ’na bbrava fattucchiera e ddìteje che
 vve facci co’ le tredici spille, quela croce che sse fa ssopre un pezzo de carta
 quadrata. E in der medemo tempo fateve puro imparà’ tutti li scongiuri che
 ddovete fa’ quanno pe’ ttredici sere in fila avete da bbuttà’ ’gni sera ’na
 spilla da la finestra, dicenno:
 "Diavolo, te scongiura:
 Pe’ . . . . . . ’sta fattura".
 E accusì ddicenno, se deve smentuvà’ er nome de la persona che sse desidera.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="66">
          <head type="Titolo"> 65.  Un antro rimedio peggio. </head>
          <p>
 Si una donna vô ffa’ ddiventà’ innammorato morto de sé un ômo, je deve mette’,
 in quarche ccosa che mmagna, un po’ dde quer sangue de quanno lei cià le cose
 sue.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="67">
          <head type="Titolo"> 66.  Sposalizio: Quanno se spósa, ecc. </head>
          <p>
 De Maggio e dde Settembre nun se sposa mai; perchè ’sti du’ mesi so’ cchiamati
 li mesi de le Croce.
 Infatti in tutt’e ddua ce capita una festa a la Croce.
 Medesimamente nun se spósa ni in tutta la Quaresima, ni er martedì ni er
 vennardì, come dice er proverbio:
 " Ni dde Venere ni dde Marte,
 Nun se sposa e nun se parte, ecc.".
 Si mmentre li sposi stanno in chiesa davanti ar prete che li sta ppe’ sposà’, e
 cche ppe’ ccombinazione una cratura qualunque je se mette accanto, è ssegno che
 queli spósi nun passa l’anno che cciaveranno un fijo.
 Un passo addietro.
 A ttempo mio o pprima de sposasse o er giorno avanti, se costumava d’annà’ a San
 Sarvatorèllo in Tèrmise a ppregà’ davanti un Crocifisso, tanto miracolòso, che
 stava in quella chiesoletta a mman dritta de chi cc’entrava.
 Lì li du’ sposi, davanti a quer Crocifisso, se ggiuraveno un antra vorta, de
 volesse bbene pe’ tutta la vita.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="68">
          <head type="Titolo"> 67.  Li confetti de li sposalizzi. </head>
          <p>
 Li confetti de li sposalizzi, l’hanno da magnà’ speciarmente le regazze da
 marito; perchè je porteno furtuna e bbôn agurio.
 Anzi si la notte se li metteno sotto ar cuscino indove ce dormeno, è mmejo: la
 furtuna pe’ sposà’ je se farà ppiù ppropizzia.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="69">
          <head type="Titolo"> 6s. — Chi mmôre prima la spósa o lo spóso. </head>
          <p>
 La prima notte de lo sposalizzio, quanno li spósi vanno a lletto, er primo de
 loro dua che smorza e’ llume, quello môre prima.
 Se dice anche che mmorirà prima quello de li du’ sposi che ccià er casato co’
 mmeno lettere de ll’antro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="70">
          <head type="Titolo"> 69.  Quanno la donna nun fa ffiji. </head>
          <p>
 Si la donna che vve sposate cià er vizzio de fumà’ ccome un ômo (e adesso ce ne
 so’ ttante!), state pur certo che nun ve farà ffiji.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="71">
          <head type="Titolo"> 70.  Pe’ ffa’ ddiventà bbôni li mariti. </head>
          <p>
 Anticamente, le povere moje che ereno martrattate da li mariti, se
 strascinaveno in ginocchio o a ppecoróne da Santa Prudenziana a Ssanta Maria
 Maggiore, chiedenno a la Madonna la grazzia de fajeli addiventà’ ppiù bbôni e
 umani.
 Adesso invece bbisogna che le donne usino le bbône magnere e cche sse mettino
 l’acqua in bocca.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="72">
          <head type="Titolo"> 71.  Pe’ ffa’ li fiij e ppe’ ttrovà’ mmarito. </head>
          <p>
 Sii le regazze che vvoleveno trovà’ mmarito, sii le donne che nun faceveno fiji
 e cche desideraveno de falli, per ottienè’ la grazzia, er giorno 22 de giugno,
 saliveno in ginocchione la scalinata de San Pietro.
 Ma a li tempi nostri ’sti costumi nun s’auseno ppiù. Però, si a lletto, la moje
 nun se córca a mman dritta e er marito a mmancina, li fiji nu’ je viengheno
 bbene o je se mòreno presto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="73">
          <head type="Titolo"> 72.  Pe’ ffà’ ffa’ ppace fra mmoje e mmarito. </head>
          <p>
 Annate da una brava fattucchiera, fateve preparà’ la lima e la raspa tutte
 bbene infettucciate, come nu’ le sanno preparà’ antro che lloro.
 Poi pijate ’sta lima e ’sta raspa accusì preparate e mmettetejele tra er
 pajaccio e er matarazzo de’ lletto matrimognale.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="74">
          <head type="Titolo"> 73.  Mentre se scopa pe’ ccasa. </head>
          <p>
 Intratanto che scopate casa state bbene attenta a nu’ scopà’ ssu li piedi de le
 zzitelle e dde le vedove, artrimenti quelle poveraccie cureno e’ risico de nun
 pijà’ o dde nun trovà’ mmarito, e le vedovelle de nu’ rifacce cavallo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="75">
          <head type="Titolo"> 74.  Le scampanacciate. </head>
          <p>
 S’usaveno la notte der giorno de lo sposalizio de du’ spósi vecchi o vvedovi.
 Eccheve in che mmodo.
 Je s’annava sotto casa in truppa co’ le lenterne, o cco’ le torcie a vvento,
 strillanno: Evviva li spósi!
 E intratanto ognuno de la bballa sbatteva padelle, treppiedi, callari, casse de
 petrojo, oppuramente sônava trombe; tromboni, lumaconi de mare, o ccampanacci de
 pecore e dde bbôvi, che ppareva l’inferno scatenato!
 Tutto ’sto diavolerio poi finiva co’ la ccusì ddetta rottura de la pila:
 tiraveno ciovè’ co’ ttutta la forza una pilaccia de coccio, che, sbattenno
 addosso ar portone de li sposétti freschi, se sfasciava in cento pezzi, e la
 scampanacciata finiva.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="76">
          <head type="Titolo"> 75.  Giôco de’ llotto: Pe’ vvince sicuramente. </head>
          <p>
 Anticamente, p’indovinà’ un bon terno a’ llotto, se saliva in ginocchione
 (sempre de notte veh!) la scalinata de la cchiesa de la Ricéli, recitanno
 Deprofùnnise, Avemmarie, e co’ l’ariccommannasse a li tre Remmaggi Gaspero,
 Bardassare e Mmarchionne.
 E dde tutto quello che sse vedeva e sse sentiva (come se faceva puro a San
 Giuvanni Decollato) ce se pijaveno li nummeri e sse vinceva.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="77">
          <head type="Titolo"> 76.  La novena a ll’anime ggiustiziate. </head>
          <p>
 Sempre pe’ vvince a llotto, se faceva la novena a ll’anime ggiustizziate, in
 ’sto modo.
 S’annava a ppiedi, recitanno sempre l’orazziòne, da le Carcere nôve, p’er vicolo
 der Marpasso, a ppiazza de li Cerchi, indove se ggiustizziava. Facenno, insomma,
 la medema strada de quelli che annaveno a mmorte ar tempo der papa.
 Da li Cerchi poi s’annava a San Giuvanni Decollato. Arivati davanti a ’sta
 cchiesola, indove ce se seppelliveno li ggiustizziati, uno se doveva mette in
 ginocchio a lo scalinetto che stava ssotto a le du’ ferate che staveno una de
 qua e una de llà, a la porta de la cchiesa.
 E tramente uno stava llì, ssempre preganno, tutto quello che vvedeva e cche
 ssentiva se lo doveva tienè’ bbene a la mente pe’ ppìjacce li nummeri,
 ggiocalli, e er sabbito appresso vincécce.
 A ppreposito de ’sta novena, o preghiera che sii, se ricconteno tante pavure che
 sse so’ avute pe’ vvia de ll’anime ggiustizziate che sso’ apparse in persona, e
 so’ ite appresso da piazza de Cerchi, senza la testa o cco’ la testa in mano, a
 quelli che annaveno a ffa’ ’sta novena! Mamma mia!2
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="78">
          <head type="Titolo"> 77.  Per avè’ ttre nnummeri sicuri. </head>
          <p>
 Annate a San Lorenzo, pijate una bbôna fatta de quela tera che stà accanto a le
 cróce; empìtece un vaso granne o un cassettone.
 Fatto questo, piantatece 90 vaghe de grano; sopre a ’gni vaga mettetece uno
 stecchino de canna co’ li nummeri dall’uno ar novanta.
 Ggiocate li primi tre nnummeri indove ce spunteno le prime tre ppiantine, e ppoi
 sapéteme a ddì’ ssi nun vincete.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="79">
          <head type="Titolo"> 78.  La Novena a Ssant’Alesio. </head>
          <p>
 Sempre pe’ vvince a llotto, se pô ffà ppuro la novena a Sant’Alesio, pe’ ttre
 ggiorni, oppuramente pe’ nnove, siconno come uno vô.
 L’urtimo ggiorno de la novena, la notte, quello che la fa, se la deve passà’
 ppe’ le scale de casa; poi quanno sôna mezzanotte, se deve affaccià’ ar portone,
 e su quello che vvede o cche ssente ce deve pijà’ li nummeri.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="80">
          <head type="Titolo"> 79.  La novena a San Pantaleone. </head>
          <p>
 Je se fa la novena pe’ ttre nnotte stanno in cammera da letto solo solo, si nnó
 nun vale.
 A la terza notte, a mmezzanotte in punto, ddice, che ècchete che vviè’ Ssan
 Pantaleone in persona, a ddavve li nummeri.
 Anzi bbisogna aricordasse de faje trovà’ ssur commò o ssur tavolino, la carta,
 la penna e ’r callamaro.
 San Pantaleone, dice, che è un santone, un pezzo d’accidentóne arto e ggrosso,
 che dda pe’ strada ariva a un siconno piano; sicché nun ha bbisogno d’entravve
 drento casa dar portone; perchè llui ve c’entra addrittura da la finestra.
 Tutto stà a nun avé’ ppavura.
 S’aricconta che ’na donna che ffece ’sta novena, ner vede San Pantaleone, je
 prese uno spavento tale che dda la pavura ce crepò.
 Ma azzeccatece un po’? Doppo morta lei, er marito nun trovò de dietro a la
 tinozza de la liscìa, un pezzo de carta co’ ttre nnummeri lampanti, che er
 sabbito appresso uscirno tutt’e ttre ccom’un razzo?!
 Perchè bbisogna che ssapete, che quer benedetto Santo cià er chiribbizzo che
 invece de lassà’ li nummeri scritti o ssur commò o ssur tavolino, prima
 d’annàssene, li nisconne senza fasse accorge, in quarche ssito.
 O ssu li travi der solaro, o dde dietro a lletto, o ssotto ar commò o in quarche
 antro annisconnijo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="81">
          <head type="Titolo"> 80.  Li frati zuccóni e li maghi. </head>
          <p>
 Ortre a le novene che vv’ho ddette, pe’ rimedià’ ttre nnummeri bbôni, bbisogna
 conosce o quarche bbravo mago o quarche ffrate zuccóne de quelli che ddànno li
 nummeri in gèrgo.
 Certe vorte ’sti bboja fanno vince un sacco de persone; ma li possino scansalli
 raramente ve danno li numineri bbôni; a mmeno che uno nu’ je vadi propio a
 ggenio, o nu’ je sii propio amico granne.
 Bbisogna agguantalli, schiaffalli drento a la cantina e a nun falli ppiù uscì’
 fino a ttanto che nun ve li danno bbôni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="82">
          <head type="Titolo"> 81.  Come se pô ssapè’ si li nummeri ch’esciranno </head>
          <p>
 saranno arti o bbassi.
 Si in de la sittimana, le stelle su in cielo stanno accanto a la luna, li
 nummeri ch’er sabbito sortiranno a’ llotto saranno de certo nummeri bbassi;
 s’invece nun ce staranno, allora sarà a ll’incontrario.
 Li giudii, presempio, a ttempo mio, ggiocaveno pe’ lo ppiù ssempre nummeri
 bbassi e ppe’ ddiecine. Tant’è vvero, che quanno er sabbito usciva una
 astrazzione tutta sotto a la trentina, pe’ Roma dicemio tutti che in Ghetto
 c’era festa granne.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="83">
          <head type="Titolo"> 82.  Pe’ pprovà’ si li nummeri ch’avete da ggiocà’ sso’ bbôni. </head>
          <p>
 Pe’ pprovalli, metteteveli la notte sotto ar cuscino; e ssi ne la notte
 v’insognate un sogno che vve corisponne esatto a quelli medemi nummeri che
 cciavete sotto ar cuscino, è ssegno che li nummeri so’ bbôni e ch’er sabbito
 appresso sortiranno de sicuro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="84">
          <head type="Titolo"> 83.  Per avé’ ffortuna in der giôco de’ llotto. </head>
          <p>
 Bbisogna portasse in saccoccia er trifojo, o du’ denti legati cor un filo de
 seta cruda zuppa de bbava de lumaca.
 Oppuramente tienè’ a ccasa una lucertolina appena nata, o la lucertola a ddu’
 code; o anche un corno de bbufolino ammazzato in Ghetto e ttienuto una nottata a
 la serena. Oppuramente mettesse addosso una camiciola ch’ha pportato un
 giustizziato, ecc. ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="85">
          <head type="Titolo"> 84.  Un zompo a la marana de San Giorgio. </head>
          <p>
 Un antro modo sicuro per avè’ ttre nnummeri bbôni è questo.
 Se va dde notte sóli soli, e ddicenno l’orazzione, insinenta a la Marana de San
 Giorgio.
 Lì ssotto a quell’archi, appena sôna mezzanotte, de tutto quello che sse vede e
 cche sse sente, come presempio, un cane che abbaja, una ciovetta che ccanta, un
 somaro che raja, eccetra eccetra, ce se pijeno li nummeri, se ggiôcheno e er
 sabbito se vince guasi sempre de sicuro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="86">
          <head type="Titolo"> 85.  Primo e urtimo ggiorno de ll’anno. </head>
          <p>
 Er primo ggiorno de ll’anno, a Roma, se magna l’uva appassita, la lenticchia
 cor codichino o cco’ le bbraciole de majale; accusì, ddice, che sse conteno
 quatrini tutto l’anno.
 Nun se pagheno li debbiti, si nnó ttutto e’ resto de ll’anno nun se farebbe
 antro che ppagà’; se fa in modo, in tutta la ggiornata, de sta’ alegramente, e
 dde smaneggià’ ppiù quatrini che uno pô.
 Pe’ ll’antre usanze che cce so’ er primo de ll’anno, leggete in ’sto medemo
 libbro: Amore: La prova de le ttre ffave; La prova de li tre aghi, ecc.
 La notte de ll’urtimo ggiorno de ll’anno, a mmezzanotte e un minuto, ossia
 quanno stà pper entrà’ ll’anno nôvo, ortre a ffà’ li bbrìnnisi e la bbardoria
 solita, s’hanno da bbuttà’ dda la finestra tre ppile de coccio piene d’acqua co’
 ttutte le pile.
 ’Sto rimedio serve per allontanasse da casa la jettatura, la sfurtuna e ttutti
 l’antri sciangherangà der medemo ggenero.
 A ttempo mio per agurasse fra pparenti e ffra amichi una bbôna salute e una vita
 lónga, er primo de ll’anno, usava de rigalasse una pigna indorata e inargentata,
 come quelle che incora adesso se metteno drento a le carzette che sse fanno pe’
 Bbefana a li regazzini.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="87">
          <head type="Titolo"> 86.  Li temporali: segno che er tempo vô ffa’ bburiana. </head>
          <p>
 Quanno vedete ch’er cèlo s’annuvola e Ssan Pietro mette er cappello, ossia che
 ssopre a Ssan Pietro er cèlo se fa nnero come ’na cappa de cammino, allora è
 ssegno sicuro de temporale.
 Ma nun è gnente; a le vorte, er sôno solo de le campane de le cchiese, abbasta a
 scongiurallo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="88">
          <head type="Titolo"> 87.  Antri segni de pioggia. </head>
          <p>
 Quanno, presempio, la luna cià intorno come ttutti veli de nebbia, quell’è
 ssegno de tutt’acqua; e nu’ starà ttanto a ppiove.
 Si la notte le stelle so’ state fitte fitte, si er sole scotta assai assai, so’
 sségni de pioggia.
 Quanno piove, si vvedete che le nuvole stanno bbasse, è ssegno che ll’acqua nu’
 smette per un pezzo.
 Ma si er cèlo è ttutto annuvolato, e le nuvole stanno ferme, è ssegno che ppe’
 quer giorno tanto nun piove: e dda noi se chiama: tempo grasso.
 Aricordateve poi che, cciavemo un proverbio che ddice:
 "Callo che ddôle, pioggia vicina.
 Quanno li gatti ruzzeno è un antro segno che vvô ppiove.
 Quanno la luna è rossa, o ppiove o ssoffia.
 Vento de levante, si nun piove è un gran brigante.
 Quanno le mosche so’ pprofidiose er tempo mette a acqua.
 Piogge d’estate, de corte durate".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="89">
          <head type="Titolo"> 88.  La campana de la cchiesa Nôva. </head>
          <p>
 Però si er temporale minaccia de fa’ danni, allora da la Chiesa Nova sentirete
 una certa campana sônà’ a ttutta bbattuta.
 Allora metteteve in ginocchio, a ddì’ er Trisaggio angelico che sse recita
 segnànnose la fronte, er naso, e la bbocca: Sanctus Deus, sanctus fortis... e
 questo pe’ ffa’ ch’er Signore ve guardi da le porcherie.
 Pe’ ritornà’ a la Cchiesa Nôva, avete da sapè’ che in quella cchiesa c’è una
 certa pietra che ssi quanno fa ttemporale pericoloso, la senteno che
 ss’innummidisce tutta, è ssegno ch’er tempo se mette a mmale sur serio.
 Allora li frati, per avvertì’ la popolazione, ne danno er segnale sônanno, come
 v’ho ddetto, quela campana.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="90">
          <head type="Titolo"> 89.  Pe’ gguàrdasse da le porcherié. </head>
          <p>
 Abbasta a ccaccià’ ffôra de la finestra un braccio e ssonà’ er campanello de la
 Madonna de Loreto: quer campanello, strufinato drento la scudella che stà a la
 Santa Casa, nun solo è bbôno a ffa’ ffinì’ er temporale, ma vve guarda da le
 porcherie, e vve sarva anche da la grandine le campagne.
 Oppuramente cacciate fôr de la finestra u’ rametto de quelle parme che ddanno
 pe’ le cchiese la domenica de le parme, che vve farà antro che dda parafurmine
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="91">
          <head type="Titolo"> 90.  Li scherzi che ffanno li furmini e le saette. </head>
          <p>
 Si, ssarvognóne, er furmine (ch’è ffatto come una colonnétta de pietra) passa
 vicino a ’na persona la incennerisce in sur subbito accusì ccome la trova: e la
 lassa talecquale talecquale, co’ ll’abbiti er cappèllo e le scarpe. Sortanto che
 ar minimo soffio d’aria, ar minimo urto, tutta la persona se ne va in porvere.
 La saétta, invece, è una pietruccia fatta come una lancetta, che indove capita,
 sfónna, sbucia, ferisce e ammazza.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="92">
          <head type="Titolo"> 91.  Un giorno de ll’anno che ppiove sempre. </head>
          <p>
 Er giorno de la festa de Sant’Andrea pescatore, che vviè’ a li 30 de novembre,
 ha dda piove pe’ fforza.
 Fatece caso e vvederete che in quer giorno l’acqua nun zara mai.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="93">
          <head type="Titolo"> 92.  Le purce ar collo. Santa Bibbiana. </head>
          <p>
 Li quattro Aprilanti.
 Antri segni che ll’acqua stà vvicina so’ questi.
 Le femmine nostre se n’accorgheno, quanno se senteno pizzicà’ er collo.
 Infatti agguantanno la purcia che j’ha ppizzicato, dicheno:
 "Le purrce ar collo:
 L’acqua a Pponte Mollo".
 Ossia che ll’acqua stà vvicina, perchè è ggià arivata a Pponte Mollo.
 E a ppreposito d’acqua e dde proverbi ce n’avemo un antro antico che ddice:
 "Si ppiove er giorno de Santa Bbibbiana,
 Piove quaranta ggiorni e ’na sittimana".
 E ppuro questo nun zara mai.
 "E ssi ppiove pe’ li quattro Aprilanti
 Ppiove quaranta dì dduranti".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="94">
          <head type="Titolo"> 93.  La mano: Quanno la mano rode. </head>
          <p>
 Quanno rode la parma de la mano dritta, è ssegno che uno deve pijà’ quatrini;
 allora è mmejo a cchiudella e a mmettessela in saccoccia.
 Quanno invece rode la parma de la mano mancina, ce se soffia sopre; perchè
 allora è ssegno che sse deveno dà’ quatrini.
 Si quell’emme (M) che cciavemo in mezzo a la pianta de la mano è assai marcato,
 è ssegno che mmorimo presto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="95">
          <head type="Titolo"> 94.  Er sale. </head>
          <p>
 P’er sale e cche affetto fa si vve se sverza, e cche arimedio ce vô ppe’
 scongiurà’ la disgrazzia, leggete ar nummero 12: Cose che pporteno disgrazzia:
 ojo, sale, ssedie, ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="96">
          <head type="Titolo"> 95.  Er naso. </head>
          <p>
 Quanno er naso róde, è ssegno che uno cià d’abbuscà’ un sacco de papagni.
 Mentre c’è invece chi ddice che ar contrario de li papagni, ponno èsse’ puro
 bbaci.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="97">
          <head type="Titolo"> 96.  La pèrsa. </head>
          <p>
 Acciocché la pèrsa facci affetto, bbisogna che sii piantata in d’una pila de
 coccio.
 Quann’è ppiantata accusì, appricata drento a l’orecchia ammalate, je fa ppassà’
 er dolore.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="98">
          <head type="Titolo"> 97.  La ménta. </head>
          <p>
 Su ’sta pianta che è bbona a insaporicce tante pietanze, ciavemo a Roma sto
 proverbio:
 "Chi ppianta la menta, tutto l’anno se lamenta".
 E nun ve dico antro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="99">
          <head type="Titolo"> 98.  Li sèrpi. </head>
          <p>
 Inciàrmeno l’ucelletti intanto che quelli vóleno; e sse li fanno cascà’ in
 bocca come pperacotte.
 Li cacciatori stessi, si je vonno tirà’ cco’ lo schioppo, bbisogna che nun se ne
 faccino accorge; perchè si li serpi se ne incàjeno, j’inciàrmeno la porvere,
 ossia je l’incanteno, e la bbòtta je fa cécca.
 Quanno uno sta in campagna che vvede un ragheno (ramarro) stii puro sicuro che
 appresso je viè er serpe.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="100">
          <head type="Titolo"> 99.  Quanno li serpi bbéveno modo de levaje er veleno. </head>
          <p>
 Le vipere e le serpe velenose, quanno vanno a bbeve, prima de bbeve depositeno
 sopra un sasso er veleno che cciànno in bocca, per ringozzasselo doppo quanno
 hanno bbevuto.
 I’mmodo che si uno è sverto, mentre stanno a bbeve, a sversaje per tera er
 veleno, quer serpe nun sarebbe ppiù vvelenoso.
 Va bbene però che er più dde le vorte ce s’avvilischeno tanto che cce schiatteno
 de crepacore.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="101">
          <head type="Titolo"> 100.  L’orecchie. </head>
          <p>
 Chi ccià l’orecchie piccole, cià vvita curta; chi cce l’ha llónghe vita lónga.
 Apposta quann’è la festa de quarche pparente o dde quarche amico, je s’ausa a
 ttirà’ l’orecchie per allungajele e aguraje accusì una vita lónga.
 Quanno ve fischieno l’orecchie:
 "Orecchia dritta, lingua trista;
 Orecchia manca, lingua santa".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="102">
          <head type="Titolo"> 101.  L’arberi de fichi. L’aleandre. </head>
          <p>
 Si mmettemo caso, in campagna, ve pija sonno, state bbene attenti a nu’
 mmettevve a ddormì’ ssotto a ll’arberi de fichi; perchè ll’arbero de fichi ve
 farà vienì’ subbito un gran dolor de testa da ffavve ammattì’.
 A mmeno che nu’ staccate dar medemo arbero quattro o ccinque fronne, e vvè le
 mettete sotto a la testa, prima de pijà’ sonno.
 In ’sto modo er dolore nun ve pija ppiù.
 Si uno poi s’addormisse sotto una pianta d’aleandre, quelle piante velenose che
 ffanno tutti quelli fiori rossi odorosi odorosi, che sse senteno odorà’ un mijo
 llontano, potrebbe esse che se facesse l’urtimo sonno; perchè quer gran odore
 l’imbriacherebbe e l’avvelenerebbe.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="103">
          <head type="Titolo"> 102.  L’occhi. </head>
          <p>
 Quanno sentite che vve sbatte un occhio è ssegno che quarchiduno parla de voi.
 P’er malocchio o occhiaticcio, leggete er nummero 1 de ’sto medemo libbro; e
 ppe’ la cura de ll’occhi, l’arimedio simpatico che sta ppuro in ’sto medemo
 libbro ar n. 45.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="104">
          <head type="Titolo"> 103.  La mmatina. </head>
          <p>
 Si la mmatina appena arzato da letto ve viè’ a ttrova a ccasa un ômo è ssegno
 de bbon ugurio; si ar contrario ve viè’ a ttrova una donna è ssegno de cattivo
 ugurio (Vedi: Fortuna e Sfortuna).
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="105">
          <head type="Titolo"> 104.  L’uva nera e le zzinne. </head>
          <p>
 L’uva nera fa ddiventà’ le zzinne grosse.
 Apposta si cciavete fije femmine, quand’è er tempo de ll’uva ch’è mmatura,
 fatejene fa’ pe’ ddiverse vorte de le bbône magnate, e vvederete che je
 cresceranno du’ bbelli zinnóni grossi e ppórpósi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="106">
          <head type="Titolo"> 105.  Le domeniche. </head>
          <p>
 La domenica nun se deve mai fa’ bbulle er callaro de la bbucata; perchè si nnó
 artrimenti, ne soffreno l’anime der purgatorio.
 E aricordateve che la festa, giacchè semo a ’sto discorso, nun se deve nemmeno
 lavorà’; perchè la festa l’ha ffatta apposta er Signore pe’ ffacce ariposà’.
 Tant’è vvero ch’er proverbio dice: "Che cco’ llavoro de la festa, ce se veste er
 diavolo".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="107">
          <head type="Titolo"> 106.  Come viengheno l’orzaròli. </head>
          <p>
 L’orzaroli viengheno co ’na facilità che nun ce se crede.
 Presempio: abbasta, che, in der mentre che magnate quarche ccosa, una donna
 gravida ve guardi, perchè vve vienga subbito un orzarólo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="108">
          <head type="Titolo"> 107.  Casa nôva. </head>
          <p>
 Quanno se v’abbità’ in d’una casa nôva, le prime cose che bbisogna portacce
 so’: un fiasco d’ojo, er vino, er carbone e una pianta de ruta. Tutte cose che
 porteno abbonnanza e bbon ugurio.
 Si la casa indove abbitate stà ssur cantone è bbon segno. Lo dice infinenta er
 proverbio:
 "Casa accantonata, casa affortunata".
 La prima notte che ddormite a ccasa nôva, si vve fate un insogno e ccé pijate li
 nummeri, vincerete a’ llotto de certo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="109">
          <head type="Titolo"> 108.  Per avé’ la furtuna a ccasa. </head>
          <p>
 Annate da ’na bbrava fattucchiera o ffattucchiere che sii, e ffateve preparà’
 la calamita in d’una borzetta de pezza rossa; perchè er colore rosso è
 ccontrario a la jettatura.
 Poi drento a ’sta bborzetta mettetece un faciòlo, un po dde limatura de ferro,
 un po’ dde riso, de grano, un pezzo de corallo, e un pezzo d’argento. Tutta ’sta
 robba se chiama la dota.
 L’oro drento a la borzetta nun ce se deve mette, si nnó la calamita nun fa
 gnisun affetto.
 Fatto questo, ogni quinnici ggiorni, fate imbriacà’ ’sta bborzetta mettennola a
 mmollo in un bicchier de vino.
 Quer vino poi se deve bbuttà’ ppe’ ccasa; e intanto che sse bbutta se deve dì’
 accusì’:
 "Come ’sto vino bbuttato pe’ ccasa mia,
 Ccusì pporteme furtuna, calamita mia"
 Siccome ’sta calamita deve servì’ ppe’ ttutta quanta la famija, a la
 fattucchiera che vve la prepara, bbisogna daje tanti papetti pe’ quante persone
 sete in famija.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="110">
          <head type="Titolo"> 109.  Er gatto e er cane. </head>
          <p>
 So’ bbestie che nun vanno strapazzate.
 Si uno nu’ le pô scèrne, le lassi perde’; ma nu’ je facci male.
 Chi ammazza un gatto, je môre appresso, o je succède quarche disgrazzia.
 Er proverbio dice:
 "Chi ffa mmale a ccani e ggatti,
 Fa mmale li su’ fatti".
 Er gatto nero porta furtuna.
 Quanno er gatto ruzza, è ssegno che stà ppe’ ppiove’.
 Quanno er gatto gnávola è ssegno de bbon agurio.
 Invece quanno er cane urla: caì, ccaì, è ssegno de malugurio.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="111">
          <head type="Titolo"> 110.  La maledizzione a le bbestie. </head>
          <p>
 Anticamente pe’ llibberasse casa da li bbagarozzi, da li sorci, da le tarle, da
 le cimicie, ecc. ecc., se chiamava er prete che in cotta e in stôla se
 presentava a ccasa cor su’ bbravo laspersorio, le mmalediva, e vve le cacciava
 in sur subbito da casa.
 Talecquale ccome se faceva pe’ llibberà’ le campagne da li grilli, da le ruche,
 e dda ll’antri animali che je fanno danno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="112">
          <head type="Titolo"> 111.  Le spille. </head>
          <p>
 Quanno, mettemo caso, avete bbisogno d’una spilla e la chiedete a un parente, a
 un’amica o a cchissesia, a la persona che vve la dà’ puncicàteje la mano co’ la
 su’ médéma spilla.
 Si nun fate accusì, ddiventerete nemmico de quela persona, oppuramente ce
 litigherete o cce passerete guaji serî.
 C’è un sonetto der Belli su ’sto preposito, che vvale un Perù.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="113">
          <head type="Titolo"> 112.  Er ballo de li guitti. </head>
          <p>
 M’ariccontava la bbon’anima de mi’ nonna che er ballo de li guitti era ’na
 festarella che sse faceva a Roma, in de li su’ tempi, er primo de maggio.
 ’Sta festa se faceva su la piazza de San Marco, davanti a Mmadama Lugrezzia, che
 in quer giorno compariva tutta impimpinata cor un gran toppè de cipolle, d’aji,
 de nastri de tutti li colori e dde carote.
 Era un divertimento, dice, accusì bbello, che cce cureva a vvedello tutta Roma
 sana.
 Prima de tutto li guitti che ppijaveno parte ar giôco, faceveno come se fa a
 quer giôco de pegni che sse chiama: "A fa’ li sposi".
 Ogn’ômo se scejeva, pe’ quer giorno, una spósa qualunque.
 Poi còppia pe’ ccòppia, prima de principià’ er ballo, se presentava davanti a
 Mmadama Lugrezzia, e ffaceva infinta dé fa’ lo sposalizzio, come si llei fussi
 stata er sinnico o er curato.
 Poi se dava comincio ar ballo. Ce n’èreno de coppie sciarmante davero,
 speciarmente certe paciòccóne de li Monti, che ddice che vve facéveno annà’ in
 brodo de guazzetto; ma cc’ereno puro certe gamme a ìcchese, e ccerti gobbi e
 ggobbe, che a vvedeje bballà’ er sartarello, dice, ch’era un morì’ dda ride’!
 E cche risate scrocchiarèlle, era a vvedé’, coppie de vecchi bbacucchi e dde
 sciancati, che, infocati in der ballo, facéveno tanti stravèri e ttante
 bboccaccie, da fa’ p’er gran morì’ dda ride’, schioppà’ er grecile infinenta a
 Mmadama Lugrezzia.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="114">
          <head type="Titolo"> 113.  La notte de Natale. </head>
          <p>
 Er presèpio a la Ricèli e li sermoni.
 Nun serve che vve dichi quello che la viggija de Natale s’ausa da noi a mmagnà’
 ar Cenóne; e nnemmanco che ddoppo er cenòne se ggiôca a tommola, a ccarte,
 oppuramente a ssemmolèlla cor naso.
 Doppo ggiôcato, s’esce tutti assieme, e sse va in chiesa a la messa de
 mezzanotte.
 Fatece bbene caso. Si la viggija de Natale viè’ dde domenica, o a ccasa o strada
 facenno, ve vederete apparì’, a una una, tutte quell’anime sante che nun averete
 suffregato drento l’anno.
 Tant’è vvero, che a ttempo mio, in quela notte (ssi la viggija capitava de
 domenica) ’gnisuno voleva arestà’ a ccasa, pe’ ppavura de trovasse a ssolo a
 ssolo co’ quarcuna de quell’anime bbenedette.
 Dice pure che ll’anime sante, in de l’annà’ cche ffanno pe’ le case, si ttroveno
 la tavola apparecchiata e er da magnà’ pronto, ddice, che mmagneno e bbeveno
 alegramente.
 Da la viggija de Natale insino ar giorno de la Bbefana, a la cchiesa de la
 Ricèli se fa er Présèpio.
 Fin’a ppochi anni so’, era er più mmejo presepio che sse vedessi a Roma; e la
 ggente p’annallo a vvede’ ce faceva a ppugni.
 Gguasi d’avanti ar presepio c’era, e cc’è ppuro adesso, come un parco, indove ce
 monteno tutti queli regazzini che hanno fantasia de recità’ er sermone ar santo
 Bbambino.
 L’urtimo ggiorno der presèpio, se faceva la precissione drento la chiesa, e ppoi
 li preti usciveno su la scalinata, e bbenediveno cor bambino er popolo che stava
 inginocchiato su li scalini de la medéma.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="115">
          <head type="Titolo"> 114 — Er Cottìo. </head>
          <p>
 Nun serve che vve dichi che in der cottìo che sse fa l’antiviggija de Natale,
 se mette a l’incanto tutto er pesce che dda li porti de mare viè’ a Roma in
 quell’occassione.
 Er cottìo, che pprima se faceva ar portico d’Ottavia, poi a le Cupèlle e adesso
 se fa a Ssan Teodoro, comincia da le dua doppo la mezzanotte in su.
 Quann’è una bbella serata, se lo vanno a ggode bbarba de signore e dde signori
 nostrali e fforestieri co’ ttamante de carozze e dde lacchè.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="116">
          <head type="Titolo"> 115.  Er calor febbrile. </head>
          <p>
 Si qua, in de li mesi de Lujo e dd’Agosto, che sso’ li mesi ppiù ccalli de
 l’istate, er callo, nun sia mai detto, arivasse ar punto che sse chiama calor
 febbrile, allora tutti, quanti ce ne semo a Roma, se metteressimo a’ lletto co’
 la frebbe.
 Un segno, qui da noi, che ne l’istate l’aria nun è bbôna, è quanno ce so’ in
 giro poche mosche.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="117">
          <head type="Titolo"> 116.  L’Ascensione (21 de maggio). </head>
          <p>
 La sera de la viggija de l’Ascensione se pija un ôvo fresco de ggiornata, se
 mette in un canestrèllo, co’ ddrento u’ llumino acceso, e sse mette fôr de la
 finestra a la séréna.
 La Madonna, quanno passa davanti a ccasa vostra (perchè in quela sera la Madonna
 va in giro da per tutto); ve bbenedirà quell’ôvo.
 Voi, l’anno appresso, in quer medemo ggiorno, pijate quell’ôvo, roppételo e lo
 troverete de céra vergine.
 Quela cera conservatela come una relliquia; perchè ortre a ttienevve lontane da
 casa le porcherié e ll’antre disgrazzie, ve servirà ppuro pe’ guarivve da tante
 mmalatie che nun ve ne curate de sapéllo.
 Ortre ar canestrello co’ ll’ôvo e e’ llume acceso, de fôr de la finestra ce
 s’ausa a mette puro un secchio d’acqua.
 Co’ quell’acqua bbenedetta, uno, la mmatina appresso, ce se lava, e sse la beve;
 e quella che jé ciaresta se la mette da parte; perchè quell’acqua fa una mano
 santa p’er dolor de le ggengive e ppe’ mmill’antri malanni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="118">
          <head type="Titolo"> 117.  La caccia a li bbagaròzzi. </head>
          <p>
 Sempre la sera de la viggija de l’Ascensione, a Roma, li regazzini auseno
 d’annà’ ppe’ le cantine o ssu ppe’ le cappe de li cammini a ddà’ la caccia a li
 bbagarozzi.
 Agguanteno quelli ppiù grossi, e ssopre a la groppa je ce metteno un pezzetto de
 cerino acceso; e mmentre er bagarozzo se mette a ffugge’ e ss’abbrucia, loro
 appresso je dicheno:
 "Curri, curri bbagaróne; che ddomani è l’Ascensione:e si ttu nun curerai,
 tutt’er cul t’abbrucerai!"
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="119">
          <head type="Titolo"> 118.  La bbenedizzione de Gesù-Cristo. </head>
          <p>
 Ortre a la Madonna, la viggija de l’Ascensione, scegne da su in cèlo puro
 nostro Signore Gesucristo, per annà’ in giro a bbenedì’ tutte le campagne e li
 campi sementati a grano.
 A quela su’ bbenedizzione, l’acqua de la spiga, un detto e un fatto, se tramuta
 in latte!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="120">
          <head type="Titolo"> 119.  Li bballi antichi. </head>
          <p>
 Ortre ar Sartarello, ’na specie de tarantella napoletana, che adesso nun se
 bballa ppiù; me ricordo li bballi la Giardignera, la Lavannarina, la Monferina,
 la Tarantella, er Fanango, er Sospiro, ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="121">
          <head type="Titolo"> 120.  Le lumache. </head>
          <p>
 Le lumache, quelle de vigna, se magneno la notte de San Giuvanni. So’ ttante
 bbône, che a Roma c’è cchi sse le magnerebbe in testa d’un tignóso. Ma pprima
 però bbisogna falle spurgà’ bbene in de la semmola, lavalle in de l’acéto,
 eccetra, eccetra. Si nnó a mmagnalle accusì, ccome se troveno, ponno fa’ ppijà’
 quarche ccolica.
 Li regazzini, tutte le vorte che ttroveno quarche llumaca, pe’ ffalla uscì ffôra
 de la còccia, je dicheno ’sta cantasilèna:
 "Esci esci, còrna;
 Fija de ’na donna,
 Fija de Micchele,
 Che tte do ppane e mmèle!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="122">
          <head type="Titolo"> 121.  Er "Carro" o er "Carraccio". </head>
          <p>
 Era una rippresentazzione che sse cantava in povesia, co’ l’accompagno der
 calascione, e un sacco de ggesti e dde bboccaccie, da facce abbortì’ ’na donna
 incinta.
 Ce pijaveno parte una donna, un giudìo e un facchino cor un nasone finto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="123">
          <head type="Titolo"> 122.  La Crésima. </head>
          <p>
 Si uno s’incontra pe’ strada cor una cratura che aritorna da èsse’ accresimata
 propio allora, è ssegno de bbôn ugurio; perchè le crature appena accresimate
 porteno furtuna.
 A Roma, quanno una porta a ccresimà’ quarche fijo, doppo la funzione in chiesa,
 se monta in landòné a du’ cavalli, e ccor compare o la commare, se ’va a’
 ppranzo fôr de porta, e ppoi se va a ffa’ una scarozzata.
 In tutto er tempo che sse va in carozza, le crature accresimate hanno da stà a
 ssede’ ssur soffietto, co’ la loro bbrava fittuccia in fronte e la cannela in
 mano.
 Passata la festa, quela fettuccia che pporta furtuna, s’aripone e sse conserva
 pe’ ttutta la vita.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="124">
          <head type="Titolo"> 123.  La scummunica der Papa. </head>
          <p>
 Iddio ne guardi a èsse’ scummunicati dar Papa!
 Se fa una vita tribbolata tribbolata, e ppiena de disgrazzie e dde malanni; e
 quanno se môre, se môre tutti inverminiti.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="125">
          <head type="Titolo"> 124.  Li scummunicati de Pasqua. </head>
          <p>
 Ereno, come saperete, quelli che nun se confessaveno e nun se communicaveno
 nemmanco pe’ Ppasqua.
 E accusì nun poteveno ariportà’ ar curato de la parocchia de loro, er vijetto
 ch’er prete che li communica je rilassa pe’ ccertificà’ che hanno preso Pasqua;
 come se fa incora adesso.
 Sortanto che adesso a cchi nun pija Pasqua nu’ je se fa gnente; ma ar tempo der
 papa, invece, tutti quelli che nun aveveno pijato Pasqua, er 27 d’agosto, se
 vedeveno er nome e er casato de loro scritto sopra un tabbellone o cartellone de
 fôra de la cchiesa de San Bartolomeo all’Isola.
 Ma sse capisce che cciannàveno scritti tutti quelli che nun ciaveveno un scudo
 da rigalà’ nì ar sagrestano pe’ ffasse precurà’ un vijetto, nì a quelli
 bbizzochi farsi che ppijaveno Pasqua pe’ lloro e ppe’ le poste.
 Tutti quelli che sse confessavene e ccommunicaveno sortanto in de l’occassione
 de Pasqua, ossia una vorta l’anno armeno, ereno chiamati li Pasqualini.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="126">
          <head type="Titolo"> 125.  L’ottobberate a Ttestaccio. </head>
          <p>
 Siccome Testaccio stà vvicino a Roma, l’ottobbere ce s’annava volentieri, in
 carozza e a piedi.
 Arivati llà sse magnava, se bbeveva quer vino che usciva da le grotte che
 zampillava, poi s’annava a bballà’ er sartarèllo o ssur prato, oppuramente su lo
 stazzo dell’osteria der Capannóné, o sse cantava da povèti, o sse giôcava a
 mmòra.
 La sera s’aritornava a Roma ar sóno de le tammurèlle, dde le gnàcchere e dde li
 canti:
 "A la reale,
 L’ottobbre è ffatto com’er carnovale!".
 E ttanto se faceva a curre tra carozze e ccarettelle, che succedeveno sempre
 disgrazzie.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="127">
          <head type="Titolo"> 126.  Quanto regna un Papa. </head>
          <p>
 Er papa ha dda regnà’ ppochi anni.
 So’ stati pochi quelli che so’ arivati a ppassà’ la ventina; e gnisuno de loro è
 stato bbôno a ppassà’ li 25 anni che ha regnato San Pietro.
 Perchè si un papa, nun sia mai detto, arivasse a ppassà’ ll’anni de San Pietro,
 Roma se subbisserebbe ar punto tale, da nu’ restacce in piede manco una colonna.
 (Tutti s’erimio cresi accusì, insinenta a Pio IX e a Leone XIII che li 25 anni
 de San Pietro l’hanno passati e strapassati, senza che a Roma je sii volata ’na
 penna; va bbè’ cche ttutto questo è ssuccesso pe’ promissione der Cèlo!).
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="128">
          <head type="Titolo"> 127.  Er giorno de santa Caterina. </head>
          <p>
 Viè’ a li 25 de novembre. Quer giorno, come dice er proverbio: "Pe’ Ssanta
 Caterina, o nneve o bbrina, o la neve su’ la spina". Diffatti a Roma s’ausa, a
 ccasa de li Cardinali e dde li signori, come in de le sagristie, d’accenne li
 fôconi e dde mette li tappeti o le stôre incomincianno da quer giorno.
 È un ber fatto che er medemo tempo preciso che ffa er giorno de Santa Caterina,
 lo fa er giorno de Natale.
 Un antro proverbio dice: "Pe’ Ssanta Caterina un passo de gallina" .
 Che vorebbe intenne che da Santa Caterina infinènta a Nnatale le nottate
 crescheno un cinichétto, ossia quant’un passo de gallina; e da Natale, in poi se
 scorteno: un passo de cane.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="129">
          <head type="Titolo"> 128.  Li Bbiferari. </head>
          <p>
 A ttempo mio, quinici o ssedici ggiorni prima der Santo Natale, da la Ciociaria
 e dda l’Abbruzzi, scegneveno a Roma li Bbiferari, a ffa’ le novene a ttutte le
 Madonne che staveno pe’ le strade, pe’ le bbotteghe e ppe’ le case.
 Mi’ padre, pe’ nun èsse’ preso de mira dar Guverno, per ogni artarino che
 cciavemio pe’ ll’osterie, je faceva fa’ co’ quattro pavoli du’ novene, una la
 mmatina e una la sera, che dduraveno dicidotto ggiorni. Li bbiferari ereno
 sempre in dua: quello ppiù vvecchio sonava la zampogna; e quello ppiù ggiovine
 la bbifera.
 ’Gni sonata poi l’intramezzaveno co’ ’na canzona religgiosa (diceveno loro) che
 mmai a gnisuno è riuscito de capilla.
 Noi romani dicemio che ccantaveno accusì:
 "E quanto so’ mminchioni ’sti romani
 Che ddanno da magnà’ a ’sti villani".
 Li bbiferari se n’aritornaveno ar paese 15 ggiorni doppo de Natalé.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="130">
          <head type="Titolo"> 129.  Nôve bbone o cattive. </head>
          <p>
 Si tte ggira intorno una lapa è ssegno de bbôna nóva; un moscone è ssegno de
 visita.
 Una vespa: nôva lesta.
 Un ragno: è ssegno de guadagno.
 Apposta li ragni nun bisogna mai molestalli cor disfaje le téle de loro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="131">
          <head type="Titolo"> 130.  La festa de San Giuseppe. </head>
          <p>
 Er giorno de San Giuseppe, a Roma, è ffesta granne.
 Quer giorno, pe’ ttutte le case de li cristiani bbattezzati, a ppranzo c’è
 l’usanza de magnà’ le fritèlle o li bbignè.
 Infatti da la viggija in poi tutti li friggitori de Roma metteno l’apparati, le
 frasche, le bbandiere, li lanternoni, e un sacco de sonetti stampati intorno ar
 banco, indove lodeno le fritelle de loro, insinenta a li sette cèli.
 Ècchevene uno talecquale talecquale, aricopiato dar vero:
 Agli amanti di mangiar frittelle.
 SONETTO
 Qua ’gni finale se guarisce tutto:
 Speciarmente chi ttiè’ ’ntaccato er petto.
 Bôna pasta, bbon ojo e mmejo strutto
 Ve lo dice er seguente mio sonetto.
 Bigna venì’, sì, bigna venì’ da me,
 Chi se vò le budella imbarsimà.
 Avete tempo pe’ Roma a scarpinà,
 Ché a sto posto bigna fermà er pie’.
 Bigna sapé, perbrio, bigna sapé
 Delle frittelle mie la qualità:
 Le venne un cèco subbito a comprà
 A capo a tre minuti ce vedé.
 Là da Borgo uno stroppio se partì
 Un sórdo e muto ce si accompagnò
 Pe’ magnà le frittelle insina qui.
 Le prese er muto e subbito parlò,
 Quello che era sordo ce sentì,
 E quello ch’era stroppio camminò(!).
 E si nun v’abbastasse, ècchev’un antro:
 Agli amatori delle frittélle.
 SONETTO
 Venite tutte qui ciumache belle
 Veniteve a magnà’ le mi’ frittelle.
 Vieni, ti avanza o Popolo Romano
 In questo spaccio di frittelle ameno
 Vieni a gustar ciò che sa far mia mano
 Con il volto pacifico e sereno (sic).
 Non senti bollir l’olio da lontano,
 Olio che di bontà ristora il seno?
 E chi vuol bene mantenersi sano
 Di frittelle mantenga il ventre pieno.
 Vengano pur scherzevoli persone;
 Ché le frittelle mie di riso e pasta
 Troncherebbero il meglio e bel sermone.
 Il mio lavor qualunque dir sovrasta:
 L’eloquenza per fin di Cicerone
 Diventerebbe muta e ciò ti basta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="132">
          <head type="Titolo"> 131.  Li piccióni. </head>
          <p>
 Quanno a ccasa avete messa una o ppiù ccoppie de piccióni, nun bisogna che li
 levate ppiù; si nnó cco’ l’annà’ vvia de li piccióni, vve se ne va dda casa la
 providenza e la furtuna.
 Senza mettecce che vve pô succede puro quarche ddisgrazzia de mortalità in
 famija.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="133">
          <head type="Titolo"> 132.  La Tarantèlla o Ttaràntola. </head>
          <p>
 Bisogna sta’ bbene attenta quanno uno s’addorme in campagna, speciarmente in de
 le campagne nostre, de nun fosse mozzicà’ da la tarantèlla, perchè si nnó vve
 succède un ber fatto.
 Infatti, si la tarantèlla che vve mózzica è mmaritata, allora ve pija u’ mmale
 che incominciate a bballà’ ccome un addannato: una specie der ballo de San Vito.
 Si la tarantella è zzitella ve pija a ride’ a ride’ com’u’ mmatto; si ppoi la
 tarantèlla che vv’ha mmozzicato è vvedova, allora ve pija a ppiagne tarmente
 forte, che vve piagneressivo tutti li vostri in cariòla.
 Se guarisce da ’sto male cor sentì’ la musica; infatti, quello ch’è stato
 mozzicato in der sentì’ li sôni, se mette a bballà’ a bballà’, ffinchè ccade per
 tera da la stracchezza, s’addorme e gguarisce.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="134">
          <head type="Titolo"> 133.  Er fôco. </head>
          <p>
 Quanno a ccasa accennéte er fôco, state bbene attenti a un fatto che vve pô
 succede’.
 Si ddoppo che l’avete bbene acceso, er fôco ve soffia forte forte e ffa rumore,
 allora j’avete da fa’ le corna e j’avete da dì’:
 — Si ssei providenza aréstece; si ssei lingua cattiva vàttene.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="135">
          <head type="Titolo"> 134.  Er Basilisco, ossia e’ re dde li serpenti. </head>
          <p>
 È un animale che rinasce da un gallo che quann’ha ccampato cent’anni, se mette
 a ccovà’; e ddoppo un mese fa un ôvo.
 ’St’ôvo lui allora lo cóva antri du’ mesi, e quanno l’ha ccovato, c’esce fôra
 una bbestiaccia tanta bbrutta, mezza gallo e mmezza serpente, che, ammalappena
 affissa in faccia una persona, e sbatte l’ale, quela persona aresta come si,
 ssarvognuno, j’avesse pijato un accidente.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="136">
          <head type="Titolo"> 135.  L’anno bbisestile. </head>
          <p>
 Quanno l’anno cià er bisesto, ciovè a ddì’, che ssarebbe quanno er mese de
 frebbaro, invece de 28 ggiorni, ne porta 29, pe’ lo ppiù in quell’anno succedeno
 sempre gran catacrìsimi e gran felomini de ’gni specie.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="137">
          <head type="Titolo"> 136.  Le galline. </head>
          <p>
 La gallina nera tienetevela a ccara, perchè pporta furtuna.
 Si pperò cciavete quarche gallina che vve canta come er gallo, tiràteje er
 collo; perchè vve porta jettatura.
 E ttanto vero che lo dice infinenta er proverbio:
 "Gallina che ccanta da gallo,
 Innizio certo de quarche sballo".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="138">
          <head type="Titolo"> 137.  La bbenedizzione de le bbestie. </head>
          <p>
 Se faceva, e sse fa incora pe’ li paesi, a li 17 de gennaro, festa de
 Sant’Antonio.
 A Roma se fa a la cchiesa de Sant’Antonio a Ssanta Maria Maggiore.
 Ar tempo der papa, tutti li padroni che cciaveveno carozze e ccavalli, muli e
 ssomari, li portaveno a ffa’ bbenedì’ tutti impimpinati attaccati a quattro, a
 ssei, e infino a dicidotto, parije, come l’attaccate de Piombini e dde Doria,
 ch’ereno un piacere a vvedelle.
 La ppiù mmejo attaccata però era quella der principe Piombini.
 Er su’ cocchiere, un certo Peppe Regazzini, portava dicidotto parije de cavalli,
 ossia trentasei cavalli, e li guidava come si fussi stata una parija sola.
 Er papa ce mannava tutti li cavalli de Palazzo, e ttutta la cavalleria
 pontificia in arme e bbagajo.
 Puro li pompieri quer giorno faceveno festa granne in der quartiere: e ppoi puro
 loro portaveno le machine a Sant’Antonio protettore de loro, a ffalle bbenedì’.
 E mmentre er prete ’stava fôra de la cchiesa a bbenedì’ ccavalli, muli, somari,
 bbôvi, pecore, porchi, capre, eccetra, eccetra, er chìrico nun faceva a ttempo a
 riccoje e a mmette drento a la bbussola tutti li quadrini che li padroni de le
 bbestie j’offriveno pe’ Sant’Antonio che quer giorno arimediava bbene forte.
 E giacchè pparlamo de bbestie e dde bbenedizzione, me so’ aricordato de divve
 che a Roma anche a le bbestie, come se fa ppe’ li regazzini, je se mette intorno
 a la testa er pelo der tasso pe’ ttieneje lontano er malocchio.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="139">
          <head type="Titolo"> 138.  L’Artarini pe’ l’Urioni. </head>
          <p>
 Le domeniche de li mesi d’agosto e dde settembre e speciarmente li ggiorni de
 la festa de la Madonna (8 de settembre e 15 d’agosto) s’usava de fa’ la festa de
 quele Madonne che stanno pe’ le strade o ssu li cantoni de le medeme;
 oppuramente de fa’ l’artarini improvisati in tutti l’Urioni de Roma.
 S’apparaveno, je se metteveno un sacco de lumini intorno, lampanari, fiori,
 eccetra.
 Poi p’arimedià’ li sordi de la spesa che cc’era vorsuta, li regazzini che
 l’avéveno fatti, se metteveno a le tacche a le tacche de tutti quelli che
 ppassaveno e ccor una bbussola o ccor un piattino, je chiedeveno li sordi,
 dicènnoje ’sta cantasilèna:
 "Su vvojantri, giuvinotti,
 Che mmagnate li bbocconòtti,
 Che bbevete der bon vino;
 Datece un sordo pe’ ll’artarino!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="140">
          <head type="Titolo"> 139.  Er Bambino de la Ricèli </head>
          <p>
 la bbaretta de San Filippo Neri e dde Pionono.
 È ttanto miracoloso er Santo Bambino de la Ricèli, che sse porta pe’ le case de
 li moribbonni pe’ ffàje fa’ la grazzia.
 S’intratanto ch’er Bambino sta dda un moribbonno, je se fanno li labbrucci
 rossi, è ssegno de guarizzione; si ar contrario je se fanno bbianche, è ssegno
 ch’er moribbonno môre.
 Da l’ammalati gravi, ortre ar Santo Bambino; je se porta puro la bbaretta de San
 Filippo Neri che dda nojantri anticamente se chiamava Pippo Bbôno.
 Urtimamente poi ce portaveno puro la barettina, le carzette e ccerti antri
 stracci che so’ stati de Pionono; perchè ddiceveno che ereno miracolosi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="141">
          <head type="Titolo"> 140.  Quanno se bbacia er Piede a Ssan Pietro. </head>
          <p>
 Quanno se va a bbacià’ er piede a Ssan Pietro, bbisogna annacce co’ rispetto e
 ddivuzzione nun sortanto; ma adacio adacio; perchè si nnó, a le vorte, San
 Pietro ve pô ddà un carcio in bocca.
 (Ma ’sta cosa se dice pe’ scherzo; perchè s’infatti quarchid’uno per annaje a
 bbacià’ er piede, ce va dde prescia, je fa l’affetto come si Ssan Pietro je
 dassi un carcio in de li denti).
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="142">
          <head type="Titolo"> 141.  L’uguri pe’ ll’onimastichi. </head>
          <p>
 State bbene attenta che l’uguri pe’ ll’onimastichi nun vanno fatti doppo la
 calata der sole, sì nnó nun vàleno.
 È ssempre mejo a ffalli la mmatina.
 Da noi s’ausa de tirà’ l’orecchie de quello che è la festa, per aguraje vita
 lónga; perchè a Roma credemo che cchi ccià l’orecchie lónghe campa assai.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="143">
          <head type="Titolo"> 142.  Un bôn ugurio. </head>
          <p>
 Quanno s’ordina a un lavorante un lavoro d’un oggetto quarsiasi, e ’sto
 lavorante in de llavorà’ ’st’oggetto ce se fa mmale, è ssegno che quello che
 l’ha ordinato se lo goderà.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="144">
          <head type="Titolo"> 143.  Er ballo de li Zìngheri. </head>
          <p>
 Lo faceveno propio pe’ ddavero li zìngheri veri che ’gni tanto passaveno pe’
 Roma, se fermaveno su ppe’ li Monti e a chi vvoleva diceveno la ventura.
 Tutta Roma spopolava per annalli a vvede bballà’.
 Tanto vero che quella medema strada indove loro ce se fermaveno e cce bballaveno
 se chiama incora adesso Via de li Zìngheri.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="145">
          <head type="Titolo"> 144.  La Madonna der Carmine. </head>
          <p>
 La Madonna der Carmine, quella che stava in de ll’Oratorio de faccia a Ssan
 Grisogheno in Trestevere è ttant’antica, che ss’aricconta che li francesi, la
 prima vorta che ppijorno Roma, se la voleveno appropià’.
 Ma quanno stiedeno pe’ mmetteje le mano addosso, incomincionno a ttremà’ a
 ttremà’ e je convenne a llassalla perde’, je convénne.
 Dice ch’er fusto de ’sta Madonna der Carmine è vvienuto pe’ mmare a ggalla a
 ggalla, e nun s’è mmai saputo chi cce l’ha bbuttato.
 In der settanta, questi, je se voleveno arubbà’ ttutte le gioje che ereno
 custodite da un certo Majocchetti de Trestevere.
 Quanno dunque questi agnedeno da lui pe’ scirpàjele, lui sentite che ffece.
 Agnede in de ll’Oratorio e rimesse tutte le ggioje addosso a la Madonna.
 Ccusì gnisuno de questi s’azzardò a mmetteje le mane addosso e le ggioie
 j’arimaseno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="146">
          <head type="Titolo"> 145.  L’abbitino. </head>
          <p>
 Chi pporta sempre ar collo l’abbitino de la Madonna der Carmine, nun passerà
 mmai gnisun pericolo, e nun farà mmai una mala morte.
 Speciarmente poi si a ll’abbitino c’è ccucita l’orazzione latina che ffu ttrova
 in der Santo Sepporcro a Ggerusalemmé.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="147">
          <head type="Titolo"> 146.  Contro le cascate. </head>
          <p>
 Pe’ nun fa’ mmai una mala cascata o dda un caretto o dda una scala o dda un
 ponte o da quarsiasi antro sito, abbasta a pportà’ ar collo la medaja de San
 Venanzio.
 Dunque tutti li lavoranti come mmuratori, imbiancatoci, stagnari, pontaroli,
 eccetra, l’averebbeno da portalla.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="148">
          <head type="Titolo"> 147.  La visita a le sette Cchiese. </head>
          <p>
 Se faceva anticamente, e sse fa ppuro adesso. Consiste in de l’annà’ a vvisità
 le sette Bbasiliche, per acquistà’ l’indurgenza. Se ne ponno visità’ ccinque in
 una giornata e ll’antre dua in un’antra.
 Oppuramente un giorno visità’ la Bbasilica de San Pietro sortanto, e er giorno
 appresso l’antre sei.
 S’intenne che ’ste visite annerebbeno fatte a ppiede, come ausava prima, e
 cciancicanno l’orazzione.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="149">
          <head type="Titolo"> 148.  L’ombrèlla. </head>
          <p>
 L’ombrèlla che è una cosa tanta utile, perchè cce sarva dall’acqua e ddar sole,
 certe vorte, in certi casi, porta jettatura.
 Abbasta uprilla drent’a ’na bbottega, e speciarmente drento a un’osteria, pe’
 ffaje disvià’ tutti l’avventori.
 Dunque state attenti, speciarmente in de ll’osterie de Trestevere, de nun
 opricce mai l’ombrella.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="150">
          <head type="Titolo"> 149.  Er primo dente che ccasca. </head>
          <p>
 Er primo dente che sse leva o cche ccasca a una cratura, s’ausa a mmettello su
 la cappa der cammino: facenno crede a la cratura che la Bbefana ne la nottata se
 pijerà er dente e cce metterà in cammio o ddu’ sordi o un antro rigaletto,
 siconno la bborsa de li ggenitori o dde li compari e ccommare de le crature
 medeme.
 Si li ggenitori so’ ggente ricca, invece de li sordi, ar posto der dente, ce
 fanno trovà’ un par d’orecchinetti o un anellino d’oro o un antro oggetto
 prezzioso, a ssiconna de l’età dde la cratura che ss’è ccacciato o j’è ccascato
 er dente.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="151">
          <head type="Titolo"> 150.  Li Ggiudìi. </head>
          <p>
 A ttempo der Papa speciarmente, li giudìi ereno mar visti dapertutto.
 Pe’ ffalli cresce in odio, se diceva che in tempo de la Péseca de loro (che
 ssarebbe la Pasqua), le zzimmèlle che mmagneno in de l’otto ggiorni prima de la
 Pasqua, ereno impastate cor sangue d’un regazzino cristiano che lloro rubbaveno
 e ppoi svenàveno.
 A ttempo mio, una quarantina d’anni fa, ’gni tanto se spargeva la voce, nun se
 sa dda chi, che ’na cratura cristiana era stata rubbata da li ggiudìi.
 Da li romani ereno puro accusati d’aricettà’ tutta la robba che ss’arubbava pe’
 Roma; e dde fa’ li corvattari, che ssarebbe de prestà’ li sordi a strozzo.
 Staveno, poveracci, confinati in Ghetto, in certe taverne tarmente sporche e
 puzzolente, che ffaceveno arivortà’ er budello; e ereno la calamita de tutti li
 scherzi li ppiù puzzoni, da parte de tutta la canaja e la canajola cristiana.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="152">
          <head type="Titolo"> 151.  Usanze de li Ggiudìi. </head>
          <p>
 Li ggiudìi, allora, staveno tarmente attaccati a la religgione de loro, che nun
 magnavano mai carne de porco; e la festa, ossia lo sciabbà (er sabbito), nun
 annaveno in carettella, nun maneggiaveno li quatrini, e insomma nun faceveno
 gnente, tant’è vvero che nun accenneveno nemmanco er fôco pe’ mmagnà’.
 I’mmodo che ttutti li vagabbónni cristiani, quanno era entrato lo sciabbà
 (ch’entrava er vennardì a ssera) ggiràveno pe’ Ghetto strillanno: "Chi
 appiccia?!".
 Li ggiudìi li chiamaveno, e ccor un gròsso (cinque bbajocchi) er cristiano
 j’accenneva er fôco, j’annava a ffa la spesa e ccerte vorte je cucinava puro.
 Anzi le famije ggiudie bbenestante, pe’ nun vvedesse pe’ ccasa sempre facce nôve
 (e cche ffacce!), ciaveveno la serva ch’era sempre una cristiana.
 Er vennardì a ssera, m’aricordo come si ffussi adesso, a l’ora ch’entrava la
 festa de loro, er sagrestano de li scóli ggirava pe’ Ghetto strillanno: "È
 entrato lo sciabbà’!"
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="153">
          <head type="Titolo"> 152.  Li Ggiudìi in der Carnovale. </head>
          <p>
 Er primo ggiorno de Carnovale, ddice, ch’er Capo Rabbino de Ghetto annava a
 riverì er Senatore romano e a inchinajese d’avanti co’ la capoccia insino a
 ttera.
 Allora er Senatore, bbôna grazzia sua, je metteva un piede su la capoccia,
 oppuramente lo mannava via cor un carcio indove se sentiva mejo, in nome de
 Baruccabbà.
 Cor tempo poi levorno ’st’usanza bbuffa, e in cammio, obbrigorno li ggiudìi a
 ppagà’ ttutti li palii che vvinceveno li bbarberi a le corse che sse faceveno
 p’er Corso in de li otto ggiorni de Carnevale.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="154">
          <head type="Titolo"> 153.  Li Giudìi a pprèdica. </head>
          <p>
 Cinque o ssei vorte a ll’anno (infinenta che ha regnato papa Gregorio), ermo
 obbrigati er doppo pranzo de ’gni sabbito, d’annà’ a ssentì’ la predica fatta da
 un missionario a Sant’Angelo in Pescheria o a la Madonna der Pianto: forse co’
 la speranza che sse fusseno convertiti.
 Ma ssai che ffantasia che cciaveveno! Dice, che ccerti ggiudìi s’atturaveno
 l’orecchie co’ la bbambacia.
 Quelli che nun voleveno annà’ a ppredica pagavene un testone de murta peròmo.
 E ssi ner tempo che ddurava la predica s’addormiveno, uno sbirro o uno sguizzero
 der papa, che je stava a ffa’ la guardia, li svejava co’ ’na nerbata.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="155">
          <head type="Titolo"> 154.  Li dispetti a Ghetto. </head>
          <p>
 Anticamente ogni bburiana che ssuccedeva drento Roma, annava a ffinì’ cor dà’
 er saccheggio a Ghetto.
 A ttempo mio, invece, tutt’er giorno nun se faceva antro che ffaje un sacco de
 dispetti, poveri disgrazziati, e dde chiamalli somari.
 De Carnovale poi nun se faceveno antro che mmascherate che mmetteveno in
 caricatura le funzione de li scòli.
 E sse rippresentaveno certe commediacce chiamate le Ggiudìate, indove li ggiudìi
 ereno messi in ridicolo e sbeffeggiati.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="156">
          <head type="Titolo"> 155.  Er candelabro d’oro de li Giudìi. </head>
          <p>
 Er candelabbro che sse vede scorpito sotto a ll’arco de Tito, era tutto d’oro e
 lo portonno a Roma da Ggerusalemme l’antichi Romani, quanno saccheggionno e
 abbruciorno quela città.
 Dice che ppoi in d’una rattatuja che cce fu, in de llitìcàsselo che ffeceno pe’
 scirpallo, siccome se trovaveno sopra a pponte Quattrocapi, lo bbuttonno a
 ffiume, accusì non l’ebbe gnisuno e adesso se lo gode l’acqua.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="157">
          <head type="Titolo"> 156.  Le ggiudìe e la Madonna. </head>
          <p>
 Quanno le ggiudìe stanno pe’ ppartorì’, ner momento propio de le doje forte,
 affinchè er parto j’arieschi bbene, chiameno in ajuto la Madonna nostra.
 Quanno poi se ne so’ sservite, che cciovè, hanno partorito bbene, pijeno la
 scópa e sse metteno a scopà’ ccasa dicenno: "Fôra Maria de li cristiani!" .
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="158">
          <head type="Titolo"> 157.  Pe’ cconvertì’ li Giudìi. </head>
          <p>
 Pe’ ffa’ diventà’ cristiani li ggiudìi, o ppe’ ddì’ mmejo, pe’ ffaje vienì’ la
 fantasia de convertisse, abbasterebbe a bbuttaje addosso, senza che sse
 n’accorghino, quarche ggoccia d’acqua der fiume Ggiordano, ossia de quer santo
 fiume che stà in Terasanta.
 È indificile a precurassela com’era prima che la venneveno li ciarlatani; ma
 anche adesso se pò avè’ dda quelli che vvanno in pellegrinaggio da quelle parte
 de llàggiù.
 Sibbè’ cche non passava anno ch’er sabbito santo, a San Giovanni Latterano, de
 ggiudii se ne bbattezzaveno fra ommini e ddonne, sempre quattro o ccinque.
 Era una bbella funzione.
 Da commare e da compari, je ce faceveno li ppiù gran signori de Roma, e ddice
 che ogni ggiudìo che sse convertiva s’abbuscava ottanta scudi e dda magnà’ ppe’
 ttutta la vita.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="159">
          <head type="Titolo"> 158.  La "Sperduta". </head>
          <p>
 Avete mai fatto caso che in de l’inverno, a ddu’ ora de notte in punto, la
 campana de Santa Maria Maggiore, sôna?
 Volete sapé’ er perchè?
 Sentiteme. Dice, che ttanti anni fa, una pellegrina tanta mai ricca, che vveniva
 a Roma in pelligrinaggio, a ppiedi, pe’ vvisità le Bbasiliche, quanno fu a un
 certo punto, verso li Spiriti, siccome era una notte scura scura e ppioveva,
 s’era persa la strada.
 Se n’annava dunque a ttastoni i’ tramezzo a la campagna, sola com’un cane, senza
 la speranza de trovà’ una capanna pe’ riposasse, e ccor pericolo, a bbon
 bisogno, d’èsse’ sgrassata e assassinata.
 E in der mentre tutt’impavurita, se stava a riccommannà’ a la Madonna che
 l’avessi ajutata, quanto sentì’ da lontano lontano venije a l’orecchie come un
 sôno de ’na campana.
 Appizzò l’orecchie, se fece coraggio, e cco’ l’annà’ a le tacche a le tacche
 appresso ar sôno che ssentiva, arivò a pponte Lóngo, poi da Bbardinótti, poi da
 Faccia fresca, passò pporta San Giuvanni, fece la piazza, prese pe’ vvia
 Merulana, che in quer tempo era tutt’a vvigne e a orti , e sseguitanno sempre
 quer sôno de la campana, a quanto se trovò su la piazza de Santa Maria Maggiore.
 Infatti era la campana de quela cchiesa, che quela sera, a quell’ora (ermo du’
 or de notte) nun m’aricordo pe’ quale funzione fusse, sonava a ccampane doppie.
 Quela signora pellegrina n’arimase accusì ccontenta e obbrigata a la Madonna,
 che pper aringrazzialla de quella grazzia che aveva ricevuta, lassò una rènnita
 nun so dde quanti mila scudi, a li preti de Santa Maria Maggiore, cor patto che
 dda quer giorno in poi, tutte le sere, a ddu’ or de notte, la campana medema
 avessi sonato a ffesta in ricordanzia de quela grazzia ricevuta.
 E mmó, quanno le sere d’inverno, se sente sonà’ la campana de Santa Maria
 Maggiore, tutti quelli che abbiteno da quelle parte dicheno: "Ecco la Sperduta!"
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="160">
          <head type="Titolo"> 159.  Anticaje e Pietrellé: </head>
          <p>
 La stazione IV de li viggili.
 In Trestevere, vicino a Mmonte Fiore, a la stazzione IV de li Viggili, dice che
 in de li tempi antichi ce stava er palazzo de la bbella Fròda. E ddice che
 ttanti anni fa, cce feceno li scavi pe’ ritrovà’ er cavallo co’ la piga (biga)
 de lei; ma er fatto stà ch’er cavallo lo trovonno, ma era solo.
 Tanto vero che mmó cc’è la chiacchiera che vvonno bbuttà’ ggiù ttutte le case de
 llà intorno pe’ vvedde de trovà’ ppuro la piga.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="161">
          <head type="Titolo"> 160.  Er cavallo de Campidojo. </head>
          <p>
 La statuva de Costantino imperatore, che sta in mezzo a la piazza de Campidojo,
 e cche mmó, j’hanno mutato nome, e la chiàmeno de Marcurejo, è ttutta de
 bbronzo.
 Mbè’, ddice, che quela statuva, bbella che statuva, anticamente, pe’ ttre
 ggiorni sani, ha ccommannato Roma e li Romani de tutto er monno sano.
 Er cavallo, qua e llà, già incomincia a scropì’ in oro; e ddice che quanno
 cavallo e ppupazzo saranno diventati tutti d’oro, allora vienirà er giorno der
 giudizzio universale.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="162">
          <head type="Titolo"> 161.  L’arco de Tito. </head>
          <p>
 Sotto a ll’arco de Tito, fatece caso, nun ce passa mai un giudìo. Volete sapé’
 er perché?
 Perchè quell’arco de trionfo fu ffatto a Ttito imperatore, quanno aritornò a
 Roma da l’avé’ distrutta tutta quanta Ggerusalemme.
 Veramente adesso, doppo li scavi che hanno fatto a Ccampo Vaccino, nun è ppiù
 nnecessario de passà’ sotto a ll’Arco de Tito; ma ar tempo mio, che cc’era tutta
 un’arborata che dall’Arco de Settimio Severo annava diretta ar Culiseo,
 bbisognava passacce ppe’ dde filo.
 Ma li ggiudìi, pe’ ffanne condemeno, arivati a ll’Arco de Tito, invece de
 passacce sotto, lo passaveno de fianco, per un passetto stretto che ss’ereno
 uperto fra ll’Arco e un muricciòlo vicino a la cchiesa de Santa Francesca
 Romana.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="163">
          <head type="Titolo"> 162.  Er pomo d’Adamo. </head>
          <p>
 Quell’ossetto che cciavemo in mezzo a la góla, se chiama er pómo d’Adamo.
 C’è vvienuto a ognuno de noi ommini, pe’ ricordacce in sempiterno ch’er nostro
 primo padre Adamo, p’èssese fatto straportà’ dda la góla, fece quela gran
 buggiarata che nun abbastò cche la pagassi cara salata lui sortanto; ma cce
 tocca a scontalla puro a ttutti noi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="164">
          <head type="Titolo"> 163.  Er trionfo de le fravolé. </head>
          <p>
 Tutti li riccojitori e li vennitori e le vennitrice de fravole, er 13 de giugno
 (festa de Sant’Antonio) faceveno una festa ch’era chiamata er trionfo de le
 fravole.
 Ecco come se faceva. Un fravolaro portava su la testa un gran canestro fatto
 come un trionfo tutto guarnito de fravole con intorno intorno un sacco de
 canestrini tutti inargentati de carta e ppieni de fravole. Poi su dda capo ar
 trionfo una statuvetta de Sant’Antonio de Padova er protettore de li fravolari.
 Appresso a llui, tutti li fravolari, vestiti de festa, annàveno cantanno ar sôno
 de la tamburella, un sacco de ritornelli tutti in onore de Sant’Antonio e dde le
 fravole.
 ’Sta specie de precissione, che era tanta grazziosa, partiva da Campo de Fiori e
 ppassava pe’ ttutte le mejo strade e ppiazze de Roma.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="165">
          <head type="Titolo"> 164.  La bbenedizione der Papa e la maledizione </head>
          <p>
 a Ccasa Colonna.
 Quanno er Papa, la viggija de la festa de San Pietro, dava da su la loggia de
 San Pietro la bbenedizzione ar popolo, quela bbenedizzione de quer giorno
 passava ponte.
 Dice che appena data la bbenedizzione, mannava la maledizzione ar palazzo der
 principe Colonna.
 Intratanto ch’er Papa lo malediva er palazzo Colonna tremava. (L’ho inteso io in
 persona; perchè dda regazzino ciannavo co’ pparecchi antri regazzi a appoggià’
 la mano sur palazzo, e lo sentimio tremà’ come si cce fussi stato er
 taramoto)\Cap\ 4.
 Furtuna ch’er Papa lo ribbinidiva in der medemo tempo de la maledizzione; si nnó
 artrimenti, quer palazzo sarebbe cascato da mó, sarebbe cascato!
 E a ppreposito de maledizzione, c’è cchi ddice o mmejo lo diceveno tutti, ch’er
 Papa ortre ar palazzo Colonna, maledice puro quello der principe Massimi a le
 Colonnacce.
 Er perchè nu’ lo so; ma mmentre se dice quarche mmotivo ce sarà. Tanto vero che
 quer giorno annamio puro a mmette la mano sopra a le colonne, pe’ vvede si in
 der momento de la mmaledizzione tremaveno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="166">
          <head type="Titolo"> 165.  La Bbocca de la verità. </head>
          <p>
 Avete fatto mai caso, prima d’entrà’ in de la cchiesa de la Bbocca de la
 Verità, a quer faccione granne granne, tónno, tutto de pietra, co’ quela
 bboccaccia larga larga che sta a ddritta de chi entra, sotto ar portico de la
 cchiesa?
 Mbè’, a quer mascherone, dice, che si uno prova a mmetteje la mano in bocca,
 quanno ha ddetto una bbucìa, nu’ la ricaccia ppiù nemmanco cor gammaùtte; mentre
 si uno nun è un buvattaro, come ce la ficca ce la ricaccia.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="167">
          <head type="Titolo"> 166.  Caìno. </head>
          <p>
 Doppo che avebbe ammazzato su’ fratello Abbele, er Signore pe’ ggastigallo, lo
 condannò a ppartì’ in sur subbito p’er monno de la Luna, e a restacce in
 sempiterno a ppiagnécce er gran dilitto che aveva fatto.
 E accusì, llui, da si cch’er monno è mmonno, stà llasssù addannato e mmaledetto.
 E adesso sortanto li cani lo chiameno in ajuto, quanno ciabbuscheno: infatti
 urleno: caì ccaì!
 Quanno la luna è ppiena, fatece caso, e vvederete com’un’ombra in atto de
 camminà’ cor un fascio de spine su le spalle.
 Quell’ombra è Ccaìno in carne e in ossa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="168">
          <head type="Titolo"> 167.  La "sassarolata". </head>
          <p>
 Se faceva tanti anni fa a Ccampovaccino, accanto ar tempio in Pacé, la dimenica
 e ll’antre feste commannate.
 Là fra Tresteverini, Monticiani, Regolanti, Borghiciani e Popolanti, doppo
 èssese dati un sacco de soprannomi fra dde loro, come presempio: Tresteverini,
 der fosso de Panónto — Monticiani, arubba crocifissi — Regolanti, magna code  Borghiciani, magna pulenta, eccetra eccetra, vieniveno a le bbrutte e sse
 sfidàveno a ssassate co’ la fiónna.
 Dice, che a vvede, ’gni bbôtta era ’na tacchia! E la folla che cciannava a
 vvede, levàteve de qui! Intanto che quelli se sfidàveno, la ggente se li godeva;
 e ffra un cécio spassatempo, e un bruscolino ’gni tantino vedeveno uno ch’era
 stato inficozzato, ch’annava a ricure a la Consolazzione.
 Ma nnoi ’sto bber divertimento nun se lo semo mai potuto gode’, perchè dar
 Guverno de la Ripubbrica der 1849 è stato provìbbito.
 ’Ste sassarolate, nun ve credete mica che sse faceveno pe’ scherzo; se faceveno
 sur serio p’er gran odio che sse portava un Urione co’ ll’antro.
 Presempio — e ’sta cosa succedeva fino a ppochi anni fa — nun c’era caso che una
 Tresteverina se fussi sposato un Monticiano, o una Monticiana un Tresteverino,
 ecc.
 Sarebbe stato un disonore, uno smacco pe’ la famija!
 — Dio ne guardi — diceva pochi anni fa la lavannara de casa mia, a la fija  t’avessi da sposà’ un Tresteverino! Piuttosto te strozzo co’ ’ste mane!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="169">
          <head type="Titolo"> 168.  Li ròspi e le spìnóse. </head>
          <p>
 Li ròspi so’ animalacci schifosi e vvelenosi che bbisogna lassalli pèrde’.
 Si uno li tormenta, a quanto te schizzeno er piscio velenoso in d’un occhio o in
 faccia, e ddoppo tre o quattro ggiorni, te viè’ una frebbe e un gran dolor de
 testa, che si nun te fa mmorì’ tte fa stà mmale de certo.
 L’unico modo per ammazzà’ u’ rospo, senza che tte possi fa’ mmale, è dde ficcaje
 in bocca una canna verde, e ffajela passà’ dda ll’antra parte, come si ffussi un
 tordo a lo spido.
 Le spinóse (le istrici) poi, cianno tutta quanta la schina piena de quelle
 purghe puntute bbianche e nnere.
 Dice che quanno quarcuno le va ppe’ ppijà’, loro se metteno a ffugge, e intanto
 tireno come frezze quele pughe che si ppijeno in faccia quello che je curre
 appresso, l’ammàzzeno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="170">
          <head type="Titolo"> 169.  Li moccolétti. </head>
          <p>
 L’urtimo ggiorno de Carnovale, ammalappena sonava l’Avemmaria (anticamente
 sparava puro er cannone), tutti quelli che sse trovaveno p’er Corso, sii a
 ppiede, sii in carozza, sii a ccavallo, sii a le finestre, accennéveno li
 moccoletti.
 Poi co’ le svèntole, co’ li mazzettacci de fiori, o co’ le cappellate, ognuno
 cercava de smorzà’ er moccolo a ll’antro, dicènno:
 — Er móccolo e ssenza er móccolo!
 Avevi voja, pe’ ssarvallo, de ficcallo in cima a una canna o a un bastone, o a
 fficcatte in un portone! Era inutile.
 Tutti te daveno addosso; e o ccor un soffietto, o ccor una svèntola o cco’ ’na
 manata o ’na mazzettata te lo smorzaveno in ogni modo, urlanno:
 — Er móccolo e ssenza er móccolo; abbasso er móccolo!
 Ma ssiccome ’sto divertimento se lo ricordeno incora guasi tutti, è inutile a
 stanne a pparlà’ ttanto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="171">
          <head type="Titolo"> 170.  La notte e er giorno de San Giuvanni. </head>
          <p>
 La viggija de San Giuvanni, s’aùsa la notte d’annà’, ccome sapete, a San
 Giuvanni Latterano a ppregà’ er Santo e a mmagnà le lumache in de ll’osterie e
 in de le bbaracche che sse fanno appostatamente pe’ quela notte.
 For de la Porta, verso la salita de li Spiriti, c’era parecchi anni fa,
 ll’osteria de le Streghe, indove quela notte ce s’annava a ccéna.
 A ttempo mio, veramente, non se faceva tutta ’sta gran babbilogna che sse fa
 adesso.
 Ce s’annava co’ le torcie accese o cco’ le lenterne, perchè era scuro scuro
 allora, ppe’ divuzzione davero, e ppe’ vvedè’ le streghe.
 Come se faceva pe’ vvedelle?
 Uno se portava un bastone fatto in cima a forcina, e quanno stava sur posto,
 metteva er barbozzo drento a la furcina, e in quer modo poteva vede’ bbenissimo
 tutte le streghe che ppassàveno llaggiù vverso Santa Croce in Gerusalemme, e
 vverso la salita de li Spiriti.
 Pe’ scongiuralle, bbastava de tienè’ in mano uno scopijo, un capodajo e la
 spighetta cor garofoletto.
 S’intenne che pprima d’uscì’ dda casa, de fôra de la porta, ce se metteva la
 scopa e er barattolo der sale. Accusì si una strega ce voleva entrà’ nu’ lo
 poteva, si pprima che sonassi mezzanotte nun contava tutti li zzeppi de la scopa
 e ttutte le vaghe der sale. Cosa che bbenanche strega, nu’ je poteva ariuscì’;
 perchè, si sse sbajava a ccontà’ aveva d’arincomincià’ dda capo.
 Pe’ non faccele poi avvicinà’ ppe’ gnente, bbastava a mmette su la porta de casa
 du’ scope messe in croce.
 Come la strega vedeva la croce, er fugge je serviva pe’ ccompanatico!
 Presempio, chi aveva pavura che la strega j’entrassi a ccasa da la cappa der
 cammino, metteva le molle e la paletta in croce puro llà, oppuramente l’atturava
 cor setaccio.
 Un passo addietro. Er giorno se mannava in parocchia a ppijà’ una bboccia
 d’acqua santa fatta da poco; perchè l’acqua santa stantiva nun è ppiù bbôna; e
 pprima d’uscì’ dda casa o d’annassene a lletto, ce se bbenediveno li letti, la
 porta de casa e la casa.
 Prima d’addormisse se diceva er doppio credo, ossia ’gni parola der credo
 s’aripricava du’ vorte: Io credo, io credo, in Dio padre, in Dio padre, ecc., e
 accusì ppuro se faceva de ll’antre orazzione.
 Nun c’è antra cosa come er doppio credo pe’ ttienè’ llontane le streghe!
 Si ne volete sapè’ dde ppiù ppoi, leggete: La notte de San Giuvanni, ossia
 Streghe, stregoni e ffattucchiere, scritturate dar medemo ’utore de ’sto libbro.
 Ammalappena, poi se faceva ggiorno, er cannone de Castello, che aveva
 incominciato a sparà’ dda la viggija, sparava diversi antri córpi, e allora er
 Papa, in carozza de gala, accompagnato da li cardinali e ddar Senatore de Roma,
 annava a ppontificà’, ossia a ddì’ mmessa in de la cchiesa.
 Detta messa, montava su la loggia che dà ssu la piazza de San Giuvanni
 Latterano, ddava la bbenedizzione, e ppoi bbuttava una manciata de monete d’oro
 e dd’argento.
 Sappiate poi che la notte de San Giuvanni d’estate è la notte ppiù ccurta de la
 staggione; e quella de San Giuvanni d’inverno è la ppiù llónga.
 E quanno er giorno de San Giuvanni sorge er sole, s’arza bballanno.
 A ttempo mio, er giorno de San Giuvanni, usava de fa’ un pranzo fra li parenti,
 che cc’è er San Giuvanni ossia fra compari e commare pe’ ffa’ i’ mmodo che ssi
 cc’era un po’ dde ruzza fra de lloro s’arifacesse pace co’ ’na bbôna magnata de
 lumache. (Vedi: Streghe, stregoni e ffattucchieri).
 Er giorno de San Giuvanni, le regazze da marito, pe’ vvede chi sse sposeranno,
 hanno da fa’ quello che ho ddetto in ’sto medemo libbro ar nummero 54: Amore.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="172">
          <head type="Titolo"> 171.  Li tesori. </head>
          <p>
 Ce ne so’ ttanti de tesori, speciarmente drento Roma e in de la campagna
 romana, che a ppotelli scoprì’ ttutti, ce sarebbe da diventà’ mmijonari.
 La maggior parte de ’sti tesori da scoprì’ stanno scritti in certi libbri
 antichi antichi.
 Infatti, tanto tempo fa, un ingrese lesse in uno de ’sti libbri:
 "Tra la vacca e ’r toro,
 Troverai un gran tesoro".
 Lui se messe a ccercà’ ppe’ ttutta Roma, e ddefatti, in d’una scurtura che stà
 ssotto a quel’archetto appoggiato a la cchiesa de San Giorgio in Velabbro, ce
 trovò scorpito, fra ll’antre cose, una vacca e un toro.
 Fece fa un ber bucio tra quele du’ bbestie, e cce trovò una pila tutta piena de
 monete d’oro.
 Difatti, si l’annate a vvede’ er bucio incora ce se trova.
 Una vorta me ne insegnorno uno a mme che stava in d’una grotta fôr de Porta
 Portese. Sopre, pe’ ssegnale, ce stava una pietra bbianca. Dice, che pprima
 d’arzà’ quela pietra, bbisognava magnà’ li fegatèlli còtti co’ le fronne d’un
 lavuro che ll’arbero stava fôra de quela grotta, e ppoi bbisognava
 (gnentedemeno!) ammazzà’ su quela medema pietra u’ regazzino de cinque anni (!).
 Fatta ’sta prodezza, s’aveva da scavà’, e ppoi a una certa profonnità, cce se
 trovava er tesoro.
 Un’antra vorta un mago me disse, che cc’èra un tesoro da scoprì’.
 Ècchete che sse n’annamo assieme a llui da ’na sonnambula, che cce disse
 infatti, ch’er tesoro stava pe’ la strada de Frascati sotto a un cavarcavìa.
 Pe’ ttrovallo però ss’avemio da portà’ una regazza vergine e gnente antro. Ce
 disse puro che nun se fussimo intimoriti, si avessimo inteso urli de bbôvi e
 rumori de catene.
 Abbasta: annassimo ar sito che cce fu insegnato, e ttrovassimo tutto come
 ciaveva detto er mago.
 Incominciassimo a scavà’ ddiversi parmi sotto tera.
 Quanto, tutto in d’un botto, ècchete che cce sartò dda la bbucia, un canone,
 nero, nero, da pecoraro, che un antro po’ cce se sbramava!
 Abbasta: scavamo, scavamo, a’ llume de ’na lenterna, finchè ttrovamo una pietra
 bbianca.
 Era er tesoro!
 Uno de quelli che scavava, ar vedè’ la pietra, invece de dì’, ccome annava
 detto: Evviva Maria! nun disse: Porca M…?
 Detta quela bbiastima, si nun facemio a ttempo a ffugge se sprofonnamio tutti
 sotto terra. E accusì addio, tesoro!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="173">
          <head type="Titolo"> 172.  L’ammazzati de la Domenica. </head>
          <p>
 Era tanta e accusì intartarita, a Roma, l’usanza de scannasse come ccrapetti,
 che, speciarmente la festa, in ogni Urióne, ce scappàveno diversi ammazzati,
 sei, sette, otto, ecc.
 Tant’è vvero che sse metteveno in un locale de la parocchia che sse chiamava lo
 sfréddo, e ttutti pe’ ccuriosità se l’annàveno a ggustà’.
 M’aricordo che infinenta li regazzini diceveno ar padre: "A Tata, me porti a
 vvede’ quanti so’ stati oggi l’ammazzati?".
 Appena succedeva una lita, si llì accanto c’era un fornaro, annisconneva subbito
 li cortelli sotto ar bancone; perchè si uno de li litiganti nun se trovava er
 cortello in saccoccia, co’ la scusa de fasse dà’ un sórdo de pane, lo sfilava da
 le mano der fornaro, e scappava.
 Quello che ammazzava aveva sempre raggione; er morto se l’era sempre meritato.
 Un proverbio nostro, infatti, dice:
 "Nun dite pover’ômo a cchi mmôre ammazzato;
 Perchè si ha ffatto er danno l’ha ppagato".
 Quanno arivava la ggiustizia sur posto, gnisuno sapeva gnente, gnisuno aveva
 visto gnente.
 Nemmeno quelli che aveveno ajutato l’assassino a ffugge, e cche mmagari
 j’aveveno dato ricètto a ccasa.
 Guasi sempre, er padre, er fratello, er fijo, o er zio der morto, se faceveno
 ggiustizzia da loro ammazzanno, lì ppe’ llì, quello che aveva ammazzato, e
 ttutto finiva pe’ la mejo.
 Nun s’ammazzava mai antro che ppe’ ggelosia de donne, p’er giôco, per odio o
 ppe’ vvennetta, per una parola mar capita, per un gnente! Ma nun c’era caso che
 ss’ammazzava mai quarcuno pe’ rubballo.
 Li ladri ereno perseguitati e mmar visti puro da li popolani.
 De notte, a qualunque ora, potevio annà’ in giro pe’ li vicoli ppiù anniscosti
 de li Monti e dde Trestrevere, portanno addosso tutto l’oro der monno, che
 gnisuno ve diceva gnente.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="174">
          <head type="Titolo"> 173.  Li "Maritòzzi"1. </head>
          <p>
 Una mucchia d’anni fa, dda noi, s’accostumava, in tempo de Quaresima, er primo
 vennardì de marzo, de portà’ a rigalà’ er maritózzo a l’innammorata.
 ’Sto maritózzo però era trenta o quaranta vorte ppiù ggranne de quelli che sse
 magneno adésso; e dde sopre era tutto guarnito de zucchero a ricami.
 In der mezzo, presempio, c’ereno du’ cori intrecciati, o ddu’ mane che sse
 strignéveno; oppuramente un core trapassato da una frezza, eccetra, eccetra:
 come quelle che stanno su le lettere che sse scriveno l’innammorati.
 Drento ar maritòzzo, quarche vvorta, ce se metteveno insinenta un anello, o
 quarch’antro oggetto d’oro.
 Tra ll’antre cose che ricordeno ’sto custume, che oramai nun s’aùsa ppiù dda
 gnisun innammorato, ciavemo diversi ritornelli:
 Uno, presempio, dice:
 "Oggi ch’è ’r primo Vennardì dde Marzo,
 Se va a Ssan Pietro a ppija er maritòzzo;
 Ché ccé lo pagherà ’r nostro regazzo".
 E dde ’sti maritòzzi:
 "Er primo è ppe’ li presciolósi;
 Er sicónno pe’ li spósi;
 Er terzo pe’ l’innamorati;
 Er quarto pe’ li disperati".
 "Stà zzitto, côre:
 Stà zzitto; che tte vojo arigalàne
 Na ciamméllétta e un maritòzzo a ccôre".
 E infatti certi maritòzzi ereno fatti a fforma d’un côre.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="175">
          <head type="Titolo"> 174.  La Bbefana. </head>
          <p>
 Er giorno de Pasqua Bbefanìa, che vviè’ a li 6 de gennaro, da noi, s’aùsa a
 ffasse li rigali.
 Se li fanno l’innammorati, li sposi, ecc. ecc.
 Ma ppiù dde tutti s’ausa a ffalli a li regazzini. Ortre a li ggiocarèlli, a
 questi, s’ausa a ffaje trovà’ a ppennólóne a la cappa der cammino du’ carzette,
 una piena de pastarèlle, de ficchi secchi, mosciarèlle, e un portogallo e ’na
 pigna indorati e inargentati; e un’antra carzétta piena de cennere e ccarbóne
 pe’ tutte le vorte che sso’ stati cattivi.
 La sera de la viggija de la Bbefana, a ttempo mio; li regazzini se mannaveno a
 ddormì’ presto, e sse ffaceveno magnà’ ppoco pe’ ffaje lassà’ una parte de la
 céna a la Bbefana.
 La bbardoria che sse fa adesso a ppiazza Navona, tempo addietro, se faceva a
 Ssant’Ustacchio e ppe’ le strade de llì intorno.
 In mezzo a ppiazza de li Caprettari ce se faceva un gran casotto co’ ttutte
 bbottegucce uperte intorno intorno, indove ce se vennéveno un sacco de
 ggiocarèlli, che era una bbellezza.
 Certi pupazzari, metteveno fôra certe bbefane accusì vvere e bbrutte, che a mme,
 che ero allora regazzino, me faceveno ggelà’ er sangue da lo spavento!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="176">
          <head type="Titolo"> 175.  L’Anticristo e la fin der monno. </head>
          <p>
 Quanno averà dda vieni’ la fin der monno, l’Anticristo nascerà da una monica e
 dda un frate che sse sposeranno.
 Sarà un pezzo d’accidentóne arto e bbrutto, che sse metterà a ppredicà’ pe’
 ttutte le piazze pe’ cconvertì’ li cristiani.
 Ma ssur più bbello, da la Scala Santa, indove da secoli e ssècoli stanno
 anniscosti, usciranno li du’ profèti ’Nocche e ’Llia e sse metteranno puro loro
 a ppredicà’ ppe’ sbuciardà’ tutte le ’resìe che ddarà a dd’intenne l’Anticristo.
 Allora vierà la fin der monno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="177">
          <head type="Titolo"> 176.  Li profeti Nocche e ’Llìa. </head>
          <p>
 Pe’ ssapè’ cchi so’ ’sti profeti, indove stanno anniscosti drento a la Scala
 Santa, da quanto tempo, eccetra et eccetra, bbisogna legge le Novelle, favole e
 lleggende, a la leggenda II, indove ce sta scritta ogni cosa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="178">
          <head type="Titolo"> 177.  Er carnovaletto de Cervara. </head>
          <p>
 ’Sto carnovaletto se faceva a li 21 d’aprile, pe’ la festa de Roma, a la tenuta
 de Cervara, indove c’è una bbella grotta ar naturale o in quarch’antra tenuta de
 la Campagna romana.
 Quer giorno tutti li pittori de Roma s’ammascheràveno, e ppoi se n’annàveno
 llaggiù a ppassà’ la ggiornata alegramente magnanno, bbevènno e ffacènno un
 sacco de mattità.
 E ttanto la mmatina in de l’annà’ a Cervara (o, ccome v’ho detto, in quarche
 antro sito) e ttanto la sera in der ritornà’ cche ffaceveno, passaveno p’er
 Corso, tutti ammascherati, chi ssu quarche bber carro, chi a ccavallo e vvestito
 de lusso, e cchi ssur somaro ammascherato ar puzzóne, che a vvedélli, era un
 morì’ dda ride’.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="179">
          <head type="Titolo"> 178.  Li "trionfi" a le partorente. </head>
          <p>
 Adesso ’sta cosa nun aùsa ppiù; ma pprima ammalappena partoriva una donna,
 speciarmente si era signora, tutti quanti li conoscenti je mannaveno a ccasa un
 trionfino in rigalo.
 ’Sti trionfi consisteveno in certi canestri fatti a ttrionfi, una specie come li
 canestri de fiori, ma invece pieni d’ôva de galline, fettuccine de pasta
 all’ôva, eccetra et eccetra.
 Certi pe’ quant’èreno grossi s’aveveno da portà’ in carozza.
 A li gran signori de l’aristocrazzìa, je se portaveno in forma magna,
 accompagnati dar sôno de la tromba, da servitori in gran riverèa...
 C’era una strada appositamente, via de li Pàstini, che cc’è incora, indove in
 quer tempo, c’ereno antro che bbotteghe de fedelinari che tutto l’anno nun
 faceveno che ppreparà’ ’sti trionfini de ’gni specie, sii pe’ le bborse grosse
 che ppe’ le moscétte.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="180">
          <head type="Titolo"> 179.  Le precissioné. </head>
          <p>
 Roma, a ttempo der papa, c’ereno ppiù pprecissione che ppreti. Nun c’era
 chiesa, cappella, oratorio o confraternita, che ddrento l’anno nun facesse una
 precissione.
 Speciarmente in dell’ottavario der Corpus Dommine che era la prima precissione
 che ddava la smossa.
 Otto ggiorni prima de la precissione, li Mannatari a ddua a ddua armati de mazze
 (bordoni) e cco’ ddavanti uno o ddu’ tamburi, ggiraveno pe’ ttutte le strade che
 otto giorni doppo aveveno da èsse ’bbattute da la precissione.
 In queste se portava in giro er trónco, lo stennardo e ddiversi crocifissi.
 Le gare pe’ pportà’ er trónco e lo stennardo fra fratelloni ereno cose serie!
 Ce sgaggiàveno a ffasse vede’ da l’innammorate, si cco’ cche abbilità sapéveno
 maneggià’ er trónco!
 C’ereno de quelli che pper avè’ ’st’onore pagàveno dieci, venti e insino a
 ttrenta piastre.
 La sera poi doppo la precissione, s’annava a bbeve a’ ll’osteria, s’incominciava
 a quistionà’ su la faccenna der trónco, e ppe’ ggelosia, finiva che cce scappava
 sempre l’ammazzato.
 Io de ’ste bbaruffe finite cor morto, me n’aricordo de parecchie.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="181">
          <head type="Titolo"> 180.  Li francesi a Roma. </head>
          <p>
 A Roma li francesi ereno odiati a mmorte; e dda certi vecchi Regolanti, de
 vennétte contro li francesi de Napoleone I e de Napoleone III n’ho intese
 ariccontà’ ttante da fa’ orore.
 Fra ll’antre, la notte, certi giuvinotti se vestiveno da donna, ciovettaveno co’
 li sordati francesi, se li metteveno sotto er braccio, e ccor un sacco de
 smorfie, se lì portaveno sotto fiume.
 Arivati lli’, je dàveno una cortellatona in de la panza, j’attaccaveno un sasso
 ar collo e l’affogaveno in der Tevere.
 Cent’antre vorte li squartaveno e ppoi ccusì a quarti, ce metteveno sopra un
 cartello cor un 3 o un\Cap\ 4, e ppoi l’attaccaveno fôra de le porte de li macelli.
 Li francesi, da parte loro, ereno prepotenti; infastidiveno tutte le donne,
 magara quelle che staveno sotto ar braccio de li mariti; quanno s’imbriacàveno,
 nun voleveno pagà’ er conto a ll’osti, e intimoriveno tutti cor fa’ li garganti
 e li ammazzasette.
 Spesso veniveno a quistione co’ ll’antri sordati der papa, speciarmente co’ lì
 dragoni ch’ereno tutti romani, e cce pijaveno tante de quele méla, che nun ve ne
 dico.
 Ogni tanto vedevio un sordato francese imbriaco, co’ la sciabbola, sfoderata,
 ggirà’ ppe’ le strade de Roma, bbaccajanno e insurtanno chiunque incontrava.
 Io me l’aricordo che accusì ffaceveno l’urtimi francesi arimasti a Roma fino
 guasi ar 1870.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="182">
          <head type="Titolo"> 181.  Er gioco detto de lo "scalino". </head>
          <p>
 È un giôco che, come la Passatella, se fa ccor vino.
 Èccheve in che mmodo.
 Se paga tanto peròmo tutt’er vino che ss’ordina: e sse metteno sur tavolino
 tanti bbicchieri, pe’ quanti so’ li ggiocatori.
 ’Sti bbicchieri se metteno in fila. Ar primo ce se mette una góccia de vino, ar
 siconno un filo, ar quarto un déto, ar quinto un déto e mmezzo, e accusì vvia
 discurenno, infinènta ar bicchiere de mezzo che ss’empie tutto, e a quelli che
 vvièngheno appresso se cala er vino a mmano a mmano, in modo che fformino come
 ttante canne d’orgheno o scalini, apposta er giôco se chiama accusì.
 Fatto questo, se fà la conta.
 Ar giocatore che je va la conta, se bbeve er bicchiere de mezzo, e ll’antri,
 siconno l’ordine de la conta, bbeveno appresso a llui a mmano a mmano.
 In modo che cc’è cchi bbeve tanto, chi ccusì ccusì, cchi guasi gnente, e cchi
 gnente der tutto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="183">
          <head type="Titolo"> 182.  Er Feragosto. </head>
          <p>
 Mó nun aùsa guasi ppiù; ma ssótto ar papa, a li 15 d’agosto; incomincianno da
 l’impiegati ppiù ggrossi, infinenta a ll’urtimo luscière er più mmoscétto, a
 ttutti er Guverno je passava la paga doppia, pe’ ddaje la mancia der feragosto.
 J’annava guasi de jura.
 E indove v’accostavio, nun se sentiva dì’ antro che: Bon feragosto, bon
 feragosto!
 Le serve pijaveno la mancia da li bbottegari, li garzoni de le bbotteghe da
 l’avventori, eccetra et eccetra, lo stesso come s’aùsa p’er Natale e p’er
 Capodanno.
 Ma da quarche ttempo a ’sta parte, piano piano, ’st’usanza che qui pare che sse
 ne voji annà’ ddar muto come ttante e ttant’antre.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="184">
          <head type="Titolo"> 183.  Er cortello. </head>
          <p>
 Er cortello, pe’ li Romani der mi’ tempo, era tutto, era la vita!
 Se lo tieneveno in saccoccia, magari assieme a la corona, e ogni tanto se
 l’attastaveno pe’ vvede si cc’era sempre, e sse l’accarezzaveno come si ffussi
 stato un tesoro.
 Pe’ lloro er cortello era un amico che nu’ li lassava mai ni la notte, ni er
 giorno. La notte, sotto ar cuscino, er giorno in bèrta. De quanno in quanno lo
 cacciàveno fôra, l’opriveno, l’allustràveno, l’allisciàveno, e mmagari se lo
 bbaciàveno.
 E sse lo bbaciàveno davero, si ssu la lama sbrilluccicante, ce stava scorpito er
 nome de l’innamorata, come presempio: "Nina, ’Nunziata, Rosa, Crementina,
 oppuramente: Amore mio, core mio, stella mia, pensiere mio".
 Perchè allora c’era l’ usanza che, ammalappena una regazza se metteva a ffa’
 l’amore, la prima cosa che arigalava ar su’ regazzo era er cortello.
 Anzi, a ’sto preposito, sempre a ttempo mio, veh?, una Tresteverina, una
 Monticiana, una Regolante, sposava controggenio un giovinotto che in tempo de
 vita sua nun avesse avuto che ffa’ cco’ la ggiustizzia, e nun avesse mai messo
 mano ar cortello. Era un vijacco, una carogna.
 Era ’na cosa nun troppo pe’ la quale, voi me direte: ma cche cce volete fa’? La
 mòda era accusì!
 Adesso l’usanza de rigalasse li cortelli, quanno du’ ggiovinotti se metteno a
 ffa’ l’amore, a Roma è sparita der tutto. Ma nno pperò in de li Castelli romani,
 come Mmarino, Castello, Arbano, Ggenzano, indove, speciarmente a Mmarino,
 l’usanza de rigalasse er cortello ausa incora.
 Quanno vinneno a Roma li francesi cor generale Paraguai, cacciorno fôra un
 editto indove la quale ce diceva: che cchi era trovo cor cortello in saccoccia
 sarebbe stato schizzo fatto fucilato.
 Fu ttrovo infatti a un certo Lorenzo o Paolo Cascapera, che, mmezzo imbriàco,
 arispose ar gendarme che je trovò er cortello: "Lo porto per ammazzà’ un
 francese".
 Callo callo, fu pportato a ppiazza der Popolo, e ffucilato su ddu’ piedi, senza
 procèsso e gnente.
 M’ariccontava la bbon’anima de mi’ padre, che quanno in d’un’osteria de
 Trestevere o dde li Monti, se presentava un gendarme francese a ffa’ er
 perquirato, a uno a uno, a ttutti l’avventori, questi, prima d’arzasse,
 piantaveno la punta der cortello sotto a la tavola indove staveno a ssede’, poi
 s’arzàveno e sse ffaceveno visità’, ssenza fa’ un fiato.
 E ll’oste, la sera, prima da chiude, ce trovava sotto a le tavole trenta o
 quaranta cortelli, che ppoi, in de la ggiornata der giorno appresso, ogni
 avventore nun amancava mai d’annasse a ffa’ restituvì quello suo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="185">
          <head type="Titolo"> 184. Li Spiriti. </head>
          <p>
 Li spiriti ce so’ ddavero davero!
 E mmi’ nonna, bbenedetta sia, m’ariccontava sempre che nun solo n’aveva visti
 tanti, ma cciaveva puro parlato.
 Dice, che ffra ll’antri ce n’era uno, vistito d’abbate, ch’annava sempre a
 ttrova, quanno nun c’era a ccasa er marito, una commare sua. E je lassava sempre
 li sòrdi sur commò, e ’gni ggiorno je ce ne lassava de ppiù.
 Infatti quela commare de mi’ nonna (bbon’anima!), co’ queli sòrdi, ciaveva fatte
 un sacco de spesette pe’ ccasa.
 Ce s’era compra ssedie, commodini, un canterano... insomma un sacco
 d’impiccétti.
 Ma llei, minchiona, nun aveva da parlà’ co’ ’n’anima viva de chi je mannava
 quela providenza! Lo spirito je s’era tanto ariccommannato.
 Invece, un giorno, pe’ nun potè’ ttienè’ ccécio in corpo, che ffa? nu’ lo dice
 sotto siggir de confessione a ’na commare sua?!
 Accusì, ssentite che je successe. Quanno la sera aritornò ssu a ccasa, tutta la
 robba crompa co’ li sòrdi de lo spirito, azzeccàtece un po’? Era addiventata uno
 sfasciume.
 — Puro a mme nun m’è ssuccesso un fatto guasi uguale.
 Sentite questa.
 Un giorno, scégno ggiù in funtana, e tte trovo du’ bbajocchi su la pietra; er
 giorno appresso ce ne trovo quattro; er giorno doppo cinque; quell’antro
 appresso sei; un antro dieci, un antro du’ lire, un antro cinque... Abbasta fui
 ’na minchiona a uscimmene co’ le mi’ compagne. Si mme fussi tienuta quer segreto
 in panza, a ’st’ora sarebbe diventata mijonara, sarebbe!
 Questo poi nun è gnente. Se n’aricconteno tanti de ’sti fatti de
 ’st’apparizzione de li spiriti, che ssi ss’avessino d’ariccontà’ ttutti, nun
 abbasterebbe un tomo sano.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="186">
          <head type="Titolo"> 185.  La "Nunziatella". </head>
          <p>
 Se chiama accusì, perchè è una cchiesetta ciuca ciuca, che stà ccirca tre mmije
 lontana da Roma, su la via Appia antica.
 Li ’minenti e le ’minente de Roma aùseno d’annacce la prima domenica de maggio,
 in carozza o ssu li carretti, a facce una scampagnata.
 Prima se va a vvisità’ la cchiesola, doppo se va a ffa’ ccolazzione sur prato,
 indove in certe bbaracche improvisate, cce se magna e cce se bbeve da signori.
 A’ ritorno, ommini e ddonne, co’ li tremolanti e le rose in testa, in petto e
 ssur cappéllo, canteno li ritornèlli: mentre che li vetturini frusteno li
 cavalli, e ffanno a ffugge come spade.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="187">
          <head type="Titolo"> 186.  La Quaresima. </head>
          <p>
 Dar giorno de le Cénnere in poi la ggente divota, in de li quaranta ggiorni che
 ddura la Quaresima, osserva er diggiuno che cce commanna la cchiesa, e accusì
 ppuro le viggije commannate.
 Quanno in quaresima, verso sera, sentimo un certo sôno d’una campana, dimo pe’
 pproverbio: — La campana sôna a mmerluzzo: è ssegno che ddomaní è vviggija.
 E infatti in queli quaranta ggiorni de bbaccalà se ne fa un gran consumo.
 Però, ppe’ la ggente malannata de salute, cce so’ bbône ddispense p’er magnà’
 dde grasso, che sse ponno co’ ppochi sòrdi ottiene’ ddar curato de la parocchia.
 In quaresima pe’ ddivuzzione come ho detto se magneno li maritózzi, anzi c’è
 cchi è ttanto divoto pe’ mmagnalli, che a ccapo ar giorno se ne strozza nun se
 sa quanti.
 Manco male che lo fa ppe’ divozzione!
 A ttempo mio, tutte le paine e li paini, come ppuro li minenti de Roma, annaveno
 a Ssan Pietro ogni vennardì dde marzo, e cco’ la scusa de sentì’ la predica,
 faceveno conversazione, sgrinfiàveno e ciancicàveno maritòzzi.
 A cchi cciannava, acquistava l’indurgenza. Tant’è vvero che tutti li vennardì
 (sempre parlanno de quelli de marzo) annava a Ssan Pietro puro er Papa
 accompagnato da li cardinali, che j’annaveno appresso a dua pe’ ddua, da le
 guardie nobbile, da li svizzeri e anticamente da li capotori. Arrivato llì sse
 metteva in ginocchio e cce restava a ppregà’ quarche mmezz’ora bbôna.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="188">
          <head type="Titolo"> 187.  Le "scalette" de mezza Quaresima. </head>
          <p>
 A mmezza quaresima c’era ’st’usanza qua.
 Se faceveno co’ la carta certe scalette, e ssenza fasse accorge, s’appuntaveno
 co’ le spille de dietro a l’abbiti de la ggente, che ppassaveno pe’ strada.
 Poi je s’annava appresso strillanno:
 — Acqua! acqua!
 E a ttempo mio a ssentì’ strillà’ "acqua" quarche d’uno s’affacciava e je
 bbuttava pe’ ddavero l’acqua addosso.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="189">
          <head type="Titolo"> 188.  La settimana santa. </head>
          <p>
 Da quanno se legheno le campane infinenta che nun se sciòjeno, ossia dar
 giovedì ar sabbito santo, er mezzogiorno, l’ore de la messa e dde ll’antre
 funzione de le cchiese, li chirichetti le sonàveno defôra de la cchiesa, co’ li
 tricche-tràcche.
 A ttempo mio, li regazzini, in ’ste giornate; annaveno co’ le mazzole a sbatte a
 ttutte le porte, li portoncini e li portoni de le case e dde le bbotteghe per
 avvisà’ la ggente quann’era mezzogiorno e ll’avemmaria.
 Un passo addietro. Er ggioveddì ssanto s’annava a vvisità li santi sepporcri,
 come adesso; perchè le visite vàlessino bbisognava falle dìspere.
 Chi ne visitava sette a l’infila s’acquistava l’indurgenza prenaria.
 Drento la cchiesa de San Pietro, la sera der gioveddì e dder vennardì ssanto,
 attaccata per aria, sopra l’artare maggiore, ce metteveno una gran croce de
 metallo lustro, arta un tre ccanné e llarga una e mezza, illuminata da guasi un
 mijaro de lumini, che sbrilluccicava come un sole.
 Se chiamava la croce luminosa.
 Quanno poi se sciojéveno le campane, allora se faceva un inferno.
 Se sparàveno zaganelle, bbòtti, mortaletti e infinenta schioppettate.
 Pe’ le case intanto, tutte le persone de la famija inginocchiate, odoraveno er
 Signore trionfante.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="190">
          <head type="Titolo"> 189.  Le "mostre" de li pizzicaroli. </head>
          <p>
 Ne le du’ sere der gioveddì e vennardì ssanto, li pizzicaroli romani aùseno a
 ffa’ in de le bbotteghe la mostra de li caci, de li preciutti, dell’ôva e dde li
 salami.
 Certi ce metteno lo specchio pe’ ffa’ li sfónni, e ccert’antri cce fanno le
 grotte d’ôva o dde salami, co’ ddrento er sepporcro co’ li pupazzi fatti de
 bbutiro, che sso’ ’na bbellezza a vvedesse.
 E la ggente, in quela sera, uscenno da la visita de li sepporcri, va in giro a
 rimirà’ le mostre de pizzícaroli de pórso, che ffanno a ggara a cchi le pô ffa’
 mmejo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="191">
          <head type="Titolo"> 190.  Le "Missióne". </head>
          <p>
 L’urtimi ggiorni de quaresima, se faceva l’ottavario der catechisimo o le ccusì
 ddette Missione.
 Er doppopranzo insinenta a ll’Avemmaria, tutti li negozzianti de Roma, compresi
 l’osti, li trattori, li tabbaccari, l’orzaroli, eccetra, chiudeveno le
 bbotteghe.
 E ognuno se n’annava a ppredica, indove la quale er predicatore spiegava la
 dottrina pe’ ppreparà’ li cristiani a ppijà’ la santa Pasqua.
 In certe cchiese predicaveno bbene assai li Missionarii. Uno de questi, bbravo
 assai, tutti l’anni m’aricordo che ppredicava a la Consolazzione.
 E mme s’aricorda puro che ll’urtimo ggiorno de quaresima, se faceva un
 focaraccio su la piazza de la cchiesa médéma; e er predicatore cor Cristo in
 mano piagnenno e urlanno come un ossessio, ciabbruciava libbri provìbbiti,
 cortelli, fatture e antre cose contrarie a la nostra santa fede.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="192">
          <head type="Titolo"> 191.  Er primo d’aprile. </head>
          <p>
 Come in tant’antri paesi der monno, puro qua da noi, in de ’sto ggiorno,
 s’auseno li pesci d’aprile, pe’ ffasse du’ risate a le spalle de li micchi.
 Pe’ lo ppiù se fa ddisperà’ quarcuno cor mannallo a ffa’ un’ imbasciata da un
 amico che è ggià d’accordo pe’ mmannallo da un antro, e questo da un antro, e
 ppoi da un antro, a pportaje una scatola magara co’ quattro o ccinque serci de
 quelli bbastardóni drento.
 Pe’ ffurtuna che ar monno li micchi nun so’ mmai amancati.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="193">
          <head type="Titolo"> 192.  Er taramoto. </head>
          <p>
 Ecco in che mmodo er Belli, in d’un su’ sonetto majuscolo spiega come ar monno
 succede er taramoto.
 Dice che in fonno in fonno a la terra c’ è una gran bucia fónna fónna, indove ce
 scóla tutta l’acqua der monno sano, e cciarimane drento, come si ’sta gran bucia
 fusse una gran marmitta.
 Quanno ar diavolo (Gesummaria!) jé sarta er grillo de facce fa’ er sartarello,
 pija una torcia de péce e ccaperchio l’acenne, va a ffa’ un giretto in de la
 bbucia, e in d’un momento fa bbulle tutta quela gran acqua.
 Allora l’acqua arza er fume; e er fume che nun sa dda che pparte uscì’, fa ccome
 quanno la pila sta ssur ffôco che bbulle, che, si è cchiusa, fa smove o ffa
 sartà’ er cuperchio. Allora er monno bballa, e ’sto bballo se chiama er
 taramoto.
 Quanno, sarvógnóne, viè’ er taramoto, e cche uno se trova drento casa, l’unico
 modo de sarvasse, è dde ficcasse sotto er vano de ’na porta o dde ’na finestra e
 intonà’ le littanie.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="194">
          <head type="Titolo"> 193.  Che ddicéveno e cche ddìcheno li sôni de certe campane. </head>
          <p>
 Presempio, la campana de Santa Maria Maggiore, quanno sôna, dice:
 — Avemo fatto li faciòli, avemo fatto li faciòli!".
 E quella de San Giuvanni Latterano je domanna co’ quer su’ vócióne:
 — Con ché? con ché? con ché?".
 E la campanella de Santa Croce in Gerusalemme dice che j’arispónne:
 — Co’ le codichèlle, co’ le codichèlle, co’ le codichèlle!".
 La campana de Santa Maria in Traspontina, quanno invece sôna pare che ddichi:
 — Andó’ se maggna la pulenta? Andó’ se maggna la pulenta?".
 E allora er campanone de San Pietro pare che j’arispónni:
 — In Bórgo, in Bórgo, in Bórgo".
 Nun senza un perchè li Bborghiciani cianno pe’ ssoprannome: magna pulenta.
 E la campana de la Pulinara, indove ce stanno le scóle, dice:
 — Regazzi a scôla e sservitori in sala; regazzi a scôla e sservitori in sala!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="195">
          <head type="Titolo"> 194.  La Luna. </head>
          <p>
 A la luna, massimamente quann’è lluna piena, je se vedeno l’occhi, er naso e la
 bbocca.
 Drento, come ggià vve l’ho ddetto, ce sta quer boja de Caìno.
 Ce lo mannò er Signore doppo l’amaro ammazzamento de su’ fratello Abbèle.
 La luna ha infruenza su li parti, su li capélli, su le ógna e ssur tempo.
 Su li parti, come v’ho spiegato in ’sto medemo libbro a li Rimedi simpatichi,
 perchè er parto se conta a llune; e ssu li capélli e ssu ll’ógna perchè ttanto
 li capéllì che ll’ógna, si sse tajeno a lluna calante, stanno assai tempo prima
 de ricresce; s’invece se tajeno a lluna crescente, tanto li capélli che ll’ógna,
 v’aricréscheno in sur subbito.
 Quanno una persona, o speciarmente u’ regazzino, fa un versaccio cor grugno o
 cco’ la bbocca, je se dice pe’ metteje pavura: "Abbada che ssi ccé fa la luna,
 ciarimani!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="196">
          <head type="Titolo"> 195.  Er tamburo der tempo de la Ripubbrica Romana. </head>
          <p>
 Er tamburo der tempo de la Ripubbrica romana quanno sónava, li romani, pe’
 mmettello in ridicolo, dicheno che ffaceva:
 "Bburà-ccì-ccì,
 Bburà-ccì-ccì,
 La Ripubbrica
 De li strá-cci-cci!
 Bburà-ccì-ccì,
 Bburà-ccì-ccì,
 La Ripubbrica
 De li strá-cci-cci!"
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="197">
          <head type="Titolo"> 196.  Er lago a ppiazza Navona. </head>
          <p>
 Tutti li sabbiti e le domeniche d’agosto, s’atturava la chiavica de la funtana
 de mezzo de piazza Navona, e la piazza ch’era fatta a scesa, s’allagava tutta.
 Che bber divertimento!
 La mmatina ce s’annava in carozza, o in carettella. Io m’aricordo d’essece ito
 co’ mmì’ padre a sguazzà’ in de ll’acqua, pe’ ffa’ sciacquà’ le róte infangate
 de la carozza, quanno aritornamio da le grotte de Testaccio.
 La domenica, doppo pranzo poi, in un gran parco piantato sotto ar palazzo Doria,
 fra er portone e Ssant’Agnesa, c’era la bbanda de li pompieri che ssônava ’na
 mucchia de sônate p’arillegrà’ la ggente.
 Intorno a llago c’ereno ’na quantità dde cocommerari co’ le loro scalette piene
 de cocommeri che strillaveno: "Curete, pompieri, che vva a ffôco!"
 E ppoi mosciarellari, brusculinari, mandolari; regazzini che se pijaveno a
 spinte e sse bbuttaveno in de ll’acqua; ggente che ppe’ scherzo se la
 schizzàveno in faccia: urli, strilli, risate da nun dì, ecco ch’édera e’ llago
 de piazza Navona.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="198">
          <head type="Titolo"> 197.  Er pane. </head>
          <p>
 Quanno casca un pezzo de pane per tera, bbisogna ariccojello, bbaciallo, e ssi
 ss’è sporcato, e nun se pô ppiù mmagnà’, se bbutta sur fôco.
 Le pagnotte poi nun vanno mai messe su la tavola a ppanza pell’aria, perchè si
 nnó ppiagne la Madonna.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="199">
          <head type="Titolo"> 198.  Er giustizziato e lo schiaffo aricordativo. </head>
          <p>
 Quanno sotto a li preti se faceva ggiustizzia a li Cérchi, c’era er costume che
 li padri ce portaveno puro li fiji, perché je servissi d’esempio.
 E quanno Mastro Titta tirava ggiù la mannara, ar temp’istesso, er padre
 appoggiava ’no schiaffo ar fijo e je diceva:
 — Aricordete che ’sta fine la fanno certi che sso’ mmillanta vorte mejo de te.
 De’ resto li romani, quanno c’era d’annà’ a vvede’ cascà’ quarche ttesta, ce
 godeveno assai, perchè cciavemo incora er detto, quanno fà bber tempo:
 — Bbella ggiornata, peccato che nun ce sii l’impiccato!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="200">
          <head type="Titolo"> 199.  La sepportura de Nerone. </head>
          <p>
 È un gran masso de pietra bbianca, andove sotto c’è seppellito Nerone, e cche
 sse trova i’ mmezzo a la campagna romana un quattro mija e mmezzo distante da
 Porta der Popolo a mmanomanca de chi vva in su, versi Pontemollo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="201">
          <head type="Titolo"> 200.  La ssedia der Diavolo. </head>
          <p>
 Fôra de porta Pia, passata Sant’Agnesa, a la stessa mano de la cchiesa e gguasi
 de faccia a la trattoria de Màngheni, prima c’era come una scesa e ppoi un gran
 prato, che cce stà incora, indove ce so’ ccerti pezzi de muri vecchi, fatti come
 una ssedia, che se chiameno la ssedia der Diavolo.
 Ma er perchè se chiami accusì, nun s’è ppotuto mai sapè’.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="202">
          <head type="Titolo"> 201.  La Sirena. </head>
          <p>
 È un pescione grosso grosso, mezzo pesce e mmezza donna.
 Dice, che ccià la faccia da donna, le zinne, le bbraccia, e insomma, infinenta a
 la panza è ttutto talecquale a ’na femmina; e dda la panza in giù è ppesce.
 Dice, che la notte sortanto se fa vvede’ su le spiaggie der mare e ccanta e
 ssôna accusì ggraziosa che incanta chiunque capita a ppassà’ dde llì; e quanno
 ariva a incantà’ quarch’ômo, se l’abbràccica, e sse lo porta co’ llei a lo
 sprefonno der mare.
 Da la sirena so’ vvenute le serenate che ffanno la notte li ggiuvinotti a
 ll’innammorate de loro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="203">
          <head type="Titolo"> 202.  L’imperatore de la Dottrina cristiana. </head>
          <p>
 Anticamente l’imperatore de la dottrinèlla cristiana se procramava a la cchiesa
 der Pianto che stà a ppiazza Ggiudìa.
 Lì sse faceva la disputazzione de la dottrinella der Bellarmino. Ce pijaveno
 parte li regazzini de le diverse parocchie, scerti tra li ppiù bbravi che
 ssapeveno a la mmente tutta la dottrina.
 Llì, nun m’aricordo bbene, ma mme pare che sse spartiveno in du’ partiti: er
 partito romano e er partito bbizzantinio; e ppoi se metteveno a quistionà’ tra
 dde loro come ttanti mozzorecchi.
 Quello de ’sti regazzi che risponneva ppiù bbene a le domanne e je la sonava
 mejo de tutti, era da un cardinale fatto imperatore.
 ’St’imperatore, doppo quarche ggiorno, annava a ffa’ vvisita ar Papa; e je
 chiedeva, o ppe’ ddì’ mmejo, aveva de jura er dritto de chièdeje una grazzia.
 Guasi sempre je chiedeva pane e vvino pe’ ttutta la vita; e er Papa, quann’era
 ppiù granne, je dava un’accupazione in quarche ufficio.
 In de l’annà’ cche l’imperatore faceva dar Papa, strada facenno, era portato in
 trionfo, e tutta le ggente strillava
 — Evviva l’imperatore!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="204">
          <head type="Titolo"> 203.  La Madonna der Divin’amore. </head>
          <p>
 A la Madonna der Divin’Amore ce se va e’ llunedì dde Pasqua. E dde solito
 ciannaveno sortanto che le femmine.
 Ecco anticamente com’era l’uso.
 La mmatina abbonóra se montava in carozza, s’annava a ppija er caffè ar Caffè
 dde piazza Morgana, e ppoi se partiva p’er Divin’Amore che stà a ssette mija
 fôra de porta San Giuvanni a la tenuta de Caster de Leva.
 Arivati llà, sse sentiva prima de tutto la messa; e ddoppo èssese goduti tutti
 li gran miracoli che allora faceva la Madonna, come stróppi che bbuttaveno le
 strampèlle, cèchi che cce vedeveno in sur subbito, regazze indemoniate che
 vvommitaveno er demonio, donne affatturate che vommitaveno trecce de capelli, et
 eccetra, s’annava in de le bbaracche a ffa’ ccolazzione, e ddoppo èssese
 infiorate bbene bbene la testa, er petto, li cappelli, le testiere de li
 cavalli, co’ li tremolanti e le rose, se partiva per
 Arbano.
 Llì, sse pranzava, se bbeveva a ggarganella da pe’ ttutte le bbéttole indove
 c’era er vino bbôno, e ppoi cantanno li ritornelli, se faceva a cchi ppiù
 ccureva pe’ ritornà’ a Roma. S’intenne che strada facenno s’aribbeveva a le
 Frattocchie, a le Capanèlle, a Ttor de mèzza via; e dda Bardinótti o a Pporta
 San Giuvanni, se faceva la ccusì ddetta bbevuta de la staffa.
 Pe’ strada siccome se faceva a ccurre co’ ttutte le carozze, succedeveno sempre
 guai: o ccarozze sfasciate, o ggente ferite o mmorte.
 Arrivati a Roma, s’annava a ppija er gelato ar Caffè dde San Luviggi de’
 Francesi o a quello de li Crapettari.
 La dimenica appresso, poi, co’ la somma che cciarimaneva de li sordi che ogni
 festaróla aveva cacciati, s’annava a ffa’ un’antra scarozzata p’er Corso, e ssi
 cce scappava, un antra magnata fôr deporta.
 Le lavannare, per annacce, metteno un grosso o un pavolo peromo a la sittimana.
 Quella de loro che arègge er mammone la chiameno la cassaròla.
 E quann’è er Divin’Amore, lei, siconno quanto ce trova in cassa, pensa a ffà’ le
 cose co’ ppiù sfarzo o mmeno sfarzo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="205">
          <head type="Titolo"> 204.  La Passatèlla. </head>
          <p>
 Pe’ ’sto ggiòco, vvedi in de ’sto medemo libbro le: Regole p’er giôco de la
 Passatella.
 Prima che io le spubbricassi, a Roma, se diceva che ’ste regole staveno sotto ar
 cu... de Pasquino, talecquale ar libbro der Perchè.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="206">
          <head type="Titolo"> 206.  Quello che sse magna in certe aricorenzie. </head>
          <p>
 A Roma, er primo de ll’anno se màgneno le lenticchie e ll’uva; perchè chi
 mmagna ’ste du’ cose, dice, che cconta quatrini tutto l’anno.
 Er ggiovedì ggrasso se magneno le frappe, li bbocconotti e li raviòli.
 In quaresima, ceci, bbaccalà e mmaritòzzi a ttutta battuta.
 Er giorno de San Giuseppe, le frittèlle e li bbignè.
 Er giorno de Pasqua, l’agnèllo, er brodetto, l’ôva, er salame e la pizza
 rincresciuta.
 In aprile: caprétto ggentile.
 Pe’ l’Ascensione (24 de maggio), la ggiuncata.
 La notte de San Giuvanni (24 de giugno) se magneno le lumache.
 Pe’ settembre: l’uva ch’è ffatta e ’r fico che pènne.
 In ottobbere che sse fanno le vignate, gnòcchi e mmaccaroni a ttutto spiano.
 Pe’ li Morti, se magneno le fava pe’ mminestra, e ppoi le fava da morto dórce e
 ll’ossa da morto.
 Pe’ Ssan Martino (11 de novembre) s’opre la bbotte e ss’assaggia er vino nôvo.
 Pe’ Nnatale se magneno li vermicelli co’ l’alice, l’inguilla, er salamone, li
 bbroccoli, er torone, er pangiallo, et eccetra et eccetra.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="207">
          <head type="Titolo"> 206.  Er vino. </head>
          <p>
 Er vino nun è ccome ll’ojo che quanno se sverza o pper tera o ssu la tovaja
 porta disgrazzia.
 Er vino invece porta furtuna, e cche straccio de furtuna!
 Tant’è vvero, che quanno se sversa su la tavola da pranzo tutti ce vanno a
 intigne le déta, e ppoi ce se strufineno la faccia, la fronte, le labbra e lo
 bbaceno.
 Infatti, quanno se va a bbeve a ll’osteria, quer goccétto, che cce se sciacqueno
 li bbicchieri, se bbutta su la tavola e mmai per tera.
 Speciarmente da quanno er vino costa tanto caro! Indove so’ iti queli tempi
 bbeati che sse venneva pe’ Roma a un bajocco la fojetta e:
 "Ppe’ ddispetto der diavolo, ddieci fojette a ppavolo?".
 Prima (e ppuro adesso) quanno entravio in d’un osteria, e cce trovavio dieci,
 venti, trenta amichi che bbevéveno, ognun de loro v’offriva er su’ bbicchiere
 ppe’ bbeve.
 Bbisognava pe’ fforza mettécce la bbocca, o intignécce magara le labbra a ttutti
 venti trenta e ppiù bbicchieri, senza scartanne uno. Si nnó quello che vve
 l’offriva, credènnose che l’avessivo co’ llui, se sarebbe potuto offènne, e
 ffavve, mai mai puro quarche àsola ar corpétto.
 Ne so’ ssuccessi tanti de ’sti casi!
 E giacchè ssemo sur discorso der vino, io dico che in gnisuna parte der monno se
 bbeve tanto vino come a Roma.
 Io m’aricordo che la bbenedett’anima de mi’ padre che cce negozziava, carcolava
 uno sciupo de vino d’un quartarolo ar giorno, per ogni carettiere che cciaveva
 ar servizzio.
 E bbisognava vede si cche ppezzi d’ômmini ribbusti che èreno, e ccampàveno
 quant’e Nnovè.
 Dunque sii ogni sempre bbenedetto er vino e cchi l’ha inventato!2
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="208">
          <head type="Titolo"> 207.  Li rifuggi. </head>
          <p>
 A ttempo mio c’era incora er dritto de rifuggio, in de le cchiese, in de li
 conventi, in de li palazzi de li Cardinali, de l’imbasciatori, in de lo Spedale
 de San Spirito e in antri lochi sagri; cusì in de le tenute der Capitolo de San
 Pietro, e in quelle de San Spirito come, presempio, Cónca e Ccampomorto.
 Quann’un tale ammazzava o rubbava, abbastava che sse fussi aricoverato in uno de
 quelli siti, per esse lassato nun solo libbero, ma riverito e rispettato.
 M’ariccontava la bbôn’anima de mi’ padre che a ttempo suo, abbastava
 d’attaccasse a la tonica d’un frate che ppassava pe’ strada, pe’ nun èsse
 arrestato.
 Er frate, guasi sempre, lo lassava fa’ ssenza da’ retta a li ggendarmi che je
 diceveno de scacciallo; e sse lo portava ar convento.
 Lì je dava rifuggio, insinenta a ttanto che nun se staccava la licenza per
 agguantallo; ma cc’era sempre quarche pprotettore che cce se metteva de mezzo
 pe’ smorzà’ la cosa, e ddoppo quarche mmese nun se ne parlava magara ppiù.
 A ppreposito de ’sto rifuggio, una vorta n’assuccèsse una bbella!
 A ppiazza der Monte de Pietà, una mmatina, un ladro, per avè’ rubbato un so cche
 ccosa, ciaveva a le tacche a le tacche un gendarme der papa che stava un pélo
 per agguantallo.
 Ma e’ lladro je svicolò ppe’ li Chiavari arivò a Ssant’Andrea de la Valle, e
 mmontò ssu li scalini de la cchiesa.
 Llì, ssicuro der fatto suo, se fermò. Sicchè ppuro ar gendarme je convinne de
 fermasse da piedi a la scalinata; ma je se vedeva da ll’occhi che la rabbia se
 lo divorava.
 E’ lladro che sse n’incajò, ppe’ ffallo addannà’ dde ppiù, pprese e je fece una
 sòrba col la bbocca.
 Nu’ l’avesse mai fatto! Er gendarme ch’era (come so’ ttutti) un romagnòlo, nun
 se poté’ ppiù contienè’. Ssalì li scalini de la cchiesa; e’ lladro entrò drento;
 er gendarme appresso: e’ lladro zzompa la bbalavustra de l’artar maggiore, e
 ssempre seguitato dar gendarme, s’attacca a la pianeta der prete che stava
 dicenno messa.
 Succèsse un sagrilèggio, uno scànnelo, da nun potesse dì’!
 Er gendarme fu mmesso in prefosso; la cchiesa fu serrata nun so ppe’ quanto
 tempo, finchè nun fu riconsacrata; e quanno lo fu, ce se lassò e’ lladro in
 libbertà che nun fu arestato che ddoppo un sacco de cerimogne.
 Quanno quarcuno, pe’ quarche ddelitto, scappava perseguitato da la pulizzia e
 ffaceva infinta de bbuttasse a ffiume, li sbirri o li ggendarmi, ar vedello su
 la spiaggia, se fermaveno e lo lassàveno fa’; p’er motivo, che si quello pe’
 sfuggilli s’affogava, era un’anima persa perchè mmoriva senza li sagramenti.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="209">
          <head type="Titolo"> 208.  L’opere. </head>
          <p>
 La domenica a mmatina a ppiazza Montanara, e ppiù in là, a ppiazza Farnese e a
 Ccampo-de-Fiori, s’aridunaveno tutti li villani per èsse prési a ggiornata da li
 padroni de le vigne e dda li mercanti de campagna.
 Cosa che sse chiamava fa’ ll’opere.
 Li villani, doppo avè’ ccamminato tutta la notte, entraveno drento Roma a lo
 spuntà’ dde ll’arba, in arme e bbagaji. ’Gni famija se portava appresso er
 somaro, le zzappe, le vanghe, la canèstra che je faceva da cùnnola p’er pupo, er
 callaro pe’ ccòce la pulenta, e vvia discurènno.
 Ammalappena arivati, stracchi morti com’ereno, se sdrajaveno tutti ammucchiati
 in de li cantoni de la piazza, che, a vvedelli, pareveno un mucchio de stracci
 de cento colori.
 Combinato che aveveno l’affare co’ li padroni, annaveno a ffa’ spésa dar
 salumaro e ddar fornaro; se faceveno un’infirzata de pagnotte cor una
 cordicella, che ppoi se metteveno a tracollo, e ttòcca!
 A ttempo de la mietitura era n’a bbellezza a vvede’ la partenza da Roma de li
 mietitori pe’ la campagna accompagnati da canti da sôni e dda bballi!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="210">
          <head type="Titolo"> 209.  La "Filarmonica". </head>
          <p>
 In de le piazze e in de ll’antri siti, indove ce capitàveno li bburini e li
 villani (ccome adesso a Ccampo-de-Fiori e a li Gipponari) c’ereno un sacco de
 vennitori de robba usata speciarmente de abbiti vecchi, de cappelli, e dde
 scarpe.
 Siccome le scarpe speciarmente stanno messe in fila, un paro appresso a
 ll’antro, pe’ strada, in modo che fformeno certe filare lónghe lónghe, noi pe’
 scherzo, a quelli che sse l’annaveno o sse le vanno a ccomprà’ llà, je dimo che
 sso’ scarpe comprate a la Filarmonica o dda Filomèna.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="211">
          <head type="Titolo"> 210.  Li bbarbieri de la "méluccia". </head>
          <p>
 Sempre a ppiazza Montanara o a Ccampo de Fiori, o ssotto er Portico d’Ottavia,
 Campo Vaccino, la Consolazzione, eccetra, vedevio accanto a li muri de le case,
 tre, quattro, cinque ssedie, messe una de qua, una de llà, cche ffaceveno da
 bbottega a artrettanti bbarbieri, che a Roma ereno, pe’ scherzo, chiamati de la
 méluccia; perchè, ddice, che a cchi ffaceveno la bbarba, je metteveno una
 meluccia in bocca, per abbottaje le ganasse.
 ’Sta meluccia che aveva da servì’ ppe’ ttutti l’avventori, se la magnava
 l’urtimo che arivava.
 Se pagava un baiocco pe’ llevasse una scaja d’otto, de quinnici e dde trenta
 ggiorni puro.
 A vvedelli llì a ssede era un morì’ dda’ ride’.
 Er barbiere, co’ ddu’ deta je strigneva la punta der naso e je lo tirava in su e
 ingiù seconno come je faceva commido pe’ sbarbificalli.
 ’Gni momento li lassava a nnaso per aria, mó pper affilà’ e’ rasore a la
 codétta, attaccata a la spallina de la ssedia, e mmó ppe’ rispónne a questo e a
 quello o ppe’ sdottrinà’ e ppe’ sputà’ ssentenze.
 E quer povero villano che je stavo sótto, cor grugno tutt’impiastrato de sapone
 da un bajocco a la libbra, stava llì tutt’arissegnato, co’ ll’occhi che je se
 sperdéveno per aria, senza nemmanco tirà’ er fiato, pe’ ppavura de quarche
 sgarro ar vicolo de li tozzi.
 Sbarbificato che l’aveveno, s’arzava, s’asciuttava er grugno a la manica de la
 camicia, e un antro bburino s’annava a mette ar posto suo, intanto ch’er
 barbiere strillava:
 — Sótto a cchi ttócca!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="212">
          <head type="Titolo"> 211.  Li fornari. </head>
          <p>
 Anticamente, da noi, ppiù dde tanti forni nun cé poteveno stà’; ccusì ppuro
 tutti li fornari nun poteveno fa’ le pagnottelle; li semmolini e li panetti,
 senza godenne er privilèggio.
 Ogni forno ciaveva un nummero; presempio uno, dua, tre, quattro, e accusì vvia
 discurrenno, insinenta ar nummero stabbilito dar prisidente de la grascia o dda
 quello de la farina.
 Er nummero, in granne, lo doveveno tienè’ appiccicato ar muro, in modo che
 ttutti lo vedessino.
 È ccuriosa che ccerti fornari antichi, antichi, a ttempo mio, in un cantone de
 la bbottega ce tieneveno un’alabbarda.
 J’ho ddomannato er perchè; mm’hanno arisposto che anticamente, ’gni forno aveva
 dritto, quanno succédeveno li tumurti pe’ vvia de la caristia, de avecce un
 svizzero de guardia che cce piantava la ’labbarda.
 Nun abbasterebbe un tomo pe’ scrivecce drento tutti l’usi patriarcali de li
 fornari antichi de Roma, come ppuro de cert’antri bbottegari, che a lleggello,
 sarebbe propio ’na bbellezza.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="213">
          <head type="Titolo"> 212.  Li frati cercatori o "ttorzóni". </head>
          <p>
 Li frati cercatori, che a Roma li chiamamo frati torzóni, anticamente faceveno
 un po’ dde tutto.
 Daveno li nummeri a’ llotto, spiegavene l’insogni; ereno mèdichi, caccia-denti,
 curaveno la guàllera, e ttutti l’antri malanni, pe’ ppochi bbajocchi.
 Accompagnaveno li morti, faceveno le corone, li modelli a li pittori, e ssi cce
 rugate puro la trombetta.
 In cammio der bajòcco che je davio, v’arigalàveno una manciatella d’insalatina,
 e una presa de tabbacco.
 A pproposito der tabbacco de li frati, a Roma, se dice pe’ scherzo, che lloro ce
 ll’hanno de du’ qualità: tabbacco de ritorno e ttabbacco in corda.
 Er tabbacco de ritorno sarebbe quello che li frati ràschieno da li fazzoletti da
 naso, doppo d’avelli messi ’asciuttà’ ar sole; e er tabbacco in corda sarebbe
 quello che... Avvicinàteve che vve la dico a l’orecchia, perchè è ttroppa
 zózzóna.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="214">
          <head type="Titolo"> 213.  Li scrivani pubbrichi. </head>
          <p>
 L’urtimi che cce so’ avanzati, adesso l’hanno confinati su la piazzetta de Tor
 de Specchi. Prima invece staveno a ppiazza Montanara e a Ccampo de Fiori e in
 antri siti.
 Ogni scrivano pe’ llegge una lettra e ppe’ ffaje la risposta pijava tre
 bbajocchi; adesso invece pijeno cinque o ssei sordi.
 Eppuro io de ’sti scrivani n’ho cconosciuti certi che a fforza da scrive’
 lettre, hanno fatto furtuna; sso’ aritornati ar paesé co’ quarche mmijaro de
 scudi, e ffanno li signori.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="215">
          <head type="Titolo"> 214.  Er vennitore de mózze. </head>
          <p>
 Co’ ’na mucchia de pezzi de sigheri, che nnojantri chiamamo: cîche, mózze,
 mózzóni e bberzajèri, tutti ammucchiati in diversi foji de carta straccia, stesi
 per tera, er mozzarólo s’appostava, le domeniche a mmatina, pe’ le piazze e ppe’
 le strade indove li villani e li bburini bbazzicàveno, pe’ vvennéjeli.
 Nojantri queli poveri villani, pe’ scherzo, li chiamamio: Ingresi de piazza
 Montanara.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="216">
          <head type="Titolo"> 215.  Le sfide a ccantà’ dda poveti. </head>
          <p>
 Se faceveno per lo ppiù tutte le domeniche a ssera, in de l’osterie,
 oppuramente in quarche ccaffè de li Monti e dde Trestevere, o anche in campagna.
 S’aridunaveno una ventina o ’na trentina de conoscenti, ômmini e ddonne, e llì
 ssu ddu’ piedi; se sfidàveno tra dde loro, a cchi improvisava mejo ottave, sopre
 una cosa o ssopra un’antra.
 Certe vorte ’ste sfide duraveno insinenta due o ttre ggiorni de seguito, senza
 mai ariposasse nemmanco la notte.
 Bisognava vede’ come ce s’accaloraveno tanto li du’ poveti, quanto quelli che li
 staveno a ssentì’!
 Ce pijaveno parte puro le donne; ho inteso improvisà’ certe lavannare, che ssi
 l’avéssivo intese, bbenché llavannare, ve faceveno arimane de stucco, ve
 faceveno!
 Indove l’improvisatore l’attastava, loro arisponneveno. Su la storia Romana, su
 la Greca, su la guerra de Troja, su la mitologgìna, su la storia Sagra, su
 ttutto.
 Un calascione o un mandolino pizzicato accompagnava li versi che ereno cantati
 dar poveta improvisatore.
 Li du’ urtimi improvisatori ppiù bbravi che mme aricordo io, so’ stati un certo
 Papóne, cucchiere dei principe Bborghese, e un certo Salustri, un carzolaro
 Monticiano, che a ssentilli tutt’e ddua ve faceveno arimane a bbocca spalancata!
 Er poveta vincitore riceveva evviva, sbattimenti de mane e bbicchieri de vino a
 ppiù nun posso; e quello che pperdeva, urli e ffischi a ttutto spiano.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="217">
          <head type="Titolo"> 216.  Tre ggenerali francesi. </head>
          <p>
 ’Na vorta Napoleone Primo mannò a Roma tre ggenerali francesi.
 E ssentite, si vvolete ride, come (parlanno con poco rispetto) se chiamaveno:
 uno Cacò, uno Sammaló e uno Morì.
 Figurateve li romaneschi de quer tempo come se li ripassaveno!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="218">
          <head type="Titolo"> 217.  Perchè li Papi se cambieno er nome. </head>
          <p>
 Perchè si er papa, ammalappena è ffatto papa nun se cambiasse er nome,
 camperebbe poco, si nu’ mmorirebbe subbito.
 Infatti quarche ppapa che nun se l’è vvorsuto mutà’, de llì a ppochi ggiorni che
 l’hanno incoronato, è ito a ffa’ terra pe’ cceci.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="219">
          <head type="Titolo"> 218.  Quanno môre un cardinale. </head>
          <p>
 Fatece caso, quanno môre un cardinale, de llì a ppochi ggiorni, se n’ammàleno
 antri dua e je vanno appresso.
 E pperchè? Perchè li cardinali da sì cch’er monno è mmonno, quanno se ne vanno a
 ll’antri carzoni, se n’hanno da partì’ a ttre ppe’ ttré.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="220">
          <head type="Titolo"> 219.  Su li muri dell’osterie. </head>
          <p>
 Sempre a ttempo mio, su li muri o su le porte de tutte l’osterie de Roma, c’era
 incollato un avvisetto stampato, indove c’era scritto:
 "Fratelli dilettissimi, astenetevi dalle bestemmie e pensate:
 1o Che Dio vi vede;
 2o Che Dio vi giudicherà su tutte le vostre parole, e specialmente sulle
 bestemmie;
 3o Che Dio è capace di castigare col fuoco questa lingua che vi è stata data per
 benedirlo e non per offenderlo"3.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="221">
          <head type="Titolo"> 220.  Li Bbarbieri e li Carzolari. </head>
          <p>
 Li bbarbieri e li carzolari der tempo passato, ereno li dotti der popolo che
 vve sapeveno dì puro quanti peli tieneva er diavolo su la códa.
 Raggionaveno come libbri stampati, e vve facéveno certi sproloqui da fa rimanè’
 incantato er più bbravo mozzirecchio che adesso ciavemo a la Pretura urbana.
 Er barbiere poi ce sdottorava puro da cirusico, co’ la cosa, che essenno
 frebbòtomo, ortre a ffa la bbarba, cacciava puro sangue.
 Lui, sapeva tutto. Quello che mmagnava a pranzo er papa; chi era er cornuto ppiù
 anziano e quello ppiù ffresco de tutta la nobbirtà romana; quanti cardinali se
 sarebbeno sputati ar prossimo Concistorio, e a uno a uno tutti li peti der
 vicinato.
 E ffinarmente pe’ rissomijà’ a ppennello ar Barbiere de Sivija, faceva a
 ll’occorenzia er portapollastri, e ppizzicava un tantinello de ghitarra.
 Era sempre alegro, dava ’gni sempre in cojonèlla, e bblú bblù blú, nu’ la finiva
 mai de chiacchierà’.
 V’annavio a ffà la bbarba? Lui co’ ’na grazzietta tutta speciale, ciaveva
 ssempre lo scherzo pronto. Ve diceva presempio:
 — Spero che domani ch’è la festa nostra, non me farete el torto de nun favorire
 un boccone da me.
 — Avrete un bon pranzo?
 — Altro! V’abbasti a ddì’ che dda glieri ho mmesso el pozzo in fresco e ho
 ttirato er collo a la svéntola!
 E ccusì via via!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="222">
          <head type="Titolo"> 221.  Li Macellari. </head>
          <p>
 Fra ttutti li vennitori de ggeneri magnarécci, er macellaro è er più simpatico,
 er più spiritoso, er più bburlone de tutti quanti.
 Sarà fforse er genere che vvenne che je s’addà’ ppiù a lo scherzo e ar doppio
 giôco de parola, sarà er mestiere, sarà er bon tempo che sse dà, ma è ppropio
 accusì.
 Quanno quele bbenedette, serve, pe’ ddasse l’aria de signore, disprèzzeno la
 carne che j’offre er bancarolo der macèllo, bbisogna vede’ quello con che mmodi
 se le ripassa!
 — Come! — je dice —’sto pézzo de scannéllo nun te fa? Abbada che tte sei fatta
 propio scontenta! Da quanno cascassi pe’ le scale, che tte so’ ccresciuti queli
 du’ bbozzi in pètto, nun ce se pô ppiù ccombatte... Zitta; vié’ qua: si’ bbôna;
 ché mmó tte contenta Checchino tuo. Dimme indove la vói: in der cularcio o in
 der fracoscio?... Qui? Brava!
 Allora taja un pezzo de carne, magara er peggio che ccià a bbottega, chiama e’
 regazzino, e je dice:
 — Avanti, regà’, allarga la spòrta a ’sta bbellezza, infilejece drento la carne:
 ccontentemela bbene, veh?...
 Un’antra serva je dirà mmettemo:
 — Ahó nun me dà’ la carne come jeri, che quanno la cacciai da la pila, s’era
 aritirata tutta.
 E er macellaro, serio serio:
 — Eh cche tte fa specie? Tutta la carne bbôna, còcca mia, quann’ha ffatto
 l’obbrigo suo, s’aritira.
 Presempio, entra un’antra, e je domanna:
 — Ciai pormóne?
 — Pormóne, nossignora: è tterminato. L’ho vvennuto tutto a le moniche de San
 Rocco. Stammatina je passa la visita er cardinale; e lloro cé se so’ allustrata
 la ggibbérna.
 Un’antra serva, presempio, je dirà cche la carne che ccià ppreso er giorno
 avanti, nun era tenera.
 E llui:
 — Cócca mia, nun te fa ssentì’ ddì’ ’ste resìe! La carne che tte do io, è un
 butiro, una ’giuncata!
 E ppoi attacca ’sta filastròccola:
 "’Sta carne è ccome l’arsura,
 Che ogni bbucio attura.
 Purifica, specifica, dolcifica,
 Magnifica, scarcagnìfica,
 Ammazza er vèrmine
 E ccrèpa la cratura:
 Spigne, slónga, slarga,
 E vvi scanza li péli de la bbarba!".
 E ortre a queste dice cento antre minchionene tutte ppiù bbelle e ppiù
 ssaporite.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="223">
          <head type="Titolo"> 222.  Le "Capate"1. </head>
          <p>
 Le capate se chiamaveno queli mucchi de vaccine de campagna, che, infinenta che
 qui nun c’era l’ammazzatóra, tutti li ggioveddì e li vennardì, entraveno sciôrte
 drento Roma, e cce faceveno succede er finimonno.
 Va bbè’ cche cc’ereno li bbùtteri a ccavallo che le metteveno in riga; ma la
 ggente ar solo vede quele penne, pe’ ppavura che je scrivessino quarche lettra
 in de la panza, scappàvano chi dde qua, cchi dde llà, a rifuggiasse in quarche
 pportone o bbottega; che — ddice er Belli in un sonetto magno — era un morì dda’
 ride’.
 Allora ogni macellaro ammazzava le su’ bbestie in der su’ macello, come aùsa
 incora in de li paesetti de montagna.
 ’St’usanza è ddurata a Roma infinenta ar 1820 o ppoco meno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="224">
          <head type="Titolo"> 223.  La precissione der Carmine </head>
          <p>
 detta de li "Bbucaletti".
 Se faceva in Trestevere in der mese de giugno, ne ll’ottavario der
 Corpusdommine, e usciva da la cchiesa de San Grisògheno o ppe’ ddì’ mmejo da
 ll’oratorio incontro indove se venerava la Madonna der Càrmine.
 Era una bbella precissione, perchè cciaveva uno de li ppiù bbelli stennardi de
 Roma.
 Se diceva de li Bbucaletti perchè ’sta precissione era fatta da la compagnia de
 li Vascellari, che in quer tempo, ortre a ffa’ le pile, li tigami, li dindaroli,
 li scardini eccetra, co’ la créta de fiume, ce faceveno puro li bbucali de
 cóccio che anticamente invece de le fojette e dde li mèzzi de vetro,
 s’addropàveno pe’ sservì er vino in de ll’osterie.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="225">
          <head type="Titolo"> 224.  Quanno s’incoronava un Papa. </head>
          <p>
 Er giorno e ttutti l’inniversari de l’incoronazione der papa, er guverno
 passava un grosso de limòsina a quarsesia poverello sii omo o sii donna, che sse
 fussi presentata in der cortilone der Bervedé ar palazzo der papa a Ssan Pietro.
 Le donne gravide o cco’ li fiji, invece d’un grosso, pijaveno un pavolo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="226">
          <head type="Titolo"> 225.  L’indemognati. </head>
          <p>
 So’ ggente, tanto femmine che mmaschi, che, ppoveracci, j’entra er diavolo in
 córpo, e je fa ccommette un sacco de stravèri, facènnoli addiventà’ ossièssi.
 Ccerte vorte pe’ ffa’ indemognà’ quarcuno abbasta che una strega o una
 fattucchiera j’arivi a ddà’ ppe’ bbocca un invortino de capelli, una mollica de
 pane, o quarche antra cosa affatturata.
 A l’indemognato, pe’ ffaje uscì’ er diavolo da corpo, bbisogna che un frate o un
 prete in còtta e stola cor crocifisso in mano lo ’sorcizzi.
 E allora l’indemognato rifà’ er diavolo da la bbocca, sotto forma d’una serpa,
 d’una nòttola, d’una treccia de capelli, d’una ciriôla o dd’una inguilla.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="227">
          <head type="Titolo"> 226.  Quanno li regazzini pìsceno a’ lletto. </head>
          <p>
 Li regazzini, mentre dormeno, se pìsceno sotto, si in de la ggiornata o in de
 la serata prima de corcasse, hanno tienuto in mano un prospero acceso
 oppuramente nun finito bbene de smorzà’; pprecisamente de quelli prosperi che
 uno bbutta, doppo avecce accéso e’ llume, er sìghero o la pippa che ssia.
 Veramente, quanno la madre o la zzia o la nonna troveno e’ regazzino che ha
 riccòrto un prospero acceso, je dìcheno pe’ mmetteje pavura:
 — Bbutta subbito quer prospero, si nnó ’sta notte pisci a’ lletto!".
 E llui sii che vva a’ lletto co’ quell’idea de pisciasse sótto, o sii quer che
 sse sia, er fatto sta che in de la nottata ce piscia pe’ ddavero.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="228">
          <head type="Titolo"> 227.  Pe’ ssapè’ ssi una donna incinta </head>
          <p>
 farà mmaschio o ffemmina.
 ’Sta cosa per lo ppiù succede quanno se magneno li polli.
 Ce so’ a ppranzo, mettemo, du’ donne gravide? A ddua de l’invitati, presempio,
 je viè’ ll’estro de sapé’ quale de le du’ donne gravide farà mmaschio.
 Uno scommette per una e un antro pe’ quell’antra.
 Che ffanno allora? Pìjeno co’ ddu’ deta, uno una punta uno l’antra, de
 quell’ossetto der pollo che je sta in punta ar petto, fatto come una specie
 d’una furcinèlla e cche in punta cià ccome un speroncino, e lo tireno forte uno
 de qua uno de llà.
 A quello de li du’ scommettitori che j’aresta in mano la parte de la furcinella
 co’ lo speroncino, è ssegno che la donna pe’ la quale ha scommesso farà un
 maschio, e quell’antra una femmina.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="229">
          <head type="Titolo"> 228.  "L’infiorata" de Ggenzano. </head>
          <p>
 A Ggenzano in de ll’ottavario der Corpusdominine, tutti l’anni ce se faceva la
 ccusì ddetta Infiorata, che era addrittura una de le sette maravije, e cche io
 incora me l’aricordo.
 Er più gran stradone che ddà su la piazza sale infinenta su la cchiesa che stà
 in arto in arto, vieniva in quer giorno tutto aricuperto de fiori freschi, come
 da un gran tappéto tutto fatto a ricami; che ppoi la precissione cor passacce
 sopre, lo guastava tutto, e era propio un peccato.
 Quer disegno a ffiori era fatto pèzzo pe’ pèzzo da li padroni de le case che
 stanno de qua e dde llà de lo stradone.
 Nun ve ne dico si Roma se spopolava per annasse a ggode’ quela magnificenzia, e
 ccusì ccoje l’occasione d’annasse a ffà’ una bbevuta de quer vinetto de Ggenzano
 ch’è una vera manna celeste!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="230">
          <head type="Titolo"> 229.  Le Madonne che upriveno l’occhi. </head>
          <p>
 Me l’aricordo puro io. ’Sto felomeno che dda tanto tempo nun succedeva ppiù è
 aricacchiato prima der 20 settembre der 1870, e ppuro fino a quarche mmese
 doppo; ma nun ha ffatto présa.
 Ortre a quarche Mmadonna, ccome quella de l’Archetto, quella vicino a l’Arco de
 Pantani che io, indegnamente, nu’ jè l’ho ppotuti vede’, ni uprì’ nni cchiude’,
 m’aricordo che ffece strepito un’immaggine de Ggesù Nnazzareno che sse venera a
 Ssanta Maria in Monticelli; ma ppe’ mme, co’ lo stesso affetto de le Madonne. Ce
 stiedi una mmatinata sana a ffissallo; ma er miracolo nun fui degno de vedello.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="231">
          <head type="Titolo"> 230.  L’acqua de Trèvi. </head>
          <p>
 A Roma se dice pe’ pproverbio:
 "L’acqua de Trèvi è una gran acqua".
 "Chi ha bbevuto l’acqua de Trèvi nun se ne scorda".
 "Chi vviè’ a Roma e assaggia l’acqua de Trèvi, ciarimane".
 E infatti l’acqua de Trèvi è la prim’acqua che cce sii ner mónno che nnojantri
 dimo pe’ pproverbio che guarisce dodici malanni; prova ne sii che ttutti quelli
 che l’assàggeno nun se ne vanno ppiù dda Roma, o ssi sse ne vanno è ttanta la
 smagna che pproveno de rifàssene una bbevuta, che cciaritórneno presto.
 Tant’è vvero che a ttempo mio, si quarche ggiuvinotto che ffaceva l’amore, aveva
 d’annà’ vvia pe’ quarche affare da Roma, c’era ’st’usanza.
 La sera prima de partì’ llui e la regazza se n’annàveno a Funtan de Trèvi;
 arivati llì scegnéveno ggiù intorno ar vascone.
 La regazza, cacciava da la saccoccia un bicchiere nôvo, indove nun ciaveva mai
 bbevuto gnisuno, l’empiva d’acqua e ppoi lo dava a l’innammorato.
 Questo se lo bbeveva; poi riconsegnava er bicchiere vôto a la regazza che lo
 pijava e lo sbatteva per tera facènnolo in cento pezzi.
 La regazza, ner dà’ ar su’ regazzo l’acqua de Trèvi a bbeve’, voleva intenne de
 dije:
 — Siccome chi bbeve ’st’acqua nun se pô scordà’ dde Roma, e la sorte ce lo deve
 rifà’ ritornà’ ppe’ fforza; accusì ttu, ner ricordatte de ’st’acqua de Roma, te
 possi ricordà’ ogni sempre de me, e ppossi aritornà’ ppresto".
 E nun c’è fforestiere che vviè’ a Roma che nun vadi a bbeve l’acqua a Funtan de
 Trèvi, per agurasse de ritornacce cento vorte a ribbevéssela.
 E per amicàssela, bbevuta che l’hanno, je bbutteno li sòrdi in de la vasca.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="232">
          <head type="Titolo"> 231.  L’arma d’un papa barbiere. </head>
          <p>
 Sopre la porta Pia, sur frontone in arto che sta dde faccia a la via Venti
 Settembre, si cce fate caso, c’è un scherzo de pietra fatto da ll’architetto che
 ha frabbicato quela porta.
 Siccome dice ch’er papa che l’ha ffatta fa’ ne vieniva de discennenza da la
 famija d’un barbiere, l’architetto pe’ ffallo sapè’ a ttutto er monno, cià fatto
 scorpì’ quela gran cunculina, co’ ddrento in mezzo un ppezzo de sapone e intorno
 a la cunculina er su’ sciuttamano co’ la su’ bbrava frangia de qua e dde llà.
 Scherzo che ddar medemo architetto è stato messo puro de qua e dde llà de la
 porta médéma.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="233">
          <head type="Titolo"> 232.  Ghetanaccio. </head>
          <p>
 Era un celebre bburattinaro; arto, palido, vestito cor un sacchetto de
 cottonina e con un baretto co’ la visiera che je copriva la capoccia: e una
 fame, poveraccio, che se la vedeva coll’occhi.
 Se n’annava pe’ Roma tutt’er giorno, cor casotto su le spalle, a scutrinà’ tutti
 li fatti de ll’antri, pe’ ricacciacce quarche commedia pe’ li su’ bburattini.
 Dice, che cchi je la faceva, je la pagava.
 Presempio er padron de casa lo citava, lui j’annava sotto casa sua, je piantava
 er teatrino sotto le su’ finestre, e lo metteva in ridicolo.
 Diverse vorte è stato in catorbia, per avè’ mmesso in ridicolo puro er Guverno.
 Trinciava li panni addosso a ttutti senza compassione. Ciaveva uno spirito tale,
 e una lingua accusì pizzuta, che ttajava come un rasore.
 Se n’aricconteno tanti de fatti e dde satire sur conto suo che cce vorebbe un
 libbro.
 Basterebbe questa sola. Purcinella domannava a Rugantino:
 — Dimme un po’ Rugantì’, ma pperchè li signori danno a bbalia li fiji?
 — Per imparaje da regazzini a ssucchià’ er sangue de la povera ggente.
 Ve ne vojo ariccontà’ un’antra che, ccredo, che nun sii mai stata stampata.
 Spesso, Ghetanaccio, era chiamato in de le case de la nobbirtà, pe’ rippresentà’
 quarcuna de le su’ commediole, co’ li su’ bburattini; una vorta, de Carnovale,
 l’invitò ar su’ palazzo a ddà’ una rippresentazzione l’imbasciatore de Francia.
 — M’ariccommanno però — je disse l’imbasciatore — che nun dite tante vassallate:
 e cche nun fate quelli tali atti co’ la bbócca.
 (Bbisogna sapè’, cche Ghetanaccio, a cciccio, sapeva tirà’ ccerte sòrbe o
 ppernacchie che ffaceveno rintronà’ ccasa).
 E Ghetanaccio je rispose:
 — Eccellenza, pe’ le vassallate nun si dubbiti; ma ssi llei me lèva puro le
 pernacchie, allora m’aruvina. Me permetti armeno de fanne una sortanto.
 — Vadi per una — je rispose l’imbasciatore — Ma cche ssia unica e ssola.
 Ecchete che vviè’ la sera de la rippresentazzione,
 Er salone de l’imbasciatore era pieno de cardinali, prelati, principi,
 principesse, eccetra.
 Incomincia la rippresentazzione. S’arza er sipario. Purcinella, vestito da re,
 sta in una gran sala der su’ palazzo, a scrive; entra un servitore in gran
 riverea, s’inchina e ppoi dice forte:
 — Sua eccellenza l’ambascialore di Francia!
 Nun finisce l’urtima parola, che Ghetanaccio de dentro j’ammolla una sorba tale,
 che ffece intronà’ tutti li vetri dar salone.
 Ve potete immagginà le ppaturgne de l’imbasciatore! S’arza tutto infuriato, va
 da Ghetanaccio e je fa:
 — Mascalzone! Questa è la promessa?!
 — Scusi, eccelenza, una erimo arimasti, che ne potevo fa’…
 — Sì; ma proprio in quel punto!…
 E Ghetanaccio:
 — Eccellenza, ce stava accusì bbene!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="234">
          <head type="Titolo"> 233.  Donna Guendalina Borghese. </head>
          <p>
 ’Sto nome bbenedetto de ’sta signora è ancora arimasto in de la memoria de la
 povera ggente.
 Quarche anno fa cc’era incora quarche vvecchietta, stata in gioventù bbeneficata
 da lei, che nun apriva bbocca che ppe’ mmannaje un sacco de bbenedizzione.
 E quant’era bbella donna Guendalina! Doveva èsse’ un sole: perchè chi sse la
 ricorda, nun pò ffa’ a mmeno de dillo.
 Benchè ssignora, bbenchè principessa Bborghese, nun faceva antro, tutto er
 giorno, che annà’ in giro ne le peggio tane, a ssoccore la povera ggente.
 A vvedella accusì bbella, pe’ ccerte strade, chi nu’ la conosceva, chi lo sa
 quello che sse sarà ccreso!
 Infatti un giorno un paìno je se messe a le tacche a le tacche a infastidilla.
 Lei, seria, seria, lo lassò ffa’ infinenta che nun arivò a la casa der povero
 che annava a bbeneficà’.
 Arivata sur portone, se fermò, s’arivortò, e vvedenno quer cardeo che j’annava
 incora appresso, cacciò dar portamoneta una piastra d’argento e le la messe in
 mano.
 Figuràteve co’ cche nnaso arimase quer paìno!
 Quanno donna Guendalina morì’ (e mmorì ggiovine assai, disgrazziatamente pe’
 Roma), fu dda tutti pianta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="235">
          <head type="Titolo"> 234.  Teatri e antri divertimenti. </head>
          <p>
 Ortre a l’Apollo o Tordinone, c’era l’Argentina, er Valle, er Capranica,
 Pallacorda (adesso Metastasio), l’Aliberti, Fiani, Ornano, er Nufraggio, er
 teatro Pace, Valletto, el Rossini, er Pavone, er Gordoni, er Teatro Nazionale,
 in via Sant’ Omobbono, per annà’ a la Consolazione: er teatro de le Muse pe’
 bburattini, in via de la Renèlla, c’era poi Corea a via de li Pontefici e un
 antro teatrino de Burattini sotto all’Arco de Saponari; er teatro Emiliani a
 ppiazza Navona; un antro de bburattini a la Pulinara
 ; un antro a ppiazza der Fico, ecc.; c’ereno ppiù vvicini a nnoi, er Politeama
 Romano, e l’Alambra, indove se daveno rippresentazzione de musica e dde
 commedie.
 Anticamente l’istate a Ccorèa c’era la ggiostra, e ttutte le domeniche a ssera
 li fóchetti.
 D’aprile, come adesso, le Corsé a le Capannelle; li signori, d’inverno,
 faceveno, come mmó, la caccia a la vorpe.
 Poi c’ereno le cuccagne a Ccampidojo, e la cuccagna che ffaceveno li svizzeri ar
 giardino de Bervedè’ in Vaticano; le feste de Villa Bborghese; er Carnovale, co’
 le corse de li bbarberi ch’ereno una bbellezza a vvedé’ quanno li lassaveno a
 ppiazza der Popolo e quanno li ripijaveno a la Ripresa; le feste der 12 aprile,
 l’inniversario de’ ritorno de Pio IX a Roma e dder fatto, o mmejo, der
 capolitombolo a S. Agnesa; l’illuminazzione de la cuppola de San Pietro; la
 Ggiràndola; er ballo de li zingheri; li bbura
 ttini a ppiazza Navona; li ciarlatani, li poveti e li cantastorie, a ppiazza
 Barberina e a Ccampo de Fiori...
 Poi, ortre un sacco de feste religgiose, come le Rogazzione, ossia le
 bbenedizzione de le campagne: li vennardì dde marzo a Ssan Pietro, come v’ho
 ddetto; la domenica le Via-crúcise ar Culiseo, e la predica a li poveretti, che,
 pper annalla a ssentì’ s’abbuscàveno un bajocco a ttesta; intanto che a li
 regazzini li preti j’imparaveno la dottrinella.
 Tanto le Via-crúcise che le prediche e la dottrinella s’incominciaveno a
 ventidu’ ore, ossia du’ ora prima de ll’Avemmaria. Poi, presempio, er giorno de
 San Bartolomeo se vedeveno scarozzà’ ppe’ Roma li vaccinari e li macellari; er
 giorno de San Grispino li carzolari; de San Giuseppe li falegnami; perchè ogni
 ceto d’artisti faceva festa er giorno der su’ santo protettore.
 Insomma a Roma, in queli tempi, era festa dar primo all’urtimo ggiorno de
 ll’anno.
 Prima in de li teatri, speciarmente de bbassa ’strazzione, come er teatro Pace,
 er Vallétto, er Nazionale in via de Sant’Omobbono, eccetra eccetra, nun ce
 s’annava tanto pe’ ride’ su quello che ss’arippresentava, quanto pe’ quello che
 ssuccedeva tra er pubbrico e l’attori.
 De ’ste scenate, tutte vere, ggià n’ho ddato un assaggio in d’Un’infornata ar
 teatro Nazionale; ma si nun abbastàssino ècchevene quarch’un’antra.
 Una sera, ar teatro Pace, mentre se recitava un pezzo serio, un’attrice, fra la
 ppiù gran disperazzione, se n’uscì ddicenno:
 — Indove finirò?
 E un vassallo, pronto:
 — A Ssan Micchele.
 — Indove finì’ quela mignotta de tu’ madre — j’arispose l’artista, come si non
 fossi stato fatto suo, e ppòi sseguitò la recita.
 Bbisogna sapè’ cche ssott’er Papa, a Ssan Micchele, c’ereno carcerate le
 conocchie.
 Un’antra sera, in un dramma, c’era un padre vecchio, che bbenediva la fija e lo
 spóso che ddoppo tanti contrasti, finarmente, je s’ereno inginocchiati davanti.
 Er bóccio, press’a ppoco, finiva er discorso co’ ’ste parole:
 — La pace aleggi sui vostri capi, e il cielo vi prosperi.
 E ssubbito un vassallo strillò ddar loggione:
 — Prosperaroo!
 Una vorta a li bburattini era finito lo spettacolo, e ccome s’aùsa, venne fôra
 der telóne er burattinaro a annunzià’ lo spettacolo p’er giorno appresso.
 Intanto che pparlava, la canaja, dar chi-’o-picció, ’gni tantino je domannava:
 — C’entra arlecchino?
 — Sicuro: ci farà la parte del servitore.
 — E ppurcinèlla c’entra?
 — E li mortacci tua?
 — Bbù bbù!
 — ... Onde onoratemi della vostra presenza, ed io saròvvene grato dal più
 profondo del cuore.
 — Dallo a la ciovetta!
 — ... E con questo m’inchino a questo rispettabile pubblico e glie do la felice
 notte.
 — Come lo dichi bbene!
 — Bravoo! bbissee!
 E ggiù un coro de sòrbé che faceva arimbombà’ er teatro, e cche nun finiva ppiù.
 Tanto ch’er burattinaro j’e convenne pe’ dde filo, a uscì’ dde fôra, a
 ccacciasse er barettino, e ccor un’aria tutt’arissegnata dì’ ar pubbrico:
 — Regazzi, v’avviso che ssi ddura ’sto vènto, domani trovamo tre pparmi de
 mme... sur parcoscènico!".
 Quest’antra puro è vvera com’è vvero er sole.
 Prima che ss’inventasse er gasso, li teatri, come sapete tutti, èreno illuminati
 a llampanari co’ le padelle de sego. ’Sti lampanari, prima ch’er teatro
 incominciasse, staveno calati ggiù in de la pratèa per èsse’ accesi, e ppoi
 s’aritiràveno su. Ereno lampanari stragranni, e ’gni teatro ce n’aveva uno in
 der mezzo.
 Una sera er Metastasio era pieno zzéppo de ggente; era ggià l’ora de dà’
 pprincipio all’òpra e e’ llampanaro, bbello che accéso, stava incora calato in
 pratèa.
 Ve potete immagginà’ l’urli e li fischi der pubbrico.
 Abbasta passa un quarto, passa mezz’ora, finarmente ècchete tutto sudato e
 mmezzo lustro er facchino che ttirava su er lampanaro.
 Figuràteve come arimase a ssentì’ ttutti queli móccoli e queli fischi!
 Abbasta: lui se ne va su in soffitta e sse mette a ggirà’ la manovèlla che lo
 tirava su. Ma sii la sbòrgna, sii le paturgne che je facéveno, er lampanaro
 annava su a oncia a oncia, e li fischi e l’urli der pubbrico cresceveno.
 Ma er facchino nun se perse de coraggio; quanno ebbe finito, scese da la
 soffitta sur parcoscènico, s’infilò la giacchétta, uscì ffóra der telóne, se
 cacciò er cappello, e cco’ la mejo garbatezza possibbile disse ar pubbrico:
 — Rispettabbile pubbrico, quello che ttira su er lampadaro suono io. ’Sta sera,
 si mme s’è ffatto un po’ ttardi, m’arincresce pe’ ’sto rispettabile pubbrico e
 je ne domanno un sacco de scuse. Vôr dì’, cche, ssi cc’è quarcuno che je rode er
 c… èschi de fôra".2
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="236">
          <head type="Titolo"> 235.  Li Santi protettori. </head>
          <p>
 Li vaccinari e li macellari cianno pe’ pprotettore San Bartolomeo; li
 falegnami, San Giuseppe; li carzolari San Grispino; le balie, le donne che
 allèveno, e le crature in fasciola, San Teodoro, che a Roma se chiama Santo
 Toto; li regazzini, Santa Pupa e Ssan Nicola; li sartori e li Gipponari,
 Sant’Omobbono, Sant’Onofrio e Sant’Antonio de Padova; l’orefici, l’argentieri,
 li ferrari e li sellari, Sant’Eliggio.
 L’osti, Sant’Eodoto e Santa Elisabbetta; li bbarbieri, li flebotomi, li
 stufaroli o padroni de bagni e stufe, li Santi Cosimo e Damiano; li fravolari,
 Sant’Antonio de Padova; li pescatori, Sant’Andrea; li muratori, San Marino; le
 zitelle, San Pasquale Baylonne; li giocatori de’ llotto so’ protetti da San
 Pantaleone e Sant’Alesio; l’avvocati e li mozzirecchi da Sant’Ivone; li sonatori
 da Santa Cecija; li ciechi da Santa Lucia; li bbombardieri e li cannogneri da
 Santa Barbera.
 Li cornacopi e li sordati so’ pprotetti da San Martino; le serve e le cammeriere
 da Santa Brìcida e Ssanta Zita; li norcini da li Santi Benedetto e Scolastica;
 li libbrari e li legatori de libbri da San Tomasso d’Aquino; l’imbiancatori, li
 stuccatori, e li muratori da San Gregorio; li pittori, li scurtori e li
 scarpellini da San Luca; l’artebbianca, l’orzaroli e li nevaroli da li Santi
 Sebbastiano e Valentino; li friggitori da San Lorenzo in Pìscise (in piscibus);
 li pecorari da Sant’Antonio abate; arbergat
 ori e llocandieri da San Giuliano l’Ospitatore; materazzari e rigattieri da San
 Biacio; banchieri, cambiavalute, borsisti da San Matteo; bbarcaroli e ffiumaroli
 in genere da li Santi Rocco e Martino; barilari tanto d’acqua che dde vino da
 Santa Maria in Cappella; li battiloro da Santa Barbera: li carzettari da Santa
 Caterina de la Rôta; li cappellari da San Giachimo Maggiore.
 Li carbonari cianno pe’ protettore Sant’Alesandro; li caprettari la Madonna de
 li Monti: li credenzieri, acquavitari, tabbacari, liquoristi e ccaffettieri
 Sant’Elena; le donne partorente, Sant’Anna; li spezziali, San Lorenzo in
 Miranda; li medichi e cerusichi, San Pantaleo; li côchi, l’infornatori e li
 pasticceri li Santi Vincenzo e Anastasio; li ssediari der papa, li scopatori
 segreti, li palafregneri, Sant’Anna; li tessitori, Sant’Agheta; li cavudatari,
 Santa Maria de la purità; li cucchieri li Santi Ange
 li; li copisti, scrivani, ecc., li Santi Evangelista e Nicolò; li coronari e li
 medajari, San Tomasso in Parione; fornaciari der vetro, Sant’Antonio abbate;
 fornari e panattieri, la Madonna de Loreto; li guantari, San Sarvatore a le
 Cupelle; li lanari e ccopertari padronali, Sant’Ambrocio; li lanari e ccopertari
 garzoni, San Biacio; li molinari, San Bartolomeo; li monnezzari, San Rocco.
 L’ortolani, li pizzicaroli, fruttaroli, pollaioli, vermicellari, sensali de
 Ripa, so’ pprotetti da la Madon dell’Orto; li garzoni d’osteria da l’Assunta; li
 pellicciari da San Giovanni Batista: li pescivennoli da li Santi Pietro e
 Andrea; li poverelli, li stroppi, li ciechi, guerci, zoppi, sciancati, da Santa
 ’Lisabbetta; li saponari e ll’ojarari da Santa Maria in Vinces: li scarpellini
 da li Santi Quattro incoronati; li scarpinelli da Sant’Aniano; li vascellari da
 la Madonna der Carmine e er Santissimo Sac
 ramento; li bbeccamorti da San Giuvannino de la Marva...
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="237">
          <head type="Titolo"> 236.  Scanderbeg. </head>
          <p>
 Veramente li romaneschi lo chiameno Scannabbécchi: ma è llo stesso.
 Guasi da piede a la salita de Montecavallo, a ddritta de cchi la scénne, prima
 de svortà’ pper annà’ a Ssant’Anastasio e Ttrèvi, c’è un vicoletto che ddà
 ssopre a ’na piazzetta chiamata Scannabbécchi (Scanderbeg).
 Mbè’ llì, ssempre a mmano ddritta, c’è una casa indove sur portone c’è un
 ritratto d’un vecchio co’ ttanto de bbarba e un tòrcolo in testa.
 Que’ ritratto sarebbe ’sto Scannabbécchi in persona, che ttanto tempo fa,
 scappato da la Turchia pe’ nun morì’ impalato, se rifuggiò a Roma, se comprò
 quela casa, ciabbitò ttanto tempo e cce morì.
 Chi ddice che sii stato un re, chi un gran generale, chi una cosa e cchi
 ll’antra.
 Er fatto sta, e è, cche pprima de morì’, sse fece fa’ quer ritratto sur portone,
 e passò quela casa a l’eredi cor patto che tutte le vorte che er su’ ritratto se
 fussi scassato o ruvinato, je l’avesseno fatto aridipigne de bber nôvo.
 Quer tale de l’eredi che nun avessi mantienuto er patto, aveva da perde la casa.
 Infatti, doppo tanto tempo, si cce fate caso, e’ ritratto se mantiè’ ssempre
 nôvo, perchè li padroni de la casa a’ l’effìggia de Scannabbécchi ogni tanto je
 ce danno una ritoccata.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="238">
          <head type="Titolo"> 237.  La spada d’Orlando Paladino. </head>
          <p>
 Tutti sapemo la bbravura, la forza e er tamanto de coraggio che cciaveva
 Orlando Paladino.
 Embè’ dice che una vorta che stava a Roma viene a quistione, vicino a la cchiesa
 de ll’Orfenelli, co’ ccerti guerieri romani che l’insurtorno.
 Quanto, dice, che Orlando messe mano a la durlindana e, ggiù, bbotte da orbo.
 Li guerieri scapporno e ffu mmejo pe’ lloro; perchè si nnó li faceva tonnina, li
 faceva!
 V’abbasti a dì’ cche una svirgola co’ la spada che diede Orlando a queli Marchi,
 agnede pe’ sbajo a ccorpì in d’una colonna, tarmente de vemenza, che ccià
 llassato tutto un gran spacco co’ ttutto er segno de la spada
 E ’sto spacco co’ la stampa de la spada d’Orlando, lo potete vedè’ ogni sempre;
 perchè nun sortanto quer pezzo de colonna incora ce se trova, ma ha passato a
 quer sito er nome de: Vicolo de la spada d’ Orlando.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="239">
          <head type="Titolo"> 238.  Padre Funtanarosa. </head>
          <p>
 Era un frate de ll’ordine de Ggesù e Mmaria, che j’annava sempre l’acqua pe’
 ll’orto, e ne faceva ’gni tanto quarchiduna, una specie de l’abbate Giannini.
 Poteva vede tutti, perchè tutti je voleveno bbene a Roma, fôra che li Ggesuviti.
 Tanto vero che quanno je capitaveno a ttiro, je dava sempre tra ccap’e ccollo.
 Dice ch’una vorta stava pe’ mmorì’ un gran signore che aveva fatto testamento e
 aveva lassata la Compagnia de Ggesù donna e madonna ’spodica de tutto er suo.
 Padre Funtanarosa che tte fa? V’a ttrova quer signore e ttanto fa, ddice e lo
 tormenta, perchè ner testamento s’era aricordato antro che dde Ggesù e dde Maria
 no, che quello pe’ scrupolo de cuscienza, prima de morì’, sur testamento indove
 ce diceva Ggesù, cce fece mette e Mmaria.
 In modo che quanno morì’, li Ggesuviti se grattorno; perchè l’eredità nun annava
 ppiù a la Compagnia de Ggesù, ma a quella der Gesù e Mmaria.
 Ner momento che ppadre Funtanarosa stava pe’ rènne l’anima a Ddio, dice che ddu’
 Gesuviti agnedeno ar su’ convento a ttrovallo e disseno ar converso che j’agnede
 a uprì’:
 — Dite a Ppadre Funtanarosa che due compagni  de Ggesù lo vonno salutare.
 Quanno er converso j’agnede a ffa’ l’imbasciata, co’ ttutto che llui stava ppiù
 dde qua cche dde llà, perchè ggià cciaveva la raganella, arispose ar converso
 con un fil de voce:
 — Fatte dì’ quali compagni de Ggesù sso’: o quelli che j’hanno fatto compagnia
 in de la stalla quann’è nnato, oppuramente quelli che j’hanno fatto compagnia in
 croce quann’è mmorto!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="240">
          <head type="Titolo"> 239.  Papa Lambertini. </head>
          <p>
 Dice ch’era un papa tanto dotto ch’era un’arca de scienza nun sortanto, ma era
 puro bbôno de core e ppacioccone.
 Però era un po’ sboccato, perchè cciaveva er vizzio, pe’ rinforzà’ er discorso,
 de dì ogni sempre: "Ca...!" .
 Và con sé che quanno fu ffatto papa, quela parola sempre in bocca nu’ je stava
 ppiù bbene. Ma ssì, annàtelo a ttienè’!
 O pparlassi co’ l’imbasciatori, o cco’ li cardinali, o cco’ li frati, o cco’ le
 moniche, je dava ggiù ccome gnente fusse.
 Ma mmeno male fintanto che lo diceva co’ ll’ommini, che in fin de li fini tutti
 sapeveno de che sse trattava; ma cco’ le móniche, co’ le converse, era
 addrittura un vero scànnelo.
 Accusì fu cche llui puro se ne appersuvase; e, ppe’ llevasse er vizzio, disse,
 me pare a un marignano o a un antro patrasso che l’accompagnava sempre e nu’ lo
 lassava mai, che quanno s’accorgeva che llui papa, stava pe’ ddì’ quelo smarone
 solito, j’avessi tirata la sottana per aricordàjelo.
 E accusì arimàseno d’accordo.
 Defatti ècchete che un giorno, papa Lambertini, agnede a vvisità’ er Convento de
 le moniche de Tor de Specchi.
 E ammalappena entrò, ner vedesse intorno tutte quele bbelle pacioccóne che
 ffaceveno a la gara pe’ ffaje riverenzie e bbaciamane, nun se potè’ ppiù
 ccontienè’ e je scappò a ddì’:
 — Ca...! che bbella ggioventù!
 Quer patrasso pronto je tirò la sottana, ma era troppo tardi perchè la bbotta
 era partita.
 Tanto vero ch’er papa, stranito per avè’ smaronato ner sentisse tirà’ la sottana
 troppo tardi, s’arivortò ar patrasso e ttutto arisentito je fece:
 — Bravo! adesso tireme li co...i!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="241">
          <head type="Titolo"> 240.  Er Mago de Trestevere. </head>
          <p>
 Ar vicolo de Mazzamurelli, anticamente anticamente, c’era un mago che pparlava
 cor diavolo a ttu per tu quanno je criccava: insomma, era un antro Cajostro in
 anima e in corpo.
 Pe’ quer vicolo, tant’era la pavura che mmetteva quer mago, che dde llà nun ce
 passava gnisuno, nun ce passava: e l’è arimasto er nome de Mazzamurèlli che
 vorebbe a ddì’ lo stesso che vvicolo de li spirili folletti (Gesummaria!) o de
 li farfarelli che ssìeno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="242">
          <head type="Titolo"> 241.  Re Polacco. </head>
          <p>
 ’Sto re Polacco era un re ttarmente ricco che nun ve ne dico.
 Dice che cciaveva un palazzo, pe’ la via de Monte Polacco, un palazzo accusì
 bbello, che quello der Guirinale appetto a llui diventava puzzetta, diventava.
 ’Sto re, doppo avecce abbitato, in ’sto su’ palazzo, tanto tempo, ce morse.
 Anticamente, indove c’era ’sto gran palazzo, ce furno fatti li scavi, e cce
 furno trove un sacco de gioje d’oro piene de pietre prezziose ch’ereno de’ re
 Polacco.
 C’è anzi chi intìgna che scavanno bbene bbene sotto ar monte, ce se deve trovà’
 la statuva tutta d’oro bbôno de’ re Polacco in persona.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="243">
          <head type="Titolo"> 242.  La Madonna de la Neve. </head>
          <p>
 Ecco come fu fabbricata la cchiesa de Santa Maria Maggiore che anticamente se
 chiamava Santa Maria de la Neve.
 Dice che una sera un papa s’insognò un sprennore e s’intese dì: "Va a ttar posto
 e indove troverai che ccià ffioccato, facce fabbricà una cchiesa".
 E vvarda combinazione! Lo stesso insogno nun se lo fece puro un principe romano?
 Infatti la mmatina er principe e er papa se lo riccontonno e vvedenno che ttutti
 e dua aveveno avuto la medesima vissione, agnédeno assieme ar posto che in sogno
 j’era stato insegnato, e cco’ ttutto che ereno li cinque d’agosto, ce trovonno
 la néve pe’ ddavero, che aricopriva ggiusto ggiusto lo spazio pe’ frabbicacce la
 cchiesa: che, infatti, ce fu fabbricata a spese tanto de quer principe che de
 quer papa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="244">
          <head type="Titolo"> 243.  Li Cucchieri de Corte. </head>
          <p>
 Se chiameno, da noi, cucchieri de córte quelli che stanno a sservizzio de li
 nobbili, de li padronali, eccetra, e quelli che stanno a mmesata da li
 negozzianti de vetture che ddanno in affitto le carozze a le locanne e a le
 famije particolare ricche, che, ppe’ nun avè’ tante scése de capo, invece de
 tienè’ ccarozza der propio, proferischeno de pijalla a mmesata.
 Dunque: li cucchieri de córte d’adesso hanno perso tutto quer bôntempo de li
 cucchieri der tempo passato; sii perchè adesso li troppi pensieri nu’ je mànneno
 ppiù ll’acqua pe’ ll’orto, sii perchè li tempi so’ mmutati da la notte ar
 giorno, e cche a la fin der mese — pe’ ddilla in der gèrigo de loro — so’ ppiù
 lladri che sbirri, ossia so’ ppiù li bbuffi ch’er guadambio, ppiù l’uscita che
 l’entrata.
 Ma li cucchieri de córte de ’na cinquantina d’anni fa, bbisognava védélli,
 bbisognava! Che allegrióne, che ppappate solènne e cche gran beve che nun
 facéveno! Antro che le spugne! E ppiù bbevéveno e ppiù staveno in tôno, staveno.
 E’ ride’ che nun ve facéveno fa’ intanto che dde notte aspettàveno li padroni,
 da un ricevimento o da un teatro, era robba che vve faceva sbudellà’, vve
 faceva.
 Tutti li peti, tutti li stracci sporchi de casa de li padroni, ereno messi in
 mostra e setacciati fra le risate le ppiù bboja e le ppiù sganghenate che sse
 ponno dà’.
 Ce n’ereno parecchi che ccantaveno da poveti che a ssentilli ve facéveno arimane
 de pietra pómicia, pe’ quanti ereno bbravi!
 Pe’ ttutti, sarebbe abbastato er celebre Papóne, cucchiere de Borghese, che
 ppe’ ccantà’ da poveta era l’asso!
 Essènno romani poi, va ccon sé cche èreno prepotenti; ma cco’ lo sta’ a
 sservizio de tutta ggente più pprepotente de loro, arzaveno un’aria de sciròcco
 che llevàteve de qui.
 Ve ne vojo ariccontà’ una sola e ddoppo abbasta.
 Una sera che vveniva ggiù un’acqua a ppianare, Tordinone era finito e ttutti li
 signori in der latrio der teatro nun védéveno l’ora che vvienisse er turno de la
 carozza de loro, pe’ mmontacce, e pper annàssene a ccasa.
 Fra ’sti signori, ingroppati forte, c’era er principe Ruspoli, che la voja
 d’aritirasse se lo divorava: perchè taroccanno, nun faceva antro che annà’ in su
 e in giù, ccome si avesse pijato la purga; ma, mmanco a ffalla apposta, ereno
 guasi passate tutte le carozze, e la sua nun se vedeva.
 Finarmente er su’ cucchiere, ch’era ito a bbeve, se presentò ccome si nun fussi
 stato fatto suo. Er principe, ammalappena te lo vede, davanti a tutta la ggente,
 je se mette a strillà’ ccom’un addannato:
 — Porco, mascalzone, ignorante, vassallo, è questo il modo di trattare li
 padroni?! A ccasa faremo li conti, animale!
 Er su’ cucchiere, quanno l’ebbe fatto bbene bbene bbaccajà’, ssenza scomponesse
 pe’ gnente, je féce:
 — Ah, sì?! Allora pe’ ’sta sera annerete a ccasa a ppedàgna.
 E ner dije accusì, frustò li cavalli, e ppiantò er principe cor un parmo de
 naso.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="245">
          <head type="Titolo"> 244.  In tempo de vendembia. </head>
          <p>
 In tempo de vendembia, in de le vigne de Roma e ppuro in quelle de li Castelli
 nostrali, ortre a ffasse un sacco de risate e dd’allegrie, s’ausa de fa’ un
 scherzo a li conoscenti o a li forastieri che vve viengheno a ttrova a la vigna,
 ner tramente che state sotto le vite a ttajà’ co’ le forbice li grappi d’uva.
 Ecco ’sto scherzo in che cconsiste. La vendembiatora o mmózzatóra, pija un
 grappo d’uva o un paro, e li sfragne su la faccia de la persona che l’è ita a
 ttrova, come si sfragnesse l’uva drento ar tino. ’Sto scherzo se chiama ammostà’
 o dda’ un’ammostata.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="246">
          <head type="Titolo"> 245.  Li forzati. </head>
          <p>
 A li tempi der Papa, li forzati staveno come ttanti papetti. Magnàveno mejo de
 li sordati, ciaveveno bbôni letti, e infinenta er permesso de fasse portà’ da
 casa de loro quello che je pareva e ppiaceva.
 Quanno lavoraveno p’er Guverno, o cche scopaveno le strade de Roma,
 s’abbuscàveno 20 bbajochi ar giorno.
 Dice che ssotto papa Gregorio, ’gni ggiorno, a la passeggiata su ar Pincio, ve
 godevio la vista de 30 o 40 forzati che strascinnànnose la loro bbrava catena,
 faceveno la pulizzia de li viali, mischiati a la ggente che spasseggiava.
 Li sordati che li teneveno de mira ereno chiamati li Presentini.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="247">
          <head type="Titolo"> 246.  La ggioventù d’adesso e la ggioventù dde prima. </head>
          <p>
 A li tempi mia, la ggioventù nun era come quella d’adesso; ché sti ggiuvinotti
 d’oggiggiorno pareno tanti funerali.
 Nojantri erimio alegri, spensierati, e ccome li cani cucciòtti, una ne facemio e
 ccento ne pensamio.
 La sera, presempio, prima d’annà’ a ccasa, in quattro o ccinque amichi,
 combinamio sempre de fa’ quarche bbuscarata grossa pe’ fà’ addannà’ quarcuno, e
 ffasse quattro risate majùscole a la bbarba sua.
 Va ccon sé, che essenno le strade poco rischiarate, nun curemio e’ rìsico d’esse
 ariconosciuti e nnemmanco d’esse’ presi a bbastonate e ppeggio.
 Ortre de quele bbirbonate solite de mutà’ le mostre a le bbotteghe, de mette’
 l’inchiostro in de ll’acquasantiere de le cchiese, de fa’ schioppà’ ppe’ le
 scale de li palazzi le campane a li lumi a ggasse, d’annà’ a svejà’ la ggente
 che ddormiva pe’ ddomannaje che or’era, de fa’ curre quarche mmammana co’ la
 ssedia a ccasa de quarche zzitella che riposava in pace, d’insaponà’ le scale de
 marmo de quarche ccasa, eccetra eccetra, annamio in guazzetto, quanno potemio
 inventanne quarchiduna nôva.
 Presempio, annamio a dda’ ffastidio a li côchi de li principi che stann’a
 ccucinà, in de le cantine de li palazzi: ss’affacciamio a le ferrate e je
 bbuttamio quarche pporcheria su le pietanze preparate, oppuramente je dicemio:
 "Sor Côco, ce sbattéte ’ste du’ ova?". Oppuramente s’affacciamio a la porta
 d’una funtana e domannamio a le lavannare: "C’è la sora Onorata?".
 Quarche vorta attaccamio un bùzzico a la coda d’un povero cane; buttamio quarche
 zzaganèlla accesa in quarche finestra bbassa; annamio da un pizzicarolo a
 cchièdeje la frangia o li gnommeretti; mannamio da uno spezziale n’ regazzino a
 cchièdeje tre óncia de muso pisto e si nun ce l’aveva pisto che sse lo fusse
 fatto pistà’ bbene.
 Quanno passava quarche povero villano co’ un’infirzata de pagnotte a ttracollo,
 je tajamio lo spago, e je facemio ruzzicà’ tutte le pagnotte pe’ la strada.
 De notte mettemio uno spago tirato da una parte all’antra d’un vicolo pe’ ffa’
 inciampicà’ quarcuno e ffaje magara sbatte er muso sur serciato...
 Vassallate — me direte; lo so; ma intanto ce faceveno fa’ ddu’ risate, e cce
 servìveno pe’ passà’ er tempo inconcrudente.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="248">
          <head type="Titolo"> 247.  Ponte Quattro Capi. </head>
          <p>
 Come saperete tutti, Sisto Quinto, che regnò ccinque anni, fece fa’ ccinque
 strade, cinque funtane, cinque guje, cinque ponti, e llassò ccinque mijoni
 drento Castello.
 Uno de li ponti che ffece arifà’ fu quello chiamato ponte Quattro capi.
 E lo volete sapè’ ssì pperchè sse chiama accusì?
 Perchè ddice ch’er papa fece rifà’ quer ponte che stava pe’ ccascà’, da quattro
 bbravi architetti, che, ttramente lo staveno a llavorà’, vìnnero a quistione tra
 dde loro ar punto tale, che cciamancò un tómbolo d’un pidocchio che nun ce
 scappasse l’ammazzato.
 Saputa ’sta cosa da Sisto Quinto, che, ccome saperete, ce n’aveva poche spicce,
 fece agguantà’ ttutt’e quattro l’architetti e ddetto un fatto te jè fece tajà’
 la testa sur medemo ponte, e jè le fece aspone llì.
 Poi, sempre per ordine der papa, quele quattro teste furno fatte fa’ dde pietra,
 e ffurno mésse accusì scorpite, da capo ar ponte indove incora ce stanno e cche
 j’hanno dato er nome de ponte Quattro-Capi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="249">
          <head type="Titolo"> 248.  E’ Romano de Roma. </head>
          <p>
 Er vero romano de Roma, è strafottentissimo e sse ne... sgrulla artissimamente
 fino (e ppuro un po’ ppiù ssu), de li sette cèli!
 Nun pô ssofrì’ la lègge: tutto quello che je sa d’ubbidienza, nu’ lo pò ignòtte.
 Chi jé la fa jé la scónta: quanno ariceve quarch’affronto, sé vô aripagà’ dda
 sé: nun vô impiccioni dé mezzo: ni cherubbigneri, ni tribbunali: a la ggiustizia
 (e ha millanta raggione!) nun ce crede.
 Er vero romano de Roma, nun sa ffa’ er ciarlatano. Si è ômo de talento, nun se
 sa apprezzà’; sse ne stà aritirato come una lumaca in de la su’ côccia.
 Vorebbe avécceli io tanti scudi pe’ quanti artistoni èstri e nnostrali, passeno
 pe’ gran talentoni, e nun valerebbeno una cica, si in de li loro studi nun
 ciavéssino tamanti de veri artisti romaneschi che a vvedélli nu’ li pagheréssivo
 un sôrdo, e cche ffanno statuve, quadri e ccose prezziose da strasecolà’,
 llavoranno a ggiornata a sei o a ssette scudi ar giorno.
 Finita ch’hanno la statuva o er quadro, ariva l’artistone magno, conosciuto in
 culibusmunni, ce mette la su’ firma e ttócca la viòla!
 E quello che ha ffatto la statuva, er vero ’utore, la sera, lo troverete in d’un
 osteria a ggiócà’ a ccarte e a imbriacasse, sgrullànnosene artissimanlente de la
 grolia e dde’ tutti: è vvero però che mmôre ne la miseria.
 Quante cose prezziose, monete, medaje, statuve, quadri, che passeno per antiche
 e stanno asposte in de li musei de tutto er monno, e cche invece l’ho vvisti
 lavorà’ io, co’ st’occhi mia, da certi poveracci, che a Roma nu’ li guarda in
 faccia gnissuno!
 Quanti padronali ho vvisti che, dda bbenestanti, doppo er settanta, so’ ffiniti
 in miseria! Mbè, se sò cchiusi in de le loro tane, senza chiede soccorso a
 gnisuno, e ssenza fa’ un lamento, se so’ mmorti de fame.
 Sortanto, jé se vedeva in de ll’occhi, che cciavéveno er dente accusì amaro che
 ssi sputaveno per terra, averebbeno sbuciato li serci; ma lloro mósca!
 Er vero romano de Roma nun cià la schina a mmòlla, nun sa grattà’ le schine co’
 la gobba, nun sa ffa’ er farisèo.
 Sé môre de fame; ma nu’ stènne la mano: jé sa ppiù onesto l’arubbà’ che l’annà’
 a cchiede’ la limòsina.
 Er vero romano de Roma, puro adesso come ar tempo der papa, indificirmente
 diventa quarche capo sia in der Guverno sia in de l’uffici.
 Vedete un po’ si vv’ariesce a ttrovà’ in d’un Ministerio, u’ romano diventato un
 pezzo grosso. Manco pe’ gnente!
 E sì cc’è è raro come le mosche bbianche, e è ssegno che quer tale, sì cc’è
 arivato, nun è proprio romano de Roma de venti ggenerazione, nun è ccome sémo
 noi, sangue d’Enea!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="250">
          <head type="Titolo"> 249.  Er nostro simpàtico: Chi sse ne…? </head>
          <p>
 Dite quer che vve pare, ma è una gran parola che a ddilla ce provamo una gran
 sodisfazzione!
 Quér chi sse ne…? ch’er Belli in un magno sonetto chiama:
 "Lo sciropetto der Dottor me ne..."
 è una gran bella trovata!
 Sibbè’, cche, a ddilla propio come me la sento, ’sta parola sii sempre stata e
 ssarà ssempre la rovina de Roma e dde li Romani.
 Defatti fin da li tempi ppiù antichi, qua cce so’ ssempre calati lupi affamati
 che sse so’ impossessati de tutto er mejo. Der cardinalato, der papato, de
 l’avocatura, der notariato, de la medicina, eccetra; e li romani indiferenti:
 "Lasseli fa’. Cchi sse ne fr...?".
 Poi se so’ impossessati de tutto er commercio. Defatti nun vedevio un fornaro,
 un oste, un pizzicarolo, un orzarolo, romano de nascita, e dificirmente un
 monsignore, un cardinale (accettuvati li principi romani ch’er cardinalato
 j’annava de jura), nato a ’sto castelluccio; tanto vero che speciarmente li
 negozzianti quelli cche cce sò adesso si sso’ romani lo so’ de una ggenerazione
 o dde dua ar massimo. E li romani, indiferenti: "Lasseli fa’: chi sse ne fr…?".
 Insomma: lo sapemo che quella parola è la rovina nostra; ma ppiuttosto che
 rinunziacce a ddilla, se famo magari, acciaccà’ li pignoli in testa, ma nu’ la
 piantamo.
 Eppoi, dico, ohé, ppochi sarti e bbrutti! Ciavemo un proverbio antico che dice:
 "Noi Romani l’aria der mé né frego l’avemo imparata a Ccristo".
 E mmentre Cristo, bbontà ssua, ha avuto ’sta degnazzione, d’imparalla da noi,
 quarche ccosa ne saperà’.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="251">
          <head type="Titolo"> 250.  L’urtima pasquinata. </head>
          <p>
 Prima der 20 settembre 1870, era ggià un pezzo che Ppasquino, Marforio,
 l’Abbate Luviggi, Madama Lugrezzia, er Babbuino, er Facchino e infinenta
 Scannabbécchi, nun fiataveno ppiù; e ssi pparlaveno, le satire o le pasquinate
 de loro, èreno sciape assai, ma ppropio assai.
 Sentitene infatti una de ll’urtime, o ppe’ ddì’ mmejo l’urtima pasquinata, e
 ppoi diteme si nun ho raggione.
 La mmatina der dicisette o ssarvo er vero, der dicidotto settembere der 1870,
 drento la bbasilica de San Pietro, vicino a ll’acquasantiera, a mmancina di chi
 entra in de la cchiesa, fu trovata ’sta pasquinata.
 Consisteva in un ombrellaccio, de quelli a uso bburino, vecchio ranco e
 sbiadito, co’ ’sti du ’versacci attaccati:
 "Santo Padre bbenedetto,
 Ci sarebbe un poveretto
 Che vorrebbe darvi un dono
 Quest’ombrello. È poco buono:
 Ma non ho nulla di meglio.
 Mi direte: a che mi vale?\Cap\ 4
 Tuona il nembo, santo veglio!…
 E se cade il "temporale?".
</p>
        </div>
      </div>
      <div type="Capitolo">
        <head type="Titolo">III.  Giuochi fanciulleschi divertimenti, passatempi esercizi </head>
        <p></p>
        <div type="SottoCapitolo" n="1">
          <head type="Titolo"> Avvertenza </head>
          <p>
 La presente raccolta contiene un centinaio tra Giuochi, passatempi e
 divertimenti fanciulleschi romani.
 Non credo che altri prima di me ne abbia mai raccolti, ad eccezione del Belli,
 il quale, nelle note ai suoi immortali Sonetti romaneschi, accenna a diversi di
 questi giuochi; note che io non ho trascurato di comprendere nella raccolta
 presente; la quale, more solito, è fatta senza nessun ordine, senza note
 comparative, senza classificazione, e insomma... senza nessun intendimento
 scientifico.
 Da Svetonio Tranquillo (di cui è fama che oltre alle Vite dei dodici Cesari
 avesse lasciato un libro sui giuochi de’ Greci), al giorno d’oggi se ne sono
 stampati di questi libri tanti da formarne una bibliotecola. Non sarà dunque
 discaro ai cultori del Folk-Lore aggiungere alle altre anche questa raccolta, la
 quale, ripeto, sebbene fatta senza pretese, potrà all’occorrenza riuscire
 egualmente di una qualche utilità.
 Riguardo all’autenticità de’ presenti giuochi, quantunque parecchi dal tempo
 della mia fanciullezza ad oggi abbiano subìto non lievi modificazioni, posso
 tuttavia affermare con coscienza che essi sono autenticissimi e precisi, per
 averli non soltanto veduti fare, ma per avervi a buona parte di essi
 personalmente preso parte.
 Non devo poi trascurare di avvertire i lettori che molti degli stessi giuochi,
 quali per esempio: a Pallina, a Campana, a Picchio, a Sartalaquaja, a Arzà’ la
 stella, i fanciulli usano praticarli per ordine e a seconda delle stagioni.
 Così, per esempio, in autunno alzano le stelle, giuocano a Nizza e a Pallina;
 sul principiare della primavera giuocano al Picchio o a Campana, ecc. ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="2">
          <head type="Titolo"> 1.  Lèna, mia Lèna. </head>
          <p>
 Uno dei fanciulli o fanciulle che fa da mamma, si mette a sedere; un altro
 destinato a sorte per via della conta s’inginocchia davanti a lui, e mette la
 testa tra le sue gambe, in modo di non poter nulla vedere; tutti gli altri vanno
 a nascondersi.
 La mamma allora intona la canzoncina:
 "Lèna, mia Lèna,
 ’Sto core sta in caténa
 In caténa incatenato
 Vé séte accécati?".
 E quando i fanciulli nascosti hanno risposto sì, la mamma lascia libero quello
 che teneva tra le ginocchia, e grida con quanto fiato n’ha in góla: "Curete da
 mamma; ché ’r cane è sciorto!". Se il fanciullo sguinzagliato riesce ad
 acchiappare uno dei compagni prima che sia giunto dalla mamma, questo è
 obbligato a mettersi al suo posto; se no, si deve rimettere in ginocchio egli
 stesso e ricominciare il giuoco.
 Così lo descrive il Belli in una nota de’ suoi Sonetti romaneschi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="3">
          <head type="Titolo"> 2.  A ssemmolèlla cor naso. </head>
          <p>
 È un giuoco antichissimo, uso a farsi, anche dagli adulti, nella notte di
 Natale o nelle lunghe serate d’inverno.
 Tutti coloro che vi prendono parte, e possono essere molti, pagano la quota
 stabilita, un quatrinello (centesimo), un soldo, due, ecc. Colui il quale dirige
 il giuoco conta il danaro; ne fa tre, quattro, cinque parti, maggiori o minori,
 a piacimento; e senza farsi vedere dai giocatori, nasconde quelle piccole somme
 sotto a qualcuno de’ parecchi mucchi di semolèlla o semola (crusca), già
 preparati sul tavolo attorno al quale si giuoca.
 I giuocatori, uno alla volta, secondo si è stabilito prima del giuoco, fiutando
 i diversi mucchi, devono indovinare sotto quale di essi si nasconde il danaro.
 A chi riesce d’indovinare va la somma nascosta sotto il mucchio scoperto.
 Il divertimento di questo giuoco sta nel vedere gli atteggiamenti di coloro i
 quali nell’annusare i mucchi ne aspirano la semmola sternutando maledettamente.
 Lo stesso giuoco, ora caduto affatto in disuso, si fa anche indicando
 semplicemente il mucchio sotto il quale si crede celato il danaro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="4">
          <head type="Titolo"> 3.  Maróncino. </head>
          <p>
 È un giuoco che si fa da due o più ragazzi con un ciotoletto o altro pezzo di
 sasso rotondo detto maróne, tirandolo ad una certa distanza, e procurando di
 tirarvi vicini de’ soldi.
 Prima si fa la cónta; e a colui al quale tocca il punto al conto, getta il
 ciololetto detto bóccia o maróne, e poi vi tira appresso il suo soldo.
 Destinato il posto da cui ciascuno scaglierà la sua moneta vicino al ciottolo,
 si fa l’ordine di successione al tirare.
 L’ultimo, cioè colui che mandò la sua moneta più distante dal maróne, raccoglie
 le monete, e fattone un mucchio, le situa dove vuole, affinchè il primo vi batta
 su col maróne, lanciandovelo sopra in modo sì netto e vibrato, che muova tutte
 le sottoposte monete.
 Se il colpo non riesce, passa il diritto di colpire al secondo, e poi al terzo e
 così via via.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="5">
          <head type="Titolo"> 4.  Arma e Ssanto. </head>
          <p>
 La moneta, di cui si è parlato nel precedente giuoco Maróncino, che non viene
 mossa, è lanciata in alto dal padrone di essa: nell’aria deve brillare,
 frullare, onde si tolga il sospetto di arte nella caduta favorevole a chi la
 lanciò.
 Mentre la moneta sta per lanciarsi, sino al punto in cui ritocca il suolo,
 ciascuno fa la sua scommessa sulla faccia che mostrerà dopo caduta, cioè arma o
 santo. E qui giova avvertire che le vittorie di tutto il giuoco consistono in
 questa alternativa.
 Così lo descrive il Belli nel suo magnifico sonetto Er giôco der Maróncino, del
 22 agosto 1830.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="6">
          <head type="Titolo"> 5.  Maróncino ar muricciòlo. </head>
          <p>
 È un giuoco identico al precedente. La differenza sta solo in questo, che cioè
 il mucchio di soldi invece di porlo in terra si pone in bilico sul muricciolo,
 ossia basamento, bugnatura o altra cosa sporgente da un muro, e quindi vi si
 batte sopra col maróne, come nel giuoco a Maróncino.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="7">
          <head type="Titolo"> 6.  A Ssantuccio. </head>
          <p>
 Anche questo giuoco si fa come i due precedenti; soltanto varia in questo, che
 il giocatore che mandò la sua moneta più distante dal maróne (che in questo
 giuoco si chiama santuccio), quando raccoglie le monete e ne fa un mucchio, pone
 questo sopra il santuccio e intorno col gesso vi disegna un circolo.
 Destinato il posto dal quale ciascuno scaglierà la sua piastrella vicino al
 santuccio e fatto l’ordine di successione al tirare, colui che con la sua
 piastrella coglie il santuccio sparpagliandone il danaro, vince tutte quelle
 monete che hanno oltrepassato il circolo.
 Se il colpo fallisce al primo giocatore, passa il diritto al secondo, e così via
 via.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="8">
          <head type="Titolo"> 7.  Gatta-cèca. </head>
          <p>
 La Gatta-cèca — dice l’illustre prof. Pitrè — è un giuoco antichissimo e
 diffuso in tutto il mondo.
 Si eseguisce da parecchi ragazzi nel modo seguente:
 Si fa prima la conta. A colui cui tocca il punto al conto convien bendarsi gli
 occhi con un fazzoletto: così bendato si chiama Gatta-céca.
 Il capo-giuoco, prima di dare un colpo sulle spalle al bendato, per indicargli
 che deve incominciare il giro in cerca de’ giocatori che a loro volta lo
 colpiranno, gli dice:
 — Gattacéca, d’indove ne vienghi?
 — Da Milano.
 — Che mme porti?
 — Pane e ccacio.
 — Me dai gnente a mme?
 — No.
 — Brutta Gattacecaccia, vatt’a ccerca chi tt’ha ddato — gli dice colpendolo e
 poi allontanandosi e mescolandosi fra gli altri compagni.
 Se la Gatta-céca riesce ad acchiappare uno dei suoi colleghi, questo è obbligato
 a prendere il suo posto; e così via via.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="9">
          <head type="Titolo"> 8.  Gatta-cèca a la Pilaccia. </head>
          <p>
 Questo giuoco si fa bendando una persona, la quale deve, in quello stato,
 avanzarsi verso il posto dove prima le si era mostrata in terra una pignatta
 (pilaccia); e, giunta ove la pignatta si trova, percuotere questa con un
 bastone.
 Quando la Gatta-céca, smarrita la traccia, va a percuotere in falso od in luogo
 pericoloso, le si grida: "Fôco!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="10">
          <head type="Titolo"> 9.  Carozza d’oro. </head>
          <p>
 È un giuoco che si eseguisce da parecchi ragazzi. Si fa la cônta; quindi il
 capo-giuoco dà a ciascuno dei giocatori un soprannome. Per esempio: orecchino
 d’oro, cucchiaio d’oro, spilla d’oro, tutto deve essere d’oro. Fatto questo il
 capo-giuoco si mette a sedere a fare da mamma, e il giocatore destinato a sorte
 dalla cônta s’inginocchia davanti a lui, e mette la testa tra le sue gambe, in
 modo da non poter vedere nulla; tutti gli altri, a breve distanza, si dispongono
 intorno a loro due, dicendo, mentre gi
 rano le mani sul petto:
 "Lavorate, lavoranti,
 Chè le forche so’ ammannite
 P’impiccavve a ttutti quanti
 Lavorate, lavoranti!".
 La mamma fa cenno a uno de’ compagni che le stanno d’attorno di colpire sulle
 spalle quello che sta inginocchiato davanti a lei. Ciò fatto, tutti si rimettono
 a girare le mani ripetendo:
 "Lavorate, lavoranti, ecc.".
 Il fanciullo colpito, si alza e dice alla mamma:
 — Monsignore m’hanno ferito.
 — Chi vv’ha ferito?
 — La lancia.
 — Annatel’a ppija in Francia.
 — E si in Francia nun c’è?
 — Trovàtelo indov’è.
 — E si nun cé vô vieni’?
 — Pijàtelo pe’ ’n’orecchia, e pportatelo qui.
 A questo comando il fanciullo si dirige verso il compagno che suppone lo abbia
 colpito; lo prende per un orecchio, lo conduce davanti alla mamma, la quale gli
 dice:
 — Chi è essa?
 — Carne allessa (o callaléssa).
 Se lo ha indovinato la mamma gli risponde:
 — Buttàtela ggiu ch’è essa.
 E se non ha indovinato:
 — Rimétteteve ggiù; ché nun è essa.
 Ed egli deve rimettersi in ginocchio e ricominciare daccapo.
 Il Belli, senza dare il titolo di questo stesso giuoco, così lo descrive:
 "Fra gli altri sollazzi puerili, usa in Roma il seguente. Un fanciullo si asside
 giudice. Un altro curvato e colla faccia in grembo a lui, è percosso da qualcuno
 del resto della compagnia che si tiene ivi presso schierata. Rizzatosi allora
 sulla persona, dice al giudice l’offeso: Monsignore, ecc. ecc. Pijatelo pe’
 ’n’orecchia, e pporatelo qui. Con questo mandato va egli attorno, fissando in
 volto tutti i suoi compagni, se mai vi apparisce alcun modo dal quale arguire la
 verità: mentre gli esplorati si agita
 no fra le più curiose smorfie del mondo, per comporsi ad un aspetto
 d’indifferenza. Finalmente ne sceglie uno, e lo conduce al giudice che gli
 domanda: Chi è questo? Il querelante risponde: Carne allesso; e il giudice,
 rivestito insieme della prerogativa di testimonio, riprende: Riportatelo via che
 nun è esso; ovvero: Lassatelo qui che è esso, secondoché il reclamo era bene o
 male applicato.
 Nel primo caso, il povero deluso ritorna al suo posto in seno al giudice per
 subirvi nuove percosse; nel secondo, vi subentra invece il reo convinto; e si
 ripetono in quella piccola società colpe, accuse e condanne". (Vedi la nota 6
 del sonetto del\Cap\ 4 giugno 1835: Monsignore so’ stato ferito).
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="11">
          <head type="Titolo"> 10.  Sedia papale. </head>
          <p>
 È un giuoco che va eseguito da tre fanciulli.
 I due più grandicelli formano con le loro mani, dandosele a croce, una specie di
 seggiola, molto comoda, e vi adagiano sopra il terzo compagno.
 E mentre lo portano così attorno, come va il papa in sedia gestatoria, cantano:
 "Sedia papale,
 È mmorto er cardinale;
 È mmorta la papessa
 Un corno in cu...
 A tte e a éssa!"
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="12">
          <head type="Titolo"> 11.  Er carzolaro. </head>
          <p>
 Il capo-giuoco siede, in modo di trovarsi situato fra due suoi compagni.
 Egli, fingendo di cucire la suola di una scarpa, tira lo spago, slargando le
 braccia e dice:
 "Mi padre fa er carzolaro;
 Tutti li ggiorni ne fa un paro.
 E quanno è ’r vennardì,
 Pija uno str... e ffa ccusì!"
 e in così dire coglie il momento propizio per appoggiare un ceffone a ciascuno
 de’ suoi due colleghi.
 Ma questo più che un giuoco è uno scherzo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="13">
          <head type="Titolo"> 12.  Sartalaquaja a ccamminà’. </head>
          <p>
 I giocatori, disposti in fila uno dietro l’altro, a una certa distanza,
 s’incurvano alquanto, appoggiando le mani sulle ginocchia; meno quello che sta
 dietro a tutti, il quale rimasto diritto, salta uno per uno i compagni,
 incurvandosi poi anche lui dopo l’ultimo saltato, mentre il primo alla sua volta
 si drizza per far egli i salti, e così di seguito.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="14">
          <head type="Titolo"> 13.  Sartalaquaja a mmusa. </head>
          <p>
 Si fa la conta; quello cui va il punto del conto va sotto.
 Si fa una riga in terra, per indicare il punto dal quale si deve spiccare il
 salto. Chiunque nel saltare tocca la riga col piede, prende il posto del
 paziente.
 L’ultimo dei saltatori deve dire, nel saltare, la parola Musa. Allora il
 compagno che è sotto deve situarsi circa un altro passo distante dal punto in
 cui si trova.
 Se l’ultimo giocatore che deve saltare dimentica di dire la parola Musa, egli è
 costretto a prendere il posto del paziente.
 Poi si ricomincia da capo il giuoco.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="15">
          <head type="Titolo"> 14.  A la bella insalatina. </head>
          <p>
 E come il Sartalaquaja, e a’ miei tempi non era affatto conosciuto.
 Ogni giocatore nel saltare il compagno curvato, deve ripetere il verso della
 canzoncina che dice il capo-giuoco.
 Se uno si sbaglia, o dimentica qualche parola, è tenuto ad andar sotto.
 Ecco le parole:
 "A la bbella insalatina,
 Ce l’ho ffresca e ricciolina,
 Ce l’ho bbôna e dda magnà’
 La Signora ne vô ccomprà’?
 E ne compra un bajocchétto;
 Je la ficco e je la metto,
 Je la metto insino al busto.
 La Signora ce sente gusto,
 Ce sente gusto per un’ora".
 Altra volta il capo-giuoco ricomincia daccapo il divertimento, dicendo:
 "Óla,
 A ’st’antra passeggiata la pezzòla
 A cchi nu’ la lascerà
 Sotto sotto ciannerà"
 e lascia il suo fazzoletto sulla schiena del compagno che sta sotto. Cosa che
 gli altri giocatori devono imitare.
 Oppure il capo-giuoco nel ritornare a saltare dice, riprendendo il fazzoletto:
 "Óla,
 A ’st’antra passeggiata la pezzòla
 A cchi nu’ la pijerà
 Sotto sotto ciannerà"
 E ciascuno a sua volta deve riprendere il proprio fazzoletto.
 Chi si scorda di prenderlo, o lo lascia cadere, o non ripete a puntino le
 suddette parole, è tenuto ad andar sotto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="16">
          <head type="Titolo"> 15 . — Vóla-Vóla </head>
          <p>
 E un giuoco di pegno che si fa tra ragazzi o anche da adulti.
 La mamma, o capo-giuoco, tiene un fazzoletto annodato ad uno de’ capi e dice:
 "L’ucello mio voló voló
 Sopra un albero de fichi se posó:
 E nel posarsi, disse... Che disse?…"
 e qui getta il fazzoletto a uno dei giocatori, il quale è immediatamente tenuto
 a rispondere con un proverbio; e dettolo deve ripetere:
 "L’ucello mio voló voló
 Sopra un albero de cerase (o d’altro) se posó:
 E nel posarse, disse... Che disse?…"
 e lanciare alla sua volta il fazzoletto sopra ad un altro compagno, ed aspettare
 anch’esso che risponda con un proverbio diverso.
 Chi non è pronto a dir subito il proverbio, chi ne ripete uno già detto da
 altri, è tenuto a pagare il pegno.
 Questi pegni vanno alla mamma, la quale, a giuoco finito, quando cioè non resta
 nessun altro a perdere, assegna le penitenze.
 Nell’assegnar queste, il capo-giuoco o la mamma che sia, per sapere a quali dei
 giocatori appartengano i singoli pegni, dice le sacramentali parole:
 "Cinci-cincinèllo:
 Di chi è ’sto campanèllo?".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="17">
          <head type="Titolo"> 16.  Piede callo. </head>
          <p>
 Fatta la conta come nei precedenti giuochi, colui che è sorteggiato, va a
 nascondere la faccia in grembo alla mamma, la quale gli benda gli occhi con le
 mani in modo che nulla possa vedere.
 Il paziente, stando così curvo, deve tenere il piede destro levato, il quale
 piede sarà sostenuto dal giocatore che immediatamente lo segue e di cui il piede
 levato sarà sostenuto dal terzo compagno, e così via via: in modo che tutti i
 componenti il giuoco formino come una catena.
 A colui al quale la mamma fa cenno di avvicinarsi e picchiare il paziente, gli
 dice:
 "Piede piede callo,
 Dà la bbotta ar tu’ compagno;
 Fugge fugge più cche ppôí
 E annisconnete andò’ vói".
 Infatti egli picchiato che ha, fugge e con lui tutti gli altri compagni coi
 quali si va a nascondere.
 Allora il paziente si alza, e se riesce a scovare e indovinare colui che lo ha
 colpito, questo prende il suo posto per ricominciare il giuoco daccapo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="18">
          <head type="Titolo"> 17.  È arrivata ’na bbarca carica de… </head>
          <p>
 Il giuoco consiste nel nominare, invitati che si è a rispondere, un oggetto
 qualunque che cominci con la lettera C o D o A, lettera che deve stabilire la
 conta o la mamma che sia.
 La quale, rivolgendosi a uno dei giocatori, dice:
 — È arivata una barca carica de...
 e l’interrogato deve immediatamente soggiungere, se, p. es., la lettera
 stabilita è il C, Cerase, e proseguire:
 — É arivata una barca carica de...
 lasciando che compia la proposizione un terzo con un’altra voce, p. es.:
 cocommeri, cetroli, castagne, carciofoli, ecc. ecc.
 Colui il quale non ha pronta una voce nuova, e non detta da nessuno, la quale
 sia principiante per la lettera stabilita dalla conta, paga un pegno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="19">
          <head type="Titolo"> 18.  A Ccavalluccio. </head>
          <p>
 Passatempo dei fanciullini, i quali prendono un manico di scopa, un bastone
 qualunque, e mettendoselo fra le gambe, camminano sopra di esso, fingendo di
 andare a cavallo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="20">
          <head type="Titolo"> 19.  Gira, ggira la ciavatta. </head>
          <p>
 Dopo fatta la conta, tutti i giuocatori, la maggior parte donne, siedono
 disponendosi in fila o in circolo. Il capo-giuoco prende allora una ciavatta
 (scarpa vecchia e logora) e la passa nascostamente al giocatore vicino, il quale
 la passa a sua volta al terzo, al quarto, al quinto per poi ritornarla di nuovo
 indietro e così di seguito; sempre però cercando nasconderla agli occhi del
 giocatore, il quale è stato dalla conta designato a scoprire il possessore della
 ciavatta.
 Mentre la ciavatta vien trafugata, i giocatori ripetono:
 "Ggira gira la ciavatta,
 E la ciavatta ggira
 E llàssela ggirà’".
 Il comico del giuoco sta in questo, che mentre la conta cerca la ciavatta presso
 un giocatore che suppone la tenga nascosta, se la sente sul meglio picchiare
 sulla schiena, fra le risate di tutti i suoi compagni.
 Il giocatore scoperto possessore della ciavatta, prende il posto della conta, e
 il giuoco seguita quindi a piacimento dei componenti il medesimo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="21">
          <head type="Titolo"> 20.  "Er Perché,,. </head>
          <p>
 Parecchi ragazzi e ragazze siedono; e la mamma va in giro facendo delle domande
 ad ognuno di essi, come p. es.:
 MAMMA. È vvero che oggi è una bbella giornata?
 R. Bellissima.
 MAMMA. E perchè bbellissima?
 R. Sfido co’ ’sto bber sole!
 MAMMA. E perchè c’è ’sto bber sole?
 R. Annatejelo a ddomannà.
 MAMMA. E pperché: annatejelo a ddomannà.
 R. Si nu’ lo sa lui, come volete che lo sappi io? ecc.
 E così l’una insiste coi pèrché, e l’altra se ne schermisce per il semplice
 motivo che se essa pronuncia la parola perchè, o non risponde prontamente, o non
 adduce ragioni sempre diverse, è obbligata a pagare il pegno.
 Quando la mamma vede che non può trarre in fallo un giocatore, passa avanti e fa
 lo stesso con un altro, anche, se lo crede, cambiando dialogo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="22">
          <head type="Titolo"> 21.  A Ffichétto. </head>
          <p>
 Scherzo che si fa ad altri prendendogli il mento fra il pollice e il medio, e
 premendogli intanto le labbra con l’indice.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="23">
          <head type="Titolo"> 22.  Ar "Campanello". </head>
          <p>
 Si fa la conta. Colui cui torna il conto deve ritirarsi in una camera vicina.
 Allora il capo-giuoco con gli altri giocatori combinano uno scherzo, o un
 servizio che la conta, allorchè sarà invitato nella camera de’ suoi compagni,
 dovrà fare a uno o a più di essi.
 Per esempio. Egli dovrà prendere due soldi dalla tasca del compagno A e andarli
 a deporre in quella del compagno C. Ciò stabilito, il capo-giuoco invita la
 conta a presentarsi. E mentre questi s’ingegna d’indovinare, la cosa che deve
 eseguire è costantemente seguìta dal suono di un campanello o da altro suono che
 il capo-giuoco farà ora piano ora forte, a seconda che la conta si allontana o
 si avvicina alla persona o all’oggetto che deve prendere. Se vi si avvicina
 allora il campanello rallenta il suono, se
 si allontana il suono raddoppia.
 Se alla conta non riesce a indovinare, essa paga allora il pegno.
 Quindi passa il diritto al secondo, al terzo, al quarto giocatore e così via
 via.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="24">
          <head type="Titolo"> 23.  Er cucuzzaro o er Cocommeraro. </head>
          <p>
 Uno fa da venditore di cocuzze o di cocommeri, i quali sono rappresentati da un
 certo numero di giocatori.
 Viene un compratore e cerca d’una buona zucca a prova.
 Egli stringe tra le due mani, uno dopo l’altro, il capo dei giocatori; e quella
 cocuzza che gli pare buona da comperare, pattuisce.
 Venditore e compratore litigano; e ci va naturalmente di mezzo la cocuzza,
 rappresentata dalla testa del povero giocatore preferito, che si busca scosse in
 quantità e parecchi scapaccioni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="25">
          <head type="Titolo"> 24.  Ladri e sbirri. </head>
          <p>
 I giocatori si dividono in due squadre, una di ladri, un’altra di birri.
 I ladri, i quali devono superare di uno il numero dei birri, vanno a nascondersi
 di qua e di là. Il loro capo a un certo punto grida: Vado dar fornaro, compro er
 pane; dar pizzicarolo, compro salame e presciutti: libbertà per tutti, e corre a
 nascondersi cogli altri.
 I birri si mettono in cerca di loro per catturarli.
 Nel vedersi scoperti, i ladri si dànno a precipitosa fuga; e i birri dietro.
 Allorchè un ladro è fatto prigioniero, si ferma con le braccia stese; un birro,
 a cinque passi di distanza, lo sorveglia. Se un altro ladro, nel passargli
 vicino, riesce a toccarlo, il prigioniero s’intende liberato.
 Se i ladri vengono raggiunti tutti prima di toccar la tana diventano birri essi,
 e i birri ladri. Allora il giuoco ricomincia.
 Questo giuoco ha molti punti identici alla Guerra francese.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="26">
          <head type="Titolo"> 25.  Mmorè-mmorè. </head>
          <p>
 Il giocatore designato dalla conta prende in mano la mazzarócca, la quale è un
 fazzoletto contorto e poi raddoppiato e annodato da una parte, nella quale
 alcune volte vi si nasconde un sassetto.
 La mamma o la conta tira in alto la mazzarócca; allora tutte le mani dei
 giocatori si protendono per pigliarla prima che essa cada in terra. Chi la
 piglia è il primo e si sceglie il secondo; il secondo si sceglie il terzo;
 questo il quarto, e così via via. L’ultimo di essi, non appena designato per
 tale, deve subito dire la parola: Sciacquabbicchieri. Se non la dice, si busca,
 seduta stante, una buona dose di mazzaroccate.
 La mamma siede tenendo in mano l’estremità grossa della mazzarócca, e con le
 parole e le mani descrive un oggetto ben noto che il primo giocatore deve
 indovinare alla presenza dei compagni. Dice per esempio: Ció un arbero nun tanto
 arto che mme fa ccerte fojette verde piccole piccole; e quann’è pprimavera, me
 fa certi mazzetti de frutti piccoli piccoli..., e nel dire così dà l’estremità
 sottile della mazzarócca al primo. Gli altri stanno tutti dietro a lui, pronti a
 svignarsela.
 Se il primo non indovina subito, allora chiede maggiori schiarimenti. Per
 esempio:
 — So’ rossi?
 — Sì.
 — Se màgneno?
 — Sì.
 — Allora so’ ccerase?
 Se indovina, la mamma grida: Mena mena!
 E i giocatori a fuggire e a nascondersi per non farsi raggiungere e picchiare,
 senza diritto di poter reagire.
 La corsa dura fino a che la mamma a suo piacere non grida: Morè mmorè! Allora i
 giocatori si affrettano a tornare dalla mamma, dicendo per non essere battuti:
 Pane, cacio e vvino dórce.
 La mamma, quando li ha tutti attorno a sè, finge di raccontare una storiella:
 Una vorta c’era un frate che cciaveva una moje che j’aveva fatto dodici fiji. Er
 Papa, saputo ’sto scànnelo, s’arabbió e diede ordine a la madre che cacciasse
 tutti li fiji der frate via da casa. Allora la mamma, tutta arabbiata, strilló:
 "Nun so’ ppiù ffiji mia!".
 A queste parole, che sono il segnale di nuove busse, i giocatori fuggono e vanno
 ad appiattarsi di bel nuovo, inseguiti dal primo che li picchia dove coglie
 coglie. Insomma è il giuoco che ricomincia da capo.
 Se il primo non indovinasse, la mamma passa la mazzarócca al secondo, al terzo,
 al quarto, ecc. ecc.
 Il Belli così lo descrive: "Per consenso spontaneo de’ giocatori, ovvero facendo
 a la conta, cioè al tocco, si elegge la mamma o mammaccia, che deve dirigere il
 giuoco, e che lo comincia col fare un nodo a un fazzoletto e col gettarlo in
 aria. Gli altri tutti a gara per riacchiapparlo; e poi quello a cui è riuscito,
 messosi coi compagni in circolo intorno alla mamma, dà a tenere a lei la cocca
 (er pizzo) col nodo, tenendo lui quella opposta. Allora la mamma gli propone un
 indovinello; e se egli non riesce a
 spiegarlo, deve passare la cocca al vicino di destra, a cui la mamma ripropone
 il medesimo o altro indovinello e così di seguito. Ma se lo spiega lui o un
 altro, la mamma lascia subito la cocca annodata gridando: Mena mena! e il
 fortunato spiegatore ha il diritto di rincorrere i compagni e di picchiarli con
 quella, finchè la mamma non gridi moré moré, il qual grido io credo derivi dal
 latino Mora est. Raccogliendosi, salvi dai colpi, intorno alla mamma, i dispersi
 giocatori le vanno chiedendo con una speci
 e di cantilena: Pane, cacio e vino dórce!
 E se la mamma grida: Nun so’ ppiù fji mia!, il giuoco ricomincia".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="27">
          <head type="Titolo"> 26.  Quattro Cantoni. </head>
          <p>
 I giocatori si pongono ciascuno ad uno spigolo di muro, o ad un cantone o
 altro. Quello cui è andata la conta si pianta nel mezzo.
 I giocatori di corsa, si cambiano l’un l’altro il posto che, chi è nel mezzo,
 corre ad occupare. Se egli vi riesce, il giocatore rimasto privo di asilo va nel
 mezzo, ed il giuoco prosegue.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="28">
          <head type="Titolo"> 27.  Attacca-ferro. </head>
          <p>
 Si fa la conta. Il sorteggiato si pianta nel mezzo de’ suoi compagni, pronto ad
 afferrare il primo di essi che non tocchi ferro.
 Per esempio: una serratura, una spranga, una chiave, ecc.; e fa di tutto per
 poter riuscire nel suo intento; quindi adopra l’astuzia, l’agilità, tutto, per
 insidiare un compagno a spostarlo dal ferro, ed occupare il suo posto, o ad
 acchiapparlo. Chi tocca il ferro dice che sta ar sagro, perchè non può esser
 preso, come non poteva esser preso dalla forza pubblica chi si ricoverava in
 luogo sacro. Chi viene preso o perde il posto, passa nel mezzo, e il giuoco
 seguita.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="29">
          <head type="Titolo"> 28.  La scòla. </head>
          <p>
 Uno dei fanciulli che giuoca si finge maestro; gli altri compagni si fingono
 scolari, rifacendo più o meno bene tutto ciò che alla scuola si usa di fare.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="30">
          <head type="Titolo"> 29.  Li colori. </head>
          <p>
 Dei quattro giocatori più grandi, uno fa da capo-giuoco, un altro da Madonna,
 il terzo da Angelo e il quarto da Diavolo.
 Il capo-giuoco dà a ciascuno degli altri giocatori, in segreto, il nome di un
 colore: verde, rosso, turchino, giallo, avana, ecc.
 Viene la Madonna.
 — Bussa bussa.
 Il capo-giuoco le domanda
 — Chi è?
 — Vojo un colore.
 — Che ccolore?
 (Per esempio) — Turchino.
 Il giocatore che ha il nome di tal colore si presenta, e la Madonna se lo
 conduce in Paradiso. Se però il colore richiesto manca, allora il richiedente
 (la Madonna, o l’Angelo o il Diavolo) se ne ritorna con le mani vuote.
 Si presenta, p. e., l’Angelo, chiede un altro colore, che, trovatolo se lo
 conduce con sè.
 Terzo viene il Diavolo, e si conduce seco colui che rappresenta il colore
 richiesto.
 Il giuoco segue così fino alla fine; e la difficoltà sta nel trovare, tra i
 componenti di esso, i colori desiderati dalla Madonna, dall’Angelo e dal
 Diavolo, e che difficilmente si trovan tutti tra coloro che giuocano.
 Finito il giuoco, i giocatori che stanno in paradiso deridono i compagni che
 sono condannati all’inferno, loro dicendo: Tappo de cacatore, o altre parole di
 scherno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="31">
          <head type="Titolo"> 30.  Pis’e ppisèllo. </head>
          <p>
 Più bambini si mettono a sedere in fila con le gambe stese ed i piedi pari,
 mentre uno di loro, il capo-giuoco, resta diritto con una bacchetta in mano, o
 anche senza la bacchetta, e recita la seguente filastrocca, toccando
 successivamente, con la bacchetta o con l’indice della mano destra, a ogni
 accento del verso o un po’ a capriccio, un piede de’ suoi compagni, e
 nell’ultimo verso un piede ogni parola:
 "Pis’ e ppisèllo,
 Colore così bbèllo,
 Colore così ffino
 Del santo Martino.
 La bbella Pulinara
 Che ssale su la scala;
 La scala del pavone;
 La penna del piccione.
 Bbella zitèlla,
 Che ggiôchi a ppiastrèlla
 Cor fijo de’ re,
 Tira su questo piede
 Che ttocca a tte!"
 Il bambino toccato nel piede all’ultima parola deve ritirarlo; e si ritorna da
 capo; finchè colui che resta ultimo e solo con un piede in fuori, viene
 ironicamente applaudito con battimani od anche fischiato, e gli si cantano in
 coro queste parole:
 — Tappo de cacatore, tappo de cacatore!
 Qualche volta invece, specialmente tra bambini di civil condizione, quello il
 cui piede è toccato all’ultima parola, si alza cedendo il posto al maestro o
 capo-giuoco, e prende lui la bacchetta per rifare il giuoco.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="32">
          <head type="Titolo"> 31.  Nisconnarèllo. </head>
          <p>
 Il capo della brigata de’ giuocatori fa da mamma e siede.
 Si fa la conta, ed il sorteggiato va a nascondere la faccia tra le gambe della
 mamma.
 I compagni partono tutti insieme e vanno a rimpiattarsi chi in un posto, chi in
 un altro.
 Quando non han dato ancora nessun segno d’essersi nascosti, il paziente, senza
 abbandonare la sua posizione, chiede: Ce sete?
 Se è giunto il momento opportuno il secondo capo che dirige il gruppo dei
 rimpiattati dà il segnale col grido: È ffatto!
 Allora la mamma lascia il paziente andare in cerca dei compagni nascostisi.
 Allorchè egli si avvicina al punto dove uno di essi è rimpiattato, il secondo
 capo grida: Fôco fôco!, e quando esso se ne allontana, grida invece: Acqua
 acqua!
 Il primo compagno scoperto, va poi a prendere il posto occupato dal paziente e
 il giuoco ricomincia.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="33">
          <head type="Titolo"> 32. Ar Cerino. </head>
          <p>
 Alla nota 5 del sonetto: Li bballi nôvi il Belli così descrive questo giuoco,
 ancora in voga.
 "Fra i molti saporiti giuochi praticati in Roma, anche nelle non infime società,
 è questo, pel quale molti uomini e donne pongonsi in circolo, e fanno girare
 dall’uno all’altro un pezzetto di cerino acceso, dicendo ad ogni consegna:
 "Ben venga e bben vada il signor Don Alonzo
 Che viaggia a ppiedi e a ccavallo al bigonzo".
 Con molta fretta si cerca di proferire quei bei due versi, onde presto passare
 il consumato cerino al compagno, il quale non lo riceve che all’ultima parola.
 Colui poi che bruciandosi i diti lascia spegnere o cadere il cerino, dà un
 pegno, per riavere il quale deve poi fare una penitenza, imposta per lo più
 dalla più gentile signora della società.
 Questi e molti altri chiamansi a Roma giuochi di pegno, o meglio, giôchi de
 pegni".
 E poichè siamo a parlare di giôchi de pegni, eccovi un saggio delle penitenze
 che si usano fare. Mi limito però a darne il solo nome: la Berlina, il
 Testamento, lo Specchio, l’Orologio, il Facchino, l’Areggi-móccolo, il Tavolino,
 il Portinaio, la Confessione, il Credenzóne, li Quattro cantoni, le Quattro
 gambe al muro, ecc., ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="34">
          <head type="Titolo"> 33.  Mazza-bbubbù. </head>
          <p>
 Si fa la conta e colui che è sorteggiato va a nascondere la testa tra le gambe
 della mamma, la quale gli benda gli occhi con le mani.
 Parecchi giocatori stanno in fila dietro di lui; colui al quale la mamma fa
 cenno, si avvicina e sul dorso gli mette la mano o le due mani con quel numero
 delle dita alzate che meglio crede.
 Poi gli dice:
 "Mazza-bbubbù,
 Quante corne stanno quassù?".
 E se il paziente (senza voltarsi, s’intende) non indovina il numero delle dita
 alzate, l’altro gli deve somministrare tanti pugni sul dosso, per quante sillabe
 contengono le seguenti parole:
 "Si tu ddicevi cinque
 (o sei, o tre, o dieci; il numero delle dita alzate)
 Nun penavi tanto:
 Mazza-bbubbù,
 Quante corna stanno quassù?".
 E lo stesso compagno, o un altro scelto dalla mamma, torna di bel nuovo a
 domandargli quel numero che vuole, ripetendo:
 "Mazza-bbubbù,
 Quante corne stanno quassù?".
 E fino a tanto che il paziente non riesce a indovinare il numero delle dita,
 resta sotto. Indovinatolo, cambia posto col suo contrario.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="35">
          <head type="Titolo"> 34.  A "Ppìcchio". </head>
          <p>
 Notissimo giocattolo di legno a forma di pera, alla cui estremità è piantata
 una punta di acciaio o di ferro, alla quale si avvolge attorno una funicella
 chiamata sparacina, che, sfilandosi dalla mano del giocatore serve a far roteare
 lo strumento stesso. Questa funicella ha un’estremità a guisa di occhiello che
 si accomoda sulla rilevatura opposta alla punta di ferro, sulla parte superiore
 del picchio; e l’altra con un grosso nodo o con un piastrino di latta o di pelle
 forata nel mezzo; la quale estremità
 , acconciata nella commessura del terzo o quarto dito, serve di presa alla forza
 nel gettare il picchio per fare svolgere la sparacina.
 Si fa la conta. Il sorteggiato è obbligato a posare il suo picchio in terra.
 Allora ciascuno degli altri compagni, per numero d’ordine, deve lanciare il suo
 picchio in terra e poi prenderlo girante, tra la commessura del secondo e del
 terzo dito nella palma della mano, e farlo ricadere con forza sull’altro picchio
 posto in terra. Ad ogni colpo il giocatore esclama: Ammàzzete che cammera! o
 anche: La cammera der Pascià! Er coridore! la cammera de’ Re, la cammera de la
 Riggina! ecc.
 Per cammera, corridore, intendono l’impronta che lascia la punta del loro
 picchio quando va con forza a cogliere con la punta l’altro che è posto in
 terra.
 Chi non riesce a coglierlo, è obbligato a mettere il suo picchio al posto di
 quello del compagno.
 Chi non sa prenderlo sulla mano, lo deve trascinare mentre gira con la sua
 sparacina sino a toccare, o meglio, battere il picchio che sta solco.
 Si fa anche ar picchio che ggira de ppiù, vvince.
 Due o tre giocatori girano il loro picchio contemporaneamente, e rimane perdente
 quello che cessa prima degli altri di girare.
 Si fa anche un cerchio sulla sabbia, e quindi tutti i giocatori a un colpo
 lanciano i loro picchii nello spazio compreso nel circolo.
 Quello che terminando di girare esce fuori dal circolo, perde. Se ne escono
 fuori più di uno, si ritornano a lanciare soltanto gli usciti, finchè non ne
 esca che uno soltanto.
 Il perdente deve, per penitenza, porre il suo picchio nel centro del circolo; e
 gli altri compagni, uno alla volta, lo battono finchè non riescono a metterlo
 fuori del circolo medesimo.
 Allora si ricomincia il giuoco.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="36">
          <head type="Titolo"> 35.  Lippa, Nizza o Trilló. </head>
          <p>
 È un giuoco che si fa in due o anche in quattro giocatori.
 Il sorteggiato è il primo a giuocare. Egli fa un circolo sulla sabbia, e poi
 prende in mano un pezzo di legno o bacchetta di circa mezzo metro di lunghezza,
 e mette in mezzo al circolo un altro piccolo pezzo di legno tondo e ben aguzzo
 ai due lati, detto nizza o trilló (già lippa) sull’estremità del quale dà un
 colpo per farlo saltare in aria; e, saltato, tornarlo a colpire a volo,
 mandandolo più lontano che può.
 Il compagno, a sua volta, si reca per rilevarlo; e, fermatosi al posto dove il
 trilló è caduto, prendendo di mira il circolo, tira il detto trilló, provandosi,
 potendo, di farlo cadere nel mezzo di esso. Intanto però la conta armato della
 sua bacchetta, si adopera ad investire a volo il trilló per ricacciarlo
 distante. Se egli lo coglie resta vincitore; se non lo coglie, il compagno fa
 trilló o nnizza, e prende il posto di lui.
 Questo giuoco ha subìto, col tempo, varie modificazioni.
 Per esempio. La conta, la prima volta, nel tirare la nizza, non la poggia più in
 terra, ma la tiene nella mano sinistra, e con l’altra armata della bacchetta, la
 lancia via, ecc., ecc.
 Il chiaro prof. Morandi nella nota 11 del sonetto del Belli, La commare
 acciputa, del 19 aprile 1835, così lo descrive, e così e non altrimenti,
 attualmente si giuoca.
 "Si mette in terra un pezzetto di legno cilindrico assottigliato, ecc., si batte
 con un bastone sull’un dei capi, e mentre rimbalza, si ribatte a volo per
 mandarlo più lontano. Chi lo spinge a maggior distanza, o chi con meno colpi gli
 fa percorrere un determinato numero di lunghezze che si misurano con lo stesso
 bastone, è dichiarato vincitore. E il perditore deve per penitenza portarlo a
 cavacecio, cioè a cavalluccio o ricevere da lui un certo numero di tuzzi cioè di
 forti colpi dati sulle spalle, ecc. Il
 pezzetto di legno appuntato si chiamava Lippa, ecc."
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="37">
          <head type="Titolo"> 36.  Campana. </head>
          <p>
 Col gesso o col carbone si segna sopra un impiantito una figura come la
 seguente.
 Si fa la conta. A quello cui va il conto prende un sassetto, o una còccia di
 melone o altro, e la tira nella nicchia numero 1.
 Se il sassetto andasse a cadere nel primo spazio chiamato poco pulitamente dei
 cacatori, il tiro non è valido e bisogna ricominciare.
 Tirato che ha il sassetto nella nicchia numero 1, il giocatore salta con un
 piede dentro la nicchia stessa, tenendo l’altro sospeso, e caccia fuori il
 sassetto, senza però toccare col piede le righe della Campana, nè far uscir
 fuori il sassetto dai due margini laterali, altrimenti il tiro è nullo, e
 bisogna ricominciare da capo.
 Poi rigetta il sassetto alla seconda e salta dalla prima alla seconda nicchia,
 donde scaccia una seconda volta il sassetto. Così fa alla 3a, alla 4a fino alla
 8a. Alla 9a, 10a, 11a e 12a fa campana, ossia a piè pari, salta prima nei due
 spazii 10 e 12, e poi in quelli 9 e 11.
 Giunto al Riposo o Paradiso ha vinto; e, se così è stato pattuito, il compagno
 perditore deve portarlo a cavalluccio, ossia a cavacécio, tre, quattro, cinque o
 più giri intorno alla Campana.
 Oppure il perditore deve ricevere tanti colpi o pugni sulle spalle, detti tuzzi.
 Ora il giuoco è alquanto modificato.
 Per esempio, invece di entrare nelle nicchie con un solo piede ci si va anche
 con tutti e due; basta non passare sui segni della Campana come nel modo
 antiquato, ecc.
 Avverto anche che non è sempre necessario che nella figura della Campana ci sia
 quel tale spazio con poca decenza denominato dei cac…
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="38">
          <head type="Titolo"> 37.  Piastrella. </head>
          <p>
 Si fa a ppiastrèlla con cocci di mattoni possibilmente arrotondati.
 Si giuoca in quante persone si vuole e si fa il tócco.
 Colui al quale è toccato in sorte, lancia e’ llécco o pallino (un còccio più
 piccino degli altri), e gli tira subito dietro la sua piastrélla, procurando di
 accostarsi con essa al lécco.
 Gli altri giocatori, l’uno dopo l’altro, lanciano la loro, sempre con lo stesso
 scopo; e chi si avvicina di più al lécco vince.
 Questo giuoco, comunissimo anche fra gli adulti, è pure chiamato: A cchiamà’
 ll’oste, per la ragione che il perditore o i perditori sono condannati a pagare
 quella certa quantità di vino, che, prima di cominciare il giuoco, è stata
 convenuta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="39">
          <head type="Titolo"> 38.  La Ggiostra. </head>
          <p>
 È un giuoco che non ha regole. La conta o il capo-giuoco, fa da Toro e gli
 altri da giostratori.
 Ora si fa raramente; ma prima era comunissimo ed imitava le antiche ggiostre che
 si rappresentavano al Corèa.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="40">
          <head type="Titolo"> 39.  A Bbòccia. </head>
          <p>
 Il giuoco delle Bócce, essendo comunissimo perchè conosciuto in tutte le
 provincie d’Italia, non occorre che io qui lo riporti.
 Non so nemmeno se il nostro differisca in qualche regola da quelli delle altre
 provincie. Cosa che io non credo. In ogni modo è giuoco di adulti e sebbene
 questa raccolta ne contenga pochi altri, la maggior parte di essi è però
 esclusivamente composta di giuochi fanciulleschi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="41">
          <head type="Titolo"> 40.  Castelletto. </head>
          <p>
 Il Castelletto è un mucchio formato di quattro noci, delle quali una si
 sovrappone a tre che ne formano la base.
 Talvolta il castelletto è formato di nocchie o di osse di albicocche, di pesche,
 ecc.
 Uno dei giocatori, al quale tocca di tirare pel primo (dalla distanza stabilita
 con un segno in terra), tira la sua noce o il ciotolo, secondo come si è
 convenuto, e se coglie il mucchio e lo scompone ha vinto e si prende le noci o
 le ossa di pesche o altro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="42">
          <head type="Titolo"> 41.  A "Mazzaròcco". </head>
          <p>
 A chi va la conta, prende il mazzaròcco o la mazzaròcca (vedila al gioco Morè-
 morè); poi invita il compagno a tirare a pari e caffo; se questo nel buttare le
 dita indovina il numero di quelle della conta, prende il posto di questa;
 altrimenti ogni volta che sbaglia, si busca una mazzaroccata sulla mano.
 A ogni giro la mazzaròcca deve aumentare di forza.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="43">
          <head type="Titolo"> 42.  Anell’anello. </head>
          <p>
 Parecchi fanciulli e fanciulle siedono sopra un banco, avvicinando palma a
 palma e tenendo queste serrate in mezzo alle gambe.
 La mamma ha in mano una brecciolina, un anello o qualcosa di simile, e passa per
 ordine, dall’uno all’altro giocatore per deporre nelle mani di essi l’oggetto
 ch’essa serra nelle sue; ma in sostanza non lo lascia se non ad un solo, sempre
 continuando il giuoco e ciò anche dopo lasciatolo, per ingannarli.
 A giro compiuto stanno tutti in silenzio ed in aspettazione. Allora la mamma
 domanda a uno di loro, con queste precise parole: Anèllo, anèllo; chi ccià
 l’anèllo? Se questi indovina chi abbia l’oggetto, allora passa a fare da mamma;
 se no, paga un pegno per poi fare la relativa penitenza.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="44">
          <head type="Titolo"> 43.  Sega sega, Mastro Titta. </head>
          <p>
 Due ragazzi, tenendo un pezzo di corda uno a una estremità e uno all’altra, o
 formando con lo spago una specie di sega che ricavano dalla prima figura
 dell’altro giuoco detto: Acchiapparèlla, fingono di segare una tavola,
 ripetendo:
 "Séga, séga, Mastro Tilta,
 ’Na pagnotta e ’na sarciccia;
 Un’a mme, un’a tte,
 Un’a mmàmmeta che sso’ ttre!"
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="45">
          <head type="Titolo"> 44.  Pari e ddispero. </head>
          <p>
 Uno dei giuocatori chiude nel pugno una certa quantità di brecciolini, di vaghe
 di caffè, di riso o altro; mostra la mano al compagno e gli chiede:
 — Paro o ddìspero?
 Alla risposta sua, p. es., di dìspero, apre la mano e conta; se il numero è paro
 vince lui, se dispero vince il compagno. In questo caso costui deve avere
 altrettanti sassetti o fagiuoli o altro quanti egli ne serra nel pugno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="46">
          <head type="Titolo"> 45.  A "La mano de Papà". </head>
          <p>
 Uno dei giuocatori chiude nel pugno, come nel giuoco precedente, una certa
 quantità di ceci, bruscolini o altro; poi passandoseli dietro, che nessuno li
 vegga, da una mano all’altra, presenta al compagno i due pugni chiusi
 chiedendogli
 — A la mano de Papà; indove stanno, o qui o qua?
 Se quello indovina in quale delle due mani si racchiudono i céci o i bruscolini,
 vince questi, o ciò che è stato convenuto prima di cominciare il giuoco.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="47">
          <head type="Titolo"> 46.  Cavacécio. </head>
          <p>
 Un ragazzo grandicello si carica sulla schiena un bambino, tenendone le braccia
 attorno al collo, e sorreggendogli con ciascuna mano le cosce e le gambe, va
 attorno e grida, p. es.:
 — Carbonaro! Chi vô er carbone?
 Un compratore finge di volerne un soldo e gli dice:
 — Me ne date un bajocco?
 — Pijatevelo da voi — gli risponde il finto venditore, e gli esibisce il di
 dietro del suo carico, che il compratore solletica e pizzica fingendo di
 prendersi il carbone acquistato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="48">
          <head type="Titolo"> 47.  Scalla, scalla mano. </head>
          <p>
 Tre o quattro ragazzi posano ciascuno le proprie mani alternativamente e
 ordinatamente l’una sull’altra sopra la gamba d’uno di loro, o sopra il tavolo,
 stando naturalmente seduti. Quindi chi l’ha prima, cioè più in fondo, la tira
 fuori, e la posa sulla mano più alta; così con movimento continuo vanno facendo
 i giuocatori riducendo più volte ultime e più alte le mani che erano prime e più
 basse.
 Accompagnano questi movimenti, canticchiando in coro le seguenti parole:
 "Scalla scalla mano,
 Domani viè’ Vvillano;
 Ce porta le ciammèlle
 Le daremo a Carlo bbello.
 Carlo bbèllo nu’ le vô;
 Le daremo a Nicolò:
 Nicolò le bbutta via,
 Gnavo gnavo, frusta via!".
 A misura che il giuoco progredisce si fa più rapido e animato; finchè, giunti al
 gnavo gravo, frusta via, tutti, rompendo la colonna, si bisticciano con le mani
 fingendo di cacciare il gatto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="49">
          <head type="Titolo"> 48.  Ggira ggira tondo. </head>
          <p>
 Molti fanciulli e fanciulline si prendono tutti per le mani e fanno un circolo
 girando in tondo e cantando:
 "Ggira ggira tondo
 Cavallo imperatóndo,
 Cavallo d’argènto
 Che ccòsta cinquecento;
 Cento cinquanta.
 La gallina canta
 Làssela cantà’:
 La vojo marità’;
 Je vojo dà ccipólla,
 Cipólla è ttroppa forte;
 Jé vojo dà la morte,
 La morte è ttroppa bbrutta;
 Jé vojo dà’ la luna;
 La luna è troppa bbella
 C’è ddrento mi’ sorèlla
 Che ffa li bbiscottini
 Pe’ dàlli a li bbambini.
 Li bbambini stanno male.
 Ggira ggira lo spedale:
 Lo spedale stà llassù,
 Daje un carcio e bbùttelo ggiù!"
 e nel proferir la parola dell’ultimo verso, si accovacciano, per poi rialzarsi e
 proseguire a piacere.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="50">
          <head type="Titolo"> 49.  A ccontà le déta. </head>
          <p>
 Si prendono, un dopo l’altro, i ditini del bambino, e per ciascuno di essi si
 dice:
 Questo (il pollice) dice: Ho fame;
 Questo (l’indice) dice: Nun c’è pane;
 Questo (il medio) dice: Come faremo?
 Questo (l’anulare) dice: arubberemo!
 Questo (il mignolo) dice: Nicche, nicche, chi arubba s’impicca!
 E nel profferire queste ultime parole si torce alquanto il mignolo al bambino.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="51">
          <head type="Titolo"> 50.  Trucci, trucci, cavalluccio. </head>
          <p>
 Si piglia a cavalcioni sulla gamba destra un bambino e agitandolo in guisa da
 imitare il trotto del cavallo, si vien dicendo:
 "Trucci trucci, cavallucci
 Chi è cche vva a ccavallo?
 E’ re dé Portogallo,
 Co’ la cavalla zzòppa.
 E cchi l’ha zzoppicata?
 La stanga de la porta.
 Dov’è la porta?
 L’ha bbruciata er fôco.
 Dov’è ’r fôco?
 L’ha smorzato l’acqua.
 Dov’è ll’acqua?
 L’ha bbevuta la vacca.
 Dov’è la vacca?
 E’ ita in campagna;
 A ffà ccastagna
 A ffà castagna!".
 Ovvero si dice anche:
 "Cavalluccio, trò ttrò,
 Pija la bbiada che tté do;
 Pija li ferri che tté métto,
 Per andare a San Francesco
 San Francesco, bbôna via,
 Per andare a ccasa mia.
 A ccasa mia c’è un altare,
 Con tre mòniche a pregare.
 Ce n’è una ppiù vecchiétta,
 Santa Bàrbera, bbénédetta!"1.
 Ed anche così:
 "Trucci trucci, cavalli morèlli,
 So’ arivati a le porte de Roma;
 E ciavéveno li campanèlli,
 Trucci trucci, cavalli morèlli!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="52">
          <head type="Titolo"> 51.  A sbatte le manine. </head>
          <p>
 Si piglian le due manine del bimbo, e si battono palma a palma dicendo
 marcatamente:
 "Sbatti le mano ch’ècco la micia,
 La spagnôla senza camicia:
 La spagnôla camicia nun cià,
 Sbatti le mano ch’ècco papà!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="53">
          <head type="Titolo"> 52.  Dindóló. </head>
          <p>
 Si prende il bambino sotto le ascelle, e facendolo dondolare, si canta:
 "Dindoló, dindoló,
 Le campane de San Simó’,
 San Simó de le Copèlle,
 Dà la dote a le zzitèlle:
 Le zzitèlle stanno in piazza;
 Una fila, un’antra innaspa;
 Chi li fa li cappelli dé paja,
 Per andare a la bbattaja.
 A lo sparo del cannó’
 Mbì mbì, mbù mbó!"2.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="54">
          <head type="Titolo"> 53.  Bbella bbella piazza. </head>
          <p>
 Si piglia una manina al bambino, e mentre gli si fa il solletico in mezzo alla
 pianta, lungo il braccino e fin sotto il mento, si canticchia:
 "Bèlla bbèlla piazza,
 Cé passa la pupazza,
 Cé passa la pecorèlla
 Che ffa: bbè bbè bbè!
 Mamma nun c’è:
 È ita a la vigna;
 Quanno riviè’,
 Te dà la zzinna!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="55">
          <head type="Titolo"> 54.  Seta monéta. </head>
          <p>
 La mamma, per trastullare il bambino, se lo mette a sedere di faccia sulle
 ginocchia; lo prende per le manine e spingendolo avanti e indietro gli
 canticchia questa filastrocca:
 "Séta monéta,
 Le donne de Gaeta
 Che ffileno la séta
 La séta e la bbambace.
 Carlino me piace,
 Che fa ccantà li galli;
 Li galli e le galline
 Co’ ttutti li purcini.
 Guarda in ner pozzo,
 Che cc’è un gallo rosso
 Guarda in quell’antro
 Che c’è un gallo bbianco;
 Guarda su’ lletto
 Che cc’è un ber confètto:
 Guarda llassù
 Che cc’è cuccurucù!".2
 O se si vuole, si canticchia:
 "Séta monéta,
 Le donne so’ dde séta;
 L’ommini so’ dde stoppa
 A Carlino una mm... in bocca!".
 O anche:
 "Séta, sétòla,
 Carlino che vva a scóla
 Papà je compra la sediòla,
 Mamma el canestrello
 Tutto pieno de pizzutèllo!
 Santa Croce bbè a bba,
 La maestra mé vô ddà,
 Me vô dà co’ la bbacchetta,
 Santa Croce bbenedetta!
 Santa Croce, pan e nnóce
 Fichi secchi, mortalétti,
 Butteli ggiù pe’ ttutti li tétti".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="56">
          <head type="Titolo"> 55.  San Pietro e San Paolo uprìtece le porte. </head>
          <p>
 I due capi-giuoco, per esempio, la conta e la mamma, si mettono prima
 d’accordo, ma in segreto, per dare un nome convenzionale all’inferno ed un altro
 al paradiso. Per esempio, riso all’inferno, e céci al paradiso.
 Quindi si pigliano per le mani, tenendole tese e alzandole in alto per lasciarvi
 passare di sotto i compagni, i quali, formando una catena, dicono:
 — San Pietro e San Pavolo uprìtece le porte.
 E i due capi-giuoco soggiungono:
 — Le porte sono uperte, per chi cce vôle entrà’.
 Ed i compagni vi passano. L’ultimo di essi viene però fermato da uno dei capi-
 giuoco, il quale gli domanda:
 — Che vôi o riso o céci?
 Se egli risponde riso che equivale a inferno, è condannato subito ad andarvi; se
 invece dicesse céci, andrebbe in paradiso.
 Poi si ricomincia da capo, e l’ultimo che sta per passare, torna ad esser
 fermato, interrogato e condannato come il precedente compagno. E così di
 seguito, fino a che sono tutti collocati. Allora, come di solito, gli eletti
 scherniscono i compagni condannati all’inferno, col dirgli: tappi di cacatore, o
 altro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="57">
          <head type="Titolo"> 56.  A la Muta. </head>
          <p>
 Il numero dei giocatori deve essere sempre paro. Se, per esempio, sono in otto,
 quattro di essi fingono di fare un mestiere, sempre però alla muta, ossia a
 gesti e senza parlare. Gli altri quattro devono indovinare quale mestiere i loro
 compagni stan facendo.
 Se lo indovinano le parti s’invertono; altrimenti, sta ai primi quattro a
 ricominciare con un altro mestiere.
 Si comincia il giuoco con questa formola:
 — A la muta a la muta, chi pparla è pperduta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="58">
          <head type="Titolo"> 57.  Gatto, trova sorcio. </head>
          <p>
 Sopra cinque pezzetti di carta si scrive: sorcio, gatto, re, reggina e
 bbattente o bboja. Poi essi vengono gettati in aria e raccolti dai cinque
 giocatori.
 Quello che è re comanda. Egli allora chiama il gatto, e gli impone di trovare il
 sorcio, dicendo:
 — Gatto, trova sorcio.
 Se il gatto non indovina chi è il sorcio, allora è condannato dal re a buscarsi
 dal boja o bbattente la dose di mazzaroccate che egli comanderà.
 Viene chiamato il boja, il quale tutte le volte che si presenta davanti al re è
 obbligato a salutarlo, battendo la mano sinistra nel braccio destro, il quale
 deve correre anch’esso contro la mano.
 Il re ordina al boja il numero delle mazzaroccate dicendo, p. es.: cinque de
 sale, otto de pepe, dieci d’ajo, ecc.
 La regina può fare grazia se le viene chiesta, o può aumentare a piacere la dose
 delle mazzaroccate.
 Qualora però il gatto indovina chi è il sorcio, tocca a questo il buscarsi quel
 numero di colpi che il re comanda.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="59">
          <head type="Titolo"> 58.  Battimuro. </head>
          <p>
 I giocatori (due, quattro, sei) fanno il tocco. Il preferito dalla sorte batte
 il suo bottone, o il suo soldo, contro il muro, il quale soldo, di rimbalzo, va
 a cadere in terra. Il secondo batte a sua volta; e se il soldo suo va a cadere a
 una spanna da quello del compagno, vince e se lo prende. Se invece va più
 distante, tocca di nuovo a battere alla conta, o se sono più di due, al terzo,
 al quarto, successivamente.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="60">
          <head type="Titolo"> 59.  Li sordati o a ffà la guerra. </head>
          <p>
 Uno fa da capitano, da sergente o da caporale, e gli altri giocatori fanno da
 soldati tenendo in mano invece del fucile una canna, un manico di scopa, un
 bastone, ecc. E tutti disposti in fila fanno le manovre. In questi ultimi tempi
 era molto in voga fare li soldati in Africa, con i relativi Barattieri e
 Menelich, ed i Russi e Giapponesi, giuoco che spesso degenerava in serie baruffe
 con accompagnamento di scapaccioni o bastonate, poichè si finiva col fare la
 guetra, giuoco che si usa spesso fra i nostri
 ragazzi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="61">
          <head type="Titolo"> 60.  "Ti vedo!…" </head>
          <p>
 Si fa in parecchi ragazzi. La conta viene posto dai compagni in un luogo dal
 quale essi non possono esser veduti. Ciò fatto, si allontanano per andarsi a
 nascondere dietro un albero, una fratta, un cespuglio, ecc., e cambiando, come
 vuole il giuoco, e anche quando capita loro il destro, di nascondiglio.
 Allorchè si sono nascosti, gridano al compagno che li deve trovare: Ti vedoo!
 Questo si mette in cerca, ed appena ne scorge uno, grida: É rotto!
 Allora quel tale che è stato scoperto si deve subito fermare e gridare: Mé
 mantiengo, e prendere poi il posto della conta, per ricominciare il giuoco da
 capo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="62">
          <head type="Titolo"> 61.  A cchi ride prima. </head>
          <p>
 Passatempo che si fa tra due fanciulli, i quali stando seduti uno di fronte
 all’altro, si guardano fissi l’uno negli occhi, dell’altro, conservando la loro
 serietà.
 Colui il quale ride prima è il perditore.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="63">
          <head type="Titolo"> 62.  Bùzzico. </head>
          <p>
 Si fa la conta, e colui il quale viene dalla conta designato, si chiama
 bùzzico.
 Costui correndo deve acchiappare uno de’ suoi compagni, il quale per non esser
 preso fa giravolte, cavallette, come si dice, e corre a precipizio. Spesse volte
 un altro giocatore viene a traversare loro il cammino, ed allora la conta lascia
 andare il primo per correre dietro all’importuno. Colui che viene preso è tenuto
 a prendere il posto della conta o di bùzzico che dir si voglia.
 Siccome in questo giuoco non v’è tana per riposare, allorchè il giocatore
 rincorso è stanco si ferma e grida: Co’ le bbône o pace, per non essere oltre
 molestato.
 Allorchè esso ricomincia a giuocare grida invece: Co’ le càccole!
 Se al giocatore rincorso gli falla un piede e cade, per non essere preso grida
 all’istante: Tèra, tèra, nun fa guèra, e non viene molestato.
 Se qualcuno dei giocatori vuol ritirarsi mentre il giuoco prosegue, ecco la cosa
 ch’esso è tenuto a fare.
 Toccare la terra e dire: Tócco téra; arzo la bandiera: tutti li bbuzzichi so’ li
 tui. Nun ce faccio più: ècco er sasso, e fa vedere al capo-giuoco o alla conta,
 il sassolino che ha raccolto per dimostrargli che ha veramente toccato la terra.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="64">
          <head type="Titolo"> 63 . — A "Ppicca". </head>
          <p>
 I giocatori si dividono in due squadre, p. es.: squadra A e squadra B.
 Designate le loro tane, che devono essere a una bella distanza, e ciascuna
 rimpetto all’altra, si comincia il giuoco così:
 Un giocatore della squadra A abbandona la tana e s’incammina verso la squadra
 nemica; da questa parte un altro giocatore che lo rincorre, e se lo tocca lo fa
 prigioniero. Ognuno di questi vale un punto; e il giuoco si vince a capo di
 dodici punti.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="65">
          <head type="Titolo"> 64.  La guerra francese. </head>
          <p>
 È quasi identico al giuoco precedente. Avvi soltanto qualche piccola
 differenza. A la guerra francese i prigionieri sono, a mo’ d’esempio, rinchiusi
 entro un circolo che si fa in terra e che si chiama padèlla.
 E, come al giuoco i Ladri e Sbirri, i prigionieri si possono liberare.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="66">
          <head type="Titolo"> 65.  Er pilaro. </head>
          <p>
 Uno della brigata finge di vendere pignatte. Alcuni altri lo circondano e
 gliene domandano il prezzo. Il dialogo, presso a poco, si svolge così:
 — Ciavete una pila grande?
 — Come la volete così? — E con le dita ne misura la grandezza.
 — No: è troppa grande.
 — Allora — misurandone la grandezza come sopra — ne volete un’antra cusì?
 — Macchè!
 — E si nu’ la volete accusì grande; allora come la volete accusì?
 — Fra la misura de prima e quella d’adesso.
 — Allora la volete accusì? ecc.
 Insomma tutto il giuoco consiste in questo: chi va a contrattare la pila, non si
 deve mai lasciar fuggire di bocca la parola ccusì, altrimenti paga il pegno, o
 prende il posto del pilaro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="67">
          <head type="Titolo"> 66.  A "Ttuzzi". </head>
          <p>
 Due fanno a pari e caffo. Il perditore, ogni volta che sbaglia, riceve
 dall’altro un tuzzo, cioè un forte colpo dato sulle spalle, prima con la punta
 delle dita, e poi immediatamente col polso.
 Allorchè vince, prende il posto del compagno, e il giuoco seguita a piacere.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="68">
          <head type="Titolo"> 67.  Chi st’a ccapo a la mi’ pigna. </head>
          <p>
 Le ragazze che giuocano si prendono per le mani e formano una catena.
 La mamma e il capo-giuoco si pigliano per le mani e le alzano tenendole tese per
 lasciarvi passare di sotto le compagne.
 Quella che sta in coda alla catena domanda a quella che ne sta a capo:
 — Chi sta a ccapo a la mi’ pigna?
 E l’altra risponde:
 — Cé sto io.
 — Per chi?
 — Per una donna.
 — Che ha fatto?
 — Figlio maschio.
 — Com’è llungo?
 — Come una colonna.
 — Com’è stretto?
 — Com’un mànico de paletta.
 — Passate sotto a la mi’ casetta.
 Allora la ragazza che sta in coda, seguìta dalle altre ragazze, sempre tenendosi
 per le mani, passano sotto alla volta formata dalle braccia della mamma e del
 capo-giuoco, in modo che la seconda ragazza formante la catena resta con le
 braccia incrociate, poi la terza, la quarta, la quinta, e così via via.
 Ad ogni compagna che resta così incatenata, le altre le cantano in coro:
 "Povera Nina, incatenata
 Co’ ccento catene!
 Patisci le pene,
 Patisci le pene!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="69">
          <head type="Titolo"> 68.  Er Cucuzzaro. </head>
          <p>
 Bisogna che i giocatori siano parecchi.
 La persona che fa da mamma dà a ciascun giocatore un numero: 1, 2, 3,\Cap\ 4, 5, 6,
 7, 8, 9, 10, ecc.
 Viene il giocatore destinato a fare il cucuzzaro, e inventa una storiella
 qualunque.
 Per esempio, dirà
 — ’Stammattina so’ ito all’orto, e ho visto che mm’aveveno arubbato 8 cocuzze.
 Subito, il giocatore che ha quel numero interloquisce, dicendo:
 — Perchè, 8?
 — E quante, si nnó, 10?
 E colui che ha il numero 10:
 — Perchè, 10? Ve sarete sbajato; saranno state 7, ecc.
 Insomma: chi non risponde subito al nominare che si fa del suo numero, è
 costretto a pagare il pegno per poi far la penitenza.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="70">
          <head type="Titolo"> 69.  Er Dottore a lo spedale. </head>
          <p>
 Uno dei fanciulli fa da medico, e gli altri colleghi si fingono malati. È un
 passatempo senza nessuna regola e che i ragazzi fanno quindi a piacer loro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="71">
          <head type="Titolo"> 70.  Ciribbiribbì. </head>
          <p>
 Giuoco che si fa anche da adulti.
 In mezzo si mette una sedia in meno delle persone che giocano.
 Per esempio, venti giocatori e diciannove sedie.
 Poi i giocatori si prendono tutti per la mano, e girano attorno attorno alle
 sedie.
 Il capo-giuoco, nel girare, dice:
 — Ci-ribbì-ribbì-ribbì-ribbì-ribbì-ribbì-ribbì-ribbì-ribbì-ri-bbì!
 A questo bbì più spiccato, se il capo-giuoco si siede, tutti devono cercar
 subito di prender posto in una delle diciannove sedie.
 Colui il quale rimane in piedi paga il pegno ed esce dal giuoco.
 Allora si toglie un’altra sedia e si ricomincia.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="72">
          <head type="Titolo"> 71.  Scaricabbarili. </head>
          <p>
 Giuoco che si fa da due soli ragazzi, i quali si volgono le spalle, l’un
 l’altro, e intrecciate scambievolmente le braccia, s’alzano a vicenda, restando
 a vicenda uno sotto e uno sopra l’altro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="73">
          <head type="Titolo"> 72.  A Ppallina. </head>
          <p>
 Si può fare a Pallina in due, tre, quattro, cinque, ecc. Si fa prima una bucia
 in terra, e a una certa distanza un segno o limite, in cui devono tutte le
 palline da battersi essere collocate.
 Si fa la conta, e a chi va il punto, è il primo a tirare per cogliere in buca.
 Se ci coglie dice agli altri compagni: Tirateme. E quelli posano ciascuno la
 pallina sul limite, ossia su quel segno stabilito.
 La conta, a un palmo dalla buca, tira con la sua pallina, e ognuna che ne coglie
 se la prende.
 Alla lor volta, le Palline che non sono state colte, dal segno in cui si
 trovano, devono essere dai loro giocatori tirate per cogliere in buca, e se ci
 vanno, far nè più nè meno di quanto ha fatto la conta.
 Se la pallina tirata per cogliere in buca si ferma prima o poi, sta bene; ma se
 per caso oltrepassa il limite stabilito, il giocatore cui appartiene dice: Cé
 passo o senza fôco li passaporti, e può ritirare.
 Qualora la pallina lanciata urta o inciampa in un sassetto, in un piede di uno
 spettatore, ecc., e il proprietario di essa grida subito: Moi piè’, può
 replicare il tiro; però se l’avversario lo previene, gridando prima di lui: Bo’
 piè’, il tiro è dichiarato buono e non si può ripetere.
 Così avviene pure se presso la buca il pallino a ttiro ha vicino qualche
 sassolino o altro, e quello che deve tirare a coglierlo dice subito: Senza fôco,
 la pulizzìa! egli è in facoltà di pulire il terreno; col patto però che il suo
 rivale, non gridi prima di lui: Fôco, la pulizzìa!
 Se per caso la pallina da colpire fosse un poco interrata e il giocatore di
 essa, per averne vantaggio, grida all’avversario, o a colui che la deve battere:
 Bòtto, scrócchio e pallina che ffugge, la pallina in parola deve essere rimossa
 dal punto in cui si trova, altrimenti il tiro non sarebbe valido.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="74">
          <head type="Titolo"> 73.  Palazzo vergine. </head>
          <p>
 Un numero non piccolo di fanciulli e fanciulle fanno ruota prendendosi per mano
 e, mentre girano, canticchiano:
 "Palazzo, palazzo vergine,
 Che ll’Angeli ce sono
 Si (e qui nominano una delle loro compagne) se rivoltasse
 E un bell’ angelo la bbaciasse!
 Piena di rose, piena di fiori,
 Bella zzitèlla, voltàteve voi".
 La fanciulla invitata a voltarsi, si volta con la faccia che guarda fuori del
 circolo, sempre tenendosi per mano alle compagne. Quando poi tutti i giocatori
 si sono così voltati, il giuoco è terminato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="75">
          <head type="Titolo"> 74.  Mio bel castello. </head>
          <p>
 Una diecina di ragazzi si prendono per mano; due altri di essi, che fanno da
 capi-giuoco, si pongono a una certa distanza parallelamente, e poi facendosi
 loro incontro, cantano:
 "O mio bbel castello,
 Marcondìrondirondà".
 E gli altri fanciulli, in coro:
 "È ppiù bbello el nostro,
 Marcondìrondirondà".
 E nel rispondere così, rincalzano i due primi fino al loro posto. I quali primi,
 alla lor volta, respingono indietro i compagni, dicendo:
 "E noi l’abbruceremo,
 Marcondìrondirondà".
 E gli altri, come sopra:
 "E noi l’arifaremo,
 Marcondìrondirondà".
 E i due primi:
 "E noi ce leveremo una pietra,
 Marcondìrondirondà".
 E gli avversari:
 "E noi ce l’arimetteremo,
 Marcondìrondirondà".
 Cantilena che seguita a piacere fra i contendenti, finchè non si viene a patti
 fra loro.
 Allora i due primi cedono il castello, ma ad un patto:
 "E noi ve lo cederemo,
 Ma la ppiù bbella venga qua".
 Gli avversari accettano, e in cambio mandan loro una compagna. E il giuoco
 seguita fino a che essi son tutti passati, o meglio si sono ceduti ai due primi,
 meno due di loro, i quali prendono il posto dei due capi-giuoco, per
 ricominciare da capo, qualora ne avessero la volontà.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="76">
          <head type="Titolo"> 75.  Maria Ggiulia. </head>
          <p>
 Un buon numero di fanciulle fanno ruota tenendosi per mano.
 Una di loro, designata dalla sorte, vien posta nel mezzo del circolo e deve
 fingere di dormire.
 Allora le altre le girano intorno cantando:
 "Bbella, che ddormi
 Sul letto dei fiori,
 Ricevi, dormendo,
 Un bacio d’amore.
 Un bacio pô offende
 La cara bbambina!
 Oh poverina,
 Dove sarà?
 In cammera sola,
 Sicuro a ppettinasse;
 El ciuffettino a ffasse
 La cara mammà.
 Maria Giulia,
 D’indove sei venuta?
 Arza l’occhi al cèlo,
 Fa un salto, fann’un altro.
 Fa la riverenza,
 Fa la penitenza;
 Lèvete el cappelletto,
 E dà un bacio a cchi tte l’ha ddetto!".
 La bambina, che è nel mezzo, eseguisce quanto le viene raccomandato; e in fine
 si alza e corre a dare un bacio a una delle compagne che le girano intorno.
 Questa prende allora il posto di colei che la bacia, e il giuoco ricomincia.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="77">
          <head type="Titolo"> 76.  L’Imbasciatori. </head>
          <p>
 Identico al giuoco Mio bel castello. Gli ambasciatori sono due e stanno a una
 certa distanza dagli altri fanciulli che formano catena tenendosi per mano.
 Nell’andarsi all’incontro, prima gli uni e poi gli altri, canticchiano:
 — Ecco l’imbasciatori
 Ombrill’ombrill’ombrèlla!
 — Cosa volete,
 Ombrill’ombrill’ombrèlla?
 — Vogliamo una regazza, ecc.
 — Come si chiama? ecc.
 — Se chiama Rosina, ecc.
 — Che ccosa glie farete? ecc.
 — Un bell’abbito de bbagarozzi, ecc.
 — E nnoi nun ve la daremo, ecc.
 — Je farò un bell’abbito de raso, ecc.
 — Che scarpe glie farete? ecc.
 — Le scarpe de canavaccio, ecc.
 — Tienétele pe’ vvoi, ecc.
 — Je farò le scarpe de séta, ecc.
 Così via via, fino a tanto che gli ambasciatori sono invitati a prendersi la
 ragazza da loro scelta.
 L’ultima ragazza che resta viene schernita con il solito epiteto di: Tappo de
 cacatore.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="78">
          <head type="Titolo"> 77.  L’ucellino in gabbia. </head>
          <p>
 Una certa quantità di fanciulli o fanciulle, prendendosi per le mani, formano
 una lunga catena, e correndo fanno le viste di giuocare. Ma invece, i birichini,
 già d’intesa fra loro, circondano per sorpresa il primo ragazzo o la prima
 persona che s’imbatte sul loro cammino, e facendogli intorno la ruota, cantano:
 "L’ucellino in gabbia
 Ce vô la canipuccia
 Pe’ ffallo mantienè’.
 Uno due e ttre
 Nun te posso ppiù ttienè’,
 Te piglio e tte lasso".
 E nel dire così lo rilasciano.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="79">
          <head type="Titolo"> 78.  Lo specchio. </head>
          <p>
 È un divertimento che i ragazzi si prendono spesso. Pigliano un pezzetto di
 specchio, lo collocano contro il sole, e ne ripercuotono i raggi entro le case e
 sulla faccia di chiunque gli capiti.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="80">
          <head type="Titolo"> 79.  Nonno, cé porti a mmessa? </head>
          <p>
 Il fanciullo designato dalla conta è il nonno. Cammina curvo, facendosi
 sostegno del bastone, come se veramente fosse un vecchio cadente.
 Gli altri giocatori si fingono suoi nepoti, e lo vanno importunando gridandogli
 dietro:
 — Nonno, cé porti a mmessa?
 Ed egli, poco decentemente, risponde loro:
 — No: nun vé cé porto; perché ssete un sacco de scorre…
 — Nun è vvero, nonno, nun è vvero. Nonno, ce porti a mmessa?
 E le ripulse del nonno e le insistenze dei nepoti durano parecchio; finchè
 quello si piega a condurli a messa. Fingono allora di entrare tutti in chiesa,
 s’inginocchiano, e mentre il nonno finge di pregare, essi (parlando con poco
 rispetto) fanno dei peti a tutto andare. Allora il nonno, esasperato, alza il
 bastone per picchiarli, ma essi fuggono inseguiti da lui, che, per i suoi
 acciacchi, non giunge ad arrivarli. I suoi nepoti intanto si sono sparsi di qua
 e di là, sulla strada che il nonno percorre; ed a
 lcuni si fingono muratori, altri giocatori di morra, od altro. Intanto, p. e.,
 che i giocatori di morra gridano: Cinque la morra, la viscioletta! ecc., il
 nonno chiede loro: Avete visto certi vassalletti, scorre...? E quelli: No, nun
 avemo visto gnisuno. E non appena il nonno si è allontanato, essi dietro gli
 fanno un coro di pernacchie.
 E il giuoco, sudicietto e puerile, seguita di questo passo a volontà dei
 giocatori.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="81">
          <head type="Titolo"> 80.  La Bberlina. </head>
          <p>
 "Più che un giuoco è una penitenza, e più che dai ragazzi si fa dagli adulti.
 I giocatori si dispongono in circolo, e in mezzo a loro si mette a sedere quello
 che dalla sorte fu condannato a star per primo in berlina.
 Il capo-giuoco va attorno al circolo, e, ad uno ad uno, domanda a tutti perchè
 quel tale sta in berlina. Ciascuno gli dice la sua a bassa voce. Uno, per
 esempio, gli dirà che sta in berlina perchè è cattivo, un altro perchè
 tartaglia, ecc. Raccolte le risposte, il capo-giuoco le ripete tutte di seguito
 a voce alta, e poi domanda al condannato: Chi volete che venghi in berlina? E
 quello, p. e., risponde: Quello che m’ha ddetto che ttartajo. Questo allora è
 obbligato a rivelarsi e ad andar lui in berlina.
 Allora il giuoco ricomincia e seguita a piacimento". Così lo descrive il chiaro
 prof. Morandi alla nota 7a del sonetto del Belli: Li ggióchi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="82">
          <head type="Titolo"> 81.  Mamma ch’or’è? </head>
          <p>
 Molte fanciulle prendendosi per le mani formano circolo, e facendo la ruota
 attorno ad una loro compagna, che è nel mezzo, le domandano:
 — Mamma, ch’or’è?
 Quella, a mo’ d’esempio, risponde loro:
 — È mmezzoggiorno.
 Ed esse:
 — Che mmamma dormijona!
 E quelle altre:
 — Mamma, che ffate a ppranzo?
 — Li gnocchi.
 — Che mmamma magnóna!
 Ed il dialogo si può prolungare a piacere dei giocatori; e il divertimento
 termina puerilmente come è cominciato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="83">
          <head type="Titolo"> 82.  Quanno piove. </head>
          <p>
 Mentre piove, i ragazzi desiderosi che la pioggia prosegua, ci pigliano sommo
 gusto, e intanto canticchiano la seguente cantilena:
 Piovere e nun piovere,
 Bisogn’andare a mmôvere,
 A mmôvere ló grano
 Pel santo Giulliano.
 Trovai ’na funtanèlla,
 Me ce lavai le mano.
 Me ce cascò l’anello
 Dal deto piccirièllo.
 Pescai, pescai,
 Nù lo trovai mai.
 Trovai tre ppescétti;
 Li calzai e li vestii;
 Li portai a mmonsignore.
 Monsignore nun c’era;
 C’ereno tre zzitèlle
 Che ffacéveno le frittelle.
 Me ne diedero una:
 Quant’era bbòna!
 Me ne dieder’un’altra,
 Me cascò sott’ ar banco.
 Er banco era cupo,
 E ssotto c’era e’ pupo.
 E’ pupo era vecchio,
 Nun sapeva rifà’ e’ lletto.
 E’ lletto era rifatto,
 L’aveva fatto er gatto.
 Er gatto sur tetto
 Che ssònava er ciufoletto.
 La gallina pe’ le scale
 Che cchiamava la commare.
 La commare su la porta
 Che vvenneva le peracòtte:
 Peracòtte bbòne e ccalle!
 Bastonate su le spalle
 Su le spalle a cchi a cchi?
 A Ccarlino che sta a ssentì".
 Io ho scritto Carlino perchè così ha nome l’ultimo dei miei figliuoli; ma il
 nome si può sostituire a piacere, e si sostituisce in genere col nome del
 bambino che in quel momento lo si trastulla col tenerlo a cavalluccio sulle
 ginocchia. È in uso anche dire:
 "Acqua santa, nun vienì’;
 San Giuvanni stà a ddormì’
 Su le piaghe del Signore:
 Passi l’acqua e vvienghi el sole!".
 O anche:
 "Ecco la luna, ecco le stelle,
 Ecco le bbelle pecorèlle.
 Ecco e’ pupo incatenato
 S’è mmagnato lo castrato:
 Lo castrato nun era mio
 Era de li frati de Sant’Agostino.
 Sant’Agostino je curre de dietro
 Pe’ la cappa de San Pietro:
 San Pietro cucinava
 Tutta la cappa s’abbagnava:
 Perchè tte bbagni cappa?
 Pe’ ffa’ ffermà’ quest’acqua
 Quest’acqua e questo vènto,
 Domani sarà un bel tempo!".
 Alcuni altri dicono:
 "Piove, pioviccica,
 La vecchia s’appiccica:
 S’appiccica a ’na colonna,
 Quant’ è bbrutta quela donna!".
 Ed altri, scherzando:
 — "Mamma, piovìccica
 M’azzuppo tutta!
 — Fija mia bbella,
 Ecchete l’ombrèlla".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="84">
          <head type="Titolo"> 83.  Li bbòcci o le bbòcce. </head>
          <p>
 Pigliano un bicchiere con un po’ d’acqua, vi sciolgono del sapone, v’intingono
 un pezzetto di canna, chiamato cannéllo, e vi soffiano dentro leggermente in
 guisa da farne venir fuori delle bolle più o meno grandi chiamate bòccie ò
 bbòcci, e che i fanciulli fanno a gara a far saltare su i loro grembiuli.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="85">
          <head type="Titolo"> 84.  Chi arriva er primo o li Bbàrberi. </head>
          <p>
 Un certo numero di ragazzi si mettono tutti allineati, a un dato punto.
 Poi al segnale del capo-giuoco si pongono a correre; e colui che giunge per
 primo a la mèta, è proclamato vincitore.
 Il capo-giuoco nel dare il segnale di partenza è solito dire: Uno, dua e ttre;
 chi è urtimo puzza!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="86">
          <head type="Titolo"> 83.  Li cavalli. </head>
          <p>
 Uno fa da cavallo con la bocca passata da un laccio che fa da freno e da
 redini. L’altro compagno fa da cocchiere, tiene quindi le redini e frusta il
 cavallo che salta, tira calci e nitrisce.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="87">
          <head type="Titolo"> 86.  Zompà’ le scale. </head>
          <p>
 Fanno a gara fra ragazzi o ragazze, a chi salta più scalini della scala di
 casa, di un palazzo, di una chiesa o di altro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="88">
          <head type="Titolo"> 87.  A capolitómboli. </head>
          <p>
 Divertimento ginnastico che i ragazzi fanno innanzi le bande musicali allorchè
 sono in marcia, allargando le braccia in croce e piegando di slancio sur una
 delle mani che poggiano a terra, tutto il corpo, in guisa di fare, braccia e
 gambe tese, una girandola.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="89">
          <head type="Titolo"> 88.  A "Bbilancia". </head>
          <p>
 I ragazzi mettono un asse in bilico su di una trave o altro corpo elevato, e si
 siedono alle due estremità; cosicchè quando l’uno va in terra, l’altro
 s’innalza.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="90">
          <head type="Titolo"> 89.  A Ccanoffièna. </head>
          <p>
 La canoffièna è formata da due funi che in alto sono raccomandate a una trave,
 o anche all’architrave d’una porta, od altrove, e in basso sono legate ad un
 asse trasversale, o ad un bastone sul quale si siede una o più persone; e mentre
 quello seduto oscilla, un altro spinge la canoffièna aspettandone il ritorno per
 risospingerla ancora, e così via di seguito.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="91">
          <head type="Titolo"> 90.  Gatta-cèca cor zizzì. </head>
          <p>
 "Giuoco di società. Una persona bendata va in giro assidendosi, or qua or là,
 sulle ginocchia di questo o di quello. Proferisce col solo sibilo dei denti
 quelle due sillabe zzizzì, e ad un’eguale risposta di colui o di colei su cui
 siede, deve indovinare chi sia. Se indovina, passa la sua benda a chi si fece
 conoscere, altrimenti segue il suo giro".
 Così lo descrive il Belli nella nota 1 del sonetto: Er contratempo dell’11
 ottobre 1830.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="92">
          <head type="Titolo"> 91.  Svòrtica mano. </head>
          <p>
 Giuoco che consiste nel ripigliare col dorso della mano o le nocciuole o le
 noci o le monete che si son tirate in aria con la stessa mano. Colui che le fa
 cadere perde la cosa tirata o si busca anche una certa quantità di tuzzi,
 secondo come si è convenuti prima di cominciare il giuoco.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="93">
          <head type="Titolo"> 92.  Pizzichetto. </head>
          <p>
 "Parecchi bambini mettono alternativamente i pugni chiusi uno sopra l’altro, in
 modo da formare una colonna; e uno di loro, che rimane con la destra libera,
 pizzica a uno a uno tutte le ultime articolazioni delle dita canticchiando la
 canzoncina:
 "Pizzica, pizzicarèllo,
 T’ammazzo cor cortèllo;
 T’ammazzo cor pugnale;
 Te fo mmorì’ dde fame.
 De fame e dde pavura,
 Te bbutto in sepportura.
 Crò crò cro
 Prima t’ammazzo e pòi me ne vò’.
 Cri cri cri
 Si nun fai t’ammazzo qui".
 Colui che è pizzicato, all’ultima parola della canzoncina, leva dalla colonna la
 mano pizzicata e si comincia da capo; finchè ridotto il giuoco a due soli, colui
 che resta col pugno o coi pugni non pizzicati all’ultimo qui, è il perditore, e
 tutti gli altri bambini gli si fanno intorno e gli gridano in coro: Tappo de
 cacatore, ecc.".
 Così lo descrive il Belli nella nota 13 del sonetto: Un’opera de misericordia
 del 3 ottobre 1830.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="94">
          <head type="Titolo"> 93.  Acchiapparèlla. </head>
          <p>
 Si fa da due o anche tre fanciulli, avvolgendosi in sulle mani del filo e l’un
 dall’altro ripigliandolo in varie figure, come per esempio: la cùnnola, er
 cannejére, la vecchiaccia, la colonna, lo specchio, la spina der pesce, la
 tavola, ecc. ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="95">
          <head type="Titolo"> 94.  Merènna. </head>
          <p>
 È un passatempo delle nostre bambine, le quali si riuniscono in quattro o
 cinque, portando ciascuna qualche cosa da mangiare. Una di loro prepara la
 cucina, gli utensili, le stoviglie; quelli stessi che si dicono de la pupazza, e
 che si comperano dai venditori di giuocattoli. Tale refezione è chiamata merènda
 o merendina.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="96">
          <head type="Titolo"> 95.  Passamano. </head>
          <p>
 Passamano è uno scherzo che si fa ad alcuno per trafugargli momentaneamente un
 oggetto, passandolo ad altra persona, la quale, a sua volta, lo passa ad una
 terza e così via via.
 Con questo giochetto — dice il Belli, in una nota de’ suoi Sonetti — quando a
 piazza Navona eravi il mercato, un cocomero rubato all’estremità della piazza,
 in un momento arrivava all’estremità opposta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="97">
          <head type="Titolo"> 96.  Le Commarèlle. </head>
          <p>
 In questo giuoco le bambine che vi prendon parte riproducono tutti gli usi che
 accompagnano la nascita di un bambino. Una delle fanciulle si mette un
 cuscinetto sotto la veste e finge di essere incinta. Altra volta mettono una di
 loro a letto con la pupazza e fingono che colei abbia partorito, le fanno
 ricevere le visite di altre fanciullette che si fingono commarèlle.
 O pure fanno gli sposi e riproducono tutte le cerimonie e gli usi che
 accompagnano uno sposalizio.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="98">
          <head type="Titolo"> 97.  Scoccéto. </head>
          <p>
 Giuoco che si fa con le uova lesse.
 Uno de’ giocatori stringe in pugno l’uovo, e l’altro vi batte sopra con una
 delle estremità del proprio uovo.
 Se uno dei due uovi si rompe, quello rotto diviene proprietà di colui al quale è
 rimasto sano il suo uovo.
 Il Belli, in una nota del sonetto: Er madrimonio sconcruso, così lo descrive:
 "Si giuoca a Roma dalla plebe, percuotendo colla parte più acuta d’un uovo
 allessato (ôvo tosto) sulla stessa parte d’un uovo simile che tiene in mano
 l’avversario. Colui, il cui uovo si frange all’urto, perde il giuoco; e ciò
 dicesi fare a scoccétto".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="99">
          <head type="Titolo"> 98.  Garaghè. </head>
          <p>
 I giocatori, fatta la conta, la quale deve indicare il primo di loro che
 frulla, ossia che lancia le monete, si dispongono in circolo e ciascuno depone
 in terra, davanti a sè, la somma che egli ha scommesso sulla faccia che
 mostreranno le monete dopo cadute.
 Le monete che si devono lanciare devono essere rappresentate da due soldi da
 due; colui che li tira deve tenerli uno sovrapposto all’altro, in modo che essi
 mostrino le due armi.
 Se i due soldi frullati nel cadere in terra mostrano tutti e due le armi (ossia
 la figura del sovrano) allora chi li ha lanciati vince tutte le monete scommesse
 dai varii giocatori; se al contrario i soldi caduti in terra mostrano il santo,
 ossia l’esergo della moneta, allora il giocatore perde e fa come si dice
 bbatticulo.
 Poi passa il diritto di frullare le monete al secondo, al terzo, al quarto, come
 si è in principio stabilito.
 La frode in questo giuoco sta in ciò, che alcuni adoperano delle monete foggiate
 in guisa da mostrare su tutt’e due i lati la figura del sovrano, ossia l’arma.
 Le quali monete, ogni volta che vengono lanciate, necessariamente vincono
 sempre. Tale moneta nel gergo de’ furbi viene chiamata er bello o er patalucco.
 Un’altra frode è la seguente. Mentre tutti sono intenti a giuocare, uno dei
 componenti il giuoco fa scirpa, ossia ruba lestamente tutto il danaro degli
 scommettitori, e se la dà a gambe. Non per niente la Questura ha proibito il
 Garaghè.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="100">
          <head type="Titolo"> 99.  Er Diavolo zzoppo. </head>
          <p>
 Si fa in parecchi ragazzi. Dei tre designati dalla sorte, uno fa il diavolo
 zoppo, e deve camminare con un sol piede; il secondo fa da portiere, e il terzo
 da mamma. Questa guida gli altri giocatori, i quali dietro di lei formano una
 lunga catena, tenendosi per un lembo del vestito.
 Disposto così il giuoco, la mamma, sempre seguìta dagli altri, finge di bussare
 alla casa del diavolo, e domanda al portiere:
 — Quanto sta a uscì’ er padrone?
 Ed il portiere:
 — A mmomenti. Se sta a mmette la camicia.
 Allora la mamma, seguìta dai suoi compagni, fa un giro cantando con essi in
 coro:
 "Se sta a mmette la camicia
 Se sta a mmette la camicia!".
 Poi torna di nuovo a bussare come la prima volta; e secondo la risposta che le
 dà il portiere, ripete il giro e le parole di questo. Per esempio:
 "Se st’a mmette la corvatta" (bis).
 e così fino a che il diavolo zoppo non finge di uscire da casa.
 Soltanto che all’ultima risposta del portiere, p. es. Se sta a mmette’ la
 mantella, la mamma e il coro ripetono:
 "Se sta a mmette’ la mantella:
 Che sse possi zzoppiccà’!".
 Il diavolo zoppo, una volta uscito di casa, si slancia sui giocatori e tenta di
 rapirli; ma la mamma fa loro scudo della sua persona cercando di salvarli a
 qualunque costo.
 Se al diavolo riesce a fare dei prigionieri, questi son condannati all’inferno,
 dove si deve stare in ginocchio, con le mani dietro il dorso, e gli occhi bassi.
 Quando alla mamma rimangono uno o due figliuoli, il diavolo finge di ritirarsi
 in casa. Allora la mamma, credendosi sicura del fatto suo, manda il figlio
 rimastole a fare una spesa, a comperare, p. es., un soldo de ricotta. Non appena
 il diavolo si avvede di ciò, esce di nuovo, e se gli riesce di rapire il
 fanciullo, il giuoco cessa per poi ricominciare da capo a piacere dei giocatori.
 Come tutti gli altri giuochi, dal mio tempo ad oggi, questo ha subìto parecchie
 modificazioni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="101">
          <head type="Titolo"> 100.  Madama Pollaròla. </head>
          <p>
 È un giuoco che per lo più si fa da sole fanciulle.
 Esse si prendono per mano e formano circolo. La mamma, fuori di questo, gira
 loro intorno dicendo:
 "Madama Pollarola,
 Quanti polli ha il mio pollaio?
 Quanti n’ho quanti n’avemo,
 La ppiù bbella se caperemo:
 La ppiù bbella che cce sia
 Me la vojo portà vvia.
 Girerò, ggirerò
 La ppiù bbella me caperò".
 E se ne sceglie una a piacimento, poi un’altra, un’altra e così via via.
 Mentre la mamma va attorno e dice la suddetta cantilena, le fanciulle
 canticchiano in coro:
 "Scricchia, scrocchia,
 Capete la ppiù ggrossa:
 Scrocchia scricchia
 Capete la ppiù piccola!".
 È ozioso dire che l’ultima fanciulla che rimane è ttappo de cacatore!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="102">
          <head type="Titolo"> 101.  Mireladondondèlla. </head>
          <p>
 Molte fanciulle si prendono per mano e facendo catena, si dividono in due parti
 eguali, e alternativamente canticchiano:
 "Uno: la mia bbella si veste dé bbruno:
 Ché er bianco nu’ lo vô pportà’.
 Mireladondondèlla, mireladondondà.
 Dua: la mia bbella mangia l’ua
 Er pizzutello nu’ lo vò mmagnà’, ecc.
 Tre: la mia bbella è ppiù bbella de te;
 Si nun cé credi vièlla a vvedè’, ecc.
 Quattro: la mia bella ggiôca col gatto,
 Col cagnolo nun vô ggiòcà’, ecc.
 Cinque: la mia bbella se fa dipigne
 Se fa ddipigne e ritrattà’, ecc.
 Sei: al giardin ti porterei,
 Al giardino a spasseggià, ecc.
 Sette: la mia bbella lavora le feste,
 L’altri ggiorni va a ppasseggià’, ecc.
 Otto: la mia bbella fa fagotto,
 Fa ffagotto pe’ viaggià’, ecc.
 Nove: la mia bbella fa le prove
 Fa le prove pe’ sposà’, ecc.
 Dieci: la pasta co’ li céci
 Nun se pò pparagonà’, ecc.
 Undici: accidenti a tutti li giudici
 Che nun sanno ggiudicà’, ecc.
 Dodici: è finita la duzzina:
 Chi sta in cammera, chi in cucina,
 Chi sta a lletto a riposà’,
 Mireladondondèlla, Mireladondondà!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="103">
          <head type="Titolo"> 102.  Pero e mmelo ! dimm’er vero. </head>
          <p>
 Il Belli così lo descrive: "I fanciulli della nostra plebe profferiscono le
 parole di una loro formula le cui sillabe si vanno alternamente pronunciando e
 battendo, mentre col dito si tocca or questo or quel pugno di chi vi tiene
 nascosta alcuna cosa da indovinarsi in quale dei due si trovi. La formula è la
 seguente:
 "Perummelo (pero e melo)
 Dimm’er vero
 Indove sta cqui o cqua?
 Dimme la santa verità".
 Dove cade l’ultima sillaba dello scongiuro, ivi in buona regola dovrebbe esser
 chiuso l’oggetto cercato; ma non di rado la fortuna viene contraria alla fede".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="104">
          <head type="Titolo"> 103.  A "Ddì’ sotto,, o a indovinà’ ddé sótto. </head>
          <p>
 Passatempo che consiste nell’indovinare quale è il millesimo di una moneta da
 un soldo che lo scommettitore tiene in mano dalla parte dell’arma (della figura
 del sovrano).
 Se il compagno l’indovina vince il soldo.
 Vi sono alcuni ragazzi abilissimi, i quali, osservando attentamente la testa del
 sovrano hanno una abilità tutta speciale per indovinare, da alcuni segni quasi
 impercettibili, il millesimo in cui la moneta è stata coniata.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="105">
          <head type="Titolo"> 104.  Sei stato a la vigna? </head>
          <p>
 Passatempo fra due bambini.
 Il primo dice al compagno
 — Sei stato alla vigna?
 Questo risponde:
 — Sì.
 E l’altro:
 — Hai visto la scimmia?
 E il secondo:
 — Sì.
 E allora l’altro:
 — Hai avuto paura?
 E il secondo:
 — No.
 Allora il primo improvvisamente gli soffia negli occhi; l’altro a
 quell’improvviso soffio, batte le palpebre e mostra spavento. Al che il primo
 sclama ridendo:
 — Vedi che hai avuto pavura!
 E il passatempo per lo più ricomincia e seguita per un pezzo a piacere dei
 bambini.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="106">
          <head type="Titolo"> 105.  Bocca mia, bbocca tua. </head>
          <p>
 Altro passatempo che si fa tra due fanciulli. Per esempio uno di essi ha in
 mano qualcosa di buono, supponiamo un confetto. Colui che ne è il possessore
 chiede al compagno:
 — Lo vôi?
 — Magara!
 — Allora vedemo a cchi ttocca.
 E avvicinando il confetto alla sua bocca, dice:
 "Bocca mia,
 poi alla bocca del compagno:
 Bocca tua,
 e seguita:
 Qual’è mejo:
 La mia?
 O la tua?".
 Quello dei due a cui si ferma la parola tua si mangia il confetto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="107">
          <head type="Titolo"> 106.  Li schioppétti de carta. </head>
          <p>
 "Trastullo fanciullesco, fatto con carta ripiegata, in modo che, ad una
 agitazione di braccio, uscendone una parte per l’aria che vi s’interna, si tende
 con violenza e produce un fragore".
 Così il Belli nella nota 13 del sonetto Er Tosto del 24 ottobre 1831.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="108">
          <head type="Titolo"> 107.  La Mòra. </head>
          <p>
 Si giuoca alla Mora soltanto dagli adulti, in due, in quattro ed anche in più.
 Per mezzo della conta si scelgono o si fanno i compagni.
 Questo giuoco tiene gli avversari all’erta e in Roma specialmente li appassiona
 all’eccesso.
 Esso consiste nel gettare subitamente davanti al compagno di giuoco la propria
 destra, tenendo piegati uno o più diti, e nell’annunziare allo stesso tempo il
 numero di quelli che (fra la destra dell’uno e dell’altro giocatore) si lasciano
 distesi.
 L’altra mano segna i punti guadagnati.
 Bisogna che l’avversario colga l’intenzione con destrezza per formulare lo
 stesso numero delle dita distese, come il suo camerata e con la stessa
 prestezza. Questa forzata precipitazione, l’estrema attenzione che esige per non
 isbagliare, la rapidità dei giri fanno sì che tutti e due slancino le loro voci
 in un tono molto vibrato.
 I volti degli interessati, come quelli degli spettatori, si fanno estremamente
 ardenti e concitati, finchè le voci ansanti e rauche pronunciano, con una
 secchezza gutturale, i numeri compendiati in grida monosillabiche: Du’! Quatr’!
 Un’! Tre! Se’! Cinq’!…
 Animati da questo trastullo, che spesse volte finisce con litigi, tanto è facile
 e disputabile l’errore, i romani si atteggiano a pose ed espressioni d’una
 bellezza feroce.
 Ho voluto far menzione di questo giuoco, perchè si vuole che i nostri antenati
 giocassero alla Mora assediando Siracusa, come pretende Francis Wey, da cui lo
 trascrivo.
 Si parla anzi di un bassorilievo greco in cui il petulante Ajace è vinto dal
 saggio Ulisse, alla presenza del vecchio Nestore.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="109">
          <head type="Titolo"> 108.  A Ruzzica. </head>
          <p>
 Era un giuoco comunissimo, e per lo più si faceva da adulti, in cinque, sei,
 sette, e in quanti si voleva.
 Si fa la conta; a colui designato dalla sorte spetta tirare il primo la rùzzica,
 e poi successivamente agli altri giuocatori secondo l’ordine stabilito.
 La rùzzica è un disco di legno (qualche volta una forma di cacio), attorno al
 quale disco si avvolge una funicella, la cui estremità è tenuta in mano dal
 giocatore, per lanciarlo con più forza.
 Quello dei facenti parte al giuoco che lancia la rùzzica più lontano, è il
 vincitore.
 Poi si ricomincia daccapo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="110">
          <head type="Titolo"> 109.  A ggale 1. </head>
          <p>
 Scherzo che fra due ragazzi il piú furbo fa all’altro, dicendogli: Io dico mi’
 padre è ggale 1; tu dì mi’ padre è gale 2, infino a 8. E proseguono:
 — "Mi’ padre è ggale 3
 — Mi’ padre è ggale\Cap\ 4
 — Mi’ padre è ggale 5
 — Mi’ padre è ggale 6
 — Mi’ padre è ggale 7
 — Mi’ padre è ggale 8!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="111">
          <head type="Titolo"> 110.  Questo è ll’occhio bbello. </head>
          <p>
 Passatempo che si usa fare ai fanciulletti per trastullarli.
 S’indica prima un occhio del bambino, poi l’altro; poi un orecchio, quindi
 l’altro; poi la boccuccia, e ultimo il nasino, accompagnando ogni singola
 indicazione con queste parole:
 "Questo è ll’occhio bbello,
 Quest’altro è ssuo fratello;
 Questa è ll’orecchiuccia,
 Questa la sorelluccia;
 Questa è la bboccuccia,
 E questo è el campanello
 Che ffa ddin, don, din, don!".
 E nel dir così gli si stringe lievemente il nasino fra il pollice e l’indice
 agitandolo come se fosse un campanello.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="112">
          <head type="Titolo"> 111.  A "Mazza fiónna". </head>
          <p>
 La Mazza-fiónna è un piccolo ramo di bossolo fatto a forcella a guisa di una Y,
 alle cui estremità superiori sono assicurati due pezzetti di cordicella
 intramezzati da due grossi elastici, terminanti in una specie di cappuccetto di
 pelle di guanto, entro il quale si pone il sassetto o la pallina che si vuol
 lanciare.
 Il giocatore, tenendo l’estremità inferiore del ramo con la sinistra, con la
 mano destra tende la corda come se fosse quella dell’arco, prende la mira e
 lancia il sasso a forti distanze.
 È qualche volta un’arma terribile, di cui i nostri ragazzi si servono con
 destrezza e con effetti disastrosi.
</p>
        </div>
      </div>
      <div type="Capitolo">
        <head type="Titolo">VI. Regole p’er giôco de la Passatella. </head>
        <p>
 Tra ttutti li ggiôchi che ss’aúseno a Roma quello che pporta er vanto è er
 gioco de la Passatella.
 ’Sto ggioco consiste ner pagà’ tant’a ttesta ’na certa quantità dde vino, fra
 tutti li ggiocatori, e ddoppo de fa’ la conta. A quello che je va la conta sceje
 er Padrone e er Sotto che sso’ li accusì ddetti Regnanti. Er Padrone se po
 bbeve, si je capacita, tutt’er vino; er Sotto, quann’er Padrone vô ddispensà’ le
 bbevute all’antri, le pô ddà, a cchi vvô llui, oppuramente bbévesele lui. Quelli
 che viengono condannati a nun beve so’ chiamati Ormi; e nun tanto er nun beve
 quanto l’esse chiamati accusì è la cos
 a che vve ffa mmagnà’ ll’ajo.
 Da che ssarà vvenuto l’uso der giôco de la Passatella?... Hum! Chi lo sa?
 sortanto c’è cchi ddice che la Passatella sii un giôco portato qua dda noi ner
 secolo passato da li sordati tramontani, infatti ’sto giôco nun se fa sortanto a
 Roma, ma è sparso pe’ ttutta l’Itaja, co’ antri nomi e cco’ antri divarii.
 Quarcun’antro poi pretenne, e ccredo che abbi ppiù raggione de tutti, che la
 Passatella ne vienghi da ll’uso che cciavèveno li romani antichi, quanno
 pranzaveno d’elegge e’ re der convitto che dispensava e ccommannava su le
 bbevute.
 ’Sto giôco, de prima impressione pare un semprice passatempo, ma nun è accusì;
 pperchè invece cià in se un impasto de prepotenza, de camora, e dde vennetta.
 Gnisuna maravija dunque si, ffrà l’allegria de li ggiocatori, succedeno spesso
 p’er giôco, grugni, paturgne, lune, mosche ar naso, bburiane e quarche vvorta ce
 scappa puro l’ammazzato.
 Mortissime vorte er Governo ha ccercato de provibbillo co’ le murte e le
 carcere, ma nun c’è ariuscito. Cor tempo po esse ch’er giôco de la Passatella
 sii mar visto da quelli stessi che mmo l’auseno de ppiù; quanno speciarmente
 conosceranno tutti che a fa’ er dispotico, sii ppuro in un giôco, nun è ’na cosa
 che sta bbene.
 Quell’ariunisse in compagnia pe’ regnà’, o vvolemo dì’ ppe’ ddispone der vino a
 su’ vantaggio, escrudenno l’antri, dite quer che vve pare, ma è ’na vera camora.
 Infatti succede spesso che, quarche ggiocatore che è stato escruso dar beve, si
 je capita poi la sorte a llui de commannà’, allora, òprete celo! se fa ’na
 bbevuta tale de vino, che s’imbriaca ar punto de nun arèggese ppiù in piedi, e
 ar primo che je fa’ un po’ l’occhio storto, succede bburiana.
 A Roma se dice pe’ ruzza, che lo statuto de la Passatella sta scritto a
 Ccampidojo, perchè sino a mmó nun se conosceva. Ma adesso che cce l’avemo,
 speramo, che, dar momento che dde ’sto ggiôco nun se ne pô fa’ a mmeno, quanno
 succede quarche cquistione, quarcuno ce se vienghi a sguercià’ sopra pe’ fa’ in
 modo che l’affare finischi senza sangue.
</p>
        <div type="SottoCapitolo" n="1">
          <head type="Titolo"> I. — Er vino der giôco. </head>
          <p>
 Quasi sempre ’gni ggiocatore paga un quarto de litro, che ssarebbe, press’a
 ppoco, una bbevuta ggiusta, ossia un bicchiere; vordì pperò che nun je fa gnente
 si la posta der vino è dde ppiù o dde meno.
 Certe vorte se fa la Passatella cor vino vinto in un antro giôco; puta caso a
 pari e disperi oppuramente a mmóra; in ’sto caso, li ggiocatori de la Passatella
 nun hanno da pagà’ gnente.
 Oppuramente si sse fa la Passatella co’ ddu’ qualità dde vino, rosso e bbianco,
 asciutto o ttonnarello; e ssì, mettemo, c’è divario de prezzo, ’gni ggiocatore
 paga la su’ purzione pe’ quella qualità che ss’è bbevuta.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="2">
          <head type="Titolo"> II. — La Conta. </head>
          <p>
 Stabilita la persona da che sse deve principià’ la conta, tutti li ggiocatori
 in ner temp’istesso, bbutteno un certo nummero de deta d’una mano, e questo se
 chiama bbuttata.
 Le deta bbuttate se tiengheno ferme, senza ciriolà’ insinenta che nun so’ state
 contate tutte, e ffatta la somma; e ddoppo incomincianno a contà’ dar giocatore
 stabilito uno se seguita in giro da dritta a mmancina uno doppo l’antro, dua;
 tre, quattro, ecc. un nummero pe’ ggiocatore. A quello che je tocca l’urtimo
 nummero, ha dritto d’esse Conta e je va ppuro de dritto una bbevuta. Bbevuta che
 nun è mmisurata; la Conta tanto po’ ffa cconsiste la su’ bbevuta in un
 bicchiere, tanto se po’ bbeve tutto er vino,
 abbasta però cche sse lo bbevi tutto de ’na tirata e ssenza mai ripijà’ ffiato.
 Er celebre Secchiotto de li Serpenti fu cchiamato presempio accusì, pperchè ’na
 vòrta che je toccò la Conta, se scolò de ’na tirata sei litri de vino, che aveva
 messi drent’a un secchio, senza aripijà’ ffiato.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="3">
          <head type="Titolo"> III. — La cacciata de li Regnanti. </head>
          <p>
 La Conta caccia li Regnati, cioè er Padrone e er Sótto, facenno in modo da
 scejelli a vvoce e nno ccor gesto. Li pô ccaccià’ ddicennoje: Voi sete er Sótto:
 Voi sete er Padrone; oppuro cor dì’ a un giocatore: Posso bbeve? e quello, pe’
 ’sta domanna, s’intenne ch’è ffatto Sótto; e ddicenno a un antro: Commannate,
 s’intenne pe’ sta parola che quell’antro è stato fatto Padrone.
 Attenta bbene ch’er Sótto se caccia sempre prima der Padrone.
 Quanno la conta sceje er Sótto dicennoje: Posso bbeve? er giocatore che, cco’
 sta domanna s’intenne fatto Sótto, arisponne a la Conta: Bbevete oppuro No. Si
 arisponne Bbevete, la Conta, ortre la su’ bbevuta de dritto, ce n’ha un’antra de
 concessione, abbasta però cche je l’accordi puro er Padrone.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="4">
          <head type="Titolo"> IV. — Er Padrone. </head>
          <p>
 Er Padrone, come ve faremo vede ne la regola de le bbevute, arimane padrone der
 vino ammalappena hanno bbevuto la Conta cor Sótto.
 Er Padrone se pô bbéve er vino a bbicchieri, a mmezzi bbicchieri etteccetera
 come j’aggarba: ma nun cià ffacortà de fallo bbéve pe’ distinzione a un antro
 ggiocatore. Vordì, cche quanno vò ddà’ ’na bbevuta a un antro, lo manna pe’
 llicenza, come vederemo in appresso, e dopo arientra subbito in padronanza der
 vino appena fatta la detta bbevuta.
 Er Padrone pô ddà’ la facortà ar Sótto de dispone der vino e dde le bbevute.
 Quanno è tterminato er vino der giôco ne le misure, tutte le bbevute ggià
 ddispensate e incora nun consumate arientreno in proprietà dder Padrone, si a
 questo je pija l’estro de ricramà er vino che sse trova a ttavola.
 Nun deve dipenne da ’sta regola er vino de le bbevute de la Conta e dder Sótto,
 e la bbevuta de questo, sippuro l’avessi ceduta a antri; perchè ’ste du’ bbevute
 so’ dde dritto e ccianno la supririorità sur Padrone.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="5">
          <head type="Titolo"> V. — Er Sótto. </head>
          <p>
 Come er Padrone pô ddispone der vino, accusì er Sótto pô ddispone de la
 Passatella.
 Er Sótto accorda o nnega le bbevute, le trasferisce a antri o sse le fa llui.
 Insomma: er Sótto è er Tiranno der giôco.
 Però si sse dà er caso che un giocatore mannato pe’ llicenza invece de domannaje
 er permesso de bbeve, dice ar Sótto: passo oppure fo ppasso, allora (in sto caso
 solo), er Sótto nun pô arigalà la bbevuta a cchi je pare, e je tocca a ffàssela
 a llui.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="6">
          <head type="Titolo"> VI. — Le bbevute. </head>
          <p>
 ’Gnì ggiocatore pô ffa’ cconsiste la su’ bbevvuta puro in un sorso de vino.
 Le bbevute che sse mettevo ner bicchiere ponno esse fatte a commido; quelle che
 sse fanno in una misura, in un bucale o in un ricipiente ppiù granne, oppuro
 quelle che intanto che sse bbeve se sversa er vino ner bicchiere p’ariempillo,
 deveno esse fatte a ggarganella o ddimo tutte de ’na tirata senza mai aripijà’
 ffiato.
 La prima bbevvuta va de jura a la Conta, e nu’ la pò ccede a gnisuno.
 La seconna bbevvuta va de jura ar Sótto.
 Potenno er Sótto dispensà’ le bbevute po ccede la sua a ll’antri, facenno caso
 però cche ffacennose la sua da lui, se pò bbeve de ’na tirata tutt’er vino der
 giôco; ma vvolènnola dispensà’ a ll’antri, la bbevuta che j’aspetta ha dda
 consiste in un bicchiere solo.
 Quello che ss’è ffatto la bbevuta der Sótto, si in appresso è mmannato pe’
 llicenza dar Padrone, in cammio de domannaje da bbeve je dice: Fo ppasso, er fa’
 passo, in ’sto caso, nun è un atto de ssuperbia ma un comprimento: perchè accusì
 er giocatore cià ccampo d’aristituvì’ ar Sótto la bbevuta che questo j’ha
 cceduto prima.
 Vvordì che, a nun fa’ passo, in de la circostanza che avemo detto de sopra, nun
 guasta er giôco, sta a la coscienza der giocatore si vvò ppassà’ o nno, per uno
 screanzato.
 Er Sótto bbevènnose tutto er vino de ’na tirata e ssenza ripijà’ mmai fiato fa
 arègge l’Ormo ar Padrone, ossia nun lo fa bbeve.
 Ammalappena er Sótto s’è ffatta la su’ bbevuta er vino der giôco diventa der
 Padrone.
 Si er Sótto ha cceduto a quarcun’antro la su’ bbevvuta, er Padrone bbevennose
 tutt’er vino fa aregge l’ormo pur’ ar Sótto; ma ch’er Padrone se bbevi tutto er
 vino è un caso raro; anzi certe vorte nun bbeve pe’ gnente o ttutt’ar più ddoppo
 èssese fatta una o ddu’ bbevute, mmanna pe’ llicenza chi je pare e ppiace.
 Er giocatore mannato pè llicenza se deve arivorge ar Sótto e je deve dì: Posso
 bbeve? Er Sótto je concede o ssi o nno la bbevuta risponnennoje: Bbevete
 oppurarnente: Bbeverà er tale, o bbeverà pe’ vvoi er tale. La bbevuta levata a
 uno e ddata a un antro se chiama bbevuta de risbarzo, e gnisuno pô ffa ppasso su
 ’sta bbevuta e nun se pô arifiutalla de bbeve. Vordì’ cche l’invitato a bbeve
 ppo ffa’ cconsiste la su’ bbevuta mmettenno appena la bbocca ner bicchiere;
 appuro, com’è in dritto, de bbevesselo tutto.
 Er Sótto po’ risponne puro: Bbeveró io pe’ vvoi, o risponnenno de no, po’ bbeve
 puro. Er Sótto pô ppuro arisponne ar Posso bbeve in ’sto modo: Si nun ha ssete
 er tale, bbeverete voi. In ’sto caso, dipenne da quer tale o a bbeve o a ddì:
 Nun ho ssete; o a risponne: Bbevete voi; ma bbisogna annacce piano perchè
 st’atto de ggenerosità ve pô ffà regge l’Ormo; e dde ’st’affronto nun ve ne
 poteressivo lagnà ccor Sótto, che vve poterebbe arisponne de bbotto: Nun v’ho
 ddato più dda bbeve, perché nun avevio sete. Do
 ppo ’gni bbevuta er vino aritorna a esse robba der Padrone, che pô ribbeve, o
 rimannà’ ppe’ llicenza.
 Ner tempo de la Passatella nun è ppermesso a li ggiocatori de bbeve antro vino
 che quello der giôco. Vordì che quelli che intanto che magneno so’ invitati a
 ffa’ la Passatella ponno puro seguità’ a mmagnà’ e a bbeve.
 Però a gnisun giocatore, che pprima de la conta nun stava magnanno, è ppermesso
 d’ordinasse quarche pietanza intanto che ddura er giôco; sinnò poterebbe trovà’
 quarche rampino pe’ nu’ ’sta a la regola der medemo.
 Tanto er Padrone è ppadrone de mannà ppe’ llicenza ppiù vorte er medemo
 ggiocatore, quanto er Sótto pô dda ppiù bbevute a la persona medema.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="7">
          <head type="Titolo"> VII. — L’Ormo. </head>
          <p>
 In de la Passatella chi nun assaggia er vino se chiama órmo; e è ppiù
 l’affronto e la rabbia d’esse chiamato accusì, che dde nun beve.
 Da che ne sii venuto er nome d’órmo, sarebbe indificile a ddisse. Pe’ fasse una
 idea de la cosa, se deve fa ccaso, che nun se dice a un giocatore che nun ha
 bbevuto Voi sete un órmo, ma Vvoi avete aretto l’órmo; e ben anche se dice so’
 órmi er tale e er tal’antro, s’intenne sempre de dì’ cche hanno aretto l’órmo er
 tale e er tale antro.
 Er giocatore dunque che nun ha bbevuto nun viè’ arissomijato a un órmo, ma è uno
 che ha aretto l’órmo.
 Sicchè, pe’ ddinne una, famo conto che, ppresempio, in quarche mmerenna fatta in
 campagna, in vicinanza d’un órmo, sii ariuscito a la commitiva de fallo aregge a
 un compagno de loro, ppiù minchione dell’antri, dicènnoje: Tiè’ fforte l’órmo
 che ccasca, o quarche cosa d’accusì; e ttratanto loro se saranno scolato er vino
 a la bbarba sua.
 Ariccontanno poi er fatto, dicenno che er tale reggenno l’órmo era arimasto
 senza bbevuta pò esse che dd’allora sii venuto er detto d’arègge l’órmo.
 Abbasta: infine, sii un po’ come se sia, er fatto come sii venuto er dì’ aregge
 l’órmo a nnoi nun ce n’importa gnente; a nnoi ciabbasta d’avèvve fatto capì’ si
 cche ccosa è ll’órmo in de la Passatella.
 Nun s’accustuma de fa un órmo solo, armeno armeno se fa aregge sempre a ddua;
 perchè èsse fatto órmo solo è un gran affronto, e ffa ccapì’ che ffra er Sótto e
 er giocatore che ha aretto l’órmo, c’è odio forte.
 Quanno in de la Passatella ce so’ stati ppiù órmi s’ausa de dà’ la riavuta
 facenno un’antra conta, ossia un’antra vorta er giôco.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="8">
          <head type="Titolo"> VIII. — Le amancanze ner giôco. </head>
          <p>
 La Passatella se chiama ggiôco de Voce, sicchè ggiocanno gnisuno se deve fa
 ccapì’ cco’ li ggesti ma cco’ la voce.
 Si ffam caso, la Conta facesse er Padrone e er Sótto cor gesto de la mano,
 invece de nominalli a vvoce, doppo la bevuta de la Conta, bbeverebbe er Sótto;
 ma siccome questo nun sarebbe stato nominato a vvoce, tutti li ggiocatori
 potrebbeno bbeve; perchè, in sto caso, er giôco sarebbe stato, come se dice,
 rotto, perchè averebbe bbevuto uno che nun è stato mentuvato Sótto.
 Quanno uno, mannato pe’ llicenza dar Padrone, invece de chiede la bbevuta ar
 Sótto je dice passo o ffaccio passo, si er Sótto invece de bbeve lui, dasse la
 bevuta a un antro sarebbe un’amancanza; e allora er giocatore che ha ffatto
 passo pô impedì’ che la bbevuta fusse fatta da quell’antro, essenno in facortà
 de bbeve lui senza er permesso der Sótto.
 Er giocatore che bbeve in un ricipiente ppiù granne der bicchiere, o cche
 intanto che bbeve ner bicchiere lo va riempenno, pô bbeve, come avemo detto,
 sino a ttanto che nun aripija fiato e cche s’ingozza er vino.
 Quanno stacca da ignottì’, ccosa che je se vede guardannoje er gargarozzo, ha
 cchiuso la su’ bbevuta, e ddeve cede er vino; e nu jé vale manco si se ttiè’ er
 vino fermo in bocca, perchè pô aripijà’ ffiato da le froce der naso.
 Si ccontuttociò dd’avè aripijato fiato e dd’avejelo avvertito seguitasse la
 bbevuta, commetterebbe un’amancanza, e ssarebbe obbrigato a ppagà’ ttutt’er
 vino.
 Vordì cche ssi ppresempio lo sversa pe’ ddisgrazia mentre se fa la su’ bbevuta,
 sii ner mette er vino ner su’ bicchiere, sii quanno ce l’ha mmesso, allora je se
 perdona; ma nu’ se perdona però ar giocatore che bbevenno drento un ricipiente
 ppiù ggranne der bicchiere se lassa pe’ jottonità sversà’ er vino addosso;
 perchè in quer caso, er vino sversato pô ttoccà a un antro ggiocatore. Puro
 allora quello ch’amanca è obbrigato a ppagà’ tutt’er vino der giôco.
 E ssempre puro obbrigato a ppagà tutto er vino der ggiôco quello che lo fa
 apposta a sversanne puro un goccettino.
 Gnisun giocatore pô ccede una parte o tutta quanta la su’ bbevuta a un antro
 ggiocatore; come ppuro nun è permesso de dà’ dda bbeve a ggente fôra der giôco,
 er vino der giôco stesso; chi lo facesse commetterebbe un’amancanza forte e
 ssarebbe puro obbrigato a ppagà’ ttutt’er vino.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="9">
          <head type="Titolo"> IX. — Le bbirberie der giôco. </head>
          <p>
 Quanno è arimasto un bicchiere solo de vino, si er Padrone volesse ffa’ bbeve
 un giocatore che nun ha bbevuto, pô empì’ er bicchiere e ddì’ ar Sótto: O bbeve
 er tale o bbevo io. Si er Sótto nun è ppratico, o nun vô fa ddispetto ar
 Padrone, concede la bbevuta a quer tale; ma pperò, guasi sempre, er Sótto pe’
 nun fasse suverchià risponne ar Padrone: Fate er giôco, ossia voi fate er
 Padrone e nun cercate de commannamme a mme cche ssò er Sótto; oppuramente
 arisponne: Bbevete voi.
 Er Padrone pô mannà’ pe’ llicenza dicenno: Cor un goccio de riserva manno pe’
 licenza er tale. Si er Sótto accordasse la bbevuta, o la negasse pe’ ddalla a un
 antro, allora ar Padrone se poterebbe bburlà’ der Sótto dicennojé: Fermo, ho
 fatto la riserva, — e ssé bbeve lui er vino.
 Er Sótto però si è asperto der giôco, prima de dà’ o dde negà’ la bbevuta dice
 ar Padrone: Consumate la vostra riserva, e allora er Padrone se bbeve tutto er
 vino, oppuro fatta la su’ bbevuta de riserva, er Sótto pô ddispensà’ la bbevuta
 a cchi vvò’; bbasta però che quer tale ch’era stato mannato pe’ llicenza nun
 dichi fo ppasso, perchè, ssi lo dice, er Sótto, come avemo detto prima, quela
 bbevuta se la deve fa’ llui.
 Er  Sótto ha dritto che je se chiedi la bbevuta a vvoce chiara e a lettere
 spiegate.
 Quanno je se chiede la bbevuta pô risponne: Chi vvé la pô nnegà’? E allora si er
 giocatore se crede che ccó sta risposta er Sótto j’abbi accordato da bbeve, se
 sbaja, prova ne sii, che quanno se sta pp’accostà’ er bicchiere a la bbocca er
 Sótto je dice: Fermo, ve la posso negà’ io. Apposta er giocatore ner sentisse
 dì: Chi vvé la pô nnegà’, ddeve arisponne: Voi sortanto. Guasi sempre, fatta
 ’sta risposta, er Sótto concede la bbevuta; ma je la poterebbe puro negà’
 dicennoje: So’ ccontento che lo sapete, pe’
 vvoi bbeverà er tale.
 Er Sótto, come avemo detto, essenno er Tiranno der giôco, pô ruzzà’ da impunito
 co’ li ggiocatori; sicchè certe vorte a le mannate pe’ llicenza arisponne:
 Quanto ve’ n’annerebbe? Oppuro: Avete sete? e via dicenno. Er giocatore deve
 arisponne: Quanto ve ne pare a vvoi, oppuro: Averebbe sete, ma nun sò si vvoi me
 date da bbeve.
 È accusì, sapenno scimmià’, cche s’ottiè’ dda bbeve, e, si sse fa ffiasco, nun
 c’è gnente da canzonà’, perchè er giocatore ha ffatto conosce che ha ggià
 ccapito l’intenzione der Sótto. Ma ssi mmettiamo, a quer quanto ve n’annerebbe,
 arisponnesse: Un bicchiere, er Sótto direbbe: Giusto quanto me ne va a mme,
 oppuro: Ggiusto quanto je ne va ar tale. Si ppoi er giocatore a l’avete sete,
 arisponnesse: Assai, er Sótto direbbe: Ce n’ho ppiù io, però, oppuramente: ce
 n’ha ppiù er tale, bbevenno lui, o quer tale a
 cche ha ddato la bbevuta.
 Quanno c’è arimasto poco vino der giôco er Sótto pe’ ddà’ dda bbeve a cchi nun
 ha bbevuto, o a ’na parte de questi, a la mannata pe’ licenza, arisponne: Ve
 contentate de quanto ve ne do io? Si er giocatore arisponne de Sì, se contenta
 de la bbevuta che jè dà er Sótto, si ppoi vo’ la bbevuta libbera allora,
 arisponne de No; ma ppe’ ssolito in sto caso er Sótto nu’ je dà dda bbeve.
 Er giocatore a le vorte pe’ mmiccà’ er Sótto, facenno in finta de chiede la
 bbevuta dice: Pàsso bbevi invece de Posso bbeve? Si er Sótto nu’ lo capisce e
 llevannoje la bbevuta la dà a un antro, je succede quello che ggià avemo detto
 riguardo ar fo ppasso der giocatore ner capitolo de l’amancanze. E ppe’ questo
 ch’er giocatore ha dritto de pretenne che le bbevute je siino domannate a vvoce
 chiara e nno a mmezza bbocca.
 Er giocatore mmannato pe’ llicenza, a le vorte dice ar Sótto: Si nun ho ssete io
 datelo a cchi vve pare; ma er Sótto però ddeve arichiamallo all’ordine
 dicennoje: Chiedete bbene la bbevuta, e si er giocatore ciariòca co’ la stessa
 risposta, er Sótto bbeve lui.
 Certe vorte er giocatore stanno in forse ch’er Sótto nu’ je dia la bbevuta, nu’
 je la domanna pe’ nun sentisse arisponne: No; e je dice: Fate come ve pare, fate
 e ddisfate. In sto caso er Sótto pô dda’ la bbevuta a cchi vvô.
 Quanno s’arimane de concerto de fa’ ddu’ Passatelle, e s’hanno da fa’ ddu’ Conte
 prima d’incomincià’ er giôco, a quello che j’è ttoccata la conta jè se domanna
 che sceji li Regnanti prima de fa’ la seconna conta.
 La prima Conta però sceje sortanto er Sótto, senza sceje er Padrone, prima
 perchè nun è obbrigato a scejello e ppoi perchè, ffatta la seconna Conta, tutte
 ddua le Conte se fanno tra dde loro Padroni.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="10">
          <head type="Titolo"> X. — Le passatelle in amicizia. </head>
          <p>
 La Passatella nun se fa sempre sur serio e nun se sta ssempre troppo attaccati
 a le regole; perchè ccerte vorte fra amichi se fa ppiù una Passatella pe’ ppagà’
 er vino tanto peromo, senza sta a ffa’ ttanti comprimenti a cchi lo paga, che
 per antri motivi; sicché in ’ste Passatelle senza mette mente a le regole, chi
 bbeve bbeve. Ce sò ppoi certe antre Passatelle puro ppiù a la bbona fatte in
 quest’antro modo. Appena fatti li Regnanti e portato er vino a ttavola,
 strillanno "raus!", chi pija una misura chi u
 n’antra, ognuno se mette a bbeve a la sanfasò, senza curasse tanto di chi aresta
 a ddenti asciutti, e questi, come succede, so’ quasi sempre li Regnanti che je
 tocca a riccommannasse a ll’antri dicennoje: Armeno fatecene assaggià’ un
 góccio.
 Si la Passalella fusse sempre fatta accusì nun sarebbe un giôco vizioso: anzi
 proverebbe che la ducazione l’averebbe scafato e insignorito; tant’è vvero che
 ffatto da certi è mmotivo de bburiane, ffatto da antri è mmotivo de scherzi e
 dd’allegrie!
</p>
        </div>
      </div>
      <div type="Capitolo">
        <head type="Titolo">IV. Indovinarelli, bisticci scioglilingua. </head>
        <p></p>
        <div type="SottoCapitolo" n="1">
          <head type="Titolo"> Indovinarelli. </head>
          <p>
 Indovina, indovinarèllo:
 A cchi cc’indovina je do un anèllo.
 1.  Vé lò dico, vé l’ho ddetto,
 Vé lò torno a ddi’ dde nôvo,
 Fra le donne m’aritrovo.
 E si vvoi nu’ lo sapete,
 De cervèllo duro séte.
 2.  Ce sta una finestraccia
 Co’ ddrento una vecchiaccia
 Che ccór un dènte
 Chiama tutta la ggènte.
 Enne e nè,
 Azzeccate che ccos’ è.
 3.  In cèlo c’è, in terra no; le zzitèlle ce n’hanno due; le maritate nun ce
 ll’hanno. Luiggi ce ll’ha davanti; Giulio dedietro. E Ppietro, povero Pietro,
 nun ce ll’ha ni ddavanti ni ddedietro.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="2">
          <head type="Titolo"> 4.  A Nnapoli c’è una donna. El nome ve l’ho ddetto. Indovinate come se chiama? </head>
          <p>
 5.  Io cammino e ddico el vero
 Finchè sso’ ssano e ssíncèro.
 Ma ssi mme viè’ una mmalatia,
 Io ve dico una bbucìa.
 Ma si un medico valente
 Trovo che mme sappia bben guarire,
 La verità ritorno a ddire.
 6.  Io ce ll’ho; ttu nun ce ll’hai.
 Viè’ dda me cche ll’averai:
 Metti el tuo accanto al mio
 E l’averemo tu ed io.
 7.  Io ciò una cosa che ttutto er giorno sta affacciata e la notte s’aritira.
 Ell’è l’è, indovinate che ccos’è?
 8.  Quali so’ queli fili che ddar cèlo ariveno giù in tera?
 9.  Qual’è quela cosa che sta fferma e cche ccammina?
 10.  Qual’è quela cosa che vva in giù ridènno e riviè’ in su ppiagnènno?
 11.  Mura vérde, cammere rósse, mòniche nére: chi c’indovina je do ddu’ pére.
 12.  È ccòtta e nun se magna.
 13.  Tombolicche, tombolava,
 Sènza gamme camminava,
 Sènza cu... s’ areggeva:
 Come diavolo faceva?
 14.  Qual’è quela cosa che li signori se la metteno in saccoccia e li poveretti la
 bbùtteno via?
 15.  Io ciò una cosa che in cammera riposa: nun fila, nun cuce, nun tèsse, e de
 corame se riveste.
 16.  Du’ lucènti, du’ pungenti, quattro zzòccoli e una scopaccia.
 17.— Io ciò una cosa in terra santa:
 Si ttócco le bbudèlla, er morto canta.
 18.  Alto alto padre,
 Bbassa bbassa madre,
 Neri neri figliolini,
 Bianchi bbianchi nipotini.
 19.  Io tiengo un panno; me lo metto bbianco, me lo levo rosso, e cce fo er commido
 mio.
 20.  Nun è mare eppur fa ll’ onda;
 Nun è ppécora e ssé tónda;
 Nun è ppesce e pporta spina
 Gran dottor chi cc’indovina.
 21.  Qual’è quela cosa che ccruda nun se trova e ccòtta se bbutta via?
 22.  Io ciò un salone, co’ ttutte portrone intorno, e una bballerina i’ mmezzo, che
 bballa ttutt’er giorno.
 23.  Ahimè, signore, con due stampèlle io sono, tre moglie, quattro figli, cinque
 nipoti, sei anni d’abbondanza, sette de carestia. Donna, dammi un cavallo; ché
 il re di Portogallo te lo renderà.
 24.  Tavola de cqua, ttavola de llà, ttavola de su, ttavola de ggiù, tavola de sópra,
 tavola de sótto, e cciccia i’ mmèzzo.
 25.  Qual’ è quela còsa
 Che corre ggiorno e nnotte,
 E mmai nun s’ariposa?
 26.  Io ciò una scatola de bbimbirini,
 So’ rossi e sso’ ccarini;
 E sse li mangio so’ ttanti bbôni.
 27.  Qual’è quella cosa che dd’avanti se scórta e dde dietro s’allónga?
 28.  Corri corrènno
 Ficca ficchènno
 Fa quela còsa,
 E vvatt’a riposa.
 29.  Bianca e ggentile,
 Forte e ttenace
 Cammina e nun se môve,
 Parla e ttace.
 30.  Albero alberóne,
 Con dodici foglióne,
 Con quattro campanèlli.
 Quest’ è ’r capo de l’indovinarèlli.
 31.  Io ciò una cantina de porchetti; quanno ne piscia uno, pisceno tutti.
 32.  Gioveddì andai a ccaccia,
 Ammazzai una bbeccaccia,
 Vennardì me-la magnai;
 Peccai o nun peccai?
 33.  Su la piazza de San Pietro
 Ce so’ mmille cavalieri,
 Có’ la spada rosseggiante
 E la punta sanguinante.
 34.  Maria, Berta e Cclori,
 Andareno a coglie fiori
 Chi sì cchi nno lì colse
 Chi fu che li raccolse?
 35.  Tre ppere dondolàveno
 Tre frati le guardaveno
 Ognuno prese la sua,
 E ne rimaseno dua.
 36.  Son bbattuto e sfraggellato,
 So’ dde spine coronato:
 Nun so’ omo e nun so’ Ddio
 Dite un po’ cchi sono io?
 37.  Quann’ è ffatta è ccotta.
 38.  Tóndo, bbitondo,
 Bicchiere senza fondo,
 Bicchiere nun è
 Azzeccate che ccos’è?
 39.  De bbronzo el corpo, de legno la testa, de stóppa la códa; e si alcuno me tira,
 a gguisa d’ômo io strillo.
 40.  Bianca so’, nnéra me faccio;
 Casco in terra e nun m’ammazzo.
 41.  Nun so’ re, ma ssono incoronato
 Da tutti gentirmente so’ imboccato.
 42.  Arta so’ ccom’un palazzo,
 Verde so’, nnéra me faccio,
 Casco in terra e non me sfascio.
 43.  Chi mme nomina me róppe.
 44.  Quattro fratelli carnali carnali,
 Coreno coreno e non s’ariveno mai.
 45.  Arto arto belvedere
 Cinquecento cavalieri
 Co’ la spada sguainata.
 E la testa insanguinata.
 46.  Bianca mano che mme stringi
 Io so’ dd’acciaro.
 Porto capezza al collo
 E non so’ ssomaro
 Porto corona in testa e non so’ re.
 47.  Noi lo vedemo sempre:
 Li re quarche vorta.
 El papa mai.
 Dio nu’ l’ha vvisto
 E nu’ lo vederà giammai.
 48.  Maschio fui sempre da che nnascei al mondo,
 E so’ ffemmina ancora la maggior parte.
 Posso imità’ ogni scrittura ed arte;
 Porto sul dorso ogni ppiù grave pondo.
 Nun ciò forza, ni vita; e sono secondo
 Ettore, Achille, Polifemio e Mmarte.
 Il mio sembiante in un momento parte,
 E in un momento torna più ggiocondo.
 Siedo in rustica parte e in reggie sale.
 Leale con tutti. E sono de pulizzia
 Specchio, e dde tutto el mondo universale.
 E si non fusse la presenza mia,
 La donna lusinghiera e frale,
 Ggiunta a ttanta superbia non sarìa.
 49.  Sopra suola fonte; sopra fonte lente;
 Sopra  lente piazza; sopra piazza bbosco:
 Dentro bbosco leone.
 50.  Sopra a tterra pino, sopra a ppino lino, sopra llino terra, sopra a tterra
 grano, tutto quanto sopra a ppizzo.
 51.  Conosco un tale che la sua bbellezza
 È impareggiabbile a la sua grandezza,
 E per quanto piaccia.
 Nun c’è nessuno che lo guardi in faccia.
 52.  Sto cco’ ll’omo savio, sto cco’ li frati a ttavola,
 Mentre el cibbo fa ingombro a la parola;
 Ma la donna, ah la donna è una gran diavola
 Che nun sa contenerme un’ora sola.
 Nun dite el nome mio si lo sapete.
 Perchè mmentre lo dite, me roppete.
 53.  Alto altino,
 Cappello e bbarettino;
 Ppiù s’inalzava,
 E ppiù sberettinava.
 54.  Turca so’ e tturca nun so’ nnata:
 Turchia nun fu mai la patria mia.
 Da un giovine fu presa e ffu llegata
 E mmessa in oro la persona mia.
 55.  Verde so’ e vverde so’ nnata,
 Sù la testa porto un vago fiore
 Da ceppi e chiodi so’ llegata
 A ttavola de signori so’ pportata.
 56.  Rossa rossetta,
 In tavola fu mmessa
 Al padrone je fa ggóla,
 Magna la testa e bbutta la coda.
 57.  Chi la fa la fa ppe’ vvenne;
 Chi la compra nu’ jè serve;
 Chi je serve nu’ la vede.
 58.  Io ciò un campo tutto lavorato:
 Nun c’è ppassato ni bbove e ni aratro.
 59.  Io ciò un lenzolo tutt’arippezzato
 Che nì ffilo e nì ago c’è ppassato.
 60.  A Fa’-le-fosse stava su ll’ara;
 Malagronna che ppassava,
 Si nun era Cianche storte,
 L’acchiappava a ffa’ le fosse.
 61.  Sopra er monte de Biribbacchie
 C’è un cappèllo fatto a ttacchie;
 Nun è bbianco nì rosso nì tturchino.
 62.  Su quer monticèllo
 C’è un fraticèllo:
 Va ttentanno a questo e a quello
 Quann’ha fatto li fatti sua
 Aritorna a ccasa sua.
 63.  Io ciò una crapétta
 Che sculétta sculétta:
 La mm… che ca…
 La magna anche er Papa.
 64.  Io ciò una cassetta
 Piena de robba secca:
 A cchi cc’indovina
 Jé ne do una fétta.
 65. La signora Bbrebbrè-Brebbrè,
 Porta la fiasca e vvino nun c’è;
 Porta le corna e bbove nun è;
 Dipigne er muro e pittore nun è.
 Azzeccate che ccos’è?
 66.  L’ucellino che vva p’er mare
 Tiene strette le su’ ale,
 Tiene strette l’al ’e ’r becco
 Azzeccate cos’è questo?
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="3">
          <head type="Titolo"> Risposte agli indovinarelli </head>
          <p>
 1. Il velo. 2. La campana. 3. Lettera L.\Cap\ 4. Anna Poli: A Nnapoli, ecc. 5.
 L’orologio. 6. Il lume. 7. I bottoni. 8. La pioggia. 9. L’orologio. 10. Il
 secchio. 11. Il cocomero. 12. La cotta del prete. 13. Il gomitolo. 14. Il
 moccio. 15. La spada. 16. Il bue. 17. L’organo. 18. Albero di pigne. 19. Il
 grembiale del macellaio. 20. Il grano. 21. La schiuma del brodo. 22. La bocca.
 23. Le carte da giuoco (dall’asse al re).  24. La cassa da morto. 25. L’acqua.
 26. Il granato. 27. La strada. 28. La chiave di casa.
 29. La lettera. 30. L’anno. 31. Il tetto. 32. Mela: No perchè mangiai una mela.
 33. Granato. 34. Li raccolse chi si chi-nó. 35. Frate Ognuno. 36. Il grano. 37.
 La cotta del prete. 38. La ciambèlla. 39. La campana. 40. La neve. 41. Il cèsso.
 42. L’oliva. 43. Il silenzio. 44. Le ruote della carrozza. 45. Albero di cerase.
 46. L’ago. 47. Il nostro simile. 48. Lo specchio. 49. La testa. 50. Tavola
 apparecchiata. 51. Il sole. 52. Il silenzio. 53. Il fumo. 54. La pietra
 turchese. 55. La tovaglia di lino. 56. La
 ciliegia. 57. La cassa da morto. 58. Il tetto. 59. Il cielo. 60. Il maiale, il
 lupo e il cane. 61. La beretta del prete. 62. Il lievito per fare il pane. 63.
 Lo staccio. 64. La cassa da morto. 65. La lumaca. 66. La lettera.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="4">
          <head type="Titolo"> Bisticci e scioglilingua. </head>
          <p>
 1.  Drento a quela legna
 C’è una povera cagna prégna
 Daje un po’ de pan de Spagna
 A quela povera prégna cagna.
 2. —Drent’a quer palazzo
 C’è un povero cane pazzo:
 Daje un pezzo de pane
 A quel povero pazzo cane.
 3.  Corpo de sette frasche,
 Mannaggia san frascheggio!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="5">
          <head type="Titolo"> 4.  In un piatto poco cupo, poco pepe pisto cape. </head>
          <p>
 5.  Se l’arcivescovo di Costantinopoli si volesse disarciviscostantinopolizzare, vi
 disarciviscostantinopolizzereste voi come si è disarciviscostantinopolizzato
 lui?
 6.  Corri correndo
 Bottoni cogliendo
 Corri correndo
 Cogliendo bbottoni.
 7.  Tre quaglie cotte in foglie
 Tre quaglie cotte in foglion
 Piglia le quaglie per le coscie,
 I quaglion per li coscion.
 8.  Tazze e ccatazze, il principe di Catazzi manda a Nnapoli per tazze. Risponde il
 tazzarolo che in Catazzi non ci son tazze che il principe di Catazzi manda a
 Nnapoli per tazze.
 9.  Trentatre carrozze con trentatre cavalli veniveno ggiù da Trento tutt’e
 ttrentatre ttrottando.
 10.  Fra le panche dei frati ce sta un campanello; in una tavola di signorotti c’è un
 piatto di foglioni cotti; cotti foglioni in quella tavola di signoroni.
 11.  Tre bbarchette che vvanno per mare
 Tutt’e ttre si fanno tregare.
 Trega e ritrega, larga la foja, stretta la gregna
 Tre bbarchette che vvanno per legna.
 12.  Dentro l’orto de Fabbion
 C’è una pianta di foglion
 Fabbion ffoglion ccoglieva
 E la pianta ppiù ccresceva.
 13.  Io ciò un ago puntuto puntuto
 Ch’ha ccucito un cappello di felpo felputo.
 Felputo me, felputo te:
 Chi sarà stato quel baron felputo
 Ch’ha ffelputo a mme e a tte?
 14.  Questa porta è aperta per chi pporta.
 Chi ppoi non porta parta poco importa.
 15.  Pasquale spacca a mme; e io nun ariesco de spaccà’ Ppasquale?
 16.  Tre ttravi intravati tireli su.
 Tre cu... de frati bbàceli tu.
 17.  Tre ffila de coralli fanno una gran coralleria.
 Li conigli del sor Conte fanno una gran coniglieria.
 18.  Crepa la crapa sotto a la bbanca; sotto a la bbanca la crapa crepa.
 19.  Tre ttozzi di pan secco, dentro tre strette tasche.
 20.  Tre ttasche strette in tre strettissime tasche stanno, ecc., ecc.
</p>
        </div>
      </div>
      <div type="Capitolo">
        <head type="Titolo">V.  Voci degli antichi e odierni venditori ambulanti di Roma. </head>
        <p></p>
        <div type="SottoCapitolo" n="1">
          <head type="Titolo"> Avvertenza </head>
          <p>
 La raccoltina presente la feci per dare un’idea delle piccole industrie nomadi
 scomparse o tendenti a scomparire, e di quelle nuove che le hanno surrogate.
 Il Mainzer, nel suo soggiorno in Roma, raccolse e pubblicò alcune nenie udite
 per le strade; così il Kastner, il quale nel suo pregiato studio sulle cantilene
 dei venditori girovaghi di Parigi, accennando rapidamente a tutti i venditori
 nomadi delle altre regioni, nota che quelli italiani e particolarmente i romani,
 hanno delle cantilene che presso a poco sono dello stesso carattere delle voci
 spagnuole. Si direbbe — egli osserva — che l’uso dei canti religiosi così comune
 e popolare nei due paesi abbia inf
 luito sensibilmente sulla forma musicale dei ritornelli mercantili.
 Un solo punta nero — scrive l’erudito e dotto conte Alessandro Moroni — si
 rinviene nella storia a carico dei venditori ambulanti di Roma; vale a dire che
 fossero costretti non di rado dal Governo ad esercitarsi nel mestiere delle
 spie.
 "Tutti i rivenditori di biscotti o i ciambellari — dice uno scrittore francese
 del secolo XVIII — e la notte tutti gli acquavitari che girano per le strade...
 sono pagati per fare le spie. E ciò secondo il sistema del cardinale Francesco
 Barberini; il quale aveva le sue buone ragioni per prendersi cura di collocare
 in tutte le primarie famiglie di Roma servi, cuochi e cameriere. La sua casa era
 divenuta un’agenzia des tous les laquais et valets de Rome...".
 Ho divisa questa raccoltina in voci vecchie e nuove, perchè, ripeto, non ho
 voluto dare soltanto un saggio dei venditori cantaiuoli della Roma di adesso, ma
 anche di quelli dei miei anni giovanili, come anche delle loro voci dei primordi
 del secolo XIX, forse chi lo sa da quanti altri secoli tramandate di padre in
 figlio, di generazione in generazione; ricordi — come scrive a proposito il
 citato conte Moroni — di epoche lontane, di gemiti sommessi ma secolari della
 umanità che soffre e che lavora.
 Per l’intelligenza del lettore, mi è indispensabile il far precedere questa
 raccolta da alcuni dati storici e da parecchie dotte considerazioni che sono
 andato spigolando, col gentile consenso dell’autore, dall’accennato studio del
 chiaro conte Alessandro Moroni intitolato: "Vie, voci e viandanti della vecchia
 Roma". E ciò anche per non rifare inutilmente un lavoro del quale non c’è più
 bisogno.
 "In Roma — egli scrive — fin dai tempi della così detta Rinascenza, i merciai
 ambulanti erano più numerosi di quello che si veggono al presente: giacchè i
 venditori girovaghi non si riducevano, siccome avviene ora, al piccolo commercio
 dei commestibili, e di pochi ninnoli di scarto; ma portavano bensì in giro per
 le contrade e per le case drappi di valore, utensili, oggetti d’arte, novità e
 derrate di ogni regione e ragione... Si era ben lontani dal lusso delle vetrine,
 dalla varietà delle così dette mostre
 ... Fin quasi a memoria dei nostri vecchi queste si erano mantenute lercie e
 nella massima parte di povero aspetto. Le botteguccie degli orefici al
 Pellegrino, dei calzettai ai Cesarini, dei mercanti di panno in Agone, ai
 Banchi, in Sant’Eustachio, nel Ghetto, con le mostre di panno turchino listate
 di rosso appiccate alle pareti esterne delle imposte, tramezzate da una mezza
 balaustrata di pietra alla porta d’ingresso, potean dirsi le migliori del
 genere. Il grande commercio delle stoffe, delle mode, e di
 tutti gli amminicoli del lusso, era condotto da pochi banchieri e mercanti,
 d’ordinario assai ricchi, i quali per non discostarsi troppo dal centro,
 accumulavano le mercatanzie, abbatuffolate su rozze impalcature, in miseri
 ambienti, situati in fondo a cortili, ove, dietro piccolo desco, con iscarsa
 luce, in pieno giorno, e di sera con una lucerna di ottone a triplice lucignolo,
 si contrattava d’ingenti somme...".
 * * *
 "Percorrendo le vie di Roma con la scorta delle vecchie cronache, è da
 scommettere che molti rimarrebbero impacciati udendo parlare di scrannari, di
 bombattari, di paternostrari (coronari), di pelamantellari (pellicciai), di
 lentari, di gipponari (tessitori di corpetti), di morteliari, margaritari e
 simili, come tra i documenti di quattro o cinque secoli indietro non
 s’identificano subito i carnifices per macellai, i mueliones per carrettieri,
 gli equi forensium per cavalli forestieri; e più tardi gli straz
 zaroli per mercanti di seta greggia, i pelacani per conciatori di pelle, i
 repezzini di Genova (rimendatori), gli agucchiatori (fabbricanti di tessuti a
 maglia), i pattari di Milano (rigattieri), gli sprocani di Ferrara (venditori di
 legna da ardere), i franfellicari e gli zeppolaiuoli di Napoli (portatori di
 zuccherini e di frittelle)".
 * * *
 "Andrea Speciale, poeta popolare romano al principio del secolo XVII, in un
 curioso e ignorato opuscolo intitolato: Historia nova e piacevole dove si
 raccontano tutte le cose che si vanno vendendo dagli artigiani per Roma, dopo
 aver notato i principali mercati a Campidoglio e a piazza Navona, alla piazza
 dei Giudei, a Campo di Fiore, alla Rotonda, a Torre Sanguigna, al Pozzo Bianco,
 così canta a modo suo:
 "Ma questo è ombra a quel ch’a la giornata
 Vi passa a canto a casa ogni matina
 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
 Considerate poi che tutte l’arte
 Vi passano davanti in ogni parte".
 Questa era la pura verità. Ai merciai ambulanti propriamente detti, si
 aggiungevano numerosissimi artigiani i quali per le difficoltà di procurarsi una
 clientela fissa ed una officina in vista del pubblico, giravano tutto il giorno
 per accaparrarsi lavoro.
 "Passa il chiavaro, e cerca d’acconciare
 In casa tua cassetto o forciero...
 Quell’altra voce fa l’aer tremare
 Chi vuol conciar lucerne o candeliero;
 Quell’altro grida: cucchiai e catini
 E l’altro strilla: forbicette fini.
 Senti uno che dice: canestri canestri,
 Odi l’altro che grida: lino lino;
 Uno che si vanta di conciare i destri
 Parla con un che va vendendo il vino.
 Ecco per Roma infiniti maestri
 Col sacco in spalla e in mano un bacchettino
 Gridando tutto il dì: scarpe, pianelle
 E l’altro canta: vascelle, vascelle".
 * * *
 "Seguitando a pedinare i venditori ambulanti, vediamo altresì pei calzamenti
 portarsi in giro le francesche, specie di scarpette per donna fatte all’uso di
 Francia; le cornacchie, le scarpe di cordovano, gli scarferoni o scarferotti e i
 frattoni, ripiego economico per difendersi dalle pozzanghere e dalle spine delle
 fratte in surrogazione degli stivali".
 * * *
 "Da una ballata rusticana del 1464 tolta da un Ms. Casanatense, apprendiamo che
 per le vie di Roma le venditrici di erbaggi gridavano: il petrosello, la
 mempitella, il serapullo, la borrana, la persia coviella, la ramoraccia, la
 rughetta, e il macerone, mentre i pescivendoli urlavano offrendo a vile prezzo i
 castaurielli e i triuli...".
 * * *
 "… Il poeta Andrea Speciale non è avaro di nuovi e curiosi particolari
 ricordando i venditori di farinelle per gli infermi, quelli di puleggio per le
 doglie del fianco, altri di secreti per la così detta mala macchia, o per campar
 dal morso dei serpenti: e finalmente gli spacciatori girovaghi di spezie e di
 pane bruscato:
 "Per ridonare il gusto all’ammalato".
 Nel 1651 l’acquavite si chiamava in Roma la pollacchina, leggendosi in una
 canzonetta di quell’anno:
 "Chi vuol dir gli acquavitari
 Quei che tutta la mattina
 Van gridando: pollacchina".
 * * *
 "Parimenti veniamo a sapere che i venditori ambulanti per invogliare le signore
 a comperare la seta valutata in quei tempi ad alto prezzo, si contentavano di
 barattarla con farina... Così sappiamo che le ricotte si vendevano dandole a
 saggio gratuitamente in una scodelletta; e che a vendere i coltelli
 s’industriavano le donne, ma senza gridare... Che le palle moscate erano sì
 accette al bel sesso che i giovani innamorati, per aver l’occasione di parlare
 alle loro belle, si trasformavano sovente in aromatari
 , cioè in venditori di saponi profumati.
 Le focaccine all’essenza di rosmarino, tanto comuni in Roma fino a pochi anni
 fa, e solite a vendersi nelle prime ore della notte, col grido di pan di
 ramerino, erano sconosciute tra noi prima del 1870. Furono portate intorno a
 quel tempo di Toscana, e parvero in Roma una novità. Invece non si tratta
 d’altro che di una vecchia speculazione andata in disuso, giacchè proprio con lo
 stesso nome e forse col medesimo canto era ben nota ed avviata in Roma fin dal
 tempo del poeta Speciale, rallegrandosi egli alla
 sera:
 "Perchè si sente un certo fiorentino
 Che va gridando: pan di ramerino!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="2">
          <head type="Titolo"> Voci scomparse. </head>
          <p></p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="3">
          <head type="Titolo"> 1.  I fanciulli perduti. </head>
          <p>
 "Si udiva talora per le vie una lugubre cantilena di voci argentine, interrotta
 frequentemente dal suono di un campanello. Era — è sempre il Moroni che parla  la grida dei fanciulli perduti.
 Una turba di ragazzi preceduti da una croce percorrevano le vie annunziando che
 un bimbo o una bimba non erano tornati alle loro case; invitavano i buoni a
 darne notizie se ne avessero, e a ricondurli presso i genitori desolati,
 indicandone ad alta voce l’indirizzo".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="4">
          <head type="Titolo"> 2.  Le zitelle sperse. — I Fate-bene-Fratelli. </head>
          <p>
 "Le zitelle sperse di Sant’Eufemia andavano per le strade cantando specialmente
 di notte: tantochè il cardinale Ascanio Colonna (nota l’Amayden) impose a loro
 il nome di cicale notturne".
 L’origine del nome dei Bonfratelli, ossia Fate-bene-fratelli, rimonta al
 trionfale ingresso di Marc’Antonio Colonna in Roma, reduce dalla battaglia di
 Lepanto.
 Francesco Albertonio nella Relatione dell’entrata fatta dall’Ecc.mo M. Ant.
 Colonna, dice: "Dopo questo, quasi capo e conduttore loro, era un Romito, vomo
 spirituale, vestito alla Turchesca, portando alla spalla manca un crocifisso, e
 nella sinistra una scimitarra; e di quando in quando gridava: Viva la Santa
 Lega!; questo vomo perchè soleva gridare per Roma: Fate-ben-per-voi era anche
 dal popolo chiamato: Fate-ben-per-voi e tenuto per vomo santo".
 E il Volena, nelle sue Cose memorabili, scrive:
 "V’era un Romito chiamato dalle parole che spesso soleva ripetere: Fate-ben-per-
 voi. Era tenuto per santo, e in tal credito presso il papa e principi, che tutto
 quello che domandava non gli si negava niente e si serviva dei denari in
 maritare zitelle pericolanti. Ne trovò una che gli piacque, e se la prese per
 moglie e perse tutto il credito. Andava poi per Roma con un paro di bilancie,
 attaccate ad un bastone, in cima del quale era una testa di morto, dicendo che
 havea mal pesato. Gli fu creata una canzone
 , che diceva:
 "State attenti, che riderete poi,
 Quando saprete che ha preso moglie
 Fate-ben-per-voi ".
 "Andò alla guerra d’Ungaria con Gio. Fr. Aldombrandino, con un crocifisso in
 mano facendo animo a’ soldati, e vi fu ferito da’ Turchi. In detto tempo
 principiò in Roma la Religione di Fate-ben-Fratelli. Gregorio XIII gli diede la
 Chiesa di San Giovanni Colabita nell’Isola di Ponte Quattro Capi; vi fecero
 l’Ospedale per gl’infermi; e andavano la sera per Roma con un campanello,
 dicendo: Fate-bene-Fratelli!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="5">
          <head type="Titolo"> 3.  I "Trionfi" alle puerpere. </head>
          <p>
 "S’ode di lontano il suono di una tromba... Si avanzano alcuni trombettieri
 vestiti teatralmente... A breve distanza procedono a passo lento i mazzieri
 pettoruti con le loro divise nere, intenti a mostrare la loro bravura di
 giocolare con le mazze sormontate da grossi pomi d’argento. Seguono in doppia
 fila, come frati in processione, parecchie dozzine di servitori insaccati nelle
 goffe livree del settecento, con brache corte, calze di seta, cappello a
 lucerna, e falde enormi che distaccandosi dal giubbone
 si protendono insino alle calcagna. Poi viene un altro tubicino il quale
 preannunzia con una breve e squillante modulazione di cornetta le sacramentali
 parole gridate con solennità dai banditori, ad ogni fermata, nelle piazze e
 nelle traverse delle vie. Le parole di rito erano, a mo’ d’esempio, le seguenti:
 "Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale De Bernis a S. E. la Signora
 Principessa Santacroce". E subito dopo, portato da numerosi facchini, si vedeva
 torreggiare il padiglione delle puerpere, cioè una g
 randiosa macchina dai bizzarri disegni interamente rivestita di lunghe file di
 tagliolini, di savoiardi, di tortelle, di paste all’uovo, il tutto intramezzato
 da uno sciame di capponi e di galline per uso della illustre puerpera. La pompa
 trionfale si chiudeva con la nobile anticamera del munifico donatore che faceva
 ala di buon grado ai capponi e alle galline per conseguire le regalie e le
 bibalia solite a darsi in tali occasioni. L’onore di questi trionfi dell’uovo
 non era riserbato alle sole dame. La dif
 ferenza era soltanto nelle dimensioni delle macchine; ma all’infuori di ciò, non
 vi era, si può dire, puerpera la quale non rimediasse il suo padiglioncino".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="6">
          <head type="Titolo"> 4.  I Carciofolari. </head>
          <p>
 "I carciofolari erano cantori e suonatori d’arpa; specie di bardi girovaghi,
 nativi per lo più degli Abruzzi, così chiamati dalla stessa parola: carciofolà
 che un tempo terminava quasi intercalare, le loro strofe d’amore".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="7">
          <head type="Titolo"> 5.  I Pifferari. </head>
          <p>
 "O bbiferari, erano anch’essi abruzzesi. Vestivano — scrive il Belli — un
 pittoresco costume e venivano nello Stato pontificio sul cadere del novembre, a
 tre a tre. Uno suonava il piffero o cennamella, l’altro la cornamusa, e il terzo
 cantava canzoni inintelligibili, per la novena di Natale, ai piedi di tutte le
 Madonne che sono sui cantoni delle strade di Roma".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="8">
          <head type="Titolo"> 6.  L’Acconcia-panni. </head>
          <p>
 Quasi tutti i poveri ebrei di Roma, molti anni fa, vivevano racconciando panni
 vecchi; e quindi andavano gridando per la città
 — Chi accóncia pânnii?!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="9">
          <head type="Titolo"> 7.  I Mandatari. </head>
          <p>
 Erano (e lo sono ancora) una specie di servi ecclesiastici delle fraternite di
 Roma, poichè ogni arte, mestiere e condizione di uomini ha in Roma la sua
 Confraternita.
 Vestiti — scrive il Belli — di una goffa livrea, o dicasi pure divisa, coi
 colori della compagnia alla quale appartenevano, i Mandatari precedevano i
 convogli funebri, intimavano le associazioni dei cadaveri... avevano cura della
 proprietà interna dei loro instituti; e una volta alla settimana andavano in
 abito di costume e con una bussoletta fra le mani a cantare sotto i balconi de’
 devoti certa nenia monotona che chiede sempre danaro e termina con un Deo
 gratias.
 Ve ne erano in giro della compagnia della Morte, del Suffragio, di Gesù
 Nazzareno, di Maria SS. del Soccorso, di S. Gregorio Taumaturgo, protettore dei
 casi disperati, ecc. ecc.
 Il Deo gratias di quest’ultimo era il più solenne e stirato che si potesse
 desiderare. Il tempo musicale di esso aveva il valore di due buone massime:
 "Devoti de San Gregorio ’ettaumaturgo protettore de li casi disperati. Deo
 ghéérazia!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="10">
          <head type="Titolo"> 8.  La Calamisvà. </head>
          <p>
 "Quando il mandataro della Compagnia Israelitica della Morte, per le strade del
 Ghetto, con in mano un bussolotto di ferro per raccogliervi le elemosine,
 precedeva i convogli funebri, a brevi intervalli in tono lento e patetico,
 andava gridando:
 — Zedacà! la mizvà!
 La prima di queste parole ebraiche — dice il chiaro prof. Morandi — significa
 elemosina; la seconda (mizvà), a cui è stato appiccicato il nostro articolo la,
 significa precetto religioso, ma per estensione, almeno tra gli ebrei di Roma,
 convoglio funebre. Sicchè il grido del Mandataro era un’esortazione a far
 l’elemosina pel morto ed insieme ad accompagnarlo. E infatti a quel grido le
 donne si affacciavano alle finestre e gettavano giù il loro obolo, mentre gli
 uomini, uscendo dalle botteghe, lo deponevano
 da sè nel bussolotto, e poi si accodavano al convoglio, seguendolo
 ordinariamente fino alle porte del Ghetto".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="11">
          <head type="Titolo"> 9.  Le Prèfiche. </head>
          <p>
 "Riusciti inefficaci i soccorsi della medicina, e principiandosi a curare un
 infermo con le divozioni, mandavansi di notte delle donne scalze recitando il
 rosario della Vergine.
 S’intende già che questa modificazione di prefiche vendeva l’orazione e il
 pianto" (Belli).
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="12">
          <head type="Titolo"> 10.  Canti religiosi e preghiere per le strade. </head>
          <p>
 S’incontravano spesso, nel Trastevere in ispecie, gruppi di uomini o di
 ragazzi, fermi dinnanzi a qualche Madonna, delle quali non è penuria sui canti
 delle vie di Roma, i quali cantavano devotamente o le letanie, o recitavano
 qualche preghiera, o cantavan dei versi di questo genere:
 "Evviva Maria,
 Maria evviva;
 Evviva Maria
 E cchi la creò!
 Affetti e pensieri
 De ll’anima mia,
 Lodate Maria
 E cchi la creò!".
 S’intende che quando erano avvinazzati, alle preghiere, alternavano qualche
 bestemmia all’indirizzo magari di tutti i santi del paradiso.
 Spesso la sera dall’oratorio del Caravita, ove eravi eretto un sodalizio di
 compagni e collaboratori de’ missionari, detto dei Mantelloni, dal lungo
 mantello nero che indossavano, dopo la disciplina che si davano al bujo, alcuni
 de’ più zelanti, uscivano dall’oratorio e seguìti da altri bizzochi si
 sparpagliavano per la città, recitando il rosario intercalato da divoti versetti
 come quelli surriferiti, e giunti chi a tale chi a tal’altra immagine, ivi
 intonavano le litanie.
 Al fine di queste e di altre orazioncelle, ciascuno al saluto di Sia laudato
 Gesucristo rispondeva con un Sempre sia laudato, e se ne andava pe’ fatti suoi.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="13">
          <head type="Titolo"> 11.  La Dottrina Cristiana. </head>
          <p>
 Nelle ore pomeridiane della domenica, un’ora prima di cominciare nelle chiese
 la spiegazione del catechismo, solevano i parrochi mandare in giro per la
 parrocchia un chierico con la croce accompagnato da alcuni ragazzi che sonavano
 uno o due campanelli e gridavano in coro: "Padri e mmadre, mandate li vostri
 figlioli a la dottrina cristiana; chè si nun ce li manderete, ne renderete conto
 a Ddio!". La quale cantilena era succeduta e seguìta da grandi scampanellate;
 dopo di che la si ricominciava daccapo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="14">
          <head type="Titolo"> 12.  Li svegliatori notturni. </head>
          <p>
 Li svejatori eran coloro che esercitavano l’ufficio di correre a svegliare i
 viaggiatori, nei beati tempi in cui si viaggiava in diligenza.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="15">
          <head type="Titolo"> 13.  Il Figurinaio. </head>
          <p>
 I figurinai, dalle scarne sembianze, dalle vesti sdruscite, sotto alle quali
 intisichivano talvolta anime elette di artisti, ridotti a far pupazzi e a
 portarli in giro per le vie, cantando per vivere:
 — Figurinâio, figurinâio!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="16">
          <head type="Titolo"> 14.  Lo Scarfarottaio. </head>
          <p>
 "Gli scarfarottari, accasciati sotto il peso di un grosso canestro ricolmo di
 scarpe e di pianelle andavan gridando:
 — Scarfarotti e stival’ a la modaa!".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="17">
          <head type="Titolo"> 15.  L’Anticagliaro. </head>
          <p>
 Anche questa figura scomparsa totalmente, andava in giro, offrendo la sua merce
 al grido di:
 — Anticaje e ppietrèlle!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="18">
          <head type="Titolo"> 16.  I Nummerattari e riffaroli. </head>
          <p>
 — Pijalevelo, donne, er 28!
 — Ce n’è arimasto uno! Chi sse lo pija? Chi sse la gode ’sta gallinaccetta?
 Ciò dicendo, mostrava il premio che si sarebbe guadagnato la persona la quale
 vinceva alla Riffa o al Nummeretto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="19">
          <head type="Titolo"> 11.  Lo Sticcalegna. </head>
          <p>
 Il tagliatore di legna da fuoco, che andava per Roma, cercando lavoro con la
 scure in collo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="20">
          <head type="Titolo"> 18.  L’appiccia-fuoco. </head>
          <p>
 Proibendo la legge mosaica agli israeliti di accendere il fuoco nei giorni di
 festa, alcuni sfaccendati cristiani, il venerdì sera, dall’ora in cui suole
 entrare la festa a tutto il sabato successivo, percorrevano le strade del
 Ghetto, offrendosi a quell’ufficio, gridando:
 — Chi appìccia, chi appìccia?
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="21">
          <head type="Titolo"> 19.  I venditori di Crescioni. </head>
          <p>
 Usando farsi la cura dei crescióni nella primavera, in quell’epoca, si udivano
 alcuni venditori gridare:
 — Crescióni: chi vvô’ ffa’ la piscia frescaa?
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="22">
          <head type="Titolo"> 20.  Il rivenditore dei rimasugli delle cucine. </head>
          <p>
 L’antico rivenditore degli avanzi delle cucine signorili e delle trattorie,
 andava con un grande schifo sulla spalla, pieno di ogni sorta di cibarie,
 gridando:
 — Oh cche cciccia, oh cche ónti!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="23">
          <head type="Titolo"> 21.  I Trippaioli. </head>
          <p>
 Gli antichi Tripparoli, con il loro schifo in testa ripieno di trippe, zampi,
 pezzi di testa di vitello e di vaccina, e d’altro:
 — Trippa, pieducci e tutto er grugnaccio!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="24">
          <head type="Titolo"> 22.  Il Lanternonaio. </head>
          <p>
 Tutte le vigilie delle feste dei Santi e delle Madonne, in cui si era soliti
 illuminare le finestre delle case, questo venditore andava in giro per le strade
 di Roma, spingendo un carrettino, ricolmo di lanterne di carta a varii colori
 (con suvvi stampato il Santo o la Madonna festeggiati), chiamate Lanternoni.
 Egli per invitare la gente a comperare la sua merce, gridava con voce stentorea:
 — A ccinque una grossata, dieci una pavolata, venti una papettata, trenta ’na
 testonata, li lanternóooni!...
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="25">
          <head type="Titolo"> 23.  Il Cialdonaio. </head>
          <p>
 Il cialdonaro, il venditore notturno di cialdoni dalla voce stentorea che
 gridava:
 — Cialdonâroo, cialdonii: quattro per un bajocco!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="26">
          <head type="Titolo"> 24.  Il venditore di supplì. </head>
          <p>
 Andava attorno la sera, portando la sua merce in una specie di scalda vivande
 appeso a un braccio, vestiva all’uso dei cuochi, e diceva:
 — Caldi bollentii! Supplì di riso!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="27">
          <head type="Titolo"> 25.  Il venditore d’inchiostro. </head>
          <p>
 Figura sinistra e sudicia, dalla voce sepolcrale; egli grugniva:
 — ’Nchióstroo ’a scrivee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="28">
          <head type="Titolo"> 26.  Il Materassaio. </head>
          <p>
 Al matarazzaro, figura grave e maestosa, per farsi udire bastava battere le
 bacchette.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="29">
          <head type="Titolo"> 27.  Pan di ramerino </head>
          <p>
 Così gridava, ancora pochi anni or sono, il venditore di focaccine all’essenza
 di rosmarino.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="30">
          <head type="Titolo"> 28.  I Ciambellari. </head>
          <p>
 Andavano attorno con la loro merce infilata in un bastone o in un canestro, e
 gridavano:
 — Di Lucca le ciambelle! El ciambellaro!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="31">
          <head type="Titolo"> 29.  Il pescivende. </head>
          <p>
 Per il passato era israelita e per offrire la sua merce si esprimeva così:
 — Lo sciabbichèllo vivo!
 — Li sardi da fa aròsto!
 — Merluzzi e trije!
 — Er cèfoloo!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="32">
          <head type="Titolo"> 30.  Lo scacciaragnaio. </head>
          <p>
 Andava in giro nella settimana che precede quella Santa e gridava:
 — Lo scacciaraagnoo! Ripuliteve la caasa, donnee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="33">
          <head type="Titolo"> 31.  Il Cenciaiuolo. </head>
          <p>
 — Strâcci: chi ha ferrâccii!
 — Strâcci, ferrâcci; chi ha scarpaccee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="34">
          <head type="Titolo"> 32.  Il Caciaio. </head>
          <p>
 S’udiva la mattina gridare a perdifiato:
 — La marzolinaa, la marzolinaa!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="35">
          <head type="Titolo"> 31.  Gli spazzacamini. </head>
          <p>
 I piccoli e macilenti spazzacamini lombardi o tirolesi che sembravano rivestiti
 di fuliggine, con i piedi nudi, il viso nero:
 — Spazzacamii’, spazzacamii’!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="36">
          <head type="Titolo"> 34.  In Carnevale. </head>
          <p>
 Il venditore di confettacci ossia il confettacciaro:
 — Confetti, conféee! Chi vvô’ li confèttii?
 Gli affittuari di sedie o luoghi adatti a godere lo spettacolo:
 — Chi vô llòchi?
 L’ultimo giorno di Carnevale, i venditori di móccoli:
 — È acceso er moccolo!
 — Móccoli móccoli!
 — Chi vô’ móccoli?
 Altri rivenditori:
 — Razzi d’amore, per un sòrdo!
 — Bocché, bocché!. Ecco fiori! ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="37">
          <head type="Titolo"> 35.  La sera della Girandola. </head>
          <p>
 Si affittavano palchi, logge, finestre e sedie:
 — Parchi logge, finestre!
 — Ecco piazze, ecco posti, ecco lendiere!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="38">
          <head type="Titolo"> 36.  I Santari. </head>
          <p>
 I Santari o Pupazzari sui gradini delle chiese offrivano il Santo di cui si
 solennizzava la festa:
 — Un ber San Luviggi!
 — Un ber San Filippo!
 — Un sòrdo la vera e mmiracolosa immaggina de la Madonna der Càrmine! ecc., ecc.
 Sulla scalinata della Chiesa dell’Aracoeli, in tempo di Natale:
 — Un sòrdo la vera immagina miracolosa der santo Bambino!
 — Un sòrdo un bambinello!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="39">
          <head type="Titolo"> 37.  L’arruotino. </head>
          <p>
 Andava con la sua ruota, si soffermava ogni breve tratto, e con voce squillante
 gridava:
 — Arrotinoo, signori!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="40">
          <head type="Titolo"> 38.  Il venditore di cerase-marine. </head>
          <p>
 Ora del tutto scomparso. Ecco il suo grido:
 — Le cerase marinee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="41">
          <head type="Titolo"> 39.  Le processioni. </head>
          <p>
 Otto giorni prima, per le strade che dovevano essere percorse dalla
 processione, passavano i Mannatari delle varie confraternite, a due a due con
 grandi bordoni, e preceduti da uno o più tamburi.
 Gli ebrei davano in fitto i damaschi verdi, azzurri, rossi o gialli per adornare
 i davanzali delle finestre.
 Essi gridavano:
 — Apparati per li finestri per la processione!
 La strada che doveva percorrere la processione era accuratamente spazzata, poi
 cosparsa di arena gialla sulla quale si gettavano ramoscelli di mortella; poi si
 disponevano sedie, ed anche qualche volta banchi e palchi che si affittavano al
 grido:
 — Chi vô ssedie? Chi vô llochi pe’ vvede’ la pricissione?
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="42">
          <head type="Titolo"> 40.  L’Ottavario de’ Morti. </head>
          <p>
 Nelle rappresentazioni sacre che si facevano con statue di cera di grandezza
 naturale, nei varii cemeteri delle confraternite, come a Santa Maria in
 Trastevere, a Sant’Onofrio, alla Bona Morte, ecc. ecc. un gran numero di
 poverelli si collocavano lungo la strada e chiedevano l’obolo:
 — Per quelle povere anime che pregheno Ddio per nnoi!
 La Compagnia della Morte aveva, come è noto, per istituto di andare a
 raccogliere i poveri morti abbandonati per le campagne che poi seppelliva nel
 suo Oratorio.
 I due confratelli incaricati di ricevere all’ingresso dell’Oratorio le elemosine
 dei visitatori della rappresentazione che vi si faceva nell’Ottavario de’ morti,
 agitando il bossolo, dicevano con voce profonda e cadenzata:
 — Poveretti che moreno per le campagne e seppelliti per l’amor di Dio in questo
 santo loco.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="43">
          <head type="Titolo"> 41.  Il venditore di capretti e di abacchi. </head>
          <p>
 Il venditore di abacchi, nella stagione autunnale, e di capretti, in primavera,
 percorreva la città con la sua cavalcatura munita di due grandi ceste, nelle
 quali eranvi o agnelli o capretti di latte, vivi, che offeriva per quaranta,
 cinquanta o al massimo sessanta bajocchi l’uno.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="44">
          <head type="Titolo"> 42.  Il capraio. </head>
          <p>
 Nella stagione primaverile, ancora fino a pochi anni fa, il capraio, con il suo
 gregge, si partiva, nella notte, da parecchie miglia lontano, per trovarsi alle
 porte di Roma allo spuntar dell’alba.
 Quivi giunto, prendeva stanza in un crocevia o in una piazzetta, ove il posto
 eragli stato precedentemente assegnato dalle autorità municipali.
 Al suo acutissimo fischio, con cui si segnalava, le donne di casa scendevano in
 istrada, quali con una cuccoma, quali con bicchieri a comperare il latte per la
 loro colezione.
 Compiuta la vendita (non più tardi delle ore 9 ant.), il capraio, raccolte le
 sue capre, doveva subito ritornarsene al lontano abituro da cui nella notte
 erasi partito.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="45">
          <head type="Titolo"> 43.  Il carnacciaro. </head>
          <p>
 Vendeva nelle prime ore della mattina, e vende tuttora, carne di carogna per i
 gatti. Egli non ha bisogno di gridare.
 Ad un suo sibilo (che in Roma chiamiamo comunemente sordino), i gatti, già in
 vedetta o sulle porte delle botteghe o sugli usci delle case, gli si fanno
 attorno e si precipitano con voracità sul bajocco di carne che il venditore
 getta loro in pasto.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="46">
          <head type="Titolo"> 44.  Granarole, lavandaie, ecc. </head>
          <p>
 Oltre poi ai molti venditori cantaiuoli, erano parecchi mestieri che si
 esercitavano in mezzo alle strade di Roma.
 Ciabattini, manescalchi, ferrai, funari e granarole. Queste, stando sedute fuori
 dei granai o presso l’anfiteatro Flavio, o in via di santa Prassede o altrove,
 mentre sceglievano il grano in ampi schifi, posti sulle loro ginocchia, non
 facevano che vociare e stornellare da mane a sera.
 Altrove rivenduglioli che, coi loro banchi, occupavano vie e piazze, come i
 pollaroli e trippaioli, intorno al Pantheon e lungo la via dei Crescenzi;
 ferravecchi, rigattieri, in piazza Navona, Campo de’ Fiori, ecc. E fuori delle
 chiese e nelle pubbliche passeggiate, mendicanti, uomini e donne, i quali, per
 meglio commuovere i passanti, mostravano le più orrende mutilazioni e le piaghe
 le più schifose, ovvero si tiravano dietro quattro o cinque fanciulli scalzi e
 laceri, avuti magari a prestito, per quattro
 o cinque soldi l’uno al giorno, da qualche loro commare che cercava di mettere a
 profitto la sua fecondità.
 Aggiungete a tutto questo ben di Dio un numero considerevole di lavatoi
 pubblici, unico rimasto del genere quello sulla piazzetta de’ Miracoli, e fino a
 pochi anni dopo il 1870, quell’altro, nel cuore della città, che era addossato
 al giardino pontificio del Quirinale e che aveva dato il nome alla via del
 Lavatore del Papa, ora via del Lavatore.
 Potete immaginare, da simili congreghe, le continue liti, le grida, le
 contumelie e gli esempi di bel parlare che ne venivan fuori!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="47">
          <head type="Titolo"> Voci odierne. </head>
          <p>
 "Arrestandoci soltanto alla vecchia Roma anteriore di poco al 1870, quante
 altre figure singolari impresse nella memoria, quante altre voci rimaste
 nell’orecchio come malinconico ricordo di altri tempi!... I fratelloni di San
 Giovanni Decollato, figure sinistre che andavano per le botteghe a chiedere
 l’elemosina per suffragare l’anima del condannato a morte; le tavolozze sui
 canti delle vie; gli smoccolatori col cartoccio nei trasporti funebri i cui
 cadaveri si portavano scoperti; talvolta un bel parlatore
 che si divertiva a raccontare una storia: si faceva cerchio intorno a lui; e a
 misura che l’uditorio ingrossava egli alzava la voce... I barbereschi in
 Carnevale, presti ad afferrarsi alle criniere dei cavalli, emettendo grida
 selvagge; gli spacciatori di moccoletti nel martedì grasso... I servitori di
 piazza affittati ad ore; il burattinaio col casotto, gli improvvisatori di
 stornelli, e gli sminfaroli autentici, le processioni, i frati cercatori, i
 maghi, i giuocatori del numeretto, i piccoli e macilenti
 sonatori d’arpa, i ragazzi cantori di canzonette al suono dell’organino, il
 sigaraio notturno, il cenciaiuolo con la lanterna, il barbero vincitore portato
 in trionfo; i missionari predicatori in piazza della Rotonda, ecc. Sembrano
 ricordi di tempi arcadici, tanto quei giorni paiono lontani".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="48">
          <head type="Titolo"> 45.  Il mosciarellaro. </head>
          <p>
 Ultimo attore superstite delle feste popolari della vecchia Roma.
 Il Belli in una nota de’ suoi sonetti, così ne scrive "Alcuni uomini tutti del
 Friuli, vanno per Roma gridando:
 — Moscia, moscia: oh fusaglia dolce: Mosconi, ragazzi!
 Sono i così detti mosciarellari o fusagliari che vendono castagne infornate
 (mosciarèlle) e poi bollite, lupini (fusaglie) e mosconi verdi…  Scarafaggi
 questi più grossi delle cantaridi, i quali si trovano ordinariamente sui fiori
 di sambuco.
 "I ragazzi li legano con un filo a uno zampino, e si divertono a farli volare.
 Perciò i fusagliari fino a quaranta o cinquant’anni fa, li andavano vendendo. Ma
 oggi questa piccola industria è affatto cessata e sono anche rari quelli che la
 ricordano".
 Attualmente il Fusajaro grida:
 — Mosciarellaro, fusagliaro!
 E più comunemente
 — Fusaja dorce!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="49">
          <head type="Titolo"> 46.  Li venditore di noci. </head>
          <p>
 — Bianca la nocee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="50">
          <head type="Titolo"> 47.  Il brusculinaro. </head>
          <p>
 Anche questo è un ultimo attore superstite delle feste popolari della vecchia
 Roma, grida vendendo semi di zucca secchi:
 — Bruscolini: chi vvô er brusculinaro?
 — Spassâteve er tempo: er brusculinaroo!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="51">
          <head type="Titolo"> 48.  L’acquacetosaro. </head>
          <p>
 Va in giro per la città, appena è l’alba, e guidando un somarello o un magro
 ronzino che si trascina dietro un carretto con alcune ceste piene di piccoli
 fiaschi, canta:
 — Friescaa, friescaaa, l’acquaa acetósa!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="52">
          <head type="Titolo"> 49.  Il venditore di utensili di legno. </head>
          <p>
 È abruzzese. Va curvo per il peso di una canestra nella quale porta una
 quantità di utensili da cucina, e grida:
 — Peparóle e cucchiaaà!
 — Schifiètte, schifiétte!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="53">
          <head type="Titolo"> 50.  I venditori di lunari. </head>
          <p>
 Sono contadini marchigiani. Nel passato vendevano quei lunari chiamati li
 buciardèlli, e andavano gridando:
 — Lunari in foglio, e lunari a libbretto!
 Mentre ora dicono:
 — El Barbanera, lunario nôvo!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="54">
          <head type="Titolo"> 51.  La sera di Pasqua Epifania. </head>
          <p>
 Un tempo in piazza Sant’Eustachio:
 — Un sordo un traccagnino!
 — Un bajocco un turullullù!
 — Un maecco un gobbo cor fischietto ar culo! ecc.
 Attualmente la stessa sera in piazza Navona:
 — Un sòrdo un muntuvare guasi d’oro!
 — Un ber purcinèlla, un arlecchino, una trombetta! ecc., ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="55">
          <head type="Titolo"> 52.  La sera di san Giovanni. </head>
          <p>
 Durante la baldoria che si usa fare in piazza di San Giovanni in Laterano, e
 strade adiacenti:
 — La spighetta!
 — Er garofoletto!
 — Li capi-d’ajo!
 — Lo scopijo! ecc., ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="56">
          <head type="Titolo"> 53.  Il melacottaro. </head>
          <p>
 Gira la notte, nell’inverno, con una marmitta di rame stagnato, sostenuta da
 una tracolla:
 — Pettorali! - Bollenti - Mela cotte!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="57">
          <head type="Titolo"> 54.  Il peracottaio. </head>
          <p>
 Il venditore di pere cotte, va attorno nelle ore afose del caldo, cantando con
 voce stentorea una lunga filastrocca di parole per attirare i compratori. Ma
 comunemente grida:
 — So’ ccanniti le péra côtte bbônee!
 A’ miei tempi eranvene alcuni che alla voce stupenda accoppiavano la virtù
 d’improvvisare versi, lodanti la loro merce, e, appropriandoli al primo che
 s’imbatteva sulla loro strada, un frate, una monaca, un paìno, ecc.
 — Cé l’avémoo visto méttee ér zucchero, le peracottee bbònnee calle calle; per
 un sòrdo, callee!
 Ovvero:
 — Le peracotte calle, a quer paìno,
 Che ccià ’na panza com’un violino,
 Je farebbeno mejo de la manna,
 Ma pperò ccià una fame che sse scanna;
 E, poveraccio, ha vvoja a rimirallee
 Le peracotte bbône, calle callee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="58">
          <head type="Titolo"> 55.  La lumacaia. </head>
          <p>
 Con uno o due canestri appesi alle braccia, grida a squarciagola:
 — Ce ll’ho dde vigna le lumaachee !
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="59">
          <head type="Titolo"> 56.  Il venditore di mòre. </head>
          <p>
 Nelle ore afose dell’estate, sotto alla sferza del sollione, s’udiva e s’ode
 ancora, sebbene più raramente, il lamentevole ritornello del venditore di mòre:
 — Le mòoree faattee: chi le magnaa le móoree!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="60">
          <head type="Titolo"> 57.  Il giuncataio. </head>
          <p>
 Dal giorno dell’Ascensione in poi questo venditore, quasi sempre un contadino
 marchigiano, va la mattina, vendendo la gioncata che tiene in un secchio di
 latta:
 — Giungatina frescaa!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="61">
          <head type="Titolo"> 58.  L’acquavitaio. </head>
          <p>
 Va in giro nelle ore della notte fino ai primi albori. Egli con voce sommessa,
 dice:
 — Acquavitaa, acquavitaroo!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="62">
          <head type="Titolo"> 59.  Il caffettiere notturno. </head>
          <p>
 Va attorno nelle ore stesse del suo collega l’acquavitaio, e su per giù, con lo
 stesso tono di voce, dice:
 — Caffè, per un soldo!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="63">
          <head type="Titolo"> 60.  li venditore di uova sode. </head>
          <p>
 Lo si vedeva in giro, e ci va tutt’ora, sebbene raramente, in primavera, e
 nelle prime ore della notte:
 — Ova toste, ova, ohé!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="64">
          <head type="Titolo"> 61.  L’olivaro. </head>
          <p>
 Si mostra per lo più d’inverno, nelle ore pomeridiane. Come il suo collega
 l’ovaro, entra in tutte le bettole ed offre la sua merce al grido di:
 — Oliva dorcee, olivaa!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="65">
          <head type="Titolo"> 62.  Il cenciaiuolo isdraelita. </head>
          <p>
 Lacero, con il sacco sulle spalle, si fermava ad ogni tratto di strada, poneva
 la mano all’orecchio, e con voce gutturale, gridava:
 — Aèoo!
 Grida che ora ha cambiato con l’altro:
 — Ròbbi-véecchii!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="66">
          <head type="Titolo"> 63.  Il venditore d’agli e scope. </head>
          <p>
 È comunemente un contadino marchigiano. Porta sulle spalle un fascio di scope e
 di spazzole, ed in mano delle serte d’agli:
 — Lo scoparoo, ajaroo!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="67">
          <head type="Titolo"> 64.  Il Pappinaro. </head>
          <p>
 Si mostra nell’estate, sospinge un carrettino dipinto a vivaci colori
 contenente la sorbettiera, e grida:
 — Che rosso d’ovoo, che gelàa’!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="68">
          <head type="Titolo"> 65.  I venditori di legna da ardere. </head>
          <p>
 Vendono fasci d’arbusti da ardere, razzolati nelle siepi a traverso a mille
 disagi, nelle brume del dicembre.
 Sono poveri contadini che vanno curvi sotto il peso del loro fardello e a voce
 sommessa gridano:
 — Fascii, fascii!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="69">
          <head type="Titolo"> 66.  Il cocomeraio. </head>
          <p>
 Espone la sua merce sopra alcune scalette di legno, nei quartieri più popolari,
 e grida a squarciagola:
 — Curete pompieri che vva a ffocoo!
 E sulle stesse scalette anni sono eravi scritto, p. e.:
 "Venite da Riccétto
 Che vi rinfresca il petto:
 Cocommeri sotto il ghiaccio
 Una fétta un bajoccaccio!".
 "Venite tutti dal Moretto
 Che guarisce il mal di petto
 Cor un soldo che voi stendete
 D’ogni mal salvi sarete, ecc.".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="70">
          <head type="Titolo"> 67.  L’ombrellaio. </head>
          <p>
 Vende ombrelli vecchi raccomodati ed anche nuovi; e si offre di accomodare i
 guasti a chi ne ha:
 — Ombrellaio: chi ha ombrelli rótti d’accommodaree!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="71">
          <head type="Titolo"> 68.  Il venditore di castagne lesse. </head>
          <p>
 Gira con la sua caldaia colma di castagne e grida:
 — So’ ccalle che bbùlleno!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="72">
          <head type="Titolo"> 69.  I venditori di ciliegie. </head>
          <p>
 — So’ ttoste come le pietre ’ste cerase!
 — Senza l’amico!
 — Le Ravénnee!
 — De Ravénna, le cerase! ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="73">
          <head type="Titolo"> 70.  Il lumaio. </head>
          <p>
 — Lumaio! Belli lumi a petrolio, signori!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="74">
          <head type="Titolo"> 71.  Il cicoriaro. </head>
          <p>
 — Cicurietta da côce: la cicurietta!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="75">
          <head type="Titolo"> 72.  Lo stagnaro. </head>
          <p>
 Reca la sua merce in un canestro o sopra un carrettino a mano, e grida:
 — Un ber cùcchimo, donnee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="76">
          <head type="Titolo"> 73.  Lo stovigliaio. </head>
          <p>
 Va anch’esso per le strade, con la sua merce affastellata sopra un carrettino,
 e l’offre al grido:
 — Er pilaro donnee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="77">
          <head type="Titolo"> 74.  L’acconcia-stoviglie. </head>
          <p>
 Si trascina dietro un piccolo carrozzino sul quale sono riposti gli utensili
 del suo mestiere, e grida con voce lamentosa:
 — Chi ccià ttigami, tinozze e cunculine rottee d’accommidanee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="78">
          <head type="Titolo"> 75.  I fiammiferai. </head>
          <p>
 — Prosperi: lo volete er prosperaroo!
 — Ceerinii: du’ scatole pe’ ttre ssórdi!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="79">
          <head type="Titolo"> 76.  L’acquafrescaio. </head>
          <p>
 Va attorno nei mesi caldi con un cappello di paglia a larghe tese, una secchia
 d’acqua, una canestra con l’occorrente per bere, e grida:
 — Acqua fresca, zucchero e llimó’! Rifrescateve la bbocca!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="80">
          <head type="Titolo"> 77.  I venditori di sòrbe e di nèspole. </head>
          <p>
 — So’ mmatuuree le sóorbee!
 — So’ mmatuuree le nèspole!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="81">
          <head type="Titolo"> 78.  L’erbaiuola. </head>
          <p>
 Con la sua vocetta acuta è penetrante, grida:
 — Com’è bbianca ’sta lattuca!
 — La riccetta, l’indivioletta, la rughettaa!
 — Come ce ll’ho riccia!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="82">
          <head type="Titolo"> 79.  Lo strengaio. </head>
          <p>
 — Lacci pe’ le scarpee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="83">
          <head type="Titolo"> 80.  Il coltellinaio. </head>
          <p>
 È per lo più abruzzese. Egli canticchia nel suo dialetto e con voce monotona:
 — Campobasse, cortelle, signorine!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="84">
          <head type="Titolo"> 81.  Il venditore e la venditrice di fichi. </head>
          <p>
 — Ce ll’ho bbôni davero!
 — Dieci un sòrdo li fichi!
 — Quant’è bbôna la fica mia!
 — E cchi li vô’ mmósci?
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="85">
          <head type="Titolo"> 82.  Il venditore di dolci. </head>
          <p>
 — Er mustacciolaroo!
 — Er ciammellaroo!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="86">
          <head type="Titolo"> 83.  Lo spazzino o mercantino. </head>
          <p>
 È generalmente israelita:
 — La fittuccia, donnee!
 — Il cottone per le calze, donnee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="87">
          <head type="Titolo"> 84.  Il venditore di mandorle fresche. </head>
          <p>
 Da noi si chiamano anche caterinóne e mmandoline. Ed ecco perchè nel venderle
 il venditore grida:
 — Caterinonee grossee e tteneree: so’ der giardino teneree!
 — Ha ingrossato le chiappe, caterinonaa!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="88">
          <head type="Titolo"> 85.  Quello di mandorle sécche. </head>
          <p>
 — Le mmàndole capate, un sórdo trenta!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="89">
          <head type="Titolo"> 86.  L’erbivende. </head>
          <p>
 Va attorno con un gran canestro appeso al braccio, o con un carrettino a mano,
 e urla come un dannato:
 — Le pataaate! Le cucuzzee!
 — A 20 a ppavolo li carciofoli e scialate.
 — Pe’ cchi vô ffa’ er sugo d’oro, a ddu’ baòcchi li pummidoro!
 — Auffa li pommidoro, auffa le patatee, ecc.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="90">
          <head type="Titolo"> 87.  Il venditore di nocciuole. </head>
          <p>
 Va spingendo un carrettino tutto adorno di specchi, di carta fiorata, di
 immagini di sovrani, ecc. Egli grida con voce nasale:
 — Nocciuoline americane calde caldee!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="91">
          <head type="Titolo"> 88.  Il venditore di orarii delle ferrovie. </head>
          <p>
 — È ccambiato l’orario!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="92">
          <head type="Titolo"> 89.  Il venditore di frutta candite. </head>
          <p>
 — Canditi fini, signori!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="93">
          <head type="Titolo"> 90.  Il venditore di fiori di Pasqua. </head>
          <p>
 Adesso se ne vede qualcuno raramente; ma prima il Sabato santo, nella mattina,
 questo venditore andava con un carrettino colmo di fiori e di erbe odorose come
 viole ciocche, viole pansè, salvia, rosmarino, menta, persa, ecc., coi quali si
 cospargono i piatti delle uova, del salame, e il tavolo sul quale si pranza.
 Egli gridava: La Persa, la menta, le viòle e ttutte sorta d’erbe fine e odorose.
 Un tale di questi venditori ci ricamava anche dei versi di questa fatta:
 "Pe’ vvojantre, bbelle spose,
 Ffiori e erbe, ció odorose.
 Pe’ vvojantri, giuvenotti
 V’ho pportato li decotti,
 D’ortica, marva e ppalatana
 Tutta robba che risana, ecc. ecc.".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="94">
          <head type="Titolo"> 91.  I giornalai. </head>
          <p>
 È inutile parlarne. Sono tante le grida dei giornalai e così diverse, che per
 enumerarle tutte non mi basterebbe un’altra metà del presente volume. E poi a
 qual pro, se ad ogni passo, delle loro grida, ne abbiamo intronate le orecchie?
</p>
        </div>
      </div>
      <div type="Capitolo">
        <head type="Titolo">VI. SAGGIO DI VECCHIE PAROLE del Gergo dei Birbi </head>
        <p>
 Saggio di vecchie parole del gergo romanesco dei Birbi.
 Accidente a ffreddo: Coltellata.
 Affogà’: Affogare una cosa: venderla a vil prezzo. Affogà’ una figlia: maritarla
 in malo modo.
 Aggrippa: Gendarmi.
 Agrèsta (Sugo de l’): Vino.
 Agnusdèo: Orologio.
 Alèffe: Uno: dall’ebraico Aleph.
 Allancato: Affamato.
 Allumà’: Vedere, osservare.
 Allungà’ la vita: Essere appiccato.
 Amico: Spia.
 Amido (Esse all’): Essere in bolletta.
 Ancinèllo: Attaccabrighe.
 Anima de miccio: Anima dannata, condannata alla morte.
 Arbergo de la stella: Dormire all’Albergo, ecc. Vale dormire all’aperto.
 Ardia (Stà all’): Vivere in miseria.
 Arzà’: Alzare un orologio, o qualsiasi cosa, vale rubarla.
 Arzà’ la stella: Fare la spia.
 Azzicà’: Uccellare, adescare.
 Babbio: Viso.
 Bagarozzi-o: Preti.
 Balla: Congrèga.
 Barbante: Mento.
 Barbétta: Cristo.
 Bastonà’: Bastonare un oggetto, vale venderlo, disfarsene a vil prezzo.
 Bécce: Stare alle bbécce vale essere in miseria.
 Bèlli (Li): Gendarmi, carabinieri.
 Bérgi: Soldi, denaro in genere.
 Bèrta: Tasca.
 Bianca (Farla): Far fiasco.
 Bianca la noce!: Far fiasco in segno sconcio. Grida del venditore di noci.
 Bicchiere: Ano. Farsi arrotà’ er bicchiere, vale.....
 Bigónzi: Calzoni.
 Birba (Annà’ in): Andare in pessima compagnia.
 Bobba: Minestra dei carcerati.
 Bojerie: Manette.
 Bombè: Ano.
 Bôvo: Orologio.
 Bracchi: Birri.
 Brillanti: Ulceri veneree.
 Bucio dell’allegria: Ano.
 Budriè: Ano.
 Bujacca: Minestra dei carcerati.
 Bujaccaro: Minestraro, venditore di bujacca.
 Bujósa: Carcere.
 Buritone-i: Bugia, bugie.
 Cacapane: Ano.
 Cacàsse sótto: Confessare ogni cosa.
 Cacóna: Sbornia.
 Cajostra (La): Carcere di Castel Sant’Angelo.
 Cammerino (Esse de): Essere impotente; poichè Camerino è, dicesi in Roma, il
 paese da cui vengono i Mosciarellari, ossia i venditori di castagne secche.
 Campane: Orecchie.
 Campana: spia.
 Canizza: Astio, ruggine.
 Cantà’: Rivelare, confessare.
 Capézza: Catena d’oro o d’argento. Bovo co’ la capézza significa: orologio e
 catena.
 Canta-cèchi: Soldi.
 Carcio-farzo: Tradimento, tranèllo.
 Carcósa: Strada.
 Carcóse: Scarpe.
 Carnènte: Fratello o sorella: E mi’ carnente. La mi’ carnente.
 Catapèzzo: Giovanotto robusto, ragazzone.
 Caténa d’argènto: Gonorrea.
 Catòrbia: Carcere, prigione.
 Cavèrna: Osteria, o altro luogo di riunione.
 Cera de grano: Sterco umano.
 Chiccheróne: Ano.
 Chirica rasa: Capo-mózzo.
 Ciampanèlla: Frode.
 Ciancicóne: Chi mangia a carico della moglie o di altra donna sua amante.
 Ciufèca: Vino cattivo.
 Coccolà’: Lusingare, carezzare.
 Còfeno: Cappello.
 Còla: Spia.
 Commare sécca: La Morte.
 Confettà’: Adulare.
 Corier de córte: Spia.
 Corvatta: Capéstro, laccio.
 Corvattaro: Boja, ed ora vale anche strozzino, ossia colui che impresta danaro
 ad usura.
 Cotógno: Capo.
 Craparéccia: Luogo spregevole come anche chi lo abitava. Vicolo che sta in via
 Panisperna.
 Cresceccàla: Pene.
 Cristo-tignóso: Monte di Pietà.
 Cuccio: Cane.
 Dar l’asso: Adulare.
 Dègheta (Far): Fare fiasco.
 Dron-dron: Bagascia.
 Drondróna: Idem.
 Est-locanna: Stare all’Est-locanda: non avere un soldo.
 Fa’ ll’ovo: Far dono.
 Famosa: Barba.
 Fangóse: Scarpe.
 Fasullo-a: Falso-a.
 Fava: Mento.
 Fèsta (Far la): Vale uccidere qualcuno.
 Fiaccolétta: Inganno.
 Fiandra: Furba.
 Fiòcco: Ano, naso.
 Fischiétto: Fanciullo.
 Fóngo: Cappéllo.
 Frasca: Citazione.
 Frittèlla: Berretta.
 Fritto-bianco: Cervello.
 Frociante: Naso.
 Fròcio: Tedesco, inglese e qualunque straniero in genere.
 Furèllo: Ano.
 Furone: Di soppiatto.
 Fuso: Coltello.
 Galantini: Birri. Da certo Galanti, loro capo.
 Galla: Detto di donna vale: civetta.
 Gattaccia (annà in). Andare di notte con femmine perdute.
 Gattarola: Carcere.
 Gatto: Ladro.
 Gavétta: Congrega. Essere della tal gavetta, essere o appartenere a tal setta,
 ecc.
 Ghèghene: Ano.
 Ghignante: Viso.
 Ghìnga: Vino.
 Giorgio: Spia.
 Gnèsa: No: non è vero.
 Gnòcchi: Quattrini, scudi.
 Gnocco: Semplice.
 Grancio: Ladro.
 Granfie: Mani, artigli.
 Griffà’: Dar di griffo: mettere le unghie adosso.
 Gòffo (Fa’): Far saltare il banco al giuoco.
 Graffióna: Donna graffióna: formósa di carni sode.
 Grinza: Fronte.
 Imbertà’: Intascare.
 Incarca-sérci: Poliziotti.
 Incastro: Intrigo, impiccio.
 Incatramà’: Scoprire, essere colti in fallo.
 Incornasse: Ostinarsi.
 Ingroppato: Ricco.
 Jod-bedòdde: Poliziotti e soldati in genere.
 Lanterne: Occhi.
 Lanca: Fame.
 Lappa: Furbo.
 Lettra-cèca: Lettera anonima.
 Lombétto: Ladruncolo.
 Lumaca: Orologio.
 Macchiavèllo: Tradimento, azione indegna, ecc.
 Magnà’ ddar cu… e cacà’ da la bbócca: Fare la spia.
 Magnaccia: Colui che vive alle spalle delle prostitute.
 Magna-fr…: Colui che vive dei guadagni illeciti della propria moglie.
 Magòga: Affollamento.
 Majoréngo: Il capo carcerato.
 Mallòppo: La refurtiva.
 Marro: Uomo rozzo, quasi selvaggio.
 Marrocca: Spia.
 Martino: Coltello.
 Maruame: E anche Maruano: Marcio.
 Maschiétti: Ginocchi.
 Mastramucci: Stravaganze.
 Mastro Titta: Il boia.
 Minósa: Spia.
 Micio: Ladro.
 Mòrto (er): Danaro o anche la refurtiva.
 Mosciarellaro: Impotente.
 Mucina-ricotta: Vedi: Magnaccia o simili.
 Mucinèlla: Idem.
 Muntuvàre: Tincone.
 Musica: Giudizio, discernimento.
 Navigato: Imbirbito, malizioso, capace, esperto.
 Nghïppi: Debiti.
 Occhi de ciovetta: Monete d’oro.
 Otto, ch’er gatto incaja!: Attenti alle guardie! Grido d’allarme.
 Orloggi: Tinconi.
 Orto bbottanico: Ano.
 Paesàno: Spia.
 Pagòzzo: Dare il pagozzo, vale: menare di bastone o di coltello.
 Pajariccio: Cipolla cotta al forno.
 Pappio: Portafogli.
 Panzanèra: Bècero, birba, collèga.
 Passante: Anello d’oro.
 Pastròcchia: Bugìa.
 Perfidi (li): I Birri.
 Pietro (Er): Mantello.
 Pìfero: Spia.
 Pila (stare in): Aver danaro.
 Pistolfo: Servo in livrea.
 Pollanca-chèlla: Ragazza avvenente.
 Pórzo (Tastata de): Richiesta di danaro.
 Puncicà’: Accoltellare.
 Puncicata: Coltellata.
 Pulenta: Gonorrea.
 Puzzolana: Moneta.
 Rampazzo (fà e’): Essere appiccato.
 Rampinà’: Rubare.
 Ramaccià’: Idem.
 Re Ppipino: Pidocchio.
 Rifuggio: Asilo, immunità.
 Rogna: Contesa.
 Rondinèlla: Lettera che di trafugo ricevono i carcerati.
 Ròspo: Segreto.
 Rôte (le): I piedi.
 Ruspanti: Polli, galline e simili.
 Ruzzica (Tirà’ la): Fare la spia.
 Sartarelli: Danari.
 Sarza de S. Bernardo: Fame.
 Sbacì’: Morire.
 Sbarratura: Cinto.
 Sbattuta-o: Una cosa sbattuta vale: rubata.
 Sbiancato: Colto in fallo.
 Scaja: Barba di più mesi: incolta.
 Schertri: Gendarmi: a cagione degli alamari bianchi che avevano sul petto.
 Schiccherà’: Ingoiare.
 Sciatto: Affollamento, moltitudine di gente.
 Scòrza: Abito, veste.
 Scirpà’: Scirpare o fa’ scirpa: rubare con lestezza e poi fuggire.
 Scorticà’: Confessare.
 Scórtico: Lupanare.
 Scróppióni: Falli, delitti.
 Sécco (fa’): Vale uccidere uno sul colpo.
 Sédici (Er-ar): Colui, quel tale, a colui, ecc.
 Sgamà’: Osservare, vedere.
 Sgamuffà’: Osservare, guardare.
 Sgarro: Ferita mortale.
 Sghìcia: Sterco umano.
 Sguinzàjo: Coltello.
 Soffià’: Fare la spia.
 Soffione: Spia.
 Spago: Paura.
 Spazzacampagna: Trombone adoprato dai Briganti.
 Spazzacampagne: Briganti.
 Spicchio d’ajo: Mannaja.
 Spónga: Chi beve molto vino.
 Sporverà’ qualcuno: Spolverà’ le spalle a qualcuno vale: bastonarlo.
 Sottogamma: Nascostamente, si dice anche: Sottocappotto.
 Staffétta: Spia.
 Strozzo: Regalo.
 Suarfa: Papa.
 Svagà’: Osservare.
 Tàccolo: Imbroglio, briga, sospetto.
 Taffià’: Mangiare.
 Tafo: cibo.
 Tajacozzo (Annà a): Essere operato, subire operazione, ecc.
 Tappo: Mantello.
 Tetto (er): Il cappello.
 Tièlle: Scarpe.
 Tirà’ de micia: Rubare.
 Tirà’ er piommo: Provare una tal cosa.
 Tirà’ la ruzzica: Fare la spia.
 Tonnina (fa): Tagliare a pezzi.
 Torta: Verità. Scoprì la torta, scoprir la verità.
 Traghétto: Tenebroso commercio di amore o d’altro.
 Tricche-Tràcchete: Cervello.
 Trombétta: Spia.
 Trottata-to: Maliziosa, malizioso.
 Vappo: Guappo, smargiasso.
 Vasco: Signore.
 Verbum-caro: Ano.
 Verdacchia: Miseria.
 Vicolo de li tozzi: Gorgozzule.
 Villa Poveròmmini: Orto botanico sul Celio.
 Vìtèlla (Condannato una): Essere condannato una vitélla vale essere condannato a
 vita.
 Zaffi: Birri.
 Zagnotta: Bagascia.
 Zarlatta: Idem.
 Zéppi: Mani.
 Zéppo: Re.
 Zòccoli: Piedi.
</p>
        <div type="SottoCapitolo" n="1">
          <head type="Titolo"> Gergo dei numeri dei "Bagarini" </head>
          <p>
 o Monopolisti di commestibili, pescivende, ecc.
 Alèffe o Ninétto: Uno. Dall’ebraico Aleph: uno.
 Bèdene: Due. Dall’ebraico Beth: due.
 Bèdene-vaghézzi: Due soldi e mezzo. Dall’ebraico Va-chezî: mezzo.
 Ghìmene: Tre. Dall’ebraico Ghimel: tre.
 Ghìmeme-vaghézzi: Tre e mezzo. Dal vernacolo ebraico: Va-chezî: mezzo.
 Arbano: Quattro.
 Camìcia: Cinque.
 Cicia: Sei.
 Cingà: Sette.
 Cimóne: Otto.
 Novèna: Nove.
 Fiori o fioràna: Dieci. Ora per dire dieci si dice anche Un déto e nel dir così
 si mostra all’incantatore il póllice.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="2">
          <head type="Titolo"> Piccolo saggio del gergo dei Merciai di Roma. </head>
          <p>
 Lebbo: Bello.
 Trubbo: Brutto.
 Pachelo o Palecco: Cappello.
 Sparche: Scarpe.
 Nami: Mani.
 Sumo: Muso.
 Sivo: Viso.
 Tracavva: Cravatta.
 Un cranfo e zemmo: Un franco e mezzo.
 Raquanta rile: Quaranta lire.
 Glipa, ecc: Piglia, ecc.
 Tiè chiodo loque: Tien d’occhi quello.
 Daba che bura, ecc: Bada che ruba, ecc.
 Alcuni invece intercalano ogni sillaba delle parole con un vi, con un ti, ecc.
 Per esempio, per dire: Bada che ruba, diranno: Vibavidavi che viruvibavi, ecc.
 Un suonatore di teatro, un musicante, ad esempio, per dire che sta in bolletta,
 dirà ai suoi colleghi: Sto ssénza chiave in do o anche: Nu’ stanzia pila in
 berta.
 Un vetturino o cocchiere, per dire a un suo collega che ha più debiti che
 crediti, dirà: So’ più lladri che sbirri.
 Un macellaio per non far capire a’ suoi avventori che il tal pezzo di carne va
 in malora o puzza dirà col suo garzone di bottega, per esempio: Quel lòmbo va da
 Meo, o anche: va da Mariòtti. E così di seguito.
 Un ebanista, un falegname romano, parlando di un mobile qualsiasi, poco solido,
 mal costruito, vi dirà: è un marangòne.
 Per la ragione, che molti anni or sono in Roma un certo Marangoni, ebanista,
 costruiva dei mobili da poco prezzo, i quali non essendo fatti secondo le regole
 dell’arte, erano dai conoscitori male giudicati.
 Quindi d’allora, per i falegnami, ogni mobile male costruito è un marangone.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="3">
          <head type="Titolo"> Parole del gergo ebraico-vernacolo </head>
          <p>
 usate anche dal popolo di Roma.
 Aèo: Antico grido degli stracciaroli ebrei. Ora una cosa aéa o un oggetto aéo
 significa: è troppo logoro, vecchio: è troppo aéo!
 Achipudium: Ultimo giorno del digiuno.
 Asseredda jema tessuvà: Dieci giorni penitenziali.
 Atanaï, atanaï: Buon Dio: dall’ebraico: Adonai.
 Azzicaromme: Commemorazione.
 Badanai: Interiezione: dall’ebraico Badonai, perdio!
 Baragaìmme: Andare a Baragaìmm: andarsene all’altro mondo.
 Baruccabbà: Baruch-abba: Benvenuto.
 Bèdene: Due.
 Bèdene-vaghèzzi: Due e mezzo.
 Beferìmme: Un paolo, mezza lira.
 Boccanéra: Schioppo, fucile.
 Cacàmme: Dall’ebraico haham: dotto, sapiente. Il rabbino maggiore.
 Caccadià caccadià: Meditazione, preghiera.
 Cachèmme: Chiacchierone, millantatore.
 Calamisvà: Trasporto funebre, mortorio.
 Callà: La promessa sposa.
 Cascerro-a: Puro, bello, integro.
 Caurimmi: Tomba.
 Càzzemod: Ripieno del pollo, interiori.
 Chènne: Sì.
 Chipur, Chipurimme: Digiuno della festa del Kipur.
 Chiùso: Cristiano. Chiuso: perchè non circonciso.
 Ciavàrro (È): Non è maturo e dicesi di frutto o d’altro.
 Colaìmme: Da kolaim: morbo, infermità: gonorrea.
 Cristianìa: Cristiani in genere. Allorchè noi si andava nel ghètto, ci dicevano:
 Ecco la Cristiania!
 Cugnàtemo: Mio cognato; Cugnàteto: tuo cognato, ecc.
 Dainà: Natura.
 Debire: Tabernacolo.
 De-monà: Scelti, educati, di garbo.
 Devarimme: Bugia.
 Fràte-i: Fratello, fratelli.
 Fràtemo-eto: Mio fratello, tuo fratello.
 Fijemo-eto: Mio figlio; fijeto: tuo figlio.
 Gannavìmme: Ladro.
 Gazzìmme (A): Fare parti eguali, dividersi il guadagno, ecc. Tanto a testa.
 Ghèrca: Ricavato della vendita di stoffe fuori uso.
 Ghìmene: Tre: dall’ebraico Ghìmel.
 Ghìmene-vaghèzzi. Tre e mezzo: Ghìmel va-chezî.
 Ghinìmmi: Pidocchi.
 Gnóra-e (La o Lo). Lo gnóre, la gnóra: il signore, la signora.
 Goi: Cristiani.
 Iacodimmi: Ebrei, che si chiamano anche Bacurri, Sciabbadai.
 Iciagnà: Cesare.
 Ingainà’-ate: Guardare; guardate; osservate.
 Ingannavià: Rubare.
 Ingavuscìmme: Prigione.
 Inghiverìmme: Isdraelita.
 Jod bedoddi: Guardie e soldati in genere.
 Iom: Giorno.
 Lammèdde (Fa): Sta zitto, fa silenzio.
 Machêlle: Micco, sciocco, merlo, ecc.
 Macòmme: Cesso.
 Madétt’a ddio: Maledetto, ecc.
 Màdrèma-èta: Mia madre, tua madre.
 Malàcche: Buono.
 Malachìmme: Buon Dio.
 Malòri e malagùri: Imprecazioni.
 Marolìmme: Oggetto fuori d’uso, fuori moda.
 Mengòti: Soldi, quattrini.
 Monghêdde: Scontento, permaloso, ecc.
 Mónghi: Strónzi.
 Mònna: Madonna, signora.
 Mònna Callà so’ ffatti li bbottoni?: Sora spósa, so’ fatti li bbottoni? — si
 diceva per ischerzo alle israelite.
 Mór di vói: Per amore di voi, per amor vostro, ecc.
 Nghiìppi: Debiti.
 Pèsechi (li Santi): La Santa Pasqua.
 Picciurèllo: Pène.
 Pinne, cânne e colaimme: Tre infermità, morbi, malattie veneree.
 Purìmme: Festa religiosa.
 Risciùdde (Fa): Váttene, toglimiti d’innanzi!
 Robbivécchi o Rabbivécchi!: Grido dei cenciaioli isdraeliti.
 Scalandrina: Natura
 Sciabbà: Sabato, festa. Famo sciabbà: famo allegria.
 Sciamanno: Il candido manto che il Rabbino si mette sul capo allorchè legge la
 Bibbia.
 Sciammòddi: Numeri del lotto.
 Sciammlamòr: Libro de’ conti, registro dei debitori.
 Sciattino: Uccisore legale delle bestie da macello per gli israeliti.
 Scimini-vaghézzi: Un centesimo e mèzzo.
 Scìmme-scìmme: Vendere scìmme-scìmme: a vil prezzo.
 Sciofare: Tromba.
 Scioscianìmme: Mammelle.
 Sciurio (Lo): Vino.
 Sefèrimme (Li santi): Angeli celesti.
 Sefro-Attrà-còlice: L’Eterno Padre.
 Sòrèma-èta: Mia sorella, tua sorella.
 Sor-tavàrro: No.
 Tarèffe: Impuro, cattivo, fallace.
 Talèdde: Vedi: Sciamanno.
 Talmúdde: La Bibbia.
 Talmuldurà: Congregazione.
 Tavarimmi: Ciarle.
 Zachìmme: Coltello.
 Zaghènne: Brutta, vecchia, malfatta.
 Zagurri: Quattrini, ma credo anche soldati.
 Zainà: Bagascia.
 Zimmèlli: Azzimèlle, pane àzzimo.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="4">
          <head type="Titolo"> Giuramenti e imprecazioni in ebraico-vernacolo. </head>
          <p>
 Pe’ vvita mia!
 Nun siate vedovo.
 Nun siate ammazzato
 Mor di voi!
 Te sii magagnato lo mazzallo, lo core e lo cervello!
 Che ppozzi fa’ la fine de lo specchio!
 Che ppozzi fa’ la morte de Barucca che ccascò da lo quinto piano! Ammènne.
 Pozzi appiccià’ lo lume!
 Pozzi cascà’ ppe’ li scali co’ le mane in saccoccia!
 Pozzi penà’ e ffà ppenà’: sta’ ccent’anni su’ ’na ssedia e ccammannà’!
 Chi da lo chiuso guarda machèmmi-vo. Lo dicevano incontrando un cristiano; e
 presso a poco significava: Male incolga al primo cristiano che incontro.
 Segno di croce degli israeliti secondo i cristiani: In nome di Baruccabbà,
 sempre pe’ rubbà’; mai pe’ restituì, e ppe’ fregà’ lo cristiano. Ammènne.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="5">
          <head type="Titolo"> Parole latine usate dai Romani. </head>
          <p>
 Abbemus: Abbiamo.
 Abbeterno: Ab eterno.
 Agnusdeo: Reliquia di cera impastata con terra bagnata dal sangue de’ Martiri.
 Alleluia: Aleluja.
 Ammènne: Amen.
 Aspèrgese: Aspèrges.
 Buccolica: Da bocca.
 Capomunni: Caput mundi.
 Crielèisònne: Kyrie eleison.
 Culibusmunni: Culibus mundi: in capo al mondo, lontanissimo.
 Cumquibbo: Cum-quibus, il danaro.
 Dïasilla: Dies-illa.
 Ecce-Homo-a: Dicesi anche è un ecce-oma, parlando di donna.
 Enfitemisi, Infitemise : Enfiteusi.
 Estelocanna: Est-locanda, scritto sui locali d’affittare.
 Este-Este: Dicesi del vino buono: este-este!
 Facche et refacche : Fac et refac: render la pariglia.
 Fiàtte: Fiat.
 Fregante-crimise: Flagrante-crimini.
 Grolia in cerssiddèo: Gloria in excelsis Deo.
 Quo dìchise dìchise: Quel che ho detto ho detto.
 In àrticolo mortis: In articulo mortis.
 In àrtise: In artis.
 In prìmise: In primis.
 Ippisi-fatto: Ipso-facto.
 Jura, de jura: Di diritto: De jure.
 Jeso, Jesusmaria!: Gesù, ecc.
 Libberamus domminè: Libera nos Domine.
 Murtossanno: Ad multos annos.
 Nun piusurtra: Non plus ultra.
 Nunchettinòra: Et nunc et in hora, ecc.
 Nun pòzzumus: Dal famoso Non possumus di Pio IX rimasto celebre.
 Ora-provè: Ora pro eo.
 Ora-promè: Idem.
 Ora-cèrta: Horâ certâ.
 Pandecèlo: Panem de coelo.
 Pèdibbus (A): Ad pedes.
 Perquirato: Perquiratur.
 Pràgase: Plagas.
 Pròsite: Prosit.
 Protoquamquero-a: Proto-quamquam.
 Quonia (Ar): Al Quoniam.
 Santificèta-o: Santificetur, uomo pio.
 Sanatòto: Sana-totum.
 Schizzo-fatto: Ipso facto.
 Seguenzia santi vangèli: Star a digiuno: Sequentia Sancti, ecc.
 Sicutt’era t’in principio nun che ppeggio: Sicut erat in, ecc.
 Sambruto: Ex-abrupto.
 Semprigrazia: Exempli gratia.
 Ùrbise et òrbise: Urbis et Orbis.
 Verbum caro: Il deretano.
 Viampàcise: Ce scappa er viampàcise, vale: ci scappano le busse. Viam pacis.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="6">
          <head type="Titolo"> Francesismi in uso nel nostro Dialetto. </head>
          <p>
 Alò: Allons.
 Ammusà’: Amuser.
 Andriè: Andriènne.
 A-quer-mifó: Comme il faut.
 Argianfettù: L’argent fait tout.
 Bidè: Bidet.
 Bignè: Bignet.
 Bombè: Bombet.
 Bonè: Bonet.
 Burrò: Bureau: ufficio.
 Bordacchè: Brodequins.
 Brolocco; berlocco: Breloque.
 Biggiù: Bijou,
 Buffè: Buffet.
 Carmagnòla: Carmagnole.
 Chènchè: Quinquet: lume a olio.
 Ciappa-e: Chape.
 Commò: Comode.
 Crompan-pà: Comprende pas.
 Cormifò: Comme il faut.
 Corsè: Corset.
 Consumè: Consommé.
 Culì: Culis: sugo passato.
 Decretone: Decroteur: Lustrascarpe.
 Desabbigliè: Deshabillé.
 Diggiunè: Déjeuner.
 Etaggè: Etagère.
 Frufrù: Frou—frou.
 Gargante: Gargantua.
 Gargottara: Gargotte.
 Giaccò: Jagò.
 Gilè: Gilet.
 Gianfutre: Jean foutre.
 Inciarmà’: Charmer.
 Landavo: Landau.
 Mammà: Maman.
 Marcià’: Marcher.
 Mondié!: Mon Dieu de la Franse che de l’Italì vu n’ette pas bbon. Questa frase
 si dice intiera.
 Muère: Amuerre.
 Muntuvare: Montoir.
 Musiù o Munzù: Meusieur.
 Nneppà: N’est-pas?
 Padedù: Pas-de-deux.
 Pappiè: Papier.
 Poncio: Punch.
 Ragù: Ragù.
 Redrè: Retrait.
 Sacchesorètte: Oriuoli d’Isaac Soret.
 Sóffióne: Soufleur.
 Spappiè’: Vedi: Pappiè.
 Sciarmante: Charmant.
 Supprì: Suplis.
 Surtù: Surtout.
 Tamanto: Tant-maint.
 Tettattè: Tête à-tête.
 Tignone: Chignon: Chioma.
 Visavì: Specchio vis-à-vis.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="7">
          <head type="Titolo"> Parole di altre lingue. </head>
          <p>
 Bazzàrro: Bazar.
 Astracàne: Astracan, città della Russia.
 Setaccio: Spagnolo: Sedazo.
 Giannetta: Dal Turco: Ginetta.
 Schina: Tedesco: Skina.
 Ghèghene: Idem: Deretano.
 Snappe: Idem: Acquavite.
 Slòffe: Idem: Letto.
 Inferlicchese: Idem: Busse.
 Vappo: Spagnolo: Guapo.
 Maramao: Maramaldo.
 Nìcchese: Dal tedesco: No.
 Milordo: Dall’inglese.
 Milorderia: Idem.
 Salamelecche: Salam-alaik.
 Tartaifèlle: Dal tedesco: Il diavolo.
 Chifeni: Chifel.
 Gurde: Dal Tedesco: Gulden, fiorino. Da noi scudo.
 Trincà’: Dal tedesco: bere. Trinchesvàine.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="8">
          <head type="Titolo"> Motteggi di nomi di strade, piazze, palazzi </head>
          <p>
 e di alcune cibarie ed altro.
 Funtan-te-crèpi: Fontana di Trevi.
 Santa Maria nun campi’n’ora: (?)
 Piazza Stròzzete: Piazza Strozzi.
 Santa Lucia in Sérci (in faccia a la salita): Ci si aggiunge quell’"in faccia" a
 bella posta.
 Piazza Me-ne-frego-tanti: Piazza Manfredo Fanti.
 Via dell’Anima (defôra ar caffè cce so’ le ssedie): Quel defóra vuol significare
 che ti esca l’anima di fuori.
 Via de Testa spaccatte: Di Testa spaccata.
 Piazza Marco Pépe: invece di Guglielmo Pepe.
 Palazzo Tallónghi: Tanlóngo.
 Palazzo Stròzzete: Strozzi.
 Oro passato p’er Pellegrino: Oro falso.
 Ojo svizzero, de Lucérna: Olio da ardere; per ironia.
 Vino de Pisciano: Vinaccio.
 Vino de le vigne d’Acquacetósa: Vinello acidulo, aspro.
 Scarica-tràppole: Cacio pecorino.
 Concertino de la pedacchia: Cruyère.
 La sora Checca a ppanza per aria: Gallina lessa o arrosto.
 Er merluzzo co’ li ggendarmi: Baccalà con le patate.
 Le ranocchie co’ la giacca: Fritte all’olio con la pastella.
 Le patate in gran tenuta: Lesse con tutta la buccia.
 Er salame a spìnte: A spinte: affettato grossolanamente.
 Li tre régni de la natura: Minestra di lenti.
 Li sordati in galitta: Minestra come sopra.
 Li ceci ar trotto: Poco cotti.
 La minestra co’ la ritirata: Minestra di lardo.
 La minestra cor sartarello: Idem.
 La minestra a ttamburo battente: Idem.
 Una fraccassata (in de le coste): Una fricassea.
 Pollo a la sônatóra: Cantone di pane bruscato con sopra olio ed aglio.
 Pollo de galèra: Pane condito con acqua, olio, aceto, sale, con alici od altro
 pesce.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="9">
          <head type="Titolo"> Di Persone. </head>
          <p>
 Esse de casa Strozzi: Fare lo strozzino.
 " de Bassanèllo: Di bassa taglia.
 " de razza Schiavetti: Come sopra. I piccoli cavalli sono detti Schiavetti.
 " o Armà’ Treppigne e ’na tenaja: Essere spilorcio o avaro.
 " de casa Tiratèlli: Come sopra.
 " de casa Frappija: Pigliar sempre e mai donare.
 " Sbafatore: Vivere a lo scrocco, scroccone.
 " de razza Costaguti: Dicesi di cavallo o di donna che per la magrezza mostri le
 coste.
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="10">
          <head type="Titolo"> Dei Venditori Girovaghi. </head>
          <p>
 "Giù-’n-cantina ar fresco!": Voce del Giuncataio: Giuncatiua fresca.
 "L’ammazzo io! l’ammazzo io!": del Caciaio: La marzolina! ecc.
 "L’assel’annà’! L’assel’annà’!": del Mosciarellaio: Mosciarellà’!
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="11">
          <head type="Titolo"> Aggiunte alla Medicina popolare. </head>
          <p>
 Al rimedio n.\Cap\ 4, La cura de d’occhi aggiungere:
 "Pe’ gguarì’ qualunque male a ll’occhi, fa ppuro bbene a sciacquàsseli in de la
 tinozza indove li ferrari cé smòrzeno er ferro infôcato, oppuramente in de la
 tinozza indove li callarari cé sciacqueno li rami".
 Al rimedio N. 14 aggiungere
 "Pe’ preservasse dar male de le Moroide, ortre ar portasse in saccoccia una
 castagna porcina, fa ppuro bene a pportàccese un po’ ddé ceralacca o anche una
 cipolla".
</p>
        </div>
        <div type="SottoCapitolo" n="12">
          <head type="Titolo"> Aggiunte agli Usi, costumi, ecc. </head>
          <p>
 Al N. 93, La mano, ecc., aggiungere:
 "Quele pèllétte ciuche ciuche, che ccerte vorte cé créscheno intorno all’orlo de
 ll’ogna de le deta, so’ ttutte bbucìe che ddimo: a ’gni bbucìa che ddimo ce ne
 spunta una".
 Al N. 137, La bbenedizione de le bbestie a Sant’Antonio, aggiungere la seguente
 nota:
 "Ora essendo stata ridotta ad ospedale la chiesa di Sant’Antonio all’Esquilino,
 la stessa festa, ridotta a più modeste proporzioni, da parecchi anni si
 solennizza nella chiesa di Sant’Eusebio in piazza Vittorio Emanuele".
 Al N. 205, Quello che ssé magna in certe aricorenzie:
 "Er giorno dé San Filippo Neri, che vviè’ a li 26 de maggio, a ppranzo, sé
 màgneno le fravole".
 "In ottobbere poi, come v’ho ddetto, maccaroni e ppolli a ttutto spiano. Anzi la
 ggente moscétta che nun poteva comprà’ li polli, pe’ ffa’ crede’ ar vicinato che
 in certe aricorenzie a ccasa dé loro li polli sé spregaveno, annàveno dar
 pollarolo a ccomprà’ le penne e ppoi le sparpàjaveno fôra de la porta dé casa".
</p>
        </div>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>