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		<titleStmt>
<title>Galateo della borghesia</title>
<author>Ermilia Nevers</author>
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	<resp>marcatura a cura di</resp>
	<name>dott. ssa Mariagiovanna Rapisarda</name>
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<distributor>Accademia della Crusca</distributor>
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 <p>Available for academic research purposes only.</p>
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  <author>Emilia Nevers</author>
  	<title>Galateo della borghesia</title>
  	<imprint>
  		<pubPlace>presso l'Ufficio del Giornale delle donne</pubPlace>
  	 	<publisher>Torino</publisher>
   	<date when="1883">1883</date>
  </imprint>
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<p>Codifica secondo le norme del progetto PRIN </p>
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	<label>XML Copy Editor</label>
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<p>PRIN 2012 – Accademia della crusca</p>
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        <category>
            <catDesc>paraletteratura-galateo</catDesc>
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<change when="2017-05-11" who="UniCT">Prima versione del file</change>
<change when="2018-10-23" who="UniCT">Versione 2 modificata per adeguare a schema TEI</change>
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<div n="FRONTESPIZIO">
<p><hi rend="italic">BIBLIOTECA DELLE SIGNORE
EMILIA NEVERS</hi>
<hi rend="bold">GALATEO DELLA BORGHESIA</hi>
NORME PER TRATTAR BENE</p>
</div>
<div n="COLOPHON">
<p>120<hi rend="italic">TORINO</hi>
PRESSO L'UFFICIO DEL <hi rend="italic">GIORNALE DELLE DONNE</hi>
Via Po, N.1, Piano Terzo
(<hi rend="italic">Angolo di Piazza Castello</hi>)
1883.</p>
<pb/>
</div>
<div n="RETROFRONTESPIZIO">
<p>PROPRIETÀ LETTERARIA
È assolutamente vietala la ripruduzione anche parziale della materia contenuta
nel presente volume. Contro chi ne facesse riproduzione o plagio saranno fatti
valere i diritti concessi  dalle vigenti leggi sulla proprietà letteraria.
Torino, Tip. e Lit. Camilla e Bertolero,via Ospedale,18.</p>
<pb n="1"/>
</div>
<div n="PREFAZIONE">
<head>DUE PAROLE ALLE LETTRICI</head> 
<p>Un esordio? No, care signore, rassicuratevi. Non sarà 
un esordio: la moda condanna oggi le dissertazioni filosofiche
a schiarimento od a difesa dei Iibri e non voglio contravvenir 
ai suoi decreti.
Mi limiterò fedelmente alle due parole promesse in testa 
della pagina; due parole, con cui vi dirò alla spiccia qual 
fosse il mio concetto nel raccogliere questi appunti.
Ci perderà forse la retorica... ma ci guadagnerete voi.
Ho parlato di appunti: ecco infatti il mio progetto:
Intendo di far degli appunti sul maggior numero dei 
casi che si presentano nelle relazioni sociali, e ciò allo 
scopo di definire chiaramente da qual parte stiano la cortesia
e la creanza.
I galatei antichi e moderni da me letti, compulsati e 
meditati, cominciando da quelli che alle passate 
generazioni insegnavano il modo di figurar alla tavola dei grandi 
o d'inchinarsi alla dama, fino ai più recenti, in cui si 
citano le abitudini dell'<foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">high-life</foreign> parigina, mi è sembrato 
che peccassero un pochino di <hi rend="italic">esclusivismo</hi>, che si rivolgessero, 
cioè, troppo singolarmente alle classi superiori, 
sdegnando di occuparsi di quel ceto, il quale, oggi, 
predomina per numero ed importanza, voglio dir la borghesia.
<hi rend="italic">Galateo della borghesia</hi>. -1.
<pb n="2"/>
Borghesia! una parola un po'indeterminata e, quel ch'è 
peggio, forastiera: ma non ne trovo altra che risponda al
mio concetto.
Se mi si chiedesse poi che cosa sia il borghese, risponderei
che, secondo me, il borghese comincia dal principale 
di bottega per finire al finanziere milionario.
Ora, questa categoria di persone, a cui il cresciuto censo 
e la maggior coltura permette maggior estensione nei suoi 
rapporti sociali, non è solitamente contemplata che nella 
sua parte più <hi rend="italic">alta</hi>, se non più eletta, in quella parte che 
ne è l'aristocrazia.
Mi sembrerebbe opportuno invece additar a tutti come 
si possa mettter d'accordo tradizioni vecchie ed abitudini 
nuove, come si possa esser cortesi insieme e dignitosi, senza 
incorrere taccia di vanagloria.....
Mi sembrerebbe... Questo condizionale dimostri che non 
ho la pretesa di sciogliere la questione.
Conosco le difficoltà dell'assunto e la mia pochezza 
sarò paga quindi se avrò potuto accennare alle norme più 
utili, attirar l'attenzione su certi punti, in cui talvolta gli 
ingenui cadono in errore,promuovere certe migliorie,
aiutare le persone di buona volontà a distinguere la dignità 
dall'albagia, la vera cortesia dall'affettazione, il vero 
merito dalla prosopopea; in una parola, care lettrici, sarò 
paga se mi riuscirà di esservi un <hi rend="italic">pochino</hi> utile e di non 
annoiarvi di <hi rend="italic">soverchio:</hi> due assunti che non stanno molto 
bene insieme, lo so, ma che, chi sa? mercè molto studio 
da parte mia, e molta, moltissima indulgenza da parte 
vostra, forse mi riescirà di condurre a buon fine.</p>
<pb n="3"/>
</div>
<div n="LIBRO I">
<head>IN FAMIGLIA</head>
<div n="CAPITOLO I.">
<head>La casa.</head>
<p>Nell'iniziare le mie note non ho nessuna esitanza.
La prima immagine che mi si affaccia, l'immagine che 
per me rappresenta la società e la felicità, è quella della 
famiglia e quindi, quella della casa, centro e vita della 
famiglia stessa.
Qui taluno potrà farmi un'obbiezione. Che c'entra veramente
la casa col galateo? E non è in famiglia che si può 
dipartirsi dalle norme cerimoniose necessarie nei salotti e 
vivere in libertà?
Ahimè! È pregiudizio comune questo, che la creanza si 
debba prender nell'uscire, come il cappello ed il bastone 
e riporre nell'anticamera al ritorno, e per quanto sia falso, 
anzi perchè falso, è pregiudizio accreditato e messo in 
pratica.
Ma non è punto così, e quella creanza che consiste nel 
far di cappello a chi s'incontra e nell'esser poi quotidianamente 
inurbani, è creanza fittizia, vernice che si 
scrosta, maschera che a lungo andare cade da sè, poichè 
la <hi rend="italic">vera</hi> creanza deriva dal cuore, deriva dalla fede nelle 
cose belle e grandi e quindi la si porta dappertutto con 
sè, si adopera per tutti e costantemente. L'infima delle 
creature può possederla; - l'hanno i poveri montanari 
sulle loro Alpi, i selvaggi nei loro deserti, e la casa è il 
luogo dove può e deve spiccare maggiormente.
<pb n="4"/>
Questo genere però di creanza, d'innata cortesia, è quello
di cui ora si nota più che in altri tempi forse, il difetto
nei giovani, troppo avidi di indipendenza, troppo convinti 
d'esser al disopra dei loro maggiori, perchè confondono l'istruzione 
con l'educazione.
Certamente la garbatezza in casa - sebbene più vera -
è meno difficile da impararsi di quella che conviene 
usare fra la gente; quindi alle lezioni del cuore bisogna 
aggiungere quelle della società; ma si persuadano bene i
giovani che senza uso di mondo si può esser garbati e 
pssar per tali... mentre senza vera cortesia non riuscirà 
possibile far sempre ed in ogni luogo la figura di persona
ammodo, e verranno molte occasioni in cui l'abituale
sgarbatezza si tradirà improvvisamente.
Ma è ora di chiudere la digressione. Resti stabilito che
la creanza è doppia - che la parte più vera, più 
squisitadi essa è quella che deve rivelarsi in famiglia, e che
quindi io non erro cominciando i miei appunti dalla casa.
La casa dà in certo modo a chi v'entri i primi ragguagli 
su quelli che l'abitano: è il termometro che segna le 
consuetudinied il grado di coltura e civiltà della famiglia 
cui essa appartiene - in guisa che si potrebbe giustamente
sostituir al noto proverbio: Dimmi chi pratichi e 
ti dirò chi sei, il proverbio: Dimmi come alloggi e ti 
dirò chi sei.
Serve specialmente a rivelare l'indole delle donne che 
ne fanno il loro abituale soggiorno, e nelle pareti, nei 
mobili, negli ornamenti, in tutto, reca scritte le qualità della
signora di casa, o ne tradisce i difetti, palesa la sua 
pazienza, la sua attività, il suo amore dell'ordine, come lascia 
scorgere tosto la sua mancanza di buon gusto e di cura.
Nè con ciò voglio dire che si debba ricercare lo sfarzo.
So che non a tutti è dato abitar un palazzo ed aver mobili
artistici.Intendo di constatare che il modo con cui le
stanze sono disposte e rigovernate indica le qualità di chi 
le abita, permette di indovinare se si tratta di famiglia per 
bene o di famiglia disordinata.
<pb n="5"/>
L'arte di abbellir la casa, l'<foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">home,</foreign> era una volta un po' 
trascurata da noi, bisogna convenirne: la lasciavamo ai tedeschi,
agli inglesi, col pretesto che il nostro bel cielo ci 
invitava fuori all'aperto, che per noi la casa non era un 
soggiorno, ma un ricovero, e che bisognava abbandonare 
alle genti del Nord, afflitte da nebbie e geli, la cura di ornare
la propria prigione. Questo pregiudizio non esiste più.
Dobbiamo confessare che, anche da noi, il gennaio si fa 
sentire, e che è più aggradevole lavorare al tepore d'una 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">parisiennne</foreign> che inchiodarsi, ben imbaccuccati, davanti ad 
un camino che fuma - più aggradevole aver sotto i piedi 
un impiantito di legno che dei mattoni agghiacciati -
riposare su poltroncine soffici che rimaner duri duri sopra 
dei sedili a spalliera dritta, buoni pei nostri antenati 
vestitid'acciaio.
A poco a poco,anche da noi, italiani, l'antico casone 
semi-vuoto, con gli affreschi anneriti dal tempo, col suolo 
umido, le porte mal chiuse, ha ceduto il posto alle linde e 
ridenti casine moderne (che Dio volesse la speculazione 
rendesse meno anguste), alle casine dove chi non può pretendere 
a sfarzo principesco trova però una certa eleganza 
e tutti quegli agi che son necessari a chi fatica col pensiero,
come accade a tanti oggidì.
Il primo precetto perchè un'abitazione riesca gradita a 
tutti quei di casa ed ai visitatori, si è che sia arredata, non 
con ricchezza, ma con buon senso e con un certo buon gusto.
Spesso la pretesa ed il soverchio sfarzo nuociono alla comodità,
anzichè accrescerla.
Un ricco salotto, per esempio, dove non si entri che per 
due ore alla settimana, ed una sala da pranzo buia ed angusta 
sono contrarii alla buona disposizione d'un appartamento.
Nelle casine inglesi ed in molte delle tedesche v'ha una 
stanza speciale che da noi finora non ho veduto che in 
pochi appartamenti; una stanza, detta in Inghilterra 
<foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">parlour,</foreign> ed in Germania <foreign xml:lang="de" ana="forestierismo">Wohnzimmer,</foreign> che non è nè la 
sala delle visite, nè il salottino della signora, ma ha in
<pb n="6"/>
pari tempo qualcosa dell'uno e dell'altro, e serve tanto per 
ricevere gli intimi, come per lavorare, studiare, suonare.
Vi si trovano solitamente una libreria,una scrivania, un 
pianoforte, delle buone poltrone, delle tavole con i giornali, 
<foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">albums,</foreign> libri,scacchieri, scatole di domino; insomma 
quanto può occorrere per passar aggradevolmente le ore 
della sera ed accudir alle occupazioni del giorno.
Non occorre che quel <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">parlour</foreign> sia sfarzoso, basta che sia 
un po' ridente, e quello scopo si raggiungerà, ornandolo di 
qualche bella pianta verde,di qualche ricamo, di qualche 
maiolica artistica. Badisi ad escludere affatto gli ornamenti
volgari, le litografie ed oleografie, i fiori artificiali 
sotto campane di vetro,certi lavori in lane di colori troppo 
vivi, tutto ciò insomma che ha un carattere dozzinale. Il 
<foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">parlour</foreign> sia popolato di ritratti di famiglia, di ricordi; 
abbia qualcosa di raccolto e d'intimo; diventerà così il 
luogo prediletto, il centro della casa.
Non esito a credere che fino ad un certo punto si debbano 
al <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">parlour</foreign> le abitudini più casalinghe degli uomini inglesi 
e tedeschi. L'aver un luogo dove riposare e ciarlare ad agio 
è un conforto che manca ai signori nelle nostre case, dove 
spesso non v'ha scelta tra l'incomodità della sala da pranzo, 
invasa dal canestro del bucato, dai bimbi, e l'etichetta del 
salotto, dove si teme di sciupare i mobili e di rovesciare 
le scansie coperte di gingilli.
Spesso, venuta notte, si presenta in famiglia questo 
quesito:<hi rend="italic">Come passare il tempo?</hi>  
Ciarlare? Ma dopo pranzo, per ciarlare, piace star 
comodamente seduti, e le sale da pranzo alla moda non hanno
poltrone.
Leggere? Ma i libri sono nello studio del marito, in 
fondo alla casa, e non s'ha voglia di andarli a pigliare.
Suonar il pianoforte? Ma il pianoforte è in sala (vestito 
di panno verde per soprappiù) e la sala è una ghiacciaia... 
E così?
E così il marito va al circolo, dove troverà una bella 
sala di lettura tepida, od al caffè, dove c'è un'orchestrina. 
<pb n="7"/>
La moglie sospira, sbadiglia, e si rassegna ad andarsene 
a letto, oppure esce anche lei: va in casa d'altri a cercare 
ciò che non ha in casa sua: una buona poltrona, un buon
fuoco.
Insomma, a farla breve, in molti l'amore alla casa si
confonde con l'idea del lusso ed esclude quella della vera 
comodità.
N'ebbi una prova recentemente da due signore che avevano
mutato alloggio, e mi facevano vedere con certa compiacenza
la nuova abitazione.
L'una mi condusse attraverso ad una bella anticamera, 
una sala da pranzo con mobili di acero e cuoio, una sala 
di noce d'India e damasco azzurro, un gabinetto tutto oro 
e felpa, una stanza da letto di damasco giallo, tutto nuovo 
fiammante e stupendo; ma, in nessun luogo trovai traccia 
di occupazione manuale ed intellettuale, non vidi un cantuccio 
dove lavorare e scrivere, un libro, un foglio di musica: 
sicchè, alla fine, con involontaria ingenuità esclamai:
- Ma dove abitate?
Ella rimase perplessa.
- Ah!... non ho scelto,... non ho deciso... Por ora sto... 
nello stanzone di guardaroba...
Quella signora quindi aveva trasformato il suo appartamento 
in una specie di teatro, dove rappresentava la signora
elegante per poi ritirarsi nelle quinte.
L'altra mia amica aveva posto in non cale l'aurea massima 
di Beniamino Franklin (l'inventore del parafulmine,
il tipografo fatto illustre): <quote>Ogni occupazione abbia la sua 
ora, ogni cosa il suo posto,</quote> ed aveva creduto di 
raggiungere il <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">non plus ultra</foreign> dell'eleganza coll'ammobiliare il 
suo appartamento in modo ibrido, sicchè non vi fossero 
stanze a destinazione speciale.
V'era una fila di <foreign xml:lang="el" ana="forestierismo">pseudo</foreign>-salottini, con tavole, librerie, 
divani da letto, seggiolini e seggioloni,il tutto senza <hi rend="italic">fisionomia,</hi> 
per così dire.
-Ma, e dov'è la sala da pranzo? Dove la camera da 
letto? Dove sta la servitù? Dove vi vestite? chiesi colpita.
<pb n="8"/>
-Quante sale, eh? rispose ella con orgoglio, che bell'
effetto per chi viene in visita! E nello stesso tempo,
vedi, si può mangiare dappertutto, dormir dappertutto; 
il divano della sala da pranzo è per mia sorella, quello 
dell'anticamera per la fantesca....
-E lavarsi? vestirsi?
- Oh! c'è di dietro uno stanzino buio dove stiamo 
mio marito ed io, e c'è da lavarsi....
In buona fede quella signora credeva d'aver fatto bene 
e non s'accorgeva di essere <hi rend="italic">accampata</hi> e non alloggiata.
Ma, direte voi, e quando non c'è spazio davvero? Allora 
sicuramente bisogna adattarsi, cercando però d'evitare 
certi <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">crimenlesi</foreign> contro il buon gusto.
Una sposina di mia conoscenza si trovò, per vari motivi,
a non poter disporre che di un quartierino di quattro 
locali - poca cosa eh? E di questi, uno era la cucina, 
e due erano molto piccoli.Che fece? Prese la stanza più 
grande per stanza da letto, nell'anticamera pose,per la 
fantesca, una di quelle brande di ferro le quali chiuse e 
ricoperte da un tappeto figurano una tavola - poi vi aggiunse 
una cassapanca dove la cuoca riponeva le sue robe, 
un cantonale chiuso per appiccarvi i vestiti, il tutto inverniciato
color rovere, ed un attaccapanni - sembrava 
davvero un'antisala, eppure rispondeva perfettamente all'
uso di stanza. Nel salottino poi, che era ad un tempo 
sala da pranzo, sala e <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">parlour</foreign>, c'era una libreria in cui 
alloggiavano fraternamente, in un riparto i libri, nell'altro 
il servizio di porcellana per tavola - un pianoforte, 
una gran tavola per pranzare, un tavolino da lavoro, una 
scrivania, tende di <hi rend="italic">yuta</hi> scuro, tappeti a disegno antico, 
piante verdi, specchio a cornice di velluto assortito alle 
tende, porta-musica ricamato, qualche scansia, qualche 
seggiola di fantasia, ed ecco che la mia amica aveva una 
sala presentabile ed in pari tempo un luogo comodo da
abitare.
Mi riassumo: <hi rend="italic">potendolo</hi> si eviti sempre di mettere cassettoni,
armadi e letti in anticamera: <hi rend="italic">potendo</hi>, si
<pb n="9"/>
cerchi di dissimularli, grazie all' inventiva dell'industria 
moderna. Si tenga a mente che, come disposizione, possibilmente,
dall'antisala si deve passar nei salotti, dove si 
mettono <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">canapè</foreign>, poltrone, seggiole, pianoforti, scansie, 
mobili di capriccio, poi nelle camere da dormire che esigono 
oltre al letto, un cassettone, un tavolo da notte, un armadio 
con specchio, un <hi rend="italic">lavabo</hi>; la sala da pranzo 
non deve essere dietro alle camere da letto, ma vicino ai salotti
od all'antisala e non vi si deve mettere che una dozzina 
o più di seggiole di rovere,od acero e cuoio, una 
o due credenze, la tavola da pranzo, e, se mai, uno o due <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">canapè</foreign>,
di quelli a forma diritta come panchini ricoperti di 
velluto: le tinte preferite sono il bruno o il verde scuro.
Generalmente avendo bimbi piccoli, convien tenerli in 
uno stanzone a suolo di legno e pochi mobili sicchè siano 
liberi di giuocare a loro agio.
Ciò che si deve poi tenere per norma si è di non far 
sotto nessun pretesto una <hi rend="italic">babilonia</hi> del <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">parlour</foreign> o della sala 
da pranzo.Ognuno si vesta in camera propria; mangi ad 
ora fissa e su tavola appositamente apparecchiata, e se la 
signora si occupa di certi lavori molto casalinghi, non li 
trasporti seco, ma si trattenga in guardaroba od in cucina.
Conosco una famiglia di cui, all'inverno, la sala da pranzo 
sembrava un attendamento di zingari. Stavano lì raccolti in 
otto o dieci persone a far le cose più diverse e le più strambe.
La figlia maggiore vi si pettinava,mettendo in fraterno 
contatto l'accappatoio coi tovaglioli ed il pettine con le 
forchette; il figlio vi si faceva la barba; i bimbi studiavano 
o giuocavano; la mamma e la cameriera vi sciorinavano
il bucato, cosicchè non era possibile sedere senza 
correre pericolo di cadere sull'acqua insaponata o sulla 
biancheria umida, o - peggio - su qualche rasoio. Nè 
il disordine regnava solo negli oggetti. L'era una torre 
di Babele: l'uno studiava la lezione; l'altro suonava il 
pianoforte; l a mamma faceva la predica or a questo or 
a quello dei ragazzi, i canarini strillavano, ed il papagallo 
motteggiava tutti quanti....
<pb n="10"/>
Era cosa da inorridire e bastava mettere il piede là 
dentro per accorgersi di essere da persone - forse ottime
 - ma certamente digiune di ogni norma di creanza 
e di ogni finezza.
Una casa per bene deve essere sempre linda e ben rigovernata, 
ed anche dove si lavora e si studia, bisogna 
industriarsi a mantenere l'ordine, il che non riesce difficile 
purchè si assegni ad ognuno il suo posticino, ed 
ognuno si tenga il suo <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">buvard</foreign>, il suo calamaio, la sua 
cartella per riporre i libri, il suo canestrino da lavoro coll'
aggiunta d'un gran canestro per gli oggetti di biancheria,
infine un armadio dove riporre i balocchi dei bimbi.
Allora, chi entrerà non capiterà in una baraonda; troverà 
sempre una seggiola libera e leggerà sul viso di tutti 
un sorriso sincero di cortesia e non uno sgomento di gente 
sorpresa in flagrante delitto di disordine. E sebbene costi, 
un po' di fatica, io concedo, il mantenere quella regola, 
è fatica grata, poichè ha il suo premio, e nelle buone abitudini 
che i ragazzi prendono senza sforzo - grazie all'
esempio - e nella schietta ammirazione dei visitatori, 
e nella contentezza del marito, il quale - ecco il punto 
capitale - si trova bene, così bene a casa sua che non ha 
mai voglia d'uscirne, che finisce spesso col rinunziare al 
caffè, al teatro, al circolo, per godersi l'intimità e gli 
agi del domestico focolare.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO II.">
<head>La famiglia ed i suoi tipi ideali.</head>
<p>La famiglia come <hi rend="italic">dovrebbe essere</hi> - se si osservasse 
maggiormente il galateo anche nell'intimità - e la famiglia 
come spesso invece si osserva, ecco quel che studieremo
ora, se non vi spiace.
La famiglia ha tutti i suoi tipi distintamente segnati,
come un romanzo della scuola <hi rend="italic">romantica:</hi>
<pb n="11"/>
L'avo - cioè la saviezza.
L'ava - cioè la bontà e l'esperienza.
Il padre - cioè l'autorità e l'appoggio.
La madre - cioè la massaia, la guida, l'anima stessa 
della casa.
La figlia - cioè l'aiuto, il conforto, la seconda giovinezza.
Il figlio - cioè il moto, la vita e la speranza.
Il bimbo - cioè il sorriso, la luce.
La zia zitella - cioè l'amica, la confidente, la Provvidenza
di tutti.
Ecco i tipi <hi rend="italic">ideali</hi> - in realtà invece succede spesso
che questi tipi - ammirati dagli estranei che non li vedono 
che in <hi rend="italic">rappresentanza ufficiale</hi>, diventino:
Padri e bimbi - i tiranni.
L'ava - il pessimismo e la esagerata severità.
La madre - una massaia che condanna ogni cosa fuor 
della cerchia del bucato e delle ramnmende.
La figlia - il capriccio.
I figli - la ribellione.
La zia zitella - l'acrimonia.
E ciò, sempre in virtù di quell'idea erronea per cui 
molti trovano legittimo il mostrarsi esigenti e sgarbati 
a casa propria, e considerando la civiltà come una maschera,
rifiutano la soggezione del rimanere mascherati 
tutto il giorno.
È l'assenza di civiltà che produce quei cambiamenti a 
vista, per cui una donnina gentile e sentimentale, si trasmuta 
in una megera ed un uomo gioviale e faceto, 
diventa un <hi rend="italic">Sior Todero Brontolon</hi> del Goldoni. La civiltà 
(non parlo di sussiego, ben inteso), è all'affetto ciò che 
la fragranza, è al fiore: lo aggentilisce, lo poetizza.
Ma per esprimere meglio il mio concetto, torniamo al 
raffronto dei tipi - cominciando dall'ava.
Le persone da cui si è meno in diritto di pretendere 
riguardi e creanza, sono senza dubbio i vecchi. Se però ai 
giovani si deve inculcare la doverosa necessità di sopportare
<pb n="12"/>
i difetti della gente attempata, ciò non toglie che 
convenga consigliar ai vecchi, nel loro stesso vantaggio, 
di non abusar dei privilegi della loro età.
Madama di Sévigné - l'arguta marchesa di cui l'epistolario 
è rimasto un modello - dice che si pretende a torto 
dover la gioventù porre grande studio nel rendersi amabile; 
la gioventù è amabile per se stessa; gli è la triste 
e disadorna vecchiaia - assevera lei - che ha bisogno 
di arte per rendersi gradita. A tutta prima quest'assioma 
sembra un po' duro: ma è giusto: se non per esser rispettato, 
certo il vecchio ha bisogno di molta garbatezza 
e bontà per essere ben accetto, se non ai suoi, almeno agli 
estranei.
L'<hi rend="italic">avo modello</hi> è pulito, sereno; esige poco, si alza per 
tempo, ma senza disturbare alcuno, passeggia, leggiucchia, 
pensa molto; sta solo volentieri; lascia i giovani ai loro 
affari ed ai loro svaghi; nelle ampie tasche tien delle chicche 
pei piccini. Se si viene a tenergli compagnia ne è 
grato, racconta - ma con misura e richiestone - delle 
storie del suo passato: ascolta anche gli altri e non li 
contraddice, nemmeno se le idee muove sono in opposizione 
alle sue. Sa che ogni tempo ha le sue specialità e le sue 
utopie. Tutt'al più, dirà, col sorriso tra benevolo e ironico 
del filosofo: che guazzabuglio è il cuore umano!
L'<hi rend="italic">avo... reale</hi> invece si desta alle cinque brontolando 
e pestando e svegliando tutti - trova ogni cosa pessima, 
iI latte, il caffè, il pane; dà una lavata di testa alla moglie, 
alla figlia, al genero, ai nipoti, al cuoco. Non esce quasi 
mai e non vuol che gli altri escano, si stabilisce nel salotto 
e tutti devono star fermi e zitti. Se s'avvede che, 
chi con una scusa, chi con l'altra cerchi di svignarsela, li 
richiama; grida, tempesta: che cuore!abbandonare un povero 
vecchio!... Poi sbadiglia, sbuffa, si lamenta della noia; 
se gli si offre di giuocare, risponde: Che! giuocar di giorno! 
Non sono un vizioso io; se gli si propone di fargli la 
lettura: Eh! i libri d'oggi non fanno per me! Che mondaccio!..... 
E dà a maledir la vita, a parlar male della
<pb n="13"/>
gente, a dichiarare che tutto è menzogna, che non val la 
pena di venir al mondo. Nel dir queste cose consolanti, si 
riempie il naso, la barba (che ha lunghissima e ispida), 
lo sparato della camicia, le mani, di tabacco; ne manda 
negli occhi dei vicini. Se capitano visite, fa predicozzi
anche a quelle. A tavola mangia con le mani, piglia il cibo 
sul piatto comune con la propria forchetta o vi ripone i 
bocconi che gli avanzano; insomma si diporta come un 
bimbo, col peggiorativo che non lo si può correggere.
La nonna - ah! qui il tipo <hi rend="italic">ideale</hi> sarà, se permettete
 - un ricordo.
La <hi rend="italic">nonna ideale</hi> ha una cameretta per sè, poichè i vecchi 
hanno bisogno di quiete; ma è un asilo - non una prigione.
Quella cameretta è tutta popolata di ricordi d'ogni genere 
 - si vedono insieme sull'antico canterano tutto oro,
che rammenta l'impero, i dagherrotipi dei bisavoli e le 
 dei nipotini, i bei ricami delle figliuole, ed i primi fotografie
tentativi delle bimbe, e tanti gingilli, tante cosine care che 
danno alla camera della nonna I'aspetto d'un museo, senza 
che perciò appaia meno ridente. E come è linda! Ella stessa,
ogni mattina, aiuta a rigovernarla e toglie con amore ogni 
granello di polvere da quelle sue reliquie. Tutti in quella 
camera si trovano bene e non c'è bisogno di spingerveli.
 - Lasciaci andare dalla nonna, balbettano i bimbi.
 - Vo a lavorare colla nonna, dicono le ragazze.
 - Mostro i punti della scuola alla nonna! gridano i 
maschi al ritorno.
E la nonna li accoglie tutti con lo stesso amore.
Fin dalle nove della mattina è seduta sul suo seggiolone, 
con davanti l'oriuolo, con gli occhiali sul naso, vestita
di tutto punto. È ancora dritta e snella come una 
giovine, la nonna, e par sempre che vada ad una festa a 
vederla attillata nel suo vestito di seta nera, col goletto 
ed i polsini di neve e la bella cuffia di trine a nastri, annodata
sotto al mento.
Lavora senza posa, con passione, e provvede di calze
tutta la famiglia, dalle grosse calze di lana del nipote
<pb n="14"/>
vontario, alle finissime calzine dei bimbi. Alla domenica
legge.
Tutti quelli che vengono a vederla sono i benvenuti, 
ed essa sa stare con ognuno. Non cerca di stendere su 
chi l'avvicina l'ombra fredda della sua tarda età; non 
vuol che altri sia vecchio e sfiduciato con lei, ma invece 
rivive lei coi piccini e coi giovani. Al bimbo, racconta 
storie e spesso fatti di cui è stata testimone, parla dell'
epopea dell'impero che l'ha appassionata, ricordando, in 
mezzo al circolo dei ragazzi accesi di meraviglia, le strofe 
di Béranger:</p> 
<quote>
<lg>
<l><foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Il avait petit chapeau</foreign></l>
<l><foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Avec redingote grise,</foreign></l>
<l><foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Il me dit: Bon jour,ma chère.</foreign></l>
<l><foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo"> - Il vous a parIé, grand-mère!</foreign></l>
<l><foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Il vous a parlé!</foreign></l>
</lg>
</quote>
<p>Ascolta le confidenze delle ragazze, e quando qualcuna 
di esse si fa sposa e si perita a parlargliene, l'incoraggia,
mormorando con tenerezza commossa: Oh! so che cos'è! 
Mi ricordo! Anche il nonno ed io, cinquant'anni fa, ci 
volevamo bene così! (Il nonno è morto giovane).
Essa fa cuore alle sue figlie, le esorta alla pazienza, alla 
bontà, ma senza prediche, con la dolcezza indulgente di 
chi ha vissuto e sofferto molto, senza perdere la fede in 
Dio e l'amore al prossimo. Insomma, è la guida, la pace, 
la benedizione della casa....
La <hi rend="italic">nonna reale</hi> è il <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">fac-simile</foreign> del nonno che ho già dipinto.
Il <hi rend="italic">babbo ideale</hi> è un uomo serio che di certi particolari 
non ha tempo d'occuparsi, ma trova però sempre due
o tre ore pei suoi, e fra questi si trasmuta, appare sereno 
e contento, gode delle innocenti monellerie dei figli 
piccini, dei progressi di quelli che vanno a scuola, della
 grazia soave delle bimbe; rispetta altamente la moglie 
e la lascia padrona in casa. Rimprovera di rado e senza 
violenza, con tristezza più che con sdegno. È il primo a
mostrar tolleranza se c'è qualche piccolo guaio domestico,
<pb n="15"/>
se l'arrosto è bruciato od il budino in <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">purée</foreign>; insegna ai 
figli, con l'esempio, ad essere sobrii, attivi, onesti.
Il <hi rend="italic">babbo reale</hi> invece - qui affronto animosamente l'ira
dei signori uomini - spesso appartiene alla categoria di
quelli cui sembra necessario, per la loro dignità, apparir 
<hi rend="italic">orsi</hi> o <hi rend="italic">tiranni.</hi>
L'<hi rend="italic">orso</hi> vuol apparir un pezzo grosso anche in veste da 
camera e pianelle, e crede che per dimostrar ingegno bisogna 
far un cipiglio da Giove Olimpico, dimenticando
affatto Enrico IV di Francia carponi a far da cavallo ai
suoi piccini, Temistocle ligio ai capriccietti del suo ragazzo, 
e l'arguzia serena dell'illustre Manzoni.
In casa l'<hi rend="italic">orso</hi> non parla che aspramente, trova qualunque 
discorso introdotto dalla famiglia futile o sciocco: 
l'arte? la letteratura? la musica? vita da femminuccie, 
vuote ciancie...
Quegli <hi rend="italic">orsi</hi> chiamano eleganza,caricatura; l'ordine
pregiudizio: fumano in tutte le stanze della casa, lasciando 
la cenere del sigaro dove e vien viene, sul velluto
delle scansie, sulla tavola del salotto: mettono i piedi 
sulle seggiole anche se infangati, disturbano insomma le
povere donne nelle loro abitudini più innocenti e nei loro
gusti più legittimi. Se capita qualche signora, fuggono, 
osservando che le visite sono uggiose, in modo che, a poco
a poco, nessuno più si arrischia a venir in casa loro, dove 
regnano imbronciati sopra le loro donne inebetite. Ma se 
si trovano fuor di casa, oh! come si mostran garbati! 
Come ascoltano le <hi rend="italic">ciancie</hi> delle signore! Come è sfumato 
il loro pessimismo!
I <hi rend="italic">tiranni</hi> invece hanno il ticchio d'immischiarsi di
tutto: mentre gli <hi rend="italic">orsi</hi> fanno i genii, essi fanno le femminuccie: 
si occupano di cucina, di bucato, di rammende;
ordinano i vestiti per la moglie, in barba alla moda, 
rendendo così, il più delle volte, la povera signora, ridicola. 
Si permettono atti e parole inurbane, sapendo però 
tornar compiti cavalieri all'apparir di estranei. Insomma
si pigliano lo spasso di esser scortesi per far abuso d'autorità. 
<pb n="16"/>
Credono così di esser rispettati, ma sbagliano. II 
vero rispetto è figlio della stima.
Nè questi <hi rend="italic">orsi</hi> e questi <hi rend="italic">tiranni</hi> sono insensibili, tutt'altro.
<hi rend="italic">Amano</hi> la famiglia, ma non vogliono ammettere 
che un po' di galateo sta bene anche in casa e che convenga 
reprimer lune e capricci nel proprio come nel salotto altrui.
La <hi rend="italic">madre ideale</hi> è un tipo molto complesso. Dev'essere
in pari tempo l'intelligenza e la bontà, perchè le cure 
dovute ai figli non sono soltanto materiali. In lei l'effezione,
per quanto viva, non dev'esser famigliare:essa deve 
esser la confidente e l'amica dei figli, ma pur sempre rimaner
la madre. Per ciò conviene ch'ella si serbi dignitosa
nel contegno, che eviti più che possibile ogni 
menomo errore, che non mostri mai nè invidia, nè collera. 
Col marito la dolcezza, coi figli una certa serietà 
affettuosa, con la servitù una condotta egualmente lontana 
dall'arroganza e dall'indulgenza, che degenera in 
dabbenaggine - ecco quel che le si chiede. Per ottenere 
che tutti le obbediscano, deve apparir sempre padrona 
di se stessa, sempre giusta. Anche le sue capacità devono 
essere svariate; più che lavori di lusso, convien che sappia 
far un po' di ogni cosa - una calzina, una vesticciuola, 
un dolce: ed in pari tempo convien che non sia 
ignorante, che possa esser la prima maestra dei figli, e 
piú tardi aiutarli un pochino, convien che mercè la modesta 
ma seria coltura sia un soccorso e pei maschi che 
imprendono studi severi e per le bimbe. Ognuno, in lei, 
deve trovar un appoggio, un modello. Il marito nelle sue 
preoccupazioni - i bimbi nello studio - le ragazze nel 
lavoro - la servitù nell'attività. Dev'esser come la stella 
verso cui i naviganti dirigono sempre lo sguardo - una 
guida perenne per tutti..... Allora soltanto - se saprà 
scordar se medesima per gli altri, raggiunger cioè la vera 
grandezza morale, migliorando sè per migliorar altrui, 
predicando il bene - non colle parole - ma con tutta 
l'anima, con tutte le forze, con tutte le ore della vita
<pb n="17"/>
- si potrà dirla veramente ed assolutamente la donna 
che <hi rend="italic">edifica la casa</hi>, la donna onorata della Bibbia. È troppo 
<hi rend="italic">ideale</hi> il tipo?... No - ve ne sono, e molte, di quelle 
madri.
La <hi rend="italic">madre reale</hi> spesso però inceppata dalle pastoie del 
pregiudizio e della grettezza, non raggiunge quella perfezione
ideale.
C'è la madre troppo <hi rend="italic">massaia</hi>, che non capisce altro 
che le cure della casa, ma come scopo, non come mezzo.
È una frenesia. - Non permette alle figliuole di studiare 
o di imparare qualcosa di dilettevole: tutto il giorno, in 
casa sua, si forbisce, si spazza: ma le stanze non sono 
mai in ordine se capita gente; si taglia, si cuce, si stira: 
ma i vestiti non si mettono che due o tre volte l'anno, 
il resto del tempo, ognuno rimane scapigliato, in veste da 
camera con uno strofinaccio in mano. Non s'ha mai agio 
di scambiar due parole in pace, non c'è un cantuccio dove 
ricoverarsi, dove sfuggir al diluvio delle secchie, alla furia 
delle granate, allo strider dei forbicioni, al disordine della 
roba sparsa dappertutto. Il marito, i figli maggiori scappano, 
i piccini si rotolano nell'acqua sudicia, le ragazze,
altrettante cenerentole, sospirano, e la madre sola se ne
tiene, mormorando con superbia: Oh! una massaia come 
me, non è facile trovarla! Che libri, che musica, che disegno! 
O dove c'è il tempo! Bastano appena le ventiquattro 
ore del giorno per la pulizia!
Di rimando, c'è la madre che vuol trasformare le figliuole 
in dame, e permette che la guardino dall'alto in basso perchè 
cincischian un po' di francese e strimpellano un po' 
di pianoforte, e lavora lei, da serva, mentre esse dormono 
fino alle dieci e non fanno che leggere e suonare.
C'è la madre che brontola sempre e crede il malumore 
una virtù.
Quella madre nega alle figlie ogni più onesto trattenimento: 
la loro gaia gioventù, il loro cinguettio da vispe 
lodolette le dà noia: vorrebbe vederle rigide e compassate 
come matrone. Dimentica dei suoi vent'anni, pronunzia
<hi rend="italic">Galateo della Borghesia</hi>. - 2.
<pb n="18"/>
l'allegria una leggerezza, l'innocente desiderio di 
passeggiare, di trovarsi con altri, il bisogno di vita e 
di moto delle ragazze veramente ragazze, cioè schiette, serene, 
una smania di pettegolezzo; secondo lei, non è fanciulla 
per bene che quella che, grave ed immusonita, siede 
da mattina a sera ad a agucchiare, tien sempre gli occhi 
bassi, non parla che se vien interrogata, non ha desideri 
nè idee: insomma, quella che è più mummia che una 
mummia d'Egitto.
Quella madre, negando alle sue ragazze un po' di brio, 
un po' di liberetà, le spinge a desiderare con ardore il 
matrimonio come liberazione, fa nascer in esse la falsa 
idea che le donne maritate abbiano l'esclusivo diritto di
divertirsi, di esser allegre, e così - invece di prepararle
ai loro doveri futuri - le prepara a trasgredirli, dà loro 
un falso concetto della vita di moglie e di madre.
E le madri che persistono a voler rimaner giovani, non
vedendo le prime rughe ed i primi capelli bianchi: che
vanno al ballo scollacciate mentre le loro ragazze, a diecisette 
o dieciotto anni portano ancora vesti corte, e sono 
ancora trattate come gli altri bimbi di casa?
Per fortuna, questo tipo ormai è raro; specialmente nei 
grandi centri non sembra più legittimo che le signore 
mature s'aggirino (penosamente) nel turbine del <foreign xml:lang="de" ana="forestierismo">walzer</foreign>, 
con fiori in testa, facendo della gioventù delle figlie una 
specie di clausura,e da quel tedioso e triste isolamento 
spingendole all'improvviso nella malintesa libertà di qualche 
matrimonio combinato per loro senza consultare 
nè gusti nè simpatie.
Ai nostri tempi, i figli hanno peggiorato un pochino, 
almeno in apparenza, ma i genitori, ed in ispecie le madri, 
sanno intendere assai meglio il loro còmpito e se v'ha 
una menda da notare è quella che si sagrificano troppo.
Chiudiamo la parte della madre con un cenno sopra una 
questione gravissima in tutte le famiglie borghesi: la servitù.
Il modo con cui si tratta è un'altra gran norma per 
ravvisare subito la signora per bene.
<pb n="19"/>
La servitù ormai è diversa da quella d'una volta; non 
si vedon quasi più quei tipi di gente invecchiata in casa 
che ama il servizio ed il padrone. Oggi la servitù <hi rend="italic">passa</hi> 
per le famiglie, quasi senza fermarsi, un po' per I'irrequietudine
che spinge tutti a migliorar il proprio stato, 
un po' perchè i padroni stessi sono più esigenti. È quindi 
impossibile trattar con fiducia delle persone che domani 
forse ci avranno lasciato.
D'altra parte se - <hi rend="italic">filosoficamente</hi> parlando - le 
persone di servizio sono uguali ai padroni, in <hi rend="italic">pratica</hi> la diversità 
di stato esige dei rapporti speciali e prima condizione 
di questi si è che l'uno comandi e l'altro ubbidisca.
In generale,per ottener l'ubbidienza, bisogna con 
la servitiù, come coi ragazzi, non ammettere nè la famigliarità 
nè la discussione. L'ordine va dato con chiarezza 
e con certa autorità: non con arroganza. Il rimprovero 
dev'essere severo, ma breve.Se la persona di servizio si 
riscalda, va richiamata all'ordine con sangue freddo.
La vera superiorità del padrone deve manifestarsi
nella dignità dei modi. Chi scende a triviali ingiurie si
mette - non al livello della persona di servizio - ma al
disotto, perchè insulta chi è più debole di lui. Nulla è 
più volgare e disgustoso che quelle scene in cui la signora 
educata dimentica se stessa, alza la voce, ricorre 
al vocabolario delle erbivendole, esponendosi a ricevere 
insulti della peggior specie. E riesce ancor più disgustoso, 
se l'origine del diverbio è un'ingiusta pretesa od un atto
di tirannide.
Seppur è grave errore trattar la servitù da pari a pari,
è più grave, però, il trattarla con crudeltà, lo scordare 
che sotto il servo c'è l'<hi rend="italic">uomo</hi>, e che se i difetti inerenti 
alla servitù ed il decoro ci vietano di farcene degli amici 
o dei compagini, l'umanità ci vieta di farne delle vittime.
Anche di fronte alla servitù il rispetto si ottiene, non con 
la prepotenza, ma con la <hi rend="italic">stima</hi> ispirata dalla nostra condotta 
e con l'<hi rend="italic">equità</hi>. Le vere dame non si permettono quasi 
mai con le cameriere i capricci di certe persone di poca 
coltura, arricchite per caso.
<pb n="20"/>
Le trattano con dolcezza quasi pietosa, come si trattano 
i deboli ed i fanciulli, e si mostrano indulgenti ai loro difetti 
perchè tengono conto delle circostanze che li hanno 
fatti nascere - e sopratutto non se ne fanno delle compagne.
Una signora per bene, per esempio, invigilerà la cameriera
 - ma non la terrà con sè in stanza a lavorare, rendendola
 così la confidente di tutti i discorsi e di tutti gli 
interessi di famiglia - non uscirà a passeggio con lei -
non la farà desinare alla sua tavola - non le permetterà 
di raccontar ciarle sul conto delle persone che vengono 
per casa. Potrà, se la vede triste, informarsi dei
suoi dispiaceri; non le confiderà i proprii, essendo difficile
che possa ricavarne un conforto,e più probabile che ne
senta uno svantaggio, quella famigliarità facendo scemare 
il rispetto. Taluni vanno a teatro, a far gite e visite con 
le fantesche. È usanza che assolutamente dinota che non 
s'ha uso di mondo. Ciò non è lecito che per bambinaie 
od infermiere. Se per qualche motivo la fantesca vi segue, 
stia a parte. Quando,per caso, una persona di servizio 
fa <hi rend="italic">più</hi> di ciò che si è pattuito, consiglio di premiarnela 
subito; altrimenti, mancando quella persona di delicatezza, 
è facile che se ne faccia un pretesto per esser esigente, 
pigra e scortese.
Légouvé, nel suo aureo libro - <hi rend="italic">Nos fils et nos filles</hi> - 
racconta il caso di una cameriera che, nel tempo della 
guerra, trovatasi con la padrona in esiglio ed in circostanze 
pericolose, la servì con zelo e ne fu trattata come sorella. 
Tornati tempi più tranquilli, la cameriera, sebbene 
sempre onesta e divota, erò accampava molte pretese, 
e ad ogni osservazione, rispondeva con certa amarezza: 
Dopo quel che ho fatto per i miei padroni! La signora, 
per suggerimento del marito, posta nel bivio di mostrarsi 
ingrata o di non esser più padrona in casa propria, scelse 
un mezzo termine, diede alla cameriera il denaro necessario 
per stabilirsi a far la sarta. Siccome tutti non 
hanno il modo di sdebitarsi così lautamente, convien 
sdebitarsi subito, se vi è stato un servizio più faticoso
<pb n="21"/>
del solito; malattie, ospiti, nozze, dando un bel regalo, 
senza dirne chiaramente il motivio, perchè sarebbe indelicato, 
ma con una perifrasi che indichi come quel dono 
sia un supplemento di salario: e siccome il buon cuore 
non si paga, così al dono si aggiungerà qualche parola 
lusinghiera ed affettuosa. Dalla servitù si richieda poi 
qualche civiltà; si abituino a dar il buon giorno e la 
buona notte: non si permetta che fra di loro scendano a 
diverbii villani.
I francesi dicono: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">tel maître, tel valet</foreign>: è giustissimo.
Spesse volte basta veder la fantesca per giudicar della padrona: 
se vi appare in ciabatte, spettinata, discinta, potete 
supporre che serve in una casa dove c'è poco decoro.
La brava massaia, che ha cura d'anime, deve anche sulle 
proprie fantesche esercitar un'influenza moralizzatrice, 
insegnando loro od esser linde, a tenersi ben ravviate, a 
non sciupar la roba propria nè quella dei padroni.
Ma, insomma, codesta padrona di casa deve dunque
badare a tutto ed a tutti? Invigilare le cose le più 
infime e le più importanti, dagli studi severi del figlio, 
dalla sorveglianza così ardua delle ragazze di cui si deve 
scrutar psicologicamente il cuore, scender alle ciabatte 
della cuoca? Senz'altro, care signore, senz'altro!
Nella borghesia in cui, con mezzi relativamente limitati, 
c'è molta coltura e si vive nella buona società, una 
vera madre di famiglia deve possedere le doti le più diverse... 
la pazienza la più infinita. Del resto, credetelo,
molte dame si occupano anch'esse del governo della casa, 
poichè dove non c'è vigilanza, c'è spreco e disordine, e ben
lungi dall'esser un avvilirsi è un onorarsi, è un mostrare
mente superiore, l'attendere alla propria casa; e la donna 
che lo rivela schiettamente, sarà più stimata che quella
che, con una male intesa albagia, voglia farne mistero.
E qui torna opportuno un appunto. Se è contrario alla 
vera finezza il millantarsi quando si è in cospicua condizione, 
è schiettamente ridicolo il millantarsi... quando 
questo non è il caso, il volersi far credere ricchi quando
<pb n="22"/>
non lo si è, il chiamar pomposamente l'unica fantesca <hi rend="italic">la 
mia servitù; la mia villa</hi>, una bicocca; il descriver viaggi 
immaginari,pranzi luculliani, citando cifre esorbitanti..... 
e spesso assurde: l'attribuire le proprie <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toelette</foreign> alle prime 
sarte, e così via.
La <hi rend="italic">zitellona ideale</hi>, sorella o zia. - Se è in casa propria,
col padre ed i fratelli, senza madre deve avere le doti 
della padrona di casa. Se è col fratello e la cognata, od
in casa propria con la madre, non ha altra missione che 
quella di ausiliare. Deve tenersi ugualmente lontana dall'
affettar troppa indipendenza e dal far troppe svenevolezze.
Dopo i trent'anni può uscir sola, vestir come una signora, 
permettersi le letture che più le piacciono (sempre nei 
limiti di ciò che si addice ad una donna). Non faccia la 
libera pensatrice, nè la vittima; non dica di aver rifiutato 
venti partiti principeschi; non declami contro la 
malvagità maschile. Sia <hi rend="italic">semplice</hi> e buona; la bontà sarà 
il suo ornamento, supplirà alla bellezza che spesso le 
manca, alla gioventù che sfuma.In casa non si lamenti 
d'esser inutile e spostata; chi <hi rend="italic">ama</hi> trova sempre un posticino 
ed essa ami i suoi; faccia in modo che a lei si 
volgano gli adulti per consiglio, i piccini per conforto.
Ami, e non si troverà nè inutile, nè sola. Ma si ricordi 
che le tocca una parte <hi rend="italic">secondaria</hi>; si guardi bene dal 
voler contendere alla cognata l'autorità in casa, ed alle 
fresche nipotine la palma della bellezza. Si guardi dall'
acrimonia, dalla maldicenza, e se fra i suoi non trova 
un appoggio nè occupazione,si ricordi che vi sono tanti
che soffrono - bimbi senza madre, e genitori privi dei
figli, e gente senza tetto, senza pane. Adotti per famiglia 
i poveri, oppure consacri il tempo ad utili studi. Imiti 
l'esempio delle inglesi, ed a chi sogghignasse sussurrando: 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">vieille fille</foreign>, risponda che erano <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">vielles filles</foreign> <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Miss</foreign> Florence 
Nightingale che andava sui campi di Crimea a raccoglier
i feriti, <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Miss</foreign> Hill che in Londra faceva fabbricar 
case pei poveri, <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Miss</foreign> Martineau che dettava scritti di 
economia politica, e da noi fu zitellona Maria Gaetana 
Agnesi.
<pb n="23"/>
La <hi rend="italic">zitellona reale</hi> pecca invece spesso per certe debolezze 
che fanno sorridere. Ora vuol far la bimba ed esser 
messa a pari delle sorelline e nipotine, ora vuol che prevalga 
il suo senno. È acrimoniosa, pettegola. S'immischia 
di tutto, critica tutti, essendo però suscettibile a segno 
da piangere per la menoma allusione al suo celibato. Le 
signorine, i bimbi sono le sue vittime - li tiranneggia,
lagnandosene. Non vuol rinunziare a nessuna festa, a 
nessuna gita, a nessun abbigliamento e gli abbigliamenti 
vuol uguali a quelli delle giovinette di sedici anni. È 
un cruccio per tutti, perchè si rende ridicola in società, 
o assumendo un far d'ingenua, o facendo il broncio perchè 
trascurata. Soffre e fa soffrire, non vedendo che i 
suoi mali e dimenticando che anche chi ha marito e 
figli trova più spine che rose nella vita.
La <hi rend="italic">giovinetta ideale</hi>. - Come è semplice, come è dolce 
quella parte! Amare e sorridere, ecco quanto le si chiede! 
Dev'esser ingenua, buona, allegra sopratutto; l'allegria
nella gioventù è quasi un dovere. Dev' essere operosa,
pronta anche ai lavori più umili, e come la madre, educata 
in gentile <hi rend="italic">eccletismo</hi> di abitudini, in modo che 
sappia passare dalle occupazioni casalinghe alle occupazioni
intellettuali; con la mamma, spolverare, stirare; 
col babbo, mettersi a fare qualche conto, a scriver qualche 
lettera d'affari. Insomma dev'esser esperta in molte cose, 
libera da ogni sussiego e memore che la donna piace a 
tutti nell'esercizio delle sue attribuzioni, che Goëthe nel
<hi rend="italic">Werther</hi> ci presenta la sua Lotte intenta a spalmar il 
burro sul pane dei fratellini, e Rousseau, nel dipingere la
donna ideale che dà per moglie all'uomo ideale (nel 
famoso <hi rend="italic">Emile</hi>), dice: <quote>« Sofia è esperta in tutti i lavori del
» suo sesso, sapendo perfino fare i proprii vestiti; se  n'intende 
» di cucina, sa il prezzo delle derrate e tien i conti;
» dovendo un giorno esser madre di famiglia, si esercita
» nella casa paterna. Pel momento <hi rend="italic">suo primo dovere</hi> è
» quello di figlia, suo <hi rend="italic">unico</hi> scopo <hi rend="italic">serivir</hi> la madre ed
» aiutarla ».</quote>
<pb n="24"/>
Servir la madre... Meditate questa parola, signorine.
Ne ciò basta: occorre alla signorina un'altra dote, una 
dote che poche ragazze hanno: <hi rend="italic">sapersi annoiare</hi>. Per inconscio 
egoismo le fanciulle aborrono ciò che chiamerò le 
<hi rend="italic">minuzie</hi> del dovere. Far la partita col nonno, trastullarsi 
coi bimbi, rammendar il bucato, copiar le lettere del 
babbo, ecco delle cose da cui rifuggono, eppure nulla è 
così caro come l'aspetto di una giovinetta che si sagrifica 
un pochino per altrui!
La cieca ubbidienza ed il rispetto di una volta non
si esigono più - non occorre dar del <hi rend="italic">lei</hi> ai genitori e
baciar loro la mano, ma la <hi rend="italic">deferenza</hi> è sempre necessaria; 
e se anche una signorina <hi rend="italic">sa</hi> di poter fare quasi 
in tutte le occasioni a modo proprio, però nel contegno 
deve apparir sottomessa, rispettosa; non deve mai <hi rend="italic">dar 
ordini</hi>, nemmeno alla servitiù, ma <hi rend="italic">trasmetterli</hi>. La vanità 
non le è lecita, ma le è imposto di esser sempre linda
e ben ravviata.
In Inghilterra soltanto le signore ammalate si permettono 
la veste da camera fuor della loro stanza da letto;
 tutte le altre, donne e ragazze, fin dalle otto del mattino 
sono pettinate e vestite. Se le occupazioni casalinghe non 
permettono d'imitarle, eviti però sempre la signorina di 
girar per casa scapigliata, in pianelle, con gonna sudicia, 
senza busto. Quel disordine è disgustoso. Chiuda le treccie 
in una reticella, metta delle scarpe, un vestito a vita 
larga, di quelli detti <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">matinée</foreign>, semplice,povero, se vuole, 
ma non sfilacciato, non macchiato.
La <hi rend="italic">giovinetta reale</hi>.  Oh! qui, se non avessi segnata la
via, mi formerei tanto da scriver un volume. Gli è che la
giovinetta <hi rend="italic">ideale</hi> è una sola - e le giovinette reali offrono
dieci, venti varietà di tipi, tutti egualmente 
riprovevoli. Ne sceglierò due: la giovinetta <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chic</foreign> e la giovinetta 
bizzarra.
L'una troppo donna; tutta vanità, pretesa, capriccio: in 
casa, aliena dal lavoro utile, smaniosa di quelle cose che, 
secondo lei,dinotano ricchezza - cavalcare, cantare, suonare, 
<pb n="25"/>
ricamare, dipingere; ma senza studio, a  sbalzi, per 
affettazione; arrogante con chi le sembra povero o non 
addetto alla <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">haute</foreign>; insensibile agli affetti e decisa a cercar 
nel matrimonio, non l'amore... - oh! che cosa antiquata! 
- ma il milione.
L'altra invece, non abbastanza donna, sdegna l'ago; 
lascia che la mamma fatichi e cucisca e stiri da sè, restando 
immersa nei libri, e seppur le si fa osservare che
nelle nostre umili dimore i tordi non piovon arrostiti in 
bocca, e se si vuol che si occupi della casa, si stringe nelle 
spalle o se la cava dicendo che non <hi rend="italic">prenderà marito</hi>, che 
non vuol diventar schiava, ed altri discorsi di questo genere: 
quella ragazza confonde l'ingegno colla stravaganza: 
pretende di distinguersi in tutto; rifugge dal passeggiare, 
dal ballare, dal vestirsi con buon gusto. A diciotto anni 
vuol <hi rend="italic">ragionare</hi> e non <hi rend="italic">vivere</hi>... Ed intanto i poveri genitori 
non hanno nè aiuto, nè conforto.
Si è riso moltissimo delle signorine romantiche del 20 
o giù di lì, nudrite di latte, frutta e poesia; delle figurette 
da strenna con la vita da ape, il bocchino stretto, i capelli 
pioventi sulle spalle in lunghi riccioli, il cuore caldo di 
entusiasmi pegli eroi di Walter Scott o di Dumas, ed 
assorte nella ricerca dell'<hi rend="italic">ideale</hi> (un giovane pallido, tisico, 
povero, senza nome... oh! specialmente senza nome!). Eppure 
in quelle ragazze derise c'era - sotto la <hi rend="italic">posa</hi> - 
molto vero sentimento.
Nelle bambole, nelle emancipate d'oggi che cosa c'è?
Egoismo e capriccio.
E con tutte le loro pretese non sono persone per bene.
Il <hi rend="italic">giovinotto ideale</hi> è sottomesso ai genitori, buono per 
le sorelle e pei bimbi, garbato verso i visitatori. Non fa 
l'orso. Sia che incontri un'amica delle ragazze, un visino 
fresco come rosa, od un'amica della nonna, una vecchierella 
tutta grinze, saluta con cortesia. Accompagna la 
mamma; fa, a volte, le sue commissioni; aiuta i piccini 
nel còmpito, studia senza farsi pregare.
Il <hi rend="italic">giovinotto ideale</hi> continua - sebbene quasi uomo
<pb n="26"/>
- ad esser docile ed amoroso coi suoi. È ordinato, tranquillo, 
ilare - non.... Ma ciò che <hi rend="italic">non fa</hi> lo vedremo nel 
<hi rend="italic">giovane</hi>, come <hi rend="italic">è realmente.</hi>
È cosa singolare che il <hi rend="italic">progresso</hi> abbia prodotto un 
tal ribasso di galanteria, e sarebbe bello lo studiarne le 
cagioni. Comunque sia, le donne, che nel rozzo medio-evo 
eran quasi adorate, che vedevano i cavalieri erranti affrontare 
ogni pericolo, ed i baroni arrischiar la morte 
nei tornei per un loro sorriso - le donne che nel secolo 
scorso erano fatte segno del rispetto il più assoluto da 
parte dei marchesi incipriati e portate alle stelle dai 
poeti - come la Beatrice del Dante, la Laura del Petrarca, 
la divina Emilia del Voltaire, la marchesa d'Houdetot, 
le donne cui non si parlava che col cappello in 
mano e velando di perifrasi la semplicità delle parole -
ora, confessiamolo, sono trattate con gran disinvoltura 
dai signori uomini ed in casa e fuori.
Liberarsi da ogni soggezione, mancar ad ogni riguardo, 
sembra privilegio maschile. Perfino la mamma ammette 
che l'uomo non abbia obbligo d'esser garbato, e quando 
fa la rassegna dei cassetti del signorino, dove i mozziconi 
di sigaro alloggiano coi guanti bianchi, i canocchiali 
con gli stivaloni ed i compassi coi solini, mormora rassegnata: 
già, gli uomini son tutti così! lo ripete quando 
il signorino mette i piedi sulle seggiole, non si alza per dar 
posto alle sorelle, non raccoglie da terra il libro od 
il lavoro della mamma, bestemmia contro la servitù, 
fuma in salotto, scappa come il diavolo dall'acqua santa 
se capita qualche amica di casa un po' matura; gli uomini 
son tutti così.
Tutti così? E perchè? Ed è veramente necessario? 
Capisco che un po' di astrazione può esser legittimata 
col pretesto degli studi o degli affari, ma non vedo per 
quale ragione, negli uomini, il disordine diventi un <hi rend="italic">diritto;</hi> 
non vedo perchè debbano potersi esimere dall'ordine, 
che è risparmio di tempo, di denaro e dalla creanza, 
che è il modo di farsi voler bene e di provare la propria 
superiorità di educazione, e forse di cuore.
<pb n="27"/>
L'ordine diventa abitudine se s'impara da bimbi, e nessuno 
mi vorrà negare che sia giovevolissimo. Smarrir il 
proprio fazzoletto, collocar regolarmente il bastone in luogo 
dove non si può ritrovarlo, lasciar l'ombrello al caffè, 
son cose da nulla: ma non è aggradevole lasciarvi il
portafogli, è spiacevole senz'altro perder delle carte di 
importanza, e spesso poi riesce pericoloso il seminar di
qua e di là la propria corrispondenza.
Considerando inoltre che il tempo è denaro, quanto non
si spreca coll'eterno smarrire e cercare?.... Ma, diranno
i signori uomini, <hi rend="italic">perciò appunto</hi> sono create le donne; a 
loro tocca di cercar la nostra roba, di mettercela sotto
mano...
Benone: e queste donne ve le conducete dietro all'Università, 
in viaggio, allo studio? No, eh? Ed allora come 
farete? Sarete saccheggiati, o sciuperete in poco tempo
tutta la vostra roba.
Le cose materiali hanno poi un nesso con le morali,
in guisa che l'uomo il quale del disordine si crea una 
seconda natura, difficilmente eviterà la confusione anche
nelle idee, nelle abitudini, e diventerà astratto e sregolato 
a segno da rendersi importuno oltre ogni dire in casa
e fuori.
È nota a tutti la storia di quel tale che, respinto da
un banchiere, cui lo si proponeva per impiegato, veniva 
dal medesimo richiamato in gran premura mentre attraversava 
il cortile.
- Signore, vi accetto, diceva il banchiere al giovane
trasecolato. E sapete perchè? perchè v'ho veduto a raccattare 
uno spillo. Ciò m'ha rivelato che avete ordine ed
accuratezza, le due prime qualità del negoziante.
E quel giovine, da impiegato, diventava socio e genero
del principale, e, come lui, milionario.
Non pretendo certo che tutti i giovani facciano concorrenza 
ai cenciaiuoli, ma mantengo che <hi rend="italic">anche</hi> negli uomini
l'ordine e la nitidezza sono due doti preziose.
Così lo sgarbo per sistema è cosa bruttissima - il
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rifiutarsi ad accompagnar le sorelle, il motteggiarle quando
sono un pochino eleganti, il derider con scetticismo precoce 
i modesti divertimenti di famiglia, l'introdurre soggetti
disdicevoli, e davanti alle ragazzine di dodici o di
quattordici anni, nominar signore di dubbia fama, raccontar
aneddoti poco edificanti, son tutte cose contrarie a quel galateo 
di affezione, di scambievoli riguardi che crea la 
dolcezza dei rapporti intimi.
Il <hi rend="italic">bimbo ideale</hi> non ha che un'occupazione: giuocare; 
un dovere: obbedire.
Ma veramente il suo <hi rend="italic">galateo</hi> riguarda affatto la mamma, 
dal primo giorno al quinto o sesto anno della sua vita.
Il galateo del lattante <hi rend="italic">ideale</hi> è semplice. Dev'esser 
<hi rend="italic">sempre</hi> pulito, sempre in belle vesticciuole o cuscini
bianchi, con una cuffietta,oppure con la testolina nuda 
ben spazzolata (nessuno più crede che quella crosta che
la polvere forma sul cranio sia igienica). Possibilmente 
lo si tenga in una stanza un po' appartata ed i pannolini
non sieno mai <hi rend="italic">semplicemente</hi> messi ad asciugare, ma
sempre risciacquati, al quale scopo convien buttarli man mano 
in un gran bacile pieno d'acqua.
Però, se si preferisce o se si deve tenere il piccino allato, 
lo si tenga in una culletta e si ripongano in un
canestrino i suoi pannolini e le sue fascie, evitando di 
disseminarli per la stanza, il che sarebbe brutto ed incomodo 
perchè diffonderebbe dappertutto odor di latte 
o... d'altro. Al lattante non si dia in mano qualunque 
cosa pur di tenerlo tranquillo, perchè il continuo picchiare 
gli nuoce e certi oggetti ponno tornargli pericolosi. 
Il meglio è una radice d'<foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">ireos</foreign> attaccata ad apposita 
catenella. Sopratutto si eviti di poggiar il bimbo 
qua e là sui <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">canapè</foreign>, sulle seggiole, il che lo mette a 
rischio di esser schiacciato da qualche visitatore miope, 
o dimenticato. So di una signora astrattissima, la quale 
un giorno, nel rigovernar delle biancherie, poggiò il suo
lattante sopra una delle tavole dell'armadio; poi riposto 
il bucato, chiuse, se ne andò... Per poco il piccino 
rimaneva asfissiato.
<pb n="29"/>
La signora o la bambiania tengano un lenzuolino di
gomma da porre sulla cuna od in terra nel luogo dove 
poggiano la creaturina quando è più grandicella - abbiano 
pure sempre un gran grembiale di gomma.
Appena è possibile, insegnino al piccino gli <hi rend="italic">elementi</hi> 
del galateo - lo abituino a salutare, a rispettar la gente 
e la roba. Non ridano se volta le spalle ai visitatori, se 
ad un bacio risponde con un buffetto, o dice graziosamente 
all'uno: sei vecchio, all'altro: sei brutto... Quelle cose 
che fatte da bimbi di due anni paiono tratti di spirito, 
da quelli di quattro tornano già uggiose e da quelli di 
sei, sembrano bell'e buone scortesie.
È smania generale ora metter i bimbi a tavola a sei
mesi e per prevenire certi... inconvenienti, collocarli in
apposita seggiola, per cui, sul più bello, c'è un gran tramestio, 
la seggiola vien aperta per di dietro, l'oggetto...
che offende, vien tolto con maggior danno che se rimanesse 
dov'è, e seppur babbo e mamma non respirano che
essenza di rose, spesso e fratelli e nonni e zii... hanno il
naso più <hi rend="italic">perspicace</hi>. Preferisco l'uso inglese che vuol che
il bimbo mangi più spesso degli adulti, faccia pasti
più brevi ad ore più adatte, e ritengo che il metterlo a
tavola troppo presto renda piuttosto più difficile che più
agevole il dargli delle buone abitudini. Comincia a mangiare
con le mani, a imbrodolarsi, e si compatisce: è 
tanto piccino! Poi seguita, e non si vorrebbe più <hi rend="italic">compatirlo</hi>, 
ma lui, che non sa di logica, s'impunta a continuar 
nel suo sistema e ci vuol molta fatica a correggerlo. 
Quando poi il bimbo cammina, trovo bene tenerlo 
in una stanza con pochi mobili e coi suoi balocchi, e non 
permetter che metta sossopra tutta la casa, seminandola 
di carta, di puppatole, rompendo i mobili. Non è amor 
materno quello: è disordine, e non c'è più cattiva abitudine 
che quella di far d'un bimbo un piccolo iconoclasta. 
La signora di Genlis narra a questo proposito che 
andando a far le sue visite da sposa, vestita in gran gala, 
s'intende, capitò in casa d'una signora di cui il bimbo,
<pb n="30"/>
viziato oltre ogni dire, appena la scorse, allungò le mani 
verso il suo cappellino, un cappellino nuovo, fiammante, 
gridando: lo voglio! lo voglio!
- Che vuoi, carino? chiese la mamma, cui premeva
contentarlo.
- Il cappello! subito! lo voglio! voglio giuocare! 
- Ebbenebimbo mio, disse la madre con gran sorpresa 
e terrore della sposina, chiedilo con <hi rend="italic">buona maniera</hi> 
e la signora te lo darà.
Per fortuna, conclude la Genlis, egli non volle mai 
valersi della buona maniera ed il cappello fu salvo.
Più grandicelli, i ragazzi non devono mai dar ordini 
ad alcuno, mai interrompere il babbo e la mamma, nè 
immischiarsi dei loro discorsi, e dire, non richiesti, il 
loro parere e disturbare chi è occupatocon ciancie, chiasso 
o domande importune. A tavola devono aspettar d'esser 
serviti e non allungar le mani verso il piatto e non far 
ossernazioni sulla qualità dei cibi. Il parlar poi senza discernimento, 
ed il riferire ciò che hanno veduto ed udito 
è cosa biasimevolissima in loro.
Il bimbo, che spesso non intende bene e ripete peggio, 
può far nascere dei gravi disgusti. Convien imprimergli 
ben in mente la differenza che c'è fra il dir <hi rend="italic">tutto</hi> a <hi rend="italic">tutti</hi> 
in <hi rend="italic">tutti</hi> i momenti ed il mentire. Alla mamma od a chi 
per essa, affidi ogni cosa, nulla agli altri. Del resto, se 
sarà abituato a cansar la curiosità e le ciarle, non baderà 
nemmeno ai discorsi che non lo riguardano. Gli si 
faccia poi notare che il motteggio è la cosa più inurbana
e stolta che vi sia; che il bimbo inesperto, ignorante, 
non <hi rend="italic">può</hi> intender bene ciò che fanno e dicono gli adulti 
e quindi non <hi rend="italic">deve</hi> permettersi di censurarli nè di deriderli; 
che la canzonatura, villana coi pari, diventa irrispettosa 
verso i maggiori, crudele e codarda verso i deboli 
e gli infelici.
Si procuri anche di non far conoscere al bimbo la differenza 
delle fortune e di avvezzarlo garbato, sicchè rifugga 
da chi <hi rend="italic">non ha educazione</hi>, ma non borioso, sicchè rifugga 
da chi è <hi rend="italic">povero.</hi>
<pb n="31"/>
Sia talmente avvezzo al rispetto verso i superiori ed 
i vecchi da <hi rend="italic">non accorgersi</hi> dei loro difetti, nonchè da criticarli
 - non <hi rend="italic">veda</hi> che il suo professore è brutto, che 
il suo nonno, poveretto, non si tien pulito e copre di tabacco 
tutto ciò che gli capita vicino. Ami... e sia cieco 
come l'amore.
Sarà più contento e più caro.
Conoscevo un ragazzetto il quale, tornando alla casa 
paterna dopo aver vissuto per alcuni anni con una zia 
che lo viziava, un giorno in cui l'avolo, veterano di Napoleone, 
raccontava al solito una delle sue campagne, si
fe' lecito di interromperlo sclamando:
-Eh! nonno! ormai quella storia la sappiamo a mente 
è la decima volta che ce la racconti!
Il nonno si scosse arrossì e con un sospiro:
-Sarà vero, disse... divento vecchio! divento vecchio!
Ma il babbo balzò in piedi, e con sdegno
- Tuo nonno è stato uno dei gloriosi che hanno tenuto 
alto l'onore deI soldato italiano, disse. Prega Dio, 
di poter anche tu, da vecchio, ripeter sempre la <hi rend="italic">stessa 
storia</hi> di coraggio e di virtù!
Il ragazzo capì il suo torto, tanto più che da quel 
tempo il povero nonno non volle più dirle, le sue storie, 
rispondendo avvilito a chi gliele chiedeva: No, no; è 
sempre la stessa cosa: annoia.
È necessario che il bimbo impari la delicatezza e sappia 
come affligger le persone attempate sia grave torto. Il 
rispetto pei vecchi stava nel galateo degli antichi: qualunque 
ragazzo, a Sparta, doveva alzarsi davanti ad essi; 
sta nel galateo dei selvaggi: sarebbe strano che fosse
meno osservato nei tempi moderni dalla gente più civile.
Ma per ottener nei fanciulli quella creanza e quella delicatezza
che a volte essi non hanno per istinto, è mestieri
non lasciarli mai con le persone di servizio. Mi spiego.
Quando la nutrice o la bambinaia, che si devono scegliere 
con grande cura, sono partite perchè non s'ha più 
d'uopo dei loro uffizi, convien industriarsi in modo che
<pb n="32"/>
il bambino non stia in intrinsichezza con cuoche, servitori 
o cocchieri, gente che molte volte ha contratto gran 
numero di vizi e per abitudine poi tiene un linguaggio 
rozzo ed inverecondo.
Ma, direte voi, i bimbi devono dunque star <hi rend="italic">sempre</hi> 
coi genitori?
Non lo credo; credo anzi che sia pessimo costume tenerli 
in salotto quando si riceve, condurli in visita od a
teatro.
E dunque, mi chiederete, come si combina la cosa? 
In quattro modi, secondo me e sono:
Il collegio. - Non l'approvo, ma lo accenno per chi
avendo negozio e non <hi rend="italic">potendo</hi> mai accudire ai propri figli 
vuol torli da pessimo contatto.
La scuola. - Nelle ore di scuola i genitori sono liberi 
possono dedicar quindi tutte le altre ai figli.
Un'istitutrice o almeno una bambinaia fidata, di nota
moralità.
Vi sono molte donne di buona famiglia le quali, incapaci 
per salute di far la cameriera, e non tanto colte 
da far le maestre, possono assumere la guida di ragazzi 
già grandicelli.
Finalmente, oltre alla scuola, chi non volesse fermarsi 
in casa alla sera, potrebbe prender qualche maestra fidata 
che lo supplisse.
Ma..... e se non s'hanno i mezzi di tenere questi 
maestri?
Suppongo che allora non s'avrà nemmeno i mezzi di 
girar teatri e feste.Comunque, reputo dovere trovar un 
modo di evitare ai ragazzi la vicinanza delle fanteshe, 
da cui in generale non impareranno nulla di buono. Si 
può trovare una <hi rend="italic">perla</hi> che cucini e stiri perfettamente, eppur 
tenga discorsacci da trivio ai bimbi. D'altronde, con 
le serve il piccino si abitua a continui battibecchi, perchè, 
essendo il <hi rend="italic">padrone</hi>, non vuol obbedire; prende anche
spesso il vizio di dir bugie.Avevo una cameriera, la 
quale ritenevo fidatissima, sicchè, non potendo uscire per
<pb n="33"/>
indisposizione, le davo il bimbo da condurre a passeggio.
Due o tre volte, al ritorno, gli trovai in mano dei balocchi, 
e mi disse che glieli aveva comperati la cameriera.
Io la rimproverai, avendo per norma di non permettere 
che i bimbi accettino doni dalla povera gente. 
Essa si scusò dicendo che voleva tanto bene a quel piccino!
Ebbene, sapete perchè gli faceva quei regali?
Perchè, impaziente e manesca, s'era lasciata trasportare 
a <hi rend="italic">percuoterlo</hi>,e voleva così comperar il suo 
silenzio.
Notandogli dei lividi sui bracci, sospettai la cosa, e 
seguendo la donna la verificai e la licenziai.
Altre volte la fantesca stringe col piccino un patto di 
colpevole compiacenza: gli dà delle leccornie perchè egli
non dica di averla veduta a bere il vino ed il caffè.
Queste cose turpi, alla servitù, per lungo costume, 
sembrano naturali: ma pei ragazzi, che lezioni!
E non si supponga che io esageri: le gazzette recano 
storie di ragazzi tormentati o pervertiti che dimostrano 
qual sia il danno dell'affidarli a gente inetta o peggio.
Ma se l'intimità è dannosa, non ne vien di conseguenza 
che sia lecito l'essere inurbani e si deve inculcare al ragazzo 
il rispetto per chi serve, fargli intendere che in 
qualunque ceto l'onesto ha diritto alla stima.
E meno saranno i rapporti che il ragazzo avrà con la 
servitù, più vi potrà essere da tutte e due le parti creanza 
e decoro; poiché la persona di servizio ricorderà che il 
bimbo va trattato con riguardo come membro della famiglia 
da cui dipende, ed il bimbo, rispettato, potrà più 
facilmente rispettare.
Passiamo ora alla <hi rend="italic">suocera ideale</hi>. Questa vuol bene alla 
nuora <hi rend="italic">come ad una figlia</hi>. In ciò sta la sola norma de' suoi 
rapporti con lei - e di rimando la nuora <hi rend="italic">ideale è una 
figlia.</hi>
La suocera e la nuora <hi rend="italic">reale</hi> invece hanno dato origine 
al proverbio: « Suocera e nuora, tempesta e gragnuola ».
<hi rend="italic">Galateo della Borghesia</hi>. - 3.
<pb n="34"/>
È un fatto che fra esse i rapporti sono difficilissimi, e 
che stentano ad evitare i piccoli disaccordi.
La suocera <hi rend="italic">esige</hi> troppo: dimentica spesso che lei, <hi rend="italic">madre</hi>, 
sta bene abbia pel figlio un'indulgenza senza limite, ma 
che non può pretendere lo stesso dalla <hi rend="italic">moglie.</hi>
Ha troppa facilità di disapprovare, di rimproverare in 
quel modo che offende di più, cioè con insinuazioni ironiche
e con una persistenza che fa pensar che la censura sia un 
partito preso e toglie valore persino alle osservazioni più 
giuste.
Se ha delle figlie, stabilisce fra esse e la nuora una 
tale differenza che questa si <hi rend="italic">sente</hi> estranea. lnquanto alla 
nuora facilmente teme che la madre cerchi di controbilanciare
la sua influenza presso il marito e quindi, nelle 
occasioni in cui questi le rifiuti alcunchè, crede sia origine 
del rifiuto la suocera e se n'adonta. Non osa censurarla, 
ma ben lungi dallo studiarsi di far quello che 
le piace, cerca anzi con certa malizia di far il contrario
- da ciò quelle guerricciuole di dispetti, di mezze parole 
pungenti, di sguardi sarcastici, che mettono in bando 
la pace delle famiglie. Le suocere dovrebbero ricordarsi 
d'essere state giovani..... e nuore, e compatire; mentre 
le nuore dovrebbero riconoscere i diritti dell'esperienza 
e dell'età, e così le cose andrebbero meglio. Gli è in 
ispecie davanti agli estranei ed ai bimbi che quelle lotte 
vanno evitate; l'estraneo sarà impacciato e se ne vendicherà
col motteggio - il bimbo sarà scosso nel suo rispetto, 
nella sua fede.
Come fargli intendere sino a qual punto sono complesse 
le cose umane, sicchè una <hi rend="italic">pessima suocera</hi> può esser una 
<hi rend="italic">santa madre</hi> ed una buona donna? Come fargli intendere 
che quei battibecchi sono una trascuranza del galateo famigliare
 - non l'espressione d'una vera antipatia - d'un 
vero biasimo? E nelle divergenze d'idee a chi ubbidirà?
Nulla è più triste che quelle discordie e quel vedere 
una tenera sposina od una povera vecchia diventate vittime 
d'una specie di persecuzione, tutta superficiale forse,
<pb n="35"/>
non ispirata da malevolenza, ma pur dolorosa, poiché i 
colpi di spillo alla lunga uccidono come i colpi di 
pugnale. Ci sarebbero delle centinaia di studi psicologici 
da fare su questa strana circostanza, che <hi rend="italic">certi rapporti,
certe gelosie</hi> alterano l'indole delle persone, ne cambiano 
i modi. Non è qui il luogo di scender a queste disamine;
basti ripetere che il galateo va osservato anche fra 
suocera e nuora, e che se la tenerezza non ispira certi 
riguardi, bisogna invece impararli dalla creanza e non 
stabilire uno stato di cose intollerabile, in cui l'assenza 
d'affetto non ispira indulgenza e l'intimità sembra legittimi 
la mancanza di riguardi.
Fra zia e nipote, fra cugini, è inutile accennare norme;
i rapporti siano cordiali e sinceri, ecco tutto. È contrario
al galateo morale ed a quello della società il parlar male 
dei propri congiunti, l'accoglierli male specialmente in 
presenza d'estranei.
Un punto delicato è quello che riguarda il modo di 
condursi coi <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">parents pauvres</foreign>, i congiunti poveri.
Secondo me, quando, per caso, sorge fra congiunti una 
eccessiva disparità di fortuna, la assoluta intrinsichezza, 
l'uguaglianza nelle abitudini, diventano incompatibili.
Il povero non potrà star col ricco se non a patto di 
dipendere da lui, ossia di <hi rend="italic">accettar</hi> inviti a desinare, in
teatro, in campagna, ecc.: il che farà nascere una specie
d'inferiorità che lo renderà facilmente suscettibile, che gli 
farà temere di esser posposto dal parente ad altri congiunti
od amici più ricchi: da ciò invidia segreta, segreti rancori.
Il galateo d'altra parte esige che il parente povero non 
assuma una certa boria ridicola come se in lui fosse merito 
essere consanguineo d'un ricco, come pure che non 
pigli un contegno umile, quasi da inferiore.
Nel ricco poi, ci vuol ancora più studio per non offendere, 
per non millantarsi, per non fare che i suoi
doni sembrino elemosine; per non escludere, male a proposito, 
dai suoi ricevimenti il congiunto, di cui teme che 
il vestir modesto possa farlo scapitare, lui, l'ospite, in
<pb n="36"/>
faccia ai suoi invitati. Insomma, è ben arduo pel ricco 
non somigliar a quel tal risalito del brioso Paul de 
Kock, il quale, ad ogni piè sospinto, diceva agli amici 
meno fortunati: - Oh! per me posso far questa spesa:
<foreign xml:lang="fr">mes moyens me le permettent.</foreign>
Bouilly, il vecchio autore di cui è sì pietosa la storia 
(si diè a scrivere perchè l'unica sua figlia, riluttante allo
studio, imparasse l'ortografia e fatto di lei, coi suoi scritti 
le sue lezioni, un modello di fanciulla, a sedici anni se la 
vide morire), Bouilly, di cui gli ingenui e carissimi racconti 
hanno fatto le delizie delle nostre mamme, racconta 
d'un villico, il quale, fatto milionario, un bel dì, in mezzo 
ad una festa, si vide piovere dal villaggio - a tradir
le sue umili origini - la propria sorella rubiconda fattora.
Il milionario cerca di indurla a non entrar nel salotto 
od almeno a celarsi in un angolo; l'onesta donna si meraviglia, 
rifiuta senza intendere; ma la chiave del mistero 
gliela dà il fratello, dicendo ad uno dei nobili ospiti che 
gli chiede come mai quella donna gli sia sorella: -
<hi rend="italic">Sorella di latte, nulla più!</hi>
La contadina fugge colpita al cuore da quella parola crudele
e ripetendo fra i singhiozzi: - Rinnega il suo sangue!
Eppur quanti, senza arrivar a questo punto, s'industriano 
però ad allontanar i parenti per festeggiar estranei, 
credendo così d'innalzarsi al disopra... di se stessi!
Vanità umane!
Ma chi tratta così, creda pure che, sprezzando la <hi rend="italic">vera</hi> 
cortesia, la <hi rend="italic">cortesia del cuore</hi>, non si nobilita, e tutt'al più 
fa ridere alle sue spese.
Con ciò non impongo <hi rend="italic">intimità</hi> fra il contadino e lo 
scienziato, per esempio, o fra il povero ed il milionario
- ammetto che le vicende della vita dividono molte 
famiglie: ma <hi rend="italic">domando sempre l'urbanità</hi> e la cordialità.
Il <hi rend="italic">galateo intimo</hi> può chiudersi qui per non allungarlo 
di soverchio, poichè in molti punti s'unisce al galateo della
società.</p>
<pb n="37"/>
</div>
</div>
<div n="LIBRO II">
<head>FUORI DI CASA</head>
<div n="CAPITOLO I.">
<head>In istrada.</head>
<p>È un fatto noto che, in istrada, da un solo sguardo 
quasi, si ravvisa, e pel vestire e pel contegno, la gente per
bene.
Da che deriva ciò?
È l'abito che fa il monaco? Si giudica dall'eleganza dell'
abbigliamento?
Punto; ed in questo s'ingannano così frequenti volte i 
giovani e le persone poco esperte della società.
Non è il lusso nè la boria del contegno che rivelano 
I'uomo ben educato, la vera signora.
La dignità nell'uomo, il riserbo nella donna, l'arte del 
vestire con cura, e dell'adattare il vestito alla circostanza, 
al luogo, all'ora: ecco quel che rivela se si tratta di gente 
che conosca o no le norme del galateo.
Si esce per molti scopi e ad ore assai diverse.
In certe città di provincia, ancor oggi, una signora che 
apparisse in istrada alle nove della mattina, se il velo 
e il libro d'orazioni non la mostrassero diretta alla chiesa, 
metterebbe in moto le lingue di tutto il vicinato. Nelle
grandi città invece l'uso delle scuole e delle passeggiate 
igieniche per bimbi con la mamma per iscorta, fa accettar 
ad ognuno, senza critica, la presenza d'una signora in istrada 
per tempissimo. Ma è necessario che in quell'uscita essa
non scelga un abbigliamento troppo elegante e quindi disadatto. 
<pb n="38"/>
Invero, se si cominciasse a mettersi in fronzoli 
alle otto, sarebbe il caso di dire coi Francesi che <quote><foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">la femme 
est un être qui s'habille, babille et se déshabille.</foreign></quote> Alla mattina 
ci vuole una veste semplice, di quelle che si ponno far 
da sè e che si tengono poi tutto il giorno, un cappello un 
po' grande che non esiga pettinatura ricercata. Non consiglio 
assolutamente di <hi rend="italic">finir</hi> in quelle uscite gli oggetti vecchi o 
sgualciti. È un'economia molto relativa, poichè la roba 
di lusso, chiara e riccamente guarnita, dura pochissimo e 
richiede continue riparazioni.
D'altra parte quel vestire dà assolutamente, a chi lo
porta, l'impronta del cattivo gusto, un'impronta che spesso 
induce a giudicar male la persona medesima. È positivo 
che anche gli uomini che non sanno definire i particolari 
d'un abbigliamento, ne risentono l'impressione complessiva 
e notano la mancanza di grazia artistica e di freschezza 
nel vestire delle signore. Ma... e della roba vecchia 
che si può fare? Ecco una grave questione, grave 
come quella mossa dal brioso cronista, il quale domandava 
che cosa lddio facesse in Cielo delle lune vecchie e gli 
uomini facessero in terra dei vecchi pianoforti. Per conto 
mio, quando una veste di seta chiara è veramente sgualcita, 
consiglio di farne una fodera, invece che valersene alla 
mattina; quando i guanti bianchi sono neri, consiglio...
di metterli da parte per le occasioni in cui uno si faccia 
qualche taglio al dito o di darli alla cameriera.
Ricordo che un giorno, incontrando nell'uscire due signore,
chiesi ad una ragazzetta che avevo meco qual delle due 
le paresse più elegante. L'una aveva una veste di seta a 
righe bianche e turchine con certa tunica troppo scarsa e 
corta, un cappello bianco di blonda ingiallita, guanti color 
paglia, scarpine di raso bianco (raso!), una collana di perle 
di vetro; un ombrellino bianco ed azzurro. L'altra portava 
un vestito grigio con colletto e polsini di tela, cappello 
nero e stivaletti alti di pelle. La bimba additò la prima:
era naturale. - Ebbene, la prima era la cameriera, la seconda 
la padrona. Chi si veste di roba sgualcita naturalmente 
<pb n="39"/>
par che indossi vestiti presi dalla rivendugliola o 
avuti in regalo. Dunque, alla mattina, semplicità assoluta:
anche più tardi, per visite o passeggio, nulla di troppo 
sfarzoso, di troppo chiaro. A Parigi, a Torino, a Milano,
dove regna il massimo buon gusto, le  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toelette</foreign> da mattina,
 le <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toelette</foreign> che si mettono uscendo a piedi, sono oscure e 
relativamente semplici.
Il qual semplice va detto della fattura non della stoffa:
per esempio un mantello di velluto rabescato (che costa 50 
lire al metro), una pelliccia di lontra che valga due mila 
lire, sono ammessibili in istrada, mentre darebbero nell'occhio 
un vestito di raso chiaro od una guarnizione colorata.
Le eccentriche invenzioni della moda si serbino per le 
passeggiate in carrozza e pei concerti ed i teatri.
Pei bimbi è lecito un po' di bizzarria, ma nei limiti del 
buon gusto; i costumi di <hi rend="italic">fantasia</hi> (compreso lo scozzese),
sopratutto le divise militari, sono il <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">non plus ultra</foreign> del 
pessimo gusto. Le ragazzette, dopo i dieci anni, vanno vestite 
con la massima semplicità; fino ai quattordici conviene 
scegliere modelli da bimba e non mai da donna.
A dieci o dodici anni, il maschio si vesta da uomo, rinunziando 
ai capelli sparsi sulle spalle, alle gambe nude,
ai berretti alla Raffaello, alla pettinatura <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">brétonne</foreign>, insomma 
a tutte le eccentricità fino ad un certo punto tollerabili 
nei piccini.
Ai signori raccomando un vestire accurato, ma semplice, 
il cappello saldo in testa, non sugli occhi alla brava,
non sulla nuca,pochi ciondoli alla catena e pochi anelli 
alle dita: il meglio è portarne uno solo con sigillo.
In istrada - come in ogni luogo - si deve anzitutto 
evitare l'affettazione. Quelle signore che camminano compassate 
e pretenziose, dondolando i fianchi e la testa, persuase 
che non si guarda che loro, fanno ridere; ma ciò che 
dà la patente della poca finezza si è il voltarsi indietro ad 
ogni momento, il parlar forte, il ridere con sguaiataggine, 
insomma lo studiarsi d'attirare l'attenzione.
La vera signora cammina lesta, senza correre, cammina
<pb n="40"/>
dritta senza voltarsi indietro, senza guardar di qua e di là 
saluta i conoscenti con cortesia e senza far distinzioni 
troppo spiccate (un semplice cenno del capo per chi par 
inferiore, un gran profondersi in inchini e sorrisi per chi 
par superiore, sono cose disadatte); non esamina con curiosità 
troppo manifesta l'abbigliamento delle amiche che 
incontra, non si ferma in istrada per lungo tempo a
ciarlare.
In fatto di saluti fra signore si va per regola d'età: è
<hi rend="italic">somma scortesia</hi> non rispondere al saluto, la persona che 
lo dirige vi fosse anche poco nota, sì da averne scordata la 
fisionomia.
Chi è molto miope ne avvisi i proprii conoscenti, per
aver così una scusa anticipata delle involontarie mancanze 
che potrà commettere.
Tocca all'uomo, qualunque sia la sua posizione, salutar 
nel primo: però trattandosi di persona illustre o molto 
attempata si può trasgredir questa regola
È scortese fissare una persona aspettando il saluto: si 
faccia un cenno subito o si eviti di guardar da quel lato, 
piuttostochè provocare una posizione che è d'impaccio a 
tutti. Fra persone che si visitano o incontrando gente con 
cui si ha parlato in casa terza, un cenno di saluto è d'obbligo. 
Nel caso che una persona con cui si abbia avuto intimità 
commetta un'azione per cui si ponga <hi rend="italic">fuor della 
legge</hi> (uno scandalo, una fuga, che so io), tocca a quella 
persona cansar gli amici; se la si incontra, si può far un 
lieve cenno del capo,per non infliggerle un affronto,
ma nulla più. Le sarte, il parrucchiere, spesso evitano di salutare 
la signora per un certo riguardo; se la salutano, la signora 
ha obbligo di rispondere con cortesia,e si renderebbe 
ridicola, affettando alterigia. Non si esce con la 
propria cuoca o cameriera, e facendolo per una causa qualunque, 
la cameriera deve star dietro; però se la persona 
di servizio accompagna una ragazzetta le rimane al fianco.
Fermarsi in crocchio per le vie frequentate non è lecito 
che per pochi secondi, e per consenso di <hi rend="italic">ambe le parti;</hi>
<pb n="41"/>
non si deve fermare chi mostra premura, o chi ha il tempo 
sempre limitato per professione. Il rimaner poi a lungo 
fermi, inceppando il passo alla gente, è disdicevole. Si lascino 
queste usanze delle ciarle d'occasione alle popolane,
alle operaie che non possono far visite e quindi recarsi 
quando lo desiderano a veder le amiche.
Il ceder la destra, che era nel Medio Evo un dovere 
verso i nobili e dava spesso origine a grandi contese, come 
quella storica narrata dal Manzoni a proposito del padre 
Cristoforo, ora ha certamente meno importanza: però un 
uomo la cederà sempre alle signore ed ai bimbi, ed una 
signora giovine la cederà alle signore più attempate e 
perfino agli uomini vecchi; negli altri casi si mantiene 
il proprio diritto.
Sulle scale la parte migliore è quella della ringhiera; 
se la scala è stretta bisogna fermarsi sopra un pianerottolo 
per dar il passo a chi sale o scende: fra signore si 
scambia un cenno del capo: l'uomo si Ieva il cappello;
se per cortesia la persona che s'incontra ci offre di passare 
avanti, si accetta senza lunghe cerimonie, ringraziando.
Un uomo, imbattendosi in una signora sulla porta d'un 
appartamento o d'una casa, tien quella porta aperta, finchè 
la signora è passata.
L'uomo dà alla donna il braccio destro, in modo che 
essa si trovi alla destra del marciapiede e non possa venire 
urtata dalla gente.
Incontrando degli amici con altre persone che non si 
conoscono, si salutano i primi, limitandosi ad un cenno 
del capo per gli sconosciuti, ed evitando di fissarli con 
curiosità.
Se si conduce con sè un cane, bisogna far in modo che 
non disturbi alcuno; non incitarlo ad abbaiare e saltare 
addosso nemmeno per celia.
Nei luoghi di pubblico passeggio, chi fosse seduto, deve, 
vedendo dei conoscenti e volendo trattenersi con essi, alzarsi 
e rimaner in piedi finchè dura la conversazione: se
<pb n="42"/>
le persone incontrate sono note a tutti quelli della brigata 
<hi rend="italic">seduta</hi>, si può invitarle a prender posto vicino agli altri;
ma se non lo sono, è sconveniente esortarle a fermarsi 
senza sapere se aggrada a tutti, ed esse non devono accettare; 
se si crede di far cosa grata agli uni ed agli altri 
bisogna cominciar dal far una presentazione.
Se una persona, che non desiderate aver accanto, vi si 
avvicina, alzatevi e rimanete in piedi finchè il vostro colloquio 
è finito: quella persona capirà da ciò quel che deve 
fare; sarebbe disdicevole seder in luogo pubblico vicino a 
chi non nostra gradire la nostra compagnia.
Una signora inviterà liberamente le amiche a sederle 
accanto: ma non vi esorterà alla leggera nessun uomo, 
perchè tal fatto costituirebbe, da parte sua, un favore 
piuttosto spiccato, un desiderio di intrinsichezza. L'uomo 
essendo affatto libero dei suoi atti, se intende di sedere, 
ne chiederà licenza o si fermerà in piedi accanto alla signora; 
l'invito sarebbe dunque inutile se è già suo progetto 
rimanere, importuno se ha altri impegni.
E dico <hi rend="italic">importuno</hi> inquantochè l'uomo <hi rend="italic">deve</hi>, anche se 
non gli sorride, accettare l'invito d'una signora. Del resto, 
in questi particolari, come in tutti gli altri, l'esperienza, 
il tatto, potranno essere d'aiuto e servire a distinguere 
il presuntuoso che potesse in una cortesia leggere un interesse 
speciale, dal giovine timido che, pur desiderandolo, 
non osasse accostarsi.
Una signorina non si recherà mai a luoghi di passeggio 
troppo frequentati con la cameriera e nemmeno con l'istitutrice: 
se non ha i genitori, profitterà della scorta di qualche 
signora sua parente od amica, o di qualche zio o tutore.
Quando v'ha mancanza di seggiole in qualche caffè o 
giardino, un uomo <hi rend="italic">solo</hi> si alzerà per dar posto alle signore; 
ma se quell'uomo accompagna altre donne non cederà 
il suo posto, il che sarebbe un mettere in imbarazzo 
le signore che scorta a profitto di persone sconosciute.
Un uomo non deve mai offrir seggiole o occuparsi di 
donne che abbiano già un accompagnatore: sarebbe importuno 
invece che cortese.
<pb n="43"/>
Sedendo, bisogna evitare di dar le spalle a quelli che 
passano, per cui nei sedili posti lungo i viali si starà
sempre voltati verso il viale stesso.
Leggere o lavorare nei giardini pubblici non è molto
conveniente: sembra un'affettazione. Chi accompagna dei 
ragazzi però, e quindi rimane in giardino per lunghe ore,
può farlo, ma deve scegliere un sedile un po' appartato.
A passeggio le signorine devono star accanto alla madre,
e, se son due, camminare insieme davanti di essa: ma una 
signorina non deve mai passeggiar a fianco d'un giovine.
Anche tra persone di famiglia bisogna, in istrada o nell'
uscire, osservar certe norme.
Per esempio, i bimbi passano sempre prima della madre 
e stanno davanti, dovendo ella sorvegliarli: ma codesta 
norma pei maschi cessa verso l'epoca della prima comunione, 
mentre per le femmine continua sino ai ventun anni
e più.
In carrozza, i ragazzi siedono dalla parte dei cavalli, così
le signorine se c'è il babbo: ma quando si maritano il 
babbo cede loro il posto, a meno che non sia molto attempato
o malaticcio.
Il marito, recandosi a passeggio od a teatro, darà il
braccio alla madre, alla suocera o ad altra signora attempata 
se ve n'è, e non alla moglie: ma lo darà alla moglie 
se vi sono soltanto delle parenti ancora nubili e se non
c'è altro cavaliere.
Una signorina non deve uscir col proprio fratello se non
è ammogliato: potrà uscire con uno zio, con un cognato,
mai con un cugino.
I figli, fuori di casa come in casa,debbono sempre
mostrare la maggior deferenza ai genitori, e farebbero
pessima figura trascurandoli a vantaggio dei forestieri.
Se mai s'avesse qualche notizia da comunicare o molte
cose da dire è meglio far un tratto di via insieme. Una 
signora non si fermerà con un giovanotto se non le è parente 
o molto intimo, ed anche allora per poco; una signorina
non si fermerà nemmeno con un parente e non si lascierà
<pb n="44"/>
scortare da lui se è con la cameriera o l'istitutrice: nemmeno 
lo sposo può aver codesto diritto. In istrada, pei 
ragazzi, la creanza esige che siano raccolti, ubbidienti; 
pei signori che non sieno... come dirò? troppo garbati, 
cioè che non si voltino a piantar gli occhi in faccia a 
tutte le donnine, che non facciano osservazioni ad alta 
voce, che non si diano a seguir una signora, passandole 
e ripassandole davanti ed impuntandosi a starle vicino 
e ciò nè di giorno nè di sera: perchè a volta una signora 
per bene può esser costretta ad uscir sola a tarda 
sera e l'uomo creanzato non le deve dar molestia - zuffolare, 
canticchiare, far il mulinello col bastone, formar 
una lunga fila che tien tutto il marciapiede, spinger la 
gente e per troppa fretta proseguir la propria via sui 
calli del prossimo, non ceder la dritta, sono altrettanti 
<hi rend="italic">crimini</hi> contro la creanza. Noterò che la signora interpellata 
in istrada da uno di quei galanti, non deve mai
rispondere, nemmeno per respingerlo.
In carrozza una signora non deve troppo atteggiarsi 
sì da tradir vanità: è anche scortese fermarsi con lo 
sportello già aperto, a dar ordini al servitore od al cocchiere
così che la gente non possa passare.
Non dirò neppure che il chiamarsi da un marciapiede 
all'altro, l'impegnar un diverbio in istrada, il segnar la 
gente a dito son cose viete, perchè lo sanno quasi i bimbi 
in fascia. Fissar le persone e poi parlarsi all'orecchio e 
ridere in modo da far capire che si sta canzonando qualcuno, 
rientra nella stessa categoria, ma lo accenno perchè l'ho 
veduto a fare a molte signorine che, non sapendo o non 
curando le leggi di cortesia, credono in tal modo di mostrar
dell'arguzia - nel qual caso chi sarebbe più arguto
che i monelli o le fruttivendole del mercato che schiamazzano 
come i passerotti quando vedono della gente civilmente 
vestita?</p>
<pb n="45"/>
</div>
<div n="CAPITOLO II.">
<head>In bottega.</head>
<p>Il contegno di una signora in bottega dev'essere riservato 
e dignitosamente cortese: quello d'una signorina riservatissimo, 
deve limitarsi a indicare sottovoce alla mamma 
le sue idee, quello d'un babbo non dev'esser tirannico, 
quello dei bimbi dev'essere garbato e tranquillo.
Consiglierei però di non condur i bimbi per le botteghe, 
dove non fanno che ingombrare, disturbare, metter 
in pericolo la merce se fragile: tutti i mercanti che mi 
hanno detto francamente il loro parere su ciò, m'hanno 
assicurato che bisogna ispirarsi all'esempio di Giobbe 
per non arrabbiare vedendo una legione di piccoli importuni 
salir sulle seggiole, sui banchi, scuoter le piramidi 
di pezze, svolger le stoffe.
Coi giovani di bottega si deve esser civili, non mai 
famigliari: bisogna entrar in bottega <hi rend="italic">sapendo</hi> all'incirca 
quel che si vuole e non con quell'indecisione che spesso 
poi vi far restar vittima dell'astuzia d'un commesso, il 
quale spaccia per nuova e di moda la mercanzia che non 
ha mai potuto smerciare. Consultate la sarta, i figurini, 
riflettete; poi, per ultimo, andate in bottega, e risparmierete 
tempo e fatica, risparmiandola altrui. - Guardatevi 
dall'astuzia ormai vieta, di proclamar la roba brutta, di 
assicurare che in altro luogo si trova a miglior patto 
guardatevi da quel contrattare minuzioso, proprio delle donnicciuole; 
esaminate, ponderate, offrite il prezzo che vi 
par giusto, oppure pigliate tempo per informarvi, e rimettete 
l'acquisto ad altro giorno; ma non vi <hi rend="italic">eternizzate</hi>
a dibattere la somma da pagarsi.
Il sistema di celiar coi giovani di negozio, di perdersi 
in ciancie, di ascoltare le loro interessate lusinghe, che 
fanno pensare alla favola del corvo, è assolutamente contrario 
alla vera educazione. Che dirò di quell'abitudine,
<pb n="46"/>
abbastanza frequente, che consiste nel girar i negozi senza 
intenzione di comperare, così, per ammazzare il tempo, 
disturbando i poveri commessi e gli avventori coscienziosi?
Senza che io la condanni, ognuno intende che è usanza 
biasimevolissima e che non è meraviglia se chi la segue 
si espone ad udir qualche scortese ripulsa.
Nelle pasticcierie è vietato (dalla creanza veh! non c'è 
cartello!) di toccar qua e là le paste esposte: si scelga 
cogli occhi.
In nessuna bottega sta bene mostrarsi impazienti, pretendere 
d'esser serviti subito, spinger gli altri, od assumere un 
far imperioso, se anche si ha fuori carrozza e servitori
in livrea: davanti al banco quelli che pagano sono 
tutti uguali.
In chi vende è mal vezzo il non salutare e non farsi 
incontro a chi viene; questa abitudine è specialmente
cattiva nelle pasticcierie, nelle botteghe di balocchi, dove 
si va con bimbi e si ha bisogno d'una certa indulgenza 
e amabilità da parte del mercante.
Conosco una signora la quale, per colazione, mangia 
sempre due o tre dolci: vedendola a passare dinnanzi a
varie pasticcierie senza entrarvi gliene chiesi il perchè. 
- Oh! cara mia, in quelle pasticcerie non posso mangiare, 
mi disse.
- Perchè? Non c'è roba buona?
- Squisita; ma nella prima i padroni mangiano sempre 
dell'aglio, e quel profumo vince quello della vaniglia e 
e del cioccolate, sicchè gianduia e panettoni mi paiono 
all'aglio: nella seconda c'è una donna mal vestita, mal 
pettinata, immusonita che fa passar la voglia di mangiare.
I dolci, i balocchi ed i fiori bisogna venderli con un 
sorriso per giunta...
Dalle sarte, dalle modiste si deve aver contegno civile: 
non dar in iscandescenze se la roba non è riescita 
bene. Il rimprovero è legittimo, ma il <hi rend="italic">modo</hi> di farlo è segnato 
dal decoro.
<pb n="47"/>
È poi il caso di ricordar il proverbio francese: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">qui
perd gagne</foreign>: la sarta umiliata si rifà sul conto.
Non si deve mai, se s'incontra altra signora estranea, 
farsele vicino, guardar che cosa sceglie; è una legge di
discrezione.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO III">
<head>In chiesa.</head>
<p>In chiesa il vestire dev'esser modesto, e nulla è più 
disdicevole che trasmutare la casa di Dio in una specie 
di sala di conferenza, esser sempre astratti, esaminar con 
la coda dell'occhio le <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">tolette</foreign> delle conoscenti e bisbigliar 
all'orecchio dei vicini delle critiche... tutt'altro che evangeliche. 
Se in chiesa entrano, per caso, degli scettici, si 
asterranno da ogni discorso, da ogni atto irriverente: 
il motteggio, in simile occasione, diventa poco meno che 
una colpa, lede la morale insieme ed il galateo.
Sia cattedrale, sia sinagoga, sia moschea, chi vi mette 
piede deve rispettar l'<hi rend="italic">ente</hi> cui si tributa un culto ed i 
fedeli che lo tributano. Quindi varcando la soglia d'una 
chiesa, anche come forestieri, come artisti, si leverà il 
cappello, si parlerà piano, non si attraverserà la folla, non 
si toccherà nessuno degli ornamenti e degli oggetti relativi
al culto.
Chi entra in chisa per primo, prende l'acqua santa, 
se è con persone più attempate la offre, altrimenti aspetta 
che gli venga offerta; una ragazza venendo con la cameriera 
non le offrirà acqua santa, un uomo che accompagni una 
signora invece gliela offrirà sempre: si può offrirsela 
anche fra estranei, per quell'istesso atto di cortesia per 
cui si lascia ad altri la precedenza nell'entrar in una casa 
o nella chiesa stessa. È perfino ammesso offrir l'acqua 
santa ad un mendico come elemosina. Convien accettarla 
da <hi rend="italic">chiunque</hi>, perchè in chiesa devono tacere gli astii personali 
e la severità dei giudizi. - È irriverente entrare
<pb n="48"/>
od uscire di chiesa durante la predica. Se possedete delle
panche o delle seggiole, non potete, trovandole occupate 
dopo il principio del servizio religioso, reclamar i vostri 
diritti, obbligando chi vi sta ad alzarsi, e ciò per non
disturbar i fedeli e per non peccar di scompiacenza e
d'orgoglio. Entrando nella vostra panca farete passar per 
primi quelli che vi sono superiori per età o condizione. 
Ai sacerdoti non si stende la mano, al parroco si fa un 
inchino, al vescovo, al cardinale si bacia l'anello, 
chiedendo la benedizione.
Chi, per un motivo qualunque, assiste ad una cerimonia 
in un tempio che non è quello della sua religione deve 
però conformarsi al contegno dei fedeli colà raccolti, cioè 
alzarsi o sedere a seconda dei loro riti. Il meglio però 
si è di <hi rend="italic">evitare</hi> quelle occasioni per non trovarsi costretti 
a mancar di civiltà o ad agir contro la propria coscienza.
So di una signorina israelita la quale, essendosi inginocchiata 
un giorno in una chiesa cattolica, perchè così facevano 
le amiche con cui si trovava, ne fu severamente 
redarguita dai suoi, l'inginocchiarsi essendo un peccato 
nella religione israelitica in cui si prende alla lettera il 
II Comandamento.
Per le questue ci vuol un vestito elegante: la signora, 
se ha un cavaliere, poggerà la sinistra sulla destra di 
lui e con la destra reggerà la borsa; farà un lieve saluto 
a chi le dà l'elemosina, non insisterà davanti a chi 
rifiuta. Il cavaliere sarà vestito di panno nero e porterà 
guanti chiari.
Non si parla con quelli che fanno la questua. Accenno 
quest'uso, poco comune da noi, per chi visitasse i paesi 
dove invece è messo in pratica spessissimo, come, per 
esempio, la Francia.
Metterò nella rubrica dei viaggi altri particolari, come 
il contegno da tenersi nei musei, gallerie, alberghi e quello 
da osservarsi al caffè, al teatro che metterò nel capitolo 
delle veglie.
Vengo ora ad un punto <hi rend="italic">importante</hi> nella vita delle
signore; le <hi rend="italic">visite</hi>.</p>
<pb n="49"/>
</div>
</div>
<div n="LIBRO III">
<head>RAPPORTI SOCIALI</head>
<div n="CAPITOLO I.">
<head>Visite.</head>
<p>La <hi rend="italic">visita</hi> ha molti distinti caratteri; può esser dilettevole 
o incredibilmente noiosa, può esser un obbligo santissimo 
o una mera ipocrisia, ma in tutti i modi va sottoposta 
a certe norme che non convien trasgredire sotto 
pena di esser dichiarati poco esperti degli usi della società.
Dividerò per maggior chiarezza le visite in due categorie: 
le visite d'etichetta e le visite intime: cioè visite 
d'obbligo e visite di piacere.
Fra le prime conto:
La visita di capo d'anno e Pasqua: le visite di con 
gratulazione e condoglianza - di ringraziamento - di 
presentazione - di digestione; le visite degli scolari ai 
professori, dei collegiali ai vecchi congiunti.
Vi son poi alcune occasioni in cui si va in casa di 
altri, non come visitatori, ma pur la nostra venuta assume 
forma di visita, come nei casi in cui si voglia 
raccomandarsi o assumer delle informazioni.
Fra le seconde ci sono le visite abituali che le signore 
si fanno in un giorno fisso, e quelle fra vicine ed 
amiche.
Per le une come per le altre, la norma principale di chi 
viene è quella di sceglier bene l'ora, la principale di chi riceve 
è di esser pronti ad accoglier bene coloro che vengono.
<hi rend="italic">Galateo della Borghesia.</hi> - 4.
<pb n="50"/>
I primi a questo scopo si informeranno degli usi del
 paese in cui si trovano, i quali usi in genere stabiliscono 
che, nei luoghi dove si desina alle due, le visite si facciano 
dalle 12 alle 1 1/2 ed in quelli dove si desina alle sei,
dalle 1/2 alle 5 1/2; però si ammettono le due, in ispecie 
d'inverno, in cui alle cinque è già notte.
Non convien recarsi da persone non intime prima delle 
due, nemmeno per assumere delle informazioni, essendo 
preferibile recarsi alle cinque, in cui si suppone che si 
torni per desinare, e men che meno poi è lecito presentarsi 
di sera.
Ricordo che un giovanetto da noi conosciuto in 
campagna capitò una mattina alle <hi rend="italic">nove.</hi>
Noi s'era tutti a letto.
- Che vuole? chiesi stupita. Ha qualche notizia da comununicarci?
- No, disse la cameriera ridendo: viene in visita: è 
vestito che par un figurino.
- Pregalo di aspettare, replicai, allungando la mano 
verso la veste da camera.
Ma il giovane, avvertito dalle risa e dai discorsi della 
servitù aveva preso la fuga..... e non si lasciò mai più 
vedere.
Chi riceve deve aver cura di esser pronto per l'ora stabilita 
e di aver le stanze rigovernate. Le persone di servizio 
debbono essere avvertite di chiedere a chi viene che 
cosa desidera e chi è,per sapere se si tratta di un fornitore 
che si lascierà sempre in anticamera od in antisala, 
o di un visitatore che s'introdurrà sempre nel salotto, 
andando poscia a prevenire i padroni di casa.
È somma mancanza di previdenza in una signora il non 
insegnare queste cose alla propria servitù.
La servitù, anch'essa, rappresenta la casa e conviene 
che sia <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">stylée</foreign>, come dicono i francesi. Così, per esempio, 
passate le due, non si permetterà alla cuoca o cameriera 
(seppur si è avuto il torto di permetterlo prima) che sia 
spettinata e mal vestita; le si farà mettere un bel grembiale 
<pb n="51"/>
bianco ed una veste linda. Del pari le si farà intendere 
che chiamar da lontano la padrona, scaraventar 
senza preavviso le persone nel salottino dove sta la famiglia,
o se occorre in camera da letto, è disdicevole ed imbarazzante,
potendosi per motivi speciali non voler ricevere la 
persona che si presenta. Il visitatore stesso non può riparare 
a quell'ignoranza, non sapendo dove lo si conduca.
Toccò così un giorno ad una mia amica che la sua cameriera, 
gonza oltre ogni dire, mentre essa verso le sei si 
vestiva per ricevere degli ospiti che aspettava a pranzo, 
aperse la porta della camera da letto e introdusse lì per 
lì uno di codesti ospiti, venuto un po' prima dell'ora.
Vi lascio immaginare la confusione d'entrambi!
Saputo qual sia il visitatore, la cameriera lo lascia e 
va a dirne il nome alla signora, poi lo introduce dove 
le viene ordinato. Nelle visite d'etichetta, in Italia si 
usa ancora di annunziare chi entra. Il servitore, chiesto 
il nome, lo ripete alla porta del salotto. In Francia l'uso 
più recente, dirò così, l'<hi rend="italic">ultimissima</hi> moda, secondo i più 
accreditati galatei e secondo l'opinione dei cronisti i più 
esperti del <hi rend="italic">Figaro</hi> come <hi rend="italic">Etincelle</hi> o Jean de Paris, si è 
che non conviene annunziare i visitatori, che quel mettere 
sulla soglia di casa un gran diavolaccio di <hi rend="italic">lacchè</hi>, 
il quale, imperioso come un carabiniere, vi obbliga a declinare 
i vostri nomi è scortese e non serve neppure ad 
evitar equivoci, perchè il nome spesso mal inteso e cincischiato, 
diventa un enimma anche per chi lo conosce.
Quindi l'ospite, introdotto in silenzio, vien presentato 
dalla padrona di casa. Ma da noi in quasi tutti i salotti 
si annunzia. Ora è costume quasi generale fissare un 
giorno per ricevere: taluni chiamano questo costume 
un'affettazione.
Non sono di tal parere. Trovo che per una signora della 
borghesia, la quale non possiede sempre un gigante gallonato 
in anticamera e deve occuparsi molto della casa e
dei figli, fissar un giorno per le visite è un risparmio di 
tempo, un vantaggio, perchè le permette di distribuire come
<pb n="52"/>
vuole le ore nelle altre giornate, di occuparsi di certi 
lavoretti che non piace interrompere, di evitare che la 
fantesca appaia in anticamera accaldata o col grembiale 
di cucina davanti, finalmente le dà l'agio di rigovernare 
per bene le stanze, di rifornire i vasi di fiori freschi ed 
i canestri di piante verdi, di dar a tutta la casa un aspetto 
più ornato, più nitido.
È assoluta legge di creanza per la signora nel giorno 
fisso trovarsi pronta alle due, anche un momentino prima 
per non far aspettare i visitatori. Il far aspettare è sempre 
scortese e quando non è giorno di visita, piuttostochè 
tener le persone in attesa o scalmanarsi a far toletta in 
furia e malamente, è meglio mostrarsi in veste da camera 
ed in cuffietta (restando stabilito che veste e cuffietta saranno 
sempre nitide). Ma il far aspettare i visitatori nel 
giorno in cui si è aperta a tutti gli amici la porta di 
casa, è assolutamente ridicolo ed incivile. Nei grandi 
centri <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">time is money</foreign>, e alle signore che hanno il tempo 
misurato spiace assai l'impiegar quaranta minuti invece 
di venti in una visita. Mi è stato chiesto se è lecito in 
tal caso di andarsene dopo dieci o dodici minuti di aspettativa.
Lecito? Forse sì. Cortese? No, la cortesia essendo fatta 
di pazienza e d'abnegazione.
Però, se s'avesse un ritrovo, un <hi rend="italic">vero</hi> motivo di fretta, 
allora si può addurlo... e servirà di lezione anche a chi 
s'è fatto aspettare troppo a lungo.
Ma lasciamo l'anticamera: entriamo in salotto.
La padrona di casa, seduta a leggere o lavorare vicino 
ad un tavolino (non mi piace trovarla seduta sul <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">canapè</foreign>, 
in attesa di vestite con quella cert'aria di impazienza e di 
noia che Daudet descrive così bene nel suo stupendo romanzo 
<hi rend="italic">La ditta Fromont e Risler</hi>), la padrona di casa si 
alzerà e farà sedere accanto a sè la visitatrice. Se invece 
entra un signore, in Francia ed in Italia rimane seduta: 
in Germania, no. Anche da noi però trattandosi di uomo 
molto attempato o ragguardevole, la signora si leverà
<pb n="53"/>
in piedi. La padrona di casa occuperà il lato sinistro 
del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">canapè</foreign> e non lo cederà, per evitare continui spostamenti, 
che disturberebbero tutti i visitatori, se c'è circolo: 
soltanto nel caso che si trovassero da lei nell'istesso 
tempo due signore molto vecchie e rispettabili, 
sarebbe decoroso ch'ella cedesse il posto; nè la signorina 
di casa nè altre ragazze dovranno mai sedere sul <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">canapè</foreign> - 
per esse e pei giovani sono riserbate le seggiole, gli sgabelli,
i <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">pouffs</foreign>. Alla signorina toccherà di offrire un predellino 
alle visitatrici che entrano: ma il meglio è d'averne
parecchi, perchè si trovino pronti davanti ai posti occupati 
da signore.
I galatei francesi raccomandano i guanti pel giorno in 
cui si riceve: da noi non s'usa ed a ragione: ha qualcosa
di pretenzioso.
Il vestire dev'essere accurato, elegante, ma non troppo
ricco.
V'è stato un tempo in cui si costumava anche ricevere 
in ricche vesti da camera: ora, nel giorno fisso sono vietate; 
solo negli altri giorni si può ricevere in <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">matinée.</foreign>
Queste le norme generali, a cui aggiungerò che all'estate 
non conviene esagerare nel chiudere le finestre e 
calar le cortine, e ciò per evitar che chi entra debba camminar 
a tastoni: all'inverno non bisogna riscaldar troppo 
l'ambiente e conviene che la padrona di casa si butti 
sulle spalle una mantellina e tenga una scaldiglia sotto 
i piedi (se è freddolosa), piuttosto che mettere gli ospiti 
a risico di prendere un malanno.
La durata d'una visita d'etichetta varia dai quindici 
ai venti minuti; quella d'una visita di congratulazione 
o ringraziamento può essere anche più breve.
Però le visite troppo corte, in cui pare che il visitatore 
sia seduto sugli spilli, non sono punto cortesi: denotano 
l'intenzione di liberarsi alla spiccia d'un obbligo 
e palesano che non si prende alcun piacere nella compagnia 
della persona presso cui si è. Consiglio quindi le
signore che la pretendono al <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chic</foreign> di ricordarsi che il
<pb n="54"/>
troppo stroppia e che se è da novellino il sembrar appiccicati 
alla seggiola, viceversa è da persona poco garbata 
il fuggire dopo cinque o sei minuti. Se nella casa 
ove si capita vien trattato un argomento molto affascinante, 
sa meglio oltrepassare l'ora categorica che alzarsi
interrompendo una conversazione che alletta tutto 
un circolo. Insomma ci vuole, per regolarsi bene, oltre 
allo studio delle norme, un po' di tatto individuale che 
aiuti ad applicarle.
Entrando in una sala si va dritto alla padrona di casa
poi si salutano gli altri; incontrando conoscenti non è 
obbligo accostarsi a loro: basta, quando s'è seduti, un
cenno una parola. Sarebbe scortese, trovando un intimo,
rivolgersi esclusivamente a questi, lasciando in disparte 
le persone che s'è venuti a visitare. Alzandosi, si sceglierà 
di preferenza il momento in cui escono od entrano altri 
visitatori, per non costringere tutta la società dopo pochi 
istanti ad alzasi nuovamente in piedi, cosa che si fa ogni 
volta qualcuno entra od esce. La padrona di casa, se c'è 
poca gente, va fino all'uscio del salotto con la signora
che esce, se ce n'è moltissima, si limita a fare alcuni 
passi e la visitatrice deve esimerla ella stessa dall'obbligo.
Se non c'è nessun altro, e con intimi, si può andar fino 
alla porta dell'anticamera.
In anticamera vi sarà il serivitore o la cameriera per
aprir la porta alle signore che escono - ci devono <hi rend="italic">stare
assolutamente</hi> e non capitar solo quando si suona.
Agginngo che, d'inverno si metterà una stufa od un
gran recipiente con brace in codest'anticamera.
Ora particolareggiamo il <hi rend="italic">modo</hi> con cui la visita deve 
trascorrere.
In quella di capo d'anno (che richiede vestire molto 
elegante, di panno nero per uomo, per signora, di seta 
piuttosto che lana, cioè d'etichetta più che di fantasia) 
non occorre nè si può far dello spirito ed introdurre argomenti 
svariati: basta limitarsi a chieder conto della 
salute di quelli che si visitano, poi augurare (se si può
<pb n="55"/>
in termini nuovi) un anno felice, felicissimo, far qualche 
arguta osservazione meteorologica sulla presenza o l'assenza 
di neve... poi è lecito andarsene facendo posto ad 
altri che ripetano le medesime cose. Le ragazze, i giovanotti, 
hanno un còmpito facile: possono dispensarsi dal 
parlare, toltine i saluti e gli auguri: ma <hi rend="italic">devono</hi> celar 
la noia che li predisporrà a trovar che i quindici minuti 
della visita ne son durati sessanta e sopratutto non devono 
<hi rend="italic">mai</hi> accennare, nè con segni nè con mezze parole, 
alla partenza: si guarderanno anche dal giocarellare con 
gli oggetti che troveranno sulla tavola e di esaminar la 
sala con l'aria di un perito che faccia una stima. In 
quanto ai bimbi... Ecco: stavo già per lasciar da parte il 
loro contegno, perchè la miglior cosa che un bimbo possa 
fare in visita... si è di <hi rend="italic">non venirci.</hi>
Per loro la visita è un gran tedio; per chi li riceve 
è un tormento. Interrompono le conversazioni, vengono 
fuori con domande <hi rend="italic">terribili</hi>, mettono in pericolo le scansie 
a vetri, i vasi, i gingilli: la mamma arrossisce, li guarda, 
non sa più quel che si dice. La padrona di casa, con forzata 
calma, sussurra:
- Oh! non fa nulla, non importa! Ma ha il cuore in
 mano, con la coda dell'occhio osserva le mosse del grazioso 
sì, ma tremendo visitatore, il quale non sa che una 
coppa di Sèvres costa trecento lire... e finisce, per liberarsene, 
a dargli in mano tutt'una scatola di confetti.
Allora è la mamma che trema per le conseguenze.
Ricordo il caso d'una arguta vecchietta mia amica, che 
afflitta dalle ripetute visite d'un marmocchio, finì col porgergli 
una scatola di <hi rend="italic">gianduia</hi>. Terra, apriti! Quando la 
mamma volle andarsene, trovò un piccolo spazzacamino, 
nero dal musetto fino alla punta delle dita, compresa la 
veste nuova bianca come neve, venuta in quella mattina 
da Parigi!
Care signore, non conducete i bimbi in visita: e se ve 
ne conducono, per amor del galateo e delle vesticciuole,
non offrite mai - a quei cari perturbatori - del cioccolatte!
<pb n="56"/>
Le signorine in visita devono essere modeste, non tanto 
riserbate però da non sembrare amabili - parlare con chi 
hanno vicino e non troppo forte: astenersi da sorrisetti 
beffardi, cosa a cui, a volte, sono facili, ma più ancora 
da discorsi gravi proferiti con pedantesca prosopopea.
Vi sono altri particolari che vanno osservati.
Per esempio, un uomo in visita non metterà mai le 
mani nel taschino dei calzoni, non si stenderà sopra le
poltrone rovesciando all'indietro la testa, non incrocierà
le gambe, non si porrà a cavalcioni sopra una seggiola, 
non batterà il tamburo sui tavolini o sul pianoforte.
Anche le signore eviteranno le attitudini sguaiate, e, 
sedendo sopra un <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">canapè</foreign>, procureranno di star tranquille,
di non scuoterlo, per non dar il capogiro a chi sta vicino.
Un uomo per bene non parlerà a nessuna persona rispettabile 
col cappello in testa e il sigaro in bocca. Soffiarsi 
il naso con rumore, o... (come ho a dire?...) <hi rend="italic">toccarlo</hi> 
allo scopo di pulirlo senza fazzoletto, sbadigliare 
lungamente e senza metter la mano davanti alla bocca, 
sputare, insomma diportarsi come se, invece che con estranei 
si fosse nel proprio abbigliatoio, son cose inqualificabili, 
e tali da rendere la compagnia di chi se le permette 
tanto disgustosa da far dimenticare ogni altro suo 
merito morale.
Ecco poco su, poco giù, quel che <hi rend="italic">si deve fare.</hi>
Ora vediamo quello che si deve <hi rend="italic">dire</hi>; all'incirca, s'intende.
Nelle visite di congratulazione si deve cominciare coi <hi rend="italic">mi 
rallegro</hi>, informarsi con <hi rend="italic">discrezione</hi> del <hi rend="italic">fausto evento</hi>... ed 
ascoltar con longanimità i particolari se sono prolissi. Le 
osservazioni che potrebbero diminuire la soddisfazione 
degli interessati sono di cattivo genere; non è il caso di
approvare o discutere. I francesi dicono giustamente: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">la
franchise n'est bonne qu'en réponse</foreign>. Il che significa che, 
<hi rend="italic">non</hi> richiesti, non si deve dare il proprio giudizio sugli 
affari altrui. Se le congratulazioni hanno per oggetto la
nascita d'un bimbo, bisogna trovarlo bello, anche se è
<pb n="57"/>
<quote>calvo e grinzoso come un accademico</quote>, secondo l'espressione 
di Coppée: non abbiate paura di valervi dei soliti discorsi, 
un po' triti. Ai genitori parranno nuovi come l'ultimo 
articolo del <hi rend="italic">Figaro.</hi>
Nelle visite di condoglianza è un' altra cosa: non è il 
visitatore cui tocca parlare della sventura, ma l'afflitto.
Taluno ama rammentare i cari perduti, e sfogarsi: altri 
no, bisogna regolarsi secondo il caso. Però è norma fissa 
il non parlare di cose gaie, di divertimenti, teatri, ecc.
Nelle visite di ringraziamento e di digestione si seguono 
le norme di quelle di congratulazione.
Nelle visite di presentazione è di prammatica che il 
presentato se ne vada col presentatore.
Nelle visite di raccomandazione si deve parlar chiaro 
ed essere spicci.
Nelle visite ai <hi rend="italic">malati</hi> si deve evitare di avere dei 
profumi o dei fiori: si deve trattenersi poco, e parlare
sottovoce e di argomenti sereni, ma non tali da suggerire 
all'infermo dei rammarichi: per esempio, se non 
ne chiede lui, non si parlerà di teatri, di passeggiate, di
campagne; piuttosto di libri, se può leggere, o specialmente
di rimedi, di guarigioni miracolose, che so io? insomma 
di cose che gli sollevano lo spirito. Si potrà anche accennare
a mali gravi che gli facciano parere più lieve il
suo. Conviene più che possibile non lasciar entrare che 
una persona alla volta dall'infermo, tanto per non consumare
l'ossigeno già scarso d'una camera chiusa, come 
per non sbalordirlo, ed infine per evitare il fatto frequente 
che il circolo impegni un'animata conversazione, 
dimenticando il povero infermo che da tutto quel chiasso 
non ricava che il mal di testa.
Non occorre dire che lo sigaro si lascierà sempre fuori 
di camera.
Alla famiglia del malato tocca tenere la stanza più 
linda che possibile, dissimulare con una scena (<hi rend="italic">fiomba</hi>, 
paravento) il tavolino su cui staranno gli strumenti o le
fiale necessarie per la cura, i bacili, le biancherie, rinnovare 
<pb n="58"/>
ogni giorno le lenzuola, valendosi di questo sistema -
un lenzuolo cioè che formi rimboccatura <hi rend="italic">apparente</hi>, ma stia 
fra le due coltri piegate a vari doppi e si levi di notte: lo 
si scelga fino e ricamato come pure le federe. L'ammalato 
può fissar un'ora per ricevere; quella in cui gli par di essere
più sollevato, e per quell'ora, se è un uomo, si ravvii capelli 
e barba, se è una signora metta una bella cuffietta, un bel 
corpetto bianco.
L'ammalato non ha galateo: se la visita gli pesa, può 
dirlo schietto: farebbe un danno a sè ed un dispiacere agli 
amici arrischiando di peggiorare per loro. Pello stesso motivo 
non si deve mai insistere per vedere un infermo. D'altra 
parte se la visita gli sorride, non bisogna mai promettergliela 
e non mantenere, farlo stare in attesa, o fuggire 
subito, come noiati, se egli vuol trattenervi...
La visita <hi rend="italic">abituale</hi>, cioè quella dei ricevimenti soliti, 
segue le regole accennate nel principio per la durata ed il 
modo di presentarsi: aggiungerò che, in generale, è meglio 
non andare a far visite in <hi rend="italic">tribù</hi>, con figli, bambini, con ciò 
che si chiama, con termine <hi rend="italic">franco-algerino</hi>, una <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">smala.</foreign>
In quanto ai rapporti tra vicini, è da notarsi che altre 
volte c'era più <hi rend="italic">fraternità sociale</hi>, checchè se ne dica. Si 
conosceva <hi rend="italic">meno</hi> gente, ma la si conosceva <hi rend="italic">meglio</hi>: tra vicini 
c'era salda amicizia.
Ora, nelle case a tre piani e venti inquilini, e con la 
confusione dei ceti, la visita consueta dell'inquilino al padrone 
di casa ed agli altri pigionali non si costuma più.
Si correrebbe il pericolo d'essere mal accolti... (in questi
tempi di democrazia!) andando così <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans crier gare</foreign> 
dal vicino che potrebbe aver in tasca due soldi più di voi.
Dunque, chi vuol star strettamente attaccato al galateo, 
non farà quella visita così alla carlona, ma, fatto interrogare 
il vicino da terzi, pregherà qualche comune conoscente
di presentarlo.
Le domande d'informazioni, in certe città, rendono lecito 
il recarsi in casa d'ignoti. Convien scegliere ora debita 
e trattenersi il meno possibile. Per essere <hi rend="italic">poi affatto</hi>
<pb n="59"/>
inappuntabili, si dovrebbe chiedere in iscritto il permesso 
di presentarsi.
Noterò che quando s'è ricevuta una visita bisogna renderla 
entro i primi otto giorni se si vuol conservare la 
relazione. Dopo la prima visita non c'è regola; si può 
lasciar passare anche un mese, anche due da una visita
all'altra.
Però il meglio è di imitare il sistema della persona 
che si visita, mettendo, poco su, poco giù, lo stesso intervallo 
di lei fra le visite.
Nelle visite d'<hi rend="italic">etichetta</hi> non si suol mai farne due di
seguito; cioè prima di tornare s'aspetta che ci venga restituita: 
se dopo <hi rend="italic">due</hi> visite la persona non ricomparisse 
(senza l'attenuante di viaggi, malattie o lutti) vorrebbe 
dire che intende di troncare la relazione.
Quando una persona non è in casa si lascia <hi rend="italic">sempre</hi> 
appunto a scanso d'equivoci) il proprio biglietto di visita.
Quando una signora ha fissato un giorno per ricevere 
non si deve andare da lei che in quel giorno: sarebbe
indiscreto far il contrario. Taluni adducono il pretesto del 
circolo, del desiderio di conversazioni intime, della <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toeletta</foreign>: 
codeste sono scuse che non permettono di contravvenire 
al desiderio della persona che si va a visitare, desiderio 
chiaramente manifestato dalla scelta del giorno.
Chi riceve non deve fissare un giorno e poi assentarsi 
a proprio talento, senza tener conto del disturbo di chi 
lo viene a trovare, facendo se occorre lungo cammino: è 
dovere, toltine i casi di malattia, di ricevere sempre, privandosi 
di passeggiate o divertimenti che cadessero nel 
giorno in cui si riceve. Siccome, d'altronde, il tempo delle 
visite si limita a <hi rend="italic">tre ore</hi>, non è difficile trovarle fra le 
centosessantotto della settimana. In quel giorno si eviterà 
<hi rend="italic">assolutamente</hi> che vengano operai, sarte, insomma 
persone che potessero disturbare, e si darà ordine alla servitù 
di non entrare sotto <hi rend="italic">nessun pretesto</hi> in sala a chiamare 
la padrona. Pei bimbi, se non s'ha l'aia, e la fantesca 
è in anticamera, si cerca di affidarli a qualche maestrina, 
<pb n="60"/>
oppure se grandicelli, s'insegna loro ad entrare e 
salutare con garbo nel tornare da scuola, poi andar quietamente 
a far il còmpito. Tenerli in salotto sarebbe un 
disturbo, l'ho già detto. Nelle visite diurne in città non si
danno rinfreschi, però si usa tener sulla tavola una coppa
con dei dolci, e d'estate sta bene offrire una bevanda 
fredda. 
Se viene un visitatore mentre la padrona è uscita, le
persone di servizio non hanno obbligo di riceverlo; possono
limitarsi ad avvertire che la signora è fuori. L'introdurre 
in casa gente che forse non conoscono può dar 
luogo a furti e truffe.
Però se è persona nota in casa, o vecchia, e che sembra 
affaticata, e specialmente se vi sono i ragazzi od altri
membri della famiglia, è doveroso farla accomodare per
un momento, affinchè riposi, tanto più se la via che ha 
fatta è lunga e le scale sono molte.
Se viene gente in un giorno affatto inopportuno, s'ha 
il diritto di non ricevere. In Inghilterra, dove la franchezza 
è considerata da tutti come un obbligo perfino nelle 
minime cose, se si presenta un simile caso, si fa dire 
schiettamente che s'è occupati ed il visitatore non se ne
ha per male. Da noi, si ricorre al sistema della bugia 
innocente. Si fa dire che s'è usciti.... Come fare? chiederete 
voi. Il sistema inglese è troppo secco per noi, la 
bugia è spesso trasparente, sì da essere ridicola e da ricordare
il debitore che grida ai creditori: sono fuori di 
casa!
lo direi di <hi rend="italic">prevenire</hi> il guaio avvertendo tanto la portinaia 
che la servitù di dire che <hi rend="italic">non si riceve</hi>. Allora se il visitatore
insistesse, si darebbe da sè la patente d'indiscreto 
e non avrebbe il diritto di lagnarsi d'un po' di sostenutezza
nell'accoglienza o d'un rifiuto. Badino, care signore, 
che la disinvoltura non deve rendere indiscreti e che è indiscreto
insistere per penetrare in casa altrui. Se fosse per 
affare urgente, si scriva.</p>
<pb n="61"/>
</div>
<div n="CAPITOLO II.">
<head>Della conversazione.</head>
<p>Collocherò qui questo capitolo tanto importante nelle 
relazioni sociali, poichè i conoscenti che non hanno l'agio 
di studiarci a lungo, ci giudicano, non da quello che 
facciamo, ma da quello che diciamo.
L'arte di esser amabili e graditi nel conversare è quella
che giova maggiormente in società e nella vita. Molte persone, 
prive d'ogni talento sociale, debbono la simpatia di 
cui sono circondate a quella dote che ha per base il tatto,
la delicatezza, la bontà.
Un uomo d'ingegno, richiesto di quel che ci volesse per
riuscir bene nella conversazione, sapete che cosa rispose? 
<hi rend="italic">Saper ascoltare</hi>. E ciò è tanto vero che la massima parte 
delle donne di cui la memoria resta cinta da un fascino 
speciale di grazia femminile, sono quelle che <hi rend="italic">sapevano 
ascoltare</hi>, cioè madama Recamier, l'amica di Constant, di 
Ballanche, di Chateaubriand; la Bettina di Goëthe, la 
Rahel, che a trentasei anni, brutta, innamorava di sè il 
giovine Varnhagen von Ense, e madama d'Houdetot, celebrata 
da Rousseau, madama d'Epinay, celebrata da Grimm, 
e la <hi rend="italic">donna gentile</hi> del Foscolo, e la contessa d'Albany, celebrata
da Alfieri.
<hi rend="italic">Saper ascoltare</hi> non vuol dire <hi rend="italic">tacer sempre</hi>,ma star
attenti a ciò che dice altrui, risponder a proposito, interrogar 
con arte, sì da mostrar interesse nel discorso e da 
spinger chi parla a sviluppare i suoi concetti; per ottenere 
questo risultato, bisogna sagrificar la vanità e l'egoismo, 
le due passioni dominanti dell'uomo in società, nonchcè le
piccole <hi rend="italic">manìe</hi> che ne derivano.
Siamo tutti più o meno <hi rend="italic">maniaci</hi>, cioè decisi a mostrarci
in una certa luce, ad ostentare delle qualità e dei difetti 
che non abbiamo, a rivelar una certa <hi rend="italic">superiorità</hi> che gli
uni fanno consistere nella bellezza, altri nel denaro, altri
<pb n="62"/>
ancora nel lusso, nello spirito, nella salute, e perfino, che so 
io? non ridete! nella malattia. Per esser aggradevoli a
chi si trova con noi, dobbiamo parlar poco o punto di noi 
stessi, molto di lui e delle cose che gli piacciono.
Ho letto non so dove, credo in un libro di madama di 
Genlis, che per rendersi graditi, bisogna <hi rend="italic">sempre</hi> parlar
all'interlocutore della sua professione, al medico di malati, 
all'architetto di case, ecc., ecc.
Secondo me, questa norma va modificata.
Vi sono delle professioni che danno diletto e che soddisfano; 
vi sono di quelle che stancano e da cui si desidera 
sollevare lo spirito: così quella del medico, dell'avvocato, 
del professore; oltrecchè l'interrogarli troppo, sembra che 
parta dall'intenzione di prender un consulto od una lezione 
<foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">gratis</foreign>, e ricorda quel tale che parlando sempre al bagno, 
in mezzo alle ondate, della sua causa - seguendo il proprio
avvocato a nuoto come un pesce cane - si vide ad arrivare 
nella specifica la lista dei <hi rend="italic">consulti in mare.</hi>
Invece, trattandosi di artisti, antanti, letterati, scrittori, 
anche di architetti, credo che possa esser per loro un 
piacere conversare della loro arte - poichè la <hi rend="italic">professione</hi>
spesso è scelta per <hi rend="italic">necessità</hi>; l'<hi rend="italic">arte</hi> quasi sempre è scelta 
per <hi rend="italic">preferenza.</hi>
Naturalmente la conversazione fra diversi indirizzi, secondo 
l'occasione ed il luogo.
Nelle visite d'etichetta, per esempio, la conversazione 
sarà diretta dalla padrona di casa, perchè non si sminuzzi 
in tanti colloquii a mezza voce. A torto la signora Emmelina 
Raymond, rispondendo ad un'inesperta che le chiedeva 
<hi rend="italic">di che cosa si dovesse parlare</hi>, la mise in burla col dire 
che non si poteva dar dello spirito e del tatto a chi non 
ne aveva; credo che una guida si possa fornire alla padrona 
di casa col consigliarle ad introdurre uno dopo 
l'altro gli argomenti così detti di <hi rend="italic">attualità</hi>, le notizie del 
giorno, le novità letterarie, artistiche, a far insomma una 
specie di <hi rend="italic">corriere a voce</hi> dando così occasione a tutti di 
dire il loro parere e di collocare la loro frase. Ciò che
<pb n="63"/>
va escluso è la <hi rend="italic">politica</hi>, soggetto estraneo alle signore, 
per cui le quistioni sociali non devono assumere che un 
carattere <hi rend="italic">filantropico</hi>, soggetto spinoso che può dar luogo 
ad osservazioni agro-dolci ed a rancori. Quel <hi rend="italic">corriere</hi> poi 
sarà interrotto mano mano dai saluti ai nuovi arrivati, 
dalle domande sulla loro famiglia Mi si osserverà che si 
faranno delle ripetizioni: poco male, stante che le visite,
succedendosi rapidamente, non si potrà ripeter più di due
volte la stessa cosa, e sarà sempre meno peggio udir a
parlare di un libro o di un'opera che ascoltar la ripetizione
di una storia di reumatismi o di servitù.
Così si eviteranno pel pari le <hi rend="italic">personalità; vulgo</hi>, 
maldicenze. 
Non è di buon genere parlar delle <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toelette</foreign> delle visitatrici, 
lodando l'una, tacendo dell'altra, il che implica, che 
è o vien trovata brutta - così pure non si deve vantare
lo sfarzo d'un altro salotto, poichè se quello in cui si è 
al momento non è elegante, la padrona di casa trova in 
quelle lodi un raffronto che l'umilia; se è elegante, è offesa 
che si sembri non accorgersene.
Se la padrona di casa richiama la vostra attenzione 
sul suo salotto, dovete invece lodarlo.
Se vi sono ragazze, bisogna evitar ogni argomento scabroso, 
ogni aneddoto di cronaca galante.
Come non si osservano i vestiti, così non si osserverà 
la <hi rend="italic">cera</hi> della persona che si visita, o delle altre
signore.
Qui bisogna notare una differenza: è <hi rend="italic">doveroso</hi> chieder 
conto ad ognuno della sua salute, ma <hi rend="italic">disdicevole</hi> esclamare: 
Oh! come siete pallida! come siete gialla! Che 
avete? Queste osservazioni fanno doppio danno, e perchè 
ledono la vanità, e perchè in certi timorosi suscitan la 
paura d'aver un male segreto e pericoloso. Si eviterà anche 
ogni discorso che paia allusivo, ogni proverbio di quelli 
volgari che possa riferirsi a qualcuno dei presenti, ogni 
espressione triviale. Non si parlerà di fallimenti, di fughe, 
di suicidi, se si ha vicino chi abbia avuto in famiglia
<pb n="64"/>
delle disgrazie consimili; non si dirà: usuraio come un 
ebreo, ladro come un greco, bestemmiatore come un 
livornese, ecc., ecc. Si dirà israelita e non ebreo o giudeo; 
si dirà tedesco e non, per celia volgare, <hi rend="italic">patatucco</hi>; si 
dirà mia moglie, mio marito o il cognome del marito; 
mai il nome, con gente non intima, nè la professione. <hi rend="italic">Il 
mio avvocato, il mio Paolo, il signor Tizio, il mio sposo,</hi> 
sono altrettanti termini vieti. Così pure si dirà: le mie 
figlie, non le mie <hi rend="italic">signorine</hi>; la mia cuoca, cameriera, e 
non la <hi rend="italic">mia donna</hi>. ln francese chi dicesse: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">mon époux, 
mon épouse, ma demoiselle</foreign>, si farebbe burlare; si dice: 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">ma femme, mon mari, ma fille</foreign>, quel marito fosse duca 
e quella figlia principessa. Non si deve nè alzar troppo 
la voce, nè abituarsi, per affettazione, a parlar tanto 
piano da far fare la figura di sordi a tutti gli interlocutori; 
meno di tutto poi sarà lecito in compagnia chinarsi 
all'orecchio del vicino e susurrargli delle osservazioni.
Se qualcuno pronunzia una parola sbagliata, o fa uno 
sfarfallone, non bisogna correggerlo, e ripetendo la parola 
giusta, non si deve metterci affettazione.
In visita od a veglia non si debbono sgridare i ragazzi 
degli altri, il che potrebbe dar luogo a scene spiacevoli, 
e, seppur è lecito, a volte, far loro qualche osservazioncella, 
non bisogna valersi molto di questo diritto.
È certo mai vezzo il vantarsi e molti I'hanno; molti a 
udirli, non sanno che cosa sia mal di capo e si creano un 
vanto della loro pretesa salute; altri danno a credere di 
aver il monopolio della buona ventura; il loro appartamento 
è comodissimo (benchè non paia); la loro servitù 
zelantissima; la loro sarta un Worth in gonnella e discreta; 
prezzi ridicoli, e così via. Ebbene convien ascoltarli con 
flemma; non cercar di metterli in contraddizione con se 
stessi. Sono un po' vanitosi, un po' presuntuosi, pazienza! 
Ma il rilevare quei difetti ve li renderebbe nemici, e, 
seppur moralmente giusto, sarebbe da condannarsi, se si 
tien conto della speciale indulgenza che ci vuole in società.
<pb n="65"/>
Non si parli mai di anni; è un capitolo ingrato. Non 
si dica ad una signora come complimento: <hi rend="italic">Oh! Ella si 
conserva bene...</hi>
Si evitino i racconti lunghi ed imbrogliati e le troppe 
freddure. Coloro che si trasformano in sfingi ed hanno 
sempre un <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">rebus</foreign>, una sciarada, un enimma da proporre, 
finiscono con lo stuccare tutti quanti. Il ripetere poi tre, 
quattro volte gli stessi frizzi, esigendo sempre un tributo 
d'ilarità, è cosa insopportabile.
Non si facciano mai apprezzamenti e domande alla 
leggera, cioè non si dica ad uno sconosciuto: Oh! <hi rend="italic">come 
è brutta quella signora!</hi> per non sentirsi a rispondere 
freddamente: È mia moglie! Non si domandi con garbato 
sorrisetto ad un signore attempato se quella bella <hi rend="italic">signora 
è sua figlia</hi>, poichè, se fosse sua moglie, gli si sarebbe 
fatto un brutto complimento.
I complimenti stessi sono difficili e spesso si risolvono 
in un equivoco per cui si dice il contrario di quel che 
si intendeva dire, e si fa ridere tutti; è meglio quindi 
limitarsi alla cortesia pura e semplice.
Bruttissimo poi è il tono di continuo motteggio con 
cui taluni si rendono invisi credendo far prova di spirito; 
perfino quando si ascolta un racconto poco verosimile, è 
di buon gusto non rilevarne l'assurdità, non erigersi a 
correttori, non rispondere con una satira, fosse anche legittima. 
Non è che nel caso in cui si sia stati offesi, 
che invece di dar in escandescenze, è veramente prova di 
educazione il replicare con un motto un po' pungente, ma 
proferito con la massima calma e garbatezza, perchè l'arrabbiarsi, 
se è molto naturale e talvolta giusto, viceversa 
non è <hi rend="italic">mai</hi> compatibile col galateo: rende ridicoli e ci fa 
dar torto anche quando abbiamo ragione. E ciò è naturale; 
i convegni di società si fanno allo scopo di passar aggradevolmente
il tempo; chi disturba, è condannato se anche 
avesse ragione, perchè manca allo scopo dell'adunanza.
I giovani non devono mai assumere tuono cattedratico 
nè parlar alla leggera; i vecchi fanno bene ad astenersi
<hi rend="italic">Galateo della Borghesia</hi>. - 5.
<pb n="66"/>
dai consigli e dalla critica continua e generale. I ragazzi 
non devono interrompere nè se i genitori raccontano alcunchè, 
venir fuori con una versione diversa, che mette 
tutti nell'impaccio.
I... Ma credo che mi convien smettere, altrimenti arriverei 
alle cento pagine a furia di <hi rend="italic">non si deve</hi>...</p>
</div>
</div>
<div n="LIBRO IV">
<head>IN SOCIETA'</head>
<div n="CAPITOLO I.">
<head>Veglie intime,<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the.</foreign></head>
<p>Veglie! Mi valgo qui, lo so, di una parola che a Fanfani 
non andava a genio. Ma chiamar genericamente <hi rend="italic">feste</hi> 
tutte le riunioni di sera non mi parrebbe adatto, <hi rend="italic">balli</hi> 
men che meno; e quindi profitto del nome di veglia, 
benchè gli manchi il passaporto del Lessico.
Le veglie si suddividono in due categorie, divise poi in 
molte <hi rend="italic">specie</hi>; le veglie intime, le veglie di gala. Le 
prime possono esser quotidiane, settimanali, o ripetersi a 
più lungo intervallo, per la durata del carnevale o di tutto 
l'inverno. Per lo più, comprendono come trattenimento, 
la musica, il giuoco, i <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">jeux innocents.</foreign>
Le seconde sono più variate riguardo al luogo ed al 
tempo; comprendono i cosidetti <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign>, i concerti, i balli, le 
sciarade in azione, le recite di dilettanti.
Le veglie intime, in Francia si chiamano  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">huitaine o 
quinzaine</foreign>, dal loro periodo. Colà è costume invitarvi tutti
<pb n="67"/>
quelli con cui s'ha visita. Reputano una mancanza di cortesia 
le esclusioni.
Da noi invece, debbo convenire che gli inviti si limitano, 
e spesso (quasi troppo spesso), non si tien conto del 
grado d'intimità, ma si bada a scegliere le persone che 
paion più adatte a figurar in un salotto. Va bene? Va
male? A me non par bene, perchè vi scorgo la traccia 
della smania dell'epoca nostra, la smania cioè dell'orpello,
 l'idea di annettere della pretesa a qualunque trattenimento; 
ma siccome molti obbiettano la piccola dimensione 
delle sale moderne, lasciamola lì.
Che sia molto cortese non invitare la vicina che è poco 
elegante, per supplicare invece un'estranea di onorarvi,
non lo posso ammettere però, e consiglio chi desidera 
aver fama di persona veramente educata a non escludere
alcuno per motivi gretti. L'invito a quelle veglie si fa
una volta per sempre, in principio; se si fosse obbligati 
per indisposizione o viaggio a non ricevere, si avvertono
indistintamente tutti gli invitati: si deve rinunziare ad 
accettare inviti per la sera in cui s'è fissato di rimanere 
in casa.
L'invitato verrà almeno due volte (perchè il non tornar 
più dopo la prima sarebbe indizio d'essersi annoiato),
ma non tutte le volte, a meno d'esser molto intimo. Verrà
ad ora ragionevole, verso le nove, e non si tratterrà oltre 
le undici e mezza, se non vi è specialmente esortato. Il vestire
sarà accurato, ma semplice, od almeno conforme a 
quello delle altre signore. La casa sarà ben rigovernata, 
e le persone di servizio, come la padrona di casa, si troveranno 
pronte a ricevere per le otto.
In anticamera starà una cameriera per aiutare le signore 
a togliersi il mantello, e se c'è molta gente (anche 
intima) sarà ottima misura il preparare, come nei teatri,
 dei cartoncini con suvvi un numero, di cui l'uno si affigge 
al mantello, l'altro vien consegnato al proprietario.
Se non vengono che cinque o sei persone, s'intende che 
tale precauzione sembrerebbe ridicola.
<pb n="68"/>
L'invitato (che la persona di servizio annunzia) va a 
salutare la padrona di casa: poi siede dove gli pare, se 
può, vicino a conoscenti.
Nella disposizione delle stanze ci vuol una certa sapienza: 
cioè, se non s'hanno molte sale, bisogna valersi
della sala da pranzo e dello studio del marito, perchè vi 
sia un posto pei babbi che vogliono giuocare (e naturalmente 
si preparano scacchiere, domino, mazzi di carte), 
un altro pei giovani che vogliano ciarlare e fumare.
Il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> (che vien servito alle dieci, undici o dodici, secondo 
la durata del trattenimento) si può offrire in parecchi 
modi; uno (il più semplice ma pessimo) consiste 
nel prepararlo in cucina e recar dentro le tazze con latte 
e zuccaro: per lo più il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> fatto così arriva in sala tepido 
o freddo e non si indovina il gusto di chi lo deve 
bere, sicchè all'uno sembra amaro, all'altro miele.
Il secondo modo (migliore) si è di portar le chicchere 
su quei certi tavolini che si scompongono sicchè da due
ne risulta una dozzina, poi di far offrire dal servitore 
o dalla cameriera con l'aiuto della signorina di casa e 
delle sue amiche, il latte, lo zuccaro, i dolci (<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">pic-nic, 
sandwichs</foreign>, torte, quel che si vuole).
Il terzo metodo è di passar in sala da pranzo dove si 
son disposte delle alzate con vari generi di dolci e preparato, 
per ogni ospite, piatto, coltello, forchetta, ecc.
La tovaglia, che una volta pel <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> si usava di colore, 
ora si preferisce bianca; però è lecito mettere una specie
di tovaglia-tappeto di tela greggia ricamata a colori. Il
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> va fatto sulla tavola stessa, dalla padrona di casa o 
dalla signorina, col sistema inglese. Ecco questo sistema: 
l'acqua che bolle in ampio recipiente detto anche <foreign xml:lang="ru" ana="forestierismo">samovar</foreign> 
si versa nel bricco del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> (già riscaldato) in piccolissima 
dose, sì da inumidire e distendere le fogliuzze 
secche del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign>, poi, buttata via quella prima acqua, se 
ne aggiunge quella quantità che si crede, tenendo conto 
che ci vuole un cucchiaino di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> per chicchera, la si 
lascia riposare per tre o quattro minuti, indi si serve.
<pb n="69"/>
L'acqua deve essere veramente a bollore. Si può 
rimetterla una seconda volta sullo stesso <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign>. Al <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> si aggiunge 
della crema, del <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">rhum</foreign> e del Marsala.
Offrendo il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> in salotto si comincia a servir le signore, 
in ragione d'età, poi i babbi e infine vengono le signorine 
ed i giovanotti. Se però è una festa di bimbi si può cominciar 
da quelli. Se manca il posto a tavola, gli ospiti 
vi siederanno successivamente e nello stesso ordine.
Nelle veglie in cui non si fa altro che ciarlare, la regola 
è semplice; l'ho già detta: saper ascoltare.
Dove si giuoca conviene <hi rend="italic">saper perdere</hi> con fronte serena.
Nulla invero cambia il carattere come le carte: molte persone 
amabilissime si fanno stizzose, bisbetiche davanti al
tappeto verde: brontolano, si arrabbiano, incolpano il loro 
<hi rend="italic">socio</hi>,oppure hanno delle ubbie speciali: credono che il
vicino di destra abbia il cattivo occhio, che la loro seggiola 
rechi la mala ventura; vogliono cambiarla; levano 
di tasca il fazzoletto, il borsellino, insomma si agitano
in modo da far ridere ed arrabbiare il prossimo. Il galateo 
se ne lagna, ma i giocatori asseriscono che son cose 
lecite. Lascio ad altri il giudizio, ricordando però che 
legge d'ogni ritrovo è il non importunare, il dar diletto 
e non noia.
Dove si giuoca ai giuochi innocenti bisogna aver un 
certo tatto nel proporli e molta rassegnazione nell'accettarli. 
Il protestare, il fare il broncio se non si riesce ad 
indovinare una parola a doppio senso, se si è acchiappati 
nel giuocare a gatta cieca, è ridicolo. Il giuoco non va 
mai preso sul serio e chi perde deve essere il primo a 
ridere. Così nelle penitenze, consiglio a quelli che vengono 
messi in berlina di non irritarsi delle verità un 
po' dure che forse dovranno ascoltare ed a chi li mette 
di non dire troppe <hi rend="italic">verità</hi>: una sciocchezza, una celia qualunque 
sarà sempre preferibile ad un'osservazione giusta 
che faccia nascere dispettucci e rancori.
Se si suona, consiglio di fare una specie di <hi rend="italic">programma</hi>, 
preparando e concertando prima le suonate, per evitare
<pb n="70"/>
che ci sia un silenzio assoluto od una tal profusione di 
musica da impedire ogni scambio di ciarle.
È un'ottima cosa inoltre avere un maestro che accompagni 
e diriga per evitare che chi canta resti impacciato 
per mancanza d'accompagnatore.
Il pianoforte deve esser accordato ogni qualvolta sembra 
che abbia sofferto.
I dilettanti badino a scegliere cose brevi e ricordino 
che una suonatina od una romanza bene eseguite soddisfano 
più che un'interminabile suonata, in cui il pianista
sembra un acrobata che tenta periglioso esercizio e suda
e trema, mentre i suoi lo seguono con sguardo inquieto,
impallidendo al <hi rend="italic">passo di bravura</hi> che sanno essere uno
scoglio.
In generale il <hi rend="italic">concerto</hi> si apre con qualche sinfonia a 
quattro mani, poi suona la signorina o la padrona di 
casa: il canto va alternato col pianoforte ed i dilettanti 
più bravi devono prodursi gli ultimi. Vedo in un galateo 
francese che la padrona non deve <hi rend="italic">prodursi</hi>; questa è una 
norma esagerata. Canti e suoni pure, ma con discrezione.
Se anche il dilettante suona male va applaudito. È 
scortese ciarlare, in ispecie ad alta voce, quando qualcuno 
suona; certi si scusano col dire che ora nelle veglie si 
fa troppa musica; non hanno torto, forse, e consiglio di 
lasciar sempre un intervallo tra una suonata e l'altra; 
però quelli che non amano la musica e ripeterebbero volentieri 
con Fontenelle: <quote><foreign xml:lang="fr">Sonate, que me veux-tu?</foreign></quote> devono
sopportarla in pace e non rendersi colpevoli d'increanza
col non prestar attenzione a chi suona.
Narrasi che un giorno Listz, suonando a Corte, l'imperatore 
iniziò un colloquio con un ciambellano. Subito 
Listz s'interrompe. Gran commozione. - Che è stato, 
signor abate? E lui, di rimando: Quando l'imperatore 
parla tutti non debbono tacere?
Un artista al quale i suoi impegni col teatro vietano di 
farsi udire, non va importunato perchè canti: un artista 
invece, che sa d'esser invitato pel desiderio di esser udito,
<pb n="71"/>
fa cosa scortese, rifiutando di prodursi o rispondendo come 
quel tale a cui si diceva: Venga a prender il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> con noi 
e si porti il violino.... Il mio violino non prende <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign>!
La padrona di casa in una veglia a casa propria ha 
molto da fare.Le tocca ricever tutti, collocarli vicino a 
gente che conoscono od incaricarsi delle presentazioni. Se 
vede un'<hi rend="italic">abbandonata</hi>, andarle vicino, trovarle compagnia; 
esortar i timidi a prodursi, ringraziar (con fuoco, sì! con 
fuoco!) chi ha cantato, se anche ha stonato moltissimo.
Non deve far differenze fra gli ospiti, lasciar in disparte 
le persone meno altolocate e profondersi in troppi complimenti 
con gli altri.
Tocca a lei, badare che la tal signora attempatella non
sia esposta ad un riscontro, che tutti sieno serviti di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> 
e di dolci: non può mai, insomma, pensar a se stessa, 
dimenticarsi in una conversazione gradita, trascurare i 
suoi doveri. L'ospite ha il diritto di pretendere che lo si 
diverta, o per lo meno che lo si tratti col massimo riguardo.
La signorina di casa deve tener presente anche lei
questa norma e non rifugiarsi fra le compagne a ridere 
e celiare, rifiutando di parlar alle <hi rend="italic">matrone</hi>, alle <hi rend="italic">vecchie</hi>, 
come forse ella chiama col superbo disdegno dei suoi diciotto 
anni le signore di trenta e quaranta. Deve ricordar 
che il suo compito è di aiutar in tutto la madre. È una 
cosa sbagliata da parte di chi riceve voler metter troppo 
in evidenza i proprii figli: capisco che una madre goda 
della abilità della sua ragazza e voglia farla figurare: ma 
il parlare troppo dei suoi meriti ha del ciarlatanesco e
spiace.
- Come sta bene quel vestito a Clotilde, dice una
amica.
- Ti pare? l'ha fatto lei!
- Suona benino davvero.
- Altro! E come canta! E come ricama! Questo cuscino
l'ha fatto lei... E quel quadretto lì. Tutto lei! 
Sarà vero: ma quella <hi rend="italic">messa in scena</hi> non garba. Lodarsi 
<pb n="72"/>
da sè è cosa che generalmente leva agli altri la 
voglia di lodare.
Inquanto agli ospiti è loro dovere non mostrare mai 
l'uggia seppur la risentano; non permettersi mai di criticare, 
nè i padroni di casa, nè gli altri invitati; non voler 
ecclissare per lusso gli intimi e i padroni stessi. A questo 
proposito noto che è bene accennare sempre, nell'invito, 
il genere e l'importanza della veglia, per risparmiare alle 
signore l'ingrata sorpresa di arrivar scollacciate con fiori 
in testa ad un'adunanza di matrone che fanno la calza 
o vestite di casa ad un concerto fra strascichi di velluto 
e di damasco. È brutto il vezzo di certe signore, le quali, 
interrogate dalle amiche sulla toletta che si conviene fare 
per recarsi in una data casa, rispondono vagamente, e 
danno da supporre che non si metteranno in lusso, mentre 
poi appaiono in gala.
Torniamo ai doveri degli ospiti: le signorine devono 
esser riserbate. L'uso di certune di mettersi tutte in una 
specie di brigata, uso invalso da poco, non mi sembra 
molto consentaneo alle leggi di cortesia - quello <hi rend="italic">squadrone</hi> 
giovanile, in virtù del <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">viribus unitis</foreign>, va, viene, 
schiamazza, si permette molte licenze, concentra in sè 
tutta l'allegria della festa, lasciando babbi e mamme a 
sbadigliare: capisco che alle ragazze piaccia stare insieme, 
ma ci vuol misura. Le signore giovani e belline debbon 
resistere alla smania di sequestrare i signori, smania che 
partendo da un pochino di vanità, dalla speranza d'esser 
detta la più corteggiata, molte volte finisce col cagionar 
dei guai ed esser fonte di maldicenze, discordie e dispiaceri.
Non si condurrà mai a veglia, nemmeno da intimi, 
un'amica od ospite senza averne chiesto licenza ai padroni 
di casa. So d'una signora la quale, avendo trascurata 
questa formalità, vide la ragazza, da lei presentata, 
accolta in tal modo da rimanerne altamente confusa. Quella 
ragazza era di tempra molto delicata e suscettibile: quando
capì d'aver fatto una sconvenienza e si vide umiliata dalla
<pb n="73"/>
glaciale freddezza della padrona di casa, volle andarsene 
ed appena fuori ebbe un assalto di dolore così terribile 
da far temere per la sua ragione. Quella padrona di casa 
aveva torto rispetto <hi rend="italic">alla cortesia umanitaria</hi>, ma rispetto 
alle abitudini era nel suo diritto. S'intende che trattandosi 
di parenti, questa norma non regge: in villa poi è 
sempre lecito condur seco i proprii ospiti.
Riguardo alla partenza, è poco gentile darne il segnale 
troppo presto, sì da provocar lo scioglimento della brigata - 
scortesissimo andarsene appena preso il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign>, quasi 
non si fosse venuti che allo scopo di rimpinzarsi -
mal fatto anche il non andarsene quando il massimo numero 
degli ospiti è partito, tanto più se è necessario che 
tutti quelli che scendono siano accompagnati per le scale 
dalla servitù di casa, sicchè questa abbia a scendere e 
salire venti volte.
Una signorina non <hi rend="italic">va mai</hi> a veglia senza l'uno dei genitori: 
nel caso che nessuno dei due potessero accompagnarla 
deve essere specialmente affidata ad una signora, 
disposta a fare da <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chaperon</foreign>. Però è meglio rinunzi ai 
divertimenti piuttostochè mostrarsi sempre con altri.
Una signora, di cui il marito è assente e che non ha 
padre, zio, fratello o cognato che lo surroghi (i cugini 
non valgono), dovrà astenersi dalla società: però può recarsi 
a certe veglie con un'amica ed il marito di lei ed 
anche - tengo ciò da una distinta signora parigina -
anche presentarsi sola, venendo molto presto, così da essere 
già in salotto al giunger degli altri ospiti.
Una zitellona può condursi come una signora; sarà
meglio però che sia sempre con qualche amica maritata.
Madre e figlia, che non abbiano in famiglia nessun 
uomo, possono recarsi insieme alle veglie.
Darò altri ragguagli nel capitolo che tratterà <hi rend="italic">vari tipi 
della società</hi> e dei <hi rend="italic">rapporti</hi> speciali <hi rend="italic">fra indvidui.</hi>
Un'ultima parola. I giovanotti non faccian nè gli uomini 
serii nè i Don Giovanni, suscitando gelosia e forse 
dispiaceri alle persone che corteggiano con ostentazione.
<pb n="74"/>
Gli uomini serii siano meno serii che possibile, i babbi 
si mostrino pazienti e clementi, non tengano sospesa sul 
capo delle loro donne la minaccia della partenza, come 
nuova spada di Damocle, le mamme procurino di tener 
gli occhi ben aperti e di adattarsi presto a far i <hi rend="italic">fiori 
di spalliera</hi>: non piglino per buona moneta certi inviti, 
certi complimenti con cui si vuol indurle a ballare; però 
se mai la passione del ballo le domina, ballino qualche 
<foreign xml:lang="cs">polka</foreign> in piccola brigata  non in una gran festa. Ballare
e custodire una signorina son cose che non vanno
d'accordo.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO II.">
<head>Veglie di gala.</head>
<p>Le norme per le veglie di gala son quasi uguali a 
quelle delle veglie intime.
Non c'è che la differenza delle sale che devono esser 
ampie e numerose (almeno due), col gabinetto da fumare, 
il bigliardo, ecc., delle <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">tolette</foreign> che saranno sfarzose, del 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> che verrà servito con lusso di porcellane ed argenterie, 
da servitori in guanti bianchi, offrendo prima sorbetti 
ed altre bibite. Inoltre il padrone di casa dovrà 
star pronto a dar il braccio alle signore, e, servito il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign>, 
ogni signora sarà accompagnata in sala da pranzo da un 
cavaliere; finalmente, per la musica non basteranno i dilettanti 
e ci vorrà qualche artista.
Il numero degli ospiti rendendo le presentazioni generali 
una cosa impossibile, tocca alla padrona di casa 
provvedere che chi, per quanto ella sa, non ha conoscenti, 
venga messo in rapporto con qualcuno.
Di solito ad una veglia di gala si vien verso le dieci; 
però vi son eccezioni accennate dal desiderio dei padroni 
di casa. Venir troppo tardi è mancanza peggiore che venir
troppo presto.
<pb n="75"/>
Gli inviti che per la veglia intima si fanno a voce 
una volta per sempre, si fanno invece per iscritto od in 
istampa, secondo la formola francese, ma senza il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">monsieur
et madame</foreign>, cioè:
<hi rend="italic">«Aristide e Celestina Marli pregano il signor ecc. di 
passar con loro la sera del 3 febbraio. Si ballerà ».</hi>
Oppure: <hi rend="italic">invitano il signor ecc. a prender il</hi> <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> <hi rend="italic">con loro...</hi> 
oppure... <hi rend="italic">ad assistere al ballo che daranno il ecc. ecc.</hi>
Quell'invito, chiuso in una busta, vien mandato per 
mezzo dei servi, non <hi rend="italic">mai</hi> messo alla posta. Si spedirà 
almeno otto giorni prima.
Non occorre rispondervi; però, anche non accettando, si 
va a far una visita di ringraziamento.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO III">
<head>Balli.</head>
<p>Balli! Ecco una parola, nella quale, come in certe musiche 
dell'avvenire, si può trovare, a seconda dei proprii 
gusti, e delle proprie idee, quell'armonia e quell'espressione 
che si vuole.
Pei babbi, suona <hi rend="italic">aspra</hi> e <hi rend="italic">chioccia</hi>: li fa pensare alla
spesa.
Per le mamme suona monotona e grave: cinque, sei 
ore d'immobilità, in un circolo di immobili matrone, una 
penitenza da facchiro indiano!
Ed i facchiri almeno non hanno le orecchie rintronate 
da un'orchestra chiassosa, non hanno occhi e naso offesi 
dal polverio, non si sentono a pestar i calli dalle coppie 
squilibrate ed a ventilar la faccia dalle gonne!
Per le signore... quasi mature, suona dolorosa come 
il rintocco della campana che avvertiva Marino Faliero 
della sua destituzione.
<pb n="76"/>
Pei giovinotti che ballano suona allegra e gradita.
Per le ragazze... oh! per le ragazze suona come inno 
giocondo di speranza, come musica celestiale: racchiude 
tutte le visioni e tutte le promesse.
È una poesia in azione, è una dolce follia che fa dimenticare 
la realtà dell'esistenza, il bucato da rammendare, 
la fantasia di Raff da imporre alle dita ribelli, la 
persecuzione di un pretendente calvo con occhiali d'oro, 
il vestito più bello dell' amica Emma, insomma, tutte 
le <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">petites misères</foreign> d'una vita da ragazza ventenne.
Quante emozioni e pei preparativi e per la partenza
e per l'ingresso nelle sale piene di fiori e sfolgoranti di 
luce!
L'ingresso al ballo come lo fate di solito, signore 
lettrici?
- Ma, mi risponderete tutte, s'entra a braccio del proprio 
cavaliere o del padrone di casa.
- Ed entrate così, alla spiccia, appena spogliate della 
mantellina bianca guernita di cigno o della splendida  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sortie</foreign> 
di stoffa turca ricamata d'oro?
- Ma... certo... Che altro si può fare?
Ebbene, una signora veramente perita della società deve 
avere, per entrare in una sala da ballo, un codice suo, 
come quello che lessi, tempo fa, in un brioso libro parigino.
È smilza?
Aspetterà per entrare che passi una signora secca come 
acciuga.
È grassoccia?
Scivolerà dietro ad una signora che sembi un barile.
È bionda?
Aspetterà una bruna.
È modestamente vestita?
Aspetterà una signora con <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toletta</foreign> sgualcita o scura.
Entra una stella, una donna che brilla o perchè elegante 
o perchè bizarra?
<foreign xml:lang="de" ana="forestierismo">Halt</foreign> generale!
<pb n="77"/>
Bisogna che si quieti la commozione di quella comparsa; 
chi entrasse allora non gli si baderebbe...
Ma lasciamo queste celie e veniamo al sodo.
Ai balli ci vuol per le signore vestito chiaro ed a strascico, 
per gli uomini marsina, cappello a molla, cravatta 
e guanti banchi.
L'invito va fatto almeno otto giorni prima della festa; 
si fa in istampa e si manda all'invitato mediante i servitori.
Ci vuol un'orchestrina od almeno un maestro al pianoforte; 
se il ballo si protrae a lungo, al <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> si aggiungono 
delle carni fredde, tacchini, fagiani, prosciutto; lo 
si serve all'una, facendolo precedere da gelati e bevande 
fredde, e seguire dal <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">punch.</foreign>
Sarebbe inqualificabile tener gli ospiti fino alle tre o 
alle quattro senz'altro ristoro che del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> e delle paste.
Una volta, il mazzo di fiori ed un fazzoletto in mano 
erano di <hi rend="italic">rigore</hi> pel ballo - ora il fazzoletto resta in tasca 
ed il mazzo di fiori dal giardiniere. I fiori però sono ancora 
usati in Inghilterra.
Le signorine e le donne attempate non devono essere 
scollacciate; la madre che accompagna delle figlie deve 
scegliere un vestito ricco, ma non chiaro, nè di stoffa leggera;
il raso nero, per quanto bello, da noi non è ammesso 
ai grandi balli, benchè lo sia in Francia. Il velluto 
nero, invece, lo è.
Una signora non balla che con chi le è stato presentato: 
si eccettuano, però, i militari o funzionari in uniforme.
Non è lecito rifiutare un ballerino senza motivo ed accettarne 
un altro per lo stesso ballo: è bene notare gl'impegni
sul libriccino per evitare ogni confusione.
Una ragazza, dopo aver ballato, tornerà vicino alla 
madre, non si fermerà in altra sala col ballerino, nè 
<hi rend="italic">mai</hi> andrà con lui alla credenza (<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">buffet</foreign>).
<pb n="78"/>
Un giovane, per prima cosa, invita a ballare la padrona 
di casa o la figlia di lei: sarebbe molto scortese, da 
parte sua, dimenticare la ballerina o tardar ad andar a 
prenderla.
Il cappello a molla va tenuto in mano e lasciato sotto 
alla seggiola della ballerina; così fanno gli ufficiali della
spada.
Chi sa ballare è scortese rifiutandosi a prender parte 
alla festa: ma chi <hi rend="italic">non sa</hi> si rende ridicolo ed importuno, 
imbrogliando le figure delle quadriglie e mettendo 
la ballerina in pericolo di fare un capitombolo.
Una ragazza non balla mai tre volte con lo stesso ballerino, 
se non le è fratello o sposo.
Le signore devono evitare ogni affettazione, non ballare 
con aria svenevole nè con vivacità da baccante. Nulla
è più brutto che veder sul finir d'una festa una signora
rossa, scapigliata, con le trine e le gale della gonna strappate; 
qualunque piccolo disordine si ripari subito nella 
stanza opposta, dove ci sarà la cameriera con tutto il 
necessario per rinfrescare una <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toletta</foreign> compromessa: aghi,
cotone, spilli, pettine, forcine, cipria, ecc.
Il contegno è un grave quesito per le donne, che al ballo 
sono sempre molto osservate. Non dev'essere nè troppo allegro, 
nè immusonito.
Al ballo, come sempre, d'altronde, in quei <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">salons dorés</foreign>,
in cui la fantasia femminile vede l'Eden, ci vuol la forza
d'animo di un Muizio Scevola per sorridere sotto lo strazio
della vanità ferita: una signora che si veda trascurata, che
si accorge di aver una <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toeletta</foreign> inferiore a quella delle
altre e di sfigurare, deve pur sempre guardarsi dal far il
broncio, il quale rende spiacevole il più caro visino. Conviene 
dirsi, in quei casi, che la società ha molte bizzarrie,
ma che non è il trionfo di una sera che costituisce la felicità, 
o procaccia la stima. Nulla in fondo è più strano ed
indefinibile del trionfo d'una donna al ballo, trionfo dovuto
a venti combinazioni diverse - l'opinione di uno di quei
vecchi <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">lions</foreign> che son reputati conoscitori della bellezza femminile, 
<pb n="79"/>
il buon gusto d'un abbigliamento, la bizzarria di 
un accessorio, e finalmente la novità d'una prima comparsa -
piuttostochè ad una vera ed incontestabile superiorità 
di grazia, eleganza e bellezza. Sta male d'altra parte,
se trionfo c'è, inorgoglirsene e profittarne per assumere 
un contegno un po' ironico verso le altre signore.
Dopo il ballo tutti devono una visita ai padroni di casa.
Non v'ha bisogno di raccomandazioni pel dialogo: al 
ballo si parla poco. Soltanto Ie signore e signorine si
guardino dal pigliar per buona moneta le proteste che
fanno parte quasi dei doveri di un ballerino: ai complimenti 
rispondano con uno scherzo, e se quei complimenti 
sono arrischiati, dicano, con certa freddezza, che non gustano 
quel genere di cortesia.
I signori non mettano le ballerine nell'imbarazzo con 
una fila di complimenti esagerati.
Le signore non devono, se sentono portar a cielo la bellezza 
d'un'altra donna, sussurrare: Non mi sembra!... Non 
capisco quel che ci trovano..., insomma qualche frase che 
possa farle supporre invidiose. Che serve? Le belle restano
belle... checchè si dica. In un uomo il vantare ad una 
donna l'avvenenza delle altre signore è cosa affatto scortese.
Perchè? Per la semplice ragione che si deve sempre 
mostrarsi occupato della persona con cui si parla, e che 
il lodare le altre fa supporre che la si conti per uno zero.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO IV.">
<head>A teatro.</head>
<p>Sembrerebbe molto semplice qui l'indicazione da seguirsi.
Star attenti, ecco tutto: ma gli è ciò appunto che difficilmente 
si ottiene nei teatri italiani, con gran meraviglia 
dei francesi e tedeschi pazientissimi uditori di Wagner,
rassegnati a quattro ore di teatro, al buio, con vietata 
l'uscita; un carcere musicale, che!
<pb n="80"/>
Ciarlare ad alta voce, interrompere con stridule risate 
un adagio che tutti ascoltano religiosamente, ecco una 
cosa riprovevole in tutti.
Nelle signore è specialmente disdicevole l'alzarsi, lo 
star in piedi, lo sporgersi in fuori, l'agitarsi, il cercar 
insomma di dar nell'occhio.
Nei signori, lo sbatter le porte, il far del proprio palchetto 
un salottino di circolo.
Generalmente in teatro le signore occupano i due posti 
vicini al parapetto, la madre quello che guarda la scena, 
e la ragazza quello che guarda il teatro; se ci sono due 
figlie si alternerà, perchè non starebbe bene che le figlie 
rimanessero sempre davanti. I signori stanno negli altri 
posti: è di prammatica che babbi, fratelli, mariti, cedano
 il posto più vicino alle signore ai visitatori che si 
presentano.
Le signore non fanno visite da un palco all'altro: eccezionalmente, 
vedendo un'amica od una congiunta in palco 
<hi rend="italic">suo</hi>, è lecito andarla a salutare; ma, lo ripeto, si deve 
considerare la cosa come un'eccezione.
Vi son dei casi in cui gli uomini occupano i buoni posti; 
gli è quando si tratta di principi od alti dignitari. Chi 
abbia in palco un forestiero di grado ragguardevole, od 
<hi rend="italic">attempato,</hi> può anche insistere perchè stia davanti.
Vedendo degli amici in platea non si deve interpellarli, 
nè far loro dei segni: bisogna limitarsi ad un cenno del 
capo. I visitatori si trattengono (a meno d'esser intimi) 
una diecina di minuti: però non si deve mai entrare, nè 
uscire dal palchetto altrui (nemmeno dal proprio, potendo 
evitarlo) nei momenti di più alto interesse.
In Francia, le signore vanno talvolta nella sala del ridotto, 
detta <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">foyer</foreign>: da noi no, toltene le sere di veglia 
in maschera. Un uomo che scorti delle signore a teatro 
offrirà loro dei rinfreschi; non le lascierà mai sole per far 
delle visite in altri palchi, meno il caso in cui ci fossero 
parecchi visitatori: ma anche allora la sua assenza 
dev'essere brevissima, perchè non restino abbandonate. Una signora 
<pb n="81"/>
che non abbia cavaliere, se attempata, può, andando 
a teatro con un'amica, farsi scortare dal servitore. Ma non 
deve mai apparir <hi rend="italic">sola</hi> in palco, se non vuol esser confusa 
con persone di condotta dubbia.
Un uomo che abbia una signora a braccio non saluterà 
mai una donna notoriamente disonesta e respinta dalla 
buona società. Se una sinora incontra, a teatro, un uomo 
di sua conoscenza con persone di tal genere, non deve guardarlo,  
nè mai alludere, nemmeno scherzosamente, a quell'
incontro.
È lecito ad una signora valersi del canocchiale; le signorine 
però non guarderanno col canocchiale in platea, 
nè fisseranno gli attori.
Le signore non applaudono: gli uomini non dovrebbero 
fischiare in nessun luogo: comunque, non si fischia <hi rend="italic">mai</hi> 
in palco.
Molti considerano il venir tardi a teatro come indizio di 
superiorità; secondo loro dà l'impronta del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chic</foreign>. Invece 
il veder i palchetti vuoti fa sfigurare il teatro; e venir alla 
fine dello spettacolo è un'esagerazione; ma ciò che è più 
biasimevole si è l'entrare rumorosamente quando tutti 
ascoltano con attenzione un cantante di vaglia, ed il chiasso 
quindi disturba l'intero pubblico.
Nell'uscire da teatro le ragazze vanno insieme se sono 
due, lasciando il cavaliere alla mamma: se non c'è che 
una ragazza, questa uscirà a braccio della madre col babbo 
per scorta; se oltre il babbo v'hanno altri cavalieri, darà 
lei il braccio al babbo, lasciando il cavaliere, che non 
fosse di famiglia, alla madre. Se tutti i cavalieri sono 
estranei, uscirà con la madre.
Prima di chiudere toccherò un argomento delicato.
Molte signore hanno il debole di scollacciarsi troppo. 
Secondo loro è colpa la sarta, è il vestito che scivola... 
non se ne accorgono... Ad ogni modo le prego di <hi rend="italic">accorgersi</hi> 
in tempo e di credere che quell'uso è molto reprensibile e 
non piace ad alcuno. La verecondia è sempre apprezzata, 
anche da chi ostenta di amar il vizio.
<hi rend="italic">Galateo della Borghesia.</hi> - 6.</p>
<pb n="82"/>
</div>
<div n="CAPITOLO V.">
<head>Concerti.</head>
<p>Nei concerti diurni sola regola è non entrare durante 
l'esecuzione delle suonate, non girar troppo in cerca di 
posti buoni, giacchè così si disturbano gli uditori seduti, 
non ciarlare, non dir forte il proprio parere quando 
è contrario a quello della maggioranza, e molto meno 
discuter con veemenza per sostener la propria opinione.
In fatto di musica i gusti non sono soggetti a nessuna 
legge: ai negri piace il <foreign xml:lang="hi" ana="forestierismo">tam-tam</foreign>, ed a molti bianchi il 
flauto; c'è chi sbadigliando vi giura che ricava gran diletto 
dalla musica dell'avvenire, e chi non vuol saperne 
che della <hi rend="italic">Traviata</hi> e delle cavatine: ognuno ascolti ciò 
che gli garba, e tutti pari.
Nell'uscire dalle sale di concerto come dal teatro ci 
vuol pazienza e garbo:non bisogna spinger alcuno, nè 
lavorar coi gomiti. Vi sono di quelli a cui la folla mette 
sgomento, che si dimenano per uscirne e pestano calli, 
sfondano costole alla disperata. Prego costoro di uscir 
prima che lo spettacolo sia terminato, o di aspettare che 
sia sfilata la gente, per non renderla vittima del loro speciale 
nervosismo.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO VI.">
<head>Pranzi, cene e colazioni.</head>
<p>Per scrivere degnamente un simile capitolo bisognerebbe
ispirarsi a Brillat-Savarin, che dettava la fisiologia 
del gusto, mettendo nella scienza culinare tanto brio, 
erudizione e grazia da far del suo lavoro un'opera letteraria.
Ma io non mi arrischierò a scendere ai particolari del 
pranzo: mi limiterò ad indicare le norme che si seguono 
per servirlo, tanto quando si hanno ospiti di riguardo, che 
quando s'è soli o con intimi.
<pb n="83"/>
È positivo però che un buon pranzo, checchè ne dicano 
le donne romantiche, cui par cosa bassa occuparsi del cibo 
- un buon pranzo, ben servito, ha il suo merito, e che 
senza esser voraci o ghiottoni, saper assaporare un manicaretto 
è anch'essa una buona qualità.
I commensali che rimangono mesti e tetri fan pensar 
al convito di Domiziano, e corrispondono male alla cortesia 
usata nell'invitarli.
Un certo tale, che faceva l'uomo serio, avendo detto con 
prosopopea ad un amico: per me tutti i cibi sono uguali! 
- Ebbene, caro mio, rispose l'amico, un parigino, in 
questo caso avete la <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">bouche bête</foreign>, ecco tutto!
Però anche nei pranzi s'è introdotta ora qualche miglioria; 
per esempio, ci sono meno piatti, ma più fini: 
non si mette più l'ospite a rischio di morir lì per lì di 
sazietà, non si emulano i pranzi antichi che duravano 
due giorni, con dei pasticci  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">monstre</foreign> per ornamento, da 
cui scaturivano delle nidiate di uccelli, oppur balzava, 
come da una  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">boîte à surprise</foreign>, il nano di corte; ma si 
offre un pranzo sapiente, che non può nuocer alla salute 
e giova al buon umore, esilara gli spiriti preoccupati.
L'essenziale poi si è che sia <hi rend="italic">servito bene:</hi>l'occhio vuol 
la sua parte.
Abbiate quindi per norma, care signore, di occuparvi 
dei particolari, d'esigere un po' d'accuratezza; di valervi, 
anche in famiglia, di piatti uguali, non incrinati, 
non rotti, di metter sempre due bicchieri, uno per l'acqua, 
uno pel vino (a calice), un vaso con fiori, o una pianta 
verde nel mezzo della tavola, di non far economia sul bucato. 
I porta-bicchieri, porta-bottiglie, sono banditi: secondo 
me, a torto. Preferirei vederli su una tovaglia bianca 
che notarne l'assenza sopra una tovaglia tramutata in 
carta geografica.
Taluni si valgono di tela cerata, specialmente in Francia: 
scelgono tele bianche a disegno che imiti il damasco: 
è economico, ma poco bello.
Il vino comune si mette in boccie bianche; guardatevi
<pb n="84"/>
bene però, care signore, di far questo travaso con dei 
vini fini.
Il <foreign xml:lang="fr">Bordeaux</foreign>, il Reno, vanno lasciati nella bottiglia genuina, 
e più quella bottiglia sarà impolverata e coperta 
di ragnatele, più ornerà la tavola.
Vi sono posate speciali di legno con manico d'avorio o
d'argento per l'insalata, e piatti adatti per carni e frutta:
nessuno mai si alzi da tavola e non si facciano servir 
i cibi alla rinfusa. Mangiare adagio è igienico, favorisce 
la digestione: d'altronde a tavola non s'invecchia, come 
dice il proverbio. Una cosa venga dopo l'altra, e prima 
di portarla si mutino i piatti, risciacquando coltelli e forchette 
in apposito bacile pieno di acqua bollente che si 
terrà accanto alla sala da pranzo. Insegnate voi stesse, 
care signore, alla cuoca il modo d'assettare la roba con 
cura e presentarla: il pollo recato intero può venir scalcato 
in tavola quando si è soli, su tavola attigua quando 
c'è gente; ma anche fra intimi è cessato l'uso che il 
padrone o la padrona di casa mandino essi le porzioni 
agli ospiti.
Me ne dolgo..... per me che non so scalcare, ma me 
ne congratulo per loro.
Queste norme valgono anche pei desinari fra intimi.
Una cosa che raccomando specialmente poi a chi non 
ha cuoco veramente bravo, si è di rivolgersi al salumaio, 
che potrà fornirlo di antipasti, pesci, <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">vol-au-vent</foreign>; al pasticciere, 
che gli darà gelati e torte; ma di non arrischiare, 
sulla fede di un libro da cucina, degli esperimenti 
di piatti nuovi e complicati, esperimenti che spesso 
offrono, per premio di molta spesa e fatica, un croccante 
nero e rovinoso come un castello smantellato od un budino 
ridotto in <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">purée.</foreign>
In generale, trattandosi di amici, bisogna consultare 
più il loro gusto che la consuetudine od il desiderio di 
grandeggiare.
La padrona di casa non annunzierà con pretesa modestia 
che dà un desinare cattivo, nè, al comparir d'un
<pb n="85"/>
cibo, esorterà gli ospiti a mangiare, osservando che è
buono, che l'ha fatto lei: molto meno poi metterà ella
stessa una catasta di cibo sul loro piatto, ponendoli nell'
alternativa di mostrarsi scortesi o di finire d'indigestione. 
Gli ospiti non faranno complimenti: mangieranno 
a seconda del loro appetito, senza parlar dei cibi altro 
che per dire qualche: squisito! ben riuscito davvero!
Nulla più. Le buone massaie, se ve n'ha fra i convitati, 
non dicano che a <hi rend="italic">casa loro</hi> fanno lo stufato od il risotto
secondo altra ricetta (il che implica biasimo). In una parola, 
non si faccia nulla che accenni lo scopo del pranzo 
essere la soddisfazione della gola, più che il piacere di
star in compagnia. Nemmeno fra intimi è lecito mangiar
senza pulizia, esaminar i cibi con far sospettoso che evoca 
visioni importune di mosche fritte e di capelli in salsa,
e la facezia di quel tale che al caffè gridava al tavoleggiante: 
« Cameriere, la mia frittata ha troppa parrucca: 
voglio una <hi rend="italic">frittata calva</hi> », se avrà esilarato gli ospiti, non 
avrà però favorito il loro appetito.
Nè padroni, nè ospiti parlano con chi serve in tavola, 
ed i ragazzi devono imitarli, limitandosi a chieder sottovoce 
e con garbo quel che potessero essersi dimenticati 
d'offrire.
Se c'è un piatto mal riuscito, la padrona di casa non 
deve nè dare in esclamazioni, nè istituire un'istruttoria.
« Come mai? o che cos'ha fatto la cuoca? Che grulla, ecc. ».
Taccia o si contenti di sopprimere quel cibo, ordinando
subito, sottovoce, di supplirvi, se possibile, con l'aggiunta
di qualcos'altro, uno zabaione, una torta, un salume, ecc.
Una padrona di casa non si alza mai da tavola: deve 
aver dato i suoi ordini prima e rammentarli al servitore,
a bassa voce, aver preparati dolci e vini, e farebbe ridere 
se le toccasse cercare le chiavi della dispensa e tirar fuori 
le provviste quando gli ospiti siedono già a mensa.
Come pei pranzi d'invito, così pei pranzi tra intimi, si 
arriverà sempre dieci minuti prima dell'ora fissata; si <hi rend="italic">può</hi> 
anticipar anche di mezz'ora ma non più, perchè non sarebbe 
<pb n="86"/>
aggradevole per la padrona di casa, la quale ha 
sempre molte disposizioni da dare se non possiede cuoco 
o maggiordomo.
A tavola la conversazione può esser animata, ma di 
un genere speciale, cioè a frasi corte, spezzate, un po'
facete:nessuno deve impancarsi a far lunghi racconti i 
quali, sempre interrotti dalle esigenze dell'occasione, finiscono 
col costituir un giuoco di spropositi, come questo 
racconto da me udito: <hi rend="italic">Eravamo sulla costa affamati...</hi> - 
Vuol un po' di pesce? - <hi rend="italic">Nudi...</hi> - In verità, basta 
così! - <hi rend="italic">Assetati...</hi> Questo Chianti è squisito, ecc.
Alle frutta, lo credereste? Quei naufraghi non erano 
ancor riusciti a sfamarsi, nè a dissetarsi!
Vanno evitate anche le discussioni politiche e letterarie 
che minaccino di diventar agre ed indigeste e che
mettono una tal confusione che il piatto respinto o trattenuto 
dai peroratori va e viene senza che alcuno si sbrighi. 
A tavola bisogna, in fatto di dialoghi, ispirarsi all'
esempio del Taddeo e della Veneranda di Giusti.
Arrivar tardi è insopportabile. Metter gli ospiti nel 
dubbio di non essere stati intesi; la padrona di casa
vede compromessi i suoi trionfi culinari e sprecate le
sue fatiche. S'impegnano delle gravi discussioni col marito, 
se è l'invitante: Ti sei spiegato bene? Hai parlato
chiaro? - Chiarissimo. Ho detto <hi rend="italic">martedì!</hi> - Martedì? 
Somiglia a mercoledì: se avessero inteso mercoledì e capitasssero 
domani?...
E si va e si viene dalla cucina, dove il riso diventa 
lungo come riso cotto alla viennese, ed il tacchino diventa 
carbone, sino alla finestra, dove c'è in vedetta 
uno dei ragazzi, a cui si domanda tratto tratto, come
la moglie di <foreign xml:lang="fr">Barbe-bleue</foreign> chiedeva alla sorella: - <quote><foreign xml:lang="fr">soeur 
Anne, ne vois-tu rien venir?</foreign></quote> - Spuntano? ci sono? conchiudendo: 
Non inviteremo più gente così...
Non dico il vocabolo, lo s'indovina.
Ecco le norme generali per pranzi di famiglia.
Vi sono poi delle norme sul modo di contenersi a tavola 
<pb n="87"/>
e di mangiare, le quali valgono e per se stessi e per 
ospiti amici e, naturalmente, a mille doppii, per pranzi
d'invito.
Prima di tutto non si viene a tavola che decentemente
vestiti e previo essersi ravviati i capelli e lavate le mani:
un uomo eviterà sempre, anche quando fa caldo, d'apparir 
in manica di camicia; una signora, senza busto, in 
corpetto da notte; chi facesse poi cose simili fuori di 
casa... all'albergo, come ho veduto io, si mostrerebbe più
digiuno di galateo che uno zulù.
E il caldo? Il caldo permetterà sempre una giacchetta
di tela od una leggiera bustina, ed un corpetto colorato 
di foggia un po' elegante non terrà più caldo d'un corpetto 
da notte.
Per colazione la signora sarà pettinata, o se è molto
presto (nelle case dove si mangia la prima volta alle
otto), avrà una cuffietta.
Il tovagliolo non s'appunta al collo: trovatolo nella sua
solita forma, non mutato in tricorno, nè in <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">boite à 
surprise</foreign> pei panetti, lo si pone sulle ginocchia.
Non si comincia a mangiare prima degli altri, come
non si dà mai il segnale dell'alzarsi da tavola prima che
lo abbia dato la padrona.
Si deve servirsi speditamente e senza scegliere, senza
toccar tutti i bocconi con la forchetta e senza palpar frutta
e pasticcini.
In un pranzo di famiglia il piatto verrà posto in mezzo
alla tavola: i commensali se lo passeranno: i signori (si 
mettono sempre, potendo, uomini e donne alternati) i signori 
verseranno da bere, offriranno il sale ed il pepe alle
signore.
Raccomando che vi sieno molte bottiglie d'acqua e
molte saliere.
Non si deve mangiar troppo adagio sì da ritardar il
servizio, nè inghiottire come affamati.
Raccomando ai signori che hanno barba lunga di non
farne un ricettacolo di bricciole, ed a quelli che hanno
<pb n="88"/>
enormi mustacchi di asciugarli spesso, nulla essendo meno 
appetitoso che dei mustacchi intrisi di brodo o di crema.
Le ossa non si stritolano, non si succhiano.
Il pane si rompe, non si taglia: le salse si abbandonano 
al gatto, nè si fa spugna della midolla di pane:
si tien il coltello nella destra, la forchetta nella sinistra,
tagliando la carne man mano e non mai sminuzzandola 
prima come cibo preparato pei polli. - La porzione si 
prende piccola, in casa privata, perchè se il cibo vi piace 
sapete di poterne riprendere, se non vi piace evitate così 
di lasciarlo sul piatto, il che è un'offesa alla padrona di 
casa.
In certi luoghi predomina tuttavia il falso concetto che 
per mostrare che non si è golosi, bisogna accumulare 
una catasta sul piatto... e lasciarvela, sciupando il ben 
di Dio. Ignoro davvero dove si sia pescata sì balzana 
norma di civiltà. L'ho però veduta a metter in pratica,
in casa mia, da due sposini, i quali, dopo aver <hi rend="italic">sequestrate</hi> 
la maggior parte delle cose servite, non le assaggiarono 
neppure, con affettazione così burlesca che nemmeno 
il gelato, le torte e le frutta trovarono grazia ai 
loro occhi. Usciti da casa mia andarono difilato al caffè...
dove passando li vidi un'ora dopo mangiare a due palmenti.
Era civiltà il loro rifiuto? Era impaccio? <hi rend="italic">Non sapevano 
come mangiare davanti a gente di soggezione?</hi> -
Forse: quell'inconveniente tocca spesso a quelli che si 
abituano, per comodità, a mangiar male.
Non si beve a bocca piena: non si mettono pesche,
biscotti e zuccaro nel vino: non si tocca il cibo nel piatto 
comune con la propria forchetta: non si prende una gran 
porzione, offrendone metà al vicino, ed in genere non si 
offrono cose che possono dispiacere agli schifiltosi: non 
si da ad assaggiare roba propria, non si chiede di assaggiare 
quella di altrui, nè vino, nè bibite. Per quanto 
possibile si evita di soffiarsi il naso e sputare. Se si è 
troppo infreddati non si accettano inviti.
<pb n="89"/>
Le ossa si spolpano col coltello; non si pigliano mai 
con <hi rend="italic">una</hi> mano, men che meno con <hi rend="italic">due</hi>, imitando il gesto 
famigliare delle scimmie.
Si mangia con misura per non rimaner intorpiditi come 
serpenti boa, o non essere costretti, l'uomo a sbottonarsi 
il <hi rend="italic">gilè</hi>, lasciando che ne trabocchi la <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">bedaine</foreign>, le signore, 
chiuse nel busto, a soffrir una specie di supplizio del 
medio evo, diventando violetta e correndo rischio di rimaner 
basite lì per lì. I ragazzi,che hanno <hi rend="italic">forse</hi> meno 
giudizio ancora degli adulti, non vanno esortati a mangiare: 
l'ospite renderebbe loro un cattivo servizio e moralmente, 
facendo eco alla loro gola naturale e, fisicamente, 
compromettendo il loro stomaco.
Non si beverà in modo eccessivo, per evitare..... Qui 
non occorre dir altro, eh? perchè da Noè in poi gli effetti 
del vino si conoscono.
Le frutta presentano un grave quesito.
Non vanno prese in mano che per pelarle, poi si tagliano 
a fette col coltello e si recano alla bocca colla
forchetta: mele, pere, pesche, fichi vanno soggette a
quella legge; le noci, in una tavola ben servita, si recano 
già spezzate; riguardo all'uva, chi segue il sistema
igienico di non inghiottirne la buccia (ed è igienico davvero, 
sapete, care signore!) deve mangiarla... in camera 
propria. Non c'è che un frutto che mi abbia gravemente
preoccupato,senza che potessi sciogliere il quesito. Indovinate: 
Sono le ciliege. Evidentemente non si può, come 
nel caso delle pesche, estirparne il nocciuolo con la punta 
del coltello; non si può nemmeno sputarlo nella mano, 
come fanno taluni.
Vi sono certe forme di pulizia che riescono più disgustose 
della stessa mancanza di mondezza.
E dunque che si farà?... Davvero non lo so e non ho 
veduto questo caso citato in nessuno dei dieci o dodici galatei 
che esistono a mia conoscenza. Non vedo modo 
d'uscire dal perfido dilemma: sputar i nocciuoli... o inghiottirli, 
un dilemma che somiglia un pochino a quello
<pb n="90"/>
che Bernabò poneva sul Ponte del Naviglio ai due frati 
latori della scomunica: O mangiare o bere...
Care lettrici, studiatelo voi il quesito, e se scoprite altra 
soluzione - mi raccomando - comunicatemela.
Portar in tavola quei certi bicchieri a sottocoppa in 
cui si risciacquava la bocca anni fa, è usanza tanto vieta
che è il caso di ridere di chi la mette in pratica piuttosto 
che degli ingenui, i quali, vedendo quell'acqua fumante 
sparsa di buccie dorate di limone...... la recano 
alle labbra.
Si costuma però in certe case recar delle coppe di cristallo 
piene d'acqua profumata dove il commensale intinge 
le dita.
Intascar frutta o dolci... pei bimbi che sono a casa, è 
una sconvenienza.
Però l'anfitrione può senza ledere la creanza, quando 
si tratti di parenti od intimi, dare all'ospite qualche confetto 
in belle carte colorate o dorate da portare alla sua famigliuola.
Nei conviti di nozze quei dolci si danno sempre, mettendoli 
in appositi e ricchi sacchetti.
È formola vieta il chieder dopo pranzo al vicino se ha 
pranzato bene.
Più vieto ancora il congratularsi seco stessi del buon 
pranzo con ingenue esclamazioni: - Ah! che scorpacciata! 
Come ho mangiato bene! Son sazio fino agli occhi! - 
senza contar le terribili espressioni: - Grazie, 
sono stufo; son obeso, non ne posso più...
Come qualificare poi le persone che, sia da un ospite, 
sia all'albergo, s'incoraggiano a vicenda a mangiare più 
del bisogno con le frasi: - Non costa nulla, - oppure: 
- Dal momento che si paga a pasto!...
- Esistono simili persone? direte voi.
Eh! altro, care signore! esistono. E sono spesso persone 
facoltose, gente che se ne tiene e mangia tartufi e 
guarda d'alto in basso l'uomo cortese... che per mediocre 
fortuna è costretto a mangiar male!</p>
<pb n="91"/>
<div n="PARAGRAFO I">
<p><hi rend="bold">Pranzi di gala.</hi>
Il servizio per questi pranzi può essere fatto alla 
russa ed alla francese; naturalmente richiede una certa 
etichetta.
Ecco le differenze di questi servizi.
Cominciamo dal servizio alla russa.
In mezzo alla tavola si metterà un largo canestro di 
fiori; ai lati due vasi; tra i fiori due torte o croccanti 
di bell'apparenza; qua e là delle alzate piene di dolci e 
di confetti, delle piramidi di frutta e delle coppe di cristallo 
a piede basso, piene di conserve.
Nel servizio alla francese è lecito invece di preparare 
sulla tavola degli scaldavivande, su cui si prepara il primo 
piatto e di far trovar agli ospiti la minestra in tavola 
già servita.
Da noi, a dir vero, l'uso, che modifica sempre le norme 
stabilite, vuole che si unisca il sistema russo al francese.
Gli scaldavivande non si costumano punto; bensì invece 
ornarsi la tavola con le frutta e le torte, e prepararsi 
la minestra in tavola prima di chiamare gli ospiti.
I servitori avranno guanti bianchi.
Per un pranzo di gala ci vogliono da quattro a cinque 
bicchieri per vino da pasto, acqua, Madera, Sciampagne, 
Reno.
Si mettono alla destra del convitato nell'ordine seguente: 
il bicchiere per <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Bordeaux</foreign> ed il bicchiere per
l'acqua vicini; davanti a questi, verso il mezzo della tavola, 
il bicchiere da Sciampagna; dall'altra parte, cioè 
verso l'orlo della tavola, il bicchiere di Madera o di 
Reno.
Naturalmente, se vi fosse maggior numero di vini, s'aggiungerebbero 
bicchieri per ogni qualità.
Ecco l'ordine in cui si versano i vini.
Dopo la minestra Madera o vini di Sicilia, col primo
<pb n="92"/>
piatto vini di Borgogna e di <foreign xml:lang="fr">Bordeaux</foreign>, detti di seconda 
qualità; tra i piatti freddi e gli arrosti si offre il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Bordeaux</foreign>
sopraffino ed il Reno.Le prime qualità di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Bordeaux</foreign> 
e di Borgogna si dànno col secondo servizio, mentre 
lo <foreign xml:lang="es" ana="forestierismo">Xeres</foreign> si riserba pei piatti dolci. Finalmente, alle 
frutta, si presentano i moscatelli, i vini bianchi d'Alicante, 
il Malvasia, il <foreign xml:lang="hu" ana="forestierismo">Tokai.</foreign>
In quanto al vino di Sciampagna, è uno sbaglio credere 
che si offra alle frutta; si reca durante tutto il pranzo.
Forchetta, coltello e cucchiaio si dispongono insieme 
alla destra dell'ospite.
Le posate per frutta constano di due coltelli, di cui 
uno a lama d'argento per frutta; un cucchiaio, una forchettina 
ed a volte un panino.
Ecco l'ordine del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">dessert.</foreign>
Formaggio, frutta, paste, dolci, gelati.
Però l'uso da noi fa porgere spesso per primo, dopo 
il formaggio, il piatto dolce caldo, poi il gelato con paste, 
e per ultimo frutta e confetti.
Se si offrono gamberi si farà recare poi delle scodelle 
di cristallo piene d'acqua tepida profumata per intingervi
le dita.
Se il pranzo ha luogo di venerdì, vi debbono figurare 
anche molti piatti di magro per chi non mangiasse 
carni in quel giorno.
Bisogna provvedere perchè a tavola non manchi lo spazio.
La giusta misura è di 60 centimetri per convitato; 
sotto alla tovaglia si porrà sempre una fitta coltre di 
quella stoffa bianca e morbida detta <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">molleton</foreign>, perchè non 
si senta rumore quando i piatti vengon posati sulla tavola.
In generale il servizio va fatto col menomo chiasso 
possibile; gli ordini vanno dati a bassa voce.
Il servizio da tavola dev'essere tutto eguale; sarebbe
ridicolo e sconveniente associar piatti di genere diverso.
Il genere preferibile è la porcellana bianca con filetto 
d'oro e cifra. I piatti d'argento sono cosa splendida 
ma ora che il <hi rend="italic">christofle</hi> è così comune, trovo più bella,
se non più ricca, la porcellana.
<pb n="93"/>
Per le frutta si può avere un servizio speciale di piattini 
dipinti ed ornati con maggior ricchezza.
I piatti si presentano al convitato dalla parte <hi rend="italic">sinistra;</hi> 
il vino gli si versa dalla parte <hi rend="italic">destra.</hi>
Quando il numero degli invitati oltrepassa la mezza 
dozzina convien mettere sul piatto una cartolina recante 
il nome d'ognuno. Quelle cartoline diventano ora un oggetto 
di lusso. Si ponno dipingere all'aquerello ed ornare 
in molti modi.
Si unisce pure spesso la lista del pranzo, cosa grata
ai buongustai.
La scelta dei posti è spesso un affare molto grave e 
dà luogo ad offese o puntigli, essendo difficile stabilire 
a chi tocchi il posto d'onore. Comunque, di solito si 
mette accanto alla padrona di casa <hi rend="italic">l'ospite principale,</hi> 
quegli per cui si dà il pranzo - alla sinistra della 
padrona di casa un altro signore. La signora più considerata 
va messa alla destra del padrone di casa; quella 
che si reputa abbia diritto al secondo posto d'onore si 
colloca alla sua sinistra. Il terzo posto d'onore per uomo 
è quindi alla destra della prima signora, il quarto alla 
sinistra della seconda e così via. Non si mettano vicine 
delle persone della stessa famiglia.
Gli anfitrioni si pongono uno rimpetto all'altro.
Le persone giovani ai due capi della tavola; non si 
fa eccezione che per le <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">demoiselles d'honneur</foreign> ed i <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">garcon 
de noce</foreign> di cui parlerò poi.
Quando vi sono due servitori si comincia il giro dalle 
due persone poste ai fianchi dei padroni di casa, poi si
prosegue, tornando alla seconda di destra. Se non vi ha 
che un servo si comincia dalle due signore poi si continua
il giro.
Gli ospiti devono essere esatti: secondo la moda francese 
è debito arrivare dieci minuti prima: secondo l'inglese 
si calcola con matematica precisione il momento
in cui il pranzo verrà servito.
L'anfitrione ha obbligo d'imporre al proprio cuoco la 
massima puntualità.
<pb n="94"/>
Non v'ha cosa più uggiosa che un inesplicabile ritardo, 
durante cui gli ospiti, raccolti in salotto, non sanno che 
fare e che dire e si sogguardano come altrettanti conti 
Ugolini, pronti a risolvere col loro contegno i dubbi che 
vertono sul famoso verso di Dante:</p>
<quote>
<lg>
<l>« Poscia più che il dolor potè il digiuno ».</l>
</lg>
</quote>
<p>Quando il servo annunzia che: È servito (<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">madame est 
servie</foreign>), la padrona di casa con un cenno chiama colui 
che per età o posizione dev'esser suo cavaliere e gli dà 
il braccio. Se la signora non ha il marito, passa per la 
prima; se l'ha, tocca a lui la precedenza, dovendo egli 
scortare la signora più <hi rend="italic">onorata</hi> della società.
Notisi qui che l'onore si tributa piuttosto all'età che 
alla posizione, e che sarebbe disdicevole dar il passo ad 
una sposina sopra una vecchia signora, se anche è in 
condizione più cospicua.
Il cavaliere offre alla dama il braccio destro, e se vi 
sono molte porte da passare, s'avvìa pel primo per non 
pestarle lo strascico.
Giunti in sala da pranzo il cavaliere saluta la dama 
e rimangono in piedi, aspettando di sapere qual posto 
occuperanno, oppure si dànno a leggere i cartellini preparati 
sui piatti.
Quando son seduti salutano i vicini (ogni vicino poi 
s'occuperà più specialmente della persona che avrà a 
destra) e non cominciano a mangiare che quando vedono 
tutti pronti... a quel grande e festoso lavoro.
Le colazioni e cene seguono le norme del pranzo; ma 
vi son meno cibi, la zuppa è esclusa ed invece si aggiunge 
del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> dopo le frutta.</p>
<pb n="95"/>
</div>
</div>
</div>
<div n="LIBRO V">
<head>CERIMONIE</head>
<div n="CAPITOLO I.">
<head>Preliminari di matrimonio.</head>
<p>Ah! no, care signore! Il galateo qui non ce lo metterò: 
non misurerò le parole allo sposo, nè gli sguardi 
alla signorina, non pretenderò trasmutarli in automi.
Quelli che si amano restino liberi di confessarselo valendosi 
di uno degli infiniti milioni di modi e di frasi che 
da Adamo in poi hanno servito agli innamorati per rivelar 
ciò che avevano nel cuore:occhiate furtive, lagrime,
parole tronche.
Quella prima pagina della vita a due è poesia ed il 
galateo non c'entra. Ma... qui la realtà prosaica mozza 
le ali al mio slancio anti-convenzionale, ma, cara signora, 
i matrimoni, almeno da noi..... generalmente..... 
al giorno d'oggi... non si fanno per amore.
Ah! è vero, è giusto, dite bene, signore mie.
I freddi tedeschi, gl'inglesi, principi del calcolo, e gli 
americani, principi della speculazione, onorano tuttavia il 
piccolo nume monello, con la benda sugli occhi: ma nelle 
terre latine, nelle terre della poesia, della luce e del 
canto lo si dimentica.
I nordici si amano, se lo dicono, si promettono, si 
attendono per due, tre, dieci anni, l'uomo lavorando ad 
acquistar fortuna per ornare il suo nido, la donna ad 
acquistar belle doti e coltura; da noi sono i notai che 
ravvicinando le teste canute, i babbi che parlando di 
cifre, conchiudono i matrimoni.
<pb n="96"/>
Ebbene, no. Le cose non sono a questo punto: non 
esageriamo. L'amore c'è tuttavia, e spesso, nei matrimoni 
combinati, i due sposi, giovani e belli, dal cuore 
libero, s'amano appena si vedono e se devo dir schietto 
il mio parere, credo che il numero delle <hi rend="italic">passioni</hi> assurde 
è forse diminuito, ma che son anche diminuiti i matrimoni 
conclusi per forza.
- Perchè le ragazze sono positive, sclama qui un 
pessimista.
- Perchè sono intelligenti e colte, risponde un fautore 
del progresso.
Ma, lasciamo le divagazioni e torniamo al galateo.
Esso esige che il giovine si presenti con gran sussiego 
al babbo o tutore della signorina e faccia la sua domanda.
Il babbo risponde che... risponderà domani per consultar 
la signorina.
La signorina risponde di sì.
Allora lo sposo, avvertito, si presenta: la mamma
spesso, con ingenuo stupore delle sorelline della neo-fidanzata,
la lascia sola per un momentino col pretendente
e dicono... dicono assolutamente quel che vogliono. Soltanto 
che lui eviterà di mostrarsi famigliare od importuno, 
che non tratterà con una signorina ammodo, con 
la futura moglie, come con una qualunque conquista.
Il riserbo in quei primi rapporti è una legge giustissima 
perchè molti matrimoni vanno in fumo all'ultimo momento, 
e se lo sposo si fosse permesso di assumere un 
contegno troppo famigliare, ne rimarrebbe un po' pregiudicata 
la signorina.
Appena combinate tutte le questioni d'interesse ed i 
piani d'avvenire, la notizia del matrimonio è resa ufficiale 
e ciò per evitare che altri, ignorando la promessa, si presenti 
con richieste che si dovrebbero respingere.
La signorina la dà a voce ai congiunti, alle amiche intime 
che abitano la stessa città di lei, scrive un biglietto 
agli assenti.Per gli altri l'annunzio si fa pure a voce incontrandoli; 
<pb n="97"/>
alcuni seguono ora l'uso tedesco, mandando 
dei biglietti stampati in forma di biglietto d'invito, su 
cui sta, per esempio:
MADDALENA TORRE - ERNESTO MARI
<hi rend="italic">fidanzati.</hi>
Quei biglietti servono in ispecie per conoscenti lontani.
Nel giorno successivo alla promessa si dà, in casa della 
sposa, un gran pranzo, in cui si riuniscono i membri delle 
due famiglie. Questo pranzo si ripete il giorno dopo in 
casa dello sposo.
A questi pranzi la sposa porta un vestito bianco o chiarissimo 
ed alla cintura qualche fiore, tolto al mazzo, tutto 
bianco, che il fidanzato le spedirà regolarmente ogni mattina, 
dal giorno della promessa a quello del matrimonio; 
la famiglia della sposa non riceve più, la sposa non va 
più nè a teatri, nè a balli.
Così in Francia, dove le nozze hanno luogo un mese 
dopo la promessa.
In Italia, dove generalmente invece fra la promessa 
ed il matrimonio corrono due o tre mesi, c'è meno rigore. 
La famiglia riceve, ed anzi tutto i conoscenti vanno 
a fare le loro congratulazioni. In quelle visite non si deve 
mostrar esagerata ed indiscreta curiosità - non esigere i 
ragguagli che vi vengono taciuti... ed evitare il pettegolezzo.
Ricordo più d'un matrimonio mandato in fumo per 
vane ciancie o reticenze.
Fra gli altri notai il caso seguente. Una bionda e smilza 
signorina, un tipo ossianesco, s'era fatta sposa con un giovane 
francese tutto fuoco e passione, ch'essa amava davvero 
e molto.
Un giorno, in bottega, incontra un'amica maritata, 
cervellino balzano, che si dà a farle mille interrogazioni.
- È bello? è buono? ti piace?
La signorina, riserbatissima, è al supplizio: però risponde 
<hi rend="italic">Galateo della Borghesia.</hi> - 7.
<pb n="98"/>
a bassa voce: - Sì, molto, certo, ed altri avverbi,
che non soddisfano quella che interroga.
- Insomma: alle corte, acqua cheta!sclama lei; ne 
sei <hi rend="italic">innamorata</hi>, ne vai pazza, sì o no?
- Dio mio: innamorata... no... balbetta la biondina, 
che è già color del fuoco davanti ai sorrisi furtivi dei 
commessi e degli avventori.
-Ah! lo dicevo io! grida l'altra. Come sei fredda!
E se ne va... ma la cosa non finisce lì. Essa racconta 
a chi la vuol udire ed a chi non ci tiene, che la signorina 
tale è <hi rend="italic">costretta</hi> dalla famiglia a sposare un uomo 
che non le piace, che anzi ha confessato chiaramente di 
<hi rend="italic">non amare</hi>. Lo sposo viene a sapere la ciarla. Infuriato 
corre dalla sposina, le fa una scena. Lei si sgomenta 
della sua furia, non sa, non vuole scolparsi... ed il matrimonio 
va a monte.
Torniamo alle nostre regole.
Lo sposo può venir quando vuole a trovar la sposa; 
può uscir con lei (sotto la scorta però dei genitori o 
di una parente) per la scelta della casa o dei mobili, 
scelta in cui sta bene la consulta. Vedo che in Francia 
si esige dallo sposo alla sera un vestire elegante, da 
veglia. In generale gli sposi restano nel salottino dove 
sta adunata la famiglia, ma ad un posto un po' appartato 
per essere liberi di conversare..... degli argomenti 
che preferiscono.
Dice anche il galateo che è vietato allo sposo di seder 
sullo stesso <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">canapè</foreign> della sposa, e che deve limitarsi a 
baciarle la mano.
Sono d'accordo col galateo in ciò che, davanti ad altre 
persone di famiglia o ad estranei, ogni prova di amore 
torna disdicevole. Il tenersi a lungo per mano, perfino il 
guardarsi continuamente, mette nell'impaccio gli astanti 
ed è poco verecondo.
Di solito, l'uso comune è che lo sposo dia un anello 
alla fidanzata come primo dono: può aggiungervi poi un 
medaglione col suo ritratto e man mano quanti gioielli
<pb n="99"/>
può e vuol dare. Così dicono tutti i francesi. Vedo però 
in un accreditato galateo italiano che la sposa non dovrebbe 
accettare <hi rend="italic">nessun regalo</hi>. Ignoro su qual fatto si 
basi quest'asserzione: sull'uso, no; sulle regole francesi 
che servono di base alle nostre, men che meno. Tutti 
i parenti ed amici mandano regali agli sposi. Una volta 
si davano negli ultimi giorni: ora si inviano anche uno 
o due mesi prima delle nozze.
Per questi doni conviene informarsi dei gusti della 
sposa e dei regali già avuti per evitare duplicati.
La moda ora favorisce gli oggetti artistici per ornar 
la casa;quindi chi destina il regalo allo sposo sceglierà, 
uno di questi oggetti, chi vuol far regalo speciale alla 
sposa darà gioielli. Del resto ogni cosa è ammessa: vasi, 
piatti di bronzo e maioliche, seggioline di fantasia, statue 
e perfino servizi da <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign> in argento o <hi rend="italic">Sèvres</hi>, guarnizioni 
di caminetto, ecc.
Vi sono alcune cose da osservare però; per esempio, 
a chi va in altra città non si daran cose di difficile trasporto. 
A gente ricca si potranno offrire oggetti bizzarri
o soggetti alla moda: a gente di condizione mediocre, 
invece, gioielli d'uso o cose che giovino per montar la 
casa: a gente povera, roba utile o di <hi rend="italic">valor intrinseco</hi>. 
Il corredo della sposa è dato dalla famiglia.
La biancheria di casa ed i mobili dallo sposo.
In generale, da noi lo sposo dopo l'anello, ed altri 
oggetti di fantasia, dà la catena con l'orologio ed il finimento 
di brillanti. La famiglia della sposa dà al futuro 
congiunto un anello, una catena, uno spillo a scelta.
In Francia ed in certe città d'Italia usano la così detta 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">corbeille</foreign> (canestro).
È un mobile elegante, tavolino o stipo, in cui si trovano 
dei gioielli e degli oggetti di vestiario: pelliccie, 
trine, vestiti.Una <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">corbeille</foreign> ricchissima si fa su questo 
tipo.
Tre finimenti, uno di diamanti, uno di smalto, uno 
di altre gemme.
<pb n="100"/>
Orologio con catena.
Delle liste di martora: una pelliccia di lontra, uno 
scialletto, un ombrellino, una o due liste di trina bianca, 
due vestiti di velluto, due di raso, un manico d'ombrellino 
di gran valore, due ventagli, un portafogli ed un 
portamonete, in cui vi saranno 50 Napoleoni nuovi di 
zecca, un libro d'orazioni, rilegato in velluto bianco, una 
specie di medaglia commemorativa d'oro o d'argento, con 
da un lato le iniziali degli sposi, dall'altro delle figure 
allegoriche.
Da noi questi usi non sono ancora introdotti e lo sposo 
non dà in generale che gioielli od oggetti artistici.
I matrimoni non hanno luogo se vi è qualche membro 
della famiglia gravemente infermo, nè nei primi tempi 
di un lutto.
Se un matrimonio non si effettua, si rimandano lettere, 
regali e ritratti allo sposo, nonchè i regali avuti da amici 
e parenti. È lecito alla signorina trattenere la <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">corbeille</foreign>, 
se la rottura avviene per colpa dello sposo - ma credo 
che di tal diritto nessuna persona ammodo vorrà prevalersi.
Le relazioni tra le due famiglie, di solito, cessano.
Però non sta bene il palesar ira o rancore; e meno 
si parla del motivo della rottura, meglio è.
I casi di separazione riguardano la legge non il galateo... 
essendogli contrarii in se stessi; però per essi 
valgono le norme per la rottura.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO II.">
<head>Nozze.</head>
<p>Altre volte le nozze erano incredibilmente pompose ed 
esigevano almeno otto giorni di feste e di baldoria.
Lasciando stare le <hi rend="italic">corti bandite</hi> del Medio Evo e le 
nozze di cui ci tramandano, nel <hi rend="italic">Don Chisciotte</hi>, gli sforzi 
gastronomici, basta risalire con la memoria a venti anni 
addietro...... (ed ahimè! vi risalgo! Non posso dire come
<pb n="101"/>
l'agnello di La Fontaine: <quote>Non ero nata!</quote>), basta, dico, 
risalir a vent'anni addietro per ricordarsi che allora un
matrimonio metteva sossopra le due famiglie interessate e 
tutta una tribù di parenti, oltre ad una infinità di 
vicini, adetti e curiosi...
Ecco all'incirca le nozze di quei tempi.
Si convocavano da lontane terre tutti i congiunti e nessuno 
avrebbe voluto mancar all'appello.
Figurarsi! Venivano tutti, vecchi e giovani, ricchi e 
poveri, maritate e zitelle, ed ognuno portava il suo bravo 
regalo: non roba parigina, e di moda, no; roba massiccia, 
roba di valore che potesse durar in famiglia, e chi non 
poteva spendere, recava un lavoro od una reliquia di casa, 
un oggetto d'argento o d'oro, tenuto lì in serbo e trasmesso 
di generazione in generazione.
Tutta quella gente mangiava, beveva, stava allegra. Si 
imbandivano pranzoni che duravano ore ed in cui figuravano 
tutti i cibi immaginabili. La sposa sola era un po' triste; 
essa rifletteva. Dava meno importanza alle vesti ed ai regali 
e più importanza al matrimonio; pensava al distacco 
dalla casa paterna, ai nuovi doveri, piuttosto che al corredo.
I regali non erano esposti; stavano in un cassettone, non li 
vedevano che gli intimi. Il giorno prima delle nozze si dava 
l'ultimo pranzone, il giorno stesso un ballo. Poi la cosa 
finiva con baci ed abbracci e singhiozzi sinceri da tutte 
le parti... e gli sposi andavavo a casa loro.
Oggi invece le nozze si celebrano in diverso modo.
Secondo l'uso più moderno, o, se volete, l'uso recentissimo, 
vi sono poche feste. Chi ha una villa e si sposa in 
mesi a ciò adatti, preferisce celebrar le nozze colà.Naturalmente 
allora gli inviti sono ristretti, le nozze si celebrano 
prima al Municipio del villaggio, poi nella propria 
cappella (o nella chiesa parrocchiale). Si dà una colazione 
ai pochi invitati dopo la quale sposi ed ospiti partono.
Ora il genere più <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chic</foreign> non è di fare un viaggio. I gran 
signori, e quelli che vogliono imitarli, si ritirano in una 
loro villa qualunque, oppure in qualche casina solitaria e
<pb n="102"/>
passano colà, a loro scelta, uno o due mesi di luna di 
miele.
Non posso dire che questa idea mi spiaccia. Ma a chi ha 
pochi mezzi ed è trattenuto solitamente in città dalle
proprie occupazioni, consiglio di preferire il viaggio che a 
quell'epoca potrà fare, mentre più tardi le cure di famiglia 
o gli affari glielo vieterebbero.
Comunque, segnalo l'uso, perchè chi non vuole 
viaggiare capisca che può con <hi rend="italic">tutt'onore</hi> esimersene.
In città, la <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">fashion</foreign> preferisce recarsi al Municipio di 
sera; celebrate le nozze civili, la sposa torna a casa e si
ricevono gli amici. Alla mattina, lo sposo viene a prendere
la sposa per andare in chiesa, poi, dopo una colazione,
a cui non assistono che i parenti ed i testimoni, la giovine
coppia parte pel viaggio nuziale. Due o tre giorni prima 
delle nozze, certuni danno un gran pranzo. Per lo più il 
contratto si firma in famiglia con piccola riunione di 
intimi.
Nei giorni che precedono le nozze, la sposa va a prender 
congedo dalle amiche che le rendono subito la visita, se
intime. I regali, nonchè il corredo, vengono esposti in apposita 
stanza, e tutti quelli che vengono, possono vederlo;
non si toglie che dopo le nozze. Al Municipio la sposa
porta un vestito di raso o damasco di tinta chiara, sì che
serva per la susseguente veglia, ma metterà il cappello,
un cappellino di fantasia, tutto fiori; sceglierà di preferenza 
il rosa o l'azzurro; le signore di famiglia, che sole 
avranno accesso al recinto speciale, chiuso da sbarra che 
isola gli sposi ed il magistrato dalla folla cui è lecito penetrare 
nel salone del Municipio, metteranno anch'esse 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toletta</foreign> da veglia e cappellino; recheranno in mano un 
gran mazzo di fiori.
Ai parenti la famiglia manda le carrozze del Municipio.
La veglia non si protrarrà oltre alla mezzanotte, non vi vi 
si farà musica; il trattamento sarà quello solito: acque 
gelate, sorbetti, <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign>, <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">punch</foreign>, paste, confetti.
Per la chiesa, il vestito sarà quello consueto: tutto 
\<pb n="103"/>
bianco, con velo e corona di fiori d'arancio; lo sposo sarà 
in marsina, o, per parlare italianamente, <hi rend="italic">in giubba a
coda di rondine.</hi>
Tornando dalla chiesa per la colazione, la sposa metterà 
il vestito da viaggio.
Dopo il matrimonio, si spediscono gli avvisi, concepiti
come segue:
Mario e Rosa Veri <hi rend="italic">hanno 
l'onore di annunziare alla 
S. V. il matrimonio di loro 
figlio</hi> PAOLO <hi rend="italic">con la signorina</hi>
ANGELA MONTI, <hi rend="italic">seguìto 
a Padova il 20 aprile 1880.</hi>	             
Luigi <hi rend="italic">e</hi> Pierina Monti 
<hi rend="italic">hanno l'onore di annunziare
alla S. V. il matrimonio
della loro figlia</hi> ANGELA
<hi rend="italic">col signor</hi> PAOLO VERI, 
<hi rend="italic">avvenuto a Padova il 20 
aprile 1880.</hi>                                                 
Agli amici si spedisce poi, non più una scatola di 
confetti, ma un sacchettino di raso bianco, rosa o ceruleo, 
con suvvi, a scelta, il nome di battesimo della sposa in 
oro, oppure il nome ricamato con intorno una ghirlandina.
Al ritorno, e quando la loro casa è in ordine, gli sposi 
vanno a visitare quelle persone con cui vogliono rimaner
in relazione.
In parecchie città d'Italia, è uso che gli sposi al ritorno
siano visitati da tutti i conoscenti della loro famiglia; se 
accettano la relazione, restituiscono la visita, altrimenti, 
mandano soltanto il loro biglietto.
Però l'uso di non aspettar la visita degli sposi è contraria 
alle norme del galateo ed all'uso di Francia.
In Francia, il matrimonio in chiesa si fa con più pompa 
che quello al Municipio. Se c'è ballo, alla sera del contratto, 
la sposa balla prima col fidanzato, poi col notaio.
Per le nozze in chiesa, lo sposo viene a prender la 
sposa e le reca un mazzo di fiori bianchi. In sagrestia, 
nel ricever la penna per firmare dopo di lei sul registro,
le dice: <foreign xml:lang="fr">Merci, madame.</foreign>
Dopo il matrimonio, spesso si fa la questua in chiesa.
<pb n="104"/>
Chiamano in Francia la signorina, amica o parente che 
accompagna la sposa, <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">demoiselle d'honneur</foreign>, ed il giovane,
che è con lo sposo, <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">garçon de noce</foreign>. Dev'esser un celibatario.
Per la questua si sceglie la <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">demoiselle</foreign> ed il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">garçon 
de noce.</foreign>
Il padre della sposa, o chi ne fa le veci, le dà la mano 
per condurla all'altare. Poi vengono, lo sposo con la propria 
madre, la madre della sposa col padre dello sposo, la 
 <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">demoiselle</foreign> ed il  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">garçon de noce</foreign>, i testimoni coi parenti. I
congiunti ed amici dello sposo si collocano a destra dell'
altare, quelli della sposa a sinistra.
La sposa deve camminar raccolta e non guardar intorno,
però deve anche frenar la sua commozione se fosse eccessiva, 
essendo poco lusinghiero pello sposo una signorina
che singhiozzi e sembri <hi rend="italic">trascinata all'altare</hi>. La sposa si 
toglie il guanto per ricever l'anello.
Gli sposi si recano poi in sagrestia, e colà gli amici ed 
in genere tutti gli invitati vanno a salutarli. Se sono amici 
dello sposo, questi li presenta alla moglie: se della sposa,
sono i genitori di questa che fanno la presentazione. Ben
inteso che non è luogo di lunghi complimenti: una stretta 
di mano, un augurio, ecco tutto.
Nell'uscire, la sposa dà il braccio al marito. Una volta
essa saliva in carrozza colla suocera e qualche parente,
ora invece va nella stessa carrozza del marito.
Alla veglia per le nozze si invita, secondo l'importanza 
che si vuol dare alla festa, tutti i conoscenti proprii e dello
sposo o soltanto gli amici, oppure solo le <hi rend="italic">amiche</hi> della 
sposa e le due famiglie. Vi si aggiungono sempre certe 
persone considerate come intime, come i professori o le 
maestre della signorina, il medico di casa. Bisogna evitar 
più che possibile le esclusioni che potessero offendere e 
dar luogo a rancori. Nessun parente, per quanto povero 
e vecchio e difforme, va lasciato da parte. Tocca a lui
stesso a rifiutare l'invito se, per gli anni e gli acciacchi, 
gli pesa uscir di casa e trovarsi in società.
<pb n="105"/>
Non si dica mai per scusa del non aver invitato un 
amico o congiunto: Sapevo che quella persona non poteva 
venire..., temevo di imporle una seccatura, ecc., ecc.
Un invito è una cortesia: e la persona che lo riceve ne 
è sempre lusingata. Tocca a lei il decidere se verrà o no. 
In caso di nozze si faccia l'invito anche ai lontani.
Sul contegno della sposa dopo il ritorno vi sarebbe molto 
da dire.
Nulla, per esempio, è più brutto che il veder una sposina 
che sembra inebbriata della sua emancipazione ed invece 
di ricordare i doveri del nuovo stato, non si mostra
felice che di potersi esimere dagli antichi, esce sola per 
metà del giorno, compera gingilli senza discernimento, 
legge romanzi poco morali, corre ai teatri ed alle veglie,
ricercando l'occasione di farsi vedere ed osservare, risponde 
con leggerezza ai discorsi <hi rend="italic">leggeri</hi> dei giovanotti, ed insomma, 
per farla breve, si presenta sulla scena della società 
come una stordita, una vanerella, una testa vuota.
Quella sposina non si curerà della casa, ed il povero 
marito non troverà mai il desinare pronto, nè cotto a punto,
perchè - s'abbiano pur cuochi e maggiordomi - nulla
vale l'occhio della padrona; quella sposina sprecherà e 
sciuperà in un momento, o lascierà rubare tutte le belle
cose avute pel matrimonio; non saprà crearsi un nido, 
insomma, e senz'avvedersene, perderà l'amore del marito
e la pace.
Poichè, se l'<hi rend="italic">amore</hi> tra fidanzati si nutre di chiari di 
luna e profumi e sospiri, l'amore <hi rend="italic">coniugale</hi> esige alimento 
più solido; ci vogliono per esso delle cure pazienti, dei riguardi 
delicati: la sposa deve da <hi rend="italic">ideale</hi> diventar <hi rend="italic">realtà</hi>, da 
<hi rend="italic">dea</hi> diventar <hi rend="italic">moglie</hi>, senza perdere per ciò il proprio fascino 
- anzi, nella trasmutazione, deve saper acquistar nuovi 
diritti all'affetto dello sposo - meritarsi la sua stima e 
come l'ha ammaliato per mezzo degli occhi, ammaliarlo 
poi per mezzo del cuore.
Le sposine dovrebbero tutte leggere e meditare quell'
episodio del libro di Dickens, <hi rend="italic">David Copperfield</hi>, in cui
<pb n="106"/>
l'autore, trascrivendo una pagina della sua vita, dipinse 
Dora, la <hi rend="italic">moglie-bimba</hi>, che ama, ma presso cui non trova 
nè appoggio, nè pace - la <hi rend="italic">moglie-bimba</hi>, che non è una 
<hi rend="italic">compagna.</hi>
Ma se è un errore la trascuratezza, va biasimata anche 
la prosopopea, il rifiutare ogni consiglio, il volersi emancipare 
affatto dalla tutela affettuosa dei genitori e degli suoceri; 
l'aussumere un far d'importanza ed il trascurar come 
troppo modesti gli antichi conoscenti della casa paterna.
La sposina dovrà mostrare deferenza ed amorevolezza 
alla suocera, la quale, dal canto suo, avrebbe gran torto 
se censurasse con acrimonia o malignità la sua inesperienza. 
Pur troppo, questo torto non è raro! Vi ha una 
specie di gelosia materna, la quale spinge spesso la suocera 
a trovar mal fatto ciò che la nuora ha stabilito ed 
a metter in evidenza la superiorità del suo criterio.
Spesse volte l'avvenire di una famiglia dipende dai 
primi mesi del matrimonio; la sposina deve assolutamente 
in faccia ai nuovi parenti ed alla società condursi in modo 
da meritar lode, tener conto dell'opinione che è spesso ingiusta, 
ma che una volta che ha pronunziato il suo verdetto, 
ben difficilmente lo ritratta.
Vi sono donne che a quarant'anni scontano ancora le 
conseguenze della loro leggerezza giovanile.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO III">
<head>Battesimo, prima comunione.</head>
<p>Una signora che sta per esser madre, convien che muti 
alcun po' le sue abitudini, che faccia delle passeggiate 
igieniche, ma non molte visite; che non vada, negli ultimi 
mesi, a pranzi, a veglie o balli.
Se nulla ci commuove di più che veder una futura madre, 
la quale, pallida e languente, sorride delle sue speranze, 
preparando un bel corredino con cui sembra quasi di prolungare 
i suoi giuochi da bambina, nulla è più ridicolo invece 
<pb n="107"/>
che una sposina, la quale voglia, a dispetto della 
natura, godere degli svaghi della società, la quale giri i 
salottini, giungendo trafelata, sicchè fiocchino le inchieste, 
i consigli, le profferte di sgabellini, di caffè, d'aceto, che so 
io! oppure assiste a pranzi, in cui è presa da nausee e svenimenti. 
Di quelle poi che al ballo, nonostante ogni prudente 
avviso, vogliono ballare e raccomandano al ballerino di far 
piano... di non scuoterle... e mettono a repentaglio la salute 
propria e l'esistenza di una creaturina,che cosa ne diremo? 
Ho già spiegato nelle prime pagine di questi studi che 
la creanza e la convenienza sono le forme che la bontà e
la virtù <hi rend="italic">assumono</hi> in pubblico.
Ora, in pubblico, il sentimento materno va rispettato
con piccoli sacrifizi e riguardi, anche quando, per caso, non 
lo si sentisse così fortemente da esserne spinto a sacrificarsi.
Soggiungerò che certi capricci, certi gusti bizzarri vanno
taciuti e che omai solo le persone mal educate parlano
di <hi rend="italic">voglie...</hi> di estri gastronomici...
Ma veniamo all'atto importante del <hi rend="italic">benvenuto</hi> da darsi
alla creaturina. Appena nata, per lo più la si fa battezzare
in casa, senza pompa, per precauzione.
Entro i cinque giorni susseguenti, il padre deve recarsi
al Municipio a farvi la dichiarazione di nascita ed iscrivere 
il bimbo sul registro coi nomi che si sono scelti per lui.
Si manda poi la partecipazione dell'avvenimento agli
amici.
Da noi, confesso che per lo più questa formalità si fa
con annunzio verbale o due righe di scritto.
Però si costumano anche delle carte stampate, ma per 
lo più di stile scherzoso, come:
<hi rend="italic">Mario Alfi annunzia la sua venuta al mondo e si 
raccomanda al signor</hi> tal dei tali, <hi rend="italic">ecc.</hi>
<pb n="108"/>
Come formola i francesi adottano la seguente:
<hi rend="italic">Il signor Mauri ha l'onore di parteciparvi che sua 
moglie si è felicemente sgravata di un maschio. Madre 
e bimbo stanno bene.</hi>
Crema, il......18..
Naturalmente, se le cose non sono andate liscie o se 
uno dei due interessati non è in buone condizioni, si sopprime 
il <hi rend="italic">felicemente</hi> ed il <hi rend="italic">stanno bene.</hi>
Però consiglierei sempre la formola scherzosa o il biglietto 
in iscritto, come più consentaneo ai nostri usi.
Gli inglesi e gli americani più pratici e sempre memori 
del famoso: <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Times is money</foreign>, fanno inserire tutte le partecipazioni 
di nascita, come quelle di matrimonio e di morte 
sui giornali. Il <hi rend="italic">Times</hi> reca poi, fra le notizie, le nascite 
di tutti i nobili,con la formola:
Il 18 corrente, a Fen-Court, <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Lady</foreign> Anna, moglie di <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Sir</foreign> 
Tommaso Grant, si sgravò di un maschio,ecc.
Chi riceve una partecipazione di nascita deve entro otto 
giorni informarsi della salute della puerpera e mandar il 
proprio biglietto di visita. In capo agli otto giorni e per un 
mese, la puerpera riceve, e gli amici vanno a trovarla. Non 
consiglio neppur agli intimi però di recarsi da lei prima 
di otto giorni; il parlare può nuocere alla giovine madre, il 
chiasso disturbarla, ed è meglio quindi astenersi dalla 
visita.
La puerpera, nei primi giorni, riceve in letto per stancarsi 
meno e (se è la prima volta che ha un bimbo) un 
po' anche per mostrare il lusso della sua acconciatura da 
mamma: una cuffietta tutta trine e nodi color di rosa o 
azzurri (rosa se ha una bimba, azzurri se ha un maschio), 
un corpetto uguale, tutto nastri e merletti: lì accanto 
avrà la culla della creaturina, su cui figurerà qualche 
bella coltre all'uncinetto tunisino, bianca, rosa od azzurra. 
<pb n="109"/>
Passata la quindicina, la sposa riceverà ancora in camera 
da letto, ma alzata; terrà <hi rend="italic">sempre</hi> una veste da camera 
più o meno bella, secondo i mezzi di cui dispone, 
ma di forma adatta. Nulla è più brutto che vedere una 
giovine signora ricevere in gonnella, con la veste sbottonata, 
oppure tutta imbaccuccata in uno scialle.
Nelle visite che si fanno alla puerpera conviene seguire 
le norme di quelle che si fanno ai malati, e sovratutto 
evitare gli odori. Si ammiri il bimbo e..., questo 
è per voi, ottime matrone - si diano pochi consigli. Ammetto 
che le signore che hanno esperienza ne possano 
dare di ottimi ad una sposina che è quasi bimba: ma 
considerino anzitutto che questa sposina avrà la propria 
madre o suocera o, in difetto, un'anziana qualunque della 
famiglia, che la dirigerà, e la levatrice ed il medico... 
e che, d'altronde, se venti visitatrici le dànno in media 
quaranta consigli, fra cui almeno <hi rend="italic">dieci</hi> contraddittorii, la 
poverina che dovrà fare? Sarà intontita, agitata, piena 
di dubbii e di timori.
- Non <hi rend="italic">fasci</hi> la creaturina! La <hi rend="italic">fasci</hi>! I bimbi <hi rend="italic">fasciati</hi> 
diventano rachitici! I bimbi <hi rend="italic">sfasciati</hi> diventano gobbi!
- Le dia il latte quando grida!Non glielo dia che 
ogni tre ore!... e così via.
Come raccapezzarsi?
Per me sto pel giusto mezzo.
Rabbrividisco del pari quando vedo una povera creaturina 
ridotta allo stato di un salame <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">bien ficelé</foreign>, resa pavonazza 
dall'impedita circolazione del sangue, e quando 
vedo una povera cosina tenera e floscia come un mollusco, 
sballottata di qua e di là senza sostegno.
Una larga fascia intorno alla vita, fino alle ginocchia, 
nel primo mese il cuscino, poi la lunga veste all'inglese, 
ecco il miglior sistema.
Il corredino lo dà la madre della sposa. In genere questo 
è un dono che non si dà nè ai proprii uguali, nè ai superiori, 
e piuttosto ai discendenti ed inferiori.
<pb n="110"/>
Il corredino generalmente consta di:
« Due dozzine di camicie;
«  Cinque dozzine di pannolini;
« Due dozzine di quei pannolini in forma di triangolo,
» con cintura e bottone, detti calzoncini inglesi;
« Sei pannolini lunghi di flanella;
« Id. id. <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">piqué</foreign> leggero;
« ld. id. <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">piqué</foreign> pesante;
« Sei vesti lunghe;
« Tre fascie a maglia;
« Sei cinture di flanella;
« Sei bavaglini guarniti;
« Dodici semplici;
« Sei paia di scarpini di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">piqué</foreign> o maglia;
« Due paia di scarpini di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">cachemire</foreign> ricamati.
Poi per quando il bimbo è più grandicello:
« Sei paia di calze di lana;
« Sei paia di scarpini;
« Tre paia di ghette.
Questo per la biancheria.
Per vestiario:
« Un mantello di lana bianca;
« Uno rosa od azzurro, mai a disegni o quadrettini; 
« Due cappuccietti di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">piqué</foreign> o di lana.
(Si guardino le mamme dai cappellini, dai piccoli tocchi 
rotondi, che su quelle testine pelate fanno un effetto veramente 
ridicolo, e sembrano opprimerle col loro peso).
« Due veli, un bavero di maglia, due paltoncini di tela 
» grigia con ricami, un vestito lungo, cinque o sei corti 
» di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">piqué</foreign>, ecc., ecc. ».
È sempre meglio metter la flanella sotto ed il  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">piqué</foreign> 
bianco sopra per poter mutare spesso le vesticciuole e 
tener la creaturina <hi rend="italic">molto</hi> pulita.
I pannolini si fanno di tela vecchia, senz'orlo.
Le camicie aperte di dietro e con le maniche unite
senza cucitura.
<pb n="111"/>
Si deve servirsi pel lattante di acqua tepida e di cipria 
finissima, senza profumo, o, in caso di screpolature,
di <hi rend="italic">licopodio</hi> (polvere gialla che si trova dai farmacisti).
Il marito dà un regalo alla moglie quando nasce un 
bimbo; se allatta, ne aggiunge un altro al primo dente,
come pure il padrino.
Se c'è invece una balia, il regalo del primo dente tocca 
a lei.
La prima uscita della giovine madre ha per iscopo di 
recarsi in chiesa per ringraziare Dio del superato pericolo.
L'ava materna e l'avo paterno sono, per diritto, padrino 
e madrina del primogenito.
Pel secondogenito, si alterna; mancando i genitori si 
scelgano i parenti più prossimi.
Non è conveniente proporsi per padrini agli uguali ed 
ai superiori, bensì agli inferiori, cui si desidera avere 
l'occasione di far un piacere od una liberalità.
Non si deve d'altra parte scegliere a padrino che una 
persona alla quale si sa di non arrecar disturbo o noia.
La madrina ha diritto di sceglier lei il padrino.
Conviene però combinar ogni cosa almeno uno o due 
mesi prima che nasca il bimbo.
Se una ragazza accetta a compare un suo pretendente, 
assume per tal modo una specie d'impegno verso di lui.
Il padrino e la madrina devono regalare un gioiello alla 
madre; se è povera, ponno invece darle oggetti utili.
Al bimbo la madrina darà il mantello o la cuffia di 
battesimo; per un bimbo di famiglia molto agiata li sceglierà 
ricchi; per un bimbo povero li sceglierà durevoli.
Il padrino dà al bimbo una posata d'argento con bicchierino 
e cucchiaio speciale a lungo manico detto da 
<hi rend="italic">pappa.</hi>
Alla sua comare deve offrire da una a dodici scatole di 
confetti, da uno a dodici paia di guanti in ricca scatola: 
un mazzo di fiori artificiali con lungo nastro.
Il padre paga le carrozze che conducono gl'invitati in
chiesa.
<pb n="112"/>
La donna che porta il bimbo passa la prima, poi vengono 
il padrino e la madrina, ma senza darsi braccio: infine
il padre od altri parenti.
Durante la cerimonia il padrino sta alla destra, la madrina 
alla sinistra della creaturina.
Si dànno, di solito, tre nomi al bimbo: quelli del 
padrino e della madrina ed un terzo cui si lascia scegliere 
alla madre.
Generalmente si convitano gli amici ad un pranzo di 
gala, oppure ad una colazione nel giorno del battesimo.
Il padrino dà delle scatolette di dolci con denaro all'infermiera, 
alla servitù: una certa somma alla levatrice.
Il padre manda una scatola di dolci con denaro al sacerdote 
che ha battezzato la creaturina.
I parenti od il marito della madrina invitano poi a
pranzo il padrino, o, se sono intimi, gli fanno un regaletto.
Se padrino e madrina non si conoscono, bisogna presentarli 
l'uno all'altra il giorno prima del battesimo.
Padrino e madrina vengono considerati come parenti, si 
occupano anche in avvenire del figlioccio che deve loro rispetto 
e gratitudine.
All'epoca della prima comunione ecco quel che si usa.
I genitori offrono in dono al sacerdote che ha istruito 
il giovinetto ed al suo confessore.
Il giorno stesso o l'indomani della cerimonia il giovinetto 
deve far visitia ai suoi parenti o superiori e scriver a 
coloro che sono lontani.
I parenti gli offrono un regaluccio.
Non si fanno inviti; però le persone di famiglia, il padrino, 
la madrina, i professori che assistono alla cerimonia 
in chiesa si fermano poi a colazione.
Il ragazzo farà anche una visitina al principale dei genitori, 
se sono impiegati, ed al proprio, se lavora già: 
questi gli deve un regaluccio.
Quei regali sono, a seconda di quello che si vuol spendere, 
un libro di preghiera, un rosario, un orologio, un 
porta-monete.
<pb n="113"/>
Si usa ora di far delle piccole fotografie commemorative 
con dietro una preghiera scritta dal bimbo.
Queste fotografie vengono offerte ai parenti ed amici 
come ricordo.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO IV.">
<head>Funerali e lutti.</head>
<p>Tratterò ora un brutto argomento... ahimè! un argomento 
che fa passar un brivido nelle vene a chiunque abbia 
delle persone care...
Ma la società ha le sue esigenze e vuol che anche l'addolorato 
lo ricordi: d'altronde è un ultimo atto di dovere 
e di amore verso quegli che non è più, mostrare che lo 
si rimpiange.
Diciamolo francamente. A poco, a poco, sotto un pretesto
o l'altro, i lutti si abbreviano, e chi vive della esistenza 
irrequieta e febbrile della società, non sapendo più rinunziarvi, 
ci dà spesso lo strano spettacolo d'una persona 
tutta a bruno in un palchetto di teatro o ad una veglia.
Non va bene... eppur si fa.
Comunque, è peccar contro la natura ed il galateo mostrarsi 
in teatro pochi mesi dopo che si è perduto uno dei 
genitori o la moglie.
Ma terminiamo alla spiccia il triste còmpito.
Quando si ha la sventura di perdere un congiunto se 
ne dà avviso per lettera e sul giornale, fissando l'ora 
della cerimonia.
Il tipo di questi avvisi è noto:
PIETRO <hi rend="italic">e</hi> TERESA GORI <hi rend="italic">annunciano col massimo dolore 
la morte del loro diletto padre e suocero</hi>
GONTRANO GORI
<hi rend="italic">avvenuta il 10, alle ore 3 ant.
Il trasporto funebre avrà luogo il 12, alle ore 4 pom.,
partendo dalla casa del defunto, via Laghetto, N.6, per 
recarsi alla Chiesa di S.Sulpizio, indi al cimitero monumentale.
Galateo della Borghesia.</hi> - 8.
<pb n="114"/>
Generalmente è costume porre sull'annunzio il nome 
di tutti i congiunti del defunto, ciò servendo d'avviso ai 
conoscenti per spiegare il fatto che non si restituiscono 
le loro visite o non si accettano i loro inviti.
Però, come uso recentissimo, in Francia si ommette 
ora il nome delle donne della famiglia.
Gli amici e parenti mandano corone di fiori con nastri. 
Se l'estinto è morto in campagna, il corteggio va ad 
aspettarlo alla stazione ferroviaria.
La famiglia non riceve: spesso lascia la città, ma in 
casa rimane un parente od amico, che nel giorno del funerale 
riceve quelli che vi assistono.
Conviene riunirsi un momento prima dell'ora fissata, 
nel qual caso si sale in casa o si rimane nel cortile.
Non si va ad un funerale in vestito o cappellino chiaro, 
iI nero è di prammatica anche per gli uomini.
I parenti accompagnano tutti il defunto fino al cimitero: 
la famiglia, propriamente detta, in generale, se ne 
esime. Però non v'ha norma che lo vieti o lo comandi: è 
questione di forza morale.
I parenti più prossimi stanno ai fiocchi o allato al carro: 
gli altri seguono: vengono poi gli amici, i conoscenti: 
per ultimo le persone di servizio ed i poveri con le torcie.
Le carrozze di lutto servono per gli invitati che non 
possono far tutta la via a piedi; vi si sale senza regola, 
anche con persone sconosciute.
È sconveniente oltre ogni dire il seguir un funerale 
sbandandosi e ciarlando dei proprii interessi con una indifferenza 
irrispettosa verso in famiglia del defunto.
Le carrozze non devono mai attraversare un corteggio
funebre.
Chi lo incontra si toglie il cappello.
Nel giorno che segue quello del funerale si fa stampare 
un ringraziamento sul giornale e si manda un biglietto 
di visita a quelli che vi hanno assistito.
Il biglietto lo portano alla famiglia anche quelli che 
sono stati al funerale.
<pb n="115"/>
Agli assenti si spedisce una partecipazione a cui risponderanno 
con biglietto di visita o lettera, secondo il grado 
d'intimità.
La famiglia del defunto può ricevere anche pochi giorni 
dopo i funerali; ma deve astenersi dal tener un giorno 
fisso pel ricevimento.
Se si tratta di genitori o prossimi congiunti, non si va 
a far visita per più mesi, e andando a veder gli amici si 
evita il giorno in cui hanno altri visitatori.
Pel contegno da tenersi in quelle circostanze si guardi 
nel capitolo che tratta delle visite in genere.
Non è conveniente metter vestiti di lutto il giorno successivo 
alla disgrazia: sembrerebbe si fossero tenuti pronti.
Bensì si eviterà di rivestir stoffe chiare.
Il lutto più lungo è quello di vedova. Si porta due anni 
in Francia: un anno di lutto pesante, sei mesi di lutto solito, 
sei mesi di mezzo lutto. In Francia poi ed in Inghilterra 
la vedova porta in istrada un velo lunghissimo ed in 
casa una cuffia.
Da noi la cuffia non si adotta, e spesso il lutto si limita 
ad un anno.
Il vedovo invece non lo porta che un anno.
Pei genitori dura un anno: sei mesi di lutto pesante 
con gran velo, meno lungo di quello di vedova: tre di 
lutto solito, tre di mezzo lutto. Però in genere si porta un
anno di lutto pesante.
Per avo è di sei mesi: tre di lutto pesante, tre di
mezzo lutto.
Pei suoceri come pei genitori.
Per gli zii tre mesi senza lana, nè velo; quattro mesi, 
con due di lutto pesante, per fratelli o sorelle.
Sei settimane pei cugini, sempre con colletto e 
polsini bianchi.
Non è obbligo portar lutto pei figli, però da noi lo si 
costuma, e per la durata di questo lutto non v'ha legge: è 
il cuore che lo impone!
Una persona che portasse il lutto, lo lascierebbe nel
<pb n="116"/>
giorno delle sue nozze, salvo a riprenderlo poi, ed allora 
anche il nuovo congiunto lo porterebbe con la moglie od 
il marito.
Invece i vedovi che passano a seconde nozze non portano 
più i lutti della famiglia a cui hanno cessato d'appartenere.
I ragazzi prima dei dodici anni non portano lutto che 
pei genitori ed avi, e non lutto pesante.
Pel lutto d'un parente od amico di cui s'ereditano le 
sostanze si seguono le norme del lutto per avi.
Quello del tutore o padrino invece va assimilato al 
lutto per gli zii.
Non si porta lutto pei papi che si considerano come beati. 
Pei sovrani è di sei settimane.
È cosa sconvenientissima non portar il lutto pei congiunti 
che sieno morti in altro paese.
Così pure il recarsi in teatro od al ballo il giorno 
stesso della morte di qualche parente anche lontano, perfino 
di qualche amico, è cosa che le persone di sensi delicati 
eviteranno sempre.
Il lutto si fa portare anche alle persone addette alla 
casa, e molti fanno dipingere la loro carrozza a nero e 
mutano in nero il colore solito della livrea.
Il lutto pesante, per signora, consta di vestito di lana, 
senz'ornamento, con colletto e polsini di velo (<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">crêpe</foreign>), 
guanti di lana,nessun gioiello, neppur nero.
Pel lutto solito sono ammesse la seta, la <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">grenadine</foreign>, i 
gioielli di giavazzo.
Per mezzo lutto la biancheria con ricami neri, merletti 
e piume.
Il nero e bianco sono colori di lutto più che il grigio
ed il violetto; è sempre lecito portare per lutto il bianco 
con nastri neri.
Per uomini, il lutto pesante consta di vestiti neri, 
alta fascia di velo nero sul cappello, cravatta di battista 
bianca; per mezzo lutto si abbassa la fascia del cappello 
e si mettono <hi rend="italic">gilè</hi> bianchi e guanti grigi.
<pb n="117"/>
I militari, pei lutti di famiglia, mettono una fascia di 
velo nero al braccio, poi lutti patrii un velo alla spada.
Chi è in lutto fa listar di nero la propria carta da 
lettera, nonchè i biglietti di visita.
Non assiste nè a matrimoni nè a funerali.
Pei divertimenti la regola è di rinunziare, durante il 
primo periodo del lutto, a teatri, balli, concerti, pranzi 
e veglie, e nel secondo soltanto ai balli.
Per esaurir affatto questo triste argomento, dirò che gli 
annunzi vanno fatti con la massima semplicità, sebbene 
sia lecito che ne trasparisca il dolore della famiglia.
Così pure nei cenni necrologici bisogna evitare lo stile 
ridondante, ampolloso, le lungaggini, le esclamazioni: bisogna 
essere sobrii più che possibile.
È sempre cortese in chi sa tener la penna, onorare di 
una parola, d'un ricordo le persone amiche che muoiono, 
e quell'attenzione torna specialmente grata alla famiglia, 
come pure i discorsi pronunziati al cimitero.
L'enfasi va evitata del pari nel discorso..... e perfino 
nell'epitaffio.
Nulla è più funebremente ridicolo che certi panegirici 
che si leggono sul marmo.
La morte, nella sua austerità grandiosa, richiede stile 
semplice e severo.
Certe pompose liste d'epiteti, che sono uno sfogo di 
vanità e nulla più, ci lasciano freddi, mentre siamo invitati 
al pianto da poche parole che dipingano con verità 
l'affanno dei derelitti, la morte precoce d'una fanciulla, 
una di quelle disgrazie, insomma, che colpiscono tutta 
una famiglia di dolore inconsolabile.
Chi lo può, si faccia comporre l'epitaffio da un uomo 
di lettere o lo componga da sè con l'inspirazione del cuore; 
non prenda, dal primo marmorino venuto, delle formole 
trite e ritrite, come prende il marmo del monumento.
E sulle tombe, per semplici che siano, non manchi mai 
un fiore, viola o mortella, che dica come l'affetto duri nei 
superstiti e la memoria del perduto sia sempre onorata.
<pb n="118"/>
Un fiore rugiadoso sarà più elegante che le ghirlande 
di perle o le corone di fiori artificiali.
Così, perfino nell'ultima sua dimora la persona per bene 
può manifestare le sue tendenze.
Chateaubriand venne molto censurato per aver voluto 
che gli fosse cimitero la roccia di St-Malò, mentre tutti 
apprezzano gli uomini che raccomandano la semplicità 
pel loro funerale.
Si trova ora molto spesso nei testamenti la raccomandazione 
di non portar lutto e di non astenersi dal frequentare 
la società.
È una delicatezza da parte del testatore che non vuole, 
nemmeno in morte, arrecar noia ad altrui.
Chi riceve un legato deve, come e più di chi riceve 
un dono, mostrarsene soddisfatto, ed è cosa assolutamente
gretta e biasimevole il lagnarsi se un'eredità non corrisponde 
ai nostri desideri.
La maldicenza deve rispettare chi non è più.
È cosa codarda aggredire colui che non può più difendersi - 
cosa crudele serbar rancore oltre la tomba.
Chi ha trasgredito le leggi del bene è già punito dal
non lasciare « quell'eredità d'affetto » che è la « gioia 
dell'urna ». Gli si conceda almeno il silenzio della pietà.</p>
</div>
</div>
<div n="LIBRO VI">
<div n="CAPITOLO I.">
<head>In villeggiatura.</head>
<p>V'è mai toccato, care signore, di udire una persona 
sorpresa in vestito men che lindo, con pettinatura men 
che accurata, sclamare:
- Eh! via, non conta! Siamo in campagna.
<pb n="119"/>
V'è mai toccato veder persone che mancano a tutte le 
indicazioni della temperanza e del galateo, mangiano come 
lupi, bevono come spugne, schiamazzano come studenti, 
rispondere a chi vuol frenarli:
- Eh! via, siamo in campagna!
Sembra davvero che nel proprio bagaglio di villeggiatura 
la creanza, la delicatezza, la moderazione sieno cose 
superflue, e che l'apparire una <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">merveilleuse</foreign>, un <hi rend="italic">ganimede</hi> 
entro le porte d'una città non impedisca di apparir una 
baccante od uno <hi rend="italic">zulù</hi>, non appena si varcano.
Guardatevi, care lettrici, dall'accettare codesta teoria, 
che è propria della gente in cui non è natura, abitudine, 
ma penoso studio l'esser garbato.
E non andate a credere che esser <hi rend="italic">garbato</hi> voglia dire 
essere <hi rend="italic">ben vestito</hi>: vuol dire essere puliti, cortesi - per 
cui è garbato il villano che, incontrandovi, vi dà la buona 
sera o v'invita, con un gesto, a entrar in casa ed a <hi rend="italic">restare 
servito</hi> della sua rozza polenta.
La vita di campagna può venir divisa in parecchie categorie 
e cioè:
La vita di campagna, propriamente detta, o di provincia.
La vita di villeggiatura pei proprietari di castelli o, 
direi quasi, se non fosse parola così antiquata, i feudatarii.
La villa d'affitto dove c'è molto vicinato.
Ognuna ha abitudini ed esigenze diverse.
Per la vita di campagna ci vuole anzitutto abitazione 
comoda e spaziosa, provviste in casa, molti libri, lavori di 
lunga lena.
Non mi dilungo a questo proposito, poichè quel genere 
di vita ha tanti contatti con la vita dei proprietari, che le 
norme date a questi ponno servir per gli altri.
Non c'è che un punto in cui devo notare la necessità 
d'attitudine diversa: gli è sul contegno fra signore.
La signora che risiede in provincia è disposta ad una 
certa malignità verso la cittadina; la studia, l'esamina
<pb n="120"/>
col partito preso di trovarla smorfiosetta o vana, di criticarla 
e perfino di sospettarla, confondendo la disinvoltura 
con la civetteria, la scherzosa grazia d'un'indole allegra 
con la leggerezza.
Ciò non toglie però che s'industrii a copiare le sue 
foggie.
Ora il galateo esige due cose: che non si copii mai la 
foggia nuovissima d'un vestito portato da una conoscenza 
senza avergliene chiesto licenza: che non si imiti mai in 
tutto e per tutto.
Alle signore poi che andassero a stabilirsi in campagna 
convien consigliare che si adattino a quel certo <hi rend="italic">formalismo</hi> 
che deriva appunto dall'essere molto osservati. La 
<hi rend="italic">libertà</hi> è maggiore per chi risiede in una capitale che in 
un villaggio. È un torto però l'urtare certe suscettibilità 
e certi pregiudizi, radicate dal tempo e dalle abitudini.
Un individuo non può mettersi <hi rend="italic">solo contro tutti</hi> e non 
riesce, così facendo, che ad indisporre la gente contro se 
stesso.
Così in provincia è cosa molto criticata lo star troppo 
alla finestra, ed una signora che vi si affaccia spesso dà 
cattivo concetto di sè. Non s'usa neppur l'uscir molto per 
tempo, nè soverchiamente. Saranno cose poco ragionevoli, 
ma, lo ripeto, il noto proverbio: Paese che vai, usanza che 
trovi, fa parte del galateo.
Certo, si può emanciparsi della soverchia severità di 
certe costumanze: ma sempre con misura ed a poco a 
poco.
Riprendiamo ora le nostre annotazioni al punto dove le 
abbiamo lasciate, cioè alla <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">vie de château</foreign>, come dicono i 
Francesi.
È evidente che il possedere un castello od una villa 
impone certi obblighi, fra cui i principali sono: trattare 
con garbo la gente del paese e saper ricevere.
Quello degli ospiti è un quesito serio. Nulla è più difficile 
che essere sempre, ed in tutte le circostanze, una padrona 
di casa <hi rend="italic">perfetta.</hi>
<pb n="121"/>
Anzitutto bisogna studiar la stagione più propizia per 
ognuno degli ospiti: poi la persona con cui lo si associerà; 
infine il modo di svagare queste varie brigate.
Invitare i vecchi nell'autunno quando l'aria si rinfresca 
e può ridestare i reumatismi non conviene. Se si mette la 
signora Sofia, cui non piace che giocar al tarocco, con 
la società dei giovani che voglion far gite e ballare, 
sarà abbandonata: non si può riunir il deputato T. radicale 
col consigliere G. ultra moderato, guai! La baronessa
E. è carissima, ma vuol brillare troppo: a metterla 
con le signore un po' modeste, queste restano nell'ombra..... 
In una parola, per disporre le cose con vero 
successo, bisogna essere esperti nella scienza sociale, sapere 
tutte le fasi e conoscere tutti i tipi della commedia 
umana... Chi lo crederebbe? La mente di Macchiavelli e 
Talleyrand non è di troppo.
C'è poi la scelta delle camere: convien dare la più 
allegra a chi esce poco, la più fresca a chi teme il caldo,
la più appartata a chi teme il chiasso, e così via. Bisogna
regolare gli arrivi, indicare le ore propizie, preparare i 
mezzi di trasporto, ritardare d'una mezz'oretta od anticipare 
l'ora del desinare per quelli che giungono... In casa 
poi ci vuole un' ampia provvista di carte, domino, scacchiere, 
giuochi d'ogni specie, e libri, e giornali...
Il modo poi di trattare gli ospiti varia: per chi non è 
in confidenza od è timido ci vuole molta sollecitudine: 
chi ama il vivere tranquillo, non va spinto a passeggiate
che possano stancarlo: chi ama la propria libertà, la lettura 
o lo studio, va esortato a riguardarsi come a casa 
propria.
Infine la qualità più essenziale per la padrona di casa 
è il <hi rend="italic">buon umore.</hi> Non intendo con ciò una perpetua ripetizione 
dell'<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">éclat de rire</foreign>, ma una serenità costante, l'arte 
di celare le proprie preoccupazioni, d'esser sempre <hi rend="italic">ugualmente</hi> 
cortese con tutti, in modo che nessuno degli ospiti 
possa credersi trascurato od importuno.
Alla propria servitù la padrona di casa incuterà rispetto 
<pb n="122"/>
per gli ospiti e pazienza colle persone di servizio 
che questi potessero recar seco; ella stessa non farà mai 
osservazioni a chi non è al suo stipendio. Prometterà poi 
una gratificazione per evitare che la cupidigia spingesse 
la sua servitù a trattar peggio quelli da cui attendono 
meno.
Non incoraggierà mai pettegolezzi ascoltandoli con orecchio 
compiacente.
La <hi rend="italic">castellana</hi> ha dovere di mostrarsi affabile anche 
verso le persone del paesello vicino, da cui la sua villa 
dipende: le <hi rend="italic">autorità</hi>, sindaco, consiglieri, curato, medico, 
ecc., ecc. Con le signore deve guardarsi dalla freddezza 
o dal motteggio.
Forse le buone matrone che non parlano che dei lattanti 
e dei bachi da seta e della vendemmia, l'annoieranno 
un pochino, lei, abituata all'elettrica corrente d'idee dei 
grandi centri, ma porti con pazienza quel po' di noia e 
si persuaderà che anche in <hi rend="italic">provincia</hi> c'è molto senno, molt'
arguzia e molta coltura.
La castellana ha poi un altro e ben utile còmpito: i 
poveri, ora suoi coloni, altre volte suoi vassalli.
Come vorrei persuadere le nostre belle ed ottime dame
ad imitare le inglesi che fanno scuola ai bimbi, e di sera,
agli uomini, che tengono delle conferenze di morale, che
premiano chi non trasmoda nel bere, che insomma agli
svaghi della campagna associano anche la filantropia!
La castellana non mandi limosine dai servi - le dia 
ella stessa e dia poco danaro, ma invece vino, brodo, 
biancheria, e sovratutto buone ed utili parole. Non isfugga 
dall'accostare quei miseri: si persuada che sotto i loro cenci 
battono spesso cuori generosi... che sono <hi rend="italic">uomini</hi> e sentono, 
amano, soffrono come noi. Se avrà estirpato un pregiudizio, 
illuminato un cervello guasto dall'ignoranza, potrà dire, 
come Tito, di non aver perduto la propria giornata!
Ecco i doveri della castellana.
La <hi rend="italic">villa</hi>, se molto ampia, imporrà quasi gli stessi obblighi.
<pb n="123"/>
Se piccina, non comporterà tanti ospiti; ma il <hi rend="italic">modo</hi> di
ricevere quei pochi sarà uguale.
Se d'affitto e divisa con altri, imporrà maggiori doveri;
oltre agli ospiti vi saranno i vicini.
Per mantenersi in buoni termini con questi, conviene
guardarsi del pari dall'esagerata prevenenza e dalla eccessiva 
freddezza; nei primi giorni osservarsi reciprocamente 
per vedere se si potrà simpatizzare; poi avviare
le relazioni con qualche saluto, qualche scambio di parole; 
passare poi alle passeggiate in comune, alle visite;
ma non mai volersi mettere in intimità prima di conoscere, 
almeno un pochino, con chi s'ha da fare, in ispecie 
(parrà che dica un paradosso, ma lo spiegherò poi), in 
ispecie se è gente della vostra stessa città. E perchè? Pel 
buon motivo che se le persone con cui avete avuto il torto 
di far relazione alla leggera e che scoprite poco stimabili 
abitano Parigi o New-York non avrete ulteriori impicci: 
se invece sono del vostro paese potranno risentirsi se non
continuate l'amicizia e procurarvi dei dispiaceri.
Per vivere in pace tra vicini non si deve mostrarsi esigenti 
nè puntigliosi, non associarsi ai reclami ed agli
alterchi della servitù.
Se v'hanno <hi rend="italic">differenze</hi> tra i bimbi, mettere la cosa in tacere, 
invitare i proprii alla tolleranza, rimproverarli se 
hanno torto: mai permettersi di correggere quelli degli 
estranei o far scenate ai genitori per lo sgarbo di un ragazzo. 
Chi ha carrozza o battello l'offrirà per turno ai vicini,
se li conosce tutti: così, se riceve, deve invitare tutti o
nessuno. Badisi però che se fra quattro famiglie se ne 
conosce una sola fin dapprima, è lecito non mettersi in
relazione che con quella sola, senza punto contravvenire al
galateo, come è lecito vivere soli affatto.
D'altro lato va cansata l'eccessiva e subitanea famigliarità, 
l'entrare ad ogni momento in casa altrui, girando 
dalla cucina alla camera da letto, con la frase che irrita 
tanto i nervi di chi desidera un po' di libertà: - Oh! son
<pb n="124"/>
di casa, io... Non importa. Posso entrare, eh?... - E magari 
la povera villeggiante si assetta in quella la parrucca!
Tempo fa una mia amica, che mi aveva descritto con 
<hi rend="italic">entusiasmo</hi> la bellezza del villino da lei preso a pigione, 
mi scriveva se nel luogo dov'ero io si troverebbe qualche 
quartierino per lei.
Sorpresa della richiesta e temendola indisposta, mi recai 
a vederla.
- Che è, Gina? sclamai giungendo. Vuoi andartene? 
C'è qualche epidemia in paese?
- Eh! no, rispose Gina, una donnetta di mezza età, 
calma, metodica come una tedesca.
- L'aria non ti si confà?
- Anzi!
- La casa non ti piace più?
- È un gioiello, lo vedi.
- Ma, allora, mi ci perdo. È un'invasione notturna di 
topi?
- No.
- Di scarabei?
- Men che meno.
- Oppure... non so che inventare!... oppure <hi rend="italic">ci si sente.</hi> 
Vi sono delle fantasime?
- Altro che fantasime! sciamò ella con tuono doloroso. 
Non fosse che questo...
- Spiegati...
Ella si pose vivamente un dito sul labbro.
L'uscio si aprì: apparve una donnina scarna, gialla, 
con uno di quei nasi lunghissimi che paiono il distintivo 
dei curiosi.
- Oh, cara vicina, sciamò la donnetta.....Hai delle 
visite? Scusa!...Ed io che son qua in veste da camera... 
Allora scappo (e prese una seggiola)... rimarrò un momentino 
solo, via! la signora è tua sorella? No? Una 
parente? No? Un'amica, allora, come me? Badi, non più 
di me! Sono gelosa, io! Ha fatto bene a venire. Era 
troppo sola, la povera Gina. Per me ci vengo spesso; ma
<pb n="125"/>
non posso farle compagnia quanto vorrei... A proposito, hai 
dei funghi oggi, Gina! Me ne darai? lo non ne ho trovati.
Cedimene la metà, per mio marito che ne va matto...
Per tre quarti d'ora andò avanti così, come una sveglia.
Quando essa uscì, Gina mi si voltò:
- Hai veduto? Hai udito? Ti meravigli ora ch'io 
voglia fuggire?... Colei non mi lascia nè lavorare, nè 
dormire, ne leggere, nè far la mia corrispondenza: è 
una persecuzione... è una tortura... - E Gina aveva ragione.
Ma prima di continuare nell'elenco delle norme per la 
villeggiatura, chiuderò il capitolo degli ospiti, accennando 
ai loro doveri.
I più importanti sono: l'occuparsi molto di chi ci 
ospita e l'arrecargli il meno disturbo che sia possibile.
L'ospite non farà mai osservazione sulle camere che 
occupa, sul letto, sul servizio, sulla qualità dei cibi; non
mostrerà noia nè malumore, si terrà a disposizione dell'
amico per passeggiare e suonare; se i padroni di casa 
sono attempati o di malferma salute, starà con loro: sarebbe 
assai scortese che li lasciasse soli, associandosi ad 
altre brigate. Se amano ritirarsi presto, non uscirà di 
sera e non si tratterrà fuori troppo tardi.
Se è una signorina vedrà di rendersi utile, sia col disporre 
i fiori dei vasi, sia coll'assistere le padroncine di
casa quando lavorano o fanno preparativi per ricever altri
ospiti. Se canta o suona si farà udire, senza difficoltà, 
e ciò per compiacere chi l'ha invitata. Non chiederà mai
all'amica con cui si trova delle cose disadatte, sì da metter 
questa in un dilemma fra le leggi della convenienza 
e quelle dell'ospitalità.
L'ospite nel partire darà sempre una gratificazione alle 
persone di servizio: appena giunto a casa propria scriverà 
una lettera di ringraziamento a chi l'ha ospitato.
Per l'occasione d'un onomastico o d'un anniversario 
(non prima, perchè non paia un pagamento) offrirà qualche 
bel dono, e, se una ragazza, qualche bel lavoro alla 
persona presso cui ha villeggiato.
<pb n="126"/>
In campagna, oltre agli ospiti, si hanno i visitatori 
quelli, cioè, che vengono per una giornata o due.
Allorchè vi giungono codesti visitatori, prima cura dev'
esser l'offrir loro dei rinfreschi, <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">vermouth</foreign>, limonata, 
caffè, ecc. Poi si chiederà loro se hanno fatto colezione 
o desinato,e s'inviteranno a mangiare senza profondersi 
in parole per deplorare che non s'ha nulla di buono.
Una villa non è un albergo e d'altronde l'aria fina e 
l'appetito danno ragione a Dante e fan <quote>parer savorosi</quote>, se 
non le ghiande, almeno il salame, il burro, il cacio.
Però una dispensa in campagna va sempre fornita del 
necessario per accogliere gli amici ed improvvisar qualche 
desinare. Ci vogliono scatole di sardine, tonno, salumi, 
prosciutti, <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">pic-nics</foreign>, amaretti, <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">vermouth</foreign>, vini di diverse 
qualità, sciroppi e conserve; finalmente farina, latte, mandorle, 
uva secca, uova, tutto ciò che può servire per fare 
un budino, un'<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">omelette</foreign>, ecc. Ed è qui, signorine, che sta 
bene posseder l'arte di impastare con dieci dita affusolate 
(che conoscono le delicatezze di Chopin ed il segreto dei 
merletti antichi) un bel pasticcio, una torta dorata, che saranno 
cose utilissime per far figurare il modesto pranzo 
campagnolo.
Chi vive in città ed ha davanti alla porta il salumaio 
ed il pasticciere, non si rende conto della necessità di tener 
la casa ben provvista e rischia così di fair pessima 
figura coi visitatori.
Mi è toccato una volta patir la fame, ma <hi rend="italic">alla lettera</hi>, nella 
casa di certi buoni <hi rend="italic">villeggianti</hi>, i quali,non avendo provviste 
e non sapendo lì per lì valersi del poco che avevano 
per dare una refezione presentabile, preferirono far il nesci.
Però non è cortese nè discreto piombar senz'avviso, per 
tutto il giorno, da una famiglia che è in campagna. O si 
previene, o si regola le cose in modo da ripartir prima 
del desinare. Rimaner fino a quell'ora sarebbe una sconvenienza, 
perchè porrebbe l'ospite nel dilemma di patir 
la fame o di dovervi invitare senz'esservi preparato. Lo 
ripeto, per la colazione è un altro affare.
<pb n="127"/>
È di prammatica mostrar i proprii <hi rend="italic">fondi</hi>, casa e giardino 
a chi viene a visitarvi: i padroni di casa però debbono 
sceglier l'ora opportuna, non costringere gente stanca 
ad errare in mezzo ai campi per lungo tempo ed a scendere 
e salir molte scale.
I visitatori poi hanno un solo obbligo; ammirare e 
lodare. Lo facciano senza tema. L'amore della proprietà 
è radicato nel cuore umano ed accieca come tutti gli 
amori. Per le ville e pei figliuoli s'accetta qualunque elogio 
con gratitudine.
Siccome può accadere che i visitatori desiderino o debbano 
pernottare, conviene aver sempre una o due camere 
da letto preparate. Saranno provvedute del necessario letto,
canterano, tavola da notte, tavolino da scrivere, scansia,
e non solo di ciò che si reputa necessario per sè, ma anche 
di quel che è necessario ad altri, cioè siccome certuni 
si copron molto o dormono con la testa molto alta, si 
metterà in camera una coltre un po' pesante ed uno o 
due cuscini di ricambio: zolfanelli, acqua con accanto 
dello zuccaro, alcuni giornali e libri, un lumino da notte.
Se l'ospite fosse vecchio o malaticcio, un fornellino a spirito 
con l'occorrente per prepararsi una bibita calda non 
farebbe male. Spesso, per non dar disturbo alle persone 
di casa, certuni si adattano a soffrir di male di stomaco
od altro, senza avvertire.
Si manderà poi la cameriera od il servo a ritirare i 
vestiti e le scarpe dei visitatori, e si domanderà a che 
ora desiderano essere svegliati, se prendano il caffè od il 
caffè e latte in letto, se hanno bisogno di assistenza per 
vestirsi, ecc. Nessuno può credere quanta parte abbiano 
quelle minuzie nella vita e come sia grato ad un ospite 
il ritrovare un pochino delle comodità di casa sua presso 
coloro che lo accolgono. Conosco una buona ragazza che 
è zitellona oggi per aver trascurato quelle piccole formalità, 
quelle attenzioni che sono come il profumo della 
garbatezza. Era una signorina colta, buona, ma per disgrazia 
la sua mamma non conosceva punto il governo
<pb n="128"/>
della casa nè vi badava: sonnecchiava, leggiucchiava e 
mangiucchiava tutto il giorno, mentre la figlia dipingeva 
o faceva di bei ricami.
Si propone alla signorina un bravo giovine, ricco, bello, 
di cui s'innamora subito. Le cose si combinano senza difficoltà... 
non manca che la sanzione dei genitori del giovinotto: 
una vecchia coppia modello, Filemone e Bauci. Le signore 
che chiameremo Giulia e Maria, essendo in villa, lo sposo 
offre di venir a passare colà alcuni giorni coi suoi, perchè 
le due famiglie possano conoscersi bene.
Si accetta con giubilo, si aspettano gli ospiti con ansia, 
la mamma sdraiata in un seggiolone a pianger tarde lagrime 
su Paolo e Virginia, la sposa a miniar due bianche 
tortore avvinte da un laccio di rose.
Verso le dieci, ora a cui si è calcolato che gli ospiti
giungeranno alla stazione, le signore si scuotono, scendono 
in giardino ad aspettarli.
Ma sì!vengon le dieci, le dieci e mezzo, le undici; 
hanno bel appuntare gli sguardi, tender l'orecchio, nessun 
rumore di ruote, nessun polverìo sulla strada.
Grand'inquietudine. Che non vengano?
E perchè?
La signorina impallidisce, la mamma sospira.
Ma ecco spuntare in quella, a piedi - sotto il solleone - 
una brigatella lamentevole: un omettino secco, 
in maniche di camicia, con un fazzoletto in capo, un 
donnone tanto rosso da suggerire serii timori d'apoplessia, 
un giovinotto polveroso, imbronciato...
- Dio buono! A piedi! grida la signorina.
- A piedi! ripete la madre. Come? perchè?
- Sicuro, a piedi, sclama l'ometto (che era il babbo
dello sposo). A piedi! tre miglia sotto la sferza del sole,
in agosto! Cosa da morire.Ma non c'erano carrozze.
- Ah!certo! dice la madre della sposa. Bisogna comandarle, 
sa...
- O dove le avevo a comandare? in piazza della Scala? 
replica il babbo, un bravo <hi rend="italic">ambrosiano</hi> che chiama pane
il pane. Bisognava comandarle qui!
<pb n="129"/>
Era giusto: era vero... e le signore restarono impacciate. 
Si profusero in scuse e condussero gli ospiti... in 
camera? No: li conducevano dritto ad ammirare la villa: 
ma il babbo, senza complimenti, parlò di colazione.
Ah! sì... la colazione! Ci avrà pensato la cuoca!
La cuoca invero ci aveva pensato: così il servo: ma 
la tavola era apparecchiata senza ordine, senza cura, senza
fiori: ma la colazione non aveva nulla di accurato. Le
colazioni richiedono un antipasto preparato con cert'eleganza: 
sardine, acciughe o gamberi in conserva, burro,
fichi o cocomeri, secondo la stagione: pesci se si è vicini 
a qualche lago: frutta, vini di diverse qualità, dolci, 
piattini leggeri, ma ben ammanniti.
Invece c'era una profusione di vitello tiglioso (tutto 
vitello), di salumi rancidi, di cacio asciutto: il pane era 
raffermo: il vino,preso dall'oste del villaggio, era pessimo.
I genitori si sogguardarono.
Il desinare fu il <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">fac-simile</foreign> della colezione.
La giornata scorse lenta ed uggiosa: le signore non 
sapendo che dire nè come trattenere gli ospiti.
Alle otto il padre dello sposo parlò d'andar a letto.
- Ah! i letti! sicuro! esclamarono le due signore.
Convien prepararli. Maria ci avrà pensato?
No: Maria non ci aveva pensato: ignorava che gli ospiti 
pernottassero. Immusonita, andò a metter sossopra le guardarobe 
semi-vuote, perchè gran parte della biancheria restava 
per mesi nel cesto della roba da accomodare.
Ci volle un'oretta prima che i forestieri potessero salire 
in stanza.
Finalmente la cameriera venne a dire che era pronto 
e, scortati gli ospiti fino alla loro camera, se la battè, 
senza domandar altro.
I due vecchierelli, rimasti soli, si diedero a esaminare 
quella camera con sospetto giustificato.
Non c'erano zolfanelli; l'acqua era <hi rend="italic">tepida</hi>; non c'era 
che un cuscino per ogni letto, viceversa un coltrone buono
<hi rend="italic">Ciò che insegna la mamma.</hi> - 9.
<pb n="130"/>
pel gennaio, nessun libro, nessuna traccia di lumino, e la 
madre dello sposo ci era avvezza. Le lenzuola..... Dio 
giusto!... erano umide, anzi bagnate... C'era da pigliar 
un malanno.
I poveretti fecero gran lavori per sostituire <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">plaids</foreign> e 
scialli al coltrone, s'affidarono al destino e dopo una notte 
bianca, benedicono i primi raggi del precoce sole d'estate.
Verso le sei cominciarono a tender l'orecchio, sperando 
che qualcuno si moverebbe, che capiterebbe il caffè.-
Aspetta un'ora, aspetta due, eran le otto e mezza e non 
s'udiva ancora nessuno degli abitanti della villa a dar 
segno di vita.
Si decisero ad aprire una finestra, poi la porta. I loro 
vestiti, le scarpe, erano sulla seggiola dove li avevano 
provvidamente preparati; ma ancor sudici, polverosi.
Si rassegnarono ad infilarli tali e quali, e andarono alla
scoperta.
Tutto buio, silenzioso.
Cucina senza fuoco, servitù e padroni addormentati: il 
padre picchiò all'uscio del figlio e svegliatolo:
- Da' retta, disse con flemma. Ti rammenti una novella 
francese detta l' <foreign xml:lang="fr">homme qui fait le ménage</foreign>, in cui 
ad un povero diavolaccio che vuol far da sè il bucato, 
il burro e la minestra ne capitano d'ogni colore? Se ti 
senti la vocazione di  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">faire le ménage</foreign>, sposa codesta signorina: 
noi si torna all'ombra del duomo ed in casa tua 
per ospiti non ci si capiterà!
E partirono con un pretesto, ed il matrimonio andò in 
fumo, e la signorina sospira ancora oggi davanti alle due 
tortorelle avvinte da un laccio di rose.
Ho già detto che in villa i rapporti si stabiliscono più 
facilmente.
Così è lecito ai vicini appiccare discorso se s'incontrano:
così inquilini della stessa villa ponno entrare in 
relazioni senza l'intervento di terzo o lo scambio di biglietti 
di visita.
È lecito del pari, per chi ha ospiti, condurli seco alla
<pb n="131"/>
sera dalle persone dove sono soliti di radunarsi ed alle 
gite che si fanno insieme, e ciò senza preavviso e presentandoli 
al momento. Perfino chi si recasse a pranzo da 
amici ed avesse ospiti potrebbe condurli seco.
Le signorine non escono sole in villa: ma ponno permettersi 
un breve tratto di strada da una casa all'altra, 
ed una visitina senza <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chaperon</foreign> alle amiche.
Per le gite invece ci vorrebbe sempre almeno <hi rend="italic">un</hi> babbo 
od una signora maritata.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO II.">
<head>Trattenimenti della villeggiatura. - Gite.
Giuochi di società. - Balli.</head>
<p>In villa le riunioni hanno due scopi principali: passeggiare 
e passar la sera quando, in ispecie, comincia a farsi 
lunga.
Le passeggiatine consuete non offrono luogo a molte 
osservazioni. Converrà solo consigliare, tanto alle signore 
che alle signorine, di non accettar sempre lo stesso cavaliere 
per non dar adito alla malignità; le ragazze, dice
un accreditato galateo francese, non danno mai braccio 
a nessun uomo che non sia di casa. Però ho veduto molte 
volte, in villa od ai bagni, le signorine contravvenire a 
queste norme senza incorrere la critica di nessuno.
Ciò che tutte le signore al disotto dei sessant'anni 
(confessati) debbon cansare, si è di andare a passeggio 
<hi rend="italic">sole</hi> con un signore qualsiasi. Per le gite invece le regole 
son tante che davvero ricordano gli ottanta gesti 
speciali che modificano le sillabe chinesi.
Si può dividere questo codice in miniatura in quattro 
leggi principali: la <hi rend="italic">partenza</hi>, la <hi rend="italic">passeggiata</hi>, la <hi rend="italic">colazione</hi>, 
il <hi rend="italic">ritorno</hi>.
Nella <hi rend="italic">partenza</hi> bisogna esser puntuali, ed anticipare 
piuttostochè ritardare e tener così tutt'una brigata a <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">piétiner
sur place</foreign>; però si concede dieci minuti di grazia
<pb n="132"/>
ai ritardatari, secondo l'uso francese, in cui negli inviti 
stessi si pone o <hi rend="italic">ore dieci</hi> senz'altro (che vuol dire dieci 
e dieci) o dieci <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">très-précises</foreign> e sarebbe molto sgarbato se 
si fuggisse, abbandonando chi indugia per motivo involontario 
o per differenze d'orologio. Il meglio, essendo 
vicini, è di farsi avvisare.
Durante la <hi rend="italic">passeggiata</hi> si cercherà di star uniti adottando 
un passo <hi rend="italic">ragionevole</hi>, nè da uomo-cavallo nè da testuggine. 
È scortese precedere gli altri, sicchè a qualche 
bivio possano sbagliar strada: ma non sta bene neppur lo 
strascicarsi lamentandosi della via scelta, del sole, della 
polvere e che so io. I giovani non devono lasciar in asso 
le mamme... ed occorrendo assistenza, bisogna che si ricordino 
che la civiltà impone di pensar prima ai deboli, 
cioè alle signore <hi rend="italic">mature</hi> ed ai bimbi. È noioso, lo so,
ma la creanza è basata sul sacrificio dei proprii gusti ed
istinti. Ho veduto più volte, in campagna, le signorine 
aiutate dai giovinotti balzar in un attimo al di là di
qualche ruscelletto azzurro, sulle cui sponde le mamme 
derelitte, simili alle chioccie che hanno covato anitrine, 
chiedevano invano l'appoggio di qualche cavaliere.
Ogni gita deve avere un piano. Bisogna sapere e dire 
a tutti <hi rend="italic">dove</hi> si vuol andare, calcolare approssimativamente
il tempo necessario, e ciò perchè nessuno si stanchi, e  
quelli che sono rimasti a casa non abbiano a sentir inquietudini. 
Portando seco la <hi rend="italic">colazione</hi> vi sono tre sistemi: talora 
è uno solo che fa da anfitrione, invitando gli altri; di solito 
invece ognuno reca il proprio contingente, e ciò dietro
un accordo con l'organizzatore della gita, perchè non si
trovino troppi commestibili uguali, e non manchi invece
qualche cibo indispensabile, e questo è il <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">pic-nic</foreign> inglese; 
finalmente (e questo è il sistema più comodo) ognuno reca 
la propria colazione e se la mangia con qualche scambio 
fra invitati.
In generale quelle colazioni, quando semplici, constano 
di salumi, carni fredde, formaggio, frutta e caffè. Per <hi rend="italic">semplificare</hi> 
<pb n="133"/>
i trasporti ognuno si munisca di una sacchetta 
ad armacollo con entro un coltello di quelli a doppio o 
triplo uso, una barchetta di cuoio, un tovagliolino; quella 
barchetta permette di <hi rend="italic">bere nel proprio bicchiere</hi>, cosa 
sempre gradita.
Le signore non ammettano famigliarità; non facciano 
comunanza di piatto e bicchiere con qualche giovane. Son 
cose che danno luogo a molto critiche. Quando si vuole 
che le colazioni abbiano un carattere un po' elegante, si 
reca l'occorrente per apparecchiare la tavola sull'erba, si 
prendono i servitori e la lista dei piatti sarà più ricca; 
saranno ben accetti tonno e sardine in olio, galantine, 
pasticci di fegato, polli in maionnesa, torte e panattoni, 
frutta scelta, vini di lusso.
Non bisogna mai scordare qualche vino un po' forte 
che serve a vincere la stanchezza, nonchè il caffè nero, 
il quale è ottimo per dissipare quella specie di stordimento 
prodotto dall'aria e dal sole che i francesi chiamano: 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">La griserie du grand air et des feuillets vertes.</foreign>
Alle signore raccomando di non bere troppo vino e di 
limitarsi ad una sola qualità, perchè è facile che il vino 
vada alla testa quando lo si beve all'aria aperta e molto 
accaldati.
In quanto al contegno da tenersi in quelle gite deve 
essere <hi rend="italic">conveniente</hi> come se si fosse in un salotto; 
saranno escluse cioè dalla gente per bene le celie triviali, le famigliarità 
fuor di luogo, le espressioni men che oneste 
e non si dirà per scusare, anzi, quasi per legittimare ogni 
eccesso, la solita frase: Oh in campagna! tutto è lecito... 
invocando così la teoria delle Saturnali o delle Kermesse.
Non ho agio di studiare qui i vari <hi rend="italic">tipi</hi> riprovevoli; i faceti 
che fanno arrossire le signore, gli sbrigliati che vociano
e cantano e fanno cento pazzie, i noiosi che brontolano, 
le svenevoli che ora scivolano o chiedono soccorso, 
ora gemono per la lunghezza della via, le civettuole che
vogliono sequestrare tutti i cavalieri, godendo della stizza 
delle altre; non posso che dichiararli <hi rend="italic">fuor della legge</hi>, 
rispetto al codice della cortesia.
<pb n="134"/>
Pel <hi rend="italic">ritorno</hi> non è amabile insistere, perchè s'affretti,
o si anticipi, ma si deve stare al parere della maggioranza.
Se una brigata si divide, perchè certuni si spingono 
più lontano, questi debbono fissare l'ora del ritorno per 
la colazione, e se tardano troppo, gli altri hanno diritto 
di mangiare senza aspettarli.
Se si esce in barca od a cavallo (sui somarelli) è disdicevole 
ed inurbano, ove qualche signora mostri paura,
deriderla, e per celia fare dondolare il battello, oppure
frustare l'asino. La paura è un'impressione nervosa; riesce 
difficile bandirla, penoso il sopportarla; può avere delle
tristi conseguenze. Invece di deriderla, convien rispettarla
come un'infermità... quando si tratta degli estranei. Ben 
inteso che chiunque farà bene a volerla estirpare sia nei
proprii figli che nei proprii amici: ma, lo ripeto - in società 
ci si va per diletto, e ci vuole vicendevole indulgenza 
e cortesia; le lezioni sono sempre fuor di posto.
Alla sera vi sono molti trattenimenti possibili in villa; 
pel giuoco e la musica le lettrici si riferiscano al capitolo
delle veglie. Pel ballo è lecito di accettare cavalieri anche 
senza presentazione, ma è <hi rend="italic">preferibile</hi> non farlo, e nessun 
uomo garbato si prevarrà della libertà campagnuola per 
esimersi da questo atto di doverosa cortesia, tanto più
che basta si rivolga a qualche signore che conosca appena 
per ottenere quel piccolo servizio. È scortese in un
uomo ballare senza guanti, per più motivi, ma specialmente 
perchè con le mani sudate si sciupano affatto i 
vestiti alle ballerine.
I giuochi <hi rend="italic">innocenti</hi> (che converrebbe chiamar <hi rend="italic">perfidi</hi>) 
sono generalmente il pomo della discordia fra villeggianti.
Basta nominarli perchè ognuno si rannuvoli, e gli obesi 
pensino con raccapriccio a <hi rend="italic">gatta cieca</hi>, i sedentari al giuoco 
della posta, i sonnolenti al giuoco degli spropositi o agli 
indovinelli, i suscettibili alla berlina, ed è una gara, 
perchè su dieci persone ognuno vorrebbe si scegliesse..... 
il giuoco che piace a lui e dispiace forse agli altri dieci.
<pb n="135"/>
- Dunque, che si fa? (<hi rend="italic">dicono i giovani</hi>).
- Gatta cieca! (<hi rend="italic">risponde l'organizzatore</hi>).
- Chè! (<hi rend="italic">coro di matrone ed uomini seri</hi>).
- La posta?
- Chè! Chè (<hi rend="italic">coro inferocito</hi>).
- Il bastimento carico di...
- Uh! roba rancida (<hi rend="italic">coro di ragazze</hi>).
- Gli spropositi?
- Uh! Uh! (<hi rend="italic">coro inferocito</hi>).
Infine si arriva a scegliere...... e vengono i  pegni, i
brontolii.
Consiglio chi giuoca di ricordarsi che in società il  <hi rend="italic">divertimento 
di tutti</hi> deve costituire anche il divertimento
individuale, perchè, chi cerchi soltanto questo, si troverà 
spesso in opposizione con la maggioranza, e non godrà
punto.
Si accettino tutti i giuochi e non si mostri stizza quando
si è acchiappati o quando non si riesce a indovinare una 
sciarada od un enimma: non si creda nemmeno di 
trovare, in certe frasi accozzate a casaccio, delle allusioni 
maligne
e non si protesti.
D'altra parte, quando si fa la penitenza della <hi rend="italic">berlina</hi>,
si eviti di dire delle <hi rend="italic">verità</hi>; nulla offende di più i suscettibili, 
che quello di vedere indovinato qualche loro 
difettuccio. Val meglio dire una frase nulla, una delle
solite frasi trite, che peccare di malignità e dar dispiacere 
o suscitar rancori.
Se dovessi dir tutto il mio pensiero, soggiungerei che
quantunque sia accettata da molti, trovo la <hi rend="italic">berlina</hi> un
giuoco poco <hi rend="italic">innocente</hi> e poco cortese.
Se si fanno sciarade in azione, travestimenti od altro, si
deve evitare le gare per la scelta del costume e della parte; 
sopratutto ricordare che nessun <hi rend="italic">giuoco</hi> va pigliato sul serio, 
e preso a pretesto di recriminazioni o malumori.</p>
<pb n="136"/>
</div>
<div n="CAPITOLO III">
<head>In viaggio.</head>
<p>Siccome dalla villa passeremo ora ai luoghi di bagno, è 
necessario che facciamo <hi rend="italic">un viaggio</hi>, care lettrici, e quindi,
per l'opportunità, esamineremo alcune delle norme utili a 
seguirsi in tali occasioni.
Cominciamo <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">ab ovo</foreign>, cioè alla stazione.
I viaggiatori si dividono in due categorie: i prudenti, 
gl'irrequieti: i prudenti che arrivano un'ora prima, s'adattano 
al <hi rend="italic">limbo</hi> della sala d'aspetto e non nuociono che a se 
medesimi, però diventano importuni se al minuto della 
partenza spingono i vicini, pestano calli, si buttano in vagone 
mettendo la propria valigietta sui piedi o sulle ginocchia 
altrui.
Ma questi sono guai di <hi rend="italic">secondo</hi> ordine: chi invece ci 
salva dagli irrequieti? Arrivano, balzano dalla cittadina, 
di cui il cavallo trafelato pare che stia per cadere morto,
mettono in mano al cocchiere cinque lire,dieci (non hanno 
mai spiccioli), non aspettano che renda loro l'avanzo, si 
scagliano all'uffizio dei biglietti, tempestano, litigano, arraffano 
il <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">tickett</foreign>, abbandonando persino il bagaglio, eppoi, 
<hi rend="italic">panfete</hi>, con uno, due, tre colli in mano si scaraventano in
un vagone... il treno si muove, i guardiani gridano, essi 
trionfano!
Gli irrequieti invece trovano <hi rend="italic">da ridire</hi> all'orologio della 
stazione; quell'orologio è matto, il servizio pessimo; sbuffano 
perchè una volta entrati loro, il convoglio non parte,
tirano in scena le ferrovie..... di molti paesi, dove non sono 
mai stati.
Basta! Ecco i viaggiatori a posto; tutti cercano di accomodarsi 
alla meglio - la gente educata sta dov'è, e si 
rassegna. La gente che non ammette galateo in ferrovia si 
agita, fa piramidi del proprio bagaglio, cacciando sotto 
quello degli altri viaggiatori, o vuole a tutta forza serbare
<pb n="137"/>
un collo che oltrepassa il peso stabilito, seppure non vi fa 
la grata sorpresa, dopo un momentino, di esibir una gabbia,
un canestro con un gattino, un cane, che porta con sè di 
contrabbando. Altri lanciano occhiate fulminee contro quelli 
che occupano i posti migliori.
Di questi irrequieti ve n'ha di dieci specie diverse.
Vi son quelli che dove è vietato di fumare accendono lo 
sigaro, contando sulla bonarietà dei vicini, oppure si mettono 
al finestrino e se li richiamate all'ordine, rispondono 
con asprezza: il fumo non penetra!
Altri, ad ogni stazione, si buttano allo sportello, saltano 
giù, disturbando tutti, risalgono, unicamente per l'incapacità 
di condursi da persone civili. Certi sputano, sbadigliano, 
si distendono con mal garbo, mettono i piedi sul 
sedile di contro. Vi son poi quelli che hanno il ticchio di 
assumere una speciale <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toeletta</foreign> e par che si credano nel loro 
gabinetto; levano gli stivali, il soprabito, la cravatta, il 
cappello, a segno da ispirare seri timori alle signore formaliste; 
calzano poi delle pianelle, indossano una giacchetta, 
si chiudono il cranio in un berrettino.... dopo di 
che si mettono a russare, o, se è notte, vi accendono sotto 
il naso un lampadino e fanno le viste di leggere. Un'altra 
varietà di viaggiatori è quella che mangia sempre; tiran 
fuori dalla sacchetta del salame, del formaggio, delle pere, 
delle melarancie e sbucciano, tagliuzzano tutta codesta 
roba, riempiendo il vagone di scorze, di bricciole, e di 
poco aromatici profumi, spingendo a volte la cortesia fino 
a voler costringere i vicini a dividere con loro quelle provviste, 
che escono da fraterno contatto con le pianelle ed 
i pettini.
Vi sono gli aristocratici che guardano tutti d'alto in 
basso, perchè, la spolverina da viaggio togliendo spesso 
di distinguere la vera condizione dei compagni di viaggio, 
temono di avere a che fare con gente che sia meno di loro.
Ma peggio di codesti che si limitano a sorridere ironicamente, 
a non stendere la mano per offrirvi di passar 
il vostro biglietto ai conduttori, sono i ciarlieri.
<pb n="138"/>
Appena sono seduti questi iniziano fra di loro (se sono 
in due soli) un dialogo o monologo sul gusto di quello 
che nelle commedie vien detto d'<hi rend="italic">esposizione</hi>: cioè si raccontano, 
con un po' di fioritura <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">ad usum</foreign> <hi rend="italic">compagno di 
viaggio</hi>, chi sono, chi non sono, d'onde vengono, dove vanno, 
e se non fate motto v'interpellano direttamente, vi interrogano, 
vi fanno una specie d'istruttoria, insomma, vi 
<hi rend="italic">costringono</hi> a rompere il ghiaccio, togliendovi la libertà 
di pensare, guardare, riposare o dormire.
Taccio di quelli che temono l'aria, il sole e si impuntano 
a chiudere tutti i vetri, di quelli invece che si ostinano 
a tenere aperto; di quelli che fanno gl'impertinenti 
con le signore che non hanno compagni maschili, e le 
riducono a mutare vagone od a ricorrere al conduttore: 
è tutta gente da metter nella categoria degli ineducati.
Ma dunque che cosa si deve fare? chiederanno le lettrici. 
Dio buono! Essere persone per bene.
Non so dare legge positiva su quelle benedette finestrine 
come su quella tal ventola <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">abat-jour</foreign> che ripara la 
lampada: fonte di perenne lotta tra i viaggiatori. Figuratevi 
che un giorno trovandomi col direttore dei telegrafi 
italiani e con un ingegnere della Società delle ferrovie, richiesi 
entrambi di fornirmi qualche ragguaglio, ma su 
certi quesiti trovai anche loro inetti a rispondermi.
È ammesso che la finestrina di destra appartiene ai viaggiatori 
che sono da quel lato e quella di sinistra agli altri; 
è più lecito volerla chiudere che tenerla aperta, come pure 
tenere la ventola <hi rend="italic">abbassata</hi> che <hi rend="italic">alzata</hi>: ma con tutto ciò 
la questione è così complessa che quei signori mi citavano 
appunto il caso di due viaggiatori che l'avevano 
risolta....... con un duello.
Però, se il diritto è dubbio, il galateo parla chiaro.
Nei casi in cui una data cosa disturbi due persone, 
si deve esaminare <hi rend="italic">quale</hi> sia più gravemente disturbata e 
meno in grado di sopportare il disturbo; così, se ad un 
giovanotto spiace non fumare, ed invece ad una signora 
attempata o malaticcia l'odore del tabacco <hi rend="italic">nuoce</hi>, il galateo 
<pb n="139"/>
esige che non si fumi; se il finestrino, chiuso, priva 
alcuni d'aria, ma, aperto, fa correre ad altri il pericolo 
d'un'infreddatura,quel finestrino va chiuso...e così via.
La persona per bene entra od esce con riguardo, saluta, 
appicca discorso se le pare di far cosa grata, e se trova 
compagni che le garbino, non manca mai alla cortesia, 
inquantochè cede subito ai desiderii di chi le è vicino 
rapporto alla <hi rend="italic">disposizione</hi> del riparto; non attacca brighe 
con nessuno, non brontola, non tratta con arroganza 
gli impiegati e neppure i fattorini, insomma si ricorda 
che un vagone non è una camera privata, ma una 
specie di caffè o di albergo ambulante che impone molti
riguardi.
La persona per bene poi, in quel che riguarda il vestire, 
evita in pari tempo una ricercatezza disadatta ed 
una trascuranza pressochè indecente.
Una signora ammodo, quindi, in viaggio, non si ridurrà 
allo stato d'un fodero d'ombrello, d'uno spauracchio 
come certe <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Miss</foreign>; non metterà in viaggio scarpe sdruscite, 
guanti sudici, roba di dieci colori diversi, verde, azzurro, 
giallo, rosso, sì da, parer un pappagallo: ma, d'altra 
parte, quella signora eviterà il lusso incomodo o ridicolo, 
non viaggierà in veste bianca, cappellino a piume, merletti 
e gioielli, poichè invece di sembrar una <hi rend="italic">dama</hi>, se vestisse 
così parrebbe una persona digiuna d'ogni norma di buon 
gusto e di tatto. Le <hi rend="italic">dame</hi>, viaggiando, assumono anch'esse 
un vestire molto semplice, cappellino con velo bruno od 
azzurro, pelliccia o <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">waterproof</foreign> di panno, alpaga o tela, 
secondo la stagione, collo e polsini bianchi o sciarpetta 
al collo; vestito semplice, senza gale e guarnizioni.
Chi fa una gita od una visita in campagna può vestirsi 
con cerca ricercatezza, ma coprendo la <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toeletta</foreign> con 
uno spolverino per non arrivare sgualcita od impolverata.
Portar gioielli in ferrovia è un grave sbaglio e quasi quasi 
un pericolo.
Chi reca con sè oggetti di gran valore o forti somme, 
le faccia <hi rend="italic">cucire</hi> in una tasca interna del soprabito o della
<pb n="140"/>
gonnella... e non ne parli mai. Le <hi rend="italic">cautele visibili</hi> diventano 
quasi un richiamo per chi abbia cattive intenzioni.
Non imitino quelli che mettono il denaro che portano 
seco loro in una sacchettina, appesa ad armacollo e se 
la tengono stretta fra le mani, guardandosi intorno e 
susurrando agli ignoti vicini: Eh? quando s'hanno dei valori 
bisogna star attenti! Non bastano gli occhi d'Argo!...
Costoro corrono il pericolo di attirarsi dei contrattempi.
Gli occhi d'Argo... è cosa nota... a volte si chiudono ed 
allora paf! una cinghia è presto tagliata.
In quanto alle armi, è bene usar prudenza per non farne 
un pericolo invece che una difesa, e non ferirsi da sè, oppure 
offendere i vicini. Del resto, per chi non ha in tasca
un mezzo milione e viaggia in ferrovia, sono pressochè 
inutili.
Le conversazioni in viaggio devono aver per regola il 
massimo riserbo. 
È ridicolo farsi passare per un pezzo grosso, millantandosi; 
è inurbano e pericoloso mettere in campo questioni 
nazionali o politiche, censurar alla leggera il paese in cui
si viaggia, vantar troppo il proprio, insomma esporsi ad 
aver delle brighe o degli alterchi.
Convien anche aver qualche nozione sui luoghi che si 
visitano per non dire degli spropositi madornali e per sapersi 
regolare riguardo alla via da seguire, alle fermate,
agli alberghi, ecc.
L'anno scorso incontrai una giovane coppia tedesca a 
cui chiesi se contava visitare la Brianza.Era d'autunno.
- Oh! disse lo sposo, vorrei farlo, ma temo... - Il caldo?
- Eh! no... i briganti!
I briganti, nel verde giardino di Lombardia, a due passi 
da Milano! I briganti,cioè i tradizionali uomini bruni, in
giacchetta corta, con cintura scintillante d'armi, cappellone 
a cono, trombone in mano...
Diedi in una <hi rend="italic">irresistibile</hi> risata, con grande meraviglia 
del bravo tedesco.
<pb n="141"/>
A proposito di giovani coppie, raccomando a queste, di... 
non essere troppo affettuose in ferrovia: è una cosa in pari 
tempo importuna e ridicola lo scambiare carezze e tenere
parole che mettono nell'impaccio i babbi e le mamme formaliste 
che hanno seco loro dei ragazzi e che in altre persone 
provoca delle celie di cattivo gusto. L'amore è una 
cosa tanto bella e santa che è mancanza di tatto e di delicatezza 
l'esporla ai motteggi.
Le norme date per salire in vagone reggono anche per
scendere; se ci sono vecchi, donne o bimbi si aiutano, si 
tien loro le sacche o gli scialli: si procura d'evitare questioni 
e di rassegnarsi con filosofica urbanità nei casi di 
<hi rend="italic">forza maggiore</hi>; per la scelta dell'albergo si consulta, non
il primo conduttore d'omnibus venuto, ma la guida, seppure 
non si sono assunte prima, da altri, le informazioni
necessarie. È sempre savia cosa procurarsi delle lettere di 
raccomandazione per gente del paese; può essere una gran 
risorsa. Se occorrono medici o dentisti, sartori o che so io, 
non conviene affidarsi ai proprietari dell'albergo; pel medico 
o dentista ricorrere a quelli dell'ospedale, poichè il 
fatto che occupano un posto di fiducia è già per se stesso 
una garanzia. Per bottegai affidarsi ai conoscenti se se ne 
hanno, oppure alla <hi rend="italic">fama</hi>. In generale le persone capaci
sono note.
Il lusso è superfluo pei forestieri, anche nelle più eleganti 
capitali: però le <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">toelette</foreign> eccentriche, le affettazioni 
di semplicità <hi rend="italic">nihilista</hi>, i pastrani e cappelli da uomo, gli
occhiali sul naso ed altre bizzarrie non sono da adottarsi.
Per visitare musei o girar la città si inetta qualche vestito
di lana scuro, un bel cappellino grigio o color nocciuola; per 
recarsi a teatro si scelga un vestito di seta nera o di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">satin</foreign> 
di cotone, un po' elegante con un bel cappellino nero o 
bianco e si potrà essere presentabili, portando seco poco
bagaglio.
Nei musei bisogna guardarsi dal <hi rend="italic">toccare</hi> gli oggetti
esposti: è conveniente dare una mancia al cicerone.
Sarebbe gretto respingerlo per l'economia di una o di
<pb n="142"/>
due lire. Se annoia, lo si tenga solo per guida, dicendo 
che non s'ha d'uopo di spiegazioni.
In generale bisogna informarsi delle tariffe e star a 
quelle: non lesinare e in molti casi sacrificare qualche 
spicciolo per causar alterchi che finiscono sempre a danno 
del forestiero. Quando poi si è con donne è assolutamente 
inurbano correr rischio di spaventarle o di doverle 
lasciar a lungo in mezzo ad una turba di curiosi o di malevoli, 
per finir una discussione con un fattorino od un 
fiaccheraio.
Se si viaggia con altri, patti chiari e mettersi sempre 
d'accordo sulla spesa.
Tornerò su quest'argomento parlando dei luoghi di 
bagni, dove porrò anche le norme sul contegno da tenersi 
aIl'albergo.
È sconveniente, visitando gallerie o chiese, deridere 
ad alta voce Ie cose che si vedono od i riti della religione 
del paese; più che sconveniente, in certi casi può
riuscire pericoloso: anche i costumi vanno rispettati,
l'uomo veramente per bene leva il cappello in una chiesa
cattolica... e lo mette in una sinagoga, accetta con la
stessa urbanità il denso caffè dei turchi, la spumosa birra
dei tedeschi, l'idromele dei norvegiani ed il latte di coco
degli abissini; mostra la stessa deferenza a qualunque 
ospite, sia un signore europeo, uno <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">scheik</foreign>, od un moro.
Il motteggio è sempre incivile, ed anzi lo è tanto più, 
quando chi se lo permette è o sembra superiore alla 
persona derisa.
I forestieri, se alloggiano da conoscenti e ne ricevono 
molti favori devono, appena partiti, ringraziare con lettera 
e più tardi inviare un ricordo. Essi invece non hanno, 
in genere, obbligo d'invito. Sono gli ospiti che pagano 
e si va a visitar musei, se si fanno gite e se si prendono 
palchi a teatro.</p>
<pb n="143"/>
</div>
<div n="CAPITOLO IV.">
<head>All'albergo.</head>
<p>Vi son di quelli cui l'albergo piace assai; vi si trovano 
scevri di ogni preoccupazione volgare, come in terra 
di cuccagna dove i tordi piovono in bocca bell'e arrostiti, 
dove - invece delle ribellioni e delle goffaggini delle 
nostre persone di servizio - si gode sempre il sorriso e la 
melliflua adesione d'un dignitoso maggiordomo ben sbarbificato, 
tutto proteste e salamelecchi.
A lungo andare però, le piccole miserie di questo genere 
di vita si manifestano.
Non si può dormire: vi sono dei matti che vegliano, 
giuocano, fanno rumore fino alle due od alle tre; vi sono 
delle partenze notturne che paion fughe, degli arrivi intempestivi 
(che balordaggine piovere all'albergo di notte!), 
un continuo aprire e chiudere di porte, un continuo scarpiccìo, 
e di che <hi rend="italic">scarpe</hi>, stivaloni ferrati d'alpinisti, scarponi 
di fattorini carichi. Eppoi la cucina che prima allettava 
il palato, stomaca: i cuochi hanno delle manìe; 
l'uno riveste ogni cibo di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">béchamelle</foreign>, l'altro pesta tutto
 nel mortaio, e se fu lecito al confessore di Luigi XIV 
sclamare: <quote><foreign xml:lang="fr">Toujours perdrix!</foreign></quote> sarà tanto più lecito sclamare: 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Toujours béchamelle</foreign>, o, italianamente: <hi rend="italic">Sempre 
polpette!</hi>
Ebbene: lo credereste? Fiero come il Codice di Dracone, 
il galateo esige che tutte queste miserie si sopportino 
con viso sorridente; che non si alzi la voce, che 
non si scampanelli, che non si diano rabbuffi ai camerieri, 
che tutte le lagnanze sieno fatte con dignitoso 
decoro al maggiordomo solo ed al padrone dell'albergo, 
in guisa però che nessuno all'infuori di lui le senta, e 
ciò per non disturbare gli altri forestieri.
In camera propria bisogna badare ad essere tranquilli:
coricandosi od alzandosi ad ore diverse dagli altri bisogna
<pb n="144"/>
far piano per non disturbarli, tanto più se si è in uno 
stabilimento di cura.
Non si deve legarsi alla leggiera con nessuno, nè introdurre 
alcuno sconosciuto in camera. In un uomo è imprudente: 
in una signora è inqualificabile; essa non deve, 
sotto alcun pretesto, lasciar entrare in camera un uomo 
od entrare in camera sua: solo, se ha un salottino, può 
ricevere gli intimi. Bisogna diffidare dei conti, baroni e 
marchesi di terre lontane, Polonia, Brasile, Russia che si 
trovano negli alberghi. Spesso, chi ha avuto intrinsichezza 
con questi, scopre poi che sono avventurieri bell'e 
buoni... e ci rimette, non solo le proprie illusioni, ma 
anche il proprio portafogli, ed a questo proposito si legga 
la gustosa novella di Cherbuliez, <hi rend="italic">Mr. Drommel.</hi>
A tavola, se si è contenti, nulla di meglio, se non lo si è, 
si va dal maggiordomo. Ma criticare tutti i piatti, arricciare 
il naso fin all'odore dei cibi, darsi per altrettanti 
Luculli, gridando: - Eh, se il mio cuoco mi portasse 
questa roba m'avrebbe a sentire! - sono cose inurbane, 
che invece di dar a supporre (come certuni credono) che 
s'ha a fare con un signorone, rivelano subito la persona 
poco iniziata alle convenienze sociali.
Ma la peggior cosa è quella di venir fuori ad ogni 
momento con la frase: - Quando si paga e si paga salato, 
s'ha diritto di star bene! - Questa frase, giustissima,
 se la si dice sotto voce all'albergatore, gridata 
invece <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">coram populi</foreign> diventa la frase più triviale e brutta 
che si possa ideare.
E notisi che, in genere, le persone veramente altolocate, 
viaggiando molto, sanno adattarsi alle varie cucine, 
e quindi si contentano facilmente, mentre sono le persone 
poco use a muoversi da casa propria ed a mangiar 
altri cibi che quelli preparati dalla loro cuoca o da loro 
stessi, che si mostrano difficili.
Nessuno si figuri quindi di passare per un pezzo grosso 
se si lagna.
Ricordo essermi trovata a tavola rotonda fra due signore, 
<pb n="145"/>
una smilza, dall'aspetto delicato, che mangiava 
di tutto senza osservazioni; l'altra, grassa, rubiconda che 
ad ogni piatto faceva gran querimonie: - Che roba, 
Dio buono! che olio! che burro! che pasticcio! E dir 
che certuni mandano giù ogni cosa. Per me non posso. 
Già quando si sta bene a casa propria si prendono dei 
vizi.
Quella <hi rend="italic">signora</hi> era una... cameriera pensionata, mentre 
la smilza era la duchessa di B....., alleata ad una casa 
regnante. Lascio pensare quale delle due mangiasse meglio... 
a casa propria.
Però, se non lecito, è certo scusabile, lamentarsi con 
tuono di celia, in modo da non annoiare alcuno e da 
dimostrare, che seppure si protesta contro un cattivo 
pranzo, lo si fa senza stizza e senza dare importanza 
soverchia nè al <hi rend="italic">cibo</hi>, nè... alla <hi rend="italic">spesa</hi>.
Nelle gite si segue generalmente il metodo di ordinare 
all'albergo il necessario, ognuno pagando il proprio 
quoto: per le carrozze, per le mancie ed i rinfreschi provvederà 
qualche signore della brigata che assume l'<hi rend="italic">appalto</hi> 
della gita: paga tutto e si fa poi rifondere la spesa.
Sarebbe inqualificabile ritardare questa rifusione o fingere 
di dimenticarla.
Non si usa più, generalmente, che in una gita paghino 
soltanto gli uomini, le signore che si trovano ai bagni 
senza il marito non amando di accettare queste cortesie.
A questa norma non son soggetti i rinfreschi; quando 
in una compagnia c'è un signore sta bene che paghi lui 
(o, se son parecchi, che paghino loro) i gelati, i caffè e 
le paste che le signore potessero desiderare.
Prima di combinare una gita convien stabilire chiaramente 
se si tratta d'invito o di partecipazione, ed accennare 
alla spesa.
Rammento ancora la spiacevole confusione di due povere 
vecchie zitelle le quali, invitate ad una certa gita
ardua e faticosa in cima ai monti, accettarono, stimandolo 
un debito di cortesia... e si trovarono poi obbligate
<hi rend="italic">Galateo della Borghesia</hi>. - 10.
<pb n="146"/>
a sborsare <hi rend="italic">sessanta lire</hi>! Bisogna avvertire e non farsi 
arbitro della borsa altrui. Ben inteso che il recriminare 
od il contrattare è cosa gretta, sconveniente e che chi 
non ha avuto la cautela d'informarsi deve fare <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">bonne 
mine à mauvais jeu.</foreign>
Secondo i Francesi, l'uomo che accompagna una signora 
<hi rend="italic">deve</hi> sempre pagar lui, ma da noi la signora stessa può,
per esser libera, stipular subito che non accetterà nulla 
ed il cavaliere può ammetterlo senza scapito della sua 
galanteria, tanto più che in villa ed ai bagni, le occasioni 
di prendere rinfreschi o di spendere per carrozze 
o barche si ripetono due o tre volte al giorno. Se la 
signora è col marito però pagherà sempre lui, anche 
essendovi altri uomini.
Tocca agli uomini combinar le gite, dare gli ordini 
necessari negli alberghi, ed una signora che volesse assumersi 
quella parte farebbe ridere. Se non vi sono uomini 
la direzione tocca all'anziana.
Nulla è più ridicolo che l'insistere presso una persona 
per farle prendere dei rinfreschi.... che non si ha l'intenzione 
di pagarle. Il caso toccò ad una inesperta sposina, 
mia amica. Trovandosi ai bagni con una famiglia 
forestiera, questa la esortava a gite, <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">pic-nic</foreign>, spese d'ogni 
genere. Lei vantava l'urbanità di questi suoi forestieri: 
ma il conto dell'albergatore le preparò un crudele disinganno.
A questo proposito noterò che i prezzi all'albergo vanno 
stipulati chiaramente, per evitarsi certe <hi rend="italic">doccie</hi> che distruggono 
in parte il buon effetto delle doccie prese allo 
stabilimento idropatico e in ispecie per evitar le triviali 
discussioni.
Le burle e le scommesse son cose di cui si deve usar 
con gran moderazione e in modo da non offendere nessuna 
suscettibilità.
Ai bagni bisogna evitare la <hi rend="italic">posa</hi> e non pretendere di 
essere ammirati. La semplicità e l' urbanità si concilieranno 
sempre la simpatia generale, senza ricorrere a  <hi rend="italic">perorazioni</hi> 
<pb n="147"/>
o <hi rend="italic">rappresentazioni</hi>. Chi assume una <hi rend="italic">parte</hi> diventa, 
in breve tempo, uggioso.
Non si deve quindi voler fare il  <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">boute-en-train</foreign>, pestar 
il pianoforte quando gli altri vogliono andare a letto, pigliare 
le signorine per obbligarlo a ballare, perseguitare 
tutti di freddure e barzellette.
Non si deve costituirsi il cicerone di chi vuol passeggiare 
solo e libero.
Non si deve mai, nè a tavola nè a passeggio, fare discussioni 
di famiglia, appellandosi ai terzi, sì da imbarrazzarli 
ed annoiarli.
Se si hanno bimbi non si deve permettere che disturbino 
alcuno, che pestino il pianoforte, rompendo le corde; 
che si rincorrano sui calli dei signori e sugli strascichi 
delle signore, e se non sanno condursi a tavola, se si alzano, 
se mettono le mani nel piatto, se rovesciano il bicchiere, 
non si desini con gli altri.
Affettare l'amor materno in pubblico a scapito altrui, 
tollerando o incoraggiando le mancanze dei proprii figli, è 
ridicolo.
Vi sono altri tipi <hi rend="italic">convenzionali</hi> che alcuni assumono con 
l'idea di far colpo.
C'è l'<hi rend="italic">originale</hi>, che veste costume di fantasia ed assume 
l'aspetto del masnadiero di Schiller; passeggia solo, non 
parla con alcuno; a sera spesso non torna per far credere 
d'essersi suicidato.
C'è l'<hi rend="italic">artista</hi>... ignoto, che vi parla delle sue opere (?) e 
della sua celebrità (?).
C'è l'<hi rend="italic">arricchito</hi>, che fa <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sonner ses écus</foreign>.
C'è il <hi rend="italic">cavalier d'industria</hi>... che profitta della bonarietà 
degli inesperti.
E nel campo femminile c'è:
La <hi rend="italic">civettuola</hi>, che vuole attirar tutto il campo maschile.
La <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">grande mondaine</foreign>, che ha seco dieci bauli ed ha 
calcolato che la sua malattia avrà bisogno per l'appunto 
dei quindici giorni di cura per metter in mostra trenta 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">tolette</foreign> nuove.
<pb n="148"/>
La <hi rend="italic">sentimentale</hi>, che si ciba, in carnera, di paste e cioccolatte, 
e, a tavola rotonda, torce il viso dai piatti.
La <hi rend="italic">maligna</hi>, che sparla di tutti.
La <hi rend="italic">donna infelice</hi>, che racconta sempre i suoi guai, 
più o meno reali, a tavola fra le bistecche e alla sera fra 
le contraddanze.
C'è la <hi rend="italic">zitellona</hi>, che accusa ventidue anni e sta sempre 
accanto a <hi rend="italic">mammà</hi> o <hi rend="italic">papà</hi> per decoro.
C'è la <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">fast young lady</foreign>, che parla di tutto, decide le 
quistioni più gravi di politica e morale, fuma, cavalca, 
rifugge, come dalla peste, dalle signore, che chiama: le 
vecchie.....
C'è... via, c'è l'<hi rend="italic">avventuriera</hi> più o meno <hi rend="italic">indovinabile</hi>.
Insomma, che cosa non c'è? La commedia umana ai 
bagni si svolge in tutte le sue fasi e le sue varietà, e 
quindi richiede, da chi vuol serbare la propria fama di 
persona per bene, una cautela molto superiore a quella
che si deve esercitare in città od in villa.
Un'ultima parola. Bisogna guardarsi da ogni contatto 
con persone di cui sia notoria la cattiva condotta o che 
vivano in illegittime relazioni; un uomo che permettesse 
alla propria moglie o figlia  di trovarsi in famigliari rapporti 
con una signora, come ho a dire? una signora del 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">demi-monde</foreign>, farebbe un errore irreparabile, poichè certe
intimità non sono lecite.
Però, se è permesso rifiutare ogni rapporto con quelle
sciagurate, è gretto, è crudele ostentare lo sprezzo che si
sente per loro.
L'evitarle basta: il fuggire se si accostano, il fulminarle 
di occhiate sdegnose non è conveniente, e le spinge 
a dire: « Che le signore della buona società le <hi rend="italic">invidiano</hi>!... ». 
Un uomo, che conosca qualche persona di quel 
genere, non deve mai parlarle e perfino evitare di salutarla 
se ha seco donne della propria famiglia.</p>
<pb n="149"/>
</div>
<div n="CAPITOLO V.">
<head>Corrispondenza.</head>
<p>Collocherò qui le norme della corrispondenza che è cosa 
relativa ai viaggi ed ai soggiorni in villa.
Vi sono molti, per cui una lettera è un gran rompicapo: 
non sanno da che parte rifarsi, qual carta adoperare, 
qual busta scegliere.
La moda, da questo lato, ci è propizia e tronca molte 
indecisioni.
La ceralacca e le ostie essendo bandite, la carta a fiori 
ed emblemi (rose che si aprono, cuori trapassati da freccie) 
essendo abbandonata ai coscritti od agli scolaretti, la busta 
ingommata tenendo lo campo, diventa assai più facile 
scrivere e piegare le lettere in modo conveniente.
Infatti, con un foglio di cartoncino bianco e sodo ed 
una larga busta si può scrivere a chiunque.
Noterò soltanto alcune <hi rend="italic">gradazioni</hi>.
Per le lettere a superiori od uguali, si prenda carta 
di formato mezzano con cifra, busta adatta, cioè tale che 
basti piegare il foglio in due; per gli intimi o parenti, 
si firma il <hi rend="italic">nome</hi> solo, per gli altri, nome e cognome. Scrivendo 
ad un uomo, una signora metterà iniziale e cognome.
Per inferiori si scelga il biglietto di visita dove il nome 
serve di firma e si scrive in terza persona, o, meglio del 
viglietto, dei cartoncini quadrati appositi.
Per esempio:
« MARIA FORTINI
» prega la signora Merli di terminare la frangia commessale,  
» avendo urgenza di servirsene ».
Per bigliettini da spedirsi in città, inviti ed altro, si 
prende carta di piccolo formato.
<pb n="150"/>
Non si deve mai impiegare dei mezzi fogli o dei fogli 
sgualciti e macchiati, nè mandar lettere senza busta: 
se si spedissero simili fogli ai proprii superiori sarebbe 
un mancar di rispetto, agli uguali un mancar di cortesia, 
ai congiunti un mancar di riguardo, agli inferiori 
un mancar di delicatezza.
Vedo ancora la fisionomia d'un certo ottimo babbo campagnuolo 
che aveva fatto educare la figlia in un collegio:
un dì, madamigella, che era in città, scrive al babbo, e 
lui, alla posta, dice:
- Eh! vedrete che letterina! Mia figlia ha una scrittura! 
Ed uno stile!
Apre la busta: c'era dentro un foglio sgualcito, macchiato, 
di carta comune, con due sgorbi, degni d'una lavandaia. 
Figuratevi come il pover'uomo rimase! Certo, 
quella signorina, per scrivere alle amiche, si valeva di 
carta profumata e faceva dei modelli di calligrafia: ma 
pel vecchio babbo, non metteva conto! Ebbene, per essere 
veramente persone ammodo, bisogna sempre ed in
ogni cosa mostrarsi accurato e cortese; non bisogna mai 
dar <hi rend="italic">vacanza</hi> all'urbanità ed alla nitidezza: non bisogna 
mai dire: non mette conto!
È fuori d'uso ormai porre l'intestazione in cima e 
cominciare la lettera <hi rend="italic">affatto</hi> al piede della carta, per 
modo che nella prima pagina non vi sieno che due o tre 
righe.
Per le lettere famigliari si mette l'intestazione quasi 
in cima della pagina, poi la data e si comincia a poca 
distanza; per le lettere di cerimonia ai superiori si mette 
il nome e titolo incirca a metà pagina, si comincia nell'
ultimo terzo, lasciando molto margine a sinistra; si 
mette la data dopo la firma.
(Ai superiori non si scrivono che lettere, non bigliettini).
Nelle lettere commerciali la data si mette in iscritto 
in quella riga stampata, dove sta il nome della città 
dello scrivente.
<pb n="151"/>
In mezzo si pone una prima intestazione che reca il 
nome, cognome e paese della persona che scrive o la 
ditta. Sotto una seconda intestazione molto semplice.
Per esempio:
REVELLI E C° - <hi rend="italic">Via Orso, 1, Milano
Milano, 3 luglio 1882.
Signori Marini e C°</hi>
RAVENNA.
<hi rend="italic">Egregi Signori,
........</hi>
Per le petizioni o suppliche si prende della carta di 
grandissimo formato, con molto margine, e si scrive da 
una parte sola del foglio.
Queste lettere, come in generale quelle ai superiori, 
convien meglio suggellarle.
Si suol deridere quelli che scrivono sulle buste la parola 
<hi rend="italic">urgente</hi>: ma un'autrice francese assicura, con giustezza, 
che se questa raccomandazione è certamente superflua 
per la posta, può essere utile e per la servitù che 
imposta e pel destinatario, che così verrà spinto a leggere 
e rispondere con maggior sollecitudine.
Sulla busta non si metta scialo di epiteti, e soprattutto 
si formuli chiaramente l'indirizzo lasciando le spiegazioni 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">fantaisistes</foreign>, come: la casa delle colonne, la 
casa accanto al Duomo, la prima casa a destra, ed altre ingenuità, 
inutili per la posta, non servendo che il nome della 
via ed il numero della casa.
In generale per uomini e per signora attempata il titolo 
d'<hi rend="italic">egregio</hi>, per signora giovane o signorina quello di <hi rend="italic">gentilissima</hi>, 
sono sufficienti: chiarissimo, colendissimo, spettabile, 
illustre.... non sono epiteti necessari, nemmeno
<pb n="152"/>
scrivendo a delle cime: scrivendo a qualche onesto commerciante
o babbo sono ridicoli. Ai ministri si dà dell'Eccellenza.
Per lo più nelle lettere si tien la norma seguente:
Francobollo
<hi rend="italic">Egregia Signora
Luisa Geronimi
via Palermo, n°5
UDINE                                                       
(Friuli)</hi>
I Francesi però consigliano un altro sistema. La scelta 
è libera: noterò solo che non si deve ripetere il titolo di 
« signora ». È un uso antiquato. Quindi se dicessi: egregia 
signora - signora Luisa Geronimi, non andrebbe bene.
Ma ecco il modello francese:
Francobollo
ITALIA
<hi rend="italic">Signora Luigia Geronimi
via Palermo, n° 6
UDINE                                                        
(Friuli)</hi>
<pb n="153"/>
Quando si danno lettere da affrancare alla servitù, è 
buona norma scrivervi su la parola <hi rend="italic">affrancata</hi>.
Quando si dà ad un amico qualche lettera di raccomandazione 
si consegna aperta.
Per le formole di <hi rend="italic">conclusione</hi> si adopera il <hi rend="italic">dev.mo</hi> pei 
non intimi, l'<hi rend="italic">aff.mo</hi>per gli intimi.
Per gli inferiori, basta il nome dopo i saluti.
Una signora mette dopo il proprio nome il cognome del 
marito, da ultimo il proprio casato da ragazza. Non s'usa 
firmare il titolo: è accennato dalla corona o dallo stemma, 
che molti nobili usano sulla propria carta da lettera. 
In Francia le dame firmano - non il nome, nè il
titolo - ma il casato patrizio: se è la <hi rend="italic">duchessa Rose
de Mauprat nata Dovenal</hi>, metterebbe <hi rend="italic">Mauprat-Dovenal</hi>.
È anche di voga ora in campagna mettere sulla carta 
un piccolo disegno rappresentante il palazzo o la villa che
si abita; però è una moda un po' vanitosa. Una vedova 
firmerà a scelta il nome del marito od il proprio o tutti 
e due, ma in fila e senza la parola di vedova. Per esempio: 
Luisa Geromini - Marti e non: Luisa Marti vedova 
Geromini, il che non è elegante.
La prima condizione d'una lettera è di essere scritta 
con <hi rend="italic">chiarezza</hi>, sì da non affaticare la vista e stancare la 
pazienza di chi la riceve e di non dar luogo ad equivoci: 
le cancellature vanno evitate.
Per chiudere si può metter a scelta: <hi rend="italic">Coi sensi della 
più alta stima - con stima - con affetto - col massimo 
rispetto - mi dico, mi rassegno</hi>, ecc., ecc., badando alla 
maggiore o minore opportunità della scelta.
In francese (credo far cosa grata accennando ad alcune 
forme di questa lingua), in francese si dice <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">cher monsieur</foreign> nell'
intimità, e <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">monsieur</foreign> soltanto ai superiori; <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chère madame</foreign>, 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chère mademoiselle</foreign>, o solo <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">madame</foreign> e <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">mademoiselle</foreign> (mai:
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chère dame,chère demoiselle</foreign>). Salutando si dice 
nell'intimità: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Tout à vous, mille amitiés, votre affectionnée</foreign> - ai
superiori: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Veuillez agréer l'expression de mon profond 
respect, de mon dévouement</foreign> -agli uguali: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">De mes sentiments</foreign>
<pb n="154"/>
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">les plus distingués, affectueux</foreign> - a persona altolocata: 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">De mon estime, de ma considération distinguée</foreign> -
in commercio: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Agréez mes salutations distinguées o empressées</foreign> 
- agli inferiori: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Je vous salue, o agréez mes salutations.</foreign>
Questa la parte <hi rend="italic">teorica</hi>.
Riguardo all'opportunità <hi rend="italic">morale</hi>:
Si scrive ai proprii parenti ed amici pel capo d'anno
o pel loro onomastico.
Per congratulazione o condoglianza,venendo a sapere di 
qualche loro gioia o dolore.
Per accompagnare un dono o ringraziare.
Per annunziare nascite, matrimoni o decessi.
Agli ospiti, appena s'è tornati a casa, per ringraziarli.
Le persone molto cortesi, lasciando una città od un 
luogo di bagni, scrivono ad <hi rend="italic">una persona</hi> del loro circolo, 
perché questa trasmetta a tutti i loro saluti.
Una signorina non scriverà mai ad un uomo giovine.
Lo stile rientra nella mia competenza, inquantochè dev'
essere adatto alla persona a cui si scrive ed all'occasione.
La lettera commerciale sarà di stile chiaro e conciso.
La lettera di congratulazione o ringraziamento, breve, 
ma animata da schietta cordialità.
La lettera di domanda a superiori, breve, semplice, 
seria.
La lettera agli intimi, lunga finchè si vuole, scherzosa, 
variata.
La lettera a bimbi, un pochino <hi rend="italic">didattica</hi> con una certa 
spruzzatura di faceto, come quelle graziosissime di Giusti 
ai nipoti.
La lettera di capo d'anno o d'onomastico dovrebb'essere..... 
<hi rend="italic">nuova</hi>! Ma qui credo che sarà difficile seguire 
il mio parere e trovare una formola diversa, una frase 
inedita per dire: « Domani comincierà un anno nuovo e 
vi auguro di passarlo nella felicità ».
E non potendo far cosa nuova - consiglio di far cosa
<pb n="155"/>
schietta e semplice: sarà il meglio. La semplicità costituisce 
il <hi rend="italic">vero</hi> e <hi rend="italic">solo</hi> merito d'una lettera.
Intendiamoci: la semplicità dello stile, non della 
lettera.
Limitarsi a dire: <hi rend="italic">Ho ricevuto la cara vostra, da cui 
vedo che state bene e sto bene anch'io</hi>, o giù di lì - è povertà 
di fantasia o pigrizia, non semplicità.
La lettera dev'essere spontanea, chiara, palpitante di 
vita; essa surroga la <hi rend="italic">parola</hi>, e deve quindi più che può 
imitare lo stile parlato; più vi si sente lo slancio d'un 
cuore verso l'altro, d'una mente verso l'altra, la verità, 
la naturalezza, più piace.
Perciò in genere, le donne vive, impressionabili, sensibili 
al bello, sanno scrivere delle <hi rend="italic">lettere</hi> stupende, anche 
senza essere letterate e talvolta perfino senza conoscere 
la grammatica: citerò in prova della prima asserzione, 
le francesi, la Sévigné, - ed in prova della seconda 
la tragica Rachel, la quale, con un'ortografia delle più 
<hi rend="italic">fantastiche</hi>, dettava delle lettere di cui la grazia e l'eloquenza 
erano impareggiabili.
Trovo anzi che nelle lettere - le quali rappresentano 
affatto la <hi rend="italic">persona</hi> - ogni studio di rettorica, ogni ricercatezza, 
nuoce, e invece di dar piacere, di far sorridere
o di commuovere, fa sclamare a chi la riceve: Oh! quanto 
deve aver sudato l'amico a mettere insieme tutta questa 
roba!
La brutta copia quindi non giova punto allo stile epistolario; 
convien abituarsi a <hi rend="italic">farne</hi> senza; <hi rend="italic">compor</hi> la lettera 
a memoria e poi buttarla giù, senza badare a qualche 
neo, a, qualche ripetizione. Che sia di stile schietto e spigliato, 
ecco quanto preme.
Finalmente, per ultima norma,noterò che non si deve 
mai scrivere sotto l'influenza dell'ira. Se è cosa inurbana,
illecita, uno sfogo a parole, figurarsi che cosa è uno sfogo 
in iscritto!
La parola sfuma: verba volant, come dicevano gli antichi; 
lo scritto invece se ne sta sempre lì, immutabile,
<pb n="156"/>
anche quando l'ira è svanita, anche quando si sarebbe 
disposti a cancellarlo con le lagrime. Ciò che si scrive 
acquista appunto dalla sua durata una forza speciale; l'offeso 
può aiutare la propria memoria col rileggerlo e così, 
la freccia che il tempo avrebbe smussato, conserva la sua 
malefica virtù, ed impedisce il perdono od il ravvicinamento.
È anche doveroso custodire con riguardo la propria corrispondenza; 
se si ricevono lettere un po' imprudenti od 
appunto scritte in ore di eccezionale impressionabilità, 
distruggerle. Mai lasciarle di qua e di là, a portata della 
servitù o degli indiscreti.
Non par vero quanti guai hanno prodotto le vecchie 
lettere! C'è una fatalità nella smania di custodirle.
Credo che non si sbaglierebbe aggiungendo al noto assioma: 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">cherchez la femme</foreign>! quello di: <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">cherchez la lettre</foreign>! 
poichè in fondo a gran parte dei guazzabugli di questo 
mondo sta un cencio di carta con due sgorbi.
È quindi una norma di prudenza e civiltà sopprimere 
o chiudere la propria corrispondenza.
Aprire le lettere altrui, o leggerle se si trovano, è la 
massima indelicatezza. Non è lecito che ai genitori in 
rarissimi casi. In qualunque altro, anche - anzi - fra 
marito e moglie è biasimevolissimo; denota bassa curiosità, 
intenzioni maligne o sospetti offensivi.</p>
</div>
</div>
<div n="LIBRO VII">
<div n="CAPITOLO I.">
<head>Ragguagli complementari.</head>
<p>Quantunque mi paia aver già accennato in vari luoghi 
quando torni opportuno mandar biglietti di visita, riassumo 
qui quelle occasioni.
<pb n="157"/>
Pel capo d' anno in città se non si paga l'esenzione, 
fuori di città, anche pagandola: vi è noto, non è vero
lettrici, che pagar l'esenzione vuol dire fare una offerta 
a qualche istituto di beneficenza?
Per gli onomastici ed anniversari.
Per congratulazione e condoglianza e all'udire le notizie 
buone o cattive, e dopo aver ricevuto le partecipazioni 
ufficiali di nascita, morti e matrimoni, ed allora 
si scrive in un angolo <hi rend="italic">p. f. - o - p. c.</hi>
Per ringraziare, in qualunque caso.
AI capo d'anno.
Ai direttori di collegi e scuole pubbliche, presidi, provveditori 
e professori.
Ai direttori di scuole private.
Ai direttori di collegio privato (ma qui si usa ancora 
aggiungere delle bottiglie od altro).
Ai conoscenti, quando venendo a visitarli non si trovano 
in casa.
Per prendere congedo - e si scrive nell'angolo <hi rend="italic">p. p. c.</hi>
I biglietti non si mandano per la posta a nessuno potendo 
fare a meno, ma mai, assolutamente mai poi a 
persone di alta condizione abitanti la nostra stessa città.
L'uomo, se una famiglia è composta di due signore, 
ed un uomo, manda tre biglietti di visita; se di marito 
e moglie due; la signora sempre uno solo.
Una signora non manda mai il proprio viglietto ad un 
signore; toltone forse le maestre ai provveditori di studi, 
le dipendenti al principale.
Il biglietto, se <hi rend="italic">rappresenta</hi> una visita, va piegato da 
un lato; su ciò la moda varia; <hi rend="italic">oggi</hi>, secondo le ultime 
notizie, si piega l'angolo superiore sinistro; non garantisco 
nulla per domani!
Le ragazze non hanno biglietti di visita, meno però il 
caso che sieno emancipate per età o per professione; p. e., 
una direttrice di scuola, una maestra, la direttrice di 
qualche gran magazzino l'avranno anche se ragazze.
I biglietti si fanno in cartoncino sodo di un bianco
<pb n="158"/>
opaco: la carta lucida o a disegni o grigiastra, non si 
usa più: un uomo mette nome, cognome e professione: 
avvocato, dottore tale, cavaliere, ecc.; sta meglio mettere 
la corona invece dei titoli, però molti nobili romani o napoletani 
dei rami, diremo <hi rend="italic">cadetti</hi>, mettono sul biglietto, 
p. e. <hi rend="italic">Mario Merani dei principi di Grottaverde</hi>, e ciò per 
indicar la stirpe patrizia da cui discendono.
Le signore mettono il nome di battesimo, il casato del 
marito, <hi rend="italic">poi</hi> il loro: è mio sbaglio metter prima il proprio 
da ragazza. È poi una affettazione far stampare il proprio 
biglietto in francese per seguir la poco graziosa formola 
che i Francesi stessi hanno preso dall'Inghilterra, cioè 
quella di mettere il nome di battesimo del marito invece 
che quello della moglie:
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Madame</foreign> Jean Brives
<foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Miss</foreign> John Halifax.
Quella moda è poco elegante e poco letteraria, perchè se 
il marito si chiama Achille, Hercule, od altro nome eroico,
quel nome suona stranamente, accoppiato al titolo di <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">madame</foreign>. 
In Francia ed in Inghilterra però è di prammatica; 
così pure mentre da noi, nell'intimità, è lecito chiamare
una signora col solo cognome, la Brivi, la Mari, in Francia,
quella forma non si applica che alle donne di teatro 
e fra queste in ispecie alle <hi rend="italic">italiane</hi> (la Taglioni, la 
Mauri, ecc.).
Marito e moglie possono avere una carta collettiva appunto 
per spedirla in occasione del capo d'anno.
Talora anche si mette: <hi rend="italic">Famiglia tale</hi>..... ma confesso 
che mi garba poco.
I regali si danno per lo più da ascendenti a discendenti, 
per le feste natalizie, il capo d'anno o gli anniversari e per 
ringraziamento.
Norma di chi fa il regalo dev'essere di farlo utile e bello 
- lesinare sui regali, offrir cosa brutta o lavoro mal riuscito, 
è una vera scortesia; piuttosto si dia un mazzo di
<pb n="159"/>
fiori od una scatola di confetti; ma associare alla grettezza 
la pretesa di mostrarsi generosi è contraria alla vera creanza.
Norma di chi riceve un regalo (se anche, ahimè! il regalo 
è una amara delusione) è di svolgerlo subito dalla 
carta che lo nasconde, di proclamarlo ricco e bello, di mostrarsi 
meravigliati e riconoscenti.
È una legge un po' dura a volte, in ispecie se il donatore 
ha avuto la mancanza di tatto di <hi rend="italic">annunziare</hi> il suo 
regalo con far di importanza e di mistero sì da provocare 
una grande aspettativa, ma è legge!
Ai bimbi pure s'insegnerà a frenar la loro schiettezza in 
tale occasione, a dire: è bello, so anche non sono molto 
contenti: bisogna che intendano come questa lieve infrazione 
alle leggi dell'assoluta verità, sia lecita perchè imposta 
dal buon cuore e dalla delicatezza che vieta d'offendere 
altrui.
In generale, ai bimbi fino a sei anni s'offrono trastulli; 
si scelgano non troppo voluminosi, e se si può <hi rend="italic">intelligenti</hi>: 
mi spiego. Non siano un enorme oggetto, il quale dà sorpresa 
nel primo momento ed un'ora dopo dà impaccio; 
sia invece una cosina che può valere a trastullarsi in 
modo un po' svariato: un villaggietto con mucche ed alberi, 
una bottega, un accampamento, un servizio da tavola, 
una bambola da vestire e svestire.
Ai ragazzi, che hanno più di sei anni, è preferibile 
offrir libri, oggetti di cancelleria o gingilli.
Alle ragazze e sposine, qualche gioiello di fantasia o 
di valore, qualche bell'oggetto per ornar la casa.
Gli intimi possono offrir anche un velo, un manicotto, 
fazzoletti ricamati, guanti in grazioso stipo; i forestieri, no.
Alle persone attempate, pantofole, berrette, tabacchiere, 
guanciali da poltrona, porta-orologio, buste di occhiali o 
da lavoro, canestri.
Alla servitù, ed in genere alle persone poco agiate, cose 
utili o di valore intrinseco.
Ai maestri, ai direttori di istituto, del vino di lusso.
Alle maestre, oggetti vari, gioielli (semplici, ma massicci), 
<pb n="160"/>
oggetti di fantasia, come nodi, sciarpe di merletti, 
veli.
Alle direttrici di collegio, per lo più, le ragazze porgono 
tutte insieme un bel lavoro od un oggetto artistico od un
gioiello.
Però quest'uso, nei collegi pubblici (e giustamente) non 
regge, ed in quelli privati, di proposito, è in decadenza.
A persona di servizio estranea che ci rechi un regalo, si 
dà sempre la mancia.
Agli assenti i regali si mandano con una lettera.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO II.">
<head>Seguito dei ragguagli complementari - Aggiunte.</head>
<p>Non mi accusate, care signore, se in questo capitolo 
trovate un po' di miscellanea. Il suo titolo lo concede.
Vi raccolgo poi le notizie che sono venuta via via spigolando, 
mentre ponevo l'ultima mano ai miei appunti.
Riguardo alle visite, non ho detto che vi sono dei 
giorni in cui non è uso farne e questi sono: le festi solenni 
(meno il capo d'anno), gli ultimi giorni di carnevale, gli 
ultimi giorni di quaresima.
Le visite d'etichetta non cominciano che ai primi di 
dicembre, finiscono al termine di giugno, essendo ammesso 
che allora si cominciano i preparativi di partenza.
Una signora sotto ai sessanta non va mai sola a far 
visita ad un uomo, fosse vecchio o malato; se è giovine,
prenda seco qualche signora attempata anche per recarsi 
dal notaio, dall'avvocato, dal medico, dal banchiere, e 
dai sacerdoti.
Una ragazza non riceve mai da sola a sola nessun uomo.
Se, per caso, dei visitatori vengono ammessi dalla servitù 
un giorno in cui la madre non può ricevere, essi debbono 
ritirarsi dopo uno scambio di saluti.
Il giorno del Ceppo si pranza in famiglia; ma sta bene i
nvitare quei parenti, anche lontani, che non avessero famiglia 
<pb n="161"/>
propria per evitar loro la tristezza del desinare 
soli negli alberghi quasi deserti; in lnghilterra, chi appena 
lo può, si adatta anche a lungo viaggio per ritrovarsi 
coi suoi in genere, chi ha una villa passa colà il 
Natale, radunandovi tutti i parenti ed anche gli intimi
amici; i tempii sono parati d'edera e d'altre piante verdi 
- il gran giorno si passa quasi tutto in Chiesa, si chiude 
con un pranzo speciale, dove giganteggia il famoso <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">plum-pudding</foreign>, 
un composto di farina,grasso di bue, uova, 
uva secca, che deve bollire per una quindicina di ore; chi 
ha parenti all'estero, perfino al Capo od in India, spedisce 
loro uno di questi <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">pudding</foreign>, che hanno la proprietà di 
poter, dopo tre o quattro mesi, venir <hi rend="italic">rinfrescati</hi>, o meglio 
riscaldati, mettendoli di nuovo a bollire; nello spedirlo 
si calcola che abbia da arrivare appunto nel giorno di 
<foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Christmas</foreign> (Ceppo).
Chi ha qualche impegno di gratitudine, o vuol usar 
qualche cortesia, spedisce, pel Ceppo od il Capo d'anno, 
qualche specialità gastronomica del suo paese.
Un altro uso ora nuovamente invalso è quello dell'albero 
di Natale, che a torto vuolsi dire inglese, mentre in 
origine realmente è tedesco (<foreign xml:lang="de" ana="forestierismo">Christbaum</foreign>). È un piccolo 
abete piantato in bel vaso i cui rami si adornano di mele 
rubiconde, di noci rivestite di carta dorata, di un gran 
numero di candelette di cera di tutti i colori: a quella 
decorazione si aggiungono i regali destinati alla famiglia 
ed ai convitati, quali appesivi ostensibilmente, come arlecchini 
e bambole, quali misteriosamente ravvolti in carta 
velina; le mamme; nonne e zie preparano l'albero, poi si 
chiama in sala tutta l'adunanza ad ammirarlo, sfolgorante 
per le gaie faville dei lumicini e le tinte screziate delle 
mele, delle noci d'oro.
Codesta festa di famiglia ha qualcosa di grazioso e di 
ingenuo che la rende carissima.
In Francia, nella notte di Natale, si dà una cena, piuttosto 
semplice, detta <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">réveillon</foreign>; non vi si va in vestito da
<hi rend="italic">Galateo della Borghesia</hi>. - 11.
<pb n="162"/>
teatro, ma con abbigliamento tale da potersi prima o poi 
recar a messa.
I cibi si preparano tutti insieme sulla tavola: constano 
per lo più di dolci, salumi e carni fredde; non è ammesso 
altro vino che il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Bordeaux</foreign>; vi si aggiunge un 
piatto detto <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">boullie</foreign>.
Altra norma dimenticata: mentre una signora non può 
mai venir condotta a veglia o ballo in casa terza senza 
presentazione od avviso, i giovanotti che la padrona di 
casa stessa ha raccomandato le si conducano per ballerini, 
non sono soggetti a queste regole e chi li ha <hi rend="italic">arruolati</hi> 
li mena con sè al momento e li presenta.
Chi dà un gran ballo, può far invitare dagli amici altri 
amici loro, con cui non ha visita, senza che ciò obblighi 
a conservar intime relazioni.
Una visita da parte degli invitati, un biglietto da parte 
dell'invitante, basteranno.
Rispetto alle fotografie, le signore giovani e le ragazze 
non danno <hi rend="italic">mai</hi> la propria ad un giovine se non parente, 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">et encore!</foreign> nè chiedono con insistenza la sua ad un uomo 
giovine, toltone il caso che sia un uomo illustre.
Il fazzoletto ed i guanti costituiscono un altro punto 
relativo alla convenienza.
Non par vero quante cose possono dipendere da quel 
piccolo quadrato di tela!
Una signora deve sempre averlo piccino, fine; guardarsi 
da quella roba di cotone a righe colorate, a smerli, che si 
vendono nei magazzini a gran ribasso: hanno un'impronta 
volgare, non sono un'economia perchè non durano punto, e 
finalmente fanno arrossire la pelle, cosa che va anch'essa 
presa in considerazione.
Gli stivaletti ed i guanti costituiscono col fazzoletto ciò 
che distingue la signora veramente per bene.
Le pianelle sieno sbandite, servano al più per andar dal 
letto fin all'abbigliatoio. Nonostante la storia di Cenerentola, 
le trovo bruttissime.
Le pantofole stesse siano a tacco.
<pb n="163"/>
In istrada non si mettano mai scarpini da veglia o da 
ballo sdrusciti.
Riguardo ai guanti si segua la moda, con la norma che 
d'estate si usa guanto di pelle di Svezia, d'inverno di 
capretto; in istrada, sempre scuro, o almeno di tinta carica, 
mai, eppoi mai, albicocca, grigio perla, paglia, colore 
di rosa, <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">mauve</foreign>, insomma color chiaro: in genere il 
paglia e bianco si mette per gala, i colori rosa, azzurrino, 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">mauve</foreign>, solo avendo un vestito di quella tinta.
In visita i guanti si serbano sempre.
In veglia si tolgono per suonare (non per cantare) e si 
rimettono subito.
A veglia in casa propria si mettono: molte signore li 
adoperano anche nei ricevimenti di mattina.
Ad un pranzo d'invito, si tolgono a tavola e si mettono 
in tasca; in certi alberghi ho veduto a metterli in 
un <hi rend="italic">bicchiere</hi>; è sconvenientissimo. Non si balla <hi rend="italic">mai</hi>, in 
nessun luogo, senza guanti.
I guanti (moda inglese) si tengono per prender il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">the</foreign>
e per cenare; si tengono perfino alle colazioni di cibi 
freddi, <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">lunchs</foreign> od altro dove si serba il cappellino.
Confesso che quest'ultima regola non la registro che con 
<hi rend="italic">dolore</hi>; una bella manina bianca, liscia, ingemmata d'anelli 
mi par davvero più <hi rend="italic">appetitosa</hi> che un guanto, la pelle 
umana, preferibile alla pelle di capretto, ma non c'è che 
dire, <hi rend="italic">così dev'essere</hi>. Aggiungerò che è un'affettazione levare 
i guanti a veglia od a teatro, per pochi minuti, allo 
scopo di far ammirare la propria mano; ma le signore 
che hanno quella bellezza mi risponderebbero: E se sempre 
e dappertutto i guanti sono di prammatica, a che serve 
aver le mani belle, e come si potrebbe sapere che possediamo 
questa ambita <hi rend="italic">prerogativa</hi>?
Quello che è <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">mal porte</foreign>, come dicono le Francesi, è 
l'anello sul guanto.
Baciamani ed abbracci sono poco in uso ormai, grazie 
all'ottima moda inglese della stretta di mano: <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">shake-hand</foreign>.
Taluni si lagnano che si stringa la mano a tutti troppo 
alla leggera.
<pb n="164"/>
Eh! Dio buono! Non era peggio forse baciar la mano 
alla leggera, o, fra signore, buttarsi ogni momento le 
braccia al collo?
Ora il baciamano non lo usano più i signori in Italia 
(in Germania, sì); poco gli inferiori. in Germania, a cominciar 
quasi dalla stazione della ferrovia è un seguito 
di baciamani da far disperare; a momenti ve la baciano 
i fattorini! salvo ad ingiuriarvi un momento dopo se 
giudicano la mancia scarsa.
Le signore abbraccieranno i parenti ed intimi partendo 
o tornando da viaggio, i bimbi sera e mattina,
qualche antica prediletta, ma non tutte le visitatrici e 
men che meno lo persone non intime.
Ricordo, poco tempo fa, essermi trovata chiusa nel tenero 
amplesso di una signora che conoscevo sì poco, che 
tra per la rarità dei nostri incontri ed il mio esser poco 
fisionomista, rimasi immobile ed allarmata sotto la pioggia 
dei suoi baci senza profferir parola. I bimbi altrui vanno 
abbracciati con moderazione.
A molte mamme spiace che i loro freschi <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">bebés</foreign> vengano 
troppo bacciucati e non hanno torto.
Baciare i cani, i gatti, i pappagalli, è cosa di cui non 
parlo; esce, secondo me, dall'ordine naturale delle cose e 
temo che la ripugnanza mi renda troppo severa contro le 
numerose signore <hi rend="italic">cani e gatto-file</hi>, che se ne compiacciono, 
per cui mi contento di dire... che in nessun galateo si 
parla di quest'uso, ma che prego tutti quelli che si appassionano 
per gli animali, di reprimer la loro passione quando 
hanno visitatori che temono i cani, odiano i gatti e davanti 
ai pappagalli ripetono la facezia di quel tale che 
udiva un flauto: - Che cos'havvi di più insopportabile di 
un flauto? Due flauti! - Che di più importuno di un 
pappagallo? Due pappagalli!
Le limosine vanno date senza ostentazione, e non in 
modo da umiliare chi le riceve. Vanno date eziandio con 
discernimento, in modo da giovare al povero e da studiarne 
l'indole; se biancheria, roba usata, pane e lavoro 
<pb n="165"/>
vengono accettati con gratitudine, siete in diritto 
di supporre d'aver a che fare con buona gente; ma se i 
poveri insistessero, con pretesti, per avere denaro, potete 
essere quasi certi che si tratta di viziosi o di oziosi.
In generale, chiedere degli oggetti a prestito è poca 
discrezione: però, per musica e libri è lecito. Ma non bisogna 
trattenerli a lungo, e se per caso si sciupano o si 
macchiano non valgono le scuse: convien farli rilegare o 
surrogarli con altro esemplare.
Chi poi chiede dei vestiti o dei cappellini per campione, 
veda di non sgualcirli, di non comprometterne la freschezza 
e di non copiarli troppo fedelmente. Rifiutare un 
oggetto che si domandi a prestito è scortesissimo: se anche 
dà un po' di noia il privarsene, è mestieri nasconderlo 
e concedere la cosa domandata.
Però una signora che chiedesse un oggetto di vestiario, 
appena comperato, costoso e di genere nuovo e bizzarro, 
farebbe una vera sconvenienza.
***
Vi sono in società due manie opposte da cui bisogna 
guardarsi e che ci nuocciono molto tutte e due nell'opinione.
L'una è la mania del così detto <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chic</foreign>.
L'altra la mania del così detto <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans-façon..</foreign>
Quelli che sono afflitti dalla prima di queste manie 
fanno sul perenne studio per non offender il <hi rend="italic">decoro</hi>.... e 
temono sempre di averlo offeso, mentre, per quel ticchio, 
offendono perpetuamente la <hi rend="italic">creanza</hi>. In istrada camminano 
impettiti, evitano gli amici o parenti meno agiati 
di loro, e se uno di questi li ferma, arrossiscono, si turbano 
e si credono perduti nell'opinione degli altri caporioni 
del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chic</foreign>. Non vanno in omnibus, nè in <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">tramway</foreign>; a 
teatro non vogliono che palchetti; non si servono che dai
<pb n="166"/>
primi fornitori; non vogliono frequentare che duchi, marchesi, 
milionari e gente celebre; amici della ventura, trovano 
tutti quelli che non appartengono a quelle categorie 
altrettanti zeri; immaginate un po' che zero sarebbe stato 
per loro Colombo quando parlava dell'America, Galileo 
quando, a dispetto dei pezzi grossi, si ostinava a dire 
che la terra si muove!
Sono i fautori del successo, gli ammiratori dei bei pastrani, 
delle vesti di velluto e dei guanti nuovi. Non conoscono 
che una legge, il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chic</foreign>; un ideale, il blasone; un 
nume, il denaro...
I protagonisti del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans-façon</foreign> però, se moralmente valgono 
meglio, in realtà vi affliggono anche di più:
Se - sudici, senza guanti, con le unghie in lutto -
incontrano un amico, gli si appiccicano, dandogli del tu, 
sbraitando; richiamati all'ordine, affermano di non avere 
<hi rend="italic">aristocrazia</hi>, confondendo così l'amor dei pettini e del 
sapone con la superbia e la creanza con l'ostentazione, e 
tirano via; a volte invitano l'amico a desinare alla buona, 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans-façon</foreign>.
Se il malcapitato accetta, sta fresco!
Piove in una stanza disordinata, dove tra una nidiata 
di bimbi, che, sudici come il babbo, si trascinano carponi, 
appaiono una sguattera, immusonita ed una padrona di 
casa arruffata, che lancia occhiate fulminee al marito. Il 
desinare è pessimo: minestra lunga, lesso affumicato, arrosto 
in miniatura; la serva butta la roba in tavola alla 
rinfusa, accompagnando il servizio col ciac-ciac delle ciabatte, 
i bimbi (nessun lusso! grida l'ottimo babbo <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans-façon</foreign>) 
i bimbi tuffano nei piatti delle mani da spazzacamino, 
dei nasini... umidi, oppure, se piccini, fanno delle 
scorrerie sulla tavola stessa; la mamma, stizzita perchè 
l'intruso la vede senza il vestito della festa, non smette 
il broncio; l'intruso... sventuratissimo, non può mangiare, 
un po' perchè il <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans-façon</foreign> in tavola non gli va, un poco 
per le <hi rend="italic">invasioni</hi> dei bimbi: soltanto il signor <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans-façon</foreign>
è contentone.
<pb n="167"/>
A teatro, <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans-façon</foreign> ciarla e schiamazza sì da farsi
zittir dalla platea.
Al caffè grida, conta i fatti suoi, interpella tutti quanti
senza conoscerli, strapazza i camerieri: in visita dice alle 
ragazze dei complimenti veristi... che fanno arrossire e 
stizzire le mamme, ed alle mamme invece dice delle <hi rend="italic">verità</hi>... 
d'ogni specie, evoca date, calcola quanti anni ponno 
avere, e le fa diventare verdi di bile dopo averle fatte
diventar rosse.
Ma il suo trionfo è l'invitarsi in casa d'altri, il piombare 
ospite... di chi non lo vuole, criticando tutto, dando 
su tutto il suo parere: il suo trionfo è il perseguitare chi 
desidera stare quieto, mettersi a tu per tu con persone 
ragguardevoli, l'immischiarsi in ogni discorso, sempre col 
suo famoso: - non ho aristocrazia, io! non fo complimenti! 
- sulle labbra.
Nulla lo frena, nulla lo umilia.
Ai militari parla di strategia, dando senz'altro dell'asino 
ai generali; ai diplomatici di politica, dando del 
babbeo ai ministri; alle signore per bene, di ballerine o
di <hi rend="italic">celebrità</hi> del <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">demi-monde</foreign>.
Se gli si affida una notizia che deve rimaner segreta
la dice in piazza.
Insomma, se i falsi <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">chic</foreign> fanno ridere la gente intelligente 
e superiore, i <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">sans-façon</foreign> fanno piangere tutti.</p>
</div>
<div n="CAPITOLO III">
<head>Rapporti speciali fra individui.</head>
<p>Le norme che v'ho date, care lettrici, hanno bisogno 
d'un piccolo corollario che le circoscriva in certo modo.
V'ho detto che l'<hi rend="italic">accoglienza</hi> fatta a visitatori od altri 
deve sempre esser buona: ma è positivo che non si può 
accoglier nello stesso modo un principe ed un contadino, 
il proprio medico ed il proprio calzolaio.
<pb n="168"/>
Aggiungerò dunque due parole per <hi rend="italic">specificare</hi> le convenienze.
I superiori si ricevono con premura e rispetto, ma senza 
quell'eccesso di umiltà, d'adulazione, che sono contrarie
alla propria dignità e che stuccano,e spesso disgustano 
le persone che occupano gradi eminenti.
L'affettazione, la servilità, la verbosità son cose ridicole 
e che non raggiungono lo scopo. I grandi, usi ad
attribuire parte delle attenzioni, di cui son fatti segno, 
all'interesse, stimano ed apprezzano molto di più chi rimane 
semplice e si mostra conscio della propria dignità 
di persona per bene.
In fatto di titoli nobiliari, in ltalia, per uomini e donne 
si fan precedere dall'appellativo di signore. - Si dà dell'
Eccellenza ai ministri ed alti dignitari, generali, ecc., 
del Monsignore ai prelati, dell'Eminenza ai cardinali, dell'
Altezza ai principi del sangue; si chiaman Maestà i regnanti,
anche se sbalzati dal trono.
In Francia il titolo d'Eccellenza non si dà mai alle
signore, e in genere anche le regine si ponno chiamare 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Madame.</foreign>
In Inghilterra le signore della borghesia si chiamano 
<foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Mistress</foreign> e le nobili, <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Lady</foreign> - e parlando con loro si adoperano, 
secondo il grado più o meno cospicuo, le espressioni 
di <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Your Ladyship</foreign> o <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Your Grace</foreign>; parlando di loro 
si dice <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Lady</foreign>, non <foreign xml:lang="en" ana="forestierismo">Milady.</foreign>
Nè in Francia, nè in Italia, la moglie può assumere i titoli 
militari o civili del marito; in Francia si fa eccezioni 
in tre casi: si dice, la <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">maréchale</foreign>, la <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">générale</foreign> e la <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">prefète.</foreign>
In Italia il femminile si applica dalla gente del volgo 
a molti titoli di professione, ma non è cosa accetta nella
buona società ed ha - secondo me, giustamente - del 
burlesco.
Infatti la consorte d'un medico, d'un professore, d'un 
giudice, non partecipando alla professione del marito, non
ha diritto di esser chiamata medichessa, giudichessa, nè 
<hi rend="italic">professora.</hi>
<pb n="169"/>
In Germania invece è generale l'uso di rendere femminile 
<hi rend="italic">qualunque</hi> titolo di dignità, di professione o di 
mestiere: per cui si dice, la <hi rend="italic">cancelliera</hi>, la <hi rend="italic">capomastra</hi>, ecc.
In Italia alle ragazze di famiglia nobile si dà il titolo 
col diminutivo: contessina, marchsina; in Francia, mai; 
meno le principesse del sangue, le altre vengon chiamate 
<foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Mademoiselle.</foreign>
Ai militari si dà il nome del loro grado, aggiungendovi 
sempre il titolo di signore.
Così ai sacerdoti: signor parroco, signor abbate, ecc., 
meno quando si dica Monsignore.
I frati, le suore, si chiamano frate e suora, con l'aggiunta 
del casato: frate Merlino, suora Gianoli, ecc.
Reverendo, si dice ai superiori.
Al medico si dirà: signor dottore, ma se ha tenuto 
una cattedra od ottenuto il diploma, si chiamerà: signor 
professore.
In Francia gli avvocati si chiamano <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Maître</foreign> nel resoconto 
dei processi ed al tribunale, non nei rapporti di 
società, in cui si chiamano <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Monsieur</foreign>, come gli altri.
I bottegai si chiamano col cognome, cui si aggiunge 
il titolo di signore; gli operai col cognome soltanto, e 
in molte città d'Italia riterrebbero derisione che vi si 
aggiungesse il termine di signore, mentre in Francia e 
Germania perfino gli spazzini e le ciane vogliono essere 
detti <foreign xml:lang="fr" ana="forestierismo">Monsieur et Madame</foreign>, <foreign xml:lang="de" ana="forestierismo">Herr und Frau.</foreign>
Da noi la servitù si chiama col nome di battesimo; 
in Inghilterra col cognome: all'istitutrice si dà il titolo 
di signorina senz'altro, o, se maritata, quello di signora, 
col nome di battesimo; dire: signora istitutrice, non starebbe 
bene: si dice però: signora maestra.
I bottegai si ricevono in sala da pranzo, nel salotto 
di lavoro, o nello studio; si può rimaner seduti, mentre 
essi stanno in piedi, ma se vecchi, sta bene s'offra loro 
da sedere. Anche alle sarte o crestaie, se la conferenza 
è lunga, si offrirà una seggiola, e ciò sarà un far prova 
di buona educazione e non un derogare.
<pb n="170"/>
Gli operai si ricevono in antisala.
È dovere trattarli con la massima urbanità.
Trascender con essi a modi sgarbati od espressioni triviali 
è un compromettere la propria dignità, è mettersi a 
pericolo di ricever affronti che non si potranno poi cancellare 
in niun modo: è, in una parola, un abdicare al 
proprio decoro di persona civile! E dire che taluni, parlando 
con durezza ed arroganza alla gente bassa, credono
di dimostrar che appartengono alla aristocrazia! Ma i
veri gran signori sono urbani perfino coi mendichi.
D'altra parte però la intrinsechezza con chi è di condizione 
inferiore va evitata, perchè non può che condurre 
a cattivi risultati, provocar da un lato l'invidia e dall'
altro l'arroganza.
Con i proprii compagni di scuola, qualunque sia la 
condizione cui appartengono e la professione che esercitano 
poi, si scambierà sempre un saluto cortese.
Sarebbe scioccamente vanitosa la ragazza che nella 
pompa dei suoi primi vestiti da signorina, fingesse non 
vedere o non ravvisare l'amica dell' anno prima, se la 
scorgesse in vesti dimesse o dietro al banco della bottega.
Alle maestre ed ai professori, fossero vestiti con la 
massima povertà, fossero ridotti a condizione miserrima, 
si parlerà sempre con rispetto.
Sono <hi rend="italic">maestri</hi>, il che significa che compiono quella nobile 
missione che è una seconda paternità, che si dedicano 
all'opera santa e paziente dell'educar al bene le menti 
tenerelle: meritano dunque ogni deferenza.
Nulla è più disdicevole che il motteggiarli: i genitori 
devono redarguire severamente i ragazzi se hanno la 
sconvenienza di farlo, e dal canto loro, non permettersi 
mai nessuna critica che possa scemare l'autorità, quel 
che francesemente si direbbe, il <hi rend="italic">prestigio</hi> del professore.
I bimbi ammirano per istinto la scienza, e rispettano 
<hi rend="italic">chi sa</hi>, senza por mente alle sue imperfezioni fisiche: non 
si deve metterle in evidenza davanti di loro, non si deve 
ridere degli occhiali del maestro o canzonare la sua pronunzia 
<pb n="171"/>
ed i suoi gesti. Il bimbo ripeterà quei motteggi 
e perderà l'assoluta stima e fiducia pel professore.
È disdicevole anche dibattere il prezzo delle lezioni col 
professore in presenza dell'allievo, o, non avendolo pattuito 
prima, <hi rend="italic">discuterlo</hi> poi. In generale, le lezioni perdute per 
colpa dell'allievo vanno pagate: se l'interruzione deve durare, 
si avverte. Non si deve uscire all'ora in cui s'aspetta 
il maestro e pretendere che torni o farlo attendere a lungo.
L'aia ed il precettore vanno trattati <hi rend="italic">come maestri</hi> e 
non come persone di servizio; tocca ai genitori dare 
l'esempio della deferenza.
Mi venne chiesto alcune volte se in un pranzo con 
ospiti ragguardevoli si possano ammettere l'aia ed il precettore; 
a ciò rispondo, con le migliori autorità, <hi rend="italic">sì</hi>, se 
vi sono i ragazzi, ed allora l'aia sarà servita, <hi rend="italic">dopo</hi> gli 
altri, ma <hi rend="italic">prima dei suoi allievi</hi>; però, nei pranzi di quel 
genere, si escludono solitamente i bimbi, per cui chi li 
invigila desinerà con loro.
I professori in campagna s'invitano come ospiti: in 
loro però è delicato offrir qualche lezione se vi sono ragazzi. 
S'invitano sempre alle nozze dell'allievo, ed essi, 
secondo la cosa di cui si occupano, offrono un dipinto, 
un lavoro nuovo di musica o di poesia.
La balia va sempre accolta come una persona di casa, 
non come una <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">ex</foreign>-salariata. Il medico, per lo più, è anche 
un confidente, un amico. Nel chiamarlo, ci vuol un po' 
di discrezione. Dico una cosa che forse farà sorridere 
taluni: però è positivo, che la famosa risposta: Eh, si 
paga! non vale a scusare le chiamate intempestive ad 
ora di pranzo o a tarda notte, per un nonnulla. Si paga; 
d'accordo: ma che cosa si paga? La scienza, il tempo.
- La salute, la vita, chi le paga quelle?
Chi desidera molte visite deve dirlo, perchè i medici 
dignitosi non ne fanno ora che il numero necessario.
È sconveniente incontrando un medico da terzi, mettersi 
a parlare dei proprii malanni, sì da obbligarlo a 
darvi, lì per lì, un consulto gratuito.
<pb n="172"/>
Non si fa venir altro medico in segreto, tacendolo al 
proprio. Se un medico non ispira fiducia, si cambia o si 
chiede un consulto. Mutando medico, è indelicato e peggio 
l'andarlo a proclamare, dando a quel dottore la taccia di 
poco valente. Senza volerlo, gli si toglie così la fama ed il 
pane di bocca.
Se, davvero, lo si ritenesse inabile, si potrebbe avvisarne 
gli intimi, <hi rend="italic">sotto riserva</hi>, ma giudicare e ciarlare alla leggiera,
in tal caso, sarebbe un grave torto.
Il medico va pagato secondo il suo merito, l'uso del 
paese, ed i proprii mezzi, ma con puntualità, e sta male il 
lesinare. Molti però che non lesinano quando si tratta del 
teatro o del vestire, lesinano nel pagare il medico, perchè 
è una spesa ignorata che non serve a <hi rend="italic">figurare!</hi>
Un medico che, trovandosi in villa, neghi il suo uffizio, 
fa atto inurbano verso chi <hi rend="italic">può</hi> pagare e crudele verso chi 
non può; se lo presta, avvertendo che è per far un piacere 
e non come professionista, convien offrirgli un ricordo a 
seconda del servizio reso.
I medici, <foreign xml:lang="la" ana="forestierismo">in illo tempore</foreign>, assumevano una gran prosopopea; 
ora, in generale, più sono valenti e più sono semplici 
di modi.
La levatrice è una specie di medico; le vanno usati 
molti riguardi: il padrino e la madrina le offrono un regalo, 
la si invita al battesimo ed a colazione.
Se delle persone da noi conosciute mutano stato, non 
bisogna rammentar loro il passato.
Per esempio, se la vostra sarta o cameriera diventa, 
maritandosi, una signora, e viene a visitarvi, non baderete 
a ripeterle: quando eri in casa mia,quando mi facevi i 
vestiti, od altre cose consimili, perchè ciò potrebbe spiacerle; 
essa avrebbe torto, certamente, ma ai visitatori non 
si deve far corsi di morale: si deve offrire un cordiale benvenuto, 
e ricordando quel mercante, padre di fra Cristoforo, 
a cui davan ombra perfino i proverbi in cui la parola 
<hi rend="italic">mercante</hi> c'entrava, evitare ogni allusione che possa 
offenderli.
<pb n="173"/>
Così, se un amico è salito a condizioni superiori alla 
vostra, non sta bene ricercarlo, stargli sempre al fianco, 
ostentando famigliarità eccessiva, alludendo sempre all'epoca 
in cui s'era in pari stato. Se quell'amico è degno 
della sua fortuna, vi ricercherà lui, e sarà il primo a parlare, 
senza falsa umiltà, del passato e senza boria del presente; 
se non ne è degno, perdete poco non possedendo più
la sua amicizia.
Chi per un motivo o l'altro sale in fortuna, è ridicolo 
vantandosene, sia col ricordar l'umile stato di prima ed attribuirsi 
il merito delle mutate condizioni, sia col nascondere 
la propria origine.
Però, se produce cattiva impressione chi fa il millantatore, 
non è fedele alle leggi della vera urbanità, nemmeno 
chi inveisce contro la gente facoltosa o contro i nobili e li 
deride. Quelle critiche paion mosse da invidia. I ricchi si 
godano il denaro ed i nobili il titolo; ciò non toglie che 
un onesto ed intelligente borghese, una signora colta e 
gentile, anche se in modesto stato, possano star a pari di 
ognuno, ora che s'è riconosciuto che la vera ricchezza sta 
nell'ingegno, la vera nobiltà nel cuore, la vera superiorità
nell'educazione!
E con ciò chiudo, care lettrici, i miei appunti,sperando, 
come ho espresso nell'esordio, di non aver fatto 
un lavoro assolutamente inutile e di non avervi troppo 
annoiate, e richiamando la vostra attenzione sul fatto 
che, se anche un po' d'uggia l'aveste sentita.... il mio 
argomento era tale da non poterglisi prestar la grazia 
variata e la vivacità d'una novella.</p>
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 </TEI>
